Louisa May Alcott – Piccole Donne – Cap. 10 – Esperimenti

— Il primo di giugno! Sono finalmente libera! I King partono domani pel mare! Tre mesi di vacanza! Come sarò felice!!! — esclamò Meg dopo pranzo, entrando in casa e trovando Jo distesa sul sofà in uno stato d’insolito sfinimento; Beth che si levava le scarpe polverose ed Amy che faceva la limonata per rinfrescare tutta la compagnia.
— La zia March se n’è andata oggi; pel quale mirabile evento gioisci, o mio cuore! — gridò Jo.
— Sono stata sulle spine perché temevo che mi chiedesse di accompagnarla e, se me lo domandava, sarei stata costretta ad accettare un invito così gentile; ma Plumfield è una specie di cimitero e preferisco esser rimasta a casa! Abbiamo avuto un gran da fare prima di poterla bene imballare nella sua carrozza ed io tremavo ogni volta che mi dirigeva la parola, perché per farla partir più presto aiutavo tutto e tutti e mi rendevo talmente utile che temevo che all’ultimo momento sarebbe stata incapace di fare il sacrificio di separarsi da me. Tremai fino all’ora in cui fu in legno ed ebbi un ultimo terribile spavento al momento in cui partiva poiché mise il capo fuori dello sportello dicendo — Giusep-pina, non vuoi…? — Non sentii altro perché mi detti vigliaccamente alla fuga e non smisi di correre finché non ebbi voltata la cantonata ove mi sentivo al sicuro.
— Povera Jo! Quando è entrata in casa sembrava che avesse dietro di sé una mandria di orsi! — disse Beth abbracciando con tenerezza materna i piedi di sua sorella.
— La zia March è un tapiro, non è vero? — osservò Amy assaggiando la sua limonata.
— Vuoi dir vampiro! Ma non importa! Con questo caldo non si può essere tanto esatti nel parlare — mormorò Jo.
— Che cosa farai durante le vacanze? — domandò Amy, cambiando subito discorso.
— Io starò a letto fino a tardi, non farò nulla tutto il santo giorno — rispose Meg dai recessi della poltrona a dondolo. — Mi sono dovuta alzar presto tutto l’inverno; ho dovuto lavorare come un cane per gli altri ed è giusto che faccia adesso il comodo mio per rimettermi delle fatiche passate.
— Hum! — disse Jo — tutto ciò non fa per me; io ho già messo dia parte un mucchio di libri e passerò le mie giornate seduta sul mio vecchio amico, il ramo di melo, a leggere oppure facendo qualche altra cosa che mi piace.
— Sai che cosa faremo noi, Beth? Metteremo da parte le lezioni e faremo il chiasso tutto il giorno per riposarci un po’ come fanno Meg e Jo — propose Amy.
— Sì, se mammina acconsente. Io voglio imparare delle nuove canzoncine e poi tutte le mie povere invalide hanno bisogno di vestiti da estate. Debbo rivestirle ed accomodarle tutte da capo a piedi.
— Possiamo farlo, mammina? — domandò Meg volgendosi verso la signora March, che cuciva nell’angolo chiamato dalle ragazze «il cantuccio della mammina».
— Potete farne la prova per una settimana e vedere come ciò vi piace. Credo che, arrivate a sabato sera, troverete che il divertirsi tutto il giorno e non lavorare mai è peggio forse che lavorar sempre e non divertirsi mai.
— Oh, no, mammina! Vedrai come staremo bene! — disse Meg con compiacenza.
— Ed io propongo un brindisi: Divertimenti sempre e sgobbare mai! — gridò Jo alzandosi col bicchiere della limonata in mano.
Tutti bevvero ridendo e cominciarono l’esperimento quello stesso giorno, restando colle mani in mano tutto il dopopranzo.
La mattina dipoi Meg non fece la sua comparsa che alle dieci; ma la colazione non le parve buona come al solito e la stanza sembrava disordinata e triste, poiché Jo non aveva empito i vasi di fiori, Beth non aveva spolverato ed i libri di Amy erano sparsi qua e là. Nulla era in ordine eccetto il «cantuccio della mammina» ed ivi si rifugiò Meg per «riposarsi e leggere» ma in verità per sbadigliare, pensando ai colori ed alle fatture dei bei vestiti nuovi che si sarebbe comprata col suo salario. Jo passò la mattinata a remare sul fiume con Laurie ed il dopopranzo arrampicata sul ramo del melo, a leggere ed a commuoversi sulle sorti degli eroi del romanzo «Il gran mondo».
Beth cominciò col vuotare l’armadio delle sue bambole, ma, stancatasi prima di aver finito, lasciò tutto sottosopra ed andò a suonare il pianoforte, contenta e felice di non dover lavare i piatti.
Amy andò prima ad annaffiare i suoi fiori, indossò il suo più bell’abitino bianco, si accomodò i riccioli biondi e si mise a disegnare sotto il pergolato, sperando che qualcuno, vedendola, avrebbe domandato il nome della giovane artista. Alla fine, non avendo attratto che l’attenzione di un ragno impertinente che guardò con interesse il suo lavoro, andò a fare una passeggiata, fu sorpresa da uno scroscio di acqua che la bagnò tutta da capo a piedi e tornò a casa gocciolante da tutte le parti.
Mentre prendevano il thè, ognuna di loro diede il resoconto della sua giornata e tutte furono d’accordo nel dire che si erano divertite assai, ma che il tempo era parso loro un po’ lungo.
Meg, che nel dopopranzo ora andata a comprarsi un «bellissimo abito celeste», aveva scoperto, dopo averlo già tagliato, che esso non si poteva lavare e questo l’aveva messa di cattivo umore.
La povera Jo aveva tutto il naso scorticato dal sole e per di più un terribile mal di testa per aver letto troppo nel dopopranzo.
Beth era arrabbiata perché il suo armadio era tutto in disordine ed essa non aveva potuto imparare tutte in una volta tre o quattro canzoni nuove, ed Amy si lamentava del danno fatto al suo vestito, perché, dovendo Katie Brown dare una festicciola proprio il giorno dopo, non sapeva ora più che cosa mettersi. Ma queste erano tutte cose da nulla e le ragazze assicurarono la mamma che questa nuova vita era di loro piena soddisfazione. Ella sorrise, non rispose e, coll’aiuto di Anna, si mise a fare il lavoro che le ragazze avevano negletto, rendendo in tal modo la casa pulita, ordinata, così com’era di solito. Ma ben presto le ragazze si accorsero, con grandissima meraviglia, che questo esperimento diventava ogni giorno più noioso. I giorni si facevano sempre più lunghi; il tempo si faceva ognor più variabile e con esso gli umori; a tutte pareva di avere un terreno instabile sotto ai piedi e tutte, per passare il tempo, si dedicavano ad ogni sorta di monellerie e di nuove invenzioni. Meg tirò fuori un po’ di cucito, ma questo le venne subito a noia ed essa si mise a tagliare e ridurre tutti i suoi vestiti, sforzandosi di renderli di moda come quelli dell’ai Moffat.
Jo lesse finché gli occhi le diventarono rossi e lacrimosi dalla stanchezza ed i libri le diventarono insopportabili: ma, non sapendo come impiegare il tempo, divenne talmente di cattivo umore che anche il buon Laurie ebbe una gran lite con lei, cosa che le dispiacque tanto che cominciò a desiderare di esser partita colla zia March.
Beth si trovava in migliori condizioni delle altre perché si scordava ogni tanto che ci doveva essere «divertimento senza lavoro» e ritornava alle vecchie abitudini, ma qualche cosa nell’aria la disturbava e parecchie volte perdette la sua solita tranquillità, tanto che un giorno arrivò al punto di scuotere con tutta la forza la sua povera Joanna, dicendole che era un vero «mostro».
Ad Amy, poi, questo nuovo metodo riusciva anche più gravoso che a Meg ed a Jo, perché ella possedeva poche risorse e, quando le sorelle lasciavano che si divertisse sola, s’accorgeva che la sua personcina altamente aristocratica ed istruita era un gran carico.
Nessuna delle ragazze volle convenire che era stanca della prova, ma il venerdì sera ciascuna di loro disse in gran segretezza a sé stessa che era assai contenta che la settimana fosse già quasi terminata. Sperando di dar loro una lezione ancora più salutare, la signora March, che aveva molto spirito, decise di dare all’esperimento una fine appropriata; essa diede perciò un giorno di libertà ad Anna per dare agio alle ragazze di godersi interamente le conseguenze del loro nuovo sistema.
Quando si alzarono il sabato mattina, trovarono che il fuoco non era stato acceso in cucina, che la colazione non era stata preparata e che la mamma era scomparsa.
— Misericordia! Che cosa è successo? — gridò Jo, guardandosi intorno con gran meraviglia.
Meg corse su e fece ben presto la sua comparsa con aria un po’ confusa e vergognosa.
— La mamma sta bene, è solamente molto stanca e vuoi stare tutto il giorno in camera sua a riposarsi; dice che noi ce la possiamo cavare come potremo. È molto strano che la mamma faccia una cosa simile e non sembra la stessa persona stamani, ma essa dice che durante questa settimana essa ha faticato molto di più del solito, e noi non abbiamo perciò diritto di brontolare e dobbiamo far da noi.
— Ah, è una cosa semplicissima e mi piace molto, tanto più che desidero tanto di aver qualcosa da fare…. cioè qualche nuovo divertimento — aggiunse Jo, correggendosi subito.
Infatti fu per tutte loro un gran piacere di avere di nuovo qualche cosa da fare, e si misero all’opera con grande ardore. Nella dispensa trovarono varie cose da mangiare, perciò, mentre Beth ed Amy apparecchiavano la tavola, Meg e Jo prepararono la colazione, meravigliandosi che le persone di servizio potessero lamentarsi tanto della grande fatica.
— Porterò su qualcosa alla mamma, benché essa abbia detto che non vuol nulla e che ci pensa da sé, disse Meg che era per quel giorno assurta agli onori di capo di casa. Senza por tempo in mezzo, prepararono un vassoio con la colazione per la mamma e Jo lo portò sui coi complimenti della cuoca. Il thè era amaro, la frittata bruciata ed i biscotti cattivi; ma la signora March accettò con riconoscenza e rise di gran cuore quando Jo fu uscita.
— Povere piccine, non credo che si divertiranno, ma questa piccola lezione non può che far loro del bene! — disse tra sé, togliendo dall’armadino alcune vivande, di cui aveva fatto provvista e facendo scomparire la cattiva colazione — un piccolo sotterfugio di cui le furono tutte molto grate.
Ma giù le cose non andarono così per le lisce: le critiche furono amare, tanto da rendere più grande che mai il dispiacere della cuoca per la cattiva riuscita della sua colazione.
— Non importa, non ci badare; io cucinerò il pranzo e farò da cuoca; tu fai da padrona, tienti le manine pulite, ricevi le visite e dai gli ordini — disse Jo che in fatto di cucina ne sapeva anche meno di Meg.
Ma l’offerta fu accettata di gran cuore e Margherita si ritirò nel salottino, che mise rapidamente in ordine; diede cioè un calcio ai panchetti per metterli sotto al sofà e chiuse gli sportelli per risparmiarsi la fatica di spolverare. Jo intanto, coll’amichevole desiderio di rappattumarsi con Laurie, scrisse ed impostò nella cassetta postale che avevano impiantato nel muro divisorio tra i due giardini, un bigliettino per invitarlo a pranzo.
— Faresti meglio a vedere quello che vuoi per pranzo prima di invitare gente — disse Meg, quando seppe dell’invito.
— Oh, e’è quel!’arrosto freddo e delle patate in abbondanza; comprerò degli asparagi ed un’aragosta per «ghiottornia» come dice Anna, e della lattuga per insalata; non so come si condisca, ma il libro di cucina mi aiuterà. Farò poi il tuo famoso dolce e comprerò delle fragole per frutta e finiremo col caffè giacché vogliamo essere eleganti.
— Non provare tante cose alla volta, Jo, perché non sai far molto; io del pranzo me ne lavo le mani e, giacché hai invitato Laurie sulla tua responsabilità, puoi pur tenertelo e fargli compagnia.
— Non ti domando altro che ricevere gli invitati quando io non ci sono e di aiutarmi a fare il dolce! Spero che non ti dispiacerà darmi dei consigli se faccio dei marroni.— disse Jo un po’ offesa.
— Sì, ma anche io ne so ben poco e potrò aiutarti poco e poi, prima di comprare tutta questa roba, domanderai alla mamma se permette, suppongo — rispose Meg.
— Naturalmente! Non sono mica una stupida, sai! — e Jo se ne andò un po’ arrabbiata della poca fiducia che Meg aveva dimostrato per la sua arte culinaria.
— Prendete tutto quello che volete e non venite a tormentarmi; io vado a pranzo fuori e non voglio impicciarmi oggi delle cose di casa — disse la signora March, allorché Jo venne a domandare il consenso. Parve a Jo, nel vedere che sua madre, contro ogni sua abitudine, si dondolava tranquillamente sulla poltrona e leggeva a quel!’ora, che qualche fenomeno soprannaturale dovesse accadere; un’eclissi, un terremoto, o l’eruzione di un vulcano le sarebbero sembrati forse meno strani.
— Tutto va a rovescio stamani!— disse fra sé scendendo le scale
— C’è Beth che piange di là, segno certo che qualcosa di grave è successo. Se Amy mi secca, le dò un paio di scapaccioni!
Molto sconvolta ed inquieta anche lei, Jo corse nel salottino dove trovò Beth che piangeva la morte del suo canarino, il povero Pip, il quale giaceva nella sua gabbia con le zampette stese, come se implorasse il cibo che gli era mancato.
— È tutta colpa mia! Io l’ho ucciso! L’ho dimenticato! Non e’è un granello di panico, né una goccia d’acqua nella gabbia. Oh, Pip, oh, Pip! come sono stata crudele con te! — gridò Beth, prendendo in mano il povero canarino e cercando di riscaldarlo.
Jo osservò attentamente gli occhietti socchiusi, palpò il cuore e sentendolo freddo e muto, scosse mestamente la testa ed offrì a Beth la sua scatola di domino come bara.
— Mettilo nel forno, forse si riscalderà e risusciterà — disse Amy per consolazione.
— No, è morto di fame e non voglio che sia anche cotto, ora che è morto! Gli voglio fare una bara e voglio sotterrarlo per benino e non voglio mai più un uccello, mai più, povero Pip, perché non lo merito, sono troppo crudele e cattiva! — mormorò Beth, seduta in terra tenendo stretta fra le mani la sua povera vittima.
— Faremo i funerali questo dopopranzo, e tutti lo accompagneremo. Non piangere, Beth, è veramente un peccato, ma questa, settimana ogni cosa è andata male ed il povero Pip ne ha avuto la peggio. Fagli il velo mortuario e mettilo nella mia scatola e dopo pranzo gli faremo un bel funerale — disse Jo, cominciando a temere di aver accettata un’impresa quasi quasi al disopra delle sue forze.
Lasciando alle altre la cura di consolare Beth, si avviò verso la cucina, che trovò in uno stato deplorevole. Con un gran grembiule incominciò il suo lavoro ed aveva già preparato tutti i piatti da lavare quando, con sua gran sorpresa, s’accorse che il fuoco era spento.
— Una bella prospettiva — brontolò Jo, aprendo con un gran picchio il fornello e rimestando con forza la cenere. Quando finalmente l’ebbe riacceso pensò di andare a far la spesa, mentre l’acqua si scaldava. La camminata le rinfrancò lo spirito e, colla certezza di aver fatto dei buonissimi affari, se ne tornò a casa con una aragosta molto giovane, un mazzo di asparagi duri come legno e due scatole di fragole acide. Arrivata a casa, trovò che il forno si era scaldato quasi troppo e che tutto era pronto. Anna aveva lasciato della pasta a lievitare, Meg l’aveva lavorata, l’aveva messa sul davanti del camino per farla ancora lievitare e l’aveva dimenticata. Essa se ne stava tranquillamente nel salottino a ricever la visita di Sallie Gardiner, quando la porta si aprì con fracasso ed una figura scapigliata, polverosa, infuocata, rossa, fece la sua comparsa ed una voce domandò: — Oh Meg, il pane non è abbastanza lievitato, quando…? — Sallie cominciò a ridere; ma Meg accennò di sì col capo e rialzò le sopracciglia quanto potè, il che fece sparire immediatamente l’apparizione e Jo se ne tornò in cucina a mettere subito il suo povero pane acido nel forno. La signora March intanto era uscita, dopo aver dato un’occhiatina qua e là per vedere come andavano le cose ed aver consolato con qualche parola Beth che ora cuciva un telo per involgere il suo povero morticino, giacente nella scatola del domino.
Le ragazze provarono come un senso di solitudine quando il cappellino grigio sparve dietro alla cantonata, ma quale non fu la loro disperazione quando, pochi minuti dopo, la signorina Crocker fece il suo ingresso nella casa, dicendo che voleva restare a pranzo. Questa signora era una vecchia zitellona, piccola, gialla, con un naso adunco e due occhietti impertinenti, che vedevano tutto. Era per di più una gran chiacchierona, per cui le ragazze non la potevano vedere, ma la rispettavano perché era vecchia e povera ed aveva pochi amici. Meg le diede subito una poltrona e cercò d’intrattenerla mentre ella faceva delle domande e criticava tutto e tutti, raccontando la cronaca delle persone di conoscenza.
È impossibile raccontare le inquietudini che ebbe Jo quella mattina, né gli esperimenti, le prove, le fatiche che dovette sopportare. Temendo di far ancora peggio, se domandava consigli ad altri, fece da sola come potè e venne ben presto alla conclusione che l’energia ed il buon volere non bastano per formare una brava cuoca. Fece bollire gli asparagi per un’ora e fu assai mortificata nel vedere che le punte si staccavano pel troppo cuocere ed i gambi erano più duri che mai. Il pane si bruciò tutto; in quanto all’insalata le dava tanto pensiero il condirla che dimenticò ogni altra cosa. L’aragosta era per lei un mistero e dopo averla battuta, tormentata e stuzzicata con coltelli, martelli e cucchiai, riescì a cavarne tanta poca polpa da poterla nascondere fra due foglie di lattuga. Dovette togliere le patate dal fuoco per non fare diventare freddi gli asparagi, e rimasero perciò mezze crude; il dolce riuscì duro e le fragole, dopo essere state pulite, non sembravano così mature e buone come lo erano dapprima.
— Peggio per loro! Mangeranno l’arrosto freddo e del pane col burro se hanno fame! È disgustoso star qui tutta la mattina a faticare come un cane e non riuscire a far nulla! — disse Jo tra sé, mentre suonava il campanello del pranzo mezz’ora più tardi del consueto e si avvicinava rossa, stanca e di malumore, al tavolino ove era stato preparato con pompa il pranzo, per Laurie, avvezzo ad ogni sorta di ricercatezze e per Miss Crocker, i cui occhi avrebbero scoperto ogni magagna e la cui lingua lunga lunga ne avrebbe fatto la favola nel paese.
La povera Jo sarebbe volentieri scomparsa sotto la tavola vedendo che tutti i suoi piatti venivano assaggiati l’uno dopo l’altro e poi lasciati, mentre Amy se la rideva, Meg diventava sempre più oscura, la signorina Crocker faceva dei versacci e Laurie, per salvare la situazione, parlava e rideva a più non posso. Il cavallo di battaglia di Jo erano però le fragole, poiché le aveva bene inzuccherate e le aveva messe in una fruttiera di cristallo piena di crema. Le sue guance infocate si rinfrescarono un poco e diede un sospirone di contentezza nel vedere i bei piattini di vetro che giravano, mentre tutti guardavano con occhio benigno le graziose isolette rosse, nuotanti in un mare di crema. La signorina Crocker le assaggiò prima di tutti, fece un’orribile smorfia e bevve rapidamente un sorso d’acqua. Jo, che aveva rifiutato per il timore che non ce ne fossero abbastanza (poiché erano molto diminuite dopo la scelta), diede un’occhiata a Laurie, ma questi continuava a mangiare stoicamente benché tenesse gli occhi fissi sul piatto ed avesse una leggiera contrazione sulle labbra. Amy, a cui piacevano le cose delicate, ne prese un cucchiaio pieno, incominciò a tossire, nascose la faccia nel tovagliolo e si alzò precipitosamente da tavola.
— Oh! che cosa c’è? — domandò Jo tremando.
— Sale invece di zucchero, e la crema è acida! — replicò Meg con un gesto tragico.
Jo diede un gemito e si lasciò ricadere sulla seggiola; si ricordava di aver preso in fretta un ultimo cucchiaio di zucchero (credeva di zucchero) da una delle scatole poste sulla tavola di cucina e di averlo gettato sulle fragole, e si era dimenticata di mettere la crema nel refrigeratore! Arrossì fino alla radice dei capelli e stava sul punto di scoppiare in pianto, quando incontrò gli occhi di Laurie che non potevano fare a meno di ridere: la colpì ad un tratto il lato comico della situazione e…. invece di piangere, rise fino a che le lacrime le rigarono le gote. Tutti gli altri risero, anche la «brontolona», come chiamavano le ragazze la vecchia signorina e così lo sfortunato pranzo, composto di pane e burro, carne fredda ed olive, terminò fra mezzo a scoppi di risa e l’allegria generale.
— Non ho abbastanza forza per sparecchiare ora, perciò faremo il funerale — disse Jo, allorché si alzarono da tavola e Miss Cracker si preparava ad andare a raccontare la ridicola storiella nella casa di altre conoscenze.
Diventarono tutti seri per riguardo a Beth; Laurie scavò la fossa sotto le felci del pergolato; il povero Pip vi fu deposto con molte lacrime dalla sua padroncina e venne coperto di borraccina, poi una corona di violette fu posata sul sasso, su cui era scritto questo epitaffio, composto da Jo mentre si stava scervellando per il pranzo:
«Qui giace Pip March – morto il 7 giugno- – molto amato, amaramente rimpianto, non mai dimenticato».
Finita la cerimonia, Beth si ritirò in camera, sopraffatta dall’emozione e dall’angustia; ma anche lì non potè trovare riposo; i letti non erano stati rifatti, perciò trovò consolazione al suo dolore nel battere i cuscini e nel mettere tutto in ordine. Meg aiutò Jo a sparecchiare ed a portar via i resti della festa, cosa per la quale impiegarono metà del dopopranzo e che le lasciò così stanche da far loro prendere la risoluzione di contentarsi per la cena di thè e pane e burro. Laurie condusse Amy a fare una scarrozzata, una vera carità da parte sua, poiché la crema acida pareva aver inacidito anche il suo umore. La signora March se ne tornò a casa e trovò le tre ragazze maggiori che lavoravano con tutte le loro forze; uno sguardo alla dispensa le diede un’idea del successo di una delle fasi dell’esperimento.
Prima che le povere massaie si fossero riposate delle fatiche, varie persone vennero a far loro visita e vi fu un vero pandemonio per prepararsi; esse dovettero fare il thè, andar fuori per alcune commissioni, metter due punti ad alcune cose che avevano bisogno di esser accomodate ma che erano state lasciate per ]’ultimo istante.
Venne finalmente la sera e una alla volta si riunirono nel giardino, ove le rose di giugno fiorivano meravigliosamente ed una alla volta sospirarono sedendosi come se fossero molto stanche ed annoiate.
— Che giornata orribile è stata questa! — cominciò Jo parlando come al solito per la prima.
— È stata più corta del solito, ma così brutta! — disse Meg.
— Non sembra la stessa casa! — aggiunse Amy.
— Non può esserlo, senza; mammina e senza Pip — sospirò Beth, volgendo gli occhi pieni di lacrime alla gabbia vuota.
— Ecco la mamma, cara, e se vuoi ti comprerò un altro uccellino domani.
Così parlando, la signora March si avvicinò alle ragazze e prese il suo solito posto fra loro coll’aria di una persona stanca ed annoiata del suo giorno di riposo.
— Siete dunque contente del vostro esperimento, ragazze, e volete che vi dia ancora una settimana di divertimento? — domandò mentre Beth le si avvicinava e tutte le altre volgevano verso di lei i volti già rischiarati, come fiori che si volgono verso il sole.
— Io no — disse Jo decisamente.
— E noi neppure — aggiunsero le altre.
— Siete dunque d’accordo con me nel dire che è meglio aver qualche dovere e vivere un poco per gli altri?
— Non far nulla e divertirmi tutto il giorno non fa per me — osservò Jo, scuotendo la testa. Ne sono già stanca e domani mattina voglio incominciare subito a lavorare.
— Se tu imparassi a cucinare un poco? È una cosa utile che nessuna donna dovrebbe ignorare — disse la signora March, ridendo al ricordo del pranzo di Jo poiché aveva incontrato la signorina Crocker e ne aveva già avuti da lei i ragguagli.
— Mammina, tu sei andata via e ci hai lasciate far da noi per vedere come ce la caveremmo, non è vero? — disse Meg che in quel giorno aveva avuto diverse volte dei sospetti.
— Sì, volevo che imparaste che la vera vita comoda consiste nel far con cura il proprio dovere. Quando Anna e io facevamo quel che di solito fate voialtre, ve la siete passata abbastanza bene, benché non creda che vi siate molto divertite, né che foste del miglior umore; poi ho pensato, per darvi una piccola lezione, di farvi vedere che cosa accade quando ciascuno pensa solamente a sé stesso, senza curarsi degli altri. Non credete che sia molto più piacevole l’aiutarsi ai vicenda, l’avere doveri giornalieri che fanno godere tanto più le ore libere, e il sopportare con pazienza quello che ci può essere di noioso per rendere la casa bella e piacevole per noi tutti?
— Sì, sì, mammina, è vero! — gridarono in coro le ragazze.
— Allora vi consiglio, ragazze mie, di riprendere i vostri piccoli pesi, perché anche se qualche volta vi sembrano gravi, vi fanno del bene e divengono più facili e leggieri a mano a mano che ci si abitua a portarli.
— Vedrai, mammina, vedrai, lavoreremo come formiche! —— disse Jo — Io, come lavoro delle vacanze, imparerò a cucinare ed il prossimo pranzo che darò sarà un vero successone!
— Io, mammina, cucirò le camicie per papa, invece di lasciartele cucire a te, — disse Meg.
— Io voglio ricominciare le mie solite lezioni e non perder tanto tempo colla musica e colle bambole — disse Beth; ed Amy, seguendo il suo esempio, prese eroicamente la sua risoluzione ed aggiunse: — Ed io voglio studiare la mia grammatica ed imparare a far gli occhielli.
— Benissimo, sono contenta del mio esperimento e credo che non dovrò più ripeterlo; ma ora non andate all’altro estremo e non vi affaticate troppo. Fate il vostro orario giornaliero in modo che la vostra giornata sia utile ed allo stesso tempo dilettevole e datemi la prova che capite il valore del tempo, impiegandolo utilmente. In questo modo troverete che la gioventù sarà bella, la vecchiaia porterà con sé pochi rimpianti e la vita intera sarà un vero successo, nonostante la povertà.
— Ce ne ricorderemo, mamma.
E se ne ricordarono.