Louisa May Alcott – Piccole donne – Cap. 11 – Il campo Laurence

Beth era la distributrice della posta, poiché, stando a casa più di tutti, poteva attendere regolarmente al suo incarico; infatti apriva tutti i giorni con gran piacere la porticina della cassetta e distribuiva tutto quello che vi trovava.
In una calda giornata di luglio ella entrò in casa colle mani piene ed andò di stanza in stanza distribuendo lettere, pacchi, carte, come un vero fattorino postale.
— Ecco il tuo mazzo di fiori, mamma: Laurie non se ne dimentica mai — disse, mettendo il mazzo di fiori freschi nel vaso posto nel «cantuccio della mamma».
— Alla signorina Meg March una lettera ed un guanto — continuò Beth, dando la lettera ed il guanto a Meg, seduta vicino alla madre, che cuciva dei polsini.
— Ma se ne ho lasciato un paio in casa di Laurie! Qui ce n’è uno solo! — disse Meg, osservando attentamente il guanto grigio di cotone — Sei sicura di non averne lasciato cadere uno in giardino?
— No, ne son sicura, perché nella cassetta non ce n’era che uno.
— Che rabbia! Mi secca tanto di avere dei guanti scompagnati! Forse però lo troveranno. Ecco la traduzione di quella canzone tedesca che mi piaceva tanto. Secondo me l’ha scritta il signor Brooke perché questa non è calligrafia di Laurie.
La signora March diede uno sguardo a Meg che, quella mattina, era proprio graziosa nel suo vestito di cotone celeste, con i ricciolini che le svolazzavano sulla fronte, mentre che con aria seria se ne stava cucendo dinanzi al tavolinetto da lavoro, pieno di rocchetti e di stoffe. La guardò, ma Meg, ignara di ciò che passasse nella mente di sua madre, continuava a cucire, a cantare e, mentre le sue dita attendevano all’ago, la sua mente si beava d’immagini pure ed innocenti, come le fresche viole del pensiero che aveva appuntate alla cintura. La signora March sorrise e si tranquillò subito.
— Due lettere per il Dottor Jo, un libro ed un cappellone che copriva tutto l’ufficio! — disse Beth entrando nello studio dove ]o stava scrivendo.
— Che ragazzaccio è quel Laurie! L’altro giorno dissi che desideravo venissero in moda i cappelli grandi perché il sole mi bruciava la faccia. Mi ha risposto: Mettiti il cappellone se ti fa comodo, e non ti curare della moda! — Io dissi che l’avrei certamente portato se l’avessi avuto, ed egli mi ha mandato questo: lo voglio mettere subito per mostrargli che non m’importa nulla della moda — ed appoggiando il cappello sul busto di Platone, Jo si accinse a leggere le sue lettere. Una di sua madre le fece venire le lacrime agli occhi e la rese addirittura felice. Diceva così:

Mia cara,
Ti scrivo un rigo per dirti che con grandissimo piacere vedo ed ammiro gli sforzi che fai per combattere il tuo difetto principale. Tu non parli mai dei tuoi tentativi, dei tuoi successi od insuccessi e credi forse che nessuno li veda all’infuori del tuo Amico celeste a cui tu domandi tutti i giorni aiuto e forza. Io però li ho visti, e credo fermamente nella sincerità della tua risoluzione, perché comincio già a vederne i frutti. Continua, mia cara, le tue battaglie e ricordati che nessuno ti capirà tanto e ti amerà con tanto affetto come la tua
mamma.

— Come mi fa bene! Questo vale un tesoro, più di qualunque altra lode. Oh mammina! Hai ragione nel dire che faccio sforzi per migliorare, e continuerò sempre e non mi stancherò mai ora che ho te per aiuto! — ed appoggiata la testa sulle braccia, Jo bagnò il suo romanzo di lacrime di gioia. Essa aveva veramente creduto che nessuno avesse visto ed apprezzato i suoi sforzi per divenire migliore e questa scoperta inaspettata, proveniente dalla persona che stimava più di tutti ad mondo, era doppiamente incoraggiante. Sentendosi perciò ancora più forte del solito, ella si appuntò la letterina sotto la giacchetta come salvaguardia e scudo contro nuovi attacchi ed aprì la seconda lettera, pronta ad affrontare qualsiasi notizia buona o cattiva che fosse. Con la sua scrittura larga e rotonda così scriveva Laurie:

Cara Jo,
Ho! Ho!
Alcuni ragazzi e ragazze inglesi vengono domani a vedermi e, come è naturale, tengo a farli divertire. Se il tempo è bello desidero piantare le mie tende a Pratolungo e trasportare la carovana lassù, in barca: giuocheremo al croquet, faremo colazione, accenderemo fuochi di gioia, faremo insomma tutto quel che si può immaginare di meglio per divertirci. Sono gente abbastanza simpatica e credo che ci troveremo bene insieme. Brooke verrà per tenere in ordine i ragazzi e Caterina Vaughn farà da chaperonne alle ragazze. Voglio che veniate tutte, non posso permettere a nessun costo che Beth manchi: nessuno la disturberà, me ne incarico io.
Non pensare alle vettovaglie: penso io a tutto — soltanto vieni, per carità! Sii un buon ragazzo!
In grandissima fretta tuo
Laurie.

— Oh che bellezza! — gridò Jo scendendo le scale a precipizio per annunziare la gran notizia a Meg — Naturalmente ci darai il permesso eh, mammina? E saremo anche di aiuto a Laurie, perché io so remare, Meg può aiutare a preparare la colazione e le bimbe possono rendersi utili in qualche altro modo.
— Spero che i Vaughn non saranno gente da dovere stare in etichetta! Li conosci tu, Jo? — domandò Meg.
— No: so soltanto che sono quattro. C’è Caterina, che è maggiore a te; Federico e Francesco, i gemelli, sono presso a poco della mia età e poi vi è una bambina, Grazia, che potrà avere nove o dieci anni. Laurie li ha conosciuti in Francia ed i ragazzi gli sono piaciuti: ma, dal modo con cui parlava di Caterina, ho capito che non deve avere una grande ammirazione per lei.
— Oh! Sono tanto contenta che il mio vestito di cotone sia pulito e stirato; è tanto carino! — osservò Meg con gran compiacenza: — Tu Jo, hai un abito decente da metterti?
— Il mio vestito grigio e rosso mi basta; io remerò e farò il diavolo a quattro, perciò non voglio mettermi della roba che abbia paura di sciupare. Tu verrai, Beth, non è vero?
— Se nessuno dei ragazzi mi parlerà!
— Ci sto attenta io!
— Non voglio fare uno sgarbo a Laurie e non ho paura del signor Brooke, è tanto buono! Ma non voglio né suonare, né cantare, né altro. Aiuterò se c’è bisogno e non darò noia a nessuno, e tu mi prenderai sotto la tua protezione, Jo, non è vero? Allora verrò anch’io.
— Tu sei proprio la mia bimba: cerca di vincere questa: tua timidezza e vedrai che te ne troverai bene: combattere i proprî difetti non è cosa facile ed io lo so purtroppo: ma una parola d’incoraggiamento fa così bene! Grazie, mammina! — e Jo impresse un bacio affettuoso sulla guancia scarna della signora March.
— Io ho avuto dalla posta una scatola di cioccolatine e quel quadretto che volevo copiare — disse Amy.
— Ed io ho ricevuto un biglietto in cui il signor Laurence mi prega di andare a suonare stasera da lui prima che si accendano i lumi — disse Beth, la cui amicizia col signor Laurence progrediva a gonfie vele.
— Andiamo, ragazze, non stiamo qui a chiacchierare, ma lavoriamo doppiamente oggi per poterci divertire domani con la coscienza tranquilla — disse Jo, prendendo in mano, invece della sua penna, una granata.
La mattina dopo all’alba si cominciò a notare nelle due case un insolito via vai ed un affaccendarsi affrettato. Beth, che si era vestita prima di tutte, dava alle sorelle, dalla finestra dove si era posta in vedetta, il resoconto di quello che accadeva nella casa accanto e ogni tanto le rallegrava con telegrammi importanti
— Ecco l’uomo con la tenda! Vedo il signor Barker che porta su un gran paniere con la colazione. Il signor Laurence sta consultando la banderuola: se venisse anche lui come sarei contenta! Ecco Laurie! Che bel ragazzo! Misericordia! Una carrozza piena di gente! Una signora alta, una bambina e due orribili ragazzi! Uno è zoppo! Poveretto! Ha una gruccia. Laurie non l’ha mica detto! Spicciatevi ragazze, è tardi! Guarda, guarda c’è Ned Moffat! Non è lui Meg? Quello che un giorno ti salutò mentre facevamo delle spese?
— È proprio lui! Curioso che sia venuto! Credevo che fosse andato in montagna! Ecco Sallie! Sono tanto contenta che sia ritornata a tempo per venire anche lei! Sto bene Jo? — disse Meg tutta eccitata.
— Una vera magnificenza: tirati su il vestito e mettiti il cappello diritto: sembra che tu voglia fare la sentimentale, se lo porti così da un lato, senza contare che ti volerebbe via al primo soffio di vento! Siete pronte? Via, andiamo!
— Oh Jo! non ti metti mica quell’orribile cappello? È troppo brutto! Non voglio assolutamente che tu ti renda ridicola in questo modo! — protestò Meg allorché vide che Jo si legava sotto il mento con un nastro rosso il cappellone che Laurie le aveva mandato il giorno innanzi.
— Sì! Certo che me lo metto! E magnifico, così leggiero: para il sole ed è bello grande. Non m’importa niente se è ridicolo, anzi farà ridere anche gli altri. — Così dicendo Jo andò difilato alla porta ed uscì di casa seguita dalle altre: una piccola schiera di sorelle con faccie allegre e contente e vestite dei loro abiti migliori. Laurie corse ad incontrarle e, con grande cordialità, le presentò ai suoi amici. Il luogo di ricevimento era il prato dinanzi alla casa e per alcuni minuti l’allegra brigata si fermò a chiacchierare ed a ridere. Meg fu contenta nel vedere che la signorina Caterina, benché della rispettabile età di venti anni, fosse vestita con una semplicità che le signorine americane avrebbero fatto bene ad imitare, ed il suo amor proprio fu assai lusingato quando il signor Ned l’assicurò che era venuto unicamente per vedere lei. Jo capì subito perché Laurie non aveva gran simpatia per Caterina; perché quella signorina aveva una certa aria che pareva dicesse: Sono chi sono! non mi toccate! e che contrastava assai con le maniere franche delle altre ragazze. Beth cominciò a fare un esame dettagliato dei due ragazzi e venne alla conclusione che non solo il ragazzo zoppo non era «orribile», ma dolce e debole e promise quindi a sé stessa di esser buona e gentile con lui. Amy trovò che Grazia era una signorina molto ben educata ed allegra; e, dopo essersi guardate per vari minuti senza parlare, diventarono ad un tratto grandi amiche. Dopo aver spedito innanzi la tenda, il «croquet» e la colazione, la compagnia s’imbarcò rapidamente, lasciando sulla spiaggia il signor Laurence, che agitava il cappello in segno di addio. Laurie e Jo remavano in una delle barche, i! signor Brooke e Ned nell’altra, mentre che Federico, un diavolo di ragazzo, manovrando una piccola barchetta che aveva trovata sulla riva, faceva di tutto per capovolgere le altre due. Il cappello di Jo meritò un unanime voto di plauso: servì a rompere il ghiaccio poiché provocò da principio uno scoppio di risa; faceva poi da ventaglio per l’intera compagnia, agitandosi mentre essa remava ed avrebbe servito da ombrello per tutti, come diceva Jo, se per caso il tempo si fosse messo alla pioggia. Caterina stava, osservando con un’aria un po’ meravigliata il contegno di Jo, specialmente quando la udì esclamare al momento in cui aveva perduto un remo: — Cristoforo Colombo! — e quando udì Laurie che le diceva, avendole nel passare pestato i piedi: — Mio caro amico, ti ho fatto male? — Ma dopo averla guardata attentamente col suo occhialino, Caterina venne alla conclusione che era un po’ buffa, ma allegra ed intelligente e le sorrise da lontano con grande benignità.
Meg si trovava nell’altra barca, in una magnifica posizione, faccia a faccia coi due rematori, che ammiravano tutti e due la prospettiva e che manovravano i loro remi con non comune sapienza e maestria. Il signor Brooke era un giovane serio, con grandi occhi castagni ed una voce piacevole. Meg ammirava i suoi modi signorili e garbati e lo considerava come una specie di enciclopedia ambulante. Egli non le parlava mai molto, ma la guardava spessissimo e Meg era sicura che non la vedeva di mal occhio. Ned, iscritto com’era in collegio, metteva su tutte le arie dei giovani imberbi che vogliono annoverarsi fra gli uomini fatti; non era molto istruito, ma buono ed allegro, insomma una persona piacevolissima per una scampagnata. Sallie Gardiner divideva la sua attenzione tra il vestito nuovo di piquet che non voleva insudiciare e la conversazione di Federico che teneva Beth sulle spine.
La traversata non durò gran tempo ma, quando giunsero a Pratolungo, un bel prato verde con tre enormi querele nel mezzo ed una striscia di terra ben levigata per giuocare al «croquet», trovarono che la tenda era già stata impiantata ed i cerchi pel «croquet» messi già a posto.
— Benvenuti al Campo Laurence — gridò il giovane ospite, mentre aiutava le signore a scendere dalle barche e queste si guardavano intorno con esclamazioni di gioia e di meraviglia.
— Brooke è il comandante in capo, io il commissario generale, gli altri signori sono gli ufficiali: voi, signore, siete la compagnia! La tenda è in particolar modo per voi, e quella prima quercia sarà il vostro salotto; questa seconda la stanza comune e la terza la cucina da campo. Ora, vogliamo fare una partita a «croquet» prima che faccia troppo caldo? Penseremo poi al pranzo. Francesco, Beth, Amy e Grazia si sedettero all’ombra di uno degli alberi, guardando gli altri otto che giuocavano. Il signor Brooke scelse per compagni Meg, Caterina e Federico; Laurie prese Sallie, Jo e Ned. Gli inglesi giuocavano bene, ma gli americani ancora meglio e disputavano loro il terreno a palmo a palmo, come se li spingesse lo spirito del ’76. Jo e Federico ebbero parecchie piccole baruffe ed una volta furono sul punto d’inquietarsi davvero. Jo aveva passato l’ultimo cerchio ed aveva sbagliato il colpo, cosa che l’aveva alquanto seccata. Federico era quasi allo stesso punto e giuocava prima di lei: egli fece il suo tiro, la palla urtò contro il cerchio e si fermò un centimetro troppo indietro; nessuno era vicino, e, cogliendo la buona occasione, Federico dette col piede una piccola spinta alla palla in modo da mandarla un centimetro più avanti e farle passare il cerchio.
— Sono passato! Ora, signorina Jo, l’accomodo io, e vincerò la partita, — disse il signorino, preparandosi a tirare un altro colpo.
— Nossignore! Lei ha spinto la palla, l’ho visto io! Sta a me ora! — disse Jo con forza.
— Sul mio onore non l’ho mossa; può essere ruzzolata un tantino; ma è permesso: si tiri da parte, mi faccia il piacere, e mi lasci giuocare.
— In America non è uso di ingannare, ma mi accorgo che lei, da questo lato, non è americano! — disse Jo furiosa.
— Tutti sanno che gli Americani sono molto più furbi ed ingannatori! A lei! — rispose Federico crochettando la palla di Jo e mandandola a ruzzolare il più lontano possibile.
Jo mosse le labbra per rispondere un’insolenza, ma si ritenne in tempo, arrossì fino alla radice dei capelli e stette lì un minuto, battendo uno dei cerchi con tutta la forza del suo martello, mentre Federico toccava il bastone di fondo e dichiarava con grande contentezza di aver vinto. Jo andò in cerca della sua palla, stette un bel pezzo tra le piante a cercarla, ma quando ritornò era quieta e tranquilla ed attese con pazienza il suo turno. Dovete fare parecchi tiri prima di riconquistare il posto perduto e quando vi arrivò, gli avversari avevano quasi vinto perché non rimaneva in giuoco che la palla di Caterina, che era la penultima ed era proprio vicina al bastone.
— Per Bacco! Siamo fritti! Addio Caterina! La signorina Jo mi deve una rivincita; siamo bell’e andati! — gridò Federico con grande eccitamento mentre tutti si avvicinavano per vedere la fine.
— Gli Americani hanno il dono di essere generosi con i loro avversarî — disse Jo, con uno sguardo che fece arrossire Federico specialmente quando li vincono, — aggiunse e, lasciando intatta la palla di Caterina, vinse il giuoco con un magnifico colpo. Laurie gettò il cappello in aria, poi, ricordandosi che non stava troppo bene esultare sulla sconfitta dei suoi ospiti, si fermò a mezzo e si chinò per dire a Jo: — Brava Jo! Lui ha truffato! L’ho visto anch’io, ma non glielo possiamo dire, e non credo che ricomincerà una seconda volta!
Meg la chiamò in disparte col pretesto di appuntarle una treccia che minacciava di sciogliersi e le disse: — Egli era abbastanza provocante da far perdere la pazienza ad un santo, ma tu ti sei saputa frenare, Jo, e ne sono tanto contenta!
— Non mi lodare, Meg, perché sarei pronta a dargli un paio di scapaccioni anche adesso! Se non me ne fossi andata tra gli alberi laggiù per calmare la mia rabbia, non so che cosa sarei stata capace di dirgli! Non sono ancora calma, perciò spero che starà ad una certa distanza! — rispose Jo mordendosi le labbra e guardando Federico dal disotto del suo cappellone.
— È ora di colazione — disse il signor Brooke guardando l’orologio — Commissario generale, volete avere la bontà di accendere il fuoco e di portare l’acqua, mentre la signorina Sallie, la signorina March ed io prepariamo la tavola? Chi sa fare il caffè?
— Jo — disse Meg, contenta di potere raccomandare la sorella, e Jo, sentendo che le sue lezioni di arte culinaria le avrebbero fatto onore quel giorno, andò a compiere il suo ufficio, mentre le bambine accatastavano un mucchio di legna secca ed i ragazzi accendevano il fuoco e portavano l’acqua da una sorgente vicina. La signorina Caterina faceva uno schizzo e Francesco parlava a Beth, che stava fabbricando dei piatti con dei giunchi flessibili. Il comandante in capo ed i suoi aiutanti ebbero ben presto preparata la tavola che invitava a mangiare, ricca come era di cibi e di bevande ed ornata di bei rami verdi. Quando Jo annunziò che il caffè era pronto, tutti sedettero a mensa con grandissima fame, perché la gioventù va soggetta ben idi rado a dispepsie, ed il moto e l’aria mettono appetito. Fu una colazione veramente allegra. Tutti erano di buon umore e frequenti scoppi di risa disturbarono la digestione di un venerabile cavallo che pascolava a distanza.
— C’è del sale, se lo preferisci — disse Laurie offrendo a Jo un piatto di fragole.
— Grazie, preferisco ragni — rispose ella — ripescando due piccoli incauti che avevano trovato la morte nella crema di Jo — Come puoi ricordarmi quell’orribile pranzo, quando il tuo è sotto tutti i rapporti così buono? — soggiunse mentre ambedue, essendo a corto di stoviglie, ridevano e mangiavano dal medesimo piatto.
— Ci credi che mi sono immensamente divertito quel giorno? Non me ne scorderò per un pezzo! E questo non è merito mio: io non ho fatto nulla; sei tu e Meg e Brooke che avete preparato ogni cosa ed io ve ne sono infinitamente grato. Che cosa faremo quando avremo finito di mangiare? — domandò Laurie, vedendo che col finire della colazione la più grande attrattiva era terminata.
— Facciamo dei giuochi di società finché non farà più fresco. Io ho portato il giuoco dei «Poeti» e suppongo che la signorina Caterina ne conoscerà dei nuovi. Vai a domandarglielo, è tua ospite e dovresti stare con lei ed intrattenerla un poco di più,
— E tu che cosa sei? Non sei mia ospite? Credevo che si sarebbe unita a Brooke, ma egli non fa che parlare a Meg, e Caterina se ne sta lì osservando con quel suo ridicolo occhialino! Vado! Vado! Non starmi a fare da mentore per la creanza, Jo, perché non ne hai davvero il diritto.
— Conoscete il giuoco della «Verità»? — disse Sallie.
— Lo spero bene — rispose Meg seriamente.
— Il giuoco, dico.
— Che cos’è?
— Si fa la conta, ed il primo che esce deve rispondere con verità alle domande, che gli vengono rivolte. È molto divertente.
— Proviamolo — disse Jo a cui piacevano gli esperimenti.
La signorina Caterina, il signor Brooke, Meg e Ned non vollero unirsi a questo giuoco, ma Federico, Sallie, Laurie e Jo buttarono giù le dita e fecero la conta: toccò per primo a Laurie
— Chi sono i tuoi eroi? — domandò Jo.
— Mio nonno e Napoleone.
— Qual è la signorina più bella?
— Margherita.
— Quale ti piace di più?
— Jo, naturalmente.
— Che stupide domande! — disse Jo con un’alzata di spalle, mentre gli altri ridevano del modo naturale con cui Laurie aveva risposto.
— Proviamo ancora. «Verità» non è un brutto giuoco — disse Federico.
— Dovrebbe essere molto adatto per lei! — replicò Jo a bassa voce.
Jo fu la seconda a cui toccò di fare il giuoco.
— Qual è il suo più gran difetto? — domandò Federico per vedere se a lei mancasse quella stessa virtù che mancava a lui.
— Un carattere furioso.
— Che cosa desideri più di tutto? — domandò Laurie.
— Un paio di stringhe per le scarpe — rispose Jo, indovinando ed eludendo il fine per cui era stata fatta questa domanda
— Non è la verità; devi dire proprio quel che desideri più di tutto.
— Il genio; non ti piacerebbe potermelo dare, Laurie? — e sorrise con malizia nel vedere il volto deluso di Laurie.
— Quali sono secondo lei le più grandi virtù di un uomo?
— Il coraggio e l’onestà.
— Ora tocca a me — disse Federico.
— Diciamogliene due — disse Jo a Laurie, che assentì col capo e domandò subito:
— Non hai ingannato al croquet?
— Un pochino sì.
— Non consideri la nazione inglese perfetta sotto tutti i rapporti?
— Mi vergognerei di me stesso se non lo credessi.
— È un vero Ercole! Ora signorina Sallie a lei. Prima di tutto mi permetta di domandarle se non è un po’ civetta — disse Laurie mentre Jo sorrideva a Federico in segno di pace.
— Ragazzo impertinente! Si sa che non lo sono! — rispose Sallie con un’aria che diceva perfettamente il contrario.
— Che cosa odia più di tutto?— domandò Fred.
— I ragni ed il budino di riso.
— Che cosa le piace più di tutto?— chiese Jo.
— I guanti francesi ed il ballo.
— Sentite, mi pare che questo giuoco sia assai stupido; facciamo il giuoco degli autori per rinfrescarci la, mente — propose Jo.
Ned, Francesco e le bambine si unirono a loro per far questo giuoco ed i tre maggiori sedettero un po’ lontano chiacchierando tra di loro. La signorina Caterina riprese a disegnare il suo schizzo, Meg la stava guardando, mentre il signor Brooke, sdraiato sull’erba, teneva in mano un libro che non leggeva.
— Come disegna bene! Quanto pagherei poter disegnare anch’io!— disse Meg con grande ammirazione mista ad un po’ di dispiacere.
— Perché non impara? Credo che avrebbe talento — disse la signorina Caterina graziosamente.
— Non ho tempo.
— Suppongo che sua madre preferirà che studi qualche altra cosa, non è vero? Anche la mia faceva lo stesso, ma, io, per provarle che avevo talento, presi qualche lezione di nascosto ed ella acconsentì poi a farmi continuare. Non può far lo stesso lei colla sua governante?
— Non ho una governante.
— Ah è vero! Mi dimenticavo che in America c’è, molto più che da noi, l’uso di mandare le signorine a scuola. Le scuole sono anche molto belle mi dice papà. Lei va ad una scuola privata, suppongo?
— No, non vado a scuola. Sono una governante io stessa.
— Ah, davvero! — disse la signorina Caterina, ma un «Dio mio che roba!» avrebbe avuto lo stesso effetto, perché il tono in cui fu detto quel «davvero» fece arrossire Meg e le fece desiderare di non essere stata tanto franca.
Il signor Brooke alzò il capo e disse subito: — Le signorine in America vogliono essere indipendenti, come lo erano i loro antenati e sono ammirate e rispettate più delle altre, quando vivono col frutto del loro lavoro.
— Naturalmente, naturalmente, anzi è molto bello e molto utile per loro di fare così. Anche noi abbiamo delle signorine rispettabilissime e bravissime che fanno le governanti e sono generalmente impiegate in case nobili, poiché, essendo figlie di signori, sono bene educate ed istruite — disse la signorina Caterina con un tono di protezione, che urtò Meg e che le fece considerare il suo lavoro non solo noioso ma degradante.
— Le è piaciuta quella canzone tedesca, signorina March? — domandò il signor Brooke, rompendo un silenzio imbarazzante.
— Oh sì! È così dolce! E sono molto grata a chi me l’ha tradotta — e Meg alzò il volto già un po’ rasserenato.
— Ella non legge il tedesco? — domandò la signorina Caterina con sorpresa.
— Non bene! Mio padre che me lo insegnava è adesso partito e non faccio progressi da sola perché nessuno può correggere la mia pronunzia.
— Provi un po’ adesso: ecco un libro: «Maria Stuarda» di Schiller ed un tutore a cui piace l’insegnamento — disse il signor Brooke ponendole con un sorriso il libro sulle ginocchia.
— È tanto difficile che ho paura di leggere davanti a loro! — disse Meg, grata del pensiero, ma vergognandosi di fare degli errori in presenza di una signorina così istruita come Caterina.
— Leggerò prima un po’ io, per incoraggiarla — e la signorina Caterina prese il libro e lesse una delle più belle parti, in modo assai corretto, ma freddo: e privo di espressione. Il signor Brooke non fece commenti e, quando ebbe finito la signorina, dette il libro a Meg, che difese innocentemente: — Credevo che fosse poesia!
— Alcune parti infatti lo sono: provi a leggere qui.
Vi era un sorriso curioso sulle labbra del signor Brooke, allorché additò a Meg il lamento della povera Maria.
Meg, obbediente, seguendo il filo d’erba che adoperava il suo nuovo tutore, lesse, a voce bassa e timidamente, rendendo colla soave intonazione della sua voce, poetiche e dolci le dure parole. Il filo d’erba proseguiva, proseguiva avvicinandosi alla fine della pagina e Meg, sedotta dalla bellezza della scena, dimentica affatto dei suoi ascoltatori, lesse come se fosse stata sola, dando un’intonazione un po’ tragica alle parole dell’infelice regina. Se avesse veduto allora gli occhi neri, avrebbe smesso di leggere: ma non si volse mai verso il signor Brooke e perciò la lezione non ne ebbe a soffrire.
— Benissimo, benissimo — disse il signor Brooke appena Meg smise di leggere, omettendo completamente i suoi molti sbagli e come se veramente il dar lezione fosse per lui un piacere. La signorina Caterina guardò attraverso le lenti il piccolo quadretto che le stava dinanzi, poi chiuse l’album di disegno e disse con grande condiscendenza:
— Ha un accento molto buono, e, col tempo, leggerà assai bene, credo. La consiglio di continuare a studiare poiché il tedesco, per una governante, è assai utile. Bisogna che richiami un po’ Grazia all’ordine; vedo che fa troppo chiasso — e la signorina Caterina, se ne andò tranquillamente, mentre che, con un’alzata di spalle, diceva tra sé:
— Non son mica venuta a fare da chaperonne ad una governante anche se è giovane e carina! Come sono curiosi questi americani! Temo che Laurie si guasti in mezzo a loro!
— Mi scordavo che gli Inglesi guardano dall’alto in basso le governanti e non le trattano come le trattiamo noi — disse Meg, guardando Caterina che si allontanava con un’aria un po’ annoiata.
— Anche i precettori non se la passano tanto bene laggiù, come so purtroppo per mia esperienza. Per noi professionisti, signorina Meg, non e’è paese come l’America — disse il signor Brooke con una espressione così tranquilla e contenta che Meg si vergognò d’essersi lamentata.
— Allora sono contenta di viverci. Il mio lavoro non mi piace. ma ne ricavo qualche soddisfazione dopo tutto, perciò non voglio lagnarmi. Se amassi solamente l’insegnamento come lo ama lei!
— Credo che lo amerebbe altrettanto se avesse uno scolaro come Laurie. Mi dispiacerà assai perderlo l’anno venturo! — disse il signor Brooke, intento a fare buchi nella terra col suo bastone.
— Egli andrà all’Università, suppongo? — dissero le labbra di Meg, ma i suoi occhi aggiunsero: — E lei cosa farà?
— Sì, è tempo che Laurie vada all’Università, è già quasi preparato ed appena sarà in grado di entrarvi, io mi farò soldato.
— Ne sono tanto contenta — esclamò Meg. Credo che ogni giovane dovrebbe andare alla guerra benché sia molto spiacevole per le povere madri e per le sorelle che debbono restare a casa! — aggiunse con dolore.
— Non ho né madre né sorelle e pochi amici a cui possa importare se sono vivo o morto! — disse il signor Brooke amaramente, mentre, senza pensarci, metteva la rosa morta nel buco che aveva fatto e la copriva di terra come io una tomba.
— A Laurie ed al suo nonno importerebbe assai e noi tutti saremmo dolentissimi se le dovesse accadere qualche disgrazia — disse Meg calorosamente.
— Grazie….— cominciò il signor Brooke, ed il suo volto si rasserenò, ma prima di poter finire il discorso, Ned apparve, montato su di un vecchio cavallo, per mostrare alle signorine la sua arte nel cavalcare e non vi fu più pace in quel giorno.
Francesco, intanto che sedeva vicino a Grace ed Amy che chiacchieravano animatamente tra loro, annoiato dai loro discorsi, con un movimento d’impazienza, spinse lontano da sé la gruccia, mentre guardava con invidia gli altri ragazzi che facevano ogni sorta di comiche evoluzioni ginnastiche. Beth, che raccoglieva i biglietti con cui avevano giuocato ai «Poeti», lo guardò e disse, con la sua vocetta timida e amichevole: — Non è stanco? Posso far niente per lei?
— Mi parli un po’: è così noioso star qui solo solo! — rispose Francesco, che evidentemente era avvezzo ad essere tenuto in gran conto a casa sua. Se le avesse domandato di improvvisargli lì per lì un’orazione latina ciò sarebbe sembrato alla timida Beth un’impresa assai più facile: ma ora non poteva nascondersi; non vi era Jo a cui potesse rivolgersi, non vi era che il povero ragazzo zoppo che la guardava con un’espressione tale che, prendendo il coraggio a due mani, Beth decise di tentare almeno di intrattenerlo. — Di che cosa le piace parlare? — diss’ella intenta alle sue carte e lasciandone cadere!a metà negli sforzi che faceva per legarle tutte insieme.
— Mi piace sentir parlare del cricket e di regate e di caccie — disse Francesco, che non aveva ancora imparato a contentarsi di quei divertimenti che gli consentivano le sue forze.
— Santo Dio! Come faccio? Se non so nulla di quella roba! — pensò la povera Beth e, scordandosi, nella sua confusione, della disgrazia del povero ragazzo, cercò di farlo parlare col dire: — Non ho mai visto una caccia, ma suppongo che lei conoscerà bene tutto ciò che si riferisce a quel divertimento!
— Una volta sì! Ma non potrò mai più andare a caccia perché mi feci male a questa gamba appunto nel saltare una siepe! Oramai posso dire addio ai cavalli ed ai cani! — disse Francesco con un sospiro che fece male a Beth poiché era la conseguenza della sua innocente spensieratezza.
— I loro cervi sono molto più belli dei nostri brutti bufali — disse essa, cercando un aiuto in uno dei libri preferiti di Jo che oggi si sentiva felice di aver letto.
I bufali furono un argomento adatto ed interessante ed il desiderio di divertire un altro fece sì che Beth scordò sé stessa e non si accorse davvero della meraviglia prodotta sull’animo delle sorelle alla vista di Beth che parlava animatamente con uno di quei ragazzi contro a cui aveva chiesto protezione.
— Proprio la mia Beth! Ha compassione di lui, perciò cerca di divertirlo — disse Jo guardandola con gran compiacenza dal luogo ove stava giuocando al croquet.
— Ma se l’ho sempre detto che è una vera santa — aggiunse Meg, come se ora non le rimanesse il più piccolo dubbio in proposito.
— È molto tempo che non sento Francesco ridere in quel modo — disse Grazia ad Amy mentre parlavano di bambole e fabbricavano con le ghiande un piccolo servizio da thè.
— Mia sorella Beth può essere una ragazza molto fastidiosa quando vuole — disse Amy contenta del successo di Beth. Veramente voleva dire affascinante mai siccome Grazia, non sapeva il senso di nessuna delle due parole, il fastidiosa fece una buonissima impressione.
Un circo messo su lì per lì, una seconda partita a croquet ed altri giuochi fecero terminare il dopopranzo; verso sera la tenda fu levata, i cerchi, i martelli ed il resto della colazione furono riposti e le barche scivolarono silenziose lungo il fiume, mentre che tutta la compagnia cantava a squarciagola.
Sul prato ove la compagnia si era incontrata la mattina, ebbe luogo la separazione, con buona notte e arrivederci e cordiali strette di mano, polche i Vaughn partivano pel Canada e, mentre le quattro sorelle attraversavano il giardino per tornare a casa loro, la signorina Caterina le guardò per un pezzo, poi disse senza quel tono di superiorità che aveva sempre nella voce: — Nonostante le loro maniere un poco libere e troppo espansive, credo che le ragazze americane siano molto simpatiche quando si conoscono a fondo.
Sono perfettamente d’accordo con lei — rispose il signor Brooke.