Louisa May Alcott – Piccole donne – Cap. 12 – Segreti

Jo era occupatissima su nella soffitta poiché le giornate cominciavano a rinfrescare ed i dopopranzi erano divenuti assai corti. Per due o tre ore il sole faceva la sua visita giornaliera a Jo, che, seduta su di un vecchio sofà, stava scrivendo in gran fretta, con tutte le sue carte sparse qua e là su di un vecchio baule che le serviva di scrittoio, mentre che Scrabble, il topino favorito, faceva tranquillamente la sua passeggiata sulle travi soprastanti, in compagnia di suo figlio maggiore, un bellissimo giovane che sembrava molto orgoglioso dei suoi lunghi baffi.
Tutta assorta nel suo lavoro, Jo scrisse finché ebbe riempito l’ultima pagina, poi fece la sua firma con un gran geroglifico e, buttando giù la penna, esclamò: — Ecco! ho fatto quello che ho potuto! Se questo non va, dovrò aspettare finché saprò qualcosa di meglio.
Appoggiando la schiena al sofà, lesse con grande attenzione il manoscritto, vi aggiunse una quantità di virgole e punti esclamativi, che avevano l’apparenza di tanti piccoli palloni, poi lo legò con un bel nastrino rosso e stette a guardarlo con un’espressione seria e pensosa, che dimostrava quanto impegno avesse messo nel suo lavoro. Il ripostiglio di Jo era una vecchia cucina di latta che era stata appesa al muro. Là dentro ella riponeva tutte le sue carte ed alcuni libri, tenendoli lontani così dai dentini acuti di Scrabble che, essendo anch’egli letterato, mangiucchiava tutti i fogli di quei pochi libri che gli capitavano sotto ai denti. Da questo ripostiglio Jo tolse un secondo manoscritto e, mettendoseli tutti e due in tasca, scese senza far rumore le scale, lasciando che i suoi amici si divertissero a rosicchiare le sue penne e ad assaggiare il suo inchiostro.
Si mise il cappello e la giacchetta, poi piano piano andò ad una finestra che dava su di un tetto bassissimo, scese sul tettino, si lasciò cadere sul morbido prato e per una via traversa arrivò alla strada maestra.
Là si ricompose, fece cenno ad un omnibus che passava; vi entrò e se ne andò in città con un’aria molto allegra e misteriosa.
Se qualcuno l’avesse osservata, avrebbe certamente trovato strano il suo modo di procedere, perché, appena scesa dall’omnibus, si avviò a grandi passi verso una casa posta in una certa strada molto frequentata e, avendo trovato finalmente la porta che cercava, entrò, guardò con curiosità una scaletta buia e nera, e dopo esser stata là ferma impalata per un momento, uscì nella strada e se ne ritornò via in tutta fretta come era venuta. Ripeté questa manovra diverse volte con gran divertimento di un bel giovane, dagli occhi neri vivaci, che se ne stava alla finestra di una casa di rimpetto. Ritornata per la terza volta, Jo si scosse, si tirò il cappello sugli occhi e salì le scale come se dovesse andare a farsi cavare tutti i denti.
Sulla porta, fra le altre cose, vi era l’affisso di un dentista ed il giovane signore, dopo aver guardato con grande attenzione un paio di mascelle, che lentamente si aprivano e si chiudevano per attirare l’attenzione del pubblico su di una bellissima dentiera falsa, s’infilò il soprabito, prese il cappello, ed andò ad appostarsi alla porta dirimpetto, dicendo fra sé, con un sorriso ed un brivido: — Al solito sola, quando deve far qualcosa di spiacevole, ma se le fa molto male avrà bisogno di qualcuno per accompagnarla a casa.
Dieci minuti dopo Jo venne giù di corsa col volto rosso ed infuocato e l’aspetto di una persona che ha passato un brutto quarto d’ora. Quando vide il signorino non parve punto contenta e gli passò dinanzi facendo un cenno di saluto, ma egli la seguì e disse con aria di grande simpatia:
— Ti ha fatto molto male?
— Non molto.
— Ha fatto presto.
— Sì, fortunatamente.
— Perché sei venuta sola?
— Perché non volevo che lo sapessero in casa.
— Sei il tipo più curioso che io abbia mai conosciuto! Quanti te ne ha cavati?
Jo guardò il suo amico come se non avesse capito quel che volesse dire, poi cominciò a ridere di gran cuore.
— Ce ne sono due che vorrei che uscissero, ma devo aspettare una settimana.
— Che cosa ridi? Sei dietro a far qualche birichinata, Jo — disse Laurie.
— Anche voi, mio caro. Che cosa facevate, signore, in quella sala da biliardo?
— Domando scusa, signora mia; non era una sala da biliardo, ma una sala di scherma e stavo prendendo la mia lezione.
— Ah, sono contenta!
— Perché?
— Perché così potrai insegnare anche a me: e quando faremo l’Amleto, tu potrai essere Laerte ed avremo un duello magnifico. — Laurie scoppiò in una tale risata da far sorridere senza volerlo alcuni dei passanti.
— Questa non è l’unica ragione che ti ha fatto dire «Sono contenta» con tanto entusiasmo. Non me la dare ad intendere, cara mia, perché non è vero.
— No, ero contenta che tu non fossi in una sala da biliardo: e spero che non ci metterai mai piede. Non ci vai mica, eh?
— Non spesso.
— Sarei più contenta se tu non ci andassi mai.
— Non c’è nulla di male, Jo; ho il biliardo a casa, ma non e’è sugo a fare una partita, se i giocatori non sono abili: a me piace assai il biliardo e perciò vengo qualche volta a fare una partitina con Ned Moffat o qualche altro amico.
— Mio Dio, come mi dispiace! E tu ci prenderai sempre più gusto, perderai tempo e danaro e finirai per divenire come tutti quei ragazzacci. Avevo sperato che saresti rimasto buono e saresti divenuto l’orgoglio dei tuoi amici — disse Jo, scuotendo la testa.
— Non ci si può prendere un po’ di svago onesto e lecito senza perdere la propria rispettabilità? — domandò Laurie un po’ offeso.
— Dipende dal luogo e dal modo in cui si prende questo svago. A me non piace Ned e la sua compagnia, lo sai bene, e desidererei che tu non facessi tanta lega con loro. Mamma non vuole che Ned venga a casa nostra, benché sia tanto tempo che lo desideri e, se tu diventi come lui, non vorrà più che noi stiamo insieme.
— Davvero! — disse Laurie con ansia.
— Proprio: la mamma non può soffrire i giovani alla moda e piuttosto che farci stare in loro compagnia ci chiuderebbe in scatole di vetro!
— Bene! Per ora può tenere le sue scatole riposte, perché non sono e non intendo divenire un giovane alla moda; ma non vedo nulla di male a prendermi qualche divertimento e fare qualche birichinata. Del resto piace anche a te.
— Sì, naturalmente piace ad ognuno; perciò divertiti pure, ma con prudenza, se no puoi dire addio ai nostri bei tempi!
— Diventerò un vero santo.
— Non posso soffrire i santi! Sii semplice, onesto, rispettabile e non ti lasceremo mai. Non so che cosa farei se ti vedessi fare quel che fece il figlio del signor King! Non sapendo come spendere il sue denaro, cominciò a bere, a giuocare e finì col fuggire di casa, avendo fatto delle cambiali false!
— Ah! E credi che io farò lo stesso? Mille grazie!
— No, no, mio Dio, no! Ma tutti dicono che il denaro è una grande tentazione e qualche volta desidererei che tu fossi povero! Almeno non starei in pensiero!
— Stai in pensiero per me, Jo?
— Quando ti vedo di cattivo umore o scontento, come lo sei qualche volta; perché hai una volontà tua propria, (e che razza di volontà!) e se ti mettessi sulla cattiva strada temo che sarebbe molto difficile per te di ritirarti.
Laurie fece alcuni passi senza rispondere e Jo lo guardò, desiderando quasi di non aver detto tanto, perché i suoi occhi avevano una espressione cupa, benché le labbra sorridessero.
— Hai intenzione di farmi delle prediche fino a casa? — domandò ad un tratto.
— Certamente no; perché?
— Perché, se tu avessi quest’intenzione, prenderei l’omnibus; se no, mi piacerebbe tornare a casa con te e dirti, strada facendo, una cosa molto interessante.
— Non predicherò più, te lo prometto; via di’, muoio dalla voglia di sapere questa notizia!
— Andiamo allora. È un segreto e, se io ti dico il mio, tu mi devi dire il tuo.
— Non ne ho io! — cominciò Jo, ma s’arrestò ad un tratto, ricordandosi che ne aveva uno.
— Sì che lo hai; non puoi nasconder nulla tu, perciò “ confessa” se no non ti dico nulla — gridò Laurie.
— È bello il tuo segreto?
— Lo credo io! Si tratta di gente conosciuta! Lo dovresti sapere ed è tanto tempo che desidero rivelarlo a qualcuno! Via, comincia tu!
— Non dirai nulla a nessuno a casa?
— Non una parola.
— E non mi tormenterai?
— Non faccio mai dispetti io.
— Sì che li fai, e peggio ancora, riesci sempre ad ottenere tutto ciò che vuoi. Non so com’è, ma sei un vero lusingatore!
— Grazie tanto! Via, avanti!
— Bene, se lo vuoi proprio sapere…. ho portato due storielle al direttore di un giornale ed egli mi darà la risposta fra una settimana — disse Jo all’orecchio del suo confidente.
— Viva la signorina March, la celebre scrittrice americana! — gridò Laurie, gettando per aria il suo cappello, con gran divertimento di due oche, quattro gatti, cinque polli ed una mezza dozzina di ragazzi irlandesi; essi erano fortunatamente già fuori della città.
— Sta’ zitto! Non riuscirò a nulla, vedrai!, ma non potevo aver pace finché non avevo provato e non ho detto niente a nessuno perché non vorrei che restassero poi con un palmo di naso.
— Ma non possono fare a meno di pubblicarli, Jo! I tuoi racconti sono veri lavori di Shakespeare in confronto alle porcherie che stampano adesso sui giornali! Che bella cosa che sarà vederli pubblicati, e come andremo alteri della nostra scrittrice!
Gli occhi di Jo mandarono un lampo di gioia; è così piacevole ricevere lodi! e la lode degli amici veri è più dolce di qualsiasi montatura di giornali.
— Qual è il tuo segreto? Mantieni la tua promessa, Teddy, se no non ti crederò mai più! — disse Jo, cercando di estinguere le brillanti speranze sorte a queste parole d’incoraggiamento.
— Non so se faccio bene a dirtelo, ma, quando prometto, mantengo e sai benissimo che non posso fare a meno di dirti tutto quello che so. So dove è andato il guanto di Meg.
— È questo il gran segreto? — disse Jo delusa nelle sue speranze, mentre Laurie scuoteva il capo con un volto pieno di mistero.
— Mi pare che basti per ora se ti dico dov’è.
— Dimmelo.
Laurie si chinò e disse a bassa voce all’orecchio di Jo tre parole, che produssero un effetto un po’ comico. Essa lo guardò per un momento tra meravigliata e scontenta, poi ricominciò a camminare dicendo con voce aspra:
— Come lo sai?
— L’ho visto.
— Dove?
— In tasca.
— Tutto questo tempo?
— Sì; non è estremamente romantico?
— No, è orrendo!
— Perché? Non ti piace?
— Si sa che non mi piace! Non deve esser permesso! Se Meg lo venisse ai sapere, sentiresti!
— Bada, che non devi dirlo a nessuno!
— Io non ho promesso nulla!
— Ma era inteso ed io mi fidavo di te.
— Bene, non lo dirò per ora; ma mi dispiace che tu me l’abbia detto; sarebbe stato molto meglio se tu fossi stato zitto.
— Credevo che t’avrebbe fatto piacere.
— Farmi piacere l’idea che qualcuno venga a portarmi via Meg? No, grazie.
— Cambierai opinione, quando qualcuno verrà a portar via te.
— Vorrei vedere che qualcuno ci si provasse! — disse Jo con violenza.
— Anch’io — e Laurie sorrise.
— I segreti non vanno d’accordo col mio temperamento; dacché mi hai detto questo non mi sento più bene come prima, — disse Jo con grande ingratitudine.
— Fa’ una corsa giù per la scesa con me e vedrai che il tuo malumore sparirà in un lampo — suggerì Laurie.
Non si vedeva nessuno; la bella strada leggermente inclinata le si stendeva dinanzi e, non potendo resistere alla tentazione, Jo prese la rincorsa, lasciando dietro di sé il cappello ed il pettine e seminando forcine mentre correva. Laurie giunse pel primo e vide che la sua medicina aveva prodotto l’effetto desiderato, poiché la sua Atlanta arrivò giù senza fiato, coi capelli in disordine, gli occhi brillanti, le guance infuocate, ma senza il minimo segno di malumore sul volto. — Che bellezza se fossi un cavallo! Così, potrei correre per miglia e miglia e non resterei senza fiato. Che magnifica corsa! Ma guarda in che stato mi sono ridotta! Via, sii buono; vammi a raccattare la mia povera roba — difese Jo, lasciandosi cadere seduta sotto un acero, le cui foglie tappezzavano di rosso il praticello verde.
Laurie si avviò passo passo per riprendere gli oggetti smarriti e Jo si tirò su alla meglio i capelli, sperando di potersi rimettere in ordine prima che passasse qualcuno. Ma qualcuno passò e con suo grande rammarico Jo s’accorse che la persona che si avanzava verso di lei non era altri che Meg, reduce da un giro di visite, più elegante ed accurata del sotto nel suo abitino da passeggio.
— Che cosa fai qui? — domandò con gran meraviglia, vedendo sua sorella scarmigliata a quel modo.
— Raccatto le foglie secche — rispose umilmente Jo, scegliendo le più belle fra quelle che aveva raccolte.
— E le forcine — aggiunse Laurie, gettandogliene una mezza dozzina in grembo — Crescono per la strada, sai, Meg, insieme coi pettini ed i cappelli di paglia marrone.
— Hai corso di nuovo, Jo? Quando smetterai di fare il ragazzaccio a quel modo? — disse, Meg, con aria di rimprovero, mentre si accomodava i polsini e si lisciava i capelli, coi quali il vento aveva preso delle libertà.
— Non smetterò finché non sarò decrepita e non dovrò usare le gruccie. Non cercare di farmi diventare vecchia prima del tempo, Meg: è già troppo vedere il cambiamento che hai fatto tu: lascia che io resti bambina quanto più posso.
Così parlando, Jo chinava la testa per nascondere il tremolio delle labbra: ultimamente si era accorta con dispiacere che Meg diventava a poco a poco una donna ed il segreto che le aveva rivelato Laurie la faceva tremare al pensiero di una separazione che sarebbe avvenuta un tempo e che ora sembrava tanto vicina. Laurie s’accorse subito della sua commozione e, per distogliere l’attenzione di Meg, domandò premurosamente: — A chi hai fatto visita che ti vedo in grande tenuta?
— Sono stata dai Gardiners: e Sallie mi ha parlato del matrimonio di Bella Moffat. Dice che è stato bellissimo e gli sposi sono andati a passare l’inverno a Parigi. Ci pensi, che bellezza?
— L’invidii tu, Meg?
— Ho paura di sì!
— Ci ho tanto gusto! — borbottò Jo, mettendosi il cappello con mala grazia.
— Perché? — domandò Meg, meravigliata.
— Perché, se ti piacciono tanto le ricchezze, non andrai a sposarti con un povero diavolo — disse Jo, aggrottando le sopracciglia a Laurie che le faceva silenziosamente cenno di badare a quello che diceva.
— Per tua buona regola, non andrò a sposare nessuno! — rispose Meg, mettendosi in cammino con grande dignità, mentre gli altri due la seguivano, ridendo, parlandosi all’orecchio, saltando e comportandosi come due «ragazzacci», come diceva Meg a sé stessa, benché fosse tentata di fare lo stesso anche lei, se non avesse avuto il suo vestito buono. Per una settimana o due, Jo si comportò in modo talmente strano, che le sorelle ne furono meravigliate. Essa correva alla porta ogni volta che veniva il postino, trattava male il signor Brooke, quando lo vedeva: stava per dei quarti d’ora intieri a guardare Meg con una faccia da martire e correva ad un tratto a baciarla in modo misterioso: con Laurie stavano sempre a farsi segni ed a parlare dell’«Aquila» tanto che le sorelle dissero che avevano tutte e due perduto il ben dell’intelletto. Due sabati dopo quel famoso giorno in cui Jo era uscita passando dal tetto, Meg, che stava seduta lavorando alla finestra, fu scandalizzata nel vedere Laurie che rincorreva Jo per tutto il giardino e la raggiungeva finalmente nel «berceau» di Amy. Che cosa succedesse là, Meg non potè mai dire, ma udì dei gran scoppi di risa, delle voci sommesse ed un gran fruscio di giornali.
— Che cosa faremo mai di quella benedetta ragazza.? Non diverrà mai una signorina per bene! — disse Meg guardando, con faccia scontenta, i due colpevoli.
— Spero che resterà sempre così: è tanto cara e buona! — replicò Beth, che non aveva mai voluto confessare a nessuno che era un po’ dispiacente che Jo partecipasse i suoi segreti ad altri piuttosto che a lei.
— È molto spiacevole, ma non riusciremo mai a renderla «comme la fo» aggiunse Amy, che cuciva dei nuovi merletti ai suoi abiti e che si era pettinata con grandissima arte; due cose che, secondo lei, la rendevano ancora più signorile ed elegante del solito.
Pochi minuti dopo, Jo irruppe nella stanza e si sedé sul sofà, facendo finta di leggere il giornale.
— C’è nulla di interessante? — domandò Meg con condiscendenza.
— Non c’è che un racconto, ma non varrà gran che, suppongo — rispose Jo, badando bene di non mostrare il nome del giornale.
— Potresti leggerlo ad alta voce: così ci divertiresti ed anche tu staresti un poco quieta — disse Amy.
— Quale è il titolo? — domandò Beth, meravigliata nel vedere che Jo nascondeva il volto dietro il giornale.
— «I due pittori rivali».
— Il titolo è promettente, lèggilo — disse Meg.
Con un gran «Hem» ed un gran respirone, Jo cominciò a leggere con grandissima rapidità. Le ragazze ascoltavano con interesse: la storia era romantica e molto patetica ed i protagonisti andavano a finire tutti male.
— Mi piace quella parte dove parla del bellissimo quadro — disse Amy, approvando, quando Jo ebbe finito.
— A me piace più la parte romantica. Viola ed Angelo sono i nostri nomi favoriti! Curioso! — disse Meg, asciugandosi gli occhi, poiché la parte romantica era anche assai tragica.
— Chi l’ha scritta? — domandò Beth che aveva veduto l’espressione del volto di Jo.
Jo si alzò di scatto, gettò via il giornale e mostrando un viso rosso scarlatto con un misto curioso di solennità e di eccitamento, rispose con voce forte: — Vostra sorella!
— Tu? — gridò Meg, lasciandosi cadere il lavoro dalle mani.
— È molto bella! — disse Amy.
— Lo sapevo! Lo sapevo! Oh mia Jo! Quanto sono contenta! — e Beth corse ad abbracciare la sorella e ad esultare su questo splendido successo.
Come furono tutte contente! Meg non ci volle credere, finché non vide scritto in fondo al racconto, in grandi caratteri, il nome di «Giuseppina March»; Amy criticò graziosamente la parte artistica e diede a Jo alcune buone idee per un eventuale seguito, che sfortunatamente non si poteva scrivere, visto che i due principali personaggi erano già morti: Beth si eccitò talmente che cominciò a ballare ed a cantare per la stanza ed anche Anna fece la sua comparsa per dire: — Per bacco! Chi avrebbe mai detto che «quella Jo» potesse far tanto! La signora March, quando lo seppe, non potè contenere la sua gioia, e Jo, con le lacrime agli occhi, dichiarò che volevano farla diventare un vero pavone, mentre che l’aquila sbatteva trionfalmente le sue ali sulla casa dei March.
— Racconta, racconta, Jo! Quando è uscito? Quanto hai guadagnato? Cosa dirà papà? Chi sa come ride Laurie! — gridavano tutte in coro, mentre si stringevano attorno a Jo.
— State un po’ zitte, ragazze, e vi racconterò ogni cosa — disse Jo, pensando che Miss Burns non poteva essere stata più contenta di lei, quando scrisse la sua «Evelina». E terminò il suo racconto dicendo: — E quando andai per la risposta, il principale mi disse che gli erano piaciute tutte e due, ma che non pagavano le principianti, soltanto pubblicavano i loro lavori per incoraggiarle. È un buon esercizio, mi ha detto e quando i principianti fanno progressi, allora cominciano ad essere pagati! Perciò gli ho lasciato i miei due manoscritti ed oggi mi hanno mandato questo e Laurie l’ha veduto ed ha insistito per leggerlo, e anch’egli ha detto che gli piaceva non solo, ma che avrebbe fatto in modo da farmi pagare il prossimo racconto! Oh! sono così contenta! così contenta perché, col tempo potrò riuscire a mantenere me stessa e ad aiutare le ragazze! — Jo, a questo punto, si fermò, per mancanza di fiato e, nascondendo la testa nel giornale, battezzò il suo primo scritto con alcune lacrime: essere indipendente e ricevere le lodi di quelli che amava erano i più cari desideri del suo cuore e questo le sembrava il primo passo verso quel fine tanto desiderato.