Louisa May Alcott – Piccole donne – Cap. 14 – La piccola martire

La mattina di poi, alla luce della candela, le ragazze si alzarono, lessero il loro capitolo della Bibbia con una serietà fin allora non mai provata, poiché adesso che una ombra di tristezza si era abbattuta sulla loro casa, cominciavano a capire quanto erano state felici prima nella loro vita tranquilla.
La lettura dei loro libriccini fu per loro un gran conforto ed un grande aiuto e mentre si vestivano rimasero d’accordo di fare il possibile perché l’addio fosse meno duro e commovente, onde non rendere, colla loro debolezza, più tetro e doloroso il viaggio della loro cara mamma. Che curiosa impressione il vedere tanta quiete al di fuori e tanta confusione in casa!
La colazione a quell’ora sembrava cosa strana ed anche il volto familiare di Anna, mentre si affaticava qua e là, colla berretta da notte in testa, sembrava loro il volto di un’estranea. Il gran baule nero era già pronto nell’entrata, il mantello ed il cappello della mamma erano stati posati sul sofà, la mamma stessa sedeva al tavolino cercando di mangiare, ma con una espressione così stanca ed abbattuta dall’ansietà e dalla veglia, che le ragazze ebbero un bel da fare per mantenere la loro promessa. Gli occhi di Meg, nonostante i suoi sforzi, si riempivano ogni tanto di lacrime; Jo dovette andare parecchie volte a nascondersi in cucina ed il volto delle due bambine minori aveva un’espressione di serietà e di inquietudine, come se il dolore fosse per esse un’esperienza nuova. Nessuno parlò molto ma, avvicinandosi l’ora della partenza, mentre stavano attendendo il legno, la signora March disse alle ragazze che erano tutte intente a ripiegarle lo scialle, chi ad accomodarle i nastri del cappello, chi ad allacciarle le galoscie, chi a chiuderle la valigia:
— Bambine, vi lascio in custodia di Anna e sotto la protezione del signor Laurence. Anna è la fedeltà personificata ed il nostro buon vicino avrà cura di voi come se foste sue figlie. Io non temo quindi per voi, ma desidero che impariate a sopportare i dolori con fermezza e rassegnazione. Non state a disperarvi ed a piangere quando sarò partita e non crediate di trovar conforto nell’ozio o cercando di dimenticare. Continuate a lavorare come al solito, poiché il lavoro è il più gran conforto che possiate avere. Sperate e lavorate; e qualunque cosa possa accadere, ricordatevi sempre che non potrete mai perdere vostro padre!
— Sì, mamma.
— Meg cara, sii prudente, tieni sempre d’occhio le tue sorelle, consulta sempre Anna e, se avessi qualunque dubbio, domanda al signor Laurence. Jo, sii paziente, non ti scoraggiare e pensa bene a tutto ciò che fai; scrivimi spesso e sii sempre la mia brava e coraggiosa ragazza, sempre pronta ad aiutare ed a rallegrare gli altri. Beth, cerca conforto nella tua musica e seguita a compiere i tuoi lavori di casa; e tu, Amy, cerca di aiutare tutti, sii obbediente, buona e contenta.
— Lo faremo, mamma, lo faremo.
Il rumore di una carrozza per la strada fece tacere tutte. Fu un momento duro assai, ma le ragazze si ricordarono della loro risoluzione; nessuna di loro pianse, nessuna corse via, nessuna si lamentò, benché i loro cuori fossero angosciati al pensiero che le affettuose ambasciate per il padre non sarebbero forse arrivate a tempo. Baciarono tranquillamente la mamma, le fecero teneramente i loro addii e cercarono di agitare i fazzoletti quando la carrozza si mise in moto. Laurie ed il suo nonno erano là a salutarla ed il signor Brooke sembrava così gentile, così pieno di buon senso e così forte, che le ragazze gli diedero subito il soprannome di «Cuor grande».
— Arrivederci, tesori miei, arrivederci; Iddio vi benedica e vi conservi tutte — mormorò la signora March, baciando l’una dopo l’altra quelle faccine amate e salì frettolosamente in carrozza.. Mentre il legno partiva, il sole si mostrò e la signora March, volgendosi, vide quasi come un buon presagio il piccolo gruppo al cancello, illuminato dai raggi dorati. Esse pure l’osservarono e sorrisero ed agitarono le braccia; l’ultima cosa che essa vide alla voltata della strada furono le quattro facce serene e dietro a loro come salvaguardia la fedele Anna, il vecchio Laurence ed il devoto Laurie.
— Come sono tutti buoni! — disse la signora March, voltandosi e trovando una prova di quello che aveva detto nella rispettosa devozione che si leggeva sul volto del giovane.
— Non so come potrebbero farne a meno — rispose il signor Brooke ridendo così allegramente che la signora March dovette sorridere anch’essa, e così il viaggio cominciò sotto buoni auspici, col sole, con sorrisi e parole di conforto.
— Sembra che sia passato un terremoto — disse Jo quando i loro vicini furono andati a casa per fare colazione lasciandole in libertà.
— Mi pare che sia andata via metà della casa — disse Meg con voce triste. Beth aprì le labbra per rispondere qualcosa ma non poté che accennare col dito ad un mucchio di calze accomodate sul tavolino della loro mamma, la quale, anche all’ultimo momento, aveva pensato e lavorato per loro. Fu una piccola cosa, ma fu la goccia che fa traboccare il vaso e, nonostante le loro buone risoluzioni, scoppiarono tutte in singhiozzi. Anna con gran tatto lasciò che si sfogassero un po’ e quando vide che stavano per calmarsi, venne alla riscossa, armata di una grossa caffettiera.
— Mie care signorine, — disse — si ricordino di quello che ha detto la loro mamma e non si disperino; prendano una buona tazza di caffè e poi ci metteremo tutte al lavoro.
Il caffè fu una vera manna, tanto più che Anna, quella mattina, l’aveva fatto con più cura del solito e nessuna delle ragazze potè resistere alle sue preghiere né al fragrante invito, che usciva dal becco della caffettiera. Si avvicinarono alla tavola, scambiarono i fazzoletti por i tovaglioli e dieci minuti dopo erano già rimesse.
— Lavora e spera! ecco il motto per noi: perciò vediamo chi lo mantiene di più. Io, come al solito, me ne andrò dalla zia March! Ma, oh Dio, chi sa come brontolerà oggi!— disse Jo, mentre beveva, riprendendo un po’ di coraggio.
— Io andrò dai miei King, quantunque preferirei rimanere a casa a vedere come vanno le cose — disse Meg, che avrebbe pagato qualcosa per non avere gli occhi così rossi.
— Non ce n’è bisogno; Beth ed io sappiamo benissimo dirigere la casa — disse Amy con aria d’importanza.
— Anna ci dirà che cosa dobbiamo fare e vedrete che prepareremo tutto per benino al vostro ritorno — aggiunse Beth, tirando fuori il suo catino ed i suoi cenci senza perder tempo.
— Io trovo che l’ansietà è molto interessante — disse Amy pensosa, mentre mangiava dei gran pezzi di zucchero.
Le ragazze non poterono fare a mena di ridere, benché Meg scuotesse la testa e rimproverasse la signorina che trovava conforto in una zuccheriera.
La vista dei mantelli le fece ridiventar serie e quando le due maggiori uscirono per andare al lavoro si voltarono indietro con dispiacere per guardare la finestra ove vedevano sempre il volto sereno della loro buona mamma. Ma Beth si era ricordata dell’antica abitudine e quando si voltarono la videro alla finestra che muoveva la testa su e giù come un roseo mandarino.
— Com’è buona la mia Beth! — disse Jo agitando, con uno sguardo di riconoscenza, il cappello. — Addio Meggy, spero che i King non ti daranno troppa noia. Non stare in pena per papà, cara — aggiunse mentre si separavano.
— E spero che la zia March non brontolerà! I tuoi capelli ti danno un’aria da ragazzo che ti si addice perfettamente — rispose Meg cercando di non sorridere nel vedere la testa ricciuta che sembrava molto sproporzionata e comica su quella lunga e maschia figura della sorella.
— Quello è il mio unico conforto — e, toccandosi il cappello «alla Laurie», Jo se ne andò per la sua strada, come una pecora tosata in un freddo giorno d’inverno.
Le notizie del loro padre le consolarono presto poiché, quantunque ammalato seriamente, pure la presenza della persona che egli amava tanto gli aveva già portato giovamento. Il signor Brooke mandava ogni giorno un bollettino e, come capo di famiglia, Meg insisteva nel voler leggere le notizie che si facevano di giorno in giorno migliori. Da principio tutte erano impazienti di scrivere e grosse buste erano accuratamente gettate nella cassetta delle lettere dall’una o dall’altra delle sorelle che si davano una certa importanza, ora che avevano corrispondenza con Washington.
Per una settimana quindi fu veramente meraviglioso il vedere i sacrifici, il lavoro, la bontà angelica delle ragazze. Ma passati i primi momenti di grave inquietudine, esse cominciarono a dimenticare poco per volta le loro buone risoluzioni, ricadendo nelle loro antiche abitudini. Non si scordarono interamente del loro motto «sperare e lavorare» ma non so in qual modo riuscirono a renderlo più facile, tanto più che consideravano che, dopo sì grandi sforzi, meritavano un po’ di ricompensai e… ne approfittarono.
Jo si prese una terribile infreddatura per non essersi coperta abbastanza la testa rapata e fu costretta a restare in casa poiché la zia March non desiderava udir leggere con voce nasale. Essa si prese questa punizione molto filosoficamente e, dopo aver rovistato per tutta la casa dalla soffitta fino alla cantina, decise di sdraiarsi sul sofà e curarsi il raffreddore con arsenico e libri. Amy scoprì ben presto che l’arte e le faccende domestiche non andavano ben d’accordo, perciò ritornò ai suoi pasticci di terra tralasciando le faccende. Meg continuò ad andare regolarmente dai King ed a cucire o credere di cucire a casa, ma gran parte del tempo era invece impiegato a scrivere a sua madre o nel rileggere più volte le lettere che venivano da Washington. Beth continuò sempre a fare il suo dovere soltanto con qualche piccola ricaduta nell’ozio, ma tutte le sue faccende erano fatte regolarmente e non solo le sue, ma anche molte di quelle delle sorelle. Nonostante ciò, la casa assomigliava ad un orologio, il cui pendolo andasse di tanto in tanto a prendere un po’ di aria e, quando Beth incominciava a sentire la mancanza della madre o era inquieta per la malattia del padre, si rinchiudeva in un certo stanzino, nascondeva il volto fra le pieghe di una certa cara sottana e faceva il suo piantino o recitava la sua piccola preghiera da sé sola. Nessuna poteva capire che cosa rallegrasse e confortasse Beth dopo un periodo di scoramento, ma tutte si accorgevano quanto grande fosse l’aiuto e il conforto che da lei potevano avere e inconsciamente prendevano l’abitudine di recarsi da lei, quando avevano qualche piccolo dolore o volevano consiglio affettuoso e sincero. Le ragazze non si accorgevano che questo periodo era una prova del loro carattere e, passato il primo eccitamento, pensarono di aver compiuto il loro dovere e di meritarsi lode. La meritavano infatti, ma commisero lo sbaglio di non proseguire nel medesimo modo con cui avevano incominciato e questo costò loro molte inquietudini e molte lacrime.
— Meg, sarebbe bene se tu andassi a vedere i Hummel; mamma ci ha raccomandato di non dimenticarli — disse Beth dieci giorni dopo la partenza della signora March.
— Sono troppo stanca oggi — rispose Meg dondolandosi placidamente nella poltrona, mentre cuciva.
— Non puoi andar tu, Jo? domandò Beth.
— Tempo troppo brutto per il mio raffreddore.
— Credevo che tu fossi quasi guarita.
— Sto sufficientemente bene per andare a passeggiare con Laurie, ma non abbastanza da andare dagli Kummel — disse Jo, ridendo, ma vergognandosi al medesimo tempo.
— Perché non vai tu? — domandò Meg.
— Sono stata tutti i giorni, ma il piccolo è malato e non so che cosa fargli. La signora Hummel è sempre fuori a lavorare e Lottchen cerca di curare il bimbo, ma mi pare che vada sempre di male in peggio e credo che tu od Anna dovreste andare.
Beth parlava seriamente e Meg promise che ci sarebbe andata l’indomani.
— Di’ad Anna che ti dia qualcosa di buono e portaglielo, Beth; l’aria ti farà bene — disse Jo e aggiunse come per scusarsi — Io andrei volentieri ma voglio finire di scrivere questo racconto.
— Mi duole la testa, sono stanca, perciò credevo che una di voi sarebbe andata — disse Beth.
— Amy sarà di ritorno a momenti e potrà farci una corsa — suggerì Meg.
— Bene, mi riposerò intanto ed aspetterò Amy — e Beth si sdraiò sul sofà, mentre le altre due, dimenticando completamente gli Hummel, riprendevano le loro occupazioni.
Passò un’ora; Meg se ne era andata, in camera a provarsi il vestito; Jo era assorta nel suo racconto, Anna se la dormiva tranquillamente dinanzi al fuoco e Beth, senza far parola, mise il mantello od il cappello, riempì il suo panierino di piccole cose per i poveri bambini ed uscì nel freddo colla testa pesante ed uno sguardo triste nei suoi grandi occhioni dolci. Era già tardi quando tornò a casa e nessuno la vide salire adagio adagio le scale e rinchiudersi nella camera della madre.
Mezz’ora più tardi Jo, andando a prendere qualcosa nello «stanzino della mamma» trovò Beth, che, col volto serio e pallido, cogli occhi rossi ed una bottiglia di canfora in mano, stava seduta sulla cassetta delle medicine.
— Per Cristoforo Colombo, che cosa è successo? — gridò Jo, mentre Beth stendeva verso di lei una mano come per allontanarla e domandava ansiosamente: — Hai avuta la scarlattina tu, non è vero?
— Sì, molto tempo fa, quando l’ebbe anche Meg. Ma perché?
— Allora te lo posso dire. Oh Jo, il povero bambino è morto!
— Che bambino?
— Quello della signora Hummel! Mi è morto fra le braccia, prima che la madre arrivasse a casa — gridò Beth con un singhiozzo.
— Povera Beth! Dev’essere stato terribile! Sarei dovuta andar io! — disse Jo, sedendosi, piena di rimorsi, sul seggiolone della mamma, e facendosi sedere la sorella sulle ginocchia.
— Non è stato terribile, Jo, ma così triste! Io mi sono accorta subito che il bambino era peggiorato, ma Lottchen mi ha detto che sua madre era andata a chiamare un dottore, perciò l’ho preso sulle ginocchia per far riposare la bambina. Da principio sembrava che dormisse ma ad un tratto ha dato un grido, si è scosso tutto e poi non si è più mosso. Ho cercato di scaldargli i piedini e Lotty gli ha dato del latte, ma non siamo riuscite a farglielo inghiottire ed io ho capito che doveva esser morto.
— Non piangere, cara, ma dimmi che cosa hai fatto allora.
— Sono restata lì col bambino in collo fintanto che la signora Hummel è ritornata col dottore. Egli ci ha fatto capire che era morto e guardando Enrico e Mimma che hanno anch’essi mal di gola, ha detto con voce burbera: — Scarlattina, signora mia, doveva chiamarmi prima! — La signora Hummel ha risposto che era povera, che aveva cercato di curare il bambino da sé, si raccomandava che le guarisse gli altri due e si rimetteva alla sua carità quanto al pagamento. Il dottore allora ha sorriso e è stato più garbato ma tutto ciò era talmente triste che io mi sono messa a piangere con loro finché, ad un tratto il dottore si è voltato verso di me e mi ha detto di andare a casa e di prendere un po’ di belladonna se non volevo prendere la scarlattina anch’io.
— No, non l’avrai, Beth! — gridò Jo abbracciandola strettamente con espressione di sgomento dipinta sul volto. — Oh Beth, se tu fossi ammalata, non me lo potrei più perdonare! Che cosa faremo?
— Non ti spaventare! Non credo che l’avrò molto forte; ho guardato nel libretto di mamma ed ho visto che comincia con mal di testa, mal di gola e malessere come lo provo io, perciò ho subito preso la belladonna ed ora mi sento meglio. — disse Beth appoggiandosi una manina fredda alla testa infuocata e cercando di nascondere il suo male.
— Se mammina fosse a casa! — esclamò Jo, prendendo il libro e pensando con terrore che Washington era tanto lontana.
Lesse una pagina, guardò Beth, le posò una mano sulla fronte; le guardò la gola e disse con grande inquietudine: — Sei stata con quel bimbo per più di una settimana, sei stata insieme con gli altri che avevano preso la scarlattina anche loro e non mi meraviglierei che la prendessi anche tu, Beth! Chiamerò Anna, lei se ne intende di malattie!
— Non far venir Amy, per carità; non l’ha mai avuta e non vorrei attaccargliela. Tu e Meg non potete riprenderla, eh? -— domandò Beth con inquietudine,
— Non credo, e non m’importerebbe nulla se la prendessi. Mi starebbe bene, egoistaccia che non sono altro! Lasciar andar sempre te, mentre io me ne stavo comodamente seduta a scrivere quelle scempiaggini! — mormorò Jo, mentre andava a consultare Anna.
La buona donna fu in piedi in un attimo e prese subito le redini, cominciando col rassicurare Jo, dicendo che tutti i bimbi avevano la scarlattina e, se curati bene, non morivano mai, cose che Jo credette subito, e che la calmarono alquanto.
— Senti che cosa faremo — disse Anna, dopo avere esaminato Beth con attenzione — chiameremo il Dottor Bangs, affinché la veda e ci dica se quello che abbiamo fatto sta bene, poi manderemo Amy dalla zia March per un po’ di tempo per tenerla al sicuro, ed una di voi grandi potrà restare a casa per curare e divertire Beth per uno o due giorni.
— Starò io, naturalmente, sono la più grande — disse Meg inquieta e dispiacente.
— No, starò io perché è colpa mia che si è ammalata; avevo promesso a mamma di andar sempre in giro io ed invece non l’ho fatto — disse Jo risolutamente.
— Chi vuoi, Beth? basta una — disse Anna.
— Vorrei Jo — e Beth appoggiò il capo sulla spalla della sorella con uno sguardo di soddisfazione che pose fine alla questione.
— Andrò ad avvertire Amy — disse Meg un po’ urtata, ma in fondo contenta poiché a lei non piaceva far da infermiera, mentre che Jo lo faceva volentieri.
Amy si ribellò addirittura e dichiarò che preferiva aver la scarlattina piuttosto che di andare dalla zia March. Meg ragionò, impose, pregò, ma tutto invano. Amy protestò che non voleva andare e Meg disperata la lasciò per andare a chieder consiglio ad Anna.
Prima però che avesse avuto il tempo di tornare, Laurie era entrato nel salotto ed aveva trovato Amy in lacrime, con il volto nascosto fra i cuscini; gliene aveva domandata la ragione ed essa gli aveva raccontato di che cosa si trattava, aspettandosi di essere appoggiata e consolata; ma Laurie non fece altro che mettersi le mani in tasca e cominciò a passeggiare in su e in giù per la stanza fischiando e corrugando le sopracciglia.
Finalmente le si mise a sedere accanto e disse col suo tono di voce più insinuante: — Senti, sii una brava donnina e fa’ quel che ti dicono; no, non piangere, ma sta a sentire. Tu vai dalla zia March ed io verrò tutti i giorni a prenderti e condurti fuori in carrozza o a piedi e ci divertiremo moltissimo. Non credi che starai meglio là che qui sola sola?
— Non mi piace di esser mandata via a questo modo, come se fossi di troppo — disse Amy con voce di pianto.
— Dio ti benedica, piccina mia, è per non farti ammalare! Ti piacerebbe prendere la scarlattina?
— Certamente che non mi piacerebbe, ma suppongo che la prenderò lo stesso perché sono stata con Beth tutto questo tempo.
— È appunto per questa ragione che dovresti andartene subito. Il cambiamento d’aria e di ambiente ti farà bene; o, se non ti libererà interamente dalla malattia, te la farà avere più leggiera! Io ti consiglio di andar via al più presto possibile, perché la scarlattina non è mica una malattia con cui si possa scherzare, signorina!
— Ma è tanto noioso andare dalla zia March ed è tanto brontolona! — protestò Amy un po’ spaventata.
— Non sarà noioso se io vengo a dare una capatina tutti i giorni, a portarti notizie di Beth e condurti a passeggio. La vecchia mi vuol bene e vedrai che saprò fare in modo che non brontolerà con nessuno dei due, qualunque cosa si faccia!
— Mi porterai fuori a fare delle trottate nel carrozzino con Puck?
— Sul mio onore di gentiluomo.
— E verrai tutti tutti i giorni?
— Lo vedrai!
— E mi ricondurrai a casa, appena Beth è guarita?
— Immediatamente.
— E mi condurrai davvero al teatro?
— A una dozzina di teatri, se occorre!
— Bene…. credo che andrò — disse Amy lentamente.
— Brava Amy! chiama Meg e dille che hai acconsentito! — disse Laurie con un colpetto d’incoraggiamento sulla testa, cosa che annoiò Amy molto più dell’acconsentimento.
Meg e Jo corsero giù a vedere il miracolo compiuto da Laurie ed Amy, simile ad una martire, promise di andare se il dottore diceva che Beth avrebbe avuto la scarlattina.
— Come sta la cara piccina? — domandò Laurie. Beth era la sua favorita ed era più inquieto di quello che avrebbe voluta dimostrare.
— È sdraiata sul letto di mamma ed ora si sente meglio. La morte del bimbo le ha fatto impressione, ma potrebbe darsi che non avesse che preso freddo. Anna dice che crede sia soltanto un po’ di freddo, mia io temo che sia la scarlattina, perché non sta affatto bene — rispose Meg.
— Che mondo, che mondaccio! — disse Jo, arruffandosi i capelli con una mano — Non abbiamo ancora finito con una disgrazia ed eccone un’altra! Tutto va a rovescio quando non e’è la mamma e sembriamo tutte tante pecore smarrite!
— Giustissimo, ma è inutile che tu ti riduca come un porcospino, Jo, non ti dona, sai? Accomodati prima di tutto la parrucca e dimmi poi se devo telegrafare a vostra madre — disse Laurie, che non si era potuto mai consolare della perdita dell’unica bellezza della sua amica.
— Questo è quel che mi tormenta; credo che dovremmo telegrafare a mamma se Beth è proprio malata, ma Anna dice di no, perché la mamma non può lasciar papà e starebbe tanto in pena se lo sapesse. Beth non sarà malata per molto tempo, Anna sa che cosa deve fare e, siccome mamma ci ha detto di lasciarci guidare da lei, così suppongo che non telegraferemo; ma non so, mi pare che non sia ben fatto!
— Hum, non saprei! Dopo che sarà venuto il dottore, consigliati col nonno!
— Faremo così: Jo, va’ a chiamare subito il dottor Bangs — comandò Meg — non possiamo decider nulla finché egli non sia venuto.
— Non ti muovere, Jo; io sono il galoppino — disse Laurie, prendendo il cappello.
— Ma non hai da fare? — cominciò Meg.
— No, ho finito le lezioni per oggi.
— Studi anche in tempo di vacanze? — domandò Jo.
— Prendo il buon esempio dalle mie vicine — fu la risposta di Laurie, mentire usciva dalla stanza.
— Ho grandi speranze pel mio ragazzo! — disse Jo con un sorriso, seguendolo cogli occhi mentre traversava di corsa il giardino.
— Per un ragazzo non c’è male — fu la risposta poco graziosa di Meg, poiché quel soggetto di conversazione non l’interessava molto.
Il dottor Bangs venne, disse che Beth aveva i sintomi di una scarlattina leggiera, mia aggrottò le sopracciglia quando Anna gli raccontò la storia degli Kummel. Amy fu subito mandata via e dovette prendere una medicina per premunirsi del pericolo; partì con gran pompa, scortata da Jo e da Laurie. La zia March la ricevé colla sua solita ospitalità.
— Che cosa c’è di nuovo? — domandò aspramente, guardandoli dal disopra dei suoi occhiali, mentre il pappagallo, appollaiato sulla spalliera della sua seggiola, gridava:
— Va’ via, non vogliamo ragazzi qui!
Laurie si ritirò presso ad una finestra e Jo raccontò la sua storia.
— Niente di più di quel che mi aspettavo; sfido io, vi lasciano andare da ogni sorta di gente! Amy può star qui e rendersi utile se non s’ammala; suppongo del resto che s’ammalerà…. ne ha tutta l’aria. Non piangere, bimba, mi annoia sentir piagnucolare.
Amy era sul punto di piangere sul serio, ma Laurie destramente tirò la coda al pappagallo, la qual cosa costrinse la povera bestia a gridare con voce acuta: — Mio Dio benedetto! — in un modo così curioso che Amy rise invece.
— Che notizie avete di vostra madre? — domandò la vecchia con voce grossa.
— Papà sta molto meglio — disse Jo, cercando di star seria.
— Ah, sì? Non durerà a lungo però; March non è mai stato robusto — fu la consolante risposta.
— Ha! ha! Povero Polly! Prendi una presa di tabacco? Addio cara! — gridò Polly, attaccandosi alla berretta della sua padrona per non cadere, scosso come era dalle ripetute tirate di Laurie.
— Sta’ zitto, vecchio maleducato. E tu Jo, faresti meglio ad andar via subito! Non sta bene che una signorina esca così tardi con un ragazzaccio.
— Sta’ zitto, vecchio maleducato — gridò Polly ruzzolando a terra e correndo a beccare le gambe del ragazzaccio, che scoppiava dal ridere a quest’ultima uscita.
— Ho paura di non poter resistere, ma mi proverò — disse fra sé Amy quando fu lasciata sola dalla zia March.
— Va’ via! Sei un mostro! — strillò Polly ed a questo complimento Amy non potè trattenere un singhiozzo.