Louisa May Alcott – Piccole donne – Cap. 15 – Giorni tristi

Beth fu malata, molto più malata di quello che alcuno, all’infuori di Anna e del dottore, immaginassero. Le ragazze non s’intendevano affatto di malattie, il signor Laurence non poteva vederla, perciò Anna faceva tutto a modo suo ed il povero dottor Bangs, sovraccarico di lavoro, faceva del suo meglio, ma lasciava fare molto all’eccellente infermiera. Meg stava a casa temendo di portare l’infezione dai King e faceva da massaia, ma era molto inquieta ed ogni volta che scriveva a sua madre e non le faceva cenno della malattia di Beth, si sentiva come colpevole verso di lei. Non poteva credere che fosse bene nascondere qualcosa a sua madre; ma ella le aveva raccomandato di seguire i consigli di Anna ed Anna non aveva voluto sapere di scriverlo alla signora March «e di farla tornare a casa per una cosa così leggiera!».
Jo si era dedicata anima e corpo a Beth che, poverina, non dava molto da fare, poiché era molto paziente e sopportava senza lamentarsi il suo male. Ma vennero i giorni in cui, durante l’ora della febbre, ella cominciò a parlare con voce rauca ed interrotta, suonando sulle coperte del letto come sul suo amato pianoforte e cercando di cantare colla gola così gonfia che le note uscivano come piccoli gridi; un tempo in cui non riconosceva più i volti familiari che le stavano a lato, ma chiamava le sorelle con nomi sbagliati ed implorava con voce supplichevole che facessero venire la mamma. Allora Jo si cominciò a spaventare, Meg si raccomandò ad Anna che le permettesse di scrivere la verità a sua madre ed anche Anna disse che «ci avrebbe pensato benché ancora non vi fosse pericolo».
Una lettera da Washington le rese ancor più tristi ed inquiete; il signor March aveva avuto una ricaduta ed il ritorno a casa pareva più remoto che mai! Che brutti giorni furono quelli! Com’era solitaria e triste la casa e com’erano mesti ed angosciati i cuori delle sorelle, mentre che lavoravano ed aspettavano, coll’angiolo della morte che distendeva le sue grandi ali sulla casa, una volta così felice! Allora sì che Margherita, mentre sedeva sola sola al suo lavoro, colle lacrime che spesso le rigavano le guance, cominciava a comprendere quanto era stata felice con i beni che aveva prima avuto e disprezzato e quanto questi fossero più preziosi di qualunque agiatezza che avesse potuto darle il denaro; quanto era stata ricca in amore, protezione, pace e salute, che sono le vere benedizioni della vita. Allora sì che Jo, alla vista delle continue sofferenze dell’amata sorellina, con quella vocina patetica sempre nell’orecchio, imparò a conoscere a fondo la bellezza e la bontà del carattere di Beth, vide e sentì quanta era l’affezione che Beth si era saputa guadagnare colla sua disinteressata ambizione e riconobbe e capì quanto valore avessero nel mondo quegli esseri che, vivendo unicamente per gli altri, aiutavano a rendere la famiglia felice coll’adempiere quei doveri e quelle semplici virtù che tutti possono possedere e che ognuno dovrebbe amare e valutare molto più che ingegno, ricchezza e bellezza.
Ed Amy nel suo esilio desiderava tanto di esser in casa! Come avrebbe lavorato volentieri per Beth! Nessun lavoro fatto per lei sarebbe stato ora grave e tedioso e si ricordava con rimorso e dispiacere delle tante volte in cui quelle manine volenterose avevamo compiuto quei doveri ch’ella stessa era stata troppo pigra per far da sé.
Laurie era sempre in casa March, come uno spirito che non ha pace ed il signor Laurence aveva chiuso a chiave il pianoforte a coda perché non poteva sopportare che alcuno gli rammentasse la giovane vicina che gli soleva rendere così tranquille e beate quelle ore del crepuscolo.
Tutti sentivano la mancanza di Beth: il lattaio, il fornaio, il pizzicagnolo; il macellaio domandavano sempre sue notizie; la povera signora Hummel venne a chieder scusa, piangendo della sua sbadataggine, domandando allo stesso tempo un panno funebre per Mimma; tutti i vicini mandavano sempre una quantità di auguri e di cose che credevano potessero far piacere alla piccola malata ed anche quelli che la conoscevano a fondo, si stupivano nel vedere quanti amici si fosse fatta la timida Beth.
E durante tutto questo tempo, la poverina giaceva sul suo letto con la vecchia Joanna a lato ed anche nei suoi vaneggiamenti ella non si scordava mai della sua povera protetta. Essa avrebbe tanto desiderato di avere con sé i suoi gattini, ma non voleva che rischiassero di ammalarsi anche loro, e, nei suoi momenti di lucidità, tremava sempre per Jo. Mandava continuamente ambasciate ad Amy, faceva sempre dire a sua madre che presto le avrebbe scritto e spesso domandava carta e calamaio per scrivere qualche riga e mostrare a suo padre che non si dimenticava di lui. Ma anche questi lucidi intervalli svanirono coll’aggravarsi del male e, per ore ed ore, la povera piccina si agitava nel letto, mormorando parale interrotte ed incoerenti, oppure era assopita in un sonno pesante che non le portava alcun refrigerio. Il Dottor Bangs la visitava due volte al giorno, Anna la vegliava la notte, Meg aveva pronto nel suo cassetto un telegramma da spedirsi a qualunque momento a sua madre e Jo non si muoveva un istante dal capezzale di Beth.
Il primo di dicembre fu per le povere ragazze una giornata d’inverno davvero oscura! Di fuori soffiava un vento gelato, la neve cadeva a larghi fiocchi e l’anno sembrava si preparasse alla morte. Quando il dottor Bangs venne quella mattina, guardò a lungo Beth, tenne la manina ardente nelle sue per un minuto, poi la riposò lentamente sulla coperta, dicendo a bassa voce ad Anna — Se la signora March può lasciare suo marito, sarebbe bene che venisse! — A queste parole Anna, che non poteva parlare per il gran tremito nelle labbra, fece col capo un cenno di assentimento; Meg si lasciò cadere su di una seggiola, come se le forze le mancassero, e Jo, dopo esser stata un minuto immobile, col volto pallido come la morte, corse nell’anticamera, prese il telegramma e, gettandosi sulle spalle il mantello, si precipitò fuori nella bufera. Ben presto fu di ritorno, e mentre silenziosamente si levava il mantello, vide Laurie che entrava con una lettera in mano dicendo che il signor March stava meglio ed era nuovamente in via di guarigione. Jo lesse la lettera, ma quel grave peso che aveva sul cuore non si alleggerì ed il suo volto era così triste che Laurie domandò subito:
— Che cosa c’è? Beth sta peggio?
— Ho telegrafato a mamma che venga — disse Jo cercando, con un’espressione indicibile di togliersi le scarpe.
— Brava Jo! L’hai fatto di tua iniziativa? — domandò Laurie, mentre, vedendo come la sua mano tremava, la faceva sedere su di una seggiola e l’aiutava a levarsi la scarpa ribelle.
— No, il dottore ce l’ha detto!
— Oh Jo! Siamo a questo punto? — gridò Laurie col volto spaventato.
— Sì! Non ci riconosce più, non parla neppure più delle «tortorelle verdi», come chiamava i rami di vite sul muro, non sembra più la mia Beth e non e’è nessuno che ci aiuti a sopportare questa terribile prova! Mamma e papà sono tutti e due andati via e Iddio sembra essere così lontano che non lo posso più trovare! — e la povera Jo, colle guance rigate di lacrime, tese le mani, come se brancolasse nel buio, in modo così derelitto, che Laurie prese quelle mani nelle sue e mormorò come potè, con un nodo alla gola: — Jo, cara, se ti posso essere di aiuto, sono qua io!
Ella non poteva parlare, ma la dolce pressione di quella mano amica confortò un poco il suo povero cuore, e parve condurla più vicina a quel braccio divino che solo poteva confortarla nel suo dolore. Laurie avrebbe pagato qualunque cosa per poterle dire parole di conforto e di affetto, ma non ne trovava che potessero esprimere il suo pensiero e stava muto, accarezzando la povera testa abbattuta, come faceva sempre la sua mamma. Era la migliore cosa che potesse fare e recò più sollievo che non le parole più eloquenti, poiché Jo sentì la muta simpatia, ed in quel silenzio capì quanto conforto può dare l’affetto al dolore più intenso. Dopo qualche tempo, ella rasciugò le lacrime che l’avevano tanto sollevata e guardò Laurie con volto pieno di riconoscenza.
— Grazie, Teddy, — disse — sto molto meglio adesso, non mi sento così scoraggiata e sola e cercherò di sopportare con rassegnazione questo gran dolore, se mai venisse!
— Spera sempre pel meglio, Jo: questo ti sarà di grande aiuto! Tua madre sarà presto qui ed allora tutto andrà bene!
— Sono così contenta che papà stia meglio; così la povera mamma verrà via col cuore più leggiero! Oh Dio! Pare proprio vero che le disgrazie non vengono mai sole ed a me tocca sopportare la parte più grave! — sospirò Jo, stendendo il fazzoletto bagnato sulle ginocchia per farlo asciugare.
— Come? Meg non fa quello che dovrebbe? — domandò Laurie indignato.
— Oh sì, cerca di far del suo meglio, ma non ama Beth come l’amo io e non le farà tanto vuoto! Ma Beth è la mia coscienza e non posso lasciarla andare, non posso, non posso!
E la povera Jo nascose di nuovo il volto nel fazzoletto e pianse disperatamente. Fino ad allora si era tenuta su coraggiosamente e non aveva sparso una lacrima, ma adesso aveva bisogno di uno sfogo. Laurie si passò una mano sugli occhi, ma non potè parlare finché il nodo, che gli era venuto alla gola, non fu passato e finché le labbra non cessarono di tremare convulsivamente. Poteva essere cosa effemminata ma non potè farne a meno ed io ne ho piacere. Poco dopo, quando i singhiozzi di Jo si fecero meno frequenti, egli disse con voce piena di speranza: — Non credo che la nostra Beth morirà; ella è così buona e noi tutti le vogliamo tanto bene che non credo che Iddio vorrà togliercela così presto.
— Le persone più buone e più care sono sempre quelle che muoiono — mormorò Jo, cessando però di piangere, poiché le parole del suo amico, nonostante tutti i suoi dubbi e tutti i suoi timori, l’avevano un po’ consolata.
— Povera ragazza! Sei proprio sfinita! Non è naturale che tu sia così scoraggiata! Aspetta un po’: ti accomodo io in due minuti!
E Laurie corse su facendo due scalini alla volta, mentre Jo appoggiava la sua povera testa stanca sul mantellino bruno di Beth, che nessuno aveva pensato di togliere dalla tavola su cui l’aveva lasciato. Quel mantello parve possedere un fascino, perché un po’ dello spirito rassegnato e di abnegazione della sua padroncina parve penetrare nel cuore di Jo; e, quando Laurie venne giù con un bicchiere di vino in mano, ella lo prese con un sorriso e disse coraggiosamente: — Bevo alla salute della mia Beth. Sei un buon dottore, Teddy, ed un impagabile amico, come farò a ripagarti di tutto quello che fai per me? — aggiunse poi, fisicamente rinfrancata dal vino, come lo era stata moralmente dalle parole di Laurie.
— Ti manderò il conto a tempo opportuno, mal ora ti dirò qualcosa che ti darà più forza e coraggio di un bicchiere di vino — disse Laurie guardandola con occhi pieni di soddisfazione.
— Che cosa e’è? — domandò Jo dimenticando nella sorpresa il suo dolore.
— Ho telegrafato a tua madre ieri e Brooke ha risposto che sarebbe partita subito: così arriverà questa sera e vedrai che tutto andrà bene! Sei contenta, Jo?
Laurie parlava rapidamente con grande enfasi ed eccitamento; aveva tenuto questa notizia segreta, per paura di’dare delle vane speranze alle ragazze o di far del male a Beth, ma ora non poteva più star zitto.
Alle parole di Laurie, Jo dapprima impallidì, poi balzò su dalla seggiola e, al momento in cui Laurie cessava di parlare, lo elettrizzò gettandogli le braccia al collo e gridando con gioia: — Oh Laurie, oh mamma, sono così contenta! — Non pianse la povera Jo, ma rise convulsamente e tremava tutta e si teneva stretta al suo amico come se questa notizia l’avesse un po’ sbalordita. Laurie, benché assai meravigliato da questo modo di procedere, mostrò gran presenza di spirito, l’accarezzò dapprima, poi, vedendo che si ricomponeva, azzardò uno due timidi baci, cosa che richiamò Jo subito in sé. Tenendosi stretta alla ringhiera della scala per non cadere, lo allontanò gentilmente, dicendo con voce semiseria: — Oh no! Non volevo far così, ma sei stato così buono e così bravo di telegrafare alla mamma che non ho potuto fare a meno di abbracciarti. Non mi dare mai più del vino, Teddy, mi fa fare di queste belle cose!
— Non mi dispiacciono affatto — disse Laurie, ridendo ed accomodandosi la cravatta — Ora sta’ a sentire. Io ho cominciato da qualche giorno ad essere inquieto ed il nonno pure; abbiamo pensato che Anna si prendeva una responsabilità troppo grande e che la vostra mamma avrebbe dovuto esser avvertita. Non ci avrebbe mai più perdonato se Beth…. se accadeva qualcosa insomma. Perciò ho indotto il nonno a convenire con me che gli pareva fosse tempo di muoversi e ieri andai al telegrafo e telegrafai, benché Anna mi volesse quasi mangiare quando le proposi di avvisare vostra madre. Tu sai che non posso soffrire di essere contrariato, specialmente quando so di aver ragione e l’opposizione recisa di Anna mi decise a mandare il telegramma. Vostra madre verrà di certo; e l’ultimo treno arriva alle due di stanotte. Io andrò alla stazione a prenderla e tu non hai da far altro che celare la tua gioia e tener Beth tranquilla fino all’arrivo di questa benedetta mamma.
— Laurie, sei un vero angelo! Come posso ringraziarti?
— Abbracciami di nuovo, ci ho preso gusto! — disse Laurie con un’espressione birichina, cosa che non aveva avuta da quindici giorni.
— No, grazie; lo farò per procura quando verrà tuo nonno. Non ti tormentare adesso, ma va’ a casa e riposati poiché dovrai star su tutta la notte. Iddio ti benedica, Teddy, Iddio ti benedica!
Mentre parlava, Jo si era a poco a poco avvicinata all’uscita e, terminato il discorso, sparì precipitosamente in cucina, ove si sedette un minuto per dire ai gatti che le facevano circolo, che era così felice, tanto felice, mentre Laurie partiva tranquillamente, rallegrandosi di aver compiuto così bene l’opera sua.
— Quel ragazzo s’immischia sempre nelle cose che non lo riguardano, ma gli perdono questa volta e spero che la signora arriverà subito subito — disse Anna con un sospiro di sollievo, quando Jo le annunziò la buona notizia, e Meg, felice anch’essa, si rinchiuse in camera sua a rileggere la lettera venuta, mentre Jo metteva in ordine la camera della malata ed Anna si affrettava ad andare in cucina per preparare qualcosa per gli ospiti attesi. Un soffio di aria pura sembrava fosse penetrato nella casa e qualcosa come un raggio di sole sembrava rallegrare le stanze solitarie; tutto pareva annunziare un cambiamento favorevole: l’uccellino di Beth cominciò di nuovo a gorgheggiare; una rosa quasi sbocciata fu scoperta sulla pianta di Amy, il fuoco sembrava bruciasse con uno scoppiettio più allegro del solito ed ogni volta che le ragazze s’incontravano, i loro volti pallidi si rallegravano, si abbracciavano e mormoravano come per incoraggiamento: — Viene la mamma, cara, viene la mamma. — Tutti si rallegravano: eccetto Beth. Ella giaceva assopita, inconscia di tutto ciò che succedeva intorno a lei: speranza, gioia, dubbio o pericolo. Era una vista straziante quel volto, poco tempo prima così fresco e roseo, adesso così cambiato e scarno; le manine, una volta così attive, adesso così deboli e smunte; quelle labbra belle e sorridenti ora mute e bianche, ed i capelli, una volta così lucidi e morbidi, sparsi qua e là pel capezzale. Tutto il giorno rimase in quello stato; non si riscuoteva che per articolare con le labbra riarse la parola appena intelligibile: — Acqua, acqua. — Tutto il giorno Jo e Meg le furono attorno, spiando ogni suo movimento, sperando e fidando in Dio e nella loro madre e tutto il giorno la neve continuò a cadere a larghi fiocchi, il vento a fischiare ed ululare e le ore a passare lente lente. Venne finalmente la notte ed ogni volta che l’orologio suonava le ore, le sorelle, sedute da una parte e dall’altra del letto, si scambiavano uno sguardo d’incoraggiamento, come per dire che l’aiuto si avvicinava finalmente. Il dottore era venuto ed aveva detto che una crisi sarebbe avvenuta probabilmente verso mezzanotte e che a quell’ora egli sarebbe tornato.
Anna, esausta dalla fatica, si sdraiò sul sofà a’ piedi del letto e si addormentò. Il signor Laurence continuava a camminare su e giù nell’entrata, pensando che avrebbe preferito di trovarsi dinanzi ad una batteria di nemici piuttosto che vedere il volto ansioso che Mrs March avrebbe avuto al suo arrivo; e Laurie sdraiato sul sofà, fingeva di dormire, ma in verità guardava il fuoco con quello sguardo pensieroso e triste che rendeva i suoi occhi così dolci ed espressivi. Le ragazze non si dimenticarono mai più quella notte, in cui sedevano là vicino al letto, vegliando la sorella, affrante da quell’orribile senso di impotenza che viene in generale in quei momenti terribili.
— Se Iddio ci fa la grazia di lasciarci Beth, non mi lagnerò mai più — disse Meg seriamente.
— Se Iddio ci lascia Beth, cercherò di amarlo e di servirlo per tutta la mia vita — disse Jo con eguale fervore.
— Che bellezza se non avessimo cuore! Il mio mi fa tanto male — sospirò Meg dopo una pausa.
— Se la vita fosse spesso così non so come faremmo a vivere — aggiunse la sorella, abbattuta e scoraggiata.
L’orologio suonò la mezzanotte e tutt’e due le sorelle si chetarono e con più attenzione ancora spiarono il volto di Beth che pareva loro avesse già subito un cambiamento. La casa era silenziosa come la morte e non si udiva altro che l’ululare monotono del vento. La povera Anna continuava a dormire e nessuno, all’infuori delle sorelle, vide la pallida ombra che sembrò cadere sul lettino della malata. Passò un’ora e nulla avvenne se non la partenza di Laurie per la stazione. Un’altra ora…. e nessuno arrivava; ed il timore di una disgrazia per strada, o un ritardo pel cattivo tempo o, peggio ancora, una gran disgrazia a Washington, cominciò a riempire il cuore delle povere ragazze.
Erano le due passate quando Jo, che stava spiando alla finestra, udì un movimento presso il letto e, voltandosi subito, vide Meg inginocchiata davanti al seggiolone di sua madre col volto nascosto fra le mani. Un terribile pensiero le balenò alla mente e le agghiacciò il sangue nelle vene: Beth è morta e Meg non ha il coraggio di dirmelo. In un istante fu di nuovo presso al letto e parve alla sua fantasia esaltata che un gran cambiamento si fosse prodotto in Beth. Il rossore della febbre e l’espressione di sofferenza erano scomparsi e la cara faccia sembrava così pallida e tranquilla nel suo assoluto riposo che Jo non sentì desiderio di piangere o di lamentarsi. Abbandonandosi a guardare lungamente la più cara fra le sue sorelle, ella baciò quella fronte umida col cuore sulle labbra e mormorò dolcemente: — Addio, mia Beth, addio! — Come scossa da quel debole rumore, Anna si svegliò di soprassalto, balzò in piedi, si avvicinò rapidamente al letto, guardò Beth, le tastò la mano, udì il respiro e poi, buttandosi il grembiule sugli occhi, si gettò a sedere mormorando a bassa voce: — La febbre è passata! Dorme naturalmente, la pelle è umida e respira bene! Iddio sia lodato! — Prima che le ragazze potessero credere alla felice realtà, il dottore venne a confermarla. Era un uomo brutto, ma le ragazze credettero di vedere il volto di un angelo quando, col sorriso sulle labbra ed un fare paterno, disse: — Sì, mie care, credo che la bambina sia fuori di pericolo adesso. Tenete la casa quieta, lasciatela dormire e appena si sveglia datele….
Le ragazze non udirono quello che dovevano darle perché tutt’e due andarono nell’anticamera buia e là, sedute sulle scale, si tennero strettamente abbracciate, col cuore pieno di una gioia troppo sacra per le parole. Quando ritornarono in camera per esser baciate ed abbracciate dalla fedele Anna, trovarono che Beth giaceva nel letto colla guancia, da cui era già svanito il terribile rossore, appoggiata ad una mano e che respirava tranquillamente come se si fosse addormentata allora allora.
— Se la mamma venisse adesso — disse Jo, mentre alla notte cominciava a seguire l’alba.
— Vedi — disse Meg avvicinandosi a lei con una rosa bianca mezza schiusa — Avevo creduto che questa rosa non sarebbe stata abbastanza aperta per metterla nelle mani di Beth domani se…. fosse partita! Ma si è schiusa nella notte ed adesso la voglio mettere in questo vaso affinché, quando essa si sveglia, possa per prima cosa vedere la rosina bianca ed il volto della mamma.
Il sole non era loro mai sembrato così bello, né la natura così splendente quali apparvero quella mattina agli occhi stanchi di Meg e di Jo, quando la triste veglia fu terminate.
— Sembra il mondo delle fate — disse Meg sorridendo a sé stessa mentre che dietro la tenda ammirava lo spettacolo.
— Zitta — gridò Jo balzando in piedi.
Un suono di campanelli alla porta, un grido di Anna e poi la voce di Laurie che gridava con gioia:
— Ragazze, è venuta, è venuta!