Louisa May Alcott – Piccole donne – Cap. 16 – Le volontà di Amy

Mentre queste cose accadevano in casa, Amy se la passava molto male con la zia March. Ella si lamentava sempre dell’esilio a cui era stata condannata e, per la prima volta in vita sua, capì quanto fosse amata e curata a casa sua. La zia March non guastava mai alcuno con le troppe carezze; non approvava quel metodo: ma cercava di esser buona e dolce poiché le manierine delicate e gentili della piccina le piacevano e, in fondo in fondo, benché non ne volesse convenire, aveva serbato un posticino tenero pei figli del nipote. Cercava di tutto per contentare Amy, ma il metodo era del tutto sbagliato.
Vi sono delle persone che si sentono moralmente giovani, nonostante le rughe ed i capelli bianchi, che possono prendere parte ai dolori ed alle gioie dei fanciulli, che possono render beata la loro vita ed in forma leggiera e piacevole dar loro delle lezioni morali, acquistandosi così la loro amicizia e confidenza. Ma la zia March non aveva questo dono di natura e seccava a morte la povera Amy colle sue regole, i suoi ordini, le sue maniere affettate ed i suoi discorsoni lunghi, noiosi e prosaici. Vedendo che la bambina era molto più docile e pieghevole di sua sorella, la vecchia signora si credeva in obbligo di porre un riparo ai cattivi effetti che, secondo lei, avevano dovuto avere gli insegnamenti liberi e la troppa indulgenza dei suoi genitori.
Doveva ogni mattina lavare le tazze, pulire i vecchi cucchiai, la teiera d’argento ed i bicchieri e lustrarli finché non luccicavano; doveva poi spolverare le stanze, dar da mangiare a Polly, pettinare il cane ed andar su e giù per le scale almeno una dozzina di volte per dar ordini e contrordini e fare le commissioni per la vecchia che, molto zoppa, di rado si alzava dal suo seggiolone. Dopo tutto questo, la povera Amy doveva far le lezioni, dopodiché aveva finalmente un’ora di ricreazione, che certamente non si lasciava sfuggire. Laurie veniva tutti i giorni e riusciva a forza di moine a carpire alla vecchia il permesso di condurre Amy a passeggio con lui ed allora erano scarrozzate o passeggiate e divertimenti senza fine. Ma purtroppo veniva presto il tempo di tornare a casa e nel dopopranzo essa doveva leggere ad alta voce per la vecchia e poi star ferma e tranquilla mentre ella dormiva, rammendare i tovaglioli e gli asciugamani fino al beato momento in cui, venuta la sera, aveva finalmente il permesso di divertirsi a modo suo. Le serate però, lunghe, interminabili, in cui la zia March cominciava a raccontare noiosissime storie e ricordi della sua gioventù, erano le ore peggiori della giornata, tanto lunghe e noiose che Amy non vedeva l’ora di andare a letto per piangere, come diceva lei, sulla sua dura sorte, mia il pianto poi si riduceva tutto al più a due o tre lacrime poiché, appena messa la testa sul guanciale, si addormentava subito.
Se non fosse stato per Laurie e per la vecchia cameriera, Ester, Amy sentiva che non avrebbe potuto sopportare quella vita. Il pappagallo bastava già da solo a farla uscire dalla grazia di Dio, perché quell’animalaccio aveva subito capito che la bambina non lo poteva soffrire e, secondo la sua natura, faceva di tutta per vendicarsi. Le tirava i capelli ogni volta che essa gli si trovava vicino, rovesciava apposta il pane e latte quando la gabbia era stata pulita d’allora, beccava Mop per farlo abbaiare quando la vecchia dormiva, le diceva ogni sorta di improperi quando vi era gente, si comportava insomma in tutto e per tutto come una vecchia bestiaccia maleducata. Per colmo di sventura Amy non poteva soffrire il cane, una bestia grassa e brontolona, che ringhiava e guaiva quando lo si pettinava e puliva, che si sdraiava sulla schiena colle quattro zampe in aria ed un’espressione di beato idiotismo sul muso quando voleva mangiare e questo circa una dozzina di volte al giorno. La cuoca era sempre di cattivo umore, il vecchio cocchiere era sordo, ed Ester era l’unica persona che avesse un po’ di pietà per la povera signorina. Ester era una vecchia francese, che aveva vissuto con «Madame» (così chiamava la sua padrona) molti anni e che, sapendo bene che «Madame» non poteva vivere senza di lei, le faceva far tutto ciò che voleva. Aveva preso una grande simpatia per «Mademoiselle» e le permetteva anche di andare girando per la casa e le mostrava tutte le vecchie reliquie, gelosamente custodite nei grandi armadi e nelle antiche casse. La più bella cosa però, secondo Amy, era un vecchio armadino indiano, pieno di cassettini nascosti, di aperture e di ripostigli, dove la zia March teneva rinchiusi una quantità di ornamenti, alcuni oggetti preziosi, alcune reliquie, tutte più o meno antiche, ed il più grande divertimento di Amy era di mettere in ordine tutti questi gingilli, specialmente quella cassetta ove, su cuscinetti di velluto, riposavano tutte le gioie che avevano adornato una bellezza di quarant’anni fa.
— Se Mademoiselle dovesse scegliere uno di questi gioielli, quale prenderebbe? — domandò Ester che in queste occasioni le stava sempre accanto per poter poi richiudere le gioie.
— Mi piacciono più di tutto i brillanti, ma anche collana e le collane stanno tanto bene! Sceglierei questo, credo — rispose Amy guardando con grande ammirazione un filo di coralli dorati, a cui era attaccata una bellissima croce.
— Cosa pagherei sapere chi avrà tutte queste belle cose alla morte della zia March — disse, mentre rimetteva lentamente a posto il bel rosario e chiudeva ad uno ad uno gli astucci.
— Lei e le sue sorelle. Lo so, Madame mi confida tutti i suoi pensieri e poi ho visto il testamento che dice così — mormorò Ester sorridendo.
— Che bellezza! Ma non potrebbe darceli adesso? La pro-cra-sti-na-zio-ne non è mica una cosa molto gradevole — osservò Amy dando un ultimo sguardo ai diamanti.
— Le signorine sono troppo giovani per portare queste cose. La prima che si farà sposa avrà le perle, Madame l’ha detto, ed io ho idea che quel piccolo anello di turchesi sarà regalato a lei quando tornerà a casa, perché Madame è molto contenta di lei ed approva molto la sua condotta e le sue manierine eleganti.
— Credi davvero? Oh, sarò un vero angiolo per guadagnarmi quel magnifico anellino! È molto più bello di quello di Kitty Bryant. Dopo tutto, voglio bene alla zia March. — Ed Amy si provò l’anellino con grande soddisfazione e col fermo proponimento di guadagnarselo.
Da quel giorno fu un modello di obbedienza e di bontà e la vecchia si compiacque grandemente del successo dei suoi insegnamenti. Ester mise nella stanzetta da toilette un tavolino con un panchetto, ed attaccò al muro un quadro che aveva tolto da una delle stanze disabitate. Ella credeva che esso non avesse gran valore e lo prese, sapendo che Madame non sarebbe mai venuta a saper nulla. Ma era invece una copia dal gran valore di uno dei più bei quadri del mondo e gli occhi di Amy, sempre pronti ad ammirare il bello, non si stancavano di guardare il soave volto della madre divina, che le faceva risvegliare i più dolci ed elevati pensieri. Sul tavolino ella pose la sua bibbia, il libretto di preghiere ed un vasetto pieno dei fiori più belli che le portava Laurie e cominciò a stare ogni giorno per un po’ di tempo in quella stanzetta per rivolgere il suo pensiero a Dio e pregarlo di risparmiare la sorellina.
Ester le aveva dato un rosario nero con una crocetta d’argento, ma Amy lo attaccò al quadro e non se ne servì mai, non sapendo se fosse permesso di adoperarlo per preghiere protestanti.
La bambina faceva tutto questo con grande sincerità ed era cosa naturale poiché, lasciata sola e lontana dal suo nido, sentiva il bisogno di una mano protettrice a cui appoggiarsi ed istintivamente si rivolgeva al grande e benefico Amico, che è sempre pronto ad amare e perdonare le sue pecorelle. La povera Amy si ricordava con rammarico dell’aiuto che le dava sempre la sua mamma, insegnandole a guidarsi da sé ed a fare il bene, ma avendo ormai imparato a chi rivolgersi, faceva del suo meglio per seguire la retta via e non deviare; ma era una pellegrina molto giovane ed il viaggio le pareva lungo e difficile! Presa dunque la risoluzione d’esser molto, molto buona, Amy volle fare il suo testamento, come aveva fatto la zia March, affinché, se per caso si fosse ammalata e fosse morta, le sue sostanze fossero giustamente e generosamente divise. In una delle sue ore di ricreazione, con un po’ di aiuto di Ester per le parole legali, ella scrisse 1 importante documento e quando la buona donna l’ebbe firmato, Amy si sentì sollevata e lo ripose con cura por mostrarlo poi a Laurie, che doveva fare da secondo testimonio.
Quando Laurie venne a farle nel dopopranzo la solita visita ella gli disse — Voglio che tu mi faccia il piacere di leggere questo foglio e dirmi se va bene e se è in regola. Tutto considerato sono venuta alla conclusione che è meglio fare il proprio testamento poiché la vita è incerta e non voglio aver rimorsi nella tomba.
Laurie si morse le labbra e, voltando un momento il volto, lesse il documento con gravità degna di miglior causa, considerandone specialmente la ortografia:

Il mio testamento.

Io, Amy Curtis March, essendo in piena coscienza delle mie facoltà mentali, lascio e delego tutta la mia proprietà terrestre divisa in questo modo:
A mio padre le mie migliori pitture, i miei disegni, carte e lavori d’arte incluse le cornici. Anche le mie L. 100 da farne quel che crede meglio.
A mia madre tutti i miei vestiti, eccetto il grembiulino celeste colle tasche, anche il mio ritratto e la mia medaglia con un bacio.
Alla mia cara sorella Margherita lascio il mio anello di turchesi (se l’avrò), la mia scatola verde colle tortorelle, anche il pezzo di merletto vero ed il mio ritrattino disegnato come ricordo della «sua bambina».
A Jo lascio il mio spillo, quello accomodato con ceralacca, il mio calamaio di bronzo (lei mi perse il coperchio) ed il mio prezioso coniglio di gesso perché mi dispiace di averle bruciato il suo librettino.
A Beth, se vive dopo di mie, lascio le mie bambole e la mia scrivania, il mio ventaglio, i miei colletti e le mie pantofole nuove, se potrà portarle, perché quando si alza sarà dimagrata. E le domando perdono e altresì di aver canzonato sempre la povera Joanna.
Al mio amico e vicino Teodoro Laurence lascio il mio portafoglio di carta ricamato, il mio cavallo di gesso nonostante che egli abbia detto che non aveva collo. Altresì in ricompensa della grande bontà ed affezione che mi ha dimostrato durante questo periodo di disgrazia qualunque altro dei miei lavori che gli possa far piacere. Notre Dame è a mio parere il migliore.
Al nostro benefattore il signor Laurence lascio la mia scatolina rossa collo specchio nel coperchio, che gli servirà per le sue penne e gli ricorderà la bambina morta, che lo ringrazia tanto per tutti i suoi favori e le sue beneficenze specialmente di quelle prodigate a Beth.
Desidero che la mia compagna favorita Kitty Bryant abbia il grembiulino di seta celeste e l’anellino d’oro con un bacio affettuoso.
Ad Anna lascio la scatola che ha sempre desiderato e tutti i miei rammendi sperando che di me si ricorderà quando quello vedrà.
E adesso, avendo disposto della mia proprietà, spero che tutti saranno contenti e non biasimeranno i morti. Perdono a tutti e spero che quando suonerà la tromba ci rivedremo tutti. Amen.
E questo testamento io firmo
addì 20 novembre, Anno Domini 1861.

Amy Curtis March.

Testimoni: Estelle Valnor
Teodoro Laurence.

L’ultimo nome era scritto in lapis ma Amy volle che egli lo ripassasse coll’inchiostro e sigillasse bene il documento.
— Chi te l’ha messo in testa? Qualcuno ti ha detto che Beth voleva dar via la sua roba? — domandò Laurie seriamente, mentre Amy gli posava dinanzi un nastrino rosso, un pezzo di ceralacca, una candela accesa ed un calamaio.
Ella gli spiegò tutto, poi domandò ansiosa: — Che cosa hai detto di Beth?
— Mi dispiace di aver parlato, ma siccome il male è fatto, così finisco. Un giorno la povera piccina ai sentiva così male che disse a Jo che voleva lasciare il pianoforte a Meg, l’uccellino a te, e la povera bambola vecchia e rotta a Jo, sperando che per amor suo le avrebbe voluto bene. Le dispiaceva di aver così poco da dare ma lasciò a tutti noi dei riccioli dei suoi capelli ed un bacio al nonno. Ella non ha mai pensato al testamento.
Mentre parlava, Laurie stava scrivendo e chiudendo la carta e non alzò gli occhi che quando una grossa lacrima cadde sul foglio. Il volto di Amy era mesto e serio ma non disse che questo:
— Non si mettono qualche volta dei poscritti nei testamenti?
— Sì, li chiamano codicilli.
— Allora mettine uno nel mio; desidero che tutti i miei ricci siano tagliati e distribuiti ai miei cari ed agli amici. Me ne sono dimenticata ma voglio che sia fatto, benché sappia che mi farà diventare così brutta!
Laurie aggiunse il codicillo sorridendo a quest’ultimo e maggior sacrificio di Amy. Poi la divertì per un’ora e prese grande interesse alle sue pene. Ma quando fu per andarsene, Amy lo fermò per domandargli con labbra tremanti: — È in pericolo Beth?
— Temo di sì, ma dobbiamo sempre sperare per il meglio. Non piangere cara — e Laurie l’abbracciò con un moto così fraterno che Amy si sentì consolata.
Quando fu partito, Amy andò nella sua cappellina e là, seduta nel crepuscolo, pregò per Beth cogli occhi pieni di lacrime ed il cuore angosciato, dicendo a sé stessa che un milione di anelli di turchesi non l’avrebbero consolata della perdita della sua cara e paziente sorellina.