Louisa May Alcott – Piccole donne – Cap. 20 La zia March risolve la questione

Come api che ai affaticano intorno alla loro regina, la signora March e le figliuole tralasciarono, il giorno dopo, tutte le loro solite occupazioni per ascoltare, curare e stare intorno al nuovo malato, mettendo quasi in pericolo la sua vita per le troppe cure. Pareva che nulla dovesse mancare alla loro felicità ora che il signor March era con loro, seduto sulla poltrona vicina al sofà di Beth, con la signora March e le tre figlie attorno a lui ed Anna che ogni tanto faceva capolino alla porta «per dare una guardatina al caro uomo». Ma qualcosa mancava e, benché nessuno volesse confessarlo, pure i più grandi lo sentivano. La signora ed il signor March si scambiavano delle occhiate ansiose ed inquiete, mentre seguivano i movimenti di Meg. Jo aveva dei momenti di grave serietà e fu vista minacciare col pugno l’ombrello del signor Brooke, che era stato lasciato nell’anticamera. Meg era distratta, timida e silenziosa; si scuoteva ogni volta che suonavano il campanello ed arrossiva quando il nome di John veniva pronunziato. Amy diceva che tutti sembravano aspettar qualcosa e questo le sembrava strano, ora che il padre era tornato sano e salvo; e Beth innocentemente si meravigliava che i loro vicini non venissero come al solito.
Laurie passò dinanzi a casa loro nel dopopranzo e, vedendo Meg alla finestra, parve subito colpito da un accesso melodrammatico, poiché cadde in ginocchio sulla neve, cominciò a battersi il petto, a strapparsi i capelli e congiunse le mani come se implorasse qualche immensa grazia e, quando Meg gli disse di comportarsi come si deve e di non far sciocchezze, si portò il fazzoletto agli occhi per asciugarsi delle lacrime immaginarie e vacillando si avviò verso la cantonata, ove scomparve con un ultimo gesto di disperazione.
— Che oca! Che cosa vuol dire? — disse Meg ridendo e non volendo capire.
— Ti mostra come farà il tuo John fra poco, non capisci? — rispose Jo con scherno.
— Non dire il mio John; non sta bene e non è vero — ma la voce di Meg parve soffermarsi su queste parole come se il loro suono fosse molto grato al suo orecchio. — Non mi tormentare, Jo, ti ho già detto che non m’importa molto di lui, perciò non dir nulla e continueremo ad esser buoni amici come prima e basta.
— Tu non puoi esser amica sua come prima perché quello scherzo di Laurie ti ha fatto girar la testa. Lo so, e lo vede anche la mamma; non sei più la stessa e ti sei già allontanata da noi. Non è per tormentarti che lo dico e, quando verrà il momento, sopporterò questo dolore senza mormorare, ma se almeno quell’asino si spicciasse! Odio le aspettative io, perciò se vuoi accettarlo, accettalo subito e falla finita! — disse Jo con stizza.
— Non posso certamente accettarlo se lui non me lo domanda e, siccome papà gli ha detto che ero troppo giovane, non me lo domanderà — cominciò Meg, abbassando la testa sul lavoro per nascondere il sorrisetto curioso che significava: — In questo non sono davvero d’accordo con papà.
— E se parlasse tu non sapresti che cosa dire e non faresti altro che piangere od arrossire e fargli far tutto a modo suo invece di dirgli un bel no!
— Non sono così stupida e docile come mi credi, Jo. So benissimo che cosa farei e che cosa direi perché è già un po’ di tempo che ci penso, per non farmi prendere all’imprevista! Non si sa mai quel che può succedere ed io voglio esser preparata a qualunque evento.
Jo non potè fare a meno di sorridere dell’aria d’importanza di Meg che, col rossore che le copriva le guance, rendeva anche più bella la sua naturale bellezza.
— Che cosa gli diresti? Ti spiacerebbe dirmelo? — domandò Jo con un’ombra di rispetto nella voce.
— Con piacere; tu hai ora sedici anni, sei abbastanza ragionevole per esser presa come confidente e forse un po’ di pratica ti sarà di aiuto quando anche tu avrai affari di questo genere.
— Non temere per me! Io non avrò mai affari di questo genere! Mi divertono le persone innamorate, ma mi darei dell’imbecille mille volte al giorno se ci cascassi io! — disse Jo, spaventata solamente all’idea.
— Non ti daresti tanto dell’imbecille se qualcuno ti piacesse molto e questa persona ti amasse.
Meg parlava quasi a sé stessa e guardava il sentiero campestre dove spesso, nel crepuscolo, aveva veduto passeggiare fidanzati e innamorati.
— Mi pareva che tu avessi l’intenzione di dirmi che cosa avresti risposto a quel!’uomo — disse Jo, interrompendo bruscamente la piccola rêverie di sua sorella.
— Oh, non farei altro che dirgli con molta calma e fermezza: Grazie, signor Brooke, le sono molto riconoscente, ma sono d’accordo con papà nel dire che per ora sono troppo giovane per legarmi con alcuna promessa; perciò, la prego, non me ne parli più, ma restiamo amici come pel passato.
— Hum, è freddo e abbastanza compassato, ma non credo che avresti mai il coraggio di dirglielo. E poi egli comincerà a fare come gli eroi dei romanzi, a piangere ed a pregare e non avrai il cuore di ricusargli nulla!
— Niente affatto. Gli dirò che ho fermamente deciso così ed uscirò dalla stanza dignitosamente.
Così Meg si alzò e stava per fare una prova della dignitosa ritirata, quando un passo nell’anticamera la fece correre a sedere di nuovo e mettersi a cucire come se la sua vita dipendesse da quella costura che doveva fare. Jo soffocò con fatica uno scoppio di risa al subitaneo cambiamento e, quando qualcuno bussò leggermente alla porta, aprì con un aspetto accigliato e tutt’altro che benevolo.
— Buongiorno; sono venuto a riprendere il mio ombrello, cioè…. a vedere come sta oggi suo padre, — disse il signor Brooke, imbrogliandosi un po’ nel vedere le faccie confuse delle due sorelle.
— Va benissimo, gli dirò che lei è qui; è nel porta ombrelli e glielo prenderò — e dopo avere con questo bel discorso mischiato ben bene padre, ombrello e portaombrello, Jo scappò di corsa, per dar occasione alla sorella di fare il suo bel discorsetto e di mettere in evidenza la sua dignità. Ma appena Jo fu uscita, Meg cominciò ad avvicinarsi alla porta mormorando
— Mamma sarà ben contento di vederla; si sieda, la prego, andrò a chiamarla.
— Non vada via! Ha paura di me, Margherita? — ed il signor Brooke aveva tale un’espressione di dolore sul volto che Meg pensò che doveva aver commesso qualche grossa mancanza. Arrossì fino alla radice dei capelli, poiché era la prima volta che si sentiva chiamare Margherita da lui ed era meravigliata di vedere quanto le paresse dolce e naturale questo nome detto dalla sua bocca. Non volendo però parere imbarazzata e confusa ella gli tese la mano con un gesto di confidenza e disse con gratitudine: — Come posso aver timore di lei, dopo tutto quello che lei ha fatto per papà? L’unico mio desiderio sarebbe di poterle dimostrare la mia riconoscenza.
— Vuole che le dica come me la può dimostrare? — domandò il signor Brooke, serrando la manina tra le sue e guardando Meg con tanto amore nei grandi occhi bruni che il suo cuore cominciò a battere tanto rapidamente che ella avrebbe nello stesso tempo desiderato di scappar via e di udire quello che egli stava per dirle.
— Oh, no! mi faccia il piacere di no! preferisco di non saperlo! — disse cercando di ritirare la mano e cominciando a tremare, nonostante tutte le sue proteste.
— Non voglio dirle nulla che le dispiaccia, ma vorrei solamente sapere se mi vuole un pochino di bene, Meg; io gliene voglio tanto tanto, cara — aggiunse il signor Brooke teneramente.
Era giunto il momento per fare con calma e fermezza il discorsino, ma Meg non solo non lo fece, ma se ne dimenticò completamente e rispose: — Non lo so — con voce così sommessa che John dovette chinarsi per udire quelle poche parole.
Parve però che il signor Brooke si contentasse di questa risposta, perché sorrise con aria soddisfatta, strinse la manina che teneva ancora fra le sue e disse colla sua voce più dolce e persuasiva: — Non potrebbe cercar di saperlo? Mi preme tanto di sapere se posso mettermi al lavoro colla certezza di aver poi la mia ricompensa!
— Sono troppo giovane — mormorò Meg, domandandosi perché era così turbata e confusa e provando nello stesso tempo un senso di piacere.
— Aspetterò, ma intanto potrebbe imparare a volermi bene? Sarebbe una lezione molto difficile?
— Se volessi impararla no, ma…
— Voglia impararla, Meg! Sa che a me piace molto l’insegnamento e questo è anche più facile de! tedesco! — interruppe John, prendendole anche l’altra mano, tanto da impedirle di nascondere il volto, mentre si chinava a guardarla. Il tono di voce era di preghiera ma, guardandolo furtivamente, Meg si accorse che i suoi occhi erano amorevoli e gai allo stesso tempo e che il suo volto aveva l’espressione soddisfatta di un uomo certo del successo. Ciò la irritò un poco; le ritornarono in mente le stupide lezioni di civetteria che le aveva dato Annie Moffat ed il desiderio di mostrare il suo potere si risvegliò ad un tratto e s’impossessò di lei. Eccitata ed un poco infastidita, non sapendo che altro fare, ella seguì l’impulso capriccioso del momento e ritirando le mani disse con petulanza:
— Non voglio imparare; vada via e non mi tormenti!
Il povero signor Brooke restò là in asso coll’espressione di chi vede crollare ad un tratto tutto il suo bel castello in aria. Egli non aveva mai visto Meg a quel modo e ne fu meravigliato.
— Pensa proprio così? — domandò ansiosamente, mentre ella si muoveva per andarsene.
— Sì proprio, lo penso: non voglio esser tormentata ancora con queste cose; papà dice che è troppo presto ed io sono perfettamente d’accordo con lui.
— E non crede che col tempo io possa convincerla a cambiare? Aspetterò pazientemente e non dirò nulla finché non avrà avuto tempo di pensarci bene. Non scherzi con me, Meg. Non me lo sarei aspettato da lei.
— Non s’aspetti nulla da me. Preferisco che non ci pensi! — disse Meg divertendosi a mettere a dura prova la pazienza del suo innamorato. Egli divenne pallido e serio: somigliava a quegli eroi da romanzo che Meg ammirava tanto: ma non si batté la fronte né si strappò i capelli: si contentò dl guardare Meg con occhi così pieni di amore e di disperazione che ella si sentì commossa. Che cosa sarebbe accaduto, non saprei dirlo, se in quel momento la zia March non fosse entrata zoppicando nella stanza.
La vecchia non aveva potuto resistere alla tentazione di vedere il nipote; aveva incontrato Laurie per la strada, mentre faceva una scarrozzata, e, saputo l’arrivo del signor March, aveva fatto voltare la carrozza ed era venuta subito a fargli una visita. L’intera famiglia era occupata nella parte più remota della casa ed ella era entrata, senza far rumore, sperando di far loro una bella sorpresa. La sorpresa fu grande e non certo grata per almeno due di loro, e Meg diede un balzo come se avesse veduto uno spirito, mentre il signor Brooke spariva precipitosamente nello studio.
— Cos’è successo? — gridò la vecchia, battendo in terra il bastone che aveva in mano, dopo aver guardato successivamente la signorina diventata di fuoco ed il signore pallido come un lenzuolo.
— È un amico di mio padre! Sono così sorpresa di vederla! — balbettò Meg preparandosi a ricevere una buona ramanzina.
— Questo è evidente — rispose la zia March sedendosi. — Ma che cosa ti stava dicendo questo amico di tuo padre perché tu sia così rossa e confusa? Qui e’è qualcosa sotto ed insisto per sapere che cos’è — aggiunse, battendo di nuovo la canna per terra.
— Stavamo parlando. Il signor Brooke è venuto a prendere il suo ombrello — cominciò Meg, desiderando in cuor suo che il signor Brooke ed il suo ombrello fossero mille miglia lontano.
— Brooke? Il precettore di quel ragazzo? Ah, capisco, capisco! So ogni cosa! Jo mise una volta per sbaglio una delle lettere per tuo padre nella mia e mi ha dovuto raccontare tutta la faccenda. Non l’hai mica accettato? — gridò la zia March scandalizzata.
— Zitta, che può sentire! Vado a chiamare la mamma — disse Meg, confusa ed imbarazzata.
— Aspetta, voglio prima parlarti un po’ sul serio. Di’un po’, hai proprio intenzione di sposare quest’uomo? Perché, se lo sposi, non avrai mai da me neanche un soldo. Ricordatene bene e sii una volta ragionevole — disse la vecchia energicamente.
La zia March conosceva alla perfezione l’arte di far ribellare anche le persone più dolci e buone e ci prendeva evidentemente giusto. Tutti abbiamo in noi una certa dose di spirito di contraddizione, specialmente quando si è giovani ed innamorati. Se la zia March avesse pregato Meg di accettare Brooke, essa avrebbe risposto molto probabilmente che non ci pensava nemmeno, ma avendole invece ordinato il contrario, Meg si credette in obbligo di accettarlo subito. Lo spirito di contraddizione, misto all’affetto latente che aveva per Brooke, le resero facile questo compito e, già eccitata, Meg rispose con grande spirito e risolutezza:
— Sposerò chi mi pare, zia March, e lei può lasciare i suoi denari a chi le fa più piacere — disse scuotendo la testa con fermezza.
— Oh, oh! Che arie son queste? È questo il modo di seguire i miei consigli? Se ne pentirà, signorina, un giorno, quando avrà provato che cosa sia l’amore in una capanna!
— Si può trovare qualcosa assai peggiore nelle case ricche e grandi! — rispose Meg.
La zia March si mise gli occhiali per dare una buona squadrata a Meg, perché non l’aveva mai vista a quel modo. Meg stessa si riconosceva appena, si sentiva così forte ed indipendente, così contenta di difendere John e di proclamare il suo diritto di amarlo, se così le piacesse! La zia March vide che la faccenda era male imbastita e, cambiando subitamente tattica, disse con la sua voce più melliflua: — Meg, mia cara, sii un po’ ragionevole. Io lo dico per il tuo bene e desidero che tu non distrugga la tua viltà. Dovresti sposare una persona ricca per aiutare la tua famiglia; è il tuo dovere e dovresti saperlo.
— Papà e mamma non hanno nessun piacere che io sposi una persona ricca; essi sanno che John non è ricco, ma gli vogliono bene lo stesso.
— Il tuo papà e la tua mamma, mia cara, hanno meno senso comune di un bambino in fasce.
— Ci ho tanto gusto — gridò Meg con fermezza.
La zia March fece finta di non sentire e continuò:
— Questo Brooke è povero e non ha parenti ricchi, non è vero?
— No, ma ha molti amici.
— Non potete vivere di amicizie, mia cara; provali e vedrai quanti te ne resteranno fedeli. E non ha neppure una posizione, eh?
— Non ancora, ma il signor Laurence lo aiuterà.
— Non durerà a lungo, te lo dico io! Giovanni Laurence è un vecchio avaro su cui non si può contare. E così tu hai intenzione di sposare un uomo senza denari, senza posizione, senza protezioni, e dovrai lavorare tutta la tua vita ancor più di quello che non fai ara, mentre che potresti vivere da gran signora se solamente dessi retta a me? Credevo che tu avessi un po’ più di buon senso, Meg.
— Se cercassi tutta la mia vita, non potrei trovare di meglio! John è buono e bravo; ha talento, ha voglia di lavorare e si farà una buona posizione. Tutti lo amano e lo rispettano ed io sono orgogliosa d’essere amata da lui, benché non abbia mai capito come faccia a contentarsi di una ragazza così povera, così giovane e stupida come sono io — disse Meg con una espressione di serietà che la rendeva ancor più graziosa.
— Egli sa che ha dei parenti ricchi! Ecco il segreto! Ecco perché mostra di volerti bene!
— Zia March! Chi le dà il diritto di insinuare una cosa simile? John è superiore a certe piccolezze e, se lei continua a parlare in questo modo, non starò nemmeno ad ascoltarla! — gridò Meg indignata, dimenticandosi tutto fuorché l’accusa lanciata contro John. — Il mio John non sposerebbe mai per interesse! Siamo tutti e due preparati a lavorare ed aspetteremo finché potremo sposarci. Non temo la povertà; sono stata povera fino ad ora e sono stata felice e sono certa di essere felice con lui perché egli mi ama ed io….
Meg si arrestò ad un tratto ricordandosi che non era ancora venuta ad una decisione; aveva detto al «suo John» di andarsene, ed ora egli poteva avere udito tutto il suo discorso!
La zia March era al colmo dell’indignazione; s’era messa in testa che sua nipote doveva contrarre un ricco matrimonio ed il volto contento e felice della ragazza la faceva inquietare ancora di più.
— Bene, bene! Io me ne lavo le mani! Sei una ragazza testarda e stupida ed hai perduto con questo molto più di quel che non pensi! No, non mi voglio trattenere; sono delusa nelle mie speranze e non me la sento più di veder tuo padre. Non t’aspettar nulla da me, sai, quando ti sposi; ti lascio agli amici del signor Brooke e me ne lavo le mani di te, per sempre — E la zia March, brontolando ed arrabbiata, se ne andò in gran furia. Colla partenza della vecchia signora anche tutto il coraggio di Meg parve andarsene; rimasta sola, essa non seppe più cosa fare, se piangere o ridere. Prima ancora però che potesse decidere, si trovò dinanzi il signor Brooke, che disse tutto di un fiato: — Non ho potuto fare a meno di udire tutto, Meg. Grazie per avermi difeso e grazie alla zia March per avermi dato la gioia di sentire che, dopo tutto, lei mi vuole un po’ di bene.
— Non sapevo quanto gliene volessi fino al momento in cui ha cominciato a calunniarlo! — rispose Meg.
— E…. posso dunque rimanere ed essere felice, cara?
Qui si presentava di nuovo l’opportunità di fare il suo discorsino e ritirarsi dignitosamente, ma Meg non ci pensò neanche e si disonorò per sempre agli occhi di Jo, mormorando sommessamente: — Sì, John — e nascondendo il volto nel soprabito del signor Brooke.
Quindici minuti dopo la partenza della zia March, Jo scese tranquillamente le scale, si fermò un momento alla porta e, non udendo alcun rumore, scosse la testa e sorrise con un’espressione soddisfatta, dicendo: — Ah! l’ha mandato via come s’era detto ed anche quest’affare è finito! Che bellezza! Ora andrò a sentire che cosa gli ha detto e gli farò una bella risata.
Ma la povera Jo non fece mai la sua bella risata perché uno spettacolo inaspettato la fece restare di sasso sulla soglia, colla bocca spalancata e gli occhi sgranati. Era venuta per esultare sulla disfatta del nemico e per congratularsi con la dignitosa sorella, per il bando dato al pretendente e trovò invece il suddetto nemico seduto tranquillamente sul sofà colla dignitosa sorella sulle ginocchia! Jo diede una specie di rantolo, come se una doccia fredda le fosse caduta sulla testa; ed a questo rumore gli innamorati si voltarono e la videro. Meg balzò in piedi vergognosa ed orgogliosa allo stesso tempo, ma «quell’uomo» non si scompose punto, anzi sorrise, e, baciando la nuova venuta, disse: — Sorella Jo, congratulati con noi!
Questo poi era troppo! Con un gesto di disperazione e senza dire una parola, Jo scomparve e, correndo a più non posso su per le scale, irruppe nella stanza dei malati e li spaventò tutti gridando tragicamente: — Oh, andate giù per carità! Quel Brooke si comporta in modo vergognoso e Meg è contenta!
Il signore e la signora March scesero di corsa mentre che Jo, gettata sul letto, gridò, strepitò per la rabbia, e pianse mentre raccontava la tremenda notizia a Beth ed Amy. Le sorelline però non considerarono la cosa sotto un aspetto così tragico e Jo, non ricevendo da loro alcuna consolazione, si rifugiò nella soffitta per raccontare i suoi dispiaceri alla famiglia di topi.
Nessuno seppe mai che cosa fu detto e fatto nel salotto quel giorno, ma la conclusione fu che il signor Brooke fece meravigliare addirittura i suoi amici colla sua eloquenza e tanto disse e tanto fece da persuaderli tutti a fare a modo suo.
La campanella per il thè suonò prima che egli avesse finito di descrivere il paradiso che avrebbe preparato per Meg e quando egli fece il suo ingresso nel salotto da pranzo, dando il braccio alla fidanzata che sembrava immensamente felice e contenta, Jo non ebbe più il cuore di esser gelosa o di esser di cattivo umore. Amy fu molto colpita dalla devozione di John e dalla dignità di Meg. Beth li guardava da lontano sorridendo, mentre i signori March sorvegliavano la giovane coppia con tanta soddisfazione da dar quasi ragione alla zia March quando diceva che erano «due bambini in fasce». Nessuno mangiò molto, ma tutti sembravano assai soddisfatti e la vecchia stanza sembrava prender parte a quella felicità e compiacersi che il primo romanzetto si svolgesse fra le sue mura.
— Non puoi dire che non accade nulla di piacevole, adesso, Meg, non è vero? — disse Amy cercando il posto d’onore pei fidanzati nel gruppo che voleva disegnare.
— No, non lo posso dir davvero!. Quante cose sono successe da quel tempo! Mi sembra che sia passato un annoi intero! — rispose Meg, che era in un sogno dorato e si sentiva portata a pensare a cose ben più alte e poetiche del solito pane e burro.
— Le gioie si succedono ai dolori con grande rapidità questa volta e credo che sia già cominciato il cambiamento — disse la signora March — Generalmente nelle famiglie vi è un anno pieno di eventi; questo non è stato un anno monotono per noi, ma fortunatamente finisce bene, dopo tutto.
— Spero che il prossimo finirà meglio — brontolò Jo fra i denti. Poveretta, non poteva vedere Meg occuparsi davanti ai suoi occhi esclusivamente di una persona! Ella amava appassionatamente poche persone ed era un terrore per Lei il pensiero che il loro affetto potesse cessare o anche diminuire.
— Spero che il terzo terminerà anche meglio se riesco a fare quel che voglio — disse il signor Brooke sorridendo a Meg, come se tutto fosse diventato possibile e facile adesso.
— Non ti pare che tre anni siano molto lunghi? — domandò Amy che avrebbe voluto che il matrimonio si celebrasse subito.
— Ho tanto da imparare prima d’esser pronta che sarà per me un tempo quasi troppo corto — rispose Meg, col volto atteggiato a dolce gravità.
— Non hai che da aspettare. lo ho da fare tutto il lavoro, Meg — disse John cominciando col raccattare il tovagliolo di Meg con un’espressione che fece scuotere la testa a Jo, mentre diceva a sé stessa con un’aria di sollievo: — Ah, ecco Laurie! Ora avremo una conversazione un po’ più sensata!
Ma anche in questo Jo si sbagliava. Laurie entrò nella stanza col volto allegro e sorridente, portando in mano un gran mazzo di fiori per la «Signora John Brooke» e colla ferma persuasione evidentemente che tutto l’affare era stato concluso per merito suo.
— Lo sapevo bene che Brooke avrebbe fatto a modo suo; egli fa del resto sempre tutto quello che vuole, perché quando si mette in testa una cosa, la fa, dovesse cascare il mondo! — disse Laurie, dopo aver fatto le sue congratulazioni ed offerto il suo regalo.
— Molto grato per la tua buona raccomandazione. La prendo però come un buon augurio per l’avvenire e in segno della mia riconoscenza t’invito subito alle nozze — rispose il signor Brooke che si sentiva in pace col mondo intero, anche col suo impertinente scolaro.
— Verrei, anche se fossi in capo al mondo, perché soltanto la vista della faccia di Jo varrebbe un Perù! Ella non ha l’aria troppo allegra, signorina, posso domandarle che cosa la turba? — domandò Laurie, seguendola in un cantuccio del salotto ove si erano tutti riuniti per salutare il signor Laurence.
— Non approvo questo matrimonio, ma ho deciso di sopportarlo con rassegnazione e non dirò una sola parola — rispose Jo solennemente — Non puoi immaginare quanto mi dispiaccia di dover cedere Meg! — continuò poi con un piccolo tremito nella voce,
— Non la cedi! Fate metà per uno! — disse Laurie per consolarla.
— Non potrà mai esser lo stesso, però. Ho perduto la mia migliore amica — sospirò Jo.
— Te ne resta ancora uno, però. Io non son buono a nulla, ma sarò tuo amico per tutta lai vita, Jo, sul mio onore! — e Laurie era convinto di quel che diceva.
— Sì, lo so, e te ne sono grata. Sei un buon amico, Teddy — rispose Jo, stringendo affettuosamente la mano di Laurie.
— E adesso, non fare il muso, Jo; sii buona! Meg, vedi, è felice; Brooke in breve tempo si farà una posizione; il nonno l’aiuterà e vedrai che sarà molto carino veder Meg nella sua casetta! Noi poi ce la passeremo magnificamente quando lei sarà maritata, perché io avrò finito gli studi ed allora andremo a fare qualche bel viaggio insieme. Non sarebbe questa una buona soluzione?
— Lo credo io! Ma non si sa mai che cosa può accadere in tre anni — disse Jo pensierosa.
— Eh! Hai ragione! Che bellezza se si potesse dare uno sguardo nell’avvenire e vedere dove saremo e che cosa faremo allora! A me piacerebbe, e a te, Jo?
— No, non credo; potrei vedere qualcosa di triste ed invece adesso tutti sembrano così felici che non vorrei cambiar nulla! — e gli occhi di Jo fecero lentamente il giro della vecchia stanza, rischiarandosi a poco a poco.
Il padre e la madre sedevano l’uno accanto all’altro, vivendo nuovamente, nel romanzo della loro figlia, il piccolo romanzo che essi avevano vissuto vent’anni fa. Amy stava disegnando i fidanzati che sedevano in disparte, in un mondo felice tutto loro, che dava ai loro volti una luce che la giovane artista non riusciva a cogliere, Beth, sdraiata sul sofà, parlava tranquillamente col suo vecchio amico, che teneva la piccola mano stretta fra le sue, come se quella mano potesse trasfondergli tutte le buone qualità che ammirava in lei. Jo sedeva sulla sua poltrona favorita coll’espressione grave e dolce che meglio si addiceva alla sua fisionomia e Laurie, appoggiato alla spalliera, col mento al medesimo livello della testina ricciuta, sorrideva col suo più amichevole sorriso e la salutava nello specchio che li rifletteva ambedue.
Così cala la tela sulle quattro sorelle, Meg, Jo, Beth ed Amy. Potrebbe ancora rialzarsi, ma questo dipende dall’accoglienza che farà il pubblico a questo primo atto del dramma domestico chiamato

«Piccole donne».