Louisa May Alcott – Piccole Donne – Cap. 4 – Pesi

— Oh Dio! Che noia! Dover ricominciar a lavorare! — sospirò Meg la mattina dopo il ballo poiché ora che le vacanze erano finite e non v’era più da divertirsi, il ricominciare quella solita vita monotona ed uguale le riusciva più uggioso che mai.
— Che bella cosa se potesse essere sempre Natale o Capodanno!— aggiunse Jo sbadigliando.
— Non si godrebbe tanto se potessimo sempre divertirci! Però non c’è che dire: è molto piacevole andare ai balli ed alle cene, avere dei bei mazzi di fiori, tornare a casa in una bella carrozza e leggere ed oziare tutto il santo giorno! Tutte le altre ragazze fanno così ed io le invidio tanto!
— Come mi piacerebbe esser ricca! — rispose Meg, cercando di decidere quale dei due vecchi vestiti fosse il meno sciupato.
— È inutile lagnarsi: non si può avere sempre ciò che si vuole; sopportiamo dunque i nostri pesi con filosofia ed andiamo avanti allegramente, come fa mammina! Vi assicuro che la zia March è, per me, un peso enorme, ma suppongo che, quando avrò imparato a sopportarla senza brontolare, diventerà un pondo così leggero che non mi accorgerò nemmeno di averlo sulle spalle.
L’idea della zia March sotto forma d’un peso piacque tanto a Jo e la fece tanto ridere da scacciarle il malumore, ma non così a Meg: il suo carico, quattro ragazzi da educare, le sembrava più pesante che mai. Era così triste che non ebbe neppure la voglia di mettersi, come al solito, un nastrino al collo e di pettinarsi nel modo che le si addiceva di più.
Tutti erano di cattivo umore quella mattina e brontolavano: Beth aveva mal di testa e cercava consolazione nella compagnia della gatta e dei suoi tre gattini; Amy strillava perché non sapeva la lezione e non poteva trovare le galoscie; Jo si ostinava a fischiare ed a far chiasso nei suoi preparativi per uscire, la signora March era tutt’intenta a finire una lettera che doveva essere impostata subito ed Anna era arrabbiata perché l’andare a letto tardi non era nelle sue abitudini e la rendeva nervosa.
— Io credo che in tutto il mondo non ci sia una famiglia più brontolona di questa — gridò Jo, perdendo la pazienza, dopo di aver versato un calamaio, rotte due stringhe alle scarpe ed essersi seduta sul cappello, rendendolo una vera schiacciata.
— E tu sei la persona più brontolona di tutte — rispose Amy, scancellando con le lacrime una lunga operazione che aveva sbagliata ancora una volta.
— Beth, se non levi questi gattacci d’intorno te li scaravento fuor della finestra — esclamò Meg impazientita, cercando invano dal togliersi di dosso uno dei gattini che le si era arrampicato su per la schiena e che si rifiutava di muoversi.
Jo rise, Meg continuò a gridare, Beth a raccomandarsi ed Amy a piagnucolare perché non poteva ricordarsi quanto faceva 9 per 12.
— Ragazze, ragazze, state un po’ zitte un minuto! Questa lettera deve partire col primo treno e voi mi fate perdere la testa col vostro chiasso — gridò la signora March, scancellando per la terza volta una frase sbagliata nel suo scritto.
— Divertiti coi tuoi gatti e fatti passare il mal di capo, Beth; addio mammina; siamo una compagnia di screanzate stamani, ma torneremo a casa dei veri angeli. Andiamo! Meg — e Jo s’incamminò a grandi passi verso la porta, sapendo pur troppo, che il loro pellegrinaggio non era incominciato nel modo migliore.
Quando arrivavamo alla cantonata, le due ragazze si voltavano perché era l’abitudine della mamma di stare alla finestra e salutarle con la mano sorridendo. Senza questo esse non avrebbero potuto compiere il loro lavoro, perché qualunque fosse il loro umore, la vista del volto sorridente della mamma era, per loro, come un ultimo caldo raggio di sole.
— Se la mammina ci minacciasse col pugno invece di mandarci un bacio colla mano quando andiamo via, farebbe proprio bene, perché ragazzaccie più ingrate di noi non ci sono; al mondo — disse Jo, sentendo, con una specie di soddisfazione penitente, il vento gelato che le sferzava il volto.
— Non adoperare quelle orribili espressioni, Jo! — disse Meg dietro al fitto velo in cui si era avvolta come una monaca che rifugga dal mondo.
— Mi piacciono le espressioni vigorose che dicano qualcosa — replicò Jo, afferrando con tutt’e due le mani il cappello che si preparava a prendere un volo.
— Di’pure quel che vuoi, ma io non sono né una screanzata né una ragazzaccia e non ho piacere che tu mi chiami con quel nome.
— Stamani sei un’infelice senza speranze e di pessimo umore, perché non puoi nuotare nel lusso. Povera piccina! Aspetta che io abbia fatto fortuna e potrai levarti la voglia di carrozze, gelato di crema, scarpette coi tacchi troppo alti e fiori e ballerini coi capelli rossi!
— Come sei ridicola, Jo — e Meg rise nonostante il cattiv’umore e si senti un po’ più sollevata.
— Buon per te che sono ridicola, perché se anch’io facessi come te, fossi sconsolata e di cattiv’umore, con quell’aria da martire, staremmo freschi! Per grazia di Dio trovo sempre qualche cosa di ridicolo che mi fa passare la malinconia. Ora non brontolar più; torna a casa di buon umore; suvvia — e Jo diede a Meg, per addio, un colpetto affettuoso sulle spalle ed andò per la sua strada, mentre Meg si avviava dall’altra, tutt’e due facendo del loro meglio par essere contente, nonostante il tempo cattivo, il faticoso lavoro ed i desideri insoddisfatti della gioventù.
Quando il signor March perse tutte le sostanze nel cercar di salvare dalla rovina un suo amico disgraziato, le due ragazze pregarono i genitori che volessero permettere loro di far qualcosa, se non per aiutare la famiglia, almeno per mantenere loro stesse. Sapendo che non è mai troppo presto coltivare nella gioventù l’energia, la buona volontà e l’indipendenza, essi acconsentirono e Meg e Jo si misero al lavoro con quell’ardore che, vincendo gli ostacoli, conduce sempre a qualcosa di buono.
Margherita trovò un posto di insegnante in una famiglia e lo scarso salario le parve una vera fortuna. Ma, nonostante ciò, essa sopportava meno bene delle sorelle la povertà: poiché amava il lusso, aveva veduto i tempi in cui la casa era un paradiso, la vita facile ed agiata ed il bisogno sconosciuto e quindi il suo più gran dolore era che la famiglia fosse ridotta allo strettissimo necessario.
Cercava di non invidiare gli altri, di non esser scontenta, ma era naturalissimo che la giovanetta desiderasse le belle cose che ora non poteva avere, l’allegra compagnia e le agiatezze di ogni genere, che vedeva godere dagli altri. Dai King poi, dove era impiegata, era un vero supplizio, poiché le due sorelle maggiori erano già state presentate in società e Meg vedeva ogni tanto magnifici abiti da ballo, mazzi di fiori, udiva parlare di teatri, di concerti, di gite, di divertimenti d’ogni specie e vedeva sprecare, in cose di nessuna importanza, quel denaro che a lei avrebbe fatto tanto comodo. La poverina si rammaricava di rado, ma qualche volta un amaro senso di ingiustizia la rendeva fredda e sostenuta con tutti: non aveva ancora imparato a conoscere quanto fosse ricca di quelle cose che, veramente, possono rendere la vita felice.
Jo aveva colpito per caso la fantasia della zia March, una vecchietta zoppa, che aveva bisogno di una persona attiva che le stesse d’intorno. La povera donna, senza figli, aveva offerto ai March, allorché erano venuti i guai, di adottare una delle ragazze, ed era stata molto offesa che la sua proposta fosse stata rifiutata. Alcuni amici dissero ai March che avevano fatto male perché, rifiutando, avevano perduto ogni occasione di ereditare dalla vecchia, ma essi avevano risposto: — Non vogliamo cedere una delle nostre figliuole, foss’anche per tutti i tesori della terra: capiti quel che può, vogliamo restar uniti e renderci la vita ameno dura coll’affetto reciproco. — La vecchia, per un pezzo, non volle più parlare con loro, ma per caso incontrò un giorno Jo da una sua amica: qualcosa nella sua faccia comica e nelle sue maniere franche e leali la colpì e propose di prendersela come dama di compagnia. Questo non andava affatto a genio a Jo, la quale, non avendo però altro lavoro, accettò e, con gran meraviglia di tutti, riuscì ad andar d’accordo coll’irascibile zia. Ogni tanto scoppiava qualche gran tempesta ed anzi, una volta, Jo se ne tornò a casa dichiarando di non poter sopportare quella vita; ma le collere della zia March erano di poca durata e capitava ben presto a Jo un messaggio così urgente e premuroso che Jo non poteva rifiutare poiché in cuor suo voleva bene alla vecchietta impaziente.
È da credere però che la vera attrazione di quella casa fosse una grande libreria, rimasta in preda alla polvere ed ai ragni fin dal tempo in cui lo zio March era morto. Le statue che la guardavano dalle loro nicchie, le comode poltrone, e più di tutto la ricca messe di libri sparsi qua e là, ove poteva spigolare a suo agio, facevano sì che quella stanza vecchia e polverosa fosse per lei un vero paradiso terrestre. Appena la zia March aveva gente o schiacciava un sonnellino, Jo correva nel suo Paradiso e, rannicchiata in una grande poltrona, divorava tutto ciò che le capitava fra le mani: poesia, romanzi, storia, viaggi, tutto insomma. Ma, come ogni felicità, questo non poteva durare a lungo perché, arrivata generalmente al punto più interessante del romanzo, al più bel verso della canzone e alla più perigliosa avventura del viaggiatore, udiva una voce stridula e nasale che chiamava: — Giusep-pina, Giusep-pina! — e doveva lasciare il suo Eden per andare ad aggomitolare del cotone, a lavare il cagnolino od a legger ad alta voce, per delle ore di seguito, qualche libro noiosissimo, che la faceva sonnecchiare.
Jo ambiva di far qualcosa di splendido: che cosa sarebbe stato poi questo «qualcosa» non lo sapeva ancora neppur lei ed aspettava che il tempo glielo suggerisse; ma intanto la sua più grande afflizione era di non poter leggere, correre e montare a cavallo quanto avrebbe voluto.
Il suo carattere furioso, la sua lingua mordace ed il suo spirito irrequieto le procuravano sempre dei guai e la vita era una serie continua di alti e di bassi, che erano insieme e comici e patetici. Ma le continue seccature a cui l’assoggettava la zia March le facevano del bene ed il pensiero che il guadagno aiutava in parte a sostenere la famiglia la rendeva felice, malgrado il continuo ritornello: — Giusep-pina, Giusep-pina!
Beth era troppo timida per andare a scuola; l’avevano mandata una volta per prova, ma la povera piccina aveva sofferto tanto che dovettero dimettere l’idea e suo padre aveva finito col darle lezione da sé. Anche quando il signor March era partito e la madre era troppo occupata nella società militare di soccorso per poterle dar lezioni, aveva continuato da sé stessa, cercando di far il meglio possibile. Era una piccola massaia, aiutava Anna nelle faccende domestiche, cercando di rendere comoda ed ordinata la casa per la mamma e le sorelle e non aspettandosi altra ricompensa che quella d’essere amata. Ella passava le lunghe ore, non nell’ozio e nella solitudine, perché era di natura molto attiva e popolava inoltre il suo piccolo mondo di amici immaginari che creava da sé. Tutte le mattine le sue sei bambole, tutti vecchi scarti delle sorelle fra cui non ve ne era una che valesse la pena d’essere guardata, dovevano ricevere le sue cure premurose ed appunto perché erano brutte e sciupate ed erano state disprezzate da Amy che non voleva mai nulla di brutto né di vecchio, erano teneramente amate da Beth la quale aveva anche fondato un ospedale per quelle malate. Un misero frammento di bambola era un tempo appartenuto a Jo: e, dopo aver passato una vita assai tempestosa, era stato gettato nel sacco dei cenci vecchi, pronto ad essere portato alla sepoltura, quando Beth era venuta alla riscossa e l’aveva accolto nel suo luogo di rifugio. Se qualcuno avesse veduto le cure che ella prodigava a questa povera bambola, ne sarebbe stato commosso, amene se avesse avuto voglia di ridere. Le portava dei mazzetti di fiori, le leggeva ad alta voce, la portava a spasso, le cantava delle nenie e non andava mai a letto senza prima averle baciato il povero volto annerito, dicendo: — Spero che passerai una buona notte, mia povera bambina!
Però Beth, non essendo un angelo, ma una bambina come le altre, aveva anche lei i suoi pesi, e molto spesso «spargeva due lacrimette», come diceva Jo, perché non poteva prendere lezione di musica ed avere un bel pianoforte. Amava tanto la musica, studiava con tanto ardore e suonava per ore intere e così diligentemente su quel vecchio piano, che sarebbe stato giusto che qualcuno (per non dire la zia March), l’aiutasse. Ma nessuno ci pensava e nessuno vedeva le lagrime che cadevano sui vecchi tasti ingialliti e che Beth asciugava di tanto in tanto. Ella cantava allegramente quando faceva le sue piccole faccende ed era sempre pronta a suonare per la mammina e per le ragazze, ed ogni giorno diceva a sé stessa: — So benissimo che se sarò buona, avrò un giorno ciò che desidero.
Vi sono molte Beth nel mondo, timide e tranquille, che restano nascoste nel loro cantuccino, finché non suona l’ora del bisogno; che vivono esclusivamente per gli altri, dimenticando sé stesse e lo fanno in modo così dolce e così quieto, che nessuno si accorge dei loro sacrifici, se non quando il povero uccellino smette di cantare, e la dolce, salutare presenza svanisce, lasciando dietro di sé la desolazione ed il silenzio.
Se alcuno avesse domandato ad Amy quale fosse il più gran tormento della sua vita, avrebbe certamente risposto — Il mio naso. — Quand’era bambina, Jo l’aveva fatta cadere accidentalmente in un braciere, per fortuna spento, ed Amy insisteva nel dire che quella caduta le aveva per sempre rovinato il naso. Non era lungo e rosso come quello della povera Petrea, ma era un po’ schiacciato e, nonostante i continui pizzicotti a cui veniva assoggettato, non riusciva ad avere una punta aristocratica. Nessuno ne faceva caso, ma Amy sentiva molto la mancanza di un naso greco e ne disegnava degli intieri volumi per consolarsi.
«La piccola Raffaello» come la chiamavano le sorelle, aveva molta disposizione per la pittura e la sua più grande felicità consisteva nel copiare fiori, disegnare fate, o illustrare racconti, tutto ciò con curiosi criteri d’arte. I suoi maestri si lagnavano di lei perché, invece di fare le sue operazioni, riempiva la lavagna di animali: le pagine bianche del suo atlante erano tutte ricoperte di carte geografiche e caricature ridicole scappavano fuori dai suoi libri ed apparivano sempre nei momenti più inopportuni. Faceva le sue lezioni alla meglio e generalmente scapolava le punizioni pel suo ottimo contegno alla scuola. Era una delle favorite tra le compagne, perché di carattere facile e possedeva, senza fare alcuno sforzo, l’arte di piacere. La sua grazia e le sue manierine gentili erano molto ammirate, come lo era pure la sua variata istruzione, giacché, oltre al disegno, sapeva suonare dodici melodie diverse, lavorava all’uncinetto e leggeva il francese senza sbagliare più di due terzi delle parole. Ella aveva un modo melanconico e commovente di dire:
— Quando papà era ricco, potevamo fare questo o quest’altro — ed i suoi lunghi e scelti vocaboli erano considerati dalle compagne della più grande eleganza.
Amy era un poco guastata, perché tutti l’accarezzavano e la lodavano e le sue piccole vanità ed il suo egoismo crescevano rapidamente. Una cosa, però, le dava moltissima noia: ella doveva portare i vestiti smessi di una sua cugina. Fra le altre cose, la mamma di Florence non aveva buon gusto ed Amy soffriva assai di dover portare un cappellino rosso invece di uno bleu, dei vestitini che non le piacevano affatto e dei grembiuli troppo brutti per lei. Ogni cosa era in buono stato, ben fatto e di stoffa buona; ma l’occhio artistico di Amy era qualche volta molto afflitto, specialmente quest’inverno, in cui il suo vestito di scuola era di un rosso slavato con strisce gialle e senza alcuna guarnizione.
— Il mio solo conforto — diceva a Meg, colle lacrime agli occhi, — è che, quando sono cattiva, la mamma non mi fa delle balze negli abiti come fa la mamma di Park. È assolutamente orribile! Qualche volta ce ne sono tante che il vestito le arriva al disopra del ginocchio e non può andare a scuola. Quando penso a questa «degradazione» sento che posso sopportare anche il mio naso schiacciato ed il mio vestito rosso con le strisce gialle.
Meg era la confidente e la mammina di Amy e, per qualche strana attrazione di contrasti, Jo era la confidente e la mammina di Beth. A Jo sola la timida fanciulletta rivelava tutti i suoi pensieri: e sulla sua disordinata e spensierata sorella, Beth esercitava inconsciamente più influenza di chiunque altro. Le due sorelle maggiori si volevano un ben dell’anima, ma tutte e due avevano preso sotto la loro protezione una delle piccole, e si occupavano di loro, dando loro, con quell’istinto materno che hanno sempre le ragazze, tutte quelle cure che avevano prima prodigato alle loro bambole.
— Avete nulla da raccontare? È stata una giornata così noiosa oggi che veramente ho bisogno di qualche distrazione — disse Meg alla sera, mentre, riunite tutte insieme, cucivano le famose lenzuola della zia March.
— Ho passato una giornata veramente comica con la zia oggi: ma siccome l’ho avuta vinta io, così posso raccontarvela — cominciò Jo, a cui piaceva tanto raccontare storielle: — Leggevo oggi alla zia quell’orribile Belsham e lo facevo con la mia solita cantilena monotona per farla addormentare; leggevo dunque, così malinconicamente che mi sono quasi addormentata anch’io: anzi, una volta, ho sbadigliato tanto di gusto che la zia mi ha chiesto se non mi vergognavo di spalancar la bocca così larga da farai entrare almeno l’intiero libro — Magari lo potessi fare, almeno sarebbe finito! — risposi io, cercando di non essere impertinente.
Allora è incominciata una lunga ramanzina sui miei peccati e, per finire, essa mi ha detto di stare lì ferma e pentirmi mentre lei si perdeva un momento. Per fortuna, quando si perde, non si ritrova così facilmente, perciò, appena la sua scuffia ha incominciato a dondolare, ho tirato fuori dalla tasca «Il Vicario di Wakefield» e mi sono messa a leggere a più non posso con un occhio sul libro ed uno sulla zia. Ero arrivata per l’appunto là dove cascano tutti insieme nell’acqua, quando mi sono dimenticata della zia ed ho riso forte! La zia si sveglia e, per mia fortuna, di un umore più umano dopo il pisolino; mi ordina di leggere il libro che avevo in mano per vedere quale frivola ed insipida lettura preferivo a quell’interessante ed istruttivo Belsham. Naturalmente non me lo son fatto dir due volte e lei ci ha preso gusto, benché non ne volesse convenire e non mi dicesse che questo: — Non posso capire di che cosa si tratta; ritorna da principio e ricomincia, Giusep-pina.
Allora ritorno da principio, facendo del mio meglio per rendere i Primroses interessanti. Una volta ho avuto la cattiveria di fermarmi ad uno dei passi più commoventi e dire timidamente: — Temo che ciò l’annoi; devo smettere ora, signora?
Riprese d’un tratto la calza, che si era lasciata sfuggire dalle mani, diede una guardata bieca di sopra agli occhiali e disse, col suo modo aspro di parlare: — Finisca il capitolo e non sia impertinente, signorina!
— Ti disse poi che le era piaciuto? — domandò Meg.
— No, oh no, ma ha lasciato un po’ in riposo il mio caro Belsham; e quando sono tornata a prendere i guanti che avevo dimenticato, l’ho trovata lì che leggeva il “Vicario” con tanto interesse che non ha udito neppure il balletto che ho improvvisato, a sue spese, nell’entrata. Che bella vita potrebbe menare se ne avesse voglia! Io non l’invidio, nonostante tutti i suoi denari perché, dopo tutto, le persone ricche hanno altrettanti pensieri ed altrettante noie delle povere — soggiunse Jo.
— Questo mi fa ricordare ciò che dovevo raccontarvi io — disse Meg — non è una storia curiosa e ridicola come quella di Jo, ma è una cosa che mi ha fatto molto pensare durante il mio ritorno, a casa. Dai King oggi, ho trovato tutto sottosopra e tutti fuori di sé; uno dei piccoli mi ha detto che il fratello maggiore aveva commesso un gran fallo ed era stato cacciato di casa dal padre. Ho udito la signora King che piangeva, il signor King che parlava a voce molto alta, ed Ellen e Grace hanno voltata la faccia dall’altra parte quando mi hanno scorta, perché non vedessi che avevano gli occhi rossi. Naturalmente non ho fatto domande, ma sono stata assai contenta di non aver dei fratelli grandi che potessero far del male e disonorare la loro famiglia.
— Credo però che essere umiliati in faccia alla scolaresca è molto «più peggiore» di qualunque altra cosa — disse Amy scuotendo la testina, come se la sua esperienza del mondo fosse stata profonda. — Susie Perkins è venuta oggi a scuola con un bellissimo anellino in dito; così bellino che gliel’ho tanto invidiato, desiderando proprio di esser lei. Ma a metà della lezione, essa ha fatto una caricatura al signor Davis, con un naso lunghissimo, la gobba e con queste parole che gli uscivano di bocca: — Signorine, il mio occhio è su di voi! — Stavamo ridendo e guardandolo, quando il suo occhio fu davvero su di noi ed ordinò a Susie di consegnarli la lavagna! La povera Susie fu «parelizzata» dallo spavento, ma dovette obbedire e che cosa credete che fece quell’uomo orrendo? La prese per un orecchio, l’orecchio! non è orribile? e la condusse in mezzo alla stanza e la fece star là sulla cattedra mezz’ora, colla lavagna in mano, in modo che tutti potessero ben vedere.
— Non hanno riso le altre ragazze a veder la caricatura? — domandò Jo che prendeva gusto alla storiella.
— Riso! non si è udito volare neppure una mosca, te lo dico io! Stavamo quatte, quatte tutte noialtre e Susie piangeva, poveretta! Non la invidiavo davvero allora, perché neppure un milione di anellini d’oro mi avrebbero resa contenta dopo questo! Non mi si sarebbe mai scancellato dalla mente il ricordo di una sì agonizzante mortificazione — e Amy continuò il suo lavoro colla soddisfazione orgogliosa del dovere compiuto e quella ancora più grande di aver pronunziato due lunghe ed eleganti parole in un fiato.
— Io ho veduto stamani una cosa che mi è piaciuta assai e volevo raccontarla a pranzo, ma me ne sono scordata — disse Beth, che metteva in ordine il paniere disordinato di Jo. — Quando sono andata a prendere le ostriche per Anna, ho trovato il signor Laurence nella bottega del pescivendolo, ma egli non mi ha veduta perchè io mi sono nascosta dietro uno dei barili. Una povera donna è entrata nella bottega con un secchio ed una granata ed ha domandato al signor Cutter se voleva farle pulire qualche cosa per guadagnare qualche soldo o un po’ di pesce da dar da mangiare ai suoi poveri bimbi che morivano di fame. Il signor Cutter aveva fretta, perciò ha detto «no» con poca grazia, ed essa se ne andava quieta, quieta, con un’espressione di disperazione sul volto, quando, il signor Laurence, colla parte curva del suo bastione, ha preso un grosso pesce e glielo ha offerto dicendole di tornare a casa per cucinarlo ed essa si è affrettata ad andar via, così contenta che era un piacere a vederla! Come è buono, vero? Ed era così curiosa quella povera donna, quando abbracciava quel gran pesce ed augurava al signor Laurence «un buon posto in Paradiso!»
Dopo aver riso un poco sul racconto di Beth, le ragazze domandarono alla mamma che raccontasse qualcosa anche lei, ed ella, dopo aver pensato un momento, cominciò:
— Stavo seduta nella stanza della società tagliando delle giacchette di flanella e pensavo al povero papa che è così lontano da tutte noi e che sarebbe così solo, se per caso si trovasse ammalato o ferito; non era la più bella cosa da pensare, voi mi direte, ma pure è così; pensavo dunque al papà, quando un vecchio è entrato nella stanza per prendere alcuni oggetti. Si è seduto vicino a me ed io ho cominciato a parlargli perché mi sembrava molto stanco affannato e povero.
— Avete figli nell’esercito? — gli ho domandato.
— Sissignora: ne avevo quattro; ma due sono stati uccisi, uno è prigioniero ed ora vado a trovar l’altro che è molto malato all’ospedale di Washington; — mi ha risposto senza esitare.
— Avete fatto molto per la vostra patria, signore —- ho detto io, provando ora per lui rispetto invece che compassione.
— Niente di più di quel che dovevo, signora. Andrei io stesso, se potessi essere utile; ma siccome non posso, ho dato i miei figli alla patria e li ho dati senza lamentarmi.
Parlava così serenamente, sembrava così sincero e contento di dar tutto ciò che aveva per la patria che mi sono vergognata di me stessa.
Io avevo dato un uomo solo e mi lagnavo; egli ne aveva dati quattro senza una parola: io avevo a casa le mie quattro ragazze, che erano la mia consolazione ed il suo ultimo figlio l’attendeva, così lontano, forse per dargli soltanto l’estremo addio! Mi sono sentita così ricca, così felice nella mia ricchezza, che gli ho fatto un bell’involto, gli ho dato del denaro e l’ho ringraziato della lezione che mi aveva dato.
— Racconta un’altra storia, mamma, una con la morale come questa. Mi piace tanto sentirtele dire, soprattutto quando sono vere e non vi sono troppe prediche — disse Jo, dopo un momento di silenzio.
La signora March sorrise e cominciò subito. Erano già tanti anni che raccontava le storielle al suo piccolo uditorio che ormai conosceva bene i suoi gusti.
— C’erano una volta quattro ragazze che avevano abbastanza da mangiare, da bere e da vestire: avevano genitori che le amavano assai, amici buoni, eppure non erano contente! (Qui l’uditorio, di sottecchi, si scambiò un’occhiata espressiva, e cominciò a lavorare con alacrità grandissima). Queste ragazze desideravano di essere buone e prendevano, ogni tanto, delle eccellenti risoluzioni, che però non erano mantenute a puntino, perché era un continuo ritornello: «Se potessi aver questo! Se potessi aver quest’altro!» dimenticandosi sempre di quello che già avevano e di quante belle e divertenti cose potevano fare. Disperate domandarono un giorno ad una vecchietta che desse loro la chiave per essere felici ed essa rispose: — Quando siete scontente, ricordatevi soltanto di tutto il bene che avete e siatene riconoscenti. — (A questo punto, Jo alzò la testa come per parlare, ma poi cambiò idea vedendo che la storia non era ancora terminata).
Essendo esse delle ragazze ragionevoli, decisero di accettare il suo consiglio e ben presto furono meravigliate nel vedere come erano migliorate le loro condizioni! L’una scoprì che i danari non riuscivano a scacciare dalla casa il dolore e la vergogna: un’altra che, benché povera, era molto più felice colla sua giovinezza, la sua salute e l’allegria, di una certa vecchietta brontolona e malata che non poteva godere del suo danaro; una terza che, quantunque il preparare il pranzo fosse molto noioso, pure l’andare a mendicare era anche peggio; e la quarta che i più begli anelli d’oro non valevano quanto la buona condotta. Decisero perciò di non brontolar più, di contentarsi di tutto ciò che avevano e, credete a me, non furono né deluse né scontente d’aver seguito il consiglio della vecchierella. —
— Mammina, sei molto cattiva di valerti dei nostri racconti, per farci un sermone in tutta regola, invece di raccontarci una storia piacevole — disse Meg.
— Questo genere di sermoni mi piace però: assomiglia a quelli che ci faceva papà — aggiunse Beth pensierosa, mentre raddrizzava gli aghi sul cuscinetto di Jo.
— Io non brontolo tanto quanto gli altri e starò più che mai attenta ora, perché l’esempio di Susie mi starà sempre dinanzi! — soggiunse Amy.
— Avevamo bisogno di questa lezione, mammina, e ce ne ricorderemo; se ce ne scordassimo, ripetici quello che diceva sempre «Old Chloe» nella «Capanna dello zio Tom»: Contentatevi! di quel che avete, ragazzi. Contentatevi di quello che abete! — soggiunse Jo che non poteva fare a meno di scherzare su ogni cosa benché prendesse a cuore quanto e forse anche più degli altri le lezioni della mamma.