Louisa May Alcott – Piccole Donne – Cap. 5 – Vicini e conoscenti

— Che cosa ti passa mai per la mente, ora Jo? — disse Meg, un dopopranzo freddo e nevoso, a sua sorella che si avvicinava ai lei coll’impermeabile, le galoscie, il cappello, una pala ed una granata in mano.
— Vado a fare un po’ di moto — rispose Jo con uno sguardo birichino e trattenendo appena il riso.
— Avrei creduto che due lunghe passeggiate, stamani, ti dovessero bastare! Fa un freddo da morire e ti consiglierei di stare in casa qui, vicino al fuoco — riprese Meg con un brivido.
— È mia abitudine di non accettare mai buoni consigli: non posso star rinchiusa tutto il giorno e, non appartenendo alla famiglia dei gatti, non ci tengo affatto a dormicchiare dinanzi al fuoco. Mi piacciono le avventure e ne vado in cerca.
Meg tacque e continuò a scaldarsi i piedi, riprendendo la lettura di «Ivanhoe» e Jo, uscita nel giardino, cominciò, con grande energia, a spazzare la neve, per fare una stradicciuola su cui Beth potesse passeggiare colle sue bambole, appena compariva un raggio di sole. Soltanto il giardino separava la casa dei March da quella dei Laurence: tutte e due erano situate nei sobborghi della città in mezzo a prati, a giardini ed a strade molto quiete e tranquille. Una folta siepe era il solo confine tra le due proprietà; ma da una parte si vedeva una vecchia casetta grigia, spogliata ora dei rami di vite e dai fiori che la coprivano di estate; dall’altra s’innalzava un grandioso edificio in pietra, che denotava, in tutti i suoi dettagli, il lusso e l’agiatezza dei proprietari, dalla bella scuderia ai ben tenuti giardini, dalle serre riscaldate ai bei mobili che si scorgevano attraverso alle ricche cortine. Eppure il casamento pareva solitario e senza vita: nessun bambino scorrazzava sui bei prati, alle finestre non si affacciava mai un volto sorridente di mamma e poche persone entravano od uscivano, ad eccezione del vecchio e del nipote. Questa casa era, secondo la vivace fantasia di Jo, una specie di palazzo incantato, pieno di splendore e di ricchezze, di cui nessuno godeva ed essa moriva, da molto tempo, dalla voglia di vedere questo paradiso terrestre e far conoscenza col ragazzo, che sembrava tanto simpatico e gentile. Dal giorno del ballo, poi, questo desiderio era andato sempre crescendo ed ella aveva escogitato mille modi per far amicizia; ma ultimamente non aveva più veduto il ragazzo e Jo incominciava a credere che fosse partito, quando un giorno, ella spiò una testa bruna che faceva capolino tra le tende e che guardava con occhio quasi invidioso il giardino ove Amy e Beth si tiravano grosse palle di neve.
— Quel ragazzo è troppo solo; ha bisogno di compagnia e di divertimento — disse Jo tra sé. — Il nonno non capisce quello che ci vorrebbe per lui e lo tiene chiuso là dentro! Egli dovrebbe avere la compagnia di ragazzi allegri o di qualche persona giovane con cui fare un po’ di chiasso. Ho una gran voglia di andarlo a dire al vecchio! —
— Questo progetto piacque a Jo: era la persona delle avventure arrischiate e scandalizzava molto spesso Meg con le sue idee curiose. La proposta che si era fatta, però, di andare al palazzo non le passò di mente, e, colta la giornata propizia, Jo risolse di fare il possibile per riuscire nel suo intento. Visto il signor Laurence uscire di casa, si vestì ed andò in giardino a fare la sua stradicciuola dando intanto una guardata all’intorno. Non vide nulla: tutto era tranquillo, le tendine abbassate alle finestre del piano terreno, nessuna persona di servizio, e nulla di umano visibile all’infuori di una testa bruma, ricciuta appoggiata ad una mano lunga e secca ad una finestra del primo piano.
— Eccolo là! — pensò Jo tra sé — Povero ragazzo! Solo, solo e malato, in questa giornata così fredda! È una vergogna! Voglio tirar su una palla di neve per farlo guardare qua e poi gli dirò qualche parola di conforto. — Detto fatto, Jo prese una manata di neve e la gettò contro la finestra. La testa si voltò subito e mise in evidenza un volto che perdette, alla vista di Jo, la sua espressione annoiata e si fece subito sorridente e gioviale. Jo salutò colla testa, sorrise e sventolò la sua granata per aria, gridando:
— Come sta? È malato?
Laurie aprì la finestra e rispose con voce rauca:
— Sto meglio grazie. Ho avuto un raffreddore fortissimo, che mi ha tenuto in casa una settimana!
— Mi dispiace davvero! Come passa il tempo?
— Male. Mi annoio: tanto! Non so cosa fare!
— Non le piace leggere?
— Sì, ma non me lo permettono.
— Nessuno le può leggere ad alta voce?
— Qualche volta il nonno; ma i miei libri non lo interessano e non posso sempre seccar Brooke.
— Inviti qualcuno a venirle a tener compagnia.
— Non vi è nessuno che mi piaccia;. I ragazzi fanno tanto rumore e la mia testa è un po’ debole.
— Non conosce qualche ragazza che le possa leggere un po’ e divertirla? Le ragazze sono più quiete e sanno fare da infermiere.
— Non ne conosco!
— Conosce me però! — cominciò Jo ridendo, ma si fermò ad un tratto.
— Questo è vero! Venga, venga lei, mi faccia il piacere! — gridò Laurie.
— Io veramente non sono né quieta né carina; ma verrò, se la mamma lo permette! Ora vado a domandarglielo! Da bravo; chiuda la finestra e aspetti; in due salti sono da lei.
Così dicendo Jo prese la granata, se la mise sulle spalle e s’incamminò verso casa dubitando un po’ dell’accoglienza che avrebbe avuta la sua proposta, mentre Laurie, un po’ eccitato all’idea di avere compagnia, si preparava a ricevere la signorina. Qualche minuto dopo, si udì una forte scampanellata, una voce decisa domandò del signorino Laurie ed un cameriere, con aria molto meravigliata, corse su nella stanza del padroncino ad annunziargli la visita di una signorina.
— Falla passare; è la signorina Jo — disse Laurie, incamminandosi verso la porta per incontrare Jo che entrò subito con un piatto coperto in una mano ed i tre gattini di Beth nell’altra.
— Eccomi, con baracca e burattini — disse con vivacità. — La mamma le manda tanti saluti e spera che potrò far qualcosa per lei; Meg mi ha dato questo dolce che ha fatto lei stessa e Beth ha creduto che i suoi gattini l’aiuterebbero a passare il tempo. Sapevo che avrebbe riso, ma non potevo rifiutare; era tanto ansiosa, anche lei, di aiutarla in qualche modo! Furono appunto i gattini che ruppero il ghiaccio; perché, ridendo della strana idea di Beth, Laurie dimenticò la sua solita timidezza e fu subito allegro ed amichevole.
— È troppo bello per mangiarsi — disse poi, sorridendo di piacere quando Jo scoprì il piatto e gli mostrò un bel dolce di crema contornato di foglie verdi e di fiori colti dal geranio favorito di Amy.
— Non val la pena di parlarne; solamente tutte volevano rendersi utili. Dica alla sua donna di riporlo e lo mangi domani col thè; è dolce e morbido; lo potrà mandar giù senza che le faccia male alla gola! Come è comoda e bella questa stanza!
— Sì, sarebbe comoda se fosse tenuta in ordine, ma le cameriere sono pigre ed io non so farmi ubbidire. È una cosa che mi secca però!
— Ora gliela metto in ordine io. C’è da far solo due o tre cose: spazzar la cenere dal caminetto — così — e metter a posto questi gingilli — in questo modo — ed i libri messi qui — le bottiglie in quest’altro posto; il sofà meno voltato verso la luce — così — e i guanciali messi a posto. Ecco fatto. Così parlando, Jo aveva messo tutto in ordine ed aveva dato un nuovo aspetto alla stanza. Laurie la guardava con grande rispetto e taceva: quando ella gli fece cenno di venire a sdraiarsi sul sofà, egli vi si lasciò cadere con un sospiro di soddisfazione, dicendo con uno sguardo di gratitudine: — Com’è buona! È proprio quello che mi ci voleva! Ora mi faccia il piacere di accomodarsi in quella poltrona e dirmi che cosa posso fare per divertirla.
— No, sono io che sono venuta a divertire lei! Vuole che legga forte? — disse Jo, guardando con tenerezza una quantità di libri in una piccola biblioteca.
— Oh, no grazie; li ho già letti tutti e, se non le dispiace, preferirei chiacchierare un po’ — rispose Laurie.
— Come vuole! Se carico la macchina posso chiacchierare anche fino a domani! Beth dice che so quando principio, ma non posso mai sapere quando finisco.
— Beth è quella bambina bianca e rosea che sta quasi sempre a casa e qualche volta esce con un panierino? — domandò Laurie con interesse.
— Sì, quella è Beth; è la mia preferita ed è tanto buona!
— La signorina tanto carina è Meg e quella ricciuta è Amy, vero?
— Come lo sa?
Laurie arrossì, ma rispose subito con franchezza: — Ecco, sento spesso che si chiamano l’un l’altra e quando son così solo solo non posso far a meno di guardare giù nel giardino; hanno sempre l’aria di divertirsi tanto! Le domando scusa se sono così indiscreto; ma qualche volta dimenticano, la sera, di tirar giù la tenda della finestra nel salottino e quando vi è il lume acceso è un bel quadretto vedere il fuoco e tutte loro con la mamma, riunite intorno al tavolino. Il volto di sua madre è generalmente di faccia a me e sembra così dolce là, tramezzo ai fiori, che non posso fare a meno di guardarla. Io non ho madre, sa! — e Laurie cominciò a soffiare il fuoco per nascondere il tremito delle labbra.
L’espressione di tristezza e di nostalgia di quegli occhi, toccò profondamente Jo. Era stata educata così semplicemente che non aveva nessun’idea sciocca per la testa ed a 15 anni era innocente ed ingenua come una bambina. Laurie era malato e solo: e, sentendo quanto fosse ricca in amore e felicità, ella cercò di dividere questa felicità con lui. Il suo volto bruno aveva un’espressione buona ed amichevole e la sua voce era stata raramente così dolce quando rispose: — Non tireremo mai più quella tenda e le dò il permesso di guardare quanto le pare. Ma sarebbe meglio che, invece di guardare dalla finestra, venisse addirittura in casa. Mamma è una vera fata e le farà del bene; Beth potrebbe cantare se io la pregassi, Amy ballerebbe; Meg ed io la faremmo scoppiare dal ridere colle nostre ricchezze teatrali e ci divertiremmo insieme. Crede che suo nonno le permetterebbe di venire?
— Forse sì, se la sua mamma glielo domandasse. È molto buono, benché sembri burbero e mi lascia fare tutto quello che voglio; teme solo che io debba rendermi importuno con persone estranee — cominciò Laurie, rischiarandosi sempre più e più.
— Noi non siamo persone estranee, siamo vicini, e non creda di darci noia. Desideriamo conoscerla ed è tanto tempo che ne cerco l’occasione. Non è molto che abitiamo qui, ma conosciamo tutti i nostri vicini, eccetto loro.
— Il nonno vive fra i suoi libri e non si cura di quello che accade fuori. Il signor Brooke, il mio precettore, non vive con noi e così non ho nessuno da accompagnarmi di qua e di là e sto rinchiuso in casa facendo del mio meglio per passare il tempo.
— Questo è male; dovrebbe anzi andare a vedere tutti quelli che l’invitano a casa loro; così conoscerebbe molta gente e farebbe amicizie. Anche se si sente timido vada lo stesso; vedrà che anche la timidezza passa col tempo.
Laurie arrossì di nuovo, mia non fu punto offeso nel sentirsi accusare di timidezza; vi era tanto buon volere in Jo, tanta bontà, che era impossibile prendersi a male i suoi franchi discorsi.
— Le piace andar a scuola? — ricominciò Laurie, cambiando discorso, dopo aver fissato per qualche minuto silenziosamente il fuoco, mentre Jo si guardava intorno con aria soddisfatta.
— Non vado a scuola; sono un uomo d’affari, una ragazza cioè: vado a tener compagnia a mia zia, una cara vecchia brontolona — rispose Jo.
Laurie aprì la bocca per fare un’altra domanda, ma ricordandosi in tempo che non stava bene essere indiscreti, si trattenne, ma rimase un po’ confuso. A Jo, che se ne era accorta, piacque questa discrezione, e, non curandosi di ridere un po’ alle spalle della povera zia March, gli fece una descrizione comica ed umoristica della vecchierella: del suo camino grasso e grosso, del pappagallo che parlava spagnuolo e del suo paradiso, la libreria. Laurie si divertiva immensamente; e quando Jo raccontò del vecchio signore che era venuto a domandar la mano della zia e che nel mezzo di un elaborato discorso d’occasione era rimasto pietrificato nel vedere la sua parrucca fra le zampe di Poli, il pappagallo, il ragazzo si lasciò cadere indietro sui guanciali, ridendo tanto di cuore che le lacrime gli rigavano le gote ed una cameriera fece capolino dalla porta per vedere che cosa fosse accaduto.
— Oh, questo mi fa proprio bene! Continui, continui, mi faccia il piacere — disse rialzando la testa e mostrando un viso rosso e scintillante dal piacere.
Contenta del suo successo, Jo continuò e gli parlò di tutti i loro divertimenti, delle loro speranze, dei loro timori pel padre e di tutti gli eventi più importanti del loro piccolo mondo.
Poi cominciarono a parlare di libri e Jo trovò con gran piacere che Laurie amava la lettura al pari di lei ed aveva letto anche più di lei.
— Se le piacciono tanto i libri venga a vedere la nostra biblioteca. Il nonno è fuori, perciò non tema di nulla — disse Laurie alzandosi.
— Io non ho paura di nessuno — replicò Jo con un’alzata di spalle.
— Ci credo perfettamente — esclamò il ragazzo, guardandola con ammirazione, benché pensasse tra sé che avrebbe avuto tutte le ragioni di temere un po’ il vecchio, se lo avesse visto in una delle sue cattive giornate.
Essendo la temperatura dell’intera casa press’a poco uguale, Laurie condusse Jo attraverso tutte le stanze, lasciando che esaminasse, a suo bell’agio, tutte le cose che colpivano la sua fantasia; arrivarono finalmente alla biblioteca e Jo cominciò a battere le mani ed a saltare, cosa che faceva quando era molto eccitata. La stanza era tappezzata di libri: vi erano statue e pitture, piccole scansìe piene di gingilli e di monete antiche, poltrone comode, tavolini di tutte le forme, e, nel mezzo della parete principale, un gran caminetto antico decorato di maiolica.
— Che ricchezza! — sospirò Jo, lasciandosi cadere in una bella poltrona di velluto, e guardandosi intorno con un’aria di vera soddisfazione. — Teodoro Laurence, voi dovreste essere il ragazzo più felice di questa terra — aggiunse con forza.
— Un povero diavolo non può sempre vivere di libri! — rispose Laurie, scuotendo la testa e sedendosi su di un tavolino di faccia a lei. Prima che potesse dir altro, si udì il suono di un campanello, e Jo si alzò precipitosamente da sedere esclamando: — Mio Dio! sarà suo nonno!
— Ebbene, se è mio nonno? Ha detto che non ha paura di nulla — rispose il ragazzo con malizia.
— Veramente credo che ho un po’ di paura: ma non so perché; mammina ha dato il permesso di venire e non credo che la mia venuta le abbia fatto del male — disse Jo, calmandosi un poco, ma tenendo lo sguardo fisso sulla porta.
— Sto meglio anzi e le sono infinitamente riconoscente: temo soltanto di averla fatta stancare, ma i suoi racconti erano così divertenti che non volevo farla smettere — disse Laurie con accento di gratitudine. — Il dottore, signorino — disse la cameriera entrando e facendo un segno a Laurie.
— Le dispiacerebbe se la lasciassi un momento qui? Bisogna che lo veda! — disse Laurie.
— Vada, vada, non si dia pensiero di me; sono contenta come una pasqua qua dentro — rispose Jo. Laurie uscì, e la sua ospite cominciò a divertirsi a modo suo. Stava ritta davanti ad un gran ritratto del nonno di Laurie, quando la porta si aprì di nuovo e, senza voltarsi, Jo disse: — Son sicura, ora, che non avrei paura di lui, perché ha negli occhi un’espressione di grande dolcezza, quantunque la bocca sia severa e sembri avere una volontà ferrea. Non è bello come mio nonno, ma mi piace.
— Grazie signorina — disse una voce burbera, e, voltandosi repentinamente, Jo si trovò, con grande costernazione, faccia a faccia col signor Laurence. La povera Jo non sapeva dove nascondere il volto; arrossì fino alla punta delle orecchie ed il cuore cominciò a batterle violentemente nel pensare a ciò che aveva detto. Per un minuto pensò di fuggire; ma sarebbe stata codardìa e le ragazze l’avrebbero canzonata, perciò decise di star là e di cavarsela come poteva. Un secondo sguardo le disse che gli occhi viventi erano anche più dolci di quelli dipinti ed avevano un’espressione così benevola, che il suo timore disparve in gran parte. La voce burbera era più burbera che mai quando il vecchio disse, ad un tratto, dopo una pausa che sembrò un secolo:
— E così non hai paura di me, eh?
— Non molto signore.
— E non mi credi così bello come tuo nonno?
— Nossignore.
— Ed ho una volontà ferrea secondo te, eh?
— Ho detto che credevo così!
— Ma ti sono simpatico, nonostante tutto ciò?
— Sissignore.
Questa risposta parve soddisfare il vecchio che rise, strinse la mano a Jo e, mettendole una mano sotto il mento, le alzò il capo e, dopo averla esaminata attentamente, disse: — Tu hai lo spirito di tuo nonno, benché tu non ne abbia la faccia. Era davvero un bell’uomo e, quel che è più, un uomo onesto ed io ero orgoglioso di essergli amico.
— Grazie, signore! — e Jo, dopo quel discorso, si sentì completamente rassicurata.
— Che cosa hai fatto a questo mio ragazzo? — fu la seconda domanda.
— Ho soltanto cercato di fare amicizia — e Jo gli raccontò tutto ciò che aveva fatto.
— Credi che abbia bisogno di compagnia?
— Sissignore, mi sembra che stia molto solo e forse qualche persona giovane, della sua età, gli farebbe bene. Noi siamo tutte ragazze, una, saremmo tanto contente se potessimo fare qualche cosa per lui: non abbiamo dimenticato il magnifico regalo di Natale — rispose Jo, con accento di gratitudine.
— Niente, niente, quello fu affare del ragazzo. Come sta quella povera donna?
— Va avanti benino, signore — e Jo incominciò a parlare con grande enfasi ed interesse della povera donna, e gli disse che la mamma le aveva fatto ottenere aiuto anche da altre persone.
— Tal quale suo padre! Voglio venirla a trovare uno di questi giorni, diglielo; ecco la campanella del thè: noi lo prendiamo di buon’ora, per via del ragazzo. Vieni giù e continua ad essere una così buona vicina.
— Se non le dispiace….
— Non te lo chiederei se non ti volessi — ed il signor Laurence offrì il braccio a Jo, con la cortesia di altri tempi.
— Che cosa direbbe Meg se mi vedesse ora? — pensò Jo mentre scendeva le scale e i suoi occhi scintillavano di malizia, immaginandosi di già di essere a casa a raccontare tutta la storia.
— Hey! Che cosa è successo a quel ragazzo? — disse il vecchio, udendo Laurie che scendeva a precipizio le scale, e che si fermò di botto alla vista di Jo a braccio del suo terribile nonno.
— Non sapevo che Ella fosse tornato! — disse Laurie, mentre Jo, gli dava uno sguardo di trionfo.
— Me ne accorgo dal modo con cui ruzzoli le scale! Vieni a prendere il thè e comportati come si deve — e tirategli un orecchio a guisa di carezza, il signor Laurence continuò la sua strada, mentre Laurie faceva una comica pantomima dietro le sue spalle in modo da mettere a serio repentaglio la gravità di Jo.
Il vecchio non disse che poche parole mentre beveva le sue quattro tazze di thè, ma osservò molto, vide che i due ragazzi chiacchieravano come vecchi amici e non gli sfuggì il cambiamento nel suo nipote. Vi era nel volto del ragazzo un colore insolito, una vivacità nell’espressione e della vera allegria nel suo riso.
— Ha proprio ragione! Il ragazzo sta troppo solo! Ha bisogno di compagnia! Voglio vedere che cosa possono fare per lui queste bambine! — disse fra sé il signor Laurence, mentre guardava ed ascoltava con grande interesse. Jo gli piaceva; i suoi modi franchi e leali lo attiravano, ed essa sembrava capire così bene il carattere di Laurie come se avesse appartenuto al sesso maschile.
Se i Laurence fossero stati, come diceva Jo «gente che stanno in punta di forchetta» non si sarebbe trovata così bene, perché, con simili persone, ella diventava subito timida e silenziosa, ma, trovandoli semplici ed «alla buona» si mostrò quale era veramente e fece buonissima impressione. Dopo il thè ella propose di andarsene, ma Laurie la ritenne dicendole che le voleva far vedere qualche altra cosa e la condusse nella serra. Pareva a Jo di essere in un paese incantato e passeggiava su e giù, beandosi nel profumo dei fiori ed ammirando le belle piante, la luce dolcemente diffusa e l’aria tepida e balsamica. Laurie, intanto, coglieva i più bei fiori e li legava in un magnifico mazzo, dicendo, con quell’espressione lieta che piaceva tanto a Jo: — Mi faccia il piacere di dare questi fiori a sua madre, e dirle che la medicina che mi ha mandato mi è piaciuta tanto, tanto. — Ritornati in casa, trovarono il signor Laurence che si scaldava dinanzi al fuoco nel salone, ma l’attenzione di Jo fu subito attratta da un magnifico piano a coda, aperto.
— Suona? — domandò rivolgendosi a Laurie con un’espressione di gran rispetto.
— Qualche volta! — rispose modestamente Laurie.
— Suoni qualche cosa; mi piacerebbe tanto sentirla, così potrei raccontarlo a Beth.
— Suoni prima lei qualche cosa!
— Io non so neanche mettere le mani sul pianoforte: sono troppo stupida per imparare, ma amo la musica assai, assai.
Laurie non si fece pregare: incominciò a suonare e Jo, lo ascoltava a bocca aperta, col naso nascosto tra le rose e la vainiglia. Il suo rispetto pel «ragazzo Laurence» crebbe a dismisura quando lo ebbe udito, poiché suonava molto bene e non si dava delle arie. Ella avrebbe tanto desiderato che Beth lo sentisse, ma non s’azzardò a dirlo; solamente lo lodò tanto, ch’egli diventò rosso come una melagrana ed il nonno dovette intervenirle, dicendo: — Basta, basta, signorina, troppo zucchero fa male alla salute. Non suona male, no, ma spero che farà altrettanto bene le cose di più grande importanza. Vuoi proprio andar via? Si? Dunque ti sono molto riconoscente per tutto quello che hai fatto e spero che ritornerai presto. I miei complimenti a tua madre: buona notte, Dottor Jo! — Egli le strinse affettuosamente la mano, ma a Jo sembrò che qualche cosa l’avesse annoiato. Volendosene accertare, domandò a Laurie, appena furono nell’ingresso, se avesse detto o fatto qualcosa di male. Laurie scosse la testa: — No, sono stato io! Non gli piace sentirmi suonare.
— Perché?
— Glielo dirò un giorno. Giovanni la verrà ad accompagnare. Mi dispiace di non poterlo fare io stesso.
— Non ce n’è bisogno; non sono una signorina ed in due salti sono a casa. Si riguardi sa?
— Sì, ma lei ritornerà, non è vero?
— Se mi promette di venirci a trovare, appena sarà guarito!
— Glielo prometto.
— Buona notte Laurie.
— Buona notte Jo, buona notte!
Quando Jo ebbe raccontate a casa tutte le sue avventure, venne a tutti il desiderio di fare una visita in massa alla gran casa, perché tutti vi trovavano qualcosa di attraente. La signora March avrebbe voluto parlare di suo padre con quel suo vecchio amico d’infanzia: Meg desiderava di vedere la serra; Beth sospirava pel pianoforte a coda, ed Amy era ansiosa di ammirare i bei quadri, di cui Jo le aveva fatto la descrizione.
— Mammina, perché il signor Laurence non vuole che Laurie suoni? — domandò Jo che era di natura assai curiosa.
— Non ne sono sicura, ma credo che sia perché il padre di Laurie sposò un’artista italiana che suonava meravigliosamente, ma che non piaceva al vecchio molto orgoglioso e superbo. La signora era bella, buona ed istruita, ma egli non ne volle sapere né rivide il figlio dopo il suo matrimonio. Il padre e la madre di Laurie morirono quando egli era un bambino! ed allora il nonno lo prese in casa. Suppongo che il ragazzo, nato in Italia, non sia molto forte ed è perciò che il nonno, per timore di perderlo lo tiene nell’ovatta. Però Laurie assomiglia molto a sua madre, ama la musica, ed il signor Laurence teme forse che voglia diventare un pianista: ma in ogni modo la sua passione per la musica ed il suo modo di suonare gli ricordano la madre ed è per questo che è diventato di cattivo umore.
—Mio Dio! Che cosa romantica — esclamò Meg.
— Che stupidaggine! — disse Jo. Lasci che faccia il pianista, se ne ha voglia, e non lo tormenti col collegio e l’università, che odia!
— Sarà per questo che ha gli occhi così belli e modi così gentili; gli Italiani sono sempre così simpatici! — disse Meg, che era di natura un po’ sentimentale.
— Che cosa ne sai tu, dei suoi occhi e dei suoi modi? Non gli hai mai detto due parole! — gridò Jo, che non era affatto sentimentale.
— L’ho visto al ballo, e, da quel che dici, si vede che è un giovane educato. Quel complimento che ti ha fatto sulla medicina che gli ha mandato la mamma era molto carino.
— Suppongo che voleva parlare del dolce che gli ho portato.
— Come sei stupida, Jo: la medicina sei tu, naturalmente!
— Io! — e Jo spalancò gli occhi, come se non le fosse mai venuta in mente una cosa simile.
— Non ho mai visto una ragazza così semplice come te! Non capisci un complimento neppure quando te lo fanno! — disse Meg con l’aria, di una signorina a cui i complimenti non sono cosa nuova.
— I complimenti sono tutte sciocchezze e ti prego di non essere stupida e guastarmi le uova nel paniere colle tue storie: Laurie è un bravo ragazzo e mi piace molto e non voglio che si parli di sentimentalismo o di cose di questo genere. Noi saremo molto buone con lui perché non ha madre ed è così solo, solo, e, mammina, egli può venire a trovarci, non è vero?
— Sì, Jo, il tuo piccolo amico sarà molto bene accetto, e spero che Meg vorrà ricordarsi che i bambini debbono rimanere bambini più a lungo che sia possibile.
— Io non mi considero una bambina e non ho ancora superati i tredici anni: — disse Amy. Che cosa ne dici tu, Beth?
— Stavo pensando al nostro viaggio di Pellegrine, rispose Beth, che non aveva inteso una sola parola della discussione: — Siamo stati abbastanza buone finora, tanto che abbiamo passato il primo cancello: forse la casa laggiù con tutte le sue ricchezze e le belle cose di cui parla Jo sarà, per noi, il palazzo della felicità.
— Bisogna però passare prima dinanzi alla «Fossa dei Leoni», — disse Jo, come se l’idea le piacesse.