Louisa May Alcott- Piccole donne – Cap. 7 – La valle dell’umiliazione

— Quel ragazzo è un vero Ciclope, non è vero? — disse Amy un giorno, vedendo Laurie, che passava dalla loro casa a cavallo; ed agitava, in segno di saluto, la sua frusta,
— Come puoi dire una cosa simile quando ha tutt’e due gli occhi e anche bellissimi? — gridò Jo che montava subito in furia se sentiva far qualche osservazione spiacevole sul conto del suo amico.
— Io non ho parlato de’ suoi occhi, e non c’è bisogno che t’inquieti così se ammiro il modo con cui monta a cavallo.
— Oh! Santo Dio! Quest’oca qui vuol dire Centauro e lo chiama un Ciclope! — esclamò Jo, scoppiando in una gran risata.
— Potresti anche essere un po’ più gentile! È solamente un «lapso linge» come dice il signor Davis — rispose Amy credendo di sopraffare Jo col suo latino. — Vorrei avere io un po’ di quel denaro che Laurie spende pel cavallo — aggiunse, quasi parlando a sé stessa, ma sperando che le sorelle la udissero.
— Perché? — domandò Meg con un sorriso, poiché Jo rideva tanto per questo secondo marrone di Amy da non poter neanche parlare.
— Ne ho tanto bisogno, sono in debito di non so quanto! E fino al mese venturo non tocca a me di avere il denaro dei vecchi giornali!
— Sei in debito, Amy! Che cosa dici! — esclamò Meg seriamente.
— Dico che sono in debito di almeno una dozzina di caramelle, e non posso pagarle perché non ho denari e sai che mamma non vuole che li faccia mettere in conto alla bottega.
— Dimmi un po’, sono di moda le caramelle ora? Prima erano le palline di gomma — e Meg cercò di non ridere nel vedere l’aria d’importanza di Amy.
— Vedi, le ragazze le comprano sempre, e, a meno di esser creduta avara, bisogna che anch’io faccia lo stesso. Tutte portano a scuola le caramelle e non fanno altro che succhiarle durante la lezione; si fanno cambi, per esempio una caramella per un lapis, per una bambolina di carta, per un anellino di margherite, o per qualcosa di simile. Se una ragazza ha simpatia per un’altra, le offre una caramella: se ha antipatia gliela mette sotto il naso e poi se la mangia. Si va per turno ed ormai io ho avuto tante di quelle caramelle dalle altre che sarebbe una vergogna se non ne offrissi qualcuna anch’io; sono debiti d’onore, sai!
— Quanto ti ci vorrebbe per comprar tante caramelle da potere redimere il tuo onore? — domandò Meg tirando fuori il borsellino.
— Una lira stravanzerebbe; rimarrebbe anche qualche centesimo per comperarne un paio anche per te. Non ti piacciono?
— Non molto; ti cedo la mia parte; eccoti una lira e fattela durare più che puoi, sai, perché non ho altro da darti.
— Oh grazie! Dev’essere molto comodo avere il denaro per le proprie spese! Farò una cosa in grande! E sarà una festa per me, perché da una settimana non ne ho assaggiata una. Sai, non ne ho volute accettare più, perché, siccome non ero sicura di poterle rendere, non volevo andare elemosinando!
Il giorno dopo Amy arrivò un po’ tardi a scuola, ma non poté far a meno di mostrare con grande orgoglio, prima di nasconderlo nel banco, un bel pacchetto di caramelle fresche fresche. Alcuni momenti dopo per l’intera classe era circolata la notizia che Amy March aveva nel banco 24 sugose caramelle (ne aveva mangiata una per strada) ed intendeva distribuirle. Udito ciò, le attenzioni delle amiche divennero veramente commoventi. Katy Brown la invitò immediatamente alla prossima festa in casa sua, Maria Kingsley volle per forza farle tenere l’orologio fino al tempo della ricreazione e Giannina Snow, una signorina molto sarcastica, che spesso aveva canzonato certe persone troppo avare per comperare caramelle per le compagne, ma che le accettavano dagli altri senza abbassarsi, si offrì di aiutarla a risolvere certi quesiti difficili. Ma Amy non aveva dimenticato le parole della signorina Snow, e mandò perciò subito un telegramma alla ragazza con queste parole: «Puoi pur esser gentile ora, ma delle mie caramelle non sentirai neppur l’odore».
Caso volle che un alto personaggio visitasse la scuola quella mattina, e che le carte geografiche di Amy ricevessero elogi ben meritati: questo onore fatto alla sua nemica accrebbe l’odio della signorina Snow e fece aumentare di molto l’orgoglio della signorina March, che prese l’aria di un pavone che fa la ruota. Ma ahimè! Ahimè! L’orgoglio vien meno dinanzi ad una caduta e la vendicativa Snow fece volgere ben presto le sorti in modo disastroso! L’alto personaggio non aveva ancora voltato le spalle dopo aver fatto i soliti complimenti d’uso, che Giannina, col pretesto di comunicargli qualcosa d’importante, informò il signor Davis che Amy March aveva un pacco di caramelle nel banco. Ora il signor Davis aveva spesso dichiarato che le caramelle erano oggetto di contrabbando ed aveva solennemente promesso un’esemplare punizione alla prima che avesse infranto la regola.
Questo poi era un momento sfavorevolissimo per denunziare Amy e la signorina Snow lo sapeva. Il signor Davis aveva evidentemente preso il caffè troppo forte quella mattina: tirava un vento di levante che gli aveva aumentati i dolori della nevralgia e le sue alunne, rispondendo male, lo avevano fallo scomparire dinanzi all’alto personaggio; egli era perciò, per dirla con termine scolaresco, se non elegante almeno espressivo, nero come un calabrone ed arrabbiato come un cane. La parola «caramelle» fu come la scintilla che dà fuoco all’incendio; la sua faccia gialla divenne rossa per il dispetto e batté la mano sul banco con tale energia che Giannina spaventata con un salto tornò al suo posto.
— Signorine, attenzione!
All’ordine detto con voce stentorea, il cicaleccio terminò come per incanto e cinquanta paia di occhi bleu, neri, grigi e marroni, si volsero verso il terribile volto.
— Signorina March, venga alla cattedra.
Amy si alzò subito cercando di parere indifferente, ma un tremito segreto la colse pensando alle caramelle.
— Porti anche le caramelle che ha nel banco — fu l’inaspettato ordine, che l’arrestò prima che avesse avuto il tempo di uscire dal suo posto.
— Non le prendere tutte, mormorò una vicina, una ragazza di gran presenza di spirito.
Amy frettolosamente ne rovesciò una dozzina nel banco e poi andò a posare le altre sulla cattedra del signor Davis, pensando che un cuore umano non poteva fare a meno di raddolcirsi al profumo squisito che mandavano le caramelle: ma sfortunatamente il signor Davis detestava quell’odore ed il disgusto che provò raddoppiò la sua ira.
— Sono tutte qui?
— Non tutte — mormorò Amy.
— Porti qui immediatamente il resto.
Con uno sguardo disperato verso le compagne, ella obbedì.
— È sicura che non ne siano rimaste altre?
— Non dico mai bugie, signore.
— Me ne accorgo. Ora prenda queste porcherie e due per due le getti fuori dalla finestra.
Un sospiro così lungo, che mosse quasi l’aria, sfuggì alle povere ragazze quando l’ultima speranza fu loro tolta, e si videro strappato dalle labbra il nettare che avevano così ansiosamente aspettato. Rossa dalla vergogna e dalla rabbia, Amy andò in su ed in giù per ben dodici volte e le grida di gioia che provenivano dalla strada completavano la sua disperazione e quella delle sue compagne, poiché esse sapevano che ciò che esse avevano pregustato con tanta impazienza, cadeva in mano dei ragazzini di strada, loro nemici mortali. Questo poi era troppo! Tutte gettavano al signor Davis delle occhiate furibonde e supplichevoli ed una, più ghiotta di caramelle delle altre, scoppiò in singhiozzi.
Quando Amy ritornò dal suo ultimo viaggio, il signor Davis diede un fenomenale «Hem» e disse con il suo più solenne atteggiamento oratorio:
— Signorine, vi ricordate che cosa dissi una settimana fa? Mi dispiace che ciò sia accaduto, ma siccome non permetto mai che si infrangano le mie regole, così applicherò la punizione che ho promesso. Signorina March, faccia il piacere di porgere la mano.
Amy sussultò e mise ambedue le mani dietro la schiena, lanciando un’occhiata supplichevole, che implorava meglio per lei di qualunque parola. — Essa era una delle favorite del «vecchio Davis», come naturalmente era chiamato ed è mia opinione che egli avrebbe forse mancato alla sua parola se una delle signorine non si fosse presa la pena di fare udire un leggiero fischio. Questo sibilo, abbastanza leggiero, ma pure sensibile, finì col fare perdere completamente quel po’ di pazienza che rimaneva all’irato professore e segnò la condanna della colpevole.
— La mano, signorina March! — fu la sola risposta che ricevette lo sguardo di Amy e, troppo orgogliosa per piangere e raccomandarsi, essa strinse i denti, gettò in segno di sfida il capo all’indietro e ricevé, senza aprir bocca, alcune vergate sulla piccola palma della mano. Non furono molte né forti queste vergate, ma ciò non le faceva differenza alcuna. Per la prima volta in vita sua era stata battuta e l’umiliazione non poteva essere maggiore se egli l’avesse gettata con tutta la forza per terra.
— Ora ella starà in piedi in mezzo, alla stanza fino all’ora di ricreazione — disse il signor Davis, risoluto, dal momento che aveva cominciato, di andare sino in fondo.
Questo poi era il colmo: sarebbe stato già ben doloroso di ritornare al posto e vedere le facce compassionevoli delle amiche e quelle soddisfatte delle nemiche; ma stare lì davanti a tutta la classe in modo che tutte potessero vederla dopo quella terribile umiliazione, le pareva talmente superiore alle sue forze, che per un momento credette di dover cedere e sfogare il suo dolore nel pianto. Ma un sentimento di amara ingiustizia patita ed il pensiero di Giannina Snow l’aiutarono a trattenersi e, mettendosi nel posto d’ignominia, essa fissò cogli occhi la gola del camino al disopra di quello che ora le pareva un mare di teste, e rimase là immobile e pallida tanto che le ragazze trovarono assai difficile di studiare con quella figurina triste e commovente dinanzi ai loro occhi.
Durante i quindici minuti successivi l’orgogliosa fanciulla soffrì una vergogna ed un dolore che non dimenticò mai. Per un’altra sarebbe stata una cosa ridicola e triviale, ma per lei fu terribilmente duro, perché nei suoi dodici anni di vita era stata guidata soltanto coll’affetto ed una cosa simile non le era mai successa. Il dolore della mano e il dolore morale però diventavano secondari quando pensava:
— Dovrò raccontarlo a casa e chi sa come saranno dispiacenti!
Quei quindici minuti le parvero un’ora; ma venne finalmente il termine e la parola «ricreazione» non le giunse mai così grata all’orecchio, come in quel giorno.
— Può andare signorina March — disse il signor Davis con aria un po’ turbata. Non si scordò mai lo sguardo di rimprovero che gli gettò Amy, quando, senza dire una sola parola, uscì nel corridoio, prese la sua roba e lasciò la scuola, giurando a sé stessa che non vi avrebbe mai più messo piede. Era molto abbattuta quando arrivò a casa e, ritornate le sorelle maggiori, fu subito tenuto consiglio di guerra. La signora March non disse nulla ma aveva l’aspetto inquieto e confortò la povera bambina colle più affettuose parole; Meg bagnò la povera mano con glicerina e lacrime; Beth s’avvide questa volta che neppure i suoi cari gattini potevano darle consolazione e Jo con grande ira propose che il signor Davis fosse immediatamente arrestato, mentre Anna lo minacciava col pugno e pestava le patate nel mortaio come se sotto al pestello vi fosse stato il terribile professore.
Nessuno in scuola fece osservazioni sulla scomparsa di Amy all’infuori delle sue compagne; ma le signorine si avvidero subito che il signor Davis era molto benevolo nel dopo pranzo ed anche un po’ nervoso. Pochi minuti prima della chiusura della scuola, Jo entrò nella classe e con volto serio e minaccioso andò dritta alla cattedra e consegnò al maestro una lettera di sua madre, poi, riunita la roba di Amy, usci senz’altro, badando bene però dai pulirsi le scarpe perché neppure un atomo della polvere di quella scuola le restasse sui piedi.
— Sì, non anderai più alla scuola, ma voglio che tu studi tutti i giorni con Beth per un paio d’ore — disse la signora March quella sera. — Disapprovo le punizioni corporali, specialmente quando si tratta di bambine. Non mi piace neppure il metodo del signor Davis e le ragazze con cui ti associavi non ti facevano certamente del bene, perciò, prima di mandarti ad un’altra scuola, domanderò consiglio a tuo padre.
— Oh! ci ho gusto! Vorrei che tutte le ragazze lo lasciassero, così dovrebbe chiudere quella vecchia bicocca di scuola! È proprio un peccato pensare a quelle splendide caramelle buttate via! — sospirò Amy con l’aria di una martire.
— Sono anzi contentissima che tu non le abbia potute mangiare, perché hai infrante le regole e meritavi un gastigo per la tua disobbedienza — fu la severa risposta che fece rimaner male la signorina, che non si aspettava rimproveri di sorta.
— Vuoi dire che sei contenta ch’io sia stata così umiliata davanti alla classe? — gridò Amy.
— Io certamente non avrei scelto quel metodo di punizione — replico sua madre — ma forse ti avrà fatto più effetto che un altro modo meno severo. Cominci a crederti troppo importante, bambina mia, ad avere troppa opinione di te stessa ed è tempo che tu ti corregga di questi difetti. Tu hai qualche piccolo merito e qualche virtù, ma non c’è bisogno che tu li metta sempre in evidenza, poiché la troppa opinione di sé stesso rende le persone ridicole e noiose. Non c’è pericolo che il vero ingegno e la vera bontà rimangano per molto tempo nascoste ma anche se questo accadesse la coscienza di possedere queste qualità e di impiegarle pel bene del prossimo, dovrebbe dare sufficiente soddisfazione, e, te lo ripeto, la più bella dote di una fanciulla è la modestia.
— È proprio vero! — gridò Laurie, che, in un angolo della stanza giuocava a scacchi con Jo: — Conobbi una volta una bambina che aveva un vero talento per la musica, e non lo sapeva; non s’immaginava mai che belle cosine componeva quando era sola, e, se glielo avessero detto, non ci avrebbe creduto.
— Come desidererei conoscere questa bambina: forse potrebbe aiutare me che sono così stupida — sospirò Beth, che gli stava accanto e l’ascoltava con interesse.
— La conosci e ti aiuta più di qualunque altra persona al mondo — rispose Laurie, guardandola con tale espressione birichina che Beth, diventò ad un tratto rossa come una ciliegia e nascose il volto sul guanciale, sopraffatta addirittura da una simile scoperta.
Jo lasciò che Laurie vincesse la partita per ripagarlo del complimento fatto alla sua Beth, e Beth, quella sera, non volle a nessun costo suonare come al solito, tanto che Laurie dovette prendere il suo posto e fare del suo meglio, cantando divinamente alcune vecchie melodie. Quando egli se ne fu andato via, Amy, che era stata pensierosa tutta la sera, disse ad un tratto, come colpita da una nuova idea: — Laurie è un ragazzo colto?
— Sì, ha avuto un’educazione eccellente ed ha grande talento: farà certamente qualcosa di buono se non si guasta! — rispose la madre.
— Ed egli non ha una grande opinione di sé? — domandò Amy.
— Affatto: ed è per questo che è così simpatico e noi gli vogliamo tutti tanto bene.
— Ah! Capisco! È una bella cosa essere istruiti e ben educati, ma non bisogna farsene un vanto ed esserne alteri! — soggiunse Amy pensierosa.
— Una persona istruita ed educata si riconosce subito dal suo modo di fare e di parlare, perciò non c’è bisogno di farne pompa — disse la signora March.
— Come non starebbe bene cacciarsi addosso tutti in una volta i propri vestiti, i nastri, i cappelli, ed i gioielli, per mostrare che si posseggono! — aggiunse Jo e la predica finì in una risata.