Louisa May Alcott – Piccole Donne – Cap. I – Il giuoco dei pellegrini

— Natale non sembrerà più Natale senza regali — brontolò Jo sdraiata sul tappeto dinanzi al caminetto.
— L’essere poveri è una disgrazia — disse Meg, guardando con un sospiro il suo vecchio vestitino.
— Non è giusto che alcune ragazze debbano aver tanto ed altre nulla! — soggiunse la piccola Amy con voce piagnucolosa.
— Abbiamo però la nostra buona mamma ed il nostro papà e tante altre belle cose — disse Beth dal suo cantuccio.
Le quattro faccine, illuminate dai bagliori del fuoco che scoppiettava nel caminetto, si rischiararono un momento a queste parole, ma si oscurarono di nuovo allorché Jo disse con tristezza: — Papà non è con noi e chi sa quando tornerà! — Non disse — forse mai — ma tutte lo aggiunsero silenziosamente, pensando al padre loro tanto lontano, là, sul campo di battaglia.
Tutte tacquero per qualche istante, poi Meg ricominciò: — Sapete bene la ragione per cui la mamma ha proposto di non comprare regali per Natale. Essa crede che non abbiamo diritto di spendere i nostri denari in divertimenti quando i nostri cari nell’esercito soffrono tanto. Non siamo buone a molto noi, ma possiamo pur fare i nostri piccoli sacrifizi e dovremmo compierli con piacere, per quanto io confessi che mi costano qualche fatica — e Meg scosse la testa ripensando alle belle cosine che da tanto tempo desiderava.
— Ma non credo che quel poco che daremmo possa alleggerire le sofferenze dell’esercito; un misero dollaro non potrà far gran cosa. Sono d’accordo anch’io di non aspettarmi nulla né dalla mamma né da voialtre, ma vorrei, con i miei pochi risparmi, comperarmi Undina e Sintram! È tanto tempo che lo desidero! — disse Jo, che aveva una vera passione per la lettura.
— Io aveva pensato di comprarmi un po’ di musica! — disse Beth, con un sospiro così leggiero che nessuno potè udirlo.
— Io voglio comprarmi una bella scatola di lapis Faber; ne ho proprio bisogno — disse Amy risolutamente.
— Mamma non ha detto nulla riguardo ai nostri risparmi e suppongo che non sarebbe contenta se ci privassimo di tutto quello che ci può far piacere. Comperiamoci quello che desideriamo e divertiamoci un po’; mi pare che lavoriamo abbastanza per meritarcelo! — gridò Jo, guardandosi i tacchi delle scarpe, come avrebbe fatto un «dandy».
— Lo credo io! Io che, da mattina a sera, devo far lezione a quei terribili bimbi, quando darei non so che cosa per restare a casa e passare le giornate a modo mio! — cominciò Meg con voce lamentevole.
— Tu puoi cantare quanto vuoi, ma non meni certo una vita così brutta come la mia! — aggiunse Jo.
— Come ti piacerebbe star sempre rinchiusa con una vecchia nervosa ed antipatica che ti fa trottar tutto il santo giorno su e giù, che non è mai contenta e che ti tormenta tanto da farti venir la voglia di buttarti giù dalla finestra o di darle un buon paio di scappellotti?
— Veramente non bisognerebbe lamentarsi, ma credetelo pure che lavar piatti e tener la casa in ordine è la peggior cosa del mondo! E le mie mani diventano così ruvide che non posso più suonare una nota! — E Beth, dicendo queste parole, si guardò le mani con un sospiro che, questa volta, tutti poterono udire.
— Non credo che nessuna di voi abbia da soffrire quanto me; — disse Amy — voialtre non andate a scuola e non dovete stare con ragazze impertinenti che vi tormentano se non sapete la lezione, vi canzonano perché non avete un bel vestito o perché vostro padre non è ricco, e v’insultano perché non avete un naso greco!
— Ah! se ci fosse ora un po’ di quel denaro che papà perdette quando eravamo piccole! Che bella cosa, eh, Jo? Come saremmo buone ed ubbidienti, se non avessimo alcun pensiero! — disse Meg che si ricordava di tempi migliori.
— Mi pare però che l’altro giorno tu dicessi che ti ritenevi molto più fortunata dei ragazzi King, che nonostante tutti i loro denari, leticavano e brontolavano da mattina a sera.
— È vero, Beth! E credo sul serio che noi siamo assai più fortunate di loro; sì abbiamo da lavorare, ma ci divertiamo fra di noi e siamo «un’allegra masnada», come direbbe Jo.
— Jo si serve sempre di termini così volgari! — osservò Amy, gettando uno sguardo di rimprovero alla lunga figura sdraiata sul tappeto. Jo, a queste parole, si alzò a sedere, mise le mani nelle tasche del grembiule e cominciò a fischiare.
— Non lo fare, Jo, son cose da ragazzacci.
— È appunto per questo che lo faccio.
— Io non posso soffrire le ragazze sgarbate.
— Ed io non posso soffrire le ragazze smorfiose che stanno sempre in ghingheri.
— Gli uccellini dello stesso nido vanno d’accordo — interruppe Beth, la paciera, con una smorfia così curiosa che le due sorelle scoppiarono in una risata e il battibecco cessò per quella volta.
— A dir il vero avete torto tutt’e due — disse Meg, cominciando, come sorella maggiore, la sua ramanzina! — Tu sei abbastanza grande, ormai, per smettere quei modi da sbarazzino e comportarti meglio, Giuseppina. Ciò non aveva tanta importanza quando eri piccola, ma ora che sei così alta e che ti sei tirata su i capelli, dovresti rammentarti che sei una signorina e non un ragazzo.
— Non è vero nulla! e se il tirarmi su i capelli mi fa diventare una signorina, porterò la treccia giù, fino a venti anni! — gridò Jo, strappandosi via la rete e lasciandosi cadere sulle spalle una bellissima treccia di capelli castagni.
— Penso con raccapriccio che un giorno dovrò pur essere la signorina March, dovrò portare le sottane lunghe e metter su un’aria di modestia e di affettazione come la mia cara sorella! È la cosa più insopportabile del mondo pensare d’essere donna quando darei qualunque cosa per essere nata uomo! Ed ora che muoio dalla voglia di andare al campo con papà, mi tocca star qui a far la calza come una vecchia di cent’anni! — E Jo, in un impeto di rabbia, gettò per terra la calza che stava facendo, tanto che il gomitolo di lana andò a rotolare dall’altra parte della stanza.
— Povera Jo! Non è davvero giusto! Ma non può essere altrimenti, perciò ti devi contentare del tuo nome, che pare quello di un ragazzo e ti puoi divertire a far da fratello a noi altre — disse Beth, accarezzando la testa arruffata che si era posata sulle sue ginocchia con una mano il cui tocco, né lavatura di piatti, né spolveratura, avrebbe potuto rendere meno che dolce.
— Quanto a te, Amy, — continuò Meg; — sei addirittura esagerata! Mi piacciono le tue manierine gentili ed il tuo modo raffinato di parlare, ma quando vuoi usare delle parole lunghe e ricercate che non conosci e cerchi di essere elegante, sei addirittura ridicola ed affettata. —
— Se Jo è un ragazzaccio ed Amy è affettata, che cosa sono, io? — domandò Beth pronta a prendere la sua parte di predica.
— Tu sei un angelo e null’altro.— rispose Meg abbracciandola e nessuno la contraddisse poiché «il topo» era il cocco della famiglia. Benché il tappeto fosse molto logoro ed i mobili molto vecchi pure la stanza dove erano riunite le quattro ragazze era resa gaia e piacevole da uno o due buoni quadri appesi al muro, dalle librerie piene di libri, dai crisantemi e dalle rose di Natale che fiorivano sulle finestre e dall’atmosfera di pace casalinga che pervadeva ogni cosa. Margherita, la maggiore delle sorelle, aveva 16 anni ed era molto carina. Bionda, ben formata, aveva occhi celesti, una quantità di capelli di un castagno chiaro, una bocchina dolce e delle mani fini e bianche a cui teneva molto.
Giuseppina o Jo, come la chiamavano in famiglia, era alta, magra, scura di carnagione ed assomigliava un poco ad un puledro non ancora domato, perché non sapeva mai dove, né come tenere le lunghe membra che sembravano esserle sempre d’impaccio. Aveva una espressione risoluta nella bocca, un naso bizzarro, ed occhi grigi, che sembravano vedere tutto e che potevano essere, a volta a volta, severi, furbi o pensierosi. I suoi lunghi e folti capelli erano la sua unica bellezza; ma ella li portava quasi sempre in una rete, perché non le dessero noia. Jo aveva le spalle un po’ curve, piedi grossi e mani lunghe; i vestiti quasi sempre scuciti che le cascavano di dosso e l’aria di una ragazza che sta trasformandosi rapidamente in donna, ma che vorrebbe rimanere bimba.
Elisabetta o Beth era una rosea fanciulla di 13 anni, tutta pace e timidezza: il padre la chiamava «piccola tranquillità» ed il nome le si confaceva a pennello, perché sembrava vivere beata in un mondo a sé da cui non usciva se non per stare con i pochi che ella amava e stimava.
Amy, la più piccola, era un personaggio importante, secondo la sua opinione, almeno. Era bianca come la neve, con occhi celesti, ed i folti capelli biondi le scendevano inanellati sulle spalle; era pallida e magra, ma faceva il suo possibile per comportarsi sempre come una vera signorina.
Quali fossero i caratteri delle quattro sorelle i lettori vedranno in seguito.
Suonarono le 6 e Beth, dopo avere spazzato la cenere dal camino, prese un paio di pantofole e le avvicinò al fuoco per scaldarle.
La vista delle vecchie pantofole parve avere una buona influenza sulle sorelle; esse sapevano che la mamma doveva arrivare tra poco e tutt’e quattro si prepararono per riceverla. Meg smise di predicare ed accese il lume; Amy si alzò dalla poltrona, senza che alcuno glielo ricordasse e Jo si dimenticò di essere tanto stanca, tolse di mano a Beth le pantofole della mamma e le tenne vicino al fuoco.
— Sono tutte sciupate; mammina dovrebbe averne un altro paio. — disse dopo un breve silenzio.
— Avevo pensato di comperargliene un paio col mio dollaro — disse Beth.
— No, le voglio comperar io — strillò Amy.
— Io sono la maggiore… — cominciò Meg, ma fu interrotta da Jo che disse con accento energico:
— Io sono l’uomo, ora che papi non c’è, e spetta a me comperare le pantofole: se vi ricordate, papà raccomandò la mamma in ispecial modo a me, quando andò via.
— Sapete cosa faremo? — disse Beth — Compreremo tutte qualcosa per la mamma e nulla per noi.
— Brava Beth! Quello che volevo proporre io! Ma che cosa prenderemo? — esclamò Jo. Tutte e quattro pensarono un momento poi Meg esclamò, come se l’idea le fosse sorta alla vista delle sue belle manine: — Io le regalerò un bel paio di guanti.
— Io le pantofole: le migliori che ci sono — gridò Jo.
— Io una dozzina di fazzoletti orlati tutti da me — disse Beth.
— Io comprerò una bottiglia di Acqua di Colonia, che piace tanto alla mamma e che non costa molto; così mi potrà anche rimanere qualche soldo per i miei lapis — aggiunse Amy.
— Facciamole credere che vogliamo comperare qualcosa per noi e prepariamole un’improvvisata! Bisogna andare domani a fare tutte le commissioni Meg, c’è tanto da fare per la rappresentazione della sera di Natale! — disse Jo, camminando su e giù per la stanza con le mani dietro la schiena e il naso per aria.
— Questa è l’ultima volta, però, che prendo parte alla rappresentazione: sono ormai troppo grande — disse Meg, che, tra parentesi, era bimba quanto le altre quando si trattava di mascherate.
— Lo dici, ma non lo farai! Ti piace troppo vestirti colla bella veste bianca a coda, portare i capelli sciolti per le spalle e metterti tutti quei gioielli di carta argentata e dorata! Sei la migliore attrice della compagnia e se tu manchi che cosa faremo? Dovremo smettere anche noi — disse Jo — A proposito: bisognerebbe fare una prova stasera; vieni qua Amy, fa un po’ la scena dello svenimento; hai proprio bisogno di impararla meglio; stai sempre lì impalata come un pezzo di legno.
— Non posso far meglio di così: non ho visto mai nessuno svenirsi, e non voglio mica farmi dei lividi come fai tu quando ti butti per terra, come se non avessi ossa e non sentissi nulla! Se posso cader giù adagio senza farmi male, allora farò la scena a modo tuo, ma se no, mi lascerò andare su di una seggiola e non m’importa nulla se anche Ugo mi minaccia con una pistola! — rispose Amy, che non aveva disposizione speciale pel teatro, ma che era stata scelta a far quella parte perché non era molto pesante e l’eroe del dramma poteva, senza troppa fatica, trasportarla in braccio fuori della scena.
— Fa’ così: congiungi le mani e trascinati per la stanza gridando con terrore: «Roderigo, salvami, salvami!» — e Jo attraversò barcollando la stanza e cacciò un grido melodrammatico che trapassava il cuore.
Amy cercò di imitarla, ma congiunse le mani e si spinse innanzi come se fosse stata mossa da una macchina, ed il suo oh prolungato pareva piuttosto l’urlo di una persona che sente figgersi degli spilli nel corpo che non un grido di terrore e di raccapriccio. Jo, sconsolata, sospirò come se l’anima le si volesse spezzare; Meg rise di cuore e Beth lasciò bruciare il pane, tanto era assorta a seguire la ridicola scena. — Non c’è caso, non lo farà mai! Sai come l’è? Fa’ quel che puoi il giorno della rappresentazione, e se gli spettatori fischiano non dire che è colpa mia. Vieni Meg.
Le cose procedettero allora un po’ meglio, perché Don Pedro sfidò il mondo intiero in un discorso di due pagine, che recitò senza un solo sbaglio: Agar, la strega, cantò con grandissimo effetto una terribile imprecazione, mentre faceva bollire in una pentola una quantità di rospi; Roderigo strappò le sue catene ed Ugo finì la sua vita in un’agonia mista di rimorso e di arsenico, rendendo l’ultimo respiro con un terribile Ah! Ah!
— È la migliore di tutte quelle che abbiamo recitato — disse Meg, mentre il morto si rialzava e si stropicciava i gomiti.
— Non so come fai a recitare ed a scrivere delle cose tanto belle Jo! Sei un secondo Shakespeare — esclamò Beth, che fermamente credeva che le sue sorelle fossero dei veri geni.
— Veramente no! — rispose Jo modestamente — Credo però che «La Maledizione della strega» sia uno dei miei migliori scritti: ma mi piacerebbe tanto recitare il Macbeth, se potessi avere un trabocchetto per Banquo! È tanto tempo che desidero fare la parte dell’uccisore!
— È proprio uno stile quello che vedo dinanzi a me? — mormorò Jo stralunando gli occhi come aveva veduto fare ad un celebre attore e stringendo il pugno quasi volesse afferrare qualcosa nell’aria.
— Hai infilato nella forchetta la pantofola di mamma invece del pane! — gridò Meg, e la prova finì con un generale scoppio di risa.
— Son contenta di vedervi così allegre, bambine mie — disse una dolce voce ed attori e spettatori corsero a salutare una signora piuttosto grassa, di circa quaranta anni, con un volto pieno di bontà e di materna dolcezza. Non si poteva chiamare bella, ma in generale, tutte le madri sono belle agli occhi dei loro figli e le quattro ragazze credevano veramente che il vecchio mantello grigio ed il cappellino nero, che da un pezzo non era più di moda, coprissero la donna più aggraziata del mondo.
— Ebbene, bimbe care, come avete passato la giornata oggi? Ho avuto tanto da fare che non sono potuta tornare neanche a pranzo. — È venuto nessuno Beth? — Come va il tuo raffreddore Meg?
— Jo, mi sembri stanca morta. Dammi un bacio, piccina.
Ciò dicendo, la signora March si era levato il mantello, si era infilata le pantofole calde calde, e, accomodatasi nella poltrona, aveva fatto sedere Amy sulle ginocchia preparandosi, così, a passare l’ora più piacevole della giornata. Le ragazze intanto le si affaccendavano intorno ciascuna a modo suo; Meg apparecchiò la tavola per il thè, Jo andò a prender legna e mise a posto le seggiole urtando, picchiando e rovesciando tutto ciò che toccava; Beth andava su e giù dal salottino alla cucina, dalla cucina al salottino, lavorando silenziosamente, ed Amy dirigeva il movimento generale standosene tranquillamente seduta sulle ginocchia della madre, colle mani in mano.
Mentre erano a tavola, la signora March disse con un sorriso di soddisfazione: — Ho una sorpresa per voi dopo cena.
Le ragazze si scambiarono uno sguardo; Beth batté le mani, lasciando cadere il pane caldo che teneva e Jo gettò per aria il tovagliolo gridando: — Una lettera, una lettera! Viva papà, viva papà!
— Sì, una lunga lettera. Mi dice che sta bene, che spera di passare l’inverno meglio di quello che si aspettava e manda tanti auguri per Natale; c’è un punto poi che riguarda specialmente voialtre ragazze — disse la signora March battendo leggermente sulla tasca come se possedesse un tesoro.
— Presto, presto, finite! Amy, non t’incantare come una marmotta! — gridò Jo, mentre che il thè, andatole a traverso, quasi la soffocava ed il pane imburrato, cadutole di mano, andava a finire sul tappeto.
Beth smise di mangiare e, mentre le altre finivano, si ritirò nel suo cantuccio, pregustando già la gioia che doveva venire.
— Mi pare una gran bella cosa che il babbo, essendo troppo vecchio e non abbastanza forte per fare il soldato, sia andato nell’esercito come cappellano — disse Meg calorosamente.
— Come mi piacerebbe essere un tamburino, una vivan… come si chiamano? o una suora, per potergli essere vicina ed aiutarlo — esclamò Jo con un profondo sospiro.
— Deve essere molto spiacevole il dormire sotto una tenda, mangiare ogni sorta di robaccia e bere in un bicchiere di stagno — sospirò Amy.
— Quando tornerà, mammina? — domandò Beth con un leggiero tremito nella voce.
— Dovrà stare laggiù ancora alcuni mesi, a meno che non sia malato. Egli vorrà compiere l’opera sua fino alla fine e noi certamente non gli impediremo di fare il suo dovere. Ora venite qui, che vi leggerò la lettera!
Le ragazze si avvicinarono al fuoco: la mamma si sedé sulla poltrona, Beth le si mise ai piedi, Amy e Meg si appollaiarono sui due braccioli e Jo si appoggiò alla spalliera, nascondendo il viso perché non si potesse vedere la sua commozione.
Quasi tutte le lettere scritte in quei tempi commovevano, specialmente quelle dirette dai padri alle loro famiglie. In questa non si parlava delle fatiche, dei pericoli corsi, del desiderio di tornare a casa; era una lettera consolante, piena di speranze, di aneddoti della vita militare, di marce, di notizie sulla guerra; e solo in ultimo si parlava del gran desiderio che egli aveva di rivedere e riabbracciare i suoi cari.
— Fa loro i miei auguri e dà a ciascuna di loro da parte mia un bel bacio. Penso a loro di giorno prego per loro la notte, ed il mio più gran conforto è il loro affetto. Un anno passato lontano dai propri cari sembra assai lungo, ma di’loro che, aspettando, si può e si deve lavorare in modo da render proficui questi tristi giorni. Esse si ricorderanno, lo so, di quello che loro raccomandai prima di partire; so che saranno affettuose e buone con te, che faranno il loro dovere senza lagnarsi, combatteranno i loro nemici interni e sapranno così bene vincersi da rendermi, al mio ritorno, sempre più orgoglioso e soddisfatto delle mie piccole donnine.
Tutte avevano le lacrime agli occhi, nell’udire queste parole. Jo non si vergognò della grossa lacrima che le cadde dalla punta del naso e Amy non si accorse che i suoi riccioli biondi si scomponevamo quando, nascondendo la faccia nel seno della madre: — Sono un’egoista — esclamò — mai cercherò di non esserlo più davvero, davvero! Così papà, quando torna, sarà contento di me!
— Faremo tutte del nostro meglio per correggerci — aggiunse Meg. — Io sono vana: e non amo il lavoro, ma cercherò di migliorare, se posso!
— Io voglio diventare «una buona e brava donnina» come egli mi chiama; non sarò più sgarbata e furiosa, ma cercherò di fare il mio dovere e non desiderare altro — continuò Jo che era fermamente convinta che il tenere a freno un carattere furioso fosse molto più difficile che combattere in campo aperto contro i ribelli.
Beth non disse nulla ma si asciugò gli occhi colla calza che stava facendo e si mise a lavorare con ardore, cominciando così a compiere il suo dovere e proponendosi di far tutto il possibile acciocché il suo caro papà non rimanesse deluso nelle sue speranze.
La signora March ruppe finalmente il silenzio: — Vi ricordate,— disse colla sua dolce voce, — quando piccine facevate il giuoco dei Pellegrini? Come vi divertivate quando vi legavo addosso il sacco che chiamavate il vostro peso, vi davo il cappello, il bastone ed un rotolo di carta e vi facevo passeggiare per tutta la casa, dalla cantina, che chiamavate la città di Dite, su fino al terrazzo, ove tenevate tutti i vostri tesori e che nominavate «la città Celeste?».
— Ah, come ci si divertiva! Specialmente, però, quando passavo là vicino ai leoni, combattevo Lucifero e poi m’inoltravo nella vallata ove erano i maghi e le streghe — disse Jo.
— A me piaceva il luogo ove i pesi ci cascavano dalle spalle e rotolavano giù in fondo alle scale — aggiunse Meg.
— Ma quando, arrivate lassù in cima al terrazzo, tra i fiori e il verde ed i nostri tesori, cantavamo un inno di gloria, era il momento più bello per me! — disse Beth sorridendo.
— Io veramente mi ricordo poco di tutte queste cose; so soltanto che avevo una gran paura della cantina e dello stanzino buio e che ero molto contenta quando si mangiava quel buon dolce ed il latte! Se non fossi ormai troppo grande, per questi giuochi, quasi quasi mi piacerebbe di ricominciare! — disse Amy che parlava di rinunziare a giuochi puerili alla matura età di dodici anni.
— Non siamo mai troppo vecchi per questo giuoco, bambina mia, perché è un giuoco che più o meno facciamo poi per tutta la vita. Tutti abbiamo i nostri pesi; la retta via ci sta dinanzi ed il desiderio di esser buoni e di raggiungere la felicità ci è di guida e di salvaguardia nelle tante difficoltà che troviamo prima di arrivare alla pace che è la nostra «città Celeste». Mie piccole pellegrine, non sarebbe forse bene di ricominciare ora il vostro antico giuoco, non per scherzo, ma sul serio e vedere qual parte della strada retta avrete percorso quando sarà ritornato vostro padre?
— Sì, sì mamma, ma dove sono i nostri pesi? — domandò Amy che prendeva le frasi troppo letteralmente.
— Tutte avete detto pochi minuti fa’ quali arano i vostri pesi…. eccetto Beth, ma credo che ella non ne abbia alcuno.
— Oh, altro che ne ho! Ho tanti pesi! la mia timidezza, i piatti da lavare, i cenci da spolverare, e tutti i pianoforti che invidio agli altri!
I pesi di Beth erano così buffi, che tutti avevano una gran voglia di ridere, ma non lo fecero, temendo di offendere i suoi sentimenti delicati.
— Sì sì facciamolo — disse Meg pensierosa — È un giuoco che ci insegnerà ad esser buoni e ci potrà spesso aiutare! Cerchiamo di far del nostro meglio per esser buone, mammina, ma è molto difficile e qualche volta ce ne dimentichiamo!
— Stasera eravamo cadute tutte nell’abisso della Disperazione, ma la mamma, ci ha aiutate ad uscirne, come fece la Speranza in quel bel libro che abbiamo letto. Dovremo però posseder il libro che dirige le nostre azioni, come aveva Cristiani. Come faremo per averlo? — domandò Jo, felice di trovare un po’ di romanzo anche sulla strada difficile e noiosa del dovere.
— Cercate sotto il vostro capezzale la mattina di Natale e troverete il libro che sarà la vostra guida — rispose la signora March.
Continuarono a parlare dei loro nuovi progetti, mentre Anna, la vecchia domestica, sparecchiava, poi tutte e quattro si affrettarono a prendere i loro panierini da lavoro e si misero alacremente a cucire le lenzuola per la zia March.
Alle nove smisero di lavorare e, come al solito, cantarono prima di andare a letto: soltanto Beth era capace di suonare sul vecchio pianoforte; aveva un tocco così dolce e leggero che era un piacere sentirla accompagnare le semplici canzoni che le altre cantavamo. Meg aveva una bella voce e dirigeva insieme alla mamma il piccolo coro. Amy cantava come un usignolo, ma Jo faceva sempre dei gorgheggi e delle variazioni a modo suo e riusciva quasi sempre a finire prima del tempo od a guastare, con una stecca, la più soave melodia.
Avevano sempre cantato fino dal momento in cui, piccine, avevano incominciato a balbettare «Addio mia bella addio» ed ora era diventata un’abitudine cantare prima di coricarsi. La madre era una cantante nata e la, prima cosa che le ragazze udivano, appena sveglie, era quella cara voce e l’ultima, prima di andare a letto, era quella stessa voce, che si univa alle loro, nella preghiera della sera. Quella vecchia abitudine non fu mai abbandonata.