Luciano Zuccoli – Farfui

PARTE PRIMA.

I.

Perchè avesse comperato quella casetta, egli stesso non avrebbe saputo dire.

Gliel’avevano offerta in un periodo di fortuna, quando il rialzo di certi valori gli aveva dato larghi profitti.

Era una casa a due piani, dipinta in giallo chiaro con le persiane verdi, richiusa da un giardino di mediocre grandezza, il quale al momento dell’acquisto era in buono stato, con belle piante, con piccola serra, vialetti lindi.

Il mobiglio valeva da solo il prezzo della casa; nel salotto a terreno erano un eccellente piano a coda, ampli divani coperti di broccato color d’oro a fiorami rosei; una tavola centrale intarsiata di madreperla a lavoro finissimo; e in tutte le camere si notava il medesimo decoro d’addobbo e di legni.

Questa era stata altra delle cause per le quali Lorenzo Moro aveva esitato a comperare. Andato a vedere e visto rapidamente, aveva detto:

– Non mi conviene; troppo bello; è roba da donne.

Poi la casa sorgeva fuori di Milano, oltre il dazio di Porta Ticinese, in una zona occupata quasi interamente da vasti magazzini di formaggio e di burro, e da depositi di legname; quartiere di popolo e di lavoratori, di operai e di gente arricchita, quartiere classicamente milanese per l’attività, il frastuono, l’uso d’un dialetto più aperto e più tipico.

Lorenzo Moro aveva appunto in quel quartiere i suoi magazzini e lo studio, e non desiderava avervi anche la casa; ciò avrebbe mutato le abitudini della sua vita operosa, togliendogli la ragione delle lunghe passeggiate tra casa e studio, ch’egli faceva la mattina ed il pomeriggio fin che abitava in via Bigli.

Anzi, in via Bigli aveva già adocchiata la casa che gli sarebbe convenuta, ne aveva parlato al proprietario e sperava d’averla a un prezzo giusto.

Non voleva comperare la casa fuori di porta. Ma le premure di Mariano Frigerio, la noia di discutere, la favorevole offerta, lo avevano vinto.

Lorenzo Moro odiava gli uomini imbelli o corrotti. Mariano Frigerio, suo compagno di scuola, avviato ormai dal giuoco e dalla crapula alla rovina sicura, non gli concedeva tregua dacchè aveva fissato in mente di vendergli la casa; andava a trovarlo in istudio, glie ne parlava a teatro e al caffè, gliene scriveva.

Aveva cominciato col chiederne quarantamila lire; per tagliar corto e non essere più importunato, Lorenzo glie ne aveva offerta la metà, e a venticinquemila Mariano l’aveva ceduta con tutto il mobiglio, purchè il denaro fosse pronto.

– Devi essere al secco, – gli aveva detto Lorenzo, gettandogli un’occhiata obliqua.

– Brucio l’ultima cartuccia! – aveva risposto Mariano.

– E allora non la voglio, non so che farmene!

Ma, impaurito da quegli scrupoli, Mariano Frigerio si mise a scherzare: no, non era ridotto così male; vendeva perchè non avendo più affari in quei paraggi, gli riusciva comodo sbarazzarsi della casetta e prendere alloggio in un quartiere più centrale.

– Non so che farmene! – ripetè Lorenzo.

– Pare impossibile che tu dica questi spropositi! – osservò Mariano. – Non si rifiuta mai un’occasione stupenda; se avessi pazienza, troverei certo le quarantamila lire che la casa può valere; ma preferisco sbrigarmene subito e darla a un amico….

Lorenzo fece un grugnito.

– Venticinque, – egli disse. – Non un centesimo di più, perchè non so che farmene.

– Non chiedo altro, – concluse Mariano.

Pattuita la compera, Lorenzo andò a vedere meglio la casa, i mobili, il giardino. Mariano Frigerio non aveva torto; l’affare era ottimo e più apprezzabile perchè non chiesto e non voluto.

Durante la seconda visita, balenò a Lorenzo un’idea che gli fece amare la casa nuova. Il salotto a pian terreno era inutile, poi che ve n’era un altro al primo piano; quella camera spaziosa bene illuminata, con l’impiantito solido, si poteva adattare a sala da scherma, separandone un lato con tramezzo e mutandolo in ispogliatoio.

Lorenzo Moro non aveva da anni, all’infuori del suo commercio, se non un’inclinazione veramente notevole, voluta dal suo temperamento pletorico e dal suo bisogno di movimento: la scherma; dava alla scherma gran parte del tempo di cui poteva disporre: chiuso lo studio, saliva in una vettura, correva da Pino Monti, il suo maestro, e vi passava qualche ora; ma sempre si rammaricava di dover rimanere a lungo nello spogliatoio, specialmente con le basse temperature invernali, prima di poter tornare in istrada.

Una sala da scherma in casa propria gli avrebbe risparmiato queste noie, e il maestro avrebbe potuto andar da lui in giorni prestabiliti.

Per tale ragione, il salotto a pian terreno fu sgomberato lestamente; Lorenzo Moro acquistò il materiale necessario a una bella sala da scherma, e fu lieto come un ragazzo quando vide le sciabole e le spade e i fioretti brillare alle pareti, tra le maschere e i guanti.

Era l’estate; Morella Bardi, la moglie di Lorenzo, villeggiava con la sorella e il cognato sul lago di Como.

Lorenzo comperò, modificò, adattò, fece tutto in silenzio; egli temeva il giudizio di Morella, quantunque fingesse in ogni occasione di non tenerne conto, e non di rado fosse brutale con lei. Quando le cose gli parvero in ordine, e già egli era passato nella casa nuova, decise di parlarne a Morella.

Giunse in campagna il sabato, con quella corsa del pomeriggio che raccoglieva e stipava nelle vetture del treno i mariti, come si raccoglie e si stipa in un treno di merci il bestiame.

Edoardo Falconaro lo accompagnava, per rimanere quella settimana ospite nella villa.

I due uomini non si somigliavano.

Lorenzo Moro, rubicondo con piccoli occhi acuti e neri, ampio di spalle e basso di statura, non s’era mai potuto togliere di dosso un’espressione di trivialità, di cui si rammaricava in segreto, perchè gli dava l’amarezza di venire scambiato qualche volta pel cocchiere o pel custode del magazzino. E quanto più si studiava d’essere elegante, svelto, spigliato, e tanto più cadeva nella goffaggine e nella volgarità.

A vederlo, non si sarebbe detto ch’egli fosse un tenace e facoltoso lavoratore: pareva uomo interamente volto ai piaceri materiali, schiavo della gola e dei sensi. Il diuturno esercizio della scherma aveva esagerato la sua gagliarda muscolatura, ciò che faceva meglio risaltare la statura piccola, mettendo in contrasto la brevità delle gambe con la larghezza delle spalle. Egli invidiava Edoardo Falconaro, al quale gli abiti stavano sempre bene, mentre a lui stavano sempre male.

Edoardo era alto, e non magro e non grasso, coi baffi lunghi e diritti e i capelli folti neri, la faccia bruna solcata da una cicatrice, che partendo dalla tempia sinistra gli traversava la fronte, e finiva tra l’uno e l’altro sopracciglio, dandogli un’espressione di forza non comune. Tutti credevano che quell’antica ferita testimoniasse di qualche terribile avventura, e solo gli amici d’infanzia ricordavano che Edoardo era caduto da ragazzo, e s’era malamente ferito al volto.

Ma lo sguardo penetrante degli occhi grigi, più notabili per il carnato bruno del viso, ma il mento breve, la struttura parca e nervosa del corpo, l’abitudine di qualche gesto risoluto e quasi tagliente, la parola secca, dicevano ch’egli era veramente uomo energico e deciso.

In lui il sentimento affievoliva qualche volta la volontà, e un’improvvisa dolcezza temperava i consigli della fredda ragione; il suo sguardo, che perdeva talvolta la luce metallica per velarsi e quasi inumidirsi, ripeteva con chiarezza gli interni mutamenti e le gradazioni dell’anima.

Lorenzo Moro era violento; Edoardo Falconaro era forte.

Insieme a Edoardo Falconaro, quel sabato, Lorenzo Moro si recò in campagna col proposito d’intrattenere Morella sull’acquisto della casa. Durante il viaggio non parlava, pensando e ripensando alla proprietà nuova e alle comodità che doveva ancora introdurvi perchè piacesse alla moglie.

Edoardo leggeva un giornale. Il caldo era pesante, benchè il sole fosse già per tramontare.

– Pino Monti è stato da me ieri, – annunziò infine Lorenzo.

– Ahi – mormorò Edoardo, abbassando il giornale sulle ginocchia. – E che cosa ti ha detto?

– Ohe la sala è bella e pare fatta apposta per lezioni d’armi.

– Allora sei contento? – chiese Edoardo.

– Contento.

Ma subito la fronte gli si rannuvolò, e non potendo tacere all’amico la segreta inquietudine che lo teneva, soggiunse:

– Vedremo che cosa ne dirà Morella.

Edoardo era per rispondere, quando alcuni negozianti presero posto in quello scompartimento e cominciarono a parlare della Borsa e d’un fallimento inatteso che aveva commosso il mercato.

Lorenzo s’interessò alla discussione, ed Edoardo riprese a leggere il giornale.

II.

La villa, Villa Mora, non era alla riva del lago. Dalla stazione di Como bisognava percorrere in vettura mezz’ora di strada con una salita tanto dolce che i cavalli potevano trottare.

Lorenzo ed Edoardo trovarono alla stazione la carrozza a canestra, tirata da due vigorosi bai, che scuotevano allegramente le sonagliere e parevano orgogliosi della rete rossa posata sul loro lucido mantello.

– Vedremo che cosa ne dirà mia moglie! – ricominciò Lorenzo, continuando il discorso interrotto.

Edoardo guardava a destra e a sinistra i campi di frumento, ancor verde e sottile, largamente macchiati dalla tinta sanguigna dei rosolacci. Pensava che Lorenzo aveva condotto lui in campagna per impedire colla sua presenza che Morella si rammaricasse troppo vivacemente.

– Forse ho fatto male ad avvertirla a cose finite, – seguitò Lorenzo, – e a non chiederle consiglio.

– Ti avrebbe dato il consiglio di non comperare, – osservò Edoardo.

– Perchè?

– Perchè a una signora non è indifferente vivere fuori di porta Ticinese o in via Bigli. Non ti sembra?

– Hai ragione, – confessò Lorenzo, – ma a queste piccolezze io non arrivo mai, o arrivo troppo tardi.

Edoardo sorrise.

-Bisognerà farle un salottino magnifico, – disse poi, – una camera da letto magnifica, una sala da pranzo magnifica, e allora sarà contenta anche lei. Tutto magnifico, insomma.

Lorenzo non rispose; egli pure aveva pensato a far tutto magnifico, ma di eleganze femminili capiva tanto poco che senza l’aiuto di Morella non sarebbe riuscito a niente.

– Credi che si troverà male, abitando fuor di porta? – chiese dopo un istante di riflessione.

Edoardo si strinse nelle spalle.

– È probabile, – disse. – Una signora elegante a porta Ticinese è molto notata, perchè s’incontra di rado, e ciò può spiacerle. In via Manzoni o in piazza del Duomo o a porta Venezia, la cosa è diversa….

– Che seccatura, l’eleganza! – esclamò Lorenzo, battendo un pugno sui ginocchi.

Edoardo guardò il colle verde, d’uno spesso verde smeraldo, dietro il quale girava la strada larga e candida, e aspirò l’aria sottile che gli alitava in faccia.

– Ho comperato per far piacere a Mariano! – riprese Lorenzo.

– Per carità, non lo dire! – esclamò Edoardo ridendo. – Sai che la tua signora odia Mariano; dille piuttosto che hai comperato per fargli dispetto!

– Una casa da quarantamila non si trova tutti i giorni per venticinquemila lire! – concluse Lorenzo.

E tale riflessione lo rese tranquillo, anzi soddisfatto, perchè quasi subito si stese meglio nella carrozza, come adagiandosi nella sicurezza d’aver usato bene del tempo e del denaro.

– Anche questo non è da dirsi, – osservò Edoardo, – perchè tua moglie sa benissimo che non t’impacci per quindicimila lire di più o di meno.

Ma l’altro era tornato contento di sè, e rispose con un grugnito, alzando le spalle.

La carrozza si fermò innanzi alla cancellata della villa, e da un viale del giardino uscì e si avvicinò ai due uomini Morella Moro, la quale era alta e magra.

Indossava una camicetta bianca traforata, la cintura nera, la sottana rossa scarlatta. Dimostrava circa trent’anni e ne aveva ventisei; la carnagione scura, i capelli biondi, d’un biondo delicatamente pallido, gli occhi avana; in quel volto affilato era un complesso di contraddizioni che impediva di comprendere a prima vista se la donna era bella o brutta.

Ma la sua voce morbida e vellutata, ricca di chiaroscuri, faceva pensare che le parole d’amore in bocca di lei dovevano avere una significazione carnale e voluttuosa più penetrante d’una carezza. Ella si mostrò lietissima di rivedere Edoardo.

– Si trattenga un mese da noi! – gli disse, stringendogli la mano.

– Io mi tratterrei un anno, se potessi! – rispose Edoardo, mentre si guardava attorno ad ammirare il giardino e respirava l’aria, profumata dalla madreselva che ricopriva il muro di cinta. – Ma Lorenzo non me lo permetterebbe; è geloso di tutti….

– Allora, quanto si ferma?

– Otto giorni, mi ha detto Lorenzo.

Morella sorrise, e crollò il capo.

– In otto giorni si può conquistare una donna meglio che in un anno, – disse poi. – Lorenzo non capisce queste cose.

Lorenzo, che li seguiva, diede in una risata; egli non capiva davvero quelle sottigliezze psicologiche.

– Non mancherò, – promise Edoardo. – Fra otto giorni, lei sarà mia!

Proferì la frase in tono così solenne, che Morella e Lorenzo risero di nuovo insieme.

Sulla soglia della grande sala a terreno, li aspettava Isidora col marito Federico Berardi; questi aveva per il cognato Lorenzo un’affezione fraterna, e appena lo vide gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo, gridandogli:

– Bene arrivato, bene arrivato!

Isidora non somigliava a sua sorella. Piccola, di capelli neri e lucenti, di carnagione tanto bianca che da ragazza, e per questo e per il carattere placido, le compagne di scuola la chiamavano “la quaglia”, era di due anni più giovane dell’altra.

– Siete di buon umore, – osservò Federico. – Vi abbiamo udito ridere allegramente.

– Sì: Edoardo ha promesso di conquistare Morella in questi otto giorni di vacanza, – disse Lorenzo.

– Farà fiasco, – rispose Federico con gravità; – son cose che non si preannunziano….

– Ma io sono capace d’un miracolo! – esclamò Edoardo.

Federico lo guardò sorridendo: di statura media, e appena trentenne, già tendeva a una certa pinguedine. Amministrava i beni di una grande famiglia lombarda, ma aveva piuttosto l’aria d’un professore che d’un uomo d’affari. Il suo volto era paffuto e roseo, e sul naso s’appoggiavano gli occhiali d’oro a stanghetta. Lo sguardo non significava se non la perfetta quiete dell’anima, alla quale corrispondeva l’amore smodato per l’ordine e la precisione in tutte le cose della vita.

– Quando conquistasse Morella o un’altra, – egli osservò, – si procurerebbe delle noie. Non c’è nessuna donna che valga una buona dormita.

– Ma ciò che tu dici, Federico, è molto insolente! – ribattè Morella. – Se io fossi tua moglie, me ne offenderei.

– Io non me ne offendo, – dichiarò Isidora, – perchè anch’io penso che nessun uomo vale una buona dormita.

Essi entrarono, così scherzando, nell’ampia sala da pranzo addobbata con pochi mobili di legno chiaro. I vetri delle porte-finestre che guardavano il giardino erano color di croco a rosoni di cobalto, e un ultimo raggio di sole indugiandovisi, ne gettava un riflesso vivace sul pavimento a mosaico veneziano. Nitide cristallerie scintillavano sulla tavola, traversata da una lunga fronda a cui s’intrecciavano le più ricche rose, le rose rosse e le rose gialle dalla foglia carnuta.

– Noi abbiamo una grande notizia da darti! – annunziò Lorenzo a Morella, quando tutti ebbero preso posto.

– Voi due? – chiese Morella. – Non mi fido.

– Veramente io non c’entro per nulla, – corresse Edoardo. – Lorenzo vuole addossarmi una parte di responsabilità, e io l’accetto; ma non ho alcun merito nella novità che deve annunziare.

– Fuori la novità! – esclamò Isidora battendo le mani fanciullescamente.

– Più tardi! – disse Lorenzo.

Ma Isidora non si contentò; per tutto il pranzo, andò imaginando novità: una pariglia di roani, che piacevano a Morella, una villetta in montagna, un abito di merletto antico per la prima serata alla Scala, due cuccioli mastini per la guardia alla villa, una collana di perle e zaffiri….

– Tu corri troppo! – osservò Lorenzo, – e vai lontano.

– Non c’è senso comune in ciò che dici, – incalzò Federico. – Ti pare che sia la stessa cosa una collana di perle e zaffiri o una coppia di cani?

– Allora, un bambino adottivo? – chiese Isidora con sbadataggine.

La frase cadde e fu seguita da un breve silenzio, un breve silenzio d’angoscia: il volto di Morella si contrasse come per intenso spasimo, e si ricompose d’un subito.

Edoardo osservò e tacque.

Ma Federico sentendo quel malessere nell’aria, intervenne:

– Un bono della banca d’Italia, – seguitò – con la cifra in bianco; un’opera in musica scritta da Lorenzo su libretto di Edoardo….

– E intitolata: “Io non capisco niente!” – concluse Morella ridendo.

– No, no, siete lontani, – fece Lorenzo; e a sviare la conversazione, si rivolse a Federico: – Sai che la ditta Goggioli e Bianchi è fallita?

– Non te l’avevo predetto? – osservò Edoardo, – tu non mi credevi….

– Falconaro è profeta, – disse Morella con lieve ironia. – Egli sa prima degli altri.

– Non è difficile saper certe cose quando si vive in Borsa, – rispose Edoardo.

Vinti dalla passione e dall’abitudine, gli uomini parlarono d’affari. A quella ditta Goggioli e Bianchi, Lorenzo aveva per due volte negato il credito, obbedendo ai consigli del Falconaro, ma con fede mediocre; ora egli si sarebbe trovato fra le vittime, alle quali spettava, sì e no, il sette o l’otto per cento; ed esaltava l’accortezza di Edoardo e la bontà delle sue informazioni. Morella ascoltava, apparentemente distratta.

Sul finire del pranzo, tolse una rosa rossa dalla tavola e allungando la mano, l’offerse a Federico; un’altra rosa rossa puntò all’occhiello di Lorenzo; e finalmente prese una rosa gialla, guardò Edoardo, levò la mano, ma la lasciò ricadere subito.

– Ah, la civetta! – mormorò Lorenzo.

Edoardo raccolse allora tutte le rose che gli stavano innanzi, le partì in due mazzi, ne presentò uno inchinandosi a Morella e l’altro a Isidora.

– Che lezione, che lezione memorabile! – proferì Morella con un sorriso.

Si drizzò in piedi e aggiunse:

– Usciamo nell’atrio a prendere il caffè.

III.

Non appena furono nell’atrio, adagiati nelle poltroncine di vimini, innanzi a una piccola tavola intorno alla quale Morella s’affaccendava a versare il caffè, Lorenzo si decise:

– Ecco dunque la notizia: ho comperata la casa di Mariano Frigerio.

Morella si lasciò sfuggir dalle mani le pinzette dello zucchero e si rivolse al marito:

– Dici per ridere? – chiese.

– No, davvero: ho comperato la casa del Frigerio, e ora andremo ad abitare là. Anzi, io vi abito da una settimana….

La donna presentò la chicchera a Edoardo e tornò a sedere.

Tutti gli altri tacevano, attenti a studiare la fisionomia impenetrabile di Morella; e approfittando della pausa, Lorenzo continuò:

– Ti troverai benissimo. Io ho messo in ordine il mio appartamento; pel tuo ti darò carta bianca. Edoardo ha già detto che tu farai tutto magnifico, un salottino magnifico, una sala da pranzo magnifica, una camera da letto magnifica, e io starò a vedere e ad applaudire…. Del resto, si trattava d’un affar d’oro, che non potevo rifiutare: ho avuto la casa per un tozzo di pane, ed è una bella casa. Tu ti lagnavi di non avere giardino; ora, abbiamo anche il giardino, che potrai curare, abbellire, arricchire, a tuo capriccio…. I soli mobili rappresentano il prezzo d’acquisto; io non m’intendo molto di queste cose, ma mi sembra che il piano a coda, per esempio, venga da una fabbrica celebre, e costi un tesoro.

Morella si alzò, e senza rispondere, uscì dall’atrio, abbandonando sul tavolino le rose.

Seguì un lungo silenzio molesto. Poi Edoardo disse:

– La tua signora è malcontenta.

– Sembra anche a me! – confessò Lorenzo con tale candore, che un sorriso apparve sulle labbra del Falconaro.

– E ha ragione, – interloquì Isidora. – Come potrebbe esser contenta di viver fuori di porta Ticinese, in esilio, fuori del movimento e della vita elegante? Per arrivare alla piazza del Duomo, o sul Corso, dovrà percorrere venti chilometri.

– Non c’è la carrozza? – interruppe Lorenzo. – Non abbiamo i cavalli?

– E tu pensi che uscirà tutti i giorni in carrozza? – replicò Isidora. – Dei cavalli ha paura.

– Glie ne comprerò un altro, quieto come una pecora, uno di quei roani che le piacciono. Ma ti dico: non potevo rifiutare un’occasione eccezionale.

Isidora scrollò leggermente le spalle.

– Per la tua occasione eccezionale hai sacrificata Morella! – disse con severità.

Federico ascoltava stupito sua moglie, la quaglietta, che di repente accalorata, osava esprimere un’opinione con tanta animosità.

– Dora! – egli esclamò. – Che ti viene in testa? Chi ti ha dato il diritto d’intrometterti e di biasimare?

La donna sentendo d’aver torto, e quasi risvegliandosi d’un tratto, si fece di porpora in viso, e rannicchiatasi nella poltroncina, si versò un’altra chicchera di caffè per nascondere la sua confusione.

– Come vi dicevo, – ripreso Edoardo, che voleva tagliar corto, – la colpa del fallimento è tutta del Bianchi. Non ha mai avuto occhio nè polso, quell’uomo. Sono alcuni mesi, investiva un capitale nelle azioni della “Monopole” che a distanza di pochi giorni subivano un tracollo di dieci punti….

Si fermò: un fruscio di sottane lo fece rivolgere. Morella rientrava, calma e sorridente, in mano una rosa, così densamente rossa, che pareva quasi nera.

– Ecco il fiore che le conviene! – disse, avvicinandosi a Edoardo, e porgendogliela.

– Vuole mettermela all’occhiello? – pregò Edoardo.

La donna gli si avvicinò meglio per obbedire; in quell’istante in cui gli infilava il fiore nella giacca, egli potè osservarla bene, e si accorse che un segno amaro le rimaneva agli angoli della bocca e che i suoi occhi avevano la lucentezza delle lagrime recenti.

– Ora andiamo a fare un giro in giardino. Volete? – propose Morella con voce allegra.

Tutti si alzarono immantinente, e la seguirono.

Adorno, sul davanti, di graziose aiuole con pianticelle multicolori, chiuso dal muro di cinta, che i fiori cremisi della madreselva coprivan quasi per intero, il giardino si stendeva dietro la villa. Gli alberi poderosi di fusto intrecciavano il fitto fogliame, creando mobili vôlte sopra i viali serpeggianti; era un mare di verde in tutte le sfumature, dalla più chiara alla più cupa, su cui spiccavano i fastosi colori dei rosai fioriti, che sprigionavano fiotti di profumi.

Edoardo conosceva il giardino, da lui visitato altre volte, ma ascoltava le spiegazioni di Morella, aggiungendo le sue osservazioni e ragionando in un modo che la faceva ridere.

– È troppo ignorante, Falconaro! – ella protestò a un tratto. – Ha scambiata una magnolia per un pioppo. Pioppi non ne abbiamo in giardino.

– Se le presentassi il listino della Borsa, – egli rispose, – lei farebbe la figura che faccio io davanti alle magnolie.

– Ma non è lecito, non è lecito credere che un pioppo abbia questo bel fogliame lucido e questo bel tronco! – disse Morella.

– Il tronco del pioppo è bellissimo! – rimbeccò Edoardo alzando le spalle.

Egli la scandalizzava con una sicurezza, con un’indifferenza, che a lei parevan maravigliose. Isidora e Federico li seguivan ridendo.

Ultimo veniva Lorenzo, taciturno. Aveva capito; Morella non avrebbe più detto parola della casa nuova; quel silenzio sdegnoso in cui si richiudeva, quel dispregio della discussione, quel muto orgoglio pel quale sembrava ella dicesse che nessuno poteva giungere fino a lei, irritavano sordamente Lorenzo, che avrebbe preferito una tempesta di rimbrotti, una raffica di lagni.

Allungò il passo e si mise al fianco della moglie, tentando di riprendere il discorso.

– Se qualche albero ti è caro, – disse, – possiamo farlo trasportare e trapiantare a Milano….

La donna lo guardò sorpresa, poi mormorò, breve:

– Non importa!

Si volse a Edoardo e seguitò con voce più dolce:

– L’orto non l’ha visto mai? Vuol vedere?

Lorenzo l’avrebbe battuta, perchè almeno gridasse, si divincolasse, perchè dimostrasse un sentimento qualunque; e non potendo contener la furia che lo faceva tremare, allungò la mano, strappò il ramo d’una acacia e si mise a pelarla.

Imbruniva. Giunsero all’orto, per un vialetto tortuoso in fondo al giardino quando poco si poteva vedere, e poco si trattennero. Morella accennò con la mano a peschi, a mandorli, a ciliegi, questi curvati dalla soma dei frutti carnosi.

– Le ciliegie colte sull’albero fresche fresche sono squisite, – disse Morella. – Io vengo qui la mattina, e ne faccio strage.

Erano giunti presso una vasta cisterna a muratura, entro cui si raccoglieva l’acqua irrigua, fonda parecchi metri, coperta da uno strato verdastro, tutta sonora pel gracidìo dei ranocchi. Lorenzo non vide il rialzo che la proda della cisterna faceva sul terreno circostante, incespicò e fu trattenuto bruscamente dalle mani di Edoardo, che prima di ogni altro aveva notato il pericolo.

– Ti ringrazio, – disse Lorenzo. – Per poco non finivo tra le rane!

Morella non s’era accorta del rischio; Federico e Isidora non parlarono; e lentamente tornarono tutti verso la villa, mentre un silenzio augusto sì stendeva sulla campagna, e le lucciole tra il verzume opaco andavano danzando.

IV.

L’atto di Morella Moro, che a tavola aveva rifiutato una rosa a Edoardo Falconaro e poi quasi pentita gliel’aveva recata dal giardino, un atto in cui Lorenzo e fors’anco gli altri avevan visto la scaltrezza della civetteria, non significava se non l’avversione cocente che Morella sentiva per Edoardo.

Le cortesie di cui lo faceva segno erano il portato d’uno sforzo assiduo, d’una persistente vigilanza sopra se medesima, perchè a nessuno avrebbe voluto mostrar l’antipatia che nutriva in cuore per il più fido e più potente amico di suo marito. Ella non ignorava che la fortuna di quest’ultimo era dovuta in gran parte a Edoardo, il quale, come agente di cambio, consigliava e guidava Lorenzo nei suoi giuochi di Borsa. Non solo, ma a Lorenzo in un momento di gravi difficoltà aveva dato in prestito somme notevoli permettendogli di fronteggiare e di fiaccare la concorrenza che gli facevano altri mercanti, e dandogli maniera d’ingrandire quei magazzini di formaggio e di burro fuori porta Ticinese, che in un corto giro di anni lo avevan fatto ricco.

Questo pensiero la crucciava di continuo, quasicchè il lusso in cui ella poteva adagiarsi fosse opera d’un intruso. E stranamente anche si diceva che se Edoardo non avesse aiutato Lorenzo, questi sarebbe stato un mediocre, forse un fallito. e il padre di lei, Tito Bardi, non l’avrebbe costretta a sposare per fini di materiale cupidigia il grosso uomo, che le era sempre spiaciuto, che non aveva mai potuto amare, che la urtava di continuo con la sua volgarità, con le sue opinioni senza ala e senza delicatezza.

I beneficii di Edoardo verso l’amico erano molteplici. Anche quel giorno, a tavola, Morella aveva udito parlare della catastrofe d’una Casa commerciale e del consiglio di Edoardo, che aveva ritratto Lorenzo dalla iattura d’incappare in quel fallimento e di perdervi molto danaro. Aveva udito Lorenzo esaltar la saviezza, e la preveggenza dell’agente di cambio, ch’ella aveva chiamato ironicamente “profeta”.

Il profeta aveva trent’otto anni, e Lorenzo oltre quaranta, e tuttavia il primo dominava l’altro con polso tranquillo e fermo. Quando Lorenzo voleva agir di sua testa, agiva alla chetichella, nel mistero, come un ragazzo, pregando non si facesse parola a Edoardo; e sempre, fatalmente, ciò che Lorenzo pensava e compieva senza il parere dell’amico, era uno sproposito; così la compera della casa Frigerio.

Morella non poteva disconoscere che l’educazione d’Edoardo era fine, l’intelligenza acuta, sagace la pratica del mondo. Ma gliene voleva, perchè l’inferiorità di suo marito diventava, innanzi a Edoardo, quasi intollerabile, e sembrava alla donna che uno guidasse l’altro con un senso di degnazione e di pietà, di cui ella si sentiva offesa per Lorenzo.

Aveva intraveduto in Edoardo uno di quegli uomini che non agiscono mai per impeto o per subitaneo giudizio, ma lungamente e pazientemente maturata una decisione, la traducono in fatti, a qualunque costo. Ciò significava lo sguardo del Falconaro, quello sguardo degli occhi grigi entro i quali passava ben di rado una luce calda; Morella vi aveva trovato con sicuro intuito un’ostinazione prodigiosa e un coraggio inflessibile, che la turbavano.

Le sarebbe piaciuto di apprendere qualche smarrimento, qualche errore di lui; la sua forza la indispettiva. Aveva più volte udito parlare della vita che conduceva tra ballerine e femmine galanti, tra gaudenti e giuocatori, ma non le era mai avvenuto d’udire che avesse amato o sofferto, che si fosse mostrato debole e malfermo.

Un giorno, confusamente, s’era detto che una grande sciagura l’aveva colpito, ma la giovane non ne aveva avuta altra notizia, perchè d’improvviso Edoardo s’era allontanato da Milano, aveva viaggiato, ed era tornato molto tempo appresso.

Era tornato, chiuso e freddo come prima. E anche questo sapeva male alla donna, perchè Edoardo non aveva chiesto nè conforto nè consiglio al marito di lei, al quale porgeva consiglio e conforto; prova evidente che il Falconaro giudicava Lorenzo un dappoco, un pupillo, un fanciullo da sorreggere, non un uomo che nei rovesci potesse dargli qualche consolazione.

Tutto ciò le pareva tacitamente ingiurioso, e si maravigliava che non paresse anche a Lorenzo. Ma questi era soggiogato dall’amico pel quale sentiva un’ammirazione piena ed entusiastica. In certi casi dubbii egli recava un argomento unico e inconfutabile: “Lo ha detto Edoardo”. E nessuno poteva più replicare.

Sarebbe stato assurdo tentar di sottrarre Lorenzo al fascino di quel terribile amico; pericoloso dimostrare a quest’ultimo la contrarietà ingiusta ch’egli risvegliava, solo perchè forte. L’opera di lui era attenta e benefica; di nulla si poteva rimproverarlo; non abusava della confidenza di cui godeva in casa dei Moro, e con la giovane moglie di Lorenzo sempre si mostrava garbato, e tuttavia irreprovevole.

Consigliere e guida nel labirinto degli affari, Edoardo non aveva mai cercato di farsi in Lorenzo un compagno di piaceri; lo lasciava alla sua vita di famiglia, e nei divertimenti aveva altri amici.

Morella doveva confessarsi che per questi motivi, egli meritava rispetto, e consapevole del proprio torto, non riuscendo a domare la cieca antipatia, si studiava di mascherarla con arte infaticabile, dando a tutti l’illusione di essere una schietta amica del Falconaro.

Egli stesso v’era caduto; prima e unica al mondo, la donna aveva saputo ingannarlo; gli occhi di lui, pur leggendo molte cose riposte in quell’anima femminile, non vi avevan letto l’avversione e l’ira contenuta a fatica.

Lorenzo si trattenne in campagna l’intera domenica, ed ebbe la mala ventura d’inacerbire nuovamente Morella, raccontando dopo pranzo alcune barzellette licenziose, di cui la scurrilità era piuttosto nella parola che nel fatto narrato.

Nulla offendeva la giovane come la salacità del linguaggio; provava la disgustosa impressione che suo marito la denudasse in pubblico, e ne soffriva quasi fisicamente. Ma invano ella richiamava ogni volta Lorenzo a miglior contegno; egli era di quegli uomini, i quali, opinando che la donna maritata possa imperturbabile prestare orecchio ai discorsi più sboccati, ai motti più inverecondi, alle novelle più lubriche, si beffano di quelle ripugnanze.

Edoardo ascoltò gli aneddoti senza batter ciglio, comprendendo che la sua approvazione avrebbe eccitato l’amico e inchiodata Morella alla tortura. Federico e Isidora sorrisero a mezza bocca, per cortesia.

L’indomani, presto, Lorenzo ripartì per Milano; Edoardo restò ospite nella villa, Morella decise di finirla con l’acuto sentimento in odio al Falconaro; voleva andargli incontro con l’anima, farlo parlare, conoscerlo e poterlo apprezzare.

Il caso la favorì, perchè Isidora e Federico scesero di buon mattino a Como a fare acquisti, e Morella si trovò sola con Edoardo.

V.

Essi sedevano nel chiosco, tutelato da una forzuta quercia, che spandeva tutt’intorno un’ombra fresca e mormoreggiava all’aria piacevolmente.

La giovane era, fino a quel giorno, rimasta di rado a viso a viso con Edoardo, e sempre per brevi istanti; vedutasi sola con lui, fu invasa da un impaccio, da una timidezza selvatica, che la consigliavano a fuggire; e non appena un servo ebbe ritirato il vassoio col servizio del caffè, essa si levò bruscamente in piedi.

Ma ebbe coscienza dello sgarbo che stava per commettere, e si avanzò fino ai grappoli di lilla che s’intrecciavano alle canne del chiosco e pendevano turgidi dalla vôlta.

– Si annoierà, – disse, mentre aspirava il profumo di quella massa delicatamente violetta.

Egli, ancora seduto, si rivolse a guardare la donna, che aveva un semplice abito bianco e azzurro, e calzava stivaletti bianchi; la testa di lei sul fondo pavoniccio della lilla spiccava, tutta illuminata nei capelli biondi. Edoardo pensò fugacemente che la giovane diventava bella non appena il marito se ne andava; e sorrise:

– Se mi tiene compagnia, non mi annoio, – rispose.

– Vede? Sono qui, – fece Morella. – Mi dica di che cosa devo parlarle perchè si diverta.

– Non voglio tanto, – osservò Edoardo. – Lei non deve occuparsi di me; in ogni modo, l’avverto che io non mi annoio mai.

– Mi sveli il suo segreto! – esclamò la donna avanzandosi.

Il Falconaro la squadrò attentamente, e il suo viso trascolori. Aveva frainteso; credeva ch’ella gli chiedesse un segreto, “il segreto”, ciò che lo faceva triste e gli dolorava sempre in fondo all’anima; e nel medesimo tempo, anche Morella indovinò ch’egli aveva mal capito, ne fu confusa, e sentì per la prima volta che realmente un segreto in quell’esistenza c’era.

Volendo liberarsi dall’angustia che d’improvviso li aveva stretti ambedue, Morella prese posto di fronte a Edoardo, e proseguì:

– Mi sveli il segreto per non annoiarsi mai.

Vide che la fronte dell’uomo si spianava d’un subito; meglio non avrebbe potuto egli confessare d’aver creduto a una indiscrezione, onde Morella, avvampando dentro, passando dall’inquietudine al dispetto, seguitò con voce vibrante:

– Che pensava? Che io le chiedessi per davvero un segreto?

– Non sarebbe stato possibile, – egli rispose, mentendo con calma, – perchè io non ho segreti, e lei è una gentildonna. Il mio segreto contro la noia è questo: ho molte cose da fare, molte responsabilità da sopportare, molti affari da condurre; aspetto sempre il risultato di qualche impresa o di qualche tentativo; sono sempre in qualche rischio, e una mattina posso risvegliarmi povero. Vede che la mia vita non lascia spazio alla noia.

– È vero, – mormorò la donna. – Io invece m’annoio spesso, perchè non ho nulla da fare, e nessun rischio da correre….

Fu interrotta dal sopraggiungere d’un servo, che recava la posta; per Morella, soltanto i giornali; per Edoardo i giornali e parecchie lettere.

– Fatevi dare il mio cappello bianco da Celestina, – ella ordinò al servo, – e portatemelo subito.

Poi rivolta al Falconaro, seguitò:

– Ora andremo nell’orto. Io gli faccio una visita tutti i giorni.

Edoardo, dato uno sguardo alle lettere, le lasciò sulla tavola rustica senz’aprirle. Irresistibilmente, gli occhi di Morella le cercarono; alcune avevano la busta con dicitura commerciale, e quella che soprastava alle altre era vergata da mano femminile con calligrafia agile e sicura.

– Se vuol leggere, – disse Morella – non si trattenga per me.

– Grazie, nulla di pressante, – rispose il Falconaro, prendendo le lettere e mettendole in tasca. – Andiamo nell’orto.

Il servo tornava a corsa. La donna prese il cappello dalle sue mani e se lo pose in testa, passando l’elastico sotto la gola e dietro le orecchie.

– È un cappello di fattura pratica, non è vero? – osservò a Edoardo. – Senza spilloni, come quando ero a scuola.

Egli assentì con un cenno. Morella pensò che avrebbe potuto essere irreprensibile e tuttavia rivolgerle un complimento; col gran cappello bianco dal merletto piovente che dava risalto alla capigliatura bionda e al carnato del viso, doveva star bene; ma aspettò invano una parola.

Si avviarono, camminando per la lunga andàna degli alberi, le cui foglie stormivano tutte con un susurro incessante; e il Falconaro si chiedeva se avrebbe dovuto tener la scala, mentre la giovane saliva a cogliere i frutti. Ma il suo pensiero venne fermato dalla voce di Morella, alla quale dispiaceva quel silenzio.

– E che cosa si può fare per non annoiarci? – domandò.

– Ora non s’annoierà più, – rispose Edoardo, – perchè avrà da ordinare la casa nuova….

Morella s’arrestò di botto.

– Che orrore! – disse. – Che orrore! Si può dar di peggio che una casa fuori di porta Ticinese? E stato lei a consigliare Lorenzo in quest’affare?

– Io non ne ho saputo nulla, – confessò Edoardo, – e se avessi saputo, lo avrei dissuaso. Tuttavia, mi pare che lei esageri….

– No, non può capire! – obbiettò la giovane, mentre riprendevano il cammino. – Bisogna essere donne per capire queste cose. Intanto pensi che la casa apparteneva a Mariano Frigerio. Lei sa chi è Mariano Frigerio?

Edoardo sorrise senza rispondere.

– E che cosa ne faceva, il Frigerio? – proseguì Morella. – Una palazzina, un ritrovo?…

Non disse altro, temendo di dire troppo; ma al sorriso di Edoardo, capì di essere capita, e soggiunse:

– Così, io dovrò vivere in quella casa, ed ogni volta che metterò piede in istrada, sarò studiata e scrutata come una bestia rara…. Non uscirò più, ecco!…

– Ha la carrozza! – osservò Edoardo, facendo sua l’osservazione di Lorenzo.

Ma la donna parve non aver nemmeno udito, perchè continuò nello stesso tono:

– Se mio marito non ha chiesto il suo consiglio, poteva chiedere il mio. Gli avrei fatto comprendere che non si accettano doni da un Mariano Frigerio.

– Doni? – ripetè il Falconaro. – Lei ha frainteso. La casa è stata pagata a pronti contanti.

– Lorenzo ha detto che fu un affare d’oro, che soltanto il mobiglio vale il prezzo d’acquisto; dunque noi siamo per qualche cosa debitori di chi l’ha venduta. O ne abbiamo accettato un regalo, o approfittando delle strettezze di chi vendeva, ne abbiamo fatta una speculazione. Tutto questo è indegno!

Passavano lungo la cisterna, entro la quale per poco la sera prima Lorenzo non era caduto a capofitto. Edoardo vi gettò un’occhiata, e vide l’acqua torba immobile nella vasca, in cui dieci uomini potevano annegare.

– Perchè non dà ordine di coprire questo serbatoio? – domandò. – È pericoloso.

Ma la donna, corsa innanzi, non rispose nemmeno, e s’arrampicò sulla scala disposta presso il ciliegio. La scala era doppia e convergente all’apice, le due parti trattenute da una catena. Edoardo attese dalla parte opposta a quella su cui si drizzava la donna, che coglieva i frutti, mangiava, gettava il nocciolo lontano.

– Ha caldo? – ella chiese d’un tratto, ridendo.

Splendeva il sole, folgorante. L’orto si stendeva lungo il dosso della collina, il viottolo correva in piani diversi; gli alberi fruttiferi eran più bassi, e in quel punto la sola piccola ombra del ciliegio dava ristoro. Il verde sotto il sole brillava pomposamente.

– No, sto bene, – rispose il Falconaro.

– Non vuole frutti? Non le piacciono?…

– Grazie; sto bene, – ripetè Edoardo.

Fissava una grande distesa di campo color vinato giù per la collina, e non riusciva a comprendere che cosa fosse. Morella discese rapidamente, e gli si fece vicino:

– Bisogna venir qui più presto, – disse. – Col caldo le ciliegie perdono il loro gusto.

– Che cosa è quel campo laggiù? – domandò Edoardo. – Perchè ha quel colore?

– Lupinella! – definì la giovane. – Ne sa meno di prima, non è vero? – aggiunse, sorridendo. – Lupinella, erba medica, che si taglia e si dà a mangiare alle bestie….

– Lei è molto dotta….

– In una settimana sarà dotto anche lei, come me…. Guardi la bella ginestra quassù, tutta d’oro!… E questo ribes, che pare di rubino….

Invece di guardare ciò che Morella gli indicava, Edoardo guardava lei; ora veramente imbellita e ringiovanita, dacchè Lorenzo aveva preso il treno; e mostrava il sano piacere di vivere all’aria in quella campagna piena di gaio splendore.

Trovò una parola gentile per la ginestra, per gli alberi, per il ribes, pei rosolacci e i papaveri che invermigliavano il prato; fremeva nelle sue frasi la soddisfazione d’un’anima che allacciando in un medesimo sentimento di sollecitudine tutte le ingenue bellezze della campagna e riposando fra il verde, obliava le avversità d’una vita non fatta per renderla contenta.

Edoardo la lasciava cantare il suo inno, ascoltandola silenzioso.

Un minuscolo scarabeo raccolse il volo sulle mani di Morella; era tondo, bruno, il dorso macchiato di punti rossi.

– Guardi com’è carino! – esclamò, protendendo la destra su cui correva lo scarabeo. – Qui li chiamano “vacchette della Madonna”. Si ferma…..

S’era fermato sul mignolo, presso l’anello con grosso diamante, e pareva scrutarne abbacinato lo sfavillìo multicolore.

– Ha l’anima d’un gioielliere, la vacchetta, – osservò Edoardo. – Sta ad ammirare l’acqua del diamante.

Morella rise, e agitò più volte la mano, finchè sciogliendo pigro le alette, lo scarabeo ripigliò il volo.

VI.

Avvenne nel ritorno un fatto impreveduto, che diede a Morella, un’idea strana e nuova di Edoardo Falconaro.

Egli aveva ripreso a discorrere della casa, desiderando che la giovane non giudicasse male Lorenzo, e non lo accusasse di avere speculato sul disagio finanziario di Mariano.

– Mariano gliel’ha voluta accoccare per forza, – diceva. – Lorenzo, per finirla, gli ha offerto poco più della metà di quanto Mariano chiedeva, e Mariano ha accettato subito…. Che doveva fare Lorenzo? Regalargli le altre quindicimila lire? Ritirare la parola?

– Non doveva nemmeno discutere, – affermò la donna. – A qualunque prezzo, la casa non si poteva comperare, per mille ragioni.

– Mariano è un vecchio conoscente di Lorenzo; si pensa male d’una persona, talora, ma non glielo si dice, e non lo si mette alla porta perchè vi offre di comperare….

S’interruppe, repentinamente.

– Ha udito piangere? – disse.

– Sì, è un bambino, – rispose Morella dopo un istante d’ascolto.

– Dove sarà? – chiese di nuovo Edoardo.

Inquieto, volgeva l’occhio intorno.

– E laggiù, nel campo! – indicò la giovane, stendendo la mano ad accennar poco lungi.

E ancora non aveva finito, che Edoardo s’era già allontanato frettolosamente in quella direzione.

Morella lo vide chinarsi sull’erba alta, parlare, rialzare un bambino che piangeva con dirotta foga.

Ella lo raggiunse.

– Si è fatto male, – le annunziò Edoardo. – Veda questa manina!

Si piegò sui ginocchi e andò studiando la destra del piccoletto che per la sorpresa di vedersi innanzi il signore sconosciuto aveva subitamente cessato di piangere. Caduto con una ampolletta di vetro, s’era tagliato il palmo della mano, da cui gocciolava copioso il sangue.

– È Poldo, il figlio del mio contadino, – fece Morella. – Non aver paura, non è niente, Poldo.

– Bisogna lavargli la ferita, che è tutta sporca di terriccio, – seguitò Edoardo.

– Per questo viottolo, in fondo presso la quercia, c’è una fontanella, – suggerì la donna.

E rimase stupefatta vedendo che, senza esitare, Edoardo sollevava il bimbo tra le braccia, e se lo portava quasi di corsa verso la fontana; alcune goccie di sangue gli imbrattarono i calzoni bianchi. Ma anche più bizzarro a Morella parve il contegno del bambinetto, che aveva quattro anni, e scuramente ritroso con tutti e restìo, dimostrava per Edoardo una fiducia da vecchio amico.

Essa li ritrovò presso la fontana, assorti nella facile cura; lavata attentamente la ferita, Edoardo la fasciava col suo fazzoletto, un allegro fazzoletto dal margine porpureo, che piaceva molto al bambino, il quale lo fissava con ammirazione.

– Ora va a casa! – disse Edoardo, mettendogli una mano sulla spalla. – E tieni il fazzoletto così, che è tuo; non lasciarlo toccare a nessuno.

Poi a guisa di viatico gli diede un soldo, col quale il piccolino s’avviò a passi scarsi, per volgersi di tanto in tanto a rimirare con gli occhioni il grande signore ignoto.

Morella non sapeva come nascondere la sua maraviglia; lodare era ridicolo, e tacere impossibile. Disse a fior di labbra, celiando:

– È diventato sentimentale, Falconaro?

Ma Edoardo le ruppe la parola in bocca; sprigionò dagli occhi un di quegli sguardi metallici che bruciavano, e si mostrò veramente in quell’attimo l’uomo duro e deciso di cui aveva fama.

– Lei non sa! – disse con voce ruvida.

VII.

“Lei non sa!” Queste tre parole risonarono lungamente nell’animo di Morella; e tornando adagio in silenzio con Edoardo verso la villa, e per tutto il giorno.

Da quell’istante, la giovane vide ciò che stava in fondo al cuore dell’uomo, vide con la stessa, lucidità con cui avrebbe visto un fatto che le si fosse svolto innanzi.

E capì il segreto.

Edoardo aveva un figlio, nàtogli da qualche amante, forse dalla medesima che gli aveva scritto la mattina con quella calligrafia agile e sicura.

Ma perchè non ne aveva parlato e non ne parlava ad alcuno? perchè tutti ignoravano l’esistenza del bambino? perchè non lo mostrava superbamente agli amici, e non se lo teneva al fianco, lui, così tenero, così inopinatamente premuroso per i bambini degli altri?

Questi pensieri si affacciarono alla mente della donna, ma non potè ordinarli nè approfondirli.

Edoardo l’accompagnava al ritorno, smanioso di farsi perdonare lo scatto, senza sapere come riuscirvi.

Quando giunsero al limitare della villa, innanzi all’atrio, tentò.

– Io devo chiederle scusa, – disse, – delle mie parole villane. Sono desolato, e me ne vergogno sinceramente.

Morella gli alzò gli occhi in volto, e rispose colla sua voce carezzevole:

– Ma io le ho dato ragione subito, dentro di me. La colpa è mia, che ho voluto scherzare così fuor di proposito, invece di ringraziarla di ciò che faceva per quel poveretto.

Sorrise dolcemente e gli stese la mano, che egli strinse con forza.

Poco di poi, Edoardo si accomiatò per mutare l’abito, che il sangue del piccolo Poldo aveva macchiato, e rimasta sola, di nuovo Morella pensò alle tre parole.

Perchè, dunque, se un figlio esisteva, lo teneva nascosto? perchè invece di esserne lieto, il Falconaro ne era triste? Più volte dacchè lo conosceva Morella aveva rilevato ch’egli soffriva di repentine malinconie, dì distrazioni, d’improvvisi accasciamenti. Se avesse amato quel figlio, non gli sarebbe stato conforto e orgoglio a un tempo?

Ella giudicava col proprio sentimento. Il matrimonio non le aveva data la consolazione, che sarebbe stata unica in tanto fastidio di cose; ella aveva sognato d’essere madre, di poter allevare con infinito studio il figlio in cui avrebbe riposto tutta, la sua alterezza, e indarno aveva aspettato il delizioso conforto; cinque anni di matrimonio eran passati indarno, cosicchè aveva dovuto rinunziare alla speranza che in altri giorni la faceva sobbalzare di gioia.

La sera prima, sua sorella, parlando storditamente d’un figlio adottivo, aveva rimescolato in lei lo spasimo della sua delusione, il tedio della sua vita inutile. In verità, aveva pensato non di rado ad adottare qualche bimbo, e non s’era trattenuta se non per lo spavento di capitar male, e d’esser più tardi pentita.

Ora, ella non riusciva a comprendere perchè Edoardo celasse quella sua paternità; non certo per indifferenza o per freddezza; l’episodio del piccolo Poldo era troppo chiaro. Nè comprendeva perchè non trovasse bella e gioconda e piena la vita, che aveva per lui uno scopo, una continuazione nella persona del figlio.

Il sopraggiungere di Edoardo e il ritorno da Como di Federico e Isidora le troncarono nuovamente il filo delle meditazioni.

La giornata scorse lietissima, e tuttavia sembrò interminabile a Morella, di cui la curiosità era eccitata dai non pochi interrogativi senza risposta, cosicchè fu felice quando la sera potè ritirarsi nella sua camera a riordinare le sue impressioni.

La camera da letto era per lei sola; nè in città nè in campagna aveva mai voluto una camera in comune con Lorenzo, il quale dormiva al lato opposto della villa.

Dalle finestre si scorgeva il profilo dei monti, delineato con sobrio tratto sul fondo opalino del ciclo, che il raggio lunare colorava diffusamente; e sotto, traspariva un tumulto di fronde e di macchie dense di verzura, argentee a quella luce e ondeggianti al fiato di lievissima brezza. Echeggiavano per la vallata lo stridìo dei grilli, e qua e là, attutito e interrotto dalla lontananza il guaiolar dei cani nelle fattorie. Un largo scintillare di luce perlacea, rompendo la rigogliosa massa della vegetazione, svelava verso occaso il mobile specchio del lago.

Morella s’affacciò a una finestra e stette a contemplar lo spettacolo placidamente grandioso, lasciandosi avviluppare dalle calde zaffate di profumi che vaporavano dal giardino sottostante.

Andava chiedendosi perchè aveva pensato che Edoardo avesse un figlio, ma tornava a quella idea, nata dalla prima impressione, la quale le sembrava esatta. Un uomo della tempra del Falconaro, più pronto a colpire che a blandire, non avrebbe avuto sguardi per un bimbo sconosciuto, se l’abitudine e la dimestichezza coi piccoli innocenti non gliene avessero fatto apprezzar la grazia. L’episodio del mattino doveva aver risvegliato in lui un sentimento più egoistico, forse il ricordo di un altro bimbo a lui caro.

Morella conosceva a sufficienza il carattere del Falconaro, per trovare stranissimo, quasi inverosimile il suo accoramento innanzi al bambinetto che piangeva; e più strano l’atto di lui che se l’era preso in braccio e l’aveva curato con tanta attenzione. Ella ricordava quella fronte maschia, tagliata dalla lunga cicatrice, curva sulla testina del piccoletto così biondo, che sembrava bianco di capelli; e la donna sorrideva nell’ombra notturna, compiacendosi ancora della scena.

Poi si scosse. L’antipatia, l’odio pel Falconaro, l’insofferenza pel suo carattere, eran caduti in un attimo, quasi magicamente. Morella ne era stupita e commossa. Un gesto semplice di buona sincerità era bastato a vincere le prevenzioni d’interi anni.

– Questo è molto stupido! – mormorò a chiara voce.

Ma fu ripresa dal desiderio di sapere. Perchè Edoardo non si confidava a qualcuno? E il “qualcuno” doveva essere lei medesima. E come avrebbe potuto Edoardo aprirsi con lei, se al suo primo atto gentile gli aveva riso in faccia? Occorreva ispirargli fiducia, e allora forse avrebbe parlato, perchè a una donna si confidan meglio i segreti sentimentali che non agli uomini, di cui si teme lo scherno. Sarebbe venuto a lei in un giorno di più forte mestizia.

– Verrà! – ella disse, ancora ad alta voce.

Ma accorgendosi di borbottare da sola, rise sommessamente.

Indugiò ancora qualche tempo alla finestra, fissando la campagna cheta e l’ondular degli alberi fogliuti; aspirò l’aria tanto pura e sottile da parere liquida, poi andò a coricarsi, e riposò, contenta di non aver nel cuore l’avversione per il più fido e potente amico di suo marito.

VIII.

Non tenne parola con alcuno dell’episodio di quel giorno; ma, l’indomani Isidora le disse misteriosamente:

– Sai, ho visto Falconaro scendere per l’orto ed entrare in casa del contadino.

Morella sdraiata in una agrippina di vimini, abbandonò sulle ginocchia il libro che teneva fra le mani, e guardò sorridendo la sorella; la quale ricamava, seduta sopra, uno sgabelletto, quasi ai piedi dell’altra.

Fra le due era stato sempre tenace il vincolo. Isidora aveva sempre visto e vedeva tuttavia in Morella una donna superiore, ch’ella amava con umiltà e quasi con temenza; pacifica, molle, obbediente, ammirava l’altra, risoluta e volitiva, nella quale sapeva di poter trovare protezione. Già da ragazza era impietosita ogni qual volta sua sorella soffriva, e sbigottita per il suo silenzio.

Morella possedeva l’arte del silenzio; pativa tacendo, disapprovava e disprezzava tacendo. Isidora non le aveva mai scoperto una lagrima negli occhi, e pure non ignorava che aveva pianto molto, obbedendo alla volontà della famiglia, la quale aveva data la giovinezza e la verginità di lei in balia d’un uomo che le ripugnava.

Ma nessuna parola di disgusto era uscita dalle labbra di Morella nè allora nè poi; soltanto i suoi occhi stanchi, l’irrequietudine, il silenzio ostinato, avevan detto più che un discorso, più che un grido. Per quel tacere superbo, Isidora adorava Morella.

Non osava interrogarsi intorno al sentimento che nutriva per il cognato Lorenzo; aveva paura di dover confessarsi che l’odiava, ed era questo il solo punto, benchè nessuno ne parlasse, su cui viveva in disaccordo col marito Federico, che dimostrava a Lorenzo tanta simpatia e tanto affetto.

– E che ne pensi? – chiese Morella, continuando a sorridere.

– Ma…. non saprei…. – balbettò Isidora impacciata.

– Dimmi, – seguitò Morella con voce imperiosa. – Dimmi che ne pensi?

– Il contadino ha una ragazza di sedici anni, che è molto graziosa, – mormorò l’altra.

E si fermò subito, interrotta da una risata di Morella.

– Tu credi? – fece questa. – Tu credi che voglia sedurre Annunciata?… Come ti possono venire in mente queste stravaganze? Il Falconaro che seduce una contadinella di sedici anni, sotto gli occhi del padre?… E davvero buffa!

Isidora arrossì, tutta confusa, e implorò con lo sguardo perchè l’altra non si prendesse gioco di lei, ma Morella si divertiva al comico sospetto, e non intendeva smetterla troppo presto.

– Che cosa ti hanno raccontato del Falconaro? – riprese. – Che è un libertino, un donnaiuolo? Io non ne so nulla, ma spero ad ogni modo ch’egli possa attendere fino al suo ritorno in città, per sedurre le ragazze! Non ti pare? Ah quaglietta, che fantasia tu hai!… Se volesse una donna, comincerebbe dal corteggiare me o te….

– Forse non gli piacciamo, – osservò candidamente Isidora.

E di nuovo si fermò, fissando la sorella che rideva a gola spiegata. Poi aggiunse:

– Forse vuol troppo bene a Federico e a Lorenzo per corteggiare noi…. Non ridere così; tu mi fai dispiacere!…

Morella frenò immediatamente la risata che aveva lasciato sgorgare con caldo impeto.

– Hai ragione, – disse. – Io non ho alcun rispetto per le tue scoperte; ma mi è parsa veramente straordinaria, questa! Il Falconaro è arrivato sabato; oggi siamo a martedì; e già deve tentare la seduzione d’una contadinella? Bisogna che si sbrighi perchè lunedì venturo riparte….

– E allora, – osservò Isidora, indispettita dallo scherzo, – per che cosa è andato dal contadino?

– Non so, non me ne importa, – rispose Morella. – Ma tu non sapendo lo scopo di quella visita, hai pensato subito al peggio, alla corruzione della ragazza, e ciò mi pare strambo in un carattere fiducioso come il tuo. Forse ti è antipatico il Falconaro?

Parlavano meriggiando nell’atrio della villa, ch’era freschissimo, ambedue vestite di turchino, Isidora grassoccia, dalla capigliatura morata, bianca in volto, l’altra magra, bionda, e di bronzea carnagione. Non si sarebbero dette sorelle, se non fosse stato pel color degli occhi tané e per certi gesti, certi atteggiamenti, qualche inflessione di voce, simili in ambedue e quasi eguali, che svelavano la medesima origine e uno stesso sangue.

Prima di seguitare, Morella domandò:

– È uscito?

– È uscito con Federico; hanno preso il calessino, e sono scesi a Como….

– E dunque, – incalzò Morella, – il Falconaro ti è antipatico?

Isidora si schermì, stringendosi nelle spalle e sorridendo.

– Non so, – rispose, dopo un istante di riflessione. – Credo che mi faccia paura. E a te non fa paura?

Interpellata direttamente e quando meno se lo aspettava, Morella scosse il capo; ma sentendosi arrossire, s’irritò contro sè medesima, e rispose pronta:

– Paura? Deve farmi paura, un uomo? E perchè?… Il Falconaro è amico nostro, forse il solo amico che noi abbiamo, e sarebbe dunque curioso che lo si temesse. Per che cosa, poi? Che cosa si può temere da un uomo? Che ci uccida?…

– Ma no, – interruppe l’altra. – Non è questa la paura che io intendo…. Io temo, per esempio, che se un giorno il Falconaro diventi nemico di Lorenzo, Io possa rovinare in ventiquattro ore…. In questo senso parlavo io; è troppo forte, è troppo energico….

Morella si rizzò sul busto e troncò la parola d’Isidora.

– Sei pazza! – esclamò vivamente. – Questa non è un’idea tua: te l’ha suggerita Federico. Ma tu e Federico non conoscete il Falconaro; è un galantuomo, un gentiluomo, prima d’ogni altra cosa…. Non diventerà mai nemico di Lorenzo; e ammessa anche questa stranezza, egli non si varrebbe certo della sua forza per rovinarlo. Come vi riuscirebbe, del resto? Lorenzo è ricco, e il Falconaro non potrebbe dilapidare il patrimonio di Lorenzo…. No, non lo conoscete; è un gentiluomo…. Allora se ciò che tu dici fosse vero, noi saremmo in mano di lui, egli oserebbe tutto, e Lorenzo dovrebbe obbedirlo in tutto; potrebbe volere anche me, e Lorenzo dovrebbe darmi a lui!… Insomma, si avrebbe un despota in casa…. Ah non lo conoscete davvero!… Egli ha certe delicatezze di sentimento che….

Appoggiate le braccia sulle ginocchia e il viso tra le palme delle mani, Isidora scrutava più che non fissasse la sorella, la scrutava acutamente fin dentro negli occhi, maravigliata del calore, della foga, della rapidità con cui parlava e difendeva l’amico. Non l’aveva mai vista così accesa per nessuna ragione, e ne era tutta scossa.

Morella, avvedutasi dell’impressione prodotta, ruppe la frase all’inizio, s’adagiò come prima, e concluse:

– Non aver paura, quaglietta!

Isidora non volle ribattere; tornò al suo ricamo, e Morella al suo libro, sollevandolo tanto che potesse nascondere il volto.

– Perchè l’ho difeso? – domandò a sè stessa. – Che m’importa di ciò che si pensa di lui?

– Allora, tu non hai finito, – riprese d’un tratto Isidora. – Dicevi che il Falconaro ha certe delicatezze di sentimento?… E ti sei fermata…. Non puoi raccontarmi, Mora?…

“Mora” era il vezzeggiativo ch’ella dava alla sorella nei momenti di maggior tenerezza, quando voleva ottener da lei qualche favore difficile; e pronunziava la parola sorridendo con molto garbo e accarezzando con lo sguardo. Ma l’altra che s’era già ripresa, abbassò di nuovo il libro, e rispose scherzando:

– Non sono cose da raccontare alle bambine!

Tacquero, ciascuna tornando alla sua occupazione, e non parlarono se non quando risonò il tintinnio della sonagliera e lo stridio delle ruote sulla ghiaia.

– Sono qui! – disse Isidora balzando in piedi.

E seguita da Morella, si affacciò al limitare sotto il sole bruciante.

Dal calessino scendevano Federico ed Edoardo, quest’ultimo con tre piccoli involti.

– Che pazzia! – osservò Morella, – siete andati a Como con questo caldo; potevate aspettare dopo pranzo!

Entrarono tutti dentro l’atrio, e il Falconaro offerse alle donne due scatole eleganti di confetti, una cerulea per Morella, l’altra scarlatta per Isidora. Esse ringraziarono sorridendo.

– E cotesta è per me! – disse Federico.

Accennava al terzo involto, che Edoardo teneva ancora tra le mani.

– Io scommetterei qualunque cosa al mondo, – seguitò Federico, – che nessuno indovina che cosa c’è là dentro!

– Auf! Con voi bisogna indovinare sempre! – esclamò Isidora.

– Non voglio farle perdere la pazienza! – disse Edoardo.

Svolse la carta e ne trasse un cavallino di legno bianco, la criniera e la coda sfioccate nella seta, piantato sopra un carrello rettangolare a quattro ruote.

Isidora diede in uno scoppio di risa, guardando l’uomo che muoveva lentamente il cavallo perchè dondolasse la testa.

– Ah, no! – fece Isidora. – Non era possibile indovinare, e avrei perduto la scommessa. Non le bastano i cavalli vivi, Falconaro?

Morella stava seria, afferrata nuovamente dalla curiosità e nuovamente sorpresa dalle attenzioni che Edoardo usava al bambinetto. Vide la sorella che rideva, e le mormorò sottovoce:

– È per sedurre Annunziata?

Isidora scattò in un nuovo ridere squillante. Ma Edoardo imperturbabile si volse a Morella:

– Stasera verrà con me? – le chiese. – Andremo a far felice un piccolo uomo.

– Verrò, – promise la donna. – Ma badi che lei lo guasta; il regalo è troppo bello!…

IX.

E andarono quel medesimo dopo pranzo in cerca di Poldo.

Federico, vedendoli allontanarsi, motteggiò un poco, li pregò di non indugiarsi troppo, di non smarrirsi pel giardino o per l’orto; Isidora sorrise; Morella ed Edoardo risposero qualche parola scherzosa, l’anima tranquilla, il cuore sgombro da ogni inquietudine.

Il sole andava scomparendo in un cielo tragico a grandi guazzi di porpora e di bigio, e gli alberi si staccavano su quel fondo.

Nell’imminenza del tramonto, s’era levata un’aura lieve e piacevole, e giungevano or sì or no gli echi dei campani che indicavano il ritorno delle bestie, le quali, abbandonati i pascoli, s’avviavano pigramente alle stalle.

La giovane camminava innanzi a Edoardo; ambedue inclinati piuttosto ad ascoltare che a discorrere, chiusi ambedue in qualche meditazione non priva di malinconia.

L’uomo guardava, ma con uno sguardo puro, il corpo svelto e quasi vibrante di Morella, ed essa figgeva gli occhi innanzi a sè, ammirando il ricamo delle, fronde e delle foglie sulla sterminata nicchia del cielo.

– Veda che splendore! – esclamò, mentre indicava al Falconaro la cavalcata delle nubi sul fondo vermiglio.

– Dove sarà il piccino? – chiese l’uomo, fattosi al fianco di Morella. – Dovremo andare a casa sua?

– Lei è già stato a casa sua, non è vero? – interrogò la giovane.

– Sì, una volta, a prender notizie, e l’ho trovato guarito, col mio fazzoletto appuntato al grembialino. Era tutto sporco di sangue, il fazzoletto, ma Poldo non voleva lo si toccasse, fedele alla consegna. Per ottenere che se lo lasciasse togliere, gli ho promesso il cavallino e gli ho dato appuntamento per questa sera.

– Lei deve avere una grande autorità sui bambini, – osservò Morella, quasi parlasse con sè medesima.

Edoardo non rispose, e la donna sentì che era vano insistere.

Camminavano ancora pel giardino e non avevano ancor preso pel viottolo che conduceva all’orto, quando a sommo del viale apparve una figuretta che s’avanzava piano, dubitosa, fermandosi ogni poco.

– Eccolo! – esclamò Edoardo.

Il piccoletto vide l’uomo e gli corse incontro.

– Che cosa facevi? – domandò il Falconaro quando il bimbo gli fu di fronte. – Chi cercavi?

Egli non fiatò, sbirciando, un dito in bocca, Morella, ch’era la padrona.

– Sei venuto a prendere il cavallo? – seguitò Edoardo.

Poldo fe’ cenno di sì col capo.

– A te, il cavallo! – disse l’altro, consegnandogli il balocco. – Ti piace? Vedi che bella criniera?

Poldo lo afferrò, spalancando la bocca per gioia e stupore, lo pose a terra, gli sedette vicino, lo accarezzò, lo fece correre, dimenticò interamente Edoardo, Morella, e tutto il mondo, quel piccolo mondo che gli era cognito.

V’era, al principio d’un’aiuola fiorita d’amaranti e di begonie, un sedile ampio a spalliera, sul quale Morella sedette; Edoardo le si pose a fianco, ed ambedue seguirono qualche tempo i giuochi di Poldo.

– Nessuno che la conosca, – fece Morella a un tratto, – supporrebbe che lei abbia tanta simpatia pei bambini. Io credeva che non potesse soffrirli, o che almeno le fossero indifferenti.

– È vero, – rispose Edoardo. – Ma….

La donna non osò interrogarlo; capì che se avesse fissato i suoi occhi negli occhi di lui, quasi attendendo e chiedendo, egli si sarebbe ancora sottratto all’impulso di sincerità che in quell’ora di quiete misteriosa e di soave mestizia lo guidava.

Le parve che il cuore cessasse di batterle, quando Edoardo soggiunse, irresistibilmente trascinato:

– Avevo un bambino anch’io….

Una pausa lunga seguì; poi Morella riprese con voce lenta:

– Lo sapevo!

Edoardo fece un gesto di sorpresa, volse il capo per vedere se la donna scherzasse, e poichè Morella teneva sempre gli occhi a terra, domandò:

– Lo sapeva? E da quando, e da chi?

– Da lei, da quando si prese Poldo fra le braccia.

– È vero! – ripetè Edoardo. – Una donna doveva comprendermi.

Morella aspettò immobile, quasi irrigidita dall’ansietà, sempre evitando di levargli in faccia gli occhi. Non voleva serrarlo con domande, non voleva insistere, perchè la confidenza fluisse spontanea e piena, traboccata dall’anima.

– Eh, hop! – gridava Poldo, a corsa su e giù pel viale e il cavallino dietro, che traballava sulla ghiaia. – Eh, hop! Eh, hop! Eh, hop!

X.

Egli riprese:

– Avevo un bambino anch’io, tutto bello.

Morella sentì un brivido correrle per le spalle. Dal modo con cui Edoardo ricordava, aveva inteso: il bambino non c’era più, era morto. Ebbe la pietà d’interrompere:

– Non ne ha mai parlato con alcuno?

– Io non ho amici, – rispose nettamente Edoardo.

– E Lorenzo? – domandò Morella attonita.

Il Falconaro esitò; ma era ormai vano cercare eufemismi e giuocar di parole. Disse con franchezza:

– Credo che Lorenzo non possa capir queste cose. Non gliene faccio colpa: non ha figli. Prima che io avessi quel mio bambinetto, ero anch’io insofferente come Lorenzo.

Una stilettata non avrebbe fatto sanguinare più copiosamente il cuore di Morella.

Tutto gridava in lei: “È giusto, è giusto! Lorenzo non capisce queste cose: tu non gli hai dato un figlio, tu non hai un figlio, anche tu non sai che cosa sia nella vita questa dolcezza!”

Reclinato il capo sul petto, chiuse gli occhi e cercò dissimulare l’angoscia, ma Edoardo continuava:

– Una donna sì, soltanto una donna può indovinare. Lei mi ha indovinato a quell’atto.

Morella sollevò la testa, e proruppe con violento slancio:

– Sì, sì, ho indovinato! Era tanto nuovo quell’atto, così inatteso in un uomo come lei, che ne rimasi sbalordita, come se mi avesse confidato ogni suo pensiero! La leggerezza con la quale curava quella ferita mi fece capire ch’era abituato ad accarezzare i bambini, e mi accorsi che pensava a qualche lontano.

– Molto, molto lontano, – mormorò Edoardo perdutamente. – Troppo lontano, per sempre!

Si guardarono, trasognati e paurosi.

Avvertirono in quel punto che una mano invisibile li avvicinava, e pareva volerli gettare l’una nelle braccia dell’altro. Dominati da un medesimo sentimento di rammarico, la donna per ciò che non era stato, l’uomo per ciò che non era più, le loro anime e i loro corpi si desideravano, quasi avessero voluto sopir quella ardenza in un selvaggio amplesso fecondo.

Edoardo fissò la bocca tremante della donna impallidita, e Morella ebbe un fremito di spavento.

– Poldo! – chiamò subito.-Poldo, vieni qui!

– Eh, hop! Eh, hop! Eh, hop! – andava gridando il piccino.

Ma alla voce della padrona, accorse.

– Sta qui, – gli ordinò Morella, – mettiti a terra, al miei piedi, e giuoca senza allontanarti.

Poi sì rivolse a Edoardo con un debole sorriso:

– Non è mai venuto in giardino, e potrebbe smarrirsi, – disse, a guisa di spiegazione.

Poldo obbedì; seduto a terra, rimase qualche tempo taciturno; ma gli sembrò che innanzi alla bellezza del suo cavallino fosse impossibile ammutolire, e dopo un istante ricominciò il giuoco ai piedi di Morella, discorrendo col balocco superbo e facendolo saltare e caracollare.

Il breve delirio era vinto. Morella, ancora un po’ turbata, seguitò:

– Ha visto che Poldo ha una sorella? L’ha trovata in casa, quando lei andò a visitare il bambino?

– Una sorella? – ripetè Edoardo scuotendosi. – Non sapevo. Perchè mi domanda?

La giovane fece un piccolo riso.

– Perchè, – disse, – Isidora credeva che lei andasse in quella casa a far la corte alla ragazza, che ha sedici anni.

– È straordinario! – esclamò il Falconaro, sorridendo. – Ho dunque una fama così cattiva?

– No, ma Isidora non poteva imaginare la verità, e ha messo fuori la prima idea che le è venuta in testa.

– E lei l’ha dissuasa?

– Certo!

– Le ha raccontato?…

– Non le ho raccontato nulla, ma le ho detto che s’ingannava, e Dora sa che io non mento.

Pronunziò le parole con tono reciso, quasi con alterigia; era bello poter dire di non aver mai mentito.

La porpora in ciclo era scomparsa, l’aria s’era precipitosamente abbuiata sotto un velario di nuvole nere, che proiettavano nella valle e sui monti un’oscurità cupa. Edoardo e Morella non s’erano accorti dell’addensarsi del temporale, e fu solo al primo brontolìo del tuono ch’essi avvisarono il mutamento.

– Bisogna andare! – disse la giovane. – C’è tempesta.

E indicò su quel fondo fosco alcune immobili nuvolette bianche e tonde, che promettevano una grandinata.

– Riconduciamo Poldo, – soggiunse, – che non abbia a spaventarsi.

– Lo riconduco io, – offerse Edoardo. – Lei corra a casa!

– No! – rispose Morella. – Vengo con lei.

Edoardo raccolse il cavallo da terra, prese a mano il piccolo, che diede l’altra mano a Morella, e prestamente s’inoltrarono nell’orto, scesero per un sentiero, accompagnarono Poldo fino al limitare di casa sua; quindi ritornarono tra il sibilare furioso del vento, che piegava come giunchi gli alberi giovani.

L’acqua principiò a cadere a grosse goccie, poi rabbiosamente, un rovescio, un diluvio.

Morella non aveva il busto, e la camicetta tutta fradicia aderendo al torso la disegnò con tale perspicuità di linee, che la donna, serrata ai fianchi dalla zona di cuoio nero, pareva nuda fino alla cintola.

Indi a poco prese a sferzar tra le fronde la grandine; era uno sfarfallar d’accecanti luci verdognole, le quali illuminavano fantasticamente il giardino, gli alberi che si divincolavano sotto la frustata, i monti lontani, una scena di disordine e di terrore, mentre si sparpagliavano in alto le foglie strappate e aggirate dalla veemenza dell’uragano.

– Ha paura? – chiese Edoardo.

– No, con lei non ho paura, – rispose Morella.

Edoardo voleva ribattere: “Io non posso arrestare i fulmini”, ma si rattenne e sorrise, vedendo che Federico accorreva disperatamente, munito di due ombrelloni da campagna. Era ridicolo, il poveretto, coi grandi arnesi colorati, sbuffante e rosso, tutto madido perchè non aveva pensato a ripararsi con l’ombrello, nel suo impulso generoso per gli altri.

Ma ci pensò Edoardo, che diede un ombrello alla donna, e ricoverò sè e Federico sotto l’altro.

– Bei matti, bei matti! – borbottava Federico, trottando a fianco del Falconaro. – Non avete visto il tempo? Dove eravate?

– Se tu mi fai ridere, io mi fermo! – esclamò la giovane, a cui quel borbottìo sembrava comicissimo.

– Ridi, ridi! – mugolò Federico imbronciato. – Volevate annegarvi sotto l’acqua? Ecco un fulmine, per esempio!…

E in mezzo a una luce sanguigna, abbacinante, crepitò un rimbombo prolungato, che si disperse via via, di monte in monte, di valle in valle.

– Eccone un altro! – annunziò Edoardo.

– Eccone un terzo, sempre per esempio! – fece Morella.

I lampi si susseguivano ai lampi con velocità singolare, svelando ampi sprazzi di cielo entro cui si disegnava la folgore corrusca in linee spezzate.

Morella s’accorgeva d’essere calma; la presenza d’Edoardo le infondeva un coraggio assurdo, incredibile, come s’egli avesse potuto smagare il pericolo tra l’incrociarsi delle scariche elettriche di cui tutta la campagna fremeva.

Ma erano ormai arrivati alla villa. Morella ne varcò la soglia, si diede un’occhiata, ebbe una fiamma alla faccia.

Il torso pieghevole era veramente plasmato dalla camicetta sgocciolante, e la donna pensò che Edoardo l’aveva vista così, palpitante e seminuda. Presa da subitaneo impaccio, scomparve per mutarsi d’abito.

– Va a trovare Isidora! – le gridò Federico. – È spaventata per te! Va a rassicurarla!

Risonò la voce vellutata di Morella nel corridoio del primo piano:

– Dora, Dora, sono qui, sono viva, sono salva!… Dora, vieni a vedermi!…

XI.

Da quel giorno e pei pochi giorni che Edoardo passò ancora in villa, egli e la giovane studiarono di sfuggirsi. Avevano compreso che la confidenza impensatamente sgorgata dal cuore d’Edoardo, troncata per improvviso sbigottimento, non era finita con quelle scarse parole, e ambedue ritardavano un’occasione nuova.

Con molta accortezza, destreggiarono sempre in modo che Federico o Isidora, o l’uno e l’altra insieme, fossero con loro. S’intesero in silenzio, ma non pensarono che l’assidua cura di non incontrarsi a viso a viso era un confessare d’esser già presi; e nelle ore di solitudine, quando si ricordano i casi della giornata e si predispone la giornata successiva, essi non ricordavano se non il colloquio avuto e non preparavano se non l’astuzia per non continuarlo.

Fu una liberazione per entrambi l’arrivo di Lorenzo a Villa Mora.

Egli giunse il pomeriggio del sabato, accolto con festa. Era come di consueto, ma a Morella parve più del consueto, allegro, chiassoso, volgare. Gli scherzi di lui le facevano uggia; umiliata dall’abitudine ch’egli aveva di chiamarla “moglietta” “gallinella” “la mia bionda”, per ciascuno di quei vezzeggiativi, la donna cercava con gli occhi Edoardo e ne scrutava la fisionomia.

Edoardo si mostrava impassibile; anzi, qualche volta sorrideva come avesse approvato la familiarità di quei nomignoli, i quali dicevano il contento del maschio che possiede una femmina gustosa. Magnifico padrone di sè, orgoglioso nemico d’ogni confidenza, poco incline alle amicizie e poco tenero per gli uomini in generale, Edoardo Falconaro s’era foggiata presto una maschera, divenuta d’anno in anno più perfetta. Avevano concorso a darle forma i disinganni, i piaceri, i commovimenti pericolosi della sua vita d’affari, l’asprezza d’una lotta continua, la nessuna stima per gli uomini.

Difficile afferrare un’impressione sul suo volto; paziente, cortese, inappuntabile in tutto ciò che era forma, colto perchè prima di darsi alle speculazioni di Borsa e d’iscriversi tra gli agenti di cambio, aveva compiuto gli studi classici e s’era laureato in legge, Edoardo Falconaro sembrava l’uomo più facile alla condiscendenza e all’intimità.

Era inflessibile. il suo “no” o il suo “sì” non mutavano per nessuna preghiera, e per nessuna minaccia; e questa energia caparbia gli aveva fatto pullulare intorno oscuri nemici, che aspettavan l’occasione di colpirlo alle spalle.

Sorpreso di non essere riuscito a padroneggiarsi innanzi a una fragile donna e d’essere venuto così presto alle confidenze più gelose, aveva fermato il proposito di guardarsene in avvenire, col presentimento che in quel dramma di cui s’eran fatte chiare le prime linee, forse nemmeno la sua ferrea volontà l’avrebbe sempre sostenuto.

Ascoltò dunque senza batter ciglio i complimenti di Lorenzo a Morella, e non parve accorgersi che l’amico aveva anche allungato la mano per carezzar la guancia della moglie, la quale s’era ritratta con un brusco movimento.

– Oh là, là! – disse Lorenzo ridendo. – Che scontrosa! Forse Edoardo non sa che sei la mia bionda?

Se le avesse strappato l’abito di dosso, mostrandola nuda, non l’avrebbe fatta soffrir tanto; ma egli non capiva, e volgendosi a Edoardo, parlò d’interessi e gli diede un rapido ragguaglio della settimana.

Edoardo, quando l’altro ebbe finito, disse noncurante:

– Io ora me ne torno a Milano, mi vi trattengo pochi giorni per dare ordine ad alcuni affari, e poi mi metto in viaggio.

– Parte? – ripetè Morella, ch’era nel crocchio.

– Sì; voglio fare un viaggio al Nord, e rimarrò assente parecchi mesi.

– Va in Norvegia! – suggerì Federico. – Bisogna vedere la Norvegia; io, quando vi sono andato tre anni or sono….

– Mi dispiace, – interruppe Lorenzo, – Ora che ho la sala da scherma, contavo di vedertela frequentare. Anche Pino Monti ti aspetta. Ho comprato sciabole e spade che sono un portento del genere; ma tu manderai le tue. E il “campanone” me lo conservo ancora….

Edoardo sorrise. Il “campanone” era una grossa e pesante maschera da sciabola che Lorenzo prediligeva.

– Noi siamo affezionati alle nostre armi e ai nostri arnesi come il prete al suo messale, – continuò Lorenzo. – E a proposito di preti, ascolta questa, che m’hanno raccontato ieri….

Morella, prevedendo che suo marito avrebbe snocciolato qualche barzelletta lubrica, si alzò ed uscì.

Si fece dare dalla cameriera un ombrellino, un piccolo guanciale di seta, e andò fuori pei campi.

A pochi passi dalla villa, incontrò Poldo che giuocava col suo cavallo sotto il sole sferzante.

– Vieni con me, Poldo, – gli disse.

Era indicibile il timore che al piccino incuteva Morella, la padrona, la signora, quella che non s’era mai occupata di lui e ora gli si rivolgeva con un’affabilità che lo stordiva. Egli aveva la testa perfettamente sferica e perfettamente rasa con una lievissima pelurie così bionda che pareva bianca, ma nel visetto abbronzato gli brillavano gli occhi cilestri. Vestito con un abituccio di cambrì rosso, teneva appeso ad una spalla il fazzoletto d’Edoardo, che la sua mamma aveva lavato con cura.

Poldo sollevò il cavallo, se lo mise tra le braccia e a piedi scalzi seguì Morella in silenzio. La signora camminava pei campi così prestamente che Poldo si decise a trotterellare come un cagnolino per non rimanere indietro.

Giunti appena nel bosco, la cui fresca ombra chiazzava largamente il verde del prato, Morella, scelto un posto sotto un castagno, si sdraiò, lasciando il parasole aperto a terra; e visto Poldo che le stava innanzi quasi aspettasse ordini, ebbe un sorriso fugace e gli disse:

– Tu mi farai compagnia!

Il bambino sgranò gli occhi per tentar di comprendere, con un’espressione di buona volontà inutile così buffa, che Morella dovette ridere.

– Va, va a giuocare! – riprese. – Giuoca col tuo cavallo!

Egli esitò un poco, ma vedendo che la donna non gli badava e col capo appoggiato al guancialetto, distesa sull’erba, fissava il cielo, riprese a giuocare, mentre la donna si perdeva in una meditazione profonda.

Non pensava tanto all’annunciata partenza d’Edoardo, quanto a ciò che aspettava lei, al ritorno in città, alla vita nella casa nuova e in un quartiere plebeo.

Dacchè Edoardo aveva parlato, dacchè ella stessa aveva parlato di bambini, la sua angoscia s’era fatta più viva, la desolazione d’una casa senza gridi infantili e senza testoline ricciute le si era delineata innanzi alla mento con maggior rilievo. Tornare a Milano per chi?

Non vedeva suo marito che a colazione e a pranzo; quelle sere ch’egli le dedicava, le avrebbe da ora in poi trascorse quasi intere nella sua sala da scherma.

E lei avrebbe dovuto trascinar la vita uscendo a far visita, leggendo instancabilmente, chiacchierando di cose che non la interessavano e di cui fingeva interessarsi, in una vuotaggine disperata, invecchiando lentamente per arrivare al giorno in cui neppur l’eleganza, se non un’eleganza nera, le sarebbe stata permessa, e all’altro giorno in cui si sarebbe ammalata e sarebbe morta, senza figli al capezzale?

Si strinse le mani e se le torse furiosamente.

– Mio Dio, mio Dio! – mormorò.

Ma notando che Poldo allungava il capo a fissarla inquieto, si rattenne.

– Giuoca! – gli disse. – Non mi guardare!

Le era entrato nell’animo il desiderio d’un bambino, e vi rimaneva saldo, lacerandola. L’aveva anche visto nella sua fantasia, il bambino che avrebbe voluto: scuro di carni, con occhi grigi e capelli biondi.

Perchè gli occhi grigi? Ella aveva gli occhi color avana; Lorenzo, gli occhi piccoli e neri; gli occhi grigi erano di Edoardo Falconaro. Non se lo nascondeva: quegli occhi nel carnato scuro eran bellissimi, e il bambino avrebbe avuto lunghe ciglia ombrose per attutirne la luce.

Osò dirsi a bassa voce, con una impudicizia di cui arrossiva e godeva, che lei ed Edoardo, loro due e nessun altro, avrebbero fatto un bambino bello.

Si passò una mano sulla fronte, sbalordita ella stessa dall’audacia di quel pensiero, ma non potè liberarsene; combinando le sue proprie particolarità fisiche con quello di lui, raggentilite dalla grazia infantile, ne formava un ritratto delizioso; e anche le sarebbe piaciuto che suo figlio avesse avuto le qualità morali d’Edoardo, ch’ella avrebbe rese più morbido con un’educazione sapiente e dolce.

Si perdette nel sogno di quell’educazione, di cui tutta la sua esistenza sarebbe stata piena; immaginò i primi studi, su su, fino al liceo, fino all’università, fino alla laurea; si vide vecchia, coi capelli d’argento, presso un giovane vigoroso, un giovane leale e ardito, ch’era suo figlio…. Bruno in volto, biondo, con gli occhi grigi dallo sguardo metallico.

Ancora si torse le mani fremendo.

– Fa bene, fa bene a partire! – mormorò.

E levatasi in piedi, raccattato l’ombrellino e il guanciale, chiamò Poldo.

– Andiamo! – gli disse, guardandolo con un sorriso. – Torniamo a casa, che la tua mamma ti cercherà per darti la pappa.

Poldo sembrò colpito dalla notizia; era inesatta, e osò rettificarla:

– La mamma non mi dà la pappa!

– E chi dunque?

– Nunziata!

– Ah, non sapevo! – esclamò la giovane. – Allora Nunziata, Nunziata che ti dà la pappa, deve cercarti! Andiamo!

E udendo ch’egli trotterellava dietro, a un passo, come il cucciolo timoroso e fedele, pensò che quella madre, la quale certo invidiava lei e il suo lusso e le sue ricchezze, poteva essere da lei invidiata: aveva tutto; il podere che le rendeva da vivere, un marito della sua stessa levatura che le voleva bene, e due figliuoli, quella Nunziata di sedici anni, pulitina e gentile, e Poldo, il maschietto.

Le parve che dover invidiare la moglie del suo contadino fosse l’estremo della miseria morale, e due lagrime scottanti le scesero per le gote.

XII.

Lorenzo indugiò quella sera fin che gli ospiti si furono ritirati, poi salì al primo piano, e battè leggermente alla camera di Morella.

– Avanti! – disse questa.

La camera di stile Impero, tappezzata in verde pallido, illuminata dalle lampade elettriche, aveva il letto amplissimo e basso, con fregi in bronzo dorato, i medesimi fregi che adornavano i seggioloni e correvano lungo lo zoccolo delle pareti. Una finestra guardava la campagna e la vallata, l’altra il giardino, e aperto ambedue accoglievano le esalazioni notturne delle rose che agonizzavano.

Morella aveva indossata una leggera vestaglia cerulea a larghe maniche, chiusa da una sola borchia al petto, e guarnita d’oro. La donna seduta guardò Lorenzo che entrava, interamente vestito di bianco, e le parve più tozzo, col volto più acceso del solito, forse pel contrasto dell’abito.

– Che vuoi? – ella domandò.

– Non mi sembra difficile a indovinarsi, – egli rispose. – Vengo a salutarti.

– Non ci siamo già salutati? Ti ho dato la buona notte, poco fa, mentre ce ne andavamo tutti.

Lorenzo sprofondò le mani nelle tasche dei calzoni, e si piantò innanzi a sua moglie.

– Parliamoci chiaro, – egli proferì con voce secca. – Sarebbe ora di finirla. Tu hai le paturnie da un pezzo, ma io sono uomo da fartele passare. Che cosa sono questi capricci, che cosa è questo tuo contegno, che m’irrita e m’offende? O stai zitta, o quando io dico una parola, tu te ne vai, come hai fatto oggi, piantandoci tutti in asso. Che cosa sei? Qualche regina spodestata, qualche principessa? E noi che cosa siamo? Cavoli? Imbecilli? Gente indegna di parlar con vostra Maestà?

Morella non diede segno di vita; e Lorenzo seguitò con voce sorda:

– Non dico questo per me; io sono abituato alle tue stramberie e me ne infischio…. Ma qualche cortesia, qualche rispetto per i miei amici, per il Falconaro ci vorrebbe.

La giovane sorrise.

– Temi ch’egli ti abbandoni perchè io non sono cortese con lui? – interrogò.

Lorenzo alzò le spalle.

– M’infischio anche di lui, io! – esclamò spavaldamente. – Ma io l’ho invitato qui, non perchè tu gli facessi questa bella accoglienza, certo, non perchè tu lo fuggissi come un animale velenoso…. Del resto, ti ripeto, del tuo contegno ne ho piene le tasche. Hai capito?… Vengo a trovarti, e mi sento chiedere con quella tua aria da sonnambula, che cosa voglio.

La guardò da capo a piedi e soggiunse trivialmente:

– Che cosa voglio? Voglio passar la notte con te, come ne ho diritto, ecco!…

E squadrandola di nuovo, ordinò:

– Spogliati!

Per sola risposta. Morella balzò in piedi con uno scatto:

– Va fuori! – esclamò, la voce divenuta sibilante. – Va fuori, Enzo, te ne prego! Lasciami stare!

– Che c’è? – egli fece, guardandola sorpreso.

– C’è che le tue parole non sono d’un marito a una moglie; c’è che tu puoi esprimerti così con una donna che si vende, non con me. Vattene, te ne prego! Non farmi parlare, perchè sento che sarebbe inutile e non mi capiresti.

Lorenzo diede in una risata.

– Ci siamo! – osservò. – Questa è una delle tue frasi preferite. A udirti, si crederebbe che tu fossi la sibilla, e che per capirti occorresse fare uno studio apposito! Ti capisco benissimo; hai la testa romantica e niente da fare; ecco il tuo malanno. Se tu avessi a lavorare come me, o come Edoardo, certi ghiribizzi ti passerebbero!

Morella si lasciò ricadere nel seggiolone, muta, nell’impossibilità di farsi comprendere.

– Ebbene, – riprese Lorenzo, – che fai? Ti decidi?

La donna non rispose; Lorenzo le si avvicinò ancora.

– Parlo con te, bionda! Ti decidi? Che fai?

Ma furioso pel silenzio di Morella, le mise una mano sul petto e la scosse:

– Andiamo, su, obbedisci!

Ella scattò nuovamente, drizzando la persona snella e guardando Lorenzo con occhio smarrito.

– Ascoltami, – disse. – Per carità, non trattarmi così; tu credi di non farmi male, e mi fai un male orrendo. Ho la testa romantica, lo hai detto, sarà vero; ma non mi tormentare, Enzo! Anche oggi, accarezzandomi davanti agli estranei, mi facevi male. Io avrò torto, ma non posso cambiarmi. Ora con le tue maniere, facendomi sentire che io sono per te una cosa, mi avvilisci! Lasciami la libertà di disporre di me: io stasera voglio rimanere sola, e tu non insistere, come se mi avessi trovata per la strada, e comperata. Sii buono, Enzo, te ne prego!… Riconosco d’aver torto, se così ti pare, ma io vorrei un altro modo, un altro linguaggio…. Tu sai per esempio, che i discorsi scollacciati mi dispiacciono, e non manchi mai, quando ci siano altri uomini, di battere su questo argomento che mi rivolta…. Perchè vuoi farmi arrossire davanti ai tuoi amici?… E poi vieni da me, e per avermi, mi dici: “spogliati!” come fossi un automa, qualche cosa peggio d’una schiava!… Se io ti rimprovero queste bassezze, tu mi ridi in faccia…. Ma in qual maniera devo spiegarmi?…

Lorenzo, mentr’ella parlava, s’era seduto di fronte a lei, una gamba accavallata, sull’altra, la mani in tasca, girando lo sguardo sul soffitto, con espressione di grande noia.

– Hai finito? – chiese. – Già, a vederti, si capisce che ti smangi e ti rodi con le tue stupidaggini: diventi magra ogni giorno più; non mi sembri una donna, mi sembri una frusta!…

Morella toccò l’insulto e non volle rimbeccare; ma pensò con terrore che forse era brutta, davvero brutta, e questo dubbio che pochi giorni innanzi l’avrebbe lasciata apatica, le parve infinitamente doloroso.

– E vedete quel che capita a un marito fedele, – seguitava Lorenzo con espressione sarcastica.

– Il marito si contenta di ciò che il matrimonio gli offre, e la moglie se ne offende e lo mette alla porta…. Cose da pazzi!… Se io lo raccontassi a Edoardo, non lo crederebbe.

Morella mandò un grido, e si chinò sopra Lorenzo:

– Per carità, – disse con voce ansante, – non mescolare il nome del tuo amico a queste turpitudini!

– Ohe, che c’è? – fece Lorenzo squadrandola. – Non son padrone di esporre un’ipotesi? Temi che io racconti a Edoardo?…

– Sì, – balbettò la donna, cercando di riprendersi. – Temevo che tu raccontassi….

– Questa è bellissima! Non racconto nulla, non ci pensare!… So quel che devo dire e quel che devo tacere…. Edoardo, poi, s’infischia sufficientemente di te e delle tue fantasie…. Ha il viaggio al Nord, lui!… Scommetto che ci va con Natascia….

– Chi è Natascia? – domandò Morella, sentendo che il cuore le batteva dentro a furia, così da troncarle il respiro.

Lorenzo rise nuovamente.

– Natascia? È una baldracca russa, che gli piace, a Edoardo…. Dico Natascia per dire, perchè ne cambia una alla settimana. E non parla, non si confida a nessuno. Io credo che nessun’anima al mondo, neanche sua madre, non ha avuto le sue confidenze…. È un uomo di ferro, bisogna confessarlo, chiuso in un’armatura!…

Gli occhi di Morella sprigionarono un tal lampo, ch’ella guardò a terra, perchè Lorenzo non se ne accorgesse. A lei, sì, s’era confidato; a lei, sì, aveva aperta l’anima; tutto il suo corpo vibrò per un guizzo di piacere e d’orgoglio: ma non ebbe tempo a riflettere, perchè la voce di Lorenzo venne a mozzarle l’impressione profonda di quelle parole, chiamandola duramente alla realtà:

– E così, mi metti alla porta? Non sarò mica venuto a trovarti per farti l’elogio d’Edoardo, del quale anche tu ti occupi come io mi occupo del Gran Mogòl…. Devo andarmene?

Egli sudava e si passava sulla fronte e sul collo il fazzoletto, sbuffando; questo semplice particolare in quel momento sembrò alla donna repulsivo.

– Sì, – confermò, – te ne prego, Enzo; lasciami tranquilla; sto poco bene, e ti sarò grata di questo piccolo sacrificio.

Lorenzo fece un gesto di dispetto.

– Ma “il piccolo sacrificio” è ridicolo, – esclamò. – Non capisci che è ridicolo? Non capisci che io sono stufo, arcistufo, venti volte stufo dei tuoi sentimentalismi e delle tuo commedie?

Le lanciò un’occhiata; ella era in piedi, trepidante e nervosa, rabbrividendo al dubbio di non potergli resistere e di dovergli obbedire. A lui passò per il capo il ricordo dello sgomento che la donna aveva dimostrato poco innanzi per il nome d’Edoardo, e volle approfittarne.

– Sono stufo, – riprese. – Parola d’onore, domattina racconto ogni cosa a Edoardo per farlo ridere.

Morella, che, avvicinatasi alla tavoletta d’abbigliamento, guardava una fiala di profumi senza pur vederla, si volse, attonita.

– Gli dirò che quando vengo a trovarti, tu mi metti alla porta. Voglio confidarmi con lui, voglio sapere quel che ne pensa…. Sarà una consolazione, almeno, vuotare il sacco con un amico.

La giovane rimasta dapprima immobile per lo spavento e la meraviglia, gli andò incontro e lo fissò in viso. Non poteva credere, non poteva immaginare ch’egli osasse; e pur tuttavia egli seguitava, sbirciandola di sottecchi, per notar l’effetto delle sue parole.

– Al Falconaro, vuoi dir questo? – ella osservò con calma subitanea. – Farai bene; racconta tutto al tuo amico: ma tutto capisci?… Digli che entrando nella mia camera, tu mi ordini di spogliarmi. Dillo, al Falconaro; digli che mi hai chiamata “frusta”; digli tutto, fedelmente, lealmente…. E sai che cosa ti risponderà, il tuo amico?

– Sentiamo che cosa risponderà.

– Risponderà che sei un vigliacco!

Lorenzo si alzò, muto, in piedi, fece alcuni passi con la mano serrata, afferrò Morella per la borchia della vestaglia e con un urto, rovesciò la donna sul letto. Ma questa non parve atterrita dalla collera di Lorenzo, che le stava ancora sopra, in atto di colpire.

– Ti dirà, – seguitò piantandogli gli occhi negli occhi, – ti dirà che quella Natascia, quella baldracca come tu la chiami, lui, la tratta meglio! E ti ripeterà che sei un vigliacco a svergognare tua moglie.

Lorenzo, sbiancato in volto per la furia, calò un manrovescio sul viso di Morella, e un altro; ma vistala rigida stesa sul letto, con una leggera spuma agli angoli della bocca, comprese l’orrore della sua brutalità, e allontanandosi subito, proferì tra i denti:

– Sei una bestia! Non capisci quando si scherza! Stette a vedere s’ella si muovesse; e visto che si drizzava penosamente, s’avviò al limitare.

– Vattene! – gli disse Morella quasi sottovoce, con gli occhi che scintillavano. – Non mettere più piede qua dentro, non cercarmi più, nè oggi, nè mai. Se ti avvicini, grido e sveglio tutti.

Lorenzo intuì che la donna era capace di gridar per davvero; e riaffondate le mani nelle tasche, se ne andò, borbottando ancora:

– Sei una bestia! La colpa non è mia, se sei una bestia e non capisci quando si scherza!…

XIII.

Era libera.

La violenza di suo marito, l’estremità a cui era giunto, le ridavano il possesso di sè medesima; nessuna ingiuria era troppa per vendicare quell’ingiuria. Lorenzo la considerava veramente una cosa, un oggetto, un balocco; lo dicevano i pochi fatti di quei giorni, il trasporto della casa compiuto senza nemmeno avvertir lei, che pur doveva vivervi il più gran tempo, e le percosse, l’offesa bestiale, di cui si macchiano gli uomini delle infime classi. A tanto egli non era mai arrivato; pareva fatto cieco da una fatalità, che volesse rompere ogni legame tra lui e la sua donna. E questa non soffriva; era quasi lieta dell’oltraggio, che faceva fermentar nel suo animo una nausea senza nome.

Non appena Lorenzo ebbe varcata la soglia, e sbatacchiando la porta se ne fu andato, Morella con un balzo corse alla sua “psiche” e girandola sul perno, si guardò avidamente.

Era brutta?… Era brutta come le aveva detto Lorenzo? Di tutta la scenata, questo le importava più d’ogni altra cosa. Era brutta? Si avvicinò allo specchio, si studiò con un’attenzione meticolosa; non aveva una ruga, non una macchia in volto; ma forse la carnagione scura coi capelli biondi, forse i capelli biondi con gli occhi tané, forse le labbra sanguigne nel volto scarno e affilato, stonavano; e il corpo era troppo sottile.

Andò alla porta, chiuse a doppia mandata, e in un attimo si spogliò interamente, e tornò allo specchio a scrutarsi.

Bella no, non era; sembrava ancora una ragazza; veramente una frusta sembrava; il petto magro; piccoli gli ùveri dei seni; il ventre appena disegnato; le gambe lunghe; i fianchi esili, le reni troppo lunate; decisamente era brutta.

Si riabbigliò adagio, adagio, umilmente.

Ma le tornò alla memoria qualche frase, che le diede un nuovo guizzo d’orgoglio. “È un uomo di ferro chiuso in un’armatura”. E l’uomo s’era chinato verso di lei per susurrarle il suo dolore, il suo segreto, il suo rimpianto. Non perchè era bella, no, ma perchè aveva sentito ch’ella poteva comprenderlo e serrar nel cuore la confidenza preziosa; ch’ella fosse brutta, a lui non importava; egli la vedeva con altri occhi….

Quando tutti si raccolsero, la mattina di poi, nella grande sala della prima refezione, Morella comparve sorridente.

La giornata s’annunziava stupenda; il sole scherzava sulle vetrate color di croco e sui rosoni di cobalto, dipingendo a bizzarre strisce d’oro e d’azzurro il pavimento; la frescura arrecata dall’ultimo temporale durava tuttavia, e dalle porte-finestre si scorgevano le miriadi di foglie tremolanti all’aria. Echeggiava or qui or là, or prossimo or lontano, il grido dell’assiuolo.

Edoardo, salutando Morella, fu colpito dal suo aspetto, che tanto poco s’accordava col sorriso; era pallidissima, e la notte insonne le aveva segnato gli occhi con due cerchi turchinicci.

Il Falconaro non aveva mai avuto agio di considerare il mal garbo con cui Lorenzo trattava sua moglie, perchè non s’era mai trovato più giorni di seguito in loro compagnia; ma il contegno di lui gli riusciva ora così urtante, e le parole taverniere ch’egli si lasciava scappar di bocca alla presenza delle donne eran per lui così inaspettate, che rapidamente scemavano nel suo animo la stima e l’affetto per l’amico.

Già fin dal giorno dell’arrivo, Edoardo s’era accorto che Morella aveva pianto pel cruccio della balorda compera fatta da Lorenzo, e quella mattina poteva notare che qualche cosa più grave era avvenuta, a giudicar dall’aspetto di Morella e dalla ostentazione di Lorenzo, che non le rivolgeva mai la parola.

Anche ad Isidora non andarono inosservati quei particolari, e cinse la sorella con uno sguardo ch’era una carezza immensamente affettuosa.

– Io propongo una gita, dopopranzo, – disse Lorenzo.

– Sì, – aggiunse Federico, – andiamo al Faggio Storto; credo che Edoardo non ci sia mai stato.

– Non ci sono mai stato, infatti, – confermò il Falconaro.

– È molto lontano, – obiettò Morella.

– Attaccheremo i cavalli, – ribattè Lorenzo guardando la tavola. – I due bai alla canestra, e Febo ai quattro-ruote.

– Edoardo guiderà Febo, – stabilì Federico.

– Io non ci metterò piede in quel quattro-ruote, – annunziò Isidora.

– Ci vado io, – disse Morella con fermezza.

– Come, tu, con tanta paura? – esclamò Isidora sorridendo.

– Lascerò la paura a terra, – rimbeccò Morella seccamente.

– È difficile Febo? – chiese Edoardo.

– Che, che! Mia moglie trova tutti difficili, gli uomini e i cavalli! – disse Lorenzo ridacchiando. – È un po’ bisbetico, ma quando sente una mano ferma non fa scherzi.

– Trovo tanto poco difficili i cavalli, che andrò io con Febo, – osservò Morella. – Lei mi vuole?

– Io la voglio! – rispose Edoardo con un sorriso:

– Pensate che al ritorno avremo il chiaro di luna, – consigliò Isidora inquieta, – e il cavallo può spaventarsi per qualche ombra.

– È deciso così! – concluse Morella alzandosi. – Falconaro e io nel quattro-ruote; e voi nella canestra. Ci deve essere qualcuno al fianco di Falconaro; non vorrete lasciarlo andare solo? E una donna, anche quando val poco, è sempre miglior compagnia in una gita che non un uomo.

– Morella si trasforma, – disse Federico ingenuamente. – Non ha più paura dei temporali, non ha più paura dei cavalli.

La giovane volse rapidamente il capo a guardar fuori, nel giardino; ma su quella frase meditò sua sorella che aveva pure notato il mutamento dell’altra.

Era vero: Morella si trasformava; non solo non s’arrestava più innanzi a quelle piccole difficoltà che poco prima l’avrebbero sbigottita, non solo non aveva più i mille timori delle donne sensibili e nervose, ma una vivacità nuova, una spigliatezza audace eran nate in lei; e sempre quando Edoardo era presente, sempre quando si trattava di sfidare con Edoardo qualche congiuntura alla quale dianzi ella avrebbe dato il nome di pericolo.

Isidora strinse le labbra, afferrata da un dubbio che le si affacciava di continuo e che non si lasciava scacciare.

Febo era un baio bruciato di sei anni, lungo e snello, con garretti d’acciaio; quando Edoardo lo vide, quel dopopranzo, mentre stavano attaccandolo al quattro-ruote, uscì in un’esclamazione ammirativa. Senza paraocchi, coi finimenti di cuoio naturale, il trottatore era elegantissimo.

– Ma tu t’intendi di cavalli? – chiese Edoardo a Lorenzo.

Stavano tutti intorno alla vettura, le donne in vesti leggerissime, osservando Febo dall’occhio acceso e dalle froge rosee.

– Eh, che ne dici? – rispose Lorenzo soddisfatto. – Era di Mariano anche Febo; gliel’ho comperato l’anno scorso, per poco, perchè diceva ch’era un brocco.

– Quel povero Mariano fa sempre cattivi affari, – osservò Edoardo sorridendo.

– E noi gli portiamo via tutto! – concluse Morella con voce sorda.

Edoardo salì nella vettura, prese le redini e si volse alla giovane.

– Polso fermo, – disse Lorenzo all’amico. – E vedrai che va come una saetta; del resto, tu ne sai più di me. Donne e cavalli sono il tuo forte.

A Morella che, salita, stava sedendosi al fianco del Falconaro, brillò un lampo negli occhi; ricordò Natascia, la zambracca russa, le parve di vedersela innanzi, e scosse il capo quasi per allontanare il pensiero molesto.

– Noi andiamo avanti, – ella disse, – Arrivederci!

– Falconaro, mi raccomando a lei! – gridò Isidora. – Mia sorella è nelle sue mani.

– Lo so, – rispose Edoardo, mentre Febo si avviava. – E non mi sfugge.

Morella avvertì che in taluni momenti della vita, le parole rivestono un senso doppio, un significato recondito, che si crederebbe studiato a bella posta. Quella stessa mattina, essa aveva detto al Falconaro: “Mi vuole?” e solo dopo aver pronunziata la frase, le era sembrata sconveniente. Ora sua sorella diceva ch’essa era “nelle mani” dell’uomo, cosa sua, e ancora la frase ingenua le sembrava piena di significazioni.

Pel primo tratto di strada, nè Morella nè Edoardo parlarono.

S’erano staccati celeremente dagli altri, e Febo trottava velocissimo, rizzando inquieto le orecchie. Col braccio destro Edoardo avrebbe potuto serrar la vita di Morella e attirar la donna al suo petto; lo sentirono entrambi, quasi insieme, e rimasero taciturni, dicendosi in cuor loro per iscusarsi che il cavallo difficile non dava tempo alle chiacchiere.

Poi Edoardo si volse con un sorriso a Morella, e le osservò:

– Ma va benissimo, Febo, non è vero?

– Sì, va benissimo, – ripetè Morella. – Non corriamo troppo?

– È meglio. La polvere della nostra carrozza disturberebbe gli altri.

La strada si snodava per boschi silenziosi di verdissimi castagni. Il sole era caduto, e un’ampia frescura spirava dalle gole dei monti e s’animava nei boschi attraverso le fronde mormoranti.

Febo, lanciato a tutta corsa sulla strada piana, rallentava tra l’alberato, seguendo la via a frequenti gomiti. Ed era di tratto in tratto, l’affacciarsi di un panorama nuovo; era una verdastra catena di monti staccata netta sul fondo purissimo del cielo, era una lingua di strada bianca lungo il versante della collina, era la macchia bruna e fitta di alberi, che parevano avvicinarsi rapidamente per chiudere nell’ombria del fogliame la carrozza veloce.

– Temo che lei abbia troppo fresco al ritorno, – riprese Edoardo.

– Ho una sciarpa con me.

Ma Edoardo rise, vedendo che la sciarpa era un velo sottilissimo, intessuto di stellucce d’argento, una cosa delicata da soffiar via.

– Questa è sufficiente, – affermò la giovane.

Egli non ribattè; con la destra prese il velo dalle mani di Morella e, gettandoglielo sulle spalle, le sue dita sfiorarono inavvertitamente la nuca della donna.

– Sta molto bene, – disse guardandola. – Lei è sempre elegante.

Morella sorrise; infine, un complimento gli era sfuggito dalle labbra! Egli s’era fatto più cortese da quando aveva sospettato che Lorenzo la tormentasse con la sua brutalità; e si sarebbe detto che volgendosi a lei, addolcisse ora anche la voce. Le ritolse la sciarpa dalle spalle, e con la destra gliela depose lievemente in grembo.

Non parlavano; la vicinanza, il contatto fuggevole, l’assenza d’ogni umano sguardo, facevano rinascere in loro il desiderio, un desiderio selvaggio e rude quale Edoardo non aveva mai provato; e Morella che s’accorgeva di non aver più volontà, di non poter più resistere s’egli approssimava il volto al suo volto, gli disse con voce soffocata:

– Rallenti, la prego. Siamo troppo lontani dagli altri.

Egli rallentò a poco a poco, fin che Febo si mise al passo. Attraversavano un querceto dai tronchi poderosi, e sul terriccio le ruote passavano quasi in silenzio. Ma giusto in quel punto s’udì il tintinnio delle sonagliere; la pariglia di bai era poco lungi. Edoardo richiamò Febo e lo lanciò a corsa di nuovo.

– Lasciarci prendere no, poi! – disse. – Basta che odano la sonagliera di Febo. Non le piace così?

– Sì, molto mi piace! – proruppe Morella, sentendo il viso accarezzato dall’aria, la fronte baciata da quel bacio imponderabile. E seguitò quasi sottovoce, con un ardire che le faceva martellar dentro il cuore:

– Parte?

Edoardo non rispose. Febo s’era gettato da banda con un movimento brusco, soffiando; l’uomo lo riprese vigorosamente, lo lanciò di nuovo, lo trattenne, e quando lo ebbe tutto in pugno, gli assestò una sferzata. Febo diede un balzo in avanti, cercando di puntare sul morso, ma non trovò l’appoggio e toccò invece una seconda frustata; prigioniero d’una mano salda e implacabile, non osò altra ribellione, e filò via rapidamente.

– Sì, parto! – disse Edoardo.

– Per un viaggio lungo? – domandò Morella, che aveva seguito senza trepidare la breve lotta.

– Non so. Ciò dipende dagli affari che lascio a Milano.

– E fa un viaggio lungo, tutto solo, senza un amico?

– In viaggio, – rispose Edoardo, – si trovano gli amici del quarto d’ora, che bastano.

– E va in Russia?

– In Russia? – ripetè l’uomo stupito. – Perchè in Russia?

– Non ha detto Federico?… – balbettò Morella, tentando spiegarsi.

– Federico ha parlato della Norvegia; ma non so; sceglierò al momento di partire; viaggio per viaggiare.

E aggiunse dopo una pausa:

– La vita è pesante, cara, amica.

Morella non insistette. Edoardo aveva detto veramente “cara amica”, un’espressione non mai udita dalla bocca di lui, un’espressione affettuosa e inaspettata, che le aveva fatto molto piacere.

– Non le sembra? – egli disse. – La vita è pesante?

Ella assentì con un moto del capo.

Andavano nuovamente al passo, Febo bianco il muso e i fianchi di spuma; e in breve furono raggiunti dagli altri, che accostarono la loro alla carrozza d’Edoardo.

– Come va, Morella? – gridò Isidora dalla canestra.

– Bene, Dora!

– E Febo è stato buono?

– Buonissimo; una pecora.

Lorenzo, sdraiato nella canestra a godersi l’aria, borbottò con un senso d’ammirazione:

– Ci voleva Edoardo; un demonio piega l’altro. Quello cangerebbe in pecora un elefante inferocito!

Isidora diede in uno scoppio di risa.

– Falconaro, Falconaro! – esclamò. – Enzo fa il suo elogio!

– Sparla di me? – chiese Edoardo.

– No, no; dice che lei doma tutti!

Morella, nell’ombra della sera profumata, sorrise misteriosamente.

XIV.

Nubi leggère e diafane come grandi veli serici viaggiavano pel cielo, scherzando intorno alla luna, senza romperne il raggio; e a un gomito della strada, un pino diritto s’ergeva altissimo tra la bassura degli alberi circostanti, quasi il dominatore di tutta quella zona.

Morella fermò l’occhio sulla bella pianta superba, come poco innanzi aveva fermato l’occhio su Edoardo, tra Lorenzo che fumava beatamente una sua pipetta di radica e Federico che coi grandi occhi miopi dietro le lenti studiava sulla spianata del Faggio Storto la campagna illuminata.

Edoardo si drizzava tra que’ suoi compagni e molti altri uomini con la veemente indipendenza del carattere e l’orgoglio della sua vita chiusa.

La luna andava trasfigurando il paesaggio. I versanti dei monti e dei poggi e le spianate verdi eran mantelli d’argento, su cui la forma degli alberi si proiettava con la mordacità precisa d’una incisione.

Il ritorno da quella gita fu assai piacevole.

Gettata la sciarpa sulle spalle, Morella non scambiò con Isidora il suo posto presso Edoardo.

– Tu hai paura di Febo, – disse. – Ora c’è la luna, e il cavallo può spaventarsi.

Isidora rispose con una piccola risata, che Morella comprese.

E partirono; il cavallo non si spaventò.

Ripercorsero tutta la strada a un buon trotto uguale, ripassando pei boschi affascinati e immobili nell’incanto lunare. I boschi sembravano immensi, con una popolazione immensa d’alberi misteriosi dai tronchi perlacei e dalle dense chiome, su cui s’adagiavano i dolci raggi bianchi.

In alcuni punti la strada si chiudeva alla vista, quasicchè le piante l’avessero sbarrata con le fantastiche parvenze, che dileguavano non appena la corsa del cavallo le avvicinava; qua la strada s’apriva tra l’alberato per qualche tratto, là tornava a richiudersi con altri gruppi di piante. Tutto era inquietante da lungi; fantasmi chiomati, giganti curvi, cadaveri stesi a terra, crocchi di streghe raccolte a tregenda; da presso, tutto velocemente si chiariva al passare di Febo, e gli alberi rivestivan le loro linee, i cadaveri eran fusti abbattuti, i crocchi eran groviglio di tronchi e di fronde placide….

– Non ha mai letto nulla di Ludwig Uhland? – chiese a un tratto Morella.

– Uhland? – ripetè Edoardo cercando nella memoria. – Ah sì! Il mio professore di tedesco mi obbligò una volta a studiare una poesia, della quale non ricordo che il ritornello: “Husch Husch! piff paff! trarà!”

Morella diede in una lunga risata.

– È vero, è vero! – esclamò. – È il canto del Cervo bianco; l’ho studiato anch’io: “Husch Husch! piff paff! trarà!”, Ma l’Uhland ha molte ballate ammirevoli; in collegio, da suor Maria, si leggeva sempre l’Uhland, e io gli volevo bene.

– È stata la luna a ricordarle i canti dell’Uhland? – domandò Edoardo, sogguardandola con un sorriso.

– Sì – rispose la giovane. – Io ho la testa romantica; almeno così mi han detto.

– Le hanno detto una famosa sciocchezza, – dichiarò Edoardo recisamente. – Lei non è più romantica di me.

Poi soggiunse, quasi parlando con sè stesso:

– Forte e calcolatrice.

Morella non rispose; la definizione non le spiaceva, e solo le pareva strano che le toccasse udirla dalla bocca di lui, e che mai prima d’allora nessuno l’avesse trovata.

Stette in silenzio qualche tempo, ascoltando un coro assordante di grilli e di ranocchi, il quale si innalzava da tutta la campagna con veemenza; insetti e batraci s’abbandonavano furiosamente al loro canto, si rispondevano, s’interrompevano, sostavano un poco per riprender forza, e stridevano e gracchiavano a distesa, liberi e felici in quella grande solitudine notturna.

– Che cosa ricorda del suo poeta? – riprese Edoardo.

– Molte cose, – disse Morella, – Il ritorno, per esempio.

– Ah, lo ricordo io pure! – esclamò Edoardo. È graziosissimo.

Mise Febo al passo, e volgendosi alla giovane, recitò con voce piana:

– “Oh non ti rompere, ponticello! Tu tremi assai. Oh non precipitare, roccia! Tu minacci gravemente. – Terra, non sprofondare; cielo, non cadere, prima che io possa giungere dalla mia diletta!”

Morella sentì gli sguardi dell’uomo fin dentro all’anima; era veramente nelle sue mani e pareva che, sapendolo, egli si compiacesse di ricordarle d’ora in ora il suo dominio assoluto.

– Andiamo! – ella disse, guardando Febo, perchè Edoardo lo rimettesse a corsa.

Ma egli non obbedì, e la giovane riprese allora:

– Ascolti questa; è originale e piena di sentimento: Mutter und Kind. La madre dice: “Alza gli occhi, o figlio; guarda il cielo, dove è beato il tuo fratello minore. Mai non mi diede alcun dolore, e un angioletto lo portò con sè”. E il bambino risponde: “Perchè dalle tue braccia, o madre mia, un angioletto non mi porti via, dimmi che posso fare, o madre mia, per attristarti?” Non è vero, ch’è originale e bella?

– Non ha scritto che questo sui bambini, l’Uhland? – chiese Edoardo, accarezzando con la punta della frusta il collo di Febo.

– No, – rispose Morella lentamente. – C’è anche una poesia di lui, Auf den Tod eines Kindes, intorno alla sorte delle vite infantili che s’aprono e finiscono subito, lasciando la loro traccia nel cuore straziato del padre e della madre. E un’altra, tutta dolorosa, in cui descrive gli ultimi istanti d’un bambino moribondo, rallegrati dal canto d’un uccelletto.

– Lei è molto crudele! – interruppe Edoardo.

E non la guardò più; e raccolse la sua attenzione sul cavallo e su quel tanto di paesaggio e di cielo che gli si presentava a mano a mano innanzi agli occhi.

Morella non pensò a scusarsi; appoggiata allo schienale della carrozza, le mani raccolte in grembo, sbirciava ogni poco la fronte rabbuiata di Edoardo, il quale non ricordava forse più d’aver Morella al fianco e di traversare il bosco addormentato. Passavan vicino agli olmi così che le fronde s’agitavano, e la giovane doveva allontanarne qualcuna perchè non le sferzasse il volto.

Edoardo le si rivolse d’un tratto:

– Io era per sposare la mamma di quel mio bambino, – disse con voce studiatamente calma. – Era una fanciulla inglese, che avevo conosciuta in Riviera; sola, ricca, libera. Il bambino morì, di un anno, per meningite; la mamma se lo vide spasimare tra le braccia e spirare. Poco di poi, ripartì, e non sarà possibile che c’incontriamo ancora. Essa ha sentito in quella morte qualche occulta vendetta del destino. E così ci siamo lasciati. E il piccolo Riccardo è sepolto a Bordighera. La sua mamma s’è sposata, a Liverpool, l’anno scorso; l’ho saputo in questi giorni; è diventata mistress….

Ma invece di dire il nome, richiamò Febo con lo schioccar della lingua e lo lanciò al trotto. Poi si volse ancora a Morella e concluse:

– Tutto ciò è semplice; molto più semplice che una ballata dell’Uhland.

La giovane non capì se nella voce fosse un’intonazione ironica o beffarda, come le pareva, quasicchè Edoardo avesse voluto vendicarsi d’essere stato costretto a riparlar di quella sua sventura. Ma poco importava a Morella il tono; possedeva il segreto per intero, e sapeva finalmente che l’amante non si sarebbe incontrata più con Edoardo, e non gli avrebbe più dato alcun figlio.

Tuttavia, le rimaneva ancora qualche cosa da sapere; e dalla strada che percorrevano, s’accorse che poco tempo ormai le avanzava. Edoardo doveva partire l’indomani con Lorenzo e tornarsene a Milano; sarebbe stato impossibile riprendere il colloquio; bisognava sbrigarsi, dir tutto, finirla.

– Io non so, – ella fece cautamente, – perchè desiderando un bambino, lei non pensi a sposarsi….

Ma quasi spaventata da quel consiglio che una logica elementare le aveva suggerito, aggiunse a furia, tentando sorridere:

– È vero che non occorre sposarsi, per avere un bambino.

So l’avessero costretta, una settimana prima, a esprimersi in tal maniera innanzi a un uomo, si sarebbe piuttosto mozzata la lingua coi denti; ma ora cedeva tutta a una forza che andava incalzandola. Così in una fiera battaglia si calan colpi alla cieca, brutalmente, reiteratamente, senza ritegno, senza pietà, per vincere.

– Pare anche a me! – osservò Edoardo. – E sarebbe troppo strano incappare in qualche fanciulla, che non avesse pei bambini nè amore, nè intelligenza.

– Io conosco, – disse lentamente Morella, calando un altro colpo, – io conosco tante madri ridicole o stupide o apatiche, che saranno la morte o la rovina dei loro figliuoli.

E guardò Edoardo ritto sul busto, serrate in pugno le redini, l’occhio intento al cavallo ombratico e infido, ch’egli aveva domato con facilità. E le tornò il pensiero al quale s’era abituata in poche ore, nel quale s’era adagiata con impudica gioia, e il quale al suo primo affacciarsi le aveva ispirato un timor verecondo; il pensiero della creatura bella e forte che sarebbe nata da lei e da quell’uomo diverso dagli altri, che passava nella vita solo, senza chiedere, aprendosi la via a forza.

La vettura di Lorenzo li raggiunse poco lungi da Villa Mora; e s’udivano Lorenzo e Federico cantare, una canzonetta napoletana distesamente e Isidora dar di quando in quando in uno scoppio di risa alle variazioni comiche del cognato.

– Effetto di luna, – disse Edoardo senza malignità – Cantano i grilli, cantano le rane, cantano gli uomini.

Esitò un istante, poi, lanciando uno sguardo a Morella, terminò:

– E canta il cuore.

– Bella, bella luna! – esclamò la giovane con impeto. – Oggi è più bella che mai.

Febo al passo girava l’ultimo gomito di strada; e dietro, giravano i due bai al passo, sbuffando.

Allorchè si fermarono in giardino, avanti alla villa, Morella balzò presto dalla carrozza, e corse presso i larghi cespi di gelsomini notturni, che s’erano aperti e le avevano mandato un soffio di mordente profumo. Edoardo la raggiunse, mentre gli altri scendevan dalla loro carrozza.

– Non parta! – gli disse Morella sottovoce, arditamente, con voce imperiosa, gettando tutto il suo pudore ai piedi di lui. – Non parta per la Russia, per la Norvegia. È troppo triste, è troppo lontano.

E in quella notte di plenilunio splendente, le tornarono alla memoria i versi disperati di Jaufré Rudel:

Amore di terra lontana Per voi tutto il cuore mi duol.

Edoardo incontrò con la mano la mano di lei che s’alzava a offrirgli un ramoscello di gelsomini, e la guardò in quel settore d’ombra in cui la figura magra e pieghevole della donna stava immobile come una svelta colonnetta.

– Ha capito? – ella implorò, chiudendo gli occhi.

Meglio avrebbe voluto chiudere le orecchie per non udire ella stessa le parole che il suo destino, il suo istinto, il suo desiderio le dettavano e l’obbligavano a proferire.

– Non voglio che parta. Si fermi a Milano. La vita può anche non essere pesante.

Sentì prendersi la mano, e se la lasciò stringere tacitamente, con forza. Poi mosse incontro agli altri che s’avanzavano.

– Guardate, – esclamò, – questi gelsomini di notte…. Come si sono tutti aperti! Vieni, Isidora, che te li metta nei capelli.

E d’un tratto, rise pienamente, quasi gridando:

– “Husch Husch! piff paff! trarà!”

E così pienamente rideva, col suo bel riso morbido e carezzevole, che Edoardo pure dovette ridere al ricordo.

XV.

L’indomani, quando già Lorenzo ed Edoardo eran partiti per Milano, il tempo cominciò ad annuvolarsi e seguirono alcuni giorni di pioggia ostinatamente continuata, con un certo vento freschissimo, quasi freddo, che faceva pensare a un autunno precoce.

Rimasti in villa, Federico e le due donne passavan le giornate giuocando a bigliardo, scrivendo lettere a conoscenti dei quali non si ricordavano punto nei giorni di sole, e chiacchierando.

Morella andò a scovare in libreria il suo Ludwig Uhland, un’edizione di Stuttgart che aveva comperato da fanciulla pe’ suoi studi in collegio, e si rilesse a poco a poco tutti i canti e le ballate del poeta di Tubinga, il quale aveva altre volte popolato di cavalieri e di re, di monache e di bardi i suoi sogni virginali.

Da quel tempo, non aveva più scorso le pagine del poeta, nelle quali non ritrovava il sapore d’un giorno, e solo per averne parlato con Edoardo lo careggiava ancora.

La passione che le mordeva il petto, l’impazienza mal frenata per l’amore prossimo, il timore del dramma ch’ella aveva deliberatamente voluto, così come un fanciullo urtando di continuo una statua gigantesca se la rovescia addosso, l’allontanavano ormai dalla poesia severa e ingenua di Ludwig Uhland.

Federico diede il colpo di grazia ai “lieder” e alle ballate.

Trovò Isidora e Morella in salotto, un giorno, ciascuna con un volume di quell’opera tra le mani, ciascuna evocando le sue memorie di collegio; e quando leggeva ad alta voce Morella, e quando Isidora. Federico si fermò ad ascoltare anch’egli.

La ballata del Re Cieco gli piacque, per quel particolare della spada “Skrep”, che allorchè fendeva in due un cavaliere nemico, mandava un suo certo suono tremendo.

– Ci vogliono i tedeschi per queste minchionerie! – osservò bonariamente Federico. – Tu leggi molto bene, Morella!

Isidora desiderò anch’essa leggere a sua volta; e scelse i frammenti di quel dramma, che il buon poeta svevo chiamò Franceska da Rimino.

Federico la interruppe dopo alcune battute.

– Per carità, – disse. – Mi fa l’effetto del bromuro!…

E se ne andò brontolando, con una smorfia dì sì comica delusione, che le donne chiusero il libro ridendo, e non ne parlarono altro.

Non era prudente, del resto, lasciar libri di poesia intorno, quando s’aspettava Lorenzo, che doveva arrivare come di solito l’indomani, sabato; egli avrebbe indubbiamente fatto saltare della finestra il Re Cieco e Franceska da Rimino, per quel suo odio impetuoso contro tutto ciò che sapeva di letteratura e serviva alle teste romantiche.

Arrivò nella vettura a due cavalli, nella quale le pieghe del soffietto calato eran colme d’involti contenenti gli oggetti che ogni settimana doveva comperare per commissione d’Isidora e di Morella: dolci o profumerie o stoffe o giornali di mode, cose inutili e necessarie all’ozio delle due giovani.

Egli pareva di buon umore; discorreva vivamente, rivolgendosi spesso anche a Morella, quasi avesse dimenticata la scena brutale di otto giorni innanzi e la rivolta decisa della moglie.

– Edoardo, poi, – diss’egli, stendendosi dopo pranzo in una lunga seggiola disposta presso un grande olmo in giardino, e accendendo la pipetta di radica, – Edoardo, poi, non è partito. L’ho veduto ieri in Borsa, e mi ha detto che deve rinunziare a quel suo viaggio, perchè ha troppo da fare a Milano. Che cosa abbia da fare con questo caldo, in questa stagione, io non so.

– Ma non c’è alcun bisogno che tu lo sappia! – osservò Morella quietamente.

– Basta che lo sappia lui! – aggiunse Isidora ridendo.

Morella, in piedi a fianco d’Isidora, le prese un braccio e la trascinò via, mettendosi a passeggiar con lei poco lungi.

– Io devo tornare a Milano per un paio di giorni, – le disse recisamente. – Voglio vedere quella maledetta casa e sapere che cosa si può fare per renderla abitabile. Temo che Enzo l’abbia comprata pel solo capriccio della sua sala da scherma, e che tutto il resto sia un orrore. Non ne parla più; hai notato? Ci sarà da pulire, da tappezzare, da riattare, e non pensa, lui, che bisogna chiamare gli operai perchè in autunno sia pronta. Dillo anche tu, ad Enzo; io devo andare a Milano a vedere.

– È giusto; hai ragione, – confermò Isidora. – Devi far tutto bello, per te, e non c’è tempo da perdere.

Gettarono un’occhiata a Federico, il quale, uscito dall’atrio, era andato a sedersi presso Lorenzo, e ciarlava con lui animatamente.

– Ne parlerai domani, – suggerì Morella. – Non ora, perchè Enzo non capisca che te l’ho detto io. Così lunedì mattina potrò partire con lui, e giovedì sarò di ritorno. Tu rimarrai con Federico…. Siamo d’accordo?…

Isidora teneva un braccio intorno al busto di Morella, e passeggiavano chiacchierando a mezza voce, come ai tempi del collegio, quando tutte le fanciulle uscivano a coppie nei giardini, e si perdevano pei viali, confidandosi i loro non sempre candidi segreti.

Morella volgeva di tanto in tanto un’occhiata indagatrice a Lorenzo, che ridacchiava col cognato e squadrava non di rado la figura flessuosa della moglie.

Questa, fattasi taciturna improvvisamente, andava cercando e studiando un pretesto per isfuggirgli anche quella notte; ma occorreva un pretesto di cui le conseguenze fossero durabili, perchè non si tornasse ogni settimana daccapo e non si ripetessero le scenate e Lorenzo non ricorresse infine alla violenza; occorreva qualche insanabile dissidio tra lei e il marito, che togliesse a quest’ultimo ogni pensiero di possesso per lungo tempo.

E Morella si chiedeva come avrebbe potuto far nascere una discussione, un contrasto, repentinamente, alla presenza d’Isidora e di Federico, perchè il fatto paresse più grave, il dissidio più profondo.

Isidora la tolse a quelle sue premeditazioni, chiedendole con la voce placida:

– Perchè Falconaro non è partito? Aveva detto che voleva fare un lungo viaggio; ti ricordi?

– E a me lo chiedi? – rispose Morella, corrugando la fronte. – Non hai udito Enzo? Dice che ha molto da fare, e per ciò non sarà partito. Tu credi che Falconaro mi abbia scelta a sua confidente?

Ma Isidora non si lasciò questa volta intimidire dall’occhiata della sorella; anzi rise, un pochino, con una certa discreta malizia.

– Ve la intendevate pure i giorni scorsi, – ella osservò ancora sorridendo. – E ne avete fatto, delle chiacchiere, al chiaro di luna, quando siamo andati al Faggio Storto!…

– Non sarai mica gelosa? – interrogò Morella scherzando.

Isidora le rispose con una stretta del braccio, e traendola fortemente a sè, le diede un bacio sulle labbra.

Ma d’un subito le due donne s’arrestarono insieme, ad ascoltar la voce corrucciata di Lorenzo, che giratosi sulla sedia, guardava a un lato della villa, tra le piante.

– Che è? – diceva. – Che novità è questa? Che fai tu qui?… Chi ti ha permesso, piccolo mostro?…

Morella si svincolò dal braccio d’Isidora, e avanzò verso il marito.

– Vattene, vattene! – seguitava Lorenzo, sempre rivolto a qualcuno che non si vedeva.

E si chinò per raccogliere una pietra sulla ghiaia.

– Che hai da gridare? – domandò Morella.

La pietra partì dalle mani di Lorenzo, sibilò nell’aria, battè contro un tronco, andò a cader lontano sull’erba; s’udì uno stormir di foglie, e Morella vide un piccolo coso vestito di cambrì rosso mettersi a galoppare piangendo, e scomparire.

Poldo, che da molti giorni non vedeva il suo protettore, s’era fatto ardito, e lemme lemme, ogni sera avanzando qualche passo più, era giunto fino innanzi alla villa a cercarlo; e sotto il braccio portava seco il cavallino, ormai scodato e senza ruote al carrello. Ma era stato accolto a sassate da un signore ch’egli aveva da lungi scambiato per Edoardo; e ora fuggiva, tutto spaventato e sorpreso.

– Non ti vergogni? – esclamò Morella, che aveva riconosciuto il bambino, e avvampava d’ira, – Prendi a colpi di pietra i bambini? Non vedi che è Poldo?

– Lo so, lo so, che è Poldo! – rispose Lorenzo. – E lo lascerò venirci tra i piedi perchè è Poldo?

– Io ti domando, Federico, – riprese Morella volgendosi al cognato, con gli occhi accesi da una fiamma di sdegno, – io ti domando se queste non siano piccole infamie?… Per allontanare un bambino, gli tira una sassata alla testa!…

– Alla testa! – ripetè Lorenzo ridendo. – Non hai visto, sciocca, dov’è caduta la pietra?

– È stato un caso; potevi ferirlo, – rimbeccò Morella. – Poldo viene qui, perchè gliel’ho permesso io, e tu lo spaventi a questa maniera.

– Hai fatto male a permettergli; i contadini devono stare a casa loro.

– Ho fatto ciò che ho voluto; anzi, ora vado a prenderlo.

– Morella, non andare! – ammonì Lorenzo.

– Vado; sarà atterrito dalla tua brutalità, e desidero rassicurarlo.

– Morella, non andare! – ripetè Lorenzo.

Federico e Isidora, ch’era sopraggiunta, ascoltavano dolenti e angustiati, non osando interloquire, nè parteggiar per alcuno.

– Vieni, – disse Morella a Isidora, – Vieni a prendere Poldo e a vedere se non si è fatto male.

– Ma che stupidaggini, ma che bestialità, ma che sentimentalismi, tu mi metti fuori? – gridò Lorenzo, lasciando prorompere la sua ira. – Che è, tuo figlio, Poldo? È un personaggio sacro, quel rospo?… E che mai non si possa avere un’ora di pace, quando si viene a trovarti?

– Suvvia, – intervenne Federico, titubante, guardando a volta a volta Lorenzo e Morella e Isidora. – Non esagerate tutt’e due….

– No, no, lasciami dire! – proseguì Lorenzo.

– Io non esagero, sai? Questa è una commedia, te lo assicuro. Tu non conosci tua cognata. È una commediante di prim’ordine. Tu non sai certe cose….

Si strappò di bocca la pipetta e la scaraventò a terra con violenza, bestemmiando.

– Del bambino le importa quanto importa a me, ci scommetterei il collo, – riprese Lorenzo. – Ma aveva bisogno di fare una scenata, e l’occasione era bellissima…. Così ne avremo per tutto il tempo ch’io rimarrò in campagna, fino a lunedì…. Lunedì la vedrai allegra e vispa e contenta, e magari sarà la prima a rimandar Poldo a casa sua….

– Non sai ciò che ti dici! – ribattè Morella. – Io voglio bene a Poldo, perchè voglio bene a tutti i bambini, e poi perchè…. E non posso tacere quando commetti qualche vigliaccheria….

Isidora che era presso Morella, le tirò la gonna, spaurita…. Il volto di Lorenzo, purpureo, lucido, con gli occhietti neri animati da una luce insolita, le faceva spavento.

– Te ne prego, Isidora, – esclamò Lorenzo, – conduci via tua sorella, conducila da Poldo, dai contadini, in malora!…

– Andiamo, Enzo, – interruppe Federico. – Non dir parolacce.

– Parolacce? – ripetè Lorenzo. – Ma perchè non rimproveri mia moglie, che parla impudentemente di vigliaccherie? Sabato scorso ha fatto questa scoperta, che io sono un vigliacco; e me l’ha cantata sotto il naso. Tu non sai, Federico, tu non sai nulla!… Ti ripeto che questa è tutta una commedia studiata e preparata da tempo…. Conducila via, Isidora, tua sorella, che non mi guardi con quella sua aria sarcastica.

– Sì, andiamocene, – disse Morella. – Lasciamolo solo; è ignobile.

Trascinò Isidora per un braccio e s’allontanò con lei, ma alle loro orecchie giunsero ancora le parole di Lorenzo:

– Io mi domando se non è pazza, da qualche tempo. Ora protegge e si tira in casa i marmocchi pidocchiosi, perchè vengano a guastarci il giardino….

E s’udiva anche la voce scorata di Federico, il quale tentava di calmare l’altro:

– Sii ragionevole, Enzo… Si tratta di malintesi….

– Malintesi?… – urlò Lorenzo. – Sta a sentire: sabato scorso m’ha cacciato dalla sua camera come un cane idrofobo. Stasera m’ha inscenato questa farsa per giuocarmi lo stesso tiro, È o non è mia moglie?… Ho o non ho il diritto…?

Morella si turò le orecchie con le mani e si diede a correre, per non udire più, a correre verso l’orto, quasi verso un luogo di rifugio; e vedendo sul cielo pallido spiccar la forma nota del ciliegio ormai sfruttato, gli sorrise, lo raggiunse in un istante, si stese a terra sotto la sua protezione, aspettando Isidora, la quale era rimasta addietro.

La sorella comparve poco appresso, pallida e mortificata.

– Perchè è tanto cattivo Lorenzo? – domandò.

Aveva temuto di trovar Morella in lagrime, il viso bianco di furore e d’offesa. La vide quieta, un’espressione ferma in volto, gli occhi foschi.

– Peggio per lui! – esclamò. – E cattivo, ê villano, è ripugnante?… Peggio, per lui! Non parlarmene più….

E ripensando a Poldo, seguitò con certo riso nella voce:

– Poveretto, il piccolo!… È scappato come una lepre, tu avessi visto! Era venuto a cercar Falconaro, che gli voleva tanto bene e gli aveva regalato il cavallo; e quest’altro me lo piglia a sassate! Tu vedessi quant’è carino e pulito e timido. Falconaro gli voleva tanto bene…. Andiamo a trovarlo; vuoi?

XVI.

Lorenzo Moro stava, tre giorni dopo, lavorando nella grande corsia dei formaggi svizzeri.

Gli eran calati dalla provincia diversi mercanti, ed egli stesso vigilava, come di solito, alla vendita. Due facchini toglievano prestamente dalle alte impalcature, disposte lungo le pareti e trasversalmente per tutto il vano della corsia, le grandi forme bionde e piatte dell’emmenthal, e maneggiandole come dischi leggeri le portavano innanzi ai mercanti.

Lorenzo, piantato nel fianco della forma un arnese di ferro lungo e cavo, estraeva il “tassello”, un pezzo conico di formaggio, e lo offriva ai mercanti perchè lo gustassero.

Larghi di spalle e di ventre, paonazzi in viso, i mercanti discutevano vociando la qualità e il prezzo; e le forme scelte eran pesate sopra una stadera e messe in disparte; un impiegato, ritto alle spalle di Lorenzo, notava in un taccuino, e i facchini rapidamente recavano altre forme.

Lorenzo Moro aveva di quel commercio la passione attenta e la cognizione perfetta, alle quali doveva la sua fortuna. Egli visitava ogni giorno le corsie ove nell’ombra eran disposte le forme scure e lucide del reggiano e le forme chiare degli emmenthal e le rosse sfere degli olandesi, e il magazzino ove s’allineavano a centinaia i gorgonzola ancora in attesa della barite e del rossetto che ne fortificassero la crosta, e i locali a vôlta che accoglievano i pani di burro giallo-dorato coperti da un velo umido.

Gli uomini di fatica, i quali dovevano curare l’assetto di quella merce preziosa, temevano Lorenzo per la sua severità, e lo rispettavano vedendolo lavorare con instancabile foga e con perizia, ora tra i mercanti e i mediatori scaltriti, ora nel suo studio, tra i commessi, sui registri, innanzi ai fasci della corrispondenza.

Gli acquisti ch’egli faceva, per cospicue somme, in Isvizzera, dove si recava a scegliere egli stesso e a vigilar la fazionatura dei formaggi, erano sempre fortunati; ma per allargare il suo commercio aveva dovuto lottare lungamente.

Gli altri produttori di burro gli avevano contrastato la supremazia, cercando di tagliargli la strada con una concorrenza sfrenata, a prezzi di perdita. Egli s’era trovato più volte in pericolo, non potendo resistere; e non era riuscito a tener fermo se non con l’aiuto fiducioso e ripetuto di Edoardo Falconaro, che gli aveva fatto prestiti importanti, liberalmente, a un interesse minimo.

Gli avversarii cedettero, vinti non solo dalla caparbia tenacità di cui non s’erano stupiti, ma dalla provvista di danaro, di cui s’erano stupiti molto, in grazia della quale aveva potuto Lorenzo fronteggiarli.

Tra i conoscitori non si sapeva che Lorenzo disponesse d’un forte patrimonio; ogni settimana si credeva di vederlo fallire e si aspettava l’annunzio ch’egli restringeva la speculazione al formaggio; e ogni settimana, pazientemente, egli vendeva il suo burro a prezzo disperato.

Comunque fosse, checchè si dicesse intorno all’origine di quel danaro, il danaro c’era, e pareva ce ne fosse ancora a staia, a udir le voci sempre esagerate, che un tempo davano per inevitabile il fallimento, e ora mostravano i favolosi capitali messi a disposizione di Lorenzo Moro.

Gli altri cedettero; i nemici di ieri lo ammirarono. Non più avversato dalla concorrenza pazza, il suo commercio fiorì; l’esportazione del burro e del gorgonzola per le grandi case di commestibili fini che prosperano a Londra, a Vienna e a Pietroburgo gli diede guadagni lauti.

Edoardo Falconaro riebbe tutto il danaro prestato; Lorenzo Moro fu ricco.

E continuava a occuparsi del suo commercio appassionatamente, de’ suoi rudi uomini olezzanti di cacio, e di quei mercanti vocianti danarosi e furbi, che compravano da lui con larghezza.

Egli era grato a tutti della vittoria, e contemplava sovente le ampie impalcature cariche di buon formaggio occhiuto e gocciolante, come il poeta contempla le strofe canore e imaginose della sua lirica.

Una vittima della sorda guerra tra il burro e il formaggio c’era stata tuttavia; ed era Mariano Frigerio, che di quei giorni commerciava egli pure come Lorenzo e contro Lorenzo, e aizzato dagli altri, più impetuoso e meno avveduto degli altri, aveva fatto grandi sacrifici, producendo molto burro e gettandolo sul mercato con perdita.

Già stremato finanziariamente pei vizii e gli stravizii, per le donne e il giuoco, Mariano aveva toccato il colpo finale in quella mischia, ed era fallito lui in luogo di Lorenzo.

E andatosene dal quartiere di porta Ticinese, pel quale sentiva un odio inenarrabile, lo si vedeva da tempo in compagnia di eleganti sospetti, di femmine da conio, di industriali di non si sapeva quali industrie.

Mariano aveva da poco valicata la quarantina.

L’anemia gli aveva sbiancato il volto così da dargli il colore d’una patata cotta. Il suo portamento era stanco, molle, da uomo indifferente e noiato, e la voce strascicante come il passo.

Ma non riusciva, con tutto questo, repulsivo; aveva bei modi; uno spirito mordace, affinato nelle vicende scabrose della sua vita, nutrito dalla non volgare consuetudine alla osservazione, ringagliardito da un cinismo senza rimedio, gli dettava qualche volta piacevoli ragionamenti. La sfiducia completa verso gli altri e sè stesso lo faceva arguto; mancava di forza e di volontà, e ne rideva; ma rideva pure degli “eroi” come Lorenzo Moro ed Edoardo Falconaro.

Dacchè aveva venduto la casa a Lorenzo, andava a trovare questo suo compagno di scuola, per vedere che cosa ne sapesse foggiare il “Tamerlano del burro”, e lo stuzzicava, lo mordicchiava di continuo, mentre Lorenzo, non abituato a giuocar di parole e inetto a scherzare, sbuffava come un toro molestato da una mosca pungente e inarrivabile.

– Mi sembri molto impacciato, Enzo, – gli diceva Mariano, socchiudendo gli occhi. – Non sei tagliato per essere padron di casa. Non hai messo in ordine che la sala da scherma. È un fior di sala, confessiamolo. Io vi facevo ballare la Ninetta e la Bruciata, in abiti leggeri, d’estate, con un’orchestra di zanzare.

– Vedrai quando tornerà mia moglie. Ci penserà lei a metter tutto in ordine! – rispose un giorno Lorenzo.

– Già; la tua signora ha buon gusto; basta guardarti!…

Egli conservava ancora intatte le venticinquemila lire della vendita. Di tutti i suoi debiti non aveva pagato un centesimo, perchè erano debiti onesti, che si potevan confessare in piazza; e per Mariano, i soli debiti che non si potevan non pagare erano i debiti inconfessabili, che danno paura, che si saldano sotto la tavola. La vendita della casa, fatta rapidamente e abilmente, lo aveva messo al sicuro da ogni molestia.

E con quelle venticinquemila lire aveva disegnato di tentare qualche affare in Borsa, e ne aveva parlato con Edoardo Falconaro.

L’agente di cambio non dissimulò il suo stupore, dicendogli che la Borsa non era speculazione confacente al carattere di lui; in un batter d’occhio, con la sua imprevidenza, avrebbe visto sfumare il piccolo capitale e sarebbe arrivato a giuocare senza il danaro pronto in cassa, il che era pericoloso.

– Ma tu puoi consigliarmi! – obiettò Mariano. – Io ti obbedirò.

– Non mi obbedirai, – rispose Edoardo. – Sei audace e impressionabile, e vuoi subito il guadagno grosso; ti conosco!

– Insomma, rifiuti di aiutarmi? – incalzò Mariano, piantando lo sguardo obliquo negli occhi grigi d’Edoardo. – Hai pure aiutato Lorenzo anche quando s’arrischiava molto.

L’osservazione era indiscreta, ma Edoardo non la rilevò e con molta cortesia si sottrasse all’incarico di curare il suo giuoco. Egli sapeva che Mariano non aveva che quelle venticinquemila lire e gli spiaceva di vederlo gettarsi allo sbaraglio, in una speculazione nuova, difficile e malfida, di cui non aveva un’idea esatta; e glielo disse.

– Vuoi che torni al burro, insomma? – rimbeccò Mariano ridendo. – Se tu non avessi aiutato Lorenzo sottomano, il “padrone del burro” sarei io, a quest’ora…. Ma tu gli fornivi i capitali e gli davi forza contro di me…. Se mi facessi guadagnare un pochino oggi, in Borsa, ripareresti al male che mi hai fatto…. Hai molta simpatia per quel tuo Lorenzo; è una cosa inesplicabile!… E non appartiene alla tua razza, diciamolo; mi pare un teppista…. Tu sei più elegante ed educato; devi piacere alle donne. Dunque niente, non vuoi insegnarmi il giuoco?… Almeno se ti domandano, darai buone informazioni di me in Borsa?

– Io sono onesto, – fece Edoardo seccamente, rispondendo all’ultima domanda e insieme a tutte le insinuazioni del Frigerio.

Questo dialogo, avvenuto due o tre giorni dopo che Edoardo era tornato da Villa Mora, non rimase senza eco nell’animo di lui. Si ricordò che Morella sentiva per Mariano una repulsione istintiva, quasi indovinasse nel pallido uomo un nemico naturale; e le parole ambigue intorno alla protezione ch’egli giudicava “inesplicabile” accordata da Edoardo a Lorenzo, parevan fatte per afforzare la diffidenza di Morella.

Si lasciarono i due uomini, stringendosi la mano con un sorriso, ma risoluti a guardarsi l’un dall’altro.

XVII.

Quella mattina in cui Lorenzo Moro andava contrattando co’ suoi mercanti allegri nella grande corsia dei formaggi svizzeri, Mariano Frigerio capitò in magazzino, e stette familiarmente ad assistere, seduto sopra una pila di cassette, fra la paglia che serviva per le spedizioni.

Nessuno badava a lui; tutti lo conoscevano e lo trattavano senza cerimonie; egli era nel regno da cui la mala fortuna e la imprudenza sua l’avevan cacciato, e si godeva a vedere il lavoro degli altri. Faceva di tanto in tanto qualche riflessione, ora approvando quello che dicevano i compratori, ora quel che diceva Lorenzo, per prendersi beffe dell’uno e degli altri, con molta serietà.

– Dovreste darmi la mediazione! – osservò infine.

– A lei? Lei è un signore. Ha le scarpette verniciate! – rispose uno dei mercanti.

– E tu hai il portafoglio bisunto! – egli ribattè. – Quando comperavi il mio burro, i tuoi biglietti di Banca mi restavano attaccati alle dita.

– Buon segno; porta fortuna, – disse il mercante con una risata. – Significa che si guadagnano in fretta e si spendono adagio….

– Io faceva tutto il contrario; guadagnavo niente e spendevo molto.

– A lei piace scherzare….

– Con le donne, – incalzò un altro mercante. – A vestire una donna occorrono tutte queste forme di emmenthal, – soggiunse, toccando del piede una colonna di formaggi biondi.

– A vestirla?… Ah! sciagurato! – esclamò Mariano comicamente. – Non te ne intendi; si spende di più a svestirla; un emmenthal per farle un abito, e due per levarglielo….

I mercanti diedero in una risata, battendosi la pancia.

Era tra loro uno, Scopa, uomo semplice e terribile, già condannato per ferimenti, ricco, linguacciuto, provocatore, che più degli altri piaceva a Mariano; questi lo prendeva spesso di mira, dilettandosi a far la mosca insoffribile, come già faceva con Lorenzo; un pugno di Scopa lo avrebbe freddato, e perciò Mariano gli andava sotto, lo inveleniva, lo scherniva e rimaneva impassibile, contando sulla magnanimità della sua vittima.

Per compenso, il feroce uomo era il solo che dava confidenzialmente del tu al Frigerio, e pareva che questo diritto accordatogli tacitamente dal suo molestatore gli calmasse il bruciore delle sferzate, che Mariano gli assestava.

– Tu sei sempre a scherzare! – disse Scopa, gettandogli una torbida occhiata. – Noi qui ancora a guadagnarci il pane, e tu a guardarci con le mani in tasca e la sigaretta in bocca.

– Vorresti calzare anche tu le scarpette di vernice? – esclamò ridendo Mariano. – Con quei piedi, che paiono carrozzoni del tram di Monza?… Ciascuno fa il suo mestiere: tu sbuffi, e io ti guardo!

– Vedremo la fine, – ribattè Scopa, tergendosi il sudore delle braccia nude con un amplissimo fazzoletto rosso. – Io morirò in pace, e tu creperai di fame.

– Morirà in pace al reclusorio di Pallanza, – disse Mariano agli altri. – E come vuoi ch’io crepi di fame, se vivo sempre al fianco di Lorenzo Moro, tra un “grana” e un “friburgo”?

– Ti brucerai le cervella; – sentenziò Scopa tranquillamente.

La predizione non piacque a Mariano Frigerio; si lasciò scivolare a terra dall’alto delle cassette, e si fece incontro al mercante poderoso.

– Ripetilo! – esclamò. – Ripeti che mi brucerò le cervella….

Scopa lo guardò ridendo; l’uno di fronte all’altro, a petto a petto, sembravano orso e scimmia.

– Ti brucerai le cervella, buffone! – ripetè Scopa bonariamente.

– Per Dio! – gridò Mariano.

E fra le risate dei mercanti chiassosi, andò a sedere di nuovo, pacifico, sulle cassette pronte per la spedizione.

– Ti ricordi, – riprese Scopa, grato all’amico del rispetto che dimostrava per la sua forza erculea, – ti ricordi quando venivi in piazza, la mattina, e in un’ora spacciavi tutto il tuo burro? Bei tempi quelli!…

– Dio ti maledica! – esclamò Mariano, – Eran bei tempi per te. Devi aver messo da parte una collezione di biglietti da mille, e io e Lorenzo si giuocava a regalarti la roba. Adesso Lorenzo te li fa risputare a uno a uno!…

Intento a vigilare i facchini, i quali andavano trasportando i formaggi venduti per caricarli sul carro che attendeva in cortile, Lorenzo non disse verbo.

– Certo, – osservò Scopa filosoficamente, – Dacchè il povero Mariano fa come i cantanti senza scrittura ed è costretto a guardarsi le scarpine di vernice, il mercato non è più così divertente!…

Nel duello d’insolenze, Mariano era rimasto al disotto, e la sconfitta gli bruciava.

– Canaglia! – sibilò tra i denti.

– Abbiamo finito? – disse Lorenzo. – È tutto caricato?

Gli uomini di fatica risposero con un cenno del capo.

– E allora, via!… Arrivederci!

I mercanti s’avviarono; Mariano tornò a scivolar dalle cassette.

Ma tutti si fermarono a un fruscio di sottane.

Sul limitar del magazzino era comparsa in quel punto Morella, vestita di bianco, guantata di bianco, con un cappello di paglia bianco ornato di grandi piume bianche.

Gli uomini la squadrarono con ammirazione, fermati da quella eleganza nitida e dallo svelto portamento della giovane. Non salutarono, per rispetto, e rimasero muti.

– Andiamo? – ella disse a Lorenzo. – Falconaro ci attende.

Non aveva veduto Mariano Frigerio che alle spalle dei formaggiai era coperto dalle loro ampie figure. Al nome del Falconaro pronunciato da quella voce morbida, gli occhi di Mariano ebbero un guizzo di luce, ed egli, fattasi strada fra i grossi uomini, col cappello in mano, si presentò alla giovane d’un tratto inchinandosi.

– È un secolo che non ho il piacere di renderle omaggio, – egli disse galantemente. – Lei non se ne sarà accorta, ma io l’ho pensato più volte.

Scopa urtò del gomito un collega, bisbigliandogli all’orecchio:

– Vedi che moschino con le femmine!…

Morella si sforzò a sorridere, e tese la mano al pallido uomo che le stava innanzi, ancora con la schiena curva. Poi lo guardò, rapidamente ma acutamente. Le tornò al pensiero la storia della sua casetta, venduta per quindicimila lire meno del valore, e un sentimento di compassione la prese.

– Lei è molto gentile, – disse con voce carezzevole. – Io sto in campagna da parecchio tempo.

– Ma è già tornata? – fece Mariano con una mossa di sorpresa, alzandole dritti gli occhi negli occhi, bruscamente.

L’anima di Morella tornò a chiudersi e a diffidare.

– Per pochi giorni, – disse, – per il trasporto della casa….

Il circolo dei mercanti intorno alla donna lussuosa si ruppe; a uno a uno, chetamente, filarono per la porta e se ne andarono con un’ultima occhiata cupida a Morella, la quale non pareva, nonchè della loro ammirazione, essersi avvista della loro presenza.

– Ah, la casa, la casa! – esclamò ridendo Mariano. – Lorenzo mi diceva infatti che lei sarebbe venuta a Milano e avrebbe messo tutto in ordine. Egli è come un pulcino nella stoppa….

S’avviarono, Morella nel mezzo, gli uomini ai suoi fianchi, fuori del magazzino, attraversando il cortile ingombro di casse, cosparso ancora di trucioli e di paglia lunga.

– E come le è parsa la casa? – continuò Mariano.

La giovine sorrise, stringendosi nelle spalle.

– Preferivo il mio appartamento di via Bigli, devo confessarlo. La casa è bella, il giardino è grazioso, ma il quartiere è troppo fuori di mano….

– Quartiere di gente selvatica, – disse Mariano. – Ci si troverà male!

E con audace disinvoltura, si volse a Lorenzo e seguitò:

– Te l’avevo detto, io; non è casa adatta a una signora elegante…. Ma tu l’hai voluta, a qualunque costo, a prezzo d’affezione, a rischio d’affogarmi nell’oro….

Lorenzo fece un grugnito, non gustando punto lo scherzo; ma a Morella sembrarono quelle parole una chiara accusa d’usura; Mariano era stato derubato nella vendita di quindicimila lire, e pure scherzando non esitava a rammentarlo, alla presenza stessa della donna. Essa lo guardò di nuovo, tra stupita e compassionevole.

Sulla porta del casamento, innanzi alla quale aspettava la carrozza con cui era giunta Morella, Mariano si scoperse il capo e salutò la giovane, che metteva il piede sul predellino.

– Arrivederla presto, signora! – disse inchinandosi profondamente. – Ciao, Enzo!…

E cacciate le mani nelle tasche della giacca, col bastone ricurvo appeso all’avambraccio sinistro, la sigaretta pendente dal labbro inferiore, se ne andò fischiettando.

XVIII.

Arrivata a Milano quel lunedì con Lorenzo e la cameriera, Morella era scesa in via Bigli, ove il suo appartamento l’aspettava ancora intatto, mentre già Lorenzo abitava e dormiva fuor di porta.

Aveva visitato subito la casa nuova e aveva finito presto, perchè all’infuori delle camere che Lorenzo aveva fatto addobbare per sè, nulla era pronto, nulla era stato toccato.

Da sola, girando Milano con la vettura, in poche ore lanciò un manipolo d’operai nella casa per ripulire, far gli impiantiti, ornare, tappezzare; corse in certi negozi di stoffe e di parati, e diede commissioni precise; passò un istante da suo padre per domandargli qualche consiglio e vedere qualche modello.

E poco dopo mezzogiorno faceva la sua apparizione tra i formaggiai della cui presenza non era punto impacciata, e andava a prender Lorenzo, il quale nel frattempo aveva telefonato a Edoardo per invitarlo a colazione al caffè dei giardini pubblici. Morella era lietissima.

Amava così gelosamente la sua Milano, ne viveva con tanto piacere la vita, ne sentiva il tumulto, la febbre, la superbia, l’ardire, la supremazia con tanta acutezza e con tanta gioia, ch’ella vi sarebbe rimasta anche nei mesi più caldi senza soffrirne; e solo in omaggio alle consuetudini, passava quattro mesi ogni anno a Villa Mora, dai primi di giugno agli ultimi di settembre. Ma ogni volta che per capriccio o per necessità ritornava a Milano, era contenta.

Le pareva che sempre, in tutte le stagioni dell’anno, Milano fosse bella; bella d’una sua bellezza speciale, non fatta d’arte e di monumenti e di dorate patine preziose e d’impareggiabili edifici, ma di forza e di prepotenza, di movimento e di fretta, e d’una volontà gagliarda, a formar la quale concorrono la riflessione e l’audacia.

Figlia di quel Tito Bardi che aveva accumulato un patrimonio con infiniti sacrifici d’ogni giorno, e circondata poi da uomini che lavoravano con tenacità e vivevano con la larghezza di chi ha guadagnato e sa di poter guadagnare, Morella si compiaceva dell’espressione formidabile della sua città, nella quale erano e lusso e ricchezza, e poesia e pazienza, e pratica e sogno.

Aveva visitate altre città in diverse occasioni o con i parenti o con Lorenzo, ammirandole e sentendovisi perduta e timorosa; ne guardava la bellezza così diversa, sapiente e delicata, non osando confessarsi che desiderava tornarsene alla sua città. Era di quella schiatta di milanesi che vivono e muoiono a Milano e che in Milano vedono tutto un mondo, hanno tutto un mondo.

Ma alla somma di sentimenti ordinari, ch’ella non poteva analizzare, un nuovo s’era aggiunto quel giorno, e li soverchiava tutti: il piacere di rivedere Edoardo, la speranza di passar con lui qualche ora, da sola a solo, con qualche pretesto che certo sarebbe riuscita a trovare.

Non appena furono in carrozza, e la carrozza fu lontana dal quartiere, Morella disse risolutamente, guardando Lorenzo:

– Bisogna restituire quelle quindicimila lire a Mariano!…

Lorenzo sbarrò gli occhi stupefatto, soffiando.

– Quindicimila?… restituire?… – egli ripetè. – Che cosa ti sogni?

– Non sogno. Hai udito quel che ha osato dirti in faccia il Frigerio? Ti rimprovera d’avergli comprata la casa a un prezzo troppo basso.

Lorenzo, se la carrozza scoperta non avesse percorso strade popolose, avrebbe certo fatto qualche gesto brusco; ma si rattenne a fatica e volgendosi con tutta la persona verso la donna, rispose vivamente, adoperando una frase abituale:

– Tu devi essere matta. Con le tue idee, non ci sarebbero più a questo mondo nè vendite nè compere. Mariano ha venduto con contratto regolare la sua casa per le venticinquemila lire che io gli ho snocciolato. E ora devo dargliene altre quindicimila, come regalo, perchè egli fa intendere che è pentito dell’affare? Non discorriamo di cose delle quali non capisci nulla….

– E tu credi ch’io vivrò in una casa comprata in cotesto modo? – fece Morella freddamente.

– A che modo? al modo di tutti; comperata comperandola, ecco; cioè, il proprietario chiedendo quaranta, io offrendo venti, e ambedue accordandoci per venticinque…. C’è qualche cosa di disonesto?… Non vedo…. Secondo te, si compera dando più di quel che chiede chi vende?… Ti ripeto di non parlar di cose che non ti riguardano….

Morella non parlò più, infatti; e passando con la carrozza per via Torino, per piazza del Duomo, per via Manzoni, sogguardava i negozi conosciuti, la gente che si recava a mangiare, stipata nelle vetture del tram, curva sulle biciclette, frettolosa per la strada. Risalutava la sua Milano, affocata e sonnolenta, e tuttavia costantemente operosa.

– Restituire! – esclamò d’un tratto Lorenzo, il quale aveva seguito e ruminato per tutto quel tempo il suo pensiero. – Certi spropositi fortunatamente non li dici che a me; perchè se ti udisse qualcuno che non mi conosce, crederebbe ch’io abbia rubato quindicimila lire a quell’imbecille di Mariano…. Imbecille veramente no; sa con chi parla; ha capito subito che a te poteva tirar la frecciata, e tu te la sei lasciata accoccare…. L’imbecille non è lui….

– L’imbecille sono io? – domandò Morella sorridendo con indifferenza.

– Pigliala come vuoi! – rispose Lorenzo.

E quando la carrozza, dopo avere percorso via Manin e parte del bastione di porta Venezia, si fermò all’ingresso dei giardini pubblici, egli concluse:

– Spero che non ripeterai queste stupidaggini a Edoardo. Eccolo qua.

Edoardo, avvicinatosi in quel punto alla vettura, stese la mano a Morella per aiutarla a discendere. Si fissarono negli occhi e si sorrisero.

– Siamo in ritardo? – chiese Lorenzo mentre pagava il vetturale.

Dando la mano a Morella, serrandola tutta in uno sguardo, aspirandone l’odore della pelle bruna, Edoardo ebbe la sensazione precisa di quel corpo di donna duttile, fresco, fragrante, sotto la veste immacolata.

– Dicevo se siamo in ritardo? – ripetè Lorenzo, raggiungendo gli altri che si avviavano al padiglione del caffè. – Stai a guardare mia moglie come tu la vedessi per la prima volta!

– Ah! – esclamò Edoardo con un sussulto. – Sì, siete…. No non siete in ritardo…. Guardavo la tua signora. Infatti! Mi pare nuova.

Morella ruppe in una risata, a quella bizzarra espressione.

Era nuova per lui; andava incontro a una vita nuova con decisa e gaia fermezza, e nulla poteva esserle più gradito in quell’istante che lo strano elogio sfuggito irresistibilmente alle labbra di un uomo, ch’ella aveva scelto e soggiogato col suo spirito imperioso.

Edoardo, dal canto suo, preso nel turbine, se ne allietava. Quella stessa mattina, ricevendo l’invito di Lorenzo che gli annunciava per telefono anche l’arrivo di Morella, aveva capito; e ricordate le ultime parole di lei a Villa Mora, “Non voglio che parta…. Si fermi a Milano…. la vita può anche non essere pesante”, s’era detto ch’ella veniva a Milano per darglisi.

Non ebbe sguardi per Lorenzo. Era l’amico di ieri, l’uomo che gli si era affidato ciecamente nelle ore più tristi e più difficili del suo cammino, l’uomo ch’egli aveva fatto trionfare? Non ricordava più nulla, non lo vedeva più…. Una bruma densa aveva improvvisamente circondato Lorenzo, lo aveva allontanato per sempre dall’animo di Edoardo, togliendo a questi ogni ricordo d’affezione e di consuetudine.

Così Morella ed Edoardo, allegri per un’allegria nervosa che si conteneva a fatica, chiacchierarono e risero tutto il tempo della colazione; Lorenzo era più grave, ma sorrideva di sovente, ed ascoltava.

Non c’eran che quei tre sulla terrazza del caffè Montemerlo, chiusa tra il verde smagliante del prato e il più cupo degli alberi. L’antico caffè era caro alla giovane. Poco frequentato la mattina, bizzarro con quella insolita forma somigliante a un’immensa tenda, con quelle nicchie occupate da divani e da tavole intorno alle quali il più delle volte sedevano a colazione coppie d’innamorati, rammentava a Morella giorni lontani della sua fanciullezza.

V’era venuta spesso col padre, dopo aver giocato insieme ad altre bambine sullo spiazzato ch’era innanzi al caffè, dalla parte opposta della terrazza, presso la rotonda della musica; e con loro veniva anche “Bluff” il piccolo compagno della fanciulletta, chiassoso e paziente, che non appena sedevano innanzi al tavolino intonava una violenta dimostrazione di gioia e di plauso, abbaiando furiosamente fin che Morella non gli avesse dato un grosso biscotto.

C’era molto silenzio, là intorno, e una bella pace. Vi venivano così i piccoli borghesi, che gettavan briciole ai passerotti saltellanti presso i tavolini della terrazza, come vi si davan convegno i ricchi. Non c’era mai ressa; per parlar d’amore e di confidenze, per leggere, centellando una bibita fresca, per oziare e vagar col pensiero, per avere un’ora di calma tra le molte ore fragorose della vita milanese, Montemerlo era stato edificato apposta.

E questo senso di tranquillità, quasicchè il tempo scorresse là più lento e più mite, era per Morella rispecchiato nella persona del capo cameriere; un vecchio dritto e adusto, ch’ella aveva veduto sempre in tutti i ventisei anni di sua vita e aveva udito sempre rimpiangere la sua Venezia; egli conosceva lei come tante altre signore giovani cresciutegli sotto gli occhi, dai giorni in cui erano apparse al Montemerlo accompagnate dalla nutrice, ai giorni in cui v’erano andate con la famiglia e col fidanzato, e poi col marito e coi figlioli.

Morella raccontava tutto questo rapidamente, gentilmente, guardandosi attorno e sgretolando coi piccoli denti uguali, tra una portata e l’altra, un certo pane dorato e crocchiante che le piaceva.

Edoardo notò con maraviglia che gli occhi di lei s’eran fatti d’un colore avana più brillante, quasicchè la luce fosse cresciuta d’intensità; ne seguì i gesti, lo sguardo, le movenze, ne osservò via via la bocca, le mani, il busto agile, ed ebbe l’illusione che i veli onde è difesa e protetta ogni giorno la donna dalla nostra curiosità concupiscente, fossero per lui caduti; egli vedeva, nettamente la femmina trepida ed eccitante, e le sentiva intorno un profumo acuto, un’atmosfera infuocata, quasi creata dal torrido desiderio che lo turbava fino in fondo al cuore.

Poi si volse a Lorenzo, il quale, ascoltando le chiacchiere graziose di Morella e interloquendo di tanto in tanto, l’aveva fissata più volte, e non aveva rilevato nulla, perchè i suoi nervi eran calmi. E notando che tra loro due, ubbriachi di desiderio impaziente, l’amico mangiava fiducioso e ignaro, attardandosi nell’onesto e ingenuo diletto della tavola, Edoardo fu punto dal rimorso, e gli parlò di quel che più poteva distrarlo, di affari, supplicando Morella con un’occhiata, perchè lo perdonasse della noia che doveva infliggerle.

Finalmente si levarono, mentre il vecchio cameriere s’inchinava, e Morella lo salutava con un sorriso. A piedi raggiunsero il corso Venezia; e detto a Morella che sarebbe andato a prenderla verso le otto in via Bigli, per il pranzo, Lorenzo aggiunse:

– Tu l’accompagni?

– Se alla signora non dispiace, – rispose Edoardo, – posso tenerle compagnia un poco.

– Sì, mi accompagni; devo fare ancora diverse compere, e lei mi consiglierà. Addio, Enzo!

Lorenzo Moro fermò una carrozza, vi salì, ripartì per il suo quartiere di porta Ticinese.

Nulla di più familiare a Morella e ad Edoardo della bianca e ampia strada ch’era il corso Venezia, quasi deserto a quell’ora sotto il sole folgorante, coi palazzi dalle finestre chiuse; e tuttavia sembrò a entrambi che avesse quel giorno un aspetto inusato, che stendesse loro le sue interminabili braccia e li guidasse con la sua linea rigida.

– Andiamo davvero a far compere? – mormorò Edoardo quasi sottovoce.

Morella che camminava a testa bassa, riparandosi con l’ombrellino candido, volse il capo e rispose semplicemente:

– Come vuole.

– Cammina molto adagio, lei! – osservò Edoardo sorridendo, con un tremito nella voce.

Ella allungò il passo, obbedendo.

– Sa dove abito io? – riprese Edoardo.

– Sì, – fece Morella, – In via Monte Napoleone.

– Al secondo piano d’un gran palazzo, – continuò Edoardo, – ove sono agenzie assicuratrici, studii d’avvocato e una modista al terzo. Il portiere non arriverebbe a tener d’occhio tutti quelli che salgono e scendono. E per questo, non c’è….

Morella non rispose.

Pensò che alla mattina aveva sperato in qualche pretesto per trovarsi da sola a sola con Edoardo, mentre ora tutte le cose si svolgevano pianamente, alla luce solare, con una infernale semplicità; e sorrise, dentro, della sua imperizia.

Seguitò a camminare a testa bassa lungo quel corso Venezia interminabile e accecante, col lastrico che abbruciava. Quando ne furono a capo, ella fece per attraversare, entrando nel corso Vittorio Emanuele; Edoardo l’avanzò d’alcuni passi, obbligandola a piegare per via Monte Napoleone.

Morella sentiva nelle orecchie un ronzìo insistente, come se il sangue fosse affluito tutto alla testa; e un battito in gola e un palpitare spasimoso del cuore.

Vide che Edoardo si toglieva il cappello salutando qualcuno, con un’apparenza perfetta di calma; poi Morella entrò nel grande arco d’una porta, ai cui lati eran numerose targhe d’ottone. Salì una scalinata, a sinistra, mentre Edoardo la precedeva rapidamente.

Nessuno per le scale.

Passò il limitare. Le persiane eran chiuse, e una frescura squisita le alitò in faccia.

Ritta in quella penombra, senza una parola, fu ghermita a un tratto per il busto come una preda lungamente bramata e lungamente bramosa, stretta, avvinta, piegata sui ginocchi.

Ed ebbe e rese un bacio così furibondo tra rantoli sommessi, che le bocche ne sanguinarono agli angoli, con un filo di sangue vivido e caldo.

XIX.

Mariano Frigerio s’era ridotto a vivere in due camere di via Passerella; due camere scarsamente illuminate, che per la qualità dei mobili e dei gingilli davan piuttosto idea d’un magazzino che non della dimora d’uno scapolo scioperato.

Eran quelli gli avanzi d’un lusso e d’un gusto, i quali dopo il fallimento di Mariano, più non s’eran potuti manifestare; egli aveva raccolto là tutto quanto gli era riuscito di togliere alla sua casa prima di venderla, senza impoverirla troppo.

E così nella camera da letto, sopra il camino marmoreo il cui frontale, ornato da un festone, due donne dalle poppe tumide sostenevano ai lati, eran posati vasi d’antica porcellana cinese, fondo nero a rabeschi d’oro, di bellissimo effetto, e una pendola settecentesca, la cui svelta linea ad anfora era interrotta da due serpenti che scendevan pei fianchi e s’inanellavano intorno al quadrante, e tabacchiere dorate, incrostate di pietre, ornate di miniature.

Nel mezzo della camera, un cassettone di mogano, semplice e snello su quattro colonnette, ornato da bronzi e fasce a treccia, dorati e cesellati; e tra le due finestre, capace, soffice, voluttuoso, un letto veneziano col padiglione che le colonne scanalate a piedi di leone sorreggevano.

Poi, in un disordine indescrivibile, coppe e candelabri e piatti e parafuoco e piccoli bronzi e piccole porcellane rappresentanti quasi tutti amori e amplessi, e poltrone di stile, e seggiole rusticamente e ingenuamente scolpite…. Oggetti comperati all’incanto, in diverse occasioni, prima per capriccio, poi più frequentemente per trafficarne quando se ne fosse presentato il destro.

Mariano viveva in quella camera e nell’altra, che aveva preso il nome di salotto, forse perchè letti non ve n’erano, ma che come la prima, sembrava un magazzino disordinato di cose disparatissime, alcune assai pregevoli, altre senza merito d’arte nè valore, se non quello d’esser comode, come certe poltrone e un divano di cuoio, che Mariano aveva definito “arredamento per pancioni”.

Da quando una sua amica per isbadataggine aveva rotta una coppa di cristallo estrosamente decorata con una fascia d’oro chiudente un volo di civette, egli non voleva più donne per casa. Ma andava a cercarsele in un certo caffè poco lontano.

Era un caffè servito da “chellerine” graziose col loro abito nero, il grembiale bianco, e la cuffietta di trine. Mariano aveva per amante la più giovane, Stella Bonaretti, già esperta, a diciott’anni, d’uomini e d’amori, ignorante d’ogni altra cosa, e allegra, scaltra e qualche volta infantilmente sciocca.

Una sera le aveva detto, a guisa di madrigale:

– A voi, cara mia, si potrebbe scrivere sulle spalle: “Non toccare. Pericolo di morte”.

– “Non me lo dichi!” – ella esclamò con la espressione canzonatoria delle ragazze plebee milanesi. – Che cosa significa?

– Significa che voi siete una fanciulla, la quale può dare brividi e morte….

– La donna elettrica, per la fiera di porta Genova, – spiegò Stella a sè medesima.

Ma considerando che tra quei frequentatori o rovinati o loschi, Mariano figurava come gran signore e uomo d’alta levatura, non gli oppose che la resistenza sufficiente a fargli capire che non era una ragazza da strada, e quando s’accorse ch’egli n’era tanto persuaso da esserne annoiato, si lasciò prendere volentieri.

Egli fu del resto gentile, e le fece più regali di roba e di denaro ch’ella non avesse mai sperato; perchè Stella Bonaretti, figlia al portinaio d’una casa di via San Giovanni sul Muro, era modesta e discreta, e godeva ad essere invidiata dalle compagne.

Mariano, anche, non aveva carattere difficile; accolte con benevolenza le promesse di fedeltà cieca, si contentava che l’amica non lo tradisse coi frequentatori del caffè. Non ne era geloso, non intendeva toglierla al suo mestiere, “leggero in tutti i sensi” egli diceva; e quando la voleva in ore di servizio per suo capriccio o per condurla a teatro o a una festa di ballo, pagava la multa al proprietario del caffè.

Tra quella piccola gente, giocatori a mal partito, eleganti d’altri tempi, figli di famiglia che frequentavan le “chellerine” per farsi un’esperienza, Mariano godeva considerazione grande; sapeva prestar qualche denaro e dimenticarsene; ciò gli era utile per negare a mano a mano il credito a tutti i suoi amici, che non avevano pagato il debito precedente.

E passava gran parte della giornata in quel caffeuccio, tra le gonnelle delle ragazze, sbadigliando innanzi a una tazza di birra, raccontando e inventando avventure della sua vita, dando del tu a tutti, interessandosi alle imprese ridicole dell’uno, ai dolori sentimentali dell’altra, leggendo le lettere che gli ammiratori scrivevano a questa o a quella “chellerina”, uscendo, tornando, attardandosi a pranzare con Stella, chiamando a convegno in quel caffè le persone rispettabili che gli eran rimaste amiche, giocando a domino con un vecchio brontolone, facendo da protettore e da consigliere, indifferente e paterno, con quel sarcasmo ora nella voce ora nella parola, da cui non sapeva dipartirsi neppur quando era sincero.

La vendita della casa gli aveva rifornito il portafoglio, e alla sua amante era toccato in regalo un paio d’orecchini preziosi, che avevano aumentato il prestigio onde l’uno e l’altra erano circondati.

Stella lo amava seriamente, ormai; gli era veramente fedele; e questo fatto inatteso lo aveva percosso di stupore prima, e poi lo aveva inquietato.

Ma si lasciava trascinare, divertendosi a vedere sconfitti e respinti gli uomini e i ragazzi che tentavano di portargli via la fanciulla, la quale, tutta elegante e profumata, andava facendosi veramente appetibile.

– Purchè non sia feconda! – pensava Mariano, guardandola di traverso, quando ella dormiva coi capelli neri sparsi sul guanciale e la bocca socchiusa. – La portinaia di via San Giovanni sul Muro ha pure avuta una figlia, che è questa; speriamo che questa la pensi diversamente da sua madre.

E teneva la ragazza in un’apprensione continua, avvertendola che “se fosse stata feconda” l’avrebbe piantata subito.

– Ti figuri che bel farabutto nascerebbe da una “chellerina” e da un gentiluomo? Mi par di vederlo…. E poi in tesi generale, nulla è più vile e animalesco della fecondità….

Stella Bonaretti lo guardava intontita, i grandi occhi castagni sbarrati, per capir bene quel ragionamento di cui non aveva mai udito l’uguale.

– Io non sono una mosca; sono le mosche, che lasciano sporco dove passano…. Io non voglio lasciar nessuna porcheria dietro di me…. Siamo intesi?… Non farmi un “chellerino” perchè sono capace di gettarlo dalla finestra….

Questo sermone fu snocciolato una notte in cui Mariano era più nervoso e malcontento del solito; per affezione e per degnazione, consentiva qualche volta ad accogliere Stella in casa sua e a lasciarla dormire nel letto veneziano capacissimo.

Ma la mala ventura di quell’altra, che aveva spezzato la coppa col volo delle civette, stava sempre in mente a Stella, la quale camminava guardinga e timida, spogliandosi con mille precauzioni per non urtare del gomito le altre coppe, per non dar del piede in qualche porcellana che giaceva a terra, per non muovere nemmeno l’aria.

Quella notte, Stella s’era seduta in un angolo, sopra una seggiola alla Savonarola, e perchè quasi ignuda, stava per coricarsi e Mariano ancora vestito non finiva il suo discorso, ella s’era gettata sulle ginocchia un drappo rosso e aveva posato i piedi con cautela sopra una pelle di tigre, della quale sentiva con piacere il pelo liscio sotto le piante.

E così ascoltava, guardando ora Mariano, ora i bronzi fàllici, ora il letto prezioso, non sapendo tra tutte quelle cose quale incutesse maggior paura e maggior rispetto; e annuendo col capo alle parole o alle frasi che per esser più difficili le sembravano più importanti.

Non era la prima volta che Mariano la minacciava; minacciandola, l’aveva a poco a poco ridotta umile e docile; e se ne irritava, perchè gli sembrava che con tanta bontà, con sì devota affezione, ella cercasse di crearsi un diritto e di portarsi più in alto per non essere cacciata…. E la minacciava anche peggio; cosicchè la ragazza era terrorizzata dall’idea di spiacergli, e viveva come camminava in quella strana camera da letto: in punta di piedi, sbirciando a destra e a sinistra, tremando sempre di rompere qualche cosa, la coppa o l’amore, l’incanto o la pendola, il sogno o la porcellana cinese.

Mariano s’era fatto più bisbetico il giorno in cui, imbattutosi in Morella Moro, che andava a prender Lorenzo, aveva udito quella voce vellutata pronunciare il nome del Falconaro:

– “Andiamo?… Falconaro ci attende!”

E gli occhi di Mariano avevano avuto un guizzo di luce e la sua mente un lampo d’intuizione.

– Hai capito? – s’era detto. – Hai udito?… Falconaro; Falconaro dappertutto…. Questa bella donna è la sua amante; o lo diventerà, se non lo è ancora…. Adesso mi spiego perchè Edoardo aiutava Lorenzo; gli gettava l’oro negli occhi, invece della polvere; e come interesse gli ha preso la moglie. Lo aiuta e lo fa becco…. Ed è carina; per Dio, se è carina!… Proprio il tipo che piace a me; magra, bionda, vibrante, superba; una di quelle donne intelligenti e orgogliose che son capaci di tutto…. Falconaro ha i quattrini e le femmine eleganti e intelligenti; io ho dei debiti e la figlia della portinaia, quel tremendo empiastro che non so più come levarmi di dosso…. Purchè non sia feconda!… Falconaro se ne può ridere, lui…. C’è il papà pronto; quel caro Lorenzo!… Per Dio, che idiota quel Lorenzo!… Egli crede ancora adesso che Falconaro gli abbia prestati tanti denari solo per farlo diventare il Napoleone del burro, come se il burro importasse molto al Falconaro…. Non s’è avveduto, no, che intanto il Falconaro gli portava via l’altro burro; e che bel burro, e che burro tenero, e che burro gustoso!… Povero Lorenzo!… Stava a sbuffare e a sudare nel magazzino, tra quella canaglia pericolosa del suburbio, e la moglietta tutta bianca veniva a prenderlo per passare un’oretta col Falconaro, col solito Falconaro, col troppo solito Falconaro!… E lui a portare il lume, intanto che gli altri due se la saranno intesa, coi piedi e con le mani, sotto la tavola!… E se glielo dicessi?… Se glielo facessi capire?…

Questa idea, venutagli di traverso, repentinamente, gli troncò netto il soliloquio; ed egli seduto al caffè, dopo colazione, in quel medesimo giorno, in quella medesima ora in cui Morella si lasciava possedere con sì cieca bramosìa da Edoardo, rimase a guardar fuori, nella zona d’ombra proiettata dalla tenda ch’era innanzi al negozio, e fissò a lungo, senza vederlo, il marciapiede.

Mandare al diavolo Morella, Edoardo, Lorenzo, impedir gli amori di quei due, creare una catastrofe dove era la pace e forse la felicità, gli pareva impresa degna di lui. Bisognava pur vendicarsi di qualcuno….

– Dirglielo; farglielo capire…. Ma che so io?… Che posso dirgli?

– Desideri ancora qualche cosa? – domandò Stella sollecita, venendo presso il tavolino.

– Che posso fargli capire?… Io non so nulla: io ho capito perchè ho la scintilla del genio, e perchè nel mio sistema due e due fanno quattro…. Ma quel disgraziato appartiene alla famiglia degli ignoranti che vogliono le prove; il suo naso non ha fiuto….

– Desideri ancora qualche cosa? – ripetè Stella, facendoglisi più vicina.

Egli guardò la ragazza, la quale gli stava di fronte, tutta linda, un bel grembialino a fiori sopra la veste nera, una borsetta pendente al fianco da una cinghia di cuoio a tracolla. E sorrideva un po’ incerta, un po’ timorosa, mostrando tra le labbra socchiuse i denti bianchissimi.

– Tu mi sembri un manifesto pel Cacao! – egli disse squadrandola, – Io me ne vado; non desidero altro che d’andarmene e di non essere annoiato.

– Sei di cattivo umore, caro? – domandò Stella con voce flebile.

– Per Dio!… Che scoperta!… Sono di cattivo umore; è evidente. Un uomo che parla come me, è di cattivo umore; se ti getta un piatto in faccia, è di umore pessimo; se ti prende a revolverate è intrattabile…. Io non sono una mosca….

Egli aveva osservato che quando le rammentava di non essere una mosca, la ragazza si rattristava subito; o che l’argomentazione le ricordasse la notte in cui le aveva parlato della fecondità, minacciandola di abbandonarla se gli avesse fatto un “chellerino”, o che per la sua stravaganza la frase le paresse più infida e temibile. Epperò Mariano, per farla tacere usava spesso ricorrere al paragone della mosca, il quale aveva il potere di allontanarla.

Stella si allontanò in fatti, chetamente a capo basso; e Mariano afferrò il cappello e uscì, per riprendere e concludere la sua meditazione sul “dirglielo o farglielo capire”.

Ma non ne concluse nulla, nè quel giorno nè i giorni di poi.

Seppe da Lorenzo tra una parola e l’altra che Morella veniva a Milano tutte le settimane, dal lunedì al giovedì, ed era molto affaccendata ad ordinare la casa; e Mariano volle vedere la casa sua e gli abbellimenti e le mutazioni, non sapeva forse egli stesso che cosa; gli pareva che una visita alla sua dimora antica dovesse fargli piacere.

E un giorno vi andò, nell’ora in cui per solito gironzava sul mercato o s’indugiava a chiacchierare con Lorenzo.

XX.

Quella sua casa lo tirava a forza, come roba perduta per sempre, gettata per capriccio e rimpianta invano. E la guardò di fuori; era tuttavia dipinta in giallo, e aveva tuttavia le persiane verdi; ma rinfrescati l’un colore e l’altro e, gli pareva, in tono più smorto. Dal muricciuolo di cinta, spiccavan su gli alberi che gli erano amici e che solo pochi mesi addietro lo riparavano alla loro buona ombra.

Entrò, e diede un’occhiata alla vasca dalla proda in terra cotta tutta coperta d’edera; e ai pesci dorati, suoi amici come gli alberi.

Andò innanzi, varcò la soglia della casa.

A sinistra s’apriva la sala da scherma, che un giorno era stata un vasto salotto; e a destra eran due camere, per l’alloggio del portiere e della sua famiglia.

Il portiere era un facchino di Lorenzo, un vecchio caporal maggiore di cavalleria, aitante della persona, fedele, e poco incline alla chiacchiera. Si chiamava Adelmo e conosceva bene Mariano, da quando Mariano aveva capitanata la guerra dei mercanti contro Lorenzo.

Alla scala, i cui gradi erano interamente coperti da un molle tappeto, era stato tolta la vecchia ringhiera e messa una nuova, dai balaustri semplici ed eleganti in ferro battuto. All’uno e all’altro lato eran due brevi e tozze colonne di marmo venate di rosso, sopportanti grandi vasi di color cupo, con piante verdi. E lungo la parete su pel giro della scala, eran quattro pannelli di cuoio lavorato, rappresentanti Europa, Africa, Asia, Oceania.

– E non c’è l’America? – osservò Mariano al portiere che l’accompagnava. – Eppure è stata scoperta già da qualche anno.

Adelmo non rispose che sorridendo, e salì a precedere il visitatore.

– Chi ha fatto queste novità? – chiese Mariano.

– La signora. Ha cambiato e sta cambiando tutto….

– Viene spesso qui?

– Viene una volta o due la settimana, ma per pochi minuti, a dare un’occhiata. Sono io incaricato di sorvegliare e di fare eseguire gli ordini.

Mariano si fermò a metà della scala, sorpreso.

Come mai? Lorenzo gli aveva detto che Morella veniva in città e vi si tratteneva dal lunedì al giovedì per preparare la casa; e in casa non si faceva vedere che pochi minuti, una o due volte la settimana! Dove passava il suo tempo? Che cosa faceva a Milano, se non era là, tra gli operai e i fornitori?

Ma Adelmo aveva seguitato:

– Oggi verrà, forse. L’aspettavo ieri, ma non si è vista.

– Falconaro, Falconaro, Falconaro! – borbottò Mariano tra i denti.

Al primo piano era una larga anticamera, ancora nuda, a cui seguivano un salotto e la sala da pranzo. A destra l’appartamento di Lorenzo; a sinistra, di Morella.

Mariano riconobbe il suo piano a coda, la tavola rettangolare intarsiata di madreperla, i divani coperti di broccati d’oro a fiorami rosei; e vide per la camera di Morella altri mobili nuovi in istile di Luigi XIV, uno stile che a lui era insopportabilmente sgradevole. Le porte erano state ridotte ad arco e le sopraporte cambiate per dare carattere all’appartamento.

– Ma se ha deciso di far tutto in questo stile, – non potè trattenersi dall’osservare Mariano, – la tavola intarsiata e i divani e anche codesto piano non vi potranno entrare.

– Non lo so, – rispose Adelmo. – Il piano e la tavola e i divani, la signora non li vuole….

– È giusto.

– E non li vuole neppure il padrone, perchè dice che non suona il piano, lui, e che tutto il resto è troppo ricco.

– È giusto, – ripetè Mariano. – Non li vuole nessuno; potrebbero restituirmeli….

Si avvicinò a’ suoi mobili, passò la mano dolcemente sulla superficie levigata e specchiante del piano, e borbottò:

– Povera roba!…

– Questa è la camera da letto della signora, – continuò Adelmo, spingendo i battenti d’una porta al termine del corridoio. – Non è ancora finita.

Morella aveva scelto la camera ch’era stata un giorno di Mariano; la più chiara, la più tranquilla, con le due finestre prospicienti il giardino, come a Villa Mora; ma mentre quella, in istile Impero, era tutta intonata a un verde pallido, questa aveva la tappezzeria color di lilla, su cui spiccava violentemente il fondo cremisi del letto; un letto dalla ricca testiera, con grande baldacchino e coltrine pesanti di velluto pur cremisi trattenute da larghi nodi intrecciati d’oro. Una balaustra di legno scolpito chiudeva il rialzo su cui il letto posava, fiancheggiato da due poltrone col fondo uguale alla tappezzeria.

A terra Mariano vide ancora anfore di marmo decorate in bronzo dorato, e torciere in legno scolpito con putti di sostegno; e in un angolo la pelle bianchissima d’un enorme orso.

– Qui bisogna mettere le sopraporte, – spiegava Adelmo, – e far le pareti a riquadri, coi medaglioni per ogni riquadro, e festoni lungo lo zoccolo….

– Ma ci vorrà un anno a preparar tutto questo! – interruppe Mariano. – E frattanto dove abita e dove dorme?

– Nel suo appartamento di via Bigli, – rispose Adelmo. – Lo ha conservato quasi intatto; questa è tutta roba nuova.

– Quattrini a fiumi, – mormorò Mariano. – E spesi male. Io Luigi XIV lo avrei mandato al patibolo più volentieri di Luigi XVI, per il suo stile. Ma qui c’era una porta….

S’era fermato innanzi all’arco che dalla camera di Morella conduceva in una cameretta, la quale in altri tempi aveva servito da spogliatoio e da bagno.

– La signora l’ha fatta togliere, – disse Adelmo, – perchè desidera che le due camere siano in comunicazione diretta, senza usci; e pel bagno destinerà l’altra camera, quella che prima serviva da studio.

– In comunicazione diretta? – ripetè Mariano. – O con chi deve comunicare, se nessuno dorme là? Che intenda mettere Lorenzo in questo camerino?

– Il padrone ha per sè l’altro appartamento – rispose Adelmo.

– Ma questa è una canestra, – seguitò Mariano guardando nella piccola camera. – E sarà stile Luigi XIV anch’essa, naturalmente. Han già mutato il soffitto…. Grazioso, però…. Sembra il cielo…. Sembra il cielo d’una culla….

Si battè la fronte, percosso da un’idea, che la parola stessa gli aveva suggerito. Non poteva essere altrimenti; quei preparativi di comunicazione diretta, con un personaggio ancora sconosciuto eran chiari.

– È incinta, – pensò Mariano. – Dopo Luigi XIV, il marmocchio! In verità, tutte le donne si somigliano, e almeno Stella non conosce per Luigi che il guattero del caffè. Non è XIV, ma puzza bene di risciacquatura…. Oh guarda, è incinta!… E quel bravo Lorenzo sta in magazzino a sforacchiare il formaggio….

Adelmo gli mostrò ancora il salotto e la sala da pranzo, che aveva visto prima alla sfuggita; ma il Frigerio ormai era stufo. Quella profusione di denaro lo irritava; parecchi oggetti ch’egli aveva scorto qua e là, come un certo cofano le cui decorazioni mirabilmente sobrie incorniciavano una allegoria della guerra e della pace, e un certo specchio antico in quercia scolpita e dorature, avevano un pregio straordinario, e non dovevano servire che al capriccio forse fuggevole di colei che Mariano credeva amante di Edoardo.

In altri tempi, non angustiato dal bisogno di denaro e non avvilito dall’amore d’una donna comune, egli avrebbe gustato quel lusso; ma ormai ad ogni passo si sentiva obbligato a un confronto tra la vita ch’egli conduceva e la vita di colei che, se non era l’amante di Edoardo, era pur sempre la moglie di Lorenzo, del suo competitore vittorioso.

Al quale in un momento di pressa e di panico, di bisogno e di debolezza, aveva venduta la casa, rimettendovi quasi un terzo del valore, come poco prima gli aveva venduto un cavallo a prezzo disperato.

E la sua casa, con quell’invasione di Luigi XIV, era irriconoscibile…. Egli l’aveva amata, la sua casa, come aveva amato quei mobili, che nessuno più non voleva; e se ne uscì a passi corti, a testa bassa, meditabondo, voltandosi a guardare la facciata modesta e graziosa e a seguir con gli occhi l’ondulamento lento delle vette de’ suoi alberi.

– Vengo da te questa sera? – gli domandò Stella, quand’egli comparve al caffè per l’ora di pranzo.

– Senza dubbio, – egli rispose, – ti aspetto.

Mangiò con appetito eccellente, e raccontò parecchi aneddoti, facendo sbellicar dalle risa gli amici che sedevano agli altri tavolini.

Poi sul tardi se ne andò a casa ad aspettare Stella.

Fischiettava, uscendo, con le mani nelle tasche della giacca, il bastone ricurvo appeso all’avambraccio sinistro, la sigaretta pendente dal labbro inferiore.

Stella giunse dopo mezzanotte, felice per l’ameno carattere dell’amico e per la bella nottata che si riprometteva in quel capace letto veneziano, il quale le ispirava un’ammirazione sconfinata.

Ma nel varcar la soglia inciampò in qualche cosa; e con un brivido di terrore pensò che doveva essere qualche cosa di ben fragile, perchè la punta del suo piedino l’aveva mandato a rotolare in un angolo, dove risonò un orrendo tintinnìo…. Era una coppa, non poteva essere che una coppa, forse con un volo di civette….

E vedendo che Mariano si drizzava in piedi, ella non ebbe il coraggio d’aspettar la tempesta; volse le spalle, richiuse l’uscio, corse giù per le scale, si buttò fuori….

Mariano fischiettando andò a coricarsi solo, con un sospiro di soddisfazione, nel letto capace, soffice, voluttuoso.

XXI.

Quando rimanevano a Villa Mora, nei giorni in cui Morella si recava a Milano, Isidora e Federico rifacevano la vita degli innamorati, come fossero tornati appena dal viaggio di nozze.

Essi non avevano che a interrogare il loro cuore senza ombra per trovare ancora qualche tenerezza delicata da amanti che non conoscono segreti; e avveniva loro di rincorrersi puerilmente per i viali del giardino, di farsi la guerra coi frutici degli abeti e dei pini, e di cader l’una nelle braccia dell’altro, o di fingere l’una d’esser presa tra i pruni in aperta campagna perchè l’altro accorresse a liberarla e le desse molti baci minuti sui capelli e sul collo.

Ambedue eran tuttavia dolenti per lo spettacolo della freddezza quasi ostile tra Morella o Lorenzo, i quali si parlavan di rado e parevano decisi a non riaccostarsi. Isidora dava la colpa di quell’insanabile dissidio a Lorenzo, che non capiva e non era fatto per capire sua moglie; laddove Federico addossava la colpa a Morella, che non si lasciava capire e si ostinava a fraintendere atti e parole e intenzioni di suo marito.

Morella era, del resto, così sfrenatamente allegra, che i suoi occhi avana somigliavano per la luce alla pietra venturina sfavillante di puntine d’oro. Era così volonterosa di ridere, di muoversi, così insolitamente proclive a far disegni per l’avvenire e a parlar della sua casa, era infine così “nuova” come Edoardo aveva osservato in quel giorno memorabile, che nè Federico, nè Isidora non osavano alludere ai malintesi che potevano esistere tra lei e Lorenzo; e ogni volta ch’ella partiva per Milano, speravano che avrebbe fatto pace col marito.

A Milano in sei settimane Morella si recò sei volte, e ciascuna volta per un periodo di tre giorni. Beveva l’amore golosamente, come un liquore non mai delibato prima. E perchè il pretesto di quei convegni indescrivibilmente dilettosi era originato dalla necessità di mettere ordine alla casa, Morella aveva finito per non odiar più la casa e per divertirsi al trambusto e al disordine che ancora qualche tempo dovevano regnarvi.

Trascorreva a Milano giornate lunghe di piena voluttà tra le braccia d’Edoardo; il quale aveva preso in affitto un appartamento in quella deserta via Cappuccini, che giù dal ponte di porta Venezia, pare un rigagnolo staccatosi da un fiume di vita e disperso nel silenzio.

Edoardo aveva fatto mobigliare in brevi giorni l’appartamento, e per togliere il senso spiacevole che si diffonde in una casa dai mobili nuovi, i quali sembrano osservare i proprietari meglio che servirli, vi aveva mandato tutti gli oggetti su cui era caduta l’attenzione di Morella quel primo giorno d’amore in cui l’aveva piuttosto violentata che posseduta.

Dopo un solo convegno, l’appartamento s’era fatto intimo e familiare.

Morella vi accorreva, ne partiva, vi rientrava, con l’audacia quasi pazzesca della donna che, gettatasi perdutamente all’amore, si sente la forza di difenderlo e di continuarlo a qualunque prezzo. Ma il demonio della sua passione la proteggeva; la stagione calda e costante aveva allontanato dalla città le amiche, più pericolose per la loro curiosità indiscreta.

C’erano bensì i genitori di lei, ch’ella andava a trovare di tanto in tanto; suo padre Tito Bardi, un vecchio rigido con poche idee cocciute, il quale aveva voluto conservare in casa tra l’ammobigliamento freddo e decorativo, l’annoso tavolotto di legno di noce, sul quale aveva contato i primi mucchi d’oro e d’argento guadagnati col commercio delle antichità, e viveva le ore d’ozio in poltrona presso il tavolotto nudo, che ai suoi occhi rappresentava un passato tutto di gloria e di sapienza; e per non separarsene mai, e per non trascinarlo di città in campagna e di campagna in città col pericolo di mandarlo in ischeggie, aveva rinunziato alle vacanze. Mangiava su quella tavola, e scriveva e giocava a carte con la moglie, e vi avrebbe anche dormito, se non avesse avuto paura d’andare a gambe in aria durante il sonno.

Egli aveva combinato e ordinato il matrimonio di Morella con Lorenzo Moro e d’Isidora con Federico Berardi, parendogli che quegli uomini fossero chiamati ad arricchirsi, e non parendogli altro.

E Gina, la madre delle due ragazze, la quale non aveva mai contato niente nella vita d’alcuno, e si consumava a far voti e ad esprimere desiderii che il marito distruggeva con metodo, non s’era opposta, quantunque avesse fantasticato di matrimonii più eleganti e più gentili. Ma paventava il marito; e quando Morella era corsa a cercare aiuto da lei, l’aveva trovata fumigante di lagrime e risonante di singhiozzi.

Essa andava mormorando: – Oh che cosa temo!… Mio Dio, che cosa temo!… Ah, che cosa temo! – e perchè la fanciulla spaventata insisteva a chiedere che cosa temesse, la madre glielo aveva detto infine, sottovoce: – Temo che non gli sarai fedele! – Morella che ancora non capiva nè amore nè matrimonio, aveva avuto così, fin da quei giorni, l’impressione che la fedeltà fosse una virtù difficile….

E la madre, quando poi Morella, fatta sposa e donna, si recava a trovare i suoi, non dimenticava mai di prenderla in disparte e di chiederle sottovoce, additando la schiena di Lorenzo: – Gli sei fedele?… – e perchè Morella diceva che sì con gli occhi, con la voce, col capo, la madre sospirava racconsolata, e non domandava più niente.

Tito era anche meno curioso della moglie; non abituato a interrogare, egli affermava. Aveva assegnato dodicimila lire l’anno a ciascuna delle figliuole, e si compiaceva della buona condotta dei due generi. Li amava perchè semplici, Federico tutto chiuso nell’amministrazione della grande sostanza d’una famiglia lombarda, Lorenzo sempre attento al suo mercato, entrambi nemici delle chiacchiere e del chiasso e così della grettezza come dello scialacquo.

Non si potevano intendere sopra la diversa materia dei loro commerci, perchè tra gli oggetti antichi di cui trafficava il Bardi e le tenute e gli stabili di cui s’occupava Federico, e il burro pel quale stava combattendo Lorenzo una battaglia pericolosa, correva troppa differenza; ma s’intendevano sopra alcuni teoremi, sulla necessità di lavorare molto e di lavorare sempre, sull’utilità di aver molto denaro per esser pronti a ogni sorpresa della vita e del commercio, sulla natura fastidiosa della politica e dei partiti dai quali stavano a distanza.

E Tito affermava, di là dal suo tavolotto storico, parlando con le figliuole, che due mariti simili non si sarebbero mai più trovati, e che il destino li riserbava a grande fortuna; e poichè questi discorsi chiudevano generalmente la serata, egli beveva poi una tazza di latte caldo e si metteva a dormire.

Dopo essere stata a chiedergli consiglio per l’addobbo della sua casa, Morella andò ancora un paio di volte a trovarlo.

La seconda volta, sua madre le rivolse la domanda solita, stendendo l’indice verso la poltrona in cui sedeva abitualmente Lorenzo: – Gli sei fedele? – Morella, che tornava allora allora dall’appuntamento d’Edoardo, s’affretto a dire che sì con la voce, con gli occhi e col capo.

Ma Tito era imbronciato. La compera della casa fuori di porta Ticinese non gli era piaciuta per nulla.

– Troppo lontano. Questo inverno sarà impossibile vederci. E poi mi dicono che quando ha un momento di riposo, Enzo corre in sala da scherma e s’affatica a sciabolare con quel suo maestro. Io ho sempre avuta poca simpatia per la scherma; una disgrazia avviene per un niente. Ho visto molti brutti casi. Tu devi trattenerlo, tuo marito.

– Non mi ascolta, papà! – rispose Morella, che mordicchiava un frutto candito offertole dal padre.

– Deve ascoltarti. Quando tu hai ragione, deve ascoltarti. E allora siamo intesi: tu trattieni tuo marito, ed egli non perderà tempo a tagliar l’aria.

Morella sorrise e guardò suo padre affondato nella poltrona, di là dal tavolotto. Il catalogo di una vendita di collezioni artistiche gli stava innanzi, ed egli andava sfogliandolo con la mano ossuta e giallastra. S’arrestò un istante a guardare un ciborio del secolo decimoterzo in rame dorato inciso e smaltato, pel quale si chiedevano centocinquantamila lire.

– Bello, ti pare?

– Bello, – rispose la figlia.

E si alzò.

Mai non aveva sentito come quel giorno la lontananza della sua anima dall’anima del padre e della madre.

L’uno era stato sempre così ignaro di tutto ciò che aveva color di passione, da scambiare gli uomini per figurine immobili incarcerate dall’artista in una qualsiasi materia plasmabile.

Vissuto tra cose morte, intenditore perfetto dei secoli sepolti, aveva collocato bene le due figliuole, come sapeva collocar bene una coppa in una vetrina o un pannello in una galleria; e sarebbe stato stupefatto e incredulo, se gli avessero detto che una delle figlie non era contenta del posto fàttole, e che tradiva suo marito, e che le sue carni avevan voluto altri baci, e che i suoi nervi e i suoi muscoli eran vivi….

Quanto alla madre, se non fosse stato il rispetto che le avevano insegnato da suor Maria per tutti i parenti, Morella non avrebbe esitato a dire ch’era una sciocca; nei momenti più gravi della vita, l’energia fluiva in lei per i vasi lacrimatorii e si perdeva in liquido; riusciva a esprimere ciò che si sarebbe dovuto fare, ma stava con le mani in mano; e così non era nulla, e il mondo non esisteva per lei di là da quella via Morone nella quale abitava con suo marito da trent’anni. Tutti coloro che non abitavano in via Morone le parevano animali fantastici.

Tito Bardi chiese ancora a sua figlia qualche notizia intorno all’appartamento ch’ella stava addobbando.

– Avrei preferito qualche cosa di prettamente nostro, di vero italiano, – egli osservò. – Ma tu sei donna e non capisci. Come va?…

– Bene; credo che riesca bene.

– Sta attenta. Il XIV è lo stile più usitato fra i Luigi; ma le stonature sono facili. Io non ho nulla da offrirti di questo genere, per ora: e sta attenta a non lasciarti ingannare da’ miei colleghi….

– Starò attenta, papà.

– Bada che non ti vendano imitazioni. Le imitazioni sono il segreto del nostro mestiere….

E sospirò soavemente, ripensando forse al solo segreto di tutta la sua esistenza.

XXII.

Al termine della sesta settimana, quando la casa cominciava a prendere l’aspetto vario e signorile ch’ella aveva pensato di darle, Morella invitò a pranzo Edoardo nella casa nuova.

– Voglio che tu venga a vedere, – gli disse. – Avvertirò Lorenzo che tu pranzi con noi questa sera. Non ti dispiace?…

Edoardo sorrise, accarezzandole il capo ch’ella protendeva graziosamente in attesa del consenso.

– Verrò a vedere, cara. Sarà bello di certo, – rispose Edoardo, – perchè il gusto d’arte è in famiglia.

– Si pranza allo otto. Vieni alle sette! – concluse Morella.

Alle sette, Edoardo giungeva da lei. Lorenzo s’era dovuto attardare in istudio, e Morella condusse l’amante presto, presto, nella camerina attigua alla sua camera da letto.

Era compiuta. Il soffitto a puttini, i riquadri delle pareti cui limitavano snelle colonne scanalate, dal capitello leggero; la tappezzeria di stoffa serica a strisce cilestri su fondo cilestre più pallido, e ciascuna striscia tempestata di mazzolini di fiori sbiaditamente rosei; i bei festoni che allacciavano alla sommità i riquadri e ne decoravano lo zoccolo; tutti questi particolari intraveduti da Mariano Frigerio e ormai perfetti, davan ragione a Mariano. La camerina era fiorita come una canestra, dolce e ridente come una culla.

Edoardo strinse al petto Morella, e baciandola, disse:

– Hai fatto un capolavoro; pare di essere a Versailles…. Ma come hai spiegato a Lorenzo questi preparativi?

Morella sussultò e non riuscì che a balbettare:

– Ho dovuto…. Ho dovuto…. Suvvia, non mi chiedere mai nulla, Edoardo!…

Ma si ravvide subito, e soggiunse con voce più ferma:

– Ho dovuto spiegargli…. Questi preparativi?… Un capriccio, un voto, una speranza….

– Avete fatto pace? – domandò Edoardo esitando.

Morella volse altrove la faccia, e accennò di sì col capo.

– Dunque ti va? – seguitò, riprendendosi e girando l’occhio attorno.

– È un piccolo capolavoro, ti ho detto, – rispose Edoardo. – Piacerà anche a “lui”?

La giovane rise, tornata franca e sicura.

– Piacerà, piacerà! – affermò poi. – Gli piacerà star vicino a me; non capirà altro, il poveretto…. Qui, vedi, in questa parete di fronte alla porta, dev’esser messa una specchiera con due putti in alto che sostengono un cestello colmo di fiori…. Me ne ha dato il disegno mio padre e stanno facendomela. Che ti pare? Sarà bello?

– Lei è più energica d’un uomo, – disse Edoardo alzando un poco la voce. – In un batter d’occhio ha trasformato la casa.

Morella con le spalle all’entrata, comprese ch’era sopraggiunto qualcuno, si volse, e vide Lorenzo arrivato allora a fianco d’Edoardo sul limitare.

Ella andò incontro a suo marito tendendogli la mano, che Lorenzo s’affrettò a stringere.

– Preparativi per l’erede, – fece Lorenzo a Edoardo. – Se non è un’illusione di Morella…?

Edoardo non sapendo che dire, s’inchinò a Morella con un sorriso.

La giovane aveva avuto qualche tempo prima alcuni indizii, che le avevan data molta speranza, ma poi era ricaduta nel dubbio.

Un medico da lei interrogato le aveva risposto che bisognava attendere prima d’aver la certezza e le aveva chiesto intanto se nessuno svenimento l’avesse colpita.

– E tu, – domandò Edoardo, per non tacere, – che cosa prepari all’erede?

– Io? Io, prima di tutto sono indifferente. I bambini piacciono alle donne perchè non hanno niente da fare; esso s’imaginano che il bambino sia l’incarnazione della bambola, e l’aspettano come un giocattolo. Più tardi, troppo tardi, s’accorgono che la bambola costava meno e non dava fastidio…. Ma è affar loro…. Io all’erede lascerò i miei quattrini e la buona voglia di lavorare, se è un maschio; se poi è una femmina, tocca a mia moglie lasciarle l’esempio della sua vita….

Morella andò alla finestra e guardò nel giardino, sporgendosi un poco perchè Lorenzo non le leggesse in viso un turbamento subitaneo.

– Tu parli bene, oggi, – osservò Edoardo sorridendo. – Gli esempii e i quattrini; ma se fosse un maschio, che cosa ne faresti?…

Lorenzo, vista apparire in quel punto la cameriera, rispose:

– Andiamo a pranzo, innanzi tutto. A stomaco vuoto, certi discorsi sono anche più inutili….

La tavola era stata disposta nella sala; mancava ancora la luce elettrica, e due candelabri di bronzo dorato eran pronti, ai due capi; mancava pure il servizio di stile, che Tito Bardi aveva promesso di scovare autentico, egli in persona, e di regalare quale una tarda aggiunta ai doni di nozze.

I ricami a teste di leone e a fior d’oro coprivano così fittamente la stoffa dei mobili, che sarebbe stato difficile a prima giunta riconoscere il fondo di velluto cremisi; e nella decorazione si manteneva costante il carattere pomposo dello stile stracarico di frangie e di galloni e di nodi in tessuto d’oro.

Edoardo considerò la figura di Morella tra quei ricchi addobbamenti; la donna dai capelli biondi, un po’ sofferente, giovane ancora e già sfiorita in una raffica di passione, ardente e pensierosa, era in singolare accordo coi colori, con la significazione della vasta sala, e vi si trovava e vi si moveva a suo agio.

Ma essendogli caduto l’occhio su Lorenzo, vestito di scuro, con la cravatta messa di sbieco, parve a Edoardo ch’egli non si sentisse là dentro in casa sua.

Lorenzo avrebbe voluto infatti, mobili nuovi e lucidi, un po’ di stile semplice e facile; ma taceva e lasciava spendere. L’improvvisazione di quel lusso pesante che lo impacciava, era stata quasi presentita da lui, alcun tempo prima, in campagna, quando aveva promesso di lasciar fare tutto magnifico.

Per magnifico egli intendeva veramente altra cosa da quella che sua moglie aveva ideato, e l’appartamento di lui era magnifico nel suo concetto perchè senza stile, e in ogni particolare semplicemente comodo.

– Dunque, tu vuoi sapere che cosa ne farei? – riprese Lorenzo, – Un commerciante no, di certo. Ne ho avuto abbastanza io, e mio figlio non è sicuro di trovar nella vita un Edoardo Falconaro, che gli dia spalla e lo tenga lontano dal fallimento. Due Falconaro al mondo non ci sono!…

Edoardo scosse la testa.

– Non dire sciocchezze! – rispose.

– Come, sciocchezze? – protestò Lorenzo rumorosamente. – Vuoi forse darci a intendere (e a chi poi, a Morella e a me), darci a intendere che io non sarei fallito e rifallito se tu non m’avessi aperta la cassa?… Vuoi forse negarmi il diritto di proclamare ben alto non solo la tua amicizia, ma anche la perspicacia negli affari?… Vuoi forse?…

Il Falconaro s’irritò per quell’inatteso straripar di lodi e di gratitudine.

– Te ne prego, Enzo, – egli interruppe. – Non risalire al tempo che fu, e non cantarmi in faccia un inno che non posso ascoltare. Ti ho prestato denaro, e sta bene; tu me l’hai reso con giusto interesse, e sta bene. È il commercio, questo, è il giro….

– Ma che, ma che! – protestò di nuovo Lorenzo. – Tu inventi un commercio che non è mai esistito. Questa è amicizia, è fiducia, è affezione….

E mentr’egli testardo si diffondeva a colorir le prove d’amicizia e di perspicacia che Edoardo gli aveva date, Morella ascoltava impassibile.

Impassibile, e dentro si torturava. Aveva fatto male a invitare Edoardo; non si dovevan più metter di fronte quei due uomini; ne risultava una situazione penosa, falsa, ridicola, che gravava sulle spalle d’Edoardo, il quale non poteva non soffrirne.

E negli atti quasi impercettibili di lui, nel corrugar fugace della fronte attraversata dalla cicatrice, nel gesto con cui lisciava nervosamente i baffi lunghi e diritti, Morella sapeva leggere tutta una sofferenza segreta e abilmente dissimulata, un desiderio sordo di ribellarsi, un’amara disperazione di non poter mai più essere sincero e libero.

Morella usciva a sua volta pigramente da quella febbre che aveva consumato e travagliato lei e l’amante. Chiusi in un nembo di passione, non s’erano avveduti di dover rinunziare a ciò che pei loro caratteri volitivi e orgogliosi era più caro, alla sincerità. Si trovavano innanzi bruscamente a un avvenire di sotterfugi, di menzogne, di doppiezze, d’ipocrisie, che li avrebbe fatti sanguinare passo passo su tutta la loro strada.

La giovane se ne accorgeva la prima volta quel giorno, e se ne accorgeva Edoardo, sgomenti ambedue di ciò che aveva potuto un’ora di follia sensuale, un sogno strano di fecondità e d’amore.

Ma Edoardo, magnifico padrone di sè stesso, superbo nemico d’ogni confidenza, fingeva; e a un tratto diede in una risata, ascoltando Lorenzo.

– Un soldato! – diceva Lorenzo. – Ne farò un soldatino, o un marinaio….

– Perchè? – rispose Edoardo ridendo. – E se volesse farsi prete?

– Prete! – gridò l’altro con un pugno poderoso sulla tavola. – Che cosa dici? Ti pare che mio figlio, il figlio di Morella e di Lorenzo Moro, possa nascere con queste idee? Morella, hai udito? Edoardo pensa che nostro figlio possa farsi prete!…

– Ho udito, – ella rispose brevemente.

– Ti presento qualche caso, – ribattè Edoardo, – qualche caso più difficile. E mi avvedo che sei anche tu uno di quei padri crudeli, i quali decidono la sorte dei loro figli, come si decide la sorte dei galletti…. Ecco, per esempio; se tuo figlio volesse farsi prete, tu glielo impediresti…. E perchè? perchè i preti forse non ti piacciono…. Tuo figlio deve piacerti, a costo di violentare la propria coscienza….

– Non ti dico che glielo impedirei, – mormorò Lorenzo, il quale non sapeva di discutere con un giudice. – Ma me ne dorrebbe.

– A me dorrebbe di fargli prendere una strada che non fosse per lui, – osservò Edoardo. – Io lo lascerei scegliere, vivere a suo modo, darsi all’arte o al mestiere che rispondesse meglio alle sue idee. Noi non abbiamo sui figli che il diritto di consigliare. Tutto il resto è prepotenza e tirannia.

– Va bene, – borbottò Lorenzo, – lo lascerò scegliere.

Ma vedendo che la diatriba s’avviava per un campo nel quale non avrebbe potuto seguirlo, e che si faceva troppo difficile, pensò di troncarla con una buffonata, e cominciò e cercare sotto il piatto, sotto le bottiglie, presso i candelabri; poi si chinò a sbirciare sotto la tavola.

– Che cosa fai? – domandò Edoardo sorpreso.

– Cercavo il marmocchio, il figlio del quale discorriamo tanto. Dov’è’? Chi l’ha veduto?…

Edoardo rise, ma levato lo sguardo in quel punto, s’accorse che Morella era impallidita.

– Ve ne prego, – ella balbettò, – non parlate…. Mi sento male….

Un lieve sudore le bagnava la fronte.

– Non è nulla, – mormorò.

Alzò la mano incerta fino agli occhi, tentò drizzarsi sulla sedia e ricadde di colpo, svenuta.

La scena s’era svolta così prestamente, che Edoardo e Lorenzo non erano arrivati ad aiutare la giovane; poi Lorenzo balzò in piedi e si lanciò fuori, correndo a cercare qualche cordiale.

Rimasto solo presso Morella, Edoardo la contemplò sbiancata, immobile, con gli occhi aperti e vitrei.

E comprese; bagnata una mano nel secchiello in cui era il ghiaccio, ne gettò gli spruzzi in volto all’amante.

Ella respirò subito con un respiro profondo, volse gli occhi intorno, ravvisò l’uomo che le stava al fianco.

– C’è! – disse Edoardo.

Morella sorrise.

E da quel giorno, il loro amore s’arrestò.

PARTE SECONDA.

I.

La povera signorina, tappata nel mantello, col capo avvolto in uno scialletto di seta, tremava all’aria pungente che soffiava in giardino, e sentiva il naso, le orecchie, i piedi gelare.

– Andiamo, – ella disse, – andiamo in casa, per carità. Non senti che freddo?

Ma Farfui rimaneva duro, immobile col nasino in su, a guardare una pianta presso la vasca dei pesci rossi; e pareva non udire, o non tenere in alcun conto le parole della signorina Claudia Sacchi.

– E io voglio salire! Io ora salgo! – andava ripetendo senza muoversi, perchè non sapeva come tentar l’impresa. – Ora salgo; tu guarda, che io ora salgo!…

Una finestra venne aperta improvvisamente al primo piano, una testa di donna bionda si sporse.

– Signorina, che cosa fa?

– Signora, Aquileio vuol salire sul fico!

Morella fece un gesto di stupore e gridò con la voce vellutata che stentava a fingere corruccio:

– Farfui, Farfui, torna in casa!

Il bambino si volse.

Dal berrettino scarlatto sfuggivano e gli piovevan sul collo i capelli biondi inanellati; due grandi occhi grigi velati da ciglia lunghe, illuminavano il visino tondo e bruno. Farfui era dritto e già alto per i suoi tre anni, ben piantato su gambette solide, che in quel momento avevano un color paonazzo pel freddo. Indossava un abito di stoffa marrone, sul quale era stato gettato un mantelletto scuro col cappuccio.

Ma sdegnando il cappuccio, egli s’era piantato in testa il berretto scarlatto, che metteva per le grandi gesta, quando s’arrampicava sul cavallo a dondolo.

– Mamma, voglio salire. È il fico! Voglio salire.

– Lo faccia salire un poco, signorina, – disse Morella, – e poi lo riconduca.

In seguito a ricerche fatte presso la cuoca, la cameriera, il cocchiere e la governante, Farfui aveva potuto in quei giorni assodare che l’albero il quale sorgeva presso la vasca dei pesci, a pochi passi dall’entrata, era un fico. E quantunque soffiasse il rovaio di dicembre, Farfui aveva deciso di salirvi quel giorno per vedere se non ci fosse qualche frutto da mangiare.

La sua idea era stata accolta dalle risate della gente di servizio, e tutti avevano assicurato il padroncino che frutti non ve ne potevano essere, che era troppo tardi o troppo presto. Ma egli diffidava già della pubblica opinione, e non credeva se non a ciò che vedeva; onde per vedere se i fichi eran maturi in dicembre, aveva deciso quella piccola escursione, trascinandosi appresso la signorina, la quale era un’appendice necessaria e indivisibile da lui, obbligata a obbedirlo, a tacere o a seguirlo.

Fu richiusa la finestra, e Morella stette a guardar dietro i cristalli.

Farfui si volse a Claudia e le disse:

– Pigliami, dunque! Fammi salire! Pigliami pel culo….

– Non dire queste brutte parole! – esclamò la signorina indignata. – Tu mi fai arrossire!

Farfui la guardò attentamente, per vedere se arrossisse, ma non rilevò nulla di anormale in quella fisionomia scialba e bonaria, insignificante e modesta.

Egli si sentì prendere con soddisfazione per la parte che aveva chiaramente indicata, e sollevare su, su, in alto; diede una sbirciata a tutti i rami, toccò con le manine fin dove potevano arrivare, stette a fissar l’albero come se i fichi avessero dovuto comparire da un istante all’altro, meditò a lungo.

– Ebbene, hai finito? – disse Claudia. – Sono stanca; non posso tenerti più.

Egli, in alto, drizzato sulle braccia della ragazza, non rispose; sbirciava i rami, stupefatto di dover confessare che l’opinione pubblica non s’era ingannata quella volta e che la gente di servizio aveva ragione; non c’erano fichi in dicembre.

Claudia, senza attendere più oltre, ritirò il bambino dal suo posto d’osservazione, e lo rimise a terra.

– Ora andiamo, – ella disse. – Torniamo in casa; guarda la mamma lassù, che ti aspetta.

– Non ci sono! – egli dichiarò.

– Che cosa?

– I fichi!

– Eh, lo sapevo; te lo avevo detto, te l’han detto tutti che non ci sono, con questo freddo.

Farfui, che già s’avviava, si fermò risolutamente. Glielo avevan detto tutti, la governante, il cocchiere, la cameriera, la cuoca? Egli pensò che quella gente lo aspettasse per beffarlo, ora, e per ridere alle sue spalle.

– Io voglio rimanere in giardino! – dichiarò.

La signorina fece con le mani un gesto di disperazione. Rimanere in giardino, con quel freddo, con quell’aria, a rischio di pigliarsi un raffreddore, un mal di gola, la tosse, e poi si sarebbe dovuto chiamare il medico, quel brutto con la barba nera.

– Allora vado da papà, – disse Farfui.

– Papà ha da fare, adesso, – spiegò Claudia, – e non si può disturbarlo. Torniamo in casa.

– Allora vado….

Egli si guardò intorno per trovare qualche altro rifugio, pur di non mettere piede in casa, ma i suoi occhi si fermarono al fico.

– Allora vado sul fico! – egli concluse.

– Per carità! – esclamò la signorina atterrita. – Vuoi stare sul fico tutto il giorno?

Morella che dalla finestra aveva seguito quel battibecco, si decise a riaprire, si sporse di nuovo.

– Signorina, perchè non lo riconduce? Fa freddo, e può prendersi un malanno.

– Non vuol più rientrare, signora. Io non so che cosa abbia.

Morella si rivolse al bambino:

– Bada che vengo io, Farfui! Vuoi che venga io?

Le parole dovevano significare una minaccia; ma furono pronunziate con tanta carezza nella voce, che il piccolo alzò il capo, e rispose tranquillamente:

– Sì, mamma, vieni tu!

Morella sorrise a quella innocenza, la quale non aveva nemmeno sognato che la mamma potesse minacciarlo; discese in fretta, entrò in giardino, e sollevò il bambino tra le braccia.

– Perchè non volevi tornare? – gli domandò. – Non volevi tornare a casa? Li hai trovati i fichi?

– No! – egli rispose.

Ma non era più impressionato dalla sconfitta, e rideva, prendendosi tra le mani il volto di Morella e baciucchiandolo, spingando forte tra le braccia di lei.

– Sei tutto gelato, piccolo mio! – ella disse. – Che idea d’andare a cogliere i fichi in questa stagione! Se le studia di notte, questo originale!

Farfui rideva, guardando la signorina Claudia che veniva appresso col naso così vermiglio da far pietà; ma non appena ebbe varcata la soglia, si fece mettere a terra, prese sua madre per la mano e la guidò. Egli si sentiva sicuro con quella scorta onnipotente, e volle andare in cucina a trovare la cuoca.

– Non ci sono i fichi! – le disse, mettendo appena il capo dentro la porta.

E passò dal guardaroba, dove la cameriera stava stirando, e le gridò:

– Non ci sono i fichi!

Poi si lasciò condurre in salottino per togliersi il mantello e riscaldarsi innanzi al caminetto.

Aveva pensato ch’era meglio avvertire subito la cuoca e la cameriera della assenza dei fichi, perchè non lo beffassero più tardi, quando lo avessero incontrato con la signorina. E si sforzava a spiegare questo suo concetto alla mamma, che lo ascoltava senza capire molto; e Farfui girava le mani, faceva gesti gravi, quasi per aiutarsi e per colmar la lacuna del suo ragionamento.

– Insomma, – gli disse Morella, – tu hai voluto fingere che la scoperta è tua, e che Pierina e Maria hanno avuto torto a credere che in dicembre ci siano i fichi da mangiare.

– Sì, – egli rispose.

– Ma la verità, bambino mio, è tutto il contrario! Sei stato tu a voler vedere, a ostinarti, a non credere a Pierina e Maria.

– Sì, – ripetè Farfui.

– E allora hai pensato di metterle dalla parte del torto, e di dar loro dell’ignorante?

– Proprio! – gridò Farfui, battendo le mani, felice che Morella penetrasse così bene la sua idea.

Ma si rannuvolò d’un tratto, e tacque. La frase “dar loro dell’ignorante” gli pareva eccezionale, sublime. Soltanto, non la capiva, e non sapendo che cosa avesse dato a Pierina e a Maria, s’era fatto un poco inquieto. Gli sarebbe stato caro di far ripetere la frase alla mamma, la quale aveva ripreso a leggere tranquillamente un giornale con le figurine. Dopo alcuni istanti di riflessione, battè le mani di nuovo, ripetendo:

– Proprio!

Egli sperava che tornando daccapo a dir la sua parola, avrebbe obbligata la mamma a ridir la frase celebre.

Invece Morella diede in uno scoppio di risa al veder Farfui pensieroso innanzi al caminetto, coi capelli d’oro illuminati dalla fiamma che gli danzava alle spalle; e presolo in grembo, gli coperse il volto e gli occhi di baci.

II.

Egli si chiamava Giuseppe Tito Aquileio.

Giuseppe in memoria del nonno paterno; Tito in omaggio al babbo di Morella, la quale aveva aggiunto il nome d’Aquileio per segreta preghiera di Edoardo Falconaro, che aveva perduto giovane e caro un fratello così chiamato.

Per la gente di servizio, il bambino era Aquileio; e tutti gli altri in famiglia lo chiamavano col suo soprannome, Farfui, datogli anche questo da Edoardo Falconaro a indicar quel vezzo dei bambini di scambiare spesso le consonanti, di balbettare, d’inghiomellar le parole, di interrompersi e di riprendersi, un vezzo che lombardamente si dice “farfugliare”.

I tre anni scorsi dalla nascita di Farfui non erano stati sempre rosei per Edoardo Falconaro.

Egli aveva subìto perdite ingenti alla Borsa per il tracollo imprevisto di valori, del cui rialzo vertiginoso non aveva saputo diffidare a tempo. S’era trovato quasi in miseria, di repente; aveva salvata la sua riputazione, ma era stato costretto a sacrifizi penosi, a vender cavalli e carrozze, a vestir dimessamente, a vivere quasi sempre in quel suo appartamento di via Monte Napoleone, dal quale erano spariti tutti gli oggetti di lusso e tutti gli addobbi di valore.

La notizia, diffusa in un baleno, ripetuta con gioia dagli innumerevoli ai quali Edoardo Falconaro era antipatico senza alcun buon motivo, aveva fatto molta strada, e, ingrossata camminando, s’era arricchita di particolari.

Lorenzo Moro fu il primo a conoscerla. Morella ne sofferse amaramente in silenzio, non solo per la rovina dell’amico, ma per ciò che prevedeva e che doveva avvenire.

Lorenzo corse infatti a trovare Edoardo, avvertendolo che tutto il suo denaro, e se il denaro non fosse bastato, anche i suoi immobili erano a disposizione di lui.

Ma urtò contro una volontà inflessibile, contro un diniego gentile e fermo.

Edoardo abbracciò Lorenzo e rifiutò di prendere un centesimo. Non si trattava di rovina, come andavano ripetendo gli sfaccendati, ma semplicemente d’una grossa perdita che aveva già pagato; era rimasto, certo, in istrettezze, ma ciò non lo angustiava troppo, e già all’indomani di quella tempesta aveva cominciato a lavorare e a riguadagnare.

E mentre Edoardo parlava tranquillo e deciso, Lorenzo volgeva intorno l’occhio, notando che la libreria era vuota, che gli oggetti d’arte erano scomparsi insieme alle armi, tra cui un fucile prezioso particolarmente caro all’amico. Tutto era stato inghiottito, senza dubbio, da ciò che Edoardo chiamava sorridendo una tempesta.

Il rifiuto di lui, energico, continuo, ostinato, finì per irritare e offendere Lorenzo. Egli doveva la sua fortuna a Edoardo, e questi gli negava il piacere di rendergli in parte il bene avuto e di aiutarlo con l’entusiasmo e la fiducia con cui era stato aiutato egli stesso.

Edoardo capiva tutte le ragioni di Lorenzo Moro; capiva d’essere ingiusto e offensivo, ma resisteva tenacemente, crollando il capo. Se lo vedeva lì, in quella medesima camera in cui aveva attirata Morella, in cui l’aveva posseduta, la prima volta, in cui era stato forse concepito Farfui, e il pensiero di stender la mano per prendere danaro dal marito dell’amante, gli dava una nausea, gli ispirava un ribrezzo da cui eran vinti tutti i consigli di prudenza e di necessità.

– Hai un orgoglio d’inferno! – urlò finalmente Lorenzo. – Hai un orgoglio stupido, odioso! Noi non ci saluteremo più. Io non ti voglio più in casa mia. Non siamo più amici.

Edoardo aveva taciuto anche innanzi a quella raffica d’improperii; e quando afferrato furiosamente il cappello, Lorenzo stava per andarsene, Edoardo lo aveva accompagnato fino alla soglia di casa, e qui l’aveva abbracciato di nuovo, congedandolo con un sorriso:

– Tu non sai quel che ti dici!

Ma Lorenzo era veramente scandalizzato da ciò ch’egli chiamava l’orgoglio d’Edoardo. Ne parlò col cognato Federico e con Isidora e poi con Morella, e infine con tutti insieme, giurando che il Falconaro non avrebbe messo più piede in casa sua, ingiuriandolo di nuovo, chiamandolo pazzo e ignorante e superbo e presuntuoso, dicendo che avevan ragione quelli i quali sostenevano ch’era antipatico.

Morella respirò e fu contenta.

Le piaceva quella superbia, di cui ella sola conosceva la ragione occulta; le pareva di vedere Edoardo come quella sera d’estate, quand’egli guidava Febo attraverso i boschi affascinati e immobili nell’incanto lunare, ed ella gli recitava i “lieder” di Ludwig Uhland. Quanto sembrava lontano quel tempo, e con quanta tenerezza ella lo ripensava!…

Un giorno uscì con Farfui, e si recò arditamente da Edoardo, nella casa di via Monte Napoleone, della quale non aveva più varcato il limitare da quella volta in cui la sua bocca aveva dato e ricevuto il primo bacio insanguinato.

Andava a portare a Edoardo il denaro dei suoi risparmi che Lorenzo ignorava, e i suoi gioielli, di cui Lorenzo non chiedeva mai conto; poco, una trentina di migliaia di lire, ma anche quelle avrebbero potuto giovare e riparare alle prime conseguenze della perdita subita dall’amico, forse mettendolo in grado di ricomprare i cavalli e lo carrozze, di cui aveva bisogno perchè il suo credito fosse mantenuto e le esagerazioni dei nemici venissero subito smentite.

Ella pensava che da lei, dalla mamma di Farfui, dalla selvaggia amante d’un giorno, egli avrebbe potuto accogliere l’aiuto piccolo ma non inutile; pensava, femminilmente, che si trattava d’un prestito momentaneo di cui nessuno avrebbe mai avuta notizia.

Edoardo accolse Morella e Farfui, maravigliato ma felice.

Adorava Farfui; era suo, tutto suo; bastava guardarne l’espressione e il colore degli occhi; suo e di Morella, la cui chioma era egualmente ricca e bionda. E se lo teneva fra le braccia, e lo portava intorno, e lo baciava e gli mostrava certo incisioni inglesi di cavalli e di caccie, onde aveva rapidamente sostituiti i quadri di valore scomparsi col meglio dell’addobbo. Il bambino rideva, dando piccoli schiaffetti in faccia al grande amico e tirandogli i lunghi baffi.

In quella casa, di cui aveva bene in mente i particolari di lusso, Morella sentiva la desolazione improvvisa, e stava muta a osservare Edoardo, che faceva ballare Farfui sulle ginocchia, fischiando a fior di labbra una marcia guerresca, oblioso in quel momento e del rovescio immane che l’aveva colpito e della sorda gioia dei nemici e della lunga lotta che avrebbe dovuto intraprendere per rifarsi.

La giovane sedutagli di fronte, era impacciata, non sapendo come parlare, e tenendo fra le mani una cassetta chiusa e ravvolta in carta turchina. Ma quando Edoardo mise Farfui a terra, Morella fece aprire le mani al bambino e sostenendole sotto con la sua destra, vi depose l’involto.

– Dàllo a Edoardo!… – disse. – Dàllo a Edoardo!

Il bambino obbedì, e camminando a stento, aiutato dalla mamma, piantò la cassetta, pesantemente sulle ginocchia dell’uomo.

– Oh! – esclamò questi con un gaio riso. – M’hai portato i confetti? il mondo cammina a rovescio. Toccava a me darti i confetti. Ma io non ti aspettava, che vuoi? e non ho confetti in casa…. Adesso questi li mangeremo insieme, con Farfui e la mamma.

Morella tremava, mentre Edoardo andava svolgendo la carta.

Egli aperse la cassetta, vi gettò un’occhiata, e impallidì.

Ma si vide innanzi Morella a capo basso, incapace di parlare, e notò due lagrime che le scendevano per le guancie. Egli si riprese subito; non poteva rimproverarla; la donna era venuta ad offrirgli il denaro e i gioielli con la stessa prontezza, con cui gli avrebbe offerta la vita, se questa gli fosse stata utile.

Edoardo richiuso la cassetta e andò a deporla in grembo a Morella; poi le mormorò sottovoce:

– Ti ringrazio, cara. Non è possibile!

E non disse altro.

Aveva sentito intera la disperata tristezza di quell’amore profondo, che si struggeva di non poter far nulla per lei; e trascinato da un impeto, serrò in un medesimo abbraccio silenzioso Morella e Farfui, tutto il suo mondo, tutta la sua vita, tutta la sua passione.

III.

Fra i molti che avevano goduto del dissesto di Edoardo Falconaro, certamente il più soddisfatto era stato Mariano Frigerio.

Egli odiava Edoardo perchè era ricco, perchè, secondo le sue induzioni, aveva posseduto Morella Moro, perchè aveva aiutato Lorenzo Moro, perchè aveva rifiutato di consigliare lui, Mariano, nei giuochi di Borsa, perchè era un bell’uomo, il quale non aveva bisogno d’alcuno, e piaceva alle donne.

La notizia della grave perdita toccata a Edoardo Falconaro lo aveva fatto andare in visibilio; per conto suo, invece di giuocare in Borsa, s’era dato a giuocare a faraone e al macao nei piccoli caffè e nelle ore tarde, perdendo e vincendo, senza mai azzeccare il colpo che lo mandasse finalmente in rovina o che lo mettesse, com’egli diceva, “a cavallo”. Ma il suo patrimonio di venticinquemila lire s’era di molto assottigliato.

Dopo essersi sbarazzato di Stella Bonaretti, facendole rompere un vetro da pochi soldi e dandole a credere che avesse rotto una tazza murrina da cinquemila lire, egli s’era innamorato di Livia Minucci, la quale godeva di molta rinomanza tra il pubblico dei caffè-concerto, non tanto per la potenza della voce quanto per la linea dell’anca e per la bianchezza delle poppe.

Livia Minucci, che aveva rifiutato l’amor passeggero di qualche giovanotto ricco ed elegante, s’era lasciata invescare da Mariano Frigerio, di cui le piaceva il colorito smorto, il linguaggio cinico, l’esistenza irrequieta.

Egli possedeva infatti quella estetica fisica del nottambulo vizioso e del crapulone incorreggibile, la quale nei bassi fondi morali trova molte ammiratrici; si sentiva in lui l’uomo che via via ha perduto tutto, e che domani in un estremo sforzo arriverà al delitto o al suicidio.

Questo aggrada a talune femmine, che conducono una vita ugualmente febbrile e disperata, cinica e pericolosa. Esse hanno un singolar fiuto per scovare l’uomo capace di batterle e di compensare una notte d’amore con una pedata; e scovatolo, gli si sommettono ciecamente e gli sacrificano talora anche il bisogno di mentire e d’essere infedeli.

Con Livia, Mariano diede fondo a quel che gli rimaneva, poi, ricacciata la donna sul palcoscenico donde l’aveva tolta, annunziò agli amici che si recava a Parigi a dirigere una grande vendita di oggetti antichi dei quali si vantava peritissimo.

Prima di partire, egli ebbe la soddisfazione d’incontrare Edoardo Falconaro per le vie di Milano, nelle vicinanze della Borsa.

Si fermò a parlare con lui e a chiedergli notizie del “cappotto” che gli era toccato. E notò con piacere, a proposito di cappotto, che Edoardo indossava un soprabito, se non vecchio, certo non nuovissimo, e che il collo della sua camicia era un poco sfilacciato.

Edoardo non lo temeva e non diffidava più. L’amore con Morella era finito, e se anche la prevenzione della giovane per il vizioso uomo era giusta, Mariano ormai non poteva nuocere, non aveva nulla da scoprire e da distruggere.

Per ciò, il Falconaro lo trattò gentilmente e gli chiese che cosa facesse.

– Accidenti! – esclamò Mariano. – Avevi ragione di non lasciarmi giuocare in Borsa; vedo che anche tu ne capisci tanto come me!… Io?… Io vado a Parigi a commerciare in oggetti d’arte. Sì, dopo il burro e il formaggio, il salto è un po’ brusco…. Ma mi sono sempre occupato di antichità, io; e ne ho la casa piena…. Domandalo a Stella Bonaretti…. Non la conosci?… Ah, scusami, hai ragione; tu non ti degni…. Ma è una bella ragazza, ti assicuro…. Sì, sì, capisco, tu preferisci le mogli degli amici…. Addio, dunque; anzi, arrivederci, perchè conto di tornare presto e con un carro di marenghi…. A Parigi li chiamano “louis”…. Basta intendersi!…

E da quel giorno, Mariano Frigerio era scomparso da Milano, e tra le baldracche e i libertini a poco a poco fu dimenticato, e non se ne parlò più.

Edoardo Falconaro continuò per la sua strada, duramente e saldamente, senza cercare aiuti, calmo, cortese, rapido all’azione, breve nelle parole.

Avveniva intorno a lui un mutamento tardo, ma salutare. La considerazione in cui era tenuto già dagli uomini savii, s’accrebbe. Aveva risposto a tutti i suoi obblighi con esattezza quasi pedantesca vendendo, dicevano, anche i chiodi di casa per salvare il suo buon nome. Altri agenti avevano invece tardato a pagare, uno era scappato, uno s’era ucciso.

Edoardo Falconaro rimaneva dritto, scherzando non di rado sul rovescio toccatogli, come avrebbe scherzato a proposito d’un acquazzone estivo. Piacque a molti la serenità con cui affrontava la mala sorte, e a tutti il buon gusto che non gli faceva lecito di piagnucolare.

La strada gli diventò meno aspra; poi che non era uomo da lasciar le penne neppure in un incontro così sfavorevole, molti che lo avversavano per antipatia, gli si fecero amici, e qualche volta alleati. Era più forte di quanto s’era supposto; bisognava rispettarlo, e se occorreva, schierarsi dalla sua parte.

Ma ancora per molto tempo dovette pensare a vivere con una parsimonia a cui non gli riusciva di abituarsi.

Egli era continuamente crucciato anche per la rottura con Lorenzo, la quale lo aveva per forza allontanato da Farfui.

Morella gli conduceva il bambino di tanto in tanto, o con lui andava a passeggio nelle vicinanze della Borsa affinchè riuscisse facile a Edoardo d’incontrarli. Ma quei convegni eran pericolosi perchè tutti potevan notarli e Farfui cominciava a parlare, a tentar di spiegarsi, a ricordar quel signore che si fermava con la mamma, ed era bello perchè era grande.

Farfui cadde ammalato in quel tempo, e per Edoardo fu una disperazione.

Il piccolo fu in preda a una di quelle malattie insidiose e bizzarre, ora con febbre altissima, ora senza febbre, ora con fenomeni contradditorii e improvvisi, che sono caratteristiche dei bambini.

Una notte stette per morire; e Lorenzo, il quale non sentiva per Farfui l’affetto sconfinato di cui lo circondava la madre, si lasciò scappar di bocca una frase disgraziata, che nel suo concetto doveva essere consolatrice.

– Su, su, – disse a Morella, – non ti disperare così!… Potremo farne un altro.

Volle fortuna che nella camera di Farfui fossero presenti i medici, perchè Morella, cieca di dolore e d’ira, sarebbe balzata alla gola del marito. Ma l’indomani mattina, presto, scrisse una riga a Edoardo: “Vieni a trovare tuo figlio. – Morella”.

Edoardo accorse, e passò alcune ore presso il lettuccio del bambino, in quella camerina fiorita come una canestra, dolce come una culla, della quale Farfui era, meglio che il padrone, l’ornamento più squisito e prezioso.

E quando verso mezzogiorno, Lorenzo tornò a casa, il Falconaro gli andò incontro e gli strinse la mano senza dir parola. Fu fatta la pace così, ma Lorenzo, non potendo dimenticare che l’amico aveva respinto il suo aiuto, non era più espansivo e cordiale verso Edoardo come per lo passato.

Se l’occhio di Lorenzo Moro fosse stato, del resto, avvezzo ad osservare, avrebbe rilevato in quei giorni alcuni fatti i quali gli sarebbero riusciti strani e sospettabili.

Il dolore d’Edoardo era così intenso e chiaro, da oltrepassare la misura naturale che la semplice amicizia, doveva segnargli, e non aveva confronto se non nel dolore di Morella, la quale vegliava da sei notti senza posa.

Edoardo trascurava evidentemente i suoi affari, sacrificava un tempo inestimabile, passando giornate intere nella camerina fiorita. A poco a poco, dimenticando d’essere osservati dalle persone di servizio, Morella ed Edoardo s’eran divisi il còmpito; e per lasciar riposare la giovane affranta, il Falconaro la mandava a dormire di giorno, in quella sua gran camera lilla e cremisi attigua alla camerina di Farfui; ed egli camminava in punta di piedi, vigilando il sonno dell’amante che si gettava vestita sul letto, e il sopore del bambino ammalato.

Pierina, la cameriera, l’aveva sorpreso più d’una volta curvo a fissare il volto disfatto di Morella o a investigar l’occhio di Farfui; un giorno, entrando silenziosamente nella cameretta del bambino, aveva udito Edoardo mormorare alla giovane:

– Per carità, fatti coraggio; tu arrischi d’ammalarti….

Ma incuteva alla servitù maggior paura e rispetto che lo stesso Lorenzo; e i medici si consultavano con lui, davano a lui notizie, lo confortavano, con quella speciale discrezione degli uomini di scienza, che capiscono e sanno fingere di non aver capito.

Isidora e Federico, i quali adoravano il nipotino, erano accorsi subito per dare aiuto a Morella; e questa s’era lasciala quasi trascinare a una confessione con la sorella.

– Ti ringrazio, Dora; ma non occorre che tu ti stanchi. C’è Edoardo; lasciami con Edoardo. Te ne prego, dillo anche a Federico, che gli sono molto grata; ma lasciatemi con Edoardo. Venite quando volete….

Edoardo! Ella non diceva più “Falconaro”, come una volta; ma intimamente, confidenzialmente “Edoardo” solo…. Nell’occhio smarrito di lei, Isidora lesse la stanchezza enorme, e comprendendo ciò che aveva sempre sospettato, ebbe paura per lei, ebbe paura che in quello sbaraglio di nervi e di volontà, la sorella si tradisse anche con Lorenzo, con Federico, coi domestici, con tutti.

– Mora, – le rispose, – Falconaro non può rimanere sempre qui. Finirebbe col far pensare male; e pure Enzo potrebbe stupirsi di veder Falconaro e non me, e non Federico.

– Ma sì, sì, – mormorò la giovane, – dovete venire, venite tutti i giorni…. Soltanto, non allontanatemi Edoardo, ve ne scongiuro, non allontanatelo da Farfui…. Non ci uccidete!…

E scoppiò in lagrime convulse tra le braccia della sorella, che vibrava con lei, che sentiva il suo dolore, la sua follia, la sua disperazione con un’indulgenza infinita.

Il còmpito d’Isidora fu, per tutta la malattia di Farfui, delicato e geloso; ella s’ingegnò a persuadere suo marito che Morella non aveva bisogno se non d’essere sola, e si sforzò di rimediare alle imprudenze della sorella e d’Edoardo, senza lasciarsi comprendere nè dall’uno nè dall’altra, fingendo sempre d’ignorare, di non sospettare nulla, di trovar naturale l’abnegazione di Edoardo pel piccolo ammalato.

La bontà dava alla “quaglia,”, alla timida e sommessa Isidora, un’intelligenza e una preveggenza stupende, che furono per quei disperati non meno efficaci dell’assistenza che i due disperati prestavano a Farfui.

Di tutto questo, poco o nulla aveva notato Lorenzo. Preso dalla passione del suo commercio, tornava a casa stanco ogni giorno, andava a dare un’occhiata al bambino e a udir ragguagli da Morella. Mangiava fuori di casa, perchè in casa non si osservavan più esattamente le abitudini, e si coricava presto in quella sua camera ch’era al lato opposto dell’appartamento di Morella, e si alzava all’alba e si rigettava alla sua vita di lavoro. Di ciò che avveniva, aveva notizie sommarie dalla moglie o da Isidora, la quale taceva, quando poteva, la presenza quasi continua di Edoardo.

Sull’ultimo, chiamato a Friburgo per affari, Lorenzo se n’era andato, dicendo a Morella che non poteva frapporre indugi e che Farfui stava meglio e non v’era più pericolo alcuno.

Edoardo, il quale assisteva per caso a quel colloquio, lanciò un’occhiata a Morella perchè non si opponesse. Eran da tempo abituati a intendersi con uno sguardo, e la giovane acconsentì subito dicendo ella pure che Farfui stava meglio e che non v’era pericolo.

In tal maniera Lorenzo partì, e per una settimana non mandò notizie e non ne chiese; e nessuno pensò a lui; ma Isidora notava, e riferiva a Federico, per convincerlo che i torti eran dalla parte di Lorenzo Moro e non di Morella; perchè quelle due anime candide stavano ancora innanzi al problema dei dissapori tra Lorenzo e sua moglie, e ancora ne cercavano le cause.

Tornato da Friburgo, Lorenzo trovò il bambino convalescente.

– Te l’avevo detto io? – osservò a Morella. – Non c’era pericolo!…

IV.

Arrivato al fondo d’ogni miseria e d’ogni dolore, Edoardo Falconaro cominciò a risorgere. Egli pensava che i piatti di quella bilancia ch’è la vita vanno altalenando di continuo, onde non v’è che attendere e durare perchè salga a poco a poco il piatto più basso e discenda a poco a poco il più alto; e non v’ha dolore senza confine, e non havvi gioia che non si ripaghi con un dolore.

In questa semplice filosofia, Edoardo Falconaro aveva attinto sempre la forza di sostenere le avversità, e la caparbia, mostruosa fiducia nella vittoria.

Usava dire che alle disgrazie egli dava appuntamento per il giorno dopo, e nel frattempo raccoglieva le forze a combatterle; non era mai parso sbigottito innanzi a difficoltà alcuna; qualche volta, anzi, lo si era visto allegro perchè il momento richiedeva un’energia non comune, ed egli sembrava compiacersene, con la certezza di non trovare avversarii capaci di tenergli fronte e di compiere uno sforzo pari al suo.

Ignorava che cosa fosse una notte insonne; anche quando le difficoltà gli si accavallavano intorno, anche quando era precipitato in ventiquattr’ore dalla ricchezza nel bisogno, Edoardo aveva dormito saporitamente, risvegliandosi pronto l’indomani con una immediata e nitida visione di tutto ciò che doveva compiere e di tutte le amare insidie che lo aspettavano.

Soltanto la malattia di Farfui aveva potuto, colpendolo nel sentimento, fargli dimenticare la prudenza e metterne a rischio la pacata energia; ma ne era uscito vittorioso, pur quella volta, e aveva potuto goder lo spettacolo dei primi giorni di convalescenza, mentre Lorenzo Moro era assente.

Farfui si era avvinto a Edoardo con quella tenerezza dei bambini, che per essere spontanea, piena, ingenua, ha dell’adorazione. Il piccolo non aveva visto al suo letto se non Morella ed Edoardo, e pareva ricordarsene. Voleva Edoardo ad ogni istante; una parola d’Edoardo lo incuorava; il più bel premio per lui era di farsi condurre dalla signorina a casa di Edoardo, per vedere l’amico, e giuocare ai suoi piedi.

Edoardo, il duro uomo dalla fronte tagliata, non disdegnava di giuocare col piccoletto, a terra, sopra una pelle di tigre; e la signorina Claudia Sacchi, vedendoli affaccendati intorno a una lunga fila di soldatini di piombo o intorno alle carrozze d’un treno minuscolo, si chiedeva scandalizzata qual dei due fosse meno ragionevole.

In quei giorni, Edoardo aveva anche potuto ristorare notevolmente le sue finanze con qualche colpo ardito; la sua casa riprendeva, adagio adagio, l’aspetto signorile del quale s’era dovuta bruscamente spogliare; la rimessa riaccoglieva le carrozze, e la scuderia i cavalli. Il piatto della bilancia risaliva.

Ed era un piacere ineffabile per Edoardo uscire in carrozza con Farfui, che la signorina teneva sulle ginocchia. Edoardo guidava e si recava quasi sempre sui bastioni, percorrendo il corso Venezia; là giunto, metteva i cavalli al passo e discorreva col bambino, del quale comprendeva il linguaggio ancora ingarbugliato.

Quando non guidava, usciva in carrozza col solo Farfui, e non lo riconduceva a casa che qualche minuto prima del pranzo. Un giorno appunto ch’egli percorreva il Corso in calesse e Farfui tutto vestito di rosso con un gran cappello rosso era seduto al suo fianco, Edoardo si avvide che un uomo lo salutava e andava chiamandolo a nome. Diede ordine di fermare, e guardò.

Non gli fu possibile riconoscere subito colui che si avvicinava; più che dall’aspetto, indovinò dal passo lento e strascicante, ch’egli era Mariano Frigerio, il quale dovette fermarsi un paio di volte per lasciar passare le carrozze padronali, che si dirigevano ai bastioni e le poderose vetture color cioccolatte del tram di Monza.

Era così allampanato e lacero, che Edoardo non potè dissimulare una smorfia, e rinunziò all’idea di farlo salire.

Mariano, fermatosi presso il legno, disse attonito, fissando Farfui:

– Che?… Tu sei ammogliato?

– Io? Io no, – rispose Edoardo, attonito a sua volta.

– Per Dio, non sarai ammogliato, ma questo è tuo figlio! – incalzò Mariano. – Sei ammogliato senza moglie; è più comodo.

– Suvvia, mi hai fatto fermare per dirmi queste cose?

– No; ho da dirti altro…. Ma che bel bambino!… Come ti chiami?

Farfui a veder l’uomo pallidissimo e mal vestito, che gli avvicinava la faccia alla faccia, si ritrasse timoroso.

– Non gli quadro. Ai cani e ai bambini io non quadro mai, – annunzio Mariano. – Ha i tuoi occhi, la tua bocca, il tuo colorito…. E i capelli d’oro….

Parve riflettere un istante, come per cercar nella memoria, ma Edoardo lo interruppe:

– Lasciamo gli scherzi, Mariano. Che cosa desideri?

– Ecco, – disse Mariano. – Il suocero di Lorenzo Moro, voglio dire il padre della signora Morella Moro è antiquario, se non erro?

– Mi sembra.

– Bene; potresti darmi un biglietto di presentazione per lui, o parlar di me alla signora?

– Come vuoi, – rispose Edoardo, – l’una cosa e l’altra.

– Tu hai molto credito presso quella signora, – e gli occhi di Mariano ricaddero sopra Farfui, – e puoi essermi utilissimo. Io ho diversi oggetti da vendere, ma vorrei venderli senza essere taglieggiato. Il padre della signora potrebbe comperarli onestamente…. Che ne dici?…

Edoardo lo rovistò di nuovo, da capo a piedi, con una maraviglia nello sguardo, della quale Mariano s’accorse.

– Pensi che io a Parigi non ho fatto fortuna? – egli disse. – E hai torto; ho guadagnato molto; ma la vita a Parigi è cara, e tanti ne ho guadagnati tanti ne ho spesi…. A proposito; mi dimenticavo di farti i miei complimenti; ti ho lasciato a piedi e ti ritrovo in carrozza; i tuoi affari si sono accomodati, a quel che ne capisco…. Ne sono contento…. Io, invece, non so come sfangarmela. Ho poi, qui a Milano, delle complicazioni speciali, che ti dirò…. Del resto, sono stato derubato più volte…. Credo che tu lo sappia…. Lorenzo mi ha dato della mia casa quindicimila lire meno di quanto valeva, e anche nella compera di Febo, lo conoscevi Febo?, un buon cavallo, mi ha strozzato.

Edoardo lo arrestò con un gesto:

– Caro Mariano, io non posso ascoltare queste accuse contro un mio ottimo amico, che conosco per galantuomo….

– Tuo ottimo amico, siamo d’accordo; ma facevo per dire…. Dunque ti occuperai di questa faccenda? Mi presenterai all’antiquario?

– Senza dubbio; vieni da me fra un paio di giorni.

– Un paio di giorni! – esclamò Mariano. – Io sperava che tu sbrigassi tutto subito….

– Subito, qui in carrozza? Devo parlar con la signora: penso sarà meglio che vada lei da suo padre a raccomandarti.

– È giusto, – concluse Mariano rassegnato. – A posdomani, allora. Ciao, Edoardo…. Che bel bambino!… Come si chiama?

– Aquileio, – disse Edoardo.

– E non è tuo figlio, dunque?

– Ma no, te l’ho detto. È il bambino di Lorenzo.

– Ah ecco!

Mariano proferì “Ah ecco!” con la medesima intonazione con cui avrebbe esclamato: “Allora è tuo figlio!” ma non insistette oltre, e rattenne il sorriso che già gli errava, sulle labbra, perchè aveva bisogno d’Edoardo in quel momento e non voleva irritarlo.

Edoardo fece segno al cocchiere di proseguire, poi, invece d’andare sui bastioni come di solito, si fece condurre a casa di Lorenzo Moro.

– Già di ritorno? – disse Morella, vedendo Farfui comparire con quella sua aria grave e meditabonda, ch’era tanto comica nel piccoletto.

– Sì; ho trovato Mariano, – rispose Edoardo.

Erano in quella vasta, sala in cui circa tre anni addietro, mentre una sera, pranzavano, Morella era stata colta da uno svenimento. La giovane seduta in una poltrona, volgendo il capo a Edoardo, ritto in piedi, il quale le narrava l’incontro e il colloquio con Mariano Frigerio.

– Mi dispiace che sia tornato, – osservò Morella. – Quell’uomo mi fa sempre paura. Mi fa paura e compassione; un sentimento strano.

– Dispiace anche a me, – rispose Edoardo sedendo. – Egli mi ha detto subito che Farfui è mio figlio, e che io devo avere molto “credito” presso di voi.

– Lo sfacciato! – esclamò la giovane arrossendo.

– Bene, – ribatte Edoardo con un sorriso. – La conclusione si è che bisogna comprargli quei suoi oggetti antichi. Vostro padre non li comprerà di sicuro, perchè del loro pregio è da dubitare assai, e dunque li comprerò io, ma vorrei che Mariano credesse di dover tutto alla vostra raccomandazione; a questo modo egli vi sarebbe certo obbligato. Occorre, però, che vostro padre vi aiuti, e che, se Mariano si pensasse d’interrogarlo in proposito, vostro padre gli lasciasse intendere di aver veramente comperato.

– Mio padre non si presterà mai a simile giuoco, – osservò Morella. – Lo conosco.

– Tentate, ve ne prego!

– Non posso tentare; egli sarebbe molto sorpreso della mia insistenza.

– È vero, – confessò Edoardo, – E allora andrò io da Mariano, e comprerò io, apertamente, dicendogli che voglio fare qualche regalo, dicendogli una qualunque cosa….

Egli era per alzarsi, ma la giovane lo rattenne ancora con un gesto. Tra l’uno e l’altra stava Farfui, immobile, scrutando ora il volto della madre, ora il viso d’Edoardo, quasi fosse conscio dell’importanza di quel colloquio. L’uomo si chinò a baciarlo.

– Pensiamo un istante, – disse Morella. – È necessario comperare?

– Se io non lo aiutassi, me ne farei un nemico; non ha mai dimenticato che già qualche anno addietro ho rifiutato di curare i suoi interessi in Borsa.

– E quando fosse vostro nemico, che cosa ci potrebbe fare? – domandò Morella.

Edoardo si strinse nelle spalle.

– Che so io? – rispose. – Basterebbe ch’egli andasse propalando tra gli amici che Aquileio è mio figlio.

– Va! – disse Morella, tornando improvvisamente al tuono affettuoso d’un giorno.

V.

Edoardo Falconaro non s’attendeva allo spettacolo che le due camere di via Passerella, ultimo rifugio del dissipatore, dovevano offrirgli.

Mariano era assente, ed Edoardo fu ricevuto da un donna, avvolta in un broccato antico, sotto il quale, probabilmente, ella era nuda. La purezza dei lineamenti e l’ardore dello sguardo dicevano ch’era stata bella, che forse era bella ancora; ma i disagi e le notti insonni stavano distruggendo le grazie del corpo e stendendo su quel volto una maschera d’angoscia e d’umiliazione. I capelli rossastri le sfuggivan pel collo e per le spalle fino alle reni col veemente impeto d’una fiammata incontenibile.

– Mi scusi, – disse Edoardo, vedendo che la donna, colta alla sprovvista, tratteneva sul petto il manto di broccato perchè non le scivolasse. – Io desiderava parlare con Mariano Frigerio.

– Mariano sta qui, – ella rispose. – Ora mando subito a chiamarlo; dev’essere giù, al suo solito ritrovo. S’accomodi, intanto.

– Mi dispiace d’essere così importuno, – seguitò Edoardo, – ma io credeva che il mio amico fosse solo….

La donna rise, e ficcò gli occhi brucianti in faccia al signore, nel quale, da mille piccoli particolari subito notati, aveva subodorato un ricco.

– Non si confonda, – rispose. – Io ho ancora le mie abitudini d’artista, e mi levo tardissimo….

E rise ancora; quel riso forte, quasi insolente, se pur null’altro lo avesse fatto avvertito, diceva a Edoardo che la femmina apparteneva al genere preferito da Mariano: corista, “chellerina” o cantante da caffè.

Edoardo sedette in una poltrona di cui udì lo scricchiolio; ma s’accorse in pari tempo che, invece di correre a chiamar Mariano, la donna seguitava a stargli innanzi, e il manto cominciava a scivolare in modo da svelar la sommità delle mammelle bianche e leggermente venate.

– Abitudini d’artista, sa? – ripeteva la femmina, mostrando nel riso una fila di bei denti tra le labbra sensuali. – Abitudini libere, franche, senza cerimonie…. Forse anche lei se ne intende, perchè gli uomini del suo grado non si lasciano scappar le occasioni, e tra le artiste le occasioni sono più facili e più, come si direbbe? gustose.

Edoardo ascoltava, imperturbato, prevedendo che indi a poco sarebbe stato costretto a difendersi per non fare ingiuria all’uomo ch’egli era venuto a soccorrere; e rideva fra sè dall’avventura.

– Cara signora…. – disse.

– Signorina, – corresse l’altra sfrontatamente.

– Cara signorina, io devo parlar con Mariano, e se non c’è, posso tornare, perchè ho poco tempo.

– Vado, vado, – rimbeccò la donna, allontanandosi con una occhiata velenosa.

E lasciato Edoardo, uscì sul pianerottolo, dove risonò a lungo la sua voce, che chiamava:

– Caterina, Caterina, Caterina!

La donna faceva parte di quelle “complicazioni speciali” di cui Mariano aveva parlato con Edoardo; e questi, rimasto solo, girò l’occhio attorno per vedere quali oggetti potesse comperare.

Egli stava considerando certe porcellane cinesi ch’erano sopra la caminiera, quando il suo orecchio fu ferito da un lagno, da un miagolìo, che via via si faceva più lungo ed acuto. Edoardo si volse stupito a guardare e non vide nulla; guardò in su, a terra, si sporse dalla finestra indarno; e finalmente notò che sul gran letto veneziano qualche cosa si moveva di sotto a una coltre gettata attraverso il piano del letto.

Edoardo s’avvicinò e alzò un lembo.

– Per bacco! – esclamò ad alta voce. – La signorina ha fatto un figlio!…

Ma il sorriso gli morì sulle labbra, vedendo quel povero marmocchio interamente nudo, macilento, con gli occhietti lucidi di febbre; contava appena qualche mese di vita, era tutto pelato in testa e il suo corpicino aveva un color giallastro come fosse stato plasmato nel sego o nella cera.

Edoardo e il bambino stettero a fissarsi un attimo; poi il bambino riprese il suo miagolìo, e l’uomo non osò ricoprirlo, temendo che la coltre lo soffocasse.

Ma in quel momento la porta si aperse, e la donna tornò.

– Bisogna che vada io a chiamarlo, – disse. – Caterina non c’è; volevo mandar lei….

S’interruppe, scorgendo Edoardo presso il letto.

– Oh mi scusi! – esclamò. – Le dà disturbo? Lo lasci strillare…. E una seccatura; non sa far altro….

E volgendosi al fantolino, quasi potesse comprenderla, soggiunse:

– E tu, avevi proprio bisogno di farti conoscere, stupido? Non potevi tacere un momento?

Poi d’un tratto, allentò le mani che trattenevano ancora il drappo attorno al suo corpo, e rimase completamente nuda.

Edoardo aveva conosciuto molte femmine e s’era dilettato di leggère conquiste; ma non gli era avvenuto mai d’imbattersi in una, così spudorata e procace. Quella gli era innanzi, tutta nuda, tranquilla e franca come fosse stata sola; e l’uomo la squadrava con un senso di maraviglia di cui ella pareva divertirsi.

Infilò una camicia, sopra la camicia una vestaglia scura, e senza più dir parola, offesa certo che neppure la sua nudità avesse potuto smuovere il visitatore, uscì di nuovo.

Edoardo riprese a considerare le porcellane, accompagnato nel suo esame dal lagno incessante del bambino, il quale agitava le mani minuscole serrate a pugno, e di tanto in tanto se le dava sugli occhi e sul naso, non sapendo muoverle.

Quella miseria, quel disordine, quella infamia di vita delle quali aveva le prove umilianti, quel disdoro e quella disonestà che parevan trasudar dai muri stessi della camera in cui si trovava, avevano stimolato nel cuore d’Edoardo una malinconia amara. Egli non sapeva comprendere come un uomo fosse potuto discendere così basso, e ne sentiva compassione ed ira nel medesimo tempo.

– Aveva indovinato Morella, – egli pensò. – Costui è capace di tutto.

Un risonare di voci confuse sul pianerottolo interruppe il filo del suo pensiero, e un istante dopo la porta si spalancò e Mariano comparve, seguito dalla donna.

– Oh che bella sorpresa! – esclamò Mariano. – Non mi aspettavo l’onore d’una tua visita…. Mi dispiace che tu abbia trovato ogni cosa a soqquadro…. Ma Livia si alza tardi ed è pigra…. Hai fatto anche la conoscenza di mio figlio…. Non è bello come Aquileio, ma è piccino, e si può sperare….

Egli parlava a denti stretti, cercando scherzare; nel contegno e nella voce tradiva però un impaccio vergognoso, di cui Edoardo gli fu quasi grato, quantunque il sentir nominare Aquileio in quell’ora, e in quel luogo lo offendesse.

– Ascoltami, Mariano, – egli cominciò. – Io ho pensato….

Ma non potè finire.

– Andiamo nell’altra camera, se non ti dispiace, – disse Mariano prontamente. – Qui non si potrebbe parlare a nostro agio, e Livia deve dare il latte a Fausto…. Si chiama Fausto…. Ti piace questo nome?

Edoardo abbozzò con la testa un breve saluto alla donna, che dagli occhi ardenti sembrava vigilare le mosse e i gesti dei due uomini; e preceduto da Mariano, il Falconaro passò nella camera attigua. Ebbe tuttavia il sospetto che la femmina stesse alla porta a origliare, e durante il colloquio parlò a voce bassa.

– Ho pensato, – egli riprese, – che è inutile ricorrere a Tito Bardi per la compera dei tuoi oggetti d’arte, e che potrei comperarli io, senz’altro. Che te ne pare?

– Mi pare che tu sei un grand’uomo, un vero genio! – esclamò Mariano con gioia. – Così sono sicuro di non essere strozzato…. Vedi; io ho bisogno di denaro…. Ti ho condotto qui perchè certe cose è meglio dircele tra di noi, specialmente quando si tratta di quattrini…. Hai visto? L’avevo lasciata, Livia, andando a Parigi, e poi l’ho ripresa, e ora sono padre…. Io ho in odio le donne prolifiche, e paf! me ne capita una, che mi regala quel mostro! Volevo metterli alla porta tutti e due…. Ma noi siamo sentimentali; per Livia m’importava poco; poteva fare strada senza di me; è una bella giovane; hai visto che capelli? Mi son trattenuto pel bambino…. Ti dico; sono un sentimentale; è nato: bisogna tenerselo e allevarselo, nutrirlo ed educarlo…. E me lo son tenuto, e ho tenuto anche sua madre, per il latte…. Io il latte non posso darglielo; non ne ho…. E così, eccomi padre, con due persone da mantenere, anzi tre, perchè ci sono anch’io. Gli affari vanno male, caro Edoardo; non c’è danaro in giro, e quello che c’è, non si lascia vedere…. Dunque, bisogna cavare sangue dalle rape…. Ora venderò questa roba…. Ah se Lorenzo Moro mi avesse pagata la casa a prezzo giusto!… Quindicimila lire; un patrimonio, una fortuna!… Scusami; so che non vuoi sentir parlar male di Lorenzo; hai ragione, sei un vero amico…. Come sta Aquileio?… Ma credi che Lorenzo mi ha strozzato…. Scusami, la lingua batte dove il dente duole…. Ah ti assicuro che la lezione mi gioverà! Voglio lavorare…. Lavorerò…. Tu non avresti da indicarmi una professione?… Bene; di questo parleremo più tardi…. Che ti pare, che il mio Fausto possa diventar bellino come Aquileio?… Sai che Aquileio è un capolavoro?… Quel Lorenzo, quel Lorenzo, com’è fortunato!… Lui così brutto e volgare, ti ha messo lì un bambinetto che è un amore…. Ci penso da quando l’ho visto…. E vestito di tutto punto…. Se potessi vestire anch’io Fausto a quel modo…. È vero che sua madre non è la signora Moro…. Livia è un bruto; non sa vestirsi neppur lei; è stata abituata a svestirsi, piuttosto, e sul palcoscenico aveva certi abiti, lunghi un dito…. Eccoti dunque ciò che io venderei….

Edoardo aveva ascoltato con molta longanimità lo strambo discorso, fingendo di non aver compreso certe allusioni e certe ironie mal celate che lo ferivano….

Mariano indossava un vecchio abito nero sopra una camicia molle, senza colletto; era d’un pallore spettrale, macero, coi pochi capelli giallastri appiccicati sul cranio come fosse uscito da un tuffo in acqua; un vinto, un uomo sperduto nella esistenza, al quale il colorito e quei capelli madidi davano una sinistra espressione d’annegato, quasi il mare l’avesse gettato alla sponda a guisa di rottame.

E per ciò Edoardo ascoltava pazientemente e anche sorrideva qualche volta con cortesia, pensando che non metteva conto di rilevare i sottintesi del suo discorso.

Mariano fece sfilare innanzi agli occhi del Falconaro gli oggetti che desiderava vendere, coppe, candelabri, pendole, vasi dì porcellana, piccoli bronzi; ed Edoardo metteva da un lato, a mano a mano quelli che gli parevano di carattere meno incerto e sospetto….

– Caro mio, – egli osservò, – i tuoi bronzi sono belli, ma tutti indecenti. Dove vuoi che io li metta?

– In casa; non sei scapolo? – ribattè Mariano. – Se ricevi delle donne, non saranno mica collegiali o suore di carità…. Capisco; non avrai tra i piedi una Livia o una Claudina o una Fifì, ma in un dato momento tutto le donne si somigliano; e le tue amiche verranno da te per lo stesso motivo pel quale le mie vengono da me.

Edoardo non volle discutere, e quando ebbe raccolto in un angolo gli oggetti che intendeva comperare, ne chiese il prezzo; trasecolò, udendo che Mariano gli domandava ottomila lire.

Egli non li aveva in quei giorni, pronti da gettar per la finestra; stava ancora rimediando allo conseguenze dell’ultima raffica, e il denaro gli costava lavoro e fatica. D’altra parte pensava che sommettendosi docilmente a quella specie di ricatto, avrebbe dato anima al ricattatore e gli avrebbe fatto comprendere che lo temeva.

Scosse la testa e sorrise:

– Sta bene, – disse. – Tu non vuoi essere strozzato; ma io desidererei che tu non strozzassi me.

– Che cosa ti passa pel capo? – esclamò Mariano, offeso. – Non ti chiedo un centesimo di più di quanto avrei chiesto all’antiquario!

– Sì, ma l’antiquario ti avrebbe risposto con un sorriso, – obiettò Edoardo. – Del resto, non perdiamoci in parole. Io, ottomila lire non le ho…. Posso spendere duemila lire…. Dammi per duemila lire ciò che tu puoi darmi onestamente a tal prezzo….

Mariano ruppe in una risata.

– Non hai ottomila lire, tu? – egli disse. – Un uomo che possiede cavalli e carrozze…?

– Mariano! – tuonò Edoardo, mandando un lampo dagli occhi e facendo un passo.

L’altro comprese….

– Ti domando perdono, – egli balbettò, piegando la schiena a radunar gli oggetti che stavano ai suoi piedi. – Le disgrazie mi hanno inacidito e parlo anche quando mi toccherebbe tacere. Se lo dici, non dubito…. Allora, combiniamo per duemila lire…. Facciamo così: tu mandami domani un servo e io gli darò la roba; alla sera poi ci troveremo dove vorrai, tu mi consegnerai il denaro, e io ti lascerò una ricevuta in regola.

– Ma, – osservò Edoardo, – si può far tutto in una volta sola. Il mio uomo può portarti domattina il denaro, e tu puoi consegnargli roba e ricevuta.

– No, no, – interruppe Mariano. – Non qui; anzi, ora, uscendo, dirai che ci siamo intesi per cinquecento lire…. Le donne non devono mai sapere certe cose….

Edoardo capì; la femmina aveva l’abitudine di derubare l’amante, e l’amante voleva ingannare la femmina, e scialare tre quarti della somma al giuoco o con altre donne.

Egli amava il suo bambino, ma la passione pertinace del tavoliere, ma il libertinaggio, ma l’abitudine delle male compagnie e delle notti d’orgia lo tenevano serrato come tra le mandibole d’una tagliuola, ed egli non poteva liberarsene più.

Edoardo, ritornato nella camera vicina, lasciò dir da Mariano che il prezzo convenuto era di cinquecento lire.

Poi scese ed uscì in istrada.

L’angusta via Passerella senza sole, e più ancora il Corso Vittorio Emanuele soleggiato, gli allargarono il cuore lietamente come luoghi di suprema bellezza. Si mescolò alla gente e si lasciò urtare; si fermò innanzi ai negozii a guardare oggetti d’eleganza per togliersi dagli occhi la visione di quelle due camere e di quei disgraziati giallastri, che si dibattevan tra la miseria e la depravazione.

Per duemila lire, Edoardo ebbe alcune coppe, un paio di candelabri e un bronzo, il cui valore totale raggiungeva forse appena un quarto del prezzo pagato.

Ma non disse verbo e non ne parlò nemmeno con Morella Moro, sdegnando di descrivere le bassezze di quello sciagurato, del quale per qualche tempo non udì più novelle.

VI.

Dopo la grave malattia che l’aveva così a lungo travagliato, Farfui cresceva rigoglioso, quasicchè la natura avesse voluto compensarlo del male patito. Era di carattere dolce e impressionabile, attentissimo alla lode e al biasimo; non lo si udiva quasi mai piangere. A tre anni sapeva spiegarsi con chiarezza, e se scambiava qualche volta una parola per un’altra, non si lasciava intimorire dalle risa che accoglievano i suoi spropositi.

Tutti gli erano amici, e la mattina, accompagnato dalla governante, egli andava a far le sue visite; salutava Adelmo il portiere e Luigia sua moglie, poi Pierina la cameriera e Maria la cuoca. E attraversata la strada, visitava la scuderia, chiamando a nome i cavalli dalle groppe lucide, Febo, Vespa, Bozzolo e Valì. Le bestie volgevano il capo, rizzavano le orecchie, e parevano fissare il piccoletto con l’umido occhio inquieto.

In magazzino stava a osservar gli uomini di fatica, i formidabili uomini dalle braccia nervute e dal dorso poderoso, i quali davano il rossetto agli stracchini brancicandoli con le mani impiastricciate della mistura bianca e vermiglia, o smuovevano e ungevano le grosse forme di grana. Essi passavano gocciolanti di sudore, con quei dischi grevi sulle spalle, e sorridevano al piccolo, e gli facevan d’occhio, mentr’egli guardava i giganti dal sotto in su, come avrebbe guardato montagne.

E qualcuno, più audace, gli allungava, passando, una carezza leggèra. La signorina Claudia protestava immediatamente, perchè Farfui usciva quasi sempre da quegli amplessi con uno sberleffo di barite o di rossetto sulle guancie, che lo rassomigliava a un piccolo pagliaccio da circo.

Nello studio del babbo, aveva tra i commessi e gli impiegati un grande amico, un prediletto. Era Paolino Tornaghi; sposato da cinque anni con una donna sterile, Paolino aveva tale un amore pei bambini, che appena vedeva Farfui, abbandonava il mastro e la corrispondenza per pigliarlo sulle ginocchia e raccontargli le fiabe. Sapeva fiabe mirabili e ne inventava di nuove, onde Farfui, entrando in istudio, correva subito da Paolino e gli diceva:

– Palino, raccontami quella del re che menava a bere le oche…. No, quella del lupo che correva dietro al treno.

Il Tornaghi s’era preso non pochi rabbuffi da Lorenzo Moro per questo suo vezzo; ma ogni mattina ci ricascava, e nonostante il terrore che gli incuteva Lorenzo, egli obbediva al suo piccolo amico e cominciava sottovoce:

– Dunque, una volta c’era un lupo grande, grande, grande….

Farfui andava in visibilio, fin che uno sbatacchiar d’usci e un passo pesante non annunciavano l’avvicinarsi di Lorenzo. Allora Farfui balzava dai ginocchi del suo novellatore, e avendo già imparato a uccellare il mondo, si gettava a terra per fingere di giuocare col cestello della carta straccia o col gatto che passeggiava maestoso dallo studio al magazzino.

La presenza di Farfui allietava tutti. Era aspettato come un personaggio autorevole, e di ritorno dalle sue visite raccontava ogni cosa alla mamma, specialmente le fiabe di Paolino Tornaghi, gettando occhiate sospettose al babbo, perchè su quell’affare delle fiabe non andavano d’accordo.

– Bambino mio, tu farai cacciare il povero Tornaghi! – osservava dolente Morella. – Non andare a disturbarlo; lascialo lavorare.

– No, no, facciamo bene! – rispondeva Farfui, scotendo i riccioli d’oro sulla fronte.

“Facciamo bene” voleva dire nel suo linguaggio sintetico che lui e Paolino gabbavano insuperabilmente il papà.

Il pomeriggio, se non andava in carrozza con Edoardo Falconaro, usciva a passeggio con Morella e si recava a far visita alla zia Isidora o ai nonni. Il bambino baciava sempre Isidora con entusiasmo, quasi con violenza, perchè sentiva tanta dolcezza in quell’anima sincera, che gli sembrava sempre d’essere accarezzato dalla voce e dallo sguardo di lei.

La nonna Gina non gli piaceva per niente. Con l’istinto prodigioso dei bambini, egli aveva capito subito ch’ella era una sciocca apatica, la quale ripeteva ciò che dicevano gli altri e non aveva nè un pensiero, nè un sentimento suo proprio. Ma il nonno Tito lo amava, tanto lo amava, da commetter follie per lui.

Morella non ricordava ch’egli fosse giunto mai a mostrare i suoi tesori d’arte ad alcuno; e per Farfui, il vecchio dimenticava ogni prudenza. La giovane era sempre tra sorpresa e commossa nel vedere che Tito permetteva al bambino di giuocare co’ suoi avorii; glieli preparava egli stesso, allineati sul tavolotto, tutto un esercito di figurette preziose, di pezzi da scacchiera, d’ometti e di donnine, di cani e di tigri e di cavalli.

Così, a un lato della tavola stava il vecchio sorridente e dall’altra il bambino, che aveva dato un nome a ciascuna figura e combinava, tra tutte, spaurevoli drammi e grandi battaglie; ma quasi avesse indovinato il pregio di quei balocchi e l’amore onde li circondava il nonno, Farfui li moveva garbatamente, non li urtava mai, non li lasciava mai cadere; e Tito n’era entusiasta.

– È un boia, è un boia! – andava esclamando, perchè il boia per lui era, a ciò che se ne capiva, la più alta espressione del genio.

Talchè un giorno, interrogato da un amico di casa, il quale fingeva di non riconoscerlo e gli domandava chi fosse, Farfui gli aveva risposto gravemente:

– Sono il boia!

In campagna, Farfui aveva un altro eccellente amico; quel piccolo Poldo, il quale contava ormai sette anni. Morella lo aveva soprannominato, per certe sue ragioni, che Edoardo solo intendeva, “il rivelatore”, e s’era impuntata a farlo studiare, contrariamente al desiderio di Lorenzo, il quale sosteneva che i contadini istruiti sono più ignoranti degli altri.

Poldo faceva gran fatica a capire, ma studiava con la tenacità ferma e inflessibile della sua semplice razza, e perchè gli costava maggior pena che ai condiscepoli, una nozione appresa ed entratagli in testa non ne usciva più, era scolpita nel marmo. Aveva avuto da Morella il permesso di giuocare con Farfui, del quale egli si faceva il guardiano geloso e perspicace; possedeva ancora il cavalluccio, senza ruote, annerito dalle mani e dal terriccio, e quel fazzoletto che gli aveva regalato Edoardo. Lo adoperava nei giorni di festa, e poi lo riponeva con cura.

Ma tutto andava bene per cinque giorni della settimana. Il sabato e la domenica, Poldo era irreperibile; appena Lorenzo giungeva a Villa Mora, il ragazzetto spariva e stava rintanato a casa sua; non aveva mai potuto dimenticare la sassata arrivatagli tre anni prima tra capo e collo, e n’aveva conservato tale paura, che la presenza del padrone lo faceva scappare ancora a gambe levate.

Non appena Lorenzo ripartiva per Milano, Poldo tornava a sbucar fuori e ripigliava i giuochi con Farfui. Anche Farfui era lieto che suo padre se ne andasse; egli sentiva che la sua presenza metteva freddo e impaccio; il volto della mamma si abbuiava; la vita diventava arcigna. A ogni istante risonava la voce di Lorenzo che faceva un’osservazione o si lagnava dello strepito di cui era oltremodo insofferente. Bisognava riporre trombette o pifferi e tamburo. Il lunedì era un bel giorno. Poldo e Farfui giuocavano furiosamente con un certo cavallo a dondolo, piantato, dritto e bianco, sui sostegni ondulanti.

Farfui teneva in testa un cappello di carta uscito dalla fabbrica speciale di Poldo, ch’era abilissimo a foggiar cappelli guerreschi coi fogli dei giornali, e Poldo aveva in capo un bell’elmo nichelato di Farfui, il quale preferiva i cappellucci leggeri dell’amico.

Ma l’elmo di Farfui era piccolino e stava in capo a Poldo per miracolo, dondolando a ogni passo. Farfui caracollava superbo, urlava ordini strampalati a un esercito invisibile e scoteva la testa per dare all’aria i ritagli di carta che pendevano dal suo copricapo.

La scena li entusiasmava; e una volta, mentre si sbracciava a comandare, Farfui era ruzzolato da cavallo; un’altra volta, durante una carica, Poldo era andato a finir dietro una siepe, e l’elmo si ora tutto ammaccato; ora cascava l’uno, ora cascava l’altro, ma i due piccoli stavano zitti per non aver rimproveri da Morella.

Così, a Milano e in campagna, nella sua casa di porta Ticinese e a Villa Mora, dai nonni e dagli zii, Farfui non contava che amici.

E adagio adagio, gli si formava un carattere orgoglioso, freddamente audace, forte a sostenere il male, nemico delle querimonie, gentile ma pervicace; un carattere, nel quale Morella sapeva leggere quasi sbigottita l’impronta nitida e incancellabile d’Edoardo Falconaro.

Quel fragile piccolino dai capelli d’oro e dagli occhi grigi, era un superbo. Non piangeva più; non faceva mai un gesto d’ira o di dispetto; se qualcuno lo contrariava, chiudeva dentro sè la sua angoscia e non ne lasciava trasparir nulla, soffrendo in silenzio.

Morella n’era veramente spaventata; pensava con terrore che il suggello era lampante; e quando il bambino avesse avuto tutto il suo sviluppo fisico e avesse potuto spiegar meglio la sua indole, la somiglianza con Edoardo Falconaro, quella somiglianza che già aveva colpito l’occhio vigile di Mariano Frigerio, si sarebbe rivelata anche all’occhio torpido e distratto di Lorenzo.

La giovane ne fu tanto scombuiata, che per sincerarsi de’ suoi dubbi, volle cimentare Farfui.

Lo aizzò a sfidare i pericoli, sorvegliandolo e fingendo di lasciarlo solo. Egli aveva paura di Fox, un mastino basso e quadrato, dai canini sporgenti e dalla grinta minacciosa, il quale stava di guardia al magazzino. Quel formidabile ceffo atterriva Farfui; ma perchè sua madre lo aveva beffato, il piccoletto era andato un giorno ad accarezzare la bestia, e in breve se l’era fatta amica.

Farfui aveva anche paura dell’oscurità; vedeva nell’ombra forme eteroclite che si movevano; e tuttavia s’era avventurato una sera nel grande salotto e vi era rimasto per qualche tempo, per rassicurare Morella che rideva dei bambini paurosi.

Ogni volta che la giovane lo incitava a qualche impresa, gli spiegava pazientemente, con le parole ch’egli poteva comprendere, tutti i rischi ai quali sarebbe andato incontro. Farfui ascoltava, fremeva, tremava dentro, e poi si accingeva al cimento. Un moto ansioso della bocca, gli occhioni grigi sbarrati, l’andatura rigida svelavano tutto il suo orgasmo e il lavorio interno ch’egli compieva per vincere sè stesso, prima ancora delle difficoltà immaginate dalla sua fantasia e ingrandite a bella posta dalla parola della mamma.

Era l’istinto di Edoardo che agiva sul piccoletto; quell’istinto di guerra, quella voluttà del rischio, che avevano tratto il Falconaro da molti brutti passi e lo rallegravano allorchè occorreva compiere uno sforzo, al quale gli altri avrebbero soggiaciuto. Era la superbia di morire piuttosto che patire una umiliazione. Come sarebbe stato possibile vincere l’impronta morale, che insieme alla rassomiglianza fisica andava facendosi di giorno in giorno più limpida?

Per una mela, un frutto che non gli piaceva, Farfui aveva arrischiato, o aveva creduto d’arrischiare la vita.

Posta una mela sull’alto d’un armadio, Morella aveva detto al bambino che se l’avesse arrivata, sarebbe stata sua. Poi aveva soggiunto che per salire fin laggiù, Farfui avrebbe forse perduto del sangue.

La vista del sangue era insostenibile pel bambino. Nessuna paura agguagliava in lui la paura del sangue. E udendo quelle parole, fece una smorfia, subito rattenuta. Morella scrutava avidamente il visetto roseo del figlio, che le stava innanzi a gambe larghe, meditabondo; e sperava e temeva nel tempo medesimo ch’egli non avesse animo per tanto pericolo e per un premio di cui non sapeva che farsi.

Ma d’un tratto la giovane sussultò. Farfui s’era deciso dopo una breve e violenta lotta interiore.

Non potendo smuovere la tavola, pregò sua madre di porla vicino all’armadio; e sulla tavola fece posare una sedia larga, e su questa una più piccola, e infine la sua seggioletta di legno verde a fiori rossi, ch’egli amava come una persona viva.

– Bada che non ti tengo! – gli disse Morella.

– Sì, – egli rispose, arrampicandosi.

Le sedie tentennarono. La giovane stava presso il figlio, pronta ad afferrarlo, ma fingeva di guardare altrove.

– Bada di non cadere! – ella ammonì, per togliergli coraggio.

– Sì, – egli ripetè con la voce turbata, accingendosi a scalar la piramide delle sedie.

– Bada di non perdere sangue!

Egli non rispondeva; s’aggrappava con le manine, a ogni dondolio rimaneva un istante immobile, e riprendeva poi risoluto.

Morella non potè reggere a quello spettacolo. Strappò Farfui dalla tavola, e strettolo al seno, gli coperse il volto di baci.

– Che fare? – pensava. – È suo, suo, suo!…

Farfui non riuscì mai a comprendere perchè sua madre singhiozzasse convulsamente e gli bagnasse il viso di scottanti lagrime. Per una mela non c’era ragione di commuoversi tanto.

VII.

Il dramma scoppiò di repente, mentre nessuno se l’aspettava più, con una furia terrifica.

Milano quell’anno sembrava palesar meglio del consueto la gioia strapotente di vivere che l’attività gigantesca le insufflava.

I suoi teatri luminosi, i caffè, i ritrovi erano stipati di pubblico. La, borghesia che dopo l’esposizione nazionale del 1881 aveva avuto la rivelazione della propria forza, s’era data appassionatamente alle industrie e al commercio, mutando viso in una ventina d’anni alla città e centuplicandone la possanza. Il frastuono era interminabile, soverchiato appena dal battere reiterato e senza requie della campana dei trams; tutte le vie formicolavano il giorno d’una folla avida di lavoro e di guadagno; quando s’accendevano i lumi, era uno straripar nelle strade d’un’altra folla che correva a pagarsi i suoi piaceri. I milanesi non vanno mai piano.

Milano andava formandosi quella maschera di città inesorabile, che abbatte e uccide i deboli, che non dà quartiere agli imbelli, e suscita ed esalta e innebria i forti.

Edoardo Falconaro, Morella, Lorenzo, tre milanesi di razza, vivevano la vita prosperosa della loro città con un senso di compiacimento.

La prepotenza trionfatrice della metropoli lombarda andava dilatandosi; quasi si sarebbe detto che si vedeva salire di giorno in giorno e dirompere come un fiume dalle acque veementi e torbe.

Il piccolo Farfui aveva compiuto quattr’anni, e prendeva parte anche lui alla vita milanese.

Passava sul Corso in carrozza con la sua mamma, e rideva felice quando i cavalli dovevano fermarsi per dar luogo a tante carrozze e alle automobili e ai trams ch’erano avanti; egli rideva, sapendo che Battista, il grosso cocchiere, si mordeva le labbra pel dispetto di dover fermare Bozzolo e Valì, che stavano spiegando le loro stupende virtù di trottatori.

E al piccolo piaceva di dovere nel frastuono alzar la voce, a farsi intendere. Sua madre e la signorina gli avevano insegnato che in casa non si alza la voce, che la voce non si alza mai, se non per una necessità; e quando il fragore della vita pulsante intorno era più vivo, Farfui urlando come un indemoniato, si ripagava a usura del tono sommesso che doveva usar tutto il giorno; e non era poco il suo spasso a veder le faccie costernate della mamma e della governante.

Egli andava anche a teatro con Morella e Lorenzo a veder “le maschere”. Per lui tutti gli artisti, lirici o drammatici, erano maschere, perchè vestivano in costume e comparivano sul palcoscenico; ma aveva per quelle maschere e per le altre che incontrava in istrada durante il carnevale un rispetto non privo d’invidia, un timore di venerazione, aspettandosi da loro cose stravaganti e difficili.

Farfui prendeva parte alla vita milanese; conosceva i bei negozii della città, e sapeva indicar benissimo alla cameriera dove occorreva recarsi per comperare i “marrons glacés” più grossi o i soldatini più solidi. Egli proteggeva tre o quattro negozianti di specialità, e quando recavano un involto, lo osservava per rilevare se venisse veramente da qualcuno dei suoi prediletti. Non sapeva ancora leggere; ma ricordava bene che la carta dell’uno era stampata con lettere rosse, e che il nastrino dell’altro era verde, e che il terzo dava insieme all’involto un bel libriccino con le figure. E faceva gran conto di quelle infallibili indicazioni.

Appunto per accondiscendere alle preferenze di lui, un giorno Morella condusse il bambino da un pasticciere che piaceva molto a Farfui, e gli lasciò comperare i dolci di suo gusto.

Mentre ella usciva dal negozio, un uomo che ronzava là intorno da qualche tempo, le fece un profondo saluto. Morella rispose, e allungò un poco il passo….

– Chi è, mamma, quel signore? – domandò Farfui.

Morella, non rispose e il bambino volgendosi vide che l’uomo salutava anche lui.

– Mi ha salutato, mamma, quel signore! – egli disse con aria importante.

– E tu, che hai fatto? – domandò Morella continuando a camminare.

– Io l’ho salutato. Va bene, mamma? L’ho salutato anch’io!

– Va bene, – disse Morella.

Il signore che aveva salutato era Mariano Frigerio. Aveva salutato e tirato dritto, non osando fermare Morella; la sua camicia era priva di solino, il mantello spelacchiato, le scarpe sudice di mota; già gli pareva troppo che la signora avesse risposto chinando graziosamente il capo.

Mariano Frigerio sentiva d’esser condannato a sparire nel tumulto furioso di vita e di ricchezza che imperversava per la città, spazzando via gli uomini inutili. Egli non aveva posto; i suoi compagni di lavoro l’avevan così sopravanzato, che quand’anche gli fosse stato possibile di riprender la corsa, non li avrebbe raggiunti più mai.

Del resto, l’abitudine all’ozio imperava più forte di qualunque ragionamento. In casa c’erano ancora Livia, la quale si dilettava d’ubbriacarsi quando poteva, e il piccolo Fausto che aveva ormai valicato l’anno; ma non c’era altro.

Una delle due camere non aveva per addobbo che una tavola di rozzo legno bianco, nella quale era riposta una rivoltella, comperata quando Mariano aveva ancora qualche cosa da difendere. Gli oggetti d’arte, venduti pezzo per pezzo e non più a prezzi “di favore” come Mariano definiva la vendita fatta a Edoardo, ma a prezzi “di fame”, a rivenduglioli e a rigattieri.

Nell’altra camera rimanevano il letto veneziano in cui dormivano Livia e Fausto, e quel divano di cuoio, che un giorno faceva parte del “servizio per pancioni” e ora dava asilo al disgraziato, il quale si copriva con un paio di vecchie tende. Qua e là, stoviglie sporche e catinelle e forchette gettate alla rinfusa con pezzi di sapone, e coltelli con cosmetici e pomate; perchè in quel naufragio spaventevole, Livia aveva perduto tutto, fuorchè l’abitudine d’imbellettarsi e di farsi un viso.

Mariano era agli estremi; e come certi animali che diventan più feroci quando si sono addossati a un tronco e parano o inferiscono gli ultimi colpi, Mariano s’era fatto pericoloso. La sua agonia morale doveva essere tremenda.

Di Livia non gli importava nulla; spesso la saziava a pedate. Ma egli teneva l’occhio su Fausto; il bambino aveva fame, era stato slattato e non gli davan da mangiare; strillava l’intero giorno e i vicini cominciavano a lagnarsene; se avessero mosso qualche osservazione al padron di casa, sarebbe venuto lo sfratto, perchè Mariano era in arretrato col pagamento del fitto.

Andò a cercare di Scopa, di quel mercante di formaggio, rissoso e provocatore, che Mariano si divertiva a beffare. Scopa era ricco, e sotto la scorza brutale non aveva cuor cattivo; per Mariano doveva nutrire una specie di simpatia poichè non l’aveva mai accoppato con un pugno; e ora lo avrebbe aiutato, rivedendolo dopo tanto tempo così mal ridotto, senza scarpine verniciate.

Per trovarlo, Mariano si trascinò a piedi fino a Corsico, in una giornata frigida e nebbiosa. La bruma era pesante e su dal Naviglio fumigava un denso vapore acqueo, il quale si diffondeva nell’aria e toglieva la vista degli oggetti a pochi passi di distanza; una acquerugiola quasi impalpabile scendeva senza posa dalla mattina, tramutando la strada in molle e lubrico pantano.

Scopa non c’era.

Mariano interrogò i conoscenti e non potè averne notizie precise. Ma un pizzicagnolo, largo d’epa e sciolto di lingua, il quale stava sul limitare della sua bottega, udì quel nome e rispose con un sogghigno:

– Ah cerca di Scopa, lei?… Scopa è in galera.

– Accidenti! – pensò Mariano con un brivido. – Gliel’avevo detto!

– Già; dieci anni di reclusione, – seguitò l’altro, contento dell’effetto ottenuto con le sue parole. – E sono dieci perchè non sono trenta. Ha avuto fortuna, nel suo genere…. Guardi: proprio dov’è lei, Scopa ha aperto la pancia di Pinotto con una coltellata, e Pinotto è caduto lì…. Conosceva Pinotto? Bene…. Sa che Scopa aveva sempre in tasca quel suo coltello, largo tre dita, che gli serviva per il grana?… Bravo. E con quello ha “liquidato” Pinotto…. Dieci anni di reclusione, perchè gli avvocati…. Basta pagarli, gli avvocati…. Negherebbero Cristo in croce…. Gli avvocati han dato ad intendere che il povero Pinotto aveva schiaffeggiato lo Scopa. Ma io che ho visto con questi occhi perchè ero qui, come adesso, sulla porta….

Mariano non volle udire più. Era la maledizione; gli amici gli cadevano al fianco, il vuoto gli si faceva intorno…. Fissò il fango a terra, pastoso e sdrucciolevole; veramente, la terra gli sfuggiva sotto i piedi….

E ripensò all’atroce profezia gettata in faccia allo Scopa in un giorno di buonumore, con venticinquemila lire nel portafoglio: “Morirà in pace, al reclusorio di Pallanza”. Ne ebbe rimorso e paura…. Scopa aveva risposto con un’altra profezia….

Stette un paio di giorni chiuso nelle sue camere, mangiando quei rifiuti dei salumieri, che la plebe milanese chiama “repubblica”; poi uscì, e s’imbattè in Morella Moro, che aveva per mano Aquileio.

La carrozza l’aspettava; una bella carrozza chiusa di color verde cupo filettato di rosso, tratta da Febo, che invecchiando s’era ammansato.

Fu un raggio di luce. Bisognava parlare a Lorenzo Moro, chiedere a lui, commuoverlo. E si recò da Lorenzo.

VIII.

Lorenzo Moro stava rimproverando uno dei suoi facchini, il quale s’era dato da qualche tempo al bere.

Mariano Frigerio entrò e disse:

– Enzo, ho bisogno di parlarti.

Erano anni che Lorenzo non vedeva Mariano; e perciò gli diede un’occhiata curiosa. Mariano indossava un ferraiuolo senza più colore, il quale gli serviva a coprire l’abito e un paio di calzoni le mille volte rattoppati. Le scarpe eran bianche di fango secco, il cappello grigio chiazzato di macchie giallastre.

Lorenzo capì. Il solo fatto che Mariano contrariamente alle sue abitudini d’ostentata indifferenza, teneva il cappello in mano e si presentava a testa nuda, svelava ch’egli era venuto per implorare.

– Ciao, – gli disse Lorenzo. – Sono qui ad ascoltarti.

Mariano girò l’occhio sospettoso attorno e guatò i facchini.

– Hai bisogno di parlarmi da solo a solo? – riprese Lorenzo. – Bada che ho poco tempo da perdere. Voialtri andate nella stanza dei Friburgo e preparatene fuori una ventina; poi vi chiamerò io.

Gli uomini di fatica obbedirono e uscirono silenziosi.

Lorenzo sedette sopra il piano della stadera. Era vestito con un abito di stoffa grossa, che allargandogli ancora le spalle e affondandogli il collo, gli dava l’aspetto d’un orso. In testa aveva un berretto di pelo, quantunque la corsia in cui lavorava fosse tenuta costantemente a una temperatura mite perchè i formaggi non si fendessero.

Lo spirito beffardo di Mariano prese un attimo il sopravvento, e con una sbirciata ironica a Lorenzo Moro, pensò: – Ha fatto bene sua moglie a farlo becco!

– Dunque? – interrogò Lorenzo, accingendosi a caricar la pipetta di radica.

– Tu imagini per qual ragione io sono venuto a disturbarti, – mormorò Mariano.

– No, io non imagino niente, – rispose pronto e secco Lorenzo.

– Ho bisogno d’esser aiutato da te. Ho bisogno d’un po’ di denaro….

Senza lasciarlo proseguire, Lorenzo si alzò in piedi, e si avviò:

– Se sei venuto per questo, – egli disse, – hai perduto il tuo tempo, e me ne dispiace. Io non ho denaro, e non posso aiutarti.

L’occhio velato di Mariano s’animò improvvisamente con una luce sinistra. L’uomo balzò innanzi a Lorenzo Moro e le fermò.

– Ascoltami, – proferì con voce agitata. – Io ho un figlio. Ti chiedo aiuto per mio figlio, che è piccino e innocente. Anche tu hai un figlio, e possiamo dunque capirci. Mio figlio ha fame.

– Lasciami passare, – rispose Lorenzo. – Tu hai un figlio; e che cosa hai fatto per lui? Io per mio figlio lavoro. Tu dal giorno in cui hai abbandonato il commercio, sei sparito dalla società dei galantuomini e sei vissuto al tavoliere, nelle cantine, tra le bagasce, tra i bari…. Tutto si paga, caro mio. Adesso tuo figlio ha fame. E che colpa ne ho io?… Mi dispiace per il bambino, ma non posso nulla per lui….

L’odio che Lorenzo Moro aveva sempre nutrito contro gli imbelli gli saliva alla gola. Egli teneva l’occhio su Mariano senza alcuna pietà, anzi con ira sdegnosa per quella rovina d’uomo che avrebbe potuto essere un onesto commerciante, un paffuto e ricco borghese.

E perchè Mariano non aggiungeva parola, Lorenzo stava per andarsene, credendo che tutto fosse finito; ma non appena egli fece un passo, Mariano scattò di nuovo.

– Bada a quello che dici, – mormorò. – Bada a quello che dici, Lorenzo!

L’altro lo fissò stupefatto.

– Come? Tu mi minacci? – egli esclamò. – Devo badare a quel che dico? Ti dico la verità sacrosanta. Sei vissuto come un disonesto, e ora hai fame. È la legge, la legge della vita…. E tu mi minacci? Ma io ti farò prendere da uno dei miei uomini e gettar sulla strada!…

Allora Mariano Frigerio fu come la bestia che addossata al tronco, uccide prima di morire; il furore gli traspariva dagli occhi luccicanti, dal tremito che gli agitava le labbra; egli si tratteneva a fatica per non imitare il suo amico Scopa e non immergere un coltello nel ventre di Lorenzo Moro; ma si ricordò in buon punto d’avere un’arma più agguatatrice e più insanabile.

– Tu ti vanti d’una vittoria che non è tua, – disse con la voce che gli usciva dalla strozza come un sibilo. – Tu saresti un miserabile qualunque, un miserabile come me, se un santo protettore non ti avesse tenuto la mano sul capo…. Il santo si chiamava Edoardo Falconaro…. Lo ricordi?… Edoardo Falconaro ti ha aiutato a cavarti dalla trappola in cui i tuoi concorrenti ti avevan preso e ti affogavano…. Ti sei arricchito col danaro degli altri, e ora me lo butti in faccia….

Il volto di Lorenzo Moro, che alla prima offesa era diventato paonazzo, si fece subitamente pallido; il ricordo del beneficio avuto da Edoardo lo calmava d’un tratto.

– È vero! – confermò. – Ma io del danaro avuto ho fatto buon uso…. E tu, perchè non ti sei rivolto a Edoardo Falconaro?

– Mi sono rivolto a lui, non dubitare. Egli ha comperato da me roba di cui non aveva bisogno, e l’ha pagata quanto ho voluto…. Non era una casa, intendiamoci, e non vi ha guadagnato su quindicimila lire, e non era nemmeno un cavallo, e non ne ha guadagnato millecinquecento….

Mariano ghignava, nel dir queste parole, ghignava e tremava, guardando Lorenzo, che con la pipa, nella destra e con la sinistra in una tasca dei calzoni lo fissava attonito, chiedendosi se l’antico suo competitore fosse impazzito….

– Ma io ti tengo, – proseguì Mariano, sempre con quella sua voce sibilante. – Ah tu neghi il pane a mio figlio, al mio Fausto che non sa nulla delle nostre colpe? Ah tu mi getti sulla strada? Ma quando uscirai di qui, tu sarai morto!

– Oh, oh! – interruppe Lorenzo. – Non facciamo smargiassate. Con due dita al collo ti mando all’inferno, caro Mariano! Tu sai che non ho mai avuto paura….

Mariano sfrenò un’altra risata, piegandosi un poco in avanti.

– Che? – egli disse, continuando a ridere. – Tu credi che io voglia ucciderti davvero, come si uccide l’orso in una caccia? Ma no, caro mio; non sono tanto ingenuo…. Io posso spaccarti il cuore senza muovermi, senza alzare un dito…. Ascoltami bene…. Dunque tu neghi il pane a mio figlio?… Ma tu sei stato aiutato, dicevo, e una e due e dieci volte, e ti sei fatto ricco…. Hai camminato sull’orlo del fallimento e hai fatto fallire gli altri…. Io da Edoardo Falconaro ho chiesto aiuto una volta sola; non avrei potuto chiedere di più…. E sai la ragione di questa differenza? Scommetto che tu non sai la ragione di questa differenza?

Lorenzo Moro non aveva più voglia d’allontanarsi e di far cacciare lo sciagurato; ascoltava, preso da una curiosità non priva di sospetto, appoggiando le spalle a una scansia, affondate le mani entro le tasche della giacca, la pipa all’angolo sinistro delle labbra. Tra lui e Mariano intercedeva lo spazio occupato dalla stadera.

– Tu mi dirai, – proseguì Mariano, – che la differenza è questa: che tu eri un brav’uomo, un lavoratore accanito, mentre io sono un disonesto, un fannullone celebre, un vizioso…. Ma innanzi tutto: vuoi tu, puoi tu darmi un po’ di danaro per sfamare il mio Fausto?

Prima di vibrare il colpo mortale, Mariano implorava; avrebbe preferito salvare sè e gli altri, e ottenuto danaro, non gli sarebbe mancata l’abilità di far finire la cosa in una farsa.

Lorenzo Moro gli rispose:

– Tu mi sembri matto, caro mio! Ti ho già detto che danaro non ne ho, che aiutarti non mi è possibile…. E ora, poi, dopo le tue parole, dovrei darti danaro?

– Dunque niente? – incalzò Mariano.

Lorenzo levò la mano, quasi perchè ciò che stava per dire riuscisse più solenne:

– Niente! – ripetè. – Niente!

– E allora non sai la differenza? – riprese Mariano, ormai risoluto. – La differenza è questa: che tu eri ammogliato, e io sono scapolo!

– Che significa? – domandò Lorenzo, il quale non aveva capito.

– Significa che io non ho una moglie giovane, elegante, coi capelli biondi….

S’interruppe. Lorenzo, che s’era staccato dalla scansia per lanciarsi contro Mariano, barcollò. La mazzata era stata forte, il bue colpito alla nuca; e Mariano lo spiò con l’occhio freddo o spietato, mentre l’altro stendeva le braccia barcollando.

Dopo alcuni passi incerti, Lorenzo si lasciò cadere di peso sulla stadera, su cui sedeva poco prima sicuro e insolente; con le mani si strappò il colletto che lo soffocava, e alzò gli occhi su Mariano.

– Vigliacco! – balbettò. – Sei un vigliacco!… Non si accusa una donna così….

– Ah! non si accusa? – esclamò Mariano ridendo. – E non si lascia morir di fame un bambino!… O tu credi che noi siamo carne da salsiccia? Te l’avevo detto; non m’insultare, non mi torturare! E tu addosso!… Ebbene io sto per scomparire, lo sento; ma guai a quelli che mi sono intorno!… Il mio piccolo Fausto non troverà da mangiare, ma guai a chi non gli ha steso la mano!… Ah! la morale! La morale è una bella invenzione per te, e ti fa risparmiar danaro; ma morirai, sotto la tua morale, ma rimarrai schiacciato, sotto la tua morale da villano arricchito!… Io creperò pure, siamo d’accordo; soltanto, io vi farò tremare prima d’andarmene…. E così?… Ti ho avvertito che ti avrei spaccato il cuore senza muovermi!…

Egli parlava, sfavillante negli occhi di gioia diabolica e stava sopra, lui vinto, lui perduto, stava sopra il vittorioso, affondando un colpo dopo l’altro con ebbrezza feroce.

Lorenzo era annientato; un ronzìo malauguroso gli riempiva gli orecchi; gli si annebbiava a poco a poco la vista, le gambe non lo reggevano più, e ad ogni frase dei nemico alzava il braccio come a farsene scudo contro quella grandine di stilettate….

Infine ritrovò la parola e mormorò:

– Non si accusa, non si accusa…! La prova? quale prova?…

Mariano scoppiò in un sghignazzamento in cui echeggiava il livore della sua anima attossicata.

– La prova? – egli disse. – Ma l’hai sotto gli occhi da mattina a sera, imbecille! La prova si chiama Aquileio…!

Udì un gemito. Lorenzo che ancora aveva alzato il braccio quasi a ripararsi, non resse più oltre, e lentamente, piegandosi via via, si rovesciò quant’era lungo per terra.

Mariano stette a contemplarlo un istante, poi si recò nel magazzino dei Friburgo, di cui aperse l’uscio con un colpo del piede:

– Ohe, compagnia! – egli disse ai facchini. – Andate a vedere laggiù, che al vostro padrone gli è venuto un accidente!

E uscito col passo lento e strascicante, si mise a fischiettare, come a’ suoi bei tempi.

IX.

Farfui stava seduto ai piedi di Morella su quella sua piccola seggiola verde a fiori rossi dalla quale non sapeva separarsi. L’aveva vista in un magazzino di mobili comuni e l’aveva voluta; era una sedia rozza dal piano di paglia, dalla decorazione ingenua a fiorellini, e nel salotto faceva un bizzarro contrasto coi mobili fastosi e pesanti.

Farfui seguiva sua madre nell’appartamento, trascinandosi dietro la seggioletta di camera in camera; e quand’egli si coricava, la seggiola accoglieva i suoi piccoli indumenti, che Farfui non avrebbe posato per nulla al mondo sopra un altro mobile.

Morella pensava a Mariano che aveva incontrato poco innanzi.

Ella avrebbe voluto fermarsi e dirgli qualche buona parola, ma quell’uomo dal ferraiuolo spelato e dalle scarpe senza tacco attirava troppo gli sguardi dei passanti.

E tuttavia Morella non poteva dimenticarlo. Egli aveva salutato umilmente anche Farfui, come aveva detto il bambino, e l’atto le era piaciuto.

Allorchè Edoardo Falconaro venne quello stesso giorno a farle visita, Morella gliene parlò. Desiderava aiutare quell’infelice e trovar modo di fargli pervenir del denaro.

Edoardo scosse la testa sorridendo.

– No, – egli disse, – è inutile. Non fategli pervenire alcun denaro perchè qualunque somma gli si liquefa tra le mani. Io ho provato ad aiutarlo, e non sono riuscito a nulla. Non mi lascerei ingannare una seconda volta, e non mi dispiace tanto per lui e per la donna che vive con lui, quanto per il suo bambino….

– Il suo bambino? – esclamò la giovane, gettando da parte il ricamo al quale attendeva. – Il suo bambino? Ha un figlio?…

– Sì, un piccoletto, di poco più d’un anno, che si chiama Fausto.

Seguì un silenzio. Morella allungò la mano ad accarezzare la testolina bionda di Farfui, che guardava le incisioni d’un albo aperto sulle ginocchia.

– Voi non volete aiutare quell’infelice, – riprese Morella con voce addolorata. – Mi dispiace d’udirvi parlare così….

– Mi sono spiegato male, – disse Edoardo. – Non è che io rifiuti d’aiutare il bambino; è che io dispero di poterlo aiutare. Mariano giuoca, e quella sua donna beve; ogni sforzo in vantaggio del piccolo sarebbe vano di fronte ai vizii e alla follia dei suoi…. Ecco perchè io non mi lascerò ingannare più.

– Qualche cosa arriverebbe anche al bambino, – osservò Morella. – Un po’ di bene lo avrebbe anche lui…. Ora fa freddo; morirà dal freddo, il poveretto!… Io non posso reggere a questo pensiero.

Nella sala era diffuso un buon tepore e dentro al caminetto borbottavano le legna, innalzando gaie fiamme azzurre e gialle.

– Ne parleremo con Enzo, – disse Edoardo per calmare la donna. – Vedremo con lui che cosa si possa fare.

Egli non aveva alcuna inclinazione per l’opera di bontà che Morella gli proponeva. Lo spettacolo di bassezza a cui aveva dovuto assistere tempo addietro, gli aveva fatto schifo, uccidendo in lui ogni sentimento di commiserazione.

Ma rimasta sola, Morella non trovò requie.

Nell’ora medesima e nel medesimo giorno in cui Mariano Frigerio parlava con Lorenzo Moro per l’ultima volta e lo feriva mortalmente, Morella pensava alla miseria orrenda, alla catastrofe spaventosa ond’erano stati abbattuti Mariano e suo figlio.

Eran passati quasi cinque anni da quella visita ch’ella aveva fatta a suo marito, tra i mercanti, lo stesso giorno nel quale s’era data a Edoardo. Ma i cinque anni non avevan potuto cancellare dal suo animo l’impressione dell’amaro sarcasmo con cui Mariano aveva rinfacciato a Lorenzo la compera della sua casa e del suo cavallo.

Ora ella viveva in quella casa, si faceva condurre a passeggio in una vettura tirata da quel cavallo, e Mariano e suo figlio morivano di fame, basivano dal freddo.

Morella gettò un’occhiata alla pendola; poi si decise.

Conosceva l’indirizzo di Mariano, che s’era fatto dare da Edoardo, e non potendo chiamare il disgraziato in casa sua dove avrebbe arrischiato d’imbattersi con Lorenzo, voleva andare lei a trovarlo. Il timore e la ripugnanza eran vinti dalla sollecitudine per quel bambino che soffriva.

Indossò la pelliccia e uscì in vettura chiusa, affidando Farfui alla governante.

Mariano era tornato da poco, soddisfatto di essersi vendicato finalmente e di Lorenzo e di Edoardo. Ma Livia, la quale lo aspettava col denaro, lo accolse con una tempesta d’ingiurie e di bestemmie.

– Calma! – egli le disse. – Calma e sangue freddo, o io ti do una razione di schiaffi.

Egli aveva indosso ancora il suo mantello e si frugava nelle tasche.

– Eccoti trenta centesimi, – seguitò mettendo fuori pochi soldi. – Con questi comprerai un po’ di latte, un po’ di pane, un po’ di “repubblica” e mangeremo tutti…. Non ho denaro, siamo d’accordo. Ma c’è qualcuno che sta peggio di noi, oggi, benchè abbia danaro fino agli occhi…. È un compenso il quale non ha niente di comune con la culinaria….

– E bere? – osservò Livia, contando le monete sul palmo della mano. – Non si beve niente?

– Acqua fresca! – dichiarò Mariano. – L’acqua fresca aiuta la digestione….

Livia gli gettò il denaro ai piedi.

– Va tu a pigliarti da mangiare!… Se non si beve, io non mangio….

Mariano s’avvicinò al letto, e guardò lungamente Fausto che dormiva.

Il bambino era pallido; due segni azzurrastri gli cerchiavano gli occhi. In quel viso eran già i sintomi d’una grande estenuazione, come se la fatica di vivere gravasse troppo sui fragili omeri dell’innocente. Il suo sonno non era riposato e pieno; egli si agitava di tanto in tanto, ed emetteva qualche lagno dalle labbra smorte.

Mariano stava contemplandolo pensieroso, quando una scampanellata lo fece sussultare.

– Dev’essere qualcuno che vuol danaro, – egli disse a Livia. – Non ricevere.

Livia era già andata ad aprire, e udendo un’esclamazione di stupore, Mariano si voltò.

Il suo viso naturalmente pallido si fece verdastro; un tremore repentino e indomabile lo afferrò e lo scosse tutto.

Sulla soglia stava Morella Moro, un poco impacciata, ma sorridente. Effondeva intorno un lieve profumo e dietro il veletto che le riparava il volto, si delineava un sorriso amichevole. Il contrasto fra quella signora elegante e squisita in ogni particolare, nobile nell’espressione e nel portamento, e Livia già vecchia, imbellettata, spettinata, stracciata, inebetita dal vizio e dalla miseria, era così rilevante, che sebbene Mariano Frigerio fosse molto confuso, lo notò di prim’acchito, e se ne sentì mordere il cuore.

Egli aveva pensato vedendo Morella, che Lorenzo riavutosi d’un tratto fosse già andato a casa, che una scena brutale ne fosse seguita, e che la donna, spinta dalla disperazione, fosse corsa da lui a chiedergli spiegazione delle sue accuse.

Ma la giovane sorrideva un poco impacciata, ed era tranquilla. Evidentemente ignorava ancora ogni cosa.

Mariano, rinfrancatosi, le corse incontro, e, allontanando Livia, disse a Morella Moro:

– Signora…. A che cosa debbo l’onore?… Sono dolentissimo di doverla ricevere così…. Livia, vattene nell’altra camera!… La prego, si accomodi…. Io non posso offrirle una bella poltrona….

Morella avanzò, sempre col suo sorriso un po’ timido; nascondeva a maraviglia il senso di scoramento che quella camera fredda le aveva ispirato subito e la repulsione per un cattivo odore di rinchiuso che vi aleggiava….

– Non si disturbi, – ella disse, prendendo posto sul divano, in un angolo. – Devo chiederle scusa d’essere capitata così all’improvviso….

Livia se ne andava pigramente, sotto l’impero delle occhiate che Mariano le gettava, ma andando si voltava ad ogni passo per ammirar la signora e la sua pelliccia e i guanti lunghi e fini e gli stivaletti la cui punta sbucava dal lembo della gonna. Scomparve nell’altra camera, ma restò dietro l’uscio ad origliare.

Morella che non le aveva prestato alcuna attenzione, guardava qua e là cercando Fausto, e non riusciva a scoprirlo.

– Dov’è Fausto? – ella chiese a Mariano sorridendo.

X.

Mariano Frigerio traballò, come avesse toccato un urto poderoso in pieno petto.

Fausto! Morella gli chiedeva di Fausto con quella delicata timidezza, del suo piccolo Fausto, ed era venuta per vederlo! Non credeva a sè stesso; la donna che un’ora prima egli aveva denunciata a suo marito per vendetta insieme al suo bambino, veniva a confortarlo sorridendo!

Mariano non aveva mai patito tanto; ciò che ancora di buono gli rimaneva nel cuore non interamente perduto e insensibile, si agitava, si commoveva, gli dava un immenso strazio.

– Fausto…. – egli balbettò. – Lei sa di Fausto!… Vuole vedere Fausto?…

– Sì, – rispose Morella un po’ sorpresa per così vivo turbamento. – Mi hanno detto che lei ha un figlio…. e che…. in questi ultimi tempi i suoi affari sono andati male…. Non è vero?…

– Fausto è lì; dorme! – fece Mariano accennando il letto dietro un lacero paravento.

Morella si alzò subito in piedi, e andò a guardare.

– Dorme, il poverino, – ella disse. – È pallido, ma bello!… È gracile; bisogna averne cura.

Andava fissando il piccoletto, il cui capo riposava sopra un guanciale poco pulito. Il bambino era affagottato in un mucchio di stracci dal cattivo odore; un respiro pesante inframezzato da qualche lamento gli usciva dalle labbra.

Mariano vide che la donna stendeva la mano ad accarezzare lievemente, lievemente, suo figlio, senza ridestarlo; e fattasi animo si chinava a baciarlo piano sulla fronte e sul capo.

– Signora…. – mormorò Mariano. – Signora….

Egli aveva gli occhi offuscati dalle lagrime, e un singhiozzo infrenabile gli strozzava la favella in gola.

Morella lo fissò, esitante; poi, fraintendendo quella terribile commozione, gli disse con la voce vellutata, che sembrava una lunga carezza:

– Non si scoraggi così, signor Frigerio…. Mi hanno mandata a portarle un po’ di danaro per il suo bambino…. Non si offenda…. Tutti possiamo aver bisogno…. E poi si tratta di Fausto, e lei non potrebbe offendersi….

Da una borsetta che aveva tra le mani, levò una busta, e la tese all’uomo.

Entrambi stavano dritti a fianco del letto su cui riposava Fausto; Morella elegante e serena nella sua bontà, Mariano ancora ammantellato, il viso contratto dallo spasimo d’un rimorso che non aveva parola.

Ma egli s’irrigidì prontamente e rispose:

– L’hanno mandata? oh, non mi dica bugie pietose!… È venuta lei, per un suo pensiero….

– Non importa, – disse Morella scuotendo il capo. – Questo non importa…. Prenda…. comperi delle legna; qui fa freddo; e molta buona roba per il piccolo…. In pochi giorni può rifiorire…. Prenda!…

Ma l’altro allontanò con la mano la mano guantata che gli si tendeva.

– No, – fece risolutamente. – È impossibile!

Morella gli levò gli occhi in faccia, interrogandolo, stupita e offesa.

– Signora, è impossibile! – ripetè Mariano. – Non mi domandi perchè. Lo saprà più tardi. Non posso accettar nulla da lei…. Signora, per carità, non me ne chieda la ragione!… Io le raccomando il mio bambino…. Sì, egli può accettar tutto; egli è innocente…. Glielo raccomando…. Ma io non posso accettar nulla da lei…. Io ho commesso un delitto, poco fa…. Ma non sapevo ciò che facevo…. Via, bisogna dir tutto: avevo fame, il mio Fausto aveva fame, e sono stato offeso e cacciato…. Ho perduto la testa….

La giovane ascoltava, quel balbettio, pensando che Mariano fosse travagliato dalla febbre e che farneticasse repentinamente; e lo fissava, scombuiata e sorpresa.

Mariano indovinò quel che passava per il capo della sua visitatrice.

– Si domanda se io sono pazzo, non è vero? – egli seguitò. – No, non sono pazzo…. Vorrei esserlo…. Ora capisco ciò che non avevo capito mai, ma è tardi, è troppo tardi…. Signora, permetta che io le baci le mani….

E prima ancora che Morella pensasse a difendersi, si sentì afferrate le mani, e coperte di baci così caldi, che le parvero traversare i guanti e bruciarle l’epidermide. L’uomo singhiozzava quasi in ginocchio.

– Io non capisco, – ella mormorò, allontanandosi un poco. – Non so che cosa lei abbia…. Mi parla d’un delitto, non vuol accettar nulla…. Eppure lo ama, il suo bambino, e io sono venuta qui per aiutarlo, perchè non soffra più…. E allora, perchè mi respinge?

– Il mio bambino? Sì certo; glielo raccomando, – ripetè Mariano con la voce velata dalle lagrime.

– Lei lo proteggerà…. Ma non posso accettar danaro…. Sono sceso molto giù, signora, glielo avranno detto; e del resto, lo vede…. Ma più giù non voglio scendere…. Io posso pagare e pagherò….

Morella aveva ripreso posto sull’angolo del divano, e andava considerando l’uomo con attenzione scrutatrice. Le sue parole cominciavano a metterle nell’animo un dubbio, un dubbio atroce, che ella tentava di ricacciare, e che persisteva ad affacciarlesi. Un delitto commesso poco prima impediva a Mariano di accettar danaro da lei…. Che poteva essere?

– Il signor Falconaro, – ella riprese, – mi ha detto che lei ha bisogno di aiuto, ed ora lei mi dice che può pagare?

– Edoardo? – esclamò Mariano, asciugandosi gli occhi. – Anche Edoardo si occupa di me?

– Ho avuto da lui il suo indirizzo. Come l’avrei saputo diversamente? – rispose Morella.

Mariano si sentiva finito. Anche Edoardo! Edoardo e Morella, le due vittime, pensavano a lui, gli mandavano danaro, aiutavano il suo bambino….

L’ambascia straordinaria onde Mariano fu subito invaso accrebbe il sospetto della donna; ma non potè fermarvisi, perchè Fausto si risvegliava piangendo. Ella accorse al letto, prese Fausto tra le braccia, e lo accarezzò, mentre Mariano seguiva la scena con lo sguardo errante dell’uomo che ha perduto ogni senso della realtà.

– Bisogna dargli da mangiare, – disse Morella. – Prenda questo danaro: è poco; mandi a comperare un po’ di latte e di pane e di caffè…. Questo danaro deve prenderlo.

Mariano obbedì: prese una moneta d’oro che la giovane gli porgeva, e balzò nell’altra camera.

– Livia! – disse. – Corri giù; va a prendere un caffè e latte con pane….

– Che cosa facciamo? – interruppe Livia. – Quanto rimane quella pettegola? Che cosa sono queste scenate?…

Mariano inoltrò d’alcuni passi, sconvolto in viso, spaventevole, col pugno alzato.

– Se tu dici ancora una parola, se apri bocca, se non vai e non torni come un fulmine, io ti rovescio giù dalla finestra!

Non era una minaccia vuota. Mariano appariva deciso. Livia rabbrividì, e si gettò fuori a corsa.

Il piccolo Fausto s’era quietato subito, vedendo la bella signora che gli parlava dolcemente e gli faceva carezze.

– Ora mangerai la pappa, – ella gli diceva. – Una buona pappa grande, grande….

E il bambino sorrideva, forse per la prima volta in sua vita, al miraggio di quella grande pappa, che aveva desiderato tante volte indarno.

Mariano tornò con un vassoio su cui era il servizio del caffè e latte, e pane e biscotti; e trovò Morella e Fausto che se la intendevano.

Consegnato il vassoio a Morella, si ritirò in un angolo della camera. Morella preparò la pappa, e col cucchiaino, pazientemente imboccò Fausto, che le stava tra i ginocchi, aggrappato con le piccole mani alla pelliccia di lei. Il fantolino divorava, sbirciando dentro alla chicchera per vedere se alle volte non fosse finita la pappa grande; e la gioia per quel po’ di ristoro gli traluceva dagli occhi febbrili.

– Ecco! – disse Morella, quando Fausto ebbe sorbite anche le ultime goccie.

Si volse a Mariano e soggiunse, additando il resto del danaro sul vassoio:

– Ora mandi a prendere un po’ di legna. Qui c’è la stufa. Il bambino ha bisogno di caldo.

S’interruppe e guardò Mariano che le stava di fronte a capo basso:

– Io non so che cosa fare, se lei non vuole accettar danaro da me. Lei mi ha raccomandato il suo Fausto, io non lo dimenticherò….

– Ora torna a casa? – domandò Mariano improvvisamente.

– Sì, certo…. Le pare strano?…

– No, no!… Mi scusi questa indiscrezione…. Non dimenticherà Fausto?…

– Gliel’ho promesso! – rispose Morella gravemente.

Allora ella fa sbalordita vedendo che Mariano s’inginocchiava, e le baciava, il lembo della gonna.

– Quali pazzie! – esclamò turbata.

E allontanandosi d’un passo, stese la mano all’uomo.

– Arrivederci! – disse con un sorriso.

– Addio, signora! – rispose Mariano, senza stringere la mano che gli era offerta.

Morella baciò Fausto e uscì.

XI.

Aveva paura.

Mariano Frigerio, l’uomo ormai abituato a soffrir fame e freddo, a passare intere notti con gli occhi spalancati nell’oscurità e il cervello vagante tra i disegni più strambi, l’uomo che aveva lottato contro Lorenzo Moro freddamente e ostinatamente, per farlo fallire ed era rimasto vinto nella sorda guerra; e poi s’era giuocato un patrimonio e l’aveva perduto; l’uomo avido di piacere, assetato d’emozioni, il libertino, lo scioperato, il cinico; Mariano Frigerio aveva paura.

Che sarebbe avvenuto?

Morella Moro si dirigeva a casa, contenta della sua buona azione, impaziente d’abbracciare il piccolo adorabile Aquileio. Ella doveva pensare con gaudio alla casa tepida, al bambino, agli agi abbandonati un istante per recar da mangiare a un altro piccoletto disgraziato. Sì, ella aveva varcata quella soglia sorridendo; aveva con le sue mani accarezzato, con le sue labbra baciata la fronte di Fausto; era vissuta qualche tempo in quella stanza dell’abiezione e della miseria, ma gentilmente, senza mostrare il ribrezzo che certo il suo cuore provava.

La camera era ancor pregna del suo mite profumo e della sua presenza luminosa….

E colui al quale aveva recato una parola, di conforto, colui al quale aveva sfamato il figlio, poche ore prima l’aveva denunziata al marito come adultera, e aveva additato il figlio di lei come la prova vivente e parlante della sua colpa, perchè il marito s’avventasse sull’una e sull’altro, e li cacciasse di casa!…

Morella Moro tornava al suo focolare con l’animo quieto e un buon sorriso sulle labbra. Vi avrebbe trovata l’infamia e la desolazione, sparsevi largamente, ebbramente, da quello stesso uomo ch’ella aveva beneficato. Ella sarebbe stata colpita nel suo Aquileio, dopo avere sfamato Fausto con le sue mani.

Mariano Frigerio indugiò a lungo, accoccolato meglio che seduto sopra uno sgabello che perdeva le treccie di paglia.

Aveva paura di ciò ch’era stato capace di fare, e delle conseguenze che alla sua delazione non potevano non seguire.

Di repente parve risvegliarsi, udendo il passo di Livia, che gli ronzava intorno per chiedergli quale somma fosse riuscito ad intascare.

Egli balzò in piedi e afferrò un braccio della donna.

– Ascoltami bene, – disse. – E ricordati che se m’interrompi, io ti spezzo la testa.

Livia lo sbirciò di traverso. Bisognava obbedire e tacere. Egli aveva l’occhio torbido, la fronte accigliata, il ghigno minaccioso e risoluto che le mettevano per le carni un brivido di spavento. In quell’ora sarebbe stato veramente capace di spezzarle il cranio contro la parete.

– Ascoltami bene. La signora ha lasciato un po’ di danaro qui. Con questo andrai a comprar legna, e accenderai la stufa. Poi ti occuperai di Fausto, e se avrà fame gli darai da mangiar di nuovo; e lo laverai e lo pettinerai. Egli è protetto da qualcuno ch’è più forte di me e di te. Guai se ti pensassi di trascurarlo!… Fausto è al sicuro; ciò m’importava più d’ogni altra cosa. Hanno detto che mangiando e dormendo bene, il piccolo deve rifiorire; e se fra quindici giorni non sarà forte e allegro, io ti getterò giù per le scale come un sacco di biancheria sporca. Se questo non ti piace, torna alla strada!…

La femmina, scossa più volte pel braccio da una stretta che la crollava da capo a piedi, non rispose parola, e in silenzio, quasi sulla punta dei piedi, s’accinse ad obbedire.

Mariano, tornato al suo sgabello, non parlò più fino a sera, nè toccò del cibo che Livia aveva recato e gli aveva posto accanto in una scodella.

In quel momento, la casa di Morella Moro doveva essere un inferno, e Mariano non si poteva toglier dalla mente la visione della giovane che sorrideva ignara, e imboccava Fausto con tanta pazienza.

Un nuovo pensiero era venuto a Mariano.

Scoperta la sua opera nefanda, egli diventava un impaccio. Aveva bensì promesso Morella d’aiutare Fausto; ma come avrebbe potuto, se il padre di Fausto aveva denunziato lei e il figlio di lei, il piccolo Aquileio? Ella era donna e madre. Non le sarebbe riuscito di perdonar tanto male fatto al suo bambino, per beneficare colui che l’aveva così bassamente offesa.

In verità, egli era un impaccio.

E l’infamia in cui viveva da tempo, la miseria, la straccioneria, la nessuna speranza di poter mai più rialzarsi, quella stessa femmina che gli stava al fianco spaurita e silente, ma che domani avrebbe ripreso a bere; tutto gli si rivelava all’occhio subitaneamente, tutto gli cadeva sul cuore e gli veniva a nausea.

Egli era un impaccio per gli altri e per sè medesimo.

Anche nell’ipotesi assurda che Morella ed Edoardo gli avessero perdonato, non poteva già vivere a loro spese, gravare sulle loro spalle col figliolo e l’amante. E chi gli avrebbe dato lavoro, se egli non sapeva alcun mestiere? Pei mestieri più rozzi gli mancavano le forze necessarie…. Aveva disperso venticinquemila lire in bagordi…. Venticinquemila lire!… La somma gli sembrava ora favolosa, una ricchezza inesauribile, e si guardava le mani quasi a sincerarsi che avevano davvero stretto e gettato al vento quel prodigioso patrimonio….

No; in verità era un impaccio, e fin ch’egli fosse vissuto, Fausto non avrebbe avuto bene.

S’alzò di scatto, e nell’oscurità andò a cercare Fausto, il quale dormiva, tra’ suoi stracci, nel gran letto veneziano colla testolina sul guanciale poco pulito.

Mariano baciò avidamente suo figlio, che poteva infine riposare senza fame.

Poi si voltò a Livia, la quale, non osando coricarsi, s’era aggomitolata in un angolo.

– Hai capito? – le disse. – Devi occuparti sempre, attentamente di lui, se vuoi salvarti. Ricordati di queste parole…. Ti torneranno in mente più tardi, e le intenderai meglio….

Accese una candela e fissò la donna, mettendole il lume a un dito dalla faccia.

– Sei una disgraziata anche tu! – soggiunse. – Io dovevo lasciarti alla tua strada, che è più allegra della nostra vita….

E mentre Livia lo squadrava sorpresa, egli le volse le spalle e si trascinò nella camera attigua, di cui chiuse la porta, con due giri di chiave.

Livia rabbrividì a quel rumore. C’era qualche cosa d’inusitato nell’aria, un senso di fatalità e di sciagura che le pesava addosso e di cui non sapeva rendersi ragione.

Andò alla porta con passo cauto, tese l’orecchio e udì che Mariano passeggiava pel lungo e pel largo, certo in preda a un tumulto di pensieri.

– Mariano, – disse a mezza voce, – perchè hai chiuso?

Mariano continuò a passeggiare senza rispondere.

Dopo un istante, Livia susurrò di nuovo:

– Non hai mangiato niente. Mangia qualche cosa e poi vieni a dormire. Qui è caldo….

Silenzio. L’uomo non udiva o non curava.

Livia alzò la voce:

– In nome di Dio, Mariano, te ne supplico, rispondi, apri!… Ho paura!

Mariano allora s’approssimò e disse senza aprire:

– Aspetta…. Ho promesso di pagare. Lascia che io paghi!

La donna aspettò, chiedendosi intontita, che cosa quelle parole significassero.

Udì ch’egli apriva il cassetto della tavola; poi i suoi passi s’avvicinarono:

– Ti raccomando Fausto! – egli disse.

Livia stava per rassicurarlo, quando istintivamente fece un balzo indietro. A due passi da lei, di là dalla porta, l’aria era stata lacerata da una detonazione rimbombante, e un corpo precipitava a terra pesantemente.

– Mariano! – urlò la donna, avventandosi contro la porta e scuotendola con tutta la forza che la disperazione le dava. – Mariano! Che cosa hai fatto?…

Mariano Frigerio non rispondeva più.

XII.

Il malore di Lorenzo Moro, abbattuto dalla parola velenosa di Mariano Frigerio come da un colpo di clava, non era durato a lungo. I suoi uomini lo rialzarono, e adagiatolo in una sedia, gli spruzzarono il viso con acqua ghiaccia; e mentre Paolino Tornaghi stava per correre a chiamare un medico, Lorenzo Moro aprì gli occhi e si riebbe.

Gli si specchiò innanzi lucidamente la nozione della realtà; rivide con piacere, quasi tornasse da un viaggio pericoloso, i suoi facchini, la corsia dalle impalcature cariche di bei formaggi, i commessi che lo attorniavano trepidanti. Egli notò che Mariano Frigerio era scomparso, e non ne chiese notizie.

– Come sta,? – gli domandavano. – Si sente meglio!

Qualcuno disse:

– Vada a casa, signor Lorenzo. Lei lavora troppo e ha bisogno di riposarsi.

– Accompagnamolo a casa, – propose un altro. – Un buon sonno gli darà subito forza.

Allora avvenne una discussione:

– No; aspettate un poco. La sua signora potrebbe spaventarsi, vedendolo tornare al braccio d’un uomo….

– Sì, aspettiamo. Piuttosto si potrebbe chiamare un medico.

– Andate a prendere un caffè; un caffè bollente….

Tutti gli stavano sopra, interrogandone l’occhio; tutti quegli uomini tremavano per lui e per sè stessi, comprendendo che la scomparsa di Lorenzo Moro avrebbe condotto alla chiusura dei magazzini, al licenziamento, alla ricerca d’un nuovo impiego; ed essi pensavano alla città divoratrice e alla stagione inclemente.

Lorenzo Moro ascoltava l’un dopo l’altro i suoi compagni di lavoro; poi d’improvviso li allontanò con un gesto e si levò in piedi.

– Che medico, che sonno, che storie andate contando? – esclamò irritato. – Mi credete morto? Un po’ di freddo allo stomaco. Via, dove sono i Friburgo?… Avanti, non perdiamo tempo e non mi state a mormorar litanie, o la spedizione oggi non si fa più….

Gli uomini di fatica si dileguarono in un batter di ciglio scomparendo dentro i magazzini, e i commessi ripresero posto in istudio. La gagliardia fisica di Lorenzo destava la loro ammirazione; non si poteva disobbedirgli; era aspro come un macigno, ostinato e rabbioso; nessuno ricordava d’averlo visto ridere coi suoi impiegati; ma non aveva tenerezze per sè stesso, come non ne aveva per gli altri, e questo fatto gli assicurava le simpatie che la sua inflessibilità gli avrebbe allontanate. Parlava poco; era stato fra i commercianti milanesi che per primi avevano affisso nello studio il cartello con le parole: “Visite brevi”, e spesse volte riceveva in piedi i suoi visitatori, perchè l’efficacia di quell’avvertenza non andasse perduta.

Ora tornava al lavoro. Ma notando le sue insolite distrazioni, i facchini si chiedevano se lo svenimento di poco prima non lo avesse colpito nella memoria, e lo sogguardavano con mal nascosta inquietudine.

A un certo punto non potè più reggere; chiamò uno dei principali commessi, e gli diede ordine di sorvegliare gli uomini di fatica, ed egli si chiuse nella camera che gli serviva per ricevere i rappresentanti delle altre case di commercio.

Il lavoro continuò egualmente rapido; ma parve a tutti che una grande malinconia fosse piombata d’un subito tra di loro; rasentando la porta dietro la quale stava il padrone, gli uomini la sbirciavano in silenzio e alleggerivano il passo.

Lorenzo Moro ordinava le sue idee. Fra poco sarebbe dovuto ritornare a casa, e per quel momento egli voleva aver tutto deciso. Il primo impeto gli aveva messo innanzi una visione rossa: uccidere…. Ah sua moglie lo aveva tradito?… Ah il bambino era d’Edoardo Falconaro, e gli viveva in casa, e mangiava e portava il suo nome, e avrebbe avuto il danaro accumulato con tanta fatica?… Ebbene egli strozzava la donna e il ragazzo, e prendeva a colpi di rivoltella l’amico…. O forse valeva meglio cacciar di casa donna e bambino, rimandandoli a quell’idiota di suo suocero, il quale credeva d’avere in Morella una figlia portentosa, e più candida e più ingenua della stessa Isidora…. Se li tenesse il vecchio!…

Ma l’istinto d’uomo d’affari lo dominò tirannicamente. In un caso o nell’altro, uccidendo o cacciando, avrebbe fatto ridere alle sue spalle; uccidendo poi, sarebbe finito in galera, e molti nemici avrebbero passato un allegro quarto d’ora a spese di lui…. Gli sibilavan già all’orecchio i piacevoli discorsi che si sarebbero fatti “Bene; la moglie ha aggiustato il nostro conto; ora si capisce perchè il Falconaro lo aiutava; il grand’uomo non se n’è mai avvisto; e le aveva così lunghe, che non passava dalla porta! Già, quel marmocchio era troppo bello; non poteva averlo fatto lui…. E ne era superbo, l’imbecille, senza vedere che Aquileio era il ritratto in miniatura d’Edoardo! E che bel colpo, Mariano Frigerio!… Pareva vinto ed è il vincitore; ha aspettato più di cinque anni, ma lo ha raggiunto, da maestro, e l’ha spazzato via come un mucchio di letame, lui, la moglie, l’amante, e il bambino!…”

Ah no! Non metteva conto davvero che per una donna infedele e per un amico traditore, egli si rendesse ridicolo! Aveva avuta la fortuna, una grande fortuna, di cadere in deliquio alla rivelazione; se non fosse stato quel malore, egli si sarebbe slanciato su Mariano e lo avrebbe finito…. Lo svenimento gli aveva impedito di commettere uno sproposito marchiano; e ora voleva commetterlo a mente più calma, fare un chiasso infernale, dichiarare a tutti che l’amico e la moglie lo ingannavano?…

No.

Egli disse: “no” ad alta voce. Ma poi si chiese: “E allora?”

Presa una sedia, s’avvicinò alla tavola, e rimase coi gomiti appoggiati, la testa fra le mani, lungamente.

Udì gli nomini passare, le voci lontano dei commessi che gridavan dei numeri; indi, a poco a poco il silenzio. Guardò l’orologio; bisognava tornare a casa.

Aveva formato in mente la sua risoluzione e si sentiva meglio. Il freddo della strada finì di risvegliarlo; sì fregò le mani dicendosi che di tutti, il lottatore più forte sarebbe stato lui.

In anticamera trovò Farfui nervoso, con la boccuccia agitata dal tremito che indicava nel piccino una forte commozione. Egli aspettava che il papà lo baciasse, ma Lorenzo non parve averlo nemmen visto, e il bambino rimase con le braccia alzate, nel gesto ch’egli faceva sempre per essere sollevato dal babbo.

– La signora non è ancora tornata! – annunziò la governante.

Lorenzo non rispose; andò nel suo appartamento e si mise a sedere.

Il dubbio che Mariano avesse mentito non era possibile. Morella, aveva sempre avuto una certa ritrosia a darsi al marito, e un giorno, – Lorenzo ricordava bene, perchè il caso non era comune, – non solo ella s’era data, ma aveva cercato quasi le occasioni per provocarlo; poi s’era rifatta frigida e repellente…. Sarebbe bastato questo episodio, il quale doveva, nel concetto di Morella, giustificare la gravidanza. Ma v’eran poi mille altri segni, che tornavano ora in mente a Lorenzo e ch’egli si stupiva di non aver prima avvertito; la singolare somiglianza di Farfui con Edoardo, per esempio, e meglio ancora la passione, una vera passione che Edoardo sentiva pel bambino; e l’assiduità dell’uomo nel curare Farfui durante la malattia, e quella specie di vigilanza con cui lo accompagnava via via in ogni cosa della sua piccola esistenza, e il piacere che Edoardo provava conducendoselo a passeggio e qualche volta a teatro, e le osservazioni ch’egli faceva sul modo di educarlo.

Quanti segni, quanti indizii! Mariano aveva avuto ragione dandogli dell’imbecille.

– Enzo, Enzo, dove sei? – risuonò una voce. Era Morella che lo chiamava. Egli si levò, andò nella sala da pranzo, dove Morella e Aquileio lo aspettavano.

– Ho fatto tardi, non è vero? – disse la giovane. – Devi scusarmi. Sono uscita per un’opera di carità, e il tempo mi è passato di volo.

– Un’opera di carità? – ripetè Lorenzo sbirciandola di sottecchi. – A quest’ora?

– Preferirei non dirti nulla, – confessò Morella con un sorriso.

– Ma io non ti chiedo nulla, – rispose Lorenzo.

A tavola serviva Pierina che si muoveva svelta e senza rumore, e sorvegliava Farfui, al quale tagliava il pane e la carne. Seguì una lunga pausa, poi Morella disse:

– Farfui è un po’ triste stasera, perchè il suo babbo non l’ha nemmeno salutato….

Lorenzo ebbe uno scatto repentino, ch’egli stesso non si aspettava:

– Finiamola – esclamò – con queste sciocchezze! Farfui, Farfui, Farfui! Che è questo? Egli si chiama Giuseppe, e voglio che lo si chiami Giuseppe…. E poi da domani mangerà in cucina….

Morella lo guardò intontita; la cameriera fu così sorpresa, che dimenticando il suo contegno impassibile, restò un istante col piatto in alto senza posarlo in tavola….

– Andate pure, – disse Morella, – tornerete quando vi chiamerò….

Pierina mise il piatto sulla tavola e scomparve.

– Che cosa è? – chiese Morella, non appena la ragazza se ne fu andata. – Tu vuoi scherzare?…

– Non ne ho alcuna voglia. Ho detto che Giuseppe deve chiamarsi Giuseppe e che domani mangerà in cucina….

– Ma, caro Enzo, non si dànno simili ordini senza spiegarli; non si fa l’educazione d’un ragazzetto in cucina, – osservò Morella freddamente. – Io non intendo che mio figlio viva con la cuoca….

– Ah, vuoi la spiegazione degli ordini? – ribattè Lorenzo.

Si morse le labbra; stava per prorompere, per commettere una sciocchezza.

– Non ci sono spiegazioni, – corresse immediatamente. – Io dò gli ordini perchè posso darli; e gli altri non hanno che a obbedire.

– T’inganni. Queste parole tu le dirai ai tuoi facchini. Io non obbedisco che allorchè gli ordini sono ragionevoli, e allorchè, se non sono ragionevoli, il sacrificio è mio. Ma mi ribello quando si tratta di nostro figlio, e lo difendo.

A udire quel “nostro”, la mano di Lorenzo corse al coltello ma si acquietò subito, e con voce pacata obiettò:

– Appunto perchè si tratta di nostro figlio ho il diritto di ordinare.

– Tu vuoi insomma ch’io vada a mangiare in cucina? – osservò Morella.

– Tu? Ho parlato di Giuseppe, e non di te….

– Io andrò a mangiare in cucina con lui, domani, perchè non lo lascerò solo, – annunzio la giovane.

Farfui aveva seguita la discussione, socchiusa la piccola bocca ad arco, gli occhi dilatati dallo stupore. E si volse a suo padre, dicendo:

– Papà, che cosa ti ho fatto? Non sono stato cattivo. È vero, mamma, che non sono stato cattivo?

– E chi parla, con te, stupido? – interruppe Lorenzo.

Morella si alzò, andò a prendere Farfui, e si avviò senza più dir parola.

– Dove vai? – chiese Lorenzo.

Ella non rispose e non si volse; ritiratasi nella sua camera da letto, chiamò la cameriera, fece portare quanto ancora mancava del pranzo, poi rinviò Pierina a servire Lorenzo.

Farfui sedette gravemente nella sua seggiolina verde a fiori rossi; la mamma gli pose innanzi una poltrona, sulla quale piantò una tavoletta e gli preparò il pranzo.

– Siamo in castigo, mamma? – egli chiese.

– Si, caro, siamo in castigo.

– Io mi piace! – dichiarò Farfui. – Io mi piace di mangiare così. E tu non mangi?

– No, bambino, non ho fame.

Farfui mangiava; evidentemente non gli importava nulla delle sgarberie di suo padre; poco prima era atterrito perchè la mamma tardava a rincasare, ma trovarsi in castigo con lei non gli dispiaceva affatto. Si faceva servire, allungando ogni poco la mano ad accarezzare il volto della madre, e chiedeva aiuto anche per bere, affinchè la mamma gli stesse più vicina.

– Drado non è in castigo? – egli domandò.

Drado era Edoardo Falconaro. Come mai il bambino pensava a lui, sembrandogli che il castigo dovesse raggiungere anche il suo amico?

– Non è in castigo, no, – rispose Morella. – Nessuno può castigarlo.

– È troppo grande, vero? Anch’io quando sarò grande non sarò più in castigo.

Morella pensava. Il sospetto balenatole in mente alla presenza di Mariano Frigerio le si riaffacciava ora, udendo il bambino parlar d’Edoardo Falconaro. Che Mariano li avesse denunciati a Lorenzo? Ma come avrebbe Lorenzo potuto credere a un uomo che si presentava ad accusare senza alcuna prova?

– Io mi piacerebbe che Drado fosse in castigo, – riprese Farfui d’un tratto.

– E perchè mai? – domandò Morella. – Non gli vuoi bene a Drado?

– Sì, ma, allora Drado sarebbe qui; e tu sei più contenta se Drado è qui.

– Ah bambino mio, che cosa dici! – esclamò la giovane stringendo al petto Farfui.

– Non è vero? – egli insistette. – Anch’io sarei contento; e allora lui si metterebbe qui vicino a me. Perchè, mamma, non lo mandi a chiamare?

– Non si può. Una signora non può chiamare un amico nella sua camera da letto.

Farfui guardò la madre stupefatta. Quella regola di buon vivere gli pareva assai stramba; ma egli che aveva una memoria portentosa, obiettò subito:

– Quando io ero malato, Drado veniva nella tua camera da letto….

– Sei pazzo, Farfui! – esclamò Morella. – Chi ti ha detto queste cose?…

– Io l’ho visto….

– Hai visto male.

– No. Drado veniva da me, e poi veniva da te che “dormavi” sul letto…. Non ti ricordi, mamma? Io mi ricordo….

– Mangia, caro, mangia questo biscotto; così, a pezzettini…. Veniva anche la zia Dora però….

– Sì veniva la zia Dora, e mi ha portato il pulcinella. Ti ricordi, mamma? E dopo, andava via…. Ma Drado non andava via, e stava qui tanti giorni, tanti giorni, quando faceva chiaro e quando faceva scuro….

Morella ascoltava sbigottita. Quale testimonianza e con quanta nitidezza esposta! Il bambino aveva veduto tutto, e tutto gli era impresso nella mente col rilievo preciso d’ogni particolare; ma quasi intuendo un pericolo, egli non ne aveva parlato mai, e si confidava solo con sua madre.

– Veniva anche il papà a trovarti, – soggiunse questa.

– No.

– Come no? L’ho visto io!

Farfui diede in una risata.

– Non l’hai visto, – rispose. – Dici la bugia. Il papà non veniva a trovarmi, perchè è cattivo.

– Zitto, zitto, per carità! Veniva a trovarti mentre dormivi.

– E allora, perchè non mi ha portato il pulcinella anche lui? E non ti guardava quando eri nel letto grande, come faceva Drado?

Il pranzo era finito, e Morella invitò Farfui a giuocare coi suoi soldatini; ma avendo altri pensieri pel capo, egli non toccò la scatola, che sua madre gli aveva aperta innanzi.

– Vuoi che giuochiamo a mosca cieca? – disse Morella.

– No. Domani andiamo a mangiare in cucina? – interrogò Farfui.

– Non so, caro. Faremo quel che dirà il babbo.

– Io non mi piace in cucina. Voglio star qui anche domani.

Si fermò. Un campanello aveva squillato.

– È Drado, è Drado! – esclamò il bambino saltando in piedi.

Poteva essere Edoardo infatti, il quale veniva spesso dopo pranzo a tirar di scherma con Lorenzo. Farfui assisteva a quelle partite, e si divertiva al fragor del ferro, al gridio e ai salti dei combattenti. I due uomini coi volti riparati dietro le maschere da sciabola gli sembravano due grossi insetti che s’azzuffassero; Lorenzo la formica, Edoardo la cicala; e Farfui batteva le mani quando un bel colpo arrivava a toccar la formica, per la quale non aveva troppa simpatia.

Lorenzo era impetuoso in quel giuoco come nella vita. Non parava quasi mai, e attaccava con velocità incredibile per la sua tozza corporatura, scoprendosi imprudentemente. Edoardo, più alto e calcolatore, riusciva a tenerlo a distanza, nell’attesa gli presentasse il destro di colpirlo a pieno. L’altro, spinto dalla sua furia, incoraggiato dal giuoco d’Edoardo che in suo paragone si sarebbe detto tardo e pigro, finiva sempre per lasciarsi cogliere alla sprovvista, e più d’una volta, s’era egli stesso gettato sul ferro, venendo a una misura troppo corta.

– Dove vai? – chiese Morella, che vedeva il bambino correre all’uscio.

– Vado a chiamare Drado.

– Ma no, ma no, siamo in castigo! Drado non può venir qui.

Farfui rimase sulla soglia mortificato.

– E allora, – osservò, – come farà Drado senza Farfui e senza la mamma?

– Io non so come farà, – rispose Morella sorridendo.

Essa non si aspettava la visita del Falconaro, ch’era stato da lei quello stesso giorno e che aveva parlato di Mariano Frigerio. Per un riguardo elementare, egli non si recava mai in casa dei Moro due volte nel dì medesimo, e Morella andava chiedendosi che cosa fosse mai avvenuto, quando la cameriera si presentò a dire che il signor Lorenzo e il signor Falconaro pregavan la signora di passar nel salotto, perchè dovevano darle una notizia importante.

XIII.

Il salotto illuminato a luce elettrica scintillava d’oro. La luce, smorzata dentro i cortinaggi di pesante velluto, lambiva con tenui rifrazioni i grandi vasi a fondo cupo leggermente screziato, che eran posti qua e là senza simmetria, su larghe colonne marmoree venate di rosso, le quali sembravano sanguinare; accarezzava le cornici di quercia scolpita, e s’avventava sugli ori dei mobili, afforzando il rilievo dei ricami e dei trapunti, che decoravano divani e poltrone.

La parete di centro scompariva intera sotto un fastoso arazzo, donato da Tito Bardi alla figlia, e la sala acquistava da quella figurazione che a colori vivacissimi raccontava il ratto d’Europa, una bella gaiezza.

Con le mani in tasca, guardando a terra, Edoardo Falconaro andava misurando irrequieto a grandi passi il salotto. Seduto in una poltrona, Lorenzo Moro ridacchiava.

– È un rimorso, è un vero rimorso per mo! – diceva Edoardo. – Tu puoi dire ciò che vuoi, ma io non dimenticherò la mia stupida diffidenza.

– Su, su, – rispose Lorenzo, – Non avere alcun rimorso; io te ne assolvo. Come dicono i preti? “Ego te absolvo”….

E faceva il gesto di dar la benedizione, l’indice e il medio distesi, le altre dita piegate. Morella li sorprese in quell’atteggiamento; le correva appresso Farfui, trascinandosi dietro la sua seggioletta.

– Oh, bene! – esclamò Lorenzo, mentre Edoardo salutava Morella. – Ti abbiam chiamata per darti le ultime notizie. Dunque, devi sapere che Mariano Frigerio s’è bruciato le cervella oggi, anzi stasera.

– Mio Dio! – mormorò la giovane impallidendo.

– Guarda! Ma quel Mariano Frigerio era dunque molto amato! – esclamò ironicamente Lorenzo, vedendo che sua moglie, pallidissima, sedeva accasciata in una poltrona. – Tutti disperati perchè quel farabutto….

– Enzo, Enzo, – interruppe Morella, – non insultare un cadavere!

– Ti dico che era un farabutto, – ripetè Lorenzo, – e io ne ho le prove.

– Era un disgraziato, che non abbiam saputo salvare, – disse Morella, volgendosi a Edoardo. – Io l’ho visto oggi; avevo un triste presentimento, ma non potevo imaginare che quell’infelice sarebbe giunto a questo estremo!

– Tu l’hai visto oggi? – domandò inarcando le ciglia Lorenzo.

Morella raccontò brevemente la sua visita a Mariano Frigerio, e descrisse la desolazione di quella casa.

– È inesplicabile, – soggiunse. – Io gli aveva promesso di aiutar lui e il suo bambino; e per tutta risposta egli si è ucciso. Ha dunque dubitato di me?

Lorenzo Moro sorrise. La desolazione di sua moglie e d’Edoardo gli riusciva comica; e si faceva forza per non dare in uno scatto brutale, rinfacciando loro il tradimento di cui erano stati accusati da quello stesso Mariano ch’essi piangevano.

– Ha fatto molto bene a uccidersi, – egli disse pacatamente. – Non c’era posto per lui; egli si avviava da tempo alla galera, e ha preferito la morte. Io credo non abbia mai fatto nulla di meglio; il suo suicidio è la sola cosa pratica di cui sia stato capace. Dicevo poco fa a Edoardo che non è il caso di sentire rimorsi per non avere aiutato quella canaglia.

– Enzo! – esclamò di nuovo Morella. – Ti prego ancora di non insultare un morto. Quel disgraziato non ha avuto che la colpa di sciupare tutto il suo; ma per ciò, non si ha diritto di chiamarlo canaglia. Egli non ha nociuto a nessuno.

Lorenzo Moro sorrise.

– Egli non ha nociuto a nessuno? – ripetè. – Era velenoso come uno scorpione, e ha nociuto a quanti gli sono andati vicino. Era una spia e un ricattatore, un maligno che colpiva alle spalle, un vigliacco che fuggiva dopo aver colpito.

Disse queste parole con tanta forza, che Morella ed Edoardo si scambiarono un’occhiata dubitosa.

– A te, che cosa ha fatto? – interrogò la giovane, fissando suo marito.

– A me? – rispose Lorenzo, protendendosi quasi stesse per lanciare un disco. – A me?…

Si morse le labbra, serrò nelle mani i bracciuoli della poltrona e concluse con voce spenta:

– A me, nulla!

– E a me non ha fatto nulla, ugualmente, – seguitò Morella, – e a voi, Falconaro?

– Non ho che buoni ricordi di lui, – rispose Edoardo.

– Ora dunque, – riprese la giovane, – dov’è la spia, dov’è il traditore?

Lorenzo si alzò, e fece il giro della sala, riflettendo; poi si fermò innanzi a sua moglie.

– Io so quel che dico, – proferì gravemente. – E se non aggiungo altro, significa che si tratta di cose di cui non posso parlare…. Ma permettimi che io ti esprima il mio stupore; Edoardo è di casa, e non v’ha ragione ch’io taccia davanti a lui…. il mio stupore. Tu sei andata da Mariano Frigerio, hai avuto il coraggio di entrare nella sua tana, di trattenerti con lui, di dar la mano a quella bagascia ch’egli teneva con sè?…

– Si trattava di salvare il bambino….

– E quelli che t’han visto entrare ed uscire, che ne sapevano del bambino? – incalzò Lorenzo.

Edoardo Falconaro dissimulò a stento un sorriso, riconoscendo in quelle parole il suo uomo. Lorenzo non temeva per l’imprudenza commessa dalla moglie, ma per ciò che avrebbero potuto pensarne gli sfaccendati; teneva l’occhio alla pubblica opinione con una costanza accasciante; per ogni atto della vita egli si chiedeva prima che cosa ne avrebbero pensato gli altri, e poi agiva. Al tempo in cui doveva lottare contro la concorrenza dissennata dei suoi nemici, paventava il fallimento non così per il danno che ne avrebbe avuto, come per l’effetto che avrebbe prodotto sul mercato e per le chiacchiere che ne sarebbero derivate.

– Del resto, – riprese, – non ti sarai messa in testa d’allevare anche quel bambino? Abbiamo già Poldo che studia per tua volontà. Poldo è figlio d’un galantuomo, il quale si è sempre guadagnata l’esistenza. Ma quest’altro, figlio d’una donnaccia e d’uno scioperato, io non lo voglio tra i piedi.

– Non lo avrai, – rispose Morella. – Si può essere utili a un bambino senza tenerlo in casa.

– Io lo voglio, – interloquì improvvisamente Farfui. – Mi piace un bambino nuovo. Gli darò da mangiare.

Edoardo rise, e sollevando Farfui, se lo piantò a cavalcione sulle ginocchia perchè trottasse. “Trotta, trotta, cavallin – Sotto il piè del tavolin”.

Così di fronte l’uno all’altro, fissandosi in volto, Farfui ed Edoardo avevano una rassomiglianza impressionante, chiarissima, non disvelata solo dal colorito, dai lineamenti, dagli occhi, ma dal suono della voce e da quelle movenze che un piccoletto come Farfui non può apprendere e imitare. La bocca dell’uno e dell’altro si schiudeva a un eguale sorriso, ed essi facevano il medesimo gesto per battere il tempo della canzoncina puerile, che Edoardo modulava a fior di labbra…. La capigliatura d’oro, d’un oro delicatamente pallido, era la capigliatura di Morella.

E la giovane che, stando a due passi, avvertiva l’effetto del riavvicinamento, disse a Edoardo:

– Ve ne prego, lasciatelo a terra!

Ma se n’era avveduto, prima di lei, Lorenzo Moro, che finalmente aveva raccolto come in un ritratto le caratteristiche di quei tre, i quali formavano una famiglia, mentre egli era là dentro l’intruso, lo straniero, il babbeo, che mette la firma alle cambiali degli altri perchè passino.

– Dunque Mariano aveva ragione! – egli disse ad alta voce.

– Ragione di che? – domandò Edoardo sorpreso.

– Ragione di uccidersi. Era un uomo finito.

Edoardo fece un gesto d’impazienza.

– Scusami, – osservò. – Non so comprendere la compiacenza che tu dimostri per la fine di quel povero diavolo. Io credo ne abbiamo colpa un po’ tutti, eccettuata la signora. Toccava a noi, a noi uomini, trovargli un posto e spingerlo a lavorare. Non era vecchio; aveva la tua età, credo; con uno sforzo si sarebbe rimesso. E nessuno ha fatto nulla per lui, ed a nessuno non ha chiesto niente. Il giorno in cui non ha avuto più da mangiare e non ha avuto a dar da mangiare a suo figlio, si è piantata una palla nel cranio. Se fosse stato un farabutto, come tu dicevi, prima d’arrivar lì, avrebbe potuto commettere non pochi imbrogli, valendosi delle conoscenze che aveva tra di noi…. Ebbene, fra tanti amici, soltanto una donna s’è mossa, che lo conosceva appena, insegnando a noi tutti un poco di carità e d’indulgenza. Io, per mio conto, sono molto addolorato; e, che vuoi? mi vergogno di non aver capito in tempo il mio dovere e di non aver fatto nulla per un uomo, che quando aveva denaro e non dava noia ad alcuno, io chiamava mio amico….

Lorenzo ascoltò Edoardo, seguendolo con una espressione lievemente sarcastica negli occhietti acuti; poi gli rispose:

– Dici bene, dici molto bene. Proprio tu, devi compiangere quel morto! Ti avverto ch’egli ti odiava…. No, no, non alzare le spalle!… Ti odiava…. Non aveva la forza di ucciderti, ma avrebbe visto volontieri che ti uccidesse un altro…. Ah, fai bene a rimpiangere il povero Mariano, quell’impareggiabile amico!… S’egli può udire, dev’essere molto stupito della tua dabbenaggine!…

– Ma tu affermi, – interruppe Edoardo infastidito, – tu affermi per tuo capriccio. Mi odiava?… Voleva farmi uccidere? Che pazzie son queste, Enzo?… Quando mai ha egli pensato a farmi uccidere? Racconta qualche fatto, se ti riesce, ma non lasciarti trasportare da un’antipatia che ti rende feroce….

– Qualche fatto? Quando ha pensato a farti uccidere? Se ti odiava?… – mormorò Lorenzo attraversando con lo sguardo lo sguardo del Falconaro.

Vi fu un silenzio breve, durante il quale Morella osservò trepidante i due uomini, i quali, dritti e di fronte, sembravano pronti a lanciarsi l’uno contro l’altro.

– Io non so nulla, – dichiarò Lorenzo con voce sorda, dominandosi improvvisamente. – Non so nulla; non ho fatti da raccontarti…. sono fantasie…. Mi era antipatico….. È vero; mi era antipatico, e sono feroce con la sua memoria. Io credeva che volesse male a me e a te, ma mi sarò ingannato…. Già; io vedo ciò che non è, e non vedo ciò che è…. Avviene sempre così ai galantuomini che lavorano.

Seguì un’altra pausa. Farfui annunziò in quel momento, approfittando del silenzio:

– Drado, domani vado a mangiare in cucina!

– Che sciocchezze tu dici, Farfui? – esclamò Edoardo.

– Sì, è vero. Io vado a mangiare in cucina, e anche la mamma va a mangiare in cucina, – insistette Farfui, – perchè il papa vuole mangiare soltanto lui, perchè vuole mangiare tutto, e che non avanzi niente, e allora io mangio in cucina.

– Dio, quanti spropositi! – osservò Edoardo, riprendendosi il bambino tra le braccia.

Ma Lorenzo, pel timore che il bambino spifferasse anche il resto, interruppe:

– Su, Edoardo, vieni a batterti?

Edoardo diede la mano a Farfui, e salutò Morella.

– Questa sera, – fece avviandosi, – io ti darò un “cappotto”. Ah tu credevi che Mariano volesse farmi uccidere? Che uomo romantico tu sei, Enzo!

– Fantasie, fantasie, – ripeteva Lorenzo con voce spenta, mordendosi il labbro inferiore. – Mi era antipatico. Hai detto giusto; mi era antipatico, e sono feroce con lui…. Ma ti voleva bene, ah, ti voleva proprio bene; e voleva bene anche a me!…

Diede in una risata lunga e repentina.

Morella ebbe un tremito a quella risata sarcastica, che echeggiava per le altre camere, mentre i due uomini s’allontanavano con Farfui; e rimase in salotto, chiusa in una meditazione profonda.

XIV.

La notizia della tragica morte di Mariano Frigerio percosse di stupore quella vasta zona formicolante che si stende fuori di porta Ticinese, dove il suicida era conosciuto da anni. I facchini di Lorenzo Moro ne rimasero più impressionati di chiunque altro, e rammentando la scena avvenuta tra Lorenzo e Mariano, ne dedussero che la morte di quest’ultimo aveva avuto la sua misteriosa ragione in quel colloquio.

S’aprirono con amici, sottovoce; e il giorno appresso, la notizia correva pel mercato:

– Povero Mariano! È stato il Moro ad accopparlo!…

Lorenzo ignorava la voce che andava serpeggiando; i negozianti di formaggio fecero una colletta per trasportar degnamente il loro compagno, e ne seguirono il funerale; Lorenzo che v’intervenne, udì un susurro, notò un confabulare inusitato quando egli comparve, e gli sembrò che i suoi colleghi lo salutassero freddamente; ma non potè capirne nulla.

Confuso poi nel corteo, ascoltò qua e là qualche frase dei discorsi che si facevano; non risonavan che elogi ed espressioni di simpatia per il morto, quasicchè si fosse trattato di un eroe caduto sulla breccia, spento nel perseguire un ideale inarrivabile.

E questo medesimo sentimento rilevò il giorno in cui calarono in magazzino i suoi allegri mercanti. La vendita procedette meno spedita del solito, in causa dei discorsi che si facevano appunto in quel magazzino in cui s’era svolto il colloquio tra lui e Mariano, innanzi a quella stadera, su cui Lorenzo s’era rovesciato pochi dì prima, come un bove colpito dal maglio.

– Eh, che ne dice, signor, Moro? – fece uno dei mercanti. – Via, via, se ne vanno tutti; prima il povero Scopa, ora il povero Frigerio…. I tipi più allegri scompaiono, e restiamo noi, vecchie marmotte.

Colui che parlava era Tonino Boccadelli, uomo di forme erculee e dal naso paonazzo; aveva in testa annodato, sotto il cappello, un fazzoletto a colori, per ripararsi dal freddo l’inverno, per ripararsi dal caldo l’estate; ed era avvolto in un mantellaccio nocciola, col pelo di lepre intorno al bavero.

– Bravo giovane, quel Frigerio! – seguitava, – allegro come un pesce, svelto, istruito, intelligente; egli poteva “bagnare il naso” a tutti quanti per l’istruzione…. E vi ricordate…?

Allora, si snocciolarono gli aneddoti, e ciascuno raccontò il suo; si rammentò anche la scena tra Scopa e Mariano, quando quest’ultimo, accoccolato sulle casse, andava stuzzicando il suo amico.

– Pare impossibile! – esclamò Tonino Boccadelli. – Scopa quel giorno disse a Mariano che si sarebbe bruciato le cervella, e Mariano se l’è bruciate; Mariano disse a Scopa che sarebbe finito al reclusorio di Pallanza, e Scopa è al reclusorio di Pallanza…. Andate mo’ a scherzare!…

– Per fortuna non ha detto altro, quello strologo di Mariano! – osservò qualcuno.

Lorenzo Moro ascoltava rassegnato con un sorriso amaro sulle labbra, e non interloquiva, sperando che la parlantina dei clienti si sarebbe saziata presto, e gli affari avrebbero potuto procedere. Intorno a lui stavano i facchini, costretti essi pure ad andar più lenti; e alle sue spalle era il commesso che notava.

Ma udendo l’osservazione del mercante, Lorenzo diede un guizzo.

Non aveva detto altro Mariano?… Sì, che aveva detto altro, giusto lì, davanti alla stadera, con gli occhi folgoranti d’odio e di sarcasmo, con la voce che sibilava…. Aveva detto a lui, parola per parola: “Morirai, sotto la tua morale; rimarrai schiacciato, sotto la tua morale da villano arricchito!…”

– Su, – disse Lorenzo, scuotendosi. – Siamo qui a far conversazione o a lavorare?… Avanti la roba; giù quegli emmenthal; pronti a pesare….

– Eh, che furia! – esclamò Tonino. – Si discorre del povero Frigerio…. Che le dispiace?…

– A me? – fece imprudentemente Lorenzo. – A me importa un fico secco…. Se tutti i negozianti fossero come quello che chiamate il povero Frigerio, Milano sarebbe un covo di mascalzoni….

I mercanti si guardarono in faccia, offesi, e tacquero un istante; poi Tonino Boccadelli, che era il più autorevole, espresse il pensiero di tutti:

– Non sta bene a parlare così. Non sta bene…!

Lorenzo curvo a tassellare una forma, diede una crollata di spalle; ma l’altro continuò con la brutale franchezza degli uomini semplici:

– Non sta bene, perchè proprio un’ora fa, sul mercato, si diceva che Mariano l’ha accoppato lei….

Lorenzo si drizzò con gli ocelli scintillanti, quasi, fosse stato morso da una vipera:

– Io? – disse. – Io l’ho accoppato?… Siete pazzi?… Io non gli ho fatto nè bene nè male…. Non so niente, io!…

– Ma sì, – incalzò l’altro inesorabile. – Non dica che non sa niente, perchè lo stesso giorno in cui si è ucciso, il povero Mariano ha avuto un colloquio con lei….

Si fece attorno un silenzio ansioso, e tutti gli occhi fissarono il volto di Lorenzo Moro, diventato vermiglio, poi quasi azzurrastro…. Lorenzo avanzò d’un passo contro Tonino, che lo sopravanzava di tutta l’altezza, della testa:

– Io ho avuto un colloquio?… E può darsi…. Che cosa si è detto in quel colloquio?… Affari miei!… E voi siete qui per sapere gli affari miei, o per comprare i miei formaggi?… L’ho accoppato io?..! Sono stato galantuomo sempre, e voi lo potete dire…. Mariano tentò una volta di rovinare me; e io non avevo da rovinare nessuno, perchè a rovinarsi ci pensava lui…. Andiamo avanti?…

Girò l’occhio fosco attorno e ripetè:

– Andiamo avanti?

– Andiamo avanti! – disse Tonino Boccadelli. – Dieci emmenthal, pasta morbida, senza sfoglia, cento chili in media….

Il lavoro riprese, e Lorenzo Moro riafferrò l’ordigno da affondare nel fianco delle forme. Non parlò più alcuno; in brevi momenti fu riguadagnato il tempo speso nelle chiacchiere; i facchini a piedi nudi, sotto l’occhiata arcigna del padrone volavano; le pesate eran fatte con celerità, le osservazioni laconiche; la merce scompariva e s’accatastava sul carro in cortile.

Quando tutto ebbe termine, Lorenzo gettato il ferro al suolo, si avviò senza salutare, per ritirarsi nel suo studio; ma Tonino lo raggiunse e gli posò una mano sulla spalla:

– Neh, Moro, – egli disse, – facciamo la pace!…

– Io non sono in guerra, con nessuno, – rispose Lorenzo senza voltarsi.

– Andiamo a berne un gocciolo….

Sempre, da più parti, a ogni contratto, gli veniva l’invito a bere; i suoi clienti e i suoi uomini di fatica bevevano tutti, col pretesto di dar forza alle braccia. Egli rifiutava da anni, sentendo che in quell’abitudine si nascondeva un pericolo, che l’illusione della forza attinta dai liquori conduceva alla morte o all’ebetismo; e ricordava agli uni e agli altri che se Scopa non avesse bevuto smodatamente, non sarebbe finito in galera.

– Vengo! – egli disse risoluto.

Attraversarono tutti la via, ed entrarono dal liquorista il quale aveva la sua bottega quasi rimpetto ai magazzini.

La comparsa di Lorenzo Moro produsse una sorpresa grande. Il liquorista corse ad incontrarlo, abbandonando un istante il banco ricoperto di stagno lucido, sul quale erano allineate intere serque di bicchierini, e s’ammonticchiavano i vassoi di rame.

Tonino Boccadelli era superbo della sua vittoria; aveva condotto il negoziante milionario tra quella gente e pareva proteggerlo, iniziandolo ai segreti del mortifero piacere. Volle che gradisse un liquore vermiglio, e poi uno bianco, e infine uno verde, per combinarsi nella pancia il vessillo nazionale. E Lorenzo beveva, ridacchiando, preso da un’allegria subitanea, contento dell’ossequio timoroso e quasi servile che gli prestavano i mercanti più piccoli, non pochi dei quali eran suoi debitori, ed egli, come diceva Tonino, avrebbe potuto farsene un boccone.

Nella camera angusta, con le tavole di legno rozzo, la luce invernale entrava di sbieco, sinistramente; i bevitori ammantellati si forbivano la bocca col rovescio della mano. Il bottigliere, il quale si chiamava Carlotto, volle accendere le fiamme a gas, per onorare il visitatore insperato, e la luce rossastra disegnando sulle pareti a tratti giganteschi le figure dei clienti, e mescolandosi alla luce vivida che veniva dalla strada, faceva più bizzarramente tetro il luogo di perdizione.

Lorenzo rese agli amici improvvisati un trattamento uguale; nuovi vassoi comparvero con fiale multicolori, e i bicchierini si riempirono. Le pipe furono accese; per l’aria si diffuse l’odore del tabacco.

La porta s’apriva e si chiudeva di continuo, con uno strepito di carrucole arrugginite; ogni poco qualcuno entrava, gettava una moneta sul banco, tracannava la sua miscela; poi volgendosi e vedendo Lorenzo Moro, faceva un gesto di maraviglia e andava ad ossequiarlo.

Finalmente Lorenzo si levò, e strette le mani che gli si protendevano, uscì con passo incerto per tornare in istudio.

In mercato, l’indomani si parlava di quell’avvenimento, e lo si raffrontava col suicidio di Mariano Frigerio.

– Si è ubbriacato, ieri, lo sapete? – dicevano gli uni.

– È il rimorso, lo ha accoppato lui. È il rimorso.

XV.

Da quel punto, Lorenzo Moro non mancò più d’iniziar la mattinata con un bicchierino, e pur durante il giorno gli avveniva spesso di traversar la strada, solo o accompagnato coi mercanti, e d’indugiarsi qualche ora nella taverna.

Aveva trovato un conforto in quel vizio. Il liquore gli riscaldava l’anima e il corpo, gli metteva indosso un’allegria indiavolata, gli snebbiava dalla mente le idee cattive; anche gli giungevano gradite le adulazioni con cui Carlotto e i frequentatori assidui lo lisciavano. Non avevan mai contato un più ragguardevole, un più facoltoso compagno, e lo tenevan caro.

Lorenzo aveva bisogno di distrarsi. S’era scelta la condanna maggiore che mai potesse imaginare un carnefice: il silenzio.

Il silenzio! Obbligato a tacere; non poteva aprir l’animo ad alcuno, o sarebbe andato incontro a quel ridicolo pel quale sentiva un gelido spavento. Tacere e sorridere; stringer la mano d’Edoardo Falconaro, di colui che lo aveva tradito, lo tradiva forse tuttavia, e mostrarglisi amico; parlar con Morella, ascoltarla, discorrere di Farfui e del suo avvenire, sapendo che Morella lo aveva ingannato, che il figlio era di Edoardo, che tutto era falsità e menzogna.

Tacere! E frattanto, l’odio e il sospetto mordevano, rodevano, come un cancro dentro il cuore.

Non poteva mostrarsi diffidente. Morella era ancora l’amante di Edoardo? si trovavano ancora ad intimi convegni? un altro figlio sarebbe nato da quell’adulterio?

Lorenzo non poteva inquisire; aveva troppi sguardi addosso. I servi, interrogati, se già non sapevano e non indovinavano, si sarebbero messi per la buona strada, a inquisir per conto proprio, con la speranza feroce d’assodar che la signora ingannava il padrone. E la signora avrebbe trovato indulgenza anche presso la servitù, perchè Edoardo Falconaro era tanto caro ai domestici quanto era uggioso Lorenzo.

Dunque non occuparsene, tacere, sorridere.

E bere.

Dopo il bicchierino, Lorenzo aveva preso l’abitudine dell’assenzio. Se lo faceva recare in istudio, e rimaneva a guardar pazientemente la goccia che cadeva con ritmo isocrono dall’imbuto di cristallo dentro la bevanda verdastra.

Intorno a lui, un silenzio d’angoscia. I commessi lavoravano senza scambiar parola, scoraggiati dallo spettacolo accorante di quella vertiginosa corsa alla rovina.

Dov’era il padrone alacre, duro, instancabile, capace di filar quattordici ore di lavoro continuo, e di tornar da un viaggio disagevole e di rimettersi all’opera senza un’ora di tregua, senza bisogno di posare la testa un istante sopra un guanciale per rifarsi del sonno perduto?

In un mese, egli era trasformato; aveva tracannato tanti bicchierini da disgradarne lo stesso Boccadelli. Nessuno osava parlargliene e fermarlo.

Ma il silenzio che lo rodeva con sì barbara pertinacia dava luogo a subitanee reazioni, terribili, pericolose. I suoi rimproveri erano veementi; la sua furia dissennata; egli aveva scagliato una volta il calamaio contro un commesso, che per poco non ne era rimasto ferito al capo. Dopo un lungo periodo di laconismo, la sua voce s’alzava d’un tratto, esplodeva in uno scoppio iroso e fremente.

– Il vulcano è in eruzione! – dicevano gli impiegati.

E per quel giorno si studiavano di schivarlo; e se eran chiamati, tremavano.

Morella Moro non osava ancora credere alla realtà, che le si spiegava innanzi agli occhi.

Il giorno che Lorenzo era tornato a casa ubbriaco, con l’alito greve d’un nauseante odor d’acquavite, la giovane aveva supposto si trattasse d’un caso. Era stato probabilmente costretto dagli amici a bere, e non abituato s’era sentito male. Per ciò, quel giorno ella non mosse alcuna osservazione, e allontanò Farfui, perchè non si accorgesse che suo padre barcollava.

Ma i giorni successivi, rilevò con paura che, se non interamente ubbriaco, Lorenzo era brillo; il suo alito tramandava un intollerabile odor di vino e di liquori; si eccitava per un’inezia o piombava in un silenzio testardo, dal quale nulla poteva smuoverlo; rideva sgangheratamente e fuor di proposito; e i domestici lo seguivano degli occhi con discrezione, ma strabiliando.

Farfui, del resto, denunziò subito suo padre, candidamente.

– Sai, mamma? – disse a Morella. – Non c’è più il papà in magazzino…. No, non c’è più, e Palino mi racconta le belle fiabe, perchè il papà non c’è più.

– Come, non c’è più? – domandò Morella.

– No; egli è sempre là, in quella bottega…. Sai, mamma, quella bottega, dove ci son tanti bicchieri, tanti bicchieri, tutti in fila, e le belle bottiglie colorate?…

– Da Carlotto? – interrogò la giovane.

– Sì, ecco, da Carlotto. Il papà è sempre da Carlotto. Io mi piace, perchè così Palino mi racconta le fiabe.

Morella si passò una mano sulla fronte, spaurita.

Ella vedeva bene. Mariano Frigerio aveva raccontato gli amori di lei con Edoardo, e per ciò non aveva voluto il suo denaro. Lorenzo sapeva tutto, s’ubbriacava e taceva…. Morella conosceva troppo il modo di pensare di suo marito per non trovare logico quel silenzio; egli temeva il ridicolo, fingeva d’ignorare.

– Non dir niente a nessuno! – pregò Morella. – Non dire che il papà va da Carlotto! Non sta bene che i bambini dicano queste cose.

– No, non dico, mamma. Io dico tutto a te!

La madre afferrò il piccoletto, e se lo strinse convulsamente fra le braccia.

Ma sì, Mariano aveva parlato!… La prova?… Farfui!… Lorenzo messo sull’avviso da quell’altro, non aveva avuto che lasciar cadere lo sguardo sul bambino per trovar la prova inconfutabile dell’adulterio…. E, del resto, Mariano Frigerio non l’aveva additato subito, quel giorno che s’era imbattuto nel Falconaro, al cui fianco stava il bambino? “Ma questo è tuo figlio!” aveva esclamato, indicando Farfui a Edoardo.

Morella si provò a rimproverare Lorenzo.

Egli capitò a casa un martedì, giorno in cui la moglie riceveva le amiche; e contrariamente allo sue abitudini, prese parte alla conversazione, scherzò, si mostrò singolarmente irrequieto e loquace.

– Enzo, che cosa ti pensi? – gli disse Morella, quando le visitatrici se ne furono andate.

Lorenzo si fermò a guardarla con un’espressione interrogativa.

– Che cosa ti pensi? – gli disse Morella. – Tu passi le giornate da Carlotto, e dài scandalo a tutti…. Che cosa hai? Perchè sei così disordinato?…

Egli mugolò tra i denti, e levò dalla tasca la pipetta.

– Io dò scandalo? Non sono io, che dà scandalo…. non sono io lo scandaloso…. Chi dà scandalo, sono gli altri….

– Gli altri? Quali altri?…

– Nessuno! – rispose pronto Lorenzo. – Non so nulla io!

Morella angosciata, gli si parò innanzi, congiunse le mani:

– Te ne prego, – disse con voce supplichevole. – Pensa a ciò che fai! Pensa che hai un figlio, al quale lasci quest’esempio d’abbiezione!…

Lorenzo s’appressò velocemente fino ad avere la bocca ad un dito dalla bocca della moglie; ma si padroneggiò subito, e rispose:

– Ho un figlio! – mormorò. – È vero, ho un figlio!…

E non disse altro, rimase taciturno, con la fronte corrugata, squadrando la giovane che andava supplicandolo a mani giunte.

Discese, uscì, diede una capatina alla taverna, ove trovò il Boccadelli, che gli offerse da bere; egli bevve, poi offerse a sua volta; qualcuno fra i convenuti espresse l’ammirazione per quei forti tracannatori, e Lorenzo Moro ne fu lusingato, e ribevve.

La sera all’ora in cui egli usava tornare pel pranzo, Morella udì un brusio di voci nell’anticamera, e uno scalpiccìo inconsueto. Poco appresso comparve Pierina, la quale aveva qualche cosa da dire, e non sapeva come, guardando impacciata la sua signora.

Morella si levò e andò in anticamera.

Vide che tre facchini portavano Lorenzo, ubbriaco fradicio; due lo tenevano per lo spalle, uno per le gambe; pareva dormisse, la faccia livida, la bocca contorta.

– Mamma! – chiamò Farfui correndo in anticamera….

Morella si mise innanzi al bambino, e copertigli con la mano gli occhi, lo trascinò in salotto.

– Andiamo via, Farfui! Andiamo via! Ti racconterò una fiaba….

Egli non aveva potuto vedere, e rideva.

– Più belle che le fiabe di Palino? Più bella che la storia del re col cavallo d’oro?

– Più bella, più bella! – disse la madre.

– Ma perchè piangi? Mamma, perchè piangi?… Palino non piange quando racconta le fiabe!

XVI.

L’odio di Lorenzo Moro contro Farfui s’accrebbe improvvisamente in quei giorni e in maniera paurosa. Taceva per tutto e su tutto, ma non poteva tollerare la presenta del bambino, ch’egli si piaceva a contrastar nei gusti e nelle abitudini.

Con un calcio aveva mandato in frantumi la seggioletta verde a fiorellini rossi, che Farfui amava come una persona viva, e sua madre aveva dovuto comprargliene subito un’altra e relegarla nella cameretta di lui, affinchè un secondo calcio non la arrivasse.

Lorenzo aveva anche proibito a Farfui di metter piede in magazzino, col pretesto ch’egli distraeva gli impiegati. Era un togliergli il meglio del suo piacere, perchè il piccoletto godeva trovarsi fra quei giganteschi amici, i quali, accogliendolo sempre festosamente, s’ingegnavano a esser garbati con lui.

Non doveva neppur visitare le scuderie, nè fermarsi presso il portiere. Il suo regno vasto, vasto, andava così restringendosi d’ora in ora, e come la seggioletta non poteva uscir dalla camerina egli era obbligato a non uscir dall’appartamento.

Per ciò viveva il più gran tempo fuori di casa, presso Edoardo Falconaro o la zia Isidora o il nonno.

Non parlava e non piangeva; sembrava piuttosto sorpreso che addolorato; i suoi grandi occhi grigi avevano preso un’espressione quasi costante di stupore; ma si faceva pallido e dimagriva.

I parenti, ai quali Morella non aveva ancor detto verbo del dramma che si svolgeva in casa, osservando che Farfui era intristito, pensavano fosse colpa del freddo clima nebbioso. E Farfui stava zitto, come aveva promesso alla mamma.

Il solo che vedeva tutto era Edoardo Falconaro.

S’era accorto subito del mutamento di Lorenzo, tirando di scherma con lui. Una sera, per poco, durante un assalto, Lorenzo non gli era caduto tra le braccia, e le sere di poi il suo giuoco era stato tanto rabbioso e pien d’agguati, che Edoardo se n’era dovuto guardare come si fosse trovato sul terreno, a viso a viso d’un nemico.

Assisteva a quelle partite il maestro Pino Monti, un colosso dal petto gagliardo, che con la sciabola e la spada in pugno spiegava l’agilità d’un gattopardo. Egli aveva ben capito che da qualche tempo Lorenzo non sapeva quel che si facesse, e avanzando la scusa di voler seguire e correggere l’azione del suo vecchio allievo, l’aveva persuaso a lasciarlo presenziare gli assalti.

L’intervento del maestro era stato utile a moderare più d’una volta l’impeto di Lorenzo Moro.

– È strano, è strano, – diceva una sera Pino Monti a Edoardo, mentre, lasciata la casa dei Moro, se ne tornavano in città. – Quell’uomo beve come un otre e ha le idee fisse degli ubbriachi; ma si direbbe che ha la sua idea soltanto con lei. Ha osservato? A lei tira sempre vicino al collo, dove la maschera finisce…. È un gioco pericoloso; stia attento!

– Sto attento, non dubiti! – rispose Edoardo.

– A me non fa mai questo scherzo…. E mi scusi una domanda, se è indiscreta: perchè lei si presta? Io rifiuterei di tirare con un pazzo. Lo lasci tirare con me, che ci penso io a levargli la pelle, se si prende qualche confidenza con la mia! Lei si rifiuti, signor Falconaro!…

– Non posso! – risposo Edoardo.

L’esclamazione gli era scappata di bocca, ma l’aggiustò subito:

– Non posso; sarebbe come dirgli che è ubbriaco e che non mi fido di lui. Gli voglio troppo bene….

– Io lo manderei sulla forca! – disse il maestro ruvidamente. – Ad ogni modo, stia in guardia….

In verità se Edoardo avesse rifiutato di tirare i quattro soliti colpi, avrebbe rinunziato all’unico pretesto per andar tutti i giorni in casa di Morella e seguire con instancabile sollecitudine ciò che avveniva. Messo sull’avviso dalla giovane, egli vigilava attentamente. La sua presenza impediva gli sfoghi contro Farfui, e distraeva il bambino che era tutto scosso dall’improvviso mutamento delle sue abitudini.

Certo ormai che Lorenzo dava la caccia a Farfui e s’inventava ogni giorno colla malvagia fantasia del beone qualche gherminella nuova per tormentar l’innocente, sul capo del quale aveva raccolto tutto il suo odio, il Falconaro avrebbe voluto strappargli di mano il fanciullo e tenerselo.

Farfui era suo. Nessuno doveva toccarglielo. Nessuno poteva disporre di lui.

Ma come levarlo agli artigli dell’uomo, che la legge chiamava suo padre? In ogni caso, il bambino avrebbe dovuto trovare asilo presso gli altri parenti, gli zii o il nonno; non si sarebbe spiegato mai come fosse andato a vivere in casa di Edoardo, che non aveva altro vincolo confessabile con quella famiglia, all’infuori di una semplice amicizia.

Edoardo s’arrovellava intanto a trovare espedienti per non allontanarsi troppo; si rassegnava alle partite di scherma, durante le quali sentiva l’odio di Lorenzo traboccare cercando di piantargli il ferro in gola; non mancava durante il giorno di far visita a Morella, messa in non cale la discrezione osservata fin là, e si tratteneva volentieri a pranzo, perchè Farfui mangiasse riposato e senza paura. Il bambino viveva, difeso ora da sua madre, ora da Edoardo; uno dei due, che per intendersi non avevano avuto bisogno di parlare, stava sempre al fianco di Farfui; e le astuzie di Lorenzo il quale teneva in serbo ogni giorno qualche dispetto o qualche durezza per il fanciullo, si spuntavano contro quella scaltra vigilanza, che non posava mai; onde l’odio di Lorenzo cresceva, ribollendogli in cuore.

Dietro un’apparenza placida e comune, la vita era diventata un inferno.

XVII.

Sull’imbrunire d’un giorno umido e nevoso, pervenne a Lorenzo Moro un biglietto, col quale Tito Bardi lo pregava di passar da casa sua.

Lorenzo non vedeva da tempo il suocero, presso il quale si scusava di volta in volta, adducendo a ragione della sua assenza un lavoro pressante e continuo o qualche appuntamento con uomini d’affari. Sfuggiva il suocero come il cognato, Federico Berardi, nel timore che l’uno o l’altro potesse leggergli in animo il mutamento che andava operandosi in lui.

– Che cosa vorrà? – egli si disse, girando e rigirando il biglietto in mano.

Guardò la pendoletta che stava sulla scrivania e vide che mancavano due ore al pranzo. Poteva approfittar di quel tempo per una corsa in via Morone. Diede ordine d’attaccare, e contrariamente alle sue abitudini, perchè usciva quasi sempre a piedi o, nei momenti di fretta saliva sul tram, si fece condurre in carrozza a casa di Tito Bardi.

Già nel varcar la soglia dello studio in cui il suocero lo riceveva, Lorenzo capì che il vecchio era mal disposto; e il vecchio, al solo vedere Lorenzo varcar la soglia, capì che l’uomo il quale gli stava innanzi non era più quello d’una volta.

– Scusami se t’ho disturbato, – disse Tito Bardi, accennandogli una sedia. – Io devo guardarmi dalla neve e dal freddo; se no, sarei venuto io stesso da te, per non farti perdere troppo tempo….

Tacque un poco, e andò a sedersi alla sua tavola; presso la poltrona di Tito era stata posta una vetrinetta a più piani e dentro erano allineati i balocchi di Farfui, quelle figurine d’avorio a ciascuna delle quali il piccoletto aveva dato un nome.

Tito Bardi alzò il capo, indagò con gli occhi Lorenzo attentamente, e gli disse a un tratto:

– Non mi piaci!

Il volto di Lorenzo prese un’espressione interrogativa.

– Che cosa vuoi dire? – egli domandò.

– Voglio dire che tu conduci una vita vergognosa! Prima che tu passassi il limitare, io ho sentito l’odor di “grappa” che ti precede.

– Ahi! – pensò Lorenzo. – Morella ha parlato!

– È vero, o non è vero che tu bevi? – interrogò Tito Bardi, tenendolo inchiodato sotto lo sguardo.

– Bevo! – rispose Lorenzo insolentemente.

La forma e la franchezza con cui il vecchio gli si era rivolto, irritavano Lorenzo, il quale aveva subito preso il suo partito.

– Ma questo non mi riguarda, – seguitò il suocero. – Tu confessi di bere, e del resto sarebbe curioso che tu negassi, quando l’alito e il colorito ti denunciano. Mi fa pena di vederti così; non credevo fosse riserbato alla mia vecchiaia questo spettacolo umiliante; io mi sono illuso…. Tu vuoi ubbriacarti e metterti al disotto dei tuoi facchini…. È un gusto da matti…. Ma non sei matto, non ti posso creder matto…. E per ciò, ti ho chiamato perchè tu mi spieghi quali ragioni ti hanno spinto a questa vergogna? Io sono vecchio, e puoi confidarti con me. Ciò che tu mi dirai, rimarrà qua dentro.

Tito Bardi appuntò l’indice destro alla sua fronte.

– Qua dentro. Nessuno al mondo ne saprà mai nulla…. Ma ho il diritto di vedere con te se alle ragioni che mi dirai non vi sia rime….

Una risata stridula di Lorenzo Moro gli ruppe la parola in bocca.

– Scusami, caro Tito, – egli disse, alzandosi e passeggiando concitato per lo studio, – scusami, te ne prego! È inutile che tu continui. Ho capito: tu credi ch’io beva per dimenticare qualche cosa, qualche ingiustizia, che so io? qualche dispiacere…. Ti ringrazio molto della tua bontà e della tua attenzione…. Ma io non ho da lagnarmi di nulla e di nessuno. Tutto va benissimo, così bene che non potrei desiderare nulla di più e di meglio.

Tito Bardi che lo ascoltava scombuiato e sorpreso, lo interruppe a sua volta.

– E allora? – domandò.

– Allora, è molto semplice: bevo perchè mi piace bere. Non c’è altro.

Il vecchio calò un pugno sulla tavola.

– Non pigliarti giuoco di me! – esclamò con voce minacciosa. – Un uomo di quarantasei anni non diventa un ubbriacone all’impensata, per capriccio. Non ci si alza una mattina, e per passatempo non ci si mette a ingoiar vino e liquori…. Tu eri un uomo sobrio….

Lorenzo si strinse nelle spalle.

– Non ti dico che io mi sia alzato una mattina, – rispose, – e per passatempo mi sia ubbriacato. Ma il mio commercio è diverso dal tuo; il tuo è aristocratico, il mio plebeo…. Noi beviamo per contrattar gli affari; e un bicchierino oggi, un bicchierino domani….

– Frottole! – incalzò Tito. – Dopo tanti anni, il tuo commercio è diventato improvvisamente diverso da ciò che era per l’addietro? Quali affari contrattavi quando non bevevi il bicchierino? E dove conti di giungere a furia di bicchierini? Ho bisogno di saperlo per non lasciare mia figlia in mano d’un vizioso alcoolista.

– Tua figlia! Morella! – esclamò Lorenzo, fermandosi innanzi alla tavola e puntandovi sopra i pugni chiusi. – Ah per tua figlia t’inquieti?… Ah tu non vuoi lasciarmela nelle mani, perchè io bevo?… Tua figlia!…

Dietro le spalle di Tito Bardi, di rimpetto a Lorenzo, luceva uno specchio antico dalla cornice sbiaditamente dorata. Scorgendovi la propria imagine, Lorenzo si ravvide d’un subito….

– È stata qui Morella? – riprese con voce più calma. – Si è lagnata di me?

– No, – disse Tito. – Ho dovuto faticar molto per sapere qualche cosa, e ho saputo poco o nulla. Ma nonostante le reticenze di Morella, ho ben compreso che tutto è mutato in casa vostra. Ti ho chiamato per parlarne; ma non ho avuto bisogno di chiederti di che cosa si trattasse, appena t’ho visto. Guardati nello specchio, caro mio, già che gli sei di fronte: vedrai il ritratto d’uno scioperato…. E io batto qui: avrò torto, ma credo che non ci si dà alla taverna sui quarantasei anni…. C’è un motivo, c’è qualche cosa che io non so, e che ho diritto di sapere….

Si raccolse un poco a riflettere, poi riprese, con la ostinazione dei vecchi:

– Vediamo insieme. Forse ti vanno male gli affari?

– No, – rispose Lorenzo.

– Forse hai bisogno di denaro?

– No.

– Forse hai avuto a contrastar con Morella?

– No.

Il vecchio si raccolse di nuovo, e poi seguitò;

– Tanto per dirle tutte: sei forse innamorato?

Lorenzo non rispose: grugnì, alzando le spalle, e aprendo la bocca a un riso beffardo.

– Forse hai qualche pensiero, che so io? qualche rimorso?

Lorenzo sempre in piedi davanti alla tavola, proruppe arrogante:

– Rimorso? Io posso avere qualche rimorso?… Tu vaneggi…. Il mestiere di confessore non ti va, caro Tito!… Fai meglio l’antiquario…. Rimorso!… Io non conosco questa parola, non so che cosa sia questo sentimento…. Ho sempre lavorato con onestà, e non ho nulla da rimproverarmi; non ho mai venduto formaggi nazionali per formaggi svizzeri, nè margarina per burro. Gli antiquarii possono vendere le antichità fabbricate in casa, ma io non vendo che roba autentica; il denaro che guadagno è pulito, non ha odore di truffa…. No, tu farnetichi. Non sono io che devo avere rimorsi…. Il rimorso tormenterà qualche altro; questo è ben possibile…. C’è qualcuno che dovrebbe esserne divorato…. C’è qualcuno che non dovrebbe dormire, perchè ha truffato davvero, nel modo più infame, e gode ancora tutta la stima della brava gente, mentre io so che ha truffato con un’abilità diabolica…. Non lo nego; il rimorso potrebbe passeggiare nei dintorni della mia casa, ma io non lo conosco….

Si morse le labbra, vedendo che il vecchio ascoltava con avidità e attendeva la spiegazione dell’enimma. Con le mani serrò la bocca a forza, in un atto disperato e furioso, quasi avesse voluto suggellarla.

– Ebbene? – incalzò Tito Bardi. – Qualcuno ha truffato? Il rimorso può essere vicino a casa tua? Fuori, fuori; sentiamo…. Ecco dunque, che c’è qualche cosa?… Fatti coraggio; ti ho promesso di non parlare, di tener per me quel che mi dirai. Dimmi tutto, Enzo!

– Dirti tutto? – seguitò Lorenzo, il quale aveva riacquistato la padronanza di sè stesso. – Non ti dico niente!

Tito Bardi si abbandonò nel seggiolone, facendo un gesto di sfiducia.

– Non ti dico niente, – continuò Lorenzo, – perchè non ho niente da dirti. Proprio ni-en-te! Rimorsi? Truffe?… Non mi ricordo nemmeno di che si parlava! Il rimorso vicino a casa mia? Ma no, ma no, sono chiacchiere!… Tutto è quieto a casa e fuori di casa. Tutto va benissimo….

– Non è vero! – interruppe Tito Bardi drizzandosi in piedi e fulminando il genero con un’occhiata così vivace e penetrante, che pareva vibrata dall’occhio d’un giovane. – Non è vero. Tutto va male, te lo posso assicurare io…. Morella è cambiata; il bambino è cambiato. Io lo so; ce ne siamo accorti io, Federico, Isidora, tutti quelli che sanno vedere!… Bisogna che tu dica la verità: che cosa hai contro tua moglie e tuo figlio?… Non sono un indifferente, io…. Voglio bene a Morella e a Farfui, e ho diritto di sapere ogni cosa…. Essi non parlano, non parla nemmeno quel’innocente, perchè sua madre deve averglielo proibito…. Ma tu hai da parlare, tu hai da rendermi conto della tua condotta!…

– Io? Sono io che devo renderti conto? – ripetè Lorenzo. – Ah i conti venite a chiederli a me? E sta benissimo: allora….

Si vide nello specchio e si frenò.

– Allora, niente! – soggiunse tosto, ridendo. – Se Morella e Giuseppe sono cambiati….

– Giuseppe? – domandò Tito Bardi con accento di maraviglia, – chi è Giuseppe?

– Il bambino; non lo sai? Si chiama Giuseppe Tito Aquileio, e io lo chiamo Giuseppe, e tutte le altre scimunitaggini le lascio a sua madre e agli amici di sua madre, se ci si divertono!… Dunque Morella e Giuseppe sono cambiati, mi dici? E che c’entro io? È affar loro; avranno i loro pensieri…. Io non so niente, e non ne ho colpa….

Il vecchio impallidì a quelle parole; un nuovo lampo gli brillò nello sguardo e la voce gli uscì fortissima:

– Come! – gridò indignato. – Tu risolvi la situazione a questa maniera? Ma tu sei un cinico! Riconosci che tua moglie e tuo figlio sono mutati, mutati in peggio, intristiti, dimagrati, e non te ne occupi, dicendoti che avranno i loro pensieri e che tu non c’entri? Parliamoci schietto una volta per sempre. Tu sei venuto qui per scherzare e prenderti beffe di me, o per discorrere seriamente?

– Io? – rispose Lorenzo, dando una crollata di spalle. – Io son venuto qui per rispondere a un tuo invito e farti piacere, ma non sentivo il più lontano desiderio di discorrere, nè con te, nè con altri. E ti prego di non insistere. Da molto tempo, da troppi anni io non rendo conto ad alcuno di ciò che faccio. Tu mi hai chiesto se mi piace bere; potevo risponderti di no, e ho risposto di sì. È il solo piacere ch’io mi largisca, e me lo tengo. Io non sono come altri, i quali non bevono, no, conducono una vita apparentemente sobria, e nascondono una cloaca di ben altri vizii…. Lasciamola lì, non parliamone! Ora me ne vado.

– Ma si tratta di mia figlia! – gridò nuovamente Tito Bardi. – Non riesci a capire, non ti entra in codesto cervello durissimo una verità così patente, che io mi occupo di mia figlia e della sua vita? Ne ho il diritto, o no?

– Hai il diritto, non lo nego! – rispose Lorenzo.

– E allora ti avverto che se io non vedrò mia figlia come per l’addietro allegra, fiduciosa, contenta, io la riprenderò in casa mia…. Siamo d’accordo?

– Non ci verrà! – rispose Lorenzo freddamente.

– Ci verrà senza dubbio, – insistette il vecchio.

– Non ci verrà; non è una bambola, ha trent’un anno. E per venire da te vorrà produrre uno scandalo e dar luogo a chi sa quali dicerie? Spero che rifletterete tutti!… Del resto, l’allegria e la fiducia di Morella non dipendono da me….

– E da chi dunque?

– Non so.

– Ma ciò che tu dici, manca di senso comune!… – esclamò Tito Bardi.

– Non manca, non manca di senso comune!… Tua figlia, è capricciosa; e il figlio di tua figlia è più capriccioso di lei….

– Falso, falso, falso! – gridò Tito Bardi. – Quel bambino è un ometto, non sa che sia un capriccio! Tu non meriti la fortuna d’avere un figlio e una moglie come Morella e Farfui!

– Oh, hai detto bene! – proferì Lorenzo, battendo le mani con un applauso sardonico. – Io non merito una tale fortuna! In questo, solo in questo, posso convenire pienamente con te!

E preso di sulla tavola il cappello, s’avvicinò al vecchio, gli fece una sghignazzata sotto il naso, e uscì, sbatacchiando la porta.

XVIII.

Quella sera medesima, verso le nove, Battista, il cocchiere, stava in iscuderia a sorvegliare il mozzo di stalla che portava il foraggio.

La luce pioveva bene dall’alto, dando riflessi lucidi ai mantelli bai e sauri degli animali irrequieti, che zampavano la lettiera e nitrivano.

– Su, fa presto! – disse Battista al ragazzotto. – C’è Febo che ti guarda e ti dà dello stupido perchè non fai presto…. Vedi che occhio?… È più intelligente del tuo!…

Battista si divertiva ad aizzare Gigi, che non aveva nell’occhio, veramente, l’espressione d’una intelligenza eccezionale. Il cocchiere era un grosso uomo sui cinquant’anni, dalle folte basette, col labbro e il mento rasati; il mozzo era mingherlino; aveva il naso puntuto e una bocca la quale pareva lo spicchio d’un cocomero, sottile e rossa.

– Febo è sempre affamato, il vecchio! – proseguì Battista. – Ha undici anni suonati; sarebbe tempo di venderlo, se la signora permettesse…. Ma non vuole, e lo lascerà in iscuderia quando non potrà più fare servizio…. Intanto va benone. La signora non si fida che di lui. Di lui e di me, intendiamoci!

Erano i soliti discorsi. Ogni sera, all’ora della foraggiata, Battista rifaceva a Gigi la storia di ciascun cavallo ed esponeva le sue considerazioni intorno ai loro meriti. La cosa era tanto abituale, che Gigi zufolava senza ascoltare, e distribuito il foraggio nelle greppie, stava presso i cavalli per vedere se mangiavano bene.

– Nevica, eh? – riprese Battista. – Quando nevica, io mi sento venir freddo….

– Anch’io! – rispose Gigi. – Freddo nella schiena.

– Ma non così, ignorante; mi sento venir freddo perchè ho paura di qualche maledetta scivolata. Hai inteso, ora?

– Ho inteso. Si tratta d’un altro freddo, insomma.

– Ecco. Non ho mai lasciato cadere un cavallo in trent’anni di mestiere! – esclamò Battista orgoglioso. – E ti auguro di poter dire altrettanto!

– Io non li lascio cader di sicuro, – ribattè Gigi, – perchè non li guido!

– Sei uno sciocco! Ah, come sei sciocco! Si fa per dire…. A Milano, dopo la neve vien l’acqua, e allora si forma una roba gialla, tutta pesta, che se cominci a scivolare, non ti fermi più.

– Sì che mi fermo: quando sono per terra! – obiettò Gigi.

Battista gli scaraventò il berretto in faccia; non aveva modo più efficace a dimostrare la sua indignazione. Poi andò a raccoglierlo, lo ripulì con un colpo di gomito, e se lo rimise in capo.

– Non si può discorrere con te! – disse quindi. – Ogni sera cerco d’istruirti, e ogni sera mi fai cader le braccia.

– Meglio le braccia che i cavalli, – borbottò Gigi.

– Con quella melma è difficile trottare; preferisco la neve, – seguitò Battista, quasi parlasse da solo, disdegnando di ribattere alle interruzioni del suo allievo. – Con la neve, Bozzolo e Vespa filano come sopra un tappeto. Anche Febo è bravo; non ha paura di niente, lui! Valì, invece, è meno sicuro; troppo giovane!… Va bene in campagna….

– Andrei bene in campagna anch’io! – sospirò Luigi.

– Una volta era Febo che mi faceva disperare…. Mi ricordo quel giorno…. Sai che Febo apparteneva prima a quel signore che si è ucciso? Si è ucciso perchè non era più un signore….

– Allora io dovrei uccidermi tutte le mattine, – osservò Gigi.

– E faresti bene!… Così, si è ammazzato…. Mi ricordo quel giorno, in campagna, che Febo è uscito con la signora Moro e il signor Falconaro. Io mi son detto: “Addio, non li vedo più!” e fin che sono stati fuori avevo, come dire? il cuore sopra il berretto….

– Lo ha messo a prendere il fresco? – interrogò Gigi.

– E poi li ho visti rientrare…. Ah quel Falconaro! Che polso, che occhio, che calma! Per guidar cavalli non ci siamo che io e lui…. Febo era un altro.

– Come, un altro? – domandò Gigi. – Aveva cambiato cavallo per istrada?

– Animale! Si fa per dire…. E allora mi sono calmato, ho respirato….

– Era rimasto senza respiro tutto quel tempo? O come faceva?

Battista avrebbe certamente gettato il berretto in faccia a Gigi, se una voce non fosse venuta in quel punto a ferire il suo orecchio.

– Ssst! – disse mettendosi l’indice dritto a sbarrar le labbra. – Hai udito chiamare?

I due uomini stettero in ascolto, e quasi subito nel cortile risuonò di nuovo la voce soffocata:

– Battista!… Battista!…

– Mi chiamano! È la signora che chiama! – disse il cocchiere, correndo fuori, nel cortile tutto bianco di neve.

E allora vide uno spettacolo che non doveva mai più dimenticare.

Di fronte a lui stava Morella, a testa nuda, con la pelliccia semiaperta; e tra le braccia stringeva Farfui…. Il riflesso candido della neve faceva il viso della donna più bianco del marmo e le pupille scure sembravano ardere in quel volto spettrale.

– Battista, – disse. – Attacca subito!… subito!

Nonostante il rispetto e la devozione, Battista osò interrogare a sua volta, spaventato.

– Signora…. Si sente male?… È malato Aquileio?…

– Attacca subito! – ella, ripetè imperiosamente.

Battista rientrò in iscuderia, e prese Gigi per il petto, sollevandolo quasi da terra.

– Fuori Febo! – ordinò con un accento che non ammetteva replica. – Due minuti, e pronto!

Poi, afferrata una lanterna, traversò nuovamente il cortile, balzò nella rimessa, ne tirò fuori la carrozza chiusa. In quel momento Gigi usciva, accompagnando Febo.

Morella coi piedi nella neve, restava immobile e dritta come una statua.

Battista udì che Farfui si lagnava, ma non ardì gettar l’occhio da quella banda; egli e Gigi lavoravano febbrilmente e con precisione a rivestir Febo, maneggiando groppiera e reggipetto e tirelle; e allorchè tutto fu in ordine, Battista saltò nella rimessa e indossò la livrea.

– Pronto! – disse, dopo un attimo, avvicinandosi, col cappello in mano, alla signora.

Ella trasalì e corse alla carrozza; ma in quel punto un uomo apparve trafelato nel cortile.

Battista lo ravvisò subito. Era Lorenzo.

– Te ne supplico! – borbottò Lorenzo sottovoce. – Non andartene, Morella! Ti chiedo perdono…. Qui succede uno scandalo.

Battista, salito in serpe, stava impettito, senza voltare il capo, nell’attesa d’un ordine.

Udì Morella che diceva, pure sottovoce:

– Non una parola!… È tutto inutile! Vattene!

– Te ne supplico, te ne supplico! – insisteva l’altro. – Non fare scandali…. È già troppo!…

– Battista! – risonò la voce squillante di Morella. – Avanti!

Rintronò il colpo secco dello sportello che si chiudeva.

Battista richiamò Febo e mosse. Lorenzo fece un balzo indietro per non rimaner coi piedi sotto una ruota. Appena fuori del cortile, Morella sporse il capo e ordinò:

– A casa di mia sorella!

Battista lanciò Febo a trotto allungato, nella sera lugubre e silenziosa. Sul tappeto soffice di neve, le ruote passavano senza rumore; i fiocchi bianchi aggirati da un’aria gelida turbinavano intorno alla carrozza e parevano ispessire in un tumulto folle presso la luce dei globi elettrici ad arco.

– Dio degli Dei! – pensava Battista, serrando in una mano le redini e toccando con la frusta lievemente la groppa di Febo. – Che cosa è avvenuto?… Aquileio sta bene; non lo conduce dal medico…. Ma allora perchè fugge?… La baracca non va; è un pezzo che non va. Il padrone cammina di traverso, e il piccino non vien più a trovarmi. Povero piccino!… Sa tutto, lui: e questo si chiama Febo, e quest’altro è sauro e quello è baio…. Che intelligenza, che parlantina, che garbo! Io alla sua età ero come una bestia: mangiavo e dormivo, non distinguevo un bue da un cavallo…. Adesso i bambini nascono con la scienza in testa, coi microbi vulcanici nel cervello, e capiscono tutto…. Ma perchè scappa la, signora…? Eh hop!… In malora i carri!… Guarda quest’altro che mi vuol tagliare la strada…. Eh hop!… Un carro che vuol fermare una carrozza!… Non c’è più religione…. E la signora tutta scombussolata, senza cappello, con gli occhi che sembravano neri come carbone…. Io volevo dirglielo: “Non ha il cappello”. Ma non ho potuto…. Sa comandare…. Una parola e basta: si galoppa!… E il piccolo, perchè non parlava? L’ho udito lagnarsi, lui che non si lagna mai! Che cosa è avvenuto? Come andrà a finire?… Se tutto va bene, giuoco al lotto…. Donna in fuga, bambino piangente, viaggio di sera…. Mi contento d’un ambo….

La carrozza volava, grazie al deserto che la neve aveva steso per tutta la città; risonavan più nette del consueto le voci dei passanti; i cavalli da nolo avevano in testa il cappuccio e sul dosso una tela cerata, su cui rimbombavano i colpi di frusta.

In via Durini, innanzi alla casa d’Isidora, Battista fermò e Morella balzò fuori, tenendosi Farfui tra le braccia.

Isidora e Federico stavano quieti nel loro salottino ben caldo, giuocando a carte.

Essi mettevano abitualmente per posta la compera di qualche oggettino che Isidora desiderava; e allorchè la fortuna volgeva troppo propizia a Federico, egli si studiava di perdere, barava per rimanere sconfitto, e si fingeva desolato.

Isidora batteva le mani, fiera, della vittoria, ridendo come una fanciulla e beffando il marito, che ascoltava le sue graziose millanterie con un sorrisetto malizioso.

Morella piombò tra quei due felici, come un fulmine. Essi balzarono in piedi contemporaneamente, senza comprendere, atterriti.

– Che è, che è, mio Dio?… – gridò Isidora, vedendo la sorella così scarmigliata. – Che è avvenuto?

– Prendi Farfui! – disse Morella con la voce rotta dall’affanno. – Lo lascio da te…. Vedi? L’ha battuto, l’ha ferito…!

Federico sollevò il bambino tra le braccia, portandolo sotto la luce delle lampade elettriche.

Farfui aveva una piccola ferita presso l’occhio, una lunga graffiatura che sanguinava ancora un poco. Non era nulla di grave; ma il bambino appariva spaventato e tremante.

– Su, su, non è nulla, Farfui! – esclamò Federico. – Ora sei qui, non aver paura!

Morella raccontava, con quella sua voce soffocata, mentre Isidora le stava ai piedi, bevendone le parole e lo sguardo.

Era stato così: Tito Bardi aveva chiamato Lorenzo per rimproverarlo della vita che conduceva, e n’era avvenuta una discussione violenta. Tornato a casa, Lorenzo s’era scagliato contro Morella, e l’aveva battuta, accusandola d’averlo denunziato al padre; e in quel momento era entrato nella camera Farfui. Al vederlo, Lorenzo gli si era gettato sopra, lo aveva schiaffeggiato, e buttato a terra.

– È ubbriaco! – diceva Morella, – È sempre ubbriaco!… Vuole uccidere il mio bambino…. Lo odia…. Io so perchè lo odia…!

E dimenticando d’essere alla presenza della sorella e del cognato, soggiunse:

– Ah Mariano, Mariano, che male ci ha fatto!… Gli ho perdonato, perchè non sapeva quel che si facesse!… Ma quanto male, quanto male!… Ora capisco….

Federico e Isidora, ascoltavano in una terrifica angoscia, non riuscendo ancora a comprendere bene ciò ch’era avvenuto. Morella riprese tra le braccia Farfui.

– Ma dimani, – esclamò Federico, – veramente s’è dato al bere Lorenzo? Io non ne ho mai saputo nulla…. Quale vergogna!…

Il brav’uomo paffuto e roseo che, con gli occhiali d’oro a stanghetta, era l’espressione più caratteristica del pacifico borghese, probo e leale, non avrebbe creduto a tanto sfacelo, se non ne avesse avuto contezza da Morella…. Egli non conosceva più obbrobrioso vizio del bere; era disposto a perdonar la passione del giuoco e lo stesso libertinaggio prima che l’ubbriachezza, per la quale sentiva un formicolio d’orrore, uno schifo indomabile.

Veder l’uomo ridotto a non capir ciò che si faceva, a terra come un bruto o tentennando e barcollando per le strade, con un codazzo di curiosi che lo aizzavano a dire cose sconce e a far lazzi immondi, per Federico era spettacolo d’angoscia e d’umiliazione.

E fremeva spaventato in pensare che il cognato Enzo, il vecchio amico, il collega, era stato preso a quella tagliuola; e si spiegava infine perchè non lo si vedesse più dal suocero e sfuggisse ogni occasione di ritrovarsi come di solito coi parenti.

Isidora fu insuperabile di sollecitudine e di pietà; con uno sforzo di pazienza riuscì a dar la calma a Farfui e a farlo sorridere, cosicchè in breve poterono metterlo a dormire nella camera degli ospiti; e visto il bambino rasserenato, Morella riacquistò a sua volta il coraggio. Fu rimandata la carrozza, e Morella passò quella notte dai Berardi.

L’indomani mattina, lasciato Farfui alla sorella, tornò a casa sua, accompagnata da Federico, il quale ebbe un lungo colloquio con Lorenzo.

Non ne potè cavar nulla neppur lui, Lorenzo era sempre in procinto di parlare, e terrorizzato al pensiero del ridicolo, si fermava; era per accusare, e avvedendosene, terminava con una risata sardonica; passeggiava in lungo e in largo per lo studio, stringendo i pugni e borbottando; ascoltava le rampogne di Federico e sorrideva quasi non le capisse.

Insisteva perchè il bambino tornasse a casa. Non poteva rimanere in casa altrui, non doveva…. Federico credette vedere in quella insistenza una prova d’amore per Farfui, ma disperò quando comprese ch’essa era stata suggerita soltanto dallo sbigottimento per le chiacchiere e lo scandalo.

– Deve tornare qui, capisci? – andava dicendo Lorenzo. – Che si dirà, quando si saprà che mio figlio è costretto a vivere presso gli zii? Già Morella ha fatto quella scenata, ieri sera, davanti agli uomini di scuderia, che avranno riso alle nostre spalle, ed è fuggita senza cappello, come una pazza…. Ora si noterà che il bambino è sparito e si continuerà a mormorare. Io non voglio diventar la favola del mercato….

– Ma lo sei già, la favola! – proruppe Federico, al quale era scappata la flemma.

– Come, che cosa dici? Io sono la favola? – esclamò Lorenzo esterrefatto.

– È naturale; bevendo e ubbriacandoti, non puoi certo essere ammirato dai tuoi colleghi…!

Lorenzo alzò le spalle; aveva temuto ben peggio.

– Di questo io m’infischio…. È affar mio…. Ma non voglio che nasca uno scandalo per altre cose…. Non voglio, assolutamente! Non sono uomo da patire il ridicolo…. Voglio che il bambino ritorni….

– Ritornerà quando tu avrai messo giudizio, – rispose Federico, – per ora lo teniamo noi.

Lorenzo s’irritò, maravigliato di non riuscire a smuovere Federico, il quale era pure docile e molle di carattere, ma trovava nella sua indignazione una forza caparbia.

Non potendo spuntarla diversamente, Lorenzo abbondò di promesse: non avrebbe più bevuto, non avrebbe più tribolato il bambino; ma tornasse, tornasse a casa subito….

– Sta bene, – concluse Federico inflessibile, – Noi lo terremo una settimana; vedremo in questa settimana come si metteranno le cose, e se le tue promesse non si risolvano in parole.

Allora Lorenzo diventò una furia, gettò a terra la pipetta e poi quanto aveva innanzi sulla scrivania.

Che c’entrava Federico? Un nuovo padrone in casa? Disponeva lui di suo figlio? In nome di chi e di quali diritti egli agiva? Era una trama fra lui e Isidora e Morella?… Sfruttavano a quel modo la sua cura di non far nascere uno scandalo? Ma egli lo avrebbe fatto nascere, se fosse stato necessario!… Non bastavano le sue promesse? La sua parola d’onore non aveva più significato?

Federico lo lasciò dire, come si lascia dirompere giù per la china un torrente; e a tutte le sue minaccie non oppose che il rifiuto testardo dell’uomo abitualmente dolce e remissivo, che quando s’impunta non si lascia più flettere da cosa al mondo.

– Fra una settimana, caro Enzo! Vedremo fra una settimana! Non prima d’una settimana! Puoi dire ciò che vuoi, ma il bambino me lo tengo per una settimana….

E udì, uscendo dallo studio, che in un impeto di furore Lorenzo rovesciava a terra e mandava in briciole la sola cosa ch’era ancor rimasta dritta sulla scrivania, la pendoletta d’alabastro; ma non si commosse pur tanto e salì da Morella a riferirle il senso del colloquio.

XIX.

Edoardo Falconaro, andato in casa dei Moro quella medesima sera per tirar di scherma con Lorenzo, non trovò Farfui. Morella, gli disse che era ospite per alcuni giorni degli zii Berardi, e non potè aggiungere verbo. Erano presenti Lorenzo e Pino Monti.

Ma Edoardo non ebbe bisogno di udire il resto; intuì che Farfui non si sarebbe mai allontanato da casa, dalla mamma, dal suo Drado, se non vi fosse stato costretto. E chi poteva averlo costretto se non Lorenzo? Non interrogò. Aveva inteso. Lorenzo continuava nella sua caccia al bambino: voleva farlo morire di patimenti e di paura, in silenzio.

A questo pensiero, Edoardo si sentì d’un tratto coperto da un sudor freddo, come se l’ala della morte lo avesse realmente sfiorato.

Uccidere Farfui! Farlo morire a poco a poco, in silenzio!

Egli gettò un’occhiata al suo nemico e dissimulò una smorfia ironica.

– A quale gioco egli gioca! – pensò. – Non ha capito ancora che per uccidere Farfui deve contare con me. Costui ha dimenticato chi sono io, o il vino gli annebbia, la mente. Egli giuoca la vita di Farfui senz’accorgersi di giuocar la sua propria.

Ma di nuovo senti un brivido; e s’egli fosse scomparso? Se non avesse potuto difendere il bambino?

Gli tornarono alla mente le parole del maestro: “Stia in guardia. Non si fidi!”

Se una sera Lorenzo fosso riuscito a piantargli il ferro in gola, come per accidente?

Guatò di nuovo, stupito, il suo nemico. Egli aveva sempre considerato Lorenzo come un impulsivo, capace d’abbandonarsi tutto alla violenza d’una passione; e gli si chiariva come un raffinato ipocrita, un calcolatore inarrivabile. Ecco ch’egli s’era giurato di non parlare, e non una parola gli usciva dalla bocca, sebbene tutti gli fossero addosso, e Morella e Tito Bardi e Federico, per sapere che cosa agitasse nell’animo suo. Ecco che s’era proposto di vendicarsi, e aveva scelta una vendetta subdola e insidiosa, che non gli recasse danno alcuno; trafiggere per un caso apparentemente disgraziato Edoardo Falconaro durante un assalto di scherma, e terrorizzare fino alla morte Farfui, impresa facile contro un carattere impressionabile come quello del bambino.

Questo disegno che riusciva finalmente a penetrare, ispirò a Edoardo Falconaro un raccapriccio immenso.

– È un vigliacco! – egli pensò. – Teme di dover rendere conto delle sue azioni…. Forse non è tanta la apprensione del codice quanto il tremacuore di confessarsi ingannato dalla moglie.

– A proposito, – disse Lorenzo a un tratto.

Edoardo non potè vincere un sussulto.

– A proposito, vieni con me domani a Villa Mora?

– Domani? – esclamò Edoardo. – Tu vai in campagna con questo tempo?

– No, non vado in campagna, – risposo Lorenzo ridendo. – Ho fatto fare alcune modificazioni importanti alla villa, e ho promesso d’andar domani a vedere a qual punto sono i lavori…. Vuoi venire con me?

– Non vi andate, Falconaro! – disse Morella.

La frase le era sfuggita di bocca, irresistibilmente. Quell’invito le aveva fatto paura, ella stessa non avrebbe potuto dire perchè; ed era stata spinta ciecamente a parlare.

Lorenzo guardò sua moglie con espressione interrogativa, così che la donna si trovò costretta a spiegarsi.

– Non vi andate, Falconaro. Prenderete freddo e vi annoierete….

– Tu sei curiosa! – esclamò Lorenzo. – Pensi al freddo che si prenderà Edoardo, e non pensi che me lo prenderò anch’io.

– Tu devi andare per forza, – rispose Morella, la quale s’era già rimessa dalla sua tema. – È ben diverso che andarci per piacere….

– Che freddo, che freddo! – rimbeccò Lorenzo. – Io ho già spedito un uomo lassù, che ci preparerà una buona fiammata, e se non potremo tornar per la sera, ci farà mettere in ordine le camere. Possiamo prendere anche i fucili con noi e combinare una partita, di caccia, se ce ne salterà il ticchio. Venga anche lei, Monti!

– Io vengo di sicuro! – disse il maestro. – È un’idea che mi piace.

Morella si sentì alleggerita da un gran peso. Ella sapeva da tempo che Pino Monti, uomo schietto e onesto, sorvegliava Lorenzo perchè non commettesse qualche follia, e che perciò voleva assistere alle partite di scherma; la presenza di lui a quella gita la rassicurava. Gettò un’occhiata ad Edoardo, il quale si decise:

– Verrò anch’io, – disse.

E poco più tardi nel congedarsi, trovò maniera di susurrare a Morella, stringendole la mano:

– Non temete!

Per la campagna nuda, sugli alberi scheletriti, sul terreno indurito dal gelo si stendeva un color tra il grigio e il bianco, malinconico; la neve fresca lungo i versanti dei poggi e delle colline era rotta qua o là dalla chiazza, nera di radici aggrovigliate e da pertinaci gruppi di sterpi. I rami spogli e lunghi si drizzavano sulla nicchia del cielo color di cenere con un’espressione disperata quasi invocassero dall’alto il calore e le belle foglie disperse.

Da Como a Villa Mora la strada s’era fatta malagevole per i solchi fondi e duri lasciati dai carri che v’eran passati.

Una vettura da nolo in cui presero posto i tre uomini volle quasi due ore a percorrere quel tratto, che la pariglia di Lorenzo compieva abitualmente in meno di trenta minuti.

Giunti alla villa, Edoardo, Lorenzo e il maestro Pino Monti trovarono la colazione già apparecchiata. L’uomo di fiducia spedito innanzi, ch’era Paolino Tornaghi, aiutato dalla moglie del fattore aveva fatto miracoli. Una minestra fumava sulla tavola della sala da pranzo, e parecchie bottiglie polverose apparivan disposte in un angolo della sala come munizione di riserva se quelle ch’eran sulla tavola non fossero state sufficienti.

Lorenzo mangiò poco ma bevve molto, alternando i vini bianchi ai vini rossi, e i delicati ai forti. Edoardo potè aver così coi proprii occhi la prova della intemperanza a cui l’altro s’era abbandonato da tempo; e non potè nascondere un gesto di sorpresa, quando, a colazione finita, Lorenzo fece recare anche i liquori e trangugiò ingordamente numerosi bicchierini di cognac, coronando l’opera con una larga bevuta di rhum.

– Adesso, – egli annunziò levandosi in piedi, – andiamo a fare un po’ di caccia. Voglio portare a casa un paio di lepri….

– A caccia andrai solo, caro mio! – rispose Edoardo. – Chi può venire a caccia con te, che traballi?

Erano tutti nell’atrio, dove avevan deposto i fucili.

– Io traballo? – esclamò Lorenzo. – Io non traballo mai. Bevo perchè mi fa bene, e con questo freddo bisogna bere.

Andò a prendere il fucile e ne passò la cinghia sul braccio destro.

– Signor Lorenzo, – intervenne il maestro Monti, – non si arrischi con questo tempo! La terra è gelata, e sa lei scivola col fucile carico, può avvenire una disgrazia.

– Benone! – fece Lorenzo irritato. – Uno dice che traballo e l’altro vuole che io scivoli…. Devo portare a casa un paio di lepri…. Vado io, se avete paura….

E s’avviò, ma nell’uscir dall’atrio, incespicò nei gradini e per poco non cadde.

Edoardo, Pino Monti, il Tornaghi, si guardarono in faccia. Non era possibile lasciare che Lorenzo s’avventurasse per la campagna in tale stato, con pericolo proprio e degli altri.

Edoardo gli si parò innanzi risolutamente, dicendogli:

– Enzo, dammi il fucile!

Lorenzo vistoselo di fronte, lo squadrò ringhioso.

– Darti il fucile? – rispose. – Sei matto? Lèvati dai piedi! Vado a caccia…. Non m’importunare o comincio a dar la caccia a te! Già, abbiamo dei conti da aggiustare….

Si morse la lingua; anche ubbriaco, tenuto dall’apprensione di tradirsi, capì che quella frase era imprudente.

Edoardo alzò le spalle e gli si approssimò sorridendo.

– Dammi il fucile, Enzo! – ripetè. – Se tu vai a caccia oggi, avremo te solo per lepre da portare a casa.

Lorenzo si tolse bruscamente l’arma dalla spalla e fece un passo indietro. Fu un lampo e fu un brivido di terrore per il Monti e il Tornaghi, i quali credettero che Lorenzo spianasse il fucile e facesse fuoco.

Invece egli consegnò l’arma dolcemente ad Edoardo.

– Hai ragione! – disse. – Andremo a caccia un altro giorno.

Egli voleva con quella sua pronta sommessione, cancellare il ricordo della frase disgraziata intorno ai conti da aggiustare, che gli era scappata dianzi di bocca.

– Bene; ti ringrazio! – proferì Edoardo, passando l’arma al Tornaghi, il quale corse a riporla dopo averla scaricata.

– Che cosa non farei per te? – esclamò Lorenzo con espressione sardonica, ridendo un poco.

– E allora andiamo a vedere a che punto sono i lavori.

I lavori erano stati eseguiti in tutta quella parte del tenimento, che s’elevava di là dall’orto, nella zona rustica. La casetta di Poldo era stata atterrata, perchè avendo Lorenzo comperati altri poderi vicini, occorreva una più vasta fattoria; e questa sorgeva, tutta fresca di calce e rossa di mattoni, con le finestre ad arco, la porta capace ad arco e larghi locali di depositi a terreno.

Lorenzo s’appoggiò al braccio d’Edoardo e con lui si diresse verso la casa rustica; Pino Monti e il Tornaghi seguivano a distanza.

Nel giardino verdeggiavano solo gli abeti e i pini, dritti e orgogliosi tra gli scheletri nudi degli altri alberi, e le loro fronde avevan qua e là un’incrostatura di ghiacciuoli, che sembrava il lavoro sapiente d’un orafo, il quale avesse steso tra fronda e fronda una prodigiosa collana di merletti argentei; la terra era secca e dura, coperta da uno strato di nevischio, sul quale Lorenzo sarebbe senza dubbio caduto, se Edoardo non gli avesse dato braccio.

Edoardo sentiva il passo greve dell’altro, e quando gli si rivolgeva per parlare, un alito carico d’odori da gargotta gli soffiava in faccia. Preso dalla sonnolenza che le soverchie libazioni gli davano, Lorenzo si trascinava e si faceva trascinare più che non camminasse.

La visita alla casa rustica fu per sua parte una cosa buffa.

S’adagiò subito sulla panca la quale stava, a fianco della porta, incastrata nel muro, e disse, senza alzare il capo:

– Bello! Tutto bello!… Ogni cosa al suo posto…. E guardava a terra, con lo sguardo vitreo d’un bruto.

Il fattore, sua moglie, la giovane Nunziata che fattasi robusta e rosea, rideva con gli occhi grandi, uscirono per incontrare il padrone; e strabiliarono, vedendolo acconciato in tal maniera.

Edoardo fu costretto a spiegare che Lorenzo era stanco; altre scuse inventarono il maestro Monti e Paolino Tornaghi, ma la brava gente di campagna aveva troppa perizia di ubbriachi per non comprendere che il padrone era cotto.

Il fattore mostrò la casa a quei signori che si reggevano bene in piedi, e dalla cucina balzò fuori Poldo, il quale, alla voce di Lorenzo s’era rintanato. Ma vedendo ch’egli non compariva, il ragazzetto s’era fatto animo, e veniva a salutare Edoardo.

– Come sta, signor Falconaro? Ha fatto buon viaggio? Io preparo il còmpito per domani…. E Farfui come sta?

Edoardo accarezzò il piccolo amico fedele, che teneva presso la cappa del camino, appeso a un chiodo, il cavalluccio di legno bianco, diventato onninamente nero, grazie al fumo che spesso invadeva la camera. Il nome di Farfui richiamò Edoardo a tutte le sue tristezze; ma rispose:

– Sta, bene, Farfui. Si fa ogni giorno più bello. Mi ha detto di salutarti….

– Oh perchè non l’ha condotto? – esclamò Nunziata con voce dolente. – Sarebbe stata una festa per noi!

– Il suo papà temeva che si pigliasse troppo freddo, – disse Edoardo.

E parlò d’altro, perchè quel discorso gli bruciava l’anima.

Farfui era lontano, cacciato di casa, nascosto, ospite dei parenti, perchè il padre lo odiava a morte; il caro bambino era men fortunato di quel suo amico Poldo, che attendeva agli studi con tanta pace e godeva, la protezione di Morella; era men fortunato di tutti, senza aver fatto male al mondo. La sua bontà, l’innocenza non gli contavan nulla. Un ubbriacone ripugnante andava tribolandolo di continuo perchè la sua fragile fibra piegasse sotto il peso di tanta e sì barbara ingiustizia.

Questi pensieri angosciarono Edoardo in tal modo, che quando coi suoi compagni uscì dalla casa e vide Lorenzo che russava sulla panca, se ne scostò con ribrezzo.

– Monti, – egli disse al maestro, – lo svegli lei, e lo conduca alla villa col Tornaghi.

E salutato Poldo e gli altri, s’incamminò, senza voltare il capo, mentre i due compagni svegliavano Lorenzo e sostenendolo sotto le ascelle, lo trascinavano per la strada di ritorno.

Edoardo si fermò nell’orto, innanzi a quel ricettacolo nel quale si raccoglieva l’acqua irrigua. Sulla superficie torba e immobile lucevano fra lo strato verdastro alcune lastre di ghiaccio spezzato. Il Falconaro ricordò improvvisamente, fulmineamente, con la nitidezza d’una visione, l’episodio avvenuto parecchi anni prima innanzi al serbatoio; quando Lorenzo incespicando nella proda, per poco non era caduto a capofitto dentro la cisterna, ed egli l’aveva trattenuto a forza.

– Bisognerebbe gettarvelo, ora! – pensò Edoardo, – Sarebbe la liberazione di Farfui…. Nessuno ne saprebbe nulla, e trovato il cadavere, Isidora e Federico potrebbero testimoniare che già altra volta aveva arrischiato di perirvi…. Sì, questa dovrebbe essere la sua tomba!

E il pensiero gli si piantò nel cervello con tanta forza, che vedendo giungere Lorenzo appoggiato al braccio del Monti e del Tornaghi, gli venne voglia di propor loro l’impresa, di buttarlo là dentro fra la melma e il ghiaccio.

– Bello! tutto bello, tutto in ordine! – sproloquiava Lorenzo con la lingua enfiata. – Che ne dici, Edoardo? Tutto bello, tutto in ordine…. Andiamo presto, che ho sete!…

Edoardo si voltò, e non potendo vincere il tumulto repentino della sua collera:

– Hai sete? – interrogò. – Vorresti bere di nuovo?

– Due dita di rhum, soltanto due dita, – balbettò Lorenzo. – C’era quel pesce fritto… a tavola… che era salato…. E che vuoi? ho un pochino di sete….

– Hai sete? Io ti farò metter nella cisterna con la testa in giù, perchè tu beva! – esclamò Edoardo.

– Come diventa cattivo Edoardo, quando è ubbriaco! – osservò Lorenzo. – È un ammazzasette stroppiaquattordici!

Paolino Tornaghi e il Monti scoppiarono in una risata, ma Edoardo si contenne, dando una sguardata, sdegnosa al beone che buffoneggiava.

XX.

Il pensiero andò maturando, ingrandendo, facendosi intimo ed assiduo.

Edoardo lo trovò sul guanciale la mattina, allorchè prima di balzar dal letto rievocava le impressioni del dì innanzi e ordinava le occupazioni alle quali avrebbe dovuto attendere durante il giorno; lo vide seduto presso la sua scrivania, e in carrozza, a viso a viso, come ospite inesorabile e taciturno; lo incontrò nei salotti, e nei teatri, alla Borsa, e alla passeggiata, nelle ore d’ozio e, a tratti a tratti, quando più ferveva il lavoro. S’era fatto persona, così che ad Edoardo sembrava di poterlo afferrare, stendendo la mano.

E il pensiero diceva: “Bisogna ucciderlo, o Farfui morirà”.

Farfui era stato condotto a casa prima che la settimana spirasse.

In casa degli zii non aveva pace. Le cure instancabili d’Isidora e di Federico, e i balocchi di cui gli avevan riempita la cameretta, e le fiabe narrate dalla zia con inesauribile pazienza, e gli spassi e le serate al Circo equestre, per i quali Isidora e Federico avevano rinunciato volentieri alla loro placida vita semplice, e lo studio di distrarre il bambino senza posa; tutto era tornato inutile.

Non stava bene Farfui, lungi dalla sua mamma. Sebbene questa passasse il più della giornata presso Isidora, non appena ella ripartiva Farfui diventava nervoso, e trasaliva ai minimi rumori; di notte si svegliava di soprassalto, gridando.

Era atterrito. Visto Lorenzo ubbriaco quella sera che tornando dal suocero aveva battuto Morella, il bambino non s’era potuto liberar più da quella impressione. Non aveva capito l’ubbriachezza di Lorenzo; gli era parso agitato da un furor misterioso di distruzione, e s’imaginava che ogni sera fosse la stessa cosa, che il papà battesse ogni sera la mamma, e che questa fuggisse nella silente notte nevosa, finchè l’alba non apparisse.

Fu ricondotto a casa prima dello spirare di quella settimana che Federico aveva stabilito come termine per sincerarsi delle buone intenzioni di Lorenzo.

Le buone intenzioni eran naufragate a Villa Mora donde Edoardo e gli altri avevan dovuto ricondurlo in uno stato pietoso, e riprendendo la sua vita l’indomani, s’era fatto più che mai assiduo della bettola di Carlotto, e s’ubbriacava anche in casa, dopo pranzo, se non aveva avuto tempo di ubbriacarsi fuori.

Farfui si rasserenò presso la sua mamma; e questa si mostrava con lui ridente e gaia, perchè egli non temesse nulla. Il bambino andava ancora a trovare gli amici e Paolino Tornaghi, e visitava le scuderie, e stava a chiacchierare con Battista e Gigi, ma di soppiatto, quando il babbo russava nella sala da pranzo.

E un giorno la mamma lo condusse in una casetta monda e tranquilla, che sorgeva in quella zona fuori di porta Monforte, la quale pareva per virtù di miracolo andar coprendosi di caseggiati nuovi e popolati, che dovevan formare di là dalle barriere antiche tutta una città novella.

In un appartamento piccolo, ma tenuto con lindura e addobbato con qualche eleganza, stava una giovane dalla bella faccia aperta, e sana, che accolse Morella e Farfui con espressione di rispetto.

– Che sorpresa! – ella disse, facendosi loro incontro. – Che sorpresa, signora! È quello il suo bambino? È un amore! Si accomodi, qui in questa camera, che è calda….

Farfui si guardava intorno. La giovane portava tra le braccia un altro bambino più piccolo di Farfui, il quale rideva. Non era bello; aveva un carnato pallido, quasi cereo e occhietti smorti; ma in quel visetto era un’espressione comica e ridanciana, la quale dava allegrezza. Vestiva modestamente un grosso abito di lana, che doveva tenerlo riparato come in un nido; e l’abito non aveva strappi nè macchie e alle scarpette non mancava un bottone; attraverso il grembialino era ricamato il saluto ch’egli non aveva dato ai visitatori: “Buon giorno!”

Morella sedette, e pregò la donna:

– Mettetelo a terra, Giovanna. Vediamolo camminare.

Giovanna mise a terra il bambino, che camminò frettoloso e andò subito a tirare il naso di Farfui.

– Com’è bello, mamma! – disse questi ridendo. – Come si chiama?

– Giovanna diede i ragguagli a Morella, che li chiedeva: il bambinetto era anemico, ma il dottore diceva che con un buon vitto e una cura attenta si sarebbe presto rinfrancato; doveva aver patito la fame nei primi mesi di sua vita, e ora bisognava nutrirlo e rifargli….

– Rifargli quei cosi rossi, – concluse Giovanna.

– I globuli, – disse Morella.

– Sì, signora. Ma è tanto buono; non piange mai, e mi vuol bene come fossi la sua mamma. Non mi dà alcun disturbo, e io posso lavorare in casa, mentre lui sta a giuocare.

– Mi dici come si chiama? – ripetè Farfui.

– Fausto, – rispose Morella. – Fausto Frigerio.

E stette assorta a mirare il bambino che le sorrideva, quasi la riconoscesse.

Farfui lo preso a mano.

– Non hai giuocattoli? – domandò. – Non hai il bel cavallo che dondola?

L’altro lo fissò un poco, e quindi lo condusse, sempre in fretta, a guardar presso la stufa, ov’erano conservati un paio di pantofole, alcuni rocchetti, una cannuccia da scrivere logora e rosicchiata, un gomitolo, scampoli di stoffa; e li indicò a Farfui, superbamente, stendendo un dito.

– Sono i tuoi giuocattoli? – esclamò Farfui scandalizzato. – Non hai i soldatini?

– “Tatini”? – ripetè il figlio di Mariano Frigerio. – “Tatini”?

E rideva come a dire che per divertirsi quei “tatini” erano affatto superflui; bastava un po’ di buona volontà, un po’ di buon umore.

– Mamma, – disse Farfui, – io voglio regalargli i miei soldatini, a Fausto.

– Sì, caro, glieli manderemo, – rispose Morella.

Fausto aveva nel frattempo tirato alla luce una delle pantofole alla quale era legato una lunga funicella, e passeggiava frettoloso, trascinandosi dietro quel veicolo informe, per dimostrare a Farfui che il giuoco era interessante; Farfui sedette a terra, caricò i rocchetti e la cannuccia sulla pantofola, e cominciò un servizio di trasporti, un viavai tra Fausto e Farfui, che d’un subito s’intesero tra loro mirabilmente.

Il figlio di Mariano Frigerio e il figlio di Morella Moro vicini l’uno all’altro, povero il primo e milionario il secondo, esprimevano un contrasto intraducibile. Fausto, strappato alla morte per miracolo, allevato per carità, ancora malfermo per la fame patita, era un buffone incorreggibile, che tendeva gherminelle al suo compagno e sorrideva dalla bocca e dagli occhi. Farfui lo proteggeva gravemente, con una indileguabile ombra di melanconia sul volto incorniciato dai capelli d’oro. L’uno aveva sofferto in una età di cui nulla si comprende e si ricorda; l’altro cominciava a soffrire quando il cuore e l’intelligenza si aprono a ricevere impressioni perdurabili.

Essi giuocavano fraternamente coi visetti accostati, e Fausto dava d’ora in ora in una risatina, ammirando la saggezza di Farfui che sapeva condurre la pantofola senza rovesciarne il carico, mentre quando l’ufficio toccava a Fausto, egli correva troppo con quei passettini minuti e sbatacchiava la pantofola qua e là, contro le gambe delle sedie e della tavola. Ma Fausto non s’irritava mai; aiutato da Farfui, rifaceva il carico e ripartiva, per riperderlo indi a poco; e di nuovo i due bambini s’inginocchiavano, tra le risate di Fausto, ad ammonticchiare i rocchetti sul veicolo.

Avrebbero seguitato ancora a lungo se Morella non avesse richiamato Farfui, prendendo congedo da Giovanna, alla quale aveva portato denaro per il figlio di Mariano.

Farfui salutò il suo amico, tenendolo sotto le ascelle e baciandolo sulle gote.

– Addio, – gli disse, – ti manderò i soldatini. Non è vero, mamma?

– Sì, caro. Glieli manderemo domani.

E uscirono, mentre Fausto si metteva a saltellar per la casa gridando gioioso:

– Tatini, tatini, tatini!

Non sapeva che fossero, ma imaginava cose straordinarie.

Quando furono in istrada, Farfui domandò:

– Chi è, mamma, quel bambino?

– Te l’ho detto, caro, è Fausto Frigerio.

– No, – fece Farfui scuotendo il capo. – Non così. Poldo è il figlio del fattore. E questo chi è?

– Ah, – disse Morella. – Vuoi sapere dov’è il suo babbo?

– Sì; dov’è?

– Non c’è più, caro. Il suo babbo è morto.

– Che cosa vuol dire che è morto? – interrogò Farfui.

– Vuol dire che dorme, – rispose Morella.

– Come il papà, allora. Dorme come il papà? Morella strinse la piccola mano del fanciullo, fremendo.

– No, caro, non come il papà.

– Ma il papà “dormava” anche oggi.

– Sì, dormiva; ma poi si sveglia. Invece il papà di Fausto dorme sempre, sotto terra, e non si sveglia più.

– E la sua mamma dorme sempre anche lei? – interrogò Farfui.

– La sua mamma? Non l’hai vista?…

– No, che non è la sua mamma, quella! – esclamò Farfui. – Non hai sentito che non la chiama mamma? La chiama con tanti nomi, ma non dice mai mamma.

– Oh bambino mio, tu hai notato anche questo?

– Sì; e tu hai detto la bugia?

– Ho detto la bugia, – confessò Morella sorridendo, – perchè non so dov’è la sua mamma. È andata lontano, è sparita, è perduta…. Non so.

– Che cosa vuol dire perduta? Che è in un bosco scuro, scuro come Pucetto, e non trova più la strada?

– Sì, scuro, scuro! – ripetè Morella pensierosa.

– Oh mamma, perchè non le mandi un lume, poveretta, che trovi la strada?

– Non ci sono lumi, amore mio!

E tacque; e tacque anche il bambino, che le camminava al fianco, levando di tanto in tanto lo sguardo a investigare il volto della madre; ma vistala assorta in una meditazione, non interrogò più.

I passanti lo guardavano. Vestito con giacca e calzoncini velluto verde scuro, su cui s’abbottonava il soprabito nero, i capelli biondi coronati da un berretto d’astrakan, le manine guantate di bianco, Farfui si distingueva per un’espressione dolce e signorile che lo svelava subito come un rampollo di razza finemente nervosa. I suoi grandi occhi grigi, non avevano più quel significato di piena ingenuità che è proprio dei bambini, ma già un’ombra di pensiero vi si affacciava, dando allo sguardo una saviezza inconsueta fra i piccoli di quella età. Egli camminava dritto e svelto, a passi quasi inavvertibili tanto eran leggieri.

Sarebbe stato impossibile dire che quella signora impellicciata, la quale lo teneva per mano non era sua madre. Aveva lo stesso portamento di lui, semplice e pur fiero, lo stesso sguardo ombrato da una lieve malinconia, identico l’oro delicatamente pallido dei capelli; e non differiva che pel color degli occhi, grigio nel bambino, avana nella donna. Erano gli occhi di suo padre, pensavano i viandanti.

Ma se avessero visto colui che la legge chiamava padre del piccolo Aquileio, avrebbero riso per l’enorme differenza ch’era tra padre e figlio; l’uno tozzo, pletorico, plebeo, l’altro snello, gracile, elegantissimo; e di giorno in giorno il distacco si faceva più rilevante.

– Mamma, – chiese a un tratto Farfui, – perchè tu vuoi bene a Fausto?

– Perchè è piccino, – rispose Morella.

– Tu vuoi bene a tutti i piccini?

– Un po’ più, un po’ meno, a tutti. Bisogna voler bene ai piccini, che sono innocenti.

– E gli porti il denaro, mamma?

– Sì, perchè comperi da farsi la pappa.

– E agli altri piccini non lo porti?

– No, perchè non li conosco.

– E Fausto lo conosci?

– Hai visto; lo conosco.

– E il suo papà e la sua mamma li conosci?

– Il suo papà è morto, ti ho detto.

– Ma prima lo conoscevi?

– Sì, lo conoscevo.

– Era buono il suo papà, o era, cattivo?

– Era disgraziato.

– Che cosa vuol dire disgraziato, mamma?

– Vuol dire che se era cattivo non ne aveva colpa…. Ma dove vuoi andare con queste domande, bambino mio?

– Dove voglio andare? A casa! – rispose maravigliato Farfui.

– No, – fece Morella sorridendo. – Perchè mi rivolgi tante domande? Ecco.

– Perchè voglio sapere se è più cattivo il papà di Fausto o il mio papà….

– Non dire queste cose, Farfui! – esclamò la madre. – Il papà non è cattivo.

– Sì che è cattivo, e io non gli voglio bene. Io voglio bene a te e a Drado.

– Non dire queste cose, Farfui! – ripetè Morella, stringendogli forte la mano.

– Non devo dirle neanche a te? – chiese Farfui malcontento.

– No; perchè tu mi fai cadere in tentazione, – mormorò Morella, quasi parlando a sè stessa.

Farfui non disse nulla; era sbalordito per quella frase imperscrutabile, di cui non aveva afferrato che le prime parole, “mi fai cadere”, e si domandava come mai le sue parole potessero far andare a terra la mamma….

Dopo un tratto di strada, percorso in silenzio, Morella gli disse:

– Ebbene, caro, non parli più?

– No, mamma.

– Perchè non parli più?

– Perchè no.

– Sai che mi dispiace quando tu dici “perchè no” e “perchè.sì”. Bisogna sempre dare ragione di quel che si fa, e “perchè no, perchè sì” non sono ragioni…. Dunque, perchè non parli più?

– Per non farti cadere, mamma! Morella si fermò e si chinò a baciarlo.

– Non temere, – disse. – Parla, parla pure, amore mio!

S’erano arrestati all’angolo di via Monte Napoleone, e rendendo il bacio a sua madre, Farfui riprese:

– Mamma, andiamo a trovare Drado?

– No, no, caro, Dobbiamo tornare a casa; è tardi.

– Andiamo, mamma, – pregò Farfui, – Egli è contento che andiamo a trovarlo; non è vero?

– Sì, è contento; ma a quest’ora non c’è!

– Come sai che non c’è? – chiese il bambino attonito.

Morella si sentì arrossire, e tagliò corto:

– Io so tutto, – rispose.

La millanteria rispondeva così bene al concetto che Farfui aveva di sua madre, ch’egli non insistette oltre. La mamma sapeva tutto e il papà non sapeva niente; questa era l’opinione ferma del bambino; non aveva mai rivolto una domanda a sua madre senza ottenerne una risposta chiara e immediata; quando invece, anche nei tempi migliori s’era rivolto a suo padre, non ne aveva avuto che grufolii e alzate di spalle. Un altro che per Farfui sapeva tutto, era Edoardo Falconaro, pazientissimo a spiegare e a persuadere e a far comprendere.

Il bambino trovava naturale che sua madre, senza aver messo piede sulla soglia di casa sapesse che Edoardo era fuori; ella poteva vedere e sapere cose, le quali sfuggivano a chiunque altri. Per ciò egli l’ascoltava come un oracolo e l’obbediva con piacere, per quell’ammirazione ch’era in lui non minore dell’affetto.

– Io voglio diventare grande! – disse a un tratto, risolutamente.

– E perchè, caro?

– Per sapere tutto anch’io, come te!

– Ahimè, piccolo mio, non è affatto divertente! – esclamò sua madre. – E poi, quando sarai grande, nessuno ti darà, più baci e non ti porterà i cioccolatini.

– No? – fece Farfui dolente. – Tu non mi darai più baci, mamma?

– Io sì, sempre, amore.

– E allora i “cociolatini” me li comprerò io! – concluse Farfui, drizzando il capo con aria vittoriosa.

XXI.

Gli affari di Lorenzo Moro andavano male da qualche tempo.

Paolino Tornaghi come principale agente e uomo di fiducia della casa commerciale si sforzava a tenere dritta la barca nella tempesta, ma non aveva l’autorità sufficiente alla bisogna ponderosa. I facchini, abbandonati dall’occhio freddo di Lorenzo e non più serrati da una disciplina inflessibile, tardavano a presentarsi in magazzino o vi giungevano brilli, cosicchè le vendite e le spedizioni si facevano con lentezza e senza quelle cure meticolose le quali ne assicuravano la riuscita.

Spesseggiavano i protesti dei committenti per interi carichi di tonnellate, che, perchè non fossero respinti, venivan ribassati fino a un prezzo rovinoso; e i mercanti, avvezzi a trattar con Lorenzo e ad essere serviti presto, non ascoltavano i commessi; Lorenzo non permetteva discussioni e nelle rare discussioni vinceva sempre; con gli impiegati, i mercanti discutevano e imponevano il prezzo.

Poi, a poco a poco, uno per uno, disertavano; erano attratti da quei negozianti che Lorenzo Moro aveva schiacciati alcuni anni addietro dopo la lotta furibonda capitanata da Mariano Frigerio. Ora i vinti rialzavano il capo; lo sbevazzare di Lorenzo preparava il loro trionfo, e non combattevano l’antico avversario con dissennati ribassi, ma con la puntualità e la speditezza, con la bontà della merce e la rapidità del servizio.

Il bottigliere Carlotto era il loro più formidabile alleato; pensava lui a somministrare a Lorenzo quanto bastava per le stoppe colossali, che lo mettevano fuor di combattimento.

Gli avversari conquistavano con andare lento e sicuro il commercio di Lorenzo Moro, non soltanto sui mercati italiani, ma anche all’estero. Alcune ditte di Pietroburgo e di Vienna rifiutavano già di trattar con la Casa Moro, e si rivolgevano spontaneamente ai suoi nemici, i quali lavoravan con uno zelo appena superato dalla gioia di fiaccare il padrone della vigilia.

– Chi ce l’avrebbe detto? – osservava uno di quei vinti che si rimettevano. – Se ci fosse qui il povero Mariano Frigerio non crederebbe alla realtà!… Ancora sei mesi, e Lorenzo Moro dovrà chiudere, o saltare.

– Salterà, salterà! – disse un altro. – Non c’è da temere una sorpresa. Beve cinque bicchieri d’assenzio al giorno oltre il rhum e l’acquavite; è una cura infallibile!

Paolino Tornaghi e alcuni altri pochi fedeli erano così addolorati, che avrebbero pianto. Stavan sulla breccia con Lorenzo dai tempi in cui questi lottava furiosamente, aiutato di straforo da Edoardo; e s’erano affezionati all’impresa, nata sotto i loro occhi, ingranditasi d’anno in anno, divenuta possente, citata a modello. Ora se la vedevano crollare, tra il giòlito e i battimani dei concorrenti, che ronzavano intorno come uccelli predaci, per istrapparne ogni giorno un pezzo.

La merce insecchiva in magazzino e si fendeva qualche volta per l’incuria degli uomini di fatica; le grandi corsie, già risonanti delle voci dei mercanti, erano il più del tempo mute; i viaggi soliti a Friburgo e a Rorschah donde Lorenzo tornava ogni anno con merce di bontà impareggiabile, non si facevano più.

Lorenzo sonnecchiava nella gargotta, tra il fumo acre delle pipe e l’odor mordente dei liquori; o compariva in istudio per una di quelle sue sfuriate bestiali, che atterrivano gli impiegati e facevan perdere ogni rispetto di lui…. Non si poteva parlargli di mettersi in viaggio, nella tema che ubbriacatosi alla prima stazione, si lasciasse svaligiare.

Paolino Tornaghi al quale non mancava l’ardire, non aveva per contro tale esperienza da arrischiarsi egli solo ad acquisti di tanta importanza. Si studiava di rimediare, vedendo con apprensione sopraggiungere il momento delle scadenze, e tremando di non poterle fronteggiare, non per mancanza di denaro, ma pel disordine che s’era infiltrato nell’amministrazione.

Ne aveva coraggiosamente tenuto parola con Lorenzo, un giorno in cui questi pareva meno annebbiato del solito:

– La scongiuro; pensi a quello che fa…. Di tanta ricchezza, resterà ben poco….

– Resterà sempre troppo! – rispose l’altro.

– Ma lei ha un bambino; vuol lasciarlo povero?

– Va in malora, tu e il bambino! – urlò Lorenzo, afferrando un calamaio.

Paolino Tornaghi dovette svignarsela; ma non cedette, e corse da Edoardo Falconaro.

Trovatolo nei pressi della Borsa, gli espose nettamente le condizioni dell’azienda; occorreva un aiuto, come ai bei tempi, un aiuto di quelli che non posson dare che gli amici.

– Me lo immaginavo, – disse Edoardo. – Dopo la bettola, il fallimento!

– Non è il fallimento, – rettificò Paolino. – La casa è troppo forte per cedere alle prime scosse; ma gli introiti diminuiscono sempre e le spese rimangono; bisogna provvedere in tempo, ed io le chiedo, signor Falconaro, se possiamo più tardi contare su di lei?…

– Ma lei parla in nome di Lorenzo, – domandò Edoardo, – o per sua iniziativa?

– Il signor Lorenzo non sa nulla, – confessò Paolino.

– Sta bene; e allora, se crede che, quantunque lontano, il fallimento sia inevitabile, segua il mio consiglio: lasci che l’acqua vada per la sua china, e si cerchi un impiego.

Parlavano, fermi in piazza del Duomo, tra lo scampanìo dei trams, il rumore delle carrozze, il brusio dei passanti, che trottavano in tutte le direzioni.

Paolino in quell’insolente strepito dell’attività nel quale si confondevano un tempestar di voci e uno stridere di ruote, in quel continuo avvicendarsi d’uomini e di veicoli, sentiva più insanabile la tristezza per la novina, ancor non prossima e pur certa, che si sforzava a rimuovere.

Comprendeva bene che il crollo da lui paventato come l’annientamento della sua pertinace opera di collaboratore, non avrebbe fatto voltare il capo a un solo di quei frettolosi, e che tutta la vita rugghiante e trionfale della città sarebbe passata sopra i rottami della florida impresa, distruggendone in un baleno anche le ultime vestigia.

Sentiva d’essere piccolo e incapace, ricco soltanto d’una inutile buona volontà.

– Come mai lei parla così, signor Falconaro? – osò chiedere, mortificato.

Edoardo inarcò le ciglia.

– Quanto occorrerà? – disse. – Un patrimonio, di sicuro, se il fallimento tarderà molto. Non posso disporre d’un patrimonio in un colpo; e se potessi, a chi lo affiderei? a un ubbriacone? Si ricorda la nostra gita a Villa Mora, e ha visto che cosa è diventato Lorenzo? Bisognerebbe essere pazzi…!

– Ma no, – interruppe il Tornaghi. – Lei dovrebbe entrare col capitale, prender la direzione, e con la sua energia….

Edoardo Falconaro sorrise.

– Io far da padrone in casa altrui o per un commercio che non conosco? – esclamò. – Ne ho abbastanza, di sopraccapi…! No, caro Tornaghi…. La sua premura è ammirevole, e mi fa piacere di conoscere un brav’uomo…. Ma ascolti il mio consiglio, e si ricordi che per lei ho sempre un posto libero di segretario presso di me…. Con gli ubbriachi non c’è da far nulla, e sarebbe più ragionevole accender la sigaretta coi biglietti da mille, che darli a Lorenzo!

– Sono desolato! – mormorò Paolino. – Penso anche a quel povero Aquileio che quando sarà grande non troverà più un soldo.

– Aquileio? – ripetè Edoardo. – Aquileio?

Per poco non si tradì, gridando: “Aquileio è mio!”

– Aquileio lavorerà, – disse vincendosi immediatamente. – È piacevole lavorare, e mi par che il bambino sia tomo da farsi strada. Non sembra anche a lei?

– È un tesoro! – esclamò Paolino toccato nel vivo.

Edoardo gli strinse la mano fortemente, salutandolo; e ciascuno riprese la sua via, Paolino scervellandosi per trovare il capitale e un socio, Edoardo pensando con tenerezza inquieta al suo Farfui.

Farfui in quel giro di tempo era tornato a formar come il bersaglio di Lorenzo.

Questi sentiva rombar nell’aria le ali della catastrofe; non era abbastanza ubbriaco per non avvedersi che il suo commercio declinava e che gli avversarii lavoravano con profitto a soppiantarlo rapidamente. Allorchè questo pensiero lo coglieva, Lorenzo si faceva cupo e sospettoso, cercando le cause della disdetta all’infuori di sè, nella malevolenza della clientela e nella incapacità de’ suoi uomini.

Finalmente si fermò sopra un’idea: era Farfui che gli portava disgrazia. Dacchè Farfui aveva visto la luce, tutto s’era voltato contro; e Lorenzo inventava una serie di sciagure, di cui dava colpa al bambino, distribuendole pei varii anni della vita di lui.

– Non mi resta che fuggire! – disse un giorno Morella ad Edoardo. – Torna daccapo; ieri lo ha battuto, e non passa ora che non lo rimbrotti e lo spaventi. Io fuggirò con Farfui; andrò da mio padre…. Non posso più reggere; devo difendere mio figlio…. Enzo me lo uccide, e se tollerassi ancora, diventerei sua complice…. Del resto, la mia vigilanza non basta…. Me lo ha terrorizzato in tal maniera, che il poveretto non dorme la notte, e non mangia quasi più…. Ho deciso; parlerò con mio padre, e cercherò ricovero da lui….

– Aspettate, – interruppe Edoardo.

– Aspettare? – esclamò Morella, irritandosi subitamente. – Aspettare che Farfui muoia? che cosa devo aspettare?

– Non so, – disse Edoardo. – Aspettate….

Quel medesimo giorno egli si fermò a pranzo dai Moro. Lorenzo non era ubbriaco, ma aveva sul volto i segni della devastazione che l’alcool andava producendo nel suo organismo; già accennava a non poter tollerare la vista del bianco; la tovaglia nitidissima e nivea gli disturbava lo stomaco, e un lieve tremito gli agitava, ostinatamente le mani.

Presso di lui era Farfui.

Il bambino, vestito con un abito di velluto marrone che una cintura di cuoio naturale stringeva ai fianchi, era bello e fresco, a dispetto delle sofferenze. Il volto bianco sotto i riccioli biondi con quella sua espressione di dolce pensosità pareva più gentile a confronto della faccia precocemente rugosa, pavonazza, di Lorenzo. Portato ad amare, amava tutti, tutte le cose e tutte le persone, con sereno candore; non sapeva agguati nè infingimenti. Egli era la speranza del domani.

Vicino a lui, l’uomo che aveva vissuto largamente e piacevolmente, divenuto crudele e pericoloso, agitato da quel tremito sinistro, l’occhio bieco iniettato di sangue, l’alito graveolente d’alcool, pesava con tutto il peso della sua animalità brutale sulla vita dell’innocente ch’egli avrebbe voluto soffocar nel pugno a poco a poco, in silenzio.

Edoardo contemplò più volte durante il pranzo le due figure che gli stavano di fronte.

E quel pensiero dal quale era sempre accompagnato, gli sfolgorò innanzi con la luce insostenibile d’una fiamma ardente: “Bisogna ucciderlo, o Farfui morirà”.

Ucciderlo, spazzar via l’inutile carcame impregnato di vino e d’acquavite, lasciare il passo alla fanciullezza che ride, che vuole, che deve procedere….

Lorenzo si alzò, dopo pranzo, e toccò una spalla d’Edoardo.

– Ho da, parlarti, – disse. – Accompagnami nel mio studio.

Edoardo interrogò con l’occhio Morella, ma questa non gli seppe rispondere. Le risoluzioni di suo marito erano improvvise, imprevedute, nè egli s’apriva con alcuno; Morella stessa non aveva idea di che cosa potesse trattarsi in quel colloquio.

– Non so, – rispose con lo sguardo. – Siate prudente….

XXII.

– Ecco di che si tratta, – cominciò Lorenzo stando in piedi, perchè temeva d’esser colto alle spalle dalla sonnolenza greve che gli piombava addosso dopo il pranzo.

Erano nello studio; una camera semplice, con l’impiantito di legno lucido e pochi mobili di cuoio, larghi e invitanti. In una poltrona amplissima aveva preso posto Edoardo, che con una gamba accavallata sull’altra, fumava la sigaretta.

– Quando ti sei trovato in bisogno, tu hai respinto il mio aiuto, – disse Lorenzo. – Non ne ho mai capito la ragione, ma non importa…. Ti rammento questo fatto, solo per dirti che non ti posso imitare.

Edoardo alzò il capo, non riuscendo a dissimulare una certa sorpresa.

– Ti stupisci? – disse ridendo Lorenzo, che aveva notato il movimento dell’altro. – Ma sì; io non sono uomo da preamboli. Ho bisogno di danaro e te lo chiedo.

– Danaro? – ripetè Edoardo. – Tu hai bisogno di danaro?…

– Intendiamoci, – riprese Lorenzo. – Non ho bisogno nè per oggi nè per domani, e non ho bisogno nè di dieci nè di ventimila lire…. Ma prevedo che il bisogno s’affaccerà e forte….

– I tuoi affari vanno male? – domandò Edoardo tranquillamente.

– Male! – confermò Lorenzo.

E sentendo che l’importanza e l’interesse dell’argomento gli impedivano ormai d’addormentarsi, prese di sulla scrivania la borsa del tabacco e la pipa, sedette egli pure in una poltrona dirimpetto a Edoardo.

– Male, – seguitò, – perchè i clienti sono canaglie e i miei impiegati sono stupidi. Gli uni non trascuran mai di protestar la merce per ottener abbuoni sui prezzi di fattura; gli altri non sanno trattar coi clienti più piccoli…. Poi, tu non ignori che ho molti nemici e molti invidiosi, i quali parlan già in mercato di fallimento; questo non giova al credito della Casa…. Io non ho potuto quest’anno fare il mio solito viaggio in Isvizzera, e anche da ciò ho avuto danno….

– Perchè non hai fatto il tuo viaggio? – domandò Edoardo con apparente bonomia.

– Occupazioni… – balbettò Lorenzo, che non s’aspettava un interrogatorio. – Altre occupazioni…. Affari che mi trattenevano qui….

– Dovevano essere di straordinario momento quegli affari, – osservò Edoardo, – perchè tu sei andato in Isvizzera perfino quando tuo figlio era in pericolo di vita…. A Friburgo, mi pare….

Lorenzo fece una smorfia e lasciò cadere sui ginocchi un po’ di tabacco di cui andava riempiendo la pipa.

– Già, non mi potevo muovere quest’anno, – mormorò, – e non ho potuto fare buoni acquisti come le altre volte….

– E perchè i clienti sono diventati canaglie? – domandò Edoardo.

– Come, perchè?

– Ma sì; non sono i tuoi clienti, i tuoi vecchi clienti di Pietroburgo, di Londra, di Vienna, che ti hanno fatto ricco e hanno preferito la tua ditta per tanto tempo alle altre?

– Certo, certo, ma ora son diventati fastidiosi, pedanti, cavillatori….

– Guarda! E nello stesso tempo i tuoi impiegati diventano stupidi!

Lorenzo non rispose. Avvertiva nella voce e nella parola d’Edoardo un tono canzonatorio, che gli faceva l’effetto dell’aceto sopra una piaga; e cuoceva dentro.

– E i facchini, – seguitò Edoardo, – diventano anch’essi imbecilli o ladri…. Una metamorfosi completa, dalla quale non si salva che il vecchio Fox, il mastino; è una bestia, e perciò si conserva onesto e intelligente….

– Io non so, – interruppe Lorenzo, – perchè tu voglia beffarti di me. Non ti ho condotto qui per ridere.

Il volto d’Edoardo mutò repentinamente come se una maschera gli fosse d’un tratto caduta; e si fece severo, con quella cicatrice che gli attraversava la fronte e che aggiungeva terribilità all’aggrottar delle ciglia.

– Non rido! – egli disse. – Sei tu che vuoi ridere narrandomi storielle! Sei tu che ti prendi beffe di me, parlandomi di occupazioni e d’affari che non esistono…. Tu accusi gli altri, i clienti e gl’impiegati; e hai tra gli impiegati uomini come Paolino Tornaghi, una perla! Tu cerchi la causa della tua prossima rovina nella maldicenza e nell’invidia? Ma chi ha più di me invidiosi e maldicenti? E che mi fanno? E in che possono nuocermi?… La verità si è che tu ti sei messo alla pari del più lurido beone, e che vivi nella bettola, e ti ubbriachi tutti i giorni…. Chi deve allora portarti rispetto? Chi può attendere agli affari che tu trascuri? I tuoi nemici ti vogliono morto; è naturale, è buona guerra, non devi lagnartene…. I tuoi clienti mal serviti ti abbandonano; è giusto…. Il solo trionfatore in questa baraonda è il padrone della taverna che sta dirimpetto ai tuoi magazzini…. È, come si chiama? Carlotto!… Carlotto lavora a divorarti vivo e a mandare in aria la tua azienda. È incredibile che tu non te ne accorga! Vedo che tu sai ragionare lucidamente ancora; e non ragioni quando si tratta di te e del tuo avvenire?

Lorenzo aveva caricata la pipa e accesala ne traeva con beatitudine larghe boccate di fumo azzurrognolo, del quale seguiva con l’occhio le spire in aria.

– Bella predica, – egli disse, apatico. – Ma io non ho bisogno di parole. Ti ho chiesto danaro per più tardi…. Qui sta il nocciolo…. Ora aspetta che ti spieghi sotto qual forma io penso in potresti recarmi aiuto….

– È inutile, caro Enzo, – interruppe Edoardo, – sotto nessuna forma non ti aiuterò più.

– Tu dici?… – ripetè Lorenzo, facendo un balzo sulla poltrona.

– Dico che non ti aiuterò più, nè come semplice sovventore, nè come socio. Non ho danaro da gettare sulla strada. Una somma data a te sarebbe perduta. Un capitale apportato come quota di società sarebbe ugualmente perduto, perchè io non sono pratico del tuo commercio…. Dovrei lasciare a te la direzione e tu dirigeresti la società, bevendo l’assenzio da Carlotto…. Non sono lepre per questi tiri!…

Edoardo aveva pronunziato quelle parole con intera freddezza, accendendo una seconda sigaretta, e guardando l’altro, che si agitava sulla poltrona come avesse avuto, sotto, uno strato di carboni accesi.

Lorenzo si alzò, andò a chiudere la porta che immetteva nel corridoio, per la quale potevano sfuggire le voci; stette in ascolto un istante, poi in punta di piedi tornò verso Edoardo, lo toccò sulla spalla e gli disse sotto voce:

– Pensa ad Aquileio!

Edoardo non sapendo comprendere, non osando imaginare, si girò sulla poltrona a fissare trasecolato Lorenzo.

– Sì, pensa ad Aquileio! – ripetè questi, sempre a mezza voce. – Se le cose procederanno come ora, Aquileio non troverà un centesimo, non una casa, non un tetto, quando avrà l’età della ragione.

– Io? – esclamò Edoardo. – Io devo pensare ad Aquileio?

Si fissaron negli occhi duramente, un attimo.

– Tu! – risposo Lorenzo. – Tu devi pensare…. Tu!… Aquileio è tuo figlio…!

Edoardo saltò in piedi, fremendo, con un atto di ripulsa e di protesta; ma l’altro gli mozzò la parola in bocca.

– Aquileio è tuo figlio!… Lasciamo le commedie, caro Edoardo!… Qui nessuno ci vede nè ci ascolta…. Tu sei stato, sei forse ancora l’amante di mia moglie! Non far gesti, non ti muovere; è ridicolo! Contro ogni tua parola sta Aquileio stesso, che è il tuo ritratto; stanno mille indizii sicuri, dei quali posso citarti, ad esempio, il rifiuto da te oppostomi quando volevo darti danaro. Sei un gentiluomo, e dal marito dell’amante un gentiluomo non può accettare un soldo; portargli via danaro e moglie sarebbe troppo! Lasciamo le commedie, ti dico! Io so tacere; ho taciuto sempre, tacerò sempre; perchè non voglio diventare uno zimbello, e l’appellativo di becco non mi quadra…. Ma qui, a quattr’occhi, una volta per sempre, mi sarà lecito di dirti che da tempo so ogni cosa, e che se tu credessi di piantarmi le corna e di farla franca, t’inganneresti a partito!… Fuori di qui, nessuno deve sospettar nulla mai, perchè io voglio difendere il mio buon nome fino all’ultimo; ma ora, tra noi due, intendo vuotare il sacco, e ti accorgerai che sono meno babbione di quanto supponevi…. Ah! Mariano ti voleva bene?… Ti ricordi quella sera in cui tu difendevi la sua memoria? Bravo!… Il giorno stesso era venuto da me, il tuo egregio amico, e perchè non gli ho dato danaro, mi ha avvertito che tu mi facevi le fusa con Morella e che in seguito a una sapiente collaborazione mi avevate regalato un figlio!… Bel caso, non è vero?… Chi era più stupido, quella sera, tu o io?… Tu che t’intenerivi sulle sventure del buon Mariano Frigerio, o io, che sapendo tutto, mi contentavo di sorridere e di compatirti…? Nessun altro sarebbe riuscito a padroneggiarsi con tanta facilità, devi convenirne! Devi convenire che io sono men bestia di quel che paia!… E ho taciuto sempre, intendiamoci, anche quando bevevo…. Se tu non parli e sono certo non parlerai, quel segreto me lo porterò via con me; perchè becco, te lo ripeto, becco non voglio comparire, e non comparirò mai!… Non parlare, te ne prego; non fare gesti: so che stai per giurare o per mentire; è tuo obbligo; devi difendere Morella…. Ma te ne esonero…! L’onore di Morella è sotto la mia tutela, perchè è il mio; sarei io il primo a schiaffeggiare colui il quale osasse dubitarne!… Ma questo per il mondo…. Qui il mondo non c’è; non ci son che delle sedie, innanzi alle quali non abbiamo doveri cavallereschi…. Sta a sentire. Aquileio è tuo figlio…. Tu neghi, ma ciò non conta…. È tuo figlio; e io ti dico: pensa ad Aquileio! Gli affari si metton male…. Riconosco che io non potrò correggermi…. mi sono spinto troppo avanti, e all’assenzio ci tengo…. Vedi che ragiono lucidamente, come tu osservavi poco fa…. Lucidamente…. Con l’assenzio non si scherza…. Io ho bisogno di danaro e di energia, due prestiti che tu puoi farmi. Il mio commercio non è difficile, e con l’occhio che tu hai, puoi impadronirtene in breve. Del resto, se non vuoi metterti, tu personalmente, a capo dell’azienda, non sarà difficile trovare un buon gerente amministrativo che tu sorveglierai…. Questa che ti propongo è la salvezza, per me e per mio figlio, anzi per tuo figlio…. Spero che non rifiuterai…. Io sono braccato da tutte le parti, e un soccorso è urgente; potrebbe venire anche più tardi, ma allora dovrebbe essere più forte, perchè le crepe sarebbero più larghe…. Ragiono lucidamente?… Non credere che il danaro sarebbe gettato dalla finestra; la casa che ho fondato è ancora vitale, e con un colpo di spalla se ne può raddrizzar la facciata. I miei vecchi compratori non domandan di meglio che di tornare, e come tu dicevi giusto, ho fra gl’impiegati qualche brav’uomo capace di miracoli…. Auf…. non mi è mai toccato di parlar così a lungo!… Aspetta; ancora poche parole: non difendere Morella, non mentire, non dire che Aquileio è mio; ho le prove del contrario; si farebbe una discussione odiosa e antipatica…. Parliamo d’affari e cerchiamo d’intenderci su questo punto e di studiare insieme il modo di combinare la società. Ti mostrerò cifra per cifra, lire e centesimi, la situazione dell’azienda…. Anzi non ti mostrerò nulla, perchè io mi ci secco, ormai; ma farà tutto Paolino Tornaghi, che è il mio uomo e capisce le cose…. Dunque, parliamo d’affari…. All’onore di Morella penso io; so che è onesta e fedele, una moglie esemplare, e che Aquileio è mio, e mi somiglia…. Questo è sottinteso…. Guai se non fosse sottinteso!… Tu non parlerai, io non parlerò…. Silenzio…. Io figurerò come il più felice dei mariti…. Mi preme…. Dunque le tue discolpe, le tue proteste, le tue chiacchiere arriverebbero in ritardo, perchè il primo a credere all’illibatezza di Morella sono io, e il momento delle confidenze è chiuso…. Parliamo d’affari!…

Egli aveva esposto il suo discorso a sbalzi, interrompendosi, stringendo un braccio d’Edoardo, fissandolo, ghignando, sorridendo; e alla fine si lasciò piombare esausto nella poltrona, e si asciugò il sudore che gli bagnava copioso la fronte.

Edoardo Falconaro dritto in piedi e pallidissimo, lo considerò un attimo; poi disse con calma:

– Sta bene. Mandami Paolino, domani alle cinque.

– Domani alle cinque, – ripetè Lorenzo. – Avvertilo tu per telefono, perchè potrei dimenticarmene. Intanto considero l’affare concluso?

Edoardo lo squadrò, tacendo.

– Considero l’affare concluso? – domandò nuovamente Lorenzo, a cui le palpebre si appesantivano.

– Concluso, – affermò Edoardo. – A una sola condizione….

– Quale? Non m’inventerai condizioni impossibili?

– Non ho l’abitudine d’imbrogliare. La condizione è questa: che tu non ti occupi più di Farfui, che egli non esista per te, che la tutela e l’educazione del bambino siano interamente affidate a sua madre.

– È detto! – gorgogliò Lorenzo fra i denti. Seguì una pausa, durante la quale Edoardo fissò ancora lungamente l’altro, che s’era steso nella poltrona sfinito.

– E attento, Enzo! – riprese Edoardo. – Se tu mancherai a questo patto….

– Non mancherò, – brontolò Lorenzo.

– La punizione sarà spaventevole! – concluse Edoardo Falconaro con un lampo negli occhi.

Ma l’altro aveva reclinato il capo sul petto e cominciava a russare.

XXIII.

La maraviglia d’Edoardo non fu poca allorchè, studiando con Paolino Tornaghi le condizioni del patrimonio di Lorenzo, si avvide che la sua azienda poteva reggere ancora vittoriosa, e che i danni erano stati invece causati da speculazioni erronee, alle quali Lorenzo s’era abbandonato senza chieder consiglio ad alcuno.

Non era nuovo il fatto; perchè sempre, anche ai giorni di più franca intimità, quando Lorenzo voleva agir di sua testa, agiva alla chetichella, nel mistero, pregando come un ragazzo non si facesse parola a Edoardo; e sempre, fatalmente, ciò che Lorenzo pensava e compieva senza il parere dell’amico era uno sproposito.

Dalla situazione finanziaria risultava ch’egli aveva perduto seicentomila lire nel fallimento d’una Banca di cui le condizioni difficili eran già note quando Lorenzo le aveva affidato quel patrimonio, e trecentomila erano state inghiottite da altre speculazioni infelici. Il più curioso si era che l’intervento di Lorenzo appariva sempre allorchè il mercato cominciava a dubitar delle imprese. Lorenzo accorreva, infondeva una vita fittizia col suo danaro, era travolto e non parlava. Nelle attività figurava anche un numero cospicuo di azioni d’una società di cui Edoardo Falconaro prevedeva il fallimento poco lontano; intanto le azioni del valor nominale di centocinquanta lire non trovavan più compratori a ottanta.

Edoardo si fermò.

– Vede? – egli disse a Paolino Tornaghi. – Qui sta il pericolo. Chi ci assicura che mentre noi lavoriamo a rimettergli in fiore il suo commercio, egli non si dia sottomano a speculazioni di questo genere? Non ne capiva nulla quand’era sobrio; si figuri oggi che è ubbriaco da mattina a sera!…

– Ma non potrà toccare il patrimonio sociale, – obiettò Paolino.

– Ciò non mi rassicura punto. Egli è capace di vender la casa, la villa e i cavalli, per tentar le sue imprese da pazzo…. E che farò io, quando me lo vedrò sul lastrico?

– Lei si ritira, signor Falconaro? – domandò Paolino trepidando.

– No. Ho promesso a Lorenzo e non mi disdico…. Ma le assicuro che non ho mai corso tanto rischio…. Che cosa si pensa della società che stiamo per fondare?

– I concorrenti sono annientati! – esclamò Paolino gioioso. – Io ho fatto correr la voce che un finanziere interverrà con tre milioni.

– Bum! – fece Edoardo ridendo.

– È un po’ forte, non lo nego, – confessò Paolino. – Ma quando si è saputo che il finanziere sarebbe lei, tutti hanno detto: “È quello dell’altra volta!” e han cominciato a credere ai tre milioni….

– Quello dell’altra volta! – ripetè Edoardo con un’ombra di tristezza. – I tempi sono ben mutati; non c’è più da contare su Lorenzo…. Bisognerà anzi allontanarlo a poco a poco; e trovare un uomo pratico del suo commercio e onesto, non è facile…. Io non distinguo un emmenthal da una bicicletta…. E anche lei dichiara di non essere capace di fare acquisti diretti in Isvizzera…. È un altro pericolo.

– Lei si ritira, signor Falconaro? – domandò Paolino trepidando.

– Ma no; le ho detto di no! – fece Edoardo indispettito.

Il timore del brav’uomo era il timore di quanti stavano intorno a Edoardo Falconaro; crescevano speranze e paure, dubbii e apprensioni.

Parecchi impiegati che non avevano fatto buona prova, prevedevano il licenziamento e pensavano a raccomandarsi. Le raccomandazioni per i vecchi che presentivano lo sfratto e per i nuovi che desideravan pigliare il posto dei vecchi, erano incessanti, raggiungevano Edoardo a casa, in Borsa, perfino a teatro. Anche gli uomini di fatica provvedevano ai fatti loro; alcuni avevano smesso di bere; altri s’erano spontaneamente congedati, intuendo che il padrone di domani sarebbe stato più energico, sebbene più compito, del padrone di ieri; e quella cortesia che stroncava, li impauriva meglio d’un rabbuffo.

Edoardo aveva detto a Morella, dopo il colloquio con Lorenzo:

– Vostro marito desidera che io mi associ a lui.

E Morella n’era rimasta stupefatta.

– Non ha avuto vergogna? – esclamò. – È una maniera di chiedervi danaro; e non si ricorda che voi avete rifiutato il suo? Mio Dio, non ha più ritegno, non ha più senso d’amor proprio, lo sciagurato!… Che cosa gli avete risposto?

– Ho accettato! – disse Edoardo con semplicità.

– Gli portate danaro? – chiese Morella. – Ma non ne avrà bisogno; sarà un’allucinazione, la sua, come tanto altre!

– Per me è un buon affare, – proferì Edoardo sorridendo.

– Non capisco. Non siete voi l’uomo che dà la caccia ai buoni affari…. C’è qualche cosa sotto che non capisco….

Edoardo impensatamente allungò la mano ad accarezzar la testa bionda della donna, che vibrò con un fremito quasi impercettibile.

Da quando era nato Farfui, l’amore d’Edoardo e di Morella s’era arrestato; nessuno dei due aveva osato riparlarne poi; le vicende susseguite, la sollecitudine per il bambino, la presenza continua di lui, il rispetto che Morella aveva per Farfui, dal quale voleva più tardi essere giudicata, avevano troncato l’amore, di repente; ed erano rimasti, i due amanti, insoddisfatti e desiderosi, ma dominati dal pensiero di non riprendere per non mentire. Farfui era, del resto, per Morella la miglior trincea.

Edoardo aveva ricominciato i suoi amori fugaci e leggeri; Morella lo aveva indovinato ben presto, ma s’era guardata dal farne parola quantunque soffrisse, perchè Edoardo non potesse credere a una procacità subitanea, a una mal dissimulata civetteria.

La carezza con cui il Falconaro solcò, irresistibilmente, i capelli della donna, fu una sùbita rivelazione. Entrambi gli amanti d’un giorno rabbrividirono di piacere, ma si contennero con uno sforzo.

– Capirete più tardi, cara amica! – disse Edoardo.

E allontanandosi poco di poi, pensava che la poveretta era ben lungi dall’immaginare il pericolo della rovina che sovrastava ad Aquileio e a lei, e insieme il sacrificio ch’egli, Edoardo, stava per compiere, impegnando tutta la sua sostanza al solo scopo di dar pace al bambino e di sottrarlo alle furie odiose di Lorenzo.

Egli credeva veramente d’aver fatto un buon affare, e il rischio dell’impresa alla quale si metteva era per lui poca cosa in paragone dell’avvenire di Farfui. Aspettava con ansietà la fine dell’inventario per gettar le basi della nuova combinazione, impadronirsi dell’azienda, sollevarla fuori dagli ostacoli e mettere finalmente la mordacchia al terribile ubbriacone.

– Faccia presto! – diceva a Paolino Tornaghi, il quale lavorava instancabilmente. – Faccia presto a chiudere il bilancio….

– S’imagini! – rispondeva Paolino. – Lavoro anche la notte…. Non dubiti…. Ma voglio che tutto apparisca in ordine…. Sarà contento di me….

Edoardo Falconaro si fregava le mani, allegro, con quell’impeto che lo sosteneva nei passi rischiosi. Ora poi, che s’accingeva al cimento piuttosto per Aquileio che per sè stesso, pareva ringiovanito, e Paolino Tornaghi lo guardava di sottecchi, ammirandone l’audacia e il buon umore.

– Questo va bene, – pensava il brav’uomo. – Questo non lo tien più nessuno. Stavolta li schiacciamo tutti!

E si fregava le mani anche lui, ridendo da solo.

XXIV.

Seguirono alcuni giorni di pace completa. Lorenzo sembrava interamente ignorare l’esistenza di Farfui, non gli badava affatto, non lo contrariava; a pranzo scambiava poche parole con Morella e non diceva verbo al fanciullo, il quale non si rivolgeva mai al padre.

Farfui era diventato per Lorenzo qualche cosa di meno interessante e di meno ingombrante che un mobile; e il bambino sapeva essere discreto, rispettando i gusti di Lorenzo, che non voleva strepiti in casa e amava non trovar balocchi tra i piedi.

Ma un giorno in cui s’era ubbriacato di solo assenzio, fu preso da una melanconia quasi tragica, la quale doveva mutarsi in furore.

Rifletteva sull’affare combinato con Edoardo, e parlottava a mezza voce, seduto, con le mani sul ventre, l’occhio vitreo vagante nel vuoto:

– È una trappola…. Questa non è che una trappola e Mariano Frigerio aveva ragione: io non sono che un imbecille…. Edoardo mi ha preso e legato come una bestia da macello, col suo danaro…. Già, intanto, non parlando e non protestando, mi ha spippolato nudo e crudo sotto il naso che io sono becco, che Farfui non è mio, che Morella mi ha cornificato…. Canaglie, tutte canaglie!… E poi, ha impiegati a un bell’interesse quei quattro soldi che dovrà apportare…. Lui paga ed io devo star zitto, crescermi in casa suo figlio, lasciargli il mio nome…. Mi ha comprato, insomma…. È un usuraio. Come, io non sarò padrone di bastonare chi e quanto mi fa piacere?… Comando io, o comanda lui? Tu sta contento, mi dico, e io pago i tuoi debiti e ti mando innanzi la baracca; se no, ti lascio crepare per la strada…. È uno strozzino; soltanto gli strozzini ragionano a questa maniera. E come mai non mi sono accorto di cadere in quell’imboscata? Era un giorno in cui non avevo bevuto; e lui mi diceva, per canzonarmi: “tu ragioni lucidamente!” Adesso, ragiono lucidamente, adesso sì; e te ne accorgerai!… Io farò quel che ho pensato di fare…. Sta a vedere che con quattro soldi, s’impadronisce di me e della mia casa?…

Andò ripetendo sino a sazietà quel ragionamento, l’indice destro teso a sermoneggiare personaggi invisibili, dando d’ora in ora qualche risata stridula.

Poi si alzò e si recò a casa, sempre borbottando fra i denti…. Vide Farfui che giocava in anticamera, e lo rimproverò aspramente.

– Via di qui, scimiotto! Via quelle pantraccole! Dove siamo, in un magazzino di chincaglie?

E con un colpo del piede fece volare in aria il pulcinella di zia Isidora, mentre Farfui lo seguiva degli occhi atterrito, combattuto fra il desiderio di difendere i suoi oggettini e la pressa di mettersi in fuga.

– Vattene, vattene, brutto coso! – ripetè Lorenzo, misurandogli uno schiaffo.

Al rumore balzò fuori Morella, che si prese Farfui tra le braccia, e corse a chiudersi nella sua camera.

Lorenzo la seguì, e allorchè senti battersi l’uscio in faccia e girar la chiave nella toppa, si fece più rabbioso:

– Apri; non cerco niente da te! Voglio dar due schiaffi a quel brutto scimiotto!… Comando io qua! Apri, per Dio! Non mi son mica dato a nolo! Apri, o butto giù la porta!

E tirava calci formidabili nell’uscio, facendo tremar le pareti del corridoio.

Maria e Pierina, la cuoca e la cameriera, avvedendosi che il furor del padrone era d’inusitata veemenza, mandarono a chiamare il portiere Adelmo, il quale non osò avvicinarlo; ma sopraggiunse Paolino Tornaghi che afferrò Lorenzo per la giacca.

– Che cosa fa, che cosa fa? – gli disse, – Vuol che tutti parlino di lei?

Lorenzo, il quale stava assestando un altro calcio alla porta, rimase un attimo col piede alzato, poi lo rimise a terra tranquillamente.

– Hai ragione! – fece, calmandosi d’un subito. – Non si deve parlare…. Bravo Paolino! Non devono parlare di me…. Silenzio e rispetto!… Così mi piace…. Ecco, me ne vado, accompagnami a dormire…. No, io non tiravo giù la porta…. Chi t’ha detto questo? L’ho trovata chiusa, e volevo aprirla…. Ho fatto un po’ di rumore, forse…. Ma chi ti ha detto che io volevo sfondare la porta?

– Venga, venga a dormire, – ammonì Paolino, trascinandoselo dietro. – Nessuno mi ha detto niente…. lei ha sempre paura che dicano qualche cosa, santo Dio!…

– Io paura! Mai paura!… Silenzio e rispetto! Così mi piace….

E bofonchiando, soffiando, appoggiandosi un poco al braccio del Tornaghi, un poco alle pareti, gettando occhiate sospettose intorno per vedere se nessuno lo spiasse, andò a gettarsi sul letto, dove non ebbe prima toccato del capo il guanciale, che già s’addormentava.

Morella, tranquillato dopo molti stenti Farfui, il quale piangeva tutto tremante, chiamò Pierina.

– Aiutami! – ella ordinò. – Dammi la mia roba….

– La signora parte? – chiese Pierina esterrefatta.

– Portami qua le valigie!

– Oh signora, – esclamò Pierina, congiungendo le mani. – Conduca via anche me!

– Portami le valigie! – gridò Morella, inviperita, disperata, non sapendo quel che si dicesse.

Nelle valigie gettò la roba che le veniva in mano, biancheria, abiti, gioielli, oggetti d’abbigliamento, alla rinfusa, mentre Pierina in ginocchio tentava di dare qualche assetto a quella valanga che le pioveva da tutte le parti. E piangeva in silenzio, temendo che la sua padrona l’abbandonasse.

Farfui, distratto da quello spettacolo, con la volubilità dei bambini, corse a dar mano alla cameriera, rotolandosi tra i mucchi di biancheria merlettata, e sturando le bottiglie di profumi, che si diffondevan nell’aria gaiamente.

– Andiamo in campagna, andiamo in campagna, andiamo in campagna! – gridava, battendo le mani e saltellando. – Andiamo a trovare Poldo!

– Bambino mio, che cosa hai fatto! – esclamò infine Morella, la quale tornava a poco a poco al senso della realtà. – Hai rovesciato l’Houbigant! Tu ci fai fare un bagno di profumi!

– Non va, bene, mamma? – domandò Farfui accorato.

– Sì, sì, va, bene! – disse Morella, temendo che il fanciullo s’impaurisse di nuovo. – Va bene, non è nulla!

Allora incoraggiato dall’approvazione materna, Farfui riprese la fiala d’Houbigant e ne versò largamente indosso alla cameriera, la quale non sapeva più se ridere o piangere.

– Senti che buon odore! La mamma ha detto che va bene! Ti piace questo odore? Faccio come quado “piovava”. Tu credevi che “piovasse”? E invece è buon odore!

XXV.

Il dì seguente, per un’inquietudine strana, della quale non sapeva rendersi ragione, Edoardo Falconaro sentì il bisogno da correr da Morella, di pieno giorno, a un’ora insolita; e vide che nell’anticamera era pronto un baule con le cifre della signora.

Morella stava nel suo salottino leggendo, presso un divano su cui Aquileio dormiva, il capo appoggiato a un guancialetto di seta azzurra.

– Ebbene? – chiese Edoardo, girando l’occhio intorno stupito. – Che è avvenuto?

– Me ne vado! – rispose Morella. – Ho preparato tutto, come vedete; ma volevo prima il vostro consiglio…. Che è avvenuto? Ecco.

E la donna raccontò la scenata del dì innanzi, in seguito alla quale Farfui non aveva potuto chiuder occhio, ripreso dal terrore. Solo allora s’era addormentato, esausto per la fatica.

– Ricomincia! – esclamò Edoardo, in preda a un abbattimento insolito. – Che fare?… Che fare contro quel bruto?

Guardò a lungo il bambino, il quale dormiva d’un sonno agitato, quasi avesse avuto innanzi agli occhi una visione, alla quale tentava indarno di sfuggire.

– Me lo uccide! – disse Morella. – Lo ha giurato, e me lo uccide!

Edoardo non rispose; sedette in una poltrona a fianco di Morella, e prese di sulla tavola un volumetto dalla copertina gialla che la donna vi aveva posato.

– È ubbriaco anche oggi? – domandò.

– No. Oggi non ha bevuto, pare; non ricorda più nulla. È in casa….

– È in casa, – ripetè Edoardo.

E rimaneva, col volumetto tra le mani, assorto in una meditazione, fissando ora Morella, ora il bambino. Il suo animo era diventato gelido, di colpo, quasi che una volontà inesorabile o tremenda l’avesse pervaso e fatto rigido.

– Leggevate? – seguitò distratto. – Che è?

– Poesia, – rispose Morella, comprendendo che il pensiero di lui vagava lontano.

– Bisogna fare uno scandalo, – disse Edoardo risolutamente, come enunziando la conclusione a cui era venuto d’un tratto. – Io solo non basto più a difendervi. Ricoveratevi da vostro padre con Farfui; non c’è altro, per ora. Poi bisognerà ricorrere a un avvocato…. Vi avevo detto che in questi giorni avevo combinato con lui un buon affare; sono stato un ingenuo a pensarlo…. Gli recavo tutto il mio patrimonio in soccorso e volevo ottenere in cambio il rispetto per voi e pel bambino…. Me lo aveva promesso…. Egli si trova in condizioni rovinose; il suo bilancio presenta già una perdita di più che novecentomila lire, gettate in speculazioni puerili, per amore di vanità…. Non ne sapevate nulla?

– Nulla, – ripetè la donna attonita.

Farfui si mosse un poco, balbettando parole incomprensibili a fior di labbra. I due tacquero, finchè egli non riprese l’immobilità del sonno quieto.

– Se si pensa a questo cumulo di follie, – continuò Edoardo, – v’ha quanto basta per chiedere una separazione legale. Il solo dissesto e l’alcoolismo incorreggibile presentano già ragioni sufficienti a dividervi…. Non occorrerà parlare dei maltrattamenti subiti da voi e da Farfui….

– Oh no, Edoardo! – esclamò Morella. – Io starò da mio padre col mio bambino, e non farò nulla contro Lorenzo…. Voglio evitare pubblicità….

– Non otterrete niente, – insistette Edoardo crollando il capo. – Una causa di separazione vi darà maniera di mostrare che i torti son tutti di lui, e obbrobriosi; una fuga come quella che voi volete compiere senz’altro seguito, farà pensare che i torti siano vostri.

– E che m’importa? – esclamò la donna. – Il giorno in cui Aquileio sia felice sarò felice io pure.

Tacquero di nuovo; di nuovo il bambino si muoveva, storcendo convulsa la bocca, e il capo biondo scivolava dal guancialetto. Morella lo compose dolcemente, gli ravviò i capelli e stette a scrutarlo con lo sguardo intento e avido.

– Vedete come è tribolato? – disse sottovoce disperatamente. – Me lo uccide!…

Farfui era in preda a un sogno angosciaste e andava balbettando parole, quelle parole smozzicate e informi che nell’incubo di un dormiente sembrano eco d’un mondo misterioso…. Pareva volesse ritrarsi e non potesse fuggire e avere le gambe incatenate….

Poi d’un tratto, mentre Edoardo e Morella ne seguivano ansiosi ogni gesto, sbarrò gli occhi, si rizzò a sedere. Riconobbe subito Edoardo, e ancora terrorizzato dall’oppressione imaginaria gli gettò le braccia al collo con un grido disperato:

– Salvami, Drado! Salvami, Drado!…

Morella era balzata dalla seggiola rabbrividendo ma già il bambino era serrato sul petto d’Edoardo che lo baciava e lo accarezzava con mano tremante.

– Caro, caro, – egli disse. – Non aver paura, amore! Son qua io…. Vedi la mamma?…

La mamma gli si avvicinò sorridendo benchè le lagrime le bruciassero gli occhi….

– Suvvia, Farfui, che è?… Un brutto sogno?… È finito, non è vero?… Guarda che bel sole….

Farfui seguì l’indice della madre, e fissò la striscia di sole pallido ch’entrava da una finestra a dorare la parete; ricompose con un largo sospiro le imagini della realtà, e cominciò a sorridere…. Era un bel risveglio, un bel sole davvero quello che illuminava la mamma e Drado.

– Partite, partite al più presto, – incalzò Edoardo. – Viaggiate un poco, distraete Farfui; i suoi poveri nervi sono troppo malati….

Morella fece un gesto brusco.

– Zitto! – esclamò.

S’udiva fuori il passo incerto e tardo di Lorenzo, e il soffio asmatico di lui, come se compiesse qualche gran marcia in salita. Il passo andò approssimandosi, esitando, si fermò presso l’uscio. Questo fu spalancato d’un colpo, e Lorenzo apparve sulla soglia.

– Oh! – egli biascicò tra i denti, alla vista del Falconaro che teneva Farfui sui ginocchi, mentre la donna, in piedi gli stava al fianco. – La famiglia!…

Inoltrò con quel suo passo malcerto, e andò vicino a Edoardo.

– Buon giorno! – fece sorridendo. – Mi dài notizie del bilancio? A che punto siamo?

– Alla fine! – rispose Edoardo, sentendo che Farfui tremava. – Alla fine!

– Be’, ne ho piacere!… Io ho fatto una dormita stupenda…. Non ho voglia di lavorare, oggi.

Nessuno rispose.

– Vorrei andare a passeggio…. Dove si potrebbe andare a passeggio?… Mi accompagni tu?… Che cosa significa il baule che ho visto?… No; aspetta. Metti giù il bambino, e vieni in sala a far due colpi….

Morella subitamente, irragionevolmente, sentì un brivido tra le spalle, e cercò gli occhi d’Edoardo, con gli occhi supplichevoli.

– Grazie, – questi rispose. – Non c’è il maestro; non tiro senza il maestro, perchè tu sei troppo avventato.

Lorenzo fece una smorfia di sprezzo.

– Su, su, pauroso! Sarò calmo, non temere, andiamo!

– Non ne ho voglia, caro Enzo, Permettimi di rifiutare.

Ma Lorenzo aveva indosso un bisogno sordo di offendere, d’insultare, di provocare, che non voleva lasciare insoddisfatto. Rise a bocca, chiusa, sbirciando l’altro di traverso.

– Uh! che vigliacco! – disse fingendo di scherzare. – Che vigliaccone!… È tremarella, la tua, non è mancanza, di voglia…. Hai paura, col guantone e con la maschera, come tu fossi scoperto. Il maestro!… Bella scusa!…

Un’espressione d’angoscia si stese sul volto di Morella, che comprendeva la sfida grossolana alla quale Edoardo non avrebbe saputo resistere, poichè la donna era presente.

– Mi hai chiesto, – ella interruppe, – come quel baule si trovi in anticamera?

– Non ho chiesto niente, – ribattè Lorenzo. – Parlavo con quel mio socio di domani, il tiratore prudente…. Ogni giorno se ne inventa una per nascondere la sua vigliaccheria….

– Enzo, – proferì Edoardo con le labbra sbiancate, mentre le pupille gli ardevano. – Anche per ischerzo non si devono dire certe frasi triviali….

Quasi non avesse udito, Lorenzo girava per la camera, guardando con attenzione sui mobili intorno.

– Che cosa cerchi? – domandò Morella.

– Cercavo…. volevo bere. Ma tu non possiedi un servizio da liquori in tutto il tuo appartamento…. Berrò dopo….

E voltosi a Edoardo riprese, sogghignando ancora:

– Tremarella, dico io!… Pauraccia! Ci vuole il maestro, l’angelo custode, o gli casca l’asino…. Sono troppo avventato! guarda che premura!… Vigliacco!…

Edoardo mise a terra Farfui, e s’alzò in piedi di slancio.

– Vieni! – disse.

La donna protese istintivamente le mani a supplicare, ma le lasciò ricadere, affranta. Non aveva più forza; la notte insonne, l’ansia pel suo bambino, le aveva messo nell’animo una malinconia disperata e sfibrante, che le aveva tolto ogni potere.

Vide in silenzio: Edoardo uscì; Lorenzo lo seguì, sempre beffando; udì chiudersi l’uscio alle loro spalle.

Perchè tremava, con una mano sulla fronte pallida? Quella partita di scherma, pure abituale, le incuteva senza ragione uno spavento freddo e si augurava che finisse presto…. Ebbe la tentazione di scendere a sua volta per assisterli, ma non trovò tanta energia da varcar la soglia; e preso Farfui sulle ginocchia cominciò a cantargli una cantilena dolce ed uguale perchè sì riaddormisse. Quasi rannicchiata, stava sul divano, percossa da un presentimento atroce.

I due uomini erano scesi nella sala, e s’arano armati.

– Socio prudente, – disse Lorenzo impugnando la leggera sciabola luccicante. – Vedrai che ho la testa a segno!

E subito Edoardo avvertì che, come un tempo, Lorenzo gli tirava, alla gola.

– Più basso! – ammonì, parando la prima e la seconda botta.

– Figura, esterna! – rispose Lorenzo.

– Allora più alto! Non è figura esterna.

Lorenzo attaccava senza parare e senz’accusare, con quella velocità fulminea, che in un uomo tozzo qual’era, e di solito pencolante, aveva del meraviglioso; e la lama fischiava intorno al capo e al collo d’Edoardo.

Questi comprese: il nemico studiava l'”accidente” per piantargli il ferro nella carotide con la cieca irruenza dell’odio covato e rattenuta a lungo.

– Tira più basso o più alto! – ripetè Edoardo.

– Para di quinta. Colpo alla testa! – rispose Lorenzo.

– Non è colpo alla testa, è colpo alla gola! – esclamò Edoardo. – Io smetto.

Allora, temendo di vederlo smettere davvero e subito, Lorenzo gli serrò addosso un attacco selvaggio, reiterando i colpi agguatatori. La partita di scherma si mutava in un orribile duello con guantone e maschera, e con le armi dalla punta smussata.

Edoardo si sentì coperto da un sudor freddo e pensò a Farfui. Fece un ragionamento breve; era caduto in un’insidia, e l’altro, preso da un eccesso di furore sotto la maschera, non avrebbe desistito neppure s’egli avesse voluto troncar la partita e gettar l’arme.

Sentiva l’ansito del petto, il sibilo del respiro, il fremito possente di quell’odio che gli cercava l’arteria per squarciarla. Lorenzo gli stava sopra, e gli occhi gli sfavillavano ferinamente.

Bisognava liberarsene.

– Attento, Enzo! – gridò Edoardo, che quel folgorar di colpi aveva ricacciato contro il fondo della sala e addossato al muro.

Steso il braccio quant’era lungo, col pugno dal basso in alto, a tutta forza colse Lorenzo in pieno volto, e spezzate le maglie della maschera, gli affondò il ferro sotto l’occhio destro.

S’udì un urlo, insieme al colpo secco della lama che si schiantava.

Poi silenzio; e a terra una massa plumbea insanguinata.

Più bianco che pallido, Edoardo Falconaro varcò la soglia, mentre Morella, stringendo Farfui al petto, si drizzava atterrita.

Egli abbracciò l’uno e l’altra in un solo disperato abbraccio.

E disse con voce sorda:

– Vien giù. Lorenzo è morto!

XXVI.

La disgrazia era manifesta.

Esaminata la maschera, quella che Lorenzo prediligeva e aveva soprannominata il “campanone”, si vide che alcune maglie erano contorte da tempo, e che le barrette di traverso s’eran qua e là staccate, formando spazii irregolari, onde la lama, trovato un passaggio facile, era stata presa e addentrata per la rapidità e l’impeto d’attacco di Lorenzo.

Se anche il primo colpo ed unico, non fosse riuscito mortale, la lama d’Edoardo sarebbe dovuta in ogni modo saltare per la stessa veemenza con cui l’altro vi aveva dato di cozzo; la temerità di Lorenzo riusciva evidente.

Così giudicarono gli esperti.

Il maestro Pino Monti potè aggiungere non poche esatte informazioni intorno alla maniera pericolosa con la quale Lorenzo Moro stava sulla pedana, talchè se qualche cosa s’avesse voluto notare intorno al fatto funesto, era da notarsi che soltanto la calma e la prudenza d’Edoardo Falconaro avevan potuto ritardare una catastrofe. Di qualunque altro avversario Lorenzo avrebbe assai prima toccato la lama nel corpo, grazie alla rabbia con cui si slanciava e alla noncuranza intera e ostinata d’ogni buona regola cortese.

L’imprudenza e il disprezzo dell’urbanità, tradizionale fra i tiratori, avevan dunque trovato una ben tragica punizione.

E circa al pensiero che il colpo, invero formidabile, fosse stato volontariamente assestato da Edoardo, se i tecnici non avessero già avuto a dimostrare che la maschera era smagliata, non si sarebbe trovato un solo capace di fermarsi a quella orrenda ipotesi, ricordando che i due combattenti erano alla vigilia di stringere vie più l’amicizia col fondare una società; alla quale Edoardo avrebbe portato un capitale egregio, da cui certamente avrebbe ritratto utile copioso, grazie alla rinomanza di cui già godeva la Casa Moro.

Onde ben si poteva affermare che dalla morte dell’amico egli non aveva avuto che perdita e lutto; precisamente l’opposto di ciò che occorre per dar forma a un crimine, non essendovi persona ragionevole al mondo – ed Edoardo Falconaro era ragionevole – che uccida pel solo piacere di recar nocumento materiale e morale a sè medesimo.

Così giudicarono gli esperti.

Edoardo Falconaro viaggiò un anno, quando solo e quando accompagnato dal piccolo Aquileio; e da questo delicato particolare si vide ancor meglio quali nobili sentimenti egli nutrisse per il defunto amico, il cui figlio tenerello divenne in breve il più caro ingenuo compagno suo. Era facile indovinare che un giorno avrebbe anche meglio riparato alla sciagura non solo, ma al danno di cui era stato artefice involontario.

Perchè, ordinata e condotta a termine da Paolino Tornaghi la liquidazione della Casa commerciale che aveva nome da Lorenzo Moro, si rilevò che quanto rimaneva non sarebbe stato sufficiente a far vivere con decoro, se non col lusso abituale, la vedova e il figlio. Talchè parve a tutti commendevole atto quello del Falconaro, che spirato appena l’anno, sposava Morella Bardi, apportandole il patrimonio egregio di cui già si parlava a proposito della società.

La casa abitata un giorno dai Moro fu venduta con tutto il mobiglio a Tonino Boccadelli per venticinquemila lire, quantunque ne valesse ormai sessanta, grazie alle comodità e al fasto che la giovane signora vi aveva introdotto; e Tonino Boccadelli la rivendette per settanta a un signore, il quale aveva notato che nei sobborghi le femmine sono, se non più facili, spesse volte più leggiadre che nelle vie principali della città; ed egli tornò a farvi ballare, come diceva il povero Mariano Frigerio, qualche Ninetta e qualche Bruciata con un’orchestra di zanzare.

Venne conservata invece la Villa Mora, rimutandone l’addobbo, e la cisterna dell’orto fu chiusa, sollevandone pur la proda intorno. Dei cavalli uno solo non fu venduto, Febo, il quale passò nelle scuderie d’Edoardo Falconaro, col nome risonante di “Uhland” che Battista, cocchiere in soprannumero, fece diventare “Ulano” per comodità di desinenza.

Il piccolo Farfui, cresciuto bello e forte, chiassoso e ardito, è pur sempre l’amico de suoi primi amici, di quel Paolino Tornaghi, il quale, diventato segretario d’Edoardo Falconaro, può trattenersi ora liberamente col fanciullo, senza tema d’essere sorpreso a raccontar fiabe e a disporre in quadrato i soldatini di piombo. Ed è l’amico, il piccolo Farfui, dell’umile Poldo, “il rivelatore”, al quale ha regalato da poco l’elmo e il cavallo a dondolo; e di quel Fausto Frigerio, che pel suo carattere birichino, giullaresco, buontempone, accenna a diventar leggermente un rompicollo, ma dimostra tanta gratitudine e tanto rispetto per Morella Falconaro, che in questo sentimento troverà forse il freno alle sue troppo allegre tendenze.

Edoardo Falconaro e Morella non osano dirselo, ma sono felici.

Edoardo si stupisce qualche volta che tanto bene sia potuto originare dalla semplice scomparsa d’un uomo; e nelle ore in cui osa discendere fino al fondo di sè stesso per fermare trafiggere l’ultimo anello di quel serpe avvelenato che è il cuore, si dice che se il barbarico duello fosse avvenuto qualche tempo prima, si sarebbero risparmiate molte noie a Morella, e a Farfui. Egli può considerar con occhio tranquillo e polso fermo quel terribile gesto del braccio teso a tutta forza contro la faccia del nemico, perchè in quell’ora e in quel luogo ha rischiata e difesa la sua vita.

Ciò che Morella ignora. Ella non ha dubitato mai di quanto ebbero a stabilire gli esperti, e siccome crede in Dio, non ha bisogno di cercar tra gli uomini l’autore della sua liberazione.

Anzi, tanto è sicura della disgrazia accertata, che un giorno, rimproverando dolcemente con la voce morbida e voluttuosa Edoardo Falconaro, il quale ha per prima legge il desiderio di Farfui, non s’è peritata a dirgli sorridendo:

– Non concedergli tutto. Tu gli vuoi troppo bene. Saresti capace d’uccidere per difenderlo!…

Edoardo ha avuto un tremito subito dissimulato.

E prendendo fra l’indice e il pollice il mento della donna e sollevandone un poco la testa per baciarla, in bocca, ha risposto, rievocando tutto un passato:

– “Lei non sa!…”

FINE.

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