Luciano Zuccoli – Giorgina e i suoi uomini

I

Avevano finito di pranzare, con una serata calma e afosa, sulla spiaggia di Lido.

Intorno ai due amici, sedute ad altri tavolini, eran donne in gran parte, vestite elegantemente con abiti leggeri i quali lasciavan trasparire le rosee carni delle braccia e della gola.

Venivano a quando a quando da quei gruppi femminili ondate di profumi e a quando a quando un fruscio di sottane. Allorchè furono accesi i globi della luce elettrica, una tinta violacea si distese sui volti, sui capelli, sulle vesti; ma le cene volgevano al termine e i raggi illuminavano le coppe e le bottiglie; l’allegria si diffondeva tra quella sinistra luce.

Il mare era tranquillo; un minuscolo lume rosso si moveva sulla linea dell’orizzonte, assai lentamente.

– È una nave, – disse Aurelio Sangiorgi, il quale osservava il viaggio silenzioso del piccolo lume. – E va, va, si perde lontano. Vedi?…

Dal mare spirò una brezza soave, che faceva pensare a una fanciulla, la quale accarezzasse la fronte degli spettatori, camminando in punta di piedi.

– Ora è scomparso, – disse Ladislao Bariola.

Aurelio Sangiorgi sospirò. Si sarebbe detto ch’egli fosse tutto preso dallo spettacolo del mare e della sua nave impercettibile, se poco prima non avesse fissato con la stessa intensità le lampade elettriche e poi le coppie che cenavano ai tavolini più prossimi, e infine il lume vagabondo.

In verità il suo sguardo voleva fuggir la vista di Giorgina Sangiorgi, che poco discosto, elegantissima e gaia, cenava con alcuni giovanotti forestieri.

E mentre Aurelio e Ladislao discorrevano distrattamente, la moglie d’Aurelio versava qualche goccia di sciampagna sopra un piattino di fragole inzuccherate, e rideva con terribile naturalezza.

Alla scena, molti fra i gruppi di commensali sparsi qua e là si divertivano crudelmente.

Era notorio che due anni prima, Aurelio s’era diviso da Giorgina per colpa di lei; e che Giorgina pur non dandosi ad alcuno, si prendeva il gusto di recarsi nei luoghi frequentati da Aurelio per farlo testimonio della vita ambigua, che le aveva allontanato le donne caute, e raccolti intorno i gaudenti.

Quella sera, la femmina graziosa, al cospetto del mare ampio, innanzi alla tavola sulla quale troneggiavano ancora i trionfi delle frutta e le coppe umide, attraeva invincibilmente gli sguardi.

Il cappello bianco dalla tesa amplissima gettava sul suo viso un solco livido come una cicatrice; ma quando Giorgina alzava il capo e si buttava un poco indietro per ridere, il volto era battuto dalla luce piena e apparivano i denti piccoli e aguzzi. Non era bella; era giovane e procace; le poppe costrette nel busto francese s’indovinavano sotto la batista del corpetto traforato.

Aurelio pareva inchiodato sulla seggiola; gli amici avevan pagato e fumavano la decima sigaretta; avevan fatto portare il caffè, e poi i liquori e poi un altro caffè diacciato. Ma Aurelio non accennava ad andarsene; lo strazio che i maldicenti facevano in quell’ora del suo nome, e ch’egli indovinava, quasi l’aria gliene portasse l’eco, doveva inebbriarlo d’una ebbrezza malsana.

– Io partirei pure, – egli disse a un tratto, – e me ne andrei lontano, con tanta gioia!…

– Basterebbe, per il momento, andarcene lontano di qui, – osservò Ladislao.

Aurelio si decise.

I due amici si alzarono e si avviarono, girando fra i tavolini.

Giorgina chiacchierava, i suoi compagni ridevano e interloquivano a voce alta. Quando Aurelio passò, immediatamente tutti tacquero, quasi colti da una stupida prudenza.

Aurelio rasentò la tavola, la sigaretta tra le labbra, con una finzione perfetta d’indifferenza, sotto gli sguardi ironici dei mille curiosi. Trovò un gatto bianco accosciato pigramente sopra una seggiola di ferro, poco lungi dalla tavola di Giorgina, e si fermò ad accarezzarne il bel mantello:

– Tutù, fannullone incorreggibile!…

Tutù si drizzò, inarcando la schiena e strofinandosi ai calzoni chiari d’Aurelio, che sorrise e uscì.

Ma non appena furono nel viale, egli afferrò Ladislao per un braccio.

La luce elettrica sul viale si diffondeva con minor violenza che sulla terrazza dei bagni, e lasciava qua e là il dominio alla bella ombra dei platani e delle acacie.

Qualche brigata di maschi e di femmine si dirigeva alla spiaggia, in attesa della luna, che già all’orizzonte s’affacciava rossa e tonda fra le nuvole.

– Hai visto? – disse Aurelio con voce rauca. – Hai visto? Con un branco di libertini si mostra in pubblico! E vestita che pare seminuda! E beve sciampagna, e fuma sigarette e ride chiassosamente e fa smorfie e strizza l’occhio a quei quattro farabutti che l’accompagnano! E profumata fin nei capelli!…

L’altro non rispose, e i due amici procedettero qualche tratto senza parlare.

Ladislao guardava l’ombra del suo compagno, che si disegnava a terra in obliquo, larga e tozza accanto alla sua, lunga e sottile; e scoperse così che Aurelio doveva aver le gambe un poco storte.

Questo rilievo inaspettato lo fece ridere.

– Rido di me, sai? – disse immediatamente. – Io credeva che tu guardassi il mare e la nave e il cielo, e tu guardavi invece tua moglie! E come; ne hai visto perfino le smorfie!

– Non era possibile resistere! – confessò Aurelio. – Non era possibile ch’io non mi domandassi quale di quei quattro imbecilli dormirà stasera con Giorgina.

– E che t’importa? – osservò Ladislao rudemente. – Essa non ti appartiene più. Tu l’hai cacciata di casa perchè aveva un amante, ed ella si tiene l’amante. Non puoi chiedere che ti sia fedele oggi, libera e abbandonata, se non ti è stata fedele ieri, amata e protetta.

Aurelio Sangiorgi borbottò qualche frase che Ladislao non riuscì a capire; quella logica brutale non gli garbava.

Ladislao ascoltò lo scricchiolìo della ghiaia sotto i loro piedi, e si mise a ridere di nuovo.

– Che hai? – disse Aurelio infastidito.

– Pensavo che tu ti lagni delle minuzie più trascurabili, e perchè beve sciampagna e perchè fuma sigarette e perchè ride. E non dici nulla delle noie che ti dà questa donna, ostentando lo spettacolo della sua perdizione e facendo sogghignare tutta Venezia a tue spese!

– La sua perdizione, la sua perdizione! – mormorò Aurelio. – Che ne sappiamo noi?

L’altro si fermò di botto.

– Ma lo dicevi tu stesso, un momento fa! – esclamò sbalordito.

– Io diceva che commette delle leggerezze! – dichiarò seccamente Aurelio. – Quanto ai ghigni di Venezia, questo è proprio l’ultimo dei miei pensieri, anzi non ci ho pensato mai. Della opinione pubblica io non mi curo; dirò meglio, l’opinione pubblica per me non esiste. L’opinione pubblica è rappresentata da un pugno di malfattori fortunati o di sciocchi paurosi.

Egli parlava, fermo presso il tronco d’un platano, i cui rami lo avvolgevan d’ombra; e Ladislao lo ascoltava stupito per tanta sincerità.

Aurelio Sangiorgi doveva infatti la sua fortuna a una singolarità morale, alla incredibile noncuranza della stima altrui, al disprezzo largo e sicuro della pubblica opinione.

Egli aveva voluto essere ricco, e s’era arricchito tenendo d’occhio il Codice, a schivar le trappole del quale non solo gli giovava la furberia innata, ma lavorava una schiera d’avvocati che studiavan per lui e ch’egli pagava bene.

Ardito e tenace, pronto e inflessibile, prodigiosamente attivo, faceva paura; il suo nome figurava in parecchi aneddoti di rapacità sfrenata ch’egli non curava di smentire, che anzi lo divertivano e gli erano utili perchè gli creavano una leggenda per la quale in breve non avrebbe trovato chi osasse stargli di fronte.

Aveva accumulato un patrimonio in dieci anni, e travolto ormai dalla passione del danaro e dal bisogno d’attività, seguitava la sua vita febbrile d’affarista. Egli poteva dar principio a una dinastia di plutocrati; se in altri tempi si diceva che avrebbe potuto finire in carcere, ormai per la sua esperienza e più ancora per la somma di segreti e d’interessi che stringeva in pugno, quel pericolo era svanito.

– Dove andiamo? – chiese Ladislao, mentre Aurelio ripiombato nel silenzio s’incamminava nuovamente al suo fianco. – Vuoi che andiamo a teatro?

Eran giunti alla fine del gran viale, e per recarsi a teatro dovettero tornare indietro. Nessuno aggiunse più parola; Ladislao squadrò due o tre volte il suo compagno, tozzo, biondo, rubizzo, che dava imagine d’un campagnuolo credenzone piuttosto che d’un affarista pericoloso.

– Che c’è a teatro? – domandò Aurelio, come scuotendosi.

C’eran quattro o cinque canzonettiste, le quali, in gonnelle corte dai colori chiassosi, dimenavan le braccia biaccate e le gambe serrate nelle maglie; il pubblico si divertiva alla vista delle ragazze e ne guardava avidamente le ascelle e i ginocchi.

Ladislao disse questo ad Aurelio, che non trovò nulla da osservare; ma quando furono innanzi al teatro, pregò l’amico:

– Fammi un favore; entra pel primo, e vedi se ci fosse Giorgina. Io ti aspetto qui.

La precauzione era troppo naturale perchè Ladislao si rifiutasse al lieve servigio; un altro incontro con la moglie impudica, sotto gli occhi del pubblico numeroso e pettegolo, avrebbe dato ad Aurelio una nuova tortura.

Ladislao entrò in platea, guardò attentamente le signore che avevan posto nelle poltrone, e uscì subito ad avvertire Aurelio.

– Non c’è Giorgina!

– Ah! – mormorò l’altro. – Sei ben sicuro?

– Sicurissimo; puoi star tranquillo.

Egli credeva di vedere Aurelio avviarsi al teatro; ma questi invece gli voltò le spalle.

– Allora, – disse, – è inutile!

E tornò sul viale, incamminandosi di nuovo verso la terrazza dei bagni.

II.

Giorgina stava sdraiata sul letto, interamente nuda.

Ladislao, dritto in piedi, le era a fianco e ne ammirava il bel corpo bruno, aspettando ch’ella si alzasse e si riabbigliasse per chiudere l’appartamento e andarsene.

Ma la donna, vinta dal torpore sciroccale che pesava quel giorno più del consueto, pareva meglio disposta ad assopirsi che a togliersi di là; e spiava il giovane di sotto le palpebre socchiuse, mentre lievemente sorrideva.

– Per questo, Ladis, sei tornato? – ella mormorò, stringendo fra le dita gli ùveri dei seni rigogliosi. – Era difficile imaginarlo, e se avessi saputo prima, ti avrei detto di no.

– Avresti fatto malissimo, – rispose Ladis vivamente. – Non bisogna mai perdere un’occasione, e del resto spero che tu non sia pentita del tuo sì.

Un fremito allegro le fece sobbalzare il petto e i fianchi, ed ella diede in una risata.

– Dunque è vero? – riprese. – Perchè Aurelio mi desidera, tu mi hai voluta ancora? È la logica degli uomini….

– Ma no, cara, – interruppe Ladislao. – La vigliaccheria di tuo marito è così grande, ch’io sarei uno sciocco a rinunziare, per uno scrupolo d’amicizia, al piacere che tu puoi darmi.

– Mio marito è in ogni cosa un briccone, – dichiarò pacatamente Giorgina, levando alte le braccia per farsene corona intorno al capo. – Mi maraviglio che tu te ne maravigli!

– Sapevo che è un affarista, – rispose il giovane, – e ciò non mi riguarda; ma credevo avesse almeno quella dignità, la dignità del maschio, che c’ispirano l’amore e la gelosia per una donna. Non ti ha amata quand’eri sua; adesso che sei di altri, ti rivuole; adesso si accorge che sei desiderabile….

Di nuovo Giorgina vibrò da capo a piedi, ridendo a gola spiegata.

– Egli non aveva capito nulla, – seguitò Ladislao. – Ha aspettato che ti pigliassero gli altri, e allora si è acceso per te. Insomma, egli vede

il mondo intero sotto forma d’una società per azioni, e ormai non avrebbe alcun ribrezzo a godere in società anche il tuo amore….

Giorgina balzò agilmente dal letto.

– Che imbecille! – disse, stirandosi e protendendo il seno. – E perchè allora ha cominciato col fare uno scandalo e col mettermi alla porta?

Così eretta, i capelli sciolti, ombreggiato il volto dalla luce discreta della camera, ella rammentava un famoso disegno a penna d’Alberto Martini, un disegno lascivo e audace, nel quale è raffigurata la bella veneziana, che accoglie, col volto coperto dalla maschera e tutta nuda, l’amante dell’ultimo quarto d’ora.

Piena di voluttà e d’insidie. Giorgina Sangiorgi somigliava, per carnalità inquietante, alla femmina sbocciata dalla ricca fantasia dell’artista.

– Due anni or sono, – ella seguitò, – quando s’avvide che io mi lasciava corteggiare da quel tenente di vascello….

E cominciò a riabbigliarsi innanzi a un vetusto specchio, il quale ne rifletteva l’imagine incorniciata nella sagoma del legno dorato, che i tarli avevan trafitto.

– Due anni or sono mise sossopra tutta Venezia per quella sciocchezza; io l’aveva consigliato a darsi pace; ma egli parlava d’onore, di buon nome, d’altre cose stupide…. Saresti molto gentile, Ladis, se tu mi allacciassi le stringhe…. E dovetti andarmene…. Già, egli è di quegli uomini che la maledizione dell’antipatia generale perseguita, e così non c’è stato un cane che gli abbia dato ragione. Poteva risparmiar la fatica di ricordarsi dell’onore!… Le giarrettiere, te ne prego!…

Parlava e si vestiva con rapidità, gettando appena un’occhiata allo specchio. Ladis credeva d’essere nel camerino d’un’attrice che si acconciasse prestamente per non fare attendere il suo pubblico.

L’eleganza semplice e fresca dell’abbigliamento estivo si sovrappose in un attimo alla bellezza temeraria del giovane corpo. E d’un tratto la donna si rivolse a Ladislao che le stava alle spalle, gli piantò in faccia gli occhi dalla fiamma inquieta, e gli chiese:

– Tu, che cosa mi consigli?

– Io? – esclamò Ladis. – Niente!

– E perchè? – fece Giorgina in tono di dolce rimprovero. – Temi che un giorno ti rinfacci il tuo parere?

L’amante si morse le labbra; voleva dirle che non la consigliava, perchè all’infuori dell’aspra concupiscenza non gli ispirava nè un sentimento nè un pensiero; ma rispose invece sorridendo:

– Via, una donna come te deve avere già il suo piano; e il mio consiglio non arriverebbe a mutarlo.

– È vero, – mormorò Giorgina. – L’assegno che Aurelio mi ha fissato non basta.

Era pronta; abbassato il veletto sul viso, impugnato l’ombrellino nella destra guantata, spenta la torbida fiamma dello sguardo, ella era ormai una dama severa e innocente.

– Sei ben certo, – disse a mo’ di conclusione, offrendo per l’addio la bocca al giovane, – sei ben certo di non ingannarti? Davvero Aurelio mi ricerca? Perchè è necessario ch’io ceda e mi riunisca a lui.

– L’altra sera, al Lido, era sulle spine, a quanto ho potuto capirne, – rispose Ladis, baciando la bocca. – Non per l’onore, ah no! Se ne infischia, lui! Ma per l’amore. Avrebbe voluto strapparti a quei giovanotti che ti accompagnavano.

La donna ebbe un guizzo di piacere.

– Come ho fatto bene a non andarmene da Venezia! – disse allegramente.

– Oh benissimo! – confermò Ladis.

Risero insieme; poi Giorgina s’abbuiò in volto, e osservò:

– Vorrebbe riprendermi, Aurelio, ma non richiamarmi. Hai capito? Non osa fare il primo passo, temendo che io gli costi troppo. E io pure, non so come agire….

– E allora, starete a guardarvi?

– No; avrei bisogno d’un amico, – mormorò la donna esitando. – Un amico, il quale spianasse la via a me e a lui….

Ladis non rispose.

III.

Ladislao Bariola, chiamato Ladis dagli amici e dalle amanti, era un giovane tranquillo; a ventisei anni, per non si sapeva quali vicende e per un misterioso sistema di ragionare, s’era persuaso d’una verità semplicissima: «nella vita non avviene mai niente».

Egli aveva scelto questo motto; un altro avrebbe confessato di non credere a nulla, nè al male nè al bene, nè al brutto nè al bello, e sarebbe parso un cinico. Egli aveva scelto invece per motto: «nella vita non avviene mai niente», e così era cinico e non pareva. Faceva il bene e faceva il male senza molte distinzioni, perchè l’uno e l’altro non avevan conseguenze; non s’entusiasmava per le belle cose e non s’indignava per le brutte. Egli guardava, e agiva poi secondo la convenienza sua propria.

Con quella lucidità che gli aveva conquistata l’amicizia di Aurelio Sangiorgi, non appena Ladis udì che Giorgina contava su di lui per riunirsi al marito, vide ciò che sarebbe avvenuto; e volgendosi alla donna pronta ad andarsene, egli la rattenne con un gesto, e dopo un istante si decise a parlare.

– Scusami, – disse.

Era seduto, una gamba accavallata sull’altra, la sigaretta in bocca; i capelli ben ravviati; elegante e, come al solito, calmo. Giorgina aspettava, in piedi.

– Vuoi ch’io faccia da mediatore tra te e Aurelio? – egli riprese. – È possibile e non è possibile. Ciò dipende da te.

– Come? – esclamò Giorgina ridendo. – Io non c’entro per nulla; io devo solo pregarti….

– No. Ora, ad esempio, io non voglio che tu ti riunisca a tuo marito, perchè mi piaci troppo.

– Ma è difficile comprendere, è davvero molto difficile comprendere ciò che tu vuoi! – mormorò l’amante fissandolo.

– Se m’interrompi, io non mi spiego e tu non mi capisci, – osservò Ladis, alzando leggermente le spalle. – Ti dico: tu mi piaci troppo, ora; riunendoti a tuo marito, resterai a Venezia, io continuerò a volerti, sarò innamorato e geloso, e sciuperò tutto il mio tempo per te, senza lavorare, mentre io devo lavorare molto…. In questo stato d’animo, io mi auguro che tuo marito non ti voglia più, che il tuo assegno non ti basti, e che per orgoglio o per amore del nuovo tu ti decida a lasciar Venezia; così io sarò libero….

Giorgina fece un gesto di stupore, Ladis non le badò affatto, e seguitò:

– Ma nella vita non avviene mai niente. Questo piacere che tu mi dai e che io cerco con avidità, deve finire a poco a poco; tu devi essermi indifferente; e allora, in compenso e perchè io sono giusto, agirò come tu vorrai, farò che tu ti riunisca ad Aurelio. Che cosa importerà a me, allora, che tu viva a Venezia o a Calcutta? Io non ti cercherò, apprenderò con indifferenza ragionevole che tu sei felice, e vivrò benissimo, lavorando, senza passione….

Stette un poco in silenzio, poi si alzò e disse con rapida sintesi:

– Dunque, bisogna saziarmi!

La donna, che mentr’egli parlava secco ed esatto, era andata guardandolo e ascoltandolo quasi con raccoglimento, gli si avvicinò e gli stese la mano:

– Sei molto forte! – esclamò.

– Suvvia, – disse Ladis ridendo, – non merito la tua ammirazione. Ti ho spiegato ciò che penso. La verità per voi donne è sempre una cosa nuova.

– Sì, – mormorò Giorgina, dominata. – Tutto questo è nuovo, e mi pare così strano, così strano…!

Ella s’interruppe, fissò il giovane, che era impassibile; e quasi per scuotersi e per riprendersi, disse:

– Ma quando tutto questo avrà avuto fine, potrai convincere Aurelio?

Il giovane sorrise.

– Tu sai che mi ascolta, – rispose, – benchè non mi comprenda interamente e benchè abbia quasi vent’anni più di me. Poi è innamorato, oggi peggio di ieri, e domani sarà peggio di oggi…. Infine, Aurelio ha la debolezza degli uomini che disprezzano gli uomini; non li sa giudicare e li adopera come strumenti; non pensa ch’egli può essere strumento a sua volta di chi sia più abile di lui.

– È giusto, – disse Giorgina,

– E allora, siamo d’accordo? – riprese Ladis gentilmente. – Ti darai tutta a me?

– Tutta.

– Senza tradimenti?

– Non ti tradirò mai.

– E quando vorrò, sarai mia?

– Sempre; domani e doman l’altro, e poi ancora e ancora e ancora, fin che tu non ti stanchi!

– Va bene, – disse Ladis brevemente. – Addio.

– Addio! A domani!

IV.

Era un giuoco per lei. Ella tutta sensuale, nella linea del corpo e nella qualità dell’intelligenza, vi si abbandonò con gioia impetuosa.

Non ebbe mai esitazioni o smarrimenti, non trovò mai l’ora per chiedersi quale risveglio avrebbe avuto quella follìa. Recava con la mente chiusa e il cuore atono, il bel corpo all’amante assetato perchè se ne abbeverasse; e Ladis dalla febbre carnale risorgeva ogni volta più eccitato e voglioso, ed ella si concedeva intera ogni volta.

Bel giuoco. Il desiderio di Ladis, corrotto da precoci abitudini libertine, moltiplicava fantasie e capricci sul corpo ardente della femmina, che si offriva a tutti i baci; e gli amanti si separavano alla fine d’ogni convegno stanchi e non sazii, dopo aver disperso in veementi spasimi un tesoro d’energia.

Ladis trattava la sua donna con una brutalità imperturbabile, che la domava facendola fremere di rabbia, perchè era in quel delirio sordo una specie di grandezza; e Giorgina se ne sentiva ammirata e offesa a un tempo, deliziandovisi con paura.

Ella, che aveva pensato dall’inizio di poter essere la dominatrice, era stata subito presa e soggiogata da quella rude volontà, infinitamente più decisa della sua.

Ma Ladis pareva egli stesso sdegnato e sorpreso che la sensualità insidiosa della donna non gli avesse detto ancora l’ultimo segreto; e quasi per ira se ne lasciava possedere, e quasi per vendetta la possedeva.

Di sè e di lei, non una parola; non cercava e non faceva confidenze, non ricordava nè il passato nè il domani, come se egli e Giorgina fossero diventati due forme di godimento corporeo, prive di cuore, di pensiero, di sentimento.

Egli l’afferrava, la spogliava, la teneva, perchè desse il piacere, tutte le espressioni di piacere di cui era capace, e qualche volta sembrava che dalla bocca di lei volesse con la bocca carpir la vita.

Bel giuoco. Gli amanti eran chiusi in un cerchio di fiamme; Venezia flagellata dal sole estivo o coperta dallo scirocco umido e bruciante metteva nelle vene dei giovani un ardore insaziabile donde germinava veleno di nuovi desiderii. I freschi abiti tutti bianchi, che davano a Giorgina un’eleganza non priva di candore, il bisogno di far lunghe sieste voluttuosamente torpide, la libertà completa di cui godevano Ladis e la donna, che nessuno vigilava, che nessuno attendeva, eran continui stimolanti alla gioia.

Giorgina non aveva mai sentito il tempo così dolcemente leggero, quasi fluido, nè mai aveva avuta l’anima più obliosa e fidente; le pareva di navigare a occhi chiusi per un gran fiume tranquillo, in un’aria nè calda nè fredda, che addormentava pensiero e coscienza. A poco a poco ella pure aveva dimenticato lo scopo di quel viaggio, l’approdo imminente, la fine, come sempre fosse vissuta e sempre avesse dovuto vivere, nuda sotto una gaia tempesta di baci, in un’estate perenne.

Di tratto in tratto ella avvertiva un rivolgimento nel suo animo, un rapido impulso di gratitudine per Ladis, che le aveva dato così profondo gaudio; forse ella lo amava ormai sfrenatamente; non si chiedeva nulla, non voleva nulla sapere; e la sua anima si riaddormentava placida nella voluttà.

Un giorno, mentre passeggiava per la camera annodandosi la cravatta, Ladis annunziò d’improvviso:

– Ho parlato con Aurelio. È combinato tutto.

Giorgina alzò disperatamente le braccia; si curvò muta sotto il colpo, si sentì come vuotar le vene e chiuse per un attimo gli occhi.

Ladis non poteva vederla bene, perchè essa, interamente vestita, volgeva le spalle alle finestre, la cui luce era smorzata dalle tende.

– Ha detto, – seguitò, – che la sua casa è sempre tua, e puoi andarvi anche subito. Io gli ho fatto capire che tu devi avere qualche imbarazzo finanziario, ma egli sarà lieto di accomodare ogni cosa. È un buon diavolo; ti desidera molto. La sua ricchezza, il suo lavoro, la sua vita senza una donna, mi ha confessato, son troppo tristi… Quanto all’opinione pubblica, come tu sai….

A denti stretti, livida in viso, fredda per tutto il corpo, Giorgina ascoltava. Si vide in un grande specchio, il quale qualche volta aveva riflesso abbracciamenti strani e complicati, ed ebbe orrore, non sapeva di chi o di che cosa; un’acqua amara le veniva alla gola, e dentro sentiva una voce gridarle: «Non parlare; è finita; non parlare!…» E non parlò; guardò Ladis con occhi spaventati e supplici; sì, veramente era finita, egli non avrebbe compreso.

La mano della donna serrò con tal forza l’impugnatura dell’ombrellino, che la spezzò.

– Brava! – disse Ladis ridendo. – Aurelio può cominciare col dono d’un parasole…. E così, quando andrai?…

Giorgina stentò a muovere le labbra bianche; lentamente, con pena, mormorò:

– Domattina….

– Ci vedremo. Aurelio m’ha invitato a colazione; sarò testimonio della vostra pace….

Stupita, la donna sentì di poter ridere; e rise, rauca un poco, non sapendo ciò che si facesse. Il suo sguardo vagava intanto per la camera, per il nido, per il covo, dov’era stata così lietamente belva, così avidamente femmina; e quando le parve d’aver bevuto abbastanza con gli occhi quel tesoro d’imagini familiari ch’era un tesoro di ricordi intimi, si mosse per andare.

– Non te l’avevo detto io, – osservò Ladis, mentre spazzolava la giacca, – non te l’avevo detto che Aurelio ascolta e obbedisce?

– Sì; arrivederci! – mormorò Giorgina.

– Arrivederci, – rispose Ladis, un po’ sorpreso di tanta fretta. – Hai furia?

– Ho molte cose da fare, – disse Giorgina. – Non sapevo che questo fosse l’ultimo….

Si diede un morso feroce alle labbra per non rompere in uno scoppio di lagrime.

– ….l’ultimo appuntamento, e sono impreparata, ho molte cose da ordinare….

– È giusto: arrivederci domattina, a casa tua! – disse Ladis cortesemente.

Ella non gli rispose, evitò di dargli la mano, gli voltò le spalle.

– Bel modo di ringraziare! – mormorò Ladis quando si trovò solo. – Poco incoraggiante per un gentiluomo!

V.

Aurelio si mostrò molto affabile.

La moglie lo aveva preavvisato del suo ritorno con un biglietto, e gli era capitata in casa la mattina, pochi minuti prima di sedere a tavola per la colazione.

Vestiva una sottana rossa di fiamma e una camicetta così trasparente, che le spalle e il petto fino al cominciar dei seni parevan nudi, soffusi appena da una polvere diafana; calzava stivaletti alti di pelle rossa.

Aurelio l’ammirò; gli piacque in modo singolare, dentro la guaina fiammante, il corpo bruno e odoroso, ch’egli ricordava; ma parlò d’affari; apprese con soddisfazione che i debiti di Giorgina non superavano la cifra da lui prevista; e in un medesimo discorso trattò dell’assegno, della bellezza, d’una società per azioni e dell’eleganza di sua moglie, terminando con un sorriso indulgente e una piccola fugace carezza sui capelli di Giorgina.

Questa non dava segno nè di annoiarsi, nè di divertirsi; non la scosse nemmeno lo spettacolo delle sue camere, che ritrovava dopo due anni non tocche in alcun particolare. Mentre essa si toglieva il cappello, Aurelio andò a una finestra e guardò nella via; e tra il brulicar dei passanti, riconobbe un medico, una dama, due avvocati, il negoziante di legna che aveva bottega nella casa, e parecchie serve che tornavan dal mercato di Rialto.

Era l’opinione pubblica che passava, la quale doveva pronunziare il suo giudizio su Aurelio Sangiorgi, che aveva riaperto la casa alla moglie colpevole.

Aurelio fece un sibilo tra i denti, per allegria e per disprezzo, e si mise a ridere.

Giorgina lo guardò attonita, non chiese perchè ridesse, e tornò nella sala da pranzo.

Osservò sulla tavola la cristalleria multicolore e scintillante, e il vasellame antico, prezioso, ch’ella non aveva mai visto.

– Sono compere nuove? – domandò al marito.

– No; li ho avuti dalla famiglia Badoèr, – rispose Aurelio, – in seguito a un affare disgraziato….

– ….per la famiglia Badoèr, – interruppe Giorgina, torcendo la bocca disdegnosa.

Ladislao sopravvenne in quel momento; al vederlo, la donna ebbe un sussulto, e una maschera d’angoscia le si stese sul volto; ma fu cosa rapidissima. Ladis era allegro e chiassoso; i molti fiori porpurei, distribuiti qua e là per la sala e sulla tavola, gli piacquero.

– Fior di passione! – disse ridendo a Giorgina e ad Aurelio. – Color di fiamma come la sottana della sposa.

Giorgina lo guardò negli occhi: non v’era ironia, non v’era cinismo, non v’era nulla.

Ladis aveva dimenticato il loro amore, con una semplicità, con una naturalezza, incredibili; fior di passione doveva essere per lui veramente il matrimonio rinverdito e ripreso di Giorgina e d’Aurelio.

Allora la donna si fece allegra ella pure, follemente, ferocemente allegra, ridendo di tutto; e dentro, a cuor morto, rideva di sè e della propria stupidaggine.

S’era vestita così per piacergli ancora; aveva pensato che la visione delle sue carni brune appena velate dalla camicetta, dovesse risvegliare in lui un brivido dell’antico desiderio selvaggio; e un solo sguardo sarebbe bastato a richiamarla, a farle abbandonare gli agi e la casa.

Egli non aveva veduto nulla. L’abbigliamento procace andava risvegliando invece la concupiscenza di suo marito, che le sarebbe balzato sopra, non appena l’amico si fosse accomiatato.

Il contrasto non poteva essere più comicamente malinconico.

Proprio quella stessa mattina, mentre faceva il bagno, la giovane aveva scoperto sotto la mammella sinistra una chiazza rotonda, l’ultimo bacio, il morso ancora dolente di Ladis, il suggello dell’amore finito.

Ella pensava a questo, guardando i bicchieri postile innanzi; e si fece versare dal servo una coppa di sciampagna, e bevve, e poi un’altra, e una terza, ridendo. Le frullava per la testa il capriccio, il bisogno, di stracciarsi il velo che le copriva il seno, e di mostrare il torso nudo, con quel vivido sigillo della sua passione, perchè Ladis lo riconoscesse, perchè Aurelio ne fosse sgomento.

Che smorfie avrebbero fatto i suoi uomini allo spettacolo imprevisto?

– Sciampagna! – ella ordinò di nuovo al servo.

– Giorgina! – mormorò Aurelio, in tono di velato rimprovero.

– Una baccante! – disse Ladis, ridendo. – Una baccante superba!

Aurelio la guardò con cupidigia; ma le parole di Ladis avevano avuto un effetto strano; il volto della giovane s’era sbiancato e la fronte s’era corrugata per qualche ricordo improvviso, che Ladis aveva sbadatamente evocato.

Giorgina si alzò: disse:

– Voi dovete parlar d’affari, credo. Io sono stanca: vado a riposare un poco.

Si volse a Ladis, il quale s’era alzato egli pure.

– La ringrazio, – soggiunse stendendogli la mano.

– Spero di rivederla, prima ch’io me ne vada, – rispose Ladis.

Giorgina lo guardò con un sorriso enigmatico; Ladis non aggiunse parola e s’inchinò stringendole la mano.

Seguì un istante di silenzio; Ladis riprese il suo posto, e Aurelio non appena la giovane ebbe varcato il limitare, disse contento:

– Che donnina! Bella, bella, bella!…

L’altro gli fissò in faccia gli occhi, nei quali luceva una acuta ironia. Il terribile uomo d’affari, Aurelio Sangiorgi il pirata, non sospettava pur lontanamente che Ladis conoscesse la donnina assai meglio di lui, e le dovesse una pagina della sua gagliarda vita di scapolo.

Giorgina entrò nella camera da letto, chiuse le persiane e le imposte, e nella quieta ombra così creata si strappò di dosso la camicetta, il copribusto, il busto; aperse una valigia che le avevan portato la mattina stessa e ne levò un tagliacarte con l’impugnatura dorata e la lama affilatissima.

Si guardò nello specchio. Il torso vibrante, dalle mammelle rigide, sorgeva come un fiore da quella coppa rovesciata ch’era la sottana fiammea stretta intorno alle anche.

– Dunque, io non ho disponibili che ottanta azioni, e le riserbo per te, – diceva Aurelio in quell’istante a Ladis. – A questo proposito, devo dirti che il valore nominale….

Ladis ascoltava con piacere.

Giorgina si gettò sul letto, impugnò il tagliacarte, affondò due volte duramente la lama nel polso, due volte nella piegatura del braccio sinistro; guardò l’immane fiotto di sangue che si precipitava fuori con violenza, inondando il letto; e rovesciò la testa sul guanciale.

– Ora posso lavorare, lavorare molto! – dichiarava Ladis con un sorriso calmo. – Devo confessartelo: temevo d’innamorarmi come un poeta e di sciupare il mio tempo con le donne; ma ho fatto una cura energica…. E nella vita non avviene mai niente!…

Giorgina rantolava, gli occhi velati, tutto il corpo scosso da fremiti spaventosi. L’amplesso di Ladis non l’aveva mai fatta vibrare così a lungo….