Luciano Zuccoli – Il designato

PRIMA PARTE.

I

Nel salotto non c’ero che io; io, in piedi, nell’atteggiamento nervosissimo dell’aspettazione, guardando dei quadri di cui conoscevo tutto, l’autore, il tema, il valore artistico, la provenienza, la data in un angolo.
Geltrude, la cameriera, entrò dallo studio e mi disse:
– Il signore ha una visita; ma si sbrigherà sùbito, e la prega di pazientare un istante. –
La cameriera attraversò la sala ed uscì dalla porta che metteva al sèguito dell’appartamento: io mi posi a sedere sul divano color foglia morta. Vecchio salotto, dove regnava un ordine insoffribile, quello del signor Pietro Folengo! V’era lo scaffaletto da ninnoli, con dei minerali preziosi e degli uccelli imbalsamati; v’era il piano, a coda; v’era la tavola con dei mostri cinesi, degli albi di famiglia e dei libri regalati dai giornali cui il signor Folengo era abbonato; v’eran quegli oggetti e quei mobili volgari, che disposti in qualunque modo, messi sotto qualunque luce, formano sempre un solo tipo di casa, producono sempre una sola impressione. Tuttavia, dopo i quadri, io passava in rivista accuratamente quelle cose notissime, rilevando la maniera sciatta con cui le si eran collocate, e così ligia alle regole di riscontro ch’io mi volsi per vedere se non vi fossero anche due caminetti, l’uno di faccia all’altro.
Il gusto informatore della disposizione era indubitabilmente del signor Pietro Folengo; e il visitatore meno atto all’osservazione poteva giudicare che il padrone di casa doveva essere inclinato meglio alle cifre che alla meditazione, meglio al commercio che all’arte; se poi, di questo padrone si guardava il ritratto – attaccato alla parete principale e naturalmente di fianco a quello della sua signora e, più naturalmente, al disopra di quel di sua figlia, – il signor Pietro Folengo appariva, senza speranza alcuna, ragioniere, amministratore; uno di quei terribili uomini i quali vi parlan della Borsa, dei corsi d’acqua, d’edilizia e di cambiali, allo scopo di divertirvi. Il signor Folengo aveva una fisonomia senza significato, per natura e per arte; poichè s’era lasciato crescere i favoriti, lunghi e bianchi, che lo facevan rassomigliare a centinaia d’altri, servitori o ministri, cocchieri del vecchio stampo o ambasciatori e plenipotenziarî: sulla sua fronte, non troppo alta, ma levigata come di marmo, nessun pensiero aveva fatta presa; la computisteria gli era stata leggiera; egli ignorava perfettamente l’esistenza di Dante e di Raffaello.
Dallo studio venivan le voci del visitatore e del Folengo; la prima, tenue come d’un implorante, la seconda, calma, con chiaroscuri studiati, che indicavan gl’incisi dei quali il Folengo usava abbellire il discorso; ad ora ad ora giungeva anche il fruscio di carte spiegate; qualche colpo di tosse, che aveva un perchè; finalmente udii che il visitatore si congedava, col solito: “Allora, siamo d’accordo; io le farò avere i documenti….” La porta che dallo studio metteva all’anticamera s’era chiusa dietro le spalle dell’incognito; la porta che dallo studio metteva al salotto dov’io mi trovava, veniva aperta per dare adito al signor Folengo.
Io m’era alzato. Il signor Pietro, basso e largo, severamente abbigliato di nero, colla faccia illuminata da un sorriso breve, mi veniva incontro a mani aperte.
– Caro signor Sergio! – egli disse. – Mi perdoni la lunga attesa: sa, queste benedette faccende; l’amministrazione….
Così dicendo, sedette egli pure sul divano e mi fece accomodare presso di lui.
– Ora, sono tutt’orecchi, – continuò. – Mi pare che nel suo viglietto di ieri mi chiedesse udienza per affari, anch’ella….
– Per affari! – dissi, brutalmente colpito. – Per affari, no: per cose di sommo rilievo, sì.
– Dunque, affari; – perseverò testardo il signor Folengo, – è question di nomi. Sto a sentirla. –
M’avvidi ch’egli sapeva già di che cosa io volevo parlargli; ma, in quel momento, io rappresentava un postulante, e per sistema, il signor Pietro non faceva mai un passo verso questa categoria d’uomini. S’io non avessi trovato sùbito le parole adatte, egli avrebbe aspettato anche un quarto d’ora, con olimpica serenità, senz’offrirmi il modo d’entrare in argomento.
Guardai fuori della finestra chiusa, riparata da tendine bianche; oltre la quale si vedevan gli alberi del giardino, spogli di fronde, sotto il cielo bigio d’ottobre; alcuni colombi selvatici s’erano appollajati sui rami e tubavan malinconicamente. Non faceva ancor freddo; ma il mese era assai triste, e l’ora – tra le cinque e le sei del pomeriggio, – piena di memorie.
– Io non sono un grande oratore, – dissi sorridendo, – e per questo non userò circonlocuzioni. Che cosa pensa ella di me, signor Folengo? –
Qui avevo deluse le aspettazioni del mio interlocutore, e me n’ero accorto sùbito dall’impaccio in che la domanda l’aveva gettato. Il signor Pietro pensava di me ogni bene, e per questo avevo osato chiedergli la sua opinione; ma è sempre difficile dichiarare una simpatia senza limiti a una persona, la quale è tutto il nostro opposto per idee, per passato, per modo d’intender la vita; anche più difficile era nel nostro caso, in quanto il signor Folengo sapeva benissimo dov’io tendeva, ed era per ciò in obbligo d’esprimersi senza frasi, senza generare in me il sospetto ch’egli dicesse per dire, per cavarsela.
– Io non giudico – egli rispose – dalle parole, ma dai fatti. Certo, io so come di lei si sia molto parlato in altri tempi e con diversi criterî; e so pure come, se si volesse giudicarlo dalle sue opinioni….
– Lei non mi farà torto – interruppi – di credere che le opinioni espresse in un salotto o in un caffè sieno le mie….
– No, – disse gravemente il signor Folengo. – So appunto che la gioventù nostra ha questo vezzo pericoloso di mettere innanzi delle idee che nella pratica della vita non vorrebbe mai applicare. Perciò, io mi tolgo affatto da questo campo e, come le dicevo, baso il mio giudizio sulla vera essenza della sua indole, per quello ch’io ne ho intravisto.
Respirò a lungo e proseguì:
– A rassicurarla immediatamente, le affermo che il mio giudizio su di lei è ottimo.
Questa volta respirai io. La pomposità delle frasi che ascoltavo, andava persuadendomi sempre più vero quanto io aveva presentito: il signor Folengo sapeva lo scopo della mia visita; non solo, ma aspettandosela da un giorno all’altro, aveva preso ragguaglio d’ogni cosa che mi riguardava, del mio stato finanziario, de’ miei amori morti, delle mie abitudini, de’ miei difetti; notavo quasi con vergogna ch’io era vilissimo in quell’istante e che se il signor Folengo m’avesse imposta l’abjura d’ogni credenza più antica, la rinuncia ad ogni orgoglio più accarezzato, io avrei abjurato, io avrei rinunciato, pur d’effettuare la mia speranza.
– È ottimo in questo senso, – riprese il Folengo; – che ella è di gran lunga migliore di quanto vorrebbe sembrare; che ella ha dato troppo peso a sciagure intime e ha troppo generalizzati i suoi casi, scambiando l’uomo e il mondo per gli uomini e il mondo che le furono d’attorno lunghi anni. Ora, questo non è; ella è assai giovane; ha maniera di ricredersi, e nonostante certe sentenze scettiche delle quali s’è imbevuto, ella a ricredersi volge ogni speranza, ogni forza d’animo.
Io restava in silenzio, perchè intuivo che l’orazione del signor Folengo non sarebbe così presto finita; mi pareva il discorso prendere un atteggiamento troppo diplomatico, e aumentarmi le difficoltà non piccole della mia domanda; ma riservavo un’interruzione che avrei fatta non appena se ne fosse offerta l’opportunità.
– Si vorrebbe da lei, – continuò il mio giudice, – una maggior coerenza fra le azioni e le parole, una schietta ribellione a tutti i dogmi che l’infracidita società nostra va infiltrando nei giovani. Ma già, questo vien dall’esperienza, dalla critica, è frutto dell’età più vecchia. –
Pausa. Il signor Folengo, – la cui testa cominciava a entrar nella penombra della camera, mentr’io rimaneva ancora in luce, colla finestra di contro – si portò all’indietro col corpo, quasi prendesse la rincorsa, e giunse inaspettatamente alla conclusione, per esaurimento delle frasi magnifiche.
– Insomma, caro signor Sergio, io non ho che a finire come ho cominciato. Ella è per me gentiluomo irreprovevole, al quale è onore proferir dell’amicizia e dal quale è ambizione ottenerla…. Del resto, io non so rendermi ragione di quest’inchiesta non aspettata; sono sorpreso….
Notai che il signor Folengo s’era sorpreso un po’ tardi, quando cioè aveva comodamente espressi i pochi pensieri che la mia persona e la mia vita gli suggerivano.
– Era necessario, – interruppi, – per ambedue; io la ringrazio assai del concetto ch’ella nutre di me, e spero di poterne sempre esser degno….
Guardai di nuovo fuor della finestra; i colombi selvatici erano spariti dagli alberi. Udii la pendola sul caminetto suonar lentamente le cinque ore e la mezza.
– Ora, al fatto, – disse il signor Folengo con uno sguardo scrutatore.
Ne’ suoi occhi grigi lessi la sicurezza che la mia risposta doveva essere la buona, e avvertii un impercettibile moto in lui, come di preparazione.
– Il fatto è semplice e grave, – risposi.
Mi alzai, mi posi di fronte all’uomo, e dissi con voce quasi tremante:
– Ho l’onore, signor Folengo, di chiederle la mano della signorina Lidia sua figlia…. –
Vi fu un silenzio che giudicai spaventevole. Il signor Folengo si levò adagio, sempre tenendo gli occhi fissi ne’ miei, uscì dalla penombra, e rispose:
– Una simile domanda fatta all’improvviso…. Io sono lusingato…. –
Mi morsi le labbra; l’istinto vittorioso aveva costretto l’uomo a trincerarsi e a guardarsi da una promessa immediata; le parole uscivan dalla bocca del signor Folengo meccaniche; egli si dimenticava la sua professione di fede in me; gli proponevo un affare, secondo lui, ed egli mi trattava da uomo d’affari. Però, scorgendomi forse impallidire, aggiunse tosto:
– Debbo dichiararle ch’io non ho nulla, nulla in contrario al suo voto; anzi ho molta propensione a vederlo esaudito, e sono commosso… –
Non era commosso per niente. Si allontanò alcun poco da me e premette il campanello elettrico.
– Avvertite donna Teresa che ho bisogno di parlarle, – disse alla cameriera sopraggiunta. – E portate la lampada. –
Mentre Geltrude usciva, il signor Folengo mi tornò vicino.
– Perchè meglio si persuada ch’io accolgo la sua domanda con viva simpatia, voglio sùbito comunicarla alla mia signora, – fece con tono affettuoso.
Io m’inchinai, ed essendo sopravvenuto un silenzio molesto, il Folengo occupò quell’intervallo nell’accomodare e nello spostare alcuni oggetti sulla tavola, che non ne avevano bisogno; alla prima ansia era succeduta in me la riflessione e con essa la calma speranzosa; non trovavo a’ miei desideri alcun ostacolo degno di essere discusso.
Donna Teresa comparve, seguita dalla cameriera che posò la lampada sul caminetto e si ritirò. Donna Teresa, allevata alla scuola del marito, ebbe uno sguardo istintivo e ricostruì, evidentemente, a grandi tratti, la conversazione avvenuta fra me e il signor Folengo.
Il salotto si riempiva di solennità. Donna Teresa mi venne incontro e mi strinse la mano; la piccola e grassoccia signora non aveva rinunciato a una certa eleganza; i suoi capelli eran tuttavia neri, e la sua carnagione, eburneamente lumeggiata dalla lampada, appariva senza rughe nè grinze; il color delle labbra era rinforzato da una leggiera tinta di carmino abbastanza gradevole. Solo, nel suo corpo difettava l’eleganza naturale, che l’assiduità allo specchio non insegna mai; le forme tozze prorompevano, in odio alla fascetta strettissima; attorno al collo l’adipe formava un monile, e sui fianchi si espandeva con insolenza.
Noi ci eravamo seduti di nuovo. I coniugi Folengo occupavano il divano ed io, di fronte a loro, in una poltrona bassa, aspettavo con ritornata angoscia la ripresa della orazione.
– Ti ho fatto chiamare, – disse il signor Folengo, – perchè il signor Sergio ci presenta l’opportunità di stringere assai notevolmente i legami della nostra amicizia. –
Donna Teresa dimostrò con un cenno della testa che tale opportunità le gradiva.
– Per esprimermi chiaramente, il signor Sergio mi ha domandata la mano di Lidia.
Donna Teresa balzò dal divano con un’agilità imprevedibile e mi si precipitò incontro, colla faccia trasformata dalla gioja. Senz’aspettare un gesto di suo marito, e parlando per istinto, come l’altro aveva per istinto tergiversato, esclamò:
– Grazie, signor Lacava! Mille volte grazie di simile onore! Lei effettua la mia più cara speranza! –
Presi la mano di donna Teresa, toccato dall’effusione ingenua della buona signora.
– Ella mi rinfranca, – dissi, alzandomi dalla poltrona. – Io mi sento appoggiato dalla fiducia che le ispiro….
– Ma certo, ma certo! – rinforzò donna Teresa. – Forse mio marito non le aveva espresso?… Forse ella temeva?…
– Vedi, cara amica, – mormorò il signor Folengo tranquillamente, senza muoversi dal suo posto. – Vedi: io mi sono dichiarato assai favorevole; ma io non sono il solo arbitro, e prima di me, e prima di te, c’è Lidia, la cui volontà deve essere libera….
– Lidia! – esclamò donna Teresa con un’occhiata di trionfo. – Lidia! Non ci son che le mamme per saper certe cose…. Io annuncerò immediatamente la felice novella a Lidia…. –
Stava per avvicinarsi al campanello elettrico, quando il signor Folengo, levatosi dal divano, la fermò con un cenno.
– Tu vuoi? – disse. – Così, sùbito, senza prender tempo?…
– Ma certo, ma certo! – ripetè donna Teresa – non vedi com’è pallido questo povero giovane? Io so quel che faccio…. È una tortura inutile che noi infliggiamo loro. –
L’indice di donna Teresa si posò due volte sul bottone del campanello. Il signor Folengo, vistasi levata la direzione diplomatica delle trattative, riprese il suo posto, con un sospiro di sollievo.
– Sì, sì, forse è meglio! – disse come tra di sè. – Io sono contento.
– La signorina Lidia sùbito qui! – ordinò donna Teresa a Geltrude comparsa.
Quindi, ripresemi le mani:
– Caro, caro figlio mio! – disse. – Non dubiti di nulla. Io so quel che faccio! –
La signora Folengo assumeva un aspetto di franchezza che non le avevo conosciuto prima; una leggiera onda sanguigna le aveva imporporato il viso, e la commozione sollevava a ritmo il suo largo seno.
L’uscio fu toccato lievemente, poi girò sui cardini senza romore, schiudendo il passaggio a Lidia. Io non dimenticherò mai com’ella apparve in quell’istante, coi capelli biondi pettinati all’indietro, in modo da scoprir la fronte pura. Lidia vestiva un abito grigio e portava un grembiale nero; l’abito indicava forme così giovanili e così recenti di maturanza da ispirar piuttosto sollecitudine tenera che ammirazione; il suo viso era un po’ pallido, ma freschissimo, e ne aumentavan l’impressione di giovanezza rigogliosa gli occhi turchini, la bocca dalle labbra rosse e ben delineate; aveva piccolo naso, con narici rosee, e piccolissime orecchie; il collo, per quanto appariva dall’abito, era d’una bianchezza alabastrina; il petto non troppo esile nè povero; le mani magre, con dita affusolate.
L’espressione interrogativa ch’era sul viso della fanciulla all’entrar nel salotto, sparve non appena Lidia mi scorse, e fu cancellata da un tenue rossore.
– Buona sera, signor Lacava! – ella mi disse.
Per la prima volta dacchè ci conoscevamo, io le tesi la mano, ch’ella strinse, gettando un’occhiata dubitosa a suo padre.
– Vieni! – le disse donna Teresa, avvicinandola a sè. – Vieni dalla tua mamma. –
Lidia s’accostò alla poltrona, dove la madre s’era seduta; non so quel che passasse allora nell’animo della giovane, ma certo l’insolita accoglienza doveva assai turbarla. I suoi occhi andavan senza posa da me a suo padre, e da suo padre alla signora Folengo. Questa la serrò fra le braccia, e la fece sedere vicinissima a sè. Io solo rimaneva in piedi, appoggiato al piano-forte.
– Che cosa avviene dunque? – domandò Lidia, non potendo trattenersi.
– Cara! – esclamò donna Teresa, prendendole la testa e baciandola sui capelli.
– Noi ci siamo radunati qui, – cominciò il signor Folengo con voce solenne, – per parlar del tuo avvenire.
– Stai bene oggi? Hai la mente lucida? – cominciò a sua volta la signora. – Ti senti di poter rispondere e decidere con chiarezza?
– Ma sì, senza dubbio…. – rispose Lidia, guardandomi come per invocare il mio ajuto.
– Ebbene…. – disse la signora Folengo con precipitazione, – ebbene il signor Sergio Lacava ti ha chiesto in isposa, noi abbiamo acconsentito, e aspettiamo la tua risposta. –
Alle prime parole, Lidia sobbalzò, mentre un rossore intenso le saliva fino alla radice dei capelli; poi nascose la testa con rapidità sul petto di sua madre.
– Oh mamma! – disse.
E scoppiò a piangere con una violenza nervosa irrefrenabile.
– Io credo – osservai – che la signorina: si trovi a disagio davanti a me; sarebbe stato forse meglio…. –
Donna Teresa mi troncò la parola con un moto del capo.
– Via, – fece poi a Lidia, – non essere bambina. Tu ci metti in pena…. Lo so; non eri preparata; è un assalto di nervi; andiamo, alza la testa….
Lidia obbedì e prese dalle mani di sua madre il fazzoletto per asciugarsi gli occhi; ella guardava con tanta fissità il viso di donna Teresa, da svelar la paura d’incontrare i miei sguardi. L’attitudine era cosi fanciullesca e così bella a un tempo, che i signori Folengo e io sorridemmo insieme.
– Forse – disse il signor Folengo – noi esercitiamo su Lidia una pressione involontaria. Vuoi prender tempo? Vuoi pensare prima?
– Oh no! – proruppe inavvertitamente la fanciulla, tenendosi immobile.
– Allora?
– Allora, è presto detto, – fece donna Teresa, volgendosi a me. – Lidia è contraria a questo matrimonio…. –
La fanciulla allungò le mani verso donna Teresa e tentò l’atto di chiuderle la bocca.
– Ah! – esclamò ridendo la signora. – Dunque, vieni qui. Dunque, sì?
– Sì! – rispose Lidia, che aveva nascosto nuovamente il capo fra le braccia della madre.
Io avventai alla fanciulla uno sguardo quasi violento di desiderio e d’amore. Da quell’istante, ella era tutta mia.

II.

Il cielo prendeva un aspetto retorico, da melodramma. Sopra uno sfondo potentemente azzurro, vagavan certe grosse nuvole bianche, fra cui la luna ora si nascondeva, ora faceva capolino.
Dalla finestra della mia camera era, lo spettacolo, più curioso perchè il giardino, al disotto, andava illuminandosi ed oscurandosi a seconda della luna bizzarra. S’alternavan gradazioni di verde lucido e gradazioni di nero opaco, ombre sul terreno scheletriche e scarmigliate, indecisioni di contorno. Queste diverse imagini s’imprimevano forte nel mio cervello non come percezioni chiare, ma come sensazioni, che ricordo; perchè il momento era dei più difficili.
Noi ci eravamo ritirati da circa un’ora; gli amici, i parenti, avevano abbandonata la casa con un’ultima stretta di mano, alcuni con un sorriso. Lidia – mia moglie – s’era appartata nella sua camera, accompagnatavi da donna Teresa, che l’aveva lasciata poi, baciandola sulla fronte; pallide e commosse tutt’e due.
Io, in abito nero, sembravo una decorazione della mia stanza da letto, nervosamente allegra, perchè al giuoco della notte indecisa vi faceva robusto divario la luce artificiale; erano accesi i due bracci a candela dell’armadio, le due lampade sul caminetto e la lampada pensile nel mezzo. Poi, aleggiava un profumo acuto di fiori, raccolti in coppe, morenti con furiose dispersioni d’ebrietà.
Appoggiato al davanzale della finestra, vedendo ma non osservando il rimpiattino della luna, io meditava.
Era necessario lasciare scorrere un certo lasso di tempo affinchè Lidia non credesse la mia un’intempestiva sorpresa, un’invasione da barbaro. Il suo cuore doveva battere a martello; era necessario lasciarlo calmare.
Io stesso aveva bisogno di guardare in faccia il fenomeno di questa vergine lanciatami fra le braccia dalla legge, datami esultando da sua madre, perchè la trasformassi in donna, con un mezzo che due giorni avanti si sarebbe chiamato il disonore.
Con maravigliosa mutazione, pel semplice fatto che l’amore, così insofferente di forme e di nomi, aveva preso nome e forma di matrimonio, tutto quanto era proibito, condannato, scandaloso prima, diventava lecito, onesto, doveroso adesso; un bacio, un abbraccio, una notte, più notti, un giorno, più giorni d’intimità, erano cosa buona; e se io avessi dato il bacio, tentato l’abbraccio, passata una notte con Lidia, avanti ch’io avessi potuto chiamarmi suo marito, Lidia sarebbe stata perduta, e suo padre avrebbe avuto il diritto d’uccidermi e di farsi applaudire come un istrione alla ribalta.
Ciò non era logico, ma necessario, il che è ben diverso; tanto diverso che la considerazione de’ miei diritti improvvisi su Lidia mi dava un umor chiaro, allegro, piacevole.
Sapevo il significato di quanto era per avvenire; significato di sì grande rilievo che da esso dipendon quasi sempre le sorti di due esistenze.
Mi richiamavo alla memoria delle letture fatte sull’argomento in altra età, per una speranza di possibile eclettismo che mi servisse di guida; ma mi sembravano ingenue o inadatte al paragone. L’unica mia guida dovevo essere io medesimo e trovare nel mio passato quelle cortesie, e quelle delicatezze e quelle audacie che l’esperienza m’aveva insegnate ottime, se non in casi identici, almeno in casi di qualche somiglianza col presente, se non in una prima notte di matrimonio, almeno in una prima notte.
Accostarmi a Lidia come un amante a un’amante, era possibile e bello; ma Lidia, la mia amante, era una fanciulla e il nostro amore non aveva termine, e ogni falso o corrotto insegnamento si sarebbe trasformato in un germe pericoloso del quale avrei colto io il frutto.
Quindi, potevo e dovevo essere l’amante, ma un amante castigato, limitato, rettissimo.
Volgendo nel mio animo questi pensieri, m’ero ritratto dalla finestra ed ero venuto ad appoggiarmi colle braccia sul marmo del cassettone. Innanzi, lo specchio mi rifletteva pallido con un sorriso un po’ convulso, e la lucentezza dello sparato chiuso quadratamente nell’abito, mi dava un’aria quasi severa.
Il profumo dei fiori vibrava fortissimo alle nari; dall’uno lato e dall’altro dello specchio, due vasi di porcellana traboccavan di narcisi e di garofani e d’anemoni e d’altri fiori vigorosi. Levai dal gruppo folto una gardenia, che soffriva più dei compagni e la passai nell’occhiello.
C’eran molte persone, le quali pensavano a noi in quell’istante. La nuova del mio matrimonio s’era sparsa per Milano e fuori con rapidità e maraviglia. Gli amici non si figuravano me nella notte presso Lidia? non analizzavano con cinica irreverenza il nostro amore che s’iniziava? nell’ombra non si preparavan già delle insidie? Io avrei trovati i mezzi d’intercludere il passaggio a qualunque insidia tesa sulla via della mia donna.
E anche questo dipendeva dal momento in cui ero. Laura Uglio non era tornata dalla prima notte di matrimonio così nauseata, da giustificare il suo adulterio avvenuto tre mesi dopo? Angela Tintaro non aveva nella prima notte di matrimonio giurato di darsi a una donna, e a uomini mai più? Quanti mariti maldestri non avevano in poche ore mutata una fanciulla in un’impura colomba, presto insaziabile? Aneddoti sparsi nelle mie memorie, dei quali capivo a un tratto la sapienza….
Secchi e sonori per l’amico silenzio, l’orologio del giardino diffuse dodici colpi.
Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo sparato candido, l’abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano giovarmi. Al momento d’aprir l’uscio, ero tranquillo; meglio, ero ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare. Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l’uscio della stanza di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da veglia; era la luce d’una lampada portatile. Posta dove? Non presso il capezzale.
Lidia aveva fatta un’illuminazione nervosa come la mia?
Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere.
L’orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e che eternità quell’intervallo!
Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque.
– Lidia! – dissi ponendo la mano alla gruccetta dell’uscio.
– Avanti! – rispose con voce soffocata.
Apersi l’uscio e guardai.
Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il ballo, al sorger dell’alba. L’atteggiamento della giovane denotava un’apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le agitava il seno.
– Non ti sei coricata? – domandai, mentre avanzavo richiudendomi l’uscio dietro le spalle.
Lidia fe’ cenno di no colla testa.
– Hai avuto paura? – dimandai di nuovo, prendendole una mano.
Lidia fe’ cenno di sì.
Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt’e due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia.
– Vediamo, – dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed immobili. – Io son desolato d’essere costretto a disturbarti; ma non prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la buona notte. Sorridi?… Non bisogna dubitare delle mie parole, – aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure.
Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l’impronta della testa di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia s’era coricata, e vinta a un tratto da un’impazienza nervosa, aveva dovuto alzarsi.
La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente.
– Questa paura! – continuai. – Non t’ha lasciata riposare? Ma di che cosa hai paura? Di me? –
Le presi la testa fra le mani e l’obbligai a guardarmi; i suoi occhi azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch’io li avvicinai e li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice, era dunque anche il migliore.
– Di me, no, senza dubbio, – ripresi. – Non rispondi?
– Di te, no, senza dubbio, – ripetè Lidia a voce bassa.
– Grazie. Ma allora, non capisco più nulla!
Lidia abbassò la testa, guardando la mia gardenia, un po’ ingiallita. Io sentiva il profumo del fiore levarsi dalla massa bionda dei capelli di Lidia, dall’accappatojo, dalle braccia un po’ scoperte, dal busto senza fascetta, che mi s’appoggiava contro, in una perspicuità di linee assai tormentosa. Presi la gardenia e tentai di collocarla sul petto della fanciulla; ma non appena allungai la mano, Lidia portò le proprie, arrossendo, sopra i ganci che le chiudevan l’accappatojo fino al collo. Il sistema non era dunque il migliore.
– Perchè non hai fatta accendere la lucerna da veglia? – chiesi, tornando a infilare il fiore nell’occhiello.
– Non ci ho pensato, – rispose Lidia. – Vuoi accenderla tu?
S’io mi fossi alzato, Lidia avrebbe preso il mio posto ed avrei perduta una strategica posizione.
– Accendila tu! – ripetè Lidia.
La mia considerazione rapida doveva essere stata fatta anche da Lidia. Ella si levò dalle mie ginocchia e rimase in piedi presso il letto; nel mentre abbassavo e accendevo la lucerna, Lidia non si ricordò di sostituirmi nella poltrona; mi guardava impacciata, colla mano destra sul guanciale.
– Ora c’è troppa luce, – disse.
M’avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima. L’accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati. Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi coi grandi occhi turchini.
M’accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia e l’avrei atterrita coll’irruenza d’un amore represso e rattenuto per due anni.
– Non ti senti stanca? – le chiesi, senza pregarla d’avvicinarsi. – Vuoi coricarti? È passata la mezzanotte.
La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto.
– Io me ne andrò, – aggiunsi. – Vuoi?
– Sì, – rispose Lidia, movendosi per aprirmi l’uscio.
Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione, come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi.
– Io aspetto qui in sala…. Volevi dirmi?
– Volevo dirti questo, appunto, – ella confessò. E per nascondere il suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia.
Provai tale un’impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare un’invasione da barbaro, – per resistere all’agitazione di prender Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi circondò delle braccia il collo.
– Sei molto pallido, – osservò, mentre si staccava. – Non ti senti male?
– No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che m’ha alterato un istante.
– Dev’essere il profumo! – ripetè Lidia chiudendo l’uscio e accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo.
– “Sì, il profumo, – pensai. – Ma quale?”
Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una sedia vicinissima all’uscio.
Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo dell’accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e dell’accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse.
– Sergio! – chiamò la voce di Lidia.
Non so perchè, l’essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva spinta la poltrona accanto al letto.
– Il mio posto? – domandai, restando in piedi.
– Il tuo posto è lì, – ella rispose accennandomi cogli occhi la poltrona.
– Ma qui avrò freddo! – mormorai.
– Nel mese di giugno! – esclamò Lidia. – Prova.
– Proviamo.
Il posto non era brutto, sebbene non fosse il migliore. La testa di Lidia circondata, – aureola giovanile, – dai capelli biondi, gli occhi vividi, e quell’indefinita sola bianchezza della carnagione, propria dell’età più bella, m’apparivano ben lumeggiati, precisi. L’astuzia d’avvolgersi diligentemente nelle coperte, dovuta al pudore, non aveva sortito il suo effetto, perchè le forme di Lidia si determinavano con procace evidenza e se la fanciulla non fosse stata volta sul fianco, le coltri sottili avrebbero delineato anche il seno.
– Sarebbe possibile, – dissi, – baciare una tua manina?
– Possibile, – rispose Lidia, sporgendo la mano destra con un sorriso.
La breve camicia lasciava il braccio nudo. Vidi passar negli occhi di Lidia il quesito insolubile di darmi la mano coprendo il braccio; ma cedette all’inattuabilità di tale disegno; nel movimento un po’ precipitoso, le coltri si smossero, ed io le rattenni, e per stabilire e mantenere l’insperato vantaggio, rapidamente dalla poltrona passai sul fianco del letto, mentre istintivamente Lidia si ritraeva facendomi posto.
L’atto riuscì seducentissimo nella sua schiettezza; la cortesia femminile dominava la verecondia per un lampo e si faceva incontro alla dolce necessità di cedere. Vidi e compresi, e la improvvisa intelligenza di quel moto mi provocò un brivido lungo.
Non ero più nè ilare, nè tranquillo; consapevole d’una veniente tristezza. Il mio amore invadeva l’animo con tale veemenza, da sgominarlo, e farlo debole. Sorgeva misteriosa e meglio che da qualunque legge, da quella verginità, tutta profumo e sorriso, ch’io stava per distruggere, – la comprensione di quanto io doveva alla fanciulla sacrificata.
All’ultimo baluardo, invece del goloso desiderio, io incontrava una tenerezza mesta ingiustificabile, da avaro innanzi al tesoro lungamente accarezzato. L’avaro non avrebbe voluto spenderlo, avrebbe voluto aspettar tuttavia, gioirne tuttavia, promettersi e negarsi la frenetica sensazione di tuffar le mani nell’oro, forse meritarsela di più.
Io soffriva dell’attimo fuggente e dell’irreparabilità della conquista.
Passai adagio le braccia sotto il busto di Lidia, attirandola a me. Ella teneva gli occhi chiusi e il suo pallore mi spaventò.
– Anima, – susurrai, – soffri?
– No, – rispose Lidia, aprendo gli occhi.
La luce delle due lampade si projettava troppo intensa. Lasciai Lidia e smorzai quella ch’era sulla tavola; ora la penombra si faceva tutelare e propizia; ma tornando al mio posto, di nuovo il pallore della fanciulla mi spaventò. Ella mi guardava smarrita, e un’agitazione ch’era male vero, cresceva in lei, le pulsava nel petto, nelle arterie, moltiplicandone il ritmo. Tentò di togliersi alla mia stretta e si trovò sùbito libera. Erta sul busto, colle braccia rigide che le facevano sostegno, rimase un attimo indecisa.
– Ho paura! – esclamò poi. – Non per te, Sergio, ma ho paura! Perdonami!
Le salivano convulsi alla gola singhiozzi senza lagrime; chino su di lei, le mie mani sentivan le ciocche de’ suoi capelli, morbide e lisce, disordinate per il guanciale. Non osavo muovermi nè parlare; lucide, lancinanti, memorie di spose morte così fra i primi amplessi del marito, mi si piantarono nel cervello. Ma come ella avesse intuita la mia angoscia superiore alla sua, Lidia mi gettò le braccia al collo.
– Perdonami! – disse nuovamente. – Ho paura!
Noi ci cercammo le labbra, e al caldo contatto infine le lacrime di Lidia proruppero, mi caddero brucianti sulle mani, chiamarono le mie; la crisi quietò Lidia a poco a poco, lasciandola colla testa sul mio petto, gli occhi chiusi, da’ cui angoli scorrevan deliziosissime e infantili le lagrime. Non so quanto così rimanessimo, vittime d’un arcano fascino.
Quasi sentivamo i gravi silenzi della casa circondarci lentamente e addormentarci la coscienza dell’ora. Tutt’e due sulla soglia d’una felicità agognata, rimanevamo titubanti, malinconici e paurosi, perchè nulla più del presente doveva tornare. Ella s’era distesa nel letto, quasi calma; io la baciava adagio sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, sul collo, sulle mani, naufragante in un’onda voluttuosa. L’avaro assaporava il suo tesoro che aveva anima e forma, e si sferzava col ricordo di tutte le caducità umane per togliersi al pazzo bisogno di serbare il tesoro intatto.
Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l’attimo fuggente si dileguò.

III.

Parecchi anni addietro, al buon signor Pfaff, io aveva domandato un giorno:
– Perchè non mettete un’epigrafe sul vostro ricovero di pace e di salute?
Il signor Pfaff m’aveva guardato senza rispondere, ed era stata la figlia a spiegargli il mio concetto.
La signorina Silesia Pfaff, dopo aver discusso alcun poco in dialetto grigione col padre, mi s’era rivolta dicendomi in italiano sgangherato che il padre non capiva e che se volevo porre un’epigrafe sul piccolo albergo, la dettassi a lei.
Fu così che sul ricovero di pace e di salute lampeggiò in lettere d’oro l’iscrizione:

VENITE, DOLENTES.

E i dolenti venivano, uscendo dalla ressa delle città, pallidi e smunti, e cercavano il silenzio, la vita semplice, l’armistizio di pochi mesi nella battaglia rabbiosa di tutto l’anno. E v’ero venuto io medesimo, ora curvo per la morte di mia madre, indimenticabile figura di donna bruna e nobile; ora freddo, caustico, per l’opprimente perizia degli inganni; ora scosso e attonito per la morte inaspettata di mio padre; ora vuoto ed aspro per diffidenza degli altri e di me stesso; e ogni volta, l’anima aveva ricongiunte le ferite, s’era dilatata nel silenzio, s’era compiaciuta di quella grande e libera solitudine.
Al caro luogo avevo prestata quasi una simbolica potenza di farmaco. Vi sognavo bene, come in città non era possibile, e vi attingevo preziosi cumuli d’energia morale; talchè nelle gioje lo desideravo per meglio compenetrarle, e nei grandi dolori per essere umile innanzi a superbi spettacoli di paesaggio.
L’albergo del signor Pfaff era situato fra Splügen e Andeer, sulla via per Coira, in posizione così felice che sempre, quando la diligenza vi si fermava dinanzi, erano esclamazioni ammirative fra i viaggiatori. Poichè, dietro la casa, i prati si stendevan verdemente fino al Reno, indomato ancora e ruinoso; davanti eran la strada postale e la lunga serie di pinete che costeggian quella strada per notevole tratto; la conca nella quale l’albergo ha fondamento, è formata da montagne, alcune ricche d’abeti e di lecci, altre brulle quasi il fuoco vi sia passato con indileguabil traccia di devastazione. Intorno, vie numerose conducono ai boschi, ai villaggi, ai monti; una, poco aperta allo sguardo, dietro la casa del signor Pfaff, costeggia il Reno, avvallata fra gli alberi fitti, e conserva l’indole selvaggia delle strade raramente percorse.
Più in alto, al disopra dell’albergo, il villaggio di Sufers, con quelle case metà di legno e metà di pietra, che danno sùbito l’imagine della Svizzera, come le pagode caratterizzano l’India e gli edifici a più tetti e a sesto acuto indicano la Cina. Spesso, in quel villaggio di Sufers, preziosamente conservati sul davanzale delle finestre, alcuni vasi di geranî e di garofani, risvegliano una nota d’allegria gentile.
Noi eravamo diretti al ricovero di pace, non dolenti, ma lieti anzi d’inesprimibile contentezza.
Avevo pregata io Lidia di seguirmi lassù, perchè mi pareva ed era triste cosa di non aver raccolte in un sol luogo ed in un successivo spazio di tempo le più pure nostre memorie.
Un po’ di vanità femminile aveva forse giovato a convincer Lidia del mio disegno; l’idea di varcare il confine e di veder costumi nuovi, le era parsa men comune e preferibile a un pellegrinaggio per città italiane, notissime a tutti; ne’ suoi viaggi colla famiglia, non s’era mai spinta oltre il lago di Como o il lago Maggiore.
Salimmo nella carrozza da posta verso mezzogiorno. L’antico veicolo dipinto in giallo e rosso e tirato da quattro cavalli, ci poteva illudere un istante di non vivere in un’età insopportabilmente civile e meccanica. Noi avevamo agio a gustare la bellezza dei luoghi e ad aspirare una purissima aria montanina, comecchè il giorno fosse ricco d’azzurro e di sole.
Nella scossa che il veicolo ci comunicò mettendosi in moto, Lidia mi si appoggiò tutta, ridendo, ed io le strinsi le mani. D’improvviso, mi ricordavo una molestia patita il mattino stesso durante il viaggio in battello da Como a Colico. V’era salito un giovane elegante, il quale non aveva smesso di guardar Lidia con occhiate da scapolo esperto, date a tempo e in modo che la persona osservata non se ne avvedesse.
Per l’insistenza stupida dell’ammiratore, avevo sofferto con ridicola intensità, e pretestando l’aria troppo fresca, avevo finito per invitar Lidia a discender meco sotto-coperta.
Era un principio di gelosia vaga? Senza dubbio, quantunque incoerente col mio intero passato; non ero mai stato geloso d’alcuna donna, o perchè non ne valeva la pena, o perchè sapevo allora dominarmi. Ma indubitabilmente d’ora innanzi, gli sguardi, i sorrisi, le parole dirette a Lidia, m’avrebbero fatto male; potevo affermarlo con sicurezza quasi matematica.
Ciò era necessario e illogico siccome ogni paradosso di sentimento. Lidia era bella, e non d’una bellezza così capricciosa da risvegliar l’attenzione di pochi intelligenti; ma d’una bellezza fresca, ingenua, assai pura, che avrebbe stimolato il desiderio perverso, quel desiderio del male, del corrompere, dell’insozzare un’anima il quale è peggiore di gran lunga d’ogni desiderio sensuale, e pur s’annida in fondo al cuore di molti uomini.
Si sarebbe annidato fors’anco in fondo al mio cuore, se io fossi stato estraneo a Lidia; anzi, peggio, vi s’era annidato già, in altri tempi, ed io aveva commesso il delitto di pervertire qualcuna, pel solo piacere di pervertirla, d’eccitarla malamente e di mutare una superba in una donna come tutte le altre.
La cattiva esperienza m’insegnava che le anime chiarissime, incitano e richiamano la malvagità; la fede provoca la negazione, quasi processo di fenomeno elettrico. Forse non è lo stesso dei corpi femminili, tanto più procaci quanto più velati allo sguardo in vesti ondeggianti, con linea severa?
Lidia, dopo le prime esclamazioni di gioja al cospetto della vallata che si offriva alla nostra manca, – parlava con inflessioni carezzanti della voce colorita, e parlava d’ogni cosa, ora sorridendo alla figura burbera del cocchiere appollajato e mutolo sul suo sedile, ora intenerendosi alla vista dei monelli cenciosi che ne seguivano in cerca d’un soldo. Come la carrozza, per la salita, andava al passo, i monelli si facevano audaci, gettavano mazzolini d’edelweiss sulle ginocchia di Lidia, senza cessare dalla loro nenia mendicante. Lidia, che credeva liberarsene coll’offrir loro qualche moneta, se li vedeva comparir più numerosi.
V’era una bambina coi capelli arruffati, sudicia, scalza, insistentissima; non appena un soldo veniva gettato, ella si slanciava e lo disputava ai maschi, rotolandosi con loro per terra; la scena crudelmente selvaggia stupiva Lidia, la quale non riusciva a persuadersi che la monella appartenesse al medesimo sesso di lei.
Al riprender del trotto, i monelli rimasero, addietro, sparvero ad un gomito della strada e in un nugolo di polvere. La carrozza procedeva robustamente, e il vetturale, curvo, indifferente al paesaggio di cui doveva conoscere ormai ogni anfrattuosità, spingeva i cavalli a esortazioni e a tocchi di frusta.
Sui fianchi delle montagne si vedevamo sparsi poledri e giovenche, intenti al pascolo, volgendo appena la testa al passaggio del veicolo romoroso. Alcune fra le giovenche, piantate in mezzo alla strada con bruta apatia, costringevano il vetturale a frustarle perchè facessero largo, e oltrepassata la carrozza, riprendevano, la loro immobilità, coll’occhio atono e fisso, come animali di bronzo.
Dopo il cambio dei cavalli a Campodolcino, – collocato graziosamente in un’estesa verde di praterie, – l’aria si fece più viva, il paesaggio intorno più tetro per maestosità di montagne, la salita più decisa. M’ero lasciato prender volentieri dalla vivacità di Lidia; era impossibile non esultare alla soddisfazione complessa che illuminava la donna e le brillava negli occhi.
Discesi dalla vettura, noi le camminavamo a fianco, studiando di precorrerla quando il terreno ce lo permettesse. La strada, scavata a giri nel fianco della montagna, ci offriva d’accorciar di molto il cammino che il veicolo doveva seguir tutto e ci arrampicavamo sui rialzi per balzar dall’altro lato della strada. Lidia, coll’abito corto da viaggio, i piccoli piedi calzati in forti stivaletti di cuojo giallo, svelta, agile, s’appoggiava alla mia mano e spiccava il salto con arditezza. Ma si stancò presto e dovemmo attender la carrozza, che avevamo vantaggiosamente distanziata, per risalirvi. Il vetturale ci guardava con occhio tenero, quasi paterno e non riprendeva il viaggio se non certo ch’io avessi ben collocata Lidia.
Una pigra ma sicura mutazione mi faceva sentire, man mano procedendo, che le memorie dei luoghi noti m’entravan nell’animo spalancato, ne cacciavano ogni imagine faticosa della città, mi davano una superbia di possesso quasi io solo fossi passato di là e solo conoscessi le voci sonore e profonde dell’altitudini; poi, guardando Lidia, – ora avvolta in uno sciallo da viaggio per ripararsi dall’aria pungente, – provavo un fremito leggiero, nulla giudicando più dolce di simile amore in simili plaghe.
A un tratto, Lidia volse il capo verso di me, i nostri sguardi s’incontrarono, e la donna intuì il mio pensiero dilettosamente soggettivo.
– Sei venuto spesso qui? – ella chiese.
– Cinque anni di séguito, in questa medesima stagione.
– Solo? – ribattè ella, con qualche esitanza.
– Sempre solo…. Puoi supporre?…
Ma no. Lidia non mi supponeva capace di condurla dove altre memorie di donne vivessero, e mi pentii del sospetto, e per cancellarlo le narrai in quali condizioni avessi scelto quel ricovero tranquillo, le dissi dell’epigrafe sulla casa, e ormai mutabile in quest’altra: “Venite, gaudentes” se gaudente non avesse una significazione materiale e volgare.
Le brevi domande, però, mi ricordarono ch’io doveva la storia del mio passato a Lidia.
Non sapeva io tutto di lei? La sua vita fino al mio incontro era stata così semplice, così eguale, che ponendo piede in casa Folengo, avevo capito come ogni giorno vi fosse monotono e puro, perchè Lidia non aveva amiche. Soffersi quindi, nuovamente, una curiosa molestia dacchè il mio passato era ben diverso, inutilmente ricco d’intenzioni variate e inesorabilmente vuoto di bene e di male grande; ero stato un uomo allegro e triste, malvagio o beffardo, a seconda dei casi, e per questo, nel mentre nulla avevo fatto che mi distinguesse da qualunque altro scapolo, – nulla, nel medesimo tempo, era più increscioso a narrarsi di quegli anni desolati, infingardi; chiusi nella ricerca di commozioni, comunque fossero, anche bassamente colpose.
Stabilii, dietro la rapida sintesi, di non parlare e d’attendere che Lidia desiderasse o in qualsivoglia modo mi ricercasse quella storia, un po’ fosca, un po’ grigia.
Pel momento, la donna era assorta nella contemplazione della cascata di Madesimo, presso Pianazzo, balzante rivo d’acqua bianchissima, spumosa, lunga e molle, che rallegrava d’un tratto la montagna nera e nel silenzio della strada deserta mormorava con liquida cadenza. Madesimo, l’elegante ritrovo, era alla nostra destra e larghi affissi sopra una casa cantoniera ne indicavan la via; ma pel bisogno di calma ch’io sentiva, per il tepido fiorir dell’amore di Lidia, il luogo riusciva troppo chiassoso e vivace.
Più oltre, e a più fresca altezza, attirò gli sguardi della donna il villaggio d’Isola, giù nella vallata, disperso a gruppi di capanne brune, dal tetto acuto, e arrampicate pel versante dell’opposta montagna in notevole estensione e in una mutezza desolante di luce, anche malinconica per la nudità del monte sul quale eran disseminate. Assai piccole e quasi immobili, si scorgevan qua e là delle gregge di mucche. E tutto appariva traverso il fogliame degli alberi che avevamo a fianco della diligenza e che sembrava un immenso ornato, frapposto al villaggio da un artista bizzarro.
Una particolarità del cammino erano ora le gallerie, attraversanti il ventre della montagna, e sotto le quali passavamo. Istintivamente, Lidia si curvò, come temesse d’urtar la testa nelle travi che sostenevan l’opera ardita, dalle vôlte umide, stillanti, le cui aperture, intervallate a guisa di finestre verso il fianco sinistro del monte, illuminavano con regolar quadrato di luce.
V’eravamo giunti per una via serpentina, talchè, volgendoci, potevamo ritrovar coll’occhio il percorso fatto.
Lidia, nella quale l’incontro delle gallerie aveva ridestata la maraviglia graziosamente loquace delle prime tappe, si lamentava del freddo, soffiato coll’aria violenta, che trovandoci in abiti estivi aveva buon giuoco anche sulle coperte da viaggio cui eravamo ricorsi. La molestia durò poco, perchè oltrepassata la vetta dello Spluga e l’ultima cantoniera italiana, cominciò la discesa, prima quasi insensibile, poi rapida così che i cavalli di timone dovevan resistere all’impeto del veicolo piuttosto che favorirlo, e quelli di volata si piegavano abilmente sul fianco per mantener l’equilibrio.
Era una bella e potente sensazione, questa della discesa. Il paesaggio svizzero si presentava foltissimo di pini, cosicchè pareva vi ci tuffassimo, e il profumo di resina, l’aria nitida venissero ad incontrarci, penetrandoci beneficamente nei polmoni.
Lidia non mostrava d’essere stanca più di quanto fosse al principio del viaggio e come il sole andava riprendendo calore, ella si toglieva le coperte, sorridendo alla corsa piacevole, colle mani appoggiate allo sportello e il busto eretto; l’onda d’ossigeno le prestava nuove forze; la fatica, lo sbalordimento del viaggio, i mutamenti improvvisi di temperatura, di cui avevo temuto per la fragile donna, svanivano innanzi al bisogno nervoso di giungere, dal quale ella appariva animata.
La discesa continuava veloce; vedevamo, come già prima la via percorsa, in basso tutta la via da percorrere, a nastro, bianca e soleggiata, ombrosa di tanto in tanto, – e lontana, diritta, eguale, la strada che da Splügen conduce a Nufenen e a Hinterrhein. Lidia m’interrogava sulla situazione della casa Pfaff, dimostrandosi felice del mio disegno effettuato, sentendo inconscia ella pure la voluttà d’una solitudine amorosa, senz’occhi indiscreti.
I cavalli trottavano ora in piano, in direzione opposta a Nufenen. Erano le sei del pomeriggio e il sole si ritraeva man mano, lumeggiando le case più alte, il cimitero e la chiesetta di Splügen, senza malinconia, quasi con un senso largo di quiete abituale.
Al passo, traversammo il ponte di Splügen e dal ponte ci arrestammo sulla piazzetta del villaggio, innanzi al Bodenhaus Hôtel, dove un gruppo di contadini raccolto pel riposo della sera, ci salutò con amichevol deferenza.
In un angolo della piazzetta, ci aspettava la carrozzetta del signor Pfaff, linda e ripulita, colla giumenta saura; e mentre ajutavo Lidia a scendere, il signor Pfaff, uscito dal Bodenhaus Hôtel, mi si fece incontro tenendo il cappello tra le mani.
Piccolo, tozzo, formidabilmente quadrato di spalle, col viso senza neppure i peli delle sopracciglia, con due furbi occhi cilestri, – il signor Pfaff non era in nulla mutato dall’ultima volta ch’io l’aveva visto, e dimostrava una diecina d’anni meno de’ suoi sessanta.
Egli mi strinse la mano, felicitandosi del mio ritorno, in una specie di dialetto lombardo, da lui imparato per frequenti corse nell’Alta Italia ad acquisti di vini e di bestiame; poi guardò Lidia, ch’era presso di me, esile e dùttile figurina d’adolescente.
– La mia signora! – dissi.
Egli s’inchinò sùbito, ma compresi che Lidia non gli piaceva. Non era un tipo svizzero; le mancavano le allegre tinte alle guance, il seno turgido, i fianchi rotondi, e una sola mano del signor Pfaff sarebbe bastata a piegar Lidia come un virgulto. L’istinto, che in quei paesi fa valutar la donna secondo la capacità a lavorare e a produrre attestata dal suo corpo, dava una delusione al signor Pfaff. Lidia era un essere inutile, a suo credere.
Quando fummo nella carrozzella, guidata dal signor Pfaff e seguìta a distanza da un carro coi nostri bauli, io approfittai della solitudine che si ritrovava appena fuori di Splügen, per baciar lungamente la bocca di Lidia. Era una bocca sì viva di colore e così perfetta di linea, ch’io mi compiaceva a serrarla e a riunirla fra le dita per meglio sentirla sotto le mie labbra.
In quel momento, il signor Pfaff si volse dal suo sedile verso di noi, ma rigirò sùbito la testa, allo spettacolo, e la tenne poi ostinatamente fissa in avanti, per non disturbarci.
– Ho fatta posticipare la cena! – egli disse, senza guardarci.
– Va bene. Avete molti viaggiatori all’albergo? – domandai.
– Due francesi.
– Maschio e femmina?
– Maschi tutt’e due. –
Volevo chiedere se fossero giovani, ma mi rattenni, vergognandomi dell’impulso. Pensai che fossero due solitarî com’ero io qualche anno prima, e li compiansi; tutto quanto viveva all’infuori del mio amore, estraneo a Lidia, mi giungeva perdutamente sconsolato, ed ero già disposto a considerare i due francesi come anime in pena.
La strada, a sinistra di Splügen, discendeva per breve tratto, poi saliva e si stendeva piana, a gomiti, costeggiata quando dal Reno, quando dalle pinete, su ambo i lati. Il Reno, che interessava Lidia, quasi un personaggio storico di cui si son lette e udite mirabili gesta sanguinose, era nel tramonto quieto, assai sonoro; una lieve brezza moveva le cime dei pini circostanti lambendoci il viso; il cielo, privo di sole, pareva una gran vôlta sulle nostre teste, e mai quanto allora ne compresi la maestosità.
– C’è ancora molto? – chiese Lidia.
– Tre chilometri, – rispose il signor Pfaff, rigido al suo posto.
– Sei stanca? – domandai io alla donna. Ella negò col capo e mi volse la bocca in modo ch’io fui costretto a ribaciarla.
Traversando il primo dei ponti che s’incontrano su quella strada, vedemmo il Reno orribilmente serrato fra due montagne a picco, furioso di spuma. Il vecchio fiume balzava, tutto bianco, irrompeva, accelerando la corsa verso i luoghi dove gli sarebbe stato possibile allargarsi immortale e magnifico….
Anche oggi, mentre scrivo, il Reno ulula così sotto quei monti; ma chi lo guarda cogli occhi amorosi coi quali noi lo guardammo?
Il crepuscolo ci avvolgeva in un manto cenerognolo, passandoci nell’animo il presentimento d’un gran riposo, nella casetta bianca e ilare che ci aspettava a poca distanza; pareva aleggiassero le sforate d’una ballata di Göthe fra i rami dei pini, inclinati in uno stormir discreto. Non v’era altro che pace, all’intorno, e ombra, e mitissimo grado di calore.
S’incontravan qualche contadino, qualche addetto alla manutenzione della strada; levavano il cappello, augurando buona sera. Non era il saluto al nostro amore? Buona sera, veramente, quella in cui arrivammo all’albergo del signor Pfaff! Buona sera, che cancellava dallo spirito anni dolorosi d’errori e mi offriva la fede in qualche cosa, nell’avvenire, in me stesso!
Quando la casetta s’abbozzò nell’ombra, la giumenta saura aumentò l’andatura, nitrendo; dalle finestre si scorgevano i lumi accesi della sala di conversazione e della sala da pranzo, unici fari in mezzo ai pini, ormai simili a spettri. Prima che la carrozzella si fermasse, baciai di nuovo Lidia.
Sulla soglia, la signorina Silesia Pfaff, coi capelli neri accuratamente ravviati e la tipica faccia rubiconda, comparve insieme a Leo, il grosso cane di Terranova al quale ero insoffribilmente antipatico.
La signorina mi porse la mano, Leo m’abbajò contro, secondo il solito. Ancora, Lidia fu una delusione per Silesia, per quanto questa s’affrettasse a salutare ossequentemente; ma certo pensò che se avessi sposata lei, avrei fatto miglior negozio.
Ci avevano approntate al primo piano due camere da letto comunicanti, un salottino e una specie di studio colla scrivania, dove avrei potuto sognar di lavorare; luce e fiori dappertutto, la quale particolarità mi parve assai gentile e mi obbligò a ringraziar vivamente Silesia Pfaff che ci accompagnava.
Quando fummo nel tinello per la cena, potei notare che le razze hanno istinti non mai fallaci e sconfessabili; perchè, se Lidia aveva delusa l’aspettazione degli svizzeri tedeschi, provocò l’ammirazione dei due francesi che ci avevano preceduti; un’ammirazione rispettosa, ma chiara per qualche sguardo e per quell’impaccio quasi piacevole che una bella donna ispira sempre ai giovani.
I due viaggiatori, sulla trentina, eleganti per abitudine, compìti per esperienza di società, eccellenti parlatori, si contentarono di discutere fra loro alcune questioni superficiali di letteratura; ma in modo che se la buona volontà non mi fosse mancata, avrei potuto io pure esprimere delle opinioni, concordi o contrarie, il che era affatto indifferente a me e ai due francesi.
Io aveva ben più dolce esca alla mia attenzione. Lidia, dai cupi occhi azzurri e dalle labbra vermiglie, appariva serenissima, e la grande notte silvestre che calava, prometteva un’immensa voluttà di silenzio.

IV.

Per tutto quel mese di luglio milleottocento ottantasette, uno spettacolo di saltimbanchi e una passeggiata notturna furon le sole digressioni nella gran calma felice della nostra vita.
All’albergo eran sopravvenuti altri forastieri, i soliti dogliosi in cerca d’oblio; ma noi li vedevamo di rado, non intervenendo alla mensa comune. Intuivo parecchi intorno a noi che sorridevano del nostro appartarci; quei due francesi incontrati pei primi, dovevan filosofare mirabilmente sull’idillio che presentavamo loro, e una vecchia dama bisbetica sogguardava Lidia con qualche acredine, incolpandola d’essere nata cinquantacinque anni dopo di lei.
Ciò non era molto doloroso e noi gustavamo con tanta intensità il nostro egoismo a due, che per tutti gli altri ci sentivamo feroci.
V’erano e vi sono, in quell’angolo delizioso dei Graubünden, lunghissimi tratti di strada quasi per null’affatto frequentati e secretissimi e riparati fra la verzura e simiglianti a certi selvatici e vergini paesaggi, dal pennello più presto imaginati che riprodotti fedelmente; ora chiusi come interminabili chioschi, ora aperti come giardino signorile, dove la vigile attenzione dei paesani ha collocati opportunamente i sedili pei rari passanti.
Noi sceglievamo sempre quelle vie, procedendo fin che il Reno sopraggiungeva ad accompagnarci, scapigliato di schiuma, e spesso, non contenti dell’impreveduto e del mistero, lasciavamo la via segnata, inoltrandoci pei boschi, salendo pei greppi che i lichéni avevan ricoperti di morbidissimi tappeti naturali, qualche volta anche arrischiandoci su rocce a picco, dalle quali si poteva veder sotto il ruinar vertiginoso del fiume.
Lidia, cogli abiti a chiare tinte, formava in quella varietà di cose belle per dolcezza o per orrore, un inarrivabile complemento, che io ammirava col rammarico di non sapere in modo alcuno descrivere. Quando, – pel timore che le crittogame delle rocce non nascondessero qualche falla del terreno, – Lidia s’attaccava alla mia mano e camminava così a capo chino, studiando il passo, sorridendo un po’ nervosa, aiutandosi col bastone ferrato e chiedendomi cogli occhi una parola incoraggiante, io non trovava altra parola che il bacio, dato sulle labbra fresche, volonterose.
Qualche incontro inaspettato animava le nostre escursioni; dei camosci, a gruppi di tre o quattro, s’allontanavan lentamente, rivolgendo la testa a guardarci coi neri occhi oblunghi; degli scoiattoli bruni fuggivan d’albero in albero, la coda ritta, le piccole orecchie calate per la paura; ed eran graziose macchie sullo sfondo verdastro dei tronchi antichi.
Talora, alti cumuli edificati pazientemente con fuscelli di pino, c’indicavano il soggiorno delle formiche rosse, e innanzi a quei meravigliosi risultati dell’intelligenza animale, Lidia ed io ci soffermavamo a lungo. Quelle formiche, d’un’audacia e d’un coraggio diabolici, si rizzavan sull’addome appena tocche, s’avventavano con furore contro la punta del mio bastone, eran tremendi guerrieri capaci dei più inauditi eroismi; se io gettava loro qualche insetto, era un accorrere da ogni dove, un fermarlo, un assalirlo per quanto esso potesse sembrare smisurato al confronto degli assalitori; se scoperchiavo il formicaio, le abnegative abitatrici del luogo correvan tosto a nascondere e a riseppellire le uova così esposte, e si rizzavano a guardar donde venisse l’attacco, e senza frapporre indugio rimediavano alla catastrofe, ricostruivano immediatamente le abitazioni distrutte. Spettacoli non poco umilianti pel mio orgoglio d’homo sapiens. Fu giusto al ritorno da una di quelle passeggiate istruttive, che, seguendo un sentiero in mezzo ai campi, protetto su un lato da un filar d’ontani, Lidia s’arrestò ad osservar le incisure che mani ignote avevan fatte nel tronco degli alni; eran lettere intrecciate, numeri e motti stentatamente segnati nella corteccia, ricordi sentimentali.
La donna mi domandò il coltellino per aggiungere i nostri nomi all’elenco sospiroso; girò intorno al tronco per trovarne una faccia priva di segni, e vedendo una S circondata da mirabili ghirigori, mi chiese:
– Quando hai inciso questo, Sergio?
– Mai, cara, – risposi. – Lo vedo ora per la prima volta. –
Più sotto alla S, v’era un’A, e più sotto ancora, la S e l’A s’univano in un monogramma, come due amanti che dopo battuta diversa via, si ritrovano e si congiungono per sempre.
Lidia mi restituì il coltellino, prese il mio braccio e s’incamminò meco senza far parola.
– Via, bambina; – dissi. – Che cosa c’è? Tutte le S indicheranno Sergio e tutti i Sergi non potranno essere altri che io? Ti ho già detto come io sia sempre venuto solo in questi luoghi.
– Sei diventato pallido, – osservò Lidia.
– Pallido no, – risposi; – triste sì, pel tuo sospetto ingiusto. –
E sciogliendomi dal braccio della donna, mi fermai. Provavo un tormento, improvviso, crudele.
Come mai Lidia mi credeva abbastanza vano e vile da condurla dove avevo condotte le mie amanti, da permetterle di scrivere il nostro nome sotto il nome d’un’altra donna ch’era stata mia?
– Perchè mi giudichi così male? – domandai, guardando la donna fissamente. – Chi ti ha parlato di me?
– Nessuno mi ha parlato di te, Sergio, – ella rispose, ritta, immobile come un’accusata. – Ho creduto io; ma non ti ho detto niente, non ti avrei detto niente mai. –
La sera calava con quella solita maestà non priva di tristezza che i grandi paesaggi posseggono. Di fronte a noi, sull’altra strada che conduceva ad Andeer, risonavano le campanelle delle mandre reduci dal pascolo; le foreste di pini, stese lungo i fianchi dei monti, ispessivano il loro verde fino a diventar nere e lucide.
– Mi credi, dunque? – domandai, avvicinandomi a Lidia.
– E tu, mi perdoni? – ella rispose.
Procedemmo in silenzio; il brevissimo episodio m’aveva ancor rammentato ch’io nulla aveva detto a Lidia de’ miei anni precedenti, e simile lacuna poteva ben giustificar nella donna qualunque sospetto. Infine, ella m’aveva sposato perchè mi amava, i suoi m’avean data Lidia perchè io conveniva loro; ma sapevano essi chi io era, non riguardo al mondo, non riguardo alla vita vissuta, ma in faccia alla coscienza e alla vita dei sentimenti? Nulla sapevano essi; potevo esser un cinico, un corrotto, un libertino, un ipocrita che avesse trascinata l’esistenza senz’infamia e senza lode, sol perchè gli eran mancate le occasioni di far diversamente.
Rimaneva perciò un malessere tra me e Lidia, prodotto da quel velo steso sul mio passato, e bisognava rimediarvi, presto, sùbito, perchè non si prolungassero oltre i motivi a sospetti e a dubbi.
Quella sera medesima, dopo cena, quando Lidia fu nella sua camera, io ve la raggiunsi. La serata aveva chiuso con un acquazzone formidabile, dando un tracollo alla temperatura, divenuta quasi fredda; nel nostro appartamento le stufe russavano.
Trovai Lidia ben disposta ad ascoltarmi, seduta in una poltrona con dei giornali sulle ginocchia. C’illuminava chiaramente una lucerna posta a fianco di Lidia, sopra una piccola tavola. Mi sedetti presso la donna, le presi le mani, e le dissi:
– Vuoi ascoltarmi, amica mia? Debbo parlarti a lungo. –
Dal movimento di viva attenzione che seguì in Lidia a queste parole, compresi ch’ero arrivato a tempo e che s’ella non aveva osato mai chiedere, non aveva per ciò men desiderato quell’istante di confidenza. Quanto a me, studiai di dare alla mia voce l’inflessione più affabile di cui era capace, e per la durata dell’esordio, non abbandonai le mani della donna, fattasi grave subitamente.
– Debbo dirti chi sono io, – cominciai sorridendo, – e come ho vissuto fino al giorno del nostro incontro. Io ne ho il dovere, ma ti parlo piuttosto per desiderio d’una piena confidenza, che per stimolo di soddisfazione ad un obbligo. Sai che io ho perduto mia madre a vent’anni e che d’allora, fino all’altra dolorosa scomparsa di mio padre, io sono stato sempre con questi, accompagnandolo in tutt’i suoi viaggi per l’Italia e fuori; ma non sai quale notevolissima influenza sulla mia indole abbia esercitato questo genere di vita. Mio padre, vecchio colonnello di cavalleria, era di quegli uomini maravigliosi che han conosciuto l’entusiasmo e che, dopo essere stati eroi in tempo di guerra, non s’eran dimenticati d’essere onesti in tempo di pace. Per me aveva una benevolenza sollecita, e io credo d’aver destata in lui compassione non meno che affetto; ero esile, gracile, e presso l’uomo che aveva scritta la propria storia a colpi di sciabola, parevo un virgulto, non abbastanza bello per essere interessante e non abbastanza interessante per essere perdonato della sua gracilità. Quindi, mio padre credette ottima idea d’evitarmi le noie e le ansie degli studî, supplendovi coi viaggi, ed io confortai questi col tuffarmi a corpo perduto nella lettura di qualunque libro, di qualunque giornale, di qualunque opera pesante od allegra mi fosse dato trovare. Ciò non era grave, alla fine; conobbi molte cose superficialmente e nessuna con profondità, ma non dovendo votarmi ad alcuna professione, la cultura saltuaria mi rese eguali servigi, nelle conversazioni, dove tutta la scienza si limita ad un accenno…. Gravissime, invece, furono le conseguenze morali di quella vita febbrile e diffusa. Io non ebbi abitudini, perdetti la nozione della famiglia, non amai nulla di quanto si conveniva alla mia età; come i viaggi m’insegnavano che non v’era luogo così bello da escluderne altri migliori, la vita mi si presentava quasi un viaggio lungo, ed ogni avvenimento quasi un incidente di via, che al primo gomito della strada si sarebbe dimenticato. Perciò, io dispersi le forze intellettuali e non potei indirizzarle ad un determinato scopo; dispersi le forze affettive, non raccogliendole sopra alcuno oggetto.
Feci una pausa. Lidia osservò con voce tranquilla:
– Io non vedo gran male in tutto questo. Avrai avuta una giovinezza molto fredda e senza peripezie.
– No, – risposi. – Allora pareva anche a me che non vi fosse gran male, perchè ero assai giovane, e quello stesso metodo di vita m’era d’ostacolo ad interrogarmi, a studiare se in fondo all’animo io non sentissi qualche irrimediabile amarezza. Ma quando mio padre morì, m’accorsi tosto d’essere straordinariamente solo nel mondo, inutile al punto che la mia vita e la mia morte dovevan riuscire indifferenti fenomeni agli altri, non pure, ma a me stesso. Non avevo alcuno scopo, non avevo amici, non rappresentavo nulla, non ero una forza, considerevole o mediocre, nella, meccanica della società; se fossi sparito, nessuno si sarebbe doluto della mia scomparsa. A tale idea io soffersi molto, e fui così malcontento, così irritato, che invece di tentar qualche cosa, venni in questo paese a rodermi internamente de’ miei anni sciupati. Capisci questo, amica mia? Lo spettacolo dell’attività altrui, invece di spingermi all’emulazione, mi stremò di forze e mi tolse ogni speranza di poter fare.
– Come mai? – domandò Lidia, rizzando la testa a guardarmi.
Nel mentre andavo parlando, m’accorgevo che, diversamente da tutte le aspettative, la confessione mi riusciva facile, e che enunciando e sintetizzando il mio passato, illuminavo me stesso su cose prima oscure. Avevo anche avvertita una certa impazienza in Lidia, e me ne davo ragione sapendo che la donna non poteva contentarsi di quelle linee generali, ma voleva la confessione di argomenti assai più vicini a lei e più pericolosi.
– Come? – ripetei. – Non so. Saranno effetti nervosi, ma certo senz’alcun rimedio; avrei avuto bisogno di trovare gli altri molto addietro; li vidi al contrario molto innanzi, e lo spazio che mi separava da essi, mi diede un vero spavento, quasi una vertigine.
– Così, tu non hai fatto bene e non hai fatto male? – chiese Lidia.
La voce della donna s’oscurò di tristezza, e mi penetrò in fondo al cuore.
– No, – confessai, – no, io non ho fatto alcun bene….
– Non hai amato? – incalzò Lidia, rizzandosi sul busto e stringendomi le mani.
– Non ho fatto alcun bene, – dissi nuovamente. – Ero preso da quella specie di malattia della volontà, e divenni maligno, contro di me e contro gli altri; fui dei più pronti a schernire, dei più volonterosi a negare; fui un essere colmo d’odio, perchè invece d’incolpar me della mia vuotaggine, incolpai non so quale fatalità avversa.
– E le donne non riuscirono a toglierti quell’asprezza, a consolarti? –
Appena pronunciate queste parole, Lidia arrossì vivamente; ma nel medesimo tempo, il mio viso ebbe forse un’espressione così dolorosa, che la donna porse la destra sulla mia bocca, aggiungendo:
– No, no, non dir nulla, se non vuoi, Sergio! –
E si chinò a baciarmi.
Nell’atto ch’ella avanzava e serrava le labbra contro le mie, io chiusi gli occhi ed ebbi come un’immensa visione di tutta l’impossibilità a parlare. Lidia era ancora, una fanciulla; donna solo fisicamente; il suo animo era incontaminato, il suo pensiero casto, i suoi costumi ingenui. In che modo potevo io dire?… Perchè bisognava farsi comprendere, cioè sviscerare i fatti, analizzarli….
Quando Lidia staccò la bocca dalla mia, io aveva già divisato di non parlare.
Mi diedi a passeggiare per la camera, comprendendo che non potevo tacermi immediatamente, se non col pericolo d’ingenerar nello spirito di Lidia chi sa quale stranissimo sospetto di mistero. La donna mi seguiva dello sguardo, e per la prima volta s’insinuò fra noi il dolore di non sentir le nostre anime sopra una medesima via.
– A che giovano i fatti? – io ripresi, avvicinandomi a Lidia e sedendomi sullo sgabello a’ suoi piedi. – In amore e per l’amore, sono stato un perverso. Non mi chiedere altro, amica mia; non ti dirò di non avere amata alcuna donna prima di te; la cosa, più che mirabile, sarebbe ridicola. Ma è certo, è vero, è sacro che dal primo giorno del nostro incontro, ogni altro amore cessò e ho voluto mutarmi.
– Sono contenta, – disse Lidia con semplicità. – Sono contenta e ti credo: però…. –
Tacque un istante, esitando; poi si chinò fino al mio orecchio e soggiunse a bassa voce:
– Però…. vorrei sapere se fra le donne ch’io conosco, ch’io conoscerò e che ci verranno in casa, vi sia qualcuna che tu hai amata. –
Non era ancora finita la frase, che Lidia se ne pentì, poichè corresse:
– No, no, in casa; non dubito; ma v’è qualcuna ch’io conosca?
– Nessuna, – risposi prestamente, e volsi il capo perchè Lidia non mi leggesse in viso la menzogna.
Una, ve n’era; ben conosciuta da Lidia, che l’ammirava per la superbia e l’eleganza; una, che frequentava la casa Folengo, e m’aveva irritato colle carezze finte prodigate alla fanciulla. Ma perchè dir questo a Lidia? Non era inutile e pericoloso?
– Vedi, – continuai dominandomi. – Vedi ch’io non ho nulla di buono nel mio passato e ch’io ti debbo una totale rigenerazione? Sono un vagabondo arrestato dalla tua potenza.
– E tu mi ami quanto non hai amato alcuna donna, è vero? – domandò Lidia, ancor dubitosa.
– Puoi ben crederlo, – esclamai, – se a te lego tutta la mia vita! –
Vagamente e con un’indefinita paura, io rilevava uno strano fatto; che la mia confessione era inutile, perchè non poteva esser chiara, e che, lasciando Lidia più calma di quanto io non m’aspettassi, aveva invece turbato me oltre ogni previsione. La colpa era mia, non avendo io il coraggio necessario a spingermi fin dov’era possibile; la colpa era anche di Lidia, la quale, sorvolando ai miei mali dello spirito, aveva voluto giungere sùbito ai fatti, agli amori, alle donne, alle persone che da un istante all’altro ella poteva incontrare.
In fondo, Lidia non aveva capita l’amarezza della mia esistenza, tormentata da un inutile desiderio di fare e di lavorare: non aveva viste che delle rivali, non aveva tremato che di gelosia. Così, mentre io credeva la mia confessione dovesse prolungarsi, era invece finita d’un tratto, proprio sul limitare della piena confidenza.
Io guardai la donna; delicatissime apparivano la bianchezza rosea del suo volto, l’espressione degli occhi lunghi, ombrati da palpebre simili a minuscoli ventagli, coronati da ciglia simili a leggiere strisce arcuate di pennello.
Ed io poteva condannarla, s’ella non comprendeva l’infinita melanconia, l’infinita vacuità dell’uomo che le parlava? Anche troppo presto se ne sarebbe avveduta quando la nostra casa si fosse aperta agli amici miei, agli uomini che seguivano una via ben chiara, incontro a una meta ben decisa. Lidia era, del resto, come tutte le donne, chiusa entro i limiti della vita pratica; non poteva supporre occupazioni oltre la famiglia, o supponendole non le avrebbe trovate necessarie.
Io solo, che avevo sognato di giungere alla fama, ero giudice della rovina che al sogno aveva tenuto dietro invece della realtà.
Non avevo mai saputo chiuder la vita entro limiti così precisi che arginassero le incomposte tendenze, dirigendole robustamente a un fine; proclive a più cose ed avido di conoscere, avevo dispersa l’energia creativa, atrofizzandola in un vuoto compiacimento di sapere; privo di vanità nella sua forma più eletta ch’è l’ambizione, m’ero limitato ad ammirar l’opera altrui, spesso semplicemente induttiva, e m’ero sfiduciato al pensiero di muovere i passi dove uomini eminenti avevan talora dubitato ed erano anche caduti numerosi; e se di tanto in tanto il peso dell’inerzia vergognosa mi diveniva intollerabile, – guardandomi intorno e vedendo i già noti e battaglieri preparar nuove opere e nuove battaglie, la mia nervosità suggestionabile soffriva d’un contraccolpo mortale, la mia volontà si rannicchiava al cospetto di volontà più illuminate e più esperte.
Rimaneva poi verissimo quanto io avevo detto a Lidia: che al vuoto del quale arrossivo avevo sempre trovate altrettante giustificazioni, considerandomi vittima di complicate e malaugurose vicende; e il tempo, la solitudine, l’incontentabilità, le difficoltà materiali per farmi conoscere, la lenta progressività dell’esito futuro, mi sbigottirono e mi relegarono decisamente fra l’immensa caterva di coloro che vivono come possono e che una tomba inonorata accoglie e dissolve.
Nei giorni susseguenti a quel colloquio con Lidia, io ebbi più volte l’opportunità di spiegare alla donna quanto fossi insoddisfatto dell’indirizzo preposto alla mia giovanezza. Lidia accoglieva questi discorsi con una duplice espressione: lieta, perchè notava come le donne del mio passato fossero totalmente scomparse dalla memoria; triste, perchè avrebbe voluto altrettale oblio de’ miei sogni e dei proponimenti frustanei. V’era nel suo modo di rispondere, nell’angoscia rinnovellata ad ogni apparire de’ miei rimorsi, – un chiarissimo sottinteso, ch’io aveva sùbito spiegato così:
– “Non ti basta la realtà del mio amore? Non ti basta la vita ch’io ti offro?” –
Ora, quando in addietro lottavo, cercando di dedicarmi alla letteratura per la quale credevo di aver qualche disposizione, – m’ero sempre tolto a quelle spaventose lotte col medesimo pensiero: tuffarmi nella vita reale, godere quanto era più vicino e più facile ad ogni uomo.
E quel pensiero d’allora, germinato spontaneo, e quel sottinteso d’adesso, nascosto nelle parole di Lidia, concludevano in un’egual rinuncia, avviandomi sulla strada comune, dove non si trova gloria, ma la calma è solenne, l’indifferenza grande, il benessere sicuro. E poichè questa volta l’esortazione alla rinuncia veniva da una bocca giovanile e cara, io credetti poterla obbedire, e per lungo tempo i rimorsi della vanità delusa tacquero, mortalmente.

V.

In quella dissonanza d’anime, lievissima e tuttavia avvertibile, sorta fra Lidia e me dalla sera in cui ella non aveva capito il mio tormento e non aveva temuto che per donne immemorabili, – so e affermo che, quantunque io volessi negarlo a me stesso, noi non potevam giudicare la giornata trascorsa se non al cominciar della notte.
Era nell’alcova di Lidia che io vedeva sciogliersi i nodi aggruppati durante il giorno; erano il sorriso o l’impaccio, il desiderio o la sommissione della donna, che mi davan la misura di quanto noi fossimo all’unìsono, o delle modificazioni lentissimamente verificatesi nella nostra vita felice. Appena ombre, appena gradazioni d’una fuggevolezza così rapida che ad uomo chiuso all’investigazione, sarebbero andate perdute.
Lidia, per la prima, non aveva nulla rilevato, e si credeva senz’alcun dubbio ancora a quell’altezza di passione che aveva riscaldati i primi giorni della nostra intimità. Io stesso osservava a scatti, e soltanto ora, studiando quei tempi, vedo la strada percorsa, digradante con infinitesimale declivio.
Colui che batteva all’uscio di Lidia era il medesimo, l’identico uomo che due mesi avanti aveva passata la soglia della camera virginale e aveva pianto alle lagrime della dedizione? colei che permetteva all’uomo d’entrar nell’alcova, era la medesima, l’identica Lidia che aveva tremato di paura e non aveva trovato requie nell’aspettazion timorosa?
No.
Oramai, eravamo diversi da quelli.
Innanzi tutto, nel mio animo s’era risvegliata l’attenzione che m’era particolare; a luogo di procedere fidente, gli occhi chiusi, come nei primordî della nostra unione, – io sorvegliava. A che cosa? A nulla e ad ogni cosa; a Lidia, a me, ai sorrisi, alle parole, a corrugamenti di ciglia, a strette di mano, ai baci, alle forme di piacere, alla durata dei desiderî, al bisogno di confidenza, all’intensità di molestia causata da presenza d’estranei.
In quei giorni di Sufers, io aveva ripresa l’abitudine d’archiviare dei fatti, e per lunghissimo tempo, a Sufers ed altrove, tutto si ridusse a questo.
Onde, da quel risveglio, io aveva soltanto percepito che avvenivano delle modificazioni; eufemismo col quale si stabilisce il principio d’una catastrofe; fiocco di neve, che rotola pel versante, s’ingrossa, si dilata e forma la valanga.
I fatti eran d’una sola entità. Ne ricordo alcuni:
Quando noi ci recavamo il mattino a Splügen, era nostra abitudine seguir la strada men battuta, che partendo dalle spalle dell’albergo, giunge a quel villaggio per discreti viottoli ombrosi. Non saprei dir quante volte noi ci fermassimo e le nostre labbra si cercassero avidamente; non saprei dire con quanta diligenza io vegliassi a che Lidia non s’affaticasse di soverchio. Da qualche tempo, i baci eran diminuiti; Lidia, dicendo di voler imitare gl’inglesi, camminava innanzi a me, senza darmi mano; se ci soffermava l’improvvisa bellezza d’un mattino estivo, ammiravamo silenziosi, nè sentivamo il bisogno d’esser vicini, d’interrogarci e di commoverci insieme. Una volta, al ritorno da Splügen, invece di riprender la via secreta, m’incamminai sulla via postale, ch’era più breve. Lidia mi seguì, senza mostrar noia o stupore; giungemmo a casa, privi di baci, e risaliti in camera non ci ripagammo di quell’insolita astinenza. Peggio: da quel giorno, le strade postali furono le preferite.
Ancora: noi non parlavamo che del nostro amore, in principio, e non ci curavamo se all’intorno si vivesse; il bel tempo e il cattivo erano egualmente benvenuti e con egual piacere si rimaneva in casa o si usciva a passeggio. Da parecchio, – avevo cominciato io, – i nostri discorsi parlavan degli altri; si faceva la caricatura ai compagni d’albergo, ci si chiedeva che potessero pensar di noi i genitori di Lidia e i miei amici. Peggio; si facevan disegni per altri luoghi, si evocavano i ricordi della città; si prediligevan le passeggiate, nelle quali s’inframmettevano fra noi mille oggetti e variati spettacoli; e si leggevano i giornali.
Queste modificazioni eran necessarie; accennavano al passaggio dall’amor violento, dalla frenesia giovanile a un più calmo possesso, a una più tranquilla felicità; passaggio inevitabile, poichè sarebbe stato pericoloso e sovrumano che avessimo continuato come nei primissimi tempi. Nè mi potevano esse spaventare, nè eran brusche ed aspre così da lasciar fra l’inizio e il presente una visibil lacuna; ma avevan tuttavia qualche cosa di caratteristico, d’indefinibile, prodotto dalla graduale conoscenza reciproca delle nostre indoli.
Certamente, per noi i giorni dipendevan dalle notti, la vita dell’anima s’informava alla vita dei sensi, e conservo a tal riguardo la memoria di due episodî, che segnano a mio credere due punti ben chiari e diversi della nostra parabola amorosa.
Com’io aveva indugiato una sera nella mia camera a scorrere diverse lettere, ed era inavvertitamente valicata la mezzanotte, l’ora classica in cui mi presentavo a Lidia, – sentii presso l’uscio un tenue fruscìo d’abiti, e sulla porta l’errar d’una mano in cerca della gruccetta. Aguzzai l’orecchio; il fruscìo pareva ripetersi; ma sempre tenue e dubitoso. Mi diressi all’uscio, l’aprii sveltamente e vidi Lidia, immobile, fulminata dalla propria audacia.
– Oh! – ella esclamò, giungendo le mani, con voce tra la gioia e il malcontento. – Oh non pensar male di me! È già mezzanotte; non ti vedevo, temevo che fossi indisposto. Non pensar male! –
Io risi prendendola fra le braccia.
– Mi duole, o signora, – dissi, mentre la portavo sopra una poltrona. – Mi duole immensamente, ma io sono costretto a pensar male di voi! –
E le diedi più baci sugli occhi e sulla bocca….
Questo era avvenuto non molto dopo il nostro arrivo all’albergo; ma v’era anche il riscontro a quella scena d’impulso; riscontro causale di cui io aveva la maggior colpa.
Leo, il cane del signor Pfaff, s’era fatto singolarmente ringhioso e per dimostrarmi che la sua antipatia aveva concluso nel più strano odio, mi guardava con occhi torvi e brontolava se appena osassi avvicinarlo. Talchè, scendendo solo, un mattino, e trovando Leo disteso nel corritojo, lungo e stretto, che seguiva alla scala, tentai d’accarezzare il cane, di persuaderlo all’amicizia con qualche buona parola. Leo s’alzò veemente e visto chiuso l’uscio che dal corritojo metteva alla strada, ringhiò, in atto di difesa; per punir l’animale dell’accoglienza eccessivamente incivile, staccai dalla parete la frusta del signor Pfaff, drizzandone la punta al muso del cane; ma questo senza darmi tempo di colpirlo, spiccò un balzo con un latrato, mi si lanciò contro così veloce, ch’io riuscii a mala pena a schivarne l’urto. Quasi nel medesimo istante, sulla scala che mi era alle spalle, risonò un grido acuto e volgendomi scorsi, abbrancata alla ringhiera, Lidia, pallidissima, cogli occhi aperti su di me. Leo parve ammansato dalla inattesa comparsa della donna; io corsi a Lidia, la riaccompagnai nella sua camera, dov’ella, cedendo a un moto nervoso, diede in dirotto pianto, tutta scossa da un tremito.
Non so perchè, quelle lacrime innocenti m’irritarono e mi sconvolsero in modo che invece di chieder perdono a Lidia d’averla così turbata colla mia improntitudine, non apersi bocca e aspettai ch’ella avesse rasciugati gli occhi e si fosse dominata; nè per quanto i suoi sguardi invocassero una scusa, io fui capace di formularla.
Ci trattammo con molta freddezza pel resto della giornata, poichè, sapendo d’aver torto, mi dicevo e mi persuadevo d’aver ragione, ed ero arrivato ad aspettarmi io una spiegazione dello spavento di Lidia.
Quando calò la sera, ci lasciammo al limitare delle nostre camere, e nessuno di noi due tentò una riconciliazione, venuta solo l’indomani.
Se questo chiaroscuro aveva potuto svelare a Lidia la dominante incoerenza del mio carattere, ben ve ne furono in séguito, che squarciarono altri veli. E, per esempio, rammento che all’arrivo della diligenza avendo una volta osservata con qualche attenzione una signora assai giovane ed elegante, che vi si trovava, rincantucciata in un angolo, – rammento come Lidia soffrisse di quella mia curiosità senza scopo, e me ne chiedesse con insistenza delle ragioni che non potevo dare, poichè non esistevano.
E, ancora, Lidia tradiva a poco a poco la smania, l’impazienza di tornare in Italia, di ritrovarsi fra gente conosciuta, d’ascoltar dei discorsi e delle narrazioni di fatti. I fatti soli la interessavano, mentre su di me esercitavano una noia indicibile, specie se raccontati con quella minuzia di particolari che Lidia voleva.
Gli stupendi paesaggi a noi d’intorno, eran piaciuti a Lidia, non per sè medesimi, ma per la loro novità; laddove io, conoscendoli assai bene, li amavo perchè me n’ero fatto padrone e ne sapevo ogni inflession di linguaggio; cosicchè avveniva che a me l’abitudine faceva il soggiorno più caro, e a Lidia il soggiorno non piaceva se non vario di gite e d’escursioni. Abituato a mutar luogo dalla prima giovanezza, nulla dei costumi stranieri mi riusciva molesto o inaccettabile; m’allignavo così prestamente in qualunque paese da dimenticare in pochi giorni d’avere altri costumi. Lidia, vissuta sempre sotto la tutela assorbente di donna Teresa, trovava insopportabile la minima variazione alle sue abitudini; aveva sofferto d’insonnia perchè il letto non era collocato di fronte alla finestra, e dopo più di due mesi, ancora arricciava il nasino quando le avvenisse d’ascoltar gli svizzeri parlare il dialetto grigione o il romancio; la cucina dell’albergo le aveva tolto l’appetito; il romore del Reno la spaventava come al primo giorno; e osservando ch’io non pativa punto di questi disagi, s’irritava leggiermente.
Perchè, la collana di screzî che sono andato enumerando, era, infine, così sottile da notarsi appena, e ancora sopra tutto dominava l’amor nostro, che appianava le piccole difficoltà e conservava il color roseo a quei primi mesi; nessuno di noi due, certo, ingrandiva le scabrosità di carattere dell’altro, ma al contrario, ciascuno si studiava di sorriderne con affetto e d’obliarle tosto.
Sul cominciar di settembre, donna Teresa ci scrisse, manifestando il desiderio di riveder Lidia e mi parve opportuno cedere alla preghiera nonostante che Silesia Pfaff e suo padre si rammaricassero assai della nostra partenza.
– Perchè così presto, quest’anno, signor Lacava? – osservò Silesia, all’annuncio.
Perchè così presto, infatti? Abitualmente, io aspettava la prima tormenta di neve, a levar le tende; ciò mi offriva la varietà d’un ritorno in islitta. Ma il mio volere era ormai dimezzato; io non poteva più vivere a capriccio. Quando tentai di far capire questo a Silesia, ella di nuovo deve aver pensato che se avessi sposata lei, avrei potuto viaggiare in islitta otto mesi all’anno.
Un ultimo incidente segnò la vigilia della partenza. Avevo raccomandato a Silesia che provvedesse a prepararci le bagaglie, e tornando da un’escursione d’addio, trovai invece le due cameriere dell’albergo, che si limitavano ad aiutar Lidia, la quale faceva i bauli da sè.
Chiamai questa nella mia camera, e la pregai di lasciar fare ai domestici.
– Come! – esclamò Lidia stupita. – Non vuoi ch’io sorvegli?
– Sorvegliare sta bene, – risposi. – Ma tu eri inginocchiata ad accomodare le robe nel baule.
– Bisogna fare così con costoro che non capiscono niente! – Lidia concluse, e tornò alla sua camera e riprese ad accomodar la roba.
Io mi morsi le labbra. Fra tutte le cose meno tollerabili per me, la buona massaja, questa creazione della società borghese, questa tiratrice di colli d’oca, era la più urtante.
Avevo della donna un concetto quasi orientale, in cui m’ero conservato con tenacità; rivedevo sempre mia madre, finissima signora, le cui sole mani innamoravano, e rivedevo tutte le donne di mia conoscenza, anche le men belle, allevate per gli agi e per occupazioni aristocratiche. La concordanza di tali fatti, la vita errabonda che avevo condotta con mio padre, avevano generato in me l’assurda opinione che la donna fosse un oggetto prezioso, degno di prezioso contorno; una specie di regina di delizie. Ed io voleva la donna così, io poteva averla così; nè m’ero sognato mai di considerar la sorte di quelle che così non erano e non potevano essere.
Lidia, bianca, bionda, leggiadra, – giocattolo inestimabile – doveva farsi una di queste signore inutili, uno di questi fiori esili e delicati il cui apparire è pien di regalità, come lo sboccio è luminoso d’iridescenze.
Buona massaja no! Io mi sarei opposto con ogni mezzo.
Lasciammo l’albergo sul far del giorno, mentre piovigginava, nell’incertezza d’un’alba fredda; e l’indomani eravamo alla Villa Folengo, tra Pallanza ed Intra, sul Lago Maggiore.
Io sentiva che avevam bisogno degli altri e che la solitudine a due aveva rischiato di sgretolar con lenta marcia un grande edificio d’amore. La società, gl’indifferenti, i curiosi, gli amici, le esteriorità che avevam dimenticate durante il soggiorno nei Graubünden e che eran così soavi ad abbandonare in quei tempi, ci tornavan graditi ora, ci scuotevano salutarmente.
Lidia, in ispecie, mandava ogni poco dei trilli di gioia, e si buttava fra le braccia di sua madre. Donna Teresa, superato un certo impaccio nel darmi del tu, era commossa della felicità che avevo portata in casa sua, e il signor Pietro Folengo trovava il nostro matrimonio bello e prezioso quanto una partita doppia scritta senza errori in eleganti calligrafie.
Per una festa data da Ettore Caccianimico nella propria villa a Pallanza, ebbi occasione di ritrovar parecchie conoscenze; Ettore Caccianimico, innanzi tutto, l’interessante uomo la cui vita contava per due, così era stata violenta di passione, ricca d’avventure e febbrile; a lui mi legava grandissima amicizia, nonostante la disparità ragguardevole d’anni. Portava lunghi i capelli bianchi e vestiva con eleganza; avendo vissuto in quasi tutte le capitali d’Europa, conosceva la storia di molte genti e ne inventava di molte altre. Non aveva trovato il tempo di far la solita evoluzione senile verso gli scrupoli religiosi.
– Amo i divertimenti onesti, la compagnia dei giovani ed i ricordi dei vecchi, – diceva. – Quando sarò di peso, mi farò saltar le cervella. –
Sua moglie, Clara Caccianimico, la quale in trent’anni di matrimonio non s’era visto vicino Ettore per più di quattro mesi di séguito, era una donna alta, robusta, rossa in viso, cordiale. Non appena ci vide entrare, s’impadronì di Lidia, l’abbracciò, le presentò una ventina di cavalieri caricandole il taccuino di tanti nomi, ch’io a stenti riuscii a fissare un giro di valzer con lei.
Appoggiato alla porta che metteva dalla prima alla seconda sala, Ettore Caccianimico mi stava al fianco enumerandomi le qualità dei convenuti. Io da lontano osservava Lidia, che pareva difendersi assai bene e rintuzzar con prontezza i complimenti dei sùbiti corteggiatori. Ella era un po’ accesa in volto, e i suoi occhi fosforici ogni tanto mi cercavano, venivano a salutarmi, sfuggivano. Per l’abito lilla che indossava, avevo lasciato fare a lei e a donna Teresa; ma ora mi sembrava oltremodo scollato, e quel movimento del seno alternato ad ogni respiro, quel giro di perle attorno al collo, quei fiori nei capelli, che io aveva tanto ammirati in casa, mi davan fastidio come troppo procaci.
Quanto a Lidia, – quand’ella appariva dalla porta, di fronte a quella ov’io era con Ettore, – studiava il movimento delle mie labbra per intuire quel che dicessi; e non appena avevo qualche signora al braccio e mi disponevo a ballare, la distrazione di Lidia arrivava al punto che il cavaliere di lei parlava, interrogava, senz’ottener mai risposta.
A quella festa, la presenza di Giorgio Uglio mi stupì non poco. Bell’uomo, Giorgio Uglio, dalle membra flessibili per assidui esercizî di scherma; un po’ vano, così da meritarsi il soprannome di uomo-camelia che il Caccianimico gli aveva dato a indicar la sua fatua eleganza.
Quand’io era partito con Lidia per la Svizzera, a Milano si parlava molto della riconciliazione di Giorgio con sua moglie Laura; non già perchè il perdonare alla più volte adultera fosse cosa inaudita, ma perchè la pace in casa Uglio s’era ristabilita con sì stretti nodi, che Giorgio e Laura parevano innamorati novelli e avevan trovato nel museo dei loro affetti una fioritura di tenerezze sbalorditoie, una passione d’anime disgiunte che si riuniscono a dispetto del destino.
Mentre chiedevo al Caccianimico perchè Giorgio fosse solo, Giorgio stesso mi venne incontro a mani aperte.
– Caro, caro! – egli esclamò. – Così presto tornato? La tua signora è maravigliosa d’eleganza e di bellezza. Contate di ripartire? Un giro per l’Italia, m’hanno detto…. Laura è nell’alta Engadina coi parenti; soffre molto, lontana; sarà qui a giorni e spero ti tratterrai per salutarla. Ella sarà felice di riveder la tua signora che le era così simpatica da fanciulla…. –
Ettore Caccianimico, – nell’angolo d’osservazione cui ricorreva durante gl’intermezzi, – sorrideva malignamente. Quando Giorgio si fu allontanato, domandai conto ad Ettore di quel sorriso.
– Che cosa vuoi? – rispose. – Fa bene veder tanta intimità fra vecchi amici. –
E aggiunse:
– Hai sentito? Laura soffre molto, lontana. Lontana da chi? Lontana da lui, si capisce. Dio mel perdoni, l’idea è comica. –
A me, nell’animo, s’era piantata un’angoscia indicibile per le parole di Giorgio Uglio. Nella solitudine dalla quale uscivo, m’ero dimenticato affatto che un giorno avrei dovuto incontrarmi con persone che desideravo evitare; la scelta mi sembrava facile, e non ricordavo quanto la libertà di azione fosse circoscritta nel mondo, sottoposta a compromessi di peso granitico. Avevo una ragione chiara, plausibile, per non ammettere Laura Uglio in casa mia? Ella era accolta dovunque, poichè il marito perdonava e ne magnificava le virtù; non avevo speranza che nel tatto di Laura, la quale avrebbe forse compreso ch’era di cattivo gusto una sua visita a Lidia.
– Donna sul far della sera! – mi susurrò il Caccianimico, mentre passava Angela Tintaro al braccio d’una giovanetta bruna. – Piacevole, però. Non è piacevole? Ti sfido a scoprirle un amante. –
Anche Angela Tintaro! Questa no; questa, poi, in casa mia, non avrebbe messo piede. Ella si dirigeva ora verso di me, sola.
– C’è la sua signora, qui, non è vero? – domandò offrendomi la mano. – L’ho vista. Quanto è carina! Di un’eleganza tutta francese: molto giovane, molto bella!- –
– La conosceva già? – disse il Caccianimico.
– Non avevo e non ho quest’onore, – rispose Angela Tintaro. – Stavo appunto chiedendo al signor Lacava…. –
Ma prima di lasciarle terminar la frase, Ettore Caccianimico le prese il braccio e se la portò via, esclamando:
– Come, non l’hanno presentata? Ma che cosa fa dunque mia moglie? –
Quando l’orchestra attaccò il valzer, raggiunsi Lidia, che l’aveva fissato con me. Dalla stretta istintiva del suo braccio, dal sorriso risplendente con cui la donna mi accolse, indovinai ch’ella pure soffriva, soffocava fra la folla.
– Andiamo via, dopo, – ella pregò sottovoce.
– Sì, sì, – risposi. – Sono stanco. Ti hanno presentata Angela Tintaro?
– Un momento fa. È stata molto gentile; piena di cortesie.
– Lo so, – mormorai inavvertitamente.
– Come lo sai?
– Volevo dire ch’è naturale, – corressi.
– Mi ha invitato a renderle visita, all’Hôtel Pallanza. Ci andremo?
– Ti dirò poi, – risposi.
Al cominciar del valzer, vidi che tutti gli occhi erano su di noi, ed ebbi una tremenda e voluttuosa soddisfazione di vanità. Quegli uomini che seguivan dello sguardo le movenze agili di Lidia e aspettavano l’aria mossa dal suo abito quasi come cosa sua; quelle donne che l’odiavan già dell’odio più femminile; quell’Angela Tintaro che aveva preso posto in un divano per goder tutta la visione di Lidia, – sapevano, dal primo all’ultimo, ch’io solo poteva amarla, ch’ella era per me solo. Le loro diverse sofferenze formavano il più bello perchè il più volontario degli omaggi alla nostra felicità. Anch’io in altri tempi avevo sopportate per altre donne simili torture; il contrappasso era perfetto. Poco importava se qualche imbecille facesse dei disegni di conquista; ciò non guastava nulla.
Amavo Lidia in quell’istante come non l’avevo forse amata neppure il primo giorno della nostra unione; io la teneva fra le mia braccia, sotto quegli occhi invidi e desiderosi; il profumo di gardenia saliva dal suo busto, si diffondeva da’ suoi capelli ad inebbriarmi, come l’onda musicale che avrei voluto sempre accompagnasse la mia donna.
– Il signor Uglio ha detto che Laura desidera salutarmi, – Lidia riprese, mentre, lasciato il posto alle coppie seguenti, ci attardavamo a far coda.
– L’ha detto anche a me, – risposi. – Ti piace Laura?
– Dev’esser finta.
– Aspetteremo che venga lei a visitarci. –
Quando il valzer finì, Lidia declinò tutti gl’inviti pei balli successivi, e appena fu possibile, ci congedammo.
Angela Tintaro, Giorgio Uglio, Clara Caccianimico, parecchi altri sopraggiunsero, e in un attimo fu una ressa d’inviti a visite, di cortesie d’una noiosità sorprendente.
Ettore Caccianimico mi strinse la mano, gridando:
– Non è permesso, non è permesso andar via a quest’ora! –
E a bassa voce mi aggiunse:
– Sta bene attento: voi vi amate troppo in fretta! –

VI.

Avveniva in me da qualche tempo un fenomeno eminentemente nuovo.
Avveniva che dopo i maggiori trasporti d’affetto, dopo le ore più confidenziali, io vedessi a un tratto in Lidia un’estranea, una donna messasi al mio fianco io non sapeva perchè.
Mai simile fatto erasi avverato con altre donne, destinate a passar velocemente; ma con Lidia sì, poichè ella doveva essere per legge e per diritto non altro che una ripetizione del mio animo, e quasi il sangue mio doveva trasfondersele, ed ella rappresentava la famiglia, il legame alla vita, il perchè della vita.
Ora, io mi chiedeva:
– “Può ella diventar tutto questo? Chi è Lidia Folengo? In qual modo ho io creduto che fossero in lei tali affinità da permetterle questa mutazione di sentimenti?” –
Io, ripeto, vedeva in Lidia un’estranea; ma non con amarezza, bensì con maraviglia profonda.
Era come se in una corrente d’aria caldissima, d’improvviso precipitasse una folata diaccia di nevischio, rapida così che appena avvertita finiva, per dar di nuovo il posto all’aria calda. Avevo degli stupori mentali, in cui mi trattenevo a forza dal gridare alla donna:
– “Chi sei, chi sei? Come hai sperato di farti un altro io? Puoi rinunciare alle tue idee, alla tua educazione, alla tua anima per accogliere la mia? Sai tu dove io ti conduco? Mi conosci tu bene? No, no, non affermarlo, perchè io stesso non l’oserei!” –
Ed uscivo da quelle visioni fulminee più innamorato che avanti, e stringevo Lidia al mio petto con tenerezza infinita. Povera bimba! Ella non sapeva nulla; le avevano offerto di sposarmi e mi aveva sposato senza darsi conto di ciò che fosse il matrimonio; non aveva io fatto altrettanto, seguendo l’impulso del cuore?
Nè lei nè io somigliavamo a suo padre e a sua madre, nati in altri tempi, vissuti fra altre genti, cresciuti senz’audacia di discussione. Lidia ed io eravamo giovani, fra un consorzio deturpato dalla civiltà; io, decisamente moderno; lei, ancora involuta, ma pronta ad accogliere il soffio turbolento, irrisorio, demolitore, dell’età nostra.
Sotto l’influsso di tali pensieri, io mi alzava qualche volta a piena notte, e mi recavo nella camera di Lidia.
L’oscurità vi era piena, e mi dirigevo, guidato dall’abitudine, fino al letto della donna, ascoltandone il respiro isocrono, sfiorandone le mani, la braccia, i capelli, dicendomi mentalmente:
– “Chi dorme qui? Chi è venuto qui?” –
E se mi rispondevo:
– “Colei che è tua per sempre, colei alla quale sei per sempre legato,” –
io sorrideva, crollava la testa quasi non comprendendo.
Non dovevo aver più segreti? il mio cuore doveva essere aperto agli occhi di Lidia? Ma come, ma perchè, ma era ciò naturale? Invece di creder la mia personalità duplicata compenetrando anche quella della donna, io la sentiva rimpicciolita e meschina.
Il posto che Lidia prendeva nella mia vita mi pareva enorme, grottescamente sproporzionato a quello che io prendeva nella sua. Per lei, per un suo tradimento, io doveva dare il sangue, o fare uno scandalo e coprirmi di ridicolo; per me, per un tradimento mio, ella veniva ad acquistar l’aureola d’una vittima e ad aumentar la simpatia della quale godeva. Ella era la donna, la classica debole, cui tutto è perdonato, di cui si esagerano la bellezza, lo spirito, l’eleganza, la grazia…. S’io avessi osato annoiarmi al suo fianco sarei stato un barbaro, un ottuso, un triviale…. Ma io non osava, perchè i pregiudizi avevano effetto su’ miei impulsi.
Non potevo procedere in quest’analisi irritante; correvo da Lidia, la facevo parlare, la volevo l’intero giorno vicina; non era noiosa, no; non era esagerata la fama della sua bellezza e della sua grazia. Io m’era irritato pel principio, evidentemente, non pel mio caso speciale. E, alla scoperta, baciavo Lidia lungamente e andavo con lei in barca, la sera, remando io, sotto il pulviscolo lunare, ch’era tutta una retorica.
Una notte ch’ero penetrato nella camera di Lidia, questa si svegliò, mi prese le mani dicendo:
– Sei tu, lì? Che fai?
– E tu, chi sei?
– Io? Io sono la tua bimba, la tua bimba piccola! – ella rispose colla voce assonnata.
Le passai una mano sul viso; ella aveva gli occhi serrati e teneva le labbra raccolte per ricevere un bacio. Nell’oscurità me la figurai così graziosa, vinta dal sonno e tuttavia offrendosi per istinto affettuoso, ch’io sentii svanire d’un colpo le mie crudeli discussioni d’indole generale.
Ma me ne riprendeva bene la necessità, quand’eravamo tutti riuniti, donna Teresa, Pietro, Lidia ed io, pel pranzo o per qualunque altro motivo.
La villa Folengo era quanto di più inestetico avessi mai visto, con un’architettura che non si poteva incolpare ad alcuno stile antico o moderno; e nel villino, il salotto di riunione era il capolavoro di quell’assenza di gusto. Già le cose m’urtavan di per se stesse; già io comprendeva di non poter trovarmi ad agio in una casa dove si voleva far del lusso senza spendere quanto è necessario per essere almeno convenienti. Le persone, poi, compievano quell’impressione disgustosa e non riconoscevo loro alcun diritto alla mia reverenza.
Pietro Folengo era un imbecille, nonostante i suoi favoriti bianchi da diplomatico. Un’assoluta mancanza di critica lo costringeva alla pecorina devozione alle critiche già fatte; un’incurabile povertà d’iniziativa gl’impediva d’agir diversamente da come s’è agito sempre; un cieco rispetto per le tradizioni, per tutto quanto è costituito e nei termini legali, per ogni titolo accademico, per ogni apparenza, lo sommetteva alla massa, della quale abbracciava immediatamente il giudizio e applaudiva al gusto. Se si fosse occupato di politica, non avrebbe mai osato rovesciare un Ministero; se si fosse occupato d’arte, non avrebbe riconosciuto mai dell’ingegno a chi non avesse seguìti e finiti gli studi prescritti; entrato nel commercio, lo continuava nelle proporzioni in cui l’aveva intrapreso. Sempre, e in ogni caso, la fortuna gli era stata propizia. Per altro, non gli si poteva far colpa se la natura non gli aveva largita una mente d’aquila, e se l’educazione di casa aveva cooperato a foggiargliene una da gallina; bensì, era d’uopo tener conto della sua onestà in tempi così difficili, e dell’eccezionale avventurosità che aveva presieduto ad ogni speculazione di lui anche alle più strane. Egli non era nè ingenuo, nè furbo; evitava con somma cura le idee isolate, per accogliere quelle col battesimo della popolarità; fra l’aforisma d’un uomo intelligente e un proverbio vecchio, s’atteneva a quest’ultimo, senz’esitare.
Donna Teresa non era ammiratrice del marito se non in quanto l’esito era sempre favorevole a lui e pareva dargli ragione; ma ella ammetteva che in teoria il signor Folengo s’era arrestato a cinquant’anni addietro. Donna Teresa non aveva alcun difetto capitale; trasmodava spesso e volentieri nel raccontare un fatto, gonfiandolo sensibilmente e svisandolo fino a dar forma tragica al caso più insignificante. Troppo facile ad accettar le opinioni altrui, da qualunque parte venissero, si contraddiceva con imperturbabilità olimpica, e parlava d’ogni cosa, ora con vedute audaci, ora con frasi fatte.
Ciò produceva un vaniloquio intollerabile, del quale andavo ogni giorno meglio sentendo la tortura; e cominciava a crescermi in cuore uno sdegno irragionevole contro donna Teresa, che obbligava Lidia a descriverle il nostro viaggio, minutamente, a renderle conto dei camosci e degli scoiattoli incontrati nelle nostre escursioni, per poi raccontar tutto questo ai visitatori e agli amici di casa.
– Figuratevi, – diceva ella un giorno ai Caccianimico, – figuratevi che mia figlia ha trovato a Splügen un centinaio di camosci, che le son corsi incontro….
– Perdòno, – io interruppi, seccato; – i camosci erano tre e invece di correrci incontro, son fuggiti con molta naturalezza. –
Per questo semplice incidente, donna Teresa mi tenne il broncio un giorno intero, durante il quale compresi d’aver mancato e di non poter vincere il bisogno di mancare in séguito.
Sulle prime, con Pietro io mi divertiva ad oppormi a tutte le sue opinioni e ad inquietarlo con delle sentenze paradossali. Il buon uomo, non trovando pronti argomenti, si smarriva o portava la questione in un altro campo, dov’io lo raggiungeva tosto e ricominciavo coi paradossi. Ma Lidia m’aveva pregato di non tormentarlo oltre, ed io aveva finito per approvar le teorie di Pietro, limitandomi a monosillabi, secchi ed eguali come battute di pendolo.
Giorgio Uglio arrivò un mattino in casa, mentr’eravamo a colazione. Splendeva d’una gioia intensa, e dopo i saluti, ci annunciò che Laura sua moglie giungeva l’indomani.
– Domattina, col battello delle dieci, – egli disse. – Verranno a salutarla? Ella ne avrà molto piacere. Anche lei, signora Lidia, è vero, sarà a riceverla?
– Senza dubbio, – rispose Lidia con prontezza. – Ho tanto desiderato rivederla! –
Quando Giorgio fu uscito, nella sala da pranzo seguì un breve silenzio; poi, donna Teresa mormorò:
– Com’è felice! Si amano alla follia!…
– Si comprendono! – aggiunse Pietro.
Io guardai l’uno e l’altra e fui stupito dell’espressione calma e grave ch’era sul loro viso. Avevan detto per davvero! Non sapevano che Laura aveva tradito Giorgio quattro volte, a quanto s’era scoperto, ed altre volte infinite, a quanto si poteva indovinare? I romori del mondo svanivan dunque assolutamente sulla soglia di casa Folengo? Sebbene io conoscessi quella famiglia e sebbene l’avessi frequentata nel periodo del fidanzamento, non m’aspettava simile cecità; forse l’assidua attenzione che raccoglievo allora su Lidia, m’aveva tolto di giudicare a fondo i parenti di lei.
– Da dove torna la signora Laura? – chiesi.
– Non sai? Dalla Svizzera, – rispose Pietro Folengo.
– Con chi era laggiù? – ridomandai.
– Con dei congiunti, – fece donna Teresa.
– Ne sei sicura? – osservai.
– Deve fare un bel freddo in Isvizzera, ora! – concluse Pietro, senza neanche rilevar la mia insinuazione.
E si parlò del freddo, che pel venuto ottobre doveva calare anche da noi.
Appena fui solo con Lidia, quel giorno, le dissi:
– Andrò io a salutar la signora Uglio. Tu, rimani; troverò un pretesto per iscusarti.
– Non vuoi ch’io ti accompagni?
– Lo credo inutile. I signori Uglio non sono simpatici nè a me, nè a te; ce ne libereremo a poco a poco.
– Non vorrei che mamma mi rimproverasse, – mormorò Lidia.
– Perchè? Sei tu, sono io, che dobbiam fare la scelta dei nostri amici; e ci sarà ben lecito aver dei gusti diversi da quelli di tua madre.
– Naturale, – assentì Lidia.
Non uscii che alle dieci e un quarto l’indomani mattina e perciò, mentre mi dirigevo al ponte di sbarco, vidi venirmi incontro Giorgio a fianco di Laura, i Caccianimico, Angela Tintaro e qualche altro conoscente. Li salutai, chiedendo venia del mio ritardo, e strinsi la mano a Laura, che mi parve singolarmente bella.
– La tua signora? – domandò Giorgio, nell’atto ch’io mi poneva al suo fianco e m’incamminavo con loro all’Eden Hôtel.
– Lidia è indisposta e vi prega di volerla scusare. –
Capii, dalla faccia contrariata di Giorgio, che, come avevo sperato, il pretesto non era buono; ma nessuno si lasciò sfuggire l’occasione di sorridere con qualche sottinteso.
– Già indisposta? – fece Laura, guardandomi di tra le ciglia socchiuse.
– Oh, una cosa molto semplice, – risposi.
Laura era alta, magra, degna del pallio o degli abiti con lungo strascico. La testa, piccola ed animosa, pallida e notevole per una capigliatura bruna e crespa, era capace di più espressioni violente e la tranquillità vi si sarebbe male significata; dagli archi sopraccigliari larghi e dagli occhi castagni, ma instabili d’irradiazioni così che parevan neri, usciva un’energia lieta di vivere, facile a trasmodar nell’ira e nell’odio, senza fermarsi in graduali sentimenti; il naso aveva rettilineo e la bocca dalle labbra carnose; le orecchie rosee, ben disegnate, nascondevano l’origine plebea che si rimproverava alla donna; erano orecchie da patrizia e non anse da schiava; la voce chiarissima, era nell’intimità un po’ velata, ma eguale.
Ettore Caccianimico, fiancheggiato dalla moglie e da Angela Tintaro, ci seguiva portando la valigetta di Laura; io m’offersi di prendere una piccola borsa di pelle che Laura aveva alla mano; ma la signora si rifiutò, dicendomi:
– No, no. Questa non si tocca. C’è tutta la mia corrispondenza, qui dentro.
– Di’: tutta la nostra; – corresse Giorgio con un sorriso celestiale.
Ettore Caccianimico tossì.
Io pensai che Giorgio Uglio volesse beffarsi di noi. Non si poteva ammettere ch’egli ostentasse la pace domestica con ingenuità così fuor di proposito; e se tale ingenuità esisteva in lui, non sapeva egli che io, fin dal primo riveder Laura, m’ero chiesto s’ella portasse ancora le giarrettiere che nell’interno avevan ricamato il mio nome? o quale altro nome chiudessero ora, dopo il soggiorno coi parenti?
Arrivati all’albergo, Giorgio lasciò Laura, il Caccianimico diede la valigia ai servi accorsi; vi ebbe un istante in cui Laura ed io fummo a viso a viso, discosti dagli altri.
– Vieni a trovarci, – ella sussurrò prestamente. – E di’ a tua moglie che non c’è bisogno di scuse perchè io la dispensi da ogni visita…. –
M’accomiatai, sottraendomi a un invito a colazione fattomi da Giorgio con insistenza.
Quando Laura m’aveva dette quelle parole coll’audacia che le era propria e che l’abitudine al tradimento aveva in lei perfezionata fino alla temerità, – io era rimasto attonito. Mai, per tutto il tempo del mio fidanzamento, Laura aveva fatto cenno al nostro passato, quantunque non di rado la incontrassi in casa Folengo; mai s’era curata del mio amore per Lidia…. Che cosa le frullava per la testa, ora? Non potevo supporla così pazza da credere ch’io conservassi di lei, non un desiderio, ma pur anco un ricordo…. Vedevo una sola cosa buona ed utile in tutto questo: la persuasione di Laura che un’amicizia tra lei e Lidia sarebbe stata assurda e mostruosa; persuasione, espressa da Laura coll’altierezza sua caratteristica, quasi lei e non Lidia rifiutasse le occasioni d’un incontro.
Chiarissima era in me l’idea dei doveri che m’ero assunti verso Lidia e ferma la decisione di compierli, fors’anco pel sentimento egoistico di pretendere altrettal rigida osservanza dalla donna.
La compagnia di Laura m’era quindi uggiosa; non riuscivo a comprendere perchè in altri tempi mi fosse ella piaciuta. Osservandola bene, durante il primo rivederci e nei giorni successivi, m’ero persuaso che Laura era fibra da tradir uomini e donne colla stessa facilità con cui avrebbe bevuto un bicchier d’acqua. Sul suo viso stava un’espressione cinica, dura, spudorata, volubile; gli occhi avevano sguardi equivoci, il sorriso non era aperto e cordiale, ma rapido, presto a mutarsi in sogghigno, a scomparir d’un tratto perchè i lineamenti assumessero una gravità altrettanto falsa.
L’eleganza di Laura Uglio era capricciosa, troppo spesso procace; se le risa della donna mi giungevano alle orecchie, mi parevano alte e sguaiate e m’irritavano contro Giorgio, ch’era così buono da permetter simile contegno a chi portava il nome di lui.
Non sono ben certo delle impressioni che il mio atteggiamento suscitava in Laura. Se non conoscessi l’acutezza femminile per inarrivabile nell’avvertire e definire il fascino o la repulsione prodotta in un uomo, sarei tratto a credere che Laura ignorasse il mio mutamento a suo riguardo; così appariva tranquilla e sicura. Ero con lei più riservato che cortese, più freddo che ostile, ma dovevo in ogni modo rispecchiar l’antipatia per Laura, dal solo fatto che poco prima del mio matrimonio, io la trattava come ogni altra conoscenza.
Noi ci vedevamo al Caffè Bolongaro d’Intra, ove mi recavo solo. In quel momento, Laura aveva lungo corteo d’ammiratori, i quali m’evitavan la noia di trovarmi isolato colla moglie di Giorgio e impedivano a questa un possibile inopportuno richiamo al passato. Nel tornare a Pallanza, Ettore Caccianimico dava di piglio al mandolino e faceva da menestrello alla compagnia; io mi offriva compagno costantemente ad Angela Tintaro, sebbene anch’ella mi ripugnasse per le sue innaturali venture amorose. Nel susurro delle conversazioni, fra le risate, sentivo Laura dominar gli altri, avventar motti brucianti come labbra febbrili, aizzar quelli che l’accompagnavano; e guardando Giorgio, trovavo sulla faccia di lui il consueto sorriso celestiale. Mercè l’opera di Laura, la villa Caccianimico s’era tramutata in una gran sala di divertimento; il giardino si popolava di giovanotti e di signore attratti dai giuochi eleganti che Giorgio, Ettore e Laura avevano organizzati; il pianoforte era tormentato di notte fino a tarda ora e dalle finestre aperte prorompevan grida ilari, schiamazzi, risate femminili; dopo il trattenimento, la baraonda usciva per le strade a far serenate coi mandolini e le chitarre, e di tutto Laura Uglio era l’anima informatrice….
Quanti diabolici intrighi aveva ella saputo aggrovigliare, nonostante l’idillio col marito?
Io sarei giunto forse a calcolarli, se il freddo improvviso non m’avesse indotto a vincer l’inerzia di quel soggiorno e a ritornare a Milano, donde contavo riprendere il nostro viaggio.

VII.

Saliva dalla via una sonnolenza larga e morbida, che pareva scemar gli stessi romori dei carri e delle carrozze, passanti sotto la pioggia a rovescio. In qualche negozio, le lampade elettriche splendevano, quantunque non fossero che le due del pomeriggio. Le signore, chiuse nei mantelli, non trattenute dal tempo accidioso, affollavano il Corso egualmente come nel più bel giorno d’autunno, si soffermavano alle vetrine, trovavan la volontà di comperare e di discutere le compere fatte.
Lidia apparteneva a questa categoria di signore instancabili nel passare da un magazzino all’altro. Quando la pioggia era più violenta, Lidia si faceva allegra. Calzava stivaletti alti serrati, indossava la pelliccia, un piccolo cappello di feltro, guanti scuri, e usciva con me a pellegrinare pei negozi di mode. Aveva un umore eccellente; mi abbracciava ad ogni poco, prima d’andar fuori, e rideva ad ogni occasione; sopratutto era abilissima nello scoprir la necessità degli oggetti inutili, al punto che mentre credevo di doverci trattenere solo un paio di giorni a Milano, ivi eravamo già da dieci e sembravamo incamminati a rimanervene altrettanti.
S’era cominciato cogli acquisti di gran rilievo, rappresentati dagli abiti di Lidia per la veniente stagione. Le stoffe offrivano due motivi a pensieri gravissimi: la qualità ed il colore, o meglio la combinazione dei colori, perchè con mia grande sorpresa, Lidia m’aveva assicurato che una combinazione di colori falsi avrebbe distrutta la sua fama di signora a modo.
Appena ella poneva piede nel negozio, la sua ilarità spariva e un’ombra grave le si diffondeva sul viso bianco e fresco. Lidia ascoltava le parole del commesso con molta diffidenza, e sottoponeva l’uomo a un’analisi psicologica delle più accurate; non amava i discorsi di quella gente; non aveva scrupolo alcuno di mettere a soqquadro un magazzino intero, o d’andarsene senza comperare. Mentr’ella tuffava con voluttà le piccole mani fra gli ammassi di stoffe sciorinati sul banco, o confrontava gl’infiniti campioni dei quali aveva zeppo il manicotto, – io mi sedeva presso di lei, ascoltandola, e nei casi dubbi ella si rivolgeva a me.
– Che ne pensi, Sergio? – chiedeva, mostrandomi il velluto o la seta.
– Molto bene, – rispondevo.
– Ma no, ma no! – ella esclamava, con un sorriso. – Non si tratta di lodare; non ho ancora scelto. Credi che questa guarnizione?… –
Io aveva cura di creder sempre quanto credeva ella medesima e di fingermi anche più ignorante di quel che non fossi, perchè ella non avesse a sospettar d’una certa mia esperienza di mode, acquisita in diverse occasioni, le quali da Lidia non si dovevan conoscere.
– Se fosse qui la mamma, potrebbe consigliarmi! – diceva ella infine.
Faceva mandare a casa gl’involti voluminosi, ma quando ve n’era qualcuno appena possibile a portarsi, ella stessa se ne impadroniva e se lo metteva sotto l’ascella con una tenerezza materna delle più ingenue.
Poi mi diceva:
– Spero che così andrà bene; quel mantello aveva assolutamente bisogno della piuma, in basso; quest’anno la piuma si usa molto; purchè la sarta non guasti!… Aspetta; devo entrar qui un istante…. –
E si andava in un altro negozio, dove il commesso ricominciava le chiacchiere, e Lidia l’analisi psicologica. Avevo occasione d’osservare che tutte le signore facevan così, e che l’aria grave di Lidia si ripeteva sui viso di quante entravano. In qualche magazzino, il susurro femminile pareva un ronzìo d’api laboriose; colla differenza che le api umane qui, scialavano invece di raccogliere; alcune s’abbandonavano alla disperazione per non aver trovato quanto desideravano; altre discutevan sul prezzo e mercanteggiavan per abitudine; e tutto questo, alternato cogli sguardi rapidi, sintetici, alle compagne, delle quali si valutavano in un baleno anche il veletto e i guanti. Avvenivano incontri di amiche, sùbito unite in una lega tacita contro il commesso; più sovente, s’incontravan delle nemiche, riconoscibili alla ostentata cura dell’una di non sfiorar l’abito dell’altra, squadrata con sovrano dispregio.
Potevo cogliere a volo dei piccoli dialoghi:
– “Sai, l’ho pagato quaranta lire; ma a Giuseppe dirò che mi costa venti.
– “Naturale.
– “In un caso, citerò la tua testimonianza.
– “Còntaci pure; faccio anch’io lo stesso con Paolo.
– “Stavolta donna Mercedes è sbaragliata. Compro questa pelliccia, ch’è adorabile.
– “Adorabile; somiglia alla mia, salvo che quella mi vien da Parigi.” –
Se giungeva per caso una cortigiana in momentaneo favor del pubblico, l’attenzione delle signore si raccoglieva totalmente su di lei; lì, era la moda, un po’ audace, ma espressiva. Forse, in qualche cuore di donna onesta non sanguinava una piaga d’invidia, pensando che il bel giovane presso la cortigiana dava lentamente la vita e il patrimonio per lei; non tanto per quest’ultimo, quanto per la vita? (Dolce poter dire, levando gli occhi languidi al soffitto: “Ahimè, povero ragazzo! Se avessi saputo che sarebbe giunto a morirne…. Ma chi lo imaginava, coll’ipocrisia della nostra gioventù?”)
Mi pareva di respirare aria più libera, all’uscir da quei negozî, mentre Lidia rilevava con immenso sconforto che per la giornata non aveva altre compere in vista. Si consolava però sùbito a casa, trovando accatastati gl’involti nella sua camera; li apriva, considerava ancora gli acquisti, aspettava la sera per giudicarli alla luce artificiale; qualche volta li rimandava o li mutava, dopo i consigli della sarta.
Questa aveva libero adito in casa nostra, a qualunque ora del giorno. Era una signora alta, magra, con un neo posticcio sulla guancia destra; compariva, – eccezionalmente e solo per Lidia condiscendeva a muoversi dalla sua officina – seguìta da una commessa che portava i giornali di moda, quei giornali di moda i quali rappresentavan per lei il limite a cui l’umana intelligenza può giungere e donde è affatto inutile si spinga innanzi. Apertili, con suprema delicatezza quasi porte di tabernacolo, Lidia e la sarta si curvavano sul figurino, v’appuntavan l’indice, facevan lunghi calcoli non meno di due generali alla vigilia d’un attacco decisivo.
I consigli di quella signora eran semplicemente infernali; dovevan partir forse dal principio che ogni cosa bella ne ammette una migliore, e per questo principio indicava lei medesima le stoffe, i colori, le guarnizioni, le fodere più opportune, spiegando a me, sottilmente, come la bellezza di Lidia volesse un’eleganza raffinata e aristocratica, ma senza possibili confronti.
Ella aveva pure intuito che nessun momento della vita coniugale meglio del nostro, si prestava a comporre e a radunare un corredo muliebre così vantaggioso per Lidia, quanto, in altro senso, per lei; e ciò spiegava l’attenzion matematica, l’accuratezza con cui gli abiti erano ideati, fatti e finiti, in un giro di tempo relativamente assai breve e con approvazioni entusiastiche da parte di Lidia.
Quei capolavori di buon gusto ammaliavano Lidia, la quale si sentiva diventar donna forse più per merito loro che per merito mio; sembravan contener fra il raso, il velluto, la seta, un universo d’insidie, d’invidie, di frivolezze, di cattiverie, di seduzioni, di sottintesi che ancora mancavano a Lidia per poterla considerare un’adorabile signora della buona società.
L’intervento della sarta aveva portato un ritardo nella nostra partenza. Ottobre era già venuto al termine e novembre, – in quell’anno rimasto memorabile per la sua rigidezza, – si presentava carico di nebbioni e assai minaccioso. Al comparir dell’ultimo abbigliamento, respirai: ora saremmo infine partiti.
Ma Lidia, con un’infinità di moine graziosissime, – dove l’aveva imparate? – mi pregò d’aspettare qualche giorno, perchè v’eran altre piccole compere a fare, di cui voleva sbrigarsi al più presto. Pensai rapidamente che le compere avevano un incalcolabile peso sulla nostra felicità: mai, come in quei giorni, Lidia raggiava di salute fisica e spirituale; era un lumeggiar continuo di sorrisi, un brillamento d’occhi, un accondiscendere a tutto quanto dicessi e anche a quanto stessi per dire, – senza precedenti nel nostro breve passato intimo.
In séguito a tale considerazione, credetti il premio adeguato alla fatica di trattenerci qualche giorno ancora a Milano; e ricominciammo il pellegrinaggio nei negozî, non più di stoffe, ma di gingilli. Stavolta le compere eran d’un’inutilità sorprendente, e Lidia non aveva nemmeno il coraggio d’assumere l’aria grave di circostanza; ma quegli acquisti parevan più necessarî a lei, più fatalmente agognati, che la stilla d’acqua alla gola riarsa d’Epulone.
Si perdeva e s’estasiava davanti agli oggettini da salotto nei quali la diabolica scaltrezza dell’artefice aveva sudato a raggiunger la perfezione; e per l’impaccio della scelta, non sapendo Lidia decidersi fra due balocchi egualmente leggiadri, finiva collo sceglierli…. ambedue; e poichè l’intuizion già notata nella sarta, sembrava ripetersi in tutt’i negozianti ai quali facevamo capo, a bella posta essi mettevan troppo di frequente Lidia in quell’impaccio della scelta, così disastroso per le sue conseguenze.
In casa, meglio che in ogni altro luogo, la superfluità delle nostre compere strideva maledettamente; le camere eran già ricche di decorazioni e d’ornamenti, ed ogni angolo aveva un mondo di gingilli; inoltre, poichè l’appartamento nostro era stato arredato col consenso di Lidia e colla sua approvazione, io non riusciva a comprendere com’ella vedesse tanti e così spaventosi vuoti là, dove alcuni mesi prima tutto le pareva giusto, appropriato, ben messo.
Eppure, ella trovava modo di fare spazio, bastante non solo per ciò che aveva comperato, ma anche per ciò che doveva comperare, e innanzi alle sue acrobatiche sovrapposizioni, s’entusiasmava vie più a cominciar da capo l’indomani.
Tutto questo m’annoiava d’una noia grigia e vasta; io voleva partire. Lidia mi pareva una bimba, ma la sua infantilità si prolungava oltre misura, e s’io non avessi avuta in fondo al cuore un’eco di quella tenerezza che ci aveva presi ambedue, al ritorno, nel riveder la nostra camera nuziale, sarei scattato d’improvviso.
In un giorno, dunque, pieno di sonnolenza larga e morbida, che attutiva anche il romor dei carri e delle carrozze, sotto la pioggia sferzante, noi eravamo usciti come di solito.
Poco prima, Lidia s’era messa alla scrivania per mandare una lettera a donna Teresa; ma dopo aver contemplata la carta colle cifre in carattere antico, ella m’aveva chiamato:
– Sergio! –
Dal tono di voce, era chiara una supplica.
– Sergio, non ti sembra che questa carta sia sovranamente funebre? Quelle cifre in nero…. anche il formato?…
– L’hai scelta tu, cara, se non m’inganno.
– Sì, è vero…. Ma ho sbagliato…. Che cosa dirà mamma, ricevendola? Lei, così attenta a ogni cosa?… –
Pausa, di meditazione; poi, chiudendo l’asse scorrevole della scrivania:
– Sergio!
– Lidia?
– Se io ti pregassi…. di cambiarla?
– Cambiarla?… colle tue cifre?… Bisognerà comperarne dell’altra; è più spiccia….
– E tu, non te ne avresti a male?
– Di che? Se l’avessi fabbricata io, questa….
– Allora, Sergio…. Allora usciamo, sùbito? Piove: una bellissima corsa, mi butto in ispalla la pelliccia, e in un minuto sono in ordine…. –
E in un minuto era stata in ordine veramente, senz’aiuto di cameriera, infilandosi i guanti sulle scale, come se la casa dietro noi si fosse incendiata e minacciasse un crollo. E perciò noi eravamo usciti, a piedi, in mezzo al fango e all’accidia invernale.
Pareva una ragazzina scappata di scuola, Lidia, colle mani ricoverate nel manicotto, appoggiandosi al mio braccio, tuffata nella pelliccia, il cui bavero alto le riparava le orecchie dall’aria pungente.
La carta fu scelta, senza cifre, ma benchè Lidia ne fosse ammirata e secondo il solito se ne portasse la scatola tra il seno e il manicotto con materna sollecitudine, – io osservai ch’era di gran lunga migliore quell’altra.
– No, no, t’inganni, – rispose Lidia.
In fondo, ella si curava pochissimo delle mie obiezioni: aveva la più illimitata presunzione del proprio buon gusto….
– Aspetta, – diss’io, fermandola innanzi al negozio d’un libraio.
Mentre passavo, m’era parso di veder sulla copertina d’un elegante volume, un nome che in quel posto era stranissimo.
– Gian Luigi Sideri, – lessi. – Il lastrico dell’inferno, romanzo! Come è possibile?
– È un tuo amico? – domandò Lidia.
– Ma senza dubbio, un mio caro amico. È inesplicabile questo risveglio….
– È inesplicabile che abbia scritto un romanzo? Perchè? Non avrà avuto di meglio a fare…. –
E Lidia, con un movimento del braccio mi accennò che desiderava andarsene.
Dove mai Gian Luigi Sideri aveva trovata l’energia necessaria a far qualche cosa? – io pensava, riprendendo con Lidia il cammino verso casa. – Come mai era riuscito a darmi questa lezione di buona volontà? Che cosa sentiva io perciò? Era invidia? No: era amarezza, malinconia, per la dispersion di forze che caratterizzava la mia vita…. E sorpresa anche, perchè fra quanti avrebbero potuto fermarsi sulla via inutile, certo io non ascriveva Gian Luigi Sideri.
La nostra amicizia contava parecchi anni d’esistenza. Ci eravamo conosciuti al teatro Manzoni, dove il conte Gian Luigi ed io avevamo le poltrone fianco a fianco, e la mia attenzione era stata attirata dall’irrequietezza nervosa di Gian Luigi, a pena contenuta per l’abitudine ai salotti; durante gl’intermezzi, egli si rifugiava nell’atrio compensandosi dell’immobilità forzata con delle evoluzioni pel lungo e pel largo, a passo celere.
Fra un’armonia di gusti e un senso estetico squisitissimo, una facilità a comprendere ogni cosa bella e originale, Gian Luigi portava talvolta una nota così discorde, così strana, da non lasciar capire come avesse potuto nascere in lui.
Le sue carrozze, per esempio, eran di forme e di colori detestabili quanto la livrea della sua casa, e non gliele avevo perdonate se non come effetto d’un certo disequilibrio di facoltà critiche.
Al contrario, la sua mente era piena di concetti e di visioni graziose, sfumate; Gian Luigi aveva una cultura tutta d’apparenza, la quale sussidiata da un acume non volgare, gli dava maggiori vantaggi che non la mia, pesantissima; buon musicista, Gian Luigi componeva ballabili e romanze, di colore azzurrino, su parole proprie, ma un’ammirazione esagerata per tutto quanto veniva da Parigi, lo costringeva a scriver francese; egli conosceva questa lingua forse meglio della propria e la parlava volentieri, con accento irreprensibile.
In fatto di letteratura, Gian Luigi s’era limitato sempre a imaginare argomenti da romanzo o da novella, nei quali si poteva sùbito rintracciar la sua tendenza per le cose un po’ indeterminate, e per gli acquerelli di piccole dimensioni; sfuggiva il dramma o lo decorava di particolari arguti, che l’avvolgevan quasi in una nube e gli toglievano i bagliori sinistri…. Questi argomenti, creati, modificati, accarezzati nella fantasia, rappresentavano per Gian Luigi altrettante lontane possibilità di lavoro, a cui pensava qualche volta con rammarico, lamentandosi d’essere incapace di un’occupazione lunga e abnegativa.
Quanto all’animo di lui, io non era tuttavia riuscito a definirlo con esattezza. Era scettico, Gian Luigi, o indifferente, o fatuo, o innamorato di qualche cosa o di qualcuno? Probabilmente, colla instabilità sua particolare, egli era a vicenda tutto questo, ma un certo riserbo lo salvava dal dimostrarlo. Senza dubbio, conosceva il mondo, e in trent’anni di vita aveva corse le vicende istruttive degli uomini liberi; senza dubbio, anche, era un sognatore, ma non un sognatore classico, il quale attraversa doloroso l’esistenza in cerca di sensazioni inaudite; bensì, un sognatore calmo, sorridente, eclettico, il quale coglie il buono dove s’incontra e lo paragona alle proprie aspettative.
Era un ammiratore di Laura Uglio, donna che per la sua beffarda filosofia della vita, doveva singolarmente confarsi allo spirito di Gian Luigi; forse, egli ne era stato anche l’amante, perchè in un certo periodo, noi ci guardavamo con curiosità, stimolati dal desiderio di farci una domanda e incapaci a formularla; ond’era fra noi due rimasta quella specie di punto interrogativo, non mai soddisfatto.
Laura, Gian Luigi, ed io, conoscevamo così profondamente i doveri ed i diritti di ciascun di noi, che non amavamo affrontarci, preferendo un fatto dubbio, larvato di convenienza, a una risposta secca e noiosa…. Certo, nel calendario d’amanti che la società affibbiava a Laura, il nome di Gian Luigi non era comparso; ma questo provava ben poco, perchè non era comparso neppure il mio….
Ora, Gian Luigi, – scettico, indifferente, fatuo o innamorato, che importava? – aveva d’un tratto raccolte le sue forze, aveva lavorato, aveva dato alla luce un volume, un grosso volume, a quanto si vedeva, che gli era costato almeno sei mesi de fatiche, i sei mesi del mio matrimonio.
L’avvenimento era così straordinario, ch’io giunsi a casa senz’aprir più bocca: salii le scale dietro Lidia, a testa bassa; mi ficcai nella poltrona, presso Lidia, in salotto, dimenticando di guardar nel mio studio se fosse arrivata la posta; e rimasi in quell’attitudine, colle braccia incrociate, a pensare.
– Ah questa sì, va bene! – esclamò Lidia, sciogliendo l’involto della carta da lettera.
Si mise innanzi allo scrittoio, dispose i fogli, prese la penna, mi si rivolse:
– Che cosa debbo scrivere a mamma? –
E il libro di Gian Luigi – mi domandavo – quale esito aveva avuto? Un buon esito, certamente, perchè Gian Luigi doveva aver gusto, l’istinto della misura, che non s’insegna….
– Sergio! – chiamò Lidia, sorpresa. – Non hai udito: come debbo scrivere a mamma? –
– Mandale i miei saluti, – risposi; – annunciale la nostra partenza….
– La nostra partenza! – ripetè Lidia con un sospiro. – Per quando, per dove?
– Per quando vuoi, per dove vuoi…. –
Ma ero stato un imbecille a non comperar sùbito il romanzo di Gian Luigi: bisognava leggerlo, avevo urgenza di quel libro: volevo stabilire immediatamente….
– È proprio necessario partire? – domandò Lidia, abbassando la testa sul foglio di carta.
– Necessario? – esclamai. – Che domanda! C’è qualche cosa di necessario, al mondo?
– Oh, Sergio!
– Ma sì; non c’è nulla di necessario, cara amica. Si parte, si viaggia, perchè ciò è nelle abitudini, nelle tradizioni, e perchè sarebbe lo stesso non partire, non viaggiare….
– Allora, non partiamo, e non viaggiamo! – fece Lidia in tono secco. – Io sto bene qui. –
S’alzò dalla sedia e si mise a passeggiare pel salotto. Ella aveva indossata una vestaglia verde-cupo, che aveva la vita brevissima, e dal petto giù fino ai piedi, serbava una linea rigida e severa, appena interrotta a metà da un nastro fissato ai fianchi e incrociato sul davanti; somigliava così, Lidia, a una scultoria figura bizantina.
Cominciai dal gettarle un’occhiata d’ammirazione, senza muovermi dal mio posto: quindi risposi:
– Allora, non partiamo e non viaggiamo! –
Lidia si fermò di botto; poi mi si avvicinò.
– Perchè dici questo? – ella chiese con voce calma.
– Perchè credo sia il tuo desiderio….
– Ah, no, no! Non è per questo che parli in tal modo, Sergio; io ti conosco, ormai. –
Le parole furono dette quasi con benevolenza. La donna si passò una mano sulla fronte, perchè dovevan presentarsele più argomenti d’eguale importanza, che voleva tutti enunciare, in bell’ordine; e all’uopo, sedette di nuovo innanzi alla scrivania, donde mi riusciva quasi di faccia.
Ma mi alzai io dalla poltrona.
– Ebbene, – dissi un po’ seccato. – Non si parte, perchè partire o rimanere è affatto indifferente, come tutto il resto. –
E mi diressi, verso l’uscita, e raggiuntala senz’opposizione da parte di Lidia, mi ritirai nel mio studio.

VIII.

Mi occupai sùbito a stabilire la gravità di quanto avveniva e a capire il significato d’una recrudescenza di sogni che supponevo decisamente snebbiati dal mio animo e invece eran ricomparsi cogliendo la prima occasione favorevole.
I due termini estremi della situazione eran chiari per quanto dolorosi: un lasso di sei mesi aveva trasformato Gian Luigi Sideri in un uomo che ambiva alla fama e dilatava la propria personalità utilmente; un lasso eguale di tempo nella mia vita non aveva concluso che a mutarmi da scapolo in marito.
L’enorme abisso fra l’una condizion di cose e l’altra, era appena intravedibile e perciò tanto più capace d’impressionarmi. Gian Luigi ed io, avevamo nel medesimo tempo, nel medesimo giorno forse, spalancate due porte sulla nostra via; lui dirigendosi a lotte d’intelligenza, a febbri di concezione, a godimenti e ad amarezze non comuni, e tali da raffinarlo e da toglierlo alla greggia umana; io sottoscrivendo al mio volgarissimo avvenire, rinunciando a sogni smisurati, collo sposare una fanciulla, che amavo indubbiamente, ma che ancor dopo sei mesi d’intimità non sapevo se fosse quella la quale m’abbisognava.
Intuivo di questo fatto le conseguenze. Un matrimonio non è mai stato barriera al lavoro intellettuale, ma per me, pel mio bizzarro carattere, assumeva l’aspetto d’una barriera insuperabile; anzi, come altri aveva bisogno della famiglia per lavorare, io aveva invece necessità della vita libera, capricciosa, retta dal mio solo arbitrio. Le angustie derivate dalla casa, gli obblighi assunti, le convenzioni tacite che il matrimonio chiudeva in sè numerosissime, formavano il veleno più potente, più letale, più immedicabile alla mia attività, anche senza tener conto delle obiezioni e dell’atteggiamento ostile che nel mio caso speciale poteva assumere Lidia per un tentativo, molto problematico, di darmi finalmente alla letteratura.
No; se v’era stata ancora speranza a qualche cosa, se il destino aveva riserbata nel mio animo una miracolosa potenzialità di scuotermi e d’agire, – io aveva distrutta quella speranza, avevo stremata quella potenzialità, fatalmente, il giorno in cui m’ero legato a Lidia. L’avevo guastato io, il mio destino, come al più degli uomini succede; e m’ero scelto l’avvenire del buon padre di famiglia, quand’era forse pronto per me l’avvenire d’un artista!
Chi m’aveva tratto in inganno? Lidia, colla sua fresca bellezza? i parenti di lei, colle loro cortesie? Nessuno: una succession di casi, una forza sottile d’attrazione al pericolo.
Onde, non avevo contro chi volgere il mio malcontento e l’angoscia della delusione; gli altri, eran vittime; io era vittima; eravamo vittime tutti quanti di quelle leggi necessarie e assurde, che ad ottener Lidia corpo ed anima m’avevan vincolato a lei per l’esistenza intera.
Nel mio studio, l’ombra del pomeriggio calava rapida fra scrosci di pioggia; a momenti non ci si vedeva più, ma non sapevo muovermi dalla poltrona, nè deporre il libro che avevo mandato a comperare e che tenevo ancora intonso fra le mani, come un testimonio vivo e straziante di quanto si poteva fare e di quanto non avevo fatto.
Dalla camera attigua mi veniva il romor dei passi di Lidia, e mi figuravo la donna pensosa, a testa china, le mani entro le tasche della vestaglia, passeggiando come un automa pel salotto.
Lidia era tutto il mio destino; io doveva cooperare a renderla felice, e raccogliere in questo còmpito non facile ogni facoltà dello spirito; inutile guardare di là da simile stretta cerchia, oltre la famiglia e la casa.
A poco a poco, il romor di quei passi mi divenne intollerabile; forse Lidia piangeva per il modo brusco e inusato con cui m’ero sottratto a quanto ella voleva dirmi…. A che stava pensando, ora? Alla triste scoperta della mia indole, a’ miei torti, alle sue speranze di quiete, inutili…. Giovane, elegante, bella, voleva ben più attente cure di quelle che io non le prestassi; poteva ben dolersi de’ miei sogni ridicoli i quali creavano una rivalità inafferrabile per lei…. Ma intanto, quei passi mi causavano un rimbombo doloroso nel cervello; il fruscìo della veste m’irritava; il contegno silenziosamente corrucciato di Lidia mi pareva un rimprovero sproporzionato alla colpa….
Gettai il libro di Gian Luigi, d’un tratto; mi levai, mi diressi all’uscio che metteva nel salotto: volevo pregar la donna di non più tormentarmi…. Di non più tormentarmi? Ella m’avrebbe giudicato pazzo; che tormento mi dava?…
Restai così un attimo innanzi all’uscio, studiando la frase meno incomprensibile; e non trovandola, e temendo di veder per davvero le lagrime supposte di Lidia, ritornai alla poltrona, ma l’oscurità era ormai densa nella camera, e non interrotta se non dallo spiraglio di luce che appariva alla bocca della stufa.
Come le sei suonavano all’orologio della chiesa vicina, mi recai nel tinello, ove rimasi stupito vedendo preparata la tavola con una sola posata.
Geltrude – la cameriera che aveva lasciati i signori Folengo per passare al nostro servizio – accendeva il candelabro a gas, nel mezzo del soffitto; e allo stropiccìo de’ miei passi si volse, dicendomi:
– La signora è indisposta e prega il signore a voler pranzare da solo. –
Credo che così male io non abbia pranzato mai, in tutta la mia vita. Un’ira sorda m’aveva preso contro Lidia e la sua indisposizione pretestata; il far partecipe la servitù di quanto avveniva tra noi, mi pareva l’atto più stupidamente borghese che Lidia potesse commettere, e rivestiva a’ miei occhi un carattere d’ostilità assoluta poichè la donna conosceva benissimo le mie opinioni in proposito.
Neppure un istante mi balenò alla mente il pensiero ch’ella avesse sperato in una mia sollecitudine per il suo malessere, in una mia comparsa nella camera da letto ov’ella rimaneva.
A Geltrude non chiesi spiegazioni; pranzai male, ma pranzai, col giornale spiegato innanzi a me; poscia accesi un sigaro e mi accomodai sul divano a fianco del caminetto, studiando con enorme attenzione i ricami della fiamma sulle legna.
Verso le nove, uscii di casa; io non m’accorgeva d’agire non per volontà mia, ma per fare meccanicamente ciò che avevo visto fare agli altri in simili casi: gli altri si divertivano o cercavano divertirsi; io entrai al teatro Dal Verme, ove un Circo equestre attirava folla discreta.
Nell’atrio scansai tre o quattro conoscenze: un marito con seimila lire di rendita, nient’affatto sorpreso che la moglie ne spendesse diecimila per la casa; un vedovo in procinto di sposare sua cognata, quantunque la sapesse, come la sorella, già condannata per etica dai medici; uno scapolo, che manteneva una ragazza della quale si vergognava e per la quale ostentava la massima indifferenza; ed altri, che mi riuscivano stranamente antipatici a un tratto, mentre m’erano appena indifferenti per lo passato.
Da quanti, invece, appressai fra i miei amici, ricevetti quella sera un’accoglienza curiosa e significante; erano saluti e strette di mano sincere, ma diverse dalle consuete; era un atteggiamento quasi grave che costoro assumevano alla mia presenza; un gruppo di celibi, noto pe’ suoi discorsi pornologici, troncò una discussione, quand’io l’avvicinai, e ne cominciò un’altra di politica…. Si aveva riguardo per la mia mutata condizione, e pareva s’aspettasse di definirmi e di classificarmi fra le diverse specie di mariti, prima di scegliere un contegno deciso.
Fu l’ultimo colpo all’irritazione che mi ribolliva dentro; ero dunque ben morto per quegli uomini, bene straniero ormai al loro consorzio, se si trattenevano dal mostrarsi cinici e scapati quali erano, e indossavano una cappa di convenienza, pesante a me più che a loro medesimi?
Domandai di Gian Luigi Sideri. Era a Sestri a lavorare, solo.
– Com’è stato accolto il suo Lastrico dell’Inferno? – chiesi.
– Assai bene; ne hanno parlato anche all’estero, – mi si rispose. – Una rivelazione! –
Me ne andai, verso le undici. Gli altri si recavano a cena.
– Tu non verrai, non è vero? – domandò uno.
– Grazie; vado a casa, – risposi dopo un lampo d’esitazione.
E negli augurî di “Buona notte!” che m’accompagnarono, volli trovare ironia, invidia, rispetto comico per la fedeltà con cui osservavo i miei doveri di sposo felice; e l’irritazione si riversò allora infine, decisamente, contro costoro, contro la buaggine del mondo. Se si fosse indovinato che già tra me e Lidia cominciavan gli screzî!… Screzî i quali davan ragione alle ironie sottintese, e avrebbero fatto esultare quei filosofi da marciapiede…. Ebbene, no!
Lidia era a letto; dormiva, quando rincasai. La scossi leggiermente, la pregai di voler dimenticare, l’ottenni ben facile, e l’alba dell’indomani sorse tranquillissima per noi, smemorata d’ogni chiaroscuro spiacevole. Tornando, però, durante quella notte, al primo malinteso che aveva prodotto il nostro broncio, Lidia espresse di nuovo il desiderio di non partire; non aveva voglia di soffrire i disagi di un viaggio lungo; voleva attendere la migliore stagione, e nel frattempo occuparsi della sua casa, far visite e riceverne, andare a teatro, godere del carnevale prossimo; tutto coll’impazienza della donna nuova, che brucia dal desiderio di mostrare al mondo quale splendida farfalla sia sbucata dalla crisalide.
Per non toglierle illusioni circa quei divertimenti che il suo nuovo stato le permetteva, ascoltai il programma di Lidia con animo sereno e mi compiacqui a far disegni sull’argomento. Nei giorni successivi la presentai a quante famiglie conoscevo e mi parevan degne della sua amicizia….
Spesso in quelle case, dov’io entrava una volta preceduto da impaziente attesa e circondato da cortesie eccezionali, trovai un’accoglienza compitissima e tuttavia diversa da quella del passato; le madri mi serbavan qualche rancore per non aver fatta cader la mia scelta sulla signorina, speranza e tormento della famiglia; ero per esse una fresca tomba di illusioni.
Altrove, era la signorina che usava un po’ d’astio contro Lidia e un po’ di sprezzo contro me; occhiate traducibili con un: “Tanto, non avrei saputo che farmi di voi!”
Eran più schietti e cortesi gli uomini, quegli stessi uomini, i quali diventavan terribili di satira e acuti di negazione non appena si trovavano in crocchio, al teatro o al caffè.
Difficile stabilire il numero esatto di quelli che al veder Lidia si proponevano di sedurla in otto giorni e stringendomi la mano si rallegravan seco stessi d’aver io preparata una nuova preda per loro; certo, dovevan essere molti e non tutti scapoli; certo, anche, Lidia produceva comunemente un effetto d’ammirazione per la sua bellezza, e di simpatia viva per un’ingenuità graziosa, per una semplicità pura di modi, che alla bellezza eran fortissimi ausiliari.
E in grazia di tali ausiliari, le madri più arcigne e le fanciulle deluse, dopo quindici giorni gareggiarono a diventar l’amica intima di Lidia, come gli uomini tutti studiaron di farsi amici intimi miei; del che ero meno lusingato.
Lidia aveva stabilito il martedì pe’ suoi ricevimenti; io v’assisteva sempre, quantunque i discorsi delle signore mi facessero sui nervi l’effetto d’uno strider di lima e non fossi compensato se non dallo spettacolo delle manovre tattiche ivi usate. La simulazione e la dissimulazione vi giuocavano aspre battaglie; vedevo le nemiche sorridersi, darsi la mano, baciarsi e lodarsi, con un’abilità che un diplomatico avrebbe pagata un occhio; ascoltavo le più calunniose insinuazioni fatte col più idilliaco dei sorrisi; notavo la gara tacita e accanita di soverchiarsi in eleganza, in bellezza, in ispirito, e rilevavo come le più maligne parlassero sempre della malignità altrui, dichiarandosi aliene da ogni vanità umana e inorridite dalla maldicenza, la quale pur troppo non rispetta alcuno.
Io mi diceva frattanto che se si fosse scoperto ch’io era adultero, giuocatore od ubbriacone, tutte le amiche di Lidia avrebbero esultato, in omaggio all’amicizia femminile.
Avevan trovato, quelle eleganti femmine, un tema che si prestava mirabile a piccoli colpi, a punture di spillo, a ferocie squisitamente melate; ed era, il tema, l’infecondità di Lidia. Non poteva ella avere un’emicrania, un malessere passeggero, un pallor più accentuato, o una leggierissima tinta azzurra sotto gli occhi, senza che le amiche vi trovassero qualche significato riposto, qualche preavviso della venuta di un bimbo; di quel bimbo, il quale, secondo loro, era indispensabile al coronamento della nostra unione, mentre io non vi aveva manco pensato.
E poichè il bimbo pareva farsi aspettare, le osservazioni s’inoltravan più ardite:
– “Lei, dunque, non si tedia mai?
– “Mai, cara signora.
– “Ciò è stranissimo.
– “Perchè?…
– “Sempre così soli, senza una testolina bionda da accarezzare, senza le cure deliziose per un innocente….” –
Le parole non producevano in Lidia alcun effetto doloroso; ella non aveva nè propensione nè repulsione per la maternità; forse non ne aveva una chiara idea, e ciò faceva sì ch’ella rispondesse colla sua ingenuità quieta alle sollecite visitatrici, frustrando in loro ogni speranza d’esser riuscite ad amareggiarla.
– Assolutamente, si vuol vedere un frutto del nostro amore, – dissi una volta a Lidia. – Se non ci riusciamo, bisognerà adottare un trovatello per far piacere agli amici. –
Lidia scoppiò a ridere, e mi tolse ogni inquietudine circa l’esito sortito da quelle insinuazioni.
Più di quanto io non m’aspettassi, era ella abile a giudicar le persone e a sottrarsi da ogni influenza. Una vecchia signora, assidua ai martedì, s’era proposta una tutela gratuita su di noi; voleva insegnarci a vivere, e s’interessava della servitù, dell’andamento della casa, dando consigli non cercati perfin sulla disposizione dei mobili.
Lidia non era in questo affatto indulgente, e un giorno in cui la signora si lamentava perchè avevamo licenziata la cuoca, Lidia le fece capire che sarebbe stata ottima cosa non si fosse più fatta vedere, nè ai martedì, nè in altri giorni della settimana.
Era donna, Lidia oramai; così donna da inquietarmi un poco per la seduzione inconscia ch’ella esercitava sui miei amici. Io non poteva più contar quelli che la desideravano; erano tutti, giovani e vecchi, ammogliati e celibi; gli ammogliati non m’avrebbero ceduta volentieri e per un lasso di tempo indeterminato, la loro sposa fedele in cambio della mia? Sì, certo; son cose che si fanno, salvando naturalmente le apparenze.
Dovevo essere odiato quanto era desiderata Lidia, da costoro.
La mia presenza immancabile li urtava come un’offesa personale; entravan nel salotto strisciando, la schiena curva, il sorriso rutilante; trovavan Lidia, coi piedini sulla proda del caminetto, un libro pesante alla mano; fuori c’era l’aria grigia di dicembre; un complesso di cose molto propizie a discorsi sentimentali, a preliminari d’attacco.
Ma se domandavano:
– “E Sergio, il nostro caro Sergio, come sta?” – e si sentivan rispondere da Lidia:
– “Bene, grazie. È nello studio; ora lo faccio chiamare,” –
addio speranze, addio preliminari e discorsi sentimentali!…
Però, quando compariva io, le strette di mano eran così calorose come tornassi da un viaggio di circumnavigazione.
Io mi meravigliava di una cosa sola: che quei furbi seduttori, quegli esperti ladri onorabili, non s’accorgessero, nella loro furberia, come la mia presenza fosse affatto superflua a sventar le loro arti; come Lidia, anche sola, anche triste, anche corrucciata contro di me, non fosse donna da cascar fra le loro braccia.
Ma essi mi trovavan troppo brutto al loro confronto, per ammettere simile verità; non so chi, aveva loro insegnato che necessariamente una donna deve cadere; oggi, domani, fra un mese o fra un anno, la caduta avviene; e nell’aspettazione, essi frequentavano la mia casa, e si sedevano alla mia mensa, come già io aveva fatto con Giorgio Uglio.
Nessuno di quei visitatori, per altro, aveva ancor preso un atteggiamento perspicuo; venivano ai martedì, a qualche pranzo, a qualche festa che dava Lidia. Nessuno aveva ancor trovata l’occasione di scriverle un biglietto o d’inviarle un libro o d’addentrarla nella conoscenza dei buoni autori contemporanei; ma io non mi nascondeva che fra la turba doveva trovarsi già l’audace, e mi chiedevo con una certa ansia se avrei potuto io stesso scoprirlo.
Il concetto che avevo dell’intuizion dei mariti, non era ottimo, per vecchia esperienza. Ora, io era un marito, dopo tutto, e tanto marito da pensare e da ragionare perfettamente all’opposto di quanto ragionavo e pensavo un giorno. Sarei stato marito anche nel sospetto? Anch’io come gli altri, sarei andato a investigar le cose più assurde e a dubitar dell’amico sincero, quando ad ogni istante avrei avuto sott’occhio il nemico? Era un dubbio affatto indipendente dalla gelosia per Lidia; era un dubbio che il mio amor proprio sentiva crescere con immenso dolore, perchè avvalorato da un piccolo falso allarme recentissimo.
Mi veniva per casa un giovanetto di diciannove anni, poeta: alto, magro, biondo, lezioso; stabilito a Roma colla famiglia, si tratteneva però volentieri a Milano; portando un bel nome, aveva molte conoscenze; corteggiava le signore con arte precoce e con sonetti così lacrimosi da farlo creder Geremia redivivo. Mi era anche antipatico; sentivo in lui una certa forza di seduzione la quale, non apparendo giustificata da alcuna dote particolare, se non da quei diciannove anni, che eran dote troppo caduca, – m’inquietava.
Di Lidia non sembrava affatto curarsi, pel senso pericoloso ch’io intendeva; ma era verso di lei insinuantissimo, e così sobrio nella lode e nell’ammirazione, da ottener con poche parole effetto doppio di quello che gli altri ottenevan con molte.
Io cominciai a sorvegliarlo, a studiare il modo di non lasciargli dire nè molte parole nè poche all’indirizzo di Lidia; se abitualmente ero vigile, del poeta sentimentale divenni accortissimo e sospettoso, da un giorno all’altro aspettandomi qualche volume de’ suoi versi con opportuna dedica a Lidia, e poi un viglietto, e poi una visita nelle ore in cui ero assente. Una sera che, al teatro aveva aiutata Lidia a togliersi la pelliccia, quelle sue mani presso il collo della donna, quel gesto di lui che pareva volesse abbracciarla, mi diedero una fitta al cuore, mi svelarono che là stava il pericolo imminente.
Invece, all’improvviso, il poeta partì, raggiunse la famiglia a Roma, ed io fui stranamente sorpreso venendo a sapere com’egli si trattenesse a Milano per amor d’una vedova, alla quale non offriva sonetti ma denari con sì lieta prodigalità, che i suoi lo avevan richiamato al più presto.
Non saprei dire se da questo episodio io ritraessi piacere o malcontento; senza dubbio, ne uscii molto umiliato per la mia intelligenza, ch’era in altri tempi soddisfacentissima; e verso il poeta serbai un atroce rancore, quasi m’avesse schernito nel modo più villano.
Dicembre si chiuse per noi col ritorno dei signori Folengo da Pallanza. Io dimenticava sempre che Pietro e donna Teresa facevan parte della mia nuova famiglia, e perciò l’idea di festeggiar con loro il Natale non mi parve eccessivamente allegra; avrei preferito restare in casa, dove la presenza di Lidia mi confortava, e non m’infastidiva l’assenza di quel bambino biondo che m’auguravano i conoscenti.
Donna Teresa lodò la figlia per la sua decisione di non partire, quantunque osservasse che sarebbe stato bene continuare il viaggio per rispetto alle abitudini generali; poi, ella e Pietro ci annunciaron la novità già accennata nelle loro lettere.
Una casa commerciale importantissima offriva a Pietro l’impiego di direttore e di procuratore, con lauto stipendio e partecipazione ai vantaggi dell’azienda. Simile offerta si doveva a un amico di Pietro, deputato, fatto Ministro in quei giorni, il quale curava poco il benessere d’Italia, ma sufficientemente il proprio, quel dei congiunti e degli amici; il che gli giungeva anche troppo grave soma.
Quando sentii che la casa commerciale era stabilita al Cairo, mi dichiarai avverso a tale disegno, ma fui stupito notando come Lidia l’avversasse molto meno di me, e cedesse alle ragioni esposte da Pietro.
– In ogni modo, – concluse questi, – è cosa che avverrebbe fra qualche tempo. –
Mentre ritornavamo a casa, domandai a Lidia:
– Perchè non ti sei opposta a quella pazza idea?
– Non so, – ella rispose. – Così!… –
E poichè ella non agiva talora per ragioni più convincenti, io mi trattenni dal chiedere altro.

IX.

Fu l’abito che indossava? o furono le sue braccia, che le maniche scopriron fin quasi al gomito, nell’atto in cui ella s’appoggiava al cassettone? o fu il suo viso, dai lineamenti un po’ stanchi? o non fu, piuttosto, la volontà del caso, il quale aveva stabilito che di là cominciassi a soffrire?
Fatto è, che potei d’un tratto afferrare un’impressione, e definirla colla rapidità del lampo.
Veniva spesso nella mia camera, Lidia, dopo le cure dell’abbigliarsi e prima della colazione; mi chiedeva che cosa si sarebbe fatto nella giornata, se ci saremmo occupati delle visite, se a teatro v’era qualche spettacolo interessante; anche, mi chiedeva s’io l’amassi ancora, come nei primi tempi.
Ella cominciò, stavolta, dopo il saluto:
– Credi ci convenga render la visita ai signori Cortalancia? –
S’era appoggiata al cassettone col semplice scopo d’ammirarsi nello specchio. Io, di fianco a lei in una poltrona, mi dimenticai d’osservare se quello scopo era giustificato da qualche vestaglia nuova, da qualche bizzarra acconciatura dei capelli. Risposi:
– Perchè non si dovrebbe render la visita? I Cortalancia sono persone rispettabilissime. –
Lidia chinò la testa a guardarsi le dita bianche e magre; si tolse e si rimise un anello.
– Mi parevano molto noiosi, – disse.
– Non sei ancora abituata a sopportar le persone noiose? – domandai.
Quindi mi morsi le labbra; il momento che noi attraversavamo rendeva la domanda piena di pericoli.
– Sono abituata! – fece Lidia, continuando ad ammirarsi nello specchio. – E non è inutile aumentare il numero?
– Ogni persona che si trascura, diventa un nemico, – sentenziai.
Lidia sospirò, passandosi la mano dietro la nuca a lisciarsi dei capelli che supponeva scomposti; ma come non si decideva a togliersi dalla sua positura, me le avvicinai, le tenni le mani per l’estremità delle dita, e fissandola in viso:
– Làsciati ammirare! – dissi.
Aveva realmente una vestaglia nuova, alla Pompadour, con fiori sul petto; un nastro azzurro le girava attorno alla testa, pettinata secondo la foggia greca. Sentii le sue dita fredde, vidi le braccia scoperte, il viso bianco dagli occhi mavì; in uno sguardo, riassunsi tutta la venustà di quel corpo giovanile.
E afferrai l’impressione di lunga stanchezza che quel corpo giovanile mi produceva.
– Piaccio? – Lidia domandò con frase solita, ma con insolita freddezza.
– Piaci, – risposi, lasciandola
Ritornammo al nostro posto.
– Se si potesse ricevere in veste da camera, sarebbe una buona cosa, – osservò Lidia, sorridendosi nello specchio. – Credo d’esser più bella!
– Ah!… Ce n’è bisogno?… –
Un fiore, dal petto passò nelle mani della donna, che cominciò a sfogliarlo e a pelarlo con molta cura.
– Non c’è un bisogno pressante, – ella rispose, – ma la vanità è senza limiti. Dunque, renderemo la visita ai Cortalancia. Stasera c’è teatro?
– Non ho ancora i giornali. Anche a teatro vorresti andare in veste da camera?
– Oh, lì! – ella fece, con un gesto di trionfo. – Abbiamo gli abiti scollati, per la Scala!
– Nessuno t’impedisce di ricevere pure in abito scollato! –
Lidia modulò una risatina di sprezzo pel mio suggerimento che credeva serio, e se ne andò, alzando le spalle e dimenticando di chiuder la porta.
Era certo; la stanchezza cominciava a proiettar la sua ombra nelle nostre anime. Era anche logico; tutti gli amori finiscono, come cosa mortale, e il nostro non poteva già trovar nella legge, oltre la tutela, l’eternità; bensì, era la legge assurda, che prestava la prima e fingeva credere alla seconda.
L’abitudine aveva avvelenata la sorgente del piacere; l’idea piatta di rappresentar noi una simmetria legale con uno scopo determinato illanguidiva e smagava tutto quanto era spontaneità; impendeva sui nostri cuori, ne regolava i battiti, non ci lasciava la freschezza dell’improvviso. La legge era tra noi, coprendoci; mezzana stranissima che scemava le forze a luogo d’eccitarle.
Quale amarezza in fondo ai nostri baci! Un’amarezza; non dolore, non uggia irreverente; una delusione fisica e morale, pesantissima, che avrebbe rotto in lacrime, se tal linguaggio di sentimento ci fosse stato possibile.
Soffrivamo ambedue, Lidia ed io; ella, non arrivando a capire ciò che provava; io, arrivandovi troppo; ella, tormentata dall’indeterminatezza del mistero; io, da impeti subitanei. Se m’arrivava d’un tratto, acuto, inesorabile, il pensiero di poter io pretendere da lei e imporle l’amore che in altra donna avrei meritato per elezione, – il mio abbraccio si snodava, il suo corpo mi pareva cosa, non esempio di giovane bellezza. L’avrei respinta, Lidia, con brutalità, perchè incarnava il dovere e il diritto, il principio e la tradizione, la valvola di sicurezza della società mostruosa fatta per la massa.
Lidia sentiva così bene tutto questo, da non maravigliar di nulla. Aveva lasciata la sua casa ed era entrata nella mia…. con entusiasmo? con gioia irrefrenabile? No; con amore e illusioni, morte le quali, restavale in animo una congerie di teorie ridicole insegnatele da’ suoi; teorie di cui intuiva la falsità non meno che il pericolo d’ammetterla. Assisteva allo svolgersi di teorie nuove, sentiva il rombo di nuove idee soffiate dal secolo morente, e considerando la nostra simmetria decrepita, s’impauriva di rappresentare ella medesima una di quelle idee agonizzanti, a ringiovanir le quali non la sua bellezza, non la sua fresca età, non il suo fascino raddoppiato mille volte, sarebbero bastati mai.
Per una crudele ventura, quello sboccio di desolanti sensazioni combinò col folleggiar del carnevale, che un gruppo di volonterosi aveva tentato richiamare alla gaiezza antica; e in tutta la mia vita non trovo memoria d’allegria più funebre, di spigliatezza più voluta, d’ipocrisia più sconfortevole che quelle dominanti allora per le vie e le piazze di Milano.
Sotto i nostri balconi, sul Corso Venezia, passavano i carri stranamente mascherati da una fantasia stanca, talvolta dolorosa nelle sue allusioni; e carrozze piene d’ubbriachi, e musiche di straziante festività, e una folla muta, ostile, che non amava i coriandoli e s’atteggiava a compassione dei falsi gaudenti. Dopo il passaggio d’un carro mascherato, l’odore acre del gesso rimaneva, e della polvere; arrivavan sui nostri balconi palate di coriandoli, nembi di confetti, attràttivi dalla presenza di Lidia e d’altre signore; due volte, una mano di cavalieri eleganti lanciò una colluvie di fiori, e furon, sul balcone, braccia levate in alto ad afferrarli, risa discrete per il vano tentativo. Le donne sole, con quell’inscienza che han del bambino, poteron forse divertirsi.
Lidia, il viso riparato da sottile e forte veletto e il corpo da un abito chiuso e bianco, pareva agire per febbre; intorno a lei, i sacchi di coriandoli si vuotavan magicamente; il suo braccio, fragile e vigoroso, lanciava quel gesso con maestria sulla folla stupida, contro i carri che la mala sorte obbligava a fermarsi.
Le amiche, pure in abiti bianchi e difesa la faccia, imitavan Lidia, animandosi, impazientendosi delle lacune fra l’un carro e l’altro. Verso le cinque, i coriandoli arrivavan per entro le finestre, ingolfandosi nelle camere con violenza; alcune signore dovettero cedere il posto.
Lidia resisteva; irriconoscibile, tanto era soffusa di polvere. Io, dietro di lei, passandole, sul morir del giorno, i fiori dopo i coriandoli, l’osservava con inesplicabile tristezza; ella gettava i fiori febbrilmente, con un sorriso rigido sulle labbra.
A un tratto, mi porse ancora le mani, senza guardarmi, perchè vi mettessi altri fiori, e indugiando io, Lidia si rivolse, vide i sacchi e le ceste vuote:
– Finito! – ella esclamò, scrutandomi negli occhi.
– Finito! – risposi.
Sorridemmo ambedue; ma la parola aveva un senso largo d’angoscia.
Non v’erano tra noi se non queste allusioni; perchè così fresco era il ricordo di gaudî e di sogni, che l’aria ne pareva piena e ospite la casa; quella casa la quale, nel medesimo tempo, vicino ai ricordi conservava tutta la storia delle modificazioni sopravvenute a sfatare i gaudî e a corrompere i sogni.
Il carnevale, nonostante numerosi inviti a feste, era scorso per noi monotono. Lidia si schermiva con ostinazione dal prender parte a divertimenti serali; aveva ricevute più visite della sarta, la signora alta e magra col neo posticcio, la quale sperava di ottener molte commissioni, di ripetere il periodo felice dei capolavori di seta e di raso; ma neppur la dialettica della sarta era riuscita a smuover Lidia dal suo proposito, sebbene i tentatori giornali di mode le presentassero dei figurini superbi, che chiamavano un breve lampo negli occhi di lei.
Continuavano i martedì; qualche pranzo agli intimi, donna Teresa e Pietro; qualche sera al teatro; e nella settimana grassa, Lidia aveva voluto gettare i coriandoli forse per soddisfare ad un desiderio delle amiche meglio che ad uno proprio.
Ciò era riuscito strano e molesto a Pietro Folengo.
– Ma, figlia mia, – egli diceva, – questo non si usa. Due sposi novelli devon farsi vedere, devon prendere viva parte ai trattenimenti della stagione.
– Perchè? – domandava Lidia.
– Perchè questo si usa, perchè tutto il mondo ha sempre fatto così…. –
Lidia aveva allora il suo piccolo riso di sprezzo, che importunava Pietro; le ragioni addotte eran per costui insuperabili; non gli pareva umana cosa il sottrarsi a ciò che si usa, a ciò che il mondo ha sempre fatto; mentre Lidia, assai più moderna, si rideva bellamente degli usi e costumi che non le quadravano.
Veniva poi donna Teresa, la quale illuminava il proprio tramonto di tutti i belletti e di tutte le pomate cognite in Europa e fuori; e si stringeva vie più nel busto, e studiava metodi arguti per distruggere l’adipe senile. I suoi consigli erano sospirosi.
– Se fossi io al tuo posto, cara Lidia, con quei tuoi vent’anni! Perchè non vai al ballo di casa Cortalancia? Ma è possibile che non ti sorrida un gran trionfo? Non c’è nessuna delle tue amiche, elegante e bella come te; hai qualche dispiacere? –
Lidia scoteva il capo, e da quelle insistenze usciva sempre più testarda a vivere fra le quattro pareti di casa.
Un piccolo malessere di Lidia aveva servito a darmi un’idea delle straordinarie mutazioni che la verità può subire, conservando la propria forma.
Il medico aveva detto:
– La signora è un po’ delicata e deve guardarsi dalla malaria che domina la città; c’è nella signora qualche accenno d’anemia, facile a combattersi. –
Lidia s’era impadronita trionfalmente di quelle due frasi e non le aveva mutate d’una parola; ma ripetendole ad ogni occasione, aveva dato loro un significato di minaccia quasi simbolico. Non si poteva aprire una finestra, senza che la donna si portasse il fazzoletto alla bocca per salvarsi dalla malaria; nè avveniva mai che Lidia si guardasse nello specchio senz’accagionare all’anemia il pallore del viso, e la striscia azzurrognola sotto gli occhi.
Ciò era grazioso, dapprima, rendendola quasi più fragile nel mio concetto; poi, divenne meno grazioso; e infine non fu grazioso per niente, quando l’anemia e la malaria furono usate da Lidia ad ogni scopo, e presero vita e consistenza di spettri che passavano instancabili ne’ suoi discorsi e parevano essersi collocati stabilmente a guardia della sua alcova.
Gli amici avevano accolta la diagnosi del medico quasi come una notizia gravissima; raddoppiavan di cortesie verso Lidia e mi guardavano con profondo significato per inculcarmi che da me dipendeva la vita di lei. Le amiche erano state indulgenti, perchè tutte avevano alla lor volta qualche indisposizione civettuola di cui si servivano con impareggiabile maestria e che probabilmente ponevano esse pure a guardia dell’alcova. Gustavano la rinuncia di Lidia ai trattenimenti mondani; una signora, assidua frequentatrice di balli, di teatri, di concerti e perfino di conferenze, aveva applaudita Lidia caldamente, assicurandole che non v’era nulla più doloroso di quanto si chiama piacere; e guardando la faccia di suo marito, io me n’era sùbito persuaso.
Ma fui veramente sorpreso quando, il sabato grasso, Lidia accettò un invito dei signori Caccianimico.
– Faccio un’eccezione per loro, – ella disse. – È vero, Sergio, che faremo un’eccezione?…
– È verissimo, – risposi, nascondendo alla meglio il mio stupore.
Appena Clara ed Ettore Caccianimico partirono, domandai a Lidia:
– Tu intendi veramente andare a quel ballo?
– Ma che! – rispose Lidia. – Non,avrei nemmeno un abito decente….
– E allora?…
– Sai, – disse la donna con aria esperta; – rifiutar sempre è noioso, diventa quasi una parola d’ordine; ho accettato per far cosa nuova; stasera scriverò un viglietto, pretestando un’indisposizione! –
Bisognava punirla; assolutamente, questa donna mi credeva condannato a seguire i suoi capricci, senza tener conto de’ miei; accettava e declinava gl’inviti, li faceva accettare e declinare da me con un’indifferenza da bambina, come fosse identica missione accompagnarla al ballo o tenerle compagnia presso il caminetto. Bisognava punirla, immediatamente.
– Bella idea! – esclamai.
– Non ti pare? – fece Lidia, senza rilevar l’inflessione ironica delle mie parole.
La sera medesima, verso le dieci, mi ritirai in camera colla scusa di rispondere a qualche lettera.
– Mandami Andrea. Lo incaricherò di portare un viglietto ai Caccianimico, – disse Lidia.
– Andrea serve a me per il momento, – risposi. – Lo manderai più tardi; così il pretesto sembrerà meno studiato. –
Andrea, il domestico, aveva disposto nella mia camera l’abito di società, e gli oggetti per un minuzioso abbigliamento. Dal giorno del mio matrimonio non avevo più indossato l’abito nero, e, scoperto che questo può servire anche in occasioni allegre, ero divenuto gaio, d’improvviso, attendendo colla maggior cura a farmi elegante.
Alle undici, seguito da Andrea colla mia pelliccia aperta fra le mani, ricomparvi nel salotto di Lidia.
– È inutile mandare il viglietto, – dissi. – Porterò io le tue scuse. –
Lidia alzò il capo, e impallidì nel vedermi.
– Che cosa fate voi, lì? – domandò ella al domestico.
– Tiene la pelliccia, – spiegai. – Guarda, cara, se questa cravatta è messa bene.
– Benissimo, – rispose la donna, levando gli occhi al soffitto. – Vai in casa Caccianimico? –
– Certo. Non m’hai obbligato a promettere che si sarebbe fatta un’eccezione per loro? –
Infilai la pelliccia, misi il cappello e uscii, dopo avere stretta la mano di Lidia, che aveva senza dubbio moltissime cose interessanti a dirmi.
Fui così sùbito, così largamente punito della mia piccola vendetta, da credere a una giustizia invisibile e sicura. Perchè, non appena entrato nella sala ove Ettore Caccianimico e la sua signora apparivano circondati da una folla elegante, – sentii che i varî profumi ivi sparsi mi facevan male; un male strano, che si sarebbe detto risvegliasse la mia sensualità.
La vista di donne scollate, ingemmate, ostentatrici di bellezze che avevano un padrone e ne cercavano un altro, mi atterrì con questa scoperta: io aveva bisogno d’una di quelle donne; d’una qualunque, purchè non fosse Lidia, non le somigliasse in nulla; avevo bisogno d’una donna della quale ignorassi e il sorriso e la voce e il corpo. Finalmente, alla presenza di femmine nuove l’angoscia che mi circolava da un pezzo nelle vene come una malattia, scoppiò e prese il suo vero aspetto: io m’irritava di Lidia non perchè rappresentasse la legge o il principio o la tradizione; ma perchè io la sapeva tutta, dal gesto insignificante all’ultimo anelito. Mai la poligamia mi parve più saggia cosa e più sana che allora.
Conscio di simile rivelazione e messomi in avviso, provai ad avvicinar quelle signore e ad analizzare il senso ispiratomi; notai che le brune mi piacevan meglio, e le audaci e le esperte; quelle, infine, le quali eran tutto l’opposto fisico e morale di Lidia; notai pure che, sull’istante, avrei commessa una follia per conquistarne una, e al domani poco mi sarebbe importato di non più vederla e di saperla morta.
Era la grave, dolorosa necessità di cambiare, che m’invadeva con forma così assorbente e mi disponeva l’animo a una passione per la prima venuta; io trovava nel mio stato il perchè di certi adulterî che m’eran parsi altre volte decisamente inesplicabili.
Uscii da quel ballo uno degli ultimi, conservando ancora in tutta la persona un residuo di profumo avvelenatore, e nel cervello vivissima l’impressione dei corpi femminili ignorati.
Albeggiava lividamente e faceva un terribile freddo.
Non avevo bisogno di guardarmi intorno per sapere come agissero gli uomini che avevano avuta la mia rivelazione, tosto o tardi. Alcuni si mettevano le mani nei capelli, si torcevano il cuore, e tradivano; altri dubitavano sulla scelta, la determinavano con pertinacia, e tradivano; molti non dubitavan punto, si fermavano alla cameriera, e tradivano. Io era fratello di tutti costoro, in quella notte; ma non sarei stato loro fratello nella conclusione.
Io avrei mantenute le promesse fino all’ultima, avrei compiuto il mio dovere fino allo strazio; perchè volevo altrettanto ed esigevo fino allo strazio i miei diritti.
Ma dunque, se il bisogno di cambiare era assoluto, anche Lidia soffriva le torture cui ero in preda? Ecco perchè non aveva voluto ella recarsi alle feste; a me era stata necessaria la prova; a lei era bastato l’istinto, il fiuto inestimabile della donna – per sentire il pericolo.
Rientrato in casa, un barlume di luce proveniente dalla mia camera, m’inquietò, credendo avessi dimenticata accesa la lucerna o i bracci dell’armadio, fin dalla sera prima; apersi la porta, e mi fermai sulla soglia d’un tratto.
Lidia era là, addormentata, vinta dalla stanchezza; s’era seduta in una poltrona, reclinando la testa sui guanciali, e come io aveva quel mattino una curiosa tendenza a ricostruire sensazioni e fatti, riuscii a indovinare quant’era avvenuto. Lidia, assai probabilmente, aveva tentato di coricarsi e di dormire; poi, non potendo reggere al bisogno di dirmi le cose interessanti che la sera prima aveva dovuto tacere per la presenza del domestico, – s’era avvolta nell’accappatoio ed era venuta nella mia camera.
La stufa spenta lasciava il luogo assai freddo; la lampada quasi esausta, l’illuminava imperfettamente; e quella donna rannicchiata nella poltrona, coi capelli sparsi, gli occhi chiusi, la faccia pallida, il corpo tutto come piegato da una violenta angoscia, – pareva la superstite d’una cupa tragedia.
Inoltrai cautamente; levai la lucerna dal cassettone e la posai sulla tavola; mi tolsi il soprabito, il cappello, e gettai i guanti per terra; cominciavo a snodarmi la cravatta, quando un lieve romore mi fece volger la testa. Lidia, appoggiato un gomito sul letto e stringendo coll’altra mano un bracciuolo della poltrona, mi guardava fissa da qualche istante.
– Buon giorno! – le dissi. – Sono rientrato ora.
– Lo so, – rispose Lidia con voce velata. – E io ti aspetto qui da mezzanotte.
– Ti sono gratissimo di questa sorpresa, – mormorai. – Ma potevi coricarti; non prendere freddo; coricarti nel mio letto.
– Nel tuo letto? – esclamò Lidia, balzando in piedi. – Che cosa credi, dunque! –
C’è sempre stato in me un istinto che io suppongo derivato dalle mie tendenze letterarie; un istinto a vedere il quadro e la plastica in ogni cosa; guardai Lidia perciò con sincera compiacenza; ella pareva una leonessa ferita, dritta nel fondo della camera, gli occhi pieni di sdegno; bellissima.
– Perchè fingi, Sergio? – ella disse. – Perchè fingi di non capire quel che ho sofferto?
– Che hai sofferto? – ripetei, colpito dalla voce tremante. – Io non poteva imaginare….
– Ah, non potevi imaginare, – esclamò Lidia, avvicinandosi. – Non potevi imaginare che trattandomi peggio d’una cameriera, mi avresti fatto male…? –
Notavo con dolore che le nostre voci si udivano squillanti nella calma del mattino.
– Ti prego di moderarti, – osservai. – Tutto si può dire con pacatezza.
– Voglio ch’Ella mi risponda, – fece Lidia. – Voglio mi dia ragione della sua condotta. –
Lidia, usando quel tono freddo e straniero sapeva d’irritarmi quanto le era possibile; perciò scattai:
– Non ho ragioni a dare; non le darei, nemmeno se la mia condotta fosse meno onesta di quel che è! –
Lanciata la frase, non mi restò che pentirmene allorchè Lidia piegò quasi sotto un gran colpo e cadde di nuovo nella poltrona. Vi fu un lampo d’intervallo; quindi sentii i singhiozzi della donna, e la vidi nascondere il viso tra le mani.
– Ah, è troppo! – ella diceva a frasi rotte. – Non l’ho meritato! Io fuggirò da questa casa.
– Via, – feci appressandomi e mettendo una mano sulla spalla di Lidia. – Ti ripeto che non avrei supposta simile interpretazione d’un fatto innocentissimo. Sono andato dai Caccianimico, perchè tu avevi promesso di andarvi, e mi doleva mancare verso un buon amico qual’è Ettore per me. Una volta là, non ho potuto non trattenermi fin tardi. –
In quell’istante, mentr’ero curvo su di Lidia e le mie labbra toccavan quasi la ricca massa de’ suoi capelli, – mi passò innanzi agli occhi rapidissima una visione informe e tronca di quelle donne che avevo incontrate al ballo; parevano riunite in gruppo e perciò non riuscivo a distinguer l’una dall’altra, ma vedevo capelli bruni, occhi neri, busti scollati e ritti; serrai le palpebre e la visione passò.
– Non sa dunque Ella, – rispose Lidia, guardandomi colle pupille improvvisamente asciutte, – non sa dunque Ella che talvolta basta una parola gentile a persuadere una donna? Se m’avesse detto che Lei desiderava recarsi da quei signori, non avrei pensato a fare un’obiezione. Ma Lei ha voluto prendersi giuoco di me, andandosene d’un tratto, senz’avvisarmi, schernendomi perfino col dire che avrebbe mandato Andrea più tardi a portare il mio viglietto. –
L’idea che Lidia aveva scritto un viglietto malizioso e grazioso rimasto ignorato sulla tavola per la mia cattiveria, mi colpì stranamente; provai un irresistibile bisogno di ridere e una tenerezza da fanciullo.
– Già, ho fatto male, – dissi. – Lo riconosco. Basta riconoscere il proprio torto? –
Lidia s’era alzata, cercando il fazzoletto; io lo raccattai da terra, e presi posto nella poltrona rimasta libera.
– Basta riconoscere il proprio torto? – ripetei, prendendo Lidia per le braccia e cercando di attirarla sulle ginocchia.
– No! No! No! – ella esclamò con veemenza. Io ho passata un’orribile notte, per Lei, e non l’ho passata dormendo, com’Ella potrebbe credere; mi sono addormentata sull’ultimo, per la stanchezza….
– E come l’hai passata, dunque? – domandai senza resistere allo strappo cui ricorse Lidia per togliersi alla mia stretta.
– L’ho passata meditando! – rispose la donna, mentre s’allontanava e si raggiustava l’accappatoio.
La frase mi turbò, e mi trasse alle labbra la risposta, che trattenni a forza. Anch’io aveva meditato; Lidia nell’angoscia dell’aspettazione, io nell’angoscia della folla…. E ambedue sopra un istesso argomento? Forse; ma Lidia non me l’avrebbe mai confessato, non avrebbe forse trovate le parole….
Ella si riprometteva certo una mia domanda; perchè dopo essersi guardata nello specchio, girò la testa verso di me.
– Non ho più nulla da dire, – mormorai. – Se non basta riconoscere un errore, non so che altro si possa attendere. –
Lidia proruppe nella sua risatina di sprezzo.
– Comodi, i signori uomini! – ella disse, prendendo a camminare per la camera. – Si levano i loro capricci, e poi riconoscono d’aver fatto male; con tale sistema pretendono il perdono. E se facessimo noi altrettanto? –
Sentivo che c’incamminavamo verso i paradossi femminili e non fiatai.
– Se facessimo noi altrettanto? – continuò Lidia. – Sarebbe una catastrofe, una vergogna, il finimondo, perchè non si ammette la possibilità d’un capriccio in noi…. Siamo fatte per la casa, diavolo! Pupattole eleganti, decorazioni da salotto, mummie senza nervi nè vibrazioni….
– Vi prego d’espormi i capricci che io vi ho proibiti, – interruppi.
– Ah certo! – disse Lidia con accento ironico. – Io posso comperare tutto quanto m’accomoda, vestirmi come mi piace, rimaner qui, o viaggiare…. E Lei crede che la vita d’una donna finisca lì?
– Non oso supporre che finisca altrove, – osservai. – Volete forse uscir sola di sera, andar sola a teatro, avere un appartamento da scapolo, tirar di scherma e correre lo steeplechase? –
Lidia si fermò, quasi sotto una staffilata; allungò l’indice della destra verso di me, e disse in tono minaccioso:
– Ricordati questo, Sergio: che tu ti pentirai delle tue parole e dei capricci di stanotte. –
Si diresse verso la porta. Ebbi la tentazione fugace di correre a Lidia e di fermarla; ma nell’atto che m’alzavo, dal mio abito salì quel profumo avvelenatore di che s’era impregnato alla festa; il profumo di dieci donne, le quali non erano Lidia, non le assomigliavano in nulla, non m’eran cognite se non nell’apparenza mondana.
E lasciai uscir Lidia.
Dalla via sorgevano i romori della città laboriosa. Tacitamente salutai i forti che trovavan l’opportunità di lavorare anche nella domenica di quaresima; chiusi le imposte, e mi coricai, più freddo e più tranquillo di quanto non avessi osato sperare.

X.

Il romanzo di Gian Luigi Sideri era rimasto intonso alcuni giorni sul mio tavolino da lavoro; poi, nel cumulo di lettere e di giornali che quotidianamente vi si deponevano, io non l’aveva più trovato, senz’inquietarmene, poichè mi rammentava una delle prime cause di broncio con Lidia e temevo che, leggendolo, rinascessero i sogni e i rimorsi, or di nuovo snebbiati.
Fui quindi assai perplesso allorchè Gian Luigi Sideri comparve ad uno dei nostri martedì. Io non aveva conoscenza delle frasi vaghe, usate per un autore dagli ammiratori che non hanno letti i suoi libri; e se anche tal vocabolario mi fosse stato familiare, mi mancava il coraggio d’adoperarlo, non sapendo se Gian Luigi se ne sarebbe contentato o se non, piuttosto, avrebbe volute le impressioni particolari delle varie scene e dei caratteri descritti.
Gian Luigi tornava dalla Riviera Ligure, ove la leggenda lo figurava occupato in nuovi lavori; ma l’aspetto sano, la tinta viva, l’occhio limpido, il sorriso tranquillo che vi aveva acquistati, mi sembravan resultare da un larghissimo ozio, meglio che dal lavorio intellettuale.
S’inchinò due volte innanzi a Lidia; una volta innanzi alle altre signore; delibò compiacente le lodi degli amici e si divertì a lasciarsi osservare come persona assicurata ai posteri; finì coll’accomodarsi sul divano, di fianco a Lidia.
Gian Luigi aveva una statura più bassa della media; ma non era tozzo e non produceva effetto sgradevole; anzi, la esiguità delle forme gli prestava un che di svelto e d’arguto, certamente simpatico. Bruno, dagli occhi grigi; testa proporzionata, fronte alta, significante capacità d’intelletto; labbra sensuali e colorite, indicatrici di tendenze epicuree; baffi ritti e puntuti, a cagion della moda. Egli vestiva con gusto e senza la cura minuziosa dell’uomo incapace ad altro; come dissonanza inevitabile in ogni cosa sua, portava quel giorno una cravatta gialla, di foggia molto discutibile.
Fugacemente notai che, seduto a fianco di Lidia, Gian Luigi si trovava in posizione svantaggiosa, perchè appariva più piccolo della donna.
Io era tuttavia sotto l’impressione della festa di ballo e delle sue conseguenze con Lidia; rispondevo male alle interrogazioni che mi si facevano e se non fosse stata la visita di Gian Luigi avrei raggiunte le mie camere al primo pretesto.
Guardavo le donne.
Ero in quel tremendo periodo di studio muto e desideroso, che non ho dimenticato mai, che si prolungò oltre misura e che mi stampò nel cervello così lucide imagini femminili, da poterle evocare nuovamente oggi, a distanza d’anni, direi quasi con un semplice corrugar di ciglia. Esse balzan luminose nella steppa grigia del passato.
Guardavo le donne, raccolte intorno a Lidia, e specialmente quelle le quali avrebbero potuto essere belle e non lo erano; voglio dire, le non riuscite. Avevano occhi piacevoli e brutta bocca; o bocca espressiva e naso lungo; o naso esatto, bocca deliziosa, occhi loquaci, e mancavan d’ovale al viso, o di capelli ricchi, o di statura elegante, o di seno giusto. Io sentiva per queste il rincrescimento d’un artista che lo scalpello ha tradito.
E mi volgevo alle altre, – poche, tre o quattro, – nelle quali v’era armonia e disposizion di forme da sostenere un’analisi, dopo aver soddisfatta la sintesi. Ancora, per esse non avevo alcuna tenerezza; forse m’erano spiritualmente antipatiche, e certo, non valevano Lidia; ma tutte, a una, a una, rappresentavano l’altra, l’incognita, la donna su cui non avevo diritto alcuno; e le guardavo perciò, e mentre mi lasciavano il cuore vuoto, dominavano il mio pensiero.
Mi sarei irritato se una di costoro avesse creduto di poter prendere il posto di Lidia; e, – ammettendo per un istante una concessione al potente bisogno di cambiare, – sentivo che avrei avuto il cattivo coraggio di spiegare tal bisogno e di respingere, nella donna che mi si fosse data, ogni speranza di stabilità nella nostra colpa. Infine, io sarei stato capace di dire: “Vi voglio, non già perchè siete voi; ma perchè non siete Lidia”.
Formola così vera, che mi toglieva speranza di trovar la donna atta ad apprezzarla.
Non potevo sopportare le bionde, in quel periodo; la sola vicinanza loro mi dava la sensazione tattile dei capelli lunghi, serpentini, di Lidia e la visione del suo corpo; eran le brune che preferivo studiare, provando certi curiosi impeti d’afferrarle alle spalle e di rovesciar loro la testa all’indietro, per baciarne la gola bianca.
Nessuno in quel salotto avrebbe imaginati i galoppi della mia mente; perchè gli uomini e le donne, dopo aver tentennato a lungo per definir me, Lidia, il nostro matrimonio, e collocarci in una delle categorie prestabilite dal mondo, – avevan finalmente trovate e la definizione e la categoria, mettendoci con un gemito fra gli “esemplari”; quel giorno stesso in cui mi gravava sullo spirito il peso enorme dell’esemplarità.
La fiamma d’un robusto fuoco nel caminetto gettava sul viso d’una di quelle brune agognate larghi sprazzi di luce che salivan dalle ginocchia al busto, dal busto alla testa, e le passavan dietro gli omeri a formarle uno sfondo mobile, saltellante, corrusco. Ammiravo di costei, sopra ogni altra cosa, la dolcezza del ridere, che non era contrazion di muscoli, ma lene conquista d’espressione, di cui la bocca era la sorgente e gli occhi la foce per cui si trasmetteva agli altri.
La bruna stava presso il caminetto, volgendogli il fianco sinistro, e di fronte a me, ch’ero all’altro lato; ma ella teneva il capo rivolto a destra, verso il divano. Mi ricordò così, indirettamente, che a Gian Luigi Sideri eran dovute le maggiori cortesie, come ad ospite quasi celebre; e quando mi levai, vidi gli altri tutti intenti ad ascoltar Lidia e Gian Luigi.
Parlavano di letteratura.
– Il suo romanzo mi ha veramente entusiasmata, – diceva Lidia a Gian Luigi. – Tutto vi è nuovo; dal titolo al pensiero che vi domina fino alla chiusa. L’ho letto due volte. –
Io non sapeva fin allora quale dovesse essere la vendetta che Lidia mi aveva minacciata; ma ero stato tranquillo, pensando che forse non la sapeva nemmen lei. Avevo osservato semplicemente, da quella notte di sabato al martedì, una durezza insolita nelle parole della donna, qualche sarcasmo su tutto quanto la circondava, e sebbene io non fossi personalmente attaccato, indovinavo che il sarcasmo e la durezza eran per me e non avrebbero tardato a trovare il loro indirizzo preciso.
Nel veder Lidia così cortese verso Gian Luigi, mi si delineo alla mente, chiara ed innegabile, l’essenza della vendetta promessa; e ne sorrisi, trovando ch’era un po’ vecchia. Lidia si riprometteva d’eccitar la mia gelosia, come aveva imparato assistendo alle commedie d’antico repertorio; non le negavo la capacità a fingere la sua parte con maravigliosa intuizione; bensì, negavo a’ suoi sforzi l’esito ch’ella ne sperava.
Io non sarei stato geloso di simpatie volute; ella, dopo la sua rappresentazione, avrebbe semplicemente ottenuto di allontanarmi da lei, e di farsi considerare piuttosto volgaruccia nelle sue trovate.
– Ho scritto come dettava dentro, – rispose Gian Luigi.
– Secondo il sistema di Dante Alighieri, – notai, sorridendo. – È ancora discreto. Io non ho letto il tuo romanzo, perchè sono…. –
Stavo per dire: occupatissimo, il che avrebbe servito a confermar la definizione di marito esemplare; ma mi corressi a tempo, e continuai:
– Perchè sono un po’ impaurito da quel tremendo titolo: Il lastrico dell’Inferno! Ci ho pensato, e mi è parso conveniente sentir prima le impressioni di mia moglie.
Mi accorgevo d’aver detto un mucchio di sciocchezze, secondo la fatalità di chi sbaglia dal principio; e non mi restava che sperare in un aiuto di Lidia. L’aiuto venne così:
– Tua moglie, – disse Lidia con quell’ombra di sarcasmo che rimaneva tra me e lei, – tua moglie ti ha consigliato più volte a leggere quel bellissimo romanzo. È tutto imperniato sull’adagio: di buone intenzioni è lastricato l’inferno; e pieno di sapore filosofico. –
Lidia non m’aveva mai parlato di quel libro; non solo; io ignorava perfino lo avesse letto.
Ella non poteva quindi mentire con maggiore impudenza e con fine più crudele; fui preso da una terribile vertigine di smascherarla, ma non soccorrendomi sùbito una frase elegante e velenosa, che rimanesse tra me e lei come il suo sarcasmo, trovai miglior partito rispondere a Gian Luigi:
– Un’idea curiosa e originale, davvero! Di buone intenzioni è lastricato l’inferno! Certo, se ne può fare un poema d’angoscia o un capolavoro di satira….
– È l’una e l’altra cosa, – disse freddamente Lidia, colla tranquillità delle donne che non han mai capito nulla.
Gian Luigi fece un gesto, sorridendo, quasi a declinar l’elogio smisurato.
– Mi son guardato intorno, ho cercato di dire la verità; ed ecco tutto! – egli concluse modestamente.
– Ed ora, sta preparando qualche cosa di nuovo? – domandò la bruna, seduta presso il caminetto.
– No: sono piombato nell’ozio più vergognoso, – disse Gian Luigi volgendosi verso di lei.
Non so come, respirai di piacere. Gian Luigi oziava; ciò me lo rendeva simpatico.
– È stato a Sestri, non è vero? – chiese Lidia. – Me lo annunciò Sergio.
– Sì, signora. A Sestri, al ritorno da Saint-Moritz. –
M’ero allontanato alcun poco, andando a sedermi presso una signora, i cui occhi neri e umidi pareva dicessero agli uomini: “Sì, fratello: io seguo il mio triste destino d’appassionata”. E di quegli occhi, di cui credevo aver tradotta finalmente l’espressione, io studiava i possibili sogni e le veemenze, lasciando che nell’angolo, ov’era Lidia, continuasse il discorso d’ammirazione e di vanità.
Poi, lentamente, i visitatori presero commiato, e come l’ombra serale precipitava, restai nel salotto, vedendo ancora davanti al caminetto la bruna dal sorriso consolatore, e l’altra dagli occhi mesti.
Quella sera, a pranzo non avevamo che mio suocero, Pietro Folengo. Donna Teresa era rimasta a casa, un po’ indisposta. E un penoso silenzio regnò fra noi tre, quantunque io fossi pronto a seguir Pietro in tutte le idee vecchie di cui volesse farsi il profeta.
Lidia, sulla tovaglia disegnava dei geroglifici col manico della forchetta; assaggiava appena le vivande ch’ella medesima aveva voluto le prescrivesse il medico, perchè ormai l’anemia e la malaria dominavan la sua vita; e benchè io l’avessi più volte interrogata, non aveva spinto il discorso oltre la forma monosillabica. Stringeva le labbra, di tanto in tanto; sintomo di malcontento represso.
– Vediamo, figli miei, – disse Pietro a un tratto, guardando Lidia e me. – Che cos’avviene?
– Niente! – dissi io.
– Niente! – disse Lidia.
– Come, niente! – esclamò Pietro con la sua logica di ferro. – Niente produce niente. Ora niente non può essere la causa, se un broncio è l’effetto!
– Un broncio? Ma non siamo stati mai di migliore accordo! – io risposi.
– Mai, proprio mai! – confermò Lidia, terminando con attenzione la curva d’un geroglifico.
Pietro s’accarezzò i favoriti, come quando stava per dire qualche bella cosa.
– Trovate il modo d’intendervi su questi niente così disastrosi, – egli consigliò. – A’ miei tempi non s’usavano! –
Quindi passò a raccontar di nuove instanze che la Casa commerciale di Cairo gli faceva, obbligandolo a prendere una decisione.
– Quando entreresti in carica? – domandò Lidia.
– Fino al prossimo anno non se ne parla, – rispose Pietro, – ma capisci che una volta data una promessa, il tempo non conta, e un uomo serio deve mantener la parola. –
Io non feci alcuna osservazione, credendo aver bastantemente criticato quel disegno assurdo di lasciar l’Italia e di correr venture a cinquantasei anni, pel solo ùzzolo della novità; anche Lidia tacque.
Nell’appressarmi alla finestra, levate le mense e restando Pietro e Lidia innanzi alla tavola, – lo spettacolo della sera, già assai dolce e limpida, m’istigò un vivo desiderio d’uscire e veder gente.
Le carrozze passavan numerose, coi lucidi fanali proiettanti, nell’amplissima via; correvano a trasportar uomini e donne al piacere e alla soddisfazione di mille vanità, cui avevo imparato a irridere senz’esser convinto del loro nulla. Mi scoprivo d’un tratto ancor troppo giovane per rinunciarvi e, in fondo, l’innocenza di quei godimenti mondani, creati per vedere un poco e per esser molto veduti, – mi sembrava il loro più bello elogio; non s’era mai sentito dire che, all’uscir da una festa o da un teatro, le signore avessero abbandonato il marito per cader fra le braccia degli ammiratori; bensì, ai teatri e alle feste, si tessevano le fila prime degli inganni: ma se le feste e i teatri non fossero stati, gl’inganni non si sarebbero tessuti egualmente? L’indole è tutto.
Una sola occhiata a Lidia mi persuase che avrei parlato indarno. Ella andava irrigidendosi ogni giorno più nella risoluzione di sfuggire il mondo; e come il passato carnevale s’era sottratta agli inviti, ora si sottraeva a qualunque proposta di svago. Varie amiche l’avevan pregata di prender parte a delle gite; la campagna nei dintorni di Milano, che lasciava il suo manto invernale per ricolorirsi a poco a poco, era deliziosa, e allettava a farvi delle escursioni; ma Lidia aveva da qualche tempo assunto per divisa il motto: questo m’è indifferente, – ch’ella ripeteva a frustrar qualunque insistenza.
Non partecipai, dunque, la mia idea a Lidia, acconciandomi a subire la conversazione di Pietro. Egli difendeva il Ministero; dacchè io lo conosceva, Pietro non aveva fatto di meglio, ne’ suoi discorsi di politica; taceva solo fra una crisi parlamentare e l’altra; quando il Ministero era costituito, se ne estasiava, ripetendo le considerazioni dei giornali officiosi, quantunque pochi giorni avanti si fosse estasiato d’un Ministero affatto opposto. Ma Pietro Folengo era ministeriale per costituzione psicologica e avversarlo sarebbe stato come fargli un salasso.
Alle undici se ne andò; sùbito, Lidia mi disse:
– Vado a letto; mi sento poco bene. –
Si levò dalla sedia con apparente fatica, e finse trascinarsi fino alla soglia della sua camera. Qui, si rivolse e appoggiò una mano alla fessura della finestra, ch’era nell’angolo.
– Queste serramenta, – disse, – non potrebbero essere più cattive. Soffiano aria da ogni dove. –
Tossì, portandosi il fazzoletto alla bocca, e uscì con andatura stanca.
Le parole eran quelle; ma il loro significato particolare m’era sufficientemente noto per non prendere abbaglio; senza muovermi dalla mia sedia, io sapeva che le serramenta funzionavan benissimo e che l’aria non vi soffiava punto, e che Lidia non era affaticata nè indisposta. Ogni sera, le parole mutavano, ma rimaneva il loro significato di preghiera; Lidia non voleva essere disturbata; la sua alcova era chiusa per me.
Da parecchio, ella non desiderava più il mio amore; ma era obbligata ad aspettare che io desiderassi il suo; leggiera prostituzione, inevitabile in tutte le buone famiglie amiche della quiete, nelle quali la donna si concede fredda per adempiere a’ suoi doveri e non obbligare l’uomo a cercarsi una femmina altrove.
Lidia non mi conosceva così da indovinare che tale sommissione mi faceva somigliar la donna a una specie di medicinale vivente, di cui si prendon quelle dosi notturne che riescano a calmare i nervi; e non conoscendomi, l’ora di ritrarsi nella sua camera sembrava penosissima a Lidia; non si coricava più per riposare, ma perchè si sentiva poco bene; evitava d’incontrare i miei sguardi per timore di leggervi una domanda; talvolta faceva la storia delle sue indisposizioni; non si decideva a muoversi se non ben certa ch’io era compreso di tanti malanni.
Le nostre abitudini erano invariabili; io non mi coricava alla mia volta o non usciva di casa, prima d’esser passato nella camera di Lidia a salutarla.
Vi trovai, quella sera, ancora Geltrude occupata a riporre le vesti. Io m’avvicinai al letto, dove Lidia stava col busto appoggiato ai guanciali e i capelli sciolti per le spalle; un bel quadro, senza dubbio, ricco di luce e d’ombra.
Geltrude augurò la buona notte ed uscì. L’astuta cameriera, un tipo segaligno di giovane trentenne, – conoscendo, i nostri usi dei migliori tempi, aveva spinto vicino al letto una poltrona, in cui mi sedevo abitualmente a chiacchierare con Lidia. Allontanai la poltrona, osservando che sul tavolino da notte stava un romanzo francese, pel quale Lidia non si sentiva poco bene.
– Vuoi leggere? – domandai, accennando il volume.
– Ah no, mio Dio! – esclamò Lidia. – Mi farebbe male alla testa.
– Buona notte.
– Buona notte. –
Allungò la mano, che strinsi freddamente, e tossì di nuovo. Quell’esagerazione ostentatrice, mi diede una rabbia improvvisa.
– È inutile, – dissi, – tutto questo apparato. Lo so.
– Che cosa? – fece Lidia, volgendomi la testa in piena luce. – Che cosa sai? –
Mi strinsi nelle spalle, incamminandomi verso l’uscio.
– Favorisci un istante, – ripetè Lidia. – Che cosa sai?
– Il significato di queste malattie d’imaginazione, – risposi, nel mentre mi fermavo e mi rivolgevo.
– Malattie d’imaginazione! L’anemia…. la malaria?…
– No; la freddezza, la stanchezza, la ripulsione. E dico ingiustamente: malattie; perchè questi sentimenti sono naturalissimi, d’una fisiologia irreprensibile….
– Ah ecco! La solita. Noi siamo malate, e loro pretendono una salute di ferro, un’invariabile disposizione a subire i loro capricci!
– È strano, – dissi, – come tu abbia già appresa la logica delle signore maritate, e il giro del periodo ad hoc. Noi; loro; i signori uomini; se facessimo noi altrettanto; frasi di prammatica.
– È vero o no, – rispose Lidia, – che tu mi vorresti come nei primi tempi?
– Come nei primi tempi! – esclamai, preso dalla nostalgia. – Se ciò fosse possibile….
– Ma ciò non è possibile, amico mio, – finì Lidia. – Perchè io ora sono malata. –
M’appressai di nuovo al letto, strinsi la mano di Lidia e la baciai; poscia uscii, mentre Lidia, dimenticando il mal di testa paventato, si disponeva a leggere tranquillamente il romanzo francese.
Ettore Caccianimico aveva previsto tutto ciò da un pezzo.
Noi ci eravamo amati troppo in fretta.

XI.

Già nella parvenza fisica, Ettore Caccianimico stupiva, perchè i suoi cinquant’anni erano attestati non da altro se non dalla canizie e avevan sorvolato alla sua struttura magra, rigida, soldatesca. Sul viso sbarbato rimaneva l’impronta d’una volontà decisa; gli occhi, di colore indefinibile, tra il grigio e l’azzurro, potevan turbare con la fissità dello sguardo. Se la forza di volere s’indovina dal naso forte, da labbra sottili, dal mento angoloso, – certo il profilo d’Ettore Caccianimico era l’espressione della massima imperiosità di cui è capace animo d’uomo.
E lo scherzo della natura stava in questo; che tutti quei segni mentivano; che l’uomo di bellezza così maschia da farlo supporre uno sfidator di tempeste, era un ingenuo.
E ancora, perchè meglio sfuggisse a una definizione * esatta, non era ingenuo se non a intervalli, alternando pensieri ed azioni da fanciullo a imprese da tenace esperto; ora in preda a entusiasmi ingiustificati, ora scorato per un ostacolo illusorio; ora senza scrupoli, ora accasciato da rimorsi ingiusti…. Qualche volta lo si poteva credere uomo da calpestar tutto per giungere anche a un capriccio; qualche volta, un imbelle che si spaventa d’una parola.
Onde, la sua vita era in preda ai mille fattori che costituivano il suo carattere; e la definizione più vera d’Ettore Caccianimico poteva limitarsi a considerarlo uomo senza linea di condotta e fors’anco senza mai un perchè d’azione. In questo senso, egli era cieco; si buttava a un’impresa o ne rifuggiva con terrore, egualmente; e se avesse dovuto spiegar la sua esistenza, avrebbe scoperto che quei motivi i quali l’avevano annientato in una vicenda, erano i medesimi che in altra vicenda eguale l’avevano infiammato di volontà.
Così, era stato ufficiale di cavalleria, poi commerciante audace, poi ricco e instancabile cosmopolita, zerando oggi l’opera d’ieri; marito per caso; amico dubbio; non convinto di nulla, nemmeno dei propri diritti; intollerante di doveri certi e scrupoloso per doveri fantastici.
Benchè già fossero valicate le tre del pomeriggio quando passai la soglia di casa Caccianimico, trovai Ettore in veste da camera.
Lo studio, dalla tettoia vetrata, era illuminato di luce diurna; non troppo ampio, d’esatte dimensioni, con due finestre prospicienti la strada; a fianco dell’una stavan la scrivania e le poltrone di pelle a borchie d’ottone, e innanzi all’altra una giardiniera con alcuni vasi di fiori dai freschi sbocci. La parete cui s’appoggiava la poltrona della scrivania era coperta fino a metà altezza da una cornice rettangolare contenente schizzi d’autore, piccoli paesaggi, teste a tempera; e immediatamente sotto la cornice, un divano di seta color giallo scuro, con avanti un tavolino ingombro di barattoli e di volumi rilegati. Addossati alla parete di contro, la libreria e uno scaffaletto; poi, senz’ordine voluto, qua e là, diverse poltrone, della medesima stoffa e del medesimo color del divano.
Un odore forte di sigaretta aleggiava per la camera e si mischiava a un altro profumo, più sottile, meno dominante, come riposto e ad ora ad ora agitato dai nostri movimenti.
Era un profumo non ignoto alle mie nari, ma snaturato alcun poco dal luogo; cosicchè m’arrestai sulla soglia, fiutando e fissando Ettore, che sedeva innanzi alla scrivania, colla testa appoggiata alle mani.
– Addio, – egli disse, guardandomi dall’alto in basso, con un’occhiata ch’io sapeva caratteristica delle più negre ore dell’uomo.
– Odore di violetta, d’eliotropio, d’avventura proibita! – risposi, inoltrandomi e stringendo la mano del Caccianimico.
– Ah sì! – egli fece con aria annoiata. – Laura Uglio è venuta a trovar mia moglie ed è passata di qui a salutarmi. Dovreste esservi incontrati sulle scale.
– No, – dissi.
– Siediti. Laura Uglio non viene in casa tua?
– No.
– Per che cosa? Perchè c’è stato fra te e lei?… che sciocchezze! – esclamò Ettore, stirandosi e sorridendo d’un pessimo sorriso. – Acqua passata non macina più. Vien pure in casa dei tuoi suoceri, Laura.
– Appunto. Ed è per questo, anzi….
– Sì, sì, capisco, – osservò Ettore, alzandosi con un movimento rapido. – Tu sei ai primordî, e si fanno sempre di questi progetti sui primordî. Si redige l’elenco di quanti entreranno in casa e di quanti ne staranno fuori. Poi, tutto ciò passa, come un soffio…. –
Cacciate le mani nelle tasche, Ettore s’avvicinò al quadro dei disegni, osservandoli attentamente, come li vedesse per la prima volta; non sembrava parlare che per sè, quasi senza guardarmi.
– Tutto questo non passerà, – dissi con intonazione ferma.
– E Angela Tintaro? – domandò Ettore d’improvviso, abbassando lo sguardo su di me.
Io mi morsi le labbra. Angela Tintaro veniva in casa mia da qualche tempo e Lidia le rendeva le visite; un piccolo incidente, una semplice seccatura, causata dalla mia indolenza. M’era parso che le accuse contro Angela Tintaro non fossero così provate da poterle sostenere e da impedire a Lidia quella relazione.
– Una cosa ben diversa, – osservai.
– La medesima cosa, l’identica! – ribattè il Caccianimico. – È tanto certo che la Uglio tradisce suo marito, quanto che la Tintaro seduce le donne. Fra l’un vizio e l’altro, fra le due corrotte, non so come tu possa fare un’eccezione per la seconda…. –
Durante la breve pausa che seguì, mi domandai involontariamente se Ettore avesse il diritto di parlarmi in tal modo. Ero rimasto, seduto sul divano, attonito per il curioso indirizzo che la conversazione aveva preso, e alla domanda appena concretata in mente mi vedevo costretto a rispondere che Ettore poteva con arditezza giudicare e criticare quanto avveniva in casa mia.
Solo volgendo il pensiero ad alcuni anni prima, la figura di Ettore m’appariva assai più simpatica di quel che non fosse al presente. L’uomo aveva forse avuto un’unica vera amicizia per me, un’unica devozione per mio padre; più d’un viaggio in Italia e fuori era stato fatto con lui; più d’un consiglio opportuno m’era stato dato da lui in varî casi, e se io non aveva corriposto con pari affezione, ciò era avvenuto pel leggiero disgusto che io provava nel vedere un uomo così saggio per gli altri, così incoerente e lato di coscienza con sè medesimo.
– Tu, dunque, mi consiglieresti di ricevere anche Laura Uglio? – ripresi.
– Ma sicuro, ma indubbiamente, – egli rispose con una risata che non mi piacque. – Non la riceviamo noi? Non la ricevono tutti? Vediamo: quante persone veramente oneste possono entrare in una casa? Dieci, non di più. E ogni casa ne riceve cento. Del resto, questa vecchia utopia del considerar disonesta una donna perchè non si ferma al primo uomo, dovrebbe far ridere oramai gli spiriti aperti e intelligenti. –
Andò allo scaffaletto in mogano, ne tolse una bottiglia e versandone il liquore in piccoli bicchieri, me l’offerse.
– Mi pare, – dissi, riponendo il bicchiere sulla sottocoppa, – che tu non abbia un umore eccellente.
– Pessimo, – rispose Ettore. – Sto per commettere una cattiva azione.
– Ci sei obbligato?
– Non avrei la forza d’evitarla. Sarà l’ultima. –
Pronunciò queste parole con amarezza, quasi l’idea di non avere a commettere cattive azioni in séguito, gli dolesse infinitamente. Come io sorrideva per la frase e pel modo con cui era stata pronunciata, Ettore soggiunse:
– Tu puoi ben ridere…. Non sei felice? Non hai trovata la donna unica per bellezza, per amore, per onestà? Non v’accordate nelle cose più insignificanti? –
Ripetè, guardandomi fisso:
– Non sei felice?
– Senza dubbio, – risposi.
E notai che mentre formulavo tale affermativa, Ettore, ancora in piedi, s’inclinò leggiermente dal mio lato, come per meglio afferrare il tono di sincerità con cui accompagnavo le parole. Poi si ritrasse, occupando nuovamente il suo posto innanzi alla scrivania, in modo che la luce diurna solcò di tratti argentei i capelli bianchi e lunghi dell’uomo.
– La signora Clara? – domandai, un po’ impacciato dal silenzio che ci minacciava.
– Sta bene. –
Io m’alzai in piedi, congedandomi. Sentivo, all’improvviso, una ferita viva nel cuore per le teorie d’Ettore e per quella freddezza che senza causa s’era d’un tratto infiltrata nella nostra conversazione; mi scoprivo irritato contro il Caccianimico, il quale professava le sue idee senz’alcun riguardo per me, che avevo moglie; e mi dimenticavo che poco tempo addietro, mi ero invece irritato contro quelli i quali non avevano osato professare le loro idee, appunto per tal riguardo. Ettore m’accompagnò fino alla soglia di casa; mi vi trattenne un istante in discorsi senza importanza; poi, scesi le scale, malcontento di me e di lui.
Le giornate di marzo avevano una serenità fredda e tragica. Il cielo azzurro non era tuttavia lieto e doveva riuscire terribilmente feroce, a quanti soffrivano; di tanto in tanto, dei periodi di vento furioso facevano discendere la temperatura, portavano ancora dei brividi, e disordinavano le abitudini di chi aveva già salutata quella primavera fallace.
Appunto in uno dei giorni in cui più forti soffrivo la molestia della stagione e la paura del mio ozio, – mi rammentai d’un tratto che Laura Uglio abitava sul corso Alessandro Manzoni, e una viva curiosità mi spinse da lei.
Io non imaginavo come la donna avesse spiegato a Giorgio, suo marito, l’indifferenza sorta fra lei e Lidia; non imaginavo che cosa ella medesima pensasse di me; e per saper tutto questo, salii le scale della sua casa, premetti il bottone elettrico, e mi trovai nell’anticamera di Laura prima ancor di considerare quale accoglienza mi aspettasse.
Laura riceveva, mi disse la cameriera, prendendomi il soprabito e il cappello. E spalancò la porta a vetri che dava passaggio nella sala ampia, soleggiata…. Un calore insopportabile mi afferrò sùbito alla gola; era acceso il caminetto, e così carico di legna scoppiettanti, come a pena era logico nel più immite gennaio…
Innanzi al caminetto stava Laura Uglio, ravvolta nella pelliccia. Ella volse il capo al mio entrare, mi fissò un istante, dubbiosa; poi fece una esclamazione di gioia, s’alzò, e mi corse incontro, lasciando che la pelliccia le cadesse dalle spalle e s’arrestasse sui fianchi.
Era uno straordinario inganno del momento? un’illusione prodotta dal luogo?… Io non trovava più sul suo viso quell’espressione cinica, dura, spudorata, volubile, che m’aveva ferito a Pallanza; i suoi occhi non avevano sguardi equivoci, il suo sorriso non era rapido, facile a mutarsi in sogghigno. Si sarebbe quasi detto che una rigenerazione fosse avvenuta nella donna e si trasfondesse in ogni linea del viso, pallido ora, bene rischiarato da occhi tristi e grandi. Il vago sentimento d’implorazione, che notavo in tutta la fisonomia di Laura, era disceso alle labbra e le aveva come addolcite agli angoli, creando nella bianchezza del volto una curva rossa e deliziosa di vita.
La massa di capelli bruni, ravvolta a diadema intorno alla fronte di Laura, attirò ancora la mia attenzione, quasi fatto d’una gravità nuova e pericolosa; avevano un colore sì schiettamente cupo, quei capelli, che ne soffersi, come pel caldo esagerato della sala.
Tutto il colloquio sembrò prender l’intonazione da quell’effetto inaspettato della bellezza di Laura. Ricordo ch’ella fu singolarmente carezzevole, rimproverandomi la mia freddezza e quasi il disprezzo ostentato altra volta; ch’ella mi domandò se non fosse divenuta brutta, perchè era malata, e lo domandò con ansia in cui palpitava tutta la sua apprensione di donna elegante; che io, per rassicurarla, quasi mi lasciai sfuggire di bocca delle parole passionate, veementi; e che avvedutomi del pericolo, troncai bruscamente la visita.
Poi, ebbi per l’intero giorno la sensazione della sua mano calda fra le mie. Ero rimasto troppo vicino a Laura, guardandola con intensità, nei momenti in cui non fissava gli occhi ne’ miei; ora, quei capelli bruni, quel viso pallido, quel corpo aggraziato, senza busto, – mi spingevano a un atroce confronto con Lidia, non meno bella, più giovane; ma bionda, fiorente di salute, fredda nell’animo, e mia.
Non trovavo agio in casa; l’angolo del salotto di Laura, nel quale ella ed io eravamo rimasti a chiacchierare, mi pareva assai più desiderabile che non l’intero mio appartamento.
Laura era malata; indubbiamente, poichè era sopravvenuta in lei quella mutazione, così dolce…. Chi le era vicino?… Chi la confortava?… Non aveva osato pregarmi di sacrificarle qualche ora; ella si ricordava le scortesie di Pallanza, il ridicolo desiderio di sfuggirla, mentre, infine, io l’aveva perduta pel primo, ed ella aveva ben diritto a un posto nell’archivio del cuore….
Non avrei voluto essere vanitoso; ma, riandando gli atti e le parole di Laura, mi convinsi ch’ella mi amava tuttavia e ciò mi trasse alle labbra il più trionfale dei sorrisi….
Mentre io pensavo a questo, Lidia sul divano, sbadigliava, cercando di farmi capire ch’era sofferente, molto sofferente, molto stanca, e che la sua alcova sarebbe rimasta inaccessibile anche quella notte….

SECONDA PARTE.

XII.

Noi eravamo in tre; così disposti: Lidia e Gian Luigi Sideri innanzi al tavolino verde; io seduto più basso, guardando il loro giuoco, e le carte che passavano e ripassavan sulla tavola, e le mani che si sfioravano, diverse di bianchezza sotto la luce delle due lampade a lungo stelo.
Gian Luigi vinceva da un quarto d’ora e i gettoni di Lidia restavano inoperosi: il vincitore tentava sorridere come per iscusarsi, ma Lidia, cogli occhi sulle carte, la testa un po’ chinata in avanti, non lo vedeva; era una pessima giocatrice, Lidia; non aveva sangue freddo, non sapeva mascherare la sua emozione, che si tradiva in graziose smorfie del viso. Non volgeva mai lo sguardo verso di me, sentendo il mio su di lei, un po’ ironico; non parlava, appena la fortuna le volgeva le spalle, riprendendo invece, al primo colpo riuscito, un chiacchierio civettuolo, che non so come non confondesse Gian Luigi.
Questi era freddo ed elegante nelle sue mosse, come al Circolo, innanzi a una somma vistosa. Le piccole mani senz’anelli davan le carte lentamente; non si lasciava sopraffar dal pensiero di giuocare con una giovane signora; esercitava tutt’i suoi diritti, e negava spesso a Lidia il favore di cambiar le carte, avanzando la testa e dicendo:
– Prego, – con un sorriso dolce e irritante. Lidia, poi lo contraccambiava di pari moneta, e s’egli concedeva, mutava carte due o tre volte, dicendo:
– Propongo, – con voce fredda e squillante, quasi enunciasse una grave necessità.
Il giuoco durava fin dopo mezzanotte, ed era Gian Luigi che lo troncava; Lidia avrebbe giuocato fino al mattino, senza dar segno di noja, senza frapporre un respiro fra l’una partita e l’altra; generalmente vinceva, e allo stupore di Gian Luigi per quella fortuna ostinata, ella s’abbandonava sulla spalliera della sedia, ridendo, e confortandolo con parole sarcastiche. Poi, quando Gian Luigi riprendeva, Lidia marcando due gettoni annunciava:
– À vol,
e dava in un nuovo scoppio di risa; al Gian Luigi intontito.
Ma quella sera in cui ci trovavamo soli noi tre, le buone carte parevano accorrere fra le mani di Gian Luigi, troppo generoso per ridere della disdetta di Lidia, quantunque ne avesse quasi il diritto.
A una partita più avversa delle altre, Lidia, che non aveva fatto un punto, mi si rivolse:
– Vuoi mutar posto, Sergio? Credo che tu influisca male sul mio giuoco…. –
Gian Luigi ebbe un moto di stupore. Io m’alzai, dicendo:
– Sei una giuocatrice perfetta; non ti mancava che la superstizione. –
Ella diede le carte, mentre io mi sedeva a fianco di Gian Luigi.
– Marco il re, – dichiarò la donna trionfalmente.
Diede un piccolo colpo alla sottana, come per disporsi meglio ad accogliere la fortuna che ritornava, e in breve giro di carte vinse la partita. Gian Luigi volse il capo sorridendo verso di me.
– Vedi se non influivi sul mio giuoco? – osservò Lidia, con voce carezzevole. – Ora influisci sul signor Sideri. –
Certo, Gian Luigi non sapeva di concorrere indirettamente a una pace coniugale. Io aveva deciso quella sera di riavvicinarmi a Lidia; vagliando bene le cause della nostra freddezza, le trovavo così ridevolmente futili da non meritare la discussione; una sola preghiera da parte mia sarebbe forse bastata a riconquistare Lidia e a infondere nuovo sangue vitale nell’amore intiepidito…. Avevo bisogno anche di dimenticar la scossa prodottami dalla visita a Laura; una scossa duratura, perchè non s’era fermata ai sensi, ma giungeva a toccarmi nel sentimento e a suscitar ricordi assai temibili….
Se Gian Luigi vinceva, io era ben sicuro che Lidia sarebbe divenuta intrattabile e qualunque tentativo di riconciliazione avrebbe naufragato. Era così suscettibile la donna, da considerare una sconfitta al giuoco come un’umiliazione. Io seguiva per questo le vicende delle carte con un interesse affatto insospettato da Gian Luigi, il quale pareva già pronto a vedersi battuto su tutta la linea come sempre e probabilmente desiderava ch’io mutassi posto di nuovo e tornassi a zerare la vena di Lidia.
Il sopraggiungere d’Angela Tintaro interruppe il giuoco per un istante; Gian Luigi si levò, e nel mentre Lidia parlava colla Tintaro, egli mi condusse innanzi alla finestra, dicendomi con inflessione maliziosa:
– Una buona notizia, dunque. Un ritorno all’antico! –
Le sue parole rispondevan così bene al mio pensiero costante di quella serata, ch’io credetti stranamente Gian Luigi avesse indovinato il desiderio di riconciliarmi con Lidia. Egli soggiunse tosto:
– Laura Uglio m’ha detto della tua visita di ieri. Mi congratulo. Era ben giusto che tu ti mostrassi indulgente con quella buona signora! –
Il punto interrogativo ch’esisteva fra me e Gian Luigi a proposito di Laura, fiammeggiò d’improvviso nella mia mente. Se sapevo afferrar l’occasione, potevo strappare al Sideri una parola che mi rischiarasse….
– Una visita innocente, – mormorai.
– Senza dubbio, – rispose Gian Luigi. – Non si può mica principiare colle visite pericolose….
– Una visita che non ti deve ingelosire, – ripetei.
– Ingelosire!… – esclamò l’amico, alzando la voce senz’avvedersene. – Posso essere geloso di Laura? Ma se siamo come le parallele? prolungati all’infinito, non ci toccheremo mai!
– Sei un gentiluomo! – conclusi malignamente, battendogli sulla spalla.
Gian Luigi stava per rispondere, quando Lidia lo chiamò.
– Al posto! – ella diceva. – Prima che la vena mi manchi. –
Angela Tintaro s’era seduta presso Lidia, così vicina a una delle lampade, che la luce gialla veniva a inondarle il viso e a tradirne sottilissime rughe. Doveva toccar la quarantina, Angela Tintaro, quantunque l’impressione generale del suo corpo sinuoso e del volto bruno, incorniciato da capelli castagni a riccioli, potesse ingannare d’assai a vantaggio della donna. Spiaceva in lei, tuttavia, la rigidità dei lineamenti, che parevano scolpiti nel marmo, e di profilo eran durissimi, senza curve blande; la sua caricatura sarebbe stata la testa d’una bruna pecora ricciuta. Non ho mai potuto giudicare s’ella fosse elegante; certi particolari de’ suoi abbigliamenti m’avrebbero deciso per affermarlo; ma nel complesso non trovavo quella spontaneità di gusto e quell’istinto della semplicità, ch’erano invece una fortissima attrattiva in Lidia, per esempio, e in Laura.
– Come giuochi bene! – esclamò ella d’un tratto, accarezzando Lidia con uno sguardo….
L’intimità di quel tono mi ferì e lanciai un’occhiata a Lidia.
– Ah, tu non sapevi, – disse questa, – che noi ci diamo del tu. Sì, l’ha voluto l’Angela….
– È ben naturale, – risposi ipocritamente.
Non era naturale affatto; anzi, per me era disgustoso, perchè Angela Tintaro personificava la prima concessione al rispetto umano, la prima debolezza nell’ammettere in casa mia una donna dei cui disordini ero persuasissimo; e poichè questa concessione l’avevo fatta senz’alcun vantaggio, – a differenza della visita a Laura, – senz’alcuna soddisfazione egoistica, mi sentivo così sfiduciato sulla fermezza de’ miei intendimenti da odiare Angela, che quella sfiducia mi rammentava e mi rappresentava ad ogni momento.
La vena di Lidia persisteva, e la donna era tutta gioiosa, chinandosi verso Angela a mostrar le carte propizie, non conosciute da lei, ma salutate con un sorriso di stima.
Verso mezzanotte, la vittoria di Lidia era compiuta e il suo umore serenissimo; Gian Luigi rimetteva a posto i due mazzi di carte, ed Angela Tintaro diceva:
– Sei così fortunata all’écarté che non puoi aver fortuna in amore! –
Mi fissò gli occhi in faccia, mormorando quelle parole; ma Lidia ed io avemmo un sorriso concorde e misterioso, che parve ad Angela una terribile mentita alla sua insinuazione.
Un servo sopravvenne per riaccompagnare Angela a casa; congedandosi, ella baciò Lidia sulle labbra socchiudendo gli occhi, e una sottilissima espressione di ribrezzo passò sul viso di Lidia, che si tolse all’abbraccio con un movimento brusco. Gian Luigi seguì Angela a distanza di qualche minuto; e noi ci trovammo soli, per un istante silenziosi, Lidia in piedi avanti alla finestra, dove Gian Luigi aveva sciaguratamente evocata l’imagine di Laura.
– Dodici e mezzo! – esclamò Lidia con un’occhiata alla pendola. – È tardi! –
Rimasi muto, aspettando ch’ella aggiungesse: – “Sono stanca; mi sento male; ho una terribile sfinitezza; l’anemia…. la malaria….” – Ella proseguì invece:
– Come mai non ho sonno?
– Vuoi uscire a passeggio? – dimandai. – È una notte splendida.
– Che idea! Come due amanti?… No: preferisco andare a letto. Il sonno verrà. –
Ma aveva nella voce un tono giocondo, d’eccellente significato.
– Buona notte, dunque, – finì Lidia, avvicinandosi.
– Troppo presto, – risposi, senza prendere la mano ch’ella mi stendeva.
Lidia avanzò la testa curiosamente per capir l’intenzione delle parole e scorgendomi impassibile, colle braccia incrociate sul petto, diede in una risata argentina…
– Che cosa vuol dire?… – domandò.
Poi, senz’aspettar la risposta, premette il bottone elettrico a fianco della porta, e vi tenne l’indice finchè non comparve Geltrude col lume.
– Arrivederci, – concluse Lidia, incamminandosi.
E l’eccellente significato delle parole non era minore del tono eccellente con cui le usciron di bocca.
Due cose tosto mi colpirono quand’io raggiunsi nella sua camera Lidia, ch’era già coricata: la poltroncina dov’io mi sedeva, ricollocata da Geltrude presso il letto, certo per ordine di Lidia; e l’acconciatura de’ suoi capelli. Abitualmente, ella li portava disciolti e trattenuti appena da un nastro a metà; ciò cresceva fede alle sue costanti emicranie e compiva la muta preghiera di riposo…. Ora, al contrario, ella se li era fatti annodare in due grosse trecce attorno alla testa; il qual vezzo aveva la singolar potenza di ricordarmi Lidia fanciulla, quando la vedevo in casa sua e tutto non aveva avuto ancor principio.
Ma la nota curiosa di quest’apparato si era ch’esso non aveva scopo alcuno, non era un invito, non derivava da intuizione del mio desiderio di pace; Lidia m’aveva preparato il posto vicino a lei e s’era acconciata la testa, così per capriccio…. Chinatomi a baciarla, sentii che mi sfuggiva e le sue labbra restavano immote, come le braccia, stese lungo i fianchi….
Mi sedetti nella poltroncina, e dissi:
– Noi siamo incamminati sopra una pessima strada. –
Lidia quella notte aveva un’assoluta necessità di ridere; non meno irritante necessità che quella di piangere, e tutt’e due sentite da Lidia quando appunto non convenivan nè l’una, nè l’altra. Onde, non era ancor finita la mia frase, che la donna principiò il suo ilare gorgheggio.
– Ma senza dubbio, – proseguii. – Sopra una pessima strada, perchè noi viviamo di dispettucci e ci addestriamo alla guerriglia più ridicola…. Infine, a che scopo ci siamo uniti? –
Vidi con terrore Lidia alzar le spalle e atteggiare il viso come dicesse: – “Chi lo sa?” – quindi prorompere non più in una risala allegra, ma in un piccolo ghigno sarcastico, il quale giovò a darle una magnifica espressione di scetticismo artificiale.
– Non certo, – continuai, – per tenerci il broncio e per sbadigliare….
– Neanche quando si ha sonno? – ella domandò improvvisamente. – Perchè io ho molto sonno, ora.
– Tu non capisci dunque nulla? – esclamai irritato. – Non capisci che io ti voglio bene e che se ho dei torti, sono pronto a chiedertene scusa….
– Sì, perchè io ti chieda scusa de’ miei? Soltanto, le tue scuse hanno un interesse, e le mie dovranno essere accompagnate dalle…. dalle prove del mio pentimento… Voi altri uomini non intendete nulla, senza…. una conclusione…”
– Mio Dio, – mormorai, – se di queste conclusioni è formato il matrimonio, ne sono io responsabile? –
Allora, la risata allegra di Lidia scoppiò; ella sembrava più felice d’aver fatto un piccolo discorso a sottintesi, che esilarata dalla mia risposta del medesimo genere. M’accorgevo con piacere come la sua infantilità persistesse tuttavia; evidentemente, ella aveva avuti capricci e graziose crudeltà, pel gusto di far da donnina, per giuocare alla signora, come a dodici anni…
– Del resto, io rinuncerò a infastidirti più oltre, – aggiunsi, facendo l’atto di levarmi dalla poltrona.
– No, – ella rispose, trattenendomi. – Se hai qualche cosa da dirmi ancora…. –
La fissai negli occhi con tale insistenza, ch’ella arrossì, e rispose a bassa voce:
– Va bene. E poi?
– Senti. Il matrimonio non è la più felice delle istituzioni; tu te ne sei accorta; ma noi possiamo correggerne i difetti e ripararne le lacune….
– Ah, se fosse vero! – esclamò Lidia in uno slancio di sincerità, che non mi piacque soverchiamente. – Ma in che modo, in che modo?
– Dimenticando di essere sposati…. vivendo come amanti, pensando che uno di noi due potrebbe benissimo stancarsi dell’altro….
– Aspetta, – fece Lidia stendendo la mano, e chiudendo gli occhi. – No; non cambia nulla….
– Come, non cambia nulla? – esclamai. – Ma se è tutto diverso….
– Per giudicarne, – rispose Lidia ad occhi aperti, – bisognerebbe sapere che cos’è un amante…. Infine, – continuò colla sua voce beffarda, – tu mi tieni dei discorsi immorali, ed io ho sonno…. –
Il congedo così improvviso mi fece veramente male. Allontanai la poltrona, levandomi, e rimasto colle braccia appoggiate al piano del letto, sopra Lidia, dissi con lentezza:
– Tu ti dimentichi che noi siamo legati per tutta la vita. –
L’effetto di quelle parole fu straordinario nella donna: ella mi gettò le braccia al collo, mi attirò sul petto, e baciandomi con emozione, ripetè:
– Per tutta la vita! Lo so bene, e ne ho paura. –
Credetti capire, ch’ella ridonandosi alfine, godesse non già d’una voluttà materiale, ma del piacere amarissimo di sentirsi schiava e privata d’ogni volontà; e che la sua anima femminile soffrisse al punto da comunicare al corpo spasimi e sussulti, i quali la rendevan più sensibile di qualunque donna io abbia mai conosciuta…. Onde, non ebbi la forza di rinunciare a quel possesso, che mi feriva tanto, ed era pur così nuovo nel sentimento e così ricordevole nelle sensazioni.
Qualche cosa d’inesplicabile giaceva in fondo a simile risurrezione d’amore. Io ne ritrassi una lunga eco di turbamenti, come fossi uscito dalle braccia di Lidia insanguinato; e il pensiero grottesco non cessava di dominarmi; invece d’aver riavuta mia moglie, mi pareva d’aver fatto male, d’aver chiusi gli occhi allo spettacolo della sua sommissione, d’avere esercitato brutalmente un diritto stupido e vile…. Perchè, se Lidia non avesse vibrato di dolor morale, certo non avrebbe palpitato di piacere fisico; se l’angoscia di sentirsi schiava non avesse reso quel corpo biondo più tremante d’un’asta d’acciaio, io avrei trovato quel corpo immobile, freddo, prostituito dalla necessità della pace nel focolare domestico…. Era chiaro che, non appena la malvagità della conquista fosse cessata in me, sarei rimasto disgustato dalla mia insistenza….
Una specie di febbre s’era comunicata improvvisamente a noi…. La suscettibilità estrema di Lidia si vedeva presa, dominata, dilaniata ogni notte, e quando ponevo piede nella camera, leggevo sul viso della donna un’ansia, che doveva tramutarsi in tortura; ella temeva ch’io la volessi, e lo desiderava nel medesimo tempo, per quell’eccitazione che si propagava sùbito in lei e sembrava più forte d’un piacere…. Aveva insieme odio ed amore per quelle notti; odio ed amore per la sua debolezza e per la mia prepotenza tranquilla, celata sotto la maschera del non supporre nemmeno quanto avveniva in lei…. Mi sentivo così dominatore di quella volontà sbigottita, che qualche volta domandavo a bella posta:
– Vuoi che rimanga?
E Lidia rispondeva:
– Sì, mio signore e padrone! – con un accento, con un sorriso, con un passaggio d’ombra e di luce, i quali erano straziantemente irreproducibili.
Di giorno, Lidia ridiventava un po’ sarcastica; non so, ma credo che ripensando alla propria angoscia, ella facesse ogni mattino questa promessa a sè medesima:
– Stanotte, mi rifiuto! –
E la notte, desiderata da ambedue con sì diversi intendimenti, si ripeteva eguale alle altre….
Rimaneva per me difficile lo stabilire come Lidia fosse stata veemente di passione, voluttuosa, pronta al piacere, sui primi tempi del nostro matrimonio, quando ora m’avvedevo ch’ella non era fatta per l’amore più che non fosse una statua…. Senza dubbio, il prorompere della giovanezza, la gratitudine per averla tolta a una casa dove tutto era imbecille, la sensibilità morale meglio che la fisica, me l’avevano gettata fra le braccia con tanto impeto da farmi scambiar Lidia per la più amabilmente sensuale delle donne…. L’abitudine era sopraggiunta, e Lidia aveva ripresa la sua indole, peggiorandola.
Noi giuocavamo a un bruttissimo giuoco: finito il quale, io avrei trovata in Lidia assai maggiore obbedienza, poichè l’avevo persuasa d’una volontà più forte della sua, ma un’obbedienza costretta, non discompagnata da un intimo rancore, che poteva avviarsi a mille diverse e perniciosissime soluzioni. Quanto a me, esaurivo l’ultima curiosità fisica, mi familiarizzavo con quelle rosee carni, mi stancavo anche una volta di quei capelli biondi, e mi mettevo nella condizione di giustificare in Lidia una rivolta.
Occupato da quel presente e da quell’avvenire, non m’ero accorto che dal circolo dei corteggiatori s’avanzava verso Lidia colui che, in fondo, avevo sempre atteso, ma quando il circolo tutto si teneva ancora a rispettosa distanza….
Il bruttissimo giuoco al quale giocavamo Lidia ed io, finì in quel punto in cui ne cominciava un altro peggiore….

XIII.

L’irritazione che m’aveva preso al rinascer della primavera, s’era infiltrata nello spirito e nel corpo come un letargo triste e pesante, dovuto al sole, al tepore inusato, alla folla che usciva per le strade a sorbir l’aria mite.
Io vedeva ripetersi in Lidia l’identico processo d’inerzia, facendola debole e apatica.
S’alzava presto la mattina perchè il letto le diveniva intollerabile, e sonnecchiava distesa sul divano, parlando a monosillabi; o ingannata dall’aspetto fallace del giorno, voleva uscire a passeggio e ne ritornava colle membra rotte, pensando forse che la nostra vita senz’angustie finanziarie, senza obblighi eguali, senza occupazioni grevi, era infinitamente più odiosa di quella che conducevan le famigliuole incontrate per via, beate del sole, gaudenti di poche ore libere.
Non ricamava più; leggeva spesso i libri inviatile da Ettore Caccianimico, ma saltandone molte pagine per seguire il nudo fatto raccontatovi, come un viaggiatore che fra l’erba folta cerchi il sentiero diritto e meno faticoso, poco importandogli d’osservare il verde circostante.
Le finestre spalancate l’infastidivano; per di là entravan la luce, i romori, l’accidia fino al dopopranzo, non confortato dai lumi se non tardi, e segnato invece da odiosi tramonti, schiacciati sui muri a illividirli e a renderli più volgari.
Avevo lasciati i signori Folengo da un istante, e uscendo da quella casa, pensavo come nessuna stagione avesse la potenza di mutarvi l’umore e le abitudini. Donna Teresa era inalterabile, agucchiando d’inverno e d’autunno, e in villa d’estate e di primavera; Pietro amava i suoi registri e vi spendeva attorno la vita, quando nevicava e quando v’era il sole di luglio.
Essi non soffrivano alcuna esterna influenza più che gli animali imbalsamati del loro salotto; il matrimonio aveva finito per cementar le due indifferenze, costituendone un solito ordine di vita; ma con molto rammarico cercavo invano nel mio spirito un’ammirazione per quegli eccellenti campioni della monogamia.
Mi rasentavan sul marciapiede le signore eleganti; qualcuna accompagnata dallo sposo, sorridendogli compostamente e sbirciando se l’equilibrio del suo sorriso fosse notato all’intorno; delle vecchie signore colle figlie, così identiche alla madre sebben giovani, che un amatore del genere poteva, sposando la figlia, già farsi un quadro di quel che sarebbe diventata fra trent’anni; e tipi esotici, come inglesi dal passo chilometrico, seguìti da qualche orribile cane, dilettissimo al padrone.
C’eran più donne che uomini, a zonzo. (V’è mai stato un giorno dell’anno in cui una signora non trovi la necessità d’uscire a guardare le vetrine, e a furia di guardarle, non finisca per entrar nel negozio a far delle spese inutili?) Mi ricordavo che già mia madre m’aveva raccontato come a’ suoi tempi le donne, le fanciulle specialmente, restassero tappate in casa tutta la settimana e non si permettessero passeggiate se non alla domenica, a fianco del marito o del padre; ma con quella cognizione del domestico focolare che avevo ultimamente acquisita, dubitavo qual moglie fosse più sopportabile: se l’antica, sempre innanzi al cuscinetto da lavoro, o la moderna, sempre innanzi ai magazzini di mode….
Là dove la gente era fitta, sul corso Manzoni pel quale m’avviavo, era un’allegria di colori vivaci, che, man mano avvicinandosi, prendevan forma d’abiti chiassosi e di cappellini insolenti, più notevoli delle signore che li portavano….
A un tratto, da un gruppo d’incognite, vidi uno di questi abiti, uno di questi cappellini, farmisi incontro lentamente; e dentro l’abito e sotto il cappellaio riconobbi Laura Uglio, senza dubbio incamminata essa pure a una passeggiata inutile ma dispendiosa.
– Andavo dai vostri suoceri, – ella disse, mentre rispondeva al mio saluto.
– Io ne vengo ora; stanno benissimo, e non sentono la primavera….
– Allora risparmio la visita. Mi accompagnate fino ai giardini? –
Nell’atto in cui s’incamminava, l’osservai con attenzione, mettendomele a fianco.
L’insolita espressione d’umiltà era cresciuta in Laura, fino a diventar dolorosa; in quel volto bianco non vedevo che le occhiaie, assolutamente livide, incavate; occhiaie prodotte da sofferenze indicibili, continue, roditrici. Quand’ella si mosse, potei rilevare che Laura procedeva curva, ma così insensibilmente da non esser notato se non da chi sapeva tutta l’elastica sveltezza di quell’andatura, tutta l’abituale superbia di quel portamento….
– Più adagio, – ella disse con un fievole sorriso. – Non posso affrettarmi io.
– Perdonate, – risposi, rallentando il passo. – Non siete guarita?
– Colle vostre cure assidue? – mormorò Laura in tono di corruccio. – Non sono guarita; faccio la disperazione del mio medico. –
Tornai a guardarla, preso da un senso di paura. Laura decadeva con rapidità; nelle due settimane scorse dalla mia visita, aveva dato un terribile tracollo, anche meglio accentuato dall’abito nero ch’ella portava.
– Sono brutta, non è vero? – domandò. E senza lasciarmi il tempo di rispondere, aggiunse: – Ho da dirti una cosa. Giorgio pare geloso di te; s’è messo a fare il geloso, dacchè sono malata, per rendermi più allegra l’esistenza. Quando sei venuto a trovarmi ultimamente, egli t’ha visto mentre uscivi e lui tornava dal suo ufficio; mi ha fatta una scenata; ha detto che non dovevo riceverti, dopo le scortesie di Pallanza…. Non aveva torto, in fondo, ma io ho capito che tu gli dài ombra…. –
Il passaggio repentino dal voi al tu mi spiacque; la notizia m’indispettì….
– Io lo imaginava, – risposi. – Ecco perchè non son venuto oltre da voi….
– Eppure, poichè sono sempre sola, bisognerà che tu venga a trovarmi, almeno quando c’è Giorgio….
– Brava! – esclamai ridendo. – È affatto impossibile. Io parto a giorni….
– Per dove? – chiese Laura, con tale accento d’apprensione, che l’idea d’essere amato da lei soverchiò l’angoscia di vederla sofferente e mi richiamò un fugace sorriso di trionfo.
– Per dove, non so. Me l’hanno rammentato or ora i miei suoceri: colla primavera si doveva riprendere il viaggio in Italia….
– Il viaggio? Quale viaggio?
– Il viaggio di nozze, – mormorai a denti stretti.
Eravamo giunti all’entrata dei giardini. Passammo i cancelli senz’aggiungere parola, io guardando la gente, Laura a testa bassa.
– C’è la musica laggiù, – diss’ella accennando una folla immobile di persone.
Piegammo verso sinistra, dov’era il piccolo lago, per un viale disadorno e povero di piante. Sùbito, un’aria più dolce sembrò spirare beneficamente.
Laura sedette sopra una banchina a ridosso d’un gruppo di tufo e segnò per terra delle orribili teste colla punta dell’ombrellino. Io restai in piedi, innanzi a lei, appoggiandomi col bastone al tronco d’una pianta.
– Allora, questa è l’ultima volta che ci vediamo? – domandò Laura sollevando il capo all’improvvisa.
Ormai, ero certo. Laura mi riamava, per una di quelle recrudescenze di passione, che afferrano talvolta anche le anime stanche: me lo dicevano la sua voce non sicura, i suoi occhi, nei quali, s’io avessi continuato a indagare, avrei scorte delle lagrime rattenute.
La vanità del maschio, assai più adescabile della vanità femminile, ebbe un giocondo sobbalzo nel mio animo.
– Ci rivedremo al ritorno, – dissi.
– Oh…. al ritorno! – esclamò Laura tristemente. – Chi sa?…
Colla punta dell’ombrellino cancellò sulla sabbia le teste orribili disponendosi a tracciarne delle peggio; ma aveva appena preparato lo spazio, che richiese le ore.
– Sono le tre! – risposi, guardando l’orologio.
– Ho un appuntamento alle tre e mezzo colla sarta, – ella fece, alzandosi con qualche fatica. – Vuoi riaccompagnarmi? –
Notai di nuovo l’andatura incerta e greve della donna; osservandola bene, io la vedevo adesso veramente curva, e il sentimento d’angoscia mi riprese, fugò qualunque altro pensiero.
Presso l’uscita dei giardini, mormorò:
– Te beato, che dopo un anno puoi ancora intraprendere un viaggio di nozze! –
Con quale sarcastica inflessione avrebbe ella pronunciate quelle parole, pochi mesi addietro! Ora, non vi trovai che il desiderio spossato.
S’apriva il giorno lentamente a una serenità profonda, col disciogliersi delle nuvole bianche, scoprenti all’occhio nuovi azzurri infiniti ed eguali; di là veniva il sole tepido che c’intorpidiva, quasi svegliati da una notte amorosa fra caldissime piume.
Quando fummo presso una carrozza chiusa, domandai a Laura:
– Volete dirmi l’indirizzo?
– Piazza del duomo, – ella rispose, mentre saliva nella vettura. – Poi, indicherò io…. –
M’inchinai salutando.
Un collegio di fanciulle, numerosissimo, mi passava accanto in lunga colonna; quante si preparavan là dentro al martirio della vita? quante avrebbe perdute l’amore e sciupate il matrimonio?
Avevano illanguidita la loro tinta nell’ombra delle camerate; sotto abiti senza linea avevano contraffatta la loro freschezza; ma dovevano da quel periodo severo e umile sbucar nella vita, svelare le loro facoltà, edificare o distruggere una famiglia. In questo senso, la lunga colonna di fanciulle m’appariva assai interessante; da un’altra simile colonna femminile, s’eran tolte Laura e Lidia, con sì diverse idee, con sì diversi intendimenti…. E chi poteva assicurare che i primi passi dell’una e dell’altra non avessero avuto un oscuro impulso da memorie di collegio, da circostanze di fatto, dalla vicinanza d’una compagna o dall’intimità d’una maestra?
Lidie e Laure si preparavano in silenzio, ripetendo per un’ennesima volta il processo psicologico di altre, e di altre e di altre, infinite.
Io poteva ben comprendere o almeno intuire il divario fra quelle due anime di donna, stretto com’era da qualche tempo fra la prima e la seconda, sovrapponendo o cancellando le impressioni dell’una colle impressioni dell’altra.
Un quarto d’ora dopo lasciata Laura, ero a casa, dominato dal brusco urto, che la presenza di Lidia mi produceva. S’era mutata, in quella breve mia assenza, colla rapidità con cui mutava d’abiti.
La piccola ombra d’umiliazione che le offuscava il viso nel mattino e l’accidia che ne spossava il corpo, lasciavano il posto a un aspetto calmo, consolato, sano fisicamente e moralmente, come dopo una confidenza in cui il cuore avesse rotte per un istante le dighe della rassegnazione e liberando il dolore, l’avesse diminuito di profondità.
Fenomeno già notato in Lidia, di quei giorni; perciò pericoloso; che cosa confidava ella, e a chi si confidava?
Non v’era presso di lei, quand’io vi giunsi, che Ettore Caccianimico, del quale tutto si poteva sospettare, fuorchè d’esser capace di consolare alcuno.
– Sei stato a passeggio? – domandò Lidia, seduta davanti al tavolino da lavoro presso la finestra.
– Sono stato da tua madre e poi ai Giardini, – risposi. – Donna Teresa mi ha rammentato un vecchio debito; quel viaggio interrotto, o meglio non intrapreso, per l’Italia, e rimandato alla migliore stagione….
– Ah, è vero! – disse Lidia, con voce che pareva uno sbadiglio.
Al fenomeno psicologico s’univa d’un tratto un fenomeno fisico, non meno degno di nota.
Lidia ingrassava; l’abito chiaro di quel giorno svelava il fatto assai meglio di quel che non potesse la mia continua esperienza. Sì, m’era parso di non abbracciar più le forme sottili ed esatte, tanto amate in Lidia fanciulla; m’era parso che il suo seno fiorisse, che i suoi fianchi s’espandessero lievemente, che la gola avesse un’insolita rotondità; lento trapasso da una Psiche a una Giunone…. Ma, alla luce sfacciata del sole, questa mutazione si rivelava d’un colpo, non lasciandomi più dubbio; forse il confronto istintivo fra Lidia e Laura, debole, divorata dal male, – cooperava a rendere più perspicuo lo sboccio formoso della prima….
Perchè era così sana e lieta di giovanezza Lidia quando Laura moriva?
Uscii bruscamente dal salotto, lasciandovi mia moglie e il Caccianimico, nella ridicola speranza che un’altra camera, un’altra luce, potessero calmarmi.
Passai dalla stanza da letto; il letto di Lidia, bianco e vuoto, con un raggio di sole che cadeva diritto sui guanciali, mi lievitò in mente un substrato di amare riflessioni; passai dalla sala, ove rividi quelle signore brune, le quali mi compiacevo a desiderare, fra il convenzionale chiacchierio dei mariti; passai dal tinello, ch’era già stato testimonio di paci e di guerre, di pranzi muti o afflitti dalla retorica di Pietro e di donna Teresa; la mia camera mi rammentò quella prima notte in cui aspettavo l’ora di presentarmi a Lidia, mia ancora soltanto per un apparato di formole; e lo studio, ove m’ero arrestato, strideva di sogni artistici svaniti, di buoni propositi più deboli delle abitudini, di rinuncia al lavoro per l’inutile speranza della felicità nella famiglia.
Tutto l’appartamento aveva uno strano sapore di gioie irrancidite.
Ritornai nel salotto. Ettore Caccianimico s’era posto di faccia a Lidia; s’egli avesse inclinata avanti la sedia, le sue ginocchia avrebbero toccate quelle della donna. Diceva:
– Si potrebbe appunto far così. Ella avrebbe la compagnia di mia moglie, quella de’ suoi parenti…. –
Fece una pausa, e rivoltosi a me, soggiunse quasi spiegando:
– Proponevo alla tua signora di fare un breve soggiorno con sua madre, prima di lasciarci. Il tempo è bello e a Pallanza ci dev’essere già molta gente.
– Non ho nulla in contrario, – risposi, – quando ciò piaccia a Lidia. Tu, vieni pure laggiù?
– Sì, a Pallanza, con Clara…. – disse Ettore, nominando sua moglie per la seconda volta, cosa affatto insolita e curiosa.
Allora, fra Lidia ed Ettore si studiarono i vantaggi d’un soggiorno sul lago; c’era la compagnia piacevole, la vita calma e tuttavia allegra, il buon clima.
M’ero disteso in una larga poltrona, con un libro fra le mani, assolutamente deciso a non prender parte alla conversazione; Lidia volgeva il capo di tanto in tanto dal mio lato, con quell’espressione di riposo, che mi dava qualche sospetto.
Perchè Lidia era così sana e lieta di giovanezza, quando Laura moriva?
Passando lo sguardo al disopra del libro, osservavo meglio le linee del viso e del busto; linee di profilo, leggierissimamente, ma indubitabilmente avvantaggiate da qualche tempo; le mani di Lidia, ch’ella posava sul tavolino, avevan pure una forma più grassoccia, non aristocratica di soverchio.
Ella m’era piaciuta da fanciulla perchè era fragile e sottile; certo, m’era piaciuta per altri motivi spirituali; ma anche perchè da fanciulla era fragile e sottile. Quest’attrattiva stava per vanire, nella donna?
Ricordando la signora Folengo, sua madre, ebbi un sussulto: a trent’anni, Lidia sarebbe stata una bella matrona; a quarantacinque, una signora grassa…. Frode nel contratto matrimoniale!… Una signora grassa e bionda, vale a dire, facilissima a sciuparsi, come certe rose tèa, di cui la floridezza eccezionale è, insieme, la decadenza e lo sfacelo.
Fui interrotto nelle mie considerazioni da Ettore Caccianimico, il quale si congedava.
– Voi non partirete così presto? – domandò egli a me.
– Quando vorrà Lidia, – risposi, colla formola abituale.
– Decideremo, – dichiarò Lidia, stringendo la mano di Ettore, che s’era inchinato a salutarla.
Accompagnai il Caccianimico nell’anticamera, fin sulla soglia della porta.
– Ebbene? – egli chiese a voce bassa. – Sei stato in casa Uglio?
– Giorni sono.
– Hai invitata Laura a far visita alla tua signora?
– Non ne valeva la pena. È ammalatissima povera donna.
– Pare anche a te?… Io la vedo perduta, – concluse Ettore con indifferenza, mentre se ne andava.
Perduta! Non era dunque un’ esagerazione della mia fantasia? Ma allora, che valeva il rispetto umano? S’ella desiderava di vedermi vicino a lei, potevo contentarla, senza riguardi per il mondo; perchè rifiutare quel conforto a un’amica, la quale m’aveva conosciuto libero, indipendente, e nel turbinìo della vita non s’era dimenticata di me?
– Andrò da lei, stasera! – mi dissi, rientrando nel salotto.
Il volto calmo di Lidia ebbe la potenza di stornarmi il pensiero dietro altre idee non meno tristi. In quella medesima notte, Lidia aveva pianto; adesso era serena, quasi allegra Perchè?
– C’è stato Gian Luigi a trovarti, mentr’ero fuori? – domandai.
– No, – ella rispose un po’ maravigliata. – Verrà stasera, forse. –
M’augurai fortemente che Gian Luigi non venisse quella sera: la sua presenza in casa mia mi avrebbe impedito di recarmi da Laura. Per la prima volta, non osavo lasciar Lidia sola di fronte a un uomo.

XIV.

A pranzo, ella mangiò con molto appetito, senza accorgersi ch’io toccava appena le vivande e preferivo il vino al cibo.
Ero troppo solo, nel mondo, circondato da insidie e da cause non mai stanche di dolore; non avevo amici e mia moglie era un’estranea che poteva diventare una nemica. Un’estranea, certamente, dacchè i suoi gusti non somigliavano a’ miei, la sua educazione s’era fatta entro le chiuse pareti d’una casetta borghese, e la mia, viaggiando, sognando, osservando uomini e luoghi diversi; avevo una donna, la cui speranza di comprendermi vacillava e cadeva, senza lasciar traccia di rammarico.
Di tutto quanto ci si poteva aspettare dalla nostra unione, un sol fatto era incontestabile, per sanzione di legge: la signorina Lidia Folengo era diventata la signora Lidia Lacava Folengo; nulla più, e troppo poco al confronto delle nostre libertà perdute.
Geltrude entrò a metà del pranzo, portando a Lidia un viglietto arrivato allora.
La donna lo aperse, lo lesse, lo mise in tasca, e disse a Geltrude:
– Va bene. Non c’è risposta. –
A me:
– È Angela Tintaro che mi scrive.
– Che esagerazione! – esclamai seccato. – Quando non viene a trovarti, ti scrive; quando non ti scrive, ti manda dei fiori. Almeno potrebbe sceglier delle ore più adatte, per annoiare il prossimo! –
Lidia strinse le labbra senza rispondere. Da quella lettera, originò subito un mutamento in lei, palesissimo, per quanto ella volesse nasconderlo; cosicchè, fui tratto a domandare, contro le mie abitudini, che cosa Angela Tintaro le scrivesse.
– Le solite storie, – rispose Lidia con negligenza affettata.
Ma la lettera le rimase in tasca.
– Tuo padre ha finalmente deciso di partire per Cairo, accettando l’impiego offertogli, – dissi.
– Ha fatto bene, – mormorò Lidia. – Ecco: Cairo è una città che vedrei con piacere.
– Niente c’impedisce d’accompagnarvi tuo padre quando vi si recherà, sui primi dell’anno venturo.
– Resterò ben sola, dopo, – riflette la donna sbadatamente.
Eravamo in due a finger di mangiare, adesso: anche Lidia faceva una cattivissima accoglienza alle portate che Geltrude recava; attribuii l’improvvisa svogliatezza al pensiero doloroso di veder partire presto i Folengo, ed ebbi cura di non domandare spiegazioni.
Tuttavia, il pranzo si trascinò così malamente, che respirai di sollievo, quando la tavola fu sparecchiata; i giornali costituivano per noi in quell’ora e nei giorni d’impaccio, una salvezza molto apprezzata da ambedue…. Stavo per ricorrervi, quando Lidia mi domandò con voce un po’ tremante:
– Sei andato ai Giardini, oggi? –
Mi bastò un’occhiata alla donna per comprendere; ella preparava quella domanda da qualche tempo, e studiava il modo di lanciarmela quando meno l’aspettavo, perchè non potessi ricostruirne il movente; l’impazienza l’aveva però tradita, e troppo breve tempo era scorso dall’arrivo della lettera all’interrogazione perchè non vi scorgessi una stretta relazione.
– Sono andato ai Giardini, – risposi. – Mi pare d’avertelo già detto.
– Con chi? – fece Lidia, guardandomi fissa.
– La signora Angela Tintaro si assume dunque l’incarico d’una polizia segreta? – domandai ironicamente. – Ho trovata la signora Uglio, che si recava da tua madre, e come io ne veniva appunto, ella ha rimandata la visita, e chiacchierando l’ho accompagnata ai Giardini, invece.
– La signora Uglio, – disse Lidia, coll’intonazione con cui ci si fa a raccontare una lunga storia, – è fra le persone che tu m’avevi proibito di ricevere; anzi, nel caso poco probabile ch’ella mi facesse visita, mi avevi pregato di non contraccambiarla…. E d’un tratto tu le servi da cavaliere e ti mostri in pubblico al suo fianco, ai Giardini, nell’ora più frequentata?
– Sono convenienze a cui un uomo non può sottrarsi, – mormorai ipocritamente.
– Benissimo. E che cosa avresti detto tu, se le parti si fossero invertite? se fossi andata io a passeggio col signor Giorgio Uglio? –
Alzai le spalle, irritato.
– Quale assurdità! – esclamai. – Il torto è appunto quello di supporre che le parti si possano invertire sempre; quanto ho fatto io, era logico e necessario; ma ciò non sottintende logico e necessario che tu faccia altrettanto col signor Uglio…. È un modo di ragionare questo, di cui t’ho mostrata parecchie volte la falsità…. Ormai, dovresti risparmiarmelo.
– Benissimo, – ripetè Lidia. – Splendida poi l’idea di non dir nulla…. Ciò fa supporre molte cose….
– Per esempio?
– So io, – concluse la donna seccamente, alzandosi.
– Saresti gelosa? –
Lidia si rivolse, come ferita; appuntò le mani sulla tavola, e avvicinando il viso al mio, dichiarò a bassa voce:
– Gelosa? Vorrei che tu avessi dieci amanti, non una! –
V’era nella frase tutto il disprezzo di cui vibrava la donna per la mia condotta di quei giorni; e la rabbia frenata e accumulata nelle notti d’obbedienza sua e di fredda prepotenza mia; l’uno e l’altro sentimento davano alle parole un significato profondo, che mi colpì in pieno cuore, come innanzi a qualche cosa di definitivo, d’irreparabile.
Non trovai sùbito una formola di protesta; rimasi sotto lo sguardo di Lidia, turbatissimo, quasi un colpevole, e quando riuscii a scuotermi da quel fascino angoscioso, Lidia fu chiamata da Geltrude, che annunciava la visita del conte Gian Luigi.
Solo nel tinello, in mezzo alla luce grigiastra del dopopranzo, fui colto a un tratto da un impeto di dolore, dalla sensazione raccapricciante che deve afferrar l’uomo in mare, chiuso in un’ondata gigantesca. Quel solo giorno m’aveva portato un séguito di piccole e grandi angustie, intollerabile; nell’istesso momento, ero combattuto da opposte idee, da disegni contrarî, i quali sollevavano tutto il mio sistema nervoso, piombandomi nel dubbio, – malattia orribile di cui non avevo mai sofferto.
Si poteva la oltraggiante dichiarazione di Lidia collegare al suo mutamento, che mi pareva derivasse da un’influenza estranea? Intendeva ella farmi capire la propria indifferenza a qualunque mia colpa, per assolversi ella medesima d’una simpatia colpevole?
Senza dubbio, senza dubbio alcuno, Lidia sentiva questa simpatia.
Dominato da tal pensiero, m’avvicinai all’uscio, che metteva nella sala, ove Lidia era con Gian Luigi; una voce fresca, tranquilla, ben modulata, – la voce della donna – mi riempì di maraviglia. In me, la breve scena del dopopranzo aveva generato un lungo strascico di riflessioni; in Lidia era scivolata, quasi sopra un’anima di marmo, non impedendole di mostrarsi cortese, frivola, anche civettuola, come potevo capire da certe sue risatine, gorgheggiate argutamente. Se tutto questo era finzione, meritava ch’io me ne impensierissi peggio che se fosse stata insensibilità.
Nella sala non erano accesi i lumi ancora, quando io v’entrai.
Lidia e Gian Luigi stavan sul divano, ai lati opposti; ma l’ombra della sera calante m’impediva di scorgerne bene il viso; chiaro non si vedeva che l’abito di Lidia. Quando i lumi furono portati, rilevai qualche cosa d’insolito in Gian Luigi e ne fui impressionato d’un’impressione confusa, oscillante fra la curiosità e il dispetto.
Gian Luigi era abbattuto e pallido; dacchè era giunto, non avevo sentita la sua voce che per salutarmi; faceva le spese della conversazione Lidia, la quale aveva una facondia febbrile, ascoltata dall’uomo con deferenza, approvata da me con qualche cenno del capo, ma incapace a snebbiare il corruccio che pareva esistere fra noi….
– Se vuole la rivincita di iersera, – disse Lidia a Gian Luigi, accorgendosi che da qualche istante era distratto….
Si levarono ambedue e si portarono innanzi al tavolino verde, prendendone dal tiretto le carte e i gettoni.
– Stasera sono formidabile, – mormorò il Sideri finalmente. – Accetterei qualunque avversario.
– Non vendere la pelle prima d’ammazzar l’orso, – diss’io.
Trovandomi di fianco a uno specchio, mi vi osservai e mi confrontai con Gian Luigi, che pareva anche maggiormente pallido, colla testa curva sulle carte e la fronte illuminata dalla lampada.
Indubbiamente se non fossero state certe rughe agli angoli degli occhi, e la radezza dei capelli presso le tempia, Gian Luigi avrebbe dimostrato meno anni di me; la sua testa aveva un’impronta aristocratica, la quale io non possedeva affatto…. L’essere di statura piccola non faceva poi grave danno all’estetica, e in ogni modo, se tal danno si voleva ammettere, era pareggiato in me dalla mia barba rossastra, che m’invecchiava.
Poteva avere importanza questo per Lidia? No; ma poteva averne moltissima un altro fatto: il Sideri era un osservatore scrupoloso della forma, un uomo incapace di dire un’insolenza cruda; le insolenze le diceva, ma con tal giro di parole da farle rassomigliare a frecce avvelenate e ricoperte di bambagia….
Simile uomo, se avesse voluto assumersi la missione di confidente, avrebbe trovate le formalità più rispettose….
– Molto indovinato, molto parigino, – egli diceva in quell’istante a Lidia, accorgendosi allora ch’ella portava una vestaglia nuova, e gettandole un’occhiata sintetica, da conoscitore.
L’osservazione mi parve audace, se non sconveniente; forse perchè un lampo di vanità soddisfatta brillò negli occhi di Lidia. Che Gian Luigi potesse risvegliare nella donna la tendenza alle frivole soddisfazioni, già in lei così viva sui primi tempi, e dispersa nelle angustie del matrimonio? Qualunque ne fosse il valore, questo avrebbe adombrato un predominio dell’uomo sull’animo di Lidia e m’avrebbe fornito un mezzo di studiare fin dove il predominio arrivasse.
Contento e quasi riposato da tale induzione, m’accomiatai da Lidia e dall’ospite, raggiunsi la mia camera, mutai d’abiti, e uscii di casa.
La serata era placida; il corso Venezia, male illuminato, staccava anche meglio nello sfondo il corso Vittorio Emanuele, dove le lampade elettriche spandevano una luce piacevole, qua e là più viva per il concorso d’altre lampade nelle vetrine.
Quantunque avessi una meta e il desiderio di giungervi, mi dilungai prendendo la via più allegra; m’internai sotto i portici, ove la memoria e l’abitudine mi ricordavano come tre correnti vi passassero in tre ore diverse del giorno; al mattino, una fiumana di ragazze che si recavano al lavoro; nel pomeriggio, una fiumana di signore che ostentavano in sè l’opera manuale di quelle ragazze; nella sera e nella notte, una fiumana di perdute. Un formicolar vasto e romoroso di gente era nella Galleria; poi, piazza della Scala diminuiva sùbito l’intensità di quel movimento, che andava spegnendosi sul corso Alessandro Manzoni, ove la luce non era sì viva, e la gente era poca.
Innanzi alla casa di Laura Uglio, mi fermai; certo, il marito di Laura non c’era; egli aveva l’abitudine d’uscir presto e di tornar tardi, dacchè Laura s’era ammalata e aveva così interrotto l’idillio, che formava la mia sarcastica ammirazione a Pallanza…. Io sarei dunque salito a prender notizie, narrando insieme come una lettera d’Angela Tintaro avesse svelata a Lidia la nostra gita innocente di quel giorno; mi sarei trattenuto poco, se Laura non insisteva. Se Laura insisteva, mi sarei trattenuto molto…. Chi sa? Laura era bruna e mi amava ancora…. Nel frattempo, Giorgio Uglio…. Sorridendo, considerai la reciprocità fatale cui dava luogo un primo adulterio, senza ricordarmi che tale reciprocità minacciava anche la mia casa, dove avevo lasciato Gian Luigi con Lidia.
Quando, inoltrandomi sotto l’atrio, pensai rapidamente alle infedeltà comode e vili, cui un salotto chiuso e l’occasione propizia potevan dar luogo, – m’arrestai di colpo, quasi m’avessero piantato un coltello nel fianco; voltai le spalle, tornai in istrada, e mi gettai in una carrozza da nolo che passava.
Ero così offuscato, da non ammetter divario fra Laura e Lidia; perchè ammetterlo, se non ne ammettevo fra me e Gian Luigi?… Le notizie di Laura l’avrei prese l’indomani; ella mi amava e non a lei, quindi, doveva esser rivolta specialmente la mia attenzione, – bensì a Lidia, che non mi amava più…. Per ora, bisognava sfuggissi al destino dei mariti, i quali creano essi medesimi le occasioni alle mogli.
Nel mio salotto, non si giuocava; i gettoni e le carte erano abbandonate sul tavolino, qualcuna per terra. Lidia sedeva sullo sgabello innanzi al piano-forte; Gian Luigi sopra una poltrona, all’angolo estremo della camera.
– Mi manca l’ultima strofa, – diceva Gian Luigi. – Volevo trovare un pensiero grazioso, un po’ francese, sa, una specie di birichinata elegante; ed è difficile….
– Sì, – rispondeva Lidia, – bisognerebbe armonizzar le parole colla musica. Finora, quel che ha fatto, mi piace molto.
– Hai composta una romanza? – domandai.
– Una cosetta delle solite, – disse Gian Luigi, senza stupirsi pel mio ritorno. – Una cosetta press’a poco così…. –
Prese posto al piano, mentre Lidia ed io restavamo in piedi, ai fianchi di lui; guardò in alto un istante, quasi per ricordarsi, annunciò:
– Ecco…. –
e cominciò la romanza, canticchiandone sottovoce le parole con una passione man mano più accentuata….
Lidia non lo guardava, ma lo guardavo io, dicendomi che in quel momento Gian Luigi m’era di gran lunga superiore, comechè procurasse alla donna un compiacimento intellettuale, ch’ella sembrava apprezzar molto, anche perchè noi eravamo i primi a conoscere quella composizione inedita, anzi non ancor finita.
– Molto buona, – dichiarai, quando Gian Luigi concluse.
– Bello specialmente quel passaggio dell’esordio alla prima parte, – confortò Lidia.
– Oh, una cosina francese, di nessuna importanza, – fece modestamente Gian Luigi, richiudendo il piano.
Egli restò accoccolato sullo sgabello; Lidia ed io prendemmo posto innanzi al tavolino verde, rivolgendoci verso il Sideri.
– E di letteratura non ti occupi più? – domandai.
– Ora son troppo nervoso; a mala pena riesco a buttar giù le strofette che t’ho cantate. Vedremo poi….
– Eppure il successo del tuo romanzo avrebbe dovuto infiammarti, – mormorai di mala voglia, perchè il romanzo di Gian Luigi, letto di recente, non m’era piaciuto in nulla.
– Un artista non è un operaio, – sentenziò Lidia. – Non si può pretendere un lavoro fisso. –
Quali delicati riguardi per la produzione letteraria di Gian Luigi! E tuttavia, s’io avessi tentato d’emularlo, mi sarebbe accaduto di sentir Lidia esclamare: – “Ancora queste sciocchezze per la testa?” – come già l’aveva esclamato.
– Lavorerò in campagna, – promise Gian Luigi. – L’anno scorso a Saint-Moritz ho appunto preparato il materiale….
– A Saint-Moritz! – ripetè Lidia, quasi ascoltasse quella notizia per la prima volta. – Ella era poco lontano da noi….
– Poco lontano…. relativamente, – fece Gian Luigi.
– C’era anche la signora Uglio, a Saint-Moritz, l’anno scorso, con dei parenti, – aggiunse Lidia.
– Non ve l’ho mai vista, – rispose il Sideri senza batter ciglio.
Le parole di Lidia mi fecero riflettere…. Dopo un anno ella ricordava, forse con desiderio, gli splendidi paesi testimoni della nostra più intima esistenza, e li ricordava per rimpiangere quasi che tale intimità non fosse stata interrotta da un estraneo…. Inoltre, rilevando il soggiorno di Laura e Gian Luigi nel medesimo luogo, aveva Lidia uno scopo? dubitava ella di qualche intesa fra i due? e se dubitava, che cosa poteva importargliene?
Quanto a me, credevo Gian Luigi in perfetta buona fede; se avesse incontrata Laura a Saint-Moritz, Laura non me l’avrebbe taciuto a Pallanza, ov’ella era in tutto il vigore della salute e della sfrontatezza.
Lidia non parve della mia opinione, ma non volle insistere; Gian Luigi parlò d’altre cose, e si accomiatò un’ora prima del solito, riprendendo quella tristezza che l’écarté e il chiacchierio di Lidia avevano alcun poco scemata.

XV.

Bisognava stringerla in un cerchio di ferro, spiarla attentamente, interpretarne i pensieri, accumulare delle prove, dimostrarle come tutto io sapessi comprendere….
Notai in quei giorni: la serenità piena e indifferente di Lidia (noi ci parlavamo di rado e ciascuno dormiva nella propria camera, da poi che la donna s’era dichiarata estranea a quanto mi riguardava; forse la visione di Laura ammalata non era ultima causa di noncuranza in me per Lidia); un lieve ma crescente desiderio d’eleganza (la sarta aveva fatta la sua ricomparsa melliflua, inviando a intervalli di qualche giorno parecchie grandi scatole misteriose); un rinascente piacere per i trattenimenti mondani (m’aveva pregato di condurla alle corse, ov’ella s’era divertita assai, scommettendo e vincendo mercè felici consigli di Ettore Caccianimico, il quale si vantava di esatte cognizioni ippiche); una cura minuziosissima di tutta la sua persona e qualche posa studiata, innanzi agli indifferenti.
Nulla, frattanto, aveva potuto snebbiare i miei sospetti sopra Gian Luigi; anzi, li avevo confermati osservando come egli mancasse ai martedì abituali, in cui non era possibile la conversazione intima e gustosa. Aveva saputo dispensarsi da quelle visite, adducendo a scusa occupazioni, che lo lasciavan libero soltanto la sera; strane occupazioni, a mio credere, le quali giovavano a renderlo triste, ogni dì meglio, molto inquieto, nervoso, incoerente, distratto.
Se Ettore Caccianimico non si fosse presa la briga di venire quotidianamente da noi, le ore di insopportabile a viso a viso fra me e Lidia sarebbero state pesantissime anche per la frequenza loro. Ettore interessava Lidia colla molteplicità degli argomenti che in un solo discorso sapeva sfiorare o approfondire, a seconda della curiosità risvegliata nell’ascoltatrice; conosceva gli autori di grido, e perciò ogni avvenimento, ogni pubblicazione letteraria e artistica gli servivan per un aneddoto, spesse volte sconosciuto anche a quelli i quali vi figuravan come attori.
Ettore irradiava a poco a poco una sapienza di vita, sua particolare; non si poteva negargli il fascino che deriva agli uomini dall’età matura; fascino di confidenza, fiorita da passioni morte, non più capaci d’appannare il terso specchio dell’equilibrio intellettuale.
Io era perciò assai tranquillo, quando vedevo Ettore presso Lidia; e li lasciavo, recandomi a prender notizie di Laura e attardandomi poi con amici alla passeggiata delle cinque. Le notizie di Laura me le fornivano dei viglietti chiusi, rilasciati in portineria, con queste parole scritte in lapis: – Il medico è contento. Sto meglio. Oggi ho peggiorato. Non venire a trovarmi perchè Giorgio è in casa. – Alternative continue di bene e di male, di meglio e di peggio, che m’irritavano e m’eccitavano nel medesimo tempo.
Un giorno, il viglietto diceva: – Sono quasi guarita: esco a passeggio con Giorgio. – La cosa mi sembrò di poco rilievo, anzi uggiosa, comechè venisse a scemar l’aureola di sofferenza, che m’era consueto vedere intorno alla figura di Laura.
Quel buon ragazzo d’Ettore Caccianimico, il quale aveva giudicata Laura moribonda!… Ci saremmo rivisti a Pallanza, dove la donna avrebbe riposta a soqquadro la città colle feste, le passeggiate notturne sul lago, le luminarie alla veneziana, come l’anno prima, quando col mandolino Ettore serviva da Tremacoldo alla compagnia!
Il negozio nel quale entrai, odorava largamente di profumi stranieri, di saponi e di cosmetici, di acque e di ciprie; lungo e stretto, era in giuoco a una diversa luce, che a me, rimasto presso il limitare, non permetteva di scorgere le persone del fondo; ne venivano voci confuse. Poi le voci e le persone s’avvicinarono, costringendomi a volger la testa per un fruscìo di sottane.
Laura usciva a fianco di Giorgio senz’avvertire la mia presenza e il mio sguardo fisso in lei….
Guarita! con quel pallore spettrale!
Ebbi dentro di me una rivolta di sconforto senza fine per la donna, e di odio velenoso per tutti gli altri.
Scelsi a casaccio, diedi l’indirizzo, e me ne andai presto, fuggendo quei profumi che mi sonavano intorno una nenia da funerale, o parevano elevarsi a nembi di sinistro incenso.
Nessuna esperienza di medico avrebbe potuto constatare meglio della mia, la sorte irreparabile di Laura Uglio, comechè non fossi tanto colpito dalla sua palese decadenza fisica, dall’attestazione certa delle sue torture, quanto dall’orribile cambiamento morale della donna; ella non doveva più avere nè volontà, nè desideri, nè speranze, nè ribellioni…. Passava ormai nella vita, come corpo rigido travolto da un lento fiume.
– Sai bene, – mi disse Ettore Caccianimico, quand’io gli spiegai tutto questo, incontrandolo per via. – È inutile; essa medesima non ha alcun riguardo.
– Ma Giorgio, come può farsi delle illusioni?
– Non se le farà, figlio mio. Oppure, se le farà perchè è un imbecille. In ogni modo, noi non possiamo nulla.
– Pur troppo! E resta a Milano? Dovrebbe mutare aria, andarsene di qui….
– Ci vuol altro! – fece Ettore con una scrollata di spalle. – Une femme à la mer; doloroso, ma irreparabile e non nuovo…. Sono stato dalla tua signora….
– Hai fatto bene, – mormorai. – C’era qualcuno?
– Tua suocera, donna Teresa; ci sarà ancora, se torni sùbito a casa. È contraria al vostro disegno di passar qualche tempo nella sua villa a Pallanza.
– Perchè?
– Dice che non si usa; che dovete viaggiare per non far parlare il mondo….
– Ma viaggeremo dopo….
– Pare che non si fidi troppo dei dopo. Io ti consiglio a resistere, perchè se ne dài vinta una, sei un uomo morto, colle suocere.
– Sai se Laura Uglio viene a Pallanza?
– Senza dubbio, poveretta; una buona ragione per andarvi, non ti sembra? La campagna ti permetterà di visitarla, quando Giorgio sta a Milano per affari; ormai, si tratta d’un’opera buona, di renderle meno pesante la solitudine in cui Giorgio l’abbandona.
– Ma sei certo che non si rechi a Saint-Moritz come l’anno scorso?
– Credo non ve ne sia più lo scopo! – disse Ettore con un rapido sorriso.
Anche lui, dunque, sospettava Saint-Moritz un nido d’amori per Laura? Che volgari sciocchezze!
Prima che donna Teresa avesse a convincere Lidia della necessità d’un lungo viaggio, mi conveniva dichiarare esplicitamente il mio pensiero in proposito. L’idea d’Ettore era giusta; a Pallanza molte cose avrebbero preso un aspetto diverso. Strinsi la mano all’amico e m’affrettai a casa.
Ebbi la ventura di trovar donna Teresa ancora seduta vicina a Lidia…. Com’erano rosee le due donne! Come si somigliavano, adesso che Lidia accennava ad ingrassare!
“….Delle vecchie signore colle figlie, così identiche alla madre, sebben giovani, che un amatore del genere poteva, sposando la figlia, già farsi un quadro di quel che sarebbe diventata fra trent’anni….”
Non era una mia riflessione, questa, fatta durante una passeggiata? Ecco, la riflessione sarcastica, si mutava in realtà, per mio conto…. Donna Teresa pareva la caricatura di Lidia, o il suo ritratto sgorbiato da un monello inesperto; donna Teresa era Lidia a cinquant’anni, vale a dire in un’età lontana; ma per giungervi, le tappe non sarebbero state piacevoli, a giudicar dalla prima, da quella leggierissima pinguedine sopravvenuta in Lidia con l’aggravante di mutazioni anche psicologiche.
L’odio velenoso per tutti gli altri sentito alla presenza di Laura, mi dominava, e non appena venne una parola, mi suggerì la risposta insolita.
– Dunque, – -fece donna Teresa rivolgendosi a me, – volete passare un mese a Pallanza?
– Certamente, – risposi. – Questa è la mia volontà. –
Lidia mi guardò con espressione interrogativa.
– Se noi ti rechiamo disturbo nella tua villa, – continuai verso donna Teresa, – prenderemo in affitto una cascina.
– Ma no, santo Dio! – esclamò mia suocera, levando le braccia in alto. – Voi siete i miei figliuoli, e vi aspetterei con tutto il piacere – Ma pensate che avete annunciata la ripresa del vostro viaggio in quest’epoca…. Il rimandarlo un’altra volta, si potrebbe interpretare malamente.
– Io non rimando nulla; dopo il mese a Pallanza, faremo i comodi altrui; per adesso, faccio i nostri….
– Anche Lidia, – osservò donna Teresa,-è del mio parere.
– Certamente, – disse Lidia, tuttora maravigliata per l’energia con cui parlavo, – se questo viaggio si deve fare, o prima, o dopo….
– Non ammetto repliche, – interruppi bruscamente. – Fra una settimana saremo a Pallanza, in una villa d’affitto. –
Donna Teresa gettò uno sguardo a Lidia, quasi per sostenerla nell’opposizione; ma Lidia mormorò:
– Se vuole così Sergio, non replico più. –
Si vedevano ora i frutti dell’obbedienza imparata nei notturni colloqui, e il breve episodio rischiarò certamente mia suocera sull’attitudine che avevamo presa l’uno di fronte all’altra, dopo il periodo delle prime intimità, durante le quali nessuno comanda e nessuno obbedisce.
Notai, di passaggio, che i piedini di Lidia erano stretti in babbucce elegantissime, non mai viste prima; l’abito mi pareva il solito; e archiviate queste due osservazioni, mi recai nello studio, ove la finestra spalancata mi attrasse al davanzale.
Da qualche ora, facevo parte d’una piccola categoria d’uomini, la cui psicologia andò per lungo tempo ignota: da qualche ora facevo parte degli uomini che stanno per tradire; uomini come tutti gli altri in apparenza, e dagli altri invece così diversi in sostanza, che sarebbe vano sforzo il volerne rilevare le anfrattuosità sentimentali.
Se quel piccolo gruppo di gente si potesse costituire in un Circolo, io direi che due condizioni sole possono giustificar la domanda d’entrarvi come soci: o essere di coloro i quali non hanno mai tradito; o essere di coloro i quali non hanno abitudine di tradire che un solo sesso. E direi lo scopo del Circolo potersi stabilire così: abilitare i primi a tradire, e i secondi a tradire anche il sesso fino allora rispettato.
Dei secondi facevo parte io; prima e dopo gli amori con Laura Uglio, non avevo mai esitato a impossessarmi della moglie d’un conoscente, appoggiato dalla convinzione che uno scapolo è uno scorribanda, afferra la donna a carriera, la ruba, la trattiene, e la rilascia, pronto a sostener le conseguenze del suo furto o a difender la sua preda. Romantica e immoralissima convinzione, senza dubbio; ma in ogni modo, essa m’aveva avvezzato a tradire soltanto il sesso maschile.
Perchè colla donna, in qualunque maniera ella fosse mia, avevo sempre sfoggiata una fedeltà eccezionale; e non era piccolo merito il potere assolversi da ogni peccato in proposito, da ogni desiderio inconfessabile, da ogni sotterfugio…. La fedeltà nasceva per la certezza che l’infedeltà è inutile in un amore libero; certezza non condivisa talvolta dalla donna, la quale aveva trovata utilissima l’infedeltà in tutti gli amori di questo mondo.
A me pareva dolce cosa esser fedele; dovere innegabile e nel medesimo tempo piacevole, appunto perchè non imposto da alcuno, e senza lode agli occhi della legge.
Ma da qualche ora un bisogno vivo, pressante, imperiosissimo di tradire anche la donna, m’aveva costretto a sconfessare le mie abitudini, così cavalleresche da un lato, così…. arabe dall’altro; ed ero venuto a prender posto nel Circolo summentovato, classificandomi fra i soci che si propongono di tradire ambedue i sessi.
La mia decisione era grave, perchè il tradimento aveva un nome; non già perchè mancavo a delle promesse, facevo sanguinare un’anima femminile, dovevo vivere d’una vita doppia e falsa; tutto questo è comune a qualunque tradimento, anche nell’amore libero…. Ma l’essere stato previsto il mio caso, l’essere stato battezzato con un nome da Codice penale, mi metteva un piccolo brivido di vergogna….
Avevo appoggiati i gomiti al davanzale della finestra e guardavo giù nel corso Venezia i non molti passanti, senza distinguerli; poi sembrandomi che ciò mi distraesse dalla solennità del momento, mi ritrassi, e rimasi bensì presso la finestra, ma in poltrona, collo sguardo al soffitto.
Raccoglievo ed elencavo gli eccellenti motivi pei quali dovevo tradire mia moglie.
Innanzi tutto, l’incompatibilità di carattere. (Come la legge aveva saputo prevedere e battezzare anche questo caso, con dei vocaboli un po’ barbari, ma chiarissimi!). Lidia non amava la letteratura; Lidia era mutabile così da passare in un solo mese dal desiderio di solitudine, ai divertimenti più chiassosi, e da questi ai piaceri frivoli dell’abbigliamento raffinato: non aveva alcuna idea della famiglia, e mentre in Isvizzera temevo arieggiasse alla buona massaia, in Italia s’occupava tanto della casa, da non saper nemmeno quale servo avessi io, dopo lo sfratto d’Andrea; non possedeva sentimenti precisi, e per lentissime gradazioni era arrivata a mostrarsi indifferente di dieci supposte mie amanti, quando in principio s’oscurava se soltanto io trovava bella, non una donna, ma una vestaglia femminile; non aveva il senso della maternità, anzi peccava del senso contrario, paventando un parto, per la sua bellezza, e per la sua tranquillità se i bambini fossero venuti a troncarle la libera disposizione della giornata; era imprudentissima, perchè ormai doveva aver compreso che Gian Luigi Sideri mi dava ombra, e tuttavia ella ogni sera lo invitava per la sera successiva, quand’avrebbe potuto invitare quell’ottimo Caccianimico, il quale non era men valente giuocatore del Sideri; era presuntuosa, della presunzione irritante, che sembra ascoltare e approvare i consigli, e poi agisce a modo proprio, con un’inesperienza sbalorditoia….
Avrei potuto accumulare altre schiaccianti accuse di questo genere, tutte classificabili sotto quel solo titolo legale; ma mi urgeva di togliermi agli argomenti oggettivi, per vagliare i soggettivi, meno giustificati, ma più tremendi, perchè Lidia non avrebbe mai potuto allontanarli, non supponendoli neppure.
Ella non supponeva ch’io era stanco di lei; aveva preso alloggio in casa mia, credendo che ciò solo bastasse a farmele considerar legato per l’esistenza intera. Non ragionava male in fondo, perchè nessuno s’era preso il disturbo di spiegarle i gravi ostacoli che una donna deve superare per impossessarsi dell’uomo, il quale, essendo suo per legge, è perciò appunto meno suo d’ogni altro, e più volonteroso di sottrarsi a un dominio spaventevole per forma e per durata.
Nessuno le aveva spiegato che marito e moglie si trovan sempre nelle condizioni di Maometto e della montagna: onde, ne vengono disastrosissime conseguenze, comechè ciascuno ami far da montagna che non si muove, e veder l’altro far da Maometto che la conquista.
Ero stanco di Lidia; se nessuno le aveva insegnate così belle cose, ella era abbastanza intelligente per averle comprese, quando invece Lidia pareva volersi rifare del servaggio non lungo di fanciulla, con un interminabile sultanato di donna. Cosicchè la sua freddezza complessa mi respingeva, e pur amando le sultane in genere, ero disposto a dei sacrifici per le sultane sole che avessero muscoli e nervi, sorrisi e parole…. Non riconoscevo in Lidia alcun diritto all’idolatria senza condizioni….
Un calcolo erroneo m’aveva consigliato ultimamente d’imporle quelle notti ch’ella rifiutava per capriccio; ed avevo così resa anche più problematica la pace del focolare. D’un tratto, Lidia s’era assunta la divisa dell’obbedienza, d’un’obbedienza curiosissima, fingendo d’ignorare i miei gusti, e sbizzarrendosi a invitar gente che non mi piaceva e a trascurarne altra che mi piaceva assai, come quel buon Caccianimico, il quale veniva sempre a visitarci, ma ci vedeva di rado a visitar la sua signora.
Da questo era conseguita la sensazione dell’estraneità di Lidia a tutto quanto mi concerneva. Ella non era la mia donna, o la mia amante, o mia moglie, o un essere caro ed intimo per le cui fibre passassero vibrazioni concordi ad ambedue; ella era una donna che andava e veniva per la casa, che mi dava del tu, che pranzava alla mia tavola, che mi permetteva di dormirle a fianco e che mi consegnava le note della sarta con una puntualità maravigliosa.
A costei io avrei dovuto serbarmi fedele tutta la vita? Oggi, domani, mi sarei imbattuto nella donna per la quale l’amore non era vuota parola, e il mio poteva essere anche una salvezza o un motivo di vivere…. Io avrei dovuto rinunciare alle sconfinate gioie d’un simile possesso, per che cosa? Per rappresentare nella commedia la maschera del marito fedele.
Calai un pugno sul bracciuolo della poltrona, e mi diedi a passeggiare infuriato.
Nel lungo ragionamento avevo omessa una cosa d’importanza non lieve: ero deciso a tradir Lidia; ma con chi? Senza dubbio, con una donna per la quale l’amore non era vuota parola…. E dove si sarebbe trovata questa donna?… Fra le mie conoscenze, non mi pareva; fra le mie conoscenze abbondavano le donne che non soltanto consideravan vuota parola l’amore, ma eran vuote di cervello esse medesime; tutte amiche di Lidia….

XVI.

Sull’uscio comparve donna Teresa, dicendo: – Allora, siamo d’accordo. Io vi aspetto laggiù, per la settimana ventura. Solo, badate nelle visite di congedo, di far ben capire che a Pallanza resterete poco tempo…. –
Le diedi uno sguardo, mentre parlava. Aveva un abito di seta scozzese, a grosse righe colorate, assolutamente ridicolo; e l’adipe senile, imprigionatovi dentro, protestava da ogni parte, mostrando mia suocera così attillata, angustiata e vistosa, da eccitar le beffe dei monelli.
– Va bene, mamma, – risposi con un saluto della mano.
Ella se ne andò. Anche costei aveva usurpati i titoli e i poteri; se non mi fosse venuta la mattana di sposar Lidia, donna Teresa m’avrebbe servito a maraviglia per esilararmi nei giorni di tedio. Io le doveva adesso il più illimitato rispetto, da che ella mi chiamava suo figlio, ed io chiamava lei mia madre, nei discorsi confidenziali…. Pensandovi, c’era da riderne o da piangerne senza posa….
Un ritratto incorniciato di nero, pendente a fianco del letto, attrasse i miei sguardi, per imperiosa antitesi…. Quella era la madre mia; quella ch’era morta, che mi aveva amato con l’anima tutta e per troppo brevi anni! Quale differenza fra la bruna testa aristocratica di lei, e il viso scialbo, dai lineamenti sdruccioli di donna Teresa!
Per un istinto puerile di rivolta, mi guardai bene d’annunciare una lunga assenza agli amici; nelle visite di quei giorni, ebbi a rilevare come anche Lidia non determinasse la durata della nostra vacanza. “- Partiamo per qualche tempo -” era la frase di prammatica, “- Facciamo compagnia alla mamma prima che si stabilisca al Cairo. -”
La nostra fama di coniugi esemplari durava tuttavia, a quanto potei capire; davanti a noi si parlava senza paura di felicità coniugale e si condannava con entusiasmo lo stato celibe; noi sorridevamo cortesemente, sovrani annoiati fino alla morte dalla marcia reale e rassegnati a sentirsela nelle orecchie in ogni occasione.
– Molto bene, – mi disse un giorno Ettore Caccianimico, – hai saputo resistere a tua suocera! –
(Per non sospendere le amichevoli consuetudini, egli anticipava le sue visite o veniva ad accompagnarci fuori, portando sempre a Lidia una bottoniera di fiori freschi, assai graditi dalla donna, che se li disponeva in modo ammirevole).
– Ne valeva la pena, – risposi. – Hai notizie di Laura?
– Nulla, dacchè tu l’hai trovata a passeggio con Giorgio. –
Questo mi rendeva inquieto. I piccoli viglietti quotidiani mi mancavano da qualche tempo, e la portinaia, interrogata, non aveva saputo dirmi se non che il dottore si vedeva più volte in un sol giorno, e che la cameriera era desolata per un aggravamento della sua signora. Non osavo scrivere, nè presentarmi in casa Uglio, ricordando come l’ultima volta appunto in cui c’eravamo incontrati, Giorgio avesse finto di non vedermi per sottrarsi all’obbligo del saluto.
Quand’ebbi campo d’appartarmi con Ettore Caccianimico, gli spiegai tutto questo, un po’ titubante.
– Infine, – gli dissi, – io mi sacrifico a passare un mese a Pallanza col solo scopo di…. per la sola idea di…. trovarvi Laura, di tenerle compagnia. Come tu dicevi benissimo, è ormai un’opera buona il non lasciarla sola, poveretta!… Ma non vorrei che il sacrificio fosse inutile e Laura rimanesse a Milano…. In tal caso, me ne andrei con Lidia per questo benedetto viaggio.
– Ah! – esclamò Ettore. – Sei matto? Laura verrà a Pallanza, non dubitare; question di giorni, ma verrà senza dubbio…. Vuoi che m’incarichi io di prender notizie? Non far complimenti, – aggiunse sorridendo, – tra noi è difficile stabilire dove finisca l’amico e dove cominci….
– Se tu volessi, – interruppi, – te ne sarei gratissimo…. Tu sai le mie intenzioni….
– Ma diavolo!… Non mi farei complice d’idee prave….
– Sei molto allegro. Hai commessa la cattiva azione di cui mi tenesti parola?
– Uh, che ragazzo! – fece il Caccianimico seccato. – Crede a tutto quanto mi scappa di bocca in un momento di malumore! –
L’indomani, il colloquio fu più breve, scambiandoci le frasi nell’intervallo in cui Lidia – che noi accompagnavamo alle solite visite, – si metteva il cappello avanti allo specchio.
– Ci sei stato?
– Laura verrà. È a letto per riposo ordinatole dai medici.
– L’hai vista?
– Ho parlato con Giorgio. A proposito: mi ha chiesto se c’era il pericolo d’incontrarti in campagna. È diventato geloso?
– Sciocchezze! – terminai io, alzando le spalle. – Ti ringrazio di cuore. –
Da quell’istante, respirai meglio. Laura sarebbe guarita, ritornandomi quell’amica intelligente dalla quale avrei potuto bere dolcezze rinnovate; e a convincermi dell’affezione rimastami in cuore per lei, sarebbe bastato l’estremo bisogno ch’io aveva, di parlarne con Ettore fino alla sazietà.
Lidia era l’aurora fredda; Laura con dieci anni più di Lidia, era il tramonto dorato d’un’esistenza ardentissima…. In una strana rievocazione, mi sentivo già Laura fra le braccia, assetata ella medesima di quell’amore non tutto esausto di cui ci sapevamo capaci; e la vedevo con certi abiti, con certi guanti, con un certo ombrellino conosciuto, che appoggiato alla sua spalla ci serviva per appartarci convenientemente dagli altri….
– Tu cominci a farmi dubitare delle tue caste intenzioni, – osservava Ettore, una volta ch’io lo tormentava perchè mi desse la certezza della guarigione di Laura.
– Ti pare?
– Sarebbe enorme, non dico, – mormorò Ettore; – ma ne ho viste di peggio. –
All’ultimo martedì di Lidia, in mezzo al chiacchierio di visitatori e alla sfilata di gente antipatica, mi trovavo isolato sotto un’impressione tale da richiamarmi dei sospetti, che nell’attesa d’un riavvicinamento a Laura, s’eran calmati d’assai. Lidia, soddisfatta delle molte attestazioni di simpatia avute in quei giorni, vibrava di gaiezza; pareva si fosse iniziato un periodo nuovo per la sua anima depressa, la quale riprendeva quell’atteggiamento d’ingenua bontà, d’infantile confidenza, ch’eran sì forti ausiliari della sua bellezza.
La sera prima, Gian Luigi aveva promesso di venire a Pallanza egli pure e di trattenervisi qualche tempo; l’aveva promesso a Lidia, perchè io m’era guardato d’interrogarlo sui suoi disegni…. Aveva detto che la campagna gli era necessaria (la sua tristezza inesplicabile aumentava), che si sentiva stanco, sfiduciato…; una variazione, insomma, al tema delle sentimentalità pericolose…. E congedandosi, s’era scusato di non poter venire a salutarci l’indomani, perchè occupatissimo.
Io dava a quelle occupazioni un senso tutto egoistico; Gian Luigi, innamorato di Lidia, riscaldato dalle sue lodi, ambizioso di soverchiarmi e di giungere alla donna per vie non comuni, – doveva lavorare, preparava qualche romanzo…. forse avrebbe avuta l’audacia di dedicarlo a Lidia, con le semplici iniziali trasparenti….
Lidia, la quale comprendeva questo, vibrava di gaiezza, quantunque Gian Luigi mancasse fra i pochi intimi; e perchè mancava, ella non era elegante come di solito….
– Sei nervoso, – mi disse Ettore Caccianimico, sorprendendomi in quelle meditazioni. – Fai gli onori di casa in modo pessimo. La tua signora deve lavorar per due. –
Io lo afferrai per un braccio e lo trascinai nel vano d’una finestra.
– Non ho nulla, – risposi; – tutto si riduce a una gran seccatura per queste convenzionalità stupide di visite e controvisite, come se partissimo pel Congo.
– Debbo dirti…. – mormorò Ettore. – Le notizie di Laura paiono men buone…. Domani subirà un’operazione….
– Domani! – esclamai ad alta voce. – Ma perchè non me l’hai detto prima? Avrei ritardata la partenza con un pretesto….
– L’ho saputo ora. E poi, non è cosa grave…. Queste donne si fanno operare coll’indifferenza colla quale noi faremmo una passeggiata….
– Mi sembri pazzo….
– Te lo assicuro. Del resto, anche partendo, avrò notizie. Giorgio ha promesso di telegrafare.
– E dici che non è cosa grave?
– Per, nulla. Tanto è vero, che qualche giorno dopo l’operazione, Laura sarà in villa a Pallanza. –
I timori d’una catastrofe s’erano addormentati nel mio animo, dietro le parole d’Ettore; ma all’annuncio presente, si risvegliavano e si drizzavano come una turba di spettri…. Solo il cinismo del Caccianimico poteva restare impassibile davanti alla tortura fisica che Laura doveva subir l’indomani, considerandola facilissima e naturalissima cosa. Io sentiva un orrore muto, un’apprensione terribile, che avrei sentito forse anche senza gli egoistici disegni d’amore, anche per Laura contemplata semplicemente come buona amica.
Una risata di Lidia mi trapassò in quel momento le orecchie quasi un fischio stridulo. V’era al suo fianco una signora, la quale faceva professione di spirito e di disinvoltura, dicendo molte sciocchezze con tono rapido e sciolto; Lidia pareva gustarle profondamente.
Per quali diversi oceani veleggiavano le nostre anime! Io non vedeva intorno a me persona più felice di Lidia; i suoi crucci erano piccole angustie appena, e già aveva trovato a chi confidarle…. Non v’era di comune fra noi che questo fatto: ella si riprometteva un lungo soggiorno di Gian Luigi in campagna; io in campagna temeva di non veder giungere Laura…. Perciò Lidia poteva ridere così gaiamente ed io era in diritto di fremere a quelle risa.
Non avevo notato che presso Lidia mancava un’amica; significantissima assenza della quale Ettore mi fece accorgere.
– Perchè non è venuta a salutarvi la signora Tintaro? – domandò.
– Credo, – mormorai sottovoce, – che non si vedrà più in casa nostra.
– Per ordine tuo?
– Anche, ma specialmente perchè Lidia non ama le intriganti e deve averglielo scritto. –
Ettore non chiese oltre; io pensai d’aver fatto male a confidarmi con lui; egli non aveva capito quanto m’urgesse di conoscere il vero stato di Laura, dalle mie confidenze ipocrite e timorose…. Avrei voluto pregarlo di non partire con noi, di trattenersi a Milano finchè ogni pericolo fosse svanito per Laura: dieci volte in quel giorno mi avvicinai ad Ettore per parlare, e dieci volte ebbi paura delle conseguenze. Dovevo necessariamente confessargli quel ch’io sentiva nell’animo, ed era così grave la confessione da farmi pentire d’aver già detto troppo. S’io non avessi avuti dei sospetti su Gian Luigi, avrei potuto confidarmi in lui, che pure si recava in casa Uglio; ma se la certezza della sua indifferenza per Laura toglieva l’odiosità di parlare d’una donna avuta in comune, – l’attitudine di Gian Luigi di fronte a Lidia, mi respingeva da ogni intimità che potesse giustificare o perdonare le intenzioni colpevoli dell’uomo.
Non furonvi se non gradazioni di pentimento nel mio animo, quel giorno; dal pentimento assoluto di non aver sùbito corrisposto a Laura, al pentimento meschino delle confidenze monche.
Per certo, Ettore non aveva nulla capito.
L’indomani egli arrivò alla stazione tranquillo, sorridente, colla sua signora; non aperse bocca su Laura; dovetti io, mentre eravamo in treno e Lidia cicalava con Clara, – dovetti io domandargli se nulla vi fosse di nuovo.
– Ma no, caro, – egli rispose a bassa voce. – L’operazione è alle due; ora è mezzogiorno.
– Potevi passar da casa e chiedere come si trovasse Laura.
– Col trambusto d’una partenza! – esclamò egli, alzando le spalle. – Ti ripeto che non c’è niente di grave.
– Ne sei sicuro come ne son sicuro io! – dissi bruscamente, nauseato da quell’indifferenza.
Il viaggio fu odioso. Delle campagne che il treno si lasciava ai fianchi, io percepiva coll’occhio quanto rimaneva incorniciato nel finestrino della carrozza; allontanare una tenda, o avanzare la testa, mi pareva fatica superiore al vantaggio di riveder paesi cogniti e alberi volgari…. Un mutismo feroce, s’era impadronito di me onninamente, fino a rendermi insensibile; e dopo due o tre interrogazioni cui avevo risposto a cenni del capo, Lidia, Clara ed Ettore s’accomodarono a chiacchierar tra di loro, lasciandomi in una vasta e indiana sonnolenza dello spirito.
A Laveno, il lago mi parve orrendo, quantunque soleggiato. Mentre io poneva piede sul battello, il corpo di Laura Uglio doveva essere già preda di ferri chirurgici; un viso bianco di dolore, un silenzio triste per la camera, una positura forzata, un odor d’acido fenico, e lunghe ore di spasimi quando il corpo, sottratto al ferro, ne risentisse tuttavia l’impressione fra le carni violate….
A Pallanza, compresi che Laura Uglio non mi avrebbe raggiunto mai. Perchè lo compresi? Lo compresi d’un tratto, per un risveglio d’idee coordinanti e concludenti, sprofondate nell’anima e ricomparse a galla con la viscida solennità di cadaveri.
I signori Folengo erano allo sbarco a incontrarci. Pietro m’accolse assai freddo, in merito di quel viaggio che mi ostinavo a non intraprendere se non quando mi fosse piaciuto. Osò anche farne accenno in casa, ma io volsi le spalle, salendo alle camere destinateci. Ero dominato dal violento impeto di togliermi a quei luoghi, dove le mie orecchie, avvezze al romore della città, soffrivano del grande silenzio bruto in cui la campagna era immersa.
Davanti al letto, nell’alcova che non aveva il mio specchio, il mio lavabo, le mie fiale, il mio bagno, mi sentii infantilmente perduto, solo e triste.
L’antipatia di quei particolari sarebbe stata così presto vinta, se Laura ci avesse raggiunti! Perchè io l’amava ora, senza il menomo dubbio. Non più il desiderio d’un’altra circolava nelle mie vene, ma il desiderio preciso ed esclusivo di Laura Uglio, il cui busto io voleva slacciar lentamente, con degli indugi, per baciarle la nuca e le spalle.
Fu come una scoperta, a un tratto. Sì, io era un bambino, smarrendomi così presto!… Se Laura non veniva a Pallanza, chi m’inchiodava là, chi m’impediva d’andare a Laura? Un pretesto era facile a trovarsi; poi non mi mancava il coraggio di partire anche senza pretesto.
La scoperta ingenua mi consolò tutto quel giorno, e il lavorìo d’adattamento al luogo e alla casa venne compiendosi così felicemente, ch’io non ebbi osservazioni a sollevare quando Lidia mi pregò di condurla dopo pranzo alla villa Caccianimico.
Nè la notte fu tormentosa d’insonnia; nè l’indomani il paesaggio sereno fu inquinato dalle mie impressioni soggettive. Mi staccai da Pallanza con una barca, mi recai a Suna, remando adagio, in braccio a sogni colpevoli d’un’infinita dolcezza, d’un carattere audacemente ribelle, quali io poteva fare soltanto se la colpa era incarnata da una donna come Laura Uglio….
Tornai per l’ora della colazione, ancora cullandomi nella lancia graziosamente battuta alla prora da un soffio d’aria benigno…. Laura Uglio mi amava, e a tutto il resto avrei pensato io….
Sul terrazzo della villa Folengo, Lidia mi aspettava.
– Hanno portato un telegramma per te, – ella mi annunciò dall’alto, quando fui presso la darsena.
Avvicinai la barca in modo che fra essa e il muro del terrazzo non vi fosse più spazio nè acqua.
– Gettamelo, – dissi ridendo. – Sei buona? –
Il foglietto giallo si librò un istante nell’aria, e mi cadde ai piedi con maravigliosa perspicacia. Lo aprii e lessi:
“- Laura morta ieri. Funerali domattina alle dieci. – Gian Luigi. -”
Ripresi i remi e internai la barca nella darsena assicurandola al suo anello, fra una gondola e una yole. Poscia salii in casa tranquillamente, insensibile.

XVII.

Fermata una carrozza da nolo, dissi al cocchiere:
– In via Alessandro Manzoni, al numero quattro, c’è un funerale. Va laggiù e tienti un po’ discosto dalla folla; poi, quando il corteo si muove mettiti alla coda e seguilo fino al cimitero. Hai capito? –
Il cocchiere affermò colla testa; io entrai nella carrozza, mi cacciai in un angolo, dopo avere abbassate le tendine, e mentre la vettura s’incamminava, chiusi gli occhi per non vedere la luce scialba.
Aveva piovuto violentemente quel mattino e il giorno era rimasto grigio, torpido, stendendo ovunque un’angoscia inesprimibile, una nausea d’azione. La città sonnacchiosa doveva pullular d’adulterî.
Appena fui accomodato sul sedile, una confusa ribellione mi penetrò nell’animo. Io non voleva andare laggiù; era inutile e straziante, superiore all’amara dolcezza di compiere un dovere. Tuttavia, quando il cavallo partì al trotto cadenzato, il dubbio scomparve e l’energia ebbe il sopravvento. Bisognava andare e soffrire fino all’ultimo; se l’anima esisteva, quell’anima aveva d’uopo di non sentirsi dimenticata per discendere serena nel sepolcro.
Intorno al feretro doveva esservi ben numeroso stuolo di gente; ma chi aveva palpitato con colei che oggi era morta? chi l’aveva conosciuta ed amata quanto ella desiderava?… Non sarebbero mancate le persone che vanno a un funerale per mostrarsi forti di conoscenze cospicue; un insieme obbrobrioso d’ipocrisie, un finto rimpiangere chi si è dilaniato fino a ieri, uno sfoggio imbecille di lusso e di fiori e di cavalli e di carrozze; e in mezzo, il povero e caro corpo, cogli occhi serrati per sempre, inchiodato in una bara, la quale doveva infracidir con lui….
Bisognava andare.
Da piazza del duomo a via Alessandro Manzoni, il tragitto non era lungo, e, dopo alcuni minuti di trotto, il cavallo da nolo rallentò (un carro attraversava la via), si fermò al luogo indicato.
Sùbito s’udì un brusìo di voci sommesse, che mi fece guardar vivamente dall’altro lato della strada, per un vetro non difeso dalle tendine, tra il sedile del cocchiere e lo sportello.
La scena era questa, semplice e spaventosa: davanti alla porta, un carro funebre, dai cavalli con gualdrappa e pennacchi neri sulla testa; un po’ indietro, sopra una carrozza a quattro posti, scoperta, infinite corone di fiori freschi, ricche di nastri e di dediche affettuose; poi tre vetture a due cavalli, nere, dalla sagoma antica e dal cocchiere in parrucca e in tricorno, quelle tetre vetture con le molle ondeggianti che tentennano quasi navi in burrasca; poi uno stuolo d’uomini e donne, ora in gruppo, che al momento opportuno si sarebbe allungato come un nastro umano; raccolti e silenziosi varî servi in livrea, portando i ceri; e distanziato da tutti un manipolo di beghine e di prefiche venute per accattar la candela; in ultimo, cinque o sei carrozze padronali e una dozzina da nolo….
Risultava da quell’insieme d’uomini e cose un’impressione profonda e tragica, che mi guidò istintivamente colle mani allo sportello, come per precipitarmi fuori; dovetti irrigidirmi contro il moto istintivo. I becchini eran comparsi, fra il silenzio fattosi d’improvviso. Sulle spalle avevano il feretro, col drappo funerario steso di già, ma raccolto ai lati fra le mani dei portatori. E passando sull’asse scorrevole del carro, il feretro diede un suono metallico e vibrante. L’asse rientrò; il feretro fu accomodato, il drappo steso totalmente. Alcuni servi porgevano le corone ai becchini: una fu messa alla testa, coi nastri lunghi che scendevano dietro; altre posate per tutta la lunghezza della cassa, altre all’intorno insieme a fiori sciolti; ma rimanendone pur sempre in quantità notevole, anche la vettura da nolo fu mandata alla coda per seguire il corteo. Quattro signore si collocarono ai fianchi, i preti si misero innanzi, i dolenti (le donne prima, gli uomini in séguito) si disposero in colonna e le carrozze presero il loro posto.
La coorte luttuosa si mosse lentamente.
Il cocchiere seguiva il funerale a giusta distanza perchè la mia carrozza non fosse notata.
Mi sembrava l’andatura del corteo, – eguale e tarda, – ancor troppo veloce…. Costoro non sapevano che ad ogni passo la tomba s’avvicinava? la tomba, la dissoluzione, l’eternità, vaste e spaventevoli cose per un fragile corpo! Di che stavan per essere preda, quella bocca, quegli occhi, quelle labbra che il male non aveva potuto se non render più delicate! Perchè non dare il cadavere al fuoco, perchè gettarlo nella fossa?
Vi fu un rallentare, poi una fermata. Il corteo era innanzi alla chiesa parata a drappo nero e oro, con un gran cartello che indicava un nome e due date. I dolenti entrarono; il feretro fu tolto dal carro e portato in chiesa.
Lunghissimo tempo durò la funzione sacra.
S’eran fatte le cose con lusso e i curiosi s’urtavano formando ala presso la porta; alcuni ridevano incoscienti, altri numeravan le carrozze; parecchi s’eran avvicinati alle corone, e s’arrischiavano a toccarne o a fiutarne i fiori. Questo mi diceva come insignificante fosse il cessar d’una vita, nell’insolenza d’altre vite più volgari. Avevo trasfusa l’anima nello sguardo, con una percezione lucida d’ogni fatto, la quale pareva giovasse a farmi soffrir di meno.
Fra i primi a uscir dalla chiesa, notai Gian Luigi Sideri, pallidissimo, coll’occhio smarrito e atono: sembrò cercare qualcuno in mezzo alla folla, si diresse verso le carrozze da nolo ad interrogare i cocchieri, e a pochi passi da me, tornò indietro, senza vedermi. Giorgio Uglio vestito a lutto, impassibile, badava a dare ordini e a sorvegliare che nulla fosse dimenticato di quanto prescriveva l’uso in tali circostanze. Angela Tintaro venne poi, maestosa e raccolta, nella sua andatura di matrona….. Quindi mio suocero, Pietro Folengo, partito la mattina da Pallanza qualche ora prima di me, – si pavoneggiava in una solennità retorica, nella quale il sentimento era muta parola, e aveva composto il viso a una maschera tradizionale…. Ettore Caccianimico, anche lui arrivato con Pietro, passava tra le due ali del pubblico sbirciandole con disdegno: era una delle poche figure maschili che svelassero qualche cosa di nobile e di severo… Confuse poi fra persone sconosciute, vidi la famiglia Cortalancia, – tre signorine in ordine di statura e d’età – colla madre enorme di corpulenza; e quella bruna signora, i cui occhi sembravan così teneri di passione da racchiudere un poema in uno sguardo; giovanotti eleganti, che avevano sperato di sedurmi Lidia in quindici giorni; parecchi ufficiali.
Allo scoprirsi dei curiosi, il feretro ricomparve. Mi sembrava stranamente lungo e sottile, un’orribile scatola adattata al corpo di Laura teso come una corda dall’ultima febbre…. Quale strana solennità doveva riflettere ora quel viso ch’io aveva baciato e sul quale tante espressioni di speranze e di spasimo eran venute succedendosi!
Le membra già guardate con desiderio, ricoperte di seta, profumate con sapiente civetteria, – dovevano incutere lo spaventoso rispetto del mistero cui erano in preda; s’io avessi potuto afferrar quelle braccia che m’avevano più volte ricinto il collo, le avrei sentite rigide come spranghe di ferro, gelate per l’inazione del sangue, preste a chiazzarsi di livide macchie, domani mutate in piaga orrenda, formicolante di vermi….
A tutto questo il mondo aveva dato il nome di riposo eterno….
Una scossa della carrozza troncò il filo dei pensieri e mi richiamò all’osservazione fredda.
Il corteo s’era formato di nuovo e riprendeva il passo lento, ormai senza speranza d’altri indugi prima della tomba.
Ricominciava a piovere; ma non ve n’era bisogno perchè il numero dei dolenti s’assottigliasse dopo la funzione religiosa; parecchi erano scomparsi, appunto quelli che l’indomani avrebbero detto di non aver potuto seguire oltre il funerale, perchè troppo, troppo era stato lo schianto!
Le tetre vetture a molle dalla sagoma antica ricoveravan diverse signore; una beghina, rimasta addietro, mi venne presso a recitare il de profundis, con sì terribile accento cavernoso da produrmi i brividi. Alzai la tendina a guardarla; era piccola e tutt’avvolta in uno scialle nero, dal quale spiccava netto un profilo arcigno e lurido insieme, con enorme naso, con labbra penzoloni, che sovrastavano il mento secco, breve, angoloso. Pareva fervorosissima; aveva spenta la candela per rivenderla a miglior prezzo.
La coorte lugubre s’era internata per vie che a stento riconoscevo: l’abitudine non mi aveva familiarizzato se non colle vie più ricche e più ilari, e ritrovandomi in quartieri operai, dove diversi erano il moto, il vociare, l’incrociarsi dei carri, subivo l’impressione d’una novità spiacevole.
M’accorsi che si accelerava il passo; la pioggia, minacciando di farsi larga, spingeva quell’accozzaglia di gente, la quale aveva furia di compiere il pio officio e sbarazzarsi del cadavere increscioso.
Laura avrebbe trovata la terra fradicia; i fiori deposti sulla tomba si sarebbero sfogliati innanzi tempo.
Allo sportello, d’un tratto, la beghina cessando il mormorio rauco, gettò un’occhiata innanzi per assicurarsi non la vedessero, e scomparve dentro una porticina, che menava alla sua soffitta; pratico espediente, quello di prendere alloggio sulla via del cimitero, per risparmiare la fatica del ritorno!
Si presentiva dovunque l’avvicinarsi di uno scroscio formidabile d’acqua; ad ogni poco un carro passava di corsa, romoroso e traballante; i cocchieri immobili sotto la pioggia masticavano bestemmie; e lentamente quell’aria pregna d’elettricità mi si comunicava, producendomi a un tempo una strana sfinitezza di tutto il corpo, e l’atonia del pensiero, nel quale s’ingrandiva la necessità assoluta di giungere.
Quanto m’era passato sotto gli occhi fino allora, non m’aveva data idea alcuna della morte, come se l’esteriorità di quella pompa, la lentezza di quell’andare, m’avessero diminuita, poi fugata interamente la sensibilità acuta di cui soffrivo sul primo istante.
La sensibilità rivenne con forza quando m’avvidi ch’eravamo fuori delle mura e i cavalli non battevano più il selciato ma il terriccio d’un viale. Guardai dallo sportello.
Il cimitero a marmi di colore alternato, coi pinnacoli, e la strana forma che pareva stender le braccia verso la città, – era di fronte a noi…. Sui lati del viale, dei mendichi cenciosi e storpi continuavano la cantilena delle prefiche; vidi in quell’istante Ettore Caccianimico fissarne uno curiosamente, da capo a piedi, e negare l’elemosina che quegli domandava.
La mia carrozza si fermò.
Il convoglio funebre entrava nel cimitero, piegava a destra, scompariva dietro i primi cipressi.
Allora provai tutta la sensazione smisurata dell’irreparabilità; non avevo sofferto abbastanza. Volevo vedere il feretro calare nella fossa urtando le pareti, e ascoltare il romor della terra che vi si gettava sopra, fino a eguagliare le altre tombe intorno, e la pioggia cadervi, penetrare sottilmente nelle zolle, anticipare la dissoluzione di Laura Uglio.
Spalancai lo sportello, entrai nel cimitero, quasi attirato da una gran vampa giallastra che bruciasse là dove il feretro era scomparso. L’orizzonte oltre le tombe e i cipressi, era stretto e livido.

XVIII.

E sull’orizzonte, delle piccole figure cupe spiccavano presso il carro funerario, spoglio ormai, e nudo come uno scheletro.
Ero per dirigermi laggiù a corsa, perchè una più lunga attesa avrebbe sfrenato un urlo dalla mia bocca serrata e contorta…. Un uomo, in abito nero, staccandosi dal gruppo di quelle piccole figure, mi tagliò la strada, mi afferrò per il braccio, dicendomi:
– Torna indietro! Sei smunto come un cencio lavato. Prima che ti vedano! –
Restai immobile a guardar Gian Luigi.
– Hai la carrozza fuori? – egli continuò. – Andiamo. –
Le parole fredde e ragionevoli mi produssero l’effetto del lampo a due passi da un precipizio. Obbedii mutamente, ricondussi Gian Luigi fino alla mia carrozza, nella quale entrai, mentre l’altro dava al cocchiere il proprio indirizzo. Lo scroscio d’acqua paventato si scatenò allora con terribile veemenza, e dopo l’acqua una gragnuola fitta, che danzava sinistramente sul coperchio della vettura, minacciando d’interrompere la nostra corsa. Gian Luigi aveva su di me in quella contingenza l’impero della calma sopra la passione disordinata.
Ci guardavamo in silenzio pallidi tutt’e due; io vergognoso d’essere stato sorpreso all’atto di commettere una follia da un uomo che non consideravo più come amico intimo.
– Sei arrivato stamane? – domandò Gian Luigi dopo un istante.
– Sì, – risposi.
– Non sapevi ch’era ammalata?
– Sì, – ripetei.
– Perchè sei partito?
– Dovevo…. Ha sofferto molto? –
Gian Luigi non rispose: guardò fuori, dove la gragnuola aveva spopolate le vie totalmente…. Mi pareva ch’egli assumesse un tono da giudice affatto insopportabile, considerandosi in diritto di non rispondere alle mie domande.
Arrivammo; pagai il cocchiere e seguii Gian Luigi.
Un servo in anticamera ci precedette verso la sala; ma il Sideri accennò la porta del suo studio, che il servo aperse e richiuse dietro di noi….
Strano gabinetto da lavoro, in cui la nota dominante era il bianco! Le decorazioni, la pendola di porcellana, alcune statue, il raso dei mobili, la scrivania, erano bianche, producendo un chiarore ampio e senza penombre…. Ne ricevetti un’impressione sgradevolissima, non volendo allora giustificar quella bizzarria col solito amore del nuovo che produceva tanti errori d’estetica in Gian Luigi.
Egli mi accennò una poltrona, e dopo avere spalancate le imposte socchiuse, mi si rivolse, dicendo:
– Io parto questa sera medesima. Andrò a Parigi e a Londra. Ti prego quindi di pazientare finchè abbia dati gli ordini necessari.
– È una risoluzione improvvisa? – domandai.
– Meditata. Ho bisogno di stordirmi per alcuni mesi e con quest’ultima catastrofe non potrei restare in Italia più oltre.
– Quale ultima catastrofe? –
Gian Luigi espresse collo sguardo tutta la dolorosa maraviglia di cui era capace.
– La morte di Laura, – pronunciò quindi.
Io m’alzai di scatto dalla poltrona e posi una mano sulla spalla di Gian Luigi.
– Ah dunque! – esclamai. – Perchè non ti sei confidato a me? –
Egli mi squadrò da capo a piedi, con espressione tra l’ironico e il disdegnoso.
– Ho l’occhio troppo esercitato per commettere simili errori, – disse. – Tu hai una stranissima opinione dei tuoi amici, dacchè non sei più libero, e a mio riguardo non ti sei contenuto come per l’addietro…. Tu…. hai dubitato di me, hai sospettato in me le intenzioni più assurde e più maligne, hai chiaramente dimostrato che vedevi in me un importuno….
– Se tu sapessi, – mormorai, lasciandomi ricadere nella poltrona, – se tu sapessi la tremenda condizione d’un marito! Sì, certo io ho dubitato di te, come di tutti…. Ma una tua confidenza poteva rischiararmi e togliermi i sospetti.
– Quando ho pensato di farlo, – rispose Gian Luigi, sedendosi presso la finestra, – non era più giusto…. L’amore, cominciato da uno scherzo, era diventato tragico, mi dava troppi dolori e troppe ansie per poterne discorrere come di un’avventura qualunque. Inoltre, io sapeva quel che tu andavi meditando….
– Cioè? – domandai con un presentimento.
– Potresti negarmi che tu hai ritardato un viaggio per la sola speranza di afferrar quest’anno l’occasione rifiutata l’anno scorso?… Devi ricordare che io mi congratulai un giorno per la tua improvvisa ricomparsa in casa Uglio; come seppi quello, seppi il resto: una passeggiata ai giardini, mezz’ora dopo che ne ritornavi; un incontro in un negozio; una sollecitudine morbosa e inconcepibile per la salute d’una persona alla quale avevi dimostrata un’antipatia quasi grottesca. Non era difficile tirar la deduzione da queste premesse; e la deduzione escludeva ogni confidenza. –
Chinai il capo sotto il peso di quella duplice rivelazione. Io m’era ingannato come marito e come amante! Come marito perchè avevo interpretate le tristezze di Gian Luigi, la sua ostinazione a non visitarci cogli altri – quali corollarî d’un disegno inconfessabile, quali astuzie per goder meglio dell’intimità di Lidia, laddove un’altra donna era la segreta causa di quella condotta. Come amante, perchè la mia vanità ridicola aveva dato alle parole e agli atti di quell’altra donna un significato pericoloso e lusinghiero, mentre essa mi considerava un buon amico e mi voleva tale in casa sua….
Sentii una triste vergogna per il lungo periodo di sospetti onde aveva offesi Gian Luigi e la povera Laura…. Mi levai e dissi stendendo la mano:
– Io ti chiedo perdono di tutto! –
Gian Luigi prese la mia mano e la strinse fortemente:
– No, – egli rispose, – non c’è bisogno di perdono. Ho ben compreso che tutto è sorto per un’allucinazione sciagurata. Credevi di non essere amato, come credevi d’amare chi non dovevi; ora colle mie spiegazioni sai a che devi tenerti….
– Io sono umiliato – dissi – del mio stesso pensiero. Tu parti con quest’ultima nota sgradevole del mio carattere e le scuse non basteranno a cancellarla. È deciso che tu parta?
– Stasera medesima, – fece Gian Luigi corrugando la fronte. Aggiunse sùbito, con uno schianto: – Non posso rimanere, capisci? Ho quel viso innanzi agli occhi dovunque, per la casa, per le vie, nei ritrovi; dovunque…. Ella ha sofferto come una martire, è stata capace d’eroismi…. –
S’interruppe, diede una scrollata di spalle, guardando fuori della finestra per impedirmi di scorgere il velo profondo di dolore che gli si era steso sul volto.
– Se tu rimanessi, – mormorai, – io non andrei oggi a Pallanza, e ti terrei compagnia per quanto valgo… –
Gian Luigi volse la testa con un movimento d’interesse.
– Perchè, – aggiunsi, – tu parti così solo, così agitato, che i luoghi nuovi o vecchi, qualunque siano, saranno incapaci a svagarti…. Potresti ritardare, poi venire con me a Pallanza, e di là, quando noi partissimo, intraprendere il viaggio insieme, senza meta…. Anche per il mondo: una specie di fuga come tu vuoi, sarebbe il tema di molte congetture assai dannose.
– Credi? – fece Gian Luigi, colpito dalle mie osservazioni.
– Non si tratta che di un ritardo, – incalzai.
– E tu rimarresti?
– Non ho che a spedire un telegramma.
– Accetto! – disse Gian Luigi semplicemente. – Ciò che mi atterrisce è la solitudine. –
Susseguì un breve silenzio; mi rimisi a sedere nella poltrona, osservando con rapidità come le cose fossero mutate in poche ore, maravigliando per la rassegnazione venuta nel mio animo a prendere il posto d’una momentanea follia.
– Io non vorrei, – soggiunse Gian Luigi, – che questa tua decisione fosse male interpretata.
– Da mia moglie?
– Innanzi tutto….
– Non importa! – mi sfuggì. – Posso scrivere e spiegarmi…. Lidia è fiduciosa. –
Dovetti fare uno sforzo per non dare alle parole un’intonazione sarcastica; inutile sforzo, quando Gian Luigi aveva intuite le modificazioni verificatesi in un anno.
Quella sera medesima, ritornando verso casa, io pensava d’essermi assunto un compito ben difficile nel voler sanare la piaga onde il cuore di Gian Luigi sanguinava. Egli s’era tosto richiuso in una diffidenza egoistica, forse giustificata dalla leggierezza della mia precedente condotta; nulla più accennava in lui l’amabile gentiluomo pronto al motteggio e all’ammirazione, all’entusiasmo e alla critica per quanto si vedeva intorno….
Era venuto a teatro, e alle prime battute dell’orchestra il suo volto aveva significata una così intensa sofferenza di ricordi ch’io gli aveva proposto d’andarcene sùbito; al Circolo, non aveva giuocato, limitandosi a sorbire una tazza di tè nero, la quale doveva procurargli una notte d’odiosa insonnia; era rincasato verso il tocco, mentre per abitudine, verso il tocco entrava al Circolo, ritornando dalle partite con Lidia; gravi sintomi d’assorbimento morale, contro cui non sarebbe valso alcun tentativo di reazione. Egli aveva in animo d’assaporare fino alla fine il cordoglio insuperabile per un passato perdutissimo, rifacendosi col pensiero chi sa quante volte all’ultimo periodo tragico onde il primo periodo ridente era stato concluso.
S’io avessi istituito un paragone fra quella specie di sofferenza e la mia, avrei trovato quanto la mia fosse più greve perchè più volgare. La morte di Laura era valsa a coprirmi di ridicolo, comechè io mi fossi martoriato, esaltato, disperato, credendo di perdere un’amante, laddove mi dovevo presto accorgere ch’io aveva perduta semplicemente una conoscenza piacevole; non solo, ma potevo (forzando con cinismo il passato vivo d’una donna morta), ricostruire quel tempo in cui tutti i desiderî e i sogni risvegliatimi da Laura, si sapevano intorno a me, eran comentati da lei nei convegni con Gian Luigi, ai quali si recava mezz’ora dopo avermi lasciato….
E forse, il danno s’estendeva oltre. Angela Tintaro, per esempio, con quell’arte pettegola di cui aveva date prove inconfutabili, conosceva certo l’amore di Gian Luigi; quale sarcastico sorriso dovevo io averle provocato lasciandomi sorprendere ai Giardini con Laura, nell’intermezzo fra l’uno e l’altro appuntamento del Sideri! Ma, onestamente, Angela Tintaro ne aveva approfittato per denunciarmi a Lidia e tentare un po’ di discordia, della quale Angela si prometteva di giovarsi.
Ancora: Ettore Caccianimico ignorava forse tutto questo?
La figura d’Ettore mi parve la più odiosa fra quante avevan rappresentata la triste farsa. Egli s’era divertito alle mie spalle, costringendomi a riveder Laura, tormentandomi prima coi dubbi sulla salute di lei e poscia con le assicurazioni arbitrarie ch’ella sarebbe guarita, mi avrebbe raggiunto in campagna, mi si sarebbe offerto il mezzo di riavvicinarla….
Perchè s’era permessa una simile condotta, Ettore Caccianimico?
Da ultimo io stava per soccombere al peso della fatalità. Avevo sperato d’essere un marito accorto ed ero semplicemente un marito, pescatore di granchî colossali…. No; sarebbe stato assurdo negarlo: Lidia aveva un confidente, il quale andava trasformandola, insegnandole come resistere alle avversità del matrimonio, coltivando in lei una nuova tendenza a mostrarsi fredda per il bene ed il male ch’io poteva causarle….
Stabilita questa verità, ero cascato nella prima trappola aperta sul mio passaggio. Il conte Gian Luigi Sideri era giovane, elegante, conosciuto, artista; e per ciò m’ero fermato a lui…. A un tratto, senza ch’io cercassi, la soluzione dell’enigma mi si presentava: sì, Gian Luigi aveva in cuore una donna, tradiva un amico, tesseva il suo quinto o sesto adulterio: ma con Laura Uglio, colla quale era stato in intimi rapporti anche prima, contemporaneamente a me!
In tal modo uno dei punti interrogativi onde mi vedevo circondato, trovava la sua risposta. E l’altro, restava imperscrutabile: con chi si confidava Lidia e di che si confidava?
Il telegramma spedito a Pallanza per avvertire ch’io rimaneva in città qualche giorno, provocò una lettera di Lidia, molto breve; una lettera la quale ostentava dignità, quasi non si volessero indagar le vere cause del mio indugio a Milano, che non doleva ad alcuno, apparentemente.
La freddezza informatrice di quelle poche righe, era puerile nel manto dell’orgoglio offeso. Lidia credeva senza dubbio ch’io avessi trovato al mio ritorno uno di quei simpatici ostacoli, i quali capitan così opportuni ai mariti nelle allegre commedie francesi: ella aveva del mondo l’esperienza acquisita in un gioviale repertorio da teatro, migliorata dai comenti peregrini di donna Teresa e dal catechismo ragnato di Pietro Folengo.
Il mattino dopo il funerale, nel cortile di casa Sideri, vidi una cavalla saura attaccata alla domatrice. Gian Luigi scendeva dallo scalone, abbottonandosi i guanti.
– Esci? – domandai.
– Venivo a prenderti, – egli rispose. – Andiamo a provare Steppa se non hai paura di romperti il collo! –
S’avvicinò alla cavalla, accarezzandola sulla fronte; poi salì nel veicolo, prese le redini dalle mani del servo, e quando mi fui accomodato al suo fianco, aizzò Steppa che s’incamminò con grande strepito di ferri sotto l’androne.
– Hai dormito? – domandai.
– Ho lavorato…. Perchè non lavori anche tu? È una consolazione.
– Bene, Severino Boezio! E di che cosa debbo io consolarmi?
– Di tutto….
– Allora, io ti domanderò se non ci fosse qualche lavoro di consolazione…. preventiva; qualche lavoro che ci consola prima di quanto non otterremo o non dovremmo ottenere….
– Se ci fosse, non sarei qui! – rispose Gian Luigi che aveva capito.
La prova del cavallo era un pretesto per uscir di casa. Steppa andava benissimo e percorse un lungo tratto fuor della città senza adombrarsi nè rallentare il suo trotto splendido…. Gian Luigi appariva meno cupo; incontrato un convoglio funebre che veniva verso la città, gli diede uno sguardo breve con un sussulto, e lo evitò rapidamente.
A colazione, dopo aver rimandata la domatrice per un servo, io mi lasciai trascinare dalla vicenda del discorso, a parlar di Laura; e con quel bisogno irrefrenabile ch’è proprio delle anime nervose e veementi, Gian Luigi si lasciò trascinare a confidenze.
Là io lo volevo appunto, a quelle confidenze delicate dalle quali non venivano a prender luce se non l’anima di Laura, i segreti angoli di quello spirito inquieto, avido, instabile, perchè aveva un determinato modo di capire il sentimento, a raggiungere il quale s’era ella macchiata d’errori, imperdonabili per il mondo.
Rappresentava Laura, a parer mio, un bell’esempio di monogamia forzata: dalla prima notte di matrimonio, ella aveva compresa la volgarità di Giorgio Uglio e non s’era creduta per un tale uomo di dover rinunciare a passioni fallaci ma affascinanti di pericolo e di cortesia…. Aveva ragionato come io ragionava da qualche tempo:
“Serbarmi fedele tutta la vita a un estraneo? Oggi, domani, m’imbatterò nell’uomo pel quale l’amore non è vuota parola e il mio può essere anche una salvezza o un motivo di vivere…. Io dovrò rinunciare alle sconfinate gioie d’un simile possesso, per che cosa? per rappresentar nella commedia la maschera della moglie fedele?”
L’utopia sembrava doversi effettuare. Gian Luigi Sideri, arrivato, dopo infinite delusioni, a Laura Uglio dolente di infinite delusioni, – era l’uomo pel quale molto ancora una donna avrebbe potuto contare. Le due stanchezze di vita, le due amare esperienze, s’erano attratte, sostenute, compenetrate in una passione estesa, cui tutte le forme dell’amore avevano concorso mirabilmente…. E (questo si doveva dire sottovoce, perchè il mondo argutissimo non si sbellicasse dalle risa), per Laura Uglio aveva lavorato Gian Luigi, scrivendo quel romanzo il quale, se non altro, attestava delle eccellenti intenzioni e un non volgare uso degli agi.
Poi a Saint-Moritz (dove il mondo argutissimo supponeva Laura in compagnia di parenti, ed io per crederlo avevo dovuto innamorarmi di Laura una seconda volta, cioè chiudere gli occhi alla luce), a Saint-Moritz s’era tessuto un idillio audace, quale lo potevan quei due, giuocatori all’amor libero con circospezione, ma senza ipocrisie, e parati a rispondere; là, un primo attacco del male onde Laura doveva morire, aveva sinistramente richiamati gli amanti alla realtà fredda e crudele. Il medico, supposto in Gian Luigi un parente di Laura, cioè un indifferente, s’era creduto in dovere di preavvisarlo che la donna non avrebbe resistito più d’un anno; e Laura, per caso, aveva ascoltata la sentenza; e fra quei due, un terzo personaggio era venuto a collocarsi, spaventosamente afrodisiaco: la morte.
Talchè quando io aveva rivista Laura a Pallanza, ella usciva da un idillio mutatosi in ridda fàllica, ella era già consapevole della sua sorte; l’espressione cinica, dura, spudorata, volubile, sorpresa su quel volto, originava da un disprezzo vasto d’ogni cosa, che non fosse il suo amore; un tal disprezzo d’ogni cosa, da permettere a Giorgio Uglio di credersi amato fedelmente, perchè Laura trovava inutile allontanarlo, non meno inutile che allontanare uno stupido cane il quale abbia un grottesco modo di mostrare la sua affezione.
Questa la confidenza generale di Gian Luigi, fattami in un’ora di rievocazione dolorosa, e non rammaricata nei giorni successivi; anzi, ampliata in modo ch’ebbi a provarne un involontario dispetto.
Attirato dall’argomento, il Sideri parlava con lucidità ed ordine; semplice dapprima; poi vario d’inflessioni, di parole, di pensieri; un narratore squisito, un artista di memorie ch’egli sgranava quasi in capitoli di romanzo…. Perchè il suo racconto aveva un concetto pieno di orgoglio: Gian Luigi contava nella vita di Laura come un salvatore: era giunto a tempo, aveva impedito alla donna di perdersi, aveva trasformata l’adultera in un’amante saggia e devota….
Questo concetto che in altra età mi avrebbe eccitate le risa più irreverenti, si comunicava al mio spirito; lo comprendevo e lo ammiravo, dimenticando con Gian Luigi che l’edificio di quell’amore aveva le basi false, comechè sorte a oltraggio delle consuetudini e della legge; infine, io considerava Laura una donna libera di sè, trascurando Giorgio Uglio suo marito, dal quale soltanto la redenzione sarebbe dovuta venire….
Ma mentre Gian Luigi parlava, per maligna stranezza io smarriva la visione di Laura, e un dispetto involontario a poco a poco mi offriva la visione di Lidia; pura ma fredda; onesta ma chiusa; intelligente ma repulsiva. Nulla avrebbe ella capito di tutto ciò che è passione; io aveva soffocati per lei i germi di tendenze artistiche, nelle quali avrei trovati saporitissimi orgogli, e lei non aveva saputo rendermi l’apostasia in altrettanto amore.
Gian Luigi ricordava con tenera commozione gli ultimi tempi di Laura.
L’elegantissima signora aveva un animo coraggioso fino allo stoicismo; sapendo che allorchè le forze le fossero mancate, non si sarebbe riavuta mai più, durava in una lotta spaventosa col male, ogni giorno lasciando il letto per una crispazione di volontà, facendosi abbigliare dalla cameriera, uscendo in carrozza, recandosi ai convegni di Gian Luigi nei quali ogni parvenza di piacere era scomparsa per dar posto alla matematica sicurezza della fine impendente.
Nuovo rimorso in me, che avevo creduto d’essere amato, d’essere desiderato da quella moribonda: e n’ero andato superbo come un collegiale a cui i primi sguardi femminili rimestano tutte le stupide cattiverie isteriche.
In breve, le confidenze di Gian Luigi mi divennero intollerabili.
Avrei volontieri apprese le doti di Laura: ma leggendole, non dalla bocca di uno che aveva baciata la sua bocca; non da una viva voce cui aveva risposta la voce della donna. Poi, rapidamente, io diventava debitore di Gian Luigi, perchè alla sua rinata intimità non potevo contraccambiare…. Narrargli i miei dubbî? Mostrargli di quali aspre delusioni il mio matrimonio fosse già macchiato?… Queste sciagure eran volgarissime, in fondo; anche un po’ ridicole, perchè me le ero addossate con una scelta inadatta….
E per levarmi d’impaccio, tentai una strada nuova. Diedi ai nostri discorsi un colore sarcastico: evitai le memorie e i fatti presenti, per raccontare vicende allegre di cui ero stato attore e spettatore: Gian Luigi capì ed accettò l’invito, e cinque giorni dopo la morte di Laura Uglio, alla nostra tavola sfilavan nomi di donne allegre, episodî amorosi d’una leggierezza aereostatica…. Il Sideri per l’occasione ricorreva alla lingua francese, narrando con una malignità semplice e bonaria, la quale valeva meglio d’ogni reticenza….
Il dolore in lui rimaneva, ma senza forma esterna.
Un mattino ch’io m’era recato a casa sua, il servo mi disse che il signor conte era uscito. Lo aspettai: arrivò all’ora della colazione.
– Perdona, – mi disse. – Sono stato al cimitero…. Se tu vedessi…. non più un fiore, nulla! –
Ma il buon umore tornò presto: l’indomani. Dovevamo pranzare al caffè ed io v’era giunto, rileggendo per la quarta volta una nuova lettera di Lidia. Stranissima lettera, considerando lo stato d’animo in cui ci trovavamo: ad ogni riga, una espressione affettuosa, un roseo pensiero, un desiderio di rivedermi, una cura della mia salute, e baci nel commiato…. Io non riusciva a stupirmene abbastanza….
Gian Luigi, che mi vedeva allegro, cominciò co’ suoi aneddoti e con allusioni…. Raccontava di un certo amore tessuto parecchi anni prima, in campagna, colla giovane moglie d’un senatore.
– Non ho mai incontrata una donna più interessante, – diceva. – Era la vittima d’un enorme bisogno di mentire; mentiva con tutti, e quindi si contraddiceva ad ogni piè sospinto…. Ella non scriveva a suo marito se io non le era al fianco e non la baciavo sui capelli…. Un giorno che per lei avevo scoperto un bacio nuovo, dietro la nuca, ella scrisse al senatore la sua migliore lettera; una lettera affettuosa, desiderosa, graziosa, eccitante…. E il buon uomo non appena mi rivide, mi costrinse a leggere quella lettera, ch’egli considerava il capolavoro dell’affetto coniugale, ed io sapeva invece il capolavoro di tutt’altro…. –
Gian Luigi scoppiò a ridere pel ricordo curioso.
Io mi morsi le labbra.
– T’avverto, – dissi qualche tempo dopo, – che domani vado a Pallanza.
– Di già? – fece il Sideri malcontento. – Ti ha scritto la tua signora?
– Mia moglie non mi scrive mai! – risposi.

XIX.

Dannato viaggio!
Io credo di non aver più sentite le distanze colla nervosa acutezza d’allora. Movimenti di passeggeri e di treni; chiacchiere di viaggiatori; paesaggi; fermate e ripartenze lente come agonie; mormorio d’acque intorno al battello; giuoco di colori naturali sullo specchio del lago, nel profilo dei monti; giuoco di colori artificiali nel volto e nelle vesti delle signore che mi stavano intorno; tutto aveva posto e si collocava nebulosamente nel mio cervello accanto a un pensiero unico e sanguinoso: Lidia mentiva nella sua lettera.
Arrivai inatteso, verso mezzogiorno. Allo sbarco, un gruppo variopinto d’uomini e signore osservava la solita manovra dell’approdo; io, confuso tra la folla sopra-coperta, distinsi immediatamente nel gruppo Lidia al fianco d’Ettore Caccianimico; ella guardò i passeggeri, non mi vide, si volse a pronunciar qualche parola con Ettore.
Il ponte fu gettato, vi passai, e arrivai innanzi a Lidia e ad Ettore quasi di sorpresa.
– Tornato! – esclamò la donna, stendendomi la mano. – Perchè non ci hai scritto?
– Non sapevo, – mormorai, con uno sguardo sintetico a Lidia.
Come s’era vestita stranamente! Aveva un abito chiarissimo e senza linee precise, secondo il gusto dominante; ma una fascia alta color viola cupo le serrava il busto, ricadendo sul fianco sinistro a ravvivar la tinta pallida dell’abito. Il cappello grande, col pizzo tutt’intorno, lasciando scorgere ben poco del suo viso delicato, dava alla carnagione in compenso un tono d’ombra soavissimo. Lidia non aveva guanti nè gioielli; portava le scarpette di panno bianco.
Mi posi al suo fianco, incamminandoci, mentre Ettore le si metteva all’altro lato.
– Il conte Sideri sta meglio? – domandò Ettore.
– Mi pare, – dissi. – In ogni modo, non potevo più resistere alla temperatura della città.
– Non fai conto di ripartire, speriamo? – osservò Lidia con sollecitudine.
– No, no, – risposi. – Aspetto anzi Gian Luigi, che ha promesso di raggiungerci. –
Lidia salutò in quell’istante due signore affacciate al balcone d’una villa.
– Sono conoscenze nuove, – mi spiegò poscia. – Ho fatte molte amicizie in questi giorni e non trovo tempo a restituir le visite. La povera mamma è disperata, perchè quando non ho l’umore per le chiacchiere, incarico lei di sostituirmi. Oggi, per esempio, l’ho mandata in montagna col papà a una gita che mi spiaceva: torneranno per l’ora del pranzo. –
Appena fui nella mia camera, rilevai una novità. Dall’uscio comunicante aperto, la camera di Lidia presentava un tale aspetto, di disordine che non v’era d’uopo di soverchia intelligenza per capire come la donna non l’abitasse più: vi mancavano i suoi oggetti d’abbigliamento e il misterioso profumo ond’ella nobilitava i luoghi che l’accoglievano.
Lidia mi raggiunse quasi sùbito e leggendo sul mio volto un’interrogazione, disse:
– Non te ne ho avvertito nella lettera per dimenticanza: ho mutato camera: sto al primo piano, presso la mamma. Fu un’idea mia, credendo ti saresti trattenuto molto in città….
– Un’idea stranissima, – risposi.
– Ma no: questa camera non si prestava a un arredo un po’ elegante, mentre l’altra è diventata così simpatica. Stasera tornerò qua sopra: tu lo permetti, non è vero? –
Gli occhi di Lidia brillarono: ella stava non seduta, ma appoggiata al letto, colle gambe stese, il busto ritto, la testa in avanti verso di me. Io l’avvicinai sorridendo.
– Te ne avrei pregato, – risposi. E aggiunsi in tono ilare: – Dunque, grandi mutamenti su tutta la linea? Gite, conoscenze, feste, visite?…
– Ti dispiace? – domandò Lidia premurosa.
– Per nulla. Ciò vuol dire che la tua salute è buona.
– Discreta, sì. E poi c’è un’altra novità…. –
Io sussultai, preparandomi a una tenera notizia; le mie braccia istintivamente si stesero verso la donna….
– Una novità, – ripetè questa. – Studio l’inglese. –
Lasciai cadere le braccia, ritornando allo specchio innanzi al quale mi ravviavo la barba.
– Ah, è qui tutto? – dissi. – E con chi?
– Col Caccianimico.
– Da quando?
– Oh dalla tua partenza: cinque o sei giorni soli.
– Meglio così; perchè queste lezioni mi dispiacciono. –
Lidia crollò le spalle, abbandonando la sua positura incomoda e venendomi al fianco.
– Per qual motivo? – chiese ella.
– Ettore non avrà più tempo, adesso.
– Se non fa nulla tutto il giorno!
– Appunto. È una crudeltà distoglierlo da simili occupazioni per delle sciocchezze. –
Lidia ebbe un moto di stizza, dicendo nell’allontanarsi:
– Come si può fare? Io non oserei ripetere al Caccianimico il tuo ordine.
– Va bene, – risposi. – Lo dirò ad Ettore. Sei contenta? –
La donna mi guardò e comprese essere vana l’insistenza.
– Dovresti accompagnarmi giù, – pregò calma e affettuosa.
Giù, ella aperse la porta del suo piccolo appartamento e mi vi precedette.
Le camere eran due. La prima, un salottino fatto per l’intimità: a sinistra il divano a due posti, con innanzi la tavola carica di gingilli, e sull’impiantito di legno un tappeto alto e silenzioso: la parete di fronte era occupata dal caminetto chiuso, e la parete principale s’apriva a due grandi finestre, che davan su quel terrazzo dal quale Lidia m’aveva gettato il fatale telegramma; tra l’una e l’altra finestra, uno scaffaletto ove i ninnoli stavan presso numerose fotografie. Ma ciò che al luogo prestava un caro significato di raccoglimento, era un gran vano che doveva essere stato un’alcova, presso l’entrata. La tappezzeria vi era più scura: una piccola tavola col servizio da tè e due piccole poltrone formavano tutto l’arredo: ma vi eran diversi quadri alle pareti, e in un angolo, sopra una specie di sgabello, una pila di libri francesi, di novissima pubblicazione.
– Qui prendiamo il tè, – disse Lidia, accennando.
Io guardai un’altra volta le due poltrone, e seguii la donna nella seconda camera.
Non vi rilevai nulla di speciale: era la sua camera da letto, solita in villa: il letto bianco dalla coperta a ricami rossi, il tavolino d’abbigliamento colla superficie in cristallo e un grande specchio ovale trattenuto al disopra da un grifo d’oro; l’armadio, qualche mobile per sopportare altri gingilli…. Fra i gingilli, un libro, una grammatica inglese, e nella grammatica una lettera del Caccianimico, aperta.
– E qui dormo! – fece Lidia. – Era necessario questo cambiamento, finchè tu non v’eri. Quell’uscio mette nella camera della mamma; così ci teniam compagnia, la notte. Sai che ho paura dei temporali! –
Nella grammatica inglese una lettera del Caccianimico, aperta; aperta, quindi leggibile a tutti: eppure, avrei pagato non so che per leggerla io pure; se l’avessi fatto sùbito, come per distrazione, la cosa sarebbe venuta naturalissima; ora, bisognava darle un significato dal quale rifuggivo.
– E adesso, – mormorò Lidia venendomi incontro, – vorresti lasciarmi sola? Debbo mutar d’abito per il pranzo. –
Voce nuova: gentilezze nuove; peggio ancora: le braccia di Lidia mi ricinsero il collo, e le sue labbra s’unirono spontaneamente alle mie…. Ebbi come un lampo innanzi agli occhi, un sussulto di felicità mi chiamò vivamente il sangue al cuore…. Se quelle moine fossero state sincere! S’ella avesse saputo trasformarsi d’un tratto e trasformare anche me, perduto già in altri desideri, perchè ella era perennemente eguale!
– Che sapor di rosa il tuo bacio! – dissi. – Poi mi morsi le labbra, poichè questa era una frase della morta Laura. – Ti aspetto in giardino, – aggiunsi, uscendo.
Invece, quando fui in giardino, un istinto più forte mi trasse a passarne il cancello e ad avviarmi sulla strada per Intra. V’era dovunque un delizioso profumo d’olea fragrans; i muri di cinta ai lati, coprivan già d’ombra benigna la strada, così dilettevole e propizia alle meditazioni, ch’io mi trovai ad Intra quasi senz’avvedermene.
Analizzavo il bacio di Lidia; s’ella non mi fosse stata cognita, l’impressione deliziosa prodottami da quell’abbraccio improvviso, avrebbe avuta una giustificazione; ma perchè io conosceva Lidia di fronte alle forme dell’amore, l’impressione era puerile, non potendo attribuire lo slancio affettuoso della donna a un desiderio di darsi, forse l’unico desiderio, forse l’unica forma amorosa per rallentare se non distruggere il processo de’ miei sospetti e le dissonanze d’indole che ci torturavano…. Quel bacio era stata una spensieratezza o una malignità, ed io n’era rimasto vittima come a diciott’anni.
Avrei dovuto attendermi ben altro, ben più ammalianti seduzioni da una donna che stava per tradirmi: (ormai avevo classificata Lidia così, mettendola al mio fianco in quel Circolo sul quale avevo fatte profonde meditazioni, giorni addietro). Bene ammalianti seduzioni doveva ella sfoderar come artigli, per ingannarmi e chiudermi gli occhi, perchè noi ci eravamo amati troppo in fretta e le seduzioni naturali eran già esauste!
Bisognava stringerla in un cerchio di ferro, spiarla attentamente, interpretarne i pensieri, accumulare delle prove, dimostrarle come tutto io sapessi comprendere.
Una barca approdò alla riva, mentre formulavo quel chiaro indirizzo di condotta…. Allungai un po’ la testa dalla soglia del caffè ove m’ero seduto, e vidi Ettore balzare agilmente sul greto, salir la piccola ascesa fino all’altezza della strada, e dirigersi alla mia volta.
Egli sedette al mio tavolino esprimendo il piacere d’avermi incontrato. Io lo guardava con intensità: era costui che insegnava l’inglese a Lidia e le scriveva; era costui che nella caverna de’ miei sospetti veniva a prendere il posto di Gian Luigi Sideri; dovevo badare stavolta a non ingannarmi, a dedurre con facilità, cernendo i fatti significanti da quelli comuni ai quali il mio amore prestava un significato fittizio.
– Spiegami, – egli disse ridendo, – il mistero della tua scomparsa. Ai funerali non ti ho visto: quando hai telegrafato, credevo in qualche intrigo; poi, quando sei ritornato, non ho saputo più che dire.
– Naturalmente, – risposi. – Tu sei avvezzo a interpretare con malignità ogni cosa, ed è questo il metodo più sicuro per non capire le azioni semplici. Ho trovato a Milano il conte Sideri molto indisposto, e mi son trattenuto qualche tempo.
– Malignità, – fece Ettore, alzando le spalle. – Non fui più maligno degli altri; perchè ti debbo avvertire che le tue stranezze fecero una cattiva impressione qui.
– A chi?
– Ai tuoi suoceri, per esempio. È sopravvenuto un fatto gravissimo, nella tua assenza. Si è parlato molto della defunta, e siccome se ne parlava fra gentildonne, s’è sgranato un rosario diabolico di cattiverie: la si è accusata d’inganni, di vita libera, di galanterie che passavano il segno, di sregolatezze mostruose; tutto ciò perchè qualcuno voleva compiangerne la fine.
– Si è osato questo? – esclamai.
– Non solo, – continuò Ettore freddamente. – Ma alla conversazione assistevano i tuoi suoceri, i quali hanno strepitato per dieci, alla rivelazione. L’idea che simile donna avesse l’adito in casa loro e la loro confidenza, li ha fatti arrossire fino alla radice dei capelli; Pietro Folengo era già stato al funerale, e se n’è pentito amaramente; donna Teresa aveva già sparsa qualche lagrima, e l’ha ricomprata accusando la morta della più odiosa ipocrisia. Ti dico, un pandemonio.
– E…. mia moglie? – chiesi titubando.
– Questo verrà dopo, – continuò Ettore, il quale sembrava voler procedere col massimo ordine. – L’irritazione dei signori Folengo si rovesciò sulla sua testa, perchè supponevano che tu fossi a ragguaglio della vita intima della morta, e n’eran confermati dalla freddezza fra te e Giorgio Uglio…. Qualcuno, a Milano, s’incaricò di soffiar nell’orecchio del signor Pietro non so quali storie: un passato legame tuo colla povera defunta, un riavvicinamento pericoloso in questi ultimi tempi.
– Angela Tintaro, senza dubbio! – osservai.
– Non so; ma è certo che, più o meno chiaramente, i signori Folengo ti fanno l’accusa di non aver loro aperti gli occhi e d’aver permesso che la donna così colpevole passasse la soglia della casa ov’era la tua fidanzata e se ne facesse un’amica. Non tengono conto dell’ostracismo a cui la condannasti più tardi e non capiscono come tu abbia potuto sopportare ch’ella continuasse nella loro intimità, quando tu non la volevi in casa tua….
– Queste osservazioni sono state fatte alla tua presenza?
– No, pur troppo, – sospirò Ettore. – Io non le avrei sofferte…. Le seppi per caso….
– E mia moglie?
– La tua signora ti ha difeso strenuamente; si è proclamata sicurissima della tua buona fede, ed ha osato tentare una discolpa della morta…. –
Ettore s’arrestò per guardare l’orologio.
– Sono le cinque, – disse. – Vuoi che ritorniamo?
Ritornammo lentamente, dandoci il braccio.
– Sicchè, – ripresi, – Lidia non ha creduto nulla di queste calunnie?
– Lo puoi capire dall’accoglienza d’oggi; mi è parsa felicissima di rivederti.
– Sì, felicissima, – ripetei a malincuore, pensando al trasloco della sua camera da letto. – E durante la mia assenza?…
– Io le ho tenuto compagnia quanto potevo, e non le ho mai sentito elevare un dubbio sulla verità delle tue parole…. Anzi, per distrarla, avevo cominciato a darle qualche lezione d’inglese, la lingua elegante ch’ella desiderava conoscere….
– Me lo disse, infatti….
– Ma l’allieva e il maestro ne son già ristucchi, – seguitò Ettore, ridendo. – Ci fermeremo così all’I am, thou art…. –
O costui era l’ottimo fra gli amici, o il peggiore degli ipocriti; nell’un caso e nell’altro, un uomo avveduto per annunciarmi con tanta semplicità quanto io voleva chiedergli…. Quelle lezioni d’inglese mi sembravano sospette ed eran tali, in ogni modo, da eccitare i comenti maligni degli estranei; Ettore l’aveva capito meglio di Lidia, evitandomi così il rincrescimento di parlarne ancora.
Sulla soglia della villa, gli strinsi la mano freddamente, angustiato da quel dilemma fra l’amico e l’ipocrita che mi ripromettevo di snodare al più presto.
Si pranzava in giardino, plebeamente, sotto un chiosco di verzura più inestetico di quanti avevo visti nelle osterie del sobborgo. Attorno alla tavola, scintillante d’argenteria e di stoviglie, eran già seduti i signori Folengo e Lidia.
– Ben tornato! – esclamò Pietro, alzandosi a stringermi la mano.
Io lo baciai sulle guance e ripetei la sacra cerimonia con donna Teresa. Quest’abitudine rivestiva un carattere orientale a cui i miei suoceri annettevano grande importanza. Quindi baciai sulla fronte Lidia, piena di sorrisi e di gioielli.
Dopo le parole d’Ettore, ero come un segugio in attesa. Presentivo una battaglia impossibile ad evitarsi, e m’irritavo che i signori Folengo non ripetessero a me le opinioni espresse all’indirizzo della defunta, la cui memoria avrei difesa con accanimento. Lidia taceva, passandomi il vino, la saliera, quanto chiedevo, con movenze amichevoli: poi si parlò della gita a cui avevan preso parte i miei suoceri, e gli episodî minuti, esagerati, piovvero in larga copia.
– La miglior camminatrice è la signora Giustiniani, – diceva donna Teresa. – Ella ha percorsa tutta la strada a piedi e non ha mai domandato di riposarsi.
– Parte domani, non è vero? – domandò Lidia.
– Va a Milano perchè suo marito ve la richiama.
– Questa signora, – mi spiegò Lidia chinandosi alcun poco verso di me, – è una simpatica giovane che ha il marito infermo. E hai notata, mamma, una stranezza? –
Donna Teresa affermò col capo.
– Non avevo ragione io? – continuò Lidia. – Proprio, una rassomiglianza non comune.
– Con chi? – domandai.
– Bisognerà pensare a far rimettere in ordine la camera che Lidia occupava prima, – disse Pietro a donna Teresa.
– Ci ho già pensato io, – mormorò Lidia, arrossendo brevemente.
E distratto da quel rossore, non insistetti a chieder con chi avesse una strana rassomiglianza la signora Giustiniani.
Si sorbì il caffè sulla terrazza; poi ciascuno prese posto in qualche angolo, nell’attesa del tramonto ampio e sanguigno. I signori Folengo in preda a un’inesauribile degustazione dell’intimità coniugale, s’appartarono, volgendoci le spalle e chiacchierando sottovoce; Lidia ed io rimanemmo lungamente appoggiati al davanzale: soffiava una fresca brezza, e lontana si stendeva una nebbia azzurrognola, entro cui le ville e i monti parevano spostati innanzi, isolati sull’acqua, come avviene dei corpi chiusi fra lucidissime pareti di ghiaccio.
La campagna giovava a Lidia, che in pochi giorni aveva presa una tinta bruna, assai piacevole; e le nuoceva nel medesimo tempo, comechè dovesse aiutare quella tendenza alla pinguedine, di cui io m’era avveduto e s’era avveduta anche la donna, ora angustiata dalla scoperta e impensierita….
Verso le otto, ci recammo alla villa Caccianimico, ove tutte le sere si radunavano gli amici.
Una bell’accolta di provinciali, in quel salotto, curiosamente impacciati di sedersi in un divano a molle e di prendere il tè col latte: per giudicarli, bastava un’occhiata ai colori onde le signore si pavoneggiavan nelle vesti, e alle cravatte degli uomini.
– Se queste son le tue nuove conoscenze, mi congratulo della scelta, – dissi a Lidia sottovoce.
Lidia crollò il capo, prendendo familiarmente da un vaso della caminiera una mano di garofani, che in un batter d’occhio s’appuntò sul davanti del corpetto.
– Sono miei? – chiese a Ettore.
– Sì signora, – fece questi, occupato a spinger nel mezzo il tavolino da giuoco. – Mi ha tolto il piacere di offrirglieli…. –
La frase mi sembrò audace; gettai un’occhiata rapida intorno per vedere se fosse stata notata; ma tutti chiacchieravano gaiamente, ed ebbi l’intuizione che se fossi rimasto più a lungo a sorvegliar l’écarté di Lidia, avrei finito per esser notato io, peggio di qualunque frase.
Dall’angolo ove m’ero posto, confrontai il giuoco d’Ettore col giuoco di Gian Luigi e vi trovai spaventose differenze.
Non teneva la testa curva sulle carte, Ettore; non era triste nè pallido; i suoi occhi guardavan Lidia prima d’ogni altra cosa, poi venivano a cercar prudentemente i miei, e credendoli distratti o divertiti, ritornavano a Lidia.
Non avrei voluto che fosse: ma mi sembrava l’écarté potesse magnificamente sostituire qualunque lezione di qualunque lingua….

XX.

Un servo entrò, portando le lampade accese e collocandone una sul caminetto, l’altra sulla tavola. Quasi immediatamente dietro lui, giunsero Pietro e donna Teresa; poi Lidia, vestita a nero; tutt’e tre ostentarono di non guardarmi. I miei suoceri sedettero sul divano: Lidia in una poltrona di fronte a loro. Io, all’uscir del servo, chiusi le porte, assicurandomi prima che nessun romore indicasse la presenza d’altri domestici; le porte si chiusero in silenzio, e ritornai verso le persone sedute e taciturne.
Pietro ebbe un lieve colpo di tosse nervosa.
Il processo cominciava.
Rimasto in piedi, appoggiato alla finestra prospiciente la terrazza, mi rivolsi a Lidia, dicendo con calma:
– Vi prego; se volete parlar voi per la prima….
– Sì, – rispose Lidia, – parlerò io. – S’accomodò meglio nella poltrona, guardando in faccia i suoi parenti.
– Il signore, – mi accennò col dito, – si è permessa una condotta che mi ha obbligata a chiamarvi qui e a chiedervi consiglio. La mia deliberazione è già presa e la vostra spero non sarà differente. Era da molto ch’io aveva notato in Sergio un contegno insolito, ma non ne ho avuta la spiegazione che ieri solo. Il signore mi sospetta e mi accusa d’adulterio! –
Pietro, a cui Lidia si rivolgeva in modo speciale, sussultò visibilmente; donna Teresa si drizzò in piedi.
Ma Lidia con un cenno della mano li tranquillò, continuando in pari tempo:
– Sergio è venuto nella certezza della mia colpa in séguito a un fatto molto semplice: io ho ricevuta ieri una lettera, della quale non ho creduto di riferire il senso, perchè non potevo supporre vi si annettesse un significato così grave e insultante…. Sergio ha spiato però dove io posassi il foglio, e durante la notte ha aperto il cassettone, ne ha levata la chiave dello scrigno, ha aperto lo scrigno, e s’è impadronito della lettera…. Io era coricata e dormivo: egli è venuto a svegliarmi, chiedendomi conto di quelle poche righe, e siccome io, offesa dalla domanda, mi son rifiutata di dargli spiegazioni, il signore mi ha minacciata d’uno scandalo, di non so quale scandalo…. Peggio ancora, continuando io a rimanere muta, Sergio mi ha preso pel braccio e me l’ha stretto in modo che…. ecco, ne porto i segni.
Così dicendo, con rapida mossa, Lidia rimboccò la manica destra della vestaglia e offerse allo sguardo dei signori Folengo due chiazze livide intorno al polso…. Quantunque l’argomento mi sembrasse una parodia di quel d’Iperide per Frine, m’avvicinai io pure, e fremetti alla vista; certo, io non credeva averle fatto un tal male, io non credeva rimanessero sulle carni fragili della donna le tracce della mia violenza….
– È semplicemente una vigliaccheria! – proruppe il signor Folengo, guardando il braccio di Lidia con attenzione.
– Povera bambina! – esclamò donna Teresa.
Io tornai al mio posto, riprendendovi l’indifferente immobilità.
– I fatti che giustificarono l’oltraggiosa supposizione del signor Sergio, – riprese Lidia, mentre riabbassava la manica, – sono ridicoli…. Sergio m’accusa d’aver ricevuta la persona creduta mia complice, in ogni giorno della settimana, contrariamente alle abitudini: di non aver rifiutati i fiori che quella persona mi portava fedelmente, e l’altra sera, perchè avevo preso dei garofani e li avevo appuntati al corpetto, il signor Sergio mi rimproverò in modo assurdo…. Se volete anche il nome di quella persona, io ve la dirò, e ne rimarrete sorpresi: Ettore Caccianimico!
– Il signor Caccianimico! – ripetè Pietro. – Un uomo della mia età!
– Bisogna essere ben corrotti per arrivare a simili supposizioni! – osservò donna Teresa, guardandomi accigliata.
Io restai muto e immobile.
– Vi domando, – fece Lidia, – se potevo accogliere male un vecchio il quale veniva a tenermi onestissima compagnia quando mio marito s’occupava d’una donna, che se non fosse morta, dovrei giudicare….
– Ve ne prego, – dissi inoltrandomi verso Lidia, – non pronunciate parole indegne….
– Voi sapete di chi intendo parlare, – seguitò Lidia, rivolgendosi a’ suoi. – Quanto alla lettera, il signore la tiene nel portafogli e potrete giudicarla…. –
Qui Lidia si alzò e continuò a parlare, camminando per la camera nervosamente:
– Dopo questo, io non ho che un’idea: verrò con voi al Cairo, subito, se volete, anticipando la partenza, o più tardi; ma è ben certo, ben deciso, che tra me e il signore non può durar più alcun legame. V’era già una differenza di caratteri tra noi, molto pericolosa, v’erano altre ragioni di discordia; ma dopo che mi si accusa d’esser l’amante d’un uomo di cinquant’anni, è impossibile perdonare e chiudere gli occhi….
– Se permettete, – dissi, – parlerò io, ora…
– Che cosa volete dire? – interruppe Lidia. – Osereste smentirmi?
– Lascialo parlare, – fece Pietro con dolcezza. – Ne ha il diritto….
– Sì, sì, via, – incalzò donna Teresa, avvicinandosi a Lidia e riconducendola presso di sè. – Calmati un poco….
– Sono dolente, – cominciai, – di dover negare, non i fatti esposti, ma l’interpretazione e il senso che Lidia ha prestato loro. Ella si lagna ch’io l’abbia trascurata per occuparmi d’altri: mi sono interessato, è vero, d’una persona ammalata, ma semplicemente perchè ella era una nostra conoscenza….
– Quanto a questo, – obiettò Pietro Folengo, – sarà meglio tacere. Non già che io ti accusi di troppa simpatia verso quella donna: ma senza dubbio, caro Sergio, l’opinione pubblica ti ha indicato come…. suo amico in altri tempi e tu avresti dovuto perciò costringerti in più delicato riserbo.
– L’opinione pubblica! – ripetei. – E che cos’è l’opinione pubblica?
– È tutto, per gli uomini serî, – disse gravemente Pietro. – Del resto, sarà meglio sorvolare a questo tema. Tu conoscevi la vita di quella donna e non ce ne hai parlato, lasciandola per lungo tempo al fianco di colei che doveva essere tua moglie…. Dovrei rimproverarti molto; volevo rimproverarti, anzi, appena ritornasti da Milano….
– Hai fatto male a non farlo, – risposi. – Avrei potuto difendere una memoria….
– Che sciocchezze! – esclamò Pietro. – Finiamola lì….
– E ti pare, – dissi, mettendomi innanzi a Pietro, poichè il duello si limitava a noi due, – ti pare che fosse giusta, ragionevole, la condotta di Lidia? S’ella vedeva mal volentieri ch’io prendessi notizie di quell’ammalata, perchè non dirmelo?
– Ah, – interruppe Lidia, sciogliendosi dalle braccia di sua madre, – ah non te l’ho detto, quando mi fu riferito che t’avevan visto ai Giardini con lei?
– Ai Giardini! – fece donna Teresa. – Andavano ai Giardini insieme?
– Una volta, per caso, – dissi, volgendomi a mia suocera. E a Lidia: – quella volta, mi dicesti che t’era affatto indifferente ch’io avessi una o dieci amanti!
– Hai detto questo? – domandò Pietro a Lidia.
– Fu per rabbia, papà! – rispose Lidia, mordendosi le labbra.
– E con simile congedo, non era io in diritto di supporre qualcuno tenesse nel cuore di Lidia un posto più importante del mio? – ripresi, verso Pietro. – L’assiduità del Caccianimico non mi piaceva…. Conoscete il Caccianimico: perfetto gentiluomo, il quale non esiterebbe tuttavia a romper fede e a portare il disonore nella casa che lo ospita…. – (Queste parole, pronunciate con forza, mi stridettero alle orecchie come un fischio).
-….È un uomo elegante, parlatore facile, scettico fin dove si può esserlo senza pericolo…. A’ suoi cinquant’anni, io non pensava. Lidia leggeva solo i libri prestati o indicati da lui; non portava che i fiori inviati da lui; ne riceveva delle lettere, e si sobbarcava a studiar l’inglese con lui…. Ebbi troppa precipitazione formulando un’accusa gravissima; tuttavia, non potrete assolvere Lidia dalla taccia d’imprudenza…. –
I volti di Pietro e di donna Teresa restarono impassibili. Lidia corrugò la fronte.
– Oggi, – proseguii con voce calda, – non son più i giorni in cui una moglie rappresenti agli occhi d’un estraneo qualche cosa di sacro e di sovrano, se pure tali giorni sono mai esistiti. E quando questa moglie non si sforzi a mantenersi in ogni atto superiore al dubbio, nel cuore del marito entrano il sospetto, la gelosia, quell’orribile tortura che io ho provata e che mi ha fatto trasmodare….
– Io credo, – osservò donna Teresa, – vi sia dell’esagerazione. Un uomo deve conoscere la moglie.
– Chi può rispondere del proprio domani? – ribattei. – E, peggio, chi può rispondere del domani d’un altro?
– Non divaghiamo, – disse Pietro. – Non facciamo teorie….
– Eccomi. Io sorvegliava Lidia, da qualche giorno: lo confesso. Mi sono impossessato d’una lettera del Caccianimico quando e come ho potuto. Lidia m’accusa d’essere entrato stanotte nella sua camera e d’averne aperto la scrivania furtivamente…. Voi capite benissimo che la mia idea era giusta, al contrario: s’io non avessi trovato nulla di significante nella lettera, avrei evitata qualunque spiegazione incresciosa….
– Era meglio agire con lealtà, – fece donna Teresa. – Chieder la lettera a Lidia medesima….
– A mente fredda si fanno molte belle cose, – replicai. – Quanto alla lettera, io non dirò ch’essa sia molto compromettente; ma è, innanzi tutto, una lettera inutile, vale a dire una lettera scritta pel solo scopo di abbreviare le già brevissime assenze e di tenersi presente nel pensiero di Lidia…. –
Frugai nella tasca interna dell’abito, ne cavai il portafoglio e ne trassi la lettera, mettendola sulla tavola…. Lidia mi guardava con espressione avversa.
-…. Eccola qui. Leggila tu, Pietro!
– C’è la data, – osservò Pietro, guardando il foglio che teneva in mano. – Ed anche la firma.
– Questo è naturale, – risposi. – Senza data e senza firma, la lettera formerebbe di per sè un documento grave.
“Gentilissima signora, – cominciò Pietro. – Le faccio consegnare il libro di cui Le tenni parola; nel medesimo tempo la ringrazio d’avermi resa bella e interessante la serata, acconciandosi a passarla nel mio inestetico salotto, in mezzo a gente, più estetica forse, ma non meno indifferente per me. A Sergio ho annunciato che le nostre lezioni d’inglese non proseguiranno oltre; credo con questo d’aver risposto a un desiderio di lui, se non al mio: egli è addolorato e nervoso per altre contrarietà e non avrei voluto che interpretasse a rovescio un così semplice passatempo, quantunque la lunga amicizia e la perfetta comprensione che Sergio ha del mio animo, dovrebbero impedire alla sua mente ombrosissima di pensar men bene di me. Ho l’onore di dirmi, ecc., ecc.”
Un silenzio grave piombò nella camera non appena, finita la lettura, Pietro ripiegò il foglio e lo rimise nella busta. Lidia ed io avevamo compreso che la lettera lasciava tranquilli i signori Folengo; onde ella, prima colle braccia stese e chiuse fra le ginocchia in atto d’angoscia, sollevò la testa guardandomi: io restai muto ad aspettare.
– Ebbene? – cominciò mia suocera. – Io non trovo nulla di strano in queste righe.
– Nulla di strano, – ripetè Pietro. – Una lettera convenzionale….
– C’è della malafede, – notai irritato. – E non so come voi non ve ne siate accorti…. Io sono addolorato e nervoso per altre contrarietà, afferma il Caccianimico. È falso: quali contrarietà possono addolorarmi quando tutto il mio pensiero e la mia vita son chiusi qua dentro? E perchè chiamarmi ombrosissimo, se non per prevenire Lidia e animarla contro ogni più giusta mia osservazione? Io credo che tutto quanto si fa da un uomo come Ettore abbia uno scopo; lo scopo delle sue insinuazioni era di disgiungerci, e a sua volta questo disegno ne aveva un altro che vi lascio indovinare. –
Ero riuscito a flettere la voce con molti chiaroscuri sentimentali e simpatici; mi ripromettevo dalle parole un ottimo resultato per la mia causa; onde fui scosso da capo a piedi, quando scorsi Pietro Folengo sorridere bonariamente, stirarsi, e lasciando il divano venirmi incontro.
– Tutto questo è molto buono! – egli disse, battendomi sulla spalla. – Sei geloso e perciò pigli dei granchî; ma se sei geloso in modo così esagerato, vuol dire che ami la nostra Lidia.
– No, – proruppe Lidia, – Sergio non mi ama più….
– Tu taci, ragazza! – si rivolse Pietro alla donna. – Tu sei troppo suscettibile e non sai che in ogni cattiva cosa può esservi del buono…. Siete due bambini oziosi e null’altro…. Se non era che per mostrarci una piccolissima contusione, tu, Lidia, potevi risparmiar di muoverci e di minacciarci una fuga al Cairo; quanto a te, Sergio, potevi rimetter nella scrivania quella lettera ingenua…. Questa è la mia sentenza: datevi due baci, e buona notte….
– Certo, – corroborò donna Teresa, alzandosi ella pure con un sospirone; – avete fatto un romore indiavolato per delle fanciullaggini…. Non c’è stata colpa in Lidia, come non ci fu nel signor Caccianimico….
– Dunque, – esclamai, – venite voi pure a concludere ch’io sono ombrosissimo?… –
Pietro Folengo si strinse nelle spalle.
– Sono contrario alla mania di concludere, – disse. – Ma senza dubbio, io al tuo posto non avrei dubitato nè d’una moglie nè d’un amico, stando le cose come sono…. Al Caccianimico parlerò io….
– Tu? Che vuoi dirgli?
– Lo pregherò di non scrivere, di farsi veder meno in casa…. Non infastidirti, Sergio: il tuo nome non sarà pronunciato: parlerò per conto mio; sono vecchio e quanto in bocca mia ha un significato, in bocca tua ne assumerebbe uno ben diverso…. Ciò che mi preme è la pace vostra…. –
In così dire gettò un’occhiata a Lidia, la quale si alzò dal divano e rimase colle mani incrociate sul grembo…. Sembrava ella pure stupita che tutto finisse con sì inaspettata calma: la freddezza di Pietro ci toglieva la possibilità di dire altre cose, o di persistere in quanto avevamo già detto….
– Quali erano le tue idee, infine? – mi domandò Pietro. – Volevi anche tu un estremo rimedio a un male supposto estremo?
– No, – risposi; – non ho chiesto io, questo giudizio…. Son venuto qui per spiegare la mia condotta e in ogni caso non avrei resa Lidia responsabile, ma il Caccianimico….
– Vi fidate di me? – disse allora donna Teresa. – Fate quel che vi ordina vostro padre, chiamato a giudicarvi. –
Andò presso Lidia e la prese per mano, trascinandola dietro come una bambina….
– Datevi due baci, – concluse la signora Folengo, mentre mi spingeva Lidia fra le braccia….

XXI.

Aveva concorso anche il sole a render bello il trattenimento; un lieto sole, che s’infiltrava fra le piante, illuminava i viali, riscaldava e faceva fremere di brividi voluttuosi.
Il giardino della villa Folengo non aveva mai vista una tal varietà di gente.
C’eran dei bambini, quattordici o quindici, seduti innanzi a una tavola bianca, e serviti da noi in mezzo al frastuono ch’essi sollevavano…. Fra i maschi ve n’eran di precoci i quali mangiavano poco per guardar la loro vicina: tra le femmine, ve n’era di precocissime, le quali mangiavano meno, preoccupate dall’abito a vive tinte e dal cappello, pendente dalla spalliera della sedia…. Una mestizia, quell’accolta d’innocenze: avevan le loro bizze, i loro sopraccapi, le loro cattiverie. I più piccoli ci sorvegliavano attentamente perchè facessimo le parti uguali e nulla passasse innanzi a loro senz’averlo gustato: quando un’ involontaria sbadataggine riempiva il piatto meglio all’uno che all’altro, il meno favorito dalla sorte cacciava le mani nel tondo del più fortunato e si serviva a suo piacere. I più grandi sentivan già la differenza dei sessi e mostravan le loro simpatie: per metterli a posto, donna Teresa, Lidia, la signora Giustiniani, Clara Caccianimico, avevan dovuto affaticarsi, rassegnandosi infine a una specie di poule de dames in cui le bambine andavano a prendere il maschio che accomodava loro e lo facevan sedere al fianco…. Quelle piccole donne, ancor vergini di convenienze, vibravano della più schietta femminilità: s’eran guardate dal piccolo cavaliere, affettavano delle leziosaggini, e masticavano con sentimento: una, aveva rifiutate le frutta, per mostrarsi superiore; un’altra aveva chiesto il caffè senza zucchero, mentre a casa lo zucchero era il suo più intimo amico: fra tutt’e due, queste sirene, contavano vent’anni…. In quel banchetto, un marmocchio di quattro anni, era lo scandalo generale: mangiava colle mani, si rovesciava i piatti in grembo, inaffiava la tovaglia d’acqua e di vino, e fra l’una portata e l’altra, si cavava le scarpe e le metteva sulla tavola: poi aveva degli urli speciali per indicare il suo aggradimento, e alla fine della colazione s’era dovuto portarlo via perchè minacciava di bere il rosolio di tutti quanti…. Era il convitato che aveva ricevuto un maggior numero di baci….
I commensali si sparpagliarono pel giardino, quando le mense furon levate: qualche geloso impenitente restò presso la tavola a raccogliere gli ultimi biscotti e a riempirsene le tasche, ma le grida dei compagni chiamarono anche quello per i viali….
Noi, affaticati dal servizio romoroso, avevamo trovata pace sull’erba, all’ombra d’una magnolia gigantesca; le signore trascinandosi le loro sedie lunghe o dondolanti; gli uomini s’erano accomodati alla turca….
Quella signora Marta Giustiniani, tornata allora dalla città, sola, perchè il marito infermo le concedeva una libertà grandissima, – s’era accorta presto dell’impressione ch’ella produceva su di me…. Il suo volto era il volto di Laura Uglio, il suo corpo era il corpo di Laura Uglio; soltanto, Marta Giustiniani aveva gli occhi grigi, quegli occhi splendidi i quali non hanno uno sguardo immutabile, ma sembrano allargar l’iride e impicciolirla a capriccio, fosforescendo nella notte; soltanto, i suoi capelli non eran neri, ma castagno-scuro; pel resto, io poteva ben sognare che ella fosse la morta, ritornata a darmi l’amore…. Ecco la strana rassomiglianza già rilevata da Lidia.
Si dondolava sulla sedia parlando con donna Teresa, Marta Giustiniani; in un momento d’oblio, era stata per accavallare una gamba sull’altra, ma notando ch’io sedeva più basso, innanzi a lei, s’era trattenuta; non così presto, ch’io non vedessi gli stivaletti di cuoio giallo finire ai polpacci, per mostrare il principio della gamba difesa da calze di seta nera…. Un piccolo inconveniente molto gradito, per me. Tuttavia pensai che forse in avvenire sarebbe avvenuto quant’era avvenuto già per la povera Laura: i miei suoceri si sarebbero accorti di aver dato adito in casa loro a una donna frivolissima, e m’avrebbero tenuto il broncio per non averlo impedito…. Stavolta, però, l’avrei impedito sùbito, non appena….
Pietro Folengo era inquieto perchè non giungeva ancora il conte Gian Luigi Sideri col principe Santanera….
– Se ha detto che verrà, non c’è da dubitare, – osservai, mentre Pietro mi frastornava co’ suoi timori….
Che importanza assumeva quel principe agli occhi di mio suocero! Il Folengo pareva ringiovanito per la confidenza con cui lo trattava il principe Santanera, e aveva data quella festicciuola ai bambini dei villeggianti pel solo gusto di mostrare il principe in casa propria….
A me, personalmente, quel giovanotto era antipatico. Sembrava sonnecchiasse da mattina a sera, cogli occhi socchiusi e una grinza maligna agli angoli delle labbra…. Era stata una cattiva idea di Gian Luigi, quella di presentarmelo; ritornando da Milano, Gian Luigi se l’era condotto seco e me l’aveva anche raccomandato come un amico ottimo, un uomo di spirito, dottissimo in tutte le eleganze…. Io però mi chiedeva che cosa trovasse in me di così interessante, da volermi sempre a passeggio o alle gite con lui: che cosa potesse offrirgli la mia casa, da frequentarla con sì rigida osservanza….
Lidia mi domandò in quel momento:
– Che cos’ha babbo da esser nervoso?
– Nervoso? – dissi ipocritamente. – Non mi pare. –
E con un gesto della mano, la feci avvicinare, mi alzai, le diedi il braccio, e la condussi pei viali….
– Non potresti, – mormorai, – mutarti d’abito? Hai un abito così succinto, così attillato, che mi spiace…. Eppoi, vedi qui: se t’inchini un po’ innanzi mostri tutto il petto….
– Tutto! – esclamò Lidia ridendo. – Che esagerazione! Appena un dito, se m’inchino…. Ma io non m’inchino….
– E se ti siedi, colla gonna così corta, mostri le gambe fino al polpaccio….
– Fino al polpaccio! – ripetè Lidia arrossendo. – Che esagerazione! Appena il piede fino alla caviglia….
– Bene: fa come vuoi, allora! – dissi, rassegnato, lasciandola ritornare al gruppo delle sue amiche, le quali vedendoci così insieme parlar sottovoce confermarono per la millesima volta la nostra fama di sposi esemplari.
Quando giunsi io dietro Lidia, presso la magnolia ombrosa, il principe Santanera e Gian Luigi erano arrivati e avvenivano le presentazioni…. Pietro voleva stupidamente far portare una sedia pel principe, e fu entusiasmato quando lo vide sedersi invece tra noi, alla turca: pareva non lo supponesse capace di piegar le gambe come gli altri.
Era giunto anche Ettore Caccianimico, il quale conoscendo Marta Giustiniani allora per la prima volta, non potè reprimere un movimento di stupore…. Ciò io temeva, appunto: e guardai Gian Luigi Sideri…. Questi, accoccolato innanzi a Lidia, le proponeva scherzosamente una partita di écarté sull’erba, ma girando poi gli occhi intorno e fissandoli in volto alla Giustiniani, non sembrò affatto stupito nè colpito dalla rassomiglianza colla donna che doveva avere in cuore.
Il principe Santanera parlava di lawn-tennis. Non si poteva piantare il giuoco in giardino? E socchiudeva gli occhi, dirigendosi specialmente a Lidia, la quale aveva accolta l’idea con piacere…. Pietro Folengo, un po’ impacciato di non conoscere quel giuoco, se lo fece spiegare dal principe, il quale lo tuffò in un tal mare di parole inglesi, che poco dovette capirne, il Folengo.
Così disposti, le cose andavano malissimo. Nessuno poteva far la corte alle signore o dire delle malignità cogli amici; il convegno aveva dell’academico: io ruminava invano delle frasi per Marta: ella era chiusa fra Lidia e le altre e guardava tutti e nessuno a un tempo, rispondendo una parola a questo, una parola a quello, stancamente.
Per fortuna, venne il servo ad annunciare che il tè era pronto…. Marta Giustiniani, in sette giorni dacchè ci conoscevamo, ebbe allora il primo atto simpatico, e levandosi venne a mettersi così sapientemente, ch’io le offrii il braccio e ci trovammo gli ultimi in coda.
– S’annoia molto? – le domandai.
– No, per nulla, – rispose.
– Ci sono troppe coppie; – osservai. – Una basterebbe per questo giardino….
– Lei e la sua signora: verissimo, – disse la Giustiniani.
Se non avesse sorriso, avrei potuto credere di non essere stato compreso. Ma vi fu il sorriso e non vi fu resistenza quando le tenni la mano stretta nella mia.
In sala, ci aspettavan già i bambini tumultuanti attorno alle pile di biscotti; le piccole chicchere sollevarono da prima un grido di gioia; poi accorgendosi i bimbi che le chicchere eran più piccole che belle, si dovette servirli nelle chicchere grandi. Ettore Caccianimico s’occupò lui di questo, passando innanzi ai ragazzi colla guantiera e raccomandando la calma.
Anche lì, le cose non andavan meglio…. C’era della rigidezza, della mancanza di spontaneità…. Quel principe Santanera aveva portata una insoffribile freddezza con sè…. Io mi guardava attorno e leggeva sul viso d’Ettore e di Gian Luigi il mio medesimo pensiero. Quand’ebbi vicino Pietro Folengo, gli dissi:
– Se non conti di farci muovere, ci addormenteremo tutti….
– Lo credi? – domandò Pietro spaventato. – Che cosa posso fare?
– Non incaricarti troppo di quel Santanera imbecille e màndaci a spasso pei viali….
– Come debbo?…
– Se vuoi, m’incaricò io di dar l’esempio, – risposi.
Marta Giustiniani aveva finito di prendere il tè, in piedi, a fianco di Gian Luigi. Io passai dietro le spalle della donna, e le susurrai:
– Vuole che fuggiamo? –
La signora si volse di soprassalto, e vedendomi sorrise:
– Dove? – domandò.
– Tu, – io dissi a Gian Luigi, – fànne fuggire un’altra…. –
Gian Luigi assentì col capo e s’avvicinò a una piccola bionda, madre di tre bambine che strillavano per aver rovesciato il tè sull’abito nuovo. Era l’unica signora che s’adattasse alla statura di Gian Luigi: parva sed apta….
Mentre uscivo in giardino con Marta Giustiniani, vidi muoversi il principe Santanera e dirigersi lui pure al gruppo delle donne…. Ormai, l’esempio attecchiva, e non mi occupai che della signora al mio fianco….
Per una leggiera salita, dietro un filar di pini, si giungeva fino al muro di cinta, e là da un rialzo si godeva la vista del lago. Noi vi ci dirigemmo, appoggiandoci quindi alla balaustrata….
– Lei avrà troppo sole, – osservò Marta, mettendo l’ombrellino in modo che venisse a riparare anche me….
Ah, io sentiva in quell’istante come avessi amata la povera Laura Uglio, se per l’incontro d’una donna che le somigliava stranamente, io era colmo di gioia, non più capace di vincere i bizzarri impeti del mio cuore! Non avevo amata che lei, checchè ne dicesse Gian Luigi; e non mi pareva possibile una resistenza in Marta Giustiniani.
– Perchè non si chiama Laura? – domandai curiosamente a Marta.
– Le piace questo nome? – fece la Giustiniani. – E le dispiace il mio?
– Sì, – risposi. – Io la chiamerò Laura…. nell’intimità….
– In quale intimità? – chiese Marta corrugando le ciglia.
– Quando non ci sono gli altri, – dissi.
La fronte le si spianò sùbito, quantunque dovesse rimanere nella donna un’impressione spiacevole.
– Ella deve essersi fatta una strana idea di me, – osservò Marta. – È d’un’arditezza punto conveniente: io voleva fidarmi di lei, sapendolo sposo da poco…. –
Poteva ben parlare, Marta Giustiniani, ch’io non l’ascoltava affatto: o meglio, ascoltavo la sua voce e non le sue parole. Ero in preda a un risveglio gigantesco di memorie e di rammarichi. S’io fossi stato libero, non avrei trovati ostacoli per impossessarmi di quella donna, anche a costo di farla rubare e di tenerla chiusa finchè avesse ceduto…. Così, invece, stava rigidamente fra noi la nostra condizione di gente legata ad altri, e non eran più ostacoli materiali che ci si frapponevano, ma spettri di convenzioni, scrupoli e paure.
– Torniamo! – disse la Giustiniani, accorgendosi ch’ella arrischiava di sentirsi baciata sulle labbra da un momento all’altro.
E invero, dopo sette giorni, era troppo presto.
Nel ritorno, chiacchierammo frivolamente, incontrando pel viale due bambini che facevan correre il cerchio di legno e ci avrebbero sorpresi se fossimo rimasti ancor più a lungo lassù.
Quindi ci passaron daccanto Pietro Folengo ed Ettore Caccianimico, a braccio: gli uomini serî andavan senza donne e dovevan parlare di me…. sentii queste parole, pronunciate da Ettore:
– “…. sciupando così le sue facoltà preziose d’osservazione in sospetti ridicoli, non se ne potrà servire utilmente, quando venisse il giorno….” – e i due uomini piegarono verso il chiosco ove qualche volta si pranzava.
– Eppure Lei m’interessa, – mi diceva Marta Giustiniani, rifatta ardita dalla presenza d’altri e scintillando inconsciamente negli occhi grigi, dilatati. – Avrei un mucchio di domande a farle…. –
Ora ci si avvicinava Gian Luigi colla signora bionda, seguìta dalle tre figlie. Sebbene Gian Luigi fosse tuttavia triste e scorato, la sua vista mi eccitò un sorriso maligno…. Per istinto beffardo, lo vidi ridevolmente piccolo, con una piccola testa, un piccolo fiore all’occhiello, una piccola canna alle mani…. Diceva:
– “…. Questo secondo romanzo è finito. Lo consegnerò all’editore entro il mese, e ne spero bene. Ci si salva da molti dolori, lavorando….”
Oh, le mie speranze di gloria, i miei amori d’arte, i miei proponimenti, dov’erano andati? Scossi la testa, rabbrividendo, e mi volsi a Marta Giustiniani. Costei era corpo ed anima, non vuoto fantasma: purchè ella acconsentisse, io avrei dimenticato…. Onde, risposi con viva speranza:
– Un mucchio di domande vuol farmi? E perchè manca di confidenza? Sarei ben felice di rispondere a tutte, a tutte, nessuna eccettuata.
– Non so da quale cominciare, – disse Marta sorridendo.
– Ebbene, vuole scriverle? Molte cose che non si direbbero mai, si scrivono facilmente.
– Scrivere? – mormorò la donna, guardando nel vuoto, al di là del muro di cinta, ov’era l’orizzonte vasto. – Scrivere a lei? –
Eravamo giunti presso la magnolia ombrosa; vi restavan le sedie vuote.
E Lidia era in piedi, appoggiata al tronco, mentre il principe Santanera si sforzava di giungere al ramo più basso e di coglierne un magnifico fiore…. Marta si allontanò da me, dirigendosi a Lidia.
– Abbiamo due altri compagni di viaggio, – disse questa. – Il principe e il conte Sideri verranno al Cairo essi pure quando vi accompagneremo papà…. –
Il principe si volse, tenendo fra le mani il fiore che aveva spiccato dal ramo.
– Saremo in sei, – continuò egli. – Quattro uomini e due signore: una bellissima carovana, Le pare? –
Gli occhi sonnolenti e socchiusi, la piega sarcastica agli angoli delle labbra, davano un senso ironico a tutto quanto diceva il principe. Io ne fremetti.
– Bella, davvero, – mormorai, osservando di sfuggita la signora Giustiniani. – Solo, il viaggio non è ancor deciso, almeno per parte mia e di Lidia. –
Questa ebbe un gesto di stupore e mosse le labbra come per interrompere. Io ne la impedii con un’occhiata.
Perchè il Santanera voleva accompagnarci, intraprendendo un lungo viaggio dall’oggi al domani, con delle semplici conoscenze? Perchè Lidia ne pareva felice? Le coppie giravan pei viali, alla luce meridiana: quei due s’eran ridotti presso la magnolia ove difficilmente altri sarebbero ritornati; Lidia non aveva il contegno rigido ch’io avrei amato s’imponesse col principe, e il principe fra tante signore aveva scelta Lidia appunto per una passeggiata nel giardino e nell’ombra.
Bisognava stringerla in un cerchio di ferro, spiarla attentamente, interpretarne i pensieri, accumular delle prove, dimostrarle come tutto io sapessi comprendere….

Milano, ottobre 1893 – aprile 1894.