Luciano Zuccoli – Il dialogo delle bambole

È venuto il cronista a dirmi:
– Si rammenta, direttore, di quella giovane bionda, che alcune sere fa, a teatro, era in un palco di fronte al nostro?… L’hanno trovata morta, a letto…. Si è uccisa iersera. Ascolti.
Ascolto. Risuonano le voci rauche degli strilloni, che gridano per calli e per campi, lontano e vicino: Il supplimento! Il supplimento!
Supplemento di non si sa che cosa, è un foglietto a due centesimi, che si pubblica in occasione d’avvenimenti drammatici, e che il popolino compera e legge con avidità. Il supplemento narra oggi la morte della giovane bionda, che ho visto a teatro.
Non era sola a teatro. Dirimpetto a lei sedeva un uomo sulla trentina, il cui volto bruno, e l’espressione decisa risaltavan nettamente sul fondo d’oro opaco del palchetto.
La sua compagna aveva annodati i capelli in trecce strettissime attorno alla testa, quasi per costringere l’impeto e nasconder l’opulenza della chioma, che sotto i raggi della luce elettrica mandava bagliori aurei. Era assai giovane, la sconosciuta; e a quando a quando posava le mani sul parapetto del palco, mani guantate di bianco, lunghe e sottili.
– Vuol venire a vederla? – mi chiede il cronista.
– Che? A vedere il cadavere? La ringrazio!
Il giovanotto sorride; ha visto tanti cadaveri, tanti spettacoli di lutto con l’occhio indifferente, che la mia avversione gli pare bizzarra.
– Perchè si è uccisa? – domando.
– Per il silenzio.
Guardo il cronista che non batte ciglio.
– Per il silenzio di chi? – interrogo.
– Per il silenzio della città, pel silenzio di Venezia….
– Il silenzio uccide?
– Pare….
– Ci sarà un’altra ragione, via! Quel giovanotto che l’accompagnava era suo marito?
– No, signore. Era il suo amante….
– Allora l’amante l’avrà tradita, abbandonata…. Di silenzio non si muore….
Ma non ho ancora affermato questo principio, che già ne dubito…. Perchè non si muore di silenzio? Perchè il silenzio non deve uccidere? Che sappiamo noi di ciò che sente l’anima d’un altro?
Vado alla finestra, scosto la cortina, e guardo. Piove; piove da stamane, lentamente, lentamente, e tutto il campo sul quale prospettano le finestre del giornale luccica d’acqua. Laggiù, a sinistra, rade figurette nere salgono e scendono il ponte; un bambino col cappotto bigio e il berretto rosso torna dalla scuola, e tiene in mano un piccolo paniere…. Poi il ponte resta qualche minuto deserto, e tutto il campo è deserto…. Le finestre delle case di fronte son chiuse e dentro non vi si vede che nero…. Ah questa Venezia immobile e taciturna, come è diversa da quella che conoscono gli stranieri, tripudiante nelle luci primaverili, calda e sensuale!… Eppure qui nascono, in questo silenzio, le più gaie e le più voluttuose donne del mondo….
– Io ho interrogati tutti, il portiere, il direttore dell’albergo, la cameriera che la serviva abitualmente, e tutti mi han detto che si lagnava d’una cosa sola, del silenzio…. Ce silence, ce maudit silence!
– Han trovato danaro?
– Sì; milleduecento lire.
– E l’amante?
– L’amante è partito da tre giorni, ma deve tornare domani….
– Lei è molto ingenuo, – osservo al cronista. – L’amante non tornerà nè domani nè doman l’altro: la ragazza lo sapeva, e si è uccisa….
– Scusi, direttore, – mi rimbecca il giovanotto. – Con quelle milleduecento lire poteva raggiungerlo.
– Se avesse saputo dov’era, naturalmente….
– E allora? Ci son tanti uomini, tanti giovani…. – mormora il cronista.
– Lei pensa che la ragazza doveva darsi a lei? Avrebbe fatto un buon negozio, disgraziata!… Non ci sono tanti uomini, come non ci sono tante donne; qualche volta, c’è un uomo solo, c’è una donna sola; ed è la volta in cui ci si uccide….
– Talchè, lei crede, direttore, che si sia uccisa perchè l’amico l’ha abbandonata?
– Non credo nulla….
– E tutti dicono invece che si è uccisa pel silenzio, – insiste il giovanotto.
Io non rispondo e ascolto. Ascolto, – cosa strana, – il silenzio, che è quasi materiale, quasi tangibile, che si può ascoltare come uno strepito…. È il silenzio delle campagne sepolte sotto la neve, quel silenzio che disperderebbe senza eco la voce più forte…. Ecco d’un tratto, di lontano, vien l’onda metallica d’uno scampanìo affievolito, velato, sordo; poi cessa, a poco a poco, e il silenzio si stende di nuovo, implacabile, senza confine…. Ecco ancora: il grido gutturale d’un gondoliere, che gira con la sua gondola l’angolo d’un palazzo: Sta….i! E null’altro, per un quarto d’ora, per un’ora, forse fino a domani…. L’acqua cade monotona e sul ponte passano adagio adagio, guardando i gradini lubrici, le figurette nere…. Perchè non si sarebbe uccisa, abbandonata e sola in questo insopportabile manto di silenzio, straniera fra stranieri?
– Come si chiamava?
– Wanda, era polacca; diciannove anni; fuggita di casa con quel signore che lei ha visto a teatro…. Ha lasciato una lettera per la sua famiglia, e si è tirata un colpo di rivoltella al cuore….
– Male; si sbaglia quasi sempre; meglio in bocca o alla tempia; meglio di tutto, una rivoltella per ciascuna tempia….
– Direttore, lei ha fatto studi speciali? – mi chiede il cronista esitando.
– Non si sa mai….
– Con una rivoltella sola, Wanda non ha sbagliato! – dichiara il giovanotto trionfalmente.
– L’ammiro. Aveva il polso fermo.
– Le polacche non ischerzano! – dichiara di nuovo il giovanotto.
E la frase mi fa ridere. Se ben mi ricordo, deve avere avuto un’amante polacca, l’anno scorso, incontrata a una pensione di Lido. Egli parla da conoscitore….
– Non si è mai lagnata della partenza del suo amico, Wanda Zablinsky, – insiste. – Ma sempre del silenzio, della malinconia, della pioggia…. Diceva d’avere imaginata una Venezia tutta diversa, tutta diversa.
– Voleva il caldo in dicembre? Fa caldo a Varsavia, in dicembre?… Perchè l’ha condotta a Venezia, quell’imbecille? Doveva condurla al Cairo….
– Ma il silenzio? A Varsavia questo silenzio non c’è!
– E se il silenzio le faceva tanto male, perchè non è partita? A Londra, a Parigi, a Roma, a Napoli, c’è il rumore, il bel rumore che vi fa vivere della vita altrui, e vi fa dimenticar la vostra….
– S’è perduta, s’è smarrita, è rimasta, ed è morta, – dice il cronista.
– Lei parla come una pietra tombale.
Ma non parliamo più, nè io, nè lui. L’ombra è discesa repentinamente dal cielo bigio, e nell’ombra splendono sul campo i fanali a gas, illuminando il lastrico bagnato; qua e là, dentro le finestre, rilucono le lampade a petrolio….
– Viene a vederla? – riprende il giovane.
– Andiamo.
Il cronista m’accompagna per le calli dove non sempre si può tener l’ombrello aperto, in causa della strettezza; e incontriamo pochi viandanti, appena riconoscibili alla fioca luce del gas. In verità, per godere questa ombra e questo silenzio, occorre un’anima temprata alla solitudine e sicura di sè; per non soffrirne, un’anima indifferente e molle…. Che importano il silenzio e l’ombra a questi veneziani miei amici, che hanno qui le case, la famiglia, la gioia?… La loro gioia è sepolta nell’ombra e nel silenzio, come lo scrigno dell’avaro in un sotterraneo misterioso.
Ma Wanda Zablinsky1 non aveva più nulla: fuggita di casa per un uomo, e abbandonata dall’uomo pel quale era fuggita, la famiglia lontana, la gioia perduta…. E il silenzio l’ha presa tutta e l’ha schiacciata.
Mi fermo. Il cronista è innanzi all’albergo; parla col portiere, poi col direttore. Quest’ultimo mi viene incontro, e mi saluta.
– Non lascio passare nessuno, – dice. – Ma lei, la stampa non ha barriere…. Abbiamo telegrafato alla famiglia…. Se ne parlerà ancora molto? Queste chiacchiere ci recano danno…. Io avrei piacere che la si finisse…. Fortunatamente abbiamo pochi forestieri, in questa stagione…. Che caso! È dispiaciuto a tutti…. Un caso di nevrastenia; non poteva sopportare il silenzio. Povera bambina! Le signore hanno mandato fiori, molti fiori…. Vedrà…. È al numero trentaquattro, secondo piano….
Salgo. La porta del numero trentaquattro è vigilata da una guardia di città, che mi lascia passare, riconoscendo il cronista.
E varcata appena la soglia, un profumo denso mi si precipita incontro, un profumo di violette, di tante violette, che la stanza illuminata ha preso il colore d’ametista carico. Violette dovunque, sciolte sul cassettone, sul tavolino, sparse a terra, annodate a guisa di ghirlanda intorno allo specchio, il quale rifletteva ieri l’imagine della fanciulla e rifletterà domani l’imagine d’un passante annoiato.
E che silenzio! Veramente il silenzio è assai greve in questa camera. Ce silence, ce maudit silence! Le finestre guardano sul Canalazzo, che una bruma pesante ha invaso; non si vede più nulla, e la notte è calata prima del tempo. S’ode battere ritmicamente una goccia dalla grondaia sulla tettoia che ripara l’entrata dell’albergo: è un colpo isocrono, esatto, che segna il tempo come un pendolo, e dice che piove, che continua a piovere…. E null’altro. Ho guardato ogni cosa: c’è sul cassettone un pettine di tartaruga chiara costellato di strass, che scintillano tra le violette; più qua un nodo di velluto nero, disposto forse per esser messo tra i capelli, e un piccolo specchio da mano, chiuso in una cornicetta d’avorio.
Ho guardato ogni cosa; all’altro lato della camera è il letto col cadavere, ma non ho ancora osato gettarvi lo sguardo, e sento gli occhi del cronista che immobile nel mezzo della camera deve fissarmi con curiosità, non comprendendo la mia ripugnanza.
E infatti, ho torto.
Non c’è nulla di ripugnante nello spettacolo che mi si para innanzi, quando a capo scoperto mi avvicino al lettuccio d’ottone rilucente. Wanda è distesa, le mani lungo i fianchi, i capelli lunghissimi tutti sciolti; indossa un abito di velluto nero, che dà un risalto terribile al pallore del volto, e tramuta i capelli in un vero fiume d’oro lucido. Ha gli occhi chiusi, cerchiati d’azzurro, e le labbra bianche.
E le donne, dopo averla composta, l’hanno quasi sepolta sotto le viole, cosicchè il letto e i guanciali paiono una distesa di fiori su cui la giovane si sia adagiata per riposare.
– Ma che cosa è? – dico stupito, sottovoce.
Presso il volto della morta vedo un altro visetto con gli occhi aperti, sorridente, un visetto da bimba, che il cumulo delle viole m’aveva di prim’acchito nascosto.
– È la sua bambola, – mi risponde il cronista sottovoce. – L’hanno trovata al suo fianco e ve l’hanno lasciata.
La bambola! È una bambola bionda, vestita di velluto nero, come la fanciulla; e ride con gli occhi aperti, mettendo in quel muto spettacolo ferale una nota di vita, un’espressione ribelle di vivacità, che fa pensare alla bambola come a persona vera…. Era la sua amica, e le si è stesa al fianco, e sarà seppellita con lei. Gli occhioni azzurri mi fissano allegri e ingenui, quasi dicessero: – Non rattristarti: io e Wanda stiamo bene, riposiamo tra queste viole belle; è molto piacevole riposare così…. Io l’ho vista piangere ed ora dorme tranquilla; io so tutti i suoi segreti, e so che ha fatto bene a morire…. Non risvegliarla: lasciala passare!… –
La bambola sembra veramente felice di trovarsi con la padroncina, con tanti fiori, e i suoi occhi ridono e il suo visetto roseo ha un significato di soddisfazione quasi comica.
– Non ha lasciato lettere? – chiedo sottovoce.
– Una lettera, che fu sequestrata, alla famiglia. Mi pare d’averglielo detto.
– E all’amante, nulla?
– Nulla.
– Bene. Il disprezzo!
E non so perchè, questo mi fa tanto piacere che m’accorgo di parlare ad alta voce.
– È tornata alla bambola! – concludo con voce più sommessa.
A vederla così bianca, così bionda, così giovane, composta nell’abito di velluto nero, chiuso al collo severamente, si pensa che l’amore sia un frutto ancora acerbo per lei, e che la bambola le convenga meglio.
La straniera abbandonata nella città del silenzio è tornata alla bambola, come alla sola amica verace.
Ieri sera, hanno avuto un colloquio: tutt’e due bionde e vestite di velluto, tutt’e due smarrite e ingenue hanno scambiato i loro piccoli pensieri.
– Io sono sola, – ha detto la fanciulla. – E soffro, soffro molto. Che devo fare?
– Io non soffro, – ha risposto la bamboletta di cera e legno. – Sono allegra perchè non ho cuore che batta. Senti che rido?
– Il mio cuore batte troppo, batte orribilmente, e mi fa male…. Non posso ridere…. Vedi che piango?
– Perchè non lo fermi, il tuo cuore? Fermalo, se ti fa male, e potrai ridere, dopo.
– Tu credi?
– Sì: io ho visto una volta un orologiaio, presso la vetrina in cui vivevo prima che tu mi comprassi, ho visto un orologiaio il quale ha fermato il suo orologio, che avanzava e correva disperatamente, che batteva come il tuo cuore…. Il cuore non è il tuo orologio? E se è pazzo e ti fa male, tu devi fermarlo.
Allora la fanciulla ha adagiata la bambola sul letto, e ha preso l’arma.
– Aspettami. Ora lo fermo.
E posando il capo sul guanciale presso il capo della bambola, ha lasciato partire il colpo.
– Ecco, il cuore è fermo! – ha detto la bambola. – È fermo, e non ti fa più male. Dormiamo.
La fanciulla s’è addormentata per sempre, e la bambola, con quel suo lieve riso, con gli occhi azzurri sbarrati, ne vigila il sonno e mi guarda per dirmi che tutto va bene.
– Usciamo! – mormoro sottovoce. – Lasciamole stare!…
Raggiungiamo la soglia e apriamo cautamente la porta; ma prima d’abbandonare la camera color d’ametista, spengo la luce elettrica.
– Così dormiranno meglio, – osservo al mio compagno.
Egli annuisce con un cenno del capo, senza comprendere; e usciti dall’albergo, riprendiamo in silenzio la via, per le calli taciturne e oscure….