Luciano Zuccoli – La marmotta

I.

Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!
Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s’ampliava una larga distesa di neve; l’aria gelida soffiava di là, movendo le acque del primo bacino, che s’accartocciavano per il brividìo.
Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a schivar certi mucchi di neve giallastra ond’era disseminata piazza Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile passeggiata; e correvano ambedue.
Estella gli lanciò un’occhiata di traverso, e disse a un tratto:
– Ha il naso rosso!
Tullio si toccò il naso istintivamente, e la sua amica diede in una risata.
– Anche lei ha il naso rosso, – rispose Tullio per vendicarsi, – e le gote rosse, e il mento rosso. Mi sembra una bambola di legno, da un soldo. È tutta rossa!
– Io sono tutta rosa, – ella osservò pacatamente. – Sono sempre tutta rosa. Mi vedrà all’albergo, quando rientreremo.
– Ma potevamo rimanerci! – protestò l’altro. – Che gusto c’è a intirizzire per le strade?
– No; voglio vedere le mode, le mode di Como…. Quando fa freddo, allora, non si uscirà più?
L’uomo tacque, e seguitò ad accompagnarla, correndo al suo fianco.
Bisognava farle la guardia; ordine di sua zia; e proprio a Tullio doveva toccare di far la guardia a una ragazza di diciassette anni!
Era andato, nel pomeriggio stesso, a Milano, a trovare quella zia d’Estella; una signora alta, capelli nerissimi, labbro superiore ombreggiato da una forte lanugine, occhi neri dallo sguardo imperioso.
E aveva trovato la signora Anna Arrigoni in grande scompiglio, ed Estella sbalordita, umiliata, perchè sentiva d’essere impacciosa.
Estella presso Anna sembrava più fragile e gentile; la giovinetta bionda presso la scura matrona pareva d’un’altra razza, per le forme esili, per le rose delicate del volto, per gli occhi azzurri senz’ombra. E perchè la zia era inquieta e perplessa, Estella, seduta al suo fianco, rimaneva muta, guardandosi intorno come a cercare un rifugio.
– Che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina? – andava ripetendo la signora.
Parlava a Tullio? Parlava all’aria, o a sè stessa? Egli non avrebbe saputo dire; ma notò che chiamava bambina sua nipote: abitualmente la chiamava marmotta; e quando la rampognava, in giorni comuni, cominciava sempre così: «Tu che sei una donna, oramai….»
– Ma che cosa è avvenuto? – disse lo Sciara.
– È avvenuto che mia figlia sta male, – rispose la signora. – Sa, mia figlia maritata, Francesca? Veda qui: mi hanno telegrafato, e devo partire per Brescia…. E che me ne faccio, che me ne faccio, ora, di questa bambina?
– Non può telegrafare a suo padre, che venga a riprendersela? – domandò Tullio.
La signora Arrigoni fece con la mano un gesto brusco, subito vinto, e addolcita la voce, rispose:
– L’avevo pensato, naturalmente; ma, nel più fortunato dei casi, mio cognato non può esser qui prima di domani, forse domani sera. Sta a Bellagio, è medico; e non ci sono i forestieri che si pagano il capriccio di svernare a Bellagio, come fosse la Riviera? Se ha qualche malato di conto, non può allontanarsi….
Estella osò interloquire.
– Sì, zia, – disse, – ha proprio un malato inglese, un vecchio che deve visitare tre volte al giorno. Me lo ha scritto, papà….
– Vede? – incalzò la signora. – E che me ne faccio, di questa bambina?
– Non ha un’amica alla quale confidarla? Un’amica, la quale possa riaccompagnarla da suo padre?
Tullio aveva il dono d’irritare, quel giorno, la signora Arrigoni, e lo comprese a un altro gesto di lei, non finito.
– Andare in cerca dell’amica, ora! – esclamò. – Mentre il terreno mi scotta sotto i piedi…. Pensi che mia figlia sta malissimo, e vorrei già essere al suo capezzale…. La mia Francesca!
Si alzò d’un tratto, e soggiunse, rivolta allo Sciara:
– Favorisca un istante.
Egli la seguì; entrarono in un altro salotto, sprofondato in tale oscurità che Tullio inciampò prima in una poltrona, poi nel tappeto, e da ultimo in un tavolino, sul quale si produsse un tintinnio che gli fece comprendere che i ninnoli si baciavano.
Ma la signora non vi badò; ritta in mezzo alla camera, ritta e nera nel nero, gli disse con voce solenne:
– Febbre puerperale!…
Lo Sciara non capì, e stette muto.
– Febbre puerperale! – ripetè la signora Arrigoni. – Ci son delle cose che non posso dire davanti a Estella. Ma lei comprende l’importanza di questa notizia; le ore sono preziose; mia figlia è in pericolo, devo correre a Brescia…. Qualche volta una mamma, con una occhiata…. E che me ne faccio di quella bambina?…
La voce della signora tremava ed era velata: la povera donna, in procinto di dare in uno scoppio di lagrime, vibrava di sgomento e d’impazienza.
Tullio si decise: le disse:
– Vuole che la prenda io, Estella, e la riaccompagni da suo padre?
Evidentemente, ella non aveva mai voluto, non aveva mai pensato altro. Gli serrò le mani con forza, quasi con violenza:
– Grazie! – esclamò. – Non le disturba? Può partire subito?… Estella è una bambina, tutti lo vedono; lei è un uomo maturo; nessuno potrà giudicar male….
Lo Sciara aveva trent’anni, tredici più di Estella; a lui, veramente, la differenza non sembrava così notevole da non sollevare mormorazioni per un viaggio in quella compagnia; ma forse era acciecato dalla vanità maschile, e non osò ribattere. Del resto, la signora aggiunse qualche cosa, che gli dispiacque meno dell’«uomo maturo».
– Dopo tutto, – ella disse, – una fanciulla si può sempre affidare a un gentiluomo, qualunque sia la sua età…. Vogliamo combinare subito e vedere l’orario?
Tornarono nella camera dov’era Estella, la quale non s’era mossa dalla sua poltroncina, e con la testa reclinata sul petto meditava o piangeva in silenzio.
– Tu va a vestirti, subito, a preparar le tue robe, – disse la signora Anna.
La fanciulla uscì senza far motto; e appena ella fu scomparsa, la signora Anna, dimentica di guardare l’orario, cominciò a parlare di sua figlia Francesca e del matrimonio di lei, e di Brescia e di Milano, e delle speranze ch’ella aveva in una pronta guarigione.
– Permetta, – interruppe Tullio. – Io faccio una corsa a casa e allo studio, per avvertire gli impiegati della mia assenza; poi torno qui a prendere Estella.
– Vada, vada. Anch’io devo prepararmi a partire. Ah, come le sono grata! Ah, quanto le devo! Stasera sarò da Francesca, e potrò passare la notte al suo capezzale…. Io le devo forse la vita di mia figlia.
E in questo modo e per questa ragione, Tullio Sciara si mise in viaggio con Estella e si trovò a far da guardiano a una fanciulla di diciassette anni.

II.

Ma subito s’accorse che la marmotta era un demonio.
Voltate le spalle alla zia, uscita di casa, Estella cominciò a ridere.
Dovevano caricare il suo piccolo baule sulla carrozza, e la fanciulla si divertiva, accorgendosi che il bauletto impacciava il vetturale.
– A metà strada, – ella disse, – o va in aria il baule, o va in aria il cocchiere!… Quanto mi piace!
Tullio le lanciò un’occhiata.
– Salga, – ordinò brevemente. – Arrischiamo di perdere la corsa….
– Ah, ne sarei felice! – ella esclamò. – Perdiamo la corsa, e così stasera andiamo a teatro.
– Alla stazione, a galoppo! – disse Tullio al cocchiere.
Sedette a fianco d’Estella, e non aperse bocca.
Egli era pentito della sua generosità. Perchè sobbarcarsi a un’impresa di quel genere? Perchè arrischiare d’imbattersi in un amico, il quale non avrebbe mai creduto all’innocenza d’un simile viaggio? E se, invece d’un amico, avesse trovato qualche cliente, di quei burberi moralisti che vedono il male, soltanto il male, sempre il male?
– Accidenti alle donne! – pensava Tullio. – Ma la signora Anna era disperata; avrebbe finito col darmi lei stessa l’incarico di portar via la marmotta. È stato meglio offrirsi…. E poi, si tratta d’un male tanto pericoloso. Febbre puerperale…. Già, io temo che non serva a nulla; ma non potevo mica dirlo a una madre…. Come spiattellarle che il viaggio sarà inutile, che sua figlia morirà lo stesso?… E se anche morisse, la signora Anna avrebbe la consolazione d’abbracciare Francesca un’ultima volta, di parlarle….
Lo scosse una risata d’Estella. La carrozza aveva traballato, passando sulle rotaie del tram, e più aveva traballato il bauletto….
– Lo dicevo io, – osservò la fanciulla. – Il baule se ne va! Non arriviamo alla stazione col cocchiere e col baule. O l’uno o l’altro lo lasciamo per istrada!
E scoppiò nuovamente a ridere. Lo Sciara s’irritò.
– Perchè ride? – egli chiese ruvidamente. – Mi meraviglio: sua cugina è ammalata, e lei non fa che ridere….
– Ha ragione, – rispose Estella abbassando gli occhi e mordendosi le labbra. – Mi dispiace molto per Francesca; ma guarirà, non ne dubiti! Deve avere un raffreddore….
– Un raffreddore! Che ne sa lei? – osservò Tullio.
– So che mia zia esagera sempre; quando uno s’ammala, deve morire; se non muore, si tratta d’un caso straordinario. Ragiona così, la zia…. Del resto, non sapeva come sbarazzarsi di me, e ha colto questa occasione.
– Lei è ingiusta e ingrata con sua zia! – dichiarò Tullio recisamente.
La carrozza ebbe un nuovo sobbalzo.
– Il cocchiere, il cocchiere! – gridò Estella ridendo. – Stavolta è il cocchiere che va a capitombolo!
Tullio non potè nascondere un sorriso.
– La prego, – disse poi. – A me non piace scherzare, e ho altre cose per la testa….
Infilate le mani nel manicotto, Estella si rannicchiò nel suo cantuccio, e non disse più parola; ma sulle labbra porpuree le andava errando un sorriso, e la fanciulla se le mordeva ad ogni trabalzo del legno per non prorompere in una risata schietta.
Lo Sciara, guardandola di tanto in tanto, s’accorse che il suo viso era tutto lievemente velato da una pelurie aurea appena percettibile, e notò le ciglia d’oro ipocritamente abbassate, i capelli d’oro che sfuggivano a ciocche ribelli di sotto al cappellino bigio.
Venne voglia di ridere anche a lui, vedendola così compunta, così studiosa di mostrarsi grave.
– Quant’è carina! – pensò.
Ma non sapendo come trattarla, temendone l’audacia irriflessiva, l’innocenza procace, la civetteria inconscia, aveva deciso di essere burbero per tenerla a distanza e impedirle di commettere sciocchezze. Non gli era mai avvenuto di osservarla da vicino e a lungo; l’aveva vista parecchie volte in casa della signora Arrigoni, presso la quale Estella fungeva da marmotta, e Tullio non se n’era mai occupato.
La grazia di lei gli pareva una rivelazione tutta nuova, e se ne sentiva impacciato più che sorpreso, non avendo pensato mai che la marmotta di casa Arrigoni era una giovinetta, e una giovinetta bella.
D’un tratto, ella alzò il capo e guardò in faccia il suo compagno.
– Che cosa ha per la testa? – domandò.
Tullio la fissò interrogativamente.
– Ma sì. Ha detto poco fa che ha altre cose per la testa, – riprese Estella. – Quali cose?
– Ciò non la riguarda, – rispose lo Sciara, secco.
E pensò: – Che sfacciata!
Ella pensò: – Che asino!

III.

Alla stazione fu un grosso guaio.
Tullio era corso a prendere i biglietti, lasciando Estella innanzi al banco dei giornali; e proprio dopo pochi passi lo Sciara s’era imbattuto in un amico, in quell’Ernesto Giuliani, che tutti conoscevano per uomo maligno e incredulo.
Il Giuliani era alto, smilzo, la pelle giallognola; e di fronte a lui, Tullio Sciara, più basso, robustamente piantato, col volto dal colorito acceso e la bella barba nera a punta, figurava benissimo.
Il Giuliani l’aveva visto discendere dalla carrozza con la fanciulla, e gli aveva tenuto dietro fino allo sportello dei biglietti, ove s’incontrarono.
– Parti? – domandò Ernesto Giuliani.
– Sì, una breve scappata, – mormorò Tullio.
– Ti ho visto in buona compagnia, con una ragazza magnifica.
– Mia nipote, – disse Tullio per troncare ogni investigazione.
– È una bellissima fanciulla, – insistette il Giuliani. – Non me ne avevi mai parlato.
– Può darsi; la ritorno ai suoi parenti, a Bellagio.
– Ah, vai a Bellagio! Io vi farò compagnia fino a Como, perchè di là devo procedere per la linea del Gottardo. Vado in Isvizzera per affari.
Tullio si morse le labbra. Non appena fu in possesso dei biglietti, corse presso Estella, che teneva nelle mani un fascicolo illustrato.
– Quanti bei libri! – ella gli disse, accennando al banco ov’eran disposti in ordine i volumi e i giornali.
– Sì, andiamo; non si tratta di questo, ora, – rispose Tullio frettolosamente.
– Ne ho comperato uno, perchè aveva una copertina così elegante! – seguitò Estella. – L’ho pagato una lira. È troppo?
E ciò dicendo. Estella gli porse il fascicolo. Tullio vi gettò un’occhiata.
– Mio Dio! – esclamò. – Che cosa le viene in mente? L’Almanach des cocottes!
E si mise il fascicolo in tasca, guatando Estella con un’occhiata irosa.
– Mi ascolti, – soggiunse, poco curandosi dell’espressione di stupore e di malcontento ch’era sul viso della giovinetta. – Ho trovato un amico, un seccatore. Gli ho detto che lei è mia nipote. Se quello sciocco ci raggiunge, bisogna che ci diamo del tu; io farò da zio, e lei mi chiamerà zio. Ha capito? Non mi chiami Sciara. Quello è un maligno, e potrebbe pensar male…. Io non imaginava che ci avrebbe seguiti in treno…. Speriamo che non ci veda; corra, corra….
Tutto questo era detto tra il frastuono della folla, dei fischi, tra il fumo delle vaporiere, mentre si spediva il baule e poi correndo lungo il binario per giungere al treno…. Estella rideva, e si volgeva ogni tanto a guardare se il facchino la seguiva con le valigie….
Non avrebbe mai sognato nulla di più divertente; l’avventura aveva del romanzesco; dar del tu allo Sciara, e fingersi sua nipote! Che complicazione! Se almeno quel seccatore li avesse raggiunti davvero, obbligandoli alla commedia! Ma chi era, ma dov’era? Come si poteva dargli nell’occhio?
– Qua, – disse Tullio. – Salga! E tu, fa presto, metti giù la roba; questa valigia nella rete; va, chiudi lo sportello.
Congedato così il facchino, Tullio esalò un grande sospiro di sollievo: Estella si sporse dal finestrino a guardare.
– Sapristi! – esclamò lo Sciara. – Non si metta in mostra!… Il Giuliani può vederla e salire.
Era precisamente ciò che Estella desiderava; ma obbedì e si ritrasse, mettendosi a sedere di fronte a Tullio.
– Allora, – ella disse, – mi restituisca il mio libro.
– Che, che! – egli rispose. – Non è un libro per lei! Sono sciocchezze da bambini, racconti noiosi….
– Non è vero niente affatto! – dichiarò la giovinetta con fermezza. – Io voglio sapere che cosa sono queste cocottes e voglio veder le incisioni. Mi dia il libro!
– È inutile che lei insista. Il libro lo tengo io.
– Mi dia il libro, o mi metto a gridare! – minacciò Estella.
– Ma sì, ma benone, ma non mancherebbe altro! – esclamò Tullio disperato. – Si metta a gridare, e così crederanno che…. Mi arresteranno per ratto….
– Io voglio il mio libro….
– La finisca, la finisca. Ci vorrebbe suo padre qui!
– Col papà, io grido quando non mi obbedisce, – annunziò Estella.
Tullio stava per rispondere: «Suo papà è un imbecille», ma si trattenne in tempo. Rispose invece:
– Io non sono suo padre, l’avverto. Io non ho tenerezze paterne. Lei gridi pure, e nascerà uno scandalo nel quale il suo buon nome…. Insomma, la prego di finirla…. Ha diciassette anni, non uno!…
Egli avrebbe continuato ancora a lungo, se in quell’istante lo sportello non si fosse aperto, ed Ernesto Giuliani non fosse salito col più lieto sorriso sulle labbra.
– Ti ho trovato! – egli disse. – Ho visto tua nipote affacciata…. Speravo che tu mi aspettassi….
Tullio scambiò uno sguardo d’intesa con la giovinetta e fece la presentazione:
– Il mio amico Ernesto Giuliani; mia nipote Estella….
– Accidenti alle donne! – pensò poi, mentre il treno usciva dalla stazione e ciascuna vettura passava sulla piattaforma, mandando uno strepito sordo di ferramenta traballanti.

IV.

Se fosse stata veramente nipote di Tullio Sciara, Estella non avrebbe fatto meglio.
Era una nipote birichina e civettuola, affettuosa e impertinente, che dava del tu allo Sciara con una franchezza mirabile.
– Mio zio, – ella diceva al Giuliani, – mio zio è molto severo con me. Anche ora, alla stazione, mi ha strappato di mano un libro che avevo comperato col mio denaro….
– Ti prego di non ricominciare, – interruppe Tullio, il quale si sentiva a disagio in quella commedia, e temeva sempre di commettere qualche imprudenza che rivelasse al Giuliani la verità delle cose, o lo facesse pensar male della fanciulla affidatagli.
– Insomma, – dichiarò Estella, – io voglio sapere che cosa sono le cocottes. Lei, signor Giuliani, sa che cosa sono le cocottes?
Per prima risposta, Ernesto diede in una risata sonora, che fece oscurare il viso della giovinetta.
– Mi perdoni, – disse poi, – mi perdoni, signorina; ma la domanda è così impreveduta!… Le cocottes? Certamente, so che cosa sono; sono certi cavallucci che si fanno con la carta. Ma non capisco….
– Capirà subito, – spiegò Estella. – Io ho comperato l’Almanach des cocottes, e mio zio me l’ha tolto di mano, dicendo che non è una lettura per me….
S’arrestò, al vedere il Giuliani che si smascellava dalle risa, tanto da dover curvarsi e piegarsi, e da aver gli occhi pieni di lagrime.
– L’Almanach des cocottes! – andava ripetendo. – Ah, ma che bella idea! E dove l’ha scovato? Guarda se deve andare a pescare l’Almanach des cocottes!… Certo, è una lettura…. Ah, ma che bella idea, che bella idea!
Estella ne fu indignata: fissava stupefatta il Giuliani, fissava Tullio, il quale rideva a sua volta, trascinato dall’impeto allegro dell’amico; e il viso della fanciulla si coperse d’ombra, mentre le sopracciglia le si aggrottarono:
– Tu e lui, – disse allo Sciara, – siete d’accordo per prendervi beffe di me; ma io voglio il mio almanacco.
– Le assicuro, – rispose il Giuliani, asciugandosi gli occhi, – le assicuro, signorina, che nessuno si beffa di lei. Io non mi farei lecito simile contegno; ma si ride per il caso; il caso d’una signorina, che vuol leggere un almanacco in cui si parla di cavallucci di carta….
– Cavallucci, cavallucci! – ella borbottò. – Ma se sulla copertina c’era una donna in camicia?…
Il Giuliani ricominciò a ridere; ma il volto mortificato d’Estella e il broncio a cui s’erano raccolte le sue labbra lo persuasero a smettere. Dovette pensare alle più paurose vicende, a uno scontro ferroviario, a un’inondazione, alle ultime disgrazie lette nei giornali, per tornare serio; e finalmente vi riuscì.
– Che vita si fa a Bellagio? – egli disse per sviare la conversazione. – In questi mesi non dev’essere troppo piacevole il soggiorno.
Allora Estella raccontò la sua vita. Lei faceva la padrona di casa, perchè il babbo era medico e la mamma sua era morta da anni. Vigilava che tutto andasse bene, che l’appartamento fosse in ordine perfetto, che la colazione e il pranzo fossero in tavola all’ora stabilita, e così scorreva il giorno senz’avvedersene; e quando le rimaneva un po’ di tempo, leggeva i libri che le aveva regalato il papà, certi vecchi libri, che ormai sapeva quasi a memoria. La primavera e l’estate erano molto divertenti, perchè arrivavano i forestieri, e lei aveva alcune amiche tra le villeggianti; ma in casa sua non veniva nessuno perchè suo padre non voleva impacciarsi di visite; e l’inverno e l’autunno, la povera Estella rimaneva tutta sola.
– Qualche volta, – proseguì, – la zia Anna viene a prendermi e mi conduce a Milano; ma non vado d’accordo con la zia; è troppo pedante; e dopo otto giorni ch’io sono da lei, io penso ad andarmene, e lei pensa a sbarazzarsi di me….
Stette un momento in silenzio, poi, rammentando la sua parte, si volse a Tullio, e aggiunse con perfetta sicurezza:
– Per ciò, zietto, quando vieni tu a trovarci è una gran festa; non è vero? Lo zio mi porta sempre molti regali, molta roba bella di Milano, e io gli voglio un gran bene. Non pei regali, s’intende, ma pel suo garbo, perchè ci tiene compagnia, e sa fare certe conversazioni interessanti con papà….
Tullio era scandalizzato. Ascoltava il racconto, dissimulando a fatica la maraviglia per la fantasia della giovinetta, la quale descriveva minutamente la vita con quello zio da commedia e inventava espressioni di squisita tenerezza per lui. Egli pensava intanto che a Bellagio non aveva messo piede da almeno dieci anni e non sapeva neppure dove stesse di casa sua nipote.
Ma Estella insisteva con una volubilità d’imagini, con una padronanza dell’argomento, con tal verosimiglianza di aneddoti e di particolari, che Ernesto Giuliani fu tutto preso dal quadro di quella semplice vita di famiglia, e non potè celare il suo entusiasmo.
– Hai un tesoro, – disse a Tullio, – un tesoro in tua nipote! Tienla cara; ti vuol tanto bene!
– Che bestia! – pensò Tullio.
E rispose ad alta voce:
– Ma sì, ne sono orgoglioso…. Del resto, hai udito: io sono gentile, io le porto i regali…. Faccio quel che posso, insomma….
Estella non battè ciglia, e la sua bocca non ebbe il minimo fremito di riso; forse ella cominciava davvero a credere d’essere nipote di Tullio Sciara….
Quando il treno rallentò, entrando nella stazione di Como, Ernesto Giuliani ripetè alla giovinetta la sua ammirazione, e di nuovo la raccomandò all’affetto dello zio. Estella accolse le lodi con modestia, a occhi bassi, ma sicura e tranquilla.

V.

Il vetturale al quale Tullio aveva dato ordine di condurli all’imbarco del battello, osservò che non v’erano battelli in partenza a quell’ora. Tullio rimbeccò che v’era un battello diretto a Bellagio. Il vetturale gli rispose sorridendo che la corsa era «facoltativa», e che quel giorno, non essendovi mercati, la corsa non si effettuava. Tullio sfogliò l’orario, guardò, rilevò l’errore commesso.
Ne fu sbalordito e spaventato.
– Non c’è il battello, – egli disse alla ragazza con voce tremante. – Come fare? Bisogna passar la notte insieme.
– Meglio, – rispose Estella, ridendo. – Andremo a teatro!
– Che teatro, che teatro! – esclamò Tullio sbuffando. – Io la condurrò in un albergo, e quanto a me, dormirò in un altro….
Estella giunse le mani con atto di repentino terrore.
– No, – disse, – per carità, non mi abbandoni!…
Non voleva: aveva paura di rimanere sola all’albergo; che cosa avrebbero pensato di lei? come avrebbe potuto dormire? chiudersi a chiave, stava bene; ma chi assicurava che nella camera attigua non vi fosse un ladro? Sarebbe morta per l’orrore soltanto a pensarvi….
Ella s’era tutta sbiancata in volto, e tremava davvero in tal modo, che Tullio non potè nemmen tentare di persuaderla, non si sarebbe mai detto fosse la medesima, che poco prima rappresentava la commedia con sì astuta perizia.
Lo Sciara non insistette; salì in carrozza, diede l’indirizzo dell’albergo, e si rassegnò, mentre Estella racconsolata rideva, gli stringeva le mani in un impeto di gratitudine.
All’albergo offersero dapprima una camera con letto matrimoniale, poi due camere comunicanti. Tullio dovette dire che la ragazza era sua nipote, e chiedere due camere contigue, ma separate; e volgendosi, s’accorse che il viso d’Estella, alle prime offerte del direttore dell’albergo, s’era fatto di porpora.
– Finalmente, – pensò, – capisce qualche cosa; capisce l’impaccio di questa situazione…. Accidenti alla signora Anna e a tutte le femmine!
Ma il turbamento d’Estella scomparve subito, e salendo le scale, ella s’avvicinò allo Sciara, e gli disse sottovoce:
– Ancora nipote? Quanto mi piace!
Tullio chiuse fuggevolmente gli occhi. Era agitato lui, ora: la freddezza, il dominio dei nervi lo abbandonavano d’un tratto; l’intimità imprevista di quelle scene gli intorbidava il pensiero; e non poteva dir nulla alla giovinetta, ch’era superba di sentirsi in mano di lui, sotto la sua protezione.
Le camere belle, nitide, luminose, eran tappezzate con carta chiara; e ciascuna aveva un camino nell’angolo, una tavola nel mezzo, un letto tutto bianco; l’impiantito era lucido, quasi sdrucciolevole.
Estella fece portare subito le legna pei caminetti, e rimandò la cameriera. Volle accendere ella stessa il camino nella camera di Tullio.
E deposto il cappello, gettati i guanti, inginocchiata, dispose le legna sottili e poi le grosse, vi diede fuoco, e rimase a guardare la fiamma che andava allargandosi tra le legna che crepitavano.
Tullio, seduto in una poltrona, fissava la figurina, così gentile con la selva di capelli d’oro accendentisi ai riflessi del fuoco. Nulla di più soave che la linea di quel corpo ancora un po’ magro e aspro nei contorni; nulla di più grazioso che i movimenti della giovinetta inginocchiata, la quale seguiva con gli occhi le fiamme azzurrastre e gialle, e andava perdendosi a poco a poco in qualche sogno….
Ma d’un tratto si riscosse, e balzò in piedi.
– Fra cinque minuti, – disse, – -la camera sarà riscaldata.
Tullio sorrise senza rispondere.
– Sono contenta, – seguitò Estella. – Qui si sta molto bene. Non le pare che si stia molto bene? Nessuno sa che noi siamo qui: è una vera fuga. La zia ci crede a Bellagio, o in via di arrivarvi. Che mistero, che segreto!
Lo Sciara interruppe:
– Ascolti. Nessuno deve sapere mai che abbiam passato la notte all’albergo. Mai, ha capito? Noi partiremo domani in modo che suo padre ci creda provenienti da Milano, e lei non dirà mai a nessuno quello che ci è toccato stasera. Me lo promette?
– Glielo prometto, – rispose Estella.
– Forse lei non comprende, – soggiunse Tullio, notando un certo dubbio nella giovinetta. – Ma comprenderà più tardi, quando conoscerà il mondo e le sue cattiverie. Mi obbedisca senza discutere, se ha fiducia in me.
Ella rispose:
– Ma obbedirò certo, senza discutere. Io ho molta fiducia in lei!
Tullio sorrise di nuovo, guardandola. Ella era tanto placida, tanto ingenua, ch’egli sentì quasi vergogna del turbamento ond’era stato colto poco innanzi, e si rinfrancò d’un subito, come uscisse da un incubo.
– Suvvia, nipotina, – disse ridendo, – vuole che scendiamo a pranzare?
– Non osavo dirglielo, – rispose Estella con un breve rossore alla fronte. – Ma io ho una fame da lupo, anzi da lupa.
– Andiamo, allora, lupetta!
E Tullio si credette così padrone di sè, che passò un braccio attorno al busto della fanciulla, e, appoggiandosela al fianco, l’accompagnò per le scale fino alla sala da pranzo.

VI.

Non c’era nessuno, nella sala ampia, illuminata a luce elettrica; l’impressione del vasto locale, coi tavolini pronti e non occupati, sarebbe stata malinconica, se la gaiezza d’Estella non vi avesse diffuso immediatamente calore e simpatia.
Il pranzo fu allegro; Tullio e la fanciulla mangiarono con appetito e chiacchierarono con vivacità, quasi con entusiasmo. Estella non beveva vino, abitualmente, ma non disse nulla al suo compagno, e lasciò ch’egli facesse recare una bottiglia di vino valtellinese, infocato e piacevole, che le diede, con un’ardenza insolita, una instancabile vivacità.
Ella rideva e raccontava; raccontava certi piccoli episodii della sua piccola vita, certe scappatelle con le amiche di Bellagio, e Tullio notava il candore di quelle bricconerie, la purezza di ciò che la fanciulla credeva tanto furbesco e malizioso. Egli si vedeva di fronte a Estella, in quell’albergo di Como, in pieno gennaio, e si stupiva pel primo dell’avventura impreveduta e innocua.
– Io non ho mai bevuto lo sciampagna, – ella disse a un tratto.
– Ebbene? – domandò Tullio sorpreso.
– Ebbene…. vorrei berlo! – dichiarò Estella sorridendo.
– Questo poi, no, – rispose lo Sciara. – Uno zio non offre lo sciampagna alla nipote; lo sciampagna è un vino sospetto, e non si usa in famiglia….
– Me lo faccia assaggiare, – pregò la giovinetta con voce carezzevole. – Se non mi prendo un po’ di spasso oggi, in questa serata misteriosa, quando me lo prenderò, dunque?
– Ahimè, che logica infelice! – mormorò Tullio.
– Io non devo dire mai che ho passato la notte all’albergo con lei; e non dirò nemmeno che ho bevuto lo sciampagna. Sarà un segreto che mi farà tanto, tanto piacere….
Ella s’era sporta innanzi, implorando con gli occhi ceruli, e mostrando col suo sorriso i piccoli denti nella bocca pura e fresca. Tullio s’accarezzò la barba, pensieroso.
– Temo che le faccia male, – obiettò. – Non è abituata a bere più vini….
Estella diede in una risata; se Tullio avesse saputo che non era abituata a berne neppure uno!
– E se si ubbriacasse, – continuò lo Sciara, – quale scandalo, quale vergogna!
– Mi faccia assaggiare; bagnerò appena la punta della lingua, – insistette la fanciulla. – È un capriccio. Non farò altri capricci, glielo prometto; dopo, sarò molto buona.
– Mi aveva promesso d’obbedire senza discutere, – osservò Tullio.
– Ha ragione; le chiedo scusa….
Allora, vedendola pentita, non sapendo egli stesso perchè, Tullio ordinò lo sciampagna.
Quando l’udì crepitar nelle coppe, gorgogliante nel suo bel colore di topazio, Estella diede in esclamazioni di gioia. Era uno sciampagna un po’ dolce, e invece di bagnarvi la lingua, la fanciulla ne bevve una coppa intera.
– È delizioso, sa? – disse poi. – Le sono molto grata. Volevo bere lo sciampagna, perchè le mie amiche non l’hanno bevuto mai; ora so qualche cosa più di loro.
– Ma non può dirlo, – rispose Tullio sorridendo.
– Che importa? Quando si sa, si sa: io voglio sapere per me; e se le amiche parleranno ancora di sciampagna, io sorriderò, e nessuno capirà nulla….
– Bel gusto! – esclamò Tullio ridendo.
Dopo pranzo, Estella risalì nella sua camera a mettersi il cappello. Voleva uscire a veder le mode di Como; aveva pensato alle mode di Como, tanto per trovare un pretesto a fare una passeggiata sotto i portici e pel Lungolario. Nel frattempo, Tullio studiò le partenze dei battelli; fingendo d’arrivar da Milano alle nove, si poteva partire la mattina alle nove e mezzo, e diede gli ordini all’ufficio dell’albergo.
Estella ricomparve: aveva al collo una stola di pelo nero.
– Ho scovato nel baule il mio gatto, – disse. – Questo è un gatto che veniva sempre a miagolare nel mio giardino; poi l’ho trovato da un pellicciaio in forma di stola e l’ho comperato. Costa quindici lire, ma tiene caldo.
Sorrideva, accarezzando la stola, che le cingeva il collo come una leggiadra gorgiera e le allargava le spalle. E uscirono.
Che freddo, che freddo, faceva a Como, in gennaio!
Del Bisbino non era possibile scorgere la vetta, incappucciata in una nuvola grigiastra; e sotto la nuvola s’ampliava una larga distesa di neve; l’aria gelida soffiava di là, movendo le acque del primo bacino, che s’accartocciavano per il brividìo.
Col bavero della pelliccia alzato fino alle orecchie, gli occhi bassi a schivar certi mucchi di neve giallastra ond’era disseminata piazza Cavour, Tullio Sciara accompagnava Estella in quella inutile passeggiata, e correvano ambedue.
Videro le mode, nei negozii sotto i portici, ed Estella svelò che ella si vestiva sempre a Milano, dove si pagava più caro, ma si era veramente a ragguaglio delle novità.
– Non è vero ch’io vesto bene? – chiese a Tullio. – Non sono sempre elegante?
– È un gioiello, – rispose Tullio, squadrandola da capo a piedi, con attenzione. – Anche il gatto le si addice molto, perchè è scuro e dà rilievo ai capelli e al colorito….
S’inoltrarono per la strada lungo il lago, ma era tutta buia, e soffiava un rovaio pungentissimo. Estella procedeva a capo basso, con le gonne appiccicate al corpo, battendo le palpebre per la polvere e pel vento; Tullio s’era tirato il cappello fin sugli occhi e andava alla ventura, senza rispondere ai frizzi della fanciulla, che lo beffava pel suo modo di camminare.
– Badi a non cader nel lago! – gli diceva di tanto in tanto. – Occhio ai pesci!… Il vento le porterà via la barba!…
Il vento gli portò via il cappello, ed egli dovette correre perchè non andasse a finir nell’acqua; e la fanciulla assistette alla corsa, ridendo a voce alta, con un riso squillante e sonoro che veniva da un’anima senza sospetto.
– Ora torniamo, – ella disse, quando Tullio fu di nuovo al suo fianco. – Lei ha troppo freddo, e non voglio farle male. Io mi sono tutta rinfrescata.
– Rinfrescata? – ripetè lo Sciara. – Aveva caldo?
– Un poco, – mormorò Estella impacciata.
– Quel Valtellina e quello sciampagna bruciano come il fuoco, e io sono astemia, non ho mai bevuto una goccia di vino in tutta la vita….
L’espressione del viso di Tullio, il suo stupore e il suo sdegno furono così comici, che Estella, invece d’impaurirsene, diede nuovamente in una risata chiarissima.
– Non è cortese ciò che lei fa, – disse Tullio con voce severa. – Non deve prendersi giuoco d’un amico e rischiare di sentirsi male per un piacere così sciocco.
Estella abbassò il capo e non rispose. Il rimprovero diritto e rude l’aveva percossa duramente.

VII.

La cameriera aveva alimentato il fuoco nei caminetti, e le camere erano caldissime.
Quando furono sulla soglia, Estella domandò con voce malsicura:
– Non viene a farmi compagnia?
Tullio, al suono della voce velata, alzò gli occhi, vide che la fanciulla aveva pianto.
– Che cosa c’è? – disse. – Ha il viso bagnato di lagrime.
– Non viene a farmi compagnia? – ripetè Estella.
Lo Sciara la seguì nella sua camera, di cui la fanciulla richiuse la porta. E nuovamente egli chiese:
– Perchè piange?
– Mi ha tanto, tanto rimproverata, – ella mormorò. – E ho sentito che ha ragione di chiamarmi sciocca…. Ma nessuno mi rimprovera mai…. Il papà dice che sono buona e faccio tutto bene…. Per ciò un rimprovero mi fa più effetto….
Lo Sciara si smarrì; dovette resistere all’impeto subitaneo di stringersi la fanciulla tra le braccia, di baciarla e d’accarezzarla come una bambina; trasse dalla tasca il fazzoletto e le asciugò gli occhi, mentre Estella riprendeva a sorridere.
– Le domando perdono, – disse Tullio. – Sono stato villano, lo riconosco, ma io non ho abitudine di trattare con le signorine…. E poi, me le fa così grosse!…. Sua zia diceva ch’è una marmotta; io pensava che fosse una marmotta davvero…. E invece mi fa queste bricconate…. Le domando perdono, sono confuso, riconosco d’essere stato villano… Ma che vuole? Non sono abituato a trattare con le signorine….
Egli andava ripetendo queste frasi, dritto innanzi a Estella, con la bocca a un dito dalla bocca di lei; ed ella sorrideva, lasciando che egli le asciugasse gli occhi e le sfiorasse i capelli con la mano.
Tullio si rannuvolò e s’allontanò di qualche passo.
– È finita, non ci penso più, – annunziò Estella. – Guardi che disordine: il baule aperto! Si sieda: là, nella poltrona, presso il fuoco; lei ha tanto freddo…. Del resto, aveva ragione, sa? Il vino non mi ha fatto nulla, ma se fossi caduta ubbriaca, col cappellino sul naso, per le vie di Como?… A pensarci, mi viene un brivido…. Perchè non risponde? Mi tiene ancora il broncio?
Tullio, seduto nella poltrona presso il fuoco, come aveva ordinato Estella, volse il capo e disse:
– No, cara. Sono contento che non pianga più.
– Le piacciono i profumi? – domandò Estella.
Era inginocchiata e frugava nel fondo del suo piccolo baule; ne tolse una bottiglia sottile, la stappò, si drizzò in piedi.
– Questo, – disse, – l’ho comperato a Milano, all’insaputa della zia, perchè la zia dice che le signorine non devono profumarsi, come se la nostra pelle fosse diversa dalla sua. È Houbigant e costa orribilmente, ma a me piace molto.
Così dicendo, gettò alcune gocce sul guanciale, se ne versò altre sulle mani, si avvicinò a Tullio, e prima ch’egli pensasse a difendersi, gli tolse il fazzoletto dalla tasca e glielo profumò.
– Ci sono le mie lagrime stupide, – ella disse, – qua dentro, e ora ci metto un po’ del mio profumo. In questo modo si ricorderà di me….
Parve sbalordita per le sue stesse parole e rimase con la mano alzata e il fazzoletto nell’altra.
– Le sue lagrime mi sono molto care, – rispose Tullio, chinandosi a raccogliere un fumacchio con le molle, ed evitando di guardare la fanciulla. – E io mi ricorderò di lei anche quando il profumo sarà svanito, anche quando lei mi avrà dimenticato….
Estella gli restituì il fazzoletto prestamente con un gesto quasi sgarbato.
– Io non dimentico, – ella disse. – Io non dimentico nulla!
Il tono con cui le parole furon pronunziate era insolitamente netto ed energico, e squillò nella piccola camera. Tullio alzò lo sguardo; gli parve che l’anima vera della fanciulla vibrasse, facendo intravedere la donna di domani.
– La ringrazio, – egli rispose. – Ma è troppo giovine per ricordarmi a lungo. Avverranno altri casi nella sua vita, avrà altre gioie, troverà persone che le saranno più care, e io a poco a poco scomparirò nell’ombra….
Estella crollò il capo; avvicinata un’altra poltroncina, vi sedette e allungò i piedi sul bordo del camino. Tullio guardò quei piccoli piedi arcuati, chiusi nelle scarpe di vernice nera.
Nessuno parlò per lungo tempo. Ambedue fissavano il fuoco, la brage, i disegni che l’arsione aveva inciso lungo i ceppetti e i tizzoni. Pareva un mondo quel focolare, nel quale i più sapienti edifici si corrodevano lentamente, crollavano, si disperdevano in cenere; e ogni tanto risonava un gemito lungo delle legna più umide, e si sarebbe detto il gemito di quel povero mondo che rovinava.
Tullio pensava alla cara personcina che gli sedeva allato e ch’egli avrebbe potuto stringersi al petto, solo stendendo un braccio; e la cara personcina pensava a lui, stupita ella stessa di quel pensiero insistente.
– Vede ch’io sono tutta rosa? – disse a un tratto. – Lei mi ha chiamata bambola di legno, io sono rosa, invece, tutta rosa.
– A questo pensava con tanta gravità? – chiese Tullio sorridendo.
Una fiamma vermiglia le si diffuse repentinamente pel volto.
– No, – rispose.
– E a che cosa pensava, allora?
– No, – ripetè Estella seccamente.
Vi fu un’altra pausa. Un tizzone crollò, trascinando quelli che lo premevano; Tullio riprese le molle, accomodò il rogo sul quale Estella gettò qualche altro legno.
– Vuole prendere il tè? – chiese lo Sciara. – Anche per il tè è astemia?
– Non c’è bisogno di rimproverarmi! – osservò bruscamente la fanciulla.
Si fissarono in viso; sentivano l’uno per l’altra un rancore sordo, improvviso, come, avvertendo la stranezza del loro contegno, fossero stati malcontenti delle parole e degli atti, e avessero voluto liberarsi da quella onda di sentimento da cui erano a poco a poco insidiati.
Tullio resistette al corruccio che lo invadeva.
– Vogliamo essere gentili ancora? – egli disse.
Suonò il campanello elettrico, e fece recare il tè.
– Mi aiuti, – pregò Estella, scuotendosi a sua volta. – Portiamo questa piccola tavola innanzi al fuoco, e prendiamo il tè da buoni amici. Sono molto rozza, non è vero? Qualche volta io penso che la vita continua in quel paese perduto mi fa diventare selvatica. A essere gentile, faccio uno sforzo….
– È sincera, – osservò Tullio. – Io posso leggerle nell’anima.
– Spero di no, – ella interruppe prestamente, mentre di nuovo le si diffondeva pel volto un rossore vivo.
– La sua anima è così nera?
La giovinetta scosse la testa, angustiata, e non rispose.

VIII.

Innanzi alla piccola tavola, su cui era il servizio da tè, con le ginocchia che quasi toccavano le ginocchia, scaldati dal buon fuoco borbottante, ritrovarono l’allegria e l’intimità.
Tullio chiese alla fanciulla se Ernesto Giuliani le fosse piaciuto; ed ella ne fu inorridita. Era brutto, smunto, smilzo, e rideva troppo, dimenandosi come avesse avuto qualche malanno indosso. Non le piaceva; non doveva essere buono; i suoi occhi lampeggiavano pieni di malignità e guardavano obliquamente, sfuggendo lo sguardo degli altri.
– Dunque, non lo sposerebbe? – domandò Tullio.
– Ma io non sposerei nessuno! – esclamò la giovinetta indignata. – Non ho mai pensato a sposarmi: che me ne faccio d’un marito? Io sono molto utile al mio papà, e non voglio lasciarlo. Tutte le mie amiche pensano al marito per uscir di casa; ma io sto bene, a casa mia, sono la padrona, e il mio papà è tanto contento di me, che non saprebbe vivere se io lo abbandonassi!… E sposare il Giuliani, poi! Che le viene in mente? Neppure se mi offrisse un trono! Io voglio vivere quieta e libera…. Forse sono stata sconveniente col suo amico? Forse ho parlato troppo, e lei ha creduto che mi piacesse?
Tullio dovette rassicurarla. Ma quando fu sicura, ella lo aggredì a sua volta:
– Lei, invece, perchè non si sposa? – disse. – Non ha trovato nessuna che le piaccia?
Lo Sciara tacque, guardandola.
– Ha capito? – riprese la giovinetta. – Le ho chiesto perchè non si sposa? Quanti anni ha?
– Trenta.
– A trent’anni, un uomo deve prender moglie, – dichiarò gravemente Estella. – Può sposare una ragazza giovane; dicono che tra marito e moglie deve esserci una differenza di quattordici anni….
Si fermò di repente, e sentì che le saliva alla faccia una vampa; cercò di dominarsi, rovesciò il bricco dell’acqua, si confuse.
– Che sciocca! – ella disse. – Io faccio degli sproloqui inutili, e poi ne arrossisco. Lei deve avere un’idea ben meschina di me.
– No, cara, – rispose Tullio. – Mi ha chiesto perchè non mi sposo, e glielo dico subito: perchè le mie condizioni finanziarie non me lo permettono ancora. Io devo pensare a mia madre e a due sorelle più giovani di me. Forse, un giorno, lavorando, lavorando molto, riuscirò a migliorare la mia situazione, e allora potrò avere una famiglia mia….
Estella congiunse le mani impetuosamente, con espressione di preghiera.
– Per carità! – disse. – Sono stata molto indiscreta; e l’ho obbligato a dirmi cose che forse le dispiacciono. Sono una selvaggia, non capisco nulla, non so trattenermi…. Che opinione si farà di me, lei?… Ma è la prima volta che mi trovo sola con un uomo, e non so come si deve fare….
Tullio diede in una risata.
– Cara innocente! – egli esclamò. – Lo credo, che è la prima volta che si trova sola con un uomo! Ma non mi ha dato nessun dispiacere. Si confessano a malincuore i segreti delle colpe e dei vizii; dire che si vive del proprio lavoro non è doloroso; il fatto non è umiliante….
– Anzi, è bellissimo…. Io ho sognato sempre di sposare un uomo che vivesse del proprio la….
Si morse la lingua. Ormai era fatta, s’era tradita, e la sua confusione fu tanta, che gli occhi le si velarono di lagrime. Guardò Tullio, il quale giocherellava con un coltellino e pareva non aver udito, ma egli alzò il capo, e disse:
– Anche il suo papà vive del proprio lavoro….
– Sì anche il mio papà, – esclamò Estella, felice ch’egli le avesse gettata quell’ancora. – Anche il papà lavora molto, e studia sempre, e basta a tutto.
Lo Sciara guardò l’orologio.
– È tardi, – osservò. – Domattina partiremo col battello delle nove e mezzo. Lei è stanca, e ha bisogno di riposare….
Estella voleva negare e trattenerlo, ma non osò.
Riattizzarono il fuoco, rimisero a posto la piccola tavola, e si salutarono.
La giovinetta diede la mano a Tullio. Dopo un attimo di esitazione, egli si chinò, impresse un bacio lungo sulla mano dalle dita sottili, mentre Estella impallidiva sorridendo.

IX.

Fu un viaggio triste. Splendeva il sole, ma ancora sibilava il vento gelido.
Ricoverati nella sala sottocoperta del battello, per lungo tratto viaggiarono in silenzio; poi Tullio domandò:
– Ha dormito bene?
– Non ho chiuso occhio l’intera notte, – rispose Estella. – E lei?
– Neppure io….
Seguì una pausa. La giovinetta riprese:
– Sarà stato il tè.
Lo Sciara non disse parola, e allora Estella soggiunse, dubitosa:
– Ascolti…. Mi ascolta?… Io ho pensato stanotte che sono stata insoffribilmente cattiva con lei, e l’ho fatto ammattire tutto il giorno. Ne ho un vero rimorso, e temo che lei mi lasci con una pessima impressione. Non so come farmi perdonare; non ho più tempo per dimostrarle che sono buona….
Tullio interruppe:
– La giornata che abbiamo passato insieme è stata un raggio di felicità per me.
– Anche per me, – disse Estella, respirando come liberata da un peso. – Ero felice; non avrei mai voluto che apparisse l’alba. Se mi si concedesse ancora un giorno così bello….
Tacque; s’accorse di dire troppo. Ma Tullio volle udire e incalzò:
– Che cosa farebbe?
– Qualunque sacrificio, – confermò Estella incoraggiata. – Ho pensato stanotte che mi taglierei tutti i capelli, per ottenere questa grazia; poi ho riso da sola, perchè sarei orribile, e lei si vergognerebbe di una ragazza tanto brutta, e non mi condurrebbe in viaggio e all’albergo.
– Io, – disse Tullio, – mi lascerei tagliare la mano sinistra, per riavere, non un giorno, ma molti giorni come quello che abbiam passato insieme.
– Che bella coppia! – esclamò la giovinetta. – Lei senza mano, e io senza capelli!
Risero, e fu l’ultimo lampo di gioia. Poi a poco a poco, la malinconia li vinse, il silenzio li riprese; squadrarono con rancore, quasi con odio, i viaggiatori che di stazione in stazione andavano prendendo posto nella sala e disturbavano il muto dialogo delle loro anime. Estella sentiva un amaro nodo alla gola, un desiderio di piangere, come se ciascuna toccata del battello l’avvicinasse a un destino triste; e per trovare forza, dovette dirsi che suo padre l’aspettava.
– Sente il suo profumo? – chiese Tullio. – -È nel mio fazzoletto, con le sue care lagrime….
Ella non rispose; volse il capo, guardando fuori, perchè l’amico non vedesse che nuove lagrime le facevano velo agli occhi.
Tullio riprese:
– Ricordi la promessa. Nessuno deve sapere mai che noi abbiam passato insieme un’intera giornata.
– Mai! – ripetè la fanciulla. – Mai, nessuno al mondo. Sarà il nostro segreto.
E non dissero più altro. Solo, quando il battello toccò Bellagio ed Estella s’avviava all’approdo, ella mormorò ancora con voce addolorata:
– Ahimè, come tutto finisce!

X.

La signora Anna Arrigoni, giunta a Brescia, trovò la figlia Francesca aggravatissima; e pochi giorni di poi, la giovane sposa moriva. Fu per tale ragione che la signora Anna si stabilì a Brescia; volle allevare ella stessa il bimbo della figlia sua e dar mano alla casa, poichè il genero non poteva togliersi ai suoi affari.
Estella e Tullio furono rapidamente ripresi dalla vita d’ogni giorno. Tullio si gettò al lavoro con rabbia, tentando di obliare e illudendosi in pari tempo che con una volontà sovrumana, con uno sforzo tenace avrebbe raggiunto la ricchezza di cui aveva bisogno per tornare a Bellagio, ripresentarsi a Estella e ricondurla seco per sempre; ma a mano a mano ch’egli procedeva, il tempo affievoliva il ricordo, la volontà declinava, lo sforzo si faceva ordinario.
E passarono dieci anni, senza che Estella e Tullio si vedessero; dieci anni, lunghi nei giorni di patimento, fugaci nelle poche ore di gaudio e di piacere.
Un giorno a Firenze, mentre una giovane signora bionda stava affacciata alla finestra dell’albergo e guardava in giardino, un uomo passeggiava pei viali, fumando e fermandosi qua e là a osservare i cespi di rose e sul prato una tempesta di margherite gialle.
Era, sì, mutato; alla barba e ai capelli si mescolavano numerosi fili argentei; rughe precoci gli solcavano la fronte, e un’espressione strana animava il suo volto. Ma la signora lo riconobbe alla prima occhiata; e senza riflettere, discese, entrò in giardino, andò incontro all’uomo, che s’era chinato a raccogliere qualche margheritella.
Egli alzò il capo, udendo il fruscìo della veste sulla ghiaia; e d’un subito, alla sveltezza della figura, alla luce che veniva da quegli occhi ceruli, anch’egli riconobbe la signora.
Un largo sedile era a ridosso d’una magnolia lussuosa. Essi presero posto e parlarono.
La signora bionda s’era fatta incontro all’uomo con un subitaneo tumulto nel cuore, il volto imporporato da una fiamma di verecondia quasi timorosa. Nulla aveva essa perduto del riserbo e della grazia d’un giorno. Era diventata più bella, ma l’anima rimaneva sempre chiarissima e dolce.
L’uomo era sorridente e freddo. La sua parola incalzava, facile ai madrigali, ricca di adulazioni e di lusinghe, accorta e calcolatrice, tanto che la donna lo interruppe.
– E lei, – disse, – non ha preso moglie?
– Io? – egli rispose ridendo. – Ah no! Ho rinunziato al matrimonio, perchè diffido di tutti e non ho alcuna inclinazione alla famiglia, che è una noia e un impaccio. Meglio vivere divertendomi e lasciando che si sposino gli amici….
Rise ancora, con un riso sinistro. Allora la donna capì l’espressione del volto, che le era parsa strana: libertinaggio; e chinati gli occhi perchè egli non potesse leggerle nello sguardo lo spavento per la cruda rivelazione, stette ad ascoltarlo, notando che anche la voce di lui era diversa da quella d’un giorno, divenuta rauca e mordace.
– Lei ha fatto bene a maritarsi, – egli diceva. – Ma noi uomini possiamo sfuggire agevolmente a questa sorte e io tento sfuggirla con la cura più meticolosa…. Del resto, alla mia età, pochi pericoli mi insidiano ormai, in questo campo…. Ma lei è felice; i suoi magnifici occhi hanno uno sguardo tanto calmo, che dicono la pace e la soddisfazione…. Io l’ammiro molto…. La sua bellezza è nobile e squisita….
Mentr’egli parlava, la signora andava osservando che una mano di lui, posata sopra un ginocchio e guantata, rimaneva sempre immobile, come inerte, come lignea. Egli s’accorse di quello sguardo insistente, quasi interrogativo, e disse, con accento breve d’indifferenza:
– Mi guarda? Ho perduto la mano, in rissa, una notte….
Fu stupito vedendo che la signora impallidiva.
– Ebbene, – soggiunse, – che c’è? À la guerre comme à la guerre….
– La mano sinistra! – esclamò la donna quasi con un grido. – Non ricorda più nulla?
– Che cosa devo ricordare? – egli domandò ancora sorpreso.
– Nulla, ha ragione! – ripetè la donna con voce spenta.
– Lei si ferma a lungo qui? – egli continuò. – Permetterà che ci vediamo?
I suoi occhi acuti circondavano e cinghiavano il bel corpo agile della signora.
Ma questa si alzò di scatto.
– No, – rispose. – Non mi fermo; dovevo partire stasera, ma partirò subito…. Raggiungo mio marito a Londra.
Gli tese la mano; egli la strinse, freddo, perduta ormai ogni speranza di seduzione.
Così si lasciarono, e nella vita non s’incontrarono mai più.