Luciano Zuccoli – La signorina Empiastro

Pochi giorni prima di prendere congedo dalla famiglia Grifi, l’istitutrice si degnò di confidarsi con la cameriera. Era un’istitutrice francese, la quale parlava l’italiano con sufficiente esattezza; e doveva essere sostituita da un’istitutrice inglese, la quale parlasse il francese con sufficiente esattezza.

– Io sono contenta d’andarmene, – disse Mademoiselle. – Non posso lagnarmi della signora e del signore, che mi han trattato sempre bene. Ma la signorina! Come fate voi a resistere? Come si può starle vicino senza impazzire? In un anno, ho percorso tutta una Via Crucis che non dimenticherò più. Me ne vado, e sono contenta. Sono contenta di lasciar la casa e la signorina Empiastro….

La cameriera, stupefatta a udir così definita brutalmente la piccola Nora Grifi, non trovò risposta; ma il soprannome di signorina Empiastro per la fanciulla di sedici anni tutta gentile, le parve disgraziato e ingiusto…. E quando Mademoiselle se ne fu andata coi molti bei regali che i signori Grifi non mancarono di farle, la cameriera osò aprirsene con Nora.

Andò una mattina, come di solito, a svegliarla assai presto; e mentre la giovinetta, appoggiata ai guanciali, i capelli bruni sparsi sugli omeri, centellava la sua cioccolata, e guardando fuor dalla finestra aperta a piè del letto, sorrideva al bel sole e al cinguettìo insolente dei passeri in giardino, la cameriera le chiese se non le dispiaceva che Mademoiselle avesse lasciata la casa.

– No, vedi, non me ne importa nulla! – rispose Nora scuotendo il capo. – Non me ne importa nulla, perchè non potevo volerle bene…. Avevo provato a volerle bene, ma mi sono accorta che la infastidivo, che non intendeva rinunziare per me alla sua poca libertà, che mi guardava come avessi voluto incatenarla…. E allora, non le ho voluto bene….

Restituì il vassoio alla ragazza e gettate le coltri, infilati i piedini nelle pianelle, avvoltasi nell’accappatoio color di fiamma viva, s’avviò per correre al suo bagno…. Ma si fermò di repente, come pensierosa, mentre la cameriera la guardava nella dorata luce solare, dritta e fresca a guisa d’un fiore porpureo.

– La colpa è mia! – disse Nora a mo’ di conclusione. – Io non so voler bere. Stanco tutti. Ho stancato la mamma e il papà e Mademoiselle e le mie amiche…. Mi chiamano la signorina Empiastro….

– Come, lei sa?… – esclamò la ragazza sbalordita.

– Lo sai tu pure, mi sembra?

– Me lo ha detto Mademoiselle ieri l’altro…. – balbettò la cameriera.

– Vedi? Lo sanno e lo dicono tutti!… La signorina Empiastro significa una fanciulla che ha bisogno di voler bene, e non sa voler bene coi dovuti riguardi, e si attacca troppo, e annoia e infastidisce e irrita…. Io sono la signorina Empiastro….

Spiccò un salto, a pie’ pari, come un puledro che caracollasse, e prima d’entrare nell’alcova, si affacciò alla finestra, guardò i cimi degli alberi agitati dallo svolazzare dei passeri, li salutò con molti cenni del capo e rise; poi scomparve. La cameriera udì il tuffo nell’acqua, e corse a deporre il vassoio per tornar nell’alcova ad asciugare la fanciulla.

In casa, Nora Grifi comandava; le mettevano al fianco una istitutrice d’un qualunque paese che non fosse italiano, e la lasciavano sbizzarrire. La mamma e il papà non la vedevano che all’ora della colazione e del pranzo, e perchè v’eran quasi sempre invitati, si scambiavano anche in quell’ora poche parole. Tutto il resto della giornata era libera; studiava il piano, faceva molti sgorbi all’acquerello o col lapis, andava a passeggio con l’istitutrice, s’indugiava in giardino, ch’era la sua più cara proprietà e veniva coltivato da lei, leggeva i romanzi permessi, sbrigava la corrispondenza con qualche amica lontana, e si comprava tutto ciò che le aveva destato una curiosità, la quale non durava più di ventiquattr’ore. Aveva comperato un grammofono, una bicicletta, una macchina per proiezioni, una gelatiera istantanea, gli oggetti più strani dei quali aveva appreso le virtù e le meraviglie dagli avvisi delle riviste; poi li aveva regalati per far posto ad altre compere….

Non comperava se non per andar nei magazzini e nei negozi a vedere molta roba accatastata; era il suo divertimento del pomeriggio; le piaceva l’odor del cuoio, delle stoffe seriche, delle confetterie, e ne inventava ella stessa, sentendo l’odore dell’argento e dei merletti e dei gioielli. Qualche volta in un negozio s’imbatteva nella mamma, che dopo averle detto una parola garbata, raggiungeva la sua carrozza e la lasciava con l’istitutrice.

Nora non ricordava d’aver mai fatto una passeggiata lunga con sua madre. Quanto al papà, era giusto; aveva la Banca, la Borsa, e non poteva sciupar tempo con la signorina Empiastro, che gli si sarebbe appesa al braccio e avrebbe ciangottato una infinità di piccole sciocchezze per tutta la durata del passeggio.

I signori Grifi avevano lungamente sognato d’avere un erede; dopo quattro anni di matrimonio, era nata una femmina, Nora, e la delusione era stata cocente. La trattavan bene, le concedevano tutto, la guardavano con indulgenza; ma non si curavano di capirla, nè di farsi capire. Ella, del resto, aveva già le sue afflizioni: le istitutrici e i fidanzamenti. La casa era frequentata da gentiluomini brillanti, ufficiali di cavalleria e aristocratici che avevan vissuto. Di tanto in tanto, benchè Nora non avesse più di sedici anni, qualcuno si faceva innanzi, tastava terreno con la mamma e il papà, e si ritirava.

Piaceva, Nora. Era savia, nonostante la sua sventataggine; era bella, allegra, ricca, seducente per mille inconscie seduzioni femminili. E sua madre non per altro, se non per obbligo di coscienza, l’avvertiva ch’era stata chiesta la sua mano.

– Non per oggi, nè per domani, intendiamoci! – soggiungeva. – Sono disposti ad attendere un anno, due, tre….

– Ho capito! – esclamò una volta la fanciulla con inconsapevole cinismo. – Cominciano le prenotazioni, come per una première.

Toniolo Montalba, che aveva portato quel giorno un cartoccio di silene pendula, diede in una risata.

– Ha detto una cosa grande! – egli esclamò, accompagnandola poco dopo in giardino.

Per Toniolo Montalba, tutte eran grandi le cose che diceva Nora. Egli contava ventisei anni; era medico; alto, magro, pallido, intristito da una specie di pigrizia sentimentale, che pareva averlo addormentato innanzi tempo. Il destino gli si era messo contro, da un pezzo. Non ne indovinava una, quantunque, presa la laurea già da cinque anni, avesse una coltura e un’intelligenza eccezionali. Non aveva clientela; le donne lo guardavano ironicamente; gli uomini non lo consideravano per nulla. Guarita Nora da una bronchite minacciosa, era diventato amico di casa; lo si dimenticava un po’, come un mobile; era inutile e necessario a un tempo. Aiutava Nora nei suoi esperimenti di giardinaggio, parlava poco e stava molto con le mani in mano, a meditare non si sapeva che cosa.

Nora era spesso accompagnata da lui, dall’istitutrice e da Trust, un barbone simile a un batuffolo di seta bianca. Toniolo aveva suggerito di far tutto un corredo a Trust, e Nora gli aveva fatto un corredo di nastri e di collaretti e di musoliere e di soprabiti per l’inverno; lo aveva calzato con quattro piccoli stivali a stringhe perchè potesse comparire degnamente in salotto e non insudiciasse i tappeti. Lo si udiva galoppare pei corridoi con quei quattro stivali, che facevano pensare all’avvicinarsi d’un elefante; e quando s’affacciava, era tale una risata, che Trust si metteva subito a sedere, guardandosi intorno stupefatto.

Venne l’istitutrice inglese, e venne insieme una proposta di fidanzamento del dottor Guidelli.

L’istitutrice, miss Evelina Towsend, era peggio di quell’altra: fredda, stecchita, meticolosa, si stupiva di tutto, voleva insegnare il risparmio alla fanciulla, deplorava che avesse tanto danaro, e coglieva ogni occasione per farle una lezione di morale.

Il dottor Guidelli, giovane e ricco, guardava molto la fanciulla e amava ascoltarne il chiacchierio; era per lei rispettoso, attento, sollecito, qualche volta improvvisamente timido.

– Che cosa pensi del dottor Guidelli? – le chiese la mamma, tanto per chiedere.

– Io? Proprio niente! Voglio comperarmi un paio di guanti bianchi filettati di rosso, che ho visto ieri. Ti pare che mi staranno bene?

– Ti staranno bene. E allora, il dottor Guidelli?

– Ma che devo farmene? Non ci ho già il dottor Montalba che mi aiuta a curare le aiuole? Tu vedessi quella sassifraga, com’è riuscita!

Dell’istitutrice si sbarazzò in maniera semplice. Litigò con lei perchè non le permetteva la sera di fare i «salti mortali» sul letto, prima di coricarsi. Nora affermava che tutte le altre istitutrici glielo avevano permesso.

– Facevamo le capriole insieme. Se lei non sa farle, almeno le lasci fare a me!

Miss Evelina Towsend non rispose. Nora s’arrampicò sul letto.

– Ha capito? – disse. – Voglio fare i salti mortali, perchè sono una buonissima ginnastica….

E puntò la testolina sul piano del letto, arcuandosi per darsi la spinta e rotolare dall’altra par….

– Signorina! – interruppe miss Evelina Towsend. – Io la prego di trovarsi una nuova istitutrice, perchè non posso assistere a simili follie scandalose.

Nora abbandonò subito la sua posa preparatoria e si mise a sedere sul letto. Era tutta chiusa dal collo fin oltre i piedini in una interminabile camicia da notte, che Nora chiamava la Transiberiana per la sua lunghezza, e che la faceva parere più bambina. Ma abbozzò un gesto solenne, dicendo come un Re:

– Accetto le sue dimissioni!

– Ha fatto una cosa grande! – commentò il dottor Montalba quando seppe di quel congedo. – L’inglese io non lo capisco….

– Bella ragione, che sciocco! – esclamò Nora. – Non l’ho mica mandata via per questo!

– In ogni modo, ha fatto una cosa grande! – ripetè Toniolo, mettendo la mano destra nella sinistra.

Miss Evelina Towsend fu sostituita da una istitutrice tedesca, Fräulein Dorotea Schönberg, una grossa barbabietola di trent’anni, con gli occhi immobili. Fräulein non faceva mai osservazioni. Fiutata la casa ricca, vi si piantò, per impinguare tranquillamente il borsellino fin che fosse venuto il momento di sposare un impiegato della Banca di Frankfurt am Mein, il quale cantava e beveva divinamente.

– Lei mi piace, perchè non si stupisce di nulla! – disse Nora un giorno.

– No, in verità.

– Io le vorrò bene! – promise la fanciulla, credendo di offrirle un gran regalo.

– Non troppo! – rispose Dorotea. – Non bisogna amare troppo le persone che si devono perdere!

La fanciulla rimase intontita; non aveva mai pensato all’economia della tenerezza.

– Se lei non si stupisce di niente – riprese – io domani andrò a passeggio vestita da uomo!

– Io credo che lei farà una bellissima figura, – replicò Dorotea placidamente.

Nora, che aveva contato sulle dimissioni di Fräulein, come gaio riscontro alle dimissioni di miss Evelina Towsend per «follia scandalosa», rinunciò subito all’idea, e si rassegnò a tenersi l’istitutrice.

Ma non ebbe tempo nè a curarsene, nè a volerle bene, perchè la mamma in quei giorni fece un lungo discorso a Nora, un discorso prudente che concludeva con l’avvertirla come il conte Longari avesse posto gli occhi sulla fanciulla, e, da quanto se ne capiva, intendesse chiederne la mano.

– Longari! – esclamò Nora. – Io non so perchè tu voglia fidanzarmi con un uomo che ha un’orecchia più lunga dell’altra.

– Via, Nora, sono fantasie!

– Eh, no, non sono fantasie! E poi è calvo, ossia ha pochi capelli biondastri. E ci ho già il dottor Montalba che perde i suoi con una rapidità spaventevole. Tutto questo mi affligge!…

Nonostante quelle osservazioni, lasciò fare: giuocò per un anno alla fidanzata e ascoltò i discorsi del conte come aveva ascoltato le cantatine del grammofono, solo dolendosi di non poterlo far cessare a suo talento.

Ma il conte Silvio Longari guastò tutto, classificando il dottor Toniolo Montalba quale una persona che si doveva allontanare. La sua frequenza in casa, le sue funzioni di cane in soprannumero, l’intimità di cui godeva presso la famiglia Grifi, che lo reputava uno zero utile, infastidirono il conte; il quale, non per sè, ma per il mondo, espresse il desiderio che il dottor Montalba diradasse le sue visite.

– Bravo, proprio adesso che stiamo provando una coltura nuova per le gardenie grandifiore! – esclamò Nora. – Perchè non mi si mette a fare il geloso anche di Fräulein Dorotea? Eppoi, già, devo dirgliela, conte; io mi son fidanzata con lei per far piacere a mamma, e avevo osservato, fin da un anno fa, che ha pochi capelli…. In un anno, è stato un disastro: si guardi allo specchio, La prego!

Quando si seppe che il conte Silvio Longari s’era ritirato, le zitelle più anziane di Nora ebbero un brivido di gioia:

– È veramente la signorina Empiastro! – dicevano. – Li fa scappare tutti! Sì, bella, intelligente, fresca, ingenua, quel che si vuole, ma uggiosa, piena di capricci e di manie. Vedremo dove andrà a finire….

Anche la mamma s’infastidì per quel brusco scioglimento, dopo un intero anno di speranze. Il conte Silvio Longari meritava molti riguardi.

– Non ti confondere! – le disse Nora. – Sposerò quell’altro….

– Quell’altro? Quale altro? – chiese la signora Grifi atterrita all’idea che la figliuola avesse qualche simpatia di cui nessuno sapeva nulla.

– L’altro, quello che verrà…. Non ne salta fuori uno ogni sei mesi?… Pare che tutti pensino a sposarmi…. Ma che abbia molti capelli, sai, e mi lasci Trust e Montalba, perchè non voglio mica incomodarmi per i fidanzati!

L’altro tardò qualche tempo a saltar fuori. I fidanzamenti sfumati avean recato danno alla fanciulla e giovato alle amiche di lei, che si ripagavan delle passate ore d’invidia, illustrando il suo soprannome.

Toniolo Montalba diede una conferenza in quei giorni, sulla semeiologia dell’apparato respiratorio. Nora volle andare ad ascoltarlo, per divertirsi; s’era imaginata che la semeiologia3 avesse qualche attinenza col giardinaggio e l’orticoltura. La conferenza fu un fiasco: pochissimi ascoltatori, sparsi in una sala immensa e male illuminata, tra i quali Nora e Fräulein avevan destata una curiosità chiacchierona e irriverente. Nora aveva un cappello smisurato che distraeva l’oratore già intimidito dalla mancanza del pubblico. Il Montalba parlò male, si confuse, incespicò, trattenne l’uditorio per un’ora e un quarto senza mai animarlo; e nessuno si ricordò, a conferenza finita, di tributare a Toniolo i soliti quattro applausi.

Nora tornò a casa e pianse.

– L’ho rovinato io col mio cappello! – disse alla cameriera. – Ho sul cappello un maledetto esprit, che cava gli occhi e non sta mai fermo. È impossibile parlar bene di…. di…. quella cosa, davanti al mio cappello!

Toniolo non parve addarsi dell’insuccesso; tacque, meditò come al solito, con le mani in mano, e non disse neppure d’aver visto Nora e Fräulein alla conferenza. Diventato più pigro e trasognato, obbediva alla fanciulla con la docilità irragionevole di Trust.

Ma gli avvenimenti stringevano. La bellezza di Nora, che aveva ormai diciassette anni compiuti, era delicata e soave: la luce calda che ne illuminava gli occhi, era addolcita dall’ombra azzurrina delle ciglia, e un sorriso calmo, ingenuo, puro, attenuava la vivezza quasi procace delle labbra rosse. Snella e pieghevole, ardita e forte, si conservava tutta candida nel pensiero, diceva ancora sventatamente ciò che le passava pel capo, ignorando la civetteria e la doppiezza cortese.

Gli uomini cominciavano a guardarsi in cagnesco per lei. Il dottor Montalba aveva capito la necessità di farsi meno assiduo e men familiare. Tra il capitano Demarchi e il conte Sciffi, ambedue desiderosi di guadagnar le simpatie della fanciulla e di chiederne la mano, eran corse parole agre, e s’era accomodata la cosa a stento, per un riguardo a Nora e alla sua famiglia. La signorina Empiastro trionfava senza avvedersene; pericolosa senza pensarlo; tanto più invidiata e desiderata quanto meno s’occupava di uomini e di matrimonio.

– State attente, – si dicevan le amiche di lei. – Sposerà un principe, quella stupida!

La mamma cominciava a riflettere ella pure; qualche candidato lo rabboniva e lo licenziava da sola, alla lesta, come il professor Castelli, che aveva trent’anni più di Nora e farneticava di sposarsela, o il marchese di Serrati, il quale fabbricava il cognac italiano e si ubbriacava col cognac francese.

Ma di taluni altri bisognava pur parlare con la fanciulla, perchè eran candidati serii e desiderabili. E occorreva decidersi, per finir quella processione di spasimanti che ingombravan la casa e obbligavan la mamma a tener gli occhi sbarrati. A furia d’attendere e di procrastinare, ella si trovò ad averne tre in un colpo; uno aveva avanzato la sua domanda regolare; gli altri due, poichè la signora Grifi li fiutava ormai da lontano, la meditavano.

Nora ne fu costernata. Il tenente Gigino Corrieri aveva i capelli rossi.

– Digli che si tinga! – esclamò la fanciulla con un’irritazione subitanea. – Si tinga i capelli e i baffi e poi parleremo….

– Nora! – interruppe la madre. – Tu mi diventi tutti i giorni più bambina. Sei presso a diciott’anni, oramai, e devi pensare seriamente….

– Ma se non mi piacciono? Il tenente Corrieri, no. L’ingegnere Nicoletti è un giuocatore. Lo sai anche tu e si profuma come una donna…. Dove va a pescare i profumi, poi!… L’altro giorno sapeva d’albicocco. Il conte Gani vuole stabilirsi in campagna. Figurati: a diciotto o diciannove anni cominciare a vivere a Colombano sul Naviglio o ad Acquanegra sul Chiese!… Mandali via, mamma, non li voglio vedere! Non mi lasciano tranquilla, non mi permettono d’essere libera…. È una persecuzione!… Ci sono tante ragazze, e tutti corrono da me, come non ci fossi che io al mondo!

E Nora proruppe in un pianto così alto e così pieno, che Trust, il quale assisteva al colloquio coi quattro stivali d’obbligo, fece un piccolo galoppo e scomparve spaventato sotto il divano.

– Il fidanzato me lo sceglierò io! – riprese la fanciulla. – Brutto, sciocco e buono. Ecco il mio ideale.

– C’era un altro del quale volevo parlarti, – disse la mamma. – Il mar….

– Per carità! – interruppe Nora. – -Un quarto?… Non voglio udire; mandalo via anche lui….

– Ma se non sai nemmeno chi sia!

– Me lo immagino. Il marchese Lombardi o il marchese Stagi…. Ce n’è una collezione, e io non posso più nè muovermi nè parlare, perchè non si dica che preferisco l’uno all’altro…. No, mamma, non ne facciamo nulla!… Andiamo, Trust!…

Trust sbucò da sotto il divano e seguì Nora che uscita dalla camera, s’avviava in giardino; l’istitutrice sbucò dalla sua stanza e seguì Nora e Trust. Tutti e tre giunsero in giardino silenziosamente, ciascuno pensando ai propri casi. I casi di Trust erano i più disperati, perchè non poteva galoppar bene sulla ghiaia con gli stivali, e nessuno si ricordava di levarglieli.

Nora si volse a Fräulein:

– Io mi taglierò il naso, un giorno o l’altro! – disse rabbiosamente.

– Ma si farà molto male! – rispose placida l’istitutrice.

– Così non piacerò più a quella caterva d’imbecilli!

Era irritatissima e guardava con rancore anche la bella sassifraga delle aiuole, ascoltando il galoppo zoppicante di Trust, che cercava il terreno più adatto ai suoi stivali.

Ma il volto di Nora si rasserenò d’un tratto, e un sorriso le comparve sulle labbra.

– -Da dieci giorni! – ella disse, andando incontro a Toniolo Montalba, il quale, scortala in giardino, era entrato pel cancello semiaperto. – È stato dieci giorni senza farsi vedere.

– Ho…. ho avuto…. – balbettò il Montalba sorpreso dall’osservazione della fanciulla. – Ho avuto molta gente….

– Molti ammalati?

– No, molta gente. Dicevo che c’è molta gente per le strade….

Nora tacque, lo squadrò, lo vide con un cartoccio in mano.

– Che cosa mi ha portato? – disse.

– Sono i bulbi dei giacinti Pompon.

E tacque anche il Montalba a sua volta.

– Ora verrò più di rado, – egli riprese improvvisamente. – Lei si fa così…. così…. che la mia compagnia non è più adatta…. Si fa così….

Nora gli voltò le spalle e guardò Trust, che sedeva ai suoi piedi. Fräulein era ferma a pochi passi e leggeva un canto del Klopstock.

– È perchè mi faccio così…. e così…. non verrà più a trovarmi, che4 sciocco? – ripetè Nora, squadrandolo un’altra volta. – Io non sento mica soggezione per Lei, sa?

– Me ne accorgo! – rispose Toniolo ridendo.

La fanciulla tacque di nuovo; poi risolutamente gli si avvicinò.

– Lei potrebbe farmi un favore? – chiese.

– Ma certo; sarei felice, – rispose il Montalba stupito da quella domanda e dallo sguardo della fanciulla che pareva scrutarlo.

– Potrebbe farmi il favore di sposarmi? – domandò Nora con tranquillità.

Toniolo Montalba impallidì e diede un passo indietro.

– Signorina, – disse gravemente, – questo è un cattivo scherzo, non degno di lei!

– Non è uno scherzo, – ribattè Nora con la sua solita voce. – Se non le dispiaccio, faccia la domanda al miei genitori. Io sono torturata, assediata, perseguitata dai fidanzamenti: oggi se ne sono scoperti tre o quattro in una volta…. non mi è più possibile dire di no, non mi è più possibile vivere in casa mia…. Bisogna che mi sposi…. E nessuno mi piace. Non vorrei bene a nessuno, ne sono certa…. E io voglio poter voler bene….

Toniolo Montalba sedette sopra un ceppo adattato a seggiola rustica. Era ancora pallidissimo e guardava Nora con una specie di adorazione negli occhi, la quale gli illuminava tutto il viso.

– Ma…. – balbettò. – Io credeva che la mia conferenza sulla Semeiologia le avesse dato una cattiva idea di me….

– Non ha altro da dirmi? – esclamò Nora corrugando le sopracciglia….

– Sì, sì, ho molte cose da dirle! – esclamò Toniolo, saltando in piedi.

E impallidì nuovamente.

– Non va! – riprese. – Io non sono mai stato fortunato. La sua mamma non mi vuole….

– Non è mai stato fortunato perchè era solo, – osservò Nora. – Crede che io le avrei lasciato fare quella conferenza così sconclusionata sull’apparecchio respiratorio?

Toniolo Montalba rise, prese le mani sottili di Nora e le baciò ambedue, mentre Fräulein si avvicinava a grandi passi, con l’indice destro fra le pagine della Messiade.

– E se i suoi mi cacciano via? – domandò Toniolo, afferrato di nuovo da un’angoscia che gli mozzava il respiro.

– Mamma fa quel che vuole la signorina Empiastro! – dichiarò Nora solennemente.

Il Montalba le afferrò daccapo le mani e gliele baciò ancora, una dopo l’altra.

– Ma, signore! Ma, signorina! – esclamò Fräulein sbalordita.

– A domani! – disse Nora, salutando Toniolo e avviandosi per risalire in casa. – Venga domani, e combineremo tutto.

Poi si volse a Fräulein che le stava alle calcagna.

– Che cosa ha, Fräulein Dorotea? – chiese. – Non mi aveva detto che Lei non si stupisce di niente?