Luciano Zuccoli – La volpe di Sparta

I.

L’ombra della donna.

Tra i numerosi commessi del grande negozio di maglieria Adolfo Scotti e C., la signora cercava degli occhi il suo commesso di fiducia, il Baganella, che sapeva i gusti, dava buoni consigli, veniva a patti sui prezzi “proprio perchè è Lei”, e le faceva trovar tutto a casa o le mandava tutto in villa con esattezza scrupolosa. Ma Vittorina Ornavati non riusciva a vederlo tra quel viavai. Il direttore, abbandonando il banco e la cassa per un istante, le andò incontro con la sollecitudine che meritava una cliente di sì grande importanza, e salutò lei e suo marito, sorridendole con discrezione.

– Cerca del Baganella, signora Ornavati? È in licenza per un mese; stava poco bene…. Ma le indicherò un altro giovane di cui sarà contenta….

– O Celso, il Baganella sta poco bene! – disse Vittorina con voce dolente a suo marito.

– Chi? – rispose Celso Ornavati. – Ah, mi dispiace! Speriamo che guarisca….

Egli non sapeva chi fosse quel Baganella; fumava la sigaretta, guardando una giovane troppo elegante che comperava maglie di seta troppo fini…. Ma dal momento che non stava bene, era giusto augurargli di guarire; se poi non fosse guarito, sarebbe stato lo stesso. Celso Ornavati era gentile e distratto: si dilettava di pittura, di musica, di letteratura, di filosofia, con la misura giusta per non riuscire a nulla, e fumava sessanta sigarette al giorno. Quel giorno aveva letto in treno, accompagnando Vittorina dalla villa in città, gli aforismi di Oscar Wilde; ed era in cerca di aforismi egli pure per provarcisi.

– Mi aspetti? – riprese Vittorina, mentre seguiva il direttore. – Non starò molto.

Celso prese la sedia che gli offriva un commesso e sedette quasi alle spalle della giovane troppo elegante, per foggiare un aforisma su di lei…. La donna…. La serietà della donna mentre guarda una maglia di seta…. Non toccate la donna che entra in un negozio…. Il denaro dell’uomo che si tramuta in una maglia…. Nulla di nuovo in coteste osservazioni: bisognava inventar qualche cosa di veramente paradossale; per esempio…. Ma fu interrotto da un movimento della giovine, che sentendosi guardata, si drizzò sul busto e respirò dolcemente…. “Nel fondo d’ogni umana vicenda, voi trovate il malinteso….” Celso Ornavati era giunto a questo aforisma, perchè aveva pensato che la giovane, non avendolo visto entrare con Vittorina, lo credeva solo. Ma non gli parve degno di stampa; qualche cosa di simile era già stato detto.

All’estremità del banco, in piedi, a braccia incrociate, chiuso in una redingote irreprensibile, guardando gli altri, stava un commesso alto e biondo; a lui il direttore condusse Vittorina e gliela affidò, dicendogli:

– La signora Ornavati: una cliente di gran conto, Filippeschi!

Poi, fatto un nuovo inchino alla signora, si allontanò.

A Vittorina parve subito molto singolare quel commesso, che aveva polsini e solino candidissimi, e una cravatta nera, il cui nodo avrebbe destato l’invidia di Giorgio Brummel. Nel profilo di lui, negli occhi cilestri, nella linea della bocca, nella forma delle mani, vide qualche cosa d’indefinibile, che veniva dall’educazione o dalla razza. Il suo buon Baganella era uomo semplice e cortese, paziente ed esperto, una brava macchina da lavoro, un ampio casellario di merce, e null’altro. Colui che il direttore aveva chiamato Filippeschi era un giovane elegante: Vittorina lo avrebbe preso per marito senza batter ciglio, anzi con un poco di timore, perchè le sembrava molto più serio, nonostante gli aforismi, che il suo Celso.

– Non saprà nulla! – -pensò con disagio.

Invece sapeva tutto: era pratico di seta e di lana e di cotone e delle specie e sottospecie e dei prezzi e dei nomi e delle scatole; ascoltava e obbediva; esprimeva, se richiesto, il suo parere; sapeva avvolgere nella carta dodici paia di calze e farne un pacchetto maneggevole; giudicava con sicurezza i colori e la durata. Aveva anche le sue clienti, come il Baganella; alcune signore entrando e passando dietro Vittorina lo avevano salutato con un sorriso o un lieve cenno del capo….

Donde era piovuto?… Vittorina si sentiva, a mano a mano che le sue compere s’accatastavano sul banco, diventare infedele al bravo Baganella: se non fossero state quelle mani lunghe senz’anelli che scivolavano sulla seta come sopra la tastiera d’un piano, e quel nodo di cravatta e quella bellissima redingote, infine se non fossero state le caratteristiche esteriori del giovane, che in un commesso la infastidivano, avrebbe finito col preferire al povero Baganella quel Filippeschi dai polsini candidissimi.

– Mi faccia mandare tutto in villa! – disse Vittorina, alzandosi e staccandosi dal banco. – Ma al più presto, la prego….

– Oggi stesso, fra un’ora, – rispose il Filippeschi inchinandosi.

Vittorina s’avviò, poi si fermò d’un tratto.

– Lei non sa il mio indirizzo, – -osservò con uno sguardo al commesso che la seguiva per accompagnarla fino alla soglia.

– Non importa, signora! – rispose il Filippeschi.

La signora si morse le labbra…. Che sciocca!… Aveva ragione il commesso: l’indirizzo l’avrebbe trovato al banco, presso il direttore…. Non era una cliente di gran conto? Non comperava presso Adolfo Scotti e C. da quattro anni all’incirca?

– Celso, – -disse, avvicinandosi a suo marito. – Io sono pronta. Non comperi nulla tu?…

Celso, un po’ inclinato innanzi, discorreva dalla sua sedia con un fox terrier, che seduto sopra una sedia vicina, rimaneva immobile, superbo di un collare di cuoio rosso coi campanelli dorati, guardando disdegnoso quel signore che non aveva mai visto.

– Io? – disse Celso alzandosi e mettendo fine con un lieve saluto dell’indice alla conversazione. – Sì, calze di seta….

Il Filippeschi ritornò al banco, e mentre gli andava dietro, Celso mormorò a sua moglie:

– Non si scherza! È un vero gentleman, come non se ne vedono che a Londra, il tuo Baganella!…

– Ma non è il Baganella! – corresse Vittorina. – È un nuovo, che fa il commesso per ridere….

– Per ridere? – esclamò Celso. – Non mi darà delle calze rattoppate?

Sul banco eran già allineate le scatole di cartone bianco: la sigaretta tra l’indice e il medio della destra, Celso fece la scelta d’alcune paia di calze, poi si stancò e disse al Filippeschi:

– Insomma, ha capito. Me ne mandi una dozzina…. Posso fidarmi di lei?

– Credo; – rispose il giovane sorridendo.

– Allora, con la roba che manderà a mia moglie…. E grazie….

Ma fu interrotto dalla voce di una signora, che presso di lui diceva al direttore:

– Non ho fretta, non ho fretta…. Quando il conte avrà finito….

Celso si rivolse, e vide una piccola bruna, che parlando del conte accennava con gli occhi al Filippeschi; e questi ebbe sul viso un’ombra fugace, subito dissimulata dalla maschera di un sorriso gentile.

– Hai capito?… È un conte! – -disse Celso a sua moglie, mentre s’avviava con lei, dopo aver salutato il Filippeschi. – Ho buon naso io…. Non bisogna mai disperare…. Un’ora fa sarei morto senz’aver veduto un conte che vende le calze. Che cosa mi riserba il buon Dio per questa sera?

– Auf, quanto sei uggioso con le tue divagazioni! – osservò Vittorina.

E presso alla soglia, chiese al direttore:

– È davvero un conte quel nuovo commesso?

– Il conte Folco Filippeschi; ma egli desidera non si sappia o almeno non si dica troppo, – rispose il direttore. – La signora Galassi, che ha scoperto il segreto, non sa tacere….

La signora Galassi doveva essere la piccola bruna.

– E come mai è venuto a finir qui? – interrogò Vittorina incuriosita.

Il direttore si strinse nelle spalle.

– Sa, circostanze! – rispose vagamente, con un sorriso, il quale voleva addolcire la parola troppo breve.

– Perdite di giuoco! – definì Celso. – In questo caso è meglio fare il croupier a Montecarlo.

– Non ci ha la faccia, – ribattè Vittorina con sicurezza. – Piuttosto qualche disgrazia di famiglia.

– I Filippeschi non li conosco: devono essere di Pistoia, – osservò Celso.

– Di Perugia, – rettificò il direttore. – Nobiltà del quattrocento.

– Quattro e cinque, nove; cinque secoli di nobiltà, – calcolò Vittorina.

– È un’esagerazione, per vendere le calze! – disse Celso. – Io venderci almeno cavalli e carrozze.

– Li avrà già venduti, – riflettè Vittorina. – Ed è solo?

– No, signora….

Ma in quel punto il campanello del telefono squillò: la fabbrica domandava del direttore.

– Chiedo scusa, – disse questi, felice d’interrompere una conversazione, che gli faceva perder tempo. – Devo dare qualche ordine….

– Vada, vada. Arrivederla! – consentì Vittorina.

E guardò in alto. Pioveva un’acqua sottile e fredda, che pareva iniziare un autunno precoce: per la strada, rapidamente spopolata, passavano radi uomini malcontenti sotto gli ombrelli lucidi; un cavallo era scivolato sull’asfalto nero all’angolo della via, e un gruppo di curiosi gli stava intorno, osservando gli sforzi del cocchiere, che voleva rimettere in piedi la bestia senza sfibbiarne le tirelle.

Celso Ornavati fece segno a una vettura pubblica; e mentre dava la mano a Vittorina per salire, disse, come concludendo un pensiero che lo aveva occupato fino a quell’istante:

– La cosa, del resto, non è punto strana.

Salì egli pure, si mise a fianco della moglie, e dato al vetturino il nome d’un caffè, riprese:

– Tutti i grandi scrittori, tutti i grandi artisti, tutti gli uomini che avevan da dire o da fare qualchecosa d’originale, han cominciato sciupando il loro tempo, per assecondare la famiglia; sono stati commessi, scrivani, impiegati, copisti…. Poi un bel giorno han trovato il coraggio di rischiare il gran colpo, si son ribellati alla tirannia di casa, e si sono gettati a mare. Io ho avuto un amico….

Era una specie di ritornello nei discorsi serii di Celso, la frase: “Io ho avuto un amico….” Il numero dei suoi amici sarebbe stato incalcolabile, se veramente fossero esistiti tutti quelli dei quali citava la vita e le gesta a suffragarne qualche tesi o un qualsiasi ragionamento.

– Io ho avuto un amico, il quale è oggi un romanziere celebre. Ebbene aveva già pubblicato un romanzo, quando per compiacere la famiglia che non vedeva scaturir danaro dal libro, dovette acconciarsi a tener la contabilità in un magazzino di formaggi, poi i registri presso una Società d’Assicurazioni.

Vittorina si guardò dal chiedere il nome del romanziere celebre; e indispettito, Celso continuò come avesse voluto rintuzzare le più vive obiezioni.

– Ma perchè citare i miei amici?… Non ve n’è alcun bisogno…. La storia della letteratura, la biografia dei grandi uomini….

– Mio Dio, – interruppe Vittorina, afferrando la destra di Celso. – Mi pare che quell’automobile….

Con ritmo esatto e fragoroso, un’automobile da corsa, un mostro grigio e basso, rasentò la vettura e sparì ancor prima che la signora potesse concludere:

– …. ci venga addosso!…

Poi, abbandonando la destra di Celso, Vittorina seguitò:

– È inutile; io ho sempre paura dell’automobile quando non ci son dentro…. Se piove, poi, fa così presto a dare una scivolata e a sfuggir di mano….

E distratta non ascoltò più il discorso di Celso, il quale stava dimostrando che i commessi di oggi sono i grandi uomini di domani; e nominava lo Stanley, il Daumier, Arrigo Beyle, il Livingstone, personaggi trovati tutti nelle sue ultime letture, oltre un discreto numero di amici personali e anonimi, diventati illustri dopo essere stati servi di bottega.

Ma allorchè furono al caffè, seduti innanzi a una tavola candida preparata per la colazione, col trionfo delle frutta in un angolo, e la lista delle vivande sotto gli occhi, Vittorina ritornò al pensiero di Celso:

– Sì, due uova sode con salsa mayonnaise; e vino, mezza bottiglia di Corvo, – ella disse al cameriere che offriva. – Io credo che tu sbagli….

– Chi?… io? – domandò Celso. – A me darete un risotto con tartufi; bianchi, s’intende….

Spiegò il tovagliolo sulle ginocchia, guardò il pane, vide la propria imagine riflessa nel fondo del piatto che gli stava innanzi, e ripetè:

– Io sbaglio, tu dici?… Su che cosa?… A che proposito?…

– Ma sì, tutta quella storia di Arrigo Beyle, di Livingstone, che so io?… Non c’entra nulla con quel conte Filippeschi che fa il commesso….

– Non c’entra nulla? Ti pare?… – esclamò Celso, contento di poter riprendere un discorso di carattere intellettuale. – Io diceva che, alla fin fine, non mi sembra cosa troppo bizzarra trovare in un negozio di maglieria un conte impiegato come commesso…. I contemporanei di Arrigo Beyle avranno pur trovato Arrigo Beyle che vendeva prodotti coloniali; e non sono per ciò impazziti dallo stupore….

– Dio, questa pioggia! Ci guasterà tutta la giornata! – osservò Vittorina, guardando un signore che entrava coll’impermeabile gocciolante. – Arrigo Beyle non lo conosco; sarà stato un grande scrittore….

– Naturalmente!

– E si sarà piegato a far qualche tempo un mestiere per raggiungere poi il suo ideale. Anche lo Stanley e il Livingstone avevano una vocazione, erano gente che dovevano lottare per qualche cosa grande. Non è vero?

Interrogava, come un viandante che percorre una strada nuova e ha bisogno, ai trivii e ai crocicchii, di essere a mano a mano confortato dalle indicazioni della gente pratica.

– Lasciami assaggiare un poco del tuo risotto. È appetitoso! – -ella seguitò, allungando il cucchiaio verso il piatto che Celso le porgeva. – Erano grandi uomini, lo hai detto tu stesso…. E quel Filippeschi non è un grande uomo, epperò non c’entra affatto con la storia degli altri.

– Chi lo sa?… Lo vedremo più tardi! – ribatte Celso fidente. – Finchè vendeva prodotti coloniali, Arrigo Beyle non era ancora un grande scrittore; e il Daumier non era un maestro del disegno e della caricatura quando faceva da scrivano presso un avvocatello; diventarono poi, cambiando strada, arrischiando tutto per tutto….

– Allora tu credi che io abbia comperato le mie maglie, le mie calze, i miei corpetti, le mie sottane da un romanziere che sarà famoso tra poco, da un poeta che sarà celebre domani?

– Perchè no? Anche i buoni borghesi di Marsiglia comperavano zucchero e caffè da colui che un giorno doveva scrivere La Chartreuse de Parme e Rouge et Noir.

– Quanto mi piacerebbe! – disse Vittorina, ridendo e osservando il rosso delle uova diffondersi pel piatto al colpo della sua forchetta. – Se ne fossi certa, metterei da parte come ricordo la maglia grigio-perla…. Ma t’inganni….

Riflettè un poco, quindi soggiunse:

– Io sento che c’è sotto una donna….

– È possibile, – spiegò Celso bonariamente. – Anche nel caso di Arrigo Beyle c’era sotto una donna, una giovane attrice, la Lenoar. Egli la seguiva dappertutto, e per farla finita, la famiglia di lui, che non voleva impicci, lo lasciò senza un soldo. Allora il Beyle seguì la Lenoar a Marsiglia e s’impiegò presso un magazzino di coloniali….

– Poi sposò la sua attrice! – disse Vittorina.

– No, veramente; l’attrice sposò un russo.

– Poveretto! – esclamò Vittorina; e non sapeva ella stessa quale dei due, il russo o il Beyle, meritasse la sua pietà.

Innanzi al caffè e a un bicchierino di liquore dorato, sul finir della colazione, avendo bevuto molto Corvo bianco, mangiato bene e fumato saporitamente quattro sigarette tra una portata e l’altra, Celso si sentì preso dallo spirito energico degli uomini che aveva nominato più volte.

– Anch’io, vedi, – confidò d’un tratto a sua moglie, – sarei stato capace di ribellarmi alla mia famiglia e di stentar la vita per un mio ideale.

– Non ti mancava che l’ideale, – ribattè la giovane signora.

– No; l’ideale c’era; l’arte, la letteratura; mi mancò l’opposizione. La mia famiglia mi ha lasciato scrivere, dipingere, studiar musica, sbizzarrirmi a mio piacere, e così sono stato costretto a vivere delle mie rendite…. Era una buona famiglia….

Fece una pausa, ripensando agli aforismi di Oscar Wilde che aveva letto in treno.

– Le buone famiglie non hanno alcuna importanza per l’umanità, – seguitò poscia gravemente. – Questa è un’idea originale che si potrebbe sviluppare…. Soltanto le cattive famiglie, arcigne, inesorabili, testarde, costringendo i figli a uscir di casa, li mandano pel mondo in cerca di glorie e di battaglie…. È l’opposizione che affina i caratteri e tempra la volontà…. Io non ho avuto un padre brutale, non una madre feroce, non una moglie intrattabile…. ed eccomi ridotto ad essere il povero signor Celso Ornavati, che non significa nulla….

Anche perchè la pioggerella s’ostinava monotona spargendo intorno una malinconia indicibile, egli s’era quasi intenerito; e aspettava che Vittorina lo confortasse, o almeno giudicasse nuova la sua idea sulla funzione sociale delle famiglie. Ma la giovine moglie rise; e Celso pagò il conto.

– Io, però, – disse la signora alzandosi e gettando sulla tavola il tovagliolo, – la storia del conte Filippeschi voglio saperla. Ne chiederò al direttore del negozio….

– Vedrai ch’è come te la dico io! – rispose Celso, aiutando Vittorina a infilar la sua giacca. – Fa il commesso in attesa di darci qualche grande opera….

– Ma che!… – -s’ostinò Vittorina. – C’è sotto la donna….

– L’una non esclude l’altra, – obiettò Celso.

Poi mentalmente si felicitò seco stesso; non aveva perduto il suo tempo: due begli aforismi alla maniera di Oscar Wilde; e nella sua villa sul Lago Maggiore doveva nel pomeriggio condurre a termine un acquerello con effetto di tramonto. Per diventare un grande artista non gli mancavano che un padre brutale, una madre feroce e una moglie intrattabile…

II.

Il pretesto.

A giudicare dagli invitati alle nozze e al banchetto, si poteva di primo acchito comprendere che il conte Folco Filippeschi, giovane di ventitrè anni, sposava una fanciulla che per nascita, per educazione, per parentado, per amicizie, non era degna del grande casato di lui nè della classe sociale a cui egli apparteneva.

Tutti i congiunti di Gioconda Dobelli eran della partita: gente semplice e onesta, piccoli impiegati, capi-fabbrica, sarti, modiste, commessi, merciai. Anche quelli che di solito non frequentavano la famiglia della sposa, s’eran d’un tratto rammentati dei vincoli di sangue o di lontana consuetudine e s’eran fatti invitare per vedere il nobilissimo giovane, rallegrarsi alla buona, trattarlo in confidenza, pranzare alla sua tavola, godere in qualche modo della fortuna che passava.

Un numeroso e chiassoso corteo; quasi una folla dalla casa al municipio e dal municipio alla chiesa e dalla chiesa al grande albergo, aveva fatto coda agli sposi. E non piccolo era il gaudio degli invitati, alcuni dei quali s’adagiavano per la prima volta di lor vita in carrozze con pariglie e per la prima volta vedevano una tavola fiorita, con ricche argenterie e cristalli di vario colore. Le donne toccavano e soppesavano i gioielli che Folco aveva regalato e che Gioconda portava al collo, alle mani, alle orecchie, al petto; e non v’era femmina nel suo abito da festa che non sussurrasse alla fanciulla una parola di sincero augurio o d’invidia senza acredine; le maritate maliziose scherzavano sul prossimo viaggio di nozze e sulla prima tappa; le nubili studiavano gesti, sguardi, espressioni della felice amica, della parente fortunata, quasi avessero voluto imparare come si fa la sposa o cogliere il segreto pel quale Gioconda era salita a tanto.

Dei parenti di Folco, non uno; non uno fra i regali, che provenisse da casa Filippeschi; pochi amici di lui, giovani e scapati, eran presenti alle nozze, piuttosto per vedere il bizzarro corteo di buona gente ignara, che per dimostrare a Folco la loro approvazione o almeno il loro tacito consenso. Ed eran quelli che più davano pensiero allo sposo; perchè, abusando della conoscenza del mondo e delle consuetudini d’eleganza, si pigliavano leggermente beffe delle modeste loro dame, o trattandole con esagerata cavalleria e con grottesche cerimonie, o aizzandole a spifferare spropositi.

Una cugina in terzo grado della fanciulla, Giustina Baguzzi, voleva sapere dal conte Forcioli che cosa mangia il Re, supponendo che aristocrazia e Corte fossero farina del medesimo sacco. E il Forcioli inventava le più pazze cose, i manicaretti più inconsueti che la fantasia poteva suggerirgli e gli usi più buffi, per descrivere il pranzo regale, l’altra ascoltava a bocca aperta. Il marchese Puppi aveva dato a intendere alla sua dama che nei grandi pranzi non si fa uso se non della mano sinistra; cosa agevole per lui, ch’era mancino; ma la voce correva, e dalle dame in giù tutti faticavano a tagliare, infilzare, mescere con la sinistra; e la tovaglia candida e le ghirlande di fiori ne vedevano gli effetti.

Chiuso tra quella accozzaglia di gente che in parte gli era sconosciuta, punto dagli scherzi degli amici ch’egli giudicava di cattivo gusto, mortificato di non aver visto, non ostante le lettere e i telegrammi, un solo biglietto d’augurio dei suoi parenti, Folco Filippeschi avrebbe sentito quel giorno il peso della sua irrimediabile follia, se di fronte non avesse avuto Gioconda. Gli bastava di levar gli occhi, d’incontrar gli occhi di lei, che parevano tagliati nella pietra avventurina, bruni con pagliuzze e punti d’oro, per dimenticare ogni cosa intorno e gustare finalmente una gioia calda, una felicità piena, che gli avvivava tutta l’anima.

Gioconda era sua per la vita intera; Folco non vedeva più oltre.

Aveva tremato che gliela portassero via; un giorno la madre di lei gli aveva annunciato che la fanciulla stava per fidanzarsi col giovane proprietario d’un negozio di pelliccerie. Interrogatosi alfine, durante una notte di cui ricordava ancora i dubbii, le ansie, la veglia angosciosa, s’era detto ch’egli amava Gioconda Dobelli, che non avrebbe mai amato tanto, che non avrebbe potuto vivere quand’ella fosse stata moglie d’altri.

E aveva offerto sè stesso in cambio del giovane pellicciaio, timidamente, quasicchè non avesse offerto nulla e fosse stata gran ventura se Gioconda avesse degnato di portare il suo nome.

Egli era stato fino a quel giorno un ragazzo ingenuo con grandi ambizioni. Celso Ornavati, tirando a indovinare, non aveva sbagliato di molto; pure Vittorina sua moglie non era andata molto lontano dal vero: una donna era nella vita di Folco Filippeschi: Gioconda; ed egli sperava di poter essere, non troppo tardi, uno scrittore celebre.

Staccatosi da Perugia per recarsi a compire certe ricerche letterarie alla Biblioteca Nazionale di Parigi, e fermatosi qualche tempo a Milano, aveva conosciuto la famiglia Dobelli, al caffè dove si recava di solito dopo pranzo, e grazie a Dick, il piccolo spinone di Piero Dobelli, padre di Gioconda. Piero Dobelli, ruvido e sospettoso verso tutti i giovani che ronzavano intorno alla figlia, visto e apprezzato col suo infallibile colpo d’occhio il conte Folco Filippeschi, aveva lasciato che Dick si recasse tutte le sere a chiedergli un dado di zucchero e a fargli festa.

Gioconda contava diciotto anni; semplice nel vestire come voleva la sua condizione, non era priva nè di gusto nè di grazia. E spiccava tra mille ragazze per il carnato così bruno che pareva di chiaro bronzo, e per gli occhi i quali avevano nel fondo qualche cosa come una gradazione leggera e tenera di quel colore, e le pagliuzze e i punti d’oro dall’avventurina li facevano brillanti; i capelli tra il bruno e il biondo, a ciocche striate; una flessuosità morbida, molle, che poteva un giorno diventar voluttuosa, era in tutte le sue movenze.

Folco Filippeschi teneva, dalla prima sera che l’aveva vista, gli sguardi su di lei; ma ella parlava poco, non rideva mai, sembrava lontana dal sospettar l’attenzione destata nell’animo del giovine, così com’era indifferente al muto omaggio che le tributavano gli altri, passando e ripassando presso il tavolino innanzi al quale sedeva colla famiglia.

Al padre di lei, Folco ebbe a confidare una sera, parlando di studi e di libri, ch’egli aveva seco certi manoscritti concernenti un poeta, francese, del decimoquinto secolo, e che desiderava farli copiare…. Ma perchè non ci si sarebbe provata Gioconda?… L’osservazione veniva dalla madre, la signora Delfina…. La fanciulla conosceva bene la dattilografia, aveva una certa coltura per la quale il poeta francese del decimo quinto secolo non l’avrebbe forse impacciata…. L’osservazione veniva dal padre, il signor Piero…. Folco non avrebbe mai osato; la signorina poteva annoiarsi; il francese del millequattrocento è un po’ ostico…. Ma no, ma no, si poteva provare….

Così Folco entrò in casa Dobelli e prese a poco a poco dimestichezza con la fanciulla; fu tralasciata l’abitudine serale del caffè; i due giovani sedettero alla stessa tavola, gomito a gomito, l’uno dettando, l’altra scrivendo rapidamente a macchina, poi rileggendo e correggendo i manoscritti….

Ella era tutta lieta, instancabile: ci si divertiva…. Che cosa significa “esme” e “fetart” e “changon” e “hucque”?… Ascoltava la traduzione, sorrideva mostrando i piccoli denti, che Folco ammirava bianchissimi tra le labbra porporine…. La mamma sul tardi appariva, – il padre non s’allontanava quasi mai dal poco illuminato salotto, – recando due tazze di tè, preparato con le sue mani, anche perchè la domestica se ne andava subito dopo pranzo…. E i due ragazzi sospendevano il lavoro e prendevano il tè, a centellini, guardandosi.

Folco sentiva sorgere dal cavo delle mani, dall’onda dei capelli semplicemente divisi nel mezzo con una nitida scriminatura, dalle pieghe dell’abito, da tutta la persona di Gioconda, un profumo discreto, e pur penetrante, che mai non aveva prima avvertito…. Si perdeva a fissarla, riprendendo il lavoro di soprassalto, quando la fanciulla ve lo richiamava.

Una sera, leggendo la Ballade des menus propos, la fanciulla disse con piacere: “Com’è moderno questo poeta del quattrocento!” Folco ne fu tutto commosso e felice. Giudicò straordinaria l’intelligenza di lei: sentiva dunque le bellezze dell’antica lirica, la nostalgia delle belle cose lontane? Nessuna donna poteva arrivare a tanta percezione senza avere un’anima letteraria…. E si sarebbe chinato a baciarle la mano, la mano agile e povera che non aveva anelli, se in un canto non fossero stati il padre Piero e la madre Delfina a giuocar con un bisunto mazzo di carte, ridacchiando d’ora in ora.

Folco si aperse con Gioconda: Francesco Villon era pel momento il suo poeta prediletto, e intorno alla vita e alle opere, ma sopratutto intorno alla fine di lui, voleva ricercar nuovi documenti: per ciò doveva andare a Parigi…. Perchè di Francesco Villon nulla si sapeva con certezza; nemmeno il vero nome: quel poco che si sapeva era terribile…. Sì, terribile! E Folco atteggiava il volto a una smorfia, come si fa coi bambini per impaurirli, vedendo che la fanciulla aveva spalancato gli occhi e inarcato le sopracciglia…. Che sopracciglia delicate! due archi d’un finissimo pennello….

Si sapeva ch’egli aveva ucciso, rubato, era stato capo d’una banda di malfattori; aveva commesso altre cose disoneste, onde l’avevan condannato al capestro; ma salvatosi per prodigio, grazie ad alte protezioni, era partito, scomparso per sempre e la leggenda aveva creato per gli ultimi suoi giorni le ultime sue gesta, di cui la storia dubitava.

Ladro e assassino?… Gioconda allontanò un poco le cartelle dattilografate…. Quant’era carina in quell’atto, come avesse temuto che la parola del malvivente la contaminasse!… Ma no, il poeta era altro che l’uomo; e quel contrasto fra l’anima e la vita, fra il sentimento e l’azione, non faceva più ambigua, più ermetica, più degna di studio la figura del grande primo lirico di Francia?

Come mai in quel guasto cuore di ribaldo germinavano i versi del Rondeau: “Deux étions et n’avions qu’un c[oe]ur”?

Folco guardò dentro gli occhi la fanciulla, che sembrò smarrita, fuor del mondo, sorpresa. Ella si levò per affacciarsi alla finestra a respirare. Nel triste salotto, sotto la luce d’una lampada a petrolio poco pulita s’erano stese le ali gigantesche della lirica che traversa i secoli, e fatto schermo della mano al volto, Folco Filippeschi si vide illuminato da un raggio di sole.

Ma la signora Delfina, con cautela e trepidanza, dovette far capire poche sere di poi al conte Folco Filippeschi che sarebbe stato opportuno per tutti diradare un poco le visite. Un tal Carlo Albèri, che possedeva, giù a sinistra, voltato il canto della strada, quel bel negozio di pelliccerie, ed era giovane per bene, aveva chiesto di frequentare la famiglia, col proposito di domandar poi la mano di Gioconda. Il padre, uomo prudente, non aveva risposto nè sì nè no; ma per giudicare se i due giovani, Gioconda e Carlo, potevano accordarsi, conveniva ammettere quest’ultimo in casa, vedere come si comportava, come Gioconda lo accoglieva…. E il conte – finì la signora Delfina con un sospiro – si sarebbe trovato forse a disagio….

Folco ebbe un istante le vertigini.

Gioconda moglie di un pellicciaio; la compagna dei suoi studii prediletti, il tesoro inestimabile inviatogli dalla sorte, la purissima, bellissima fanciulla…. con quella squisita anima letteraria che comprendeva Francesco Villon: “Prince, je connais tout en somme. – Je connais tout, hors que moi-même….”!

Folco ne rimase esterrefatto.

Aveva dimenticato il carattere particolare della sua famiglia. Un padre e una madre che credevano all’origine divina della nobiltà e de’ suoi privilegi, e custodivano severamente le tradizioni della casata; una sorella, che nè credeva, nè dubitava, perchè allevata lungi dal moderno sudiciume democratico, viveva, pensava, sentiva secondo il modello rigido e perfetto impostole da sua madre; e a diciassette anni era andata sposa a un uomo di trentotto, il solo che soddisfacendo alle esigenze morali e sociali del padre, vantasse nome e censo adeguati alla nascita della giovinetta.

Interrogato a proposito di Gioconda, il padre non avrebbe ordinato a Folco che questo: dimenticarla. Non era lecito, se pure fosse stato possibile, farsene un’amante; sposarla, darle il nome dei Filippeschi, equivaleva a commettere un vero crimine…. D’altra parte non aveva, quella…. come si chiamava?… quella Gioconda, come tutte le buone ragazze, un bravo fidanzato, conveniente alla sua piccola sorte, nella persona di quel…. di quel negoziantucolo…. di quel Pianteri, Albèri; Albèri Carlo?… O perchè Folco voleva portargliela via?… Perchè era bella?… Ah, là, là, il mondo è così grande, e a ventidue anni non ci si ferma alla prima osteria!… Folco doveva ancora apprendere la vita invece che rompersi il collo con una ragazza del popolo, dirò meglio della plebe…. La quale ragazza pretendeva dunque entrare nella famiglia, essere accolta come figlia dal conte e dalla contessa, dar del tu a Giselda, la sorella di Folco, e a Corradino Àutari marchese di San Fiorano, suo cognato?

Ah, là, là, Folco scherzava!

Ben certo che non metteva conto nemmeno di parlarne in casa, Folco si sentì morire: ma nonostante l’avviso della signora Delfina, seguitò ad andar tutte le sere dai Dobelli, senza mai incontrar quel Carlo Albèri; e si bruciò al fuoco degli occhi dalle pagliuzze d’oro, nei quali scorgeva una disperata malinconia, una silenziosa rinunzia, qualche cosa tragica venuta certo dall’orrore di quel prossimo fidanzamento.

Andò anche, un giorno, a spiar dalla vetrina dentro la bottega del pellicciaio, giù a sinistra, voltato il canto della via. E scorse il giovane per bene; ma che giovane!… Era uno di quei pupazzi che si vedono nei figurini di mode; roseo in volto, con un sorriso insipido venuto dall’abitudine di servire; i capelli abbondantemente impomatati eran lucidi e grassi; due baffi arricciati col ferro caldo gli ornavano il labbro superiore. Teneva con la sinistra alta una stola di martora, che con la destra accarezzava lievemente, soffiandovi dentro e fiutando.

Folco si perdette a fissarlo, impietrito da un rabbioso disgusto. Quell’uomo voleva possedere per sempre e dominare Gioconda?… bevere ingordamente la giovinezza venusta di lei?…

Si muoveva, usciva da dietro il banco per aprire una scansia. Dietro il banco doveva esservi un rialzo di legno, perchè nel mezzo del negozio Carlo Albèri si presentava improvvisamente piccolo, mingherlino, le spalle strette, i calzoni troppo ampi per le gambe secche. Egli dovette sentire l’occhiata intensamente cruda di Folco: si volse quasi infastidito, fissando il giovane con faccia di maraviglia; poi tornò alle pelliccie e alle stole, e riprese a curarle, soffiandovi dentro. Folco si allontanò.

Oltre tutto, poi, quanto poteva guadagnare quell’Albèri Carlo con la botteguccia di pelli da gatto? D’estate le pelliccie non si vendono…. E come, con quali cure, avrebbe egli espresso la sua efficace protezione, in quale ambiente avrebbe fatto vivere la fanciulla, degna veramente per la inquietante bellezza del nome di Gioconda?

A grandi passi Folco si recò dalla bottega del pellicciaio al negozio del suo gioielliere. Chiese se la sua commissione era stata eseguita; guardò, prese un astuccio, pagò, uscì.

Aveva ormai irrevocabilmente deciso; per sè, pel suo amore; per Gioconda, per la sua salvezza.

La sera, fece la scena solenne, con la cecità impetuosa di chi si chiude dietro le spalle tutte le porte che possono condurlo a salvazione. Presenti il signor Piero e la signora Delfina, pregò la fanciulla di stendergli la destra; poi con grave lentezza, quasi compiesse un rito, levò dall’astuccio uno stupendo anello, un unico grosso rubino, e lo infilò all’anulare di Gioconda, la quale come trasognata sorrideva, corrugava la fronte, riprendeva a sorridere.

L’anello non aveva alcun significato, spiegò Folco, volgendosi all’uomo e alle due donne; voleva dire soltanto la gratitudine per la dolce intelligentissima collaboratrice.

Che se i signori Dobelli, – e la voce di Folco Filippeschi si fece timida, mentre gli si scoloriva il volto pel batticuore, – avessero voluto vedere in quel dono una speranza, una promessa, un vincolo, egli ne sarebbe stato felice; e allora avrebbe pregato Gioconda di leggere ciò che l’anello diceva nella faccia interna. La fanciulla trasse precipitosamente l’anello dal dito, e quasi con un grido di gioia lesse forte:

“Deux étions et n’avions qu’un c[oe]ur”.

Il volto del signor Piero si era fatto paonazzo; la signora Delfina pur non comprendendo parola di quel motto, comprendeva il resto; e istupidita dalla sorpresa, pensava se non fosse conveniente abbracciare il conte Filippeschi; Gioconda aveva bianche le labbra; sentiva sui capelli il peso di un diadema di brillanti…. Folco si riebbe più presto degli altri e disse calmo:

– Allora possiamo riprendere il nostro lavoro?… Non verrà più il pellicciaio a cacciarmi?

Il signor Piero si decise a far tre passi, pesanti, e ad afferrare la mano di Folco:

– Dio vi darà la sua benedizione! – dichiarò con sicurezza.

La signora Delfina attrasse fra le braccia sua figlia e singhiozzò leggermente….

Toccò a Folco di nuovo ristabilir la calma e dissipar l’emozione smisurata.

– Gioconda, – disse alla fanciulla, prendendola per mano. – Andremo insieme a Parigi, a cercare il nostro Francesco Villon….

III.

Le due coppie.

Era una signora o una signorina?

Addossata a una delle colonne che sostengono l’arco nel peristilio del grande albergo di Stresa, Vittorina Ornavati rivolgeva a sè stessa quella domanda a proposito d’una giovanissima donna, chiusa in un ampio mantello azzurro, la quale guardava insistentemente dalla vetrata nella strada.

Vittorina si chinò verso il marito, che, sorseggiando una tazza di tè, leggeva un libro di filosofia bergsoniana, e rifletteva sulla facilità con cui si può diventar capo di una sètta filosofica.

– Peccato, – disse ad alta voce, – che io non ci abbia pensato prima.

– Celso, – domandò Vittorina, – che ti pare: è maritata o è nubile?

– Nubile! – rispose Celso, senz’alzar gli occhi dal libro.

– Ma se non l’hai nemmeno veduta!

– Chi?… Ah, il mantello azzurro?… Nubile, nubile, che diavolo!… Si capisce subito….

La giovanissima pareva nervosa. Si allontanava fumando una sigaretta, con gli occhi fissi al tappeto roseo e cilestre, che le segnava il cammino dalla porta ai piedi della scala; poi tornava a spiar dai cristalli sulla strada, lavata dalla pioggia dirotta e fatta gialliccia.

Soffiava il vento, agitando le chiome delle acacie, scombuiando le acque del lago; correvano pel cielo innumerevoli nubi biancastre gonfie d’acqua, mentre da ponente si dilatavano sprazzi repentini di luce rossa, verdognola, dorata, accompagnando il brontolìo del tuono.

– Non so da che cosa si capisca! – obiettò Vittorina. Io direi anzi che è maritata: fuma la sigaretta.

– Ciò non significa, – rispose Celso. – Io ho un amico, la cui figlia di diciotto anni fuma la pipa….

– E poi quella disinvoltura, quel portamento, – seguitò Vittorina. – Certo, è maritata…. Bella: i suoi occhi…. Non ne ho mai visti di simili….

Tacque, seguendo con lo sguardo la sconosciuta che dai piedi della scala si rivolgeva, ripercorreva la striscia di tappeto, andava nuovamente a guardar fuori.

La pioggia riprendeva a cadere a scroscio. Fermo innanzi al pontile, un piroscafo battuto dall’acqua rabbiosa dava idea d’una nave deserta abbandonata sotto la pioggia.

– Celso, – riprese Vittorina, – chi sarà?…

– Mi sembra che il tempo vada di male in peggio, – borbottò Celso con un’occhiata malinconica al soffitto. Non potremo tornare a casa che per l’ora di pranzo….

– Chi sarà quella signora? – insistette Vittorina.

– È una signorina, ti dico, – s’ostinò Celso. – Come vuoi ch’io sappia? Domandalo al portiere.

Vittorina per seguire il consiglio di suo marito s’accingeva a chiamare un ragazzo dalla giubba rossa, quando la giovanissima si fermò al passo d’un signore che le teneva dietro; e Vittorina stette a osservarli.

Era il nuovo venuto un giovane sui trentacinque, precocemente segnato da un’esistenza troppo irregolare o dalle stimmate delle razze che si estinguono. Camminava incerto, e, quasi per ostentare la sua debolezza, s’appoggiava con gesto esagerato a un bastoncino d’ebano inghirlandato di pampini d’oro, che impugnava con la sinistra e che certamente era troppo esile per sostenere la persona piuttosto alta dell’uomo. Le fattezze di lui eran tese, come tirate da uno spasimo o da uno sforzo, la cui frequenza gli avesse ormai formato una maschera immutabile. Non si poteva giudicar l’età ancor fresca di lui se non dai baffi, dai capelli nerissimi, dalla vivacità dello sguardo, dalla mancanza di rughe alle tempie e intorno agli occhi.

– Ah, siete voi! – disse la giovane con un buon sorriso. – Guardate che tempo!… Sono molto inquieta; doveva esser qui da almeno tre quarti d’ora….

– Non c’è alcun pericolo, – assicurò l’uomo, chinandosi a baciar la mano inanellata della giovane. – Un modesto uragano che va allontanandosi.

– Io sto sempre col cuore sospeso, quand’egli parte coll’automobile. È difficile trovar due anime dannate come lui e il suo meccanico; fanno a chi più commette audacie….

– Volete che sediamo? – disse l’altro, gettando un’occhiata alle poltrone intorno. – Sapete che io ho l’onore di non poter reggermi in piedi più di dieci minuti.

– Come state oggi? – domandò la signora, prendendo posto in una poltrona, a due passi da Vittorina, della cui presenza non si era accorta o non si curava.

L’uomo trasse con la sinistra dalla tasca posteriore dei calzoni un astuccio d’oro, e offerse una sigaretta alla sua interlocutrice.

– Non ne parliamo! – esclamò poi. – Dormo malissimo; non ho appetito, non posso leggere senza che i moscerini mi ballino innanzi agli occhi; non posso camminare; ho un dolore acuto nel braccio destro, l’emicrania sta per riprendermi.

– Benissimo: un vero ospedale! – rilevò la giovane freddamente. – Non so perchè insistiate tanto a far l’ammalato; è una civetteria di cui non capisco lo spirito.

L’altro rise, mettendo il bastoncino sotto il braccio per accendere la sigaretta.

– Spero d’ottenere un giorno la vostra pietà! – dichiarò poscia.

– Vi dimenticate della parte, – rilevò di nuovo la giovane. – Avete l’onore di non poter reggervi in piedi, e non pensate menomamente a sedere; poi quel vostro bastoncino da teatro non servirebbe a sostenere un topo e vedo che ne fate senza benissimo…. Quanto alla mia pietà, vi assicuro che non l’otterrete mai. Non ho tempo per gli avanzi di antichi monumenti….

– Se volete, – rispose l’uomo, soffiando il fumo dalle nari, – -io getterò lontano da me questo bastone, camminerò come il paralitico risanato dal calore della vostra parola. Voi potete tutto su di me….

– Sì, fatemi il favore, cominciate da oggi! – ribattè la signora. – Sarete meno rattristante.

– Daniele? – disse l’uomo al domestico in livrea che, sopraggiunto, si era posto a qualche distanza. – Prendi questo bastoncino, e ch’io non lo veda più!…

Daniele obbedì, e si allontanò portando il bastoncino sulle due palme stese, come i paggi recano nel corteo il cuscino col serto regale.

– Perfetto, non è vero? – rilevò il signore, osservando il suo domestico impettito. – Sembra che porti il Tabernacolo…. Tutto, intorno a me, deve avere uno stile….

– Anche, dovreste spianare un poco la faccia, – riprese la giovane, scotendo col mignolo le ceneri della sigaretta. – Voi non avete un’espressione naturale; vi siete formato un volto da matto ragionante o da…. che so io? da morfinomane, che non ispira la menoma fiducia.

– Vediamo, – fece l’altro, recandosi innanzi a uno specchio. – Quale faccia potrei presentarvi? Questa: il sorriso ingenuo, lo sguardo limpido, la fronte immacolata?… oppure questa: ecco, il sorriso diventa un po’ meno insulso, mentre lo sguardo si fa umile e il solco del pensiero nobilita la fronte?… Non avete che a chiedere: la nostra Casa è lieta di poter rispondere ai gusti raffinati della sua numerosa clientela.

E piantato innanzi allo specchio, andava facendo sberleffi, accompagnati da gesti veloci, come avesse incarnato un personaggio carnevalesco.

– Su, su, – esclamò la giovane ridendo, – smettete di fare l’arlecchino! Non vedete che vi osservano?

– Aspettate: ho quello che vi occorre. Vi prego di guardarmi: Romeo è, al mio confronto, un utente caldaie a vapore….

Ma la giovane balzò in piedi, e, senza badargli, corse a passi leggieri verso la soglia. Aveva visto fermarsi innanzi all’albergo, con uno stridìo prolungato sulla ghiaia, un’automobile rossa, da cui scendeva svelto un signore alto e biondo, il viso del quale era incorniciato dal cappuccio dell’impermeabile.

– Amico mio, – disse la giovane con intonazione di lieve rimprovero; – mi hai tenuta in ansia per tre quarti d’ora.

Il signore la baciò in fronte, sorridendo, poi recò le due mani di lei alle labbra, e rispose:

– Una piccola panna al motore. Niente di grave, come vedi…. Dov’è Lillia?

E abbassò il cappuccio, togliendosi rapidamente l’impermeabile, che consegnò al meccanico, il quale lo seguiva.

– Lillia è su; aspetta anche lei il suo babbo, – rispose la signora. – Ora la faccio portare,

– O Celso, – esclamò Vittorina Ornavati, che fino a quel punto non aveva perduto nè un gesto nè una parola della scena. – Lascia il tuo stupido libro!… Guarda se non riconosci quel signore?

– Quale? – domandò Celso alzandosi. – Ah, il biondo?… Non l’ho mai veduto….

Vittorina fece un gesto di impazienza.

– Ma sì, ma sì, – disse poi. – Lo hai veduto e gli hai anche parlato. Non rammenti, due anni or sono, nel negozio di maglieria? quel conte che ti ha venduto le calze o le maglie? Il conte Filippeschi, mi sembra…. Tu dicevi che faceva il commesso dovendo lottare con la famiglia e darsi poi all’arte: io dicevo che c’era sotto una donna?… Poi non lo abbiamo visto più: aveva lasciato l’impiego, ci disse il direttore, perchè era entrato in possesso della sua sostanza…. Ed ora, eccolo qui…. Ed ecco la donna che io aveva presentito….

– Vedo, vedo, vedo, – confermò Celso. – È una bella donna; è una bellissima signora.

In quel momento ripassò innanzi a Vittorina Ornavati il ragazzo dalla giubba rossa.

– Giacomo, – chiamò Vittorina. – Chi è quel signore biondo laggiù?

Il ragazzo diede un’occhiata alla coppia che si avviava verso la scala, accompagnata dall’uomo che aveva fatto gli sberleffi innanzi allo specchio.

– Il conte Filippeschi, – rispose poi.

– E la signora?

– La contessa Filippeschi sua moglie.

– Ah, sua moglie! – ripetè Vittorina. – E l’altro?

– Il marchese Ariberto Puppi….

– È loro parente?

– No, signora. È un amico.

– E hanno anche un bambino?

– Una bambina: Lillia! Ha poco più d’un anno: ecco, la governante la conduce giù….

– O Celso, – disse Vittorina a suo marito, mentre con un cenno del capo metteva in libertà il ragazzo, – è sua moglie, quella bellissima giovane!

– Me ne rallegro, – rispose Celso, andando a guardar dalla soglia nella strada.

La pioggia era cessata; tra le nuvole bianche e dense si aprivano larghi squarci turchini: il profilo dei monti spiccava netto, duro, su quel fondo di smalto lucido.

– Io direi che è tempo di tornare a casa, – osservò Celso a Vittorina che lo aveva seguito. – Approfittiamo di questo istante, perchè tra un’ora la pioggia potrebbe ricominciare….

Vittorina gli si mise al fianco senza rispondere. Il suo pensiero era occupato dall’incontro con Folco Filippeschi e sua moglie.

– Non avevo ragione io? – riprese d’un tratto incamminandosi da Stresa verso la villa di Belgirate. – Ecco la donna per la quale lavorava; mentre non si capisce affatto che egli pensi alla letteratura e all’arte, come supponevi tu….

– Hai sempre ragione! – acconsentì Celso distrattamente. – Del resto,chi sa?…

Quell’altro, – seguilo Vittorina, – è il marchese Puppi, un amico. Credevo fosse loro parente….

Celso non potè nascondere un sorriso.

– L’amico non manca mai vicino alla coppia di giovani sposi, – osservò poscia. – Gli amici hanno la missione di tentare la virtù delle mogli…. Questa è un’idea che si potrebbe sviluppare…. Anche noi, quando eravamo sposati da poco, avevamo molti amici per casa….

Vittorina arrossì lievemente.

– Poi se ne andarono, – seguitò Celso, – e non restarono che i sinceri. I mariti lo sanno: vigilano e si difendono….

– Lo sanno anche le mogli, – ribattè Vittorina.

– Gli amici insomma hanno da compiere un ufficio ben preciso e utilissimo, – continuò Celso. – Quando una donna ha superato la crisi della, diremo così, amicizia intima di casa, il marito può dormire tra due guanciali….

– Uhm! – fece Vittorina sbadatamente.

Ma subito soggiunse:

– Adesso, però, io vorrei conoscere per bene il conte e la contessa Filippeschi: mi paiono molto ammodo. Andremo tutti i giorni a prendere il tè al grande albergo, e così ci sarà facile avvicinarli.

Tacque, chinando il capo a guardare una pozza d’acqua che suo marito studiava di evitare camminando in punta di piedi.

– Celso, – riprese quindi, – non gli dirai che lo hai conosciuto quando vendeva le calze?

– Ti pare? – -esclamò Celso sbalordito.

– Tu sei così distratto!

E si acquetò. Il disegno di far la conoscenza personale del conte Filippeschi e di sua moglie la rallegrava; voleva sapere, prima di tutto, dove e da chi la contessa ordinava i suoi abbigliamenti, ch’erano di gusto squisito, non solo, ma con un certo carattere, il quale faceva supporre che la contessa non si acconciasse interamente e ciecamente a tutte le minuzie della moda, e sapesse scegliere.

Il disegno di Vittorina Ornavati non era difficile ad attuare.

Pochi giorni di poi, mentre Celso e Vittorina prendono il tè, la piccola Lillia Filippeschi inciampa nel tappeto e cade. La signora Ornavati, la quale sta in agguato, si lancia, rialza la bambina e la riconsegna alla governante. Poi alla contessa accorsa spiega come Lillia non si sia fatta male e come la governante non abbia colpa nel piccolo incidente.

Gioconda scambia alcune parole freddamente cortesi, e tenendosi Lillia stretta Era le braccia, si allontana, dopo un cenno di saluto alla signora premurosa.

Questa ritorna l’indomani per il tè, e chiede a Gioconda il permesso di offrire a Lillia una graziosa bambola, che ha nel didietro un deposito di cioccolatini. A fianco della contessa, è il conte Folco, meno sostenuto di sua moglie, il quale ringrazia; e Celso Ornavati coglie l’occasione per esprimere alcune idee generali sui bambini, mentre Vittorina contempla la novità del cappello che orna la chioma tra bruna e dorata di Gioconda.

La contessa sorride; l’altra incoraggiata, incalza: la stola d’ermellino gettata negligentemente sull’omero sinistro di Gioconda e ricadente sul fianco destro; l’abito d’un color grigio argentato; gli stivaletti alti, sottili, con un infinito numero di bottoncini, son tutti argomenti di cui si vale la signora Ornavati per piacere alla contessa Filippeschi; e non è a dirsi la soddisfazione della prima allorchè scopre ch’ella si serve dello stesso calzolaio, il quale eseguisce le ordinazioni della seconda.

Gioconda, ciò non ostante, non è affatto espansiva. Teme di esser copiata; nulla più la indispettisce che veder riprodotti, imitati e indossati da altri gli abbigliamenti che ella combina per sè con la sua sarta. È gentile e pronta, ma fredda; non dice parola, che non sia voluta dalla cortesia, ma non dice altro.

La conversazione tra il conte Folco e Celso Ornavati va meglio. Parlano di letteratura, di libri, di autori antichi e moderni. Celso innanzi al giovane è sinceramente ammirato: la sua coltura letteraria solida, piena, lo avvince.

– Non se ne meravigli! – -dice Folco a un’esclamazione di Celso. – Mi sono dilettato a frugar nelle biblioteche, principiando da quella di casa mia, che è abbastanza ricca; poi ho avuto per un tempo l’idea di scrivere qualche saggio critico e biografico; uno studio, per esempio, sulla vita e le opere, specialmente sulla vita romanzesca, di François Villon…. Per ciò mi recai a Parigi con Gioconda, mia moglie…. Ma eravamo, si figuri, in viaggio di nozze!… Sono stato a Parigi quattro mesi e ancora oggi non so dove sia la Biblioteca Nazionale.

Celso ammutolisce al nome di François Villon; non ne sa nulla; non ne ha mai udito parlare; ignora assolutamente quando, dove, come, sia vissuto, che abbia fatto, che abbia scritto; la sua ammirazione per Folco Filippeschi cresce a dismisura; per ciò non si accorge che il giovane ride, ma ride amaro, quasi ironico, e che subito si riprende, dopo un’occhiata alla contessa.

Questa non se n’è avveduta. Ha la destra imprigionata nella destra di Vittorina, che guarda ad uno ad uno tutti gli anelli, da un grosso unico rubino a una lunga turchese circondata di brillanti.

E Gioconda si chiede se dovrà condursi in camera la signora, e spalancarle innanzi tiretti e bauli, armadi e valige, perchè li ispezioni fino al fondo.

IV.

Il pellicciaio.

Per Parigi non erano partiti lo stesso giorno del matrimonio.

Folco aveva desiderato restare in città, affinchè l’appartamento da lui scelto e addobbato in un quartiere quieto, lontano da genitori e parenti della sposa, parlasse poi, al ritorno dal viaggio di nozze, le parole dolcemente segrete di quei primi giorni d’intimità.

Tutti i congiunti di Gioconda abitavano un quartiere formato da una lunga distesa di case bigiognole o nere, bucate da finestre fitte, l’una accosto all’altra, sventrate da una ininterrotta fila di botteghe, botteguccie, taverne, ciascuna delle quali esalava il tanfo del suo traffico vecchio, di carname, di cuoio, di polleria, di vino, di dolciumi agri, di profumi economici.

Folco lo conosceva bene per quella gita quotidiana ch’egli faceva a visitar la fanciulla e la famiglia, e bene conoscevano Folco gli abitanti dell’una e dell’altra ala di strada, avendolo visto passar tutte le sere. N’era così sazio, vi si sentiva così straniero, che per sè e la moglie aveva preso in affitto un appartamento all’altro capo della città, in una via che essendo tra due di gran movimento, non aveva l’incomodo di troppo frastuono.

Le camere da letto guardavan sopra un folto giardino, avvivando per la quiete, la mitezza del verde autunnale, la maggiore ampiezza di cielo, l’illusione nell’animo di Folco d’essere lungi dal resto della città, e quasi, nei primi giorni, dal resto del mondo.

Folco non s’era ingannato. Sarebbe stato impossibile trovare una più cara amica, una più tenera amante di sua moglie. Ella era riuscita a togliergli dall’animo o almeno a calmare l’amarezza per l’inesorabile contegno della famiglia di lui.

La quale, prima ancora ch’egli confessasse, aveva saputo le sue intenzioni di matrimonio, perchè il signor Piero Dobelli aveva chiesto precisi ragguagli sullo stato finanziario di Folco, e Folco s’era dovuto provvedere dei documenti che gli occorrevano. Aveva saputo così che il giovane pensava di sposare quella…. come si chiama?… Dobelli Gioconda, scrivana o cucitrice, e gli aveva spedito incontro il marchese Corradino Àutari suo cognato.

A dirgli: che il padre non lo avrebbe per nulla diminuito ne’ suoi diritti materiali; sdegnava di costringerlo con mezzi volgari, e pure sospendendogli ogni assegno, lo assicurava che non avrebbe ritoccato il testamento, il quale faceva al giovane larghissima parte nei beni mobili ed immobili di famiglia. Ma Folco riflettesse: sposando quella ragazza, non avrebbe mai più riveduto nè padre, nè madre, nè sorella; questi, dal giorno in cui egli avesse dato nome e titolo di contessa Filippeschi alla predetta Dobelli Gioconda, lo avrebbero pianto per morto.

La maniera generosa e insieme spietata con cui lo trattavano, colpì il giovane assai più che se i suoi si fossero mostrati piccini; lo chiudevano in una rete dalla quale non poteva districarsi, perchè nessuno, poste così le parti del dramma, avrebbe osato dar torto alla famiglia e ragione a lui. Grazie alla bontà liberale del padre, egli sarebbe stato un giorno per tutti il conte Folco Filippeschi, ricco e splendido; soltanto pei suoi, nel concetto segreto, nel giudizio inappellabile del cuore, era o matto o morto. Che rispondere?… Folco rispose ch’egli non poteva diversamente; che la sua era la parola dei Filippeschi, ed egli aveva dato parola.

Il cognato, Corradino Àutari, uom grosso di figura, ma sottile di tatto, aveva compiuto la sua ambasceria senza aggiungere e senza togliere, guardando in alto, intorno, come ripetesse una canzone imparata a memoria. Per suo conto pensava che c’era della esagerazione di qua e di là; che con un ragionevole ritardo da parte di Folco e con un bel gruzzolo alla famiglia di quei Dobelli, tutto si sarebbe accomodato. Ma erano idee sue; vedeva il padre e il figlio irremovibili; la testardaggine era il difetto di casa Filippeschi. E se ne andò pacifico com’era venuto.

Di tutto questo, Folco mise a ragguaglio la nuova contessa.

Ella lo ascoltava quasi con devozione, sempre, parlasse egli di casi della vita, o di arte, o di studi, o scherzasse. Pianse per lui, lo accarezzò, disse che amare era una grande sventura, che a lei si negava il conforto dell’affetto largito pure alle bestie.

Folco non poteva vedere il caro volto inondato di lagrime, i magnifici occhi velati, la soave bocca rattratta dal singhiozzo.

Aveva pensato più volte che sarebbe stato prudente non andare a Parigi, poichè l’assegno di casa gli veniva a mancare, e una trentina di migliaia di lire delle quali poteva ancora disporre sarebbero presto sfumate; Gioconda alla quale aveva confidato il savio proposito dopo il colloquio con Corradino Àutari, s’era mostrata subito contenta; rinunziava a Parigi ben volentieri, se la rinunzia poteva assicurare un po’ di pace al suo Folco.

Ma questi, vedutala poi afflitta più giorni per le acerbe dichiarazioni dei Filippeschi, non aveva saputo tener fermo. Gli pareva di dovere egli darle qualche gioia, almeno una piccola soddisfazione di vanità femminile. Il matrimonio non poteva per lei esser tutto nell’accogliere le carezze del marito e nel cambiar di casa.

Non deve Folco, d’altra parte, continuare i suoi studi e compiere le ricerche alla Biblioteca Nazionale?

Per ciò insiste, prega, ottiene che la contessa muti ella pure d’avviso.

È così stabilito. Ella si dà subito a preparare il corredo pel viaggio; e canta, gaia, con gli occhi ardenti di piacere come il giorno in cui Folco le ha messo nel dito l’anello di rubino.

Un pomeriggio, tornando dalla passeggiata, Folco trova in anticamera parecchie grandi scatole sulla cassapanca, e seduti due ragazzi che le hanno portate. La cameriera gli spiega che la signora contessa ha mandato a chiedere del pellicciaio.

– Bene, bene! – disse Folco.

Oltrepassata la soglia del salottino, vede Gioconda, la quale prova innanzi allo specchio una giacca di martora. Sono, tutt’intorno, sulle poltrone, sulla tavola, a terra, molte altre pelliccie irsute, aggomitolate a guisa di belve, che mescolano forme e colori, bigio, nero, bianco, rosso di fuoco, argento, su cui la seta delle fodere mette riflessi di metallo.

Gioconda va speditamente incontro a Folco.

– Sto cercando – annuncia con un sorriso – qualche cosa che mi si adatti: una giacca o una stola. Che preferisci?

– Allora giungo a proposito? – Interroga Folco, allegro.

– Mandato dal cielo, amore mio, per consigliarmi….

Ma il conte ammutolisce d’un subito.

Da un angolo del salotto, dov’era curvo a disporre la roba già vista, si leva e si avanza con parecchi goffi inchini, il pellicciaio. È Carlo Albèri, il giovanotto impomatato, quel Carlo Albèri che ha negozio presso la casa dei Dobelli, voltato il canto, a sinistra; quella specie di pupazzo dal volto roseo e dal sorriso meccanico, che voleva sposare Gioconda.

Folco scruta lui, scruta Gioconda, interrogativo e accigliato: ma l’uno e l’altra, quasi non capissero nè imaginassero lo sdegno silenzioso del conte, appaiono imperturbabili. Carlo Albèri seguita a sciorinare stole, posandole cautamente sugli òmeri della contessa o aiutandola a infilar le maniche delle giacche.

– Ebbene, – riprende la signora, – che ti sembra?… Mi va?… Ti piaccio?

Girando sui tacchi, si mette a fianco del marito perchè la veda bene, e gli sorride intanto con gli occhi socchiusi: ha un gesto, coi capi della stola fra le mani, pieno di civetteria.

– No, – risponde secco il conte.

E, tentato dalla voglia di farsi capire, benchè il cuore gli dica che la tentazione non è degna di lui, si fa lecito di soggiungere a Carlo Albèri:

– No; cotesta non va! La tenga per la sua futura sposa….

– La mia futura? – esclama il pellicciaio col volto atteggiato a stupore per la frase malaccorta. – Non ci arrivo più, signor conte….

E con un sospiro che ha del rammarico, finisce:

– Sono ammogliato da quattro anni….

Gioconda dà in una limpida risata; getta d’un colpo la stola, ne prende un’altra dalle mani di Carlo Albèri, il quale attende quieto e grave alla bisogna.

Folco è stupefatto; così la contessa come il pellicciaio sono sinceri, lontani dal sospettare quel che gli passa pel capo; ella ride, egli è tutto in pena tra l’ammucchiar la roba guardata e il metterne innanzi della nuova. La scena è tanto semplice, che il conte si domina, sorride a Gioconda, le consiglia di buon grado l’acquisto di una stola e d’un manicotto di zibellino per tremila lire all’incirca.

Ma quando Carlo Albèri, chiamati i ragazzi a riporre il tesoro, prende congedo con inchini più rilevati, camminando fin sul limitare a ritroso, Folco gli ripete:

– Davvero, Lei è ammogliato da quattro anni?…

– Il signor conte non può dubitarne, – conferma il pellicciaio un po’ scosso da tanta insistenza. – Tutto il quartiere dove abito lo sa: quattro anni, cinque fra pochi mesi….

– Non me dubito, – conclude persuaso il conte. – Domandavo, perchè Lei mi pare molto giovane….

Carlo Albèri se ne va, orgoglioso dell’inaspettato complimento; e non appena l’uscio gli si è chiuso alle spalle, Gioconda cinge delle braccia il collo del marito.

– Sei stato molto gentile, a farmi così bel regalo!

Ma come presa da un’idea repentina, si stacca da Folco, e ride ancora.

– Quel povero Albèri! – esclama. – Perchè domandargli se è ammogliato? È rimasto a bocca aperta, e avrà creduto che tu voglia rapirgli la sua perla!

– La conosci? – -interroga Folco.

– Oh sì! La signora Albèri ha i capelli di stoppa rossi ed è tonda da tutti i lati…. Non credo ti convenga!

Folco notando il tono leggero e schietto con cui parla la contessa, l’attira a sè nuovamente e la bacia sulla bocca.

È sincera.

E per lungo tempo il conte non osa più fare allusione a quell’episodio: gli brucia dentro, gli torna crudele alla memoria, lo irrita, lo umilia.

Chi lo ha giuocato mediante la commedia del probabile fidanzamento della fanciulla col pellicciaio? La signora Delfina o il signor Piero? o l’una a istigazione dell’altro? Presolo in trappola, abusando della sua facile impressionabilità giovanile, lo han condotto lemme lemme a sposar la loro figliuola; del che è ben lieto, nonostante i dissapori colla famiglia e le gravi conseguenze economiche.

Ma perchè dubitar delle sue intenzioni leali, trattarlo da gonzo e costringerlo? Così i bassi mercanti di minuterie e di similoro si destreggiano sulle fiere con l’uomo di campagna; gli danno a credere che se non compera subito, al prezzo domandato, verrà un altro, pronto a dare di più; e il campagnuolo truffato ride melenso al pensiero che ha per poca moneta ciò che gli altri cercano invano per molta.

Folco Filippeschi tacque: sentiva un ritegno delicato anche verso la moglie, la quale apprendendo le miserabili giunterie ond’ella gli era stata profferta e quasi gettata tra le braccia, ne avrebbe arrossito per sè e per i suoi.

E Folco non avrebbe forse parlato mai più di quel molesto episodio. L’amore voluttuoso e tenero di Gioconda lo ripagava d’ogni malinconia.

Ma a Parigi ella è come ebbra di gioia, di fracasso, di luce, di vanità, d’impazienza, di stupore: gli spettacoli si susseguono; non v’è tempo a gustarli tutti. Quella vita, così lontana dalla sua vita di fanciulla piccola borghese, ch’ella non poteva figurarsela se non con un sorriso di desiderio rassegnato, ora le sta intorno, la tocca, la trascina, la fa sua.

La strada pulsante, coperta di folla, annegata in un fragore interminabile che sale, irrompe nelle case, con le voci rauche imperiose delle automobili o il rimbombo sordo di grossi orrendi veicoli, sembra eccitarla quasi fosse diffusa nell’aria un’essenza di febbre che le penetra per tutti i pori. La contessa non vorrebbe riposare per non perdere un’ora; anche dall’albergo guarda di tratto in tratto le luci fantastiche che trapelano di là dalle cortine alle finestre; giù è l’onda fitta, nera della folla, corteo senza fine; ai lati e in alto bruciano tutti i colori, dalla sommità delle case ai piedi delle botteghe; nel mezzo quattro file rapide di carrozze e di automobili. Passerà ella pure tra quella tempesta di fracasso, per quella via ampia su cui ondeggia un fumo, una nebbia? forse più lontano, laggiù, dove la luce si diffonde come una striscia bianca all’orizzonte?…

Folco prende parte alla felicità della giovane; è felice egli pure della ingenua gratitudine ch’ella gli dimostra.

Gioconda spedisce ogni giorno un diluvio di cartoline e di vedute alle sue amiche: viene da gente oscura, vive tra la luce; desidera che quella gente sappia di qual luce viva e qual’è la sua gioia.

Folco osserva, lasciando che si sbizzarrisca. Gli pare un poco strano ch’ella si senta ancor legata al mondo da cui l’ha tolta e che ne voglia eccitar l’incanto o l’invidia: non ha saputo ancor formarsi l’animo del presente, obliando i giorni di dubbio, di attesa, di miseria. La contessa Gioconda Filippeschi manda cartoline a un capo fabbrica, alla moglie di un tramviere, alla figliuola di un bollatore di lettere. Folco osserva e non dice nulla.

Ma la contessa ha la preferenza per la madre: le scrive quasi quotidianamente, narrando le sue giornate; è ancora sotto il dominio di quella scaltra donna che ha fatto la fortuna della figliuola grazie al raggiro e la perfetta grazia della menzogna. Folco non può dimenticarlo.

Una sera vede la contessa a tavolino, con la penna nella destra, come di solito.

– Scrivo alla mamma, – ella spiega. – L’avverto che andiamo a Versailles domani, perchè le sue lettere non abbiano a perdersi.

– Sarebbe una vera disgrazia! – ribatte Folco ironico. – E poichè le scrivi, dovresti dire a tua madre che non c’era alcun bisogno di mentire per costringermi a sposarti. Ti avrei sposata lo stesso.

Gioconda, già stupita del tono insolito con cui parla suo marito, abbandona la penna, e chiede:

– Che significa?

– Era inutile, – spiega Folco, – la storiella di Carlo Albèri: che se non ti avessi sposata io, ti avrebbe sposata lui.

La giovane si leva di scatto.

– Questo, ti hanno raccontato? Chi ti ha raccontato questo?

– Tua madre; per poco io non prendeva a schiaffi quell’innocente pellicciaio disgraziato….

– Che vergogna! – esclama Gioconda. – Perchè mentire così?

– Lo domando anch’io: perchè mentire così? – ripete Folco ridendo. – Si credeva forse che io ti avrei sposata per gelosia di quel pover’uomo? Come si è potuto pensare di costringermi con uno stratagemma ridicolo?… Io ti sposava perchè ti volevo, perchè ti amavo davvero.

Gioconda, volte le spalle alla tavola, piange a capo chino.

Folco, pure sentendone dolore, vuole dir tutto il suo pensiero e non tornar daccapo un’altra volta.

– La cosa in sè, – aggiunge prendendo posto in una poltrona e attirando sulle ginocchia la giovane, la quale reclina il capo sulla spalla di lui e lo ascolta, – la cosa in sè non ha nulla di grave; ma rivela che i tuoi non rifuggono dall’inganno, e ciò mi dispiace. Io vorrei che tu non fossi un po’ di qua e un po’ di là; un poco mia e un poco di tua madre; un po’ di ieri, un poco di oggi…. Mi comprendi?

– Vorresti che io fossi tutta di qua, tutta di oggi, tutta tua, insomma? – traduce Gioconda con un sorriso attraverso alle lagrime.

– Ecco!

– Hai ragione, ti domando scusa! – dice la giovane alzandosi. – Guarda: non scrivo più a quegli amici.

Straccia prestamente un mucchio di cartoline già pronte con l’indirizzo.

– Alla mamma scriverò più di rado, – promette, mandando la lettera a raggiungere le cartoline.

Si volta, sta pensosa a fissare suo marito, il volto del quale è ormai sereno.

– Del resto, sai? – dice, avvicinandosi quasi impacciata, – tutta tua sono stata sempre, anche quando ero un poco di là, un poco di ieri. Sono stata sempre tutta tua.

E sorridendogli quasi timidamente, si acquatta docile ai piedi di Folco.

V.

Memorie di ieri.

Dalla fiumana di gente che batte il lastrico del boulevard des Italiens da mattina a notte, sbucò una sera il marchese Ariberto Puppi incontro a Folco e Gioconda; i quali passeggiavano pel piacere della giovane che voleva sentire la folla.

La contessa lo notò subito. Camminava malcerto, quasi zoppicando, e aveva una figura secca ed elegante a un tempo che, vista una volta, non isfuggiva più all’occhio.

Gioconda lo rammentava bene, del resto.

Sul finire del pranzo di nozze, Ariberto Puppi le si era messo vicino, abbandonando la sua dama Giustina Baguzzi, parente di Gioconda, e aveva detto a questa mille graziose parole, facendola sorridere spesso, ridere qualche volta.

Era stato il solo, fra gli amici di Folco, che in quella baraonda di gente avesse tenuto il contegno adatto. Egli poteva prendersi lievemente beffe di Giustina Baguzzi o di qualunque altra signora caduta in quella riunione come una mosca nel latte; ma Gioconda Dobelli, fatta quel giorno contessa Gioconda Filippeschi, non era, non poteva, non doveva essere che la contessa Filippeschi, moglie di un gentiluomo suo amico: nessuno aveva diritto a chiedere perchè, nè a rammentar la mancanza di cinque secoli di nobiltà alla sua famiglia.

Il contegno di lui aveva tale espressione. Ariberto s’era occupato di Gioconda, pur dicendole parole futili e leggere, come s’occupava delle grandi dame di sua conoscenza. S’era messo francamente tra lei e il piccolo mondo di sua origine, dando con abile naturalezza una lezione di forma ai parenti e alle amiche di Gioconda e, insieme, agli amici suoi, venuti al convegno per divertirsi.

Questi avevano capito; intorno a Gioconda s’era formato un circolo di gentiluomini, la cui discreta, attenta galanteria aveva richiamata la giovane alla realtà felice dell’avvenimento e al suo giusto significato.

Ariberto Puppi era di dodici anni circa maggiore di Folco; di diciassette, esattamente, più vecchio di Gioconda.

Ella voleva considerarlo vecchio, senz’altro; aveva calcolato che poteva esserle quasi padre, un papà mandatole dal caso fortunato. Ma s’era dovuta subito ricredere.

La vita di Ariberto Puppi narratale per sommi capi da Folco in una di quelle ore di confidenza in cui è più caro il letto nuziale, non le parve candida quale a un vecchio si conveniva.

Egli correva troppo il mondo; lo si rilevava, del resto, dal suo stesso linguaggio: aveva veduto l’Europa intera, non una, ma dieci volte; contava amicizie maschili e femminili non soltanto a Bucarest come a Pietroburgo, ma nelle alte classi sociali, come tra la gente di teatro, nel mondo degli scrittori, della diplomazia, degli artisti celebri, come tra gli specialisti da caffè-concerto. Sapeva la storia d’infinita gente: aveva pranzato alla tavola d’Edoardo VII e cenato con Rosa Belcolore; parlava di politica, sempre tenendo l’occhio al retroscena, che valeva per lui il retroscena della Boite à Fursy; non si sapeva di prim’acchito quando nominava Jack o Dmitriew se intendeva parlare d’un ministro plenipotenziario o d’un ammaestratore di foche. Dei diplomatici e dei Re, delle ballerine e degli uomini politici, delle imprese di teatro e dei governi faceva tutta una cosa. Disegnava figure e profili, raccontava abitudini visti dal vero. Non c’erano giornali meglio informati di lui; ossia egli diceva quel che i giornali non potevano dire.

No, non era il papà.

Gioconda lo constatò con grazia, scuotendo il capo, dopo che Folco le aveva detto di lui ciò che credeva opportuno di dirle per suo avviso.

– È un vero peccato! – osservò la giovane. – Noi avevamo bisogno di un papà: il tuo non ci vuole, il mio non sa; siamo giovani e la vita è difficile: possiamo aver bisogno d’un consiglio….

– Un consiglio si può sempre chiedere a un amico, – rispose Folco sorridendo. – Io credo che Ariberto sia sincero quando dice che mi vuol bene.

– Allora sarà il tuo papà, – concluse la contessa. – Egli sarà il tuo papà.

E la notizia fu comunicata, prima di partire per Parigi, ad Ariberto Puppi, il quale alzò le braccia al cielo con gesto di desolazione:

– Ma quali consigli posso io dare a vostro marito? – esclamò. – Egli veste benissimo e sa leggere un orario: io non vado più oltre. Figuratevi, forse lo sapete, che traduceva François Villon, e io ignorava anche l’esistenza di quel poeta. Non me ne importa nulla, ma ciò può darvi idea della mia coltura!

Ariberto Puppi aveva la debolezza di mostrarsi in tutto assai peggio di quel che non fosse: ignorante, pigro, volubile, nullo. Stanco un giorno della rinomanza di bell’uomo, s’era tirato addosso una grandine di mali finti, si era foggiato una maschera, s’era messo a camminare come una navicella in burrasca, appoggiandosi, quando non se ne dimenticava, a un bastoncino d’ebano.

Gioconda aveva appreso con infinito stupore che tutti quei mali e quegli inconvenienti di cui Ariberto Puppi si doleva, non esistevano affatto; egli voleva figurare come un uomo finito: altri hanno la vanità di figurare sempre gagliardi.

La contessa ne aveva riso.

– È dunque vivo? – domandava a Folco.

– Vivo, vivo! – assicurava Folco. – Non ha mai avuto un giorno d’emicrania.

– Se hai molti amici come Ariberto, puoi aprire un manicomio….

– Esemplare unico! – definì Folco.

– Credo che finirà per essermi odioso! – riflettè la giovane.

Ma quando lo vide quella sera sbucar d’un tratto dalla fiumana di gente che batteva il lastrico del boulevard, ella sorrise amichevolmente.

– Dove andate? – chiese Ariberto, quasi si fossero lasciati un’ora prima.

– Io vado a dare un’occhiata ai balli russi. Prendiamo un taxi; sapete che non posso camminare.

– Puppi! – gridò Gioconda, piantandosi sul marciapiede. – Non cominciamo! Se volete essere il papà di Folco, non dovete più parlare dei vostri malanni da burla.

– Io non parlerò più dei malanni, – consenti Ariberto, – ma devo confessarvi che non ho mai pensato a essere il papà di Folco…. Che cosa me ne farei? perchè volete darmi questa afflizione morale in cambio delle afflizioni fisiche?

– Vi teniamo in serbo, – disse Gioconda, – pel giorno in cui avremo bisogno di consiglio.

– Ma che? per darvi un consiglio, occorre sollevare cento chili a braccio teso? sospendere in aria coi denti l’omnibus del Giardino delle Piante? – domandò Ariberto spaventato.

La contessa rise dagli occhi e fece spallucce.

Non poteva serbare il broncio a un così buffo amico; quella sera si divertì molto; i suoi sguardi quasi trepidi erano per Folco; di tanto in tanto gli cercava la mano, perchè non si allontanasse pur col pensiero; non pareva contenta s’egli non rispondeva col sorriso al sorriso di lei. Ma rideva assai volentieri alla parola e alle osservazioni di Ariberto; discuteva animatamente con lui sulle donne che vedeva intorno e sul loro modo di vestire e di comportarsi.

Verso la fine dello spettacolo, Ariberto era stanco.

Abituato a vivere con gente che viveva la sua stessa vita e non aveva nè domande da rivolgergli nè scoperte da fare, il marchese Puppi si stupiva della garrulità di Gioconda, del suo chiedere incessante, del suo facile maravigliarsi, di quella curiosità tutta femminile che vede due, tre cose alla volta e trova due, tre domande da metter fuori.

Egli rispondeva con minore attenzione: guardava a quando a quando una ballerina sul palcoscenico, dorata dalla nuca ai tacchi, la quale danzava con infernale rapidità una danza russa; e a quando a quando Folco Filippeschi al suo fianco; il quale appariva sereno, soddisfatto, l’animo riposato che gli traluceva dagli occhi senza ombre.

– Che bestia! – pensava Ariberto crudamente. – Se avesse sposato la ballerina laggiù, non avrebbe avuto più noie e più disagi che sposando questa ingenuissima e onestissima figliuola; col vantaggio che la ballerina non si stupirebbe di nulla, e questa invece passa la vita a stupirsi di tutto…. È una donna da fare, o meglio da rifare. Ci vorrà una bella costanza, povero Folco!…

In quel momento, Gioconda, come usava, toccò la mano di Folco e gli sorrise: Folco le sorrise. Nel cervello di Ariberto passò il dubbio, senza ragione, senza gradazione, che la giovane non fosse sincera. Dove aveva egli letto un profilo di donna, che sembrava far tutto quanto voleva il suo innamorato e faceva invece tutto quanto voleva lei?

– Maria Feodòrowna Petrowski, – disse Gioconda ad alta voce, guardando nel programma.

– La ballerina, – aggiunse distratto Ariberto.

Ma dove aveva letto quel profilo? andava chiedendosi.

Leggeva tanto poco, per abitudine, che non doveva essergli difficile rammentare una pagina. E la scovò infatti nella memoria. Aveva comperato le liriche del Villon e le aveva guardate qua e là, sbadigliando, tanto per sapere di che e di chi voleva occuparsi Folco Filippeschi; subito gli eran caduti gli occhi sulla pagina in cui il poeta parla con rancore della sua amante, l’ingannatrice docile.

Mentre i due, Folco e Gioconda, guardavan la scena, tornò a fissarli.

Era facile comprendere che il conte Filippeschi non vedeva nella contessa la donna, la moglie, la compagna, l’amica; vedeva la perfezione. Non aveva detto venti parole nella serata e lasciava parlar lei; la scrutava per sapere se godeva; era orgoglioso di leggere su quel volto piccolo e bruno l’espressione del piacere, stava attento ad ogni suo gesto, quasi per interpretarlo. La beveva, o si lasciava bere.

– E Villon? – chiese a un tratto Ariberto.

Folco sussultò come avesse udito lo sbatacchiar fragoroso d’un uscio alle sue spalle.

– Non dovevi lavorare intorno a Villon? – seguitò Ariberto. – Mi avevi detto, se non erro, che avresti cercato alla Biblioteca Nazionale ciò che ti occorre?

– C’è tempo, – rispose Folco. – Ora Gioconda deve divertirsi.

– Tocca alla contessa richiamarti al lavoro. – -osservò Ariberto, sorridendo per attenuare nelle parole il senso di rimprovero.

La contessa volse il capo lentamente.

– Io? – disse con indifferenza Ma subito si corresse:

– Io sarei felice di veder lavorare il mio Folco. Non m’importerebbe nulla di rimanere sola all’albergo se sapessi che Folco è alla Biblioteca o non ha tempo d’accompagnarmi a teatro.

– Un giorno o l’altro, – promise Folco piuttosto a sè medesimo che ad Ariberto, – mi ci metterò.

– Quanto rimarrete a Parigi? – domandò Ariberto.

– Chi sa? – disse Folco. – Fin che fa piacere a Gioconda.

– Eh allora! – esclamò Ariberto ridendo.

Ma Gioconda gli lanciò un’occhiata insolitamente fredda.

Quei discorsi la rattristavano. Gli studi letterari di Folco le portavano il ricordo del salottino male illuminato da una lampada miserabile, le facevano risuonare all’orecchio il ticchettìo della macchina da scrivere, le spiegavano innanzi tutto il quadro dei giorni di timore. Aveva tanto sofferto per la speranza di innamorare il conte Folco Filippeschi, per lo spavento di vederlo sfuggire!…

François Villon non aveva oramai sulla sua anima se non il potere di risvegliar quegli echi dolorosi. La sera che aveva trascritto il Rondeau era stata seguita per lei da una tormentosa notte di dubbi, una delle tante notti in cui sognava a occhi aperti. Folco l’amava? L’amava davvero o si trattava d’un semplice capriccio? Era molto giovane: poteva allontanarsi, dimenticarla, incontrar più facili prede. Ed ella si comportava secondo prudenza, o doveva essere più ardita? continuare nel suo riserbo o svelare abilmente a Folco con un tremito, con un gesto, con una parola impensata, ch’era innamorata di lui?… L’alba si levava che la fanciulla non aveva ancor trovato riposo.

Poi di giorno le toccava ascoltar le discussioni tra sua madre e suo padre. Erano giunte da Perugia le informazioni su Folco Filippeschi, di cui il signor Piero aveva dato incarico a un amico. Eccellenti; magnifiche; insuperabili; un matrimonio di prim’ordine!… Folco sarebbe stato ricchissimo; apparteneva a una nobiltà la cui origine si perdeva nella notte dei secoli. Carattere mite; giovinezza pura; non si conoscevano di lui nè trascorsi, nè vizii, nè debolezze, nè amoretti; dedito interamente a’ suoi studi; avido di gloria, ambizioso.

La mamma osservava, però, che i giorni passavano e che l’ambizioso non si decideva. Avrebbe voluto un poco più di civetteria da parte di Gioconda, di quella civetteria innocente, ignara, che è efficacissima; il suo riserbo la faceva parer fredda, non lasciava nemmeno capire se aveva o non aveva una simpatia per Folco, e Folco doveva trovare in sè il coraggio per due, se voleva fare un passo risoluto.

Il signor Piero opinava invece che il contegno di Gioconda non doveva mutare in nulla. Si fa presto a commettere un’imprudenza che poi si rammenta e si rinfaccia a distanza di anni. Occorreva che Folco Filippeschi si avanzasse lui, da solo; non avesse a pensare che Gioconda era in cerca d’un marito.

La fanciulla ascoltava umiliata quelle diatribe, accarezzando Dick aggomitolato sul suo grembo.

Finalmente un raggio di sole squarciava le cupe nubi di quei giorni; Folco le aveva offerto l’anello di rubino col motto. Tale una gioia rabbiosa s’era scatenata nell’animo della fanciulla, che, rimasta sola, aveva addentato l’anello, come si addenta una preda da troppo tempo covata con gli occhi. Tuttavia era stata ancora in dubbio, fino al giorno delle nozze, fino al ritorno dal Municipio e dalla chiesa: allora soltanto aveva sentito la tensione aspra dei nervi allentarsi; s’era abbandonata piangendo fra le braccia di Folco.

E non era finita. A Parigi, egli le svelava il raggiro stupido tramato da suo padre e da sua madre in silenzio: la storiella del probabile fidanzamento con Carlo Albèri, ammogliato da ben cinque anni! Ne aveva provato un subito rancore contro quei due: perchè non avvertirla, non consigliarsi prima con lei?… O che mai era ella, perchè si tentassero tutte le maniere di sbarazzarsene?… Poteva bene, bella, pura, intelligente, essere amata da un conte Filippeschi, senza chiuder questi in una rete di volgarissime giunterie.

I suoi l’annoiavano. Le scrivevano di continuo a Parigi pel denaro. Sapevano che Folco non sarebbe stato diseredato, ma sapevano pure che da casa non gli mandavano più un quattrino; e quanto sarebbe durata quella situazione penosa?… Che la ragazza – la contessa Filippeschi era tuttora e sempre in casa, la ragazza – ci pensasse, facesse economia, trattenesse il conte….

Gioconda da più giorni non rispondeva.

Il marchese Ariberto Puppi col rammentarle Francesco Villon e gli studi letterari di Folco, l’aveva inscientemente ripiombata in quei ricordi angusti; umiliazioni, trepidanze, volgarità, insonnie, lagrime: le liriche del poeta da capestro non le dicevano altro.

Si guardò rapidamente intorno; sbarrò gli occhi quasi per abbacinarli al torrente di luce artificiale che inondava il teatro. Le sembrò che tutte le donne le quali occupavano poltrone e palchetti, fossero sue amiche, pari a lei; forse ella era anche più su, nella scala sociale. Esse ignoravano Carlo Albèri, Dick, suo padre, sua madre, la lampada poco pulita, la macchina da scrivere; erano simpatiche, vestivano tutte benissimo.

Gioconda assorbiva con voluttà il presente per dimenticare il passato, per distruggerlo, perchè non osasse tornar mai.

– Folco, – disse, volgendosi a suo marito.

Desiderava prolungar le ore di godimento, che l’allontanassero sempre più dalla casa bigiognola con le botteghe respiranti il tanfo del loro traffico vecchio.

– Folco, – disse, – dopo lo spettacolo, vorrei cenare….

– Ma certo, certo, – rispose Folco. – Ho molto piacere di vederti così ben disposta.

– È una buona idea! – approvò Ariberto. – Vi condurrò all’Abbaye; siete mai stati all’Abbaye?…

Allora la giovane sorrise anche a lui, un sorriso mite di gratitudine.

VI.

Tutta di qua.

L’ondata del piacere le passò accanto e per poco non la travolse.

Vide in quella cena all’Abbaye la vita parigina notturna, il ritrovo in cui le dame straniere dan di gomito a quelle che non sono dame; notò le eleganze spinte fino alla soglia della stranezza; una folla di donne in abito scollato, di uomini in abito nero, uno spumeggiar di calici, una profusione d’argenti, un ondular discreto di musica invisibile; sentì un fiotto di profumi discordanti salirle alle nari, impregnarle vesti e capelli.

Mangiò poco; non bevve quasi nulla; fingeva d’ascoltare ciò che dicevano i due uomini, Folco e Ariberto, il primo dei quali non aveva occhi se non per lei, e l’altro non vedeva nulla perchè aveva visto troppe volte lo stesso spettacolo o spettacoli consimili.

Ma gli sguardi di Gioconda seguivano con curiosità ciò che avveniva a questa e a quella tavola; faceva gran fatica a non rivolgersi per guardare anche le scene che si svolgevano alle sue spalle. Constatò con ingenua maraviglia che Ariberto conosceva tutti; prima di sedere aveva chiesto il permesso di salutare alcune dame ch’erano a una tavolata non molto discosto, e aveva finito per trovare amiche e amici a tutte le tavole.

La contessa lo vedeva inchinarsi, baciar la mano dell’una e dell’altra, dir qualche parola agli uomini, sorridere: gli chiedevano chi era la giovane signora e il gentiluomo che cenavano con lui; gli occhi dei commensali si posavano su Gioconda discretamente, ma non così di sfuggita ch’ella non comprendesse che si parlava di lei; era soddisfatta; il suo nome correva tra quella folla in cui erano rappresentati quasi tutti i paesi d’Europa.

– Voi incontrate il favore mondiale, cara contessa, – annunziò Ariberto nel tornare alla sua tavola. – Se mi sono attardato un poco, la colpa è più vostra che mia. Non c’è stato uno, non c’è stata una, che non mi abbia chiesto chi è la magnifica dama che Folco e io abbiamo l’onore di servire. Perfino la duchessa di Rejkiavik, la quale ha il difetto di spregiar tutte le donne che non siano mostri, ha dovuto confessare che siete ammirevole.

– Folco, disse Gioconda ridendo, – hai udito? sei contento della tua piccola moglie?…

Folco levò il capo a guardare intorno, per vedere la folla degli ammiratori.

– Se ti fa piacere il…. come ha detto Ariberto?… il favore mondiale, – rispose poi, – io sono certo contento: ma non avevo bisogno d’un plebiscito di questo genere per volerti bene….

Ariberto comprese che Folco Filippeschi era piccato, e mutò subito discorso.

Gioconda intuì a sua volta che Folco rammentava il giuoco di casa Dobelli, l’arte di risvegliar in lui la gelosia; e si morse le labbra. Ella sapeva ormai che invece di aizzar la passione e l’amore, come avviene nel cuore di quasi tutti gli uomini, la gelosia spegneva l’una e l’altro nel cuore di Folco.

– Mostratemi la duchessa di Rejkiavik, – ella pregò Ariberto.

Questi, felice di trovare facile argomento a discorsi che potevano distrarre Folco dalla prima inquietudine, indicò a Gioconda la duchessa e via via i commensali più cospicui, da un re in incognito a un granduca russo, a un generale inglese, dalle attrici meglio note a quella Maria Feodòrowna Petrowski che un’ora prima ballava, tutta d’oro dalla nuca ai tacchi, l’infernal danza moscovita.

La cena si protrasse a lungo, servita da tre camerieri con una gravità la quale pareva invitare a considerare seriamente ogni portata nella sua bellezza complicata prima di gustarla.

Era notte tardissima, allorchè Gioconda metteva piede sul predellino dell’automobile per far ritorno all’albergo. Ariberto aveva preso congedo; intendeva prolungar di qualche ora la veglia con alcuni amici che lo avevano invitato alla loro tavola.

Ma appena furono soli nell’automobile e Folco le sedette al fianco, Gioconda indovinò ch’egli era ostile, di malumore.

– Non ti sei divertito? – ella chiese.

– Poco. La folla che ti guarda m’indispettisce, – rispose Folco.

Gioconda gli prese la destra fra le sue piccole mani, e la tenne, in silenzio.

Egli si chinò a baciarla. Come per magia, il malumore e l’ostilità erano sfumati nell’animo di lui al solo contatto di quelle mani.

– Non badarci, – disse, quasi scusandosi. – Ti ho condotta a Parigi perchè ti diverta, e non pensare a me.

La contessa non rispose; guardava i boulevards, oscuri, a quella tarda ora quasi deserti, alcuni popolati da gente malvestita, che rasentava le case. La città non dormiva; era cessata la furia dei veicoli, ma serpeggiava la vita subdola della notte, ma quelle ombre che passavano erano indizio di convegni finiti o di convegni che principiavano; molti rettangoli di luce nelle case svelavano ore d’insonnia o di veglia, in attesa della luce nebbiosa dell’alba.

Gioconda inebriata da quel tuffo di vita mondana, pensava seriamente se non fosse stato possibile ottenere da Folco di rimaner per sempre a Parigi; forse, a poco a poco, non senza molta arte, non senza quella sommissione che vinceva nell’animo di Folco i più ragionevoli propositi.

Ella aveva dimenticato che i danari di Folco non potevano durare eternamente; s’illudeva sulla cifra, sul valore, sulle spese; forse ne aveva altri, Folco, dei quali non aveva parlato.

– Non andremo più all’Abbaye, – ella disse a un tratto.

– Perchè, se ti diverti? – obiettò Folco sorpreso.

La giovine volse il capo per nascondere un sorriso di vittoria.

Ariberto Puppi non comparve nè l’indomani nè i giorni successivi; mandò alla contessa un gruppo di orchidee e stette assente una settimana. Gioconda non disse nulla, ma fu inquieta. Quell’uomo conosceva Parigi come ella conosceva la sua piccola casa trafitta da misere finestrucole; era una guida sicura.

Sopra tutto piaceva a Gioconda quel vivere di lui accanto sempre, dentro spesso, alla grande vita internazionale di lusso; quell’udirlo nominar la contessa Filippeschi insieme alla principessa di Furstein, al granduca Vladimir, ai nomi più eletti che rappresentavano l’aristocrazia e la plutocrazia di tutto il mondo, la lusingava.

Finalmente Ariberto venne una sera a prendere “i suoi figliuoli”, e andarono a teatro e cenarono.

– Ebbene, – chiese la contessa a Folco, tornando a casa e gettando la stola di zibellino sul letto, – non sono ora tutta di qua?

Rideva al pensiero che i primi giorni ella aveva osato spedir cartoline alla sarta, alla modista, alla moglie del fuochista o del tramviere. Il suo nome figurava ormai nel Figaro con quello di Folco tra i commensali più assidui dei ritrovi più eleganti.

– Sei tutta di qua! – ripetè Folco sorridendo. – Ora andiamo bene.

Tornò alla mente di Gioconda l’idea di stabilirsi a Parigi; ogni volta ch’ella si sentiva sfiorata dall’onda del tramestìo gaio, e poteva vivere la grande vita notturna, il suo cervello s’annebbiava. Era notata per la sua bellezza; ma pure accarezzando la sua ambizione femminile, gli omaggi e gli aggettivi dei giornali su quel tema non le bastavano. Voleva essere, come ella diceva, “distinta”, fine, veramente signora.

E senza parere, studiava il portamento, l’atteggiamento, gli sguardi, i gesti delle grandi signore italiane, inglesi, russe, francesi, con le quali si trovava nelle sale dei teatri, nei luoghi di convegno alla moda. Non solo, in breve, non tormentava più Folco e Ariberto con una tempesta di domande attonite, ma sapeva apparir freddissima in pubblico, quasi indifferente agli spettacoli, come tutta la sua giovinezza fosse trascorsa nel fasto che non ha più nulla da desiderare, come ella tornasse da viaggi in cui aveva visto ogni cosa.

Così era “tutta di qua”.

Folco se ne stupiva senza parlare; perchè non appena varcata la soglia della loro camera all’albergo, Gioconda traboccava di gioia, d’allegria, di spensieratezza; si accoccolava volontieri per terra, cantava a gola spiegata, sfrenava quasi selvaggiamente la furia delle domande; era per Folco solo, nella più soave intimità, la ragazza che camminava trasognata in un paese di incanti e aveva bisogno di aggrapparsi al braccio di lui per non vacillare.

Il marchese Puppi, il quale voleva bene davvero a Folco Filippeschi, e non sapeva ancora definire la contessa, oscillando a volta a volta fra i giudizi più contradditorii, seguitava a osservar la coppia: con curiosità Gioconda; con qualche timore Folco.

Egli non aveva potuto assodare se non che Folco Filippeschi era incappato fino al collo; buona cosa, giudicava Ariberto, in amore; temibilissima nel matrimonio. L’amore è breve: il matrimonio è eterno; l’amore è un episodio, il matrimonio è la vita; si può per un mese, per un anno rinunziare alla propria personalità, trascurare i propri interessi; non si può per la vita intera. Occorre che nel matrimonio l’uomo sia il padrone, quanto più gli è possibile amorevole e persuasivo; ma padrone.

Per ciò Ariberto Puppi non s’era ammogliato.

– È una “cuffia”! – egli disse a sè medesimo, per definire l’amore di Folco verso Gioconda.

Una sera udì che un poco celiando, un poco da senno, la contessa avanzava l’idea di stabilirsi a Parigi; così abilmente, con tanta cautela, ch’egli rammentò certi topolini, i quali prima d’arrischiare una corsa alla luce sporgono il musetto, fiutano l’aria, drizzan le orecchie, volgono il capo di qua e di là; e non appena il silenzio e l’odore li rassicurano, via di galoppo, saltellando felici al sole, al vento.

– Perbacco! – si lasciò sfuggire Ariberto.

– Che cosa significa “perbacco”? – interrogò pronta Gioconda.

Ariberto si strinse nelle spalle ridendo.

– Non significa nulla! – spiegò. – Tocca a Folco dir l’ultima parola.

Folco non disse, e Gioconda non domandò.

Ma se Ariberto non riusciva ancora a capir bene lei, ella non riusciva affatto a capire Ariberto.

Era un amico? era un nemico? Proteggeva Gioconda o proteggeva Folco? a quale dei due avrebbe portato aiuto e consiglio in caso di dissenso? Sotto la squisitezza delle maniere signorili, Ariberto sembrava a Gioconda impenetrabile. Non appena si trattava d’esprimere un’opinione che avesse qualche peso, egli si distraeva con una sagacia diplomatica, la quale era riuscita a irritar più d’una volta Gioconda, d’una irritazione tuttavia ben dissimulata.

Quel “perbacco” significava “che sciocchezza!” o “che buona idea”? Non si sapeva. Negli occhi della contessa si accese un lampo d’ira, ch’ella non potè nascondere se non volgendo il capo subitamente.

L’indomani mattina, mentre Folco leggeva il giornale, aspettando che Gioconda si abbigliasse per uscire, fu telefonato al conte Filippeschi che il marchese Puppi lo attendeva nella sala di lettura per dirgli una parola.

– È Ariberto, – si volse Folco a Gioconda. – Che può volere?

– Ma! – disse Gioconda inquieta.

– Io scendo: tu mi raggiungi.

– Fra poco.

Nella sala di lettura, guardando alcune stampe inglesi, le quali rappresentavano scene di caccia a cavallo, Ariberto Puppi ruminava dentro di sè i pensieri che lo avevano deciso a quel colloquio. Vestiva in abito grigio, teneva sotto il braccio il cappello floscio, e, dimentico delle sue numerose infermità, aveva posato il bastoncino d’ebano sulla tavola nel mezzo della sala.

Andò con un sorriso amichevole incontro a Folco.

– Sei vestito per uscire? – chiese, scorgendo nella sinistra di Folco il cappello e il bastone.

– Sì; Gioconda mi deve raggiungere qui; andiamo al Museo Cernuschi.

– Ah, sta bene!

Sedettero su un divano; quindi Ariberto riprese:

– Io devo partir domattina per Londra; sono passato a salutarti, e mi riservavo di venire stasera a presentare i miei omaggi alla contessa….

– Mi spiace molto che tu parta, – rispose Folco. – Dispiacerà molto anche a Gioconda…. Ma tornerai presto, speriamo?

– Rimarrò a Londra un mese, almeno.

– Oh, allora ci ritroverai qui! – esclamò Folco.

– Davvero? – fece Ariberto. – Ancora un mese a Parigi?

– Che vuoi? – spiegò Folco. – Gioconda ci si diverte. Non hai udito che iersera parlava di stabilirci?

– Ti pare? Io ho creduto che scherzasse! – ribattè vivamente Ariberto. – Perchè questa vita….

Si arrestò, quasi ravvedendosi a tempo.

– Ebbene? – interrogò Folco sorridendo. – Questa vita?…

– Mi permetti di parlarti con franchezza: non mi terrai il broncio? – domandò Ariberto.

– Ma te ne prego; so che tu mi vuoi bene; le tue osservazioni possono essere giuste o non giuste, ma sono certamente dettate dalla sollecitudine per me, per noi.

– Non conti, – incalzò Ariberto, – che io ho un’infinità d’anni più della contessa, più di te? Sono un vecchio.

– Pei vecchi il diritto della parola è sacro! – disse Folco ridendo. E così?…

– Ti dicevo che questa vita è dannosa alla contessa e a te; alla contessa perchè non le concede un’ora di quiete; a te, perchè non ti lascia far nulla.

Io credo che la contessa per la prima ne sia stufa e non osi dirtelo: oramai ha veduto tutto quanto di strano e di eccezionale la vita di Parigi può offrire a una signora; avete percorso rapidamente il ciclo; non potete che ripercorrerlo, due, tre, dieci volte, non so con quanto gusto….

Fece una pausa, guardò Folco per comprendere quale effetto sortivano le sue parole; ma il giovine a testa china disegnava con la punta del bastone imaginarii disegni sul tappeto.

– Per ciò credevo, – soggiunse Ariberto esitante, – che non vi sareste trattenuti ancora a lungo.

Folco levò il capo e, guardando dritto Ariberto negli occhi, interrogò:

– Tu mi consigli di andarmene?

– Non ho il diritto di consigliare, – rispose Ariberto prudentemente.

– Ma se ti chiedessi un consiglio? – fece il giovane.

– Allora ti direi che puoi anche rimanere, purchè non dimentichi lo scopo pel quale sei venuto qui, purchè tu tragga qualche profitto da questo lungo soggiorno.

– Ma non potrei più tener compagnia a Gioconda, – obiettò Folco. – Il giorno alla Biblioteca Nazionale; la sera a coordinare le notizie raccolte, a studiare e a leggere….

– Se non erro, – osservò Ariberto, – la contessa ha detto che sarebbe lieta di vederti lavorare e che nulla le importerebbe di rinunziare ai divertimenti quando ciò ti fosse utile.

– Tu credi?

– Perchè dubitarne? Bisognerebbe che io le facessi l’affronto di supporre che mentiva.

Seguì un breve silenzio, durante il quale Folco riprese a disegnar ghirigori sul tappeto; poi di nuovo alzò la testa e domandò:

– Lavorare, a che scopo?

– È una domanda molto delicata, – fece Ariberto, esitando di nuovo.

– Ti prego di parlare con franchezza, – disse Folco, – -di esporre tutto il tuo pensiero….

– Lavorare ti sarà sempre giovevole, – riprese Ariberto, – anche se non ti renderà danaro per ora. Ti sarà giovevole agli occhi della tua famiglia, della quale, io credo, ambisci la stima….

– Senza dubbio, – esclamò Folco.

– Tu ti sei messo contro i tuoi, a causa del matrimonio, – seguitò Ariberto. – I tuoi ti vedono a Parigi per più mesi, viver la vita elegante e dimenticare ogni giorno meglio i tuoi disegni di studio. Ciò non mi pare prudente da parte tua. Ben altro sarebbe il giudizio che farebbero di te, se sapessero che il matrimonio non ti ha distolto dai tuoi progetti, e che il tempo passato a Parigi non è stato tutto sciupato. Io ho sempre la speranza, perdonami se te lo dico, di vederti riconciliato coi tuoi e la contessa accolta come ella merita. Il tuo lavoro sarà un buon argomento in tuo favore, mentre l’ozio può non nuocere, ma certo non giova.

– Hai ragione, – disse Folco.

– Inoltre, seguitò Ariberto, incoraggiato dall’approvazione dell’amico, – presto o tardi avrai bisogno di danaro.

– Oh, – interruppe Folco, – non sarà un libro di studi critici o di profili letterarii che potrà darmi da vivere!

– E allora? – interrogò Ariberto.

– Lavorerò diversamente: farò un mestiere.

– Suvvia! – esclamò Ariberto stupito, – è molto…. è molto….

E non trovava la parola adatta, sufficientemente dolce.

– È molto originale ciò che tu dici, – seguitò poi. Come? Sei in procinto di guadagnarti da vivere facendo un mestiere, e ti balocchi a Parigi, tra cene e teatri? Ma se lo sapesse, la contessa per la prima te lo impedirebbe!… A me la vita di Parigi costa in media duecento lire al giorno.

– Noi siamo più modesti, – osservò Folco. – Finora spendiamo noi due ciò che tu spendi da solo; ma certo spendiamo troppo per quello di cui posso disporre.

– È un’altra ragione per deciderti a partire o per riprendere i tuoi studi, – ribattè Ariberto.

Folco si alzò e gli stese la mano.

– Ti ringrazio, – disse. – Non dimenticherò la prova d’amicizia che mi hai dato con le tue leali parole!

Stette un poco in ascolto, poi aggiunse:

– Te ne prego: non parlarne a Gioconda. Credo sia qui….

Si udiva infatti nel corridoio un lieve fruscìo di gonne sulla corsia azzurra.

Ariberto si piantò innanzi a una delle stampe inglesi, e accennando col bastoncino d’ebano, osservò ad alta voce:

– No, no, Folco; tu hai torto di credere che siano antiche. Se non erro, sono imitazioni; belle imitazioni senza dubbio, ma temo siano state colorate sulla tiratura in nero…. Oh, contessa, buon giorno! Sono venuto a portarvi il mio saluto….

La contessa ch’era apparsa sulla soglia, gli porse la destra da baciare; apprese che Ariberto doveva partire per Londra e se ne mostrò dolente; ma subito parve rasserenata:

– Un mese? – disse. – Soltanto un mese? Allora ci ritroveremo qui, perchè noi non abbiamo alcuna intenzione di andarcene. Non è vero, Folco?

Folco acconsentì con un moto del capo, e gettò un’occhiata ad Ariberto Puppi. Voleva dire:

– Vedi?… Come si fa?…

VII.

La tempesta.

Gioconda rilevò non senza inquietudine che del colloquio abbastanza lungo con Ariberto Puppi, suo marito non le dava alcun ragguaglio.

Egli disse che avevan parlato d’arte, di stampe, aspettando lei; e Gioconda ebbe l’impressione che Folco non diceva il vero o non diceva tutto.

Perchè?

Osservato attentamente Folco, le sembrò pensieroso: che di tanto in tanto si scuotesse come per non essere sorpreso, ed esagerasse allora la sua abituale spigliatezza.

Perchè?

Le due domande urgevano. Gioconda sentiva d’essere sul limitare di un piccolo segreto, il quale le avrebbe dato la chiave anche dell’altro, della domanda che spesso si rivolgeva: Ariberto era un amico o un nemico? aveva su Folco un ascendente che giovava a lei o le nuoceva?

Tentò di cogliere Folco alla sprovvista. Chiese:

– Che cosa farà a Londra?

– Non so, rispose Folco.

– Come? non ti ha detto neppur questo?

– Non avevo il diritto d’interrogarlo.

– È vero, ma credevo ch’egli spontaneamente….

– Non mi ha detto nulla, forse perchè è facile comprendere che a Londra farà quel che faceva qui, cioè niente. Egli passa, del resto, ogni anno un mese in Inghilterra, ospite di amici….

– E delle stampe, che cosa ti ha detto? – interrogò bruscamente Gioconda.

La domanda giungeva inaspettata.

Folco, alieno per educazione e per orgoglio dalla menzogna, non aveva facilità ad inventare; sentì che una vampa gli saliva alla fronte.

– Oh, – fece distratto, – abbiamo parlato così, in generale, a proposito di quelle stampe inglesi….

La contessa fu certa, da quel momento, che Folco mentiva.

Ariberto aveva parlato di ben altro, di cose tanto gravi e importanti che Folco non poteva riferirgliele esattamente. E che potevano essere, se non giudizii su lei stessa? Ella era certa che Ariberto non si sarebbe fatta lecita un’opinione men che favorevole, e che Folco non l’avrebbe ascoltata senza chiederne la ragione. Ma infine qualche cosa ci doveva essere. Il giudizio più ostile può essere abilmente larvato con la forma più cortese.

Ebbe uno slancio d’ira, quasi d’odio contro Ariberto. Il suo istinto femminile l’avvertiva ch’egli era un nemico: un temibile nemico perchè raffinatamente gentile.

Le tornò in niente la frase che la direttrice del collegio di monache presso il quale era stata educata i primi anni, ripeteva con frequenza: “È inutile uccidere un nemico; basta seppellirlo sotto i fiori”.

Ariberto Puppi doveva essere della stessa scuola.

Gioconda aveva un carattere impetuoso, ch’ella vigilava con cura instancabile perchè non traboccasse; ma pur rimanendo giù, chiusi e frenati, l’impeto, l’ardenza del carattere vivevano sempre.

Al pensiero di poter essere stretta lentamente e implacabilmente nell’aura di veleno diafano che un abile nemico le seminava intorno, si sentì soffocare.

Già la docilità perfetta, l’arte di sommessione con cui riusciva a condurre Folco, le costavano ogni giorno un immane sforzo su sè stessa; un altro da disarmare con la stessa attenta cautela, con la stessa obliqua sagacia, l’avrebbe trovata esausta.

Andarono al Museo Cernuschi, ma non videro bene. Erano ormai ambedue nervosi; un’ombra pesante sembrava esser caduta fra l’uno e l’altra. Fecero colazione al Pré Catelan, ma parlarono poco; Gioconda sorrideva, e il suo pensiero era lontano; Folco tentava d’allacciare una conversazione, e il suo pensiero era lontano.

Mentre rientravano all’albergo il portiere si presentò ad avvertire che come gli avevano ordinato, aveva fatto notare due poltrone per lo Châtelet.

– Ah, – disse Folco, quasi sorpreso. – Sta bene. A che ora?

– Alle nove, – rispose il portiere.

Gioconda si domandò invano che cosa pensasse.

Le due camere da letto erano contigue, Gioconda udì che Folco apriva il baule; poi dal fruscìo capì che ne levava delle carte, e da un certo giro di chiave, che apriva una busta di pelle in cui eran chiusi i suoi manoscritti.

Ella conosceva bene quella busta. L’aveva tenuta in casa, da fanciulla, presso la macchina da scrivere, e ogni sera Folco vi aggiungeva una pagina di note o di traduzione. La busta sapeva la povera vita oscura d’altri tempi. Gioconda vi aveva, più di una notte insonne, posato il capo a piangere, l’aveva serrata al petto con furore, quasi la busta avesse contenuto, inesplicabile e misterioso, l’avvenire di lei.

Gioconda andò sulla soglia a guardare, stese le braccia nel vano, appoggiando le mani all’uno e all’altro stipite. Era un suo gesto abituale; avanzava il capo a sorridere e a chiamare Folco.

Ma non sorrideva quel giorno. Scorse Folco, il quale, volgendo le spalle, s’era messo a tavolino e rileggeva o annotava con una matita.

– Lavori? chiese la contessa.

Folco trasalì, come destato di soprassalto.

– Sì. – rispose, girando la testa a guardarla. – Lavoro un poco.

Gioconda avanzò di qualche passo.

– Lavorerai anche stasera? – seguitò.

– Se fosse possibile….

– Allora bisogna avvertire che le poltrone allo Châtelet sono libere, – disse Gioconda.

Folco si alzò, avvicinandosi a sua moglie. Aveva sentito nelle sue parole un malcontento, una freddezza, che gli riuscivano dolorosamente nuove.

– Ti dispiace? – interrogò.

– Non mi dispiace affatto, – rispose la contessa allontanandosi.

Aveva veduto sul tavolino la busta, le carte coi segni ch’ella odiava; tutta la sua vita brancolante di fanciulla povera dalla biancheria di cotone era balzata fuori come per magìa da quel baule, a rammentarle la cecità della fortuna.

– Ti dispiace? – ripetè Folco, seguendola.

– No, – disse ancora Gioconda, con la stessa freddezza.

E prese posto in una poltrona, guardando qua e là, fuor che in faccia al giovane.

Poi travolta all’improvviso dall’indole veemente che si svelava contro la sua stessa volontà, esclamò di scatto:

– Questo, ti ha detto Ariberto? che devi lavorare? che non dobbiamo andar più a teatro?… Perchè non mi hai riferito le sue parole? Egli deve aver detto qualche cosa anche contro di me….

Folco la interruppe con un gesto.

– Mi stupisco, – ribattè, – che tu possa anche semplicemente supporlo. Ariberto non ha avuto per te se non parole d’ammirazione e d’amicizia. E tu puoi credere che io avrei permesso una frase non deferente, non gentile?

– E sia! – riprese la contessa. – È stato deferente, gentile, amico, ammirativo, tutto quello che vuoi. Ma perchè hai taciuto tutto ciò che ti ha detto? Perchè mi hai inventato le bugie più puerili? Credevo tu avessi compreso che fremo, da stamane. Non per le opinioni, non per i consigli di Ariberto, dei quali posso anche non tener conto; ma perchè ho capito che non ho più la tua confidenza e che tu tenti d’ingannarmi. Ariberto ti sprona a lavorare. Fa benissimo. E perchè tu racconti invece che avete parlato di stampe e di arte? Ha dunque espresso qualche giudizio che io non devo sapere? Una volta quando ero la tua amica e la tua fidanzata, tu mi raccontavi perfino i tuoi progetti letterari, senza nemmeno assicurarti che fossi capace di comprenderli; oggi che sono tua moglie, tu mi metti in disparte, e i colloquii col più intimo dei tuoi amici diventano misteriosi per me?… È un consiglio di Ariberto, anche questo?

Folco guardava Gioconda, attonito.

Era irriconoscibile.

Aggomitolata nella poltrona, pareva non vivesse se non nel viso fattosi pallidissimo, quasi bianco; anche le labbra le si erano scolorite per l’ira, e gli occhi nel pallore mandavano una fiamma straordinaria. Aveva perduto la grazia di fanciulla ignara, che sembrava essere rimasta non tocca in lei; l’espressione della sfida, d’un orgoglio vendicativo, malvagio, le pervadeva tutto il volto.

Sarebbe stato difficile dire s’era più bella nelle ore di calma gioia o in quell’ora d’impeto furioso; certo la donna appariva d’un tratto, dritta sul busto, alta col capo, in tutta la sua forza felina.

– Gioconda, t’inganni! – interruppe Folco.

– No, non m’inganno. Sento che Ariberto Puppi non mi è stato mai amico. Forse anch’egli, come i tuoi, mi crede indegna perchè vengo da povera piccola gente e mi sono conservata pura tra le privazioni. Forse perchè la mia casa è fredda d’inverno e mio padre non è stato mai a Parigi, a Londra, e non si è mai ubbriacato di sciampagna?

– Gioconda! – esclamò Folco, movendo un passo contro di lei. – Non devi parlare in questo modo nè dei miei, nè di Ariberto! Te lo proibisco!…

La contessa tacque subito. Si alzò, andò alla finestra, scostò macchinalmente le cortine e guardò la folla nera nella strada.

– Ariberto mi ha rammentato che sono a Parigi per lavorare, – seguitò Folco con voce più calma. – Ho fatto male a non dirtelo; ne convengo; e te ne chiedo scusa. Credevo che pel mio lavoro tu non avessi più simpatia, e mi ripromettevo di lavorare solo. Ecco tutto. Ariberto non ha detto altro. Cioè, sì: ha dello che si augura di sapermi presto riconciliato coi miei e di veder te accolta dalla mia famiglia come meriti….

Fece una pausa, aspettando che Gioconda riconoscesse il suo errore.

Gioconda taceva.

– Hai capito? – seguitò Folco dolcemente. – Ti chiedo perdono di non averti riferito subito ogni cosa; non vi sono misteri nè tra te e me, nè tra me e Ariberto. Ho taciuto per una delicatezza esagerata, per non importunarti con i miei vecchi scartafacci. Non è una colpa….

Gioconda restava immobile a guardar dalla finestra senza vedere.

– Gioconda! – ripetè Folco avvicinandosele.

Tentò di abbracciarla e si sentì respinto.

– Non credi a quello che ti ho detto? – domandò stupito. – Credo! – rispose la contessa volgendosi.

Ella era pallida e la sua voce non aveva tono.

– E allora? Non ti pare d’avere avuto torto?…

La contessa tacque.

– Gioconda! pregò Folco. – Rispondimi una parola.

– Non so, – disse Gioconda lentamente, – se ho avuto torto. È possibile. Ma so bene che c’è qualcuno ormai il quale può tutto su di te, può farti mutar vita da un’ora all’altra, può domani anche nuocerti con un consiglio sbagliato….

– Oh, – fece Folco sorridendo. Sei gelosa d’Ariberto?

– Io temo ch’egli non sia sincero, – rispose la contessa.

Folco frenò a stento un gesto d’impazienza.

– Ma che vuoi? Finora non ho avuto da lui se non parole molto savie: credo ch’egli mi sia veramente affezionato e che la sua amicizia onesta e la sua esperienza mi siano utili.

– La sua esperienza? – esclamò Gioconda.

Si rattenne un istante, poi soggiunse:

– Ma non mi hai raccontato tu stesso ch’egli ha corso tutto il mondo in cerca di piaceri? che non ha mai fatto nulla? che non ha esperienza se non di giuoco, di donne, di cavalli? Sono tue parole, queste, e me le dicevi quando io ingenuamente volevo chiamarlo papà o volevo facesse da padre a te.

– È verissimo, – rispose Folco. – Tuttavia, sotto un’apparenza frivola si nasconde un’anima diritta, che non oserebbe mai darmi un consiglio il quale non venisse da considerazioni di probità e d’onore.

La contessa non dissimulò un sorriso lievemente sarcastico.

– Sei molto ingiusta con lui, – osservò Folco. – Io vorrei sapere che cosa tu desideri. Forse ti dispiace che io riprenda a lavorare?

– Oh, no! – ribattè vivamente Gioconda. – Sono contenta che ti occupi dei tuoi studi!

– Forse vuoi che allontani Ariberto, senza un motivo, anzi quando ho motivo a essergli grato per le sue parole affettuose?

La giovane tacque. Rimaneva in lei l’impressione, ostinata, che Ariberto fosse un nemico temibile; ma comprese che, neppur pregato, Folco non se ne sarebbe potuto sbarazzare d’un colpo. Meglio era attendere e vigilare.

– Non desidero nulla, – rispose freddamente. – Tutto sta bene come tu dici.

– Gioconda, te ne prego. Aiutiamoci a dissipar questo malinteso.

– Non c’è alcun malinteso, – assicurò Gioconda con la medesima freddezza. – Vorrei rimanere sola!

Folco la guardò, interrogativo. La vide pallida, con la fronte annuvolata. Varcò la soglia senza rispondere. Gioconda chiuse l’uscio. Folco udì girare la chiave nella toppa.

Allora egli afferrò la busta, i manoscritti, i libri che giacevano sul tavolino, e con un gesto desolato li gettò di nuovo nel baule.

Fissò l’uscio chiuso, domandandosi invano la ragione di tanta severità.

Egli non sapeva ancora che il peggior nemico della donna è colui il quale la convince d’avere avuto torto.

VIII.

Vicende.

La signora Delfina e il signor Piero Dobelli rimasero sbalorditi apprendendo da una conoscente chiacchierina che la contessa Filippeschi era da otto giorni a Milano. Dopo quattro mesi di assenza, da otto giorni a Milano, e non aveva avvertito la famiglia del suo arrivo, nè era andata a trovarla….

– Che cosa si fa? – chiese Delfina.

– Si fa finta di non sapere nulla, e si passa da casa sua, – rispose Piero.

Uscirono: per abitudine, Delfina andava innanzi; veniva poi Piero; e da ultimo Dick, il quale essendo vecchio e grasso camminava piano, indifferente al viavai delle strade popolose come alla vista di altri cani, che gli davano una fiutata e tiravan via. Per riguardo a Dick, camminava piano anche Piero e camminava piano anche Delfina; i tre componevano il corteo della vita pacifica.

– Di questo passo, – osservò Piero, – arriveremo da Gioconda verso l’alba.

Si consultarono, diedero un’occhiata a Dick, il quale aveva bisogno di prendere una boccata d’aria, e decisero di noleggiare una carrozza. Dick si acconciò di malavoglia tra Delfina e Piero, perchè odiava le novità; e le passeggiate in carrozza erano in casa Dobelli tal novità, che Dick non ne rammentava due nella sua quattordicenne esistenza.

La contessa Filippeschi era in casa. Si fecero annunziare, mentre la cameriera apriva loro l’uscio del salotto. Attesero venti minuti.

Finalmente Gioconda comparve, con la sigaretta tra l’indice e il medio della sinistra.

La signora Delfina pensava di slanciarsele fra le braccia, ma l’espressione fredda di Gioconda la rattenne immediatamente. Più che fredda, era accigliata.

– Ah, siete voi! – disse. – Accomodatevi. Mi fa piacere di vedervi.

– Capirai: noi ti scrivevamo e tu non rispondevi! – osservò Piero. – -Sei tornata e non ci hai avvertiti.

– Avevo le mie buone ragioni! – rimbeccò pronta Gioconda.

– Imbronciata con noi? esclamò Delfina. – Che cosa ti abbiamo fatto?

– Ma sì: che è questa indegna commedia del pellicciaio? – proruppe Gioconda.

Delfina volse il capo verso Piero, nello stesso istante in cui Piero volgeva il capo verso Delfina; e s’interrogarono muti a vicenda.

– Il pellicciaio? La commedia?… – domandò Piero.

– Vedo che ve ne siete dimenticati, – seguitò Gioconda. – Carlo Albèri: non avete inventato voi la storiella di Carlo Albèri che doveva sposarmi, se non mi sposava Folco?

– Oh Dio, una piccola cosa! – esclamò Delfina.

– Ah, una piccola cosa! – ribattè ironica Gioconda. – Una piccola cosa che Folco ha scoperto, e pur la quale desidera non vedervi…. Voi la chiamate una piccola cosa, ed egli la chiama raggiro indegno, e ne è mortalmente offeso.

– Come diavolo ha potuto scoprire?… – interruppe Piero.

– Nel modo più semplice; voi scioccamente non me ne avevate avvertita, – spiegò la contessa, – e io, non sapendo nulla, ho chiamato l’Albèri prima di partire per Parigi, perchè dovevo comperare una stola. Folco è sopravvenuto, ha interrogato l’Albèri, e ha saputo così che è ammogliato da cinque anni…. La conclusione si è che per lungo tempo Folco non desidera vedervi in casa sua. Mi dispiace dirvi questo, ma io devo obbedire….

– È giusto, è giusto, – rispose Piero alzandosi.

– Ti sei divertita almeno a Parigi? – interrogò Delfina.

Il volto di Gioconda fu irradiato repentinamente da una gran luce.

– Ah! – disse.

E l’esclamazione parve più eloquente d’ogni descrizione ai due Dobelli.

– L’avevo sempre detto, io, che Parigi è una grande città! – osservò Delfina a Piero. Ma tu sei tutto per la Triplice.

– Che c’entra? – ribattè Piero. – La Triplice in politica, siamo d’accordo; ma per divertirsi non c’è che Parigi, non dico di no.

Seguì una pausa.

– E?… – interrogò di nuovo Delfina con un’occhiata significativa.

Gioconda capì, arrossì un poco, e rispose:

– Sì….

– Che nome gli darete? – domandò Piero.

– Nomi di casa Filippeschi: Manfredi o Lillia, – dichiarò la contessa.

– E il padre del conte, la madre, la sorella? – domandò Delfina.

– Tutti come morti. Folco ha scritto e riscritto, ha mandato amici, e non ha ottenuto nulla.

– Duri, gli animali! – si lasciò scappare il signor Dobelli.

– Però, a me non dispiace, vedi? – riflettè Delfina. – Gente di carattere: si sente la razza.

– Già; resta a vedere di qual razza si tratta! – rimbeccò Piero.

Erano giunti sulla soglia.

– Arrivederci, figliuola! – disse Piero, baciando Gioconda in fronte. – Verrai tu a trovarci?

– Senza dubbio! promise la contessa, abbracciando Delfina, poi Piero, e abbassandosi a fare una carezza a Dick.

Uscirono com’erano venuti: Delfina innanzi, quindi Piero, Dick da ultimo; piano tutti e tre.

Gioconda non aveva detto il più e il meglio.

Non appena tornato da Parigi, e fatto il conto di ciò che gli rimaneva, Folco Filippeschi s’era dovuto mettere alla ricerca d’un impiego. Sperava di trovare un posto pel quale la sua coltura non fosse inutile; ma i suoi sforzi erano riusciti vani, uno dopo l’altro. Presso un avvocato bisognava fare il copista, con uno stipendio miserrimo; presso i giornali v’era piuttosto pletora che scarsezza di redattori; i ricchi signori non usavano più il segretario, e di certo non avrebbero dato la preferenza a un giovane che per nascita e titoli era un loro pari.

Ariberto Puppi, tornato a sua volta da Parigi, s’era interessato egli pure a quella ricerca, bussando alle porte degli amici, delle semplici conoscenze, dei suoi stessi fornitori.

Un giorno si presentò a Folco con un mezzo sorriso imbarazzato.

Il posto c’è! – disse. – Ma….

Gli sembrò che Folco fosse allegro. S’interruppe.

– Forse hai già trovato? – domandò.

– No, – rispose Folco. – Sono allegro per un altro motivo. Gioconda mi ha detto…. mi ha confessato….

– Ho capito, – fece Ariberto, sorridendo. – Sei papà: augurii!

– Ecco: e tu comprendi che in questo caso accetto qualunque posto senza discutere, purchè mi dia da vivere.

Ariberto voleva rammentargli i quattrini sciupati a Parigi per capriccio della contessa, i quattrini che in quell’ora sarebbero stati doppiamente preziosi; ma si frenò. Disse che il posto c’era: commesso agli stipendi della Casa Adolfo Scotti e C. Occorreva un certo coraggio ad accettarlo; bisognava star sulla breccia a viso aperto, servire il pubblico anonimo, trangugiar forse qualche boccone amaro. Stipendio, ducentocinquanta al mese.

Ariberto si guardò dall’aggiungere che la cifra dello stipendio era dovuta a lui, vecchio e cospicuo cliente della Casa; e disse invece che s’era voluto usare un riguardo alla persona di Folco.

– Tutto benissimo! – rispose Folco. – Non m’importa affatto di stare sulla breccia. A Milano ho poche conoscenze. Le persone di spirito, in ogni caso, mi daranno ragione: quanto agli imbecilli, non dobbiamo curarcene.

Ariberto gli strinse la mano senza parlare; Folco lo abbracciò. Poi corse a recar la notizia a Gioconda, che da molti giorni seguiva con paura, con trepidanza, la sorda lotta di Folco, e temeva non avesse energia sufficiente a superarla. Quando udì che Ariberto lo aiutava, il cuore le si allargò; aveva di lui un concetto strano, fra l’odio e l’ammirazione; il suo intervento assicurava, agli occhi di Gioconda, la vittoria.

– Ebbene, – le disse Folco, – ora credi che Ariberto mi sia amico?…. Non gli devo tutto in questo istante?

La contessa ebbe il suo sorriso enigmatico.

– Non discutiamo! – rispose.

– Perchè non vuoi piegarti all’evidenza? – insistette Folco.

– Ma che fosse amico tuo non ho mai dubitato! – esclamò Gioconda. – Dubito sempre che sia amico mio…. È un’impressione; potrò ravvedermi col tempo.

Folco entrò così agli stipendi della Casa Scotti. Non gli riuscì difficile impratichirsi di quel commercio; stette, come diceva Ariberto, sulla breccia, francamente, valorosamente. Quasi, ci si divertiva; non gli dispiaceva quel lavoro febbrile, che i primi giorni lo aveva stremato di forze; non gli dispiaceva quella sfilata di gente che trattava le futilità, le maglie di seta, gli oggettini leggiadri e inutili, con gravità pensosa; non gli dispiaceva, sopra tutto, guadagnarsi la vita. Pensava al bimbo che doveva nascere, e al piacere di potergli raccontare, un giorno, che papà vendeva le calze e i fazzoletti mentr’egli veniva alla luce.

Che cosa non avrebbe fatto per quel bambino di domani, per quel piccolo Manfredi o per quella piccola Lillia? Dov’erano le sue stolte ambizioni letterarie, l’illusione superba di conquistar l’alloro coi libri?… Folco ne sorrideva senza amarezza, come di sogni puerili. E mai non gli era parso che la festa fosse così dolce; che il riposo fosse così confortante, così lieto.

Andava a spasso con Gioconda la domenica, come un piccolo borghese, e qualche volta a teatro, nei posti popolari: egli abituato a tutte le squisitezze d’una esistenza ricca, godeva l’esistenza modesta del commesso, placidamente; non aveva occhi se non per Gioconda e non rammentava il lusso, i capricci, lo scialo d’un giorno, quasi non li avesse mai conosciuti. In verità, se lo stipendio fosse stato un poco più largo e gli avesse dato modo di curar meglio Gioconda, non lo avrebbe barattato con un patrimonio, perchè sentiva tutto l’orgoglio nobile della fatica, tutta la soddisfazione di lavorare per sua moglie e pel suo bambino.

Gioconda, in silenzio, dissimulando abilmente, soffriva.

Dopo quella prima visita al ritorno da Parigi, i suoi avevano appreso che Folco s’era dovuto acconciare a un posticino con modesto stipendio; che Gioconda aveva venduto manicotto e stola e tutti quanti i suoi oggetti preziosi, eccettuati l’anello nuziale e l’anello di rubino; che anche Folco aveva venduto libri, stampe, quadri; che s’erano ridotti in due camere mobigliate.

– Hai preso la via più lunga, – osservò la signora Delfina, – ma finisci per vivere come e peggio tu avessi sposato il pellicciaio….

– Distinguiamo! – interruppe il signor Piero, comprendendo che Gioconda era ferita dalle parole inconsciamente crudeli di sua madre. – Il conte Filippeschi è sempre il conte Filippeschi; e un giorno sarà ricchissimo.

– E quando verrà questo giorno? – rimbeccò Delfina. – Fra un mese, fra un anno, fra dieci anni? Magari fra venti, anche; e la giovinezza di Gioconda sarà sfiorita tutta negli stenti.

La logica di sua madre appariva alla contessa inesorabile ed esatta. Per certo, ella si guardava dal pensar con desiderio alla morte del conte suocero; ma il periodo di prova durissima, tanto più dura in quanto era succeduto immediatamente agli splendori della vita parigina, poteva essere ben lungo.

Nacque intanto la bambina, Lillia. – La felicità di Folco aveva dell’esagerazione, della follia, dell’ubbriacatura. Mandò subito un telegramma ai suoi; fece avvertire Piero e Delfina che perdonava l’inganno del pellicciaio, anzi non lo rammentava più, e potevan venire ad abbracciar la figliuola. Cantava, saltava, si portava intorno la bambinetta bellissima, sordo alle raccomandazioni della levatrice, la quale gli teneva dietro perchè non la soffocasse.

Gioconda era contenta, ma d’un contento più pacato. Sorrideva, commossa alla felicità traboccante di suo marito, e guardava con amore la piccola Lillia che vagiva.

Aveva desiderato un maschio, un bel Manfredi, bruno con gli occhi avana iniettati di pagliuzze d’oro.

Le nasceva una femmina rosea, con un ciuffetto di capelli così biondi, che parevano bianchi.

Non se ne lagnò; le volle bene ugualmente, la curò con attenzione, palpitò ai suoi dolori, visse delle sue gioie.

– Io la chiamerei François Villon, – disse Folco in uno slancio di letizia. – Se non avessi tradotto François Villon, non ti avrei sposata e non avrei oggi Lillia.

– Che diventerebbe mai, povera Lillia, – riflettè Gioconda, – per imitare il tuo poeta?

Ma di repente le parole festose tacquero nella casa.

Una sera comparve Ariberto Puppi.

Egli veniva di rado a visitar Gioconda e Folco. S’era accorto che la contessa era gelida con lui, e quantunque non trovasse la ragione di quel contegno, non intendeva chiederla, nè far capire che aveva capito; poi Folco era l’intero giorno occupato, ritornava a casa la sera stanchissimo; non si sapeva quale fosse l’ora meno inopportuna per una visita. Da ultimo, Ariberto pensava che alla contessa, orgogliosissima, sapeva male forse ch’egli, compagno di cene e di svaghi a Parigi, vedesse la sua povertà presente; e per delicatezza stava lontano.

Folco gli corse incontro a ringraziarlo della visita inaspettata; ma si arrestò vedendo l’espressione dolente, grave, ch’era sul volto d’Ariberto.

– Folco, – disse questi dopo essersi inchinato alla contessa, – io devo compiere un incarico molto penoso.

– Mio Dio! – esclamò con voce soffocata il giovane. – Sta male la mamma?

– No; si tratta di tuo padre; devi partire subito.

– È molto ammalato? – interrogò Folco affannosamente.

– Molto. Parti subito.

Folco si gettò nell’altra camera a preparare una valigia.

Ariberto fece qualche passo, avvicinandosi a Gioconda.

– Andate anche voi! – consigliò sottovoce. – Suo padre è morto; Folco avrà bisogno d’un cuore fedele. È il notaio che mi telegrafa, perchè avverta Folco, la cui presenza è necessaria all’apertura del testamento. Andate anche voi. Accompagnatelo!

Gioconda tremava, pallidissima.

– Vi ringrazio! – disse ella pure sottovoce.

Corse da Folco, lo serrò stretto; gli mormorò all’orecchio:

– Ti accompagno!

Folco la guardò, comprese; e si abbandonò tra le braccia di lei, piangendo disperatamente.

IX.

Giornate fosche.

Gioconda tenne in quell’occasione un contegno perfetto.

Sarebbe stato imprudente dimostrare un acerbo dolore per la morte del conte suocero, il quale non aveva mai voluto conoscerla, le aveva impedito di varcar la soglia di casa, ed era morto senza perdonare a lei e a Folco.

Ma sarebbe stato peggio mostrarsi indifferente a una sciagura, che colpiva Folco nel più alto dei suoi sentimenti. La contessa non fu nè indifferente nè accasciata; tenne con dignità le gramaglie per diciotto mesi, e quantunque, tra mobili ed immobili, Folco avesse ereditati parecchi milioni, non si dipartì dalle abitudini di una vita modesta, badando solo che degli agi potesse godere Lillia.

Folco era stato percosso fieramente dalla morte improvvisa del padre.

A Perugia, nello studio del notaio, s’era trovato di fronte alla madre, alla sorella, al cognato; aveva sperato che la comunanza della sventura gli permettesse di esprimere loro la sua devozione.

Essi furono di marmo. Salutarono, entrando e uscendo dallo studio, con un cenno del capo; e perchè v’erano alcune disposizioni da prendere, ne diedero incarico al notaio, che s’intendesse con Folco (dissero, anzi, “col conte Filippeschi”), quasi avessero temuto di rivederlo.

Soltanto il cognato, Corradino Àutari, si ritrovò, come per caso, l’indomani dal notaio, e abbracciò Folco.

– Sai, – gli disse. – Testardi! È la razza.

– Io sperava, – rispose Folco timidamente, – di poter presentare mia moglie alla mamma e a Giselda…

Corradino levò le braccia al cielo.

– Non te lo sognare! – esclamò. – Giselda e tua madre ignorano che tua moglie esista: lo ignoreranno sempre.

E aggiunse, quasi come un ritornello:

– Che vuoi? È la razza. Come dice la divisa di casa Filippeschi?

– “Crolli il mondo”.

– Bene; crollerà il mondo, ed esse rimarranno immobili.

Folco non osò insistere. Vedeva, ormai insuperabile ed eterna, la barriera che lo separava da sua madre e da sua sorella.

Tornato all’albergo, trovò Gioconda pallida, bella, nelle sue vesti nere, che tenendo tra le braccia la piccola Lillia, le susurrava parole carezzevoli. Sentì un vano impeto di ribellione.

A che tanto orrore della povera donna? Non era onesta e diritta come Giselda? Di quale colpa si poteva accusarla, se non d’avere accolto l’amore di lui e d’aver con lui sopportato bravamente le traversie della sua vita?

Egli leggeva ogni giorno negli occhi di Gioconda una domanda: “Mi vogliono?” E volgeva gli occhi altrove, non potendo rispondere.

Partì, quasi fuggì da Perugia non appena tutte le prescrizioni di legge furono compiute; lasciò l’ordine al notaio di vendere a mano a mano i poderi di sua proprietà; non sarebbe mai più tornato.

Quando furono in treno, nello scompartimento che aveva scelto perchè gli estranei non gli dessero di gomito in quell’ora inenarrabilmente malinconica, Folco s’avvide che Gioconda piangeva in silenzio.

Era ferita al cuore.

Mai non avrebbe creduto che pure innanzi alla morte, pure in un giorno di grande lutto, le donne di casa Filippeschi sarebbero rimaste impassibili di fronte a lei e alla sua bambina. S’aspettava di giorno in giorno d’esser chiamata a una riconciliazione; ma più ancora s’aspettava che Folco la imponesse, che facesse prevalere il suo buon diritto e la sua volontà.

Allorchè, venuta l’ora della partenza, Gioconda dovette salire in treno per non tornar forse mai più a Perugia e far così incolmabile l’abisso che la teneva lontana dalla suocera e dalla cognata, il dolore e l’ira le pervasero l’animo.

Guardò Folco da capo a piedi, quasi lo vedesse la prima volta. Chiuso nell’abito nero, pallido in volto, gli occhi stanchi dalle lagrime, biondo, sembrava un fanciullo smarrito. Era un debole, un vinto; la volontà di lui al paragone della volontà di due donne, le quali erangli pur legate dai più stretti vincoli di sangue, non valeva nulla, non aveva significato alcuno; chiunque poteva passarvi sopra e calpestarla.

Era un debole.

Gioconda che si sentiva capace di perseguire anni ed anni, ora per ora, un suo disegno con paziente scaltrezza, con tenacità ostinata, con elasticità felina, aveva pei deboli un senso di commiserazione non troppo dissimile dal disprezzo.

Fu desolata, scoprendo che la volontà di due donne era più forte della volontà di suo marito. In un altro istante, presa come le avveniva, dallo sdegno, si sarebbe lasciata sfuggir dalle labbra parole amare; ma intuì che non doveva colpire di nuovo Folco già provato dalla sventura.

Tacque, si rôse dentro, pianse in silenzio.

E non gli perdonò.

La morte subitanea del conte, la ricchezza sicura, avevano allontanato l’uno dall’altra.

Folco si diceva che in causa di Gioconda aveva perduto la sua famiglia; che Gioconda a Parigi gli aveva impedito di lavorare, costringendolo a sciupar tempo in una vita la quale era, per quel momento, pazzesca. Tornarono, con gli agi, le idee d’ambizione letteraria, e il tempo perduto sembrava a Folco irreparabile.

Gioconda non dimenticava d’essere stata trattata da tutti i congiunti di suo marito come una donna che non si deve conoscere, che non si può ammettere in una casa onesta, come l’ultima delle femmine; e Folco non aveva saputo spezzare il cerchio di oltraggiante disprezzo in cui avevan chiusa la sua compagna, colei che portava il suo nome e gli aveva data Lillia.

Non dissero nulla, ma diventarono ostili l’uno all’altra. Nè Folco nè la contessa chiesero una spiegazione; pareva s’intendessero e sapessero già.

Durante il periodo di lutto, Folco potè riavere l’appartamento dei primi giorni di nozze.

Venivano in quella casa a passare la serata molti amici; alcuni di amicizia vecchia, come Ariberto Puppi; altri, i più, d’amicizia nuova, nata dalla ricchezza, farfalloni che accorrevano a tutte le luci.

Guardandosi intorno perchè si sentiva sola, Gioconda trovò Ariberto Puppi, il nemico di ieri.

D’un tratto ella si ricredeva sul conto di lui.

Le eran bastate le parole dettele sottovoce, la sera in cui egli aveva annunziato la morte del conte:

– Andate anche voi! Accompagnatelo!…

V’era un senso amichevole, un consiglio affettuoso, un tono d’esperienza. La contessa n’era rimasta colpita come da una rivelazione; aveva guardato Ariberto Puppi allora e poi, di ritorno da Perugia, con occhi di curiosità indagatrice. Fosse veramente un amico?… Fosse, non ostante le bizzarrie e le monomanie, un uomo forte?

Gli sorrise, gli diede la mano, tornando; gli disse con calore:

– Sapete? Rammento sempre le parole di quella sera: “Andate anche voi! Accompagnatelo”. Qualche volta me le ripeto.

– Ecco, vi dirò, contessa, – rispose Ariberto con un sorriso. Voi credevate che io fossi, non so perchè, vostro nemico….

Gioconda si sentì arrossire.

– …. e perciò, – soggiunse Ariberto fingendo di non veder quel turbamento ch’era una confessione, avete dato un’importanza eccezionale alle parole che chiunque vi avrebbe detto in quel giorno di sventura. Vi siete stupita perchè non vi davo un cattivo consiglio…. Ciò è un poco offensivo per me; è un poco crudele da parte vostra….

– Vi domando perdono, – si lasciò scappare Gioconda, alzando gli occhi in volto ad Ariberto.

– Oh, – esclamò questi, inchinandosi a baciarle la mano, – non chiedetemi perdono di nulla. La colpa è interamente mia. Io sono, come dire? secco, angoloso, beffardo…. Voi siete pressochè ancora una fanciulla inesperta e le mie maniere vi sono spiaciute. Il torto era mio; voi avevate ragione….

– Allora, facciamo la pace? – disse Gioconda sorridendo.

– Non ne ho bisogno; non devo che continuare a essere vostro amico, come sono stato sempre.

Gioconda respirò.

Folco era freddo con lei; ma anche non fosse stato, ella sapeva bene che in un’occasione grave, in un’ora di battaglia, egli non avrebbe avuto nè l’energia, nè l’esperta sicurezza per consigliarla. Gli altri intorno erano bellimbusti, ganzerini che le facevano la corte e tentavano sviarla; uomini dei quali non si sarebbe fidata, ai quali non avrebbe mai detto parola che non fosse stata scherzosa o ironica.

Da qual parte volgersi?

Con l’impeto del suo carattere si volse tutta ad Ariberto.

Egli se ne accorse e ne fu impacciato. Come dirle: “Badate: se voi pensate che io sono un vecchio, non lo pensano gli altri, non lo penso io stesso, e la mia assiduità può nuocere a voi e a Folco. Ho trentasette anni e molta voglia e molta forza di vivere. Siate prudente, per voi, per me, per tutti”?

Si mise a farle la corte; una corte divertita, un po’ leggera, un po’ frivola, fatta di lievi sarcasmi, ma instancabile, quasi per avvertirla che anche con lui correva qualche pericolo, che poteva bruciarsi le ali proprio là dove supponeva non ci fosse più fuoco.

Gioconda rideva.

– No, no, vi prego, non dite sciocchezze! Sì, sarò bella, sarò elegante, ma questo non vi riguarda….

– Come, non mi riguarda?

– Non vi riguarda. Ascoltatemi: accompagnatemi fuori; non voglio uscire sola, e Folco si secca ad andar pei negozi. Devo far delle compere. Su, venite fuori con me….

Ariberto obbediva, mandando al diavolo Folco.

O che tipo d’imbecille era diventato costui, il quale pareva non occuparsi più di Gioconda e darsi tutto soltanto alla piccola Lillia? Stava con Lillia l’intero giorno, giuocava, con Lillia, conduceva a spasso Lillia, e non vedeva che sua moglie era o accasciata da una noia indicibile o circondata da un nugolo di corteggiatori, alcuni dei quali pericolosi?

Che aveva? Che pensava?

Interrogò discretamente Gioconda, e non ne capì nulla.

Allora, con quella sincerità rude che s’irritava allorchè doveva battere contro una porta chiusa, andò a bussar direttamente alla porta di Folco. Da vecchio amico aveva ben diritto a sapere.

Gli domandò:

– Come mai non accompagni quasi più la contessa?

– Non posso starle sempre alle gonne, – rispose Folco, – sarebbe anche ridicolo: non è una bambina; e i mariti gelosi hanno torto….

– È vero: ma dallo starle alle gonne al non uscir quasi più con lei c’è qualche divario…. Finirà per annoiarsi tremendamente. Le hai portato via anche Lillia….

– Io?… – esclamò Folco. – Ma Lillia è sua quanto mia.

– Senza dubbio; soltanto è sempre con te, o tu sei sempre con lei: si può dire che tu fai le veci della mamma….

– È Gioconda che ti ha incaricato di rivolgermi queste osservazioni?

Ariberto ebbe un gesto di energico diniego.

– No, no; osservo io; non ci vuol molto. Ho visto, per così dire, nascere il vostro matrimonio e perciò noto con facilità i mutamenti…. Sono forse indiscreto?…

– Anzi; la tua amicizia non esisterebbe, se non fosse franca.

– E allora mi sembra che tu sia ingiusto con la contessa; parrebbe quasi che le tenessi il broncio per non so qual cosa….

Folco stette in silenzio un istante: poi disse a mezza voce, quasi confessasse:

– Che vuoi? Ho torto. Ma dalla scomparsa di mio padre, sono andato pensando e ripensando, e ho sentito che Gioconda è stata causa, involontaria ammettiamolo, di molti mali per me. Grazie al mio matrimonio, ho perduto la famiglia. Il papà è morto senza perdonare; mia madre e mia sorella sono inesorabili….

– Ma tu fai colpa alla contessa delle colpe altrui! – esclamò Ariberto.

– Ti ho già detto che ho torto, – rispose Folco. – Si ha sempre torto quando si ragiona col sentimento e non con la testa; tuttavia, se ne accettano lo stesso le conclusioni. Ho perduto dunque la famiglia; non più padre, non più madre, non più cognato. Ho perduto anche la mia città e la mia terra perchè, non volendo rimetter piede laggiù, tutti i miei beni saranno venduti man mano che l’occasione si presenta…. È molto, come tu vedi….

– È molto, – convenne Ariberto. – Ma la tua famiglia oggi è la contessa, è Lillia.

– Ho torto, – ripetè Folco, – Ma non ho torto sempre. Stammi ad ascoltare. Gioconda che è venuta meco a Perugia, sa bene, quanto me, quali sono state le conseguenze del matrimonio; per darle il mio nome, ho distrutto ogni cosa, ho abbandonato famiglia e amici, e città nativa: quando ne è stato il caso, ho lavorato umilmente….

– Magnificamente, corresse Ariberto.

– Magnificamente se tu vuoi, per sostenere lei e la bambina. Ebbene, che cosa ella m’ha dato in cambio di tutto questo?…

– Come? – esclamò Ariberto stupefatto. – Ma ti ha dato tutta sè stessa, tutta la sua vita, tutto il suo amore….

– E tutti i suoi capricci! – aggiunse Folco. – Perchè non mi ha assecondato in ciò che mi è più caro, nel mio lavoro e nelle mie ambizioni…. Oh è ben diversa da quei giorni in cui lavorava con me, nel suo salottino povero ch’ella odia, e che io rammento sempre con tenerezza! A Parigi, vedi, in seguito ai tuoi buoni consigli, io ho tentato di riprendere il mio lavoro; ella se ne accorse, e mi fece una tale scena, così inaspettata, così contraria al suo carattere docile, che io ho guardato d’allora in poi quei manoscritti e quei libri con orrore; li ho richiusi nel baule, non ne ho parlato più, e non so nemmeno dove siano andati a finire…. Voleva divertirsi, capisci, divertirsi a qualunque costo, giorno e notte, e non si fermò che quando io le dissi che bisognava ci fermassimo per forza perchè mi rimaneva il denaro appena sufficiente a reggere ancora qualche mese e a cercarmi intanto un impiego.

– Era molto giovane, – scusò Ariberto. – Non sapeva che fosse nè la vita nè il danaro.

– E sta bene: ma poi?… Oggi non siamo più nelle stesse condizioni. Abbiamo la ricchezza.

– Mi sembra che non ne abusi, – osservò Ariberto. – Anzi, che non ne usi neppure, perchè non fa alcun lusso e non ha chiesto nemmeno d’avere una carrozza.

– È vero…. Ma se io le parlo dei miei studi passati, del desiderio di riprenderli, di quelle ambizioni che in un giovane sono naturali, Gioconda risponde distratta; una volta era l’entusiasmo, oggi è l’indifferenza….

Ariberto scattò.

– O che uomo sei tu? – disse. – Hai bisogno che una donna, che la moglie, ti parli di letteratura e di Francesco Villon, per metterti a lavorare? Hai bisogno che le tue ambizioni diventino le ambizioni della contessa per sentirle ancora dentro di te?… Ma tu chiedi troppo: ma una donna vive benissimo senza letteratura e senza ambizioni!… Sarebbe straordinario, sto per dire ridicolo, che tua moglie si facesse l’apostolo e il compagno del tuo lavoro, e che scrivesse a macchina sotto dettatura.

– Non esageriamo, – interruppe Folco. – Non chiedo tanto. A me basta ch’ella non sia gelida e quasi repulsiva quando le parlo dei miei progetti…. Comprendo che Gioconda non deve essere l’apostolo del mio lavoro; ma non deve esserne neppure il nemico….

– E che t’importa? – disse Ariberto. – Bada: nelle tue parole c’è una grossa esagerazione: io non credo affatto che la contessa sia nemica del tuo lavoro. Ma voglio ammetterlo per un istante…. E che t’importa? Lavori per lei o per te? Hai una tua convinzione, un tuo concetto, una tua strada da percorrere, o non li hai? Non sei libero della tua persona, del tuo tempo, delle tue idee?…. In tutto questo la contessa non può nulla.

– È vero, – confessò Folco. – Ma in tutto questo manca il più bello: il sorriso d’una donna!…

Ariberto si alzò; gli pareva che la frase sentimentale fosse molto buffa, ma non volle rilevarlo. D’altra parte aveva parlato abbastanza; le accuse che Folco faceva a Gioconda erano tanto poco fondate, che sarebbero cadute da sole, e il giovane avrebbe riconosciuto alla prima occasione il suo torto.

– Io me ne vado, – disse Ariberto.

E rammentando alfine una delle sue mille infermità fantastiche, soggiunse:

– Ho un certo dolore, qui, al braccio sinistro….

Folco alzò le spalle, ridendo.

– Ti auguro – disse – di non averne mai altri!

Ariberto se ne andò: ma l’indomani vide la contessa, verso l’ora del tè. Folco era uscito; i soliti amici non erano ancora giunti. Ariberto disse:

– Ho parlato ieri a lungo con Folco.

– Di Francesco Villon, ahimè! – sospirò Gioconda.

– È dunque vero? – esclamò Ariberto sorpreso.

– Che cosa?

– È vero che non volete più udir parlare di Francesco Villon e di letteratura? Permettetemi di essere indiscreto. Io avevo osservato da tempo che in casa vostra c’è un po’ di malumore: non siete felici e spensierati, ora che la felicità e la ricchezza vi arridono. La cosa mi è parsa bizzarra; e mi sono fatto lecito di parlarne a Folco.

– Avete fatto benissimo, – approvò la contessa. – Ed egli vi ha risposto che io non traduco più Villon con lui e che mi annoio a udirlo parlare della poesia francese del XV secolo…. Vi ha detto questo?…

– A un dipresso, – rispose Ariberto.

– Ma, caro amico, son due anni che ne sento parlare e son due anni che porto pazienza. Vedete di quali colpe mi accusa? Miserie, non vi pare?

– E perchè non lo lasciate parlare? Tutti noi abbiamo il nostro tic.

– Oh, sì, – esclamò Gioconda ridendo. – Voi avete il tic di parer moribondo.

– E tuttavia mi sopportate benissimo, – osservò Ariberto.

– Non vi sopporterei affatto se foste mio marito…. Del resto, io non mi curo di fingere, non ascolto pazientemente, non gli presto aiuto, non lo incoraggio nelle sue ambizioni. Lo confesso apertamente: e confesso che lo faccio apposta….

– Ma perchè? Perchè questa cattiveria? – interrogò Ariberto. – Così andrete di male in peggio, Folco è un bel giovane, ricco, elegante….

– Che cosa volete dire? Che un giorno potrebbe consolarsi con un’altra?

La contessa rise.

– State tranquillo! – soggiunse. – In ogni modo, farà quel che crederà….

– Quali capricci! – esclamò Ariberto.

Ma Gioconda gli posò una mano sul braccio.

– No, – disse recisamente. – Non sono capricci. Egli mi ha offesa e la mia indulgenza è finita con lui…. Non fate quel viso di stupore! Mi ha offesa col permettere che sua madre e sua sorella mi tenessero lontana come una cosa immonda, e non mi stendessero le braccia neppure il giorno in cui io accompagnava lui ad un pellegrinaggio di dolore…. Capite questo, caro amico?

Ariberto non rispose.

– Intendiamoci bene, – seguitò Gioconda. – Non gli ho mai domandato di mettersi contro la volontà di suo padre. Un giorno egli chiese la mia mano, e non fece parola delle difficoltà che il matrimonio mi avrebbe accumulato intorno. Quando suo padre dichiarò che io non esisteva, che sarebbe morto senza vedermi, non dissi nulla. Certo, non ne avevo piacere. Ma comprendevo bene che la volontà di suo padre era incrollabile, e che, spingendo Folco contro di lui, lo avrei spinto contro una roccia. Suo padre venne a morire: la sorella e la madre accolsero Folco assai peggio che se fosse stato uno sconosciuto: egli non si ribellò. Gli fecero dire per mezzo del notaio che non pensasse di condurre in casa loro “quella donna”. Quella donna sono io….

Gli occhi di Gioconda ebbero un lampo.

– Folco non si ribellò…. Ah, badate, caro Ariberto!… Si può essere deferenti e rispettosi verso la madre e la sorella, ma a patto che esse non insultino. Folco non trovò la forza di dire: “Quella donna è la contessa Gioconda Filippeschi, è mia moglie, è la madre della mia bambina; quella donna era una fanciulla onestissima quando io l’ho sposata e la sua onestà non era facile, perchè non le mancavano intorno tranelli e tentazioni. Quella donna ha tenuto sempre una condotta esemplare; se voi non volete conoscerla, tanto peggio per voi! Ella non ha mai mendicato nè la vostra stima, nè la vostra protezione, perchè si contenta della tranquillità della sua coscienza”. Folco non ha avuto il coraggio di dir questo….

– Giuggiole! Non era poco…. – esclamò Ariberto.

– Era la verità o no?

– Perfettamente, cara contessa. Ma non tutte le verità si possono dire.

– Come, non potete dire che vostra moglie è onesta? – interrogò Gioconda.

– Senza dubbio: ma la madre e la sorella di Folco lo sanno quanto voi: non fanno questione di onestà e di rispettabilità; anzi, non fanno questione di nulla. Obbediscono ciecamente, senza discutere, ai concetti del conte. Folco ha veduto giusto. Qualunque parola sarebbe stata vana.

– Benissimo, dategli ragione, – esclamò Gioconda. – Fatto è che io rimasi sola all’albergo, giunsi a Perugia quasi di nascosto, ne ripartii quasi di nascosto; la contessa Filippeschi a Perugia era…. Come dire?… una merce di contrabbando, a guisa d’una femmina perduta. Folco mi caricò in treno, silenziosamente, mi ricondusse a Milano; e perchè mi vide piangere, me ne chiese anche il motivo, quasi avessi dovuto ridere!…

Gioconda fece una pausa, guardò in volto Ariberto, poi proseguì:

– Ebbene: Folco mi ha offesa. Io non gli ho perdonato. Non so se gli perdonerò mai.

– Andiamo, via! – fece Ariberto. – Dovete riconoscere che la partita era difficile da giuocare; non poteva già condurvi in casa Filippeschi contro la volontà di sua madre….

– Doveva far comprendere che la sua volontà sola esisteva ormai!…

– Occorreva una forza eccezionale, – disse Ariberto. – E Folco non l’ha.

– Ah, esclamò Gioconda con un sorriso ironico. – Voi credete dunque che essere debole sia un’attenuante agli occhi di una donna? Io non so se di donne vi intendiate: mi hanno detto che sì. E allora dovete saper meglio di me che le donne vogliono, hanno bisogno d’un padrone; una donna che ha per marito un uomo di carattere debole è sola nel mondo, è indifesa: e dacchè sono stata a Perugia e ho visto Folco lasciar vincere e stravincere contro di me sua madre e sua sorella, io ho avuto la sensazione di essere sola….

– Non potete dimenticare, – osservò Ariberto, che Folco vi ha dato un gran nome….

– Ah no! – interruppe Gioconda. – Un gran nome? Ma se i Filippeschi mi ignorano? Ma se devo confessare che non ho mai messo piede a palazzo Filippeschi, e non so nemmeno se mia cognata Giselda è bionda o bruna, se mia suocera è alta o piccola?… Quale diverso trattamento mi avrebbero fatto i Filippeschi, se Folco mi avesse tolto dal fango della strada? Dite voi….

Ariberto non disse nulla. Cercò degli occhi il suo bastoncino d’ebano, vi si appoggiò lievemente e si rivolse a Gioconda:

– Ora, contessa, credo che Folco sia meno crudele di voi, certo meno severo. Egli riconoscerà il suo torto….

– Purchè non sia troppo tardi! – mormorò Gioconda.

– Oh, oh! Non dite parole che si potrebbero giudicar male. Arrivederci, contessa…. Ho un piccolo dolore qui, alla spalla sinistra….

La contessa lo guardò sorridendo.

– E poi? – domandò.

– E poi un poco d’emicrania…. E poi i vostri corteggiatori che sopraggiungono per il tè…. Contessa, questi mi fanno più male che tutti i reumi del mondo!…

Baciò la mano a Gioconda, e si allontanò cautamente, con passo incerto.

X.

La volpe di Sparta.

Dai giorno in cui aveva riveduto nell’atrio del Grande Albergo di Stresa Folco Filippeschi, appena uscito di lutto, e s’era potuta fare amica della contessa Gioconda, la petulante Vittorina Ornavati era contentissima.

Tutti i damerini che abitualmente corteggiavano la contessa Filippeschi erano andati ad abitare o si erano fatti assidui del Grande Albergo, ben lieti di trovarvi non soltanto Gioconda Filippeschi, ma anche Vittorina Ornavati, graziosa, loquace, vivacissima, che giovava come contrapposto a Gioconda, la quale, chiusa nel suo orgoglio, era contegnosa e fredda.

Così ambedue le signore vivevano in un cerchio di assidue premure, di galanterie pronte, di adulazioni incessanti, che avevano stancato e stancavano Gioconda, mentre accendevano la fantasia di Vittorina.

Prendeva parte a quel circolo assai spesso anche Ariberto Puppi. Egli era impercettibilmente beffardo; deciso a non far la corte a Gioconda se non quasi per ischerzo, e indifferente a Vittorina, che non gli sarebbe spiaciuta come donna se non avesse chiacchierato, Ariberto poteva osservare con occhio non velato da alcuna passione le smancerie, le timidezze, le audacie, le goffaggini, le sottigliezze, le gelosie, le rivalità di quel gruppo d’uomini, in cui i giovani davan di gomito ai maturi, e i maturi ai vecchi e i vecchi agli adolescenti. Tutto un uragano di speranze e di timori si svolgeva sotto gli sguardi curiosi di Ariberto, il quale non aveva nè da temere nè da sperare.

E perchè il suo cuore era libero e non annebbiato il cervello, quello spettacolo finiva sempre per umiliarlo.

Gli uomini non gli parevano se non ciò che erano davvero in quel momento: marionette. Le mani agili di Gioconda tenevano i fili di almeno venti di quei pupazzi; di cinque o sei, i fili eran tra le mani di Vittorina. L’una e l’altra potevano farli ridere, sorridere, aggrondare, parlare, tacere, correre o star fermi, vestirsi di bianco o di nero; ciascuno di quelli sorvegliava il vicino, perchè non avesse di più; ciascuno era gaio o accigliato a seconda di ciò che toccava a lui e di ciò che toccava al rivale.

Una trentina di cuori palpitavano all’apparir delle due giovani, s’affievolivano al loro allontanarsi; le due giovani dovevano provare la sensazione del domatore che, entrando nella gabbia, vedon le tigri accovacciarsi quasi per incanto; o meglio ancora, della maestra che varcando la soglia della scuola distribuisce zuccherini e rimbrotti ai bimbi secondo il modo con cui recitano la lezione.

Ciò che più faceva sorridere Ariberto Puppi, si era la certezza che tutti quei gonzi non avevano affatto la sincerità d’un qualsiasi sentimento: volevano l’una o l’altra, Gioconda o Vittorina, per vanità; volevano soverchiare i rivali; d’amor vero, di passione vera, neppur l’ombra.

E Ariberto ammirava l’arte con cui le due donne, guidate da un impareggiabile istinto, li facevan trottare senza nulla concedere; ambedue sapevan benissimo che pensare di quel loro serraglio o di quel loro asilo infantile; benissimo leggevano nel cuore e negli occhi di quegli instancabili adoratori. Esse li tenevano tutti a distanza, badavano a distribuir con equità zuccherini e frecciate, in maniera che ciascuno avesse ogni giorno quanto gli spettava; e ogni giorno li rimandavano a casa mezzo contenti e mezzo disperati, sorridendo dietro il ventaglio.

Del resto Ariberto sapeva pure che Vittorina Ornavati amava in silenzio Folco Filippeschi; e che Gioconda Filippeschi, superba e sdegnosa, non amava nessuno.

Per quest’ultima parte, Ariberto si sforzava a non essere sincero con sè stesso. La sua esperienza gli diceva che la contessa aveva per lui tale un’amicizia, tale una confidenza, tale un abbandono d’anima, che con poco, s’egli avesse voluto, il sentimento avrebbe preso altra forma e altro nome. Egli non voleva; ma per non volere, stringeva i denti e i pugni.

Quanto ai due mariti, Folco Filippeschi non pareva menomamente impensierito della subdola guerra che tutti quegli amici intendevano muovere alla sua felicità. Era certo che nessuno valesse un’occhiata? era sicuro della virtù di Gioconda? vigilava senza dare a vedere?… Non si poteva dire: andava e veniva, lasciava la contessa alle prese coi galanti, partiva il suo tempo tra la lettura, le lunghe indiavolate corse in automobile, le gite con la piccola Lillia.

Che Vittorina Ornavati fosse innamorata di lui, non s’era accorto o aveva fatto finta di non accorgersi; e tuttavia se n’era accorta Gioconda, la quale aveva notato che la voce di Vittorina mutava, rivolgendosi a Folco, e che la graziosa donna arrossiva un poco quando vedeva avvicinarsi il giovane.

– Attenta! – le disse un giorno Ariberto scherzando. – La piccola Vittorina vi porterà via il marito!

– Scusatemi, – rispose la contessa alzando le spalle. – Se Folco è tanto stupido, non è il caso di contenderlo….

– Stupido, stupido! – borbottò Ariberto. – De gustibus et coloribus…. Sapete il proverbio. E poi, in un quarto d’ora di distrazione, visto che la piccola ce ne fa una malattia….

– Non sarà a questo modo che Folco potrà farmi dimenticare i suoi torti! – rimbeccò la contessa.

– Rammentate ancora i suoi torti?

– Com’egli rammenta i miei….

– Non avete fatto pace? non vi siete spiegati?

– Nemmen per sogno!… E volete ch’io sia gelosa di lui, quando egli non è geloso di me?

– Superbi: tutt’e due troppo superbi! – osservò Ariberto.

– Ma è vero o non è vero che Folco non è geloso? – incalzò la contessa.

Ariberto rise.

– Penserà di voi, – disse, – quel che voi pensate di lui: “Se è tanto stupida!…”

– Ah no, caro Ariberto! Io ho la scelta; egli non ha che quella povera piccola Vittorina; io ne ho venti al mio sèguito….

– Sì, ma confessate che tutti i venti, messi insieme, non valgono Folco!…

Gioconda non rispose.

L’altro marito, Celso Ornavati, vedeva benissimo che parecchi bellimbusti stavano intorno a Vittorina; ma egli aveva la sua teoria: una giovane deve superare il periodo dell’amicizia intima di casa, cioè dei corteggiatori che si fanno amici intimi; superato il quale, ella diventa savia, avveduta e inaccessibile come una fortezza sopra un picco. Per Vittorina quel periodo era già valicato da tempo. E Celso si dilettava di filosofia bergsoniana, poi era passato al Nietzsche, poi allo Schopenhauer….

– Ma tu cammini come i gamberi! – gli aveva detto un giorno Folco ridendo.

– Lascia fare: ognuno cammina come può!

– È un gambero filosofico! – aveva definito Ariberto Puppi.

Egli s’era divertito fino a quel giorno, vedendo la gara di tanti uomini, che tutti, l’uno dopo l’altro, dovevano rinunziare alle loro speranze. Ma d’un tratto, Ariberto non si divertì più.

Era venuto a far parte del gruppo un giovane di trent’anni, Stefano Forcioli, che gli amici chiamavano Nenni. Di media statura, tutto muscoli, bruno in volto, asciutto, angoloso, dava a capire immediatamente ciò ch’egli era: un domatore di cavalli. Appassionato per gli svaghi sportivi, ma in modo speciale per l’ippica, possedeva una scuderia da corsa, la quale gli costava non soltanto molti quattrini ogni anno, ma cure infinite e tempo. A vederlo, lo si immaginava subito in tenuta da fantino, giubba nera su calzoni bianchi, la frusta sotto il braccio, le braccia tese, il corpo curvo come in agguato, nello sforzo supremo del galoppo finale.

Ariberto lo conosceva da tempo. Non aveva fama di donnaiuolo. Tuttavia Ariberto avrebbe voluto vederlo meno assiduo al tè della contessa Filippeschi, mentre Nenni non mancava a un solo. Ariberto pensava a ciò che la contessa gli aveva detto un giorno: le donne han bisogno d’un padrone; ed ecco il padrone: quell’uomo da scuderia, abituato a ordini secchi, brevi, a forzar cavalli all’ostacolo, a levarsi poco dopo l’alba, a lavorare tutto il giorno come uno scozzone.

Era il contrasto di Folco; questo, fine, amante delle buone lettere, coltissimo, con una fantasia impressionabile e con animo aperto alla bellezza; l’altro, duro, chiuso a tutti i gusti d’arte, imperioso e laconico.

Ariberto fingeva sorriderne. Nenni non faceva la corte nè a Gioconda nè a Vittorina: aveva per l’una e per l’altra nulla più che la premurosa cortesia del gentiluomo verso la donna; mai non gli usciva dalle labbra un complimento, mai non pareva accorgersi nè della bellezza e dell’eleganza di Gioconda, nè della grazia e della civetteria di Vittorina. Mandava fiori di tanto in tanto, come s’usa, accompagnava l’una signora o l’altra alla passeggiata, indifferentemente; era impossibile capire s’egli avesse una preferenza.

– Uhm! – disse Ariberto.

E tentò scoprire terreno con Gioconda, un giorno in cui Nenni era assente.

– Credo che quell’analfabeta non vi dispiaccia, cara contessa….

– Oh, a proposito, – interruppe Gioconda, – voi che lo chiamate sempre analfabeta, guardate qua, come sa scrivere bene….

– Ah, è capace di fare la sua firma? – esclamò Ariberto.

E prese la lettera che Gioconda gli porgeva e la volse e la rivolse: una calligrafia verticale, alta, precisa come uno stampato; la calligrafia d’un uomo risoluto e tenace.

– Bene! – seguitò Ariberto. – Che cosa vi scrive: che vi ama?…

– Che mi ama lo so già, senza che me lo scriva, – rispose crudelmente Gioconda, per irritare Ariberto. – Si scusa di non poter essere oggi dei nostri.

– Qualche appuntamento?…

La contessa diede in una risatina ironica.

– Volete farmi diventar gelosa anche di lui? – esclamò. – Ho detto ch’egli mi ama; non ho detto che lo ami io….

– Giuggiole! – fece Ariberto. – Non lo direte mai!…

– Insomma, devo esser gelosa, per farvi piacere?

– No: per farmi piacere, dovreste metterlo alla porta….

– Ariberto, Ariberto, – disse Gioconda in tono di rimprovero. – Voi passate il segno, voi mi offendete, credendo ch’io possa amare lui o chiunque altri….

Ariberto si piegò subito a baciarle la mano, in atto umile; tuttavia pensò ch’ella non era sincera e che fingeva benissimo….

Ma in quel punto sulla soglia del Grande Albergo comparve la figura asciutta e svelta di Nenni Forcioli.

– Ahi! – mormorò Ariberto.

La contessa mosse incontro a Nenni, con un’espressione di letizia, con un sorriso così limpido, che Ariberto fece girar tra le dita nervosamente il bastoncino d’ebano.

– Come mai? – ella chiese. – Io non vi aspettava più….

– Se volete, torno via! – disse Nenni ridendo.

– No, no, ve ne prego! esclamò Gioconda con involontario calore. – Sedete qui, accanto a me; oggi siete la pecorella smarrita.

– Ah Dio, siamo fritti; mi scambia i lupi con le pecore! – borbottò Ariberto, chinandosi un poco verso Vittorina.

– Sono andato all’appuntamento, – spiegò Nenni. Ho sbrigato tutto in venti minuti e con l’automobile sono corso qui.

Non una parola di più. Nenni Forcioli sapeva fermarsi a tempo. A qual pro aggiungere una frase galante? I fatti parlavano per lui, e Gioconda era intelligente.

Ariberto se ne andò prima degli altri. Egli pensava che Nenni, quella canaglia abituata alle scaltrezze della scuderia, poteva anche avere inventato l’appuntamento per dar risalto alla premura di sbarazzarsene e di giungere in tempo da Gioconda.

– È il padrone! – disse Ariberto a sè medesimo. – Furbo e ostinato.

E da quel giorno volse tutta la sua attenzione su di lui, ma non vide nulla; Nenni sembrava non avanzare punto nella simpatia e nella dimestichezza con Gioconda; sembrava anche non impensierirsene e non tentare niente per ottener da lei qualche piccolo privilegio, qualche leggero vantaggio sugli altri.

Ariberto vide invece che avanzava molto Vittorina verso Folco.

Vittorina aveva finito, impaziente e capricciosa, per pregare Folco d’essere più assiduo.

Folco s’era acconciato a soddisfarla e non mancava più alla tavola di Vittorina; di là poteva osservare l’armeggio, il gareggiare dei suoi amici intorno a Gioconda. In verità, non credeva tanto; non aveva mai sospettato che sua moglie fosse così stretta d’incessante assedio. Ella ballava ogni giorno, poco prima del tè, un valzer; e per ottener l’onore d’esserle cavaliere, era uno spingersi, un supplicare, un accorrere, che strappavano qualche sorriso ad Ariberto.

Nenni Forcioli non ballava, epperò non supplicava mai; stava egli pure a guardar gli altri, placido e curioso.

Tutto ciò mise una punta nel cuore di Folco. Non già che dubitasse di Gioconda, ma gli sapeva male ch’ella vivesse in quell’aria, tra quegli adulatori smaccati, ciascuno dei quali si credeva capace di farle perdere la testa e sperava anzi di giungervi, presto o tardi.

Spiaceva anche, a Folco, di dover notare che Vittorina Ornavati lo amava; ella era insistente, lo interrogava di continuo, lo pregava con un piccolo broncio geloso di non guardare sempre dalla parte di sua moglie. Folco doveva prestarsi a lasciarsi adorare, e ciò gli dava idea d’una grande ridicolaggine.

Vittorina, dopo tutto, era discreta: non chiedeva se non ch’egli le stesse vicino e che non fosse accigliato. Da tempo Folco appariva a tutti melanconico e taciturno, la sua fronte aveva una ruga precoce, le sue parole erano spesso ironiche; v’era un senso d’amarezza in tutto ciò che diceva, come se qualche cosa gli ribollisse dentro, gli lacerasse l’animo.

– Io non so comprendere: – gli osservò un giorno Vittorina. – Siete sempre sarcastico, mentre la felicità vi arride. Non è vero?

La felicità di Folco era un tema che Vittorina trattava di frequente, quasi per sondare, per assicurarsene.

Folco non rispose.

– Voi siete felice, – seguitò Vittorina, – e non potreste non esserlo. Giovane, colto, ricco, sano, possedete una moglie che tutti vi invidiano; la vostra bambina è deliziosa. Che cosa potete chiedere di più? E come mai siete sempre imbronciato?

Folco la guardò.

– Cara amica, – disse.

Esitò un istante, quindi proseguì:

– Forse anche a voi, a scuola, hanno raccontato la storia del giovane spartano….

– Che? Il giovane spartano? E chi era?

– Un giovane spartano aveva rubato una volpicella; e per non essere punito, poichè il furto era causa di gravissima condanna, egli nascose la volpe fra la tunica e il petto. Condotto innanzi al magistrato, sostenne di non aver rubato nulla; e mentr’egli si difendeva, la volpe andava rodendogli il petto e le viscere. Il giovane rimase impassibile all’atroce dolore; fu liberato, ma morì poi per lo strazio che la volpe aveva fatto delle sue carni…. Spero abbiate compreso, cara amica….

– Oh, sì, ho compreso benissimo, – esclamò Vittorina.

Ma non aveva compreso nulla; e quella sera medesima ella disse a suo marito:

– O Celso, che cosa significa questa storia della volpe di Sparta?…

– La volpe di Sparta?… Non ne so nulla io….

Allora Vittorina ripetè a Celso il racconto che le aveva fatto Folco.

– Mah! – osservò Celso. – È un racconto simbolico. Vorrà dire che anch’egli è rôso da qualche dolore segreto, da qualche volpicella che ha voluto prendere a dispetto degli altri….

Vittorina tacque: stavolta aveva compreso davvero.

Celso era per andarsene, quando tornò indietro.

– Bada però, – aggiunse, – che la storia del giovane spartano è una frottola, come tutta la storia greca…. Non vorrei che tu t’impressionassi per la morte di quel ragazzo….

XI.

Indizii.

Il lussuoso appartamento che, al ritorno da Stresa, Folco Filippeschi aveva fatto addobbare, fu aperto a ricche feste.

Cessato col lutto l’obbligo del silenzio e del riserbo, Gioconda voleva divertirsi come conveniva alla sua età e come le permetteva la sua alta posizione sociale.

Le feste di casa Filippeschi erano molto frequentate; i corteggiatori crescevano di numero, non soltanto per la fama di bellezza che la contessa godeva, ma per la rinomanza della sua virtù.

Alcuni celebri bellimbusti le stavano intorno, animati dal cieco istinto malvagio di distruggere quella virtù, di calpestare qualche cosa di sacro.

Gioconda era imperturbabile.

Tra gli assidui contava i vecchi amici e li prediligeva: Celso e Vittorina Ornavati, Ariberto Puppi, Nenni Forcioli. Il quale da tempo andava dicendo che doveva recarsi a Parigi per comprare cavalli, e il momento infatti era buono. Ma non si muoveva.

Aveva egli solo trovato la maniera giusta di far la corte a Gioconda. Non le diceva alcun complimento, quasi fosse cieco alla sua bellezza, ma le provava coi fatti che per lei trascurava i più pressanti interessi, mutava abitudini, non reggeva a viverle lontano. Era un corteggiamento serrato ed efficace, del quale nessuno poteva avvedersi; anzi, osservando che per Gioconda non aveva mai una parola che non fosse comune, una premura che non fosse convenzionale, gli amici giudicavano Nenni un orso.

Ariberto Puppi soltanto non si lasciava cogliere a quelle apparenze.

Aveva notato che la contessa, impassibile con tutti, sembrava un poco nervosa quando Nenni tardava. Una sera, durante un ricevimento, nell’attraversare la serra, Ariberto aveva veduto la contessa passare in fretta: seduto sopra un divano di vimini era Nenni Forcioli; e la contessa gli aveva dato la mano a baciare. Di certo ella non aveva attraversato la serra che allo scopo di veder Nenni e di lasciare ch’egli posasse a lungo sulla sua mano le labbra ardenti.

Ariberto fece in tempo a ritrarsi; e imbattutosi con Folco, gli disse bruscamente:

– Tu sai che la donna vuole un padrone?

Folco lo guardò.

– A che proposito? – domandò sorpreso.

– A proposito di niente. Ma la donna vuole un padrone.

E come ritornello, modulò tra le labbra:

– Un pa-dro-ne, un pa-dro-ne!

Folco sorrise: le bizzarrie di Ariberto lo divertivano; lo osservò mentre si allontanava, stretto nella marsina, appoggiandosi un poco al fragile bastoncino d’ebano.

Venivano in casa anche il padre e la madre di Gioconda, il signor Piero e la signora Delfina. Ma non ai trattenimenti: si sarebbero sentiti in qualche impaccio, tra tutti quegli eleganti e quelle dame, non sapendo bene gli usi mondani. Essi venivano a vedere i preparativi, le tavole ornate di cristalli multicolori, con gli argenti di casa Filippeschi, antichi e pesanti. Quella ricchezza li abbacinava.

– È cosa stupenda! – diceva Piero. – Tu sei veramente fortunata, figliuola mia!…

– Ti rammenti quando scrivevi a macchina, sotto dettatura? E il salottino era freddo e bisognava tener la lampada a mezza luce per fare economia di petrolio?

Gioconda tacque al ricordo che le portava innanzi sua madre.

– Ora sei felice, – seguitò questa. – Giovane, bella, ricca, godi tutta la tua libertà….

Eran le parole che Vittorina Ornavati aveva detto a Folco.

– La mia libertà! – ripetè Gioconda.

– Oh certamente! Io potrei uscir la mattina e tornar la sera, e Folco non mi domanderebbe dove sono stata….

– Grande fiducia, grande stima, – spiegò il signor Piero. – E te la meriti!

La contessa non volle ribattere.

– Vedete qua, – ella soggiunse. – Quando ricevo una lettera, la lascio sul tavolino, sulla sedia, dove il caso vuole. Non c’è pericolo che Folco ne guardi nemmeno la soprascritta.

– Grande stima! ripetè il signor Piero.

Gioconda alzò le spalle. Non poteva non pensarla diversamente; e le pareva ridicolo ch’ella non avesse a temer nulla da suo marito, potesse essere anche imprudente con lui, mentre doveva guardarsi da Ariberto Puppi.

La presenza assidua di costui cominciava ad infastidirla. Era un amico, ma un amico ingombrante, che aveva occhio a tutto, che solo aveva letto nel cuor di lei, che sembrava vigilarla da tempo e col suo contegno riservato le esprimeva un muto rimprovero, quasi uno stupore doloroso.

Egli aveva còlto più d’una volta, involontariamente, la contessa e Nenni Forcioli mentre parlavano sottovoce.

La contessa e Nenni si cercavano. Per lui ella aveva ripreso amicizia con certe famiglie presso le quali era certa d’incontrarlo; ed egli per lei non mancava a una festa, sebbene di solito per lo passato se ne astenesse, perchè non ballava e non poteva divertirsi; piccole gradazioni, che allo sguardo penetrante d’Ariberto non andavano perdute.

In quei trattenimenti, la contessa e Nenni non avevano occasione di star molto insieme; tutt’al più giuocavano a bridge allo stesso tavolino. Ma nessuna festa finiva senza che il Forcioli trovasse maniera di parlare a Gioconda brevemente, con frasi rotte, con emozione; e quantunque Gioconda non rispondesse, si allontanava sempre un poco pallida e turbata.

– Uhm! – andava dicendo Ariberto a sè stesso. – Dov’è Folco?…

Folco era, come le leggi mondane esigono, dappertutto fuor che presso sua moglie; non si vedeva al fianco di lei se non per accompagnarla alla festa e ricondurla a casa.

La contessa era mutata. Si occupava poco anche della piccola Lillia. Cercava con avidità di distrarsi, non come una volta, per vedere ciò che non aveva mai veduto, per inebbriarsi di lusso e di rumore; ma come per isfuggire a sè medesima, a un pensiero che la incalzasse, a una tentazione che la circuisse. C’era qualche cosa nella sua vita che le stava sopra e la perseguitava.

Un giorno, mentre prendeva il tè in casa Filippeschi ed era presente anche Folco, Ariberto notò che Gioconda non aveva più il suo bel rubino col motto.

– Forse l’avete perduto? – chiese ingenuamente.

La contessa arrossì.

– No, non l’ho perduto, – balbettò. – Si è guastato e l’ho dato ad aggiustare.

Poi, volgendosi a Folco:

– Non volevo dirtene nulla, per timore che tu mi sgridassi.

Folco sorrise, indulgente. Ariberto si scusò.

– Ho commesso una goffaggine, contessa!… Già, è vero: bisogna pensar dieci volte prima di parlare, e poi…. stare zitti.

Ma la goffaggine, secondo Ariberto, l’aveva commessa Gioconda con la sua risposta. Come, l’anello di rubino si era guastato? Ma si trattava d’un solo grosso rubino, senza contorno di brillanti, senza decorazioni d’alcun genere. Un rubino non si guasta: c’è o non c’è. Piuttosto, Nenni Forcioli aveva espresso il desiderio che l’anello col motto non ci fosse più; e Gioconda aveva obbedito.

– Non ha torto, – pensò Ariberto sarcastico. – Ormai il motto si può lievemente modificare: “Trois étions….”;

L’indomani l’anello ricomparve sul dito di Gioconda. Non era più “guastato”, o miracolosamente il gioielliere aveva riparato il guasto in un soffio.

– Uhm! – disse Ariberto a sè medesimo. E gli parve che Nenni Forcioli fosse di cattivo umore; poi, sul finir del ricevimento, Gioconda gli disse alcune parole sottovoce: spiegava; e Nenni Forcioli si rasserenò.

XII.

Il padrone.

Miss Mary Garnett, la governante, inglese, venne ad avvertire la contessa che la piccola Lillia non voleva alzarsi: era molto rossa in faccia, e miss Mary Garnett temeva avesse la febbre.

Gioconda stava facendo colazione con Folco nella piccola sala da pranzo di puro stile veneziano del decimottavo secolo; era la sala a cui non accedevano invitati. Gioconda la preferiva alla grande, di stile fiorentino, vasta, magnifica, un po’ tetra. Gli specchi veneziani chiusi in cornici di pallido oro riflettevan le imagini come attraverso un velo; i mobili eran ricoperti di stoffe antiche dal color bigio stinto. La piccola sala aveva qualche cosa di raccolto, dava un senso di intimità silenziosa, che, nella città dai rumori incessanti, era incantevole.

Da poco avevan recata la posta.

– Queste sono per te! – aveva detto Folco, consegnando a Gioconda alcune lettere.

E mentr’egli leggeva quelle che portavano sulla busta il suo nome, Gioconda apriva con un tagliacarte sottilissimo le sue, quasi tutte di donne; una sola con calligrafia maschile, alta, verticale, precisa come uno stampato: la calligrafia d’un uomo risoluto e tenace.

Non appena udì ciò che miss Mary Garnett le riferiva, la contessa gettò le lettere aperte sulla tavola e si alzò precipitosamente.

– Vado a vedere! – disse a Folco. – Spero non sia nulla. Stanotte stava benissimo.

– Non sarà nulla, – confermò il conte. – Miss Mary Garnett è sempre pessimista.

Gioconda uscì.

Folco seguitò a leggere; poi sbadatamente gettò le lettere su quelle di Gioconda; volle riprenderle, separarle. I suoi sguardi caddero sulla calligrafia verticale, alta, precisa, e percorsero le prime linee:

“Oggi alle tre vi attendo. Venite a questo primo convegno, ve ne supplico con tutta l’anima. Esso vi proverà che non avete nulla da temere in casa mia”.

Folco si passò la mano sul volto, quasi credesse di sognare, poi si fece pallido, bianco, si levò in piedi, e gettò un grido rauco.

In quel punto. Gioconda tornava.

Prima ch’ella interrogasse, Folco avvertì:

– Ho urtato con la caviglia contro un piede della tavola; ne ho sentito un dolore acuto. Come sta la bambina?

Gioconda era inquieta.

– Non sta bene, – annunziò. – Temo anch’io che abbia la febbre. Te ne prego: manda a chiamare subito il medico.

E uscì. Folco si avviò per telefonare immediatamente al medico di casa. La contessa tornò indietro a prendere la sua corrispondenza.

La piccola Lillia dormiva in un letticciuolo bianco presso il letto della mamma; questa la udiva durante la notte; non aveva mai voluto affidarla ad alcuna governante, sebbene miss Mary Garnett fosse prudente e seria.

Folco trovò Gioconda curva sul visino di Lillia; era in tutto il volto della contessa un’ansia trepida, uno smarrimento, che la faceva quasi irriconoscibile. Anche Folco si chinò a guardare la bambina, la quale teneva gli occhi chiusi, e un breve lagno le sfuggiva di tra le labbra.

Il medico venne, studiò Lillia con attenzione, poi si rivolse alla contessa:

– La febbre non è alta. Credo si tratti d’una semplice indisposizione.

Folco vide una maschera di dolore arcigno cader dal volto di Gioconda: i colori le tornarono alle guancie, la luce agli occhi; le sue labbra sorrisero.

– Ora la lascino riposare, – consigliò il medico. – E Lei, contessa, non abbia timore.

S’allontanarono. Folco non disse parola. Il dottore scrisse una ricetta e promise che sarebbe tornato.

– Venga alle due, – pregò Gioconda, – perchè alle tre ho un appuntamento.

Folco rattenne a fatica un guizzo.

Quando il medico si fu congedato, Folco domandò con indifferenza:

– Hai un appuntamento alle tre?

– Sì, – confermò Gioconda. – Non si tratta che di combinare con la contessa Stefani quella fiera di beneficenza…

Folco non obiettò nulla. Non aveva mai udito parlar di fiera, ma poco gl’importava, sapendo benissimo dove e da chi Gioconda era aspettata.

Da chi? No: veramente egli non sapeva; quella calligrafia gli era ignota; si trattava d’un uomo ch’egli non conosceva o non aveva mai avuto occasione di scrivergli: qualche cacciatore di femmine, qualche libertino, che faceva il suo mestiere; il nome non contava. Folco si chiuse nel suo studio; era annientato dalla rivelazione.

Riudì all’orecchio il ritornello d’Ariberto: “La donna vuole un padrone: un pa-dro-ne!”

Gioconda l’aveva trovato: egli, Folco, non era capace di far da padrone; egli era un pover’uomo, un letteratoide, un ambizioso andato a male.

Rise beffardamente.

– Chi sa? – disse ad alta voce. – Chi sa ch’io non sia capace di far da padrone?

A tavola, verso mezzogiorno, scrutò Gioconda; fingeva di mangiare, ma tutto restava sul piatto; era irrequieta, distratta, nervosa. Folco notò che, contrariamente alle sue abitudini, bevve due bicchieri di Porto.

– Sei stato a trovare Lillia? – ella chiese.

– Sì, – rispose Folco. – Mi pare stia meglio.

E cominciò a discorrere. Sentiva dentro di sè un’allegria stravagante, una voglia di ridere, di scherzare, di correre, che veniva dall’incubo tremendo di quelle ore, dall’angoscia spaventevole ch’egli conteneva con tutte le sue forze.

Gioconda rispondeva appena, curvata sotto un pensiero troppo grave. Era il pensiero di Lillia? era il pensiero dell’appuntamento? Folco non avrebbe saputo rispondere: forse l’uno e l’altro le attanagliavano l’anima e pesavano tanto ch’ella non riusciva più a fingere. Verso le due, la contessa chiamò la cameriera e le diede ordine di prepararle l’abito per uscire.

Folco, il quale era presente, con un giornale tra le mani, alzò il capo.

– Sei sicura di poter uscire? – domandò.

– Ma certo, – ella rispose. – Non credi che Lillia migliori?

– Lo dirà il medico.

Gioconda si ritirò nella sua camera, e quando il dottore giunse, Folco vide ch’ella era vestita.

Indossava un abito nero, semplice, che le dava una grazia quasi di fanciulla, una bellezza nuova di riserbo e di verecondia. Gioconda osservò che Folco era pallidissimo e tremava.

– Non ti spaventare tanto, – ella disse. – Lillia sta meglio.

Folco guardò l’orologio.

– Sono appena le due e un quarto, – notò. – Il tuo appuntamento non è per le tre?

– Sì, – rispose pronta Gioconda, – ma non voglio far attendere. Più presto vado e più presto ritorno.

– Hai dato ordine d’attaccare?

– No: esco a piedi. Ho bisogno di scuotermi.

Dicevano queste parole sottovoce, accanto al letticciuolo, mentre il dottore andava misurando la febbre di Lillia e le apriva la bocca per osservare la gola.

– La febbre è salita! – annunziò.

Vi fu un silenzio. Il medico riprese a scrutare la bambina, si piegò su di lei, accostò l’orecchio al suo piccolo petto scoperto.

Non disse nulla. Scrisse una nuova ricetta.

– Tra due ore sarò di ritorno! – promise poi.

Folco guardò la contessa. La maschera di dolore le era nuovamente calata sul volto, dura e chiusa.

– Non vai all’appuntamento? – egli chiese.

La contessa tacque.

Folco si allontanò, passò il limitare del suo studio, aperse il tiretto della scrivania, fece scivolar qualche cosa nella tasca destra della giacca. Poi tornò presso il letto della bambina. V’era ancora, dritta in piedi, Gioconda. La veste nera, il pallore del volto, l’immobilità, facevano della bellissima giovane una figura tragica.

– Non vai all’appuntamento? – chiese Folco di nuovo.

– Non so! – ella rispose.

Ma d’un tratto si scosse, puntò l’indice al bottone del campanello elettrico.

– Portami il cappello e la pelliccia! – ordinò alla cameriera.

Folco ebbe un fremito che lo percorse da capo a piedi, mentre la sua mano s’affondava nella tasca della giacca.

Gioconda appuntò il cappello in testa. Folco vide che aveva un velo fittissimo, il quale avrebbe impedito di riconoscerla. Poi la contessa indossò il mantello.

Ma esitava; si scatenava una tempesta dentro il suo animo.

Folco ne seguiva ogni gesto, ogni movimento, con un’intensità non più dissimulata, con un’attenzione che gli raddoppiava il battito alle tempie.

La cameriera era uscita.

Gioconda si avvicinò a Lillia e le toccò la fronte. Stette ad ascoltarne il respiro affannoso e quel breve lagno che le sue labbra lasciavano sfuggire senza tregua. Allora, quasi con uno strappo, Gioconda si tolse il cappello di testa, gettò a terra la pelliccia.

– Non vado! – annunciò con voce risoluta.

Folco levò la destra dalla tasca, e gettando la rivoltella sul letto, disse freddamente:

– Fai bene!

FINE