Luciano Zuccoli – L’amore di Loredana

I.

– Prendi quelle valigie e portale in questo scompartimento. Su, presto, che il treno riparte!
La voce nota diede un sussulto a Loredana, che stava sola, ancora col velo grigio abbassato sugli occhi, come quando era partita da Venezia.
– In questo? – domandò il facchino.
– Ma sì, su questo!…
Filippo salì, sorrise a Loredana, si volse a prender dalle mani del facchino le valigie, le collocò sulla rete, e sedette infine di fronte alla giovane, con un sospiro di sollievo. Poco dopo, lo sportello era chiuso e il treno riprendeva la marcia.
Filippo non aspettò altro, e si chinò a baciar le mani dell’amica, poi il volto e le labbra, senz’attendere ch’ella raccogliesse il velo sulla fronte.
– Hai fatto bene, – egli disse, enunziando mille pensieri in una volta. – Siamo soli. Fra un’ora saremo giunti. Sai chi ho trovato alla stazione di Venezia? Mi hai visto parlare con un signore alto e calvo? È il conte Lombardi: mi ha invitato a pranzo per lunedì, e ho accettato. Dove saremo lunedì?… Ma tu, cara, sei spaventata?… Quanta gratitudine ti debbo, cara!… Vedrai: non aver paura, non accadrà nulla, non ti toccheranno, non ti faranno nulla….
La campagna triste fra Verona e Peschiera era sinistramente illuminata dalla luce sanguigna del tramonto che alcune nuvole grige interrompevano.
Loredana non diceva parola, tenendo le mani tra le mani di Filippo, sempre col viso celato da quel velo bigio, che pareva la togliesse dal mondo, l’allontanasse da tutti, la dovesse nascondere come una delinquente.
– Ascoltami, cara, – seguitò Filippo. – Hai scritto alla mamma?
– Sì….
– Che cosa le hai scritto?
La fanciulla non rispose subito. Le veniva innanzi agli occhi della mente la visione della sua casetta bianca nel campiello solitario; e la mamma che ogni mattina entrava a chiederle che cosa desiderasse per colazione; poi la mamma usciva, andava per la spesa, e, tornata, preparava la colazione per la figliuola, che con una vestaglia bianca e lunga, raccoglieva intanto i capelli intorno alla testa e si guardava nello specchio e si dava un po’ di cipria e si sorrideva. La vestaglia bianca e lunga era stata abbandonata, anche quella, come tutto il resto….
– Le ho scritto, – rispose Loredana scuotendosi. – Le ho scritto che non si dia pensiero; che avrà mie notizie…. Voglio scriverle anche stasera, subito…. Si può?
Filippo scosse la testa.
– Domani ci raggiungerebbe! Puoi scrivere, e io manderò la lettera a un mio amico a Roma, perchè la faccia partire di là.
– Così la mamma la riceverà tardi, – osservò Loredana, – e per tanto tempo non saprà nulla.
– Due giorni: fra due giorni sarà a destinazione….
La fanciulla rimase muta e guardò il tramonto tragico. A quell’ora, la mamma e la figlia terminavan di cenare, e si mettevano alla finestra prospiciente il campiello, dove i bambini del vicinato si raccoglievano a far chiasso. Sul davanzale la mamma disponeva il vassoio col bricco, e andava centellinando l’ultima tazza di caffè….
Loredana guardò acutamente Filippo. Che sapeva egli di tutte quelle cose, delle piccole cose amate, tanto piccole nei giorni di pace e tanto tristi a rammentar come perdute?
Ella ritrasse le mani dalle mani di lui e sentì che il cuore le doleva, che la vita era cupa e misteriosa, che quel cielo pareva farle entrar nell’anima tutta la disperata violenza del suo colore di sangue…. Con quali parole avrebbe ella potuto esprimere quel tormento a colui che le era così vicino e così lontano?…
A Peschiera, nello scompartimento salì un uomo: andava a Brescia e non aveva trovato posto in seconda classe. Vedendo Filippo e la signora col velo, si ritrasse in un angolo, dopo aver posto sulla rete una valigia grossolana, biancastra con gli angoli di pelle rossa; e chiuse gli occhi, senza addormentarsi, quasi per far comprendere che non voleva disturbare, che sentiva di essere importuno, ma sapeva esser discreto.
– Sei stato mai sul lago di Garda? – chiese Loredana, dopo aver guardato con diffidenza il nuovo viaggiatore.
– Sì, due volte. In questo mese, con questo caldo, siamo sicuri di non trovar nessuno che possa importunarci.
– Come farò?… – disse nuovamente la fanciulla, ma poi s’interruppe impacciata.
– Come farai, che cosa? – domandò Filippo, riprendendole una mano e accarezzandola.
Era venuto in mente alla ragazza, fra tanti pensieri gravi e terribili, era venuto anche in mente che non aveva abiti, non biancheria, nulla di nulla. Fuggita dalla casa col pretesto di salutare un’amica, non possedeva che gli indumenti dei quali era vestita, e aveva tre lire nel borsellino.
– Non vuoi dirmi? – incalzò Filippo con la dolcezza di chi prega.
La fanciulla trovò modo di cambiar la frase:
– Ci son negozii a Desenzano?
Filippo capì e si mise a ridere.
– Oh non importa, – -disse.
Loredana non osò più insistere e chiedere spiegazioni: non importava, la sua roba, non contavan nulla i suoi abitini modesti, a parecchi dei quali aveva dato mano la mamma; non contavan nulla i suoi oggetti d’abbigliamento, i braccialetti, gli anelli, i pettini per la testa…. Tutto perduto e scomparso per sempre, come la vestaglia bianca! Ella sospirò e si guardò l’abito nero, che aveva indossato di furia, perchè capitato prima sotto gli occhi in quell’ora di decisione suprema.
Il treno rallentò la corsa e si fermò.
– San Martino! – gridò un impiegato, – San Martino della Battaglia!…
Filippo stava per additare alla sua amica la torre storica, allorchè lo sportello fu aperto e un signore attempato salì nello scompartimento.
Era un uomo sui sessant’anni, robusto, acceso in volto, con basette brizzolate e ancor folti capelli bianchi; gli occhi grigi fissarono un istante Filippo, e più attentamente la sua compagna, il volto della quale era sempre celato dal velo.
– Buona sera, – disse Filippo sorridendo. – Vai a Fasano?…
– Oh, – esclamò il signore, mentre stendeva la mano a Filippo. – Non ti avevo riconosciuto!… Sì, vado in villa, per qualche giorno….
Guardò di nuovo Loredana, facendole un inchino, al quale essa rispose con un cenno del capo.
– E tu?… Non ti ho mai veduto da queste parti…!
– Un capriccio, – borbottò Filippo impacciato. – Farò una corsa fino a Riva….
– Bravo, bravo, bravo! – concluse il signore con tutta l’aria di chi non crede una parola.
E mentre il treno si rimetteva in moto, aperse la valigia e ne trasse un libro, lanciando un’occhiata sospettosa all’uomo che stava nell’angolo dello scompartimento e teneva ancora gli occhi chiusi….
Filippo guardò Loredana ed ambedue pensarono che quell’incontro era noioso, ma senza pericolo. La fanciulla conosceva di vista il signore e ne aveva udito parlare molto a Venezia.
Zio di Filippo, il conte Roberto Vagli, noiato, stanco, indifferente, si occupava poco degli affari altrui, e punto di ciò che faceva il nipote. Egli trovava tutto possibile, tutto giusto, tutto bene, purchè non gli si desse noia e non lo si disturbasse nelle sue abitudini….
Col libro in mano, un romanzo inglese, si volse ancora a Filippo:
– Ti fermi all’Albergo Reale? – domandò.
– Sì, e riparto domattina.
– Io pure: ma tu partirai col battello delle dieci e venti?
– Sì.
– E io più presto, col legno.
Rassicurata così la coppia, poichè per non disturbare e non essere disturbato avrebbe dormito a un altro albergo se fosse stato possibile, il conte Roberto aperse finalmente il libro e si mise a leggere.
Loredana, allora, osò guardarlo un istante con un lieve sorriso. Dalle poche parole scambiate con Filippo, riconosceva bene l’uomo che Filippo le aveva così spesso descritto, e sentì una strana gratitudine pel signore che non si occupava di lei. Forse egli stesso, molti anni addietro, aveva viaggiato in qualche parte del mondo con una fanciulla; certo, i suoi amori non erano stati sempre regolari; aveva fatto male e aveva fatto bene, aveva visto molte cose esotiche, molti paesi lontani, aveva conosciuto molta gente, ormai dispersa. E non giudicava.

II.

A Desenzano, di piena sera, sul piazzale della stazione, si dovette aspettare che i bagagli di Filippo fossero caricati.
Il conte Roberto era già salito nell’omnibus dell’albergo; Loredana vi si era pure rincantucciata, all’angolo opposto; solo Filippo restava fuori, impaziente, presso la fanciulla.
– Dimmi, – chiese il conte Roberto. – Hai molti bagagli?…
– Cinque bauli, due valigie e tre cappelliere.
– Santo Dio, potevi dirmelo…. Avrei preso una carrozza, per non rimanere in questo sporco omnibus ad aspettare tanto!
Filippo si mise a ridere.
– Ora vengono, zio!… Eccoli qua.
– Cinque bauli! – ripetè lo zio. – Tu viaggi con gli utensili di cucina?…
Ma ricordandosi che il nipote non viaggiava solo, si morse lo labbra e si pentì dell’osservazione, che poteva sembrare scortese….
– Sono pesanti! – esclamò poi, udendo sul capo il rimbombo dei bauli calati sull’imperiale. – Chi sa quante deliziose galanterie!…
E sembrandogli così d’aver rimediato allo sgarbo, non disse più parola.
Quando l’omnibus, traballando sul selciato, si mosse, Loredana si sforzò di veder qualche cosa, guardando fuori del finestrino, ma la città le sembrò orribile, soffocata, male illuminata, coi ciottoli che davano al veicolo sobbalzi continui.
Un senso improvviso di paura le pervase l’animo. Pareva, che tutto fosse finito, che la mamma fosse morta, il sole sprofondato tra la nuvolaglia; la fanciulla si strinse tacitamente a Filippo, il quale doveva essere per lei ogni cosa al mondo, e Filippo le prese una mano e la tenne finchè l’omnibus non entrò sotto l’atrio dell’albergo.
Scesero primi gli amanti; poi il conte Roberto.
– Buona notte, Flopi, – disse il vecchio al nipote: e volgendosi al direttore dell’albergo, che era accorso salutando, aggiunse: – Questo vostro omnibus balla come un orso….
– Colpa dei ciottoli, signor conte, – rispose il direttore sorridendo. – L’omnibus è solido.
– Buona notte, zio! – disse Filippo stringendo la mano al vecchio.
Il conte salutò, inchinandosi, la sconosciuta e scomparve e su per la scala.
Filippo volle due camere comunicanti; ordinò di portar tre bauli in quella della signora, e due nella sua, e li indicò al facchino.
La camera di Loredana era tappezzata di giallo, coi mobili di damasco giallo; la zanzariera azzurrastra, scendendo da un baldacchino centrale, celava tutto il letto. La camera di Filippo era addobbata di stoffa rossa e disposta identicamente all’altra.
Loredana corse al balcone a guardare il lago, che nella penombra sembrava infinito; solo, nettamente, si distingueva il fanale rosso del faro sulla diga.
Ella stava assorta in quella contemplazione, pensando che il paese sconosciuto era ineffabilmente triste, allorchè udì il passo di Filippo. Egli aveva aperto i bauli e sorrideva.
– Mi hai chiesto se ci sono negozii a Desenzano, – disse, quando l’amica gli fu vicina. – Vedi che ho già pensato a tutto? Questo è il baule della biancheria; gli altri due contengono gli abiti….
La fanciulla si chinò per guardare, ma Filippo le afferrò la testa fra le mani e le ricoperse il volto di baci.
– Come sei bella! – esclamò. – Non ti vedevo da tanto, con quel velo misterioso sulla faccia….
Loredana gli rese i baci con un piacere quasi violento, sentendosi rassicurata da colui che ella s’era abituata a credere più forte, più audace, più potente, più libero, più sicuro di tutti…. E, l’anima divenuta a un tratto leggera e aperta, un sorriso sulle labbra, la giovane s’inginocchiò a terra e sollevando con l’agile mano quel cumulo di biancheria e di trine, guardò rapidamente come fosse composto il suo tesoro.
Filippo in piedi osservava la persona snella e pieghevole, la cara testa dai capelli bruni con bei riflessi dorati e il collo bianchissimo e le piccole mani.
– Sì, a tutto; hai proprio pensato a tutto! – disse Loredana, alzando gli occhi a guardare l’amico. – E che cosa è questo?
Ella teneva fra le mani uno scrignetto trovato sul fondo del baule.
– Apri: dev’essere aperto, – disse Filippo.
Loredana mise lo scrigno sul bordo del camino, e aperse. V’erano diversi astucci e ciascuno conteneva un gioiello: orecchini formati da due piccole perle, due braccialetti d’oro a catenella con qualche turchese, e una collana d’oro a maglie piccoline che sosteneva una medaglietta col motto: “Sempre” da una parte, e dall’altra la data di tre mesi prima: “8 maggio 1893″. Poi un anello con una perla nera ed uno con una grossa turchese….
Filippo aveva voluto che tutto fosse elegante e semplice, i gioielli, gli abiti e la biancheria, perchè l’amica sentisse d’essere ancora fanciulla, legata ancora alla sua vita di ieri. Ella parve comprendere quella cura gentile e sorrise dolcemente.
– Una mamma non avrebbe fatto meglio, – mormorò.
E andava volgendo e rivolgendo sul palmo la collana e la medaglietta con quella data fatale.

III.

– Data fatale! – ella pensò e disse ad alta voce, senza rammarico.
Poi rapidamente si slacciò il corpetto, passò la catena attorno al collo, e sorrise. Nessuno, all’infuori di Filippo, doveva veder quella catena, e nessuno, all’infuori di Loredana e Filippo, sapere e ricordar quella data.
– Gli abiti li vedremo poi; ora scendiamo a cenare, – disse Filippo.
– E tuo zio? – mormorò la giovane titubando. – Se cena anche lui, mi vedrà senza velo.
– E rimarrà ammirato, – concluse Filippo.
Cenarono sul terrazzo illuminato da tre lampioni a gas; il lago era scuro, ma a Loredana pareva meno tetro e misterioso. Sulla strada innanzi all’albergo non poca gente passava e guardava la coppia, forse invidiando. Un piccolo gatto bianco e nero, poi un cane pòmero vennero a corteggiare i forestieri e ad accattar qualche boccone. Le zanzare attratte dalla luce danzavano intorno al capo dei due amanti.
Durante la cena, Filippo spiegò il programma per l’indomani: dovevano cercare un piccolo albergo nascosto o una villetta discreta a Salò o a Maderno o a Gargnano; e veder anche la sponda veronese, dove assai minore era la probabilità, d’incontrar gente, poichè i piroscafi non vi approdavano.
– La sponda veronese di là dalla penisola di Sirmione: Salò da questa parte, oltre il capo Manerba….
E Filippo faceva dei gesti in direzione del lago, mentre l’amica sua sorrideva perchè non riusciva a distinguer nulla…. Ma un gesto restò a mezzo: era comparso sul terrazzo lo zio Roberto, seguito dal direttore dell’albergo.
– Se il signor conte permette, – diceva quest’ultimo, – gli servirò io stesso una cena di suo gusto….
– Sì, roba leggera, ve ne prego! – rispose il conte, sedendo a una delle tavole di marmo, poco lontano da Filippo.
E vedendo il nipote, come non si fossero lasciati un momento prima, gli fe’ cenno con la mano, salutando:
– Oh, ciao, Flopi!
– Buon appetito, zio!…
Il conte attese che Filippo riprendesse il discorso a bassa voce con la fanciulla per darle un’occhiata; e la vide bellissima, con quel viso bianco e fresco e con quei capelli scuri, che due pettini scintillanti di strass trattenevano a pena. Ma gli parve pure che ella fosse estremamente giovane, non solo per Filippo che aveva da sei anni valicato la trentina, ma per chiunque se la fosse portata via senza passare dal sindaco e dal parroco….
– Che cosa le ha dato da intendere? – pensò il conte Roberto. – Non mi pare un’oca, e sta ad ascoltarlo come l’oracolo…. Che cosa, le ha dato da intendere, dico io?
Egli si volse udendo uno stropiccìo di passi: ma mentre s’aspettava di vedersi posta innanzi la prima vivanda, scorse invece il cameriere che gli tendeva un telegramma sopra un piatto….
– Un telegramma per me? – disse stupito.
Filippo troncò il discorso con Loredana e guardò lo zio, che apriva il telegramma. Il conte Roberto lo lesse un paio di volte e se lo mise in tasca senza dir verbo e senza più volger l’occhio al nipote.
Ma cenò di malavoglia, scoperse che il Bardolino non aveva un bel colore e acchiappò con le mani un paio di zanzare che gli ronzavan troppo da vicino.
Loredana s’era ormai alzata da tavola e rientrava; passando presso il conte Roberto abbassò il capo. Filippo la seguiva.
– Ascolta, – disse il conte Roberto, – verrai quest’anno a San Martino a veder la Torre? La inauguriamo a ottobre….
Ma non appena s’accorse che la fanciulla era scomparsa, mutò voce:
– La mamma chiede tue notizie, – disse. – Come la facciamo?
– La mamma? – ripetè Filippo sbalordito. – Che mamma?
– Tua madre, mia cognata, la contessa Vagli, quella che ti ha dato alla luce, bontà sua! – esclamò lo zio Roberto irritandosi.
– E come può sapere che noi siamo qui?
– Chi, noi? Quanto a me, lo sapeva, perchè gliel’ho scritto. Quanto a te, avrai fatto le cose con la testa nel sacco. To’ guarda!
E il conte Roberto levò da una tasca e mise sotto gli occhi di Filippo il telegramma:
“Flopi partito oggi constami trovarsi sul lago. Se incontri avvertilo domani denunzieranlo Procura Re. – Bianca”.
Filippo gettò il foglio giallino sulla tavola e non disse nulla.
– Mi pare, insomma, – concluse lo zio, – che non tiri vento propizio per te da queste parti…. Io tornerei indietro….
– Indietro? – esclamò Filippo. – E dove? A Venezia?
– Se preferisci che ti denunzino al Procuratore del Re, è un altro conto.
– Ma perchè mi denunzierebbero?
Il conte Roberto alzò le spalle.
– E me lo domandi, tu che sei avvocato? La tua compagna di viaggio è una bambina; ti denunzieranno per corruzione, per seduzione, che so io? per ratto….
E ricordando la famosa grida citata dal Manzoni, aggiunse con voce tranquillamente allegra:
– “Per rapto de dona honesta”.
– Non faranno niente, – disse Filippo. – In ogni modo, ci penserò….
– Bravo, pensaci! Il Procuratore del Re penserà anche lui a modo suo: e quella disgraziata tua madre si divertirà un mondo, fra due pensatori di questo genere….
Il conte Roberto si guardò intorno, poi seguitò con voce più cauta:
– E chi è quella ragazza?
– Lo hai detto: una bambina, che amo pazzamente, che mi ama, e che voglio tener con me.
– Ma non ha più di sedici anni….
– Diciotto….
– Son sempre pochi. E ha il padre, i fratelli, una famiglia?
– Non ha che la madre.
– La vuol tenere con sè, – mormorò il conte Roberto, come ripensando alla frase del nipote. – O che cosa significa questo?
– Vedremo più tardi, – disse brevemente Filippo.
– È di modesta nascita? – riprese lo zio.
– Di modestissima nascita. Con una madre che l’adora, e che è troppo debole, troppo ingenua, troppo facile a credere, la poveretta si sarebbe perduta….
Il conte Roberto interruppe passandosi la mano tra i capelli bianchi, con un gesto di comico stupore.
– E tu la salvi, – disse poi, – menandola a passeggio sul lago di Garda?
– Chi sa? – rispose ancora brevemente Filippo.
Il direttore dell’albergo ricomparve e i due uomini tacquero.
– Buona, la vostra cena, – gli disse il conte Roberto. – Ma il Bardolino non aveva un bel colore. E poi dovete cambiar posto alle scuderie: il puzzo di lettiera e di fieno vi ammorba tutto l’albergo.
– Il signor conte ha ragione, – assentì il direttore. – Vedremo più tardi!
– Vedrà più tardi, anche lui! – borbottò Roberto fra i denti.
Si alzò da tavola e s’appoggiò al braccio di Filippo ch’era rimasto pensieroso innanzi al vecchio. Il conte Roberto era più alto e più tarchiato del nipote; Filippo aveva statura media, capelli neri e lisci; gli occhi chiari dallo sguardo rapido e vivo dicevano un’anima irrequieta e audace; ma il colorito del volto che intorno agli occhi pareva quasi grigio e certe rughe sottili ricordavano una vita di tempeste e di disordini. L’uomo di sessant’anni, col volto acceso e i capelli bianchissimi, dava più grata impressione di freschezza, o avesse goduto e sofferto meno, o avesse sortito una tempra meno sensibile.
Roberto e Filippo salirono le scale fino al primo piano; innanzi all’uscio della sua camera, lo zio disse a bassa voce:
– Arrivederci. Io parto domattina presto. Pensa quello che fai; comunque vada a finire, mi sembra una corbelleria, perchè io credo che l’uomo non è monogamo.
– Grazie. E… scusami, che cosa scriverai alla mamma?
Il conte Roberto alzò bruscamente le spalle e sparì nella sua camera senza rispondere.

IV.

– Perdonami, cara, – disse Filippo entrando e avvicinandosi a Loredana, che scriveva, seduta innanzi a un tavolino. – Mi ha data una lezione di storia: la torre, la battaglia, i quadri con gli episodii più importanti…. Un quadro rappresenta anche lui, che a quei tempi era tenente di cavalleria e si è battuto a San Martino…. E tu, che hai fatto?
Loredana scriveva a sua madre una lettera felice e disperata, piena d’umiltà e di carezze. Filippo vide che gli occhi dell’amica erano umidi.
– Amore mio, – disse, chinandosi a guardare, – se tu adoperi la carta dell’albergo con la veduta del lago, di Desenzano, dei piroscafi, e il nome del proprietario e l’indirizzo, tanto vale chiamar qui la mamma e il Procuratore del Re.
Si morse le labbra, ma ormai troppo tardi: Loredana lo fissava corrucciata e pallida.
– La mamma e il Procuratore del Re? – disse. – Che cosa significa?
– Nulla, proprio nulla, ti assicuro, – rispose Filippo, accarezzandole lievemente i capelli.
– Che cosa volevi dire? – incalzò la fanciulla. – Come ti son venute queste idee?
– Volevo dire che non dobbiamo trascurare ogni precauzione e che le imprudenze potrebbero recarci qualche noia.
Loredana prese il foglio di carta già coperto di scrittura diritta e ugnale, lo fece in pezzi minuti e li gettò a terra.
Filippo conosceva da tempo l’anima sdegnosa e taciturna della fanciulla. Non pareva fosse nata da piccola gente operosa (il padre era stato mercante di stoffe a Rialto); ma la sensibilità intellettuale, l’intelligenza acuta, la rapida intuizione e sopra tutto un orgoglio e un coraggio più pronti all’azione che alla parola, facevan pensare a un’origine aristocratica, a un atavismo imperioso, a un ambiente squisito. E tuttavia, ella ora così carezzevolmente e voluttuosamente femmina, così sommessa a chi sapeva guidarla, che Filippo non ricordava d’aver conosciuto una donna più varia d’atteggiamenti e più degna d’amore.
Da tre anni ella si recava a villeggiare con la madre a San Donà, in una villetta confinante coi poderi dei conti Vagli; e così Filippo le era diventato amico, senza, sognare che un giorno egli, a tanta distanza d’età, avrebbe avuto bisogno di quella giovanetta, allora tuttavia, con le sottane corte e coi capelli sciolti, che le scendevan per le spalle.
Egli le aveva raccontato molti fatti della sua vita, che gli amici più intimi di lui ignoravano; e senza amarlo, ella ne sentiva la protezione e la forza, Quand’egli partiva o da San Donà o da Venezia per qualche viaggio, una tetra malinconia le piombava sul cuore. Ella trovava in lui i modi, le forme, la perizia di vita, che scarseggiavano o mancavano interamente fra le persone le quali frequentavano la casa della mamma, piccole borghesi che con l’instancabile chiacchierìo la inviperivano e l’allontanavano.
In tre anni, la bambina s’era fatta una giovane bella, della fresca e molle bellezza veneziana, e a Filippo piaceva. Ma anch’egli non l’amava; era la piccola amica….
La piccola amica! Quante volte, sprofondato tra i cuscini della gondola silenziosa, o seduto in un salotto a fianco d’una dama, o in un palco della Fenice tra la luce dorata e lo scintillìo dei diamanti, Filippo Vagli aveva pensato alla piccola amica, che dormiva tranquillamente nella casetta bianca sul campiello muto! E rideva dentro di sè, chiedendosi che cosa avrebbero detto quelle patrizie, le amiche officiali, se avessero conosciuto l’umile sua confidente, colei che sapeva farlo sorridere, sapeva parlare come a lui piaceva, sapeva ascoltare e discutere.
In quei tre anni egli aveva avuto più d’una amante; e la voce, per i meandri molteplici del pettegolezzo veneziano, esagerato ed innocuo, era giunta fino all’orecchio di Loredana, la quale non capiva se quei racconti le facevan piacere o se l’angustiavano; ma intanto si studiava d’osservare le donne che la voce popolare additava quali amanti di Filippo, per vedere s’eran belle, se vestivan bene, se non erano indegne di lui.
Osò parlarne con Filippo, che ne rise.
– Stia attenta, – egli le disse, – e vedrà che ogni mese e fors’anco di quindici in quindici giorni il nome della mia amante cambia. Son discorsi di sfaccendati, i quali mi rendono il favore di sviar la curiosità dietro mille tracce, e non si sono ancora avveduti che io passo tanto tempo vicino a lei.
– Non ha amanti, allora? – chiese Loredana.
Essi parlavan di sera, nel tinello; una sera a metà gennaio del 1893. Spesse volte si trovavan così quasi soli, perchè la mamma, con la fiduciosa ospitalità veneziana accresciuta dalla stima ch’ella aveva per la figlia, non vigilava i loro discorsi e stava innanzi alla finestra della saletta a centellare la ventesima tazza di caffè.
E quella domanda, la quale sarebbe parsa ardita e sconveniente per un’altra fanciulla, ai due amici sembrò così naturale, che si stupirono di non aver mai parlato d’un argomento che si prestava a tante confidenze.
– No, non ho amanti, – rispose Filippo.
Loredana si mise a ridere.
– Neanche la contessa Fausta di Montegalda? – domandò maliziosamente, e soggiunse: – Fausta! Che bel nome!
– Toccato! – pensò Filippo. Quindi rispose: – No!
– Eppure, si ricorda quella sera che andai alla Fenice l’inverno scorso, con la mamma e gli zii? Lei era nel palco della Montegalda, che aveva un così bel diadema di brillanti sui capelli neri; e qualcuno mi disse che lei era innamorato della contessa. Io guardai attentamente e capii che avevano ragione.
– In ogni caso, – osservò Filippo, – tra innamorato e amante v’è un abisso.
– Oh sicuro! – esclamò Loredana con gravità comica. – Un abisso!… E lei, tanto timido, si spaventa degli abissi….
La fanciulla rise e Filippo la guardò. Non gli era mai parsa così bambina come in quell’ora, e tutta fresca, con la bocca sinuosa e ardente appena ombreggiata da una lievissima pelurie sul labbro superiore; e la luce che veniva dai grandi occhi scuri gli sembrò più vivida del consueto.
Prima ancora di riflettere, si chinò e baciò quegli occhi e quella bocca, mentre Loredana abbassava la testa, attonita e sommessa.
– Ciò che egli fa, è ben fatto! – ella pensò. – Ciò che egli fa, si può fare!
Loredana pensava in tal maniera, pure senza amare Filippo, e Filippo la baciava senza amarla. Ma ambedue con ogni sforzo avrebbero difeso quella loro strana amicizia, perchè sentivano l’un per l’altra una fiducia, che nessuno al mondo aveva mai loro ispirato.
Fu in quello stesso mese di gennaio che Filippo trovò un giorno la casetta in festa. Era l’onomastico della mamma e v’eran due o tre famiglie, recatesi a portar dolci e augurii alla buona donna. Intorno a Loredana, tutta vestita di rosa e lievemente scollata, stavano altre fanciulle, e alcuni giovanotti scherzavano con la piccola amica di Filippo, la quale rideva e si scaldava presso il caminetto, avanzando i piedini con una mossa non priva di civetteria.
Filippo guatò lo spettacolo. Tra quei giovani, uno fermò specialmente la sua attenzione, un biondo con occhi cerulei; si chiamava Adolfo Gianella, era impiegato in una banca e possedeva qualche po’ di terra in provincia di Vicenza. Parlava poco, vigilava gli amici, ascoltava, serrando le labbra, i madrigali ch’essi rivolgevano alla giovinetta; e sopra tutto, pareva noiato e diffidente per la presenza di Filippo. Egli stava presso il caminetto, in piedi, di fronte a Loredana; e v’era nel suo atteggiamento muto un significato di padronanza e di protezione, che svelava, in lui il fidanzato o almeno l’innamorato serio. Dai suoi occhi si sprigionò più d’una volta qualche occhiata cupida al collo bianco e perfetto di Loredana. Il contegno di Adolfo Gianella divenne a poco a poco tanto chiaro, che i suoi compagni smisero di corteggiare quella e si volsero alle altre ragazze.
Filippo se ne andò, con un male in cuore, con una rabbia, con un’angoscia, che lo stupivano e lo facevano tremare.
Entrò nel salotto della contessa di Montegalda e parve distratto tutto il tempo che vi rimase. Fausta gli passò vicino, gli fece un lieve cenno di seguirla e quando furono nella sala da ballo, deserta, gli chiese:
– Che cosa avete, Flopi?
– Mi fa male il cuore! – egli rispose.
– Male? – ripetè Fausta. – Un male fisico?
– Fisico. Un aneurisma, – disse Filippo sbadatamente.
– Mio Dio! – esclamò la contessa con voce soffocata. – Siete pazzo? Di aneurisma si può morire!
– Si può morire di tutto, amica, mia! – concluse Filippo.
La giovane voleva insistere, chiedere quali cure facesse, ma Filippo le lanciò un’occhiata stranamente beffarda, e rientrò nel salotto, dove si intavolava una partita di boston.
Egli aveva bisogno di sapere, e tuttavia stette parecchi giorni senza recarsi a trovar le signore De Carolis. La comparsa di quel giovanotto biondo con gli occhi cerulei gli aveva fatto sentire che un giorno Loredana gli sarebbe stata tolta per sempre e ch’egli non avrebbe potuto nulla per impedire una cosa tanto semplice e tanto grave, poichè non aveva intenzione di sposare la fanciulla, d’affrontare una lotta con la propria famiglia, con la madre, con le sorelle e coi cognati…. Loredana avrebbe appartenuto ad Adolfo Gianella, impiegato di banca e piccolo possidente.
Fausta di Montegalda conobbe in quei giorni molte amarezze; Filippo era irascibile e pareva che il fasto e l’eleganza della giovane signora lo irritassero, quando per l’addietro gli erano stati tanto cari. In un convegno, egli sbadigliò più d’una volta, mentre Fausta gli esponeva, come nei primi tempi del loro amore, i progetti per la primavera, per l’estate, per l’autunno, tutto un programma di divertimenti, studiato in modo da non dover vivere troppo lontani l’uno dall’altra.
Quello stesso giorno, Filippo incontrò in Piazza, sotto le Procuratie Nuove, Loredana che camminava frettolosa, di ritorno dall’aver fatto alcune compere. Egli la salutò e tirò dritto, perchè evitava di farsi vedere dagli amici con una fanciulla, ch’essi non conoscevano e che non apparteneva al loro “mondo”; il quale era un gruppo di men che duecento persone. Ma tornò presto indietro, e corse a casa delle De Carolis.
Loredana era molto impacciata; Filippo era freddo e pieno di rabbia. Anche il fatto, punto nuovo, d’averla trovata sola per istrada, gli faceva dispiacere, sebbene non avesse mai ignorato che la signora De Carolis permetteva alla figlia, come del resto usavan tutte le sue amiche, di uscire sola a far compere o di andare sola a far visita alle conoscenti.
Infine, per togliere quell’ombra che s’addensava tra di loro, la fanciulla raccontò a Filippo che l’avevano fidanzata, da un mese circa, ad Adolfo Gianella.
– Le piace? – domandò Filippo.
– No, per niente.
– Le pare che sarà felice con lui?
– Ne dubito molto.
– E allora?
Allora? La mamma aveva consigliato così; la famiglia Gianella era contenta; Adolfo era innamorato e minacciava d’uccidersi e di uccidere, se Loredana non fosse stata sua. Poi, che cosa poteva fare ella al mondo? Adolfo era un giovane onesto, in buona posizione, e le voleva bene davvero…. Ella s’era rassegnata e il fidanzamento era avvenuto.
– Senza dirmi nulla! – interruppe Filippo.
– Non osavo, – confessò la fanciulla, guardando l’amico a occhi socchiusi, tra le lunghe ciglia. – Del resto, che cosa poteva importare a lei? Lei non si occupa di queste piccole miserie.
Filippo non rispose, ma disse a se medesimo, che infatti egli non poteva e non doveva occuparsi dell’avvenire di Loredana, poichè non voleva toglierla ad Adolfo e sposarsela lui.
– Tutto ciò che la riguarda m’interessa, – osservò. – La mia amicizia aveva qualche diritto.
La fanciulla chinò il capo e non rispose. Una sofferenza nuova sorgeva nel suo cuore per quell’interrogatorio. Aveva qualche diritto, Filippo? E allora anche lei aveva qualche diritto, e pur tuttavia Filippo le aveva sempre taciuto, anzi le aveva sempre negato quell’amore per la contessa di Montegalda, del quale si parlava ormai con sicurezza in città.
La madre sopravvenne, e mostrò a Loredana i campioni di alcune stoffe per gli abiti della fanciulla. Filippo volle sceglierne due egli stesso, ma la signora De Carolis osservò ch’eran troppo cari; bisognò contentarsi dei più semplici, che a Filippo sembrarono anche molto brutti. Egli comparò mentalmente la vita modesta, quasi povera della sua piccola amica col lusso onde si circondava Fausta; e fu intenerito, ricordando che Loredana non si lagnava mai, non badava a quei particolari meschini, non invidiava nessuno.
Fausta sarebbe rimasta intontita se avesse potuto sapere che la povertà di Loredana era più gradita a Filippo che non l’eleganza di lei.
Una sera a pranzo dalla contessa Lombardi, Filippo s’irritò sordamente incontrando Fausta gemmata come un idolo, coperta di merletti preziosi, superba. C’era il marito, il conte Ettore di Montegalda, e Filippo non potè subito dire a Fausta qualche parola crudele; ma non gliene mancò l’occasione durante la serata; e ripensando ai campioni delle stoffe per gli abitini di Loredana, sentì il bisogno di criticare l’abbigliamento di Fausta, con tanta ingiustizia, che la contessa ne rimase stupefatta.
– Via, via, – ella disse, sforzandosi a ridere, – voi non potete giudicar di queste cose!
– Voi, piuttosto, non potete dare un giudizio di nulla e di nessuno! – rimbeccò Filippo. – Credete di vivere, e siete tanto lontana dalla vita quanto la terra dal sole!
Fausta aveva l’abitudine di comandare, d’imperare sempre e dovunque. Era bella, alta, formosa, coi capelli nerissimi e gli occhi azzurri; gli uomini la desideravano, le amiche ne tolleravano il potere, il marito ne era orgoglioso senza mai aver pensato ad amarla…. Sentendosi, per la prima volta dacchè viveva, così umiliata e torturata da Filippo Vagli, ella ne provava un dolore inesprimibile, e invece di ribellarsi, a poco a poco era tratta a soggiacere a quella forma di dominio non mai provata. Se un giorno ella aveva amato Filippo tepidamente, lasciandosi prendere per accidia e per noia, ora la rudezza insospettata dell’amante, la prepotenza che si tramutava qualche volta in sarcasmo, la soggiogavano; e temeva di perderlo, e si chiedeva ansiosa se quella irascibilità, quella voglia di tormentare non fossero i sintomi della stanchezza; e divenendo umile, moltiplicava le cure gentili per l’innamorato, cercava di farsi piccola e buona.
Ma ella era ormai condannata a scontare ciò che Filippo soffriva per Loredana; ogni episodio triste o increscioso dell’amicizia tra la fanciulla e il conte Vagli si ripercuoteva nell’amore tra il conte Vagli e Fausta; la quale non capiva, non sapeva darsi ragione, non sospettava menomamente la causa di quella mutazione improvvisa, e cominciava a credere che Filippo fosse malato davvero, seriamente, più di quanto egli aveva detto.
– Quel suo fidanzato è molto antipatico! – disse un giorno Filippo a Loredana. – Perchè mi guarda sempre di sottecchi, e scappa appena giungo io? Non potrebbe trattare da persona educata?
Adolfo Gianella voleva togliere di mezzo Filippo: la presenza di quest’ultimo, le sue cortesie e la sua assiduità presso una fanciulla dalla quale non doveva sperar niente, gli sembravano strane e sospette.
– È il mio amico! – aveva risposto Loredana alle insistenze del fidanzato. – È il solo amico che io abbia: mi vuol bene come un fratello. Perchè devo fargli uno sgarbo e mandarlo via, dopo tre anni d’amicizia onesta?
Adolfo non capiva. Un conte, un libertino, un pessimo soggetto, preso da sentimento purissimo per una giovinetta di diciotto anni, bella e povera? Non aveva mai udito raccontar nulla di simile. Ed essa, fredda e testarda, continuava a ripetere ch’era l’amico, e che non lo avrebbe mandato via, e che Adolfo non doveva pensar male.
Ogni giorno si tornava daccapo; il carattere passionale d’Adolfo s’accendeva e s’inveleniva; il giovane avrebbe voluto che la signora De Carolis intervenisse a favore di lui, ma la mamma giudicava con la testa della figlia, e non ricordava nemmeno di averla rimproverata una volta in diciotto anni. Anzi, vedendo che la figlia era triste, anche la signora De Carolis cominciava a pensare, senza avere il coraggio di dirlo, che Adolfo era brutale; e si pentiva d’avere accolta e favorita la proposta della famiglia Gianella, che voleva unire i due giovani. Non si poteva negarlo: la pace della casetta bianca era stata turbata da Adolfo Gianella; Loredana, sempre allegra, aveva mutato carattere per colpa di lui; egli, geloso, inquieto, pieno di sospetto, guardava tutti in cagnesco, non voleva che si andasse a teatro, s’irritava per la spensieratezza di Loredana, l’offendeva con incessanti osservazioni, pretendeva ch’ella fosse già grave e prudente come una madre di famiglia, e infine, anche nei momenti buoni, era querulo e noioso, pedante e meschino.
Per quel contrasto incessante, la fanciulla era accasciata; e più d’una volta Filippo la trovò con gli occhi rossi e gonfi.
– Non bisogna sposarlo, sa? – egli diceva recisamente. – È un matrimonio impossibile. Che cosa farà quel ragazzo quando sarà suo marito e avrà i diritti più stupidi e più antipatici? Vuole che parli io con la mamma?
La fanciulla non aveva il coraggio di togliersi da quella situazione tormentosa: tutta la famiglia Gianella, madre, padre, zii, cugini di Adolfo, le stavano attorno, magnificando le virtù del giovane, facendo disegni per l’avvenire, dimostrandosi tanto sicuri, tanto lieti per quel matrimonio singolarmente felice, che Loredana soffocava e taceva. Ma non si sarebbe potuto trovare un uomo il quale fosse più di Adolfo incapace di comprenderla, tanto che essa, buona con tutti, era sempre con lui irritata, nervosa, dolente.
Da ultimo egli voleva anche legger le lettere ch’ella riceveva dalle amiche, delle quali non si fidava punto; una mattina, mentr’egli s’era recato a dare il buon giorno alla fidanzata, sopravvenne il portalettere, e Adolfo s’impadronì della posta, aperse la lettera d’una ragazza che scriveva a Loredana da un paese della provincia, domandò notizie delle persone ch’eranvi ricordate, e finì col mettersi la lettera in tasca.
Quando giunse Filippo verso sera, la fanciulla vibrava ancora tutta di sdegno e d’ira; raccontò ogni cosa all’amico, anche quel che aveva taciuto fino a quel giorno, le angherie, le taccagnerie, la diffidenza oltraggiosa, la gelosia irragionevole, la presunzione di Adolfo.
– Non lo voglio, non lo voglio, non lo voglio! – esclamava con gli occhi sfavillanti di rabbia. – Qualunque cosa piuttosto di questo matrimonio! Mai, mai, mai!
Filippo aveva ascoltato in silenzio, guardando il pavimento a piastrelle bianche e rosse e segnando col piede il ritmo d’una marcia.
A un tratto sollevò il capo, afferrò le mani dell’amica, e chiese:
– Vuole venire con me?
La fanciulla non capì subito.
– Dove? – ella domandò.
– Via, lontano, fuori di Venezia, per sempre! – incalzò Filippo.
– Fuggire? Fuggire con lei? – ella disse sottovoce, già tremando senza saperne la ragione.
– Mi ascolti, – mormorò Filippo.
Andò fino al limitare della saletta, vide che la mamma leggeva attentamente un libro mal rilegato, e continuò, tornando presso Loredana:
– Quella che noi chiamiamo amicizia, non è che amore. Se n’è accorta?
Essa, ferma e fissa, con gli occhi spalancati, non rispose.
– Me ne sono accorto io, – proseguì Filippo. – So che ti amo, sento che ti amo, sento che noi possiamo essere felici. Io non posso sposarti; capiscimi bene, non posso sposarti perchè tutta la mia famiglia ci darebbe tali e tanti dispiaceri, che, in confronto, ciò che hai sofferto finora ti sembrerebbe una gioia. Sono ignoranti, caparbii e feroci…. Ma ti offro lo stesso il mio amore e la mia vita…. Anch’io sono stanco; anch’io non posso più trascinare questa esistenza tormentosa e inutile. Dimmi che accetti, e saremo felici…. Partiremo subito….
Loredana tolse le mani dalle mani di Filippo e si alzò in piedi: fece alcuni passi come per uscir dalla camera, ma sì fermò e si addossò al muro; piangeva in silenzio e le lagrime le scendevan giù per le guance.
Filippo le si avvicinò di nuovo. Era pallido e la sua voce tremava. Disse:
– Sei offesa?
Ella negò con un movimento del capo.
– Allora non mi ami d’amore, come ti amo io?
La risposta non venne. Loredana guardava l’amico attraverso il velo delle lagrime. Egli fece un passo come per allontanarsi, ma la fanciulla, rapidamente, istintivamente lo trattenne con un gesto.
– Sì, l’amo anch’io, – ella mormorò sottovoce.
Filippo l’afferrò per il busto e la baciò sulla bocca.
– Pensaci, – disse. – Pensa che saremo tanto felici…. La mamma perdonerà. Ti vuol troppo bene per condannarti. Capirà che tu avevi il diritto di vivere, di sottrarti a un avvenire spaventoso. Tu saprai farti perdonare, non è vero? poichè conosci la strada per giungere al cuore della mamma! Dimmi che accetti, e partiremo subito….
Essa, sempre addossata al muro, sempre immobile, con gli occhi pieni di lagrime, non rispondeva. Ma una scampanellata fece sussultare lei e Filippo.
La fanciulla s’asciugò prestamente gli occhi, e corse nella saletta.
– Dev’essere Adolfo, – ella disse alla mamma. – Io ho l’emicrania, non voglio vederlo, mi chiudo nella mia camera!
La mamma sospirò e alzò lo sguardo al soffitto. Loredana tornò da Filippo, gli strinse le mani, mentr’egli la baciava ancora sulla bocca.
– Pensaci! – ripetè Filippo.
Ella fece un gesto vago e scomparve, per chiudersi nella sua cameretta.
Adolfo Gianella saliva le scale, e Filippo udendone il passo, diceva con la signora De Carolis:
– Mi dispiace molto che la signorina sia indisposta; spero non sarà nulla….
– È malata? – chiese Adolfo sopraggiungendo e salutando Filippo con un saluto freddo e un’occhiata dì sbieco, – Dov’è stata iersera? Avrà preso freddo, o avrà mangiato qualche cosa d’indigesto….
Filippo se ne andò subito, e senza volerlo si disse, ridendo dentro:
– Tu, dovrai mangiare fra poco qualche cosa d’indigesto!…
Ripensò, quella notte, all’idea della fuga, balenatagli così di repente; e più vi pensava e più gli pareva buona. La signora De Carolis non avrebbe osato nulla contro la figlia adorata; Adolfo avrebbe trovato una consolazione nel pensiero che una fanciulla capace di scappar col conte Vagli non era degna di lui…. Infine, la cosa si sarebbe saputa da pochi, malamente, e si sarebbe sminuita, polverizzata per così dire, nel classico pettegolezzo veneziano. Filippo trovava l’onestà della sua disonestà; amava Loredana; sentiva che le sarebbe stato fedele, che l’avrebbe fatta contenta, ch’ella non avrebbe sofferto, e poichè di matrimonio era assurdo parlare a causa dell’opposizione formidabile che avrebbe trovato in famiglia, la fuga, una fuga prudente, senza troppo scandalo, senza chiasso, metteva termine a una situazione insopportabile per lui e per la piccola amica.
Gli venne anche il pensiero di Fausta; ma la disgraziata donna s’era in quel periodo di tempo totalmente perduta agli occhi di lui, pel suo strano contegno d’umiltà, nel quale egli non capiva nulla. Egli pensava con rammarico alla devozione della sua amante: Fausta non era fatta per obbedire, per tacere, per soffrire; ogni donna ha il suo fascino e il suo destino. L’asservimento aveva smorzato la bella fiamma di quegli occhi cilestri e tolto al viso il colorito della fresca giovinezza.
– È veramente doloroso, – pensava Filippo, – ch’io non possa amarla!
A poco a poco, ribadita dal conte, l’idea della fuga conquistava anche Loredana; nulla pareva più dolce che la vita con Filippo, e la fanciulla non trovava termini di paragone se non nella paura di quel matrimonio. Adolfo aveva svelato un nuovo difetto, insolito in un giovane: l’avarizia. Egli spiegava certe sue miserabili economie con la necessità di aver denaro pel giorno degli sponsali, d’aver molto denaro per far bella figura; ma la fidanzata gli credeva poco, e notava, senza volerlo, quasi arrossendo, che intanto lo spirito gretto di lui si rivelava nei regalucci ch’egli le faceva e che sarebbero rimasti in casa a fare non bella, ma triste figura. Egli anche – aveva scoperto Loredana, ormai maestra di scoperte incresciose – egli mangiava troppo, ingordamente, magnificando la bontà delle salse e dei sughi. La madre sua si beava vedendolo così allegro, con un appetito quasi insaziabile; e Loredana, per non odiare l’uno e l’altra, inventava un’emicrania ogni qualvolta la signora Gianella l’invitava a pranzo.
Sui primi di maggio, quando la ragazza pensava di farsi qualche abitino nuovo e di comperarsi qualche piccolo oggetto d’eleganza, Adolfo decretò che gli abiti e i cappelli dell’anno precedente, ritoccati qua e là, potevano servire ancora; e la petulanza del fidanzato le sembrò tanto grave, che senza ribatter verbo, ella si ritirò nella sua camera e vi restò fin che Adolfo non se ne fu andato.
Ma egli giudicava quei malumori con la presunzione di un esperto conoscitore di donne, sorridendo e aspettando che la bufera si calmasse.
Era ben lungi dall’imaginare che proprio quel giorno, otto maggio, qualche cosa di terribile e d’irreparabile doveva avvenire nella vita di Loredana.
Sua madre l’aveva lasciata sola in casa, dopo la visita di Adolfo; la donna di servizio era andata alla stazione a incontrare il fidanzato che giungeva a Venezia per passarvi alcuni giorni di vacanza. Loredana non doveva aprire ad alcuno e stava nella sua camera, sdraiata sul lettuccio, leggendo un romanzo. Verso le quattro udì una scampanellata; corse al balcone, vide Filippo, e la tentazione fu troppo forte: andò subito a tirare il cordone e la porta si spalancò innanzi al conte, che credeva di trovar la fanciulla con la mamma.
Quando seppe ch’era sola, egli la guardò in silenzio ed ella guardò lui; le loro bocche si unirono e così, dopo tre anni, la piccola amica diventò la piccola amante.
Quella medesima sera, la fanciulla andò a teatro con la madre e un’altra signora. Aveva il suo abitino rosa lievemente scollato e un cappellino di paglia rossa a tricorno, sotto il quale i capelli parevan più bruni e i riflessi più dorati. Ella stava attentissima alla rappresentazione, “L’amore ricama”, una commedia francese in tre atti; teneva gli occhi fissi alla scena, la bocca dalle labbra purpuree un poco schiusa. Filippo la vide e fu colpito da quell’atteggiamento ingenuo, quasi infantile, come se un’altra anima, la vera anima della giovinezza indifesa, si fosse sovrapposta a quella ch’egli conosceva. Sentì il rimorso per ciò che aveva osato poche ore innanzi, nella cecità della passione e dell’egoismo.
Ma l’atto finiva e parecchi spettatori alzandosi e volgendosi guardavano la fanciulla con ammirazione.
– Imbecilli! – mormorò Filippo, guardando a sua volta Loredana, sorridente e bianca sul fondo scuro del palchetto. – È mia!
E la certezza di quell’amore tacito e misterioso, pericoloso e crudele, potè meglio d’ogni altro pensiero. Filippo stette un istante a fissar la folla in platea, la quale, ammirando la piccola amante non osava sospettare ch’ella conoscesse già i baci, tutti i baci d’un uomo; e la stupidità della moltitudine; non gli sembrò mai più amena.
Due mesi eran passati da quel giorno indimenticabile, quando, sui primi di luglio, Loredana si decise, e abbandonò la casetta bianca sul campiello solitario per seguire Filippo Vagli.

V

La mattina dopo l’arrivo a Desenzano, Loredana corse al balcone dell’albergo e vide sotto il sole fastoso scintillare il lago di cobalto. Lontano, a levante, un piccolo paese si spingeva per una lingua di terra molto innanzi nell’acqua.
– Andremo laggiù, – disse tra di sè, contenta di vedere paesaggi nuovi, ella che non si era mai allontanata da Venezia se non per pochi chilometri.
Il colore del lago, così azzurro da dare quasi all’acqua una densità materiale, era mirabile. La fanciulla, abituata alle trasparenze leggere della laguna, ne restò meravigliata e sentì come un piacere intenso per quella vita liquida che si stendeva ampiamente sotto i suoi occhi.
Filippo bussò discretamente all’uscio ed entrò.
– Amore mio, come sei elegante! – disse.
Loredana vestiva tutta di bianco, con una cintura bianca e lo scarpe bianche, e sorrideva all’amico, il quale era superbo della sua candida bellezza.
– Ogni cosa fatta a pennello! – dichiarò Loredana, indicando l’abito; e soggiunse, dopo una lieve esitazione: – Tu mi portavi con te, nella tua mente, quando ordinavi i miei abiti!
Ma il pensiero non le si era presentato così; era stato piuttosto un senso di molestia per quella strana perizia dell’amico suo, la quale svelava una lunga e costante dimestichezza con le donne, una singolare esperienza d’anime e di corpi femminili. Nulla a lei importava di ciò che era finito ieri: ma domani?
Ella disse, attirando Filippo sul balcone:
– Vedi, laggiù? Quel paese che si spinge nel lago? Là, vuoi andare?
– No, – rispose Filippo. – Quello è Sirmione; noi andremo a Maderno o a Gargnano o più oltre, nel Trentino, a Riva….
– Che peccato! Dev’essere molto bello, laggiù,
– Vuoi? Se ti piace, io non ho nulla in contrario. Farà molto caldo, ecco tutto. Sirmione è grazioso. Manderemo a vedere se vi sono alloggi….
Mandarono a vedere; partì un uomo dell’albergo con la vettura; tornò dopo colazione. V’erano alloggi, modesti ma puliti, nell’unica trattoria del paese; si poteva tentare….
La cosa, piacque molto a Loredana. In quel tempo, Sirmione non vantava ancora alcun grande albergo nè uno stabilimento di bagni. Vi arrivavano di tanto in tanto gli escursionisti, quasi tutti tedeschi, a visitar le grotte leggendarie di Catullo; mangiavano, ammiravano, ripartivano. Il piroscafo v’approdava una volta al giorno, se il tempo non era cattivo. Tutto questo, raccontato dal direttore dell’Albergo Reale, accese la fantasia della ragazza, che già pensava di vivere più anni in quella penisoletta con Filippo, lontani dal mondo e pur vicini, obliati e felici….
Nel pomeriggio, sotto mi sole rovente, per la strada piana e bianca di polvere, gli amanti partirono in una carrozzella alla volta di Sirmione, seguiti da un baroccio coi bauli che avevano spaventato il conte Roberto. Quando giunsero al punto nel quale si lascia la strada provinciale per volgere a sinistra e inoltrarsi nella penisoletta, la fanciulla fu molto contenta. Dal balcone dell’albergo di Desenzano non avrebbe mai imaginato un paesaggio così bello. A destra e a manca, tra i rami degli ulivi e il fogliame degli alti pioppi, scintillavano le acque del lago riccamente turchine, immote nella accidia delle ore calde. È a un gomito di quella strada che s’incontra una casetta modesta, con uno svelto cipresso innanzi, e sotto si stende il lago irto per buon tratto di canne fragili; angolo pittoresco, riprodotto migliaia di volte da sapienti e da timidi pennelli.
– Andremo un giorno a vedere quei paesi laggiù! – disse Loredana, indicando i gruppi di case sulla sponda veronese. – Voglio veder tutto il lago.
– Ti piace? – domandò Filippo.
– Ah, immensamente! Sarò felice! – esclamò la fanciulla in un impeto di gioia, battendo le mani.
Tacque. La fronte le si rannuvolò subitamente; ripensava alla mamma, cui non aveva ancor dato notizie, e che era sola ormai nella casa deserta. Per celare a Filippo la tristezza improvvisa, si volse indietro a guardare il baroccio che correva tra un nugolo di polvere.
Ma già si vedeva la torre del castello Scaligero, cinta a metà da mura grigiastre, e la strada si ampliava; la carrozza oltrepassò il ponte di legno che dalla porta del castello mette in paese, e la rocca apparve lacerata da lunghe feritoie, circondata tutta intorno dall’acqua; lo stemma degli Scaligeri, ancor visibile, il leone di San Marco, in rilievo, la croce bianca in campo rosso del Comune, posti simmetricamente sull’alto della porta che guarda a occaso, dicono i tre dominii che si susseguirono.
Le donne e i pescatori raccolti in gruppo sulla piazza osservarono l’equipaggio insolito e il carro coi bauli, ma nessuno si mosse. Non avevano alcun bisogno dei forestieri. L’acqua li faceva liberi, e quell’anno la pesca delle sardelle era stata insolitamente fortunata.
Si fece incontro alla vettura il proprietario dell’albergo, e aiutò Loredana a discenderne. Era un uomo tozzo dal viso rubicondo; non abituato a cerimonie, salutò con una certa dimestichezza e annunziò che gli “sposi” si sarebbero trovati benissimo in casa sua. Aveva tutto approntato, rinfrescato, ripulito con cura; le due camere e il salotto guardavano il lago; di giorno faceva caldo, ma si tenevan le persiane chiuse e si scendeva in giardino; di sera, poi, era una bellezza ovunque. A pochi passi di là, comparve anche la moglie dell’albergatore, più timorosa per l’aspetto signorile di Loredana, della quale notò in un batter d’occhio l’abito, la figura slanciata, il viso freschissimo, la bella bocca. Essa dichiarò che era felice di non alloggiare i soliti tedeschi con la piuma di gallo sul cappellino verde.
Mentre i due vetturali scaricavano i bauli, gli amanti salirono a veder le camere, e sulla scala s’imbatterono in una signora ampia di forme, col viso pitturato e le sopracciglia duramente segnate a nerofumo. Ella salutò chinando la testa, e si fece da un lato.
– È la signora Teobaldi, di Verona, – disse l’albergatrice, che seguiva. – Una buona e bella signora.
Filippo la guardò appena, rispondendo distratto al suo saluto, Loredana sorrise per quelle spaurevoli sopracciglia; e per la maschera di biacca e di belletto che le deturpava la faccia.
Le due camere da letto erano grandi e pulite, ciascuna con un armadio a specchio, un cassettone di legno chiaro, una tavola rettangolare coperta da un tappeto modesto ma nuovo. Il salotto era addobbato con carta a fiori d’oro sul fondo rosso; i mobili mal disposti, in ordine scrupolosamente simmetrico, facevan pensare a lunghi mesi d’abbandono, quantunque non vi fosse un grano di polvere. Il pianoforte, del quale Filippo toccò alcuni tasti, emise un miagolìo prolungato che fece ridere Loredana.
– Bisognerà comprare molti oggetti inutili per nascondere la bruttezza degli oggetti utili, – osservò Filippo, senza badare alla faccia scorata dell’albergatrice. – Va bene, – seguitò con quest’ultima. – Faccia portare subito i bauli….
– Sì, signor conte, – disse la donna.
– A proposito: sa il mio nome?
– Me lo ha detto l’uomo che è venuto stamane a vedere le camere, – rispose l’albergatrice. – Il signor conte Filippo Vagli e la signora contessa, di Venezia. Anzi, volevo chiedere alla signora contessa se suona il piano….
– Perchè? – domandò la giovane.
– Perchè in tal caso lo farei accomodare: è un po’ scordato.
– Lo faccia accomodare, – disse Filippo.
E quando la donna se ne fu andata, seguitò con l’amica sua, che si toglieva il cappello:
– Non vorrei esser caduto in un covo di pettegole….
– Dove sarebbero? – domandò la fanciulla stupita.
– Quella signora di Verona, per esempio: Teobaldi o Tibaldi o Ribaldi….
– L’albergatrice ha detto che è buona….
– Sì, – osservò Filippo, – ma ha detto pure che è bella! E allora, stiamo freschi!
Loredana diede in una risata, pensando alle terribili sopracciglia immobili. Ella s’era affacciata alla finestra e sembrava compenetrarsi della luce folgorante che saliva dal lago, dardeggiava la linea onduleggiata delle montagne, incendiava le case di Desenzano, faceva frinir le cicale sugli alberi.
Ad un tratto si volse e disse:
– Oggi scrivo alla mamma.
– Appunto, – rispose Filippo. – Anch’io….
E stava per continuare, quando fu bussato alla porta ed entrarono gli uomini con un baule.
– Che cosa dicevi? – domandò Loredana, allorchè gli uomini uscirono per prender gli altri bagagli.
– Volevo dirti che ho intenzione di andare a Venezia, fra qualche giorno. Bisogna, ch’io sappia ciò che si dice, – dichiarò Filippo, sedendo in una poltroncina. – La mia assenza non può essere stata notata: a Venezia son rimaste poche famiglie che io conosco, e in quest’epoca, tutti gli anni io vado in campagna. Ma voglio udire se si fanno chiacchiere e voglio, se mi riuscirà, aver notizie di tua madre.
– Come farai?…
Di nuovo gli uomini entrarono con un baule, che Filippo ordinò di deporre nella sua camera.
– Non dev’esser difficile. – egli continuò poscia, – mandare qualcuno da lei con un pretesto. Anzi, servendomi d’una, persona fidata, potrei farle consegnare la tua lettera.
La fanciulla tacque un istante. Quel disegno di Filippo le pareva logico e pure la turbava; appena arrivata in un paese nuovo, tra gente sconosciuta, doveva rimaner sola, di giorno e di notte. E all’idea che Filippo volesse abbandonarla, un tale spavento la prese, che si sentì sbiancare il volto, come tutto il sangue le si fosse gelato nelle vene.
Ritornò alla finestra, per nascondere il suo turbamento; ma non vedeva nè il lago, nè il sole, nè la città dirimpetto, che un minuto prima le era parsa sfavillante….
– Che pazza! – disse a sè medesima. – Come potrebbe abbandonarmi, se mi ama, se lo amo, se gli ho dato tutta me stessa? Non lo conosco da tre anni, non sono stata per tre anni la piccola amica, e non sono oggi la piccola amante?
Udì che gli nomini, recato l’ultimo baule, salutavano e uscivano ringraziando. Si tolse dalla finestra, e disse a Filippo, con voce un po’ debole:
– Sì, è giusto. Devi andare.

Quella stessa mattina, il conte Roberto, arrivate a Fasano in carrozza, spedì subito un telegramma a sua cognata. Il telegramma, alla forma del quale aveva pensato durante tutto il viaggio, diceva: “Non ho visto nessuno. Lascia fare”.
E la contessa Bianca ricevendolo si chiese se quel “Lascia fare” significasse “Fida in me” o non piuttosto: “Lascia che ciascuno viva a modo suo”.
Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.

VI.

A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società. I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre, atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva ch’era andata a San Donà, ove ella stessa l’avrebbe fra poco raggiunta.
In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi all’avvenimento inaspettato aveva compreso ch’ella era stata colpevole, che l’amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non poteva non mutar forma, e ch’ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l’altra.
Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie: Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato un soldo, amava il conte Vagli ch’era stato sempre con lei generoso, e infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio stupenda, – qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo si voleva ingannare.
E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest’ultimo s’accasciò d’un colpo; la superbia, l’albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la esperienza del cuore femminile ond’egli andava tanto orgoglioso, tutto precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.
Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al tradimento, e tutti chiedevano l’indirizzo della fanciulla per farle mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l’intera provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma non fece nè una cosa nè l’altra, e la signora De Carolis notò ch’egli non era men roseo o meno grasso del consueto.
– Vedremo, – egli diceva, – vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!
Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe mai potuto trovare; e cercava intanto nell’amor proprio offeso un principio di consolazione.
– Non era degna di te! – dichiarava la signora Gianella ad Adolfo. – Forse è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!
– Non era degna! – pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al suicidio. – Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!
I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per quelle emozioni s’era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la quale aveva respinto un così bel “partito”. I più allegri furono i colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò l’aria d’importanza ch’egli si dava quando spiegava loro la psicologia del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo di una “minestrina” che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò ch’egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.
– Perdio! – esclamò quest’ultimo. – Bisogna dire ch’egli avesse ragione, perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch’era intelligente davvero!
Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli impiegati della Banca.

VII.

Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l’un dell’altra, s’imaginavano d’essere in qualche isola perduta nell’Oceano. Tutto era bello.
Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l’erba circonda, che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce levigate sorgono dall’acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d’essere troppo felice e temendo che l’incanto si smagasse presto.
Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto, che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l’amica sua stava a poppa, dapprincipio un po’ timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non un’imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva leggere l’espressione dell’unico desiderio di lei, che la figlia tornasse, che la solitudine finisse.
Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla, come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.
Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.
Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.
– Lasci, lasci, signora contessa, – ella pregò con la voce forte e melata. – Mi permetta che le presti io….
Trasse dal borsellino alcune monete d’argento, le diede al vetturale, gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora contessa non era un’inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì per vincerla.
– Con questa gente bisogna andar cauti, – osservò poi, mentre si metteva a fianco di Loredana ed entrava con lei nell’albergo. – Sono abituati coi forestieri; ma noi siamo italiani….
Lanciò alla fanciulla un’occhiata ammirativa, e aggiunse:
– E che bel sangue italiano!… Il signor conte è partito?
– Sì, – disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto esprimeva ingenuamente una noia senza pari.
– Tornerà presto, si capisce, – seguito la signora Clarice per conto proprio. – Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello, abbandonato in questo selvaggio paese.
– Oh il paese è magnifico! – rimbeccò la ragazza, offesa che si criticasse ciò che piaceva a Filippo.
– Sì, ma in due lo si ammira meglio! – disse argutamente la signora Clarice.
– Mi perdoni, – interruppe Loredana, salendo le scale. – Le manderò subito ciò che mi ha prestato. La ringrazio….
– Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d’una vecchia amica, come d’una mamma….
Dall’alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un’occhiata furibonda. Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l’aveva lei, la madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore. Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di “signora contessa” che le facevan tuonare all’orecchio ogni istante e che aveva per lei un significato d’ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli occhi rossi e velati, fin che l’albergatrice non le recò la colazione, disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l’ultimo sorso di caffè, che udì battere all’uscio.
– Avanti! – disse.
E invece dell’albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente e incerta.
– Mi perdoni, signora contessa, – cominciò questa, ferma sul limitare. – Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella povera donna…. Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo, ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell’albergatrice…. Mi permette?
– Prego…. – mormorò Loredana, stupefatta d’un’audacia della quale non aveva ancora idea.
La Teobaldi s’avanzò guardandosi intorno.
– Ah, molto ben messo, molto carino! – disse. – Come si sente la mano della donna, d’una signora! Ma s’io fossi una signora come lei, indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel Caucaso….
Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva che cosa dire e che cosa fare.
– Oh ecco il pianoforte! – esclamò la Teobaldi. – Lei suona il pianoforte?
– No, – rispose la fanciulla.
– Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me. Tamagno ne ha cantata una l’anno scorso.
Loredana s’accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l’altra distesa sulla tavola. E capì; l’intrusa voleva vedere se portava l’anello nuziale.
La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s’imperlò di sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch’ella non aveva l’anello nuziale, avrebbe capito tutto.
– Ah, lei canta! – disse.
Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.
– Canto per diletto, da povera vecchia, – seguitò malinconicamente.
S’alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte, sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera, mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.
– “Mon rêve”, – annunziò d’un tratto. – Il mio sogno!
Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli preliminari, così acuti che parvero lacerar l’aria, poi iniziò una nenia lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli arabeschi stampati del soffitto.
A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov’era? Che faceva? Egli pure la desiderava, così, la cercava con la mente e col cuore? E aveva visto la mamma sua?
Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la, vecchia aveva finito e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata, dalla passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo sgabello, guardò la ragazza, e disse:
– Eh?…
– Canta molto bene, – rispose Loredana.
– No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?
– Bellissima.
– C’è tutta un’anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!
Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel “Mon rêve” ch’era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.
La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al piano e cominciò un galopp.
– “Folletto!” – disse, enunziandone il titolo. – Le piace ballare?
La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.
Ma quel fracasso e la vista della donna che nell’ebbrezza di una danza imaginaria dimenticava anche la presenza di lei, crebbero la tristezza di Loredana; ella si alzò, fece cadere a bella posta il coltellino delle frutta, smosse le sedie e riuscì ad interrompere la musica del “Folletto”, che già le pareva, interminabile.
– Ho un po’ di emicrania e desidero riposare, – disse alla Teobaldi, che s’era rigirata sullo sgabello. – Spero che scuserà….
– L’emicrania! Ha l’emicrania e non me lo dice! – esclamò l’altra, drizzandosi in piedi. – Vada, vada a riposare; io le porterò una boccetta di sali, un rimedio infallibile…. Esco e torno subito….
– No! – disse Loredana bruscamente, atterrita dal nuovo supplizio che la vecchia le minacciava. – Ho bisogno di stare sola. La ringrazio!
La Teobaldi guardò la fanciulla e capì che avrebbe insistito vanamente; la voce l’aveva scossa, aveva sentito un fremito di sdegno e di antipatia in quella che pareva la più docile e la più timida delle ragazze.
– Va bene, va bene, – mormorò. – Buon riposo, dunque; sarà cosa da nulla. Arrivederla, signora….
I suoi occhi cercarono istintivamente di nuovo la mano sinistra di Loredana; e la vecchia, non aggiunse “contessa”.
Ma il supplizio della sua presenza, evitato pel momento, si rinnovò più tardi, si rinnovò nei giorni successivi. La Teobaldi, non avendo assolutamente nulla da fare, s’appiccicava alla giovane, l’accompagnava alle Grotte, la seguiva sulla strada di Sirmione, veniva a coglierla quando stava sola in giardino, si presentava in salotto chiedendo di rievocare al piano qualche ballabile antico o qualche canzone della sua giovinezza.
E parlava, parlava, parlava, in dialetto veronese, infaticabilmente; parlava di sè, degli amici suoi, di Loredana, del conte, dei pescatori, di gente del paese che la ragazza non conosceva affatto, dell’orario dei piroscafi, dei trionfi del defunto Teobaldi tenore, dei vini e dei cibi dell’albergo, dei dissapori tra l’oste e l’ostessa, della moda e della cucina, della vita di Venezia, dell’amore antico e dell’amore moderno; e di tutto a rifascio, senza nesso, passando dall’uno all’altro argomento e non mutando mai voce….
Una volta domandò:
– Lei, quando si è sposata?
Loredana fremette e sentì che impallidiva; ebbe la tentazione di rispondere seccamente, brutalmente: “Non sono sposata; non voglio commedie!” Ma gliene mancò l’ardire, e balbettò, guardando in un angolo:
– Il mese scorso….
– A Venezia non è vero? – incalzò la Teobaldi.
Loredana non rispose.
Le due donne erano in giardino; la fanciulla sedeva sul parapetto, fissando l’acqua verdastra del lago e i piccoli e i grossi pesci che passavano aspettando qualche manciata di briciole; la vecchia, adagiata in una poltroncina di vimini, lavorava all’uncinetto.
– Già, – disse, tanto per concludere qualche suo pensiero. Poi aggiunse: – Io mi sono sposata a sedici anni, nel…. nel….
Ma non trovò subito una data decente, s’imbrogliò e corresse:
– Bei tempi! Si figuri ch’io era bionda come il grano, avevo un busto così, un piedino così….
Loredana, senza badarle, raccolse un pugno di ghiaia e lo gettò nel lago, scompigliando il corteo dei pesci.

VIII.

Arrivato a Venezia, Filippo si recò a palazzo Vagli.
Erano le cinque; sua madre riceveva.
Egli, indugiatosi un istante nella grande sala, nella quale non era alcuno, udì le voci che provenivano dal salotto attiguo. Parlavano, a volta a volta, sua sorella contessa Ada de Idris, la contessa Osvaldi, la contessina Fioresi, e dall’acciottolìo di chicchere e di piattini si comprendeva che le gentildonne stavano bevendo il tè.
Filippo era per ritirarsi e salire nel suo appartamento, allorchè la contessina Fioresi, tutta vestita d’azzurro, uscì correndo dal salotto, vide Filippo che s’era messo innanzi a uno specchio il quale occupava intera una parete, e si mise a ridere.
– Colto in flagrante! – esclamò. – Si fa bello, qui, solo? Ma la contessa Bianca ci annunciava poco fa che lei era in campagna….
– Dalla, campagna non si può tornare? – disse Filippo, sorridendo e stringendo la mano alla fanciulla dai capelli fulvi.
– Chi c’è? Chi c’è, Giselda? – chiesero più voci dal salotto.
– C’è Flopi che si arriccia i baffi! – rispose Giselda Fioresi; e ridendo uscì per andare a prendere una cartella di musica.
– Davvero, Flopi? – esclamò la contessa Bianca, apparsa subito sul limitare.
Ella era alta e magra, vestita di scuro; dal volto pallido spirava un’aria di maestà e di dolcezza insieme; gli occhi castani avevano sguardi placidi e dritti; la bocca ben disegnata, col labbro inferiore un po’ sporgente, sorrideva volontieri. Tutti i capelli della contessa Bianca erano candidi come neve e un poco ondulati.
Filippo si chinò a baciarle la mano; ella lo baciò in fronte e gli disse, presto, sottovoce:
– Che hai fatto? Che hai fatto?
Ma anche le altre signore apparvero sulla soglia, e Filippo si avanzò per salutarle.
– Dove sei stato fino a oggi? – domandò la contessa Ada de Idris, ch’era bionda e aveva una carnagione rosea delicatissima.
– In giro, sono stato, – rispose Filippo. – Avevo qualche cosa da sbrigare a Milano e a Torino.
La contessa Osvaldi, piccoletta, irrequieta, bruna, diede in una risata; ma Filippo non se ne curò, perchè quella rideva sempre.
Tornarono nel salotto, tappezzato di stoffa antica, giallina ad arabeschi tenuemente rosei, che un raggio di sole, penetrando dal balcone prospiciente il Canalazzo, sembrava cospargere d’una imponderabile polvere d’oro.
Ada de Idris, ripreso un discorso interrotto dall’arrivo di Filippo, parlò della campagna. Il conte de Idris era in campagna, e Ada doveva raggiungerlo; poi sarebbero andati a Lucerna, dove l’anno prima s’erano molto affaticati e punto divertiti.
– O perchè vi ritorni? – domandò Filippo, prendendo una tazza di tè dalle mani di sua madre.
– -Sai che Leopoldo non vuol campagne romantiche; odia le chaumières….
– E anche ton coeur? – chiese sbadatamente la contessa Osvaldi.
Ma le chiacchiere furono interrotte di nuovo.
Entrò il conte Lombardi, alto e calvo, che, vedendo Filippo, fece un gesto di piacevole maraviglia, andò a baciar la mano alle signore, e disse:
– Tornato?… Io ti faceva così lontano!
– E perchè? – rispose Filippo. – L’ultima volta che ci siamo visti….
– Ma sì, alla stazione, – seguitò il conte Lombardi. – Mi sembravi nervoso, allegro, inquieto….
Filippo, che stava in piedi presso un alto stipo di mogano a fregi d’oro sbiadito, sentì gli sguardi di sua madre.
– Anzi, – continuò il Lombardi, – ti avevo invitato a pranzo, tu avevi accettato, noi ti abbiamo atteso…. e ti rivedo ora, da quel giorno!
– Questa è grossa, Flopi! – disse Ada.
– Hai ragione; non so come scusarmi, – convenne Filippo, sorridendo, ma noiato per quel ricordo.
– Ti dirò io come puoi essere scusato, – rispose il conte Lombardi. – Vieni a pranzo da noi, domani. È detta?
– È detta! – ripetè Filippo, pensando che aveva sperato di ripartire subito, ma che a quel secondo invito bisognava arrendersi.
– Ecco, benissimo, – osservò Ada de Idris. – Domani vai a pranzo da Lombardi, e domani l’altro mi accompagni a Vittorio, da Leopoldo, e ti fermi da noi.
– No, cara, – disse Filippo recisamente. – Ho da fare qui.
– Ha da fare a Venezia, in luglio! – esclamò la contessa Osvaldi, ridendo. – Voi avete da fare a Milano, a Torino, a Venezia! Mi sembrate un ministro….
– Anzi, la negazione d’un ministro, – corresse il conte Lombardi. – Un ministro non ha mai da far nulla, in nessun paese del mondo!
Filippo non seguì oltre la conversazione; s’avvicinò a uno dei poggiuoli, gettò un’occhiata distratta in Canalazzo, dove non passava che una gondola lenta.
Quei discorsi, quegli accenni a persone e ad abitudini familiari, quelle amiche, tutto lo noiava. All’infuori di sua madre, nessuno pareva conoscere l’ultima scappata di lui; ma le poche parole scambiate in quei brevi istanti, gli facevan comprendere che si sarebbe saputo tutto da tutti, poco più tardi.
La sua vita, la vita a Venezia, tra quella società aristocratica tanto esigua di numero, era troppo nota, confidenziale, metodica. Si svolgeva sempre tra le medesime persone, che ripetevano, senz’accorgersi forse, le medesime occupazioni, ogni anno, ogni giorno. Le donne erano strette in gruppi; gli uomini erano stretti in gruppi; nulla poteva sfuggire in quel circolo nel quale egli pure era chiuso da anni.
Giselda Fioresi gli passò daccanto col suo fascicolo di musica.
– Dunque, – ella disse. – È stato in campagna? Ora si ferma?
– Le pare? – rispose Filippo. – Fermarmi a Venezia? Credo che la mamma parta a giorni; e io rimarrei qui solo?
– Allora accompagna la mamma, come sempre?…
Come sempre! Egli guardò la fanciulla, che gli stava innanzi, col suo fascicolo sotto l’ascella, il busto eretto, i capelli fulvi arruffati sulla fronte. Era graziosa; gli occhi avevano qualche lampo di malizia, e la bocca, schiudendosi, mostrava bei denti.
Filippo si mise a ridere.
– Come sempre? – ripetè. – Io vorrei invece quest’anno far qualche cosa di diverso.
– Ah, bene! – esclamò Giselda. – Allora al Polo Nord, in cerca d’avventure.
– Già, in cerca d’avventure! – mormorò Filippo.
– Mi dispiace. Speravo vederla in campagna!
Filippo s’inchinò leggermente.
– Lei è molto gentile. Ma, le avventure? Le avventure a San Donà?
La fanciulla scosse la testa, lo guardò un attimo, rise con gli occhi:
– Eh, siamo d’accordo! – disse. – Se ha intenzione di fare il matto, San Donà non le conviene. Mi dispiace, ripeto!
Veramente non sapeva nemmen lei, Giselda, perchè la partenza di Filippo le spiacesse, e non sapeva perchè andasse ripetendoglielo; ma la vita di quell’uomo aveva il curioso potere di irritarla, a quando a quando. Avrebbe voluto mettersi a cavalcioni d’una sedia, accendere una sigaretta e udirlo raccontare ciò che faceva e ciò che pensava. L’ignoranza alla quale era costretta, la pungeva continuamente.
– Bene, – concluse. – Buone avventure, dunque!
– Ma no; non vorrei che desse alle mie parole un significato che non hanno. Intendo fare un piccolo viaggio, ecco tutto! – spiegò Filippo.
– E a me lo racconta? – esclamò Giselda, allontanandosi.
– Che originale! – pensò Filippo con un sorriso, mentre la seguiva con gli occhi.
Ella andò a parlare con la contessa Bianca.
– La ringrazio, – disse, mostrando il fascicolo di musica. – Fra un paio di giorni glielo rendo!
– Ma non importa, bambina! – esclamò la contessa Bianca ridendo. – Fra un paio di giorni io sarò già forse in campagna.
– Sola; perchè Filippo va a fare un viaggio. Al Polo Nord, mi ha detto….
La contessa lanciò un’occhiata interrogativa a suo figlio, che finse di non vedere e di non comprendere.
Ma quando le dame e il conte Lombardi si congedarono, verso le sette, Filippo si avvicinò a sua madre, le baciò di nuovo la mano sorridendo, e disse:
– Ebbene, mamma, so che tu sei inquieta….
– Sono sdegnata, Flopi, – rispose la contessa Bianca, severamente, pur non potendo abbandonare il diminutivo col quale sempre aveva chiamato il figliuolo. – Sono sdegnata per quello che so e per quello che si dice….
– Quanto a quello che si dice, – osservò Filippo, – non è il caso di curarsene; a Venezia si dice sempre qualche cosa di qualcuno, per ozio e per abitudine. Quanto a quello che sai….
– È questo! – interruppe la contessa, con gli occhi vivi di luce, fissando il figlio. – Tu hai fatto fuggire di casa una onesta ragazza e te la sei portata via; con quale coscienza, con quale diritto? Che ne farai, quando il vergognoso capriccio sarà sazio e non potrai più mentire? Mi spaventa l’idea che tu sia di quelli i quali, per un istante di concupiscenza, osano spezzar la vita d’una donna e abbandonarla a un destino orrendo; e mi sembra anche ridicolo che tu, a trentasei anni, non sappia calcolar l’importanza delle tue azioni e non veda dove tu vai….
Filippo, ch’era seduto in una poltroncina assai bassa, quasi alle ginocchia di sua madre, la guardò più inquieto per la verità semplice e logica delle sue parole, che non per lo sdegno onde s’era imporporato il bel viso pallido di lei.
– Bisogna conoscere gli ambienti, – egli osservò.
– Gli ambienti? – ripetè la contessa. – C’è dunque un ambiente nel quale tu abbia il diritto di non essere onesto? Se questo ambiente esiste, un gentiluomo non deve mettervi piede.
– E dàlli! – esclamò Filippo, allungando la mano fino a togliere da un tavolino un astuccio, e accendendo una sigaretta. – Tu sei rigida come la matematica! Non ti dico che io abbia il diritto di essere disonesto; ti dico che ogni colpa ha le sue attenuanti.
La contessa si alzò, passeggiò lentamente pel salotto, a capo chino, meditando; e dopo un istante di silenzio, disse:
– Forse noi non ci comprendiamo. Tu credi che io voglia ascoltare le attenuanti della tua colpa per giudicarti. No, di questo non mi occupo, perchè le tue attenuanti non mi commoverebbero, e la colpa è, in ogni caso, alla tua età, nella tua posizione, imperdonabile ed enorme.
Fece una pausa; sedette di nuovo, sopra un divano, all’altro angolo del salotto. La luce morente che entrava dai poggiuoli aperti illuminò i bei capelli candidi della signora e il viso un po’ roseo per l’interna agitazione; c’era in quella donna forte ancor qualche cosa di giovane e di fresco, una purezza di linea e d’espressione, che pareva riflettere la purezza del sentimento e del pensiero. Nei suoi occhi non era mai passata un’ombra.
Soggiunse:
– Ma è di lei, capisci? che io mi preoccupo! Di quella, giovinetta, di quella illusa, di quella tua vittima, io voglio sapere. Che ne farai? È spaventevole pensare che tu non abbia il concetto giusto della vita….
Filippo, che stava scuotendo la cenere della sigaretta in un piattino d’argento, alzò la testa.
– No, tu non sai, ancora oggi, che cosa sia la vita, perchè non sai che valga una creatura di Dio. Credi che quella fanciulla sia nata pel tuo piacere, che il suo corpo, la sua anima, la sua intelligenza, i suoi sentimenti, la sua speranze, i suoi sogni giovanili, tutto quanto è più misterioso, più delicato, più nobile ed alto in una creatura umana, credi sia stato creato per te, perchè tu ne goda e ne abusi, perchè tu ne decida come un padrone e un giudice. E di una fanciulla, ti fai una concubina; e di una concubina farai una donna perduta! Mi parli di attenuanti, per questo delitto di prepotenza e di superbia, per questo scandalo, per questa ribellione alla volontà di Dio? Non ce ne sono, non potresti essere scusato che quando tu mi dicessi d’esser diventato pazzo. Soltanto a un pazzo non si chiede conto di ciò che fa; soltanto un pazzo può essere perdonato se reca ingiuria a Dio nelle sue creature….
Sotto quell’irruenza, stretto in quella inesorabilità di logica, toccato nei sentimenti intorpiditi ma sempre vivi coi quali era stato allevato, Filippo non osò replicare. Mormorò soltanto:
– Se non mi lasci dire una parola, mamma….
La contessa si rischiarò in volto e aggiunse con voce subitamente più calma:
– Hai ragione.
– Io non ti posso rispondere, per ora, intorno alla sorte della ragazza, – seguitò Filippo. – Fui travolto da un impeto di passione, ed è giusto che tu mi rimproveri la mia debolezza; ma appunto perchè la passione era ed è sincera, non posso risponderti circa l’avvenire che è serbato a me e a quella ragazza.
– Tu mi spaventi! – interruppe la contessa, levandosi in piedi. – Non ho mai udite parole così gravi dalla tua bocca.
– Gravi e leali, mamma, perchè non voglio ingannarti, – rispose Filippo, guardando sua madre con occhio tranquillo. – Ma devo aggiungere subito che comunque gli avvenimenti si svolgano, io non dimenticherò nè il nome che porto, nè i doveri che ho verso una fanciulla onesta e buona….
– E vai così, alla ventura, senza, un’idea, senza la stessa percezione di ciò che fai? È deplorevole, è veramente deplorevole….
La contessa tacque; aveva, udito, lontano, fin dalle ultime camere, un passo cauto e lento; indi a poco, sulla soglia comparve un valletto in livrea verde scura, e s’inchinò.
– Pranzi in casa, Flopi? – disse con voce mutata la contessa. – Dammi il braccio. Stasera siamo soli.

IX.

Col pretesto di mutarsi finalmente d’abito e d’indossare lo smoking, Filippo salì nel suo appartamento dopo pranzo, e scrisse una lunga lettera a Loredana, che le avversità gli rendevano più cara. Dovette confessarle che il soggiorno a Venezia si sarebbe prolungato oltre le previsioni, perchè non gli riusciva di sottrarsi a qualche invito e fors’anche a una gita nelle campagne di suo cognato de Idris.
S’affacciò a una finestra e vide il Canal Grande immerso quasi totalmente nell’oscurità, con qualche linea più nera, una gondola, che passava silenziosa, distinta appena dal fanale piccolo e rossastro. I palazzi, in fila, come spettri bianchi che si dessero la mano, erano muti e chiusi; ai pali innanzi alla gradinata scorse giù alcune gondole ferme, che avevan recato i visitatori, i pochi amici non ancora partiti per la campagna. Le note d’un valzer gli giunsero all’orecchio, e nel Canal Grande, da una gondola lontana, arrivò la strimpellata vivace e improvvisa d’un mandolino. Poi passò una barca, zeppa d’uomini e di donne, illuminata a palloncini, silenziosa; era una serenata, che s’avviava nel bacino di San Marco, presso i grandi alberghi; e di nuovo l’oscurità e la quiete pesante si stesero sul Canale.
Filippo discese e passò qualche ora in salotto, a fianco di sua madre.
Gli ospiti ridevano ascoltando le chiacchiere del conte Mercatelli, piccolo, pelato, rosso in volto, che magnificava il sonno.
– “Le sommeil”, – diceva, rivolto a una francese, madame de la Chaux. – “Le sommeil”; io non conosco che questa voluttà: dormire, dormire, dormire quanto mi è possibile. Se non avessi dormito tanto, avrei fatto certo qualche cosa di straordinario…. Ma dormire mi piace, mi piace troppo! Sembra che l’anima si volatilizzi, che il corpo si riduca in una materia imponderabile. “Qu’en dit madame de la Chaux”?
E senza aspettare che madama, vestita di violetto scuro, con un merletto prezioso sui capelli grigi, enunziasse una risposta, il conte Mercatelli seguitò:
– “Moi, je vous assure” che l’imprevisto non si trova, se non nel sonno. Dove potreste incontrare qualche cosa che somigli a un sogno, nella realtà d’ogni giorno? Uomini che volano, bestie che parlano, mostri non mai veduti, gioie, terrori, fughe, combattimenti, scene che si dissolvono e si sovrappongono…. “Moi, je vous assure que votre Dumas n’est qu’un imbécile en comparaison de ce romancier inépuisable qui s’appelle rêve….”
Madame de la Chaux ebbe un debole sorriso.
Filippo disse qualche parola, a un domestico, fece preparare il tavolino da giuoco, e mentre le dame e le fanciulle ascoltavano quella specie di conferenza sul sonno, egli sedette al tavolino col conte Lombardi, col marchese di Spinea e con Berto Candriani.
Berto Candriani era temutissimo per la sincerità pazzesca delle sue parole. Egli diceva ad alta voce tutto quel che pensava e tutto quel che sapeva, a costo di parere insolente o mal educato. Qualcuno in società aveva espresso il dubbio ch’egli fosse un po’ matto, e poichè questa induzione accomodava molte cose, risparmiava la noia di indignarsi e toglieva ogni valore a quanto raccontava, tutti convennero ch’egli era un po’ matto e che bisognava lasciarlo fare.
Del resto, bel giovane non ancora trentenne, snello, con capigliatura nera foltissima e occhi castagni dallo sguardo pungente, piaceva alle signore, che ne ambivano la lode, perchè rara.
Egli, quella sera, aveva tentato più volte di dire a Filippo ciò che gli stava fitto in testa dal momento che l’aveva visto; ma il tema della conversazione, la presenza della contessina Fioresi e di qualche altra fanciulla, glielo avevano impedito.
Appena i quattro uomini furono appartati pel giuoco, presso la finestra d’angolo, Berto Candriani disse a Filippo:
– Dunque, come va?
Filippo s’aspettava qualche razzo di quei famosi, ma ormai, dopo le spiegazioni con sua madre, poco gli importava ciò che si poteva dire.
– È vero, – domandò Berto quietamente, – che hai fatto scappar di casa una ragazza?
Il conte Lombardi e il marchese di Spinea, che disponevano le carte nella sinistra, alzarono sbalorditi il capo, e videro Filippo che sorrideva.
– Ti sembra, – egli rispose, – che se avessi una ragazza per le mani, starei qui a giuocare?
– Evvia, Flopi! Polvere negli occhi! Non sei mica vecchio per niente, e fai le tue cose benino, pian pianino, in punta di piedi…. Insomma, questo è l’ultimo pettegolezzo e dovevo pur dirtelo!
Filippo fece un cenno con la testa, come per ringraziare il Candriani della sua premura; e nell’intervallo seguente, Berto riprese:
– M’hanno detto che è un tesoro, quella ragazza! Una delle nostre più belle e più caratteristiche borghesi….
– Sai che ho buon gusto! – rispose Filippo, sempre sorridendo.
– Già; ma mi dispiace che il cattivo gusto sia dall’altra parte! – mormorò Berto con rammarico sincero.
I giuocatori diedero in una risata. Risonò la voce del conte Mercatelli, che diceva:
– Dormendo circa dodici ore al giorno, io mi trovo benissimo….
– O perchè non va a dormire anche adesso? – osservò Berto, senza curarsi di abbassar la voce.
E seguitò la partita; mentre la contessina Giselda Fioresi, che non si divertiva a parlar con le altre fanciulle, dopo aver gironzato qua e là a occhieggiare i vecchi quadri che conosceva da tempo, andò a mettersi alle spalle di Filippo, guardando il giuoco.
– Non so, – disse Berto Candriani, – perchè voglia portar fortuna a Flopi, contessina. È già tanto fortunato! Venga dalla mia parte.
Giselda non rispose, e coll’indice sottile indicò a Filippo una carta che doveva giuocare. Filippo obbedì.
– Andiamo, andiamo! – esclamò il Candriani. – È proibito immischiarsi nei giuochi degli altri. Il giuoco di Flopi è poi così pericoloso!
La fanciulla non battè palpebra, e indicò a Filippo un’altra carta. Ma le parole di Berto Candriani le parvero oscure, e trovò conveniente non allontanarsi, per udir qualche cosa di più significante. Alla fine di quel giro, Filippo s’era avvantaggiato molto sugli avversarii, e Berto Candriani, mentre il conte Lombardi mischiava le carte, protestò:
– Io la sequestro, tesoro mio! Lei fa vincere Flopi per ridere di noi. Le assicuro che il nostro amico non ha bisogno di lei, proprio non ha nessun bisogno!
– Com’è noioso! – esclamò Giselda. – Stia zitto e tiri avanti!
– Bisognerebbe fargli la cura di Mercatelli, – osservò Filippo. – Se dormisse dodici ore al giorno, sarebbero tante chiacchiere di meno.
Berto diede un’occhiata a Giselda, sempre ritta, alle spalle di Filippo; era giovane e magra; l’abito leggero lasciava trasparir gli omeri scarni e delicati; il corpo esile faceva pensare alla donna futura, non più magra ma snella, non più scarna ma sottile e flessibile. I capelli fulvi, illuminati dalla luce elettrica, davano al volto bianco qualche ombra viva e tagliente.
Filippo sembrava non accorgersi della presenza di Giselda.
– Mi pare un gatto che vigila, – pensò il Candriani. – Se la porti via anche questa?
Ma la partita finiva; la contessina Fioresi volse le spalle ai giuocatori, tornò fra le donne, e subito trovò un appiglio per interloquire.
– Mi direte voi, – chiese Berto al Lombardi e al marchese di Spinea, – che cosa ha questo vecchio satiro per piacere alle ragazze?
– Vecchio satiro! – esclamò il marchese di Spinea. – Ma non ha quarant’anni; e che cosa dovresti dire di me, che ne ho cinquantasette?
– Satiro decrepito! – sentenziò il Candriani. – Filippo, occhio alla Fioresi! Quella sta facendo una passione per te, vorrà scappare anche lei.
Filippo stette ancora muto. Egli rispondeva raramente a Berto Candriani; dacchè lo si era classificato per matto, Filippo lo lasciava parlare, e il più delle volte non ascoltava nemmeno le sue parole, col pensiero rivolto altrove. Così, se non fosse stata la necessità incoercibile di dire tutto quanto gli frullava pel capo, Berto Candriani, a sua volta, non avrebbe mai parlato con Filippo; e quando v’incappava, se ne pentiva sempre.
Egli si alzò indispettito e andò a raggiungere il conte Mercatelli, che fumava una sigaretta, sdraiato sopra un divano, beatamente, gli sguardi perduti in alto.
– Ciò! – disse Berto. – Non dormi? Vattene, su; è quasi mezzanotte….
– Hai ragione, – rispose il conte mansueto. – Nel mio letto starei tanto bene!
Si mosse, andò a porgere il saluto alla contessa Bianca, alle signore, agli amici, ed uscì lentamente.
Poco dopo, anche gli altri visitatori presero congedo.

X.

Quella notte, Filippo Vagli sentì crudelmente la solitudine in cui lo piombava l’assenza di Loredana. Vagò fino ad ora tarda per le calli deserte, immerse in un’ombra che un fanale rompeva a pena, e salito in una gondola si fece condurre alla ventura; i rii, coi muri delle case a picco, parevan chiusi, senz’aria; ora la gondola sfiorava la scalea d’un palazzo, ora scivolava lungo qualche casipola, dalle finestre della quale giungeva il chiacchierìo infaticabile delle popolane; e se una gondola passava rasente, era una visione d’ombra, una linea nera e fugace, un uomo ritto a poppa, una figura indistinta sdraiata sui cuscini; poi silenzio, rotto dal remo che grondava acqua.
Allorchè tornò a casa, Filippo notò quel che già aveva sentito durante il giorno: la sua camera non gli diceva più nulla, il suo ricco appartamento, al quale era andato per tanti anni recando belle cose d’arte e oggetti di pregio, non gli importava più dell’appartamento d’un albergo. Le ore gli sembrarono eterne; il pensiero di quella ragazza, lasciata sola in un piccolo paese, in un alloggio che differiva poco da una taverna, gli martellò il cervello tutta notte.
Prese sonno verso l’alba; e non si svegliò da quel torpore se non quando gli parve che qualcuno camminasse cautamente per la camera.
Era un servo, mandato dalla contessa Bianca, la quale, vista l’ora tarda, temeva che Flopi stesse poco bene.
– Che ora è, Piero? – domandò Filippo.
– Sono le undici, signor conte.
Piero stava immobile presso il letto ad aspettare gli ordini.
– Va, va! – gli disse il conte. – Non ho bisogno di nulla. Avverti la contessa che mi alzo subito.
E poco dopo, mentre attendeva alle cure della persona, Filippo sentì la noia plumbea per quelle ore che ancora gli toccava di passare a Venezia, per il pranzo dei conti Lombardi, per le chiacchiere insulse alle quali avrebbe dovuto prestare orecchio. Egli era irritato e malcontento. Dopo una colazione quasi sempre silenziosa, perchè sua madre cercava ella pure di schivare allusioni ed argomenti spiacevoli, egli uscì, gironzò qualche tempo in Piazza e sotto le Procuratie, fece parecchi acquisti per Loredana, e quasi senz’accorgersi, camminando lentamente, si trovò nel campiello, innanzi alla casetta bianca della piccola amica.
Egli aveva promesso a Loredana di portar notizie di lei alla sua mamma; e quando rivide la casa, con quelle finestre bifore, alle quali la fanciulla s’affacciava un giorno per salutarlo; e quando sentì la familiarità di quel tranquillo angolo di Venezia, dov’egli veniva per salvarsi dalle omelíe della contessa Fausta, per vivere la vita modesta degli altri e dimenticar la propria, inutilmente ricca e fastosa; quando mille ricordi semplici e graditi gli tornarono in folla al pensiero, Filippo non si perdette a riflettere oltre: si avvicinò alla porta, dipinta in verde scuro, con un bel battente di bronzo foggiato ad anello che una testa di leone teneva fra le mandibole; e suonò il campanello.
A una delle finestre si affacciò indi a poco la domestica, piccoletta e nera in viso, che voleva bene alla fanciulla.
Essa fu così stupita alla vista di Filippo, che mandò un’esclamazione:
– Maria a te provveda! Il conte! Il conte! Il conte!…
E d’un subito si mise a correre per la casa, in cerca della signora, gridando a perdifiato:
– Il conte! Il conte! Il conte!
La signora De Carolis, che ora occupata a stirare, accorse(1) tutta maravigliata e tremante; si affacciò alla finestra ella pure, s’assicurò che il visitatore era il conte Vagli, e infine si decise a tirare il cordone.
La porta s’aperse, e Filippo entrò.
In alto della scala, proprio sull’ultimo gradino, vide ritta e pallida la signora Emma; la quale, senza rispondere al saluto di lui, scese qualche scalino per abbreviar la distanza, e domandò con voce rauca:
– E Lori, dov’è?
– Sono venuto a portarle sue notizie, – rispose Filippo, salendo con la signora, tuttavia incerto dell’accoglienza. – Sta bene, mi parla sempre di lei.
Passarono innanzi alla domestica, la quale rimaneva a bocca aperta, guardando Filippo con ammirazione attonita.
– Buon dì, Rosa! – egli le disse.
E l’altra fece una riverenza, non potendo esprimere la voglia d’aver notizie della signorina.
La signora Emma e Filippo entrarono in quella saletta dal pavimento a piastrelle bianche e rosse, dove il conte e la fanciulla avevano concertata la fuga; Filippo notò subito, sopra una mensoletta di legno, una figurina di biscuit, che abitualmente era sulla tavola, e che un giorno la ragazza andava girando e rigirando, mentre l’amico le susurrava all’orecchio parole ardenti d’amore e speranze di giorni felici.
Egli prese le mani della signora De Carolis, e le disse con voce malcerta:
– Io devo chiederle perdono. Le ho portato via Loredana, la sua Lori! Ma essa è oggi felice con me. Ho fatto male, ho agito per impulso, ciecamente. Non oso scolparmi, lo vede! Pure, Loredana è felice, e questo non risponde a tutti i suoi dubbii, a tutte le sue paure?
La signora scosse tristemente la testa e ritrasse le mani dalle mani di Filippo.
– No, – ella rispose. – Sarebbe felice se potesse andare a fronte alta: ma così, quale umiliazione! Ora non comprende; comprenderà più tardi…. È una fanciulla disonorata; non ha nome; e nessuno crederà all’amore. Il mondo è cattivo; sarà accusata d’essersi venduta per vizio o per bisogno….
Filippo fece un movimento con la mano, come per protestare.
– Oh, non neghi! – interruppe la signora, il cui volto bianco, dalle occhiaie scure, diceva quante notti tormentose e quante ore d’angoscia aveva passato la povera donna.
Ella sedette sopra un divano, dimenticando di accennare una sedia a Filippo; e proseguì:
– Nessuno di quelli che la conoscono sa ancora nulla; ma il mistero non può durare più a lungo, e il giorno si avvicina in cui dovrò confessare la sua colpa. Che cosa dirò per farla perdonare, o perchè gli altri le siano indulgenti? Non aveva la sua mamma che le voleva bene? Forse le mancava qualche cosa, qui, dove io non pensava che a lei? Non voleva sposare quel Gianella maledetto? E io l’avrei aiutata, e io le avrei permesso di scegliersi persona più degna…. Ma fuggire, ma diventar l’amante d’un uomo che non potrà mai sposarla, e abbandonare la mamma sua, la casa, tutto e tutti, come una disperata, e rovinare la sua giovinezza!… Sì, è giovane, era inesperta, io mi fidava ciecamente…. Io posso assolverla; il mondo riderà di lei e di me, cadute vittime di un falso amico, d’un egoista senza cuore….
Filippo, tuttavia in piedi, col cappello di paglia tra le mani, udendo l’accusa scudisciargli il viso, fece un passo, sentì il viso avvampargli, ma si rattenne e non disse parola.
La signora Emma lo guardò, e aggiunse freddamente:
– Si sieda! Mi parli di Lori. Dov’è adesso?
– A Sirmione, – rispose Filippo.
– Verrò a prenderla, – annunziò la signora con voce decisa.
– A prenderla? – esclamò il conte sbalordito.
– Sì, a prenderla. Forse sono ancora in tempo a riparare uno scandalo. Ho detto a chi mi chiedeva di lei che è in campagna. Ebbene, bisogna che da questa campagna Loredana ritorni. Io non confesserò mai mai, che mi è fuggita di casa, capisce? Il suo ritorno, la sua presenza, la ripresa delle nostre abitudini faranno tacere le cattive lingue. Mia figlia è conosciuta da poca gente modesta, che certo non villeggia a Sirmione. Forse sono ancora in tempo a salvarla se Dio mi aiuta. E lei, conte, non si opporrà. Ha commesso un’azione disonesta, non vorrà commetterne una seconda….
– Ma io l’amo, Loredana! – proruppe Filippo. – Non permetterò che me la portino via; io vivo per lei, cerco di renderla felice, mi allontano io pure dal mondo, per dedicare a lei le cure più affettuose, e ho fatto della sua vita la mia…. Non permetterò che me la ritolgano, a nessun costo; non permetterà ella stessa, Loredana, perchè mi ama e non domanda nulla a nessuno!
La voce del conte vibrava di tanta sincerità e di tanto affanno, che la signora De Carolis ne fu scossa e lo guardò un istante, presa da esitazione.
– Sono venuto da lei a chiederle perdono, – proseguì Filippo, – a chiederle perdono con una umiltà che non è nelle mie abitudini. E lealmente le ho detto dove viviamo, perchè non volevo continuare con lei una finzione antipatica; se l’avessi ingannata, se le avessi detto che viviamo a Roma o a Parigi, ora potrei ridermi delle sue minaccie.
S’interruppe e camminò pel lungo e pel largo nella saletta.
– Non me la porterà via! – soggiunse. – A qualunque costo, non me la porterà via! Appartiene a me, ora, e a nessun’altro al mondo! Non me la porterà via!
La signora De Carolis comprese che non poteva ragionare con un uomo in tale stato d’animo. Filippo aveva le labbra bianche e il suo corpo tremava come scosso da febbre violenta; egli si abbandonò in una poltrona, nascose il volto tra le mani, e stette così, per lungo tempo, in silenzio, agitato sempre da un tremito invincibile.
Emma tacque ella pure, a lungo, guardando l’uomo superbo, ridotto da una parola come uno schiavo o come un mendico, accasciato sotto il peso della sua passione.
– Veda, – cominciò infine la signora. – È necessario! Appunto perchè vuol bene a Loredana, la lasci tornare con la sua mamma…. Lei si pentirà un giorno di questo rifiuto.
– Non mi pentirò mai! – esclamò Filippo, staccando le mani dal volto.
La signora De Carolis vide che le lagrime solcavano il viso del conte, ebbe un lampo forse di riconoscenza, certo di pietà, ma seppe frenarsi, e continuò, quasi non avesse notato nulla:
– Per parlare come lei parla, bisognerebbe dirmi quale avvenire attende mia figlia. E lei non lo sa, perchè l’avvenire di Loredana dipende dal capriccio, dalla volontà, dall’interesse del conte Filippo Vagli, il quale oggi l’ama sinceramente e domani può considerarla un impaccio….
Filippo crollò le spalle, ma la signora aggiunse, senza badargli:
– È possibile che io accetti una situazione simile per mia figlia? Ripeto che forse sono ancora in tempo a impedire uno scandalo enorme; se non mi ingegnassi di riuscirvi, sarei non una madre, ma la più vile, la più spregevole delle donne….
Nel turbamento di tutto il suo spirito, Filippo sentiva che la disgrazia aveva dato una lucidità di comprensione, un’energia e una volontà, a quella donnina fragile e dimessa, quali egli non avrebbe mai potuto sospettare. La signora De Carolis aveva il viso pallido tutto rischiarato dalla luce d’una decisione, dalla speranza di salvare la figliuola; Filippo intuì che era impossibile lottare con un sentimento così forte, il quale aveva l’aureola di qualche cosa di sacro. Egli non poteva opporre che le ragioni del suo amore, cioè di un sentimento comune, fatto di egoismo, di concupiscenza, di orgoglio.
Disse lentamente:
– Loredana penserà che io l’ho tradita, che son venuto apposta a Venezia perchè lei andasse a ripigliarsela, dopo quindici giorni….
– Oh no, – interruppe la signora Emma, – io saprò parlarle, e le spiegherò come sono avvenute le cose….
Seguì un breve silenzio. Filippo era sempre seduto, con le labbra bianche, gli occhi annebbiati dal pianto: la signora Emma gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla, e disse:
– Lei non deve opporsi. Dio aiuta le madri. Se lei non mi facesse trovar più la mia Lori a Sirmione, ebbene, scandalo per scandalo: agirei con la forza, come non ho osato fino ad oggi….
Il conte sollevò il viso a fissare la donna, e rispose brevemente:
– Non minacci!
– No, non minaccio, – disse la signora più calma. – È stato Dio che l’ha mandato, per quest’atto di pentimento e di sincerità….
Tacque, guardò Filippo, che pareva in quell’istante un fanciullo domato, un mendico febbricitante, così scosso dal tremito implacabile. La signora si ritrasse, perchè non voleva mostrar gli occhi che le si velavano di pianto, e uscì in fretta.
Filippo rimasto solo, si guardò intorno come trasognato….
Era dunque la realtà, quella? Non doveva più vedere Loredana, la sua bella, la sua cara amica, e non più baciarne i capelli bruni dai riflessi dorati, e non più udirne la parola, e non più farla fremere di piacere e di gioia? Quale demonio l’aveva così scioccamente condotto in quella casa, a chiedere un più sciocco perdono, a dire stupidamente dove Loredana era nascosta?
Tutto crollato, tutto finito in un lampo! E Loredana, la fiduciosa amica, abituata a considerar lui come il più forte, il più libero, il più saggio degli uomini? Che avrebbe pensato?…
La porta della saletta si aperse ed entrò la signora Emma, recando ella stessa un vassoio col caffè e una bottiglia di liquori.
– Prenda qualche cosa, – ella, disse. – Le ho preparato un caffè; beva una goccia di cognac.
Essa versò, mise innanzi il vassoio a Filippo, riempì di cognac un bicchierino, glielo porse: egli lasciava fare, macchinalmente, e sorbiva il caffè, senza sentirne il gusto.
– Non capisco, – disse a un tratto, rimettendo sul vassoio la chicchera. – Non capisco. Loredana torna qui? Lei va a riprenderla?… E io….
La signora Emma non rispose, ma Filippo incalzò:
– Mi dica: non la vedrò più?
E poichè la signora rimaneva sempre silenziosa, anch’egli non domandò più nulla, e restò immobile, con gli occhi fissi nel vuoto, come a seguire qualche fantasma spaventevole.
Finalmente si alzò, prese il cappello, stese la mano alla signora De Carolis, e uscì senza far parola. In anticamera, la domestica lo aspettava per dirgli qualche complimento, ma vedendolo così pallido e sfatto, corse in cucina e vi si richiuse, perchè egli non avesse a soffrire incontrandola in anticamera.

XI.

Il sole che arroventava il campiello e illuminava le case con una luce quasi insopportabile, ebbe potere di scuotere Filippo da quell’accasciamento che pareva sonnambulismo. Si drizzò, sentendo che le spalle gli si erano incurvate, e si guardò intorno con occhio sicuro.
Perdere Loredana? Obbedire a sua madre? Tutto finito, tutto crollato?
– Parto col primo treno, – promise a se stesso. – Arrivo a Sirmione, prendo Loredana e questa sera saremo lontani e sicuri. Qualunque cosa, piuttosto di perderla. Ho commesso una fanciullaggine con sua madre; bisogna riparare subito, subito, subito….
Non aveva ancor finito il suo pensiero, che una voce nota gli risonò alle spalle.
– Guardalo qui! Dove vai, così meditabondo?
Era Berto Candriani, che, fattoglisi al fianco, lo squadrò e rimase stupefatto.
– Accidenti! Che cosa t’è successo? Ti hanno bastonato?
Filippo gli disse con voce secca:
– Non ho voglia di scherzare, Berto!
– E non scherzo. Mi dispiace sinceramente di vederti così, come ti fosse avvenuto qualche cosa di molto grave. Eri tanto allegro iersera….
Il conte non rispose, e i due uomini procedettero qualche tempo senza far parola urtati dalla gente che passava per le calli; ma quel giorno doveva essere singolarmente disgraziato per Filippo, perchè allo svolto d’una viuzza s’imbattè col conte e con la contessa Lombardi.
– Ah, bene, bene, bene! – esclamò il conte Lombardi, aprendo le braccia, come per impedire il passaggio ai due amici. – Venite a proposito!
La contessa ebbe un sorriso di compiacenza alla vista di Filippo, che le stava innanzi a capo scoperto e la salutava.
– Abbiamo la gondola a due passi di qui, – ella annunziò, – e si parlava, proprio di voi, Flopi. Noi facciamo un giro, e vi conduciamo con noi. Anche Berto Candriani ci farà compagnia….
– Un giro? – ripetè subito Berto con circospezione. – Che cosa deve intendersi per un giro, contessa?
– Muoviamoci, – ella rispose. – Noi impediamo il passaggio alla gente. Ora entriamo in gondola, e vi spiegheremo.
La contessa Lombardi era ancora piacevole, benchè avesse valicato la quarantina. Il suo corpo era svelto, i capelli eran chiari, gli occhi vivi; solo la carnagione aveva perduto la sua freschezza; ma poichè la contessa dichiarava ella per prima di esser vecchia e finita, tutti la guardavano con simpatia e la trovavano assai più giovane di quanto non dicesse.
Arrivati al traghetto dove aspettava la gondola a due remi, la contessa vi montò, Berto vi balzò dentro, dicendo:
– Spiegateci il giro!
Ma Filippo disse:
– Contessa, io devo scusarmi….
– Ah bah! – esclamò la contessa. – Flopi, voi mi fate pensare che la nostra compagnia vi dispiaccia. Quando noi vi facciamo un invito, voi avete subito pronta una scusa.
– Cara contessa, siete crudele! – mormorò Filippo.
– Oh, a proposito, – aggiunse il conte Lombardi. – Ricordati che sei a pranzo da noi, stasera.
– Dunque, vi decidete? – domandò la contessa, guardandolo.
Filippo comprese che bisognava decidersi, si appoggiò al braccio del gondoliere, e salì….
Il giro della contessa durò per più ore; la gondola, spinta con agile vigorìa, uscì dal bacino di San Marco in un batter d’occhio, e prese il largo verso il Lido, poi, per le Vignole, arrivò a San Francesco del Deserto.
La contessa Lombardi e Berto Candriani erano allegri.
– Non è vero che almeno così godiamo un po’ di fresco? Sentite che bel fresco, Flopi? – diceva la contessa.
Filippo aveva perduto ogni velleità di ribellarsi. Le ore passavano e gli cadevano sul cuore come goccie di piombo, con un presentimento funesto; ma egli era troppo abituato alle commedie del mondo perchè il suo volto lasciasse trasparir l’angoscia febbrile alla quale tutta l’anima sua era in preda. Sarebbe partito l’indomani: ormai bisognava adattarsi e non far pesare i proprii dolori sugli amici che volevan godere la sua compagnia.
Con un rude sforzo riuscì a dominarsi e parve felicissimo di quella gita, di quello sciupìo di tempo, infinitamente prezioso per lui; scherzò con Berto Candriani, il quale non sapeva comprendere una mutazione così rapida, ed era stupefatto; Filippo fece anche un po’ di corte alla contessa, col consenso del marito, che sorrideva.
– Io non so dove tu sia stato, – -osservò a un tratto il conte Lombardi. – Se ne raccontan di belle, a questo proposito….
– Di bellissime, – rincalzò Berto.
– Non so dove tu sia stato, Flopi, ma la campagna ti ha fatto bene. Sei allegro….
– Allegro, – ripetè Filippo, sentendo l’ironia di quella affermazione.
Tornavano verso Venezia, e la città si scorgeva tutta bianca, come tutelata dall’angelo d’oro del campanile vetusto: i palazzi marmorei parevan da lungi portentosi ricami, fragili merletti diuturnamente lavorati dall’uomo e dal tempo; le acque ai loro piedi si stendevan placide, con un trasparente color di smeraldo, che gli ultimi raggi di sole facevano scintillare.
– Ma io vorrei sapere, – osservò la contessa, – che cosa si dice della campagna di Flopi….
I tre uomini si guardarono.
– Ecco, – disse Berto Candriani, – si dice che….
– È sottinteso, – interruppe Filippo, – che voi, contessa, non crederete parola di quanto sta per raccontarvi Berto. Voi conoscete quest’uomo? Il più fantasioso dei maldicenti….
– Non crederò nulla, – rispose la contessa. – Ma vorrei sapere.
– Si dice, – continuò Berto Candriani, – che Flopi, innamorato d’una bella, d’una bellissima ragazza, sia scappato con lei.
La contessa Lombardi diede in una risata.
– Che pazzo! – esclamò. – È scappato, ed è qui in gondola, al mio fianco?
Berto crollò le spalle.
– Siete ingenua, contessa, mia! È qui per un giorno o due. Domani sarà scomparso di nuovo…. Sa far le cose da maestro, la vecchia volpe….
La contessa stette un momento a pensare, poi osservò:
– Credevo meglio. Queste cose vanno sempre a finir male; e se l’avventura è come si racconta, Flopi ha perduto la testa davvero.
Filippo sorrise con l’indifferenza dell’uomo che ascolta cose senza alcun senso.
– È come ve la racconto io, – -assicurò Berto Candriani. – Fuga romantica con giovinetta.
La contessa alzò le spalle.
– Via, via, – esclamò, – sono maldicenze sciocche: sarebbe nato uno scandalo senza esempio, e invece non c’è che qualche diceria…. Voi non sapete ragionare, povero amico!
– Oh guarda, – protestò il Candriani, – Flopi scappa con una ragazza, e chi non sa ragionare sono io! Voglio mettermi anch’io a far fuggire le fanciulle, per vedere se mi troverete ragionevole….
Gli amici risero, e la conversazione fu mutata.
A Venezia, giunsero sull’imbrunire; Filippo e il Candriani, scendendo dalla gondola presso la piazza San Marco, presero congedo per correre a casa a mutarsi d’abito e per ritrovarsi indi a un paio d’ore nuovamente dai conti Lombardi.
Non appena fu solo, nella sua camera, Filippo sentì calargli sulle spalle il peso di quella giornata nefasta, l’accoramento per la sorte di Loredana. Gli tornò il pensiero d’andarsene subito, di giungere in piena notte a Sirmione, di prendersi la fanciulla e fuggir lontano.
Ma di nuovo, le abitudini lo dissuasero. Era impossibile mancare al pranzo, dar quella clamorosa conferma alle voci delle quali il Candriani s’era fatto eco. Bisognava partire all’alba; ormai non si trattava più che di poche ore, dell’ultimo sacrifizio.
Quando Filippo, in marsina, con una gardenia all’occhiello, varcò la soglia del palazzo Lombardi, egli aveva dipinta in viso una tale espressione di pace, che lo si sarebbe giudicato l’uomo più tranquillo del mondo.
Berto Candriani, il quale l’aveva preceduto di poco, rimase, al vederlo, stupefatto per la terza volta.

XII.

Loredana, accasciata per la lettera nella quale Filippo le annunziava che la sua lontananza si sarebbe ancora prolungata di alcuni giorni, stava sul divano, a occhi chiusi, non udendo, non pensando, nella disperazione di far passare quel tempo che doveva essere eterno.
Le fiamme della gelosia cominciavano a divorarle il cuore. La società alla quale apparteneva Filippo e nella quale era momentaneamente rientrato, pareva alla fanciulla singolarmente pericolosa. Egli vi avrebbe ritrovato Fausta e mille altre donne come quella, aiutate dal lusso e dall’eleganza. E che cosa poteva far lei, povera ragazza ancora ingenua, contro le malìe di quelle femmine sapienti, cariche di gioielli prodigiosi, ornate di tutte le grazie? Per la sua fantasia inesperta i convegni mondani eran come convegni d’amore nei quali Filippo avrebbe dimenticata presto la piccola amica che soffriva.
E il pensiero venne a colpirla con tanta durezza, che la fanciulla balzò in piedi, corse nella camera da letto, ne uscì con un largo cappello bianco che piantò risolutamente in testa, e s’avviò, tenendo un ombrellino scarlatto fra le mani.
Nel vestibolo trovò la signora Teobaldi, la quale s’avviava appunto dalla ragazza per strimpellare il piano. Clarice era vestita alla Pompadour, con amplissimi disegni sul corsetto e sulla gonna: questa, troppo corta, lasciava scoperti i piedi calzati di scarpe bianche; e così abbigliata, coi fianchi prominenti, la figura tozza, la Teobaldi pareva una trottola accuratamente pitturata di fresco.
– Esce? – ella domandò con voce triste.
– Sì, vado a passeggiare, – risposo Loredana. – Vuol tenermi compagnia?
Eran le quattro; il sole abbruciava, la luce era acciecante, sugli alberi strillavano le cicale.
Clarice, fattasi sulla soglia, gettò un’occhiata intorno, aggrottò le terribili sopracciglia, e disse:
– Non so se mi convenga arrischiare….
– E perchè no? – chiese Loredana stupita.
– Sa, per la voce; potrei prendere un riscaldo….
La fanciulla crollò le spalle e uscì.
Voleva andare a quelle Grotte di Catullo che avevano visto la sua felicità, quando vi passava con Filippo quasi l’intera giornata, imaginando d’esser con lui in un’isola perduta dell’Oceano. Ma per la certezza che quei ricordi, uniti all’amaritudine presente, l’avrebbero fatta soffrire di soverchio, Loredana s’avviò sulla strada di Sirmione, verso la strada provinciale.
Camminava adagio, riparata dall’ampio ombrellino scarlatto, e guardava gli alberi, l’erba, l’acqua, le barche dei pescatori, per distrarre la mente, perdendosi in osservazioni oziose. Si fermò a rintracciar fra l’erba una cavalletta, stette a vedere una lucertola che, immobile, la fissava coi piccoli occhi neri e acuti. A un punto della strada, alcuni monelli uscirono a giuocar coi noccioli delle pesche, e Loredana assistette a una partita, come un monello essa pure.
Così s’era già dilungata verso la strada provinciale, quando da un nugolo di polvere che si scorgeva lontano, comprese che una carrozza s’avvicinava; e perchè la cosa non era troppo frequente, Loredana sedette sopra un muricciuolo, aspettando l’arrivo insolito. La vettura correva rapidissima e si udiva il tintinnìo dei campanelli.
Un pensiero balenò nel cervello di Loredana:
– Fosse Filippo?
Ma non volle fermarsi a quell’idea, assurda, e che pur le faceva battere il cuore con tanta ansietà.
Del resto la carrozza era ormai a pochi passi. Loredana si alzo in piedi, gettò un’occhiata, e vide….
Era possibile? Aveva visto bene? Non si trattava, d’un’allucinazione?
La carrozza procedette ancora per alcuni metri, poi si fermò, e una donna ne discese, tornò indietro a corsa, gridò:
– Lori, Lori, Lori!
Loredana le andò incontro, smarrita, felice, non riuscendo a comprendere; e sulla strada, innanzi al vetturale attonito, madre e figlia s’abbracciarono e si baciarono piangendo.
– Vieni con me, – disse la signora De Carolis alla figlia. – Andiamo all’albergo. Devo parlarti….
Le due donne saliron di nuovo nella vettura, che riprese la sua corsa.
– Oh mamma, come sono felice! – esclamò Loredana, tornando ad avvinghiarsi al collo della madre, e baciandola con forza. – Chi ti ha detto che ero qui? Sei venuta a farmi compagnia? Sono sola, tutta sola. Starai con me. C’è una bella camerina all’albergo, e te la farò preparare subito, subito, perchè devi essere stanca, con questo caldo. Ah, come sono felice, mamma! Mi pareva che qualche cosa mi chiamasse per questa strada!
Mentre ascoltava le parole e rendeva i baci, Emma andava considerando la sua figliuola, così elegante nell’abito leggero di seta cruda color d’oro, con la vita stretta in un’alta cintura rossa, con quell’ombrellino scarlatto dalla impugnatura d’avorio bruciato.
Era molto bella, e molto diversa da un giorno. Il soffio misterioso dell’amore le aveva dato un’espressione nuova, inconsciamente più ardita; se prima era ammirata, adesso poteva svegliare la concupiscenza e accendere la passione degli uomini. Ma Loredana pareva ignorare e il mutamento compiuto e la significazione pericolosa della sua bellezza. Tutto pareva ella ignorare; anche l’abisso in cui era precipitata, dal fondo del quale sorrideva a sua madre.
Emma evitò di rispondere, il cuore stretto da uno struggimento oscuro; per fortuna il supplizio durò poco; la carrozza giunse innanzi all’albergo, e Loredana, svelta e leggera, balzò a terra, e stese la mano ad Emma.
Una donna assisteva a quell’arrivo impensato: Clarice Teobaldi, la quale, pavoneggiandosi nell’abito troppo corto alla Pompadour, passeggiava avanti all’albergo, per farsi ammirare da alcuni pescatori, che la guardavano con ironia mal celata.
Loredana si volse, vide la Teobaldi e sorrise.
– È tornata in carrozza? – disse l’altra, sorridendo a sua volta. – Credevo fosse arrivato il signor conte.
– No, è la mamma, la mia mamma! – esclamò gioiosamente Loredana.
La Teobaldi fece un inchino alla signora De Carolis, che la squadrò con un’occhiata, non rispose al saluto, ed entrò nell’albergo, seguita dalla fanciulla.
Quando giunsero alla camera di Loredana, Emma, appena varcata la soglia, si volse e chiuse l’uscio a chiave.

XIII.

Quella era la camera che aveva visto e tutelato gli amori di Loredana con Filippo; tra quelle pareti s’era svolto il dramma eterno della fanciulla che si tramuta in donna; e forse ogni oggetto, ogni mobile, ogni ninnolo conservava un ricordo, aveva un significato pei due amanti.
Emma De Carolis gettò uno sguardo a sua figlia, e disse bruscamente con voce secca:
– Sono venuta a prenderti.
Loredana, la quale era in piedi, ancora col cappello in testa, non potè frenare un sussulto, e ripetè:
– A prendermi?
– A prenderti, – annunziò Emma di nuovo. – A prenderti e a condurti a casa. Credi che sia venuta qui per assistere a questo scandalo, a questa vergogna? Su; levati codesto abito, metti il tuo vestitino nero; fa presto, perchè non abbiamo tempo da buttar via.
Loredana, udendo quella rampogna espressa con voce fredda, decisa, che non avrebbe attesa mai da sua madre, diventò pallidissima e si appoggiò allo schienale d’una sedia. Non comprendeva ancora bene, ma intuiva oscuramente che il suo amore era finito, spezzato, cancellato per sempre.
– Véstiti, – ripetè Emma. – Fa presto.
La fanciulla le si avvicinò, ma non osò stendere le braccia, per attirarla a sè.
– Mamma, – disse, – che cosa avviene?
Si passò una mano sul viso, come per fugare una nube che le avesse ottenebrato la vista; e seguitò:
– Mamma, non comprendo….
– Lo so; lo so, che non comprendi, – rispose Emma. – Obbediscimi; va a vestirti; ti spiegherò tutto, dopo.
– Ma dove andiamo, mamma? – esclamò Loredana, stendendo le mani quasi ad implorare.
– Dove andiamo? A casa; torniamo a casa nostra, a Venezia.
La fanciulla fece ancora un gesto, smarrita, guardandosi intorno.
– E Filippo? – domandò. – Lo sa, Filippo, che sei venuta, a prendermi?
Emma si sentì avvampare la faccia ed ebbe un lampo nello sguardo.
– Filippo? – ripetè. – Io, tua madre, ho da chiedere il permesso al conte Vagli per riprendere la mia figliuola? E tu obbedisci a lui, piuttosto che a me?… Lori, non farmi parlare, non tormentarmi….
Le due donne eran di fronte e si guardavano, ambedue timorose di far male e tuttavia nell’impossibilità di capirsi. Loredana tremava da capo a piedi, come già Filippo aveva tremato innanzi ad Emma; ma la fanciulla, invece di piangere e di smarrirsi, sentiva tumultuare nell’animo una ribellione sorda, imperiosa, veemente, che a pena era frenata dalla presenza della madre.
– Filippo, – essa mormorò, – Filippo non sa nulla, e io non posso partire così, senz’avvertirlo. Mi ha scritto che tornerà fra qualche giorno; ebbene, mamma, aspetta; glielo dirai tu, che io devo tornare a casa….
Emma non potè trattenersi, avanzò qualche passo, afferrò un braccio della figliuola, e la scosse con forza.
– Ma che cosa dici? – esclamò. – Chi è Filippo? Che diritti ha su di te, perchè tu non possa muoverti senza il suo beneplacito? Io non so chi sia, colui…. È un libertino che ti ha sedotta; e io devo aspettarlo qui, per chiedergli il permesso di riprendere mia figlia? Che cosa dici, pazza?
Per la durezza di quelle parole, per la stretta nella quale sentiva preso il braccio, per le offese lanciate a lei e al suo amante, Loredana proruppe. Si liberò dalle mani di sua madre, fece un passo indietro, e con gli occhi scintillanti, colla persona eretta come se tutti i nervi si fossero tesi rudemente nel suo corpo fragile, ella rispose:
– Ma è inutile, sai? È inutile che tu insista! Io non parto: io non mi muovo.
– Lori, – mormorò Emma, – pensa a quel che fai….
– Non parto, non mi muovo, se prima non è tornato Filippo, – rincalzò Loredana con voce che le usciva tronca dalle labbra. – Filippo ha dei diritti, su di me; tu puoi ignorarli; io non posso, se non sono una ragazza spregevole. I suoi diritti non li ha inventati lui; glieli ho dati io, perchè l’amo, e ho abbandonato ogni cosa per seguirlo. Egli non mi ha sedotta; gli volevo bene, gli voglio bene oggi più che mai; vivo qui sola, in questo paese, per lui. Che colpa ha Filippo in tutto questo? Se anche avessi sposato Adolfo, oggi vorrei bene a Filippo, perchè non ho mai amato che lui; e perciò Filippo è un libertino? Se anche fosse? Io lo amo, gli ho dato tutti i diritti su di me, e tanto peggio per me, dunque! Del resto, mamma, non è questione di diritti. Io dovrei partire senza avvertirlo? Egli torna, felice di stare con me, e non mi trova più? Che cosa mi ha fatto, per trattarlo a questo modo? Non parto, non mi muovo, fin che io non lo abbia rivisto….
Emma ascoltò in silenzio; il suo sdegno, a mano a mano che la figlia parlava, andava cadendo. Ella raffrontava mentalmente le parole di Filippo con le parole di Loredana, e sentiva di trovarsi alle prese con una passione senz’argini, fatta d’impeto, contro la quale era impossibile agire con la forza.
Sedette in una poltrona, e quando Loredana tacque, ella disse, addolcendo la voce:
– Capisco che lo ami. Lo ami più di me. Io sono una povera mamma, Ero venuta per perdonarti…. Quante mamme avrebbero perdonato?
Udendo quella voce, la solita voce buona di sua madre, Loredana s’avvicinò, si mise in ginocchio presso la poltrona, ricinse con le braccia il busto di Emma; e mentre le scendevan le lagrime silenziose per le gote, susurrò:
– Sì, mamma. Io ti voglio tanto e tanto bene….
Esitò un istante, poi aggiunse con qualche incertezza:
– Ma per Filippo è un’altra cosa; non lo amo di più, lo amo diversamente. E non posso, credimi, abbandonarlo in questo modo…. Tu mi hai perdonato, mamma; e sono così felice! Ma non posso abbandonare Filippo senza dirgli una parola…. Ah tu non sai come voglio bene a te, come voglio bene a lui! Ho tanto sofferto, pensando a te, che eri sola; non ho mai avuto un giorno di requie; non dirmi che io ti ho dimenticata….
Cautamente, mentre Loredana parlava, Emma le tolse il lungo spillo e le liberò la testa dal cappello, posandolo sulla tavola vicina; poi con la mano leggera le accarezzò i bei capelli dai riflessi dorati.
– Lo so, – disse, – che mi vuoi bene. E per ciò ti ho perdonato. Ma il mio perdono, vedi, non servirà a nulla, se non potrò aiutarti….
– Aiutarmi, come? – interrogò Loredana stupita.
– Nessuno sa che tu sei fuggita col conte. A tutti io ho narrato che sei fuori, in campagna, presso una famiglia amica. La cosa è parsa vera, e non si parla più della tua assenza; ma i giorni passano, e se tu non torni, verrà il momento ch’io dovrò confessare la tua fuga…. Hai capito, Lori? Io dovrò confessare la tua fuga, e tu non potrai più tornare a Venezia, se non vorrai che tutti ti segnino a dito, e ridano di me e di te. Hai capito, Lori? Ecco perchè son venuta a prenderti; siamo ancora in tempo; il tuo ritorno sembrerà naturale, e con l’aiuto di Dio, se nulla di peggio avverrà, questa brutta pagina della tua giovinezza sarà un mistero per tutti. Hai capito, Lori?
Loredana tentennò il capo, e si alzò, asciugandosi gli occhi.
– Non me ne importa niente, – disse poi. – Perchè devo occuparmi di ciò che si dirà un giorno?… Tu agisci, mamma, come se io un giorno dovessi sposare Adolfo Gianella o qualche altro. Io appartengo a Filippo, e apparterrò sempre a lui. Non si tratta d’una pagina della mia giovinezza; si tratta della mia vita intera, che ho donata a Filippo…. Gli altri non esistono più per me.
La madre sospirò, mulinando di pronunziar qualche parola decisiva, e temendo di pronunziarla; fece sedere la fanciulla sulle ginocchia, le fece appoggiar la testa alla sua spalla, e osservò cautamente:
– Dici bene, Lori. Hai dato la tua vita intera al conte. Ma se il conte si stancasse di te, e se tu comprendessi un giorno che gli sei di peso?
Loredana balzò in piedi, guardando sua madre con gli occhi spalancati.
– Non dirlo, mamma! Non lo pensare nemmeno! – esclamò. – Sai qualche cosa tu? Ti hanno raccontato qualche cosa di lui?
Emma allungò le braccia, fece sedere di nuovo la figlia in una poltroncina ch’ella aveva avvicinato; e di nuovo con voce dolce e piana, disse:
– Non so nulla, cara, non mi hanno raccontato nulla. Ma gli uomini sono facili a stancarsi e a mutare….
– Filippo è diverso, sentenziò Loredana prontamente.
– Il conte, – osservò Emma, – gode una posizione privilegiata, ha abitudini signorili; può stancarsi non di te, ma della vita che per te sarà costretto a condurre; forse i parenti gli daranno dei dispiaceri, e, non conoscendoti, giudicheranno che tu sia una donna cattiva. Il conte è ricco, e si fa presto a supporre che una ragazza viva con lui non per amore, ma per calcolo.
Loredana ascoltava inorridita, con le mani strette, fremendo come l’avessero obbligato a piegarsi e a guardare in un gorgo minaccioso, dal quale presto ella doveva essere ingoiata.
– Che cose ripugnanti mi dici, mamma! – esclamò, torcendo istintivamente la bocca.
Ma Emma, sorrise con tristezza, e accarezzò le mani della figlia, bianche, dalle lunghe dita.
– Son cose vere, di tutti i giorni, – ella disse poi. – Ed è per questo ch’io son venuta a prenderti. Ah, imagina, Lori, che sarebbe di me, se dovessero accusarti non solo di aver gettato il tuo onore, ma di esserti venduta a un ricco! E non pensi che potrebbero sospettare anche di me, come se io avessi visto, compreso e permesso? Io sola conosco la verità; io sola ho udito le tue parole e le parole del conte….
Si morse le labbra, volle aggiustar la frase, ma già Loredana l’aveva afferrata e già di nuovo, con un balzo, era dritta innanzi a sua madre.
– Di Filippo? – gridò. – Hai udito le parole di Filippo? L’hai visto, dunque? È stato da te? Che cosa ti ha detto?… Anch’egli mi ama, non è vero? Me l’aveva promesso, che ti avrebbe fatto giungere mie notizie; ma egli è venuto a trovarti…. Vedi come è leale? Se volesse abbandonarmi, se pensasse di potere stancarsi di me, non verrebbe a parlarti…. Dimmi quando l’hai veduto; che cosa ti ha detto?
Emma dovette raccontare, e raccontò della visita e del colloquio avuto con Filippo; la fanciulla stava attenta, quasi senza respirare, accompagnando la narrazione di sua madre con brevi cenni del capo; e quando Emma ebbe finito, Loredana tornò a sedersi e restò a lungo muta e cogitabonda.
– Infine, – ella osservò a un tratto, – egli ha acconsentito alla tua idea, e ti ha permesso di venire a prendermi. È molto strano il suo amore….
– Io l’ho persuaso, – disse Emma.
– Oh aveva paura, dunque? – domandò Loredana. – Di che cosa aveva paura? Io non ho avuto paura di nulla, quel giorno….
Tacque nuovamente; a poco a poco l’espressione del suo viso mutava, diventando chiusa e dura, come se uno spasimo contraesse i muscoli del bel volto giovanile; la fronte bianca e fresca fu solcata da una ruga, e le labbra si strinsero, mostrando agli angoli una piega di disgusto.
Ella s’alzò.
– Aspettami, – disse. – Mi svesto, indosso il mio vestitino nero, e poi partiamo!
Emma, che aveva colto con l’occhio intento la mutazione rapidissima di quel viso, che aveva notato la inflessione recisa della voce, che vedeva la figlia impallidire, volle seguirla.
Loredana entrò nella sua camera da letto, si guardò intorno come avesse sentito tremare il pavimento sotto i piedi; s’avvicinò a un baule per aprirlo; poi si fermò ancora, passandosi una mano sul volto e sulla fronte.
– Ora partiamo, – ella ripeteva. – Ora partiamo. Aspettami.
Ma, d’un tratto, mentre s’inchinava per sollevare il coperchio del baule nel quale conservava il suo povero abito nero, mandò un grido e cadde a terra di schianto.

XIV.

L’albergo fu sossopra; accorsero alle grida della signora De Carolis l’albergatrice e la signora Teobaldi; poi uscirono ambedue, soffiando e galoppando, e tornarono l’una con una bacinella d’acqua fresca, l’altra con una boccetta di sali.
In ginocchio presso la figlia sempre immobile a terra, Emma le aveva slacciato il busto; ma non riusciva a sollevarla.
La Teobaldi si provò a darle mano, e mentre s’affannava all’opera pietosa, udì il laceramento del corpetto alla Pompadour, che non aveva potuto resistere agli sforzi inusitati della cantatrice. Allora ella uscì, ancora galoppando, con la faccia color paonazzo, e tornò seguita dall’albergatore; il quale sollevò Loredana come un fuscello, l’adagiò sul letto, e si ritirò subito.
– Lori, – susurrava la madre, – -Lori, tesoro mio, amore mio….
– -Le faccia fiutar questa boccetta, – consigliò la Teobaldi, – è miracolosa! Povera fantolina; le sarà rimasta la colazione sullo stomaco….
– Ma no, – risposo Emma. – Mi dia dell’acqua fresca.
La Teobaldi recò la bacinella, e con la mano Emma spruzzò il viso della figlia, due, tre volte.
Loredana sospirò infine, profondamente, e il seno bianco si sollevò come per un singulto.
– Lori, – susurrò Emma, – amore mio, sono qui.
– Ecco, ecco! – esclamò la Teobaldi. – Rinviene; apre gli occhi….
Apriva gli occhi, infatti, Loredana, e li volgeva intorno senza raccapezzarsi; ma incontrò lo sguardo di sua madre e sorrise, allungando una mano per prender la mano di lei. Emma le coprì il viso di baci, piangendo e balbettando parole di tenerezza.
– Che bella scena! – osservò la Teobaldi, colpita nel suo sentimento estetico. – Che bella scena d’amor materno!
Loredana riconobbe la voce, e mormorò a sua madre:
– Mandala via!
Emma si volse.
– Io la ringrazio, signora, – disse alla Teobaldi. – Lei è stata molto gentile….
– Non lo dica, non lo dica, – interruppe Clarice, – io voglio molto bene a sua figlia. Come si fa a non volerle bene?
Si avvicinò al letto e si rivolse a Loredana:
– Sta meglio, signora? Ah, ma com’è bella, così!… È vero che sta meglio? Un po’ d’imbarazzo, forse. E poi, nella sua condizione di giovane sposa, un malessere momentaneo può avere tanti significati….
Emma fremette da capo a piedi, quasi fosse stata punta. Quell’udir chiamare sua figlia “giovane sposa”, quell’allusione a una maternità possibile, la richiamarono d’improvviso alla realtà senza illusioni.
– Lasciamola, lasciamola, – disse alla Teobaldi, – ha bisogno di riposare, adesso. La ringrazio di nuovo, signora.
La Teobaldi salutò ancora Loredana, salutò Emma, ed uscì tra il fruscìo dell’abito alla Pompadour e della sottana inamidata.
– Non ti spaventare, – disse la fanciulla a sua madre, non appena l’uscio fu chiuso alle spalle della cantatrice. – Sto bene, ora; possiamo partire….
E fece l’atto di scendere, ma Emma la rattenne.
– No, – disse. – Puoi aspettare; partiremo stasera.
Ella avvicinò una poltrona e sedette; Loredana chiuse gli occhi, e per lungo tempo le due donne non pronunziarono verbo, seguendo ciascuna i proprii pensieri. Il silenzio era pesante; non risonava nell’albergo alcun rumore, e appena dal basso veniva il mormorìo del lago, che lambiva la casa; di tanto in tanto, s’udiva l’ultimo frinire delle cicale, salutanti il sole ch’era presso al tramonto.
A un tratto Loredana volse il capo, e domandò:
– Ti ha detto lui, che io era qui? Ne sei ben sicura, mamma?
– Come potrei ingannarti, amore mio? – rispose Emma.
– E ti ha permesso di venire a prendermi?
– Ha dovuto cedere; ha pianto, ha pregato, ma ha dovuto cedere….
La fanciulla sorrise con amarezza.
– Io, – disse poi, – io non ti avrei detto nulla, se fossi stata Filippo; o se per disgrazia mi fosse avvenuto di dirtelo, sarei partita subito, subito, avrei preso con me colei che amavo, e mi sarei nascosta ben bene. Io avrei fatto così.
Emma non rispose, e vi fu un’altra pausa lunga.
– Ma che cosa fa, a Venezia? – riprese Loredana. – Te lo ha detto?
– No.
– È tornato nella società elegante, – mormorò la fanciulla, quasi parlando con se stessa. – Dice che non può muoversi, perchè deve rispondere alle cortesie e agli inviti che gli fanno; e io ero qui, sola, di giorno e di notte, in un paese che non conosco, dove tutti mi guardano in così strana maniera!
Tacque; poi, d’improvviso, domandò:
– Che cosa voleva dire quella sciocca?
– Chi, Lori? – chiese Emma.
– La Teobaldi.
– Non ho udito nulla.
– Ma sì: ha detto che il mio malessere può avere tanti significati….
Emma alzò le spalle con disdegno.
– E una sciocca, lo hai detto, – mormorò.
Verso le otto, pranzarono in silenzio, rapidamente. L’albergatrice, che le serviva ella stessa a tavola, indovinò qualche avvenimento grande, e, chieste notizie della “signora contessa”, non domandò altro; poi dispose per avere una carrozza che le conducesse a Desenzano, dove avrebbero preso il treno; e fu stupita, apprendendo che lasciavano i bauli e le valigie.
Era un’idea di Emma, la quale non voleva portarsi a casa i regali e il corredo fatti dal conte a sua figlia.
– Vuol dire che tornano? – osservò l’albergatrice.
– Senza dubbio, – rispose Emma. – In ogni modo, il conte s’incaricherà lui di dare ordini pel bagaglio.
Appena la donna fu uscita, Loredana svestì l’abito di seta color d’oro, indossò presto l’abituzzo nero, che agli occhi della madre la ringiovaniva e quasi la purificava.
La fanciulla non parlava, come avesse avuto bisogno del silenzio per sostenere la sua volontà e per trovare forza in quegli istanti crudeli, in quell’ora in cui il passato cadeva nel nulla e un avvenire torbidamente incerto le si spalancava innanzi.
Quando fu pronta, disse:
– Aspettami, torno subito.
E prima che la madre pensasse a trattenerla, Loredana uscì, discese le scale, andò in cerca della Teobaldi.
Era ripresa dalla necessità di dire una parola a Filippo, di mandargli un saluto; non poteva, da un istante all’altro, staccarsi da lui e dimenticarlo; tutta la sua anima, tutto il suo corpo gli appartenevano ancora, quantunque egli le apparisse ora così diverso da quello che aveva sognato, così cattivo e vile.
Trovò la Teobaldi in cucina; parlava sommessamente con l’albergatrice, presso la tavola, sulla quale eran disposti i piatti e le posate sporche.
Loredana s’affacciò alla soglia, e con voce che fece dare un sobbalzo alla Teobaldi, chiamò:
– Signora Clarice!
L’altra le si avvicinò senza rispondere, e la fanciulla la condusse fuori, nell’atrio; poi prese una matita, vergò alcune parole sopra un pezzo di carta, e disse:
– Di lei mi posso fidare?
La Teobaldi mise una mano sul petto esuberante, e rispose:
– Tesoro mio, che cosa domanda? lo darei la vita per farle piacere.
– Bene: lei deve spedirmi domattina questo telegramma; vada a Peschiera e lo spedisca di là; qui non c’è telegrafo. Ma non dica parola ad anima viva. Mi posso fidare?
Clarice ripetè il gesto, e rispose:
– Le ho detto: per farle piacere, darei la vita; che cosa devo dirle di più? Domattina alle nove sarà fatto tutto.
– Prenda, – soggiunse Loredana, – questo è il telegramma, questi sono i denari per la carrozza. Su, su, non voglio che rifiuti. Perchè deve spender lei? E la ringrazio di cuore. Ma non parli nemmeno con l’aria.
La Teobaldi afferrò la mano della fanciulla, e domandò inquieta:
– Ci rivedremo? Tornerà?
– Sì, ci rivedremo…. Addio, grazie!
Allora Clarice non si rattenne, allungò lo braccia, si strinse Loredana al petto, baciandola sulle guancie impallidite.
– Addio, tesoro! Addio, bellezza! Che la Madonna l’aiuti….
Sentendo in quell’abbraccio il calore d’una affezione sincera, d’una simpatia verace, Loredana si liberò dalla stretta dolcemente, e sorrise con malinconia.
– Che la Madonna l’aiuti! – ripetè Clarice.
Ma, già la fanciulla saliva rapida le scale e tornava presso sua madre, la quale le veniva incontro, inquieta.

XV.

Le emozioni della signora Clarice Teobaldi non dovevano finir così presto.
Quella sera stessa vide partire Loredana con sua madre nella carrozzella che le conduceva a Desenzano. La fanciulla, vestita d’un abito nero, inelegante e povero, mostrava gli occhi stanchi per il pianto, e tutto il suo corpo si reggeva a mala pena, quasi che un peso invisibile e intollerabile le gravasse le spalle.
Salita nella carrozza, fece alzare il soffietto, si rincantucciò al suo posto, abbassò il capo, e parve con la mente allontanarsi subito da tutto quanto la circondava. Sua madre non apriva più bocca, ma aveva sguardi lunghi e meditabondi per la figliuola.
La vettura, partì, s’avviò per la strada sulla quale Loredana aveva il giorno stesso incontrata la mamma; sparve nell’oscurità della sera calante; qualche tempo ancora risonò il tintinnìo dei campanelli, poi il silenzio ricadde come un velo fitto, che separasse per sempre il passato da ciò che doveva avvenire.
La Teobaldi, rimasta sola, col cuore gonfio di gratitudine per la missione delicata affidatale da Loredana, col cuore gonfio di sconforto per la partenza della fanciulla, disdegnando esprimersi con l’albergatrice, salì nelle camere di Loredana, ne trovò l’uscio aperto, entrò.
Sulla tavola stava un doppiere, che la Teobaldi ravvisò nella penombra; ella lo accese, gettò un’occhiata in giro, afferrò il senso di desolazione ond’erano invase quelle camere, nelle quali s’era svolto un poema d’amore. Il piano era tuttavia aperto; in un angolo stava un grosso baule; sul divano giacevano un cappello bianco, una cintura rossa, un ombrellino scarlatto, gettati alla rinfusa, quasi con rabbia.
Nella camera da letto, dove la Teobaldi si recò, portando con mano incerta il doppiere pesante, restavano sul cassettone ancora tutti gli oggetti graziosi, ch’ella aveva ammirato altra volta; spazzole o pettini d’avorio, uno spruzzatore d’argento, un bruciaprofumi in bronzo; innanzi al letto le pantofoline trapunte d’oro; a terra giaceva, anche una camicia da notte, che la Teobaldi raccolse, piegandosi dopo non pochi sforzi, e ammirò per i bei merletti che l’ornavano.
Aleggiava nell’aria un profumo tenue, come la persona che era vissuta nella camera avesse lasciato dietro di sè un solco misterioso, fatto di olezzo inafferrabile e penetrante.
La Teobaldi ritornò nel salottino, depose sulla tavola il doppiere, e si mise al piano.
Le tornarono alla mente le note di quella romanza, “Mon rêve”, che aveva cantato a Loredana; e le richiamò, dolcemente, stonando con delicatezza, quasi che la fanciulla avesse potuto ancora udirla. Ella se l’imaginava come allora, distesa sul divano, tutta bella, tutta superba del suo amore, nervosa per l’impazienza di riveder presto il conte.
Ma volgendosi, Clarice sentì il vuoto che la circondava, e restò al piano assorta….
Ah, essa aveva capito subito un mistero nella giovane esistenza di Loredana, e aveva tremato subito per lei! Chi le avrebbe detto ch’ella stessa, Clarice, sarebbe stata la confidente in quel dramma, troppo semplice per non essere compreso?
Di quella fiducia insperata, la Teobaldi conservava, così profonda l’impressione, ch’ella si sarebbe ormai fatta uccidere piuttosto di parlarne. Non le era mai avvenuto d’essere messa a parte d’un segreto, perchè i maligni la dicevano pettegola; soltanto Loredana aveva improvvisamente, istintivamente avvertito ch’ella sarebbe stata capace, per amor proprio e per gratitudine, d’un silenzio eroico.
Non aveva nemmeno letto il telegramma affidatole da Loredana, e l’avrebbe spedito senza leggerlo.
Presa questa risoluzione, ella passeggiò con le mani sulla tastiera ingiallita e suonò lentamente la “Serenata” di Schubert, che le spezzava sempre il cuore, e che in quell’occasione le fece piover dagli occhi lagrime abbondanti. Pareva l’addio alla fanciulla lontana, che nel frattempo viaggiava, viaggiava, verso un destino crudele, verso una città nella quale non avrebbe trovato se non memorie di giorni cancellati per sempre; pareva il grido d’un’anima stanca e delusa….
Ma, la Teobaldi si destò di soprassalto dal suo sogno.
Aveva udito la voce dell’ostessa, la quale stava ritta sul limitare, e le diceva:
– Che le viene in mente, signora Clarice? Bisogna chiudere, qui, perchè mi hanno affidata tutta la roba….
– Non penserà mica ch’io son venuta a portarla via? – osservò la Teobaldi alteramente.
– Dio me ne guardi! – esclamò l’ostessa.
– Bene, bene, me ne vado, – concluse Clarice.
Si alzò e si avviò verso l’uscio, per recarsi nella sua camera; ma l’albergatrice aveva voglia di chiacchierare, e riprese:
– Che ne dice?
– Di che?
– Ma di questa partenza. Ha visto com’era disfatta la signora contessa? Che ne dice, lei?
– Io? Io ho l’abitudine di non impacciarmi degli affari altrui, – sentenziò la Teobaldi. E aggiunse, con una occhiata di traverso: – E lei farebbe bene a imitarmi, per rispetto ai suoi ospiti!
L’albergatrice rimase intontita, fulminata, da tanta austerità, alla quale non trovava altra spiegazione se non che gli artisti son tutti pazzi da catena.
Ma intanto la Teobaldi l’aveva piantata sulla soglia; e quasi ad aumentar la stupefazione della femmina, riprese con tono imperativo:
– Domattina alle otto, una carrozza per Peschiera!
L’ostessa spalancò la bocca, e allargò le braccia.
– Come, signora Clarice, vuol partire anche lei! – esclamò la povera donna. – Sarebbe offesa per quel che le ho detto, senza intenzione…?
– Che partire! Faccio una scappata e torno; starò fuori poco più d’un’ora in tutto.
L’ostessa respirò e non rispose altro, racconsolata.
La Teobaldi fece come aveva detto. La mattina seguente, alle otto, montò in carrozza, giunse a Peschiera, spedì il telegramma senza leggerlo, si fece rilasciare una ricevuta, e tornò a Sirmione.
Sulla soglia dell’albergo trovò l’ostessa, che appena la vide, le andò incontro col più schietto de’ suoi sorrisi, e le disse:
– Veda, signora Clarice. Io ho chiuso l’appartamento del conte Vagli. Queste sono le chiavi, e vorrei pregarla di tenerle lei.
Clarice le prese, le mise in tasca, e rispose:
– La ringrazio; penserò io a tutto. La ringrazio molto.
L’ostessa aveva parecchie domande da fare, ma non osò.
– Anche la signora contessa, – osservò rientrando, – sarà contenta che le tenga lei, perchè le voleva bene.
– Ah sì, che sia benedetta! – esclamò la Teobaldi. – Mi voleva bene, mi stimava, mi considerava. Giovane come l’acqua, ma testa fina!…
E a vincer la tentazione di spiattellare ogni cosa, s’arrampicò bofonchiando per le scale, e riparò nella sua camera.
Vi sarebbe restata, tutto il giorno, contentandosi di mangiare il prosciutto e l’uva che s’era comprato a Peschiera, se verso le quattro non fosse accorsa l’ostessa trafelata a chiamarla.
– Venga, signora Clarice, – ella disse alla Teobaldi. – È arrivato il signor conte, e desidera parlarle.
La Teobaldi arrossì per l’emozione.
– Il signor conte? – ripetè. – È già arrivato? Desidera parlarmi?…
Si diede un’occhiata, per incosciente civetteria, in uno specchio che la faceva verde; si aggiustò i cernecchi grigi, si diede un colpo di mano alla veste, e finalmente seguì l’altra, che aveva frenato a stento l’impazienza.
Sotto l’atrio trovarono Filippo, che passeggiava nervosamente, a testa bassa, arricciandosi i mustacchi. La Teobaldi si sentì stringere il cuore, vedendo quel viso sbiancato: si sarebbe detto che in così poco tempo Filippo fosse dimagrito e che una mano invisibile lo curvasse un poco.

XVI.

– È lei la signora Teobaldi? – egli domandò con voce spenta a Clarice. – Ha lei le chiavi dell’appartamento?
Clarice si presentava già, le chiavi in una mano e la ricevuta del telegramma nell’altra.
– E questo, che cosa è? – domandò Filippo guardando il pezzetto di carta.
– È la ricevuta del telegramma, che ho spedito stamane per ordine della signora contessa, – rispose Clarice, pensando che non le conveniva far comprendere al conte tutto ciò ch’ella aveva imaginato.
– Ah, l’ha spedito lei! Loredana ha dato a lei questo incarico! – disse Filippo. – Lei è stata a Peschiera?
– Sì, signore, – confermò Clarice. – La signora contessa era molto buona con me.
Filippo diede un’occhiata alla Teobaldi, poi, come colpito da un pensiero improvviso, soggiunse:
– Io devo ritirare i bauli; vuole aiutarmi a mettere un po’ d’ordine, signora Teobaldi?
Clarice non credeva alle proprie orecchie; le maniere cortesi di Filippo, l’accoglienza gentile, l’invito a dargli mano, la mandavano in visibilio. Ella squadrò l’ostessa, ch’era rimasta in disparte, e rispose:
– Io sono molto onorata, signor conte….
Filippo la precedette sulle scale, arrivò al primo piano, aperse, fece entrare la Teobaldi, richiuse. Egli, che pur sentiva crescergli in cuore una disperata amarezza, non battè ciglio, vedendo sul divano il cappellino dell’amante.
– Si sieda, – disse alla Teobaldi. – Mi aiuterà quando le dirò io.
Da un largo baule pendeva il mazzo delle chiavi; Filippo aperse, e riprese:
– Ecco, signora Teobaldi; qui occorre la sua opera. Il baule della biancheria non può essere spedito così.
Clarice si alzò dalla poltrona, quasi spinta da una molla, e corse a vedere: la biancheria, era magnifica, in tela finissima, ornata di merletti e di fettucce.
– Ora ci penso io, – dichiarò la Teobaldi.
E mentre con cura meticolosa estraeva dal baule la biancheria, per riporvela poi sapientemente, Filippo prese una sedia e si mise a sedere vicino.
– È partita ieri sera, con sua madre? – egli domandò in capo a un attimo d’esitazione.
– Sì, signore. Sono andate in carrozza a Desenzano, e di là hanno preso il treno, io credo…. Ma che stupende sottane!…
– Ed era allegra? – chiese Filippo.
Clarice, che passava con un carico di sottane bianche sulle braccia, si fermò.
– Ah no, signor conte! Anzi, è stata malissimo, durante il giorno.
Filippo diventò subitamente pallido.
– È stata male? – ripetè. – Per carità, mi racconti, mi racconti tutto.
Allora la Teobaldi depose cautamente le sottane sulla tavola, prese una sedia ella pure, e raccontò dell’arrivo di Emma, dello svenimento di Loredana, dell’invio del telegramma, senza obliare l’incidente più piccolo, senza dimenticar parola, quasi avesse scritto ogni cosa ed ora rileggesse.
– Ma come ha potuto sua madre ricondurla a Venezia, se stava male? – esclamò Filippo, quando l’altra ebbe finito. – Come ha osato commettere questa cattiveria?… Ah Loredana, Loredana, Loredana!…
Egli chiamò l’amante a voce alta, quasicchè ella avesse potuto rispondergli, ed era nel suo viso una tale espressione d’ambascia, che la Teobaldi restò inchiodata sulla sedia, senza trovare una frase di conforto.
– Lei non sa, – riprese Filippo, – lei non sa, non imagina che cosa sia Loredana per me: è la vita, capisce? Me l’han portata via, come si strappa un balocco dalle mani di un fanciullo, e vorrebbero ch’io tacessi, che figurassi anzi quasi un complice, che non la vedessi più…. Non veder più Loredana, le pare possibile?
La Teobaldi fece un gesto disperato con le mani, come a dire: “Impossibile”, ma il gesto richiamò Filippo alla percezione della realtà; sentì quasi meraviglia di trovarsi di fronte alla vecchia dalle sopracciglia al nerofumo e di sorprendersi a parlarle con tanta confidenza. Mutò voce, e disse:
– Vogliamo riprendere il lavoro?
Clarice riprese tosto, e, curva sul baule, sostando ad ogni poco, trasse tutta la biancheria e ve la rimise lentamente.
– Lei è di Venezia? – domandò Filippo, dopo una pausa.
– No, signore; son di Verona; ma ho a Venezia qualche parente….
– Ah! – mormorò Filippo. – Allora conosce bene Venezia?
La Teobaldi sbuffò, perchè si rialzava, dopo aver collocato nel baule una bella collezione di calze di seta.
– Certo, – disse. – Vado a Venezia almeno due volte all’anno…. Queste calze rappresentano un tesoro; la calza di colore per l’estate è l’ultima parola della moda.
– Se viene a Venezia, – interruppe il conte, – non si dimentichi di me: avrò piacere di vederla….
– Ah, conte! – esclamò la Teobaldi. – Metter piede a palazzo Vagli, io, povera meschina!
Ella s’era fatta più rossa pel piacere, e s’imaginava già d’arrivare in gondola al palazzo, di salirne le scale preceduta da un valletto in livrea, di incontrarsi con qualche dama dal nome sonante, e di potere un giorno destar l’eco delle ampie vôlte con le note d’una romanza, probabilmente intitolata “Mon rêve”….
– Che idee! – osservò Filippo. – Perchè non dovrei io trattarla come la trattava Loredana?
Il nome della fanciulla risonò di nuovo nella camera, risonò dolorosamente nel cuore dell’uomo. Egli ripetè:
– Venga a trovarmi, venga a trovarmi.
E alzandosi, andò alla finestra a guardare il lago, placido nel suo denso color di cobalto.
Clarice intuì ch’egli era caduto di nuovo in preda al dolore e ai ricordi, e non volendo riuscire importuna, si studiò di lavorar presto, senza chiasso, ma con precisione. Riempito un baule, passò nella camera da letto, raccolse le spazzole, i pettini, le fiale, tutti i preziosi gingilli ch’eran rimasti sul cassettone e ne fece un imballaggio accurato; poi guardò gli altri bauli, accomodò quelli ch’erano in disordine.
E mentre, sudando e soffiando, faticava con tanto entusiasmo e con sì accorta discrezione, pensava che alla sua non più giovane età – ella non confessava gli anni nemmeno a se stessa – aveva finalmente il conforto d’esser compresa. Prima Loredana, poi il conte, uno dei più nobili patrizii veneziani, riconoscevano in lei la donna saggia, prudente, fidata; e, oltre la soddisfazione di quella tarda vittoria, ella gustava la voluttà di vivere in pieno romanzo, tra una tempesta di passione, della quale sentiva la rossa fiamma, sognava i vaghi episodii.
La voce di Filippo, che le risonava alle spalle, la fece trasalire.
– Io credeva di trovarla qui, – egli disse, pensando a Loredana. – Il suo telegramma non era chiaro. Se lo ricorda?
– Io non l’ho letto, signor conte, – dichiarò Clarice con solennità. – Ho eseguito l’incarico affidatomi, e mi sarebbe parsa indiscrezione riprovevole gettar l’occhio sul….
– Bene, – interruppe Filippo. – Diceva: “Un addio prima di partire”. Credevo d’arrivare in tempo. Ah se non ci fosse stato di mezzo Candriani con quella sua stupida compagnia e quella gita, e quel pranzo! Ma non è possibile finirla così…. Che cosa devo fare, che cosa devo fare?
Clarice Teobaldi, udendo parlare di Candriani, di compagnia, di gite e di pranzi, ebbe la vertiginosa impressione di trovarsi già a piene vele nell’oceano della grande società; e sedette, si asciugò la fronte con la pezzuola, ripetè guardando per terra:
– Che cosa dobbiamo fare?

XVII.

“Non si tratta d’una pagina della mia giovinezza; si tratta della mia vita intera.”. Le amare parole che la figlia aveva pronunciato in un grido di dolore, tornarono alla mente di Emma De Carolis non appena ebbe varcata la soglia di casa a Venezia.
Tutto era mutato. Loredana trascinava con sè, in quelle camere già piene delle sue risa e del suo canto, qualche cosa d’infinitamente triste, qualche cosa che non si poteva vincere, qualche cosa che mutava il senso della vita, rimanendo immutabile.
Emma la guardava camminare, parlare, vivere, senza riconoscerla; la fanciulla d’un giorno era spenta.
Subito, appena arrivata, Loredana, s’era messa a letto con la febbre; quel viaggio di sera, da Desenzano a Venezia, quella strada già percorsa in senso inverso con Filippo, e tutta piena di episodii memorabili, le avevano suscitato in cuore un tale spavento, una tale disperazione, da farle perdere conoscenza appena tornata nella sua casetta sul campiello muto.
E di quello strazio le eran rimasti in mente una lettera e un numero, “a 3622 a”, ch’erano segnati all’interno sulla portiera del vagone, e che ella aveva fissato per tutto il tempo del viaggio attraverso la campagna scura.
Furono giorni orrendi.
La canicola mozzava il respiro; Venezia era deserta; i vaporetti portavano al Lido orde di disperati in cerca d’aria più leggera; e lo scirocco pesava, spietatamente, fiaccando il corpo e lo spirito di giorno e di notte.
Per un mese intero, Loredana non volle uscir di casa; la gente le incuteva paura, i discorsi la irritavano; se la madre era intorno a lei con mille piccole cure insolite, ella sentiva la pietà pel suo dolore, e il dolore le tornava più vivo; se la madre si sforzava di fingersi lieta, Loredana si sentiva sola, avvilita, torturata da un sogno e da un rimpianto inutili.
Ad ogni tentativo di sollevarsi, di liberarsi, di rivivere, s’agitavano in lei i ricordi minuti del suo amore, ed era come chi non potendo retrocedere, nè avanzare, nè durare sul posto, si dispera in cerca d’un aiuto o d’una idea o d’un’illusione.
Di Filippo, non più notizie. Che pensava? Che contava di fare? L’aveva abbandonata così, approfittando dello insperato intervento della madre? Il suo amore era stato anche più vile e più rapido d’un capriccio; Filippo aveva voluto il corpo della fanciulla, lo aveva corrotto per la sua libidine, lo aveva foggiato a strumento di piacere; e, subito stanco, non tentava nemmeno difendere la sua conquista. Tre anni di finta amicizia gli avevan dato finalmente il possesso di Loredana; e pochi giorni eran bastati a saziarlo; essa era stata il suo zimbello per tutto quel tempo; e non aveva memorie che di Filippo, perchè tre anni addietro era una piccoletta, che confondeva ancora il conte con le bambole.
Come vivere, ormai? Che cosa poteva sperare? Aveva provato ogni gaudio nel giro di brevi giorni; il suo corpo sentiva ancora la carezza lunga e morbida, che l’aveva iniziata all’amore, dando al sangue un moto più vivo, più gagliardo, più impetuoso; e tutto d’improvviso le era stato tolto; e le notti insonni erano insopportabili per lo spasimo del desiderio che le ricordava una bocca ardente, un abbraccio violento, una preghiera e un dominio.
Ma non era possibile che Filippo fosse così repentinamente scomparso dalla sua esistenza. Doveva tornare; sarebbe tornato domani, doman l’altro, un altro giorno prossimo; l’avrebbe richiamata, per continuare quel gaudio, per confondere le anime loro….
Il passo di sua madre la faceva trasalire. La mamma aveva snebbiato il sogno, e invece dell’amore di Filippo le aveva recato il perdono. Chi chiedeva il suo perdono? Erano felici; lassù, ai piedi delle Grotte, non si ricordava la madre, non si ricordava il mondo; le acque del lago erano limpide e gli amanti vi si specchiavano, e le loro voci avevano toni d’infinita sollecitudine, e le giornate erano brevi, e le notti erano brevi. Egli la spogliava con quelle sue mani esperte, e ogni sera ella arrossiva, fremendo e sentendo il fremito di Filippo, che voleva indugiare e far presto, contemplare e possedere, allontanar la coppa e bere avidamente. Il mattino, sempre lieto, ascoltava i loro discorsi; dovevano partire di giorno in giorno. Filippo parlava di Roma con un entusiasmo che nessuno avrebbe mai supposto in lui; Roma tutta dorata d’un sole giallo e abbagliante, Roma stupenda a dispetto degli uomini e del tempo, Roma che ha visto milioni di pellegrini d’amore, sperduti e obliati nei secoli, contenti e umili, Roma appariva anche nei sogni di Loredana. E dovevano andarvi di giorno in giorno, ma intanto le acque limpide del lago e la quiete del paese e il bel silenzio e le care abitudini di giorno in giorno li trattenevano. Che importava? Vi sarebbero giunti, più tardi; come presente e come avvenire non avevano che il loro amore, il quale pervadeva anche tutto il passato di Loredana; sarebbero giunti più tardi a Roma, col loro amore, grande abbastanza per così grande teatro….
Invece di quell’arcano, di quell’intimo poema, fatto di realtà e d’illusione, forte e inebbriante questa come quella, la vita s’era chiusa d’un tratto. Pareva a Loredana d’essere stata colta nel sonno e trasportata a Venezia; e nessuna di tante delizie esisteva più; non restava che il perdono di sua madre e l’obbligo di tacere, simulando una verginità di corpo e di mente, che aveva offerto da tempo in olocausto, tutta vibrante di gioia, al solo uomo degno d’insignorirsene.

Poi cominciarono i pettegolezzi.
Emina De Carolis s’accorse in breve, con terrore, che tutti sapevano. Che cosa sapevano? Ogni cosa e niente. Ma nessuno aveva creduto al soggiorno di Loredana a San Donà; avevan fatto finta di credere per convenienza; si era notato che a San Donà Loredana non aveva messo piede quell’anno, e che sua madre era turbatissima, e che rifuggiva dal parlarne; e che una notte era tornata da un paese misterioso, con la figlia, che non pareva più quella, che alcuni dicevano malata, che altri affermavano essersi imbruttita e che gli uomini esperti giudicavan bella, degna di concupiscenza e già istruita per l’amore.
S’era saputo che anche quel signore, un conte, il conte Filippo Vagli, il quale frequentava la casa da amico intimo, anch’egli era stato assente da Venezia tutto il tempo ch’era mancata Loredana…. Come s’era saputo? Per quella misteriosa catena di parole e di chiacchiere, che ha talvolta il primo anello in un’alcova e l’ultimo in una bottega.
La famiglia Gianella, avuto appena sentore di qualche diceria, soffiò sotto, perchè il giovane Adolfo non tornasse a incapricciarsi di quella svergognata, non pensasse alle volte di sposarsi quella disperazione. Si determinarono i fatti: Loredana era scomparsa qualche tempo per mettere alla luce un figlio, che aveva abbandonato in campagna, presso una contadina; il figlio era nato dalla tresca tra la ragazza ed il conte, il quale aveva coronato l’opera abbandonando la sedotta.
E vennero fuori i testimonii improvvisati di quell’amorazzo: chi aveva visto Filippo entrar nella casa a notte fatta e non partirsene che all’alba; chi aveva notato che la madre lasciava gli amanti soli, chiusi in camera, per lunghe ore; una vicina, affacciandosi alla finestra, aveva dovuto assistere agli amplessi dei due, che si davan baci spudoratamente; un’altra invece affermava che non appena giungeva in casa Filippo, le finestre del salotto si chiudevano e si tiravan cortine e tende.
Questa marea di fango saliva, saliva, a poco a poco; forse in qualche anima di ragazza brutta o di donna volgare rodeva anche l’invidia per l’avventura, qualunque ella fosse stata, e ciascuna, pensava che al posto di Loredana avrebbe ceduto, ma più sapientemente, così da provvedere anche al proprio domani; e ciascuna si rammaricava di non aver trovato un ricco signore per amarlo, esserne amata e metter da parte un peculio. Onde, allo sdegno per la verecondia calpestata, non andava disgiunto in quelle donne un certo senso di commiserazione sprezzante per l’idealismo di Loredana, che seminava figlioli senza assicurarsi l’avvenire.
Ma quella madre! Quella madre che non aveva occhi nè orecchie, e si lasciava sedurre in casa la figlia, e se la riprendeva poi con tanto agio! Che pensare di quella madre, se non che ella avesse trovato il suo tornaconto nell’affaraccio?
Una comare, la signora Opimia Incudi, un vero chiodo dalla testa piccola sopra il corpo allungato, si presentò finalmente a Emma De Carolis, la quale non ricordava bene dove l’avesse conosciuta; e avvisò la signora delle voci che correvano, perchè sapesse regolarsi, perchè non si fidasse della gente, perchè provvedesse a tutelare l’onore suo e della figliola, perchè era tempo di metter fine a tanta cattiveria. E nel frattempo la signora Opimia stava, a guardar l’effetto delle notizie sulla faccia di Emma, e aspettava qualche risposta che servisse a nuovi comenti e a nuove induzioni. La faccia di Emma era pallidissima, gli occhi le si appannavano per lo sdegno; ma mentre appunto doveva venir la risposta, la difesa, la confessione, qualche cosa che ripagasse la signora Incudi della sua buona opera, comparve in salotto Loredana, la quale si fece ripetere tutta la storia.
E fu un colpo per la signora Incudi, quando la fanciulla si mise a ridere. Anche la mamma la guardò con un senso di sollievo, perchè aveva temuto che Loredana soffrisse acerbamente.
Loredana rideva, senza ostentazione, trovando nuova cagione d’allegria e di risa nell’aspetto stralunato della signora, alla quale traballava, la punta del naso lunghissimo sotto l’impressione della maraviglia.
Poi, senza dir parola, Loredana uscì, lasciando che sua madre s’indignasse per le calunnie riferite; e non fu mai così allegra come quel giorno.
La visita della signora Incudi le aveva fatto bene, le aveva recato un alito di vita; il susurro di quei pettegolezzi la ristorava. Non aveva cercato di meglio; ora sapeva, ora aveva il concetto chiaro di quel che poteva aspettarsi.
Era contenta che si mormorasse; ciò le risparmiava la commedia che sua madre aveva ingenuamente pensato, quella commedia di verginità, che le ripugnava. Era stata l’amante di Filippo, non aveva amato che lui ed era ancora sua…. Doveva fingere per la signora Incudi e per le sue amiche, doveva far loro intendere la nobiltà del suo sentimento, se quelle femmine per poco non l’accusavano di avere ucciso un figlio?
Ormai, al confronto di tutto ciò che si narrava, esser l’amante di Filippo sembrava quasi una virtù; e lieta di quella strana liberazione dalle paure del mondo, che la malignità del mondo le offriva, Loredana sentì crescere il coraggio per sostener meglio lo sguardo di sua madre, per attendere ciò ch’ella sperava in segreto ostinatamente, per vivere della sua vita, senza curarsi del giudizio altrui. La collana d’oro a maglie piccoline con la medaglia era diventata un talismano, e la fanciulla aspettava, credeva, perchè la medaglietta diceva: “Sempre” e recava una data, che Filippo non doveva dimenticare.
Si rimise a vivere; andò a trovar qualche amica, la quale non pareva saper nulla, ma non domandava nulla intorno a quanto aveva fatto Loredana in quell’ultimo tempo; uscì a passeggio, e perfino un giorno, un giorno dal sole furioso, le salì alle labbra un motivo che non le piaceva e che pur l’inteneriva, e si provò a cantare, e tacque subito, perchè quell’aria le rammentava la cameretta cara di Sirmione e la povera signora Teobaldi, tanto maltrattata in principio, che si girava sullo sgabello di reps rosso, e diceva, aspettando un elogio:
– Eh?

XVIII.

Poi, d’un tratto, Loredana si rintanò in casa di nuovo, come impaurita, e non volle più uscirne.
Aveva incontrato Adolfo Gianella per istrada e s’era rifugiata in un negozio a comprar bottoni e nastri; ma non così presto che Adolfo non avesse potuto vederla, sentire il sangue avvampargli la faccia e il cuore martellargli in petto.
Gli avevano tanto e tanto parlato di Loredana, delle sue colpe, dei suoi amori, della sua perfidia, che mentre egli lavorava a tutt’uomo per dimenticarla, essa gli tornava alla mento con acre persistenza; e la fantasia s’infervorava a seguirla nel turbine della nuova vita, tra i divertimenti che il seduttore prodigava certo intorno a lei, per ubbriacarla di gioia e avvincerla a sè tenacemente.
Poi Adolfo apprese la notizia del suo ritorno, e ne fu percosso come da un gran colpo; il ritorno scombuiava tutte le visioni fantastiche. Era un pentimento? Era una sconfitta? Era una sosta? E i pettegolezzi incalzavano; il conte l’aveva abbandonata, l’aveva gettata da banda, come un cencio. Tornava povera come prima, e non era più come prima….
Adolfo imaginò la disperazione di colei ch’egli chiamava un giorno sua fidanzata; e s’alternava nel suo animo il piacere della vendetta insperata con la vergogna per quel piacere; e, quando meno se l’aspettava, s’imbattè in lei, e sentì il cuore martellargli in petto e il sangue avvampargli la faccia.
Allungò il passo, non sapendo egli medesimo che volesse fare, spinto dal bisogno di leggere la verità su quel viso, di rintracciare dentro gli occhi della ragazza la parola suprema dell’enigma; ma Loredana, al vederlo, si gettava nel primo negozio che le si parava innanzi, e Adolfo non osava aspettarla all’uscita.
Di quell’incontro egli non soffiò verbo ad alcuno; in casa Gianella, del resto, dopo un uragano di romanzesche calunnie e di drammatiche imprecazioni, il nome di Loredana non si pronunziava più; la madre di Adolfo per poco non spingeva l’ostentato disdegno per la perduta fino a vestir di gramaglia, come si usa nelle case principesche.
Ma la visione della ragazza bruciava dentro, nel cuore di Adolfo; ed egli cominciò a gironzare intorno alla casetta bianca, a guardar le finestre, ad aspettare. E tremava e sperava di rivederla, perchè tutte quelle avventure, vere o false, gliel’avevano ingigantita nel pensiero, ed egli temeva di subirne il fascino, come se Loredana avesse compiuto qualche grande impresa della quale nessuno l’avrebbe detta capace.
In quell’andirivieni intorno alla casa di Loredana avvenne ad Adolfo d’imbattersi e una e due e dieci volte in una signora, che si poteva credere lo canzonasse, perchè anch’essa gironzava di frequente nei dintorni, anch’essa guardava le finestre; anzi, fu più spiccia del giovane, perchè entrò in dimestichezza con Rosa, la serva della De Carolis, la quale pareva zelantissima nel recarle notizie. Si trovavano, la signora e Rosa, in una calle vicina, all’ombra d’un sottoportico, e generalmente la signora consegnava a Rosa una lettera, alla quale Rosa portava la risposta l’indomani.
Adolfo non riusciva a capir nulla in tutto quell’armeggiare; la sconosciuta era assai ridicola, con un certo cappello alla cacciatora, che le stava appena sul cocuzzolo e ch’era ornato d’una penna di fagiano, ardita come una sfida al cielo; ma c’era, di peggio: la signora guardava Adolfo con occhiatacce mezzo beffarde e mezzo compassionevoli, le quali avrebbero fatte perder la pazienza a chiunque non avesse avuto un demonio più sarcastico e più fiero nel cervello.
E fu appunto per le stratte di quel demonio, che non voleva star queto e che aveva tutta l’andatura d’una passione irragionevole, fu appunto in un impeto di dubbio, di gelosia, di paura e d’amore, che Adolfo Gianella varcò la soglia della casetta, e su a corsa per le scale, dietro Rosa che, rientrando, non gli aveva badato.
In anticamera, Adolfo si fermò. Gli giunse, netta e squillante, la voce di Loredana, la quale doveva essere nel salottino; e la fanciulla cantava a distesa, con pieno abbandono, come se tutta la bella gaiezza veneziana, come se tutta l’audacia della giovinezza avessero ripreso il loro dominio. E tra l’una e l’altra strofe del canto s’udiva il rumor delle forbici posate sul tavolino da lavoro o il passo svelto della ragazza, che si muoveva per la camera.
Senza discutere con se stesso, Adolfo spinse la porta, e si trovò alla presenza di Loredana, la quale stava adattando un pezzo di seta gialla a una certa forma di ferro ch’era un paralume da candela; innanzi a sè la fanciulla aveva altri pezzi di stoffa a colori e diversi gomitoli di seta; ed era così assorta nel lavoro e nella canzone, che il giovane dovette chiamarla:
– Loredana!
Ella alzò il capo, e trattenne a stento un grido; ma Adolfo aveva già detto ogni cosa, e non sapeva come continuare, come esprimersi, come riprendere d’un subito le abitudini di padronanza.
Sprofondò le mani nelle tasche della giacca, e disse:
– Sei stata l’amante del conte, non è vero? Così, ti preparavi(2) a sposarmi? E non hai vergogna?
Loredana mandò un lampo dagli occhi. Aggredita di fronte, non esitò un attimo a rispondere:
– Io mi preparava a sposar lei? Non mi è mai venuta per la mente un’idea così malinconica, sa? Era la sua famiglia, che mi seccava tutti i giorni per ottenere questo sacrificio. Io non pensava a sposare nessuno….
– Già, volevi conservarti per il conte, – osservò Adolfo con ironia. – Ti sei conservata benissimo, non c’è che dire!
La ragazza arrotondò con le forbici una certa lingua, di seta violetta, che doveva ricadere sul paralume a uno dei quattro angoli; misurò l’altezza, adattò, provò, cambiò, tranquillamente, senza occuparsi del giovane, fremente nell’attesa di una discolpa.
– Non so, – disse poi, – come ha potuto venire fino in casa; ma se per la stessa strada se ne andasse, non mi dispiacerebbe.
– Mi metti alla porta? – esclamò Adolfo. – Invece di scolparti, invece di giurarmi che col conte non c’è stato nulla di nulla, tu mi metti alla porta?
– Scusi, perchè dovrei scolparmi? Che cosa rappresenta, lei? Chi è, lei? Che diritto ha lei di giudicarmi?
A queste parole di Loredana, Adolfo si lasciò calare in una poltrona, come annichilito. Chi era, che cosa rappresentava, che diritto aveva?
– Io, – mormorò, – sono pronto a sposarti.
Loredana si mise a ridere.
– Ma non sono pronta io, vede? – rispose, arrotondando un’altra lingua di seta violetti. – E, del resto, la sua dichiarazione mi stupisce: mi crede o non mi crede l’amante di Filippo…. del conte?
Adolfo si strinse nelle spalle.
– Me l’hanno detto, – mormorò. – Me l’han detto a casa, che tu sei stata col conte fuori di Venezia.
– E tuttavia mi sposerebbe? – incalzò Loredana.
– Ma perchè non ti difendi? – gridò Adolfo balzando in piedi. – Perchè non mi dici se sei stata o non sei stata l’amante di colui?…
Egli era avanti al tavolino da lavoro, con le mani aperte e stese dirette al volto di Loredana, la quale lo guardava, piuttosto attonita che intimorita.
– Vede, – ella rispose pacatamente, – innanzi tutto non basta dire a una donna: “Son pronto a sposarti” per acquistare il diritto di indagarne la vita; poi, io m’ingannerò, ma lei mi sembra disposto a sposarmi in tutti e due i casi, che io sia stata, o che io non sia stata l’amante di Filippo…. del conte. E allora, a che pro una discolpa o una confessione?…
Adolfo, il quale era rimasto, ancora con le mani aperte e stese, ad ascoltar la risposta della colpevole, si sentì vinto, e si lasciò calar di nuovo nella poltrona. Egli ritrovava, immutati, l’anima sdegnosa, la sensibilità intellettuale, l’intelligenza acuta, la rapida intuizione, l’orgoglio, il coraggio, che facevano la ragazza tanto superiore a lui. Egli era andato arrovellandosi per sapere che cosa volesse, che cosa intendesse fare, e se lo sentiva dir dalla bocca di Loredana, e doveva riconoscere che quella bocca diceva giusto….
– Non so, – egli riprese, tanto per riattaccare il discorso. – Non so nulla. Ti hanno accusata anche d’aver avuto un figlio e di essertene sbarazzata.
Lo forbici, che stavan nella mano della fanciulla, descrissero uno stretto arco nell’aria, e andarono a cadere ai piedi di Adolfo. Il viso di Loredana avvampò di collera, e le labbra le tremarono.
– Mi hanno detto, ti hanno accusata! – ella ripetè, imitando il tono piagnucoloso del giovane; poi esclamò con forza: – E lei, che cosa faceva, che cosa diceva, che cosa raccontava? Stava ad udire, soltanto? Non son tre mesi, lei veniva per casa tutti i giorni e sapeva della mia vita ogni cura, minuto per minuto; e non ha trovato un argomento per difendermi, come amico, come fidanzato? Bel rispetto avevan di lei quanti venivano a dirle quei complimenti!… E vuole ch’io mi difenda innanzi a un pupazzo del suo genere, e che tremi davanti a un giudice della sua levatura? Non capisce d’essere stupido? Se in casa sua si sparlava della ragazza che doveva un giorno portare il suo nome, lei aveva l’obbligo di farla rispettare, mi sembra! Invece, porta qua tutto il rifiuto dei pettegolezzi, pretende ch’io lo ascolti e vuole sapere anche se, caso mai, avessi avuto un figlio! Non s’avvede, non sente di essere ridicolo?…
– No, ascolta, – interruppe Adolfo, alzando la destra quasi a frenare quel torrente. – Io non voglio sapere nulla….
Ed era, per seguitare, quando la porta, s’aperse e comparve la signora Emma, seguita, da Clarice Teobaldi, col cappellino alla cacciatora.
– Ah, è lei! – disse Emma, vedendo Adolfo, che s’era levato in piedi. – Mi era parso di riconoscere la voce….
Non aggiunse parola per lui; poi si rivolse a Loredana:
– Lori, questa signora dice che tu l’aspettavi….
La fanciulla andò incontro a Clarice e le strinse la mano sorridendo, mentre Adolfo, combattuto tra il desiderio di capire, la convenienza d’andarsene, l’impressione per la gelida accoglienza fattagli dalla signora De Carolis, restava in piedi a guardare or l’una or l’altra delle tre donne.
– Se m’aspettava! – esclamò Clarice, gettando le braccia al collo di Loredana. – Doveva aspettarmi, questo tesoro, perchè da tanto tempo desideravo rivederla! Ho sempre nel cuore quella partenza, di sera, con la carrozzella…. Lei era così bianca, così debole….
Soggiunse, guardando Emma:
– Già, erano bianche e deboli tutt’e due, madre e figlia….
Loredana disse presto:
– Le presento il signor Adolfo Gianella.
Clarice fece un cenno con la testa, verso Adolfo che s’era avanzato di qualche passo; poi tutti tacquero; Clarice e Loredana sedettero l’una a fianco dell’altra sul divano, come intime amiche, sorridendosi.
– Fa molto caldo a Venezia, – riprese Clarice. – A Verona non abbiamo questo scirocco….
– Sì, fa molto caldo, – confermò Emma, la quale stava sempre a un passo dalla porta, e si augurava che l’uno o l’altra, Adolfo o Clarice, comprendesse la necessità di ritirarsi.
Ma erano ostinati ambedue. Adolfo, ormai, aveva ripreso posto nella poltrona, e sembrava deciso a voler seguire la conversazione.
– A Venezia abbiamo poi le zanzare, – egli disse.
– Le zanzare, sì, ma ci sono le zanzariere, – osservò Loredana.
E tacquero di nuovo.
Emma si sentiva morire per quella commedia, maravigliandosi che la sua Lori vi prendesse parte. La buona donna, al ritorno da Sirmione, aveva perduto l’energia e la volontà, soffrendo per la sofferenza della figlia, chiedendosi se il suo intervento non fosse stato inutile di fronte al traboccar della maldicenza, tormentandosi ogni giorno per mille timori, studiando ansiosamente negli occhi di Loredana il pensiero segreto, la segreta ambascia, e rideva quando rideva la sua Lori, e piangeva quando la sua Lori piangeva, e ormai non avrebbe più discusso, non avrebbe più riflettuto, pur di vederla felice, a qualunque costo.
Per ciò, la visita della Teobaldi le era gradita, perchè sembrava gradita a Loredana; ma non le piaceva che si dovesse fingere innanzi al Gianella, come se la Teobaldi fosse venuta per tramar qualche intrigo.
– Lei non è di Venezia? – domandò Adolfo a Clarice.
– No; ma conosco bene la città, – rispose l’altra.
Un silenzio pesante ricadde; e allora, comprendendo(3) ch’era impossibile uscirne, Adolfo prese congedo.
– Tornerò, se permette, – disse a Loredana.
Questa non rispose. Egli s’avviò, seguito da Emma, la quale ardeva di sbarazzarsi dell’impaccio per lavorar nella sua camera ad una coperta da letto, nella quale doveva ancora ricamare trenta foglioline in seta verde e sessanta viole del pensiero.

XIX.

Dal giorno in cui era tornato a Venezia, Filippo aveva passato molte brutte ore.
L’onda del pettegolezzo aveva varcato anche la soglia della sua casa, e le chiacchiere s’eran fatte più strambe e più inverosimili. All’orecchio della contessa Bianca giunse la voce che Filippo aveva avuto un figlio dalla sua amante, e perchè la contessa non sapeva a qual tempo risalissero quegli amori, e perchè si parlava di tre anni addietro, ella credeva a quel legame, ormai indissolubile, a quella paternità inconfessata.
La contessa Bianca andava da tempo accarezzando l’idea d’un matrimonio tra suo figlio e Giselda Fioresi, buona e bella ragazza, di eccellente casata; e la notizia le rompeva il sogno e la sbalestrava in un mare d’incertezze e di dubbii.
Fu necessario spiegarsi, riparlar di Loredana, discutere un amore che la vecchia dama avrebbe voluto obliare. Avvenne una scena brusca tra lei e Filippo, il quale negò l’esistenza di un figliuolo, ma s’impennò all’idea di sposar quella “canna da zucchero” di Giselda Fioresi. Egli voleva esser libero; per dare scandalo, diceva la contessa Bianca; perchè era ancor troppo giovane, diceva lui.
Un’altra scena, più breve ma più cruda nella forma, avvenne poco di poi tra Filippo e il cognato, conte Leopoldo de Idris, il quale viveva senza passioni e senza turbamenti una vita di piaceri semplici, in campagna, amministrando i suoi poderi, interessandosi all’agricoltura e alla politica modesta della provincia. Leopoldo si stupì che Filippo si perdesse ancora dietro una cocotte, ma fu addirittura spaventato quando seppe dalla bocca di Filippo medesimo che non si trattava d’una cocotte, bensì d’una ragazza, la quale doveva aver dunque delle pretensioni, una specie d’onore, molto da perdere e più ancora da guadagnare. Fu spaventato per Filippo, che certo non avrebbe saputo cavarsela con garbo, senza troppo danno da ambo le parli.
E qui Filippo sentì scappar la pazienza.
– Ma che cavarsela! Ma che garbo! – egli esclamò. – Le voglio bene sul serio, e non penso affatto a cavarmela. Ho fatto male a cominciare, siamo d’accordo, benchè in queste cose ci si accorga sempre troppo tardi dell’errore commesso; ma farei peggio a finirla con qualche gherminella!
Il conte Leopoldo, ancora più inquieto per quelle dichiarazioni, domandò a Filippo se pensasse mai di tirarsela in casa….
– In casa, di chi? – rispose Filippo. – In casa tua, no di certo; tocca a me provvedere, e non so perchè, dunque, voi tutti vi disturbiate.
Leopoldo, allora, tornò alle idee generali, osservando che all’età di Filippo si doveva vivere quieti, pensare a far figliuoli legittimi, che continuassero la casa e allietassero la bella vecchiaia della contessa Bianca, la quale non meritava d’essere travagliata nei suoi ultimi anni.
L’argomento era di quelli che trovano la strada del cuore; e Filippo, sentendosi toccato, s’infastidì, rispose a Leopoldo ch’era stufo di dover rendere conto a tutti delle più minute cose della sua vita come un collegiale, che desiderava ormai vivere libero, senza tutela e senza giudici.
E su quel “vivere libero” si scatenò una gragnuola di osservazioni da parte di Leopoldo, il quale temeva che libero per Filippo fosse sinonimo di libertino; e, presa ormai la corsa, rammentò altre avventure del cognato, che avevan fatto chiasso, col risultato finale di voltargli contro l’opinione pubblica.
Ma peggio fu, quando Filippo si vide comparire lo zio conte Roberto, del quale non aveva più avuto novella dopo l’incontro a Desenzano. Roberto gli snocciolò un discorso assai lungo e reciso, che Filippo ascoltò sbalordito, perchè aveva creduto di trovare nello zio il compatimento ch’era la caratteristica più nota della sua buona indole, quel compatimento che Roberto non lesinava a nessuno per nessuna colpa, la quale non fosse ignobile e vile.
Roberto, invece, dichiarò al nipote che la condotta di lui era assurda, per non dir peggio; Filippo aveva messo lo scompiglio nel parentado, in causa d’una ragazzetta, d’una monella, e tutti erano addosso allo zio, come al più vecchio, perchè si valesse della sua autorità a far cessare quella tresca.
Filippo capì; lo zio era sdegnato, perchè seccavano lui e mettevano in giuoco il suo prestigio; lo avevan toccato nel suo egoismo senile, ed egli era pronto a mandare al diavolo il nipote e la “monella”, pur di non avere più noie.
– Del resto, – osservò il conte Roberto, – mi maraviglio di dover dirtele io, certe cose. Non ha una madre, un padre, quella tua bambola? E come si spiega che stiano zitti, e che tocchi a noi, a tua madre, a tuo zio, a Leopoldo, a tua sorella, di richiamarti al dovere?
– Ha una madre, – rispose Filippo. – Ha una madre, e la madre è venuta a Sirmione e me l’ha ripresa….
– Bene! – esclamò Roberto.
– Sì, benone; ma, ora io la riprendo alla madre! – dichiarò Filippo, che, torturato ed esasperato da tante chiacchiere, si sentiva capace di strappar Loredana anche agli artigli di quel diavolo, al quale Roberto l’avrebbe consegnata.
Il vecchio, stupefatto per tale sfacciataggine, gridò che rinunciava a discutere con un matto di quella forza. L’ostinazione di Filippo oltrepassava il credibile; tutto gli andava a seconda, grazie a una madre dabbene, che si riprendeva la figliuola dopo quel po’ po’ di scappuccio; ed egli invece era per ricominciar la festa e per condurla a termine, a un termine che non doveva e non poteva aver nulla d’invidiabile.
– Come devo dirtela? – seguitò il conte Roberto. – È uno scandalo; te lo hanno già cantato in musica; io non ho nulla da aggiungere. Tutti ne parlano; anche l’altro giorno, a Tai di Cadore, da Fausta Montegalda ho udito i particolari di questa farsa, e puoi imaginarti che gusto provavo io! La contessa dice che ti rovini, e non si può darle torto.
Filippo sorrise.
– Eh, ridi, ridi fin che vuoi, ma la Montegalda dice giusto! – esclamò Roberto. – Dice che, alla fin fine, nessuno sa chi sia quella tua pupattola, e che potrebbe aver fatto con altri quel che ha fatto con te…. Chi ne sa niente, chi la conosce!
– Povero zio Roberto! – mormorò Filippo. – Va da una donna a chiedere informazioni di questo genere! Perchè non domandi il suo parere anche alla Fioresi, che mi vogliono appioppar come moglie?
Roberto alzò le spalle.
– Insomma, – concluse, – io sono indignato per i tuoi vizii, e la cosa non va.
– -Non ti ho indignato io, – osservò Filippo.
– Ma non dimenticherò che hai sorriso dei miei consigli! – rimbeccò il conte.
– Ho sorriso per le critiche della Montegalda.
– E per le mie; e non si deve ridere d’un vecchio.
– Per la Montegalda, per la Montegalda! – gridò Filippo.
– -Già, e intanto ti ripigli la sbarazzina!
– Ciò non ti riguarda, zio.
– Ne riparleremo!
– Spero di no; vedo che più che se ne parla e meno ci si capisce.
– Ne riparleremo, ne riparleremo! – si ostinò il conte Roberto. – Perchè io sono sempre dell’opinione che l’uomo non è monogamo. Tu non vuoi prendere moglie per essere libero; ma allora, nè mogli nè amanti! Questa è logica. E hai deciso che cosa te ne farai?
Alla domanda, inaspettata, Filippo non diede risposta; onde Roberto seguitò:
– Te lo dirò io: ne farai una mantenuta, da coprir di gioielli e da condurre a teatro e in carrozza; ti costerà ventimila lire l’anno, ti peserà come una moglie e ti sarà infedele.
– Perbacco, zio, – esclamò Filippo con aria beffarda. – Vedo che te ne intendi!
Roberto s’indispettì.
– Spero che non ce la metterai sotto il naso, come a Desenzano, la tua conquista! – osservò con rude cipiglio.
E credendo d’aver rimbeccato fieramente l’insolenza del nipote, troncò il colloquio e andò a riferirne alla cognata contessa Bianca.
Tali e simili furono i discorsi che Filippo dovette ascoltare in quel tempo nel quale, tornato da Sirmione, non osando più ripresentarsi in casa De Carolis, andava, torturandosi il cervello per trovare un espediente che lo riavvicinasse all’amante. E tra il desiderio che, insaziato, si faceva di giorno in giorno più molesto, tra la logomachia di casa e gli sdegni di tutta la parentela, Filippo conduceva una vita piena di tristezza, che non aveva riscontro negli anni precedenti.
Rimaneva a Venezia, schivando gli inviti, passando mezza giornata al Circolo dell’Unione, dove mancavan gli assidui, e l’altra mezza in casa, dove s’occupava lunghe ore a leggere libri e riviste su tutti gli argomenti; la sera usciva in gondola pel Canalazzo o pel canale della Giudecca, lontano dai rumori e dalla luce.
Ma il pensiero di Loredana lo seguiva passo per passo, ora per ora, senza tregua, fatto più vivo dagli episodii di quella battaglia che la fanciulla gli aveva inconsciamente scatenato contro; Filippo non ricordava nulla di simile in tutta la sua vita, quantunque più volte si fosse parlato delle sue avventure. Ma perchè si era trattato sempre di donne conosciute tra i gaudenti o saldamente legate ad altri, i suoi di casa s’eran guardati dall’occuparsene e dal fargliene parola.
Un giorno gli fu annunziata la signora Clarice Teobaldi.
Da Sirmione, poco dopo la partenza del conte, ella era tornata a Verona, e qui era rimasta, aspettando che passasse tempo sufficiente per poter ricordare l’invito di Filippo e recarsi a Venezia.
Piero, il valletto di Filippo, precedeva la signora, la quale, come aveva sognato, saliva veramente lo scalone marmoreo del palazzo Vagli, giungeva al primo piano, traversava una fuga di sale immerse nella penombra, dentro la quale si vedevano i mobili dorati, le pallide tappezzerie antiche, gli oggetti d’arte; e di nuovo saliva una scala meno larga e più breve, ed era finalmente introdotta nello studio di Filippo.
La Teobaldi guardò avidamente, nel tempo dell’attesa, le carte sparse sulla scrivania, semplici fogli da lettera, senza cifra e senza stemma; e guardò le pareti, dalle quali pendevano quadri antichi in vecchie cornici. Si vedeva, in uno, una donna – Venere doveva essere, tutta nuda, o Danae – sdraiata sopra un largo divano, e una ancella, con rapido atto sembrava voler coprire d’un manto porpureo che aveva tra le mani, la superba nudità della sua signora, perchè di tra le pieghe d’un pesante cortinaggio, sullo sfondo, apparivan la testa e il busto d’un importuno, che poteva essere Marte, desideroso ma accigliato per la prudenza dell’ancella.
La Teobaldi si stupì che quella fosse Venere, perchè non aveva, ai suoi occhi, nulla di particolare; era una femmina nuda, nè meglio nè peggio di tante altre. E anche non lo piaceva quella tinta scura, quasi nera, che il quadro aveva preso qua e là, a danno dei colori…. La fotografia d’una bella dama moderna in abito scollato le sarebbe andata a genio, assai più di quel preteso tesoro d’arte.
Ma non ebbe tempo di seguitar nelle sue critiche, perchè Filippo sopraggiunse, e si dimostrò lietissimo della visita. Fece sedere la Teobaldi, la interrogò cortesemente per sapere quanto intendesse fermarsi a Venezia, esprimendo la speranza che si fermasse a lungo; e di chiacchiera in chiacchiera, mentre Piero recava un tè squisito in un servizio d’argento massiccio e molti biscottini deliziosi, vennero a parlar di Loredana.
– Ah, bisogna ch’io riveda quella mia fantolina! – esclamò Clarice, quantunque avesse la bocca piena. – Andrò a trovarla, andrò ad abbracciarla. Non l’ho mai dimenticata un’ora, in tutto questo tempo. Così bella, così buona, quella creatura di Dio…. Grazie!
Filippo le versava una seconda tazza, dì tè, qualche goccia di latte, e le porgeva il canestro argenteo coi biscottini.
– Grazie. Bisogna ch’io la riveda, e che le parli.
Bevve alcuni sorsi, e, incoraggiata dalla simpatia che risvegliava nell’animo di Filippo rievocandogli l’amante perduta, Clarice riprese:
– Ma le pare, conte, che le cose possano andare avanti a questo modo? Lei non osa avvicinarla, per colpa della madre; Loredana non osa chiamarlo; e intanto vivono infelici l’uno e l’altra, mentre son fatti per intendersi, e si adorano…. Sono certa che io ho una missione, in questo dramma; sento che potrò riavvicinare due anime, due destini, due cuori. Ho certamente una missione; io non m’inganno! È stata Loredana stessa che mi ha chiamata a parte, quella sera, quella sera del telegramma, e mi ha additato ciò che dovevo fare. Sera fatidica!…
Filippo non avrebbe mai pensato che due tazze di tè potessero ubbriacare la buona donna, meglio che due coppe di sciampagna; ed esitando rispose:
– Vuole? Vuole parlare a Loredana? Le dica, allora….
Ma si tacque, non parendogli di poterla trattare, di punto in bianco, da ambasciatrice in un’impresa così delicatamente intima.
La Teobaldi diede fondo alla tazza, mangiò ancora un paio di biscottini.
– Sono baicoli, specialità di Venezia, non è vero?
E seguitò, aprendo un ventaglio spettacoloso di carta, e facendosi aria:
– Non ho bisogno che lei mi consigli. So quel che devo dire; ho, qui dentro, un consigliere infallibile che si chiama cuore…. Prima cercherò di studiare le abitudini della casa e di sapere come sta, quel tesoro di Dio, come la pensa: e poi, se tutto va a seconda, mi presenterò alla madre. È più prudente e più…. corretto. Le pare?… Scusi, è una Venere, quella che si vede lassù?
– Venere, – rispose Filippo.
– L’avevo capito subito; vecchi capolavori. Ah conte, lei non può imaginare quanto io sia fiera del compito che mi assumo…. Quando vedrò sorridere quelle labbra di fanciulla, io che l’ho vista partire disfatta da Sirmione, sarò felice più di tutti!
Filippo sorrise, prese una mano della Teobaldi, la tenne un istante fra le sue, e rispose:
– Lei è molto buona, cara signora, e vuole impedirmi di ringraziarla. Ma creda che, comunque le cose finiscano, io non dimenticherò mai, mai, ciò che lei ha fatto per me, per tutti e due!
– Le dico: io servo il mio cuore, e nessuno mi deve nulla. Se permette, quando avrò notizie, verrò a portargliele.
– Ma venga anche tutti i giorni, la prego. Faccia conto che questa casa sia sua, – esclamò Filippo, incalorito dalla speranza di aver finalmente nuove dell’amica.
La Teobaldi si alzò e s’incamminò con passo svelto, a testa alta, il ventaglio nella destra, pensando a un figurino di gran dama che aveva visto in un giornale di moda. E camminando, seguita a un passo da Filippo, domandò:
– Questo è il suo appartamento particolare, conte?
– Sì, sono le mie camere, – rispose Filippo, mentre, all’uscire dallo studio, premeva il bottone d’un campanello elettrico. – Ho la mamma in campagna.
– Messe con gusto principesco, – osservò Clarice, traversando un corridoio e poi una sala. – Magnifiche tappezzerie!… Non si disturbi, non si disturbi!
Filippo volle accompagnarla alla scala, ai cui piedi stava Piero in attesa di ricondurre la visitatrice attraverso il primo piano fino alla porta d’uscita. Al momento di stringerle la mano, Filippo non potè vincersi, e disse:
– La vedrà subito, non è vero?
– Domani! – promise Clarice, e ridendo d’un bel riso grasso, aggiunse: – Ma non sono a Venezia per questo?
– Grazie, grazie, grazie! – esclamò, il conte inchinandosi. – Arrivederci!
Clarice scese la scala, e preceduta da Piero, ripercorse tutte le sale che aveva già intravedute; nell’anticamera, scorgendo sopra una tavola un Sileno coronato di pampini, circondato da baccanti ebbre, disse a mezza voce, con tono di persona esperta:
– Bello quel biscuit!
– Legno policromo del seicento! – enunziò Piero, senza guardar la signora, come avesse parlato all’aria.
Ella passò, a testa alta, imperturbabile, il ventaglio nella, destra, mentre il valletto, premuto il bottone elettrico per dar avviso al portiere, si piegava fino a terra.

XX.

Così fu che Loredana potè aver notizie di Filippo e dargliene.
Il giorno in cui la Teobaldi si decise a varcar la soglia di casa De Carolis – quel giorno avverso ad Adolfo Gianella – Loredana fu contenta da non trovar parole per esprimersi.
Partita appena Clarice, la fanciulla corse nella cameretta dove sua madre stava ricamando la quattordicesima fogliolina in seta verde, e infantilmente si mise a ballare.
– Ebbene, Lori, che hai? – domandò Emma stupita.
Ma Loredana seguitava a girare in tondo, gli occhi scintillanti e le labbra aperte a un sorriso di pace.
Si arrestò d’un tratto, con un ultimo giro, in modo che le gonnelle le si gonfiassero d’aria, e si mise in ginocchio presso la mamma, la quale andava seguendola con l’occhio.
– Ho, – disse Loredana, – che Filippo mi ama sempre, anzi meglio di prima, e che non mi sono ingannata fidando in lui, e che mi pento d’aver pensato male, e che è qui, e che è mio, e che io sono sua….
– Questa bella, ambasciata è venuta a farti la signora Teobaldi? – interrogò Emma, mentre una ruga profonda, le solcava la fronte.
– Sì, mamma, la Teobaldi è buona. Anche su di lei m’ero ingannata. È buona, è prudente, e non bisogna rimproverarla. Non ha che il difetto di dipingersi male, e di vestirsi peggio. Hai visto, mamma, quel suo cappellino alla cacciatora, e subito sotto, quello terribili sopracciglia al carbone? Oh che paura e che risate a Sirmione, quando la vidi la prima volta!…
Si mise a ridere, a gola spiegata, e balzò in piedi, a riprendere il ballo, cantarellando l’aria di un valzer.
– Lori, – esclamò Emma severamente, arrestandola con lo sguardo. – Che pensieri hai? Che cosa conti di fare?
– Io?
La fanciulla, ritta in mezzo alla camera, stette pensierosa un momento; poi disse:
– Io? Non temere nulla, mamma! Ah come ho imparato a vivere in questi pochi mesi, come son diversa da una volta! Flopi non saprà più riconoscermi, e mi dirà con meraviglia: “Sei una donnina, sei veramente una donnina!” E tu non temere, mamma; io sarò felice….
– In nome di Dio, – interruppe Emma, respingendo il lavoro, e alzandosi, – che cosa intendi con queste parola? Vuoi tornare con lui?
Loredana le corse incontro, l’abbracciò stretta, le diede molti baci, dicendo:
– O mamma bella, o mamma cura, non sgridarmi, ma sì, ecco, voglio tornare con lui! Ed egli vuole tornare con me, o mamma bella, perchè niente gli piace senza di me, e il lusso non è il lusso, e il suo palazzo è una casupola, e le donne sono pupattole, e le abitudini sono catene…. Me l’ha scritto, e l’ho imparato a memoria, e gli credo….
– Povera, povera bambina! – esclamò Emma. – Tu credi tutto; ma non gli hai domandato perchè non ti sposa?
Loredana allentò le braccia e lasciò sua madre.
– Non glielo domando, – rispose, oscurandosi in volto, – perchè se anche egli volesse, io non vorrei. Ah no, non vorrei morire per tutta la guerra che la sua famiglia mi muoverebbe contro prima di cedere, e per tutte le umiliazioni che dovrei subire da quella sua gente e dai suoi amici, il giorno ch’io fossi moglie di Flopi. Vedi: io so, perchè egli non mi sposa; perchè non mi tormentino e prima e dopo fino alla morte. Sarò la sua amante; dunque meglio che la sua sposa.
– E calpesterai anche il ritegno, e lascerai che tutti sparlino di te e di tua madre? – osservò Emma con voce dolente.
– O mamma cara, non parlan male di te e di me, ora, tutti? – rispose Loredana. – E che premio ho io dunque di ciò che credono il mio ravvedimento? Hanno saputo, hanno inventato, mi hanno già uccisa nell’anima; nulla può accrescere il male che già mi fu fatto, e se io non sono morta per gli altri, gli altri sono ben morti per me. O mamma bella, tu, tu sei la bambina che crede; io non potrò mai essere tanto cattiva, quanto si è detto….
– E vuoi andartene ancora, e lasciarmi sola? – domandò Emma, guardandola con gli occhi annebbiati.
– Non so, mamma; non interrogarmi, non turbarmi, oggi. Oggi io sono così contenta, perchè egli mi ama ancora; e non bisogna turbare chi è contento dopo un lungo dolore.
– Ma come, dunque, – insistette Emma, – se ti ama tanto non è venuto più qui?
– O mamma, cara, tu lo sai. Tu gli hai detto che ogni cosa doveva essere finita e che non varcasse più la soglia della nostra casa. Egli ha obbedito; non lo rimproverare; è stato lontano da me, pensando che io pure non lo volessi, temendo che io gli facessi colpa – e gli facevo colpa! – di avere svelato il luogo ov’ero rifugiata…. Non lo rimproverare; egli ti ha obbedita.
– Poi ti ha mandato quella donna a dirti che ti vuole ancora! – esclamò Emma. – Così mi ha obbedita, il briccone!
– Volevi ch’egli morisse? – domandò Loredana. – Volevi ch’egli mi lasciasse morire?
– Non si muore per queste cose, bambina!
– Io sarei morta, o mamma bella! Io ero già sfinita e non avevo più forza per resistere all’avvilimento! Si può essere vivi e morti, non sai? Io era viva e morta, fin che di lui nulla sapevo; ed oggi soltanto sono tutta, tutta viva!…
– Oh che pazza! – esclamò Emma, andando a sedersi in un angolo della cameretta. – Che pazza è dunque diventata mia figlia?
Ma non ardì continuare il lamento.
Guardò Loredana e la vide, com’essa diceva, tutta, tutta viva; la fragranza di quella giovinezza s’effondeva per la camera; la fanciulla dritta, svelta, bella, sembrava una prigioniera in quel piccolo spazio; qualche voce che nessuno poteva udire, echeggiava, intorno a Loredana, chiamandola per la sua strada ampia o aspra; e nulla avrebbe potuto arrestare la forza misteriosa, che gli uomini chiamano destino, e che parlava inconsciamente per gli occhi ardenti di Loredana.
Emma sentì questo in confuso; e capì che ogni ostacolo sarebbe stato travolto; si domandò se avesse diritto d’imprigionare ancora sua figlia, e del suo diritto dubitò.
Riprese in silenzio il ricamo, abbassò la testa sul lavoro, non disse più nulla.
Loredana, in punta di piedi, non potendo trattenersi, ricominciò a ballare il valzer chetamente.

XXI.

Essa non potè mai dimenticare quella notte, quell’angoscia, quelle emozioni.
Sol per aprire la porta della camera e per discendere le scale, dovette radunar tutta la sua volontà; e ad ogni scalino le sembrava che il fruscìo della gonna fosse strepitoso, che il suo respiro fosse veemente così da destar chi dormiva; e i ginocchi le scricchiolavano.
S’era avvoltolata intorno alla testa una sciarpa nera, che lo cadeva fino in grembo; ed era tutta vestita di nero; il viso bianco e i grandi occhi scuri attraevan meglio lo sguardo, per quella sciarpa che incorniciava l’ovale delicato del volto; ma Loredana credeva d’essersi mascherata, sentendosi avvampar dal caldo.
Finalmente, aperto, con un ultimo brivido, l’uscio a pianterreno, si trovò in istrada, e vide Clarice.
Le due donne si misero a camminare senza far parola, spaurite dalla propria audacia e pensierose. Era di poco valicata la mezzanotte; da una taverna uscirono alcuni uomini e squadrarono quella coppia frettolosa, non comprendendo di quali femmine si trattasse; e poichè l’uno diceva con parole villane la sua ammirazione per la ragazza, un altro lo ammonì sarcasticamente:
– Lascia andare, figliuolo. Lì, occorrono biglietti da mille!
Loredana vibrò da capo a piedi; mormorò a Clarice:
– Ho paura. Torniamo indietro.
– Su, su, coraggio! – disse la Teobaldi, che tuttavia non era meno inquieta della sua giovane amica. – Non siamo lontane.
Ella, stentava ad agguagliare il passo di Loredana; ma correva aiutandosi con qualche piccolo salto, facendo sobbalzar tutta la sua povera carne.
– Presto! – diceva Loredana quasi ad ogni passo. – Non ci segue nessuno?
– Nessuno! – rispondeva Clarice, cogliendo il destro per rallentare un poco, e voltarsi.
Un ubbriaco, in una calle stretta, parlava e gesticolava da solo. Non gli tornava il conto della serata e nominava alcuni uomini illustri della città, dichiarando che all’indomani li avrebbe chiamati a testimoni contro l’oste e i compagni di giuoco. Vide le due donne, le lasciò avvicinare, e si rivolse a Loredana:
– Dica: se io spendo sessanta per un litro e mezzo….
E pencolò maledettamente; Loredana mandò un grido soffocato e si mise a correre.
– Lei, la vecchia, è più ragionevole, – osservò il beone, guardando Clarice che s’allontanava a passo celere. – Non corre, la vecchia, perchè ha i piedi in malora. Ma se io spendo sessanta per un litro e mezzo….
– Lori, Lori, mi aspetti! – disse a mezza voce Clarice.
La fanciulla si fermò, la Teobaldi le si mise al fianco, e ripresero a camminare.
– Che paura, tesoro mio! – esclamò Clarice, tentando di sorridere.
– Ah sì, muoio di paura! Quell’ubbriaco per poco non mi cadeva addosso!… Ma quanto dobbiamo camminare ancora?
– Adesso ci siamo. Volti a destra….
– Non ne capisco più nulla, – mormorò Loredana.
Essa stentava a riconoscere le calli, in quell’ora notturna; tutte le porte eran chiuse, le finestre chiuse, e di tratto in tratto una larga chiazza d’ombra toglieva la vista delle case, dei confini, degli angoli; poi appariva un lampione dalla luce rossastra, e, a quando a quando, un rio dall’acqua immota e nera. Nel silenzio solenne, dentro le calli più anguste, i passi delle due donne davano un rimbombo prolungato; lontanamente, per due volte in due punti diversi, risonò la voce gutturale d’un gondoliere, che s’internava con la sua gondola in un rio; e qua e là una zaffata di odore salso giunse alle nari di Loredana, che storse la bocca.
– Ci siamo! – disse improvvisamente Clarice.
Loredana alzò gli occhi, e riconobbe il palazzo Vagli, balzato fuori dall’ombra come per magìa; largo e tozzo, ammantellato nell’oscurità, lasciava a pena intravedere le finestre bifore e le colonne patinate dal tempo; era tutto muto.
Ma la fanciulla non ebbe agio a contemplare; un uomo si staccava dalla porta fiocamente illuminata, le veniva incontro, l’abbracciava con tale veemenza da sollevarla da terra e trasportarla dentro in un sol gesto.
Richiuse d’un colpo lo sportello, e stringendosi la fanciulla al fianco, cingendole col braccio destro il collo quasi a difenderla da un nemico invisibile, inoltrò.
Restarono per sempre impressi nella mente di Loredana il cortile buio, l’atrio buio, illuminati a sprazzi dal fanale, che l’uomo teneva nella sinistra; e la scalinata e quelle sale dove lampeggiavan fugacemente uno specchio, la doratura dei mobili, la superficie levigata d’una tavola o d’una statua.
I passi risonavano sordamente sul tappeto, e tanto silenzio era intorno, che benchè nessuno vegliasse a quell’ora, i due amanti non parlavano.
Loredana si volse a cercar Clarice, ma non vedendola più, alzò gli occhi a guardar Filippo, e gli sorrise.
Obliata la madre, la notte, la casa, essa era felice e superba della propria audacia; il palazzo le sembrava immenso, ma sicuro, e quel braccio attorno al collo era il segno d’una protezione quasi onnipotente. Le tornava l’imagine di Filippo più forte, più audace, più fidato di chiunque al mondo, e ne fremeva di piacere.
– Qui? – -ella domandò sottovoce.
– Qui, – rispose Filippo, liberandola dalla stretta.
Erano nella camera di lui. Loredana vide larghi e pesanti cortinaggi alle finestre, un letto ampio, una pelle di tigre, con la testa enorme e gli occhi fissi, stesa a terra; sopra un tavolino moresco incrostato di madreperla ardevan cinque candele in un candelabro di vecchio argento; a una parete scintillavano le guaìne metalliche di armi stravaganti.
Non vide altro, nel tumulto della gioia; pensò che il suo amore seguitava, riallacciando quella notte col giorno malinconico in cui era tornata tutta sola da Peschiera; oh, anche il suo amore gagliardo vinceva gli ostacoli, e i baci che sentiva eran più saporosi dopo tante lagrime…!

SECONDA PARTE.

I.

Giselda Fioresi, al braccio di Berto Candriani, s’era fermata innanzi alla tavola del buffet, in casa della contessa Lombardi.
La lunga tavola era tutta occupata da piatti colmi di pasticcini e di dolci; due grandi samovar d’argento fumavano, e da un’enorme zuppiera un servo scodellava nelle tazze il punch freddo, mentre altri versavano lo sciampagna gelido dalle caraffe di cristallo e distribuivano i sorbetti rosei e bianchi.
– Se lei non fosse venuto a salvarmi, – continuò Giselda, accennando con la testa a un signore tozzo e rubicondo, che sorbiva adagio una granita di caffè, – gli sarei caduta fra le braccia….
– Oh Dio! – singhiozzò comicamente Berto Candriani.
– Per la noia, per la noia! – disse Giselda ridendo. – Non sa parlare che del suo automobile, e s’atteggia a disdegnare i cavalli….
– Così le ha fatto sapere che ne ha….
– Ne ha dieci, nelle scuderie della sua tenuta di San Polo; ma vuol venderli….
Nuove coppie, gli uomini in marsina, le donne in abito scollato e grande cappello, erano sopraggiunte e facevan coda, incalzando, alle spalle di Berto e di Giselda.
– Vuole sciampagna? – domandò Berto, prendendo una coppa dalle mani d’un servo e passandola a Giselda, che vi bagnò appena le labbra.
– Datemi due gelati, – ordinò qualcuno che stava dietro il Candriani.
– Aspetta, – disse questi al marchese di Spinea, che aveva al braccio la contessina Cafiero, – ti lasciamo il posto.
E avviandosi con Giselda, seguitò ad alta voce:
– Bada, che c’è molto punch bollente, che non si beve, e poco sciampagna freddo che si berrebbe volontieri.
– Zitto, maldicente! – gli disse il marchese di Spinea. – Vedremo che cosa ci offrirai quando verremo da te.
– Bravo, stai fresco! – esclamò Berto. – -Resto scapolo apposta per non avere seccatori in casa!
Sul limitare, Berto e Giselda dovettero fermarsi. La duchessa di Torrecusa e la contessa Osvaldi, tenendo ciascuna una coppa di sciampagna, s’esercitavano a portarla alle labbra, dopo aver fatto col braccio destro alcuni giri a spirale. La duchessa vi riuscì, versando dall’orlo metà del contenuto, e la contessa Osvaldi, che rideva a gola spiegata, vuotò la coppa intera sul tappeto, e rinunziò alla prova, perchè i cavalieri intorno la facevan ridere troppo.
Berto Candriani s’aprì un varco tra i gruppi, traversò con Giselda un lungo corridoio, poi la sala pei fumatori, dove sedevano alcuni uomini, timidi o noiati, che si scambiavan gli astucci delle sigarette o i gravi propositi d’una più energica politica internazionale; passò oltre la sala rossa, tutta rossa fiammante per le tappezzerie e pel colore dei mobili dorati, e si fermò nella sala rosea che precedeva la sala da ballo.
– Andiamo laggiù! – disse, accennando un alto e lungo paravento sul quale eran trapunte in oro parecchie grosse cicogne, brillanti sopra uno sfondo color chiaro di luna.
– Dietro il paravento? – chiese Giselda, lasciandosi trascinare senza troppa resistenza.
– Sieda, – ordinò Berto. – Io siedo qui di di fronte; lei metta fuori le punte dei suoi piedini, così quelli che passeranno per andare a saltar come pere secche, capiranno che qui c’è qualcuno.
– Ma no, ma no, è sconveniente! – osservò Giselda. – E poi, lei ha l’abitudine di parlar male di tutti, e potrebbe sparlare proprio di quelli che passano….
– Ingenua fanciulla! – esclamò Berto Candriani. – C’è l’occhio della cicogna!
– Che cosa vuol dire? – domandò la contessina Fioresi con un sorriso, che pregustava qualche strana storia.
– Vuol dire che son forati gli occhi d’una cicogna, e di qui vedo benissimo senza essere veduto. Guardi che bei buchi!
Giselda si alzò a guardare, appoggiandosi lievemente alla poltrona di Berto; attraverso due fori, che corrispondevan dall’altro lato agli occhi d’una gigantesca cicogna, si vedevan benissimo il resto della sala e la porta dalla quale dovevan passare le coppie. Giselda diede in una risata.
– Ma quando ha fatto questo lavoro? – domandò.
– Badiamo: è un segreto che si rivela a una gentildonna; i buchi li ha fatti Silvestrelli, il capitano di corvetta, due anni or sono, e prima di partire per il giro del mondo li ha confidati a me. Io sono l’unico erede di questi buchi, e nessuno se n’è mai accorto. Spero che lei apprezzerà tutto il valore della mia rivelazione.
– Sono utilissimi, – dichiarò la Fioresi solennemente, – Non dirò parola ad anima viva.
Berto fece un cenno con la mano; qualche coppia passava, dirigendosi al salone da ballo e chiacchierando; alcuni cavalieri sopraggiunsero, diedero un’occhiata, videro la sala vuota e se ne andarono di nuovo.
– Ha notato, contessina, che stasera non c’è Flopi? – riprese Berto con la sua voce più melliflua, piano piano.
– Non ho notato nulla! – rispose Giselda bruscamente. – Perchè dovrei notare queste inezie?
– Inezie? Non ci sono inezie per chi ama…. Si vorrebbe sapere dove è Flopi a quest’ora, che cosa fa, che cosa dice…. Non è vero?
– Non è vero; io non voglio sapere nulla. Il conte Vagli non m’interessa più di quanto sia lecito, e io non ho l’abitudine di amare chi non si occupa di me.
– Non dico sia un’abitudine, – osservò Berta. – Può essere una fatalità…. Zitta! – soggiunse, dopo aver dato uno sguardo ai buchi della cicogna. – C’è lo zio!
Il conte Roberto Vagli entrava in quel punto con un altro vecchio signore; il conte Roberto era dritto e magnifico, il largo petto inquadrato dal panciotto della marsina, all’occhiello della quale era fissato un superbo garofano bianco; tra le mani il conte teneva il gibus, alla maniera antica.
– Io ti assicuro, – egli seguitava, – che è una corbelleria, questa di voler tanti treni fra Venezia e Milano; treni diretti, treni direttissimi, o, come si dice ora, treni-lampo! Sai che cosa avverrà?
L’amico sedette in una poltrona, e il conte ripetè, standogli innanzi:
– Sai che cosa avverrà? Avverrà che Venezia fra pochi anni sarà un sobborgo di Milano, e le nostre civette andranno a far le compere a Milano, e i nostri giovanotti si vestiranno a Milano, e tutti i nostri quattrini ingrasseranno Milano, e il nostro commercio e la nostra industria rimarranno quel che sono ora, una povera cosa. Non mi diceva un momento fa il Cavenaghi, sai, quel mercante di carbone, che si pensa d’attuare un treno per tempissimo, cosicchè si possa andare a Milano, starvi sei o sette ore, e tornar la sera, medesima? Io ti domando!…
L’amico si alzò, e tutt’e due s’avviarono.
– Io ti domando se questo si chiama far l’interesse di Venezia….
– Che bella mente! – esclamò Berto Candriani, quando fu sicuro che i due se n’erano andati. – Non vuole i treni i diretti; bisognerà offrirgli un servizio di muli. Dopo la battaglia di San Martino, non ha capito più nulla. E Flopi deve lottare con questi suoi parenti, i quali, nonchè l’amore, non sanno intendere nemmeno la ferrovia!…
– Ma io non comprendo perchè Flopi debba lottare coi parenti, – osservò Giselda. – Lotta per che, per chi?
– Bah, – esclamò Berto Candriani, arricciandosi i mustacchi con studiata, espressione di mistero. – Affari riservati! Non dimentichiamo che lei è una signorina.
Giselda si sentì avvampar la faccia: aveva ventitre anni, molta voglia di vivere, fors’anco molta violenza contenuta dall’abitudine e dalla educazione; e nulla più l’irritava che l’ignoranza e l’espressione di candore che dovevan formare la sua maschera sociale.
Ella crollò il capo e risposo con voce dura:
– Quali sciocchezze! Ma se so tutto!…
– Tutto? – ripetè Berte, sicurissimo che non sapeva nulla, ma contento d’essere esonerato dalla discrezione. – Lei sa che Flopi ha un’amante?
– Ma certo!
– La quale è bellissima?
Giselda esitò un attimo.
– Ciò non importa. Chi la dice bellissima, – rispose, – chi mediocre, chi brutta!
Berto sorrise fugacemente, e incalzò:
– Bellissima; e lei sa che Flopi l’ha rapita, l’ha sedotta, la tiene con sè, e che ora ha sulle braccia tutti i parenti?
– Di lei; è naturale, – osservò Giselda.
– No, di lui; i parenti di lui sono spaventati, perchè non capiscono che cosa voglia farne, e temono che la sposi….
– Ma i parenti di lei perchè non intervengono? – domandò Giselda quasi con impazienza.
– Per una ragione ottima, contessina, mia, – rispose Berto ridendo. – Perchè sono nel regno dei cieli, ad eccezione d’una madre, la quale se l’è ripresa una prima volta, ma se l’è vista ripartire con Flopi; onde la povera donna ha rinunziato a lottare e a discutere.
– E dove sono ora? – chiese Giselda con aria distratta.
– Chi? I parenti? Lo zio era qui poco fa, a parlar di treni….
Giselda interruppe, battendo un piede a terra, spazientita.
– Ma no, mio Dio! Flopi e quell’altra!…
– Ah!… Sono a Venezia; anzi ho pranzato oggi da loro. Bisogna dire che se qualche cosa d’irregolare è in quella casa, non lo si vede certo nella disposizione dei mobili, nella scelta delle vivande, nella qualità degli oggetti che adornano l’appartamento. Tutta roba squisita…. Credo che Flopi verrà stasera a salutar la contessa, sul tardi….
– Lei è molta addentro nella confidenza di Flopi! – osservò ironicamente Giselda, alzandosi.
– Sì, sono dei pochi che frequentano la casa, – disse Berto drizzandosi in piedi e offrendo il braccio a Giselda.
– No, grazie, – rispose questa, freddissima. – Devo dire una parola alla Torrecusa, che vedo seduta laggiù, nella sala da ballo.
E s’avviò sola, ma sì fermò di repente:
– Quale casa? – -domandò sottovoce.
– Sì, la casa di Flopi. Egli vive solo, ora; voglio dire non vive a palazzo. Ha un bellissimo appartamento sulle Zattere….
– Con la bellissima compagna! – concluse Giselda, che si lasciò sfuggire una risatina troppo stridula per essere sincera.
Berto s’inchinò, girò sui tacchi, e perfettamente sicuro d’aver fatto il bene di Giselda, di Flopi, e fors’anco di Loredana, passò nella sala rossa, e si mischiò a un gruppo di dame che ridevano in piedi con alcuni ufficiali di marina.
L’orchestra attaccò un valzer; i cavalieri traversarono la sala, s’incrociarono, ricomparvero con le dame al braccio, s’avviarono alla sala da ballo; fu una sfilata rapida di coppie, un’ondata di profumi.
Il valzer diceva: “Queste gioie fallaci, tutte simili all’invisibile onda delle mie note, si dissolvono nel tempo, e nulla più rimane quando l’alba livida vi richiama alle case. Abbandonatevi a queste gioie malinconiche, a quest’onda invisibile, e sognate tutti i vostri sogni, prima che l’alba vi risvegli….”
Il maggiordomo comparve a un tratto nella sala rossa, si presentò alla contessa Lombardi, le disse qualche parola inchinandosi.
La contessa ebbe un sorriso e mosse lentamente verso la porta d’entrata, mentre un susurrìo di curiosità ai propagava, nella sala tra i gruppi degli invitati che avevan preferito la conversazione alla danza.
Quasi contemporaneamente un signore non alto di statura, largo di spalle, con lunghi favoriti biondi, varcava il limitare e dirigendosi rapidamente incontro alla contessa, le prendeva la mano, così da impedirle l’inchino che la dama aveva abbozzato.
S’udì la voce dell’uomo, una bella voce molle:
– “Je vous suis bien reconnaissant, comtesse”, – egli diceva, baciando la sottile mano guantata.
– Chi è? – -domandò Berto Candriani.
– Non lo conosci? – disse il tenente di vascello Paolo Orseolo. – È Milan, l’ex-re di Serbia.
– Oh guarda! – esclamò Berto. – Si muove bene in un salotto, meglio che sul trono, l’animale….
Il conte Orseolo diede una gomitata a Berto.
Milan s’inoltrava, tenendo al braccio la contessa Lombardi, che gli presentò gli invitati.
Berto aveva ragione: Milan aveva piuttosto l’aria d’un gran signore annoiato che non l’aspetto d’un Sovrano. I favoriti e i baffi biondi contrastavano con l’espressione di lassezza diffusa sul volto; e dentro gli occhi grigi e freddi passavan talora lampi improvvisi, come per effetto d’un pensiero che sopraggiungesse e illuminasse o facesse tremare quell’anima.
Egli disse qualche complimento alle dame intorno, con misura e con gusto, sorridendo e socchiudendo gli occhi.
A Berto Candriani domandò:
– “Est-ce que vous êtes du Rowing-Club, comte?”
– “Mais sans doute, Altesse!” – rispose Berto Candriani prontamente.
Milan gli sorrise sorrise soddisfatto; e mentre egli si allontanava con la contessa per dirigersi alla sala da ballo, Berto soggiunse a bassa voce con Paolo Orseolo:
– Mai visto il Rowing-Club! E tu?
Il conte Orseolo si mise a ridere.
Milan era giunto a Venezia in quei giorni, proveniente da Abbazia, dove aveva passato qualche settimana col giovane re Alessandro, suo figlio. I giornali avevano anzi parlato d’un tentativo d’avvelenamento commesso dai nemici degli Obrenovich contro Alessandro; e Milan, che in quell’epoca dimostrava pel figliuolo una vera tenerezza, ne era rimasto foscamente impressionato.
Era sceso all'”Hôtel d’Europa”; la contessa Lombardi, che l’aveva conosciuto alcuni anni prima a Biarritz, l’aveva invitato alla sua sauterie.
Berto Candriani stava per seguirlo a distanza e per gustar le altre presentazioni, ma vide entrare in quel punto Filippo Vagli, e gli corse incontro.
Filippo lo guardò interrogativamente.
– C’è Milan, – annunziò Berto.
– C’è già? – disse Filippo. – È simpatico?
– Un tozzo di pane. Ti domanderà se sei del Rowing-Club. Ti prego di dirgli di sì, perchè ciò gli fa piacere.
– Va bene. E la contessa è con lui?
– Naturalmente. Adesso che ha una specie di re per le mani, tu puoi risparmiar di salutarla, perchè conti anche meno del solito.
I due amici s’avviarono ridendo verso la sala rossa.
– A proposito, – soggiunse Berto. – Ti ho reso un piccolo servizio, questa sera.
– Mi fai tremare! – esclamò Filippo.
– Coraggio! C’era la Fioresi che schiattava dalla voglia di saper che cosa fai, come vivi, dove ti nascondi. Io le ho raccontato tutto.
– Le hai parlato di Loredana? – esclamò Filippo, arrestandosi.
– No. Le ho parlato di te, della tua passione, delle baruffe con la tua famiglia; quadro completo, insomma!
– E lo chiami un piccolo servizio, questo? – disse Filippo, stringendo la mano di Berto. – Ma è un servizio impareggiabile, prezioso, magnifico….
– Un servizio per dodici persone, – mormorò Berto.
– Proprio! Così avrò costei sulle braccia, come non bastassero tutte le altre! – concluse Filippo. – Ma dove hai la testa? Quando imparerai, tu, a essere discreto?…
Berto era un po’ confuso; aveva creduto, dapprincipio, che Filippo lo ringraziasse e gli stringesse la mano per davvero; ed ecco che tanta gratitudine si risolveva in un rimbrotto.
– Non ti arrabbiare, Flopi, – egli disse. – Alla fin fine, che cosa avverrà? Che la Fioresi non ti annoierà più coi sospiri e gli sguardi languidi….
– Ma ti prego di credere che la Fioresi non ha mai fatto nulla di simile, caro mio, e che queste son fantasie del tuo cervello ozioso….
Berto non potè replicare.
Giunti nella sala rossa, videro nel bel mezzo Milan Obrenovich che parlava con la duchessa di Torrecusa.
– “Nous avons fait un pari, la comtesse et moi,” – diceva. – “La comtesse disait que vous avez les yeux gris clairs, moi je disais que vous les avez verts, ce qui vous sied excessivement bien. Et voilà, j’ai gagné!”
La duchessa sorrideva, un po’ impacciata, sotto la fiamma che sfolgorarono a un tratto gli sguardi di Milan. Si sarebbe detto ch’egli avesse voluto bere la luce che sorgeva dal corpo sottile, dalla carnagione rosata, dai capelli aurei della giovane dama.
Gli altri tutt’intorno sentirono quella vampa di desiderio, che il re del tappeto verde e delle alcove aveva recato con sè, e tolsero gli occhi dalla coppia e seguitarono per discrezione i loro discorsi.
– Oh perchè non si ricoverano dietro il paravento? – mormorò Berto, con un’occhiata al principe. – Se vuole io gli insegno i buchi, a Milan….
– Quali buchi? – domandò Filippo stupito.
– I buchi del paravento. Li ha trovati comodissimi anche la Fioresi. Vieni, che ti faccio vedere; è un segreto, il segreto che si rivela a un gentiluomo….
In quel punto, la Fioresi, giungendo dalla sala da ballo con passo svelto, alta la testa, un tranquillo sorriso sulle labbra, fermò Filippo, stendendogli la mano.
– Buona sera! – ella, disse. – Si disperava di vederla tra di noi….
Berto Candriani rattenne un ghigno di malizia, ma Giselda lo indovinò più che non lo vedesse.
– Mi dia il braccio! – ella soggiunse a Filippo. – Facciamo un giro, lontano da questo re che non mi piace!
Filippo le diede il braccio e s’avviò presto con lei fuori della sala.
– Ha ragione se non le piace quel re, – disse. – Perchè pensava che io non sarei venuto stasera?
Berto, sprofondate le mani nelle tasche dei calzoni, rimase a guardar Filippo e Giselda che si allontanavano; poi squadrò di nuovo Milan Obrenovich, e gli venne in mente un verso, un verso del quale non avrebbe potuto dir l’autore, ma che gli sembrava adatto alla sua situazione:
/# “Messo là nella vigna a far da palo”. #/
– Senta che bel galopp! – gli disse la contessina Cafiero, passandogli al fianco.
Berto l’afferrò per il braccio, quasi a volo, con tal furia che la fanciulla fece un gesto di spavento; e conducendola seco di corsa:
– Andiamo! – disse. – Qui tutti galoppano! Galoppiamo anche noi!…
La Cafiero, vestita di rosa, alta e bruna, un neo in mezzo alla fronte, cominciò a ballar con Berto, ridendo e socchiudendo gli occhi voluttuosamente.

II.

Dopo la notte trascorsa, da Loredana al palazzo Vagli, Filippo aveva trovato e arredato l’appartamento sulle Zattere, di fronte al largo e torpido Canale della Giudecca; aveva persuaso con molta facilità del resto, la signora Clarice Teobaldi a lasciar Verona e ad allogarsi nell’appartamento; di poi era toccato alla Teobaldi, nelle frequentissime sue visite, a persuader Loredana, che combatteva tra il desiderio di raggiungere finalmente Filippo e la crudele necessità di dar nuovo dolore alla mamma.
Loredana s’era decisa un giorno in cui Adolfo Gianella l’aveva affrontata in istrada, dichiarandole di volerla accompagnare per vedere se mai andasse dal conte. L’insolenza del giovane l’aveva così esaltata che quel pomeriggio medesimo, invece di tornare a casa, aveva raggiunto Clarice Teobaldi, e alla mamma aveva scritto ch’era a Venezia, ch’ella non temesse, ma che ormai “il suo destino la chiamava”.
Così Clarice era diventata la dama di compagnia di Loredana; e Loredana, l’amante, alla faccia del sole, di Filippo. Egli volle festeggiar l’avvenimento con un piccolo viaggio, e partirono i due innamorati per i laghi lombardi, lasciando Clarice a Venezia.
La dama di compagnia, altera del suo nuovo e delicato ufficio, aveva rinunziato agli abbigliamenti vistosi; vestiva sempre di nero, ma con quel suo vezzo di indossare abiti troppo corti, che le lasciavano scoperto tutto il piede, sembrava da lontano un vecchio merlo.
Quando Loredana e Filippo tornarono, ella potè annunziare che la signora Emma era stata due volte a cercar della sua Lori, e che non si lagnava più, e che aveva piegato il capo, anche lei, sotto quella raffica di passione. La signora Emma, travolta dal furore altrui e dalla debolezza propria, la quale pareva esser cresciuta dopo l’unico atto energico da lei compiuto a Sirmione, aveva veramente abbandonato le redini, non sperando ormai che nella onestà di Filippo, nella saggezza di Loredana, in qualche lontano avvenimento tuttavia incomprensibile.
La sua Lori andava a trovarla spesso, in quella casetta bianca sul campiello muto, dalla quale i pettegolezzi ostinati e i fatti veri avevano allontanato amici e conoscenze, cosicchè la signora Emma viveva ora quieta e sola, abbandonata e placida. Qualche volta Lori si fermava a colazione o a pranzo; e mai le due donne non parlavano del conte; bensì, era in tutto l’atteggiamento della fanciulla verso la madre una premura nuova, un’affettuosità timorosa, che parevan chiedere continuamente il perdono nel silenzio; e quel perdono era già nel riserbo della signora Emma, che non aveva più detto parola dei suoi presentimenti.
Loredana traversava allora un periodo di selvaggia e franca voluttà. Filippo era l’amore, e l’amore l’inebbriava, come se il calore di quel principio d’autunno avesse bruciato le vene di lei, moltiplicandone il desiderio e i capricci notturni e diurni. Il suo corpo bianco finemente venato, i seni duri dai capezzoli che ricordavan le fragole odorose, il ventre piccolo chiaro come ambra, le gambe dai bei ginocchi e dalle cosce muscolose, – splendevan la notte sotto i baci di Filippo, tra i veli della zanzariera, che chiudevan gli amanti come nell’onda azzurra e dolce d’un acquario.
Al ritorno dall’escursione dai laghi lombardi, Filippo chiamava Loredana “la viperetta” ed ella sorrideva misteriosamente. Quel che di più gaio, di più sano e di più forte era nella sua anima veneziana, sfolgorava nella passione libera, così che nessun dono era per la giovane premio più ambito che un’ora di baci e di carezze.
Baci e carezze di Filippo; mai non aveva pensato potessero essere d’altri; mai non aveva guardato i facili ammiratori che, protetti dall’angustia e dalla cattiva luce delle calli, la seguivano, fosse sola per correre dalla mamma, o fosse accompagnata da Clarice, e le susurravano, passando, brevi frasi, e osavano qualche sorriso e le ronzavano intorno.
Ella aveva per Filippo una gratitudine cieca, una specie di religione; ma lungi dall’essere timorosa, era lieta ed uguale; risuonava il suo canto la mattina, nel torrente di luce che invadeva le camere; e tutto il giorno Loredana viveva con piacere, occupandosi con Clarice delle compere, dando ordini alla cuoca ed alla cameriera, riempiendo la casa delle sue corse, delle sue risatine, facendo ammattire la povera dama di compagnia, della quale imitava i gesti al piano e le stonature e il modo di camminare e il dialetto veronese, con tanto impeto, che Clarice finiva per riderne.
Filippo si recava tutti i giorni dall’amante, vi si tratteneva a colazione spesso, a pranzo quasi sempre, e per lunghe ore nella serata. Ancora non s’era fatto veder per la strada con la ragazza; gli spiaceva l’ostentazione dei suoi amori, quantunque nessuno potesse ormai ignorarli.
Egli aveva pensato di vivere con Loredana lungi da Venezia, in qualche città dove, per esser la vita larga e rapida, la curiosità è meno molesta. Ma in quei giorni appunto le diatribe coi parenti s’eran fatte acute.
La contessa Bianca aveva minacciato Filippo di farlo diseredare dallo zio Roberto; occorreva una punizione materiale, poichè i concetti d’onesto vivere e il senso del decoro non avevan presa su di lui; e in verità la perdita d’un patrimonio che, come quello dello zio Roberto, si aggirava intorno ai due milioni, non poteva non impensierire Filippo, il quale non possedeva nemmeno un terzo di quella ricchezza. Allontanarsi decisamente da Venezia e con Loredana in un frangente simile, sarebbe stata imprudenza grave, anche perchè la minaccia non era venuta sino allora che dalla contessa Bianca e nulla diceva nel contegno dello zio Roberto ch’egli pensasse a tanto estremo. Anzi, di Loredana non aveva più parlato.
La contessa Bianca, infatti, s’era avveduta presto che di Flopi, dello scandalo, della “monella”, dei soliti discorsi, il cognato era arcistufo; poteva egli bensì dare un consiglio, ma considerava i consigli a guisa dei denari, dei quali se si regalano o se si prestano, non è lecito al donatore invigilar l’uso e rinfacciar la prestanza.
Prudentemente, la contessa Bianca smise d’intrattenere il cognato sulle follie di Filippo, ripromettendosi di tornar daccapo ad occasione propizia; e dopo un ultimo colloquio breve, secco, perentorio, col figlio che si mostrò rispettoso e cocciuto, ella si ridusse nella sua campagna di San Donà.
Ciò che la contessa aveva previsto, si avverava fatalmente: il vincolo tra Flopi e Lori si era fatto via via più saldo; non era Loredana l’amante, nè la mantenuta, ma qualche cosa tra la moglie e l’amica, qualche cosa che non si vende e non si compera, che si può abbandonare ma che non si dimentica più, che con rapidità propaga il suo dominio dai sensi al cervello e dal cervello al cuore. Si trattava d’un caso d’amor libero, che talune condizioni potevano spezzar da un giorno all’altro, e che talune, più probabili, potevano un giorno trasformare in un matrimonio.
Filippo, tutto preso dalla “viperetta”, dimenticò finalmente la prudenza e andrò a vivere egli pure nell’appartamento sulle Zattere, che per Loredana era troppo grande; la camera attigua a quella in cui dormiva la giovane fu ridotta, da salottino, in camera da letto per Filippo; e tra l’una e l’altra si aprì una porta di comunicazione. Il conte fece trasportar mobili, libri, oggetti suoi nella nuova dimora; vi condusse anche Piero, il domestico silenzioso, e si ripromise di vivere da quel giorno, ora in casa di Loredana, ora nel suo palazzo, secondo che le convenienze e gli obblighi sociali avrebbero permesso.
Loredana non aveva chiesto mai nulla, e tutto le veniva profferto spontaneamente, con fresco entusiasmo, con incredibile audacia da quello stesso uomo, che andava sostenendo tanta guerra per il suo amore. Ad ogni piccola novità, ella rideva nervosamente, quasi smarrita, rilevando che la casa si trasformava, si faceva bella e intima, che Filippo le dava a poco a poco una sua impronta personale.
– “Folletto”, che ne dite? – chiedeva Loredana qualche volta alla Teobaldi.
“Folletto” era il nomignolo che Loredana aveva scelto per Clarice in memoria del famoso galop di Sirmione.
– Dico che è magnifico! – rispondeva il grosso folletto, guardandosi intorno a gustar meglio l’intimità aristocratica dei luogo, e a salutar con un sorriso certi oggetti, come quel legno policromo del 600, i quali significavan per lei qualche ricordo. – Dico, – seguitava, – che a Sirmione deve avermi spinta il mio angelo custode; e pensi, contessa, che vi sono andata a caso, senza voglia….
Ma Loredana interrompeva con un gesto la storia risaputa.
– Non tornerete daccapo? – domandava ridendo.
Dacchè viveva con la giovane signora, Clarice aveva sentito il dovere di renderle il titolo di contessa, che a Sirmione le aveva lesinato; i servi imitavano in questo la dama di compagnia, quantunque nessuno ignorasse da qual vincolo Loredana era legata al conte; e Filippo, non senza riconoscere la fastidiosa gravità del fatto, s’era guardato dal muovere osservazioni, che sarebbero state, del resto, assai difficili e spiacevoli.
Berto Candriani aveva raccontato alla contessina Fioresi ch’egli era fra i pochi i quali frequentavano la casa della bella amante, e aveva detto il vero; anzi era il solo che Filippo si conducesse qualche volta a pranzo.
Aveva cominciato quasi involontariamente, perchè Berto gli si era messo un giorno alle calcagna, essendosi fitto in capo di pranzare con Filippo, dovunque quel giorno e con chiunque Filippo avesse dovuto trovarsi; e quest’ultimo, o perchè di buon umore, o disperando di levarselo d’intorno, se l’era condotto seco e l’aveva presentato a Loredana e anche alla signora Clarice Teobaldi.
Loredana n’era rimasta sgomenta e sospettosa; ma passato il primo impaccio, Berto s’era mostrato così accorto, così savio, così elegante nelle maniere, pur essendo loquace e malizioso, che a poco a poco Loredana s’era rimessa dal sospetto e da quel sottile pudore che l’avevan dapprima turbata. Clarice dichiarò netto che dopo il conte Vagli, il conte Candriani era il gentiluomo più compito del mondo, forse perchè, invece di far complimenti usuali alla bella amante, egli aveva rivolto la sua galanteria scherzosa alla cantatrice, la quale n’era rimasta ammiratissima.
Berto non abusò del privilegio e non si recò mai da Loredana se non accompagnando Filippo. Egli pure aveva fiutato in aria che si trattava d’un legame serio, non indegno di qualche rispetto; parlava bene di Loredana a Filippo e di Filippo a Loredana, ma chiedeva a se stesso dove quei due sarebbero andati a parare.
Frattanto, perchè la contessa, Lombardi e altre dame s’indugiavano in città, prolungando oltre il consueto la stagione dei bagni, Filippo aveva dovuto riprendere quella “vita per la platea” della quale era abituato a vivere. Si recava spesso a Lido, nelle capanne delle amiche.
Il Lido piaceva a lui, come a tutti i veneziani, per agonia di luce, di verde, di spazio, d’aria diffusa; anch’egli si contentava dei pochi viali fiancheggiati da villini brutti, e s’era avvezzo alle costruzioni terribilmente antipatiche di quegli alberghi nei quali si mangiava malissimo e dai quali si vedeva una sfilata di capanne tozze, una spiaggia arida, qualche disegno di giardino con gli alberetti ancor giovani, sarcasticamente dimentichi di protegger gli uomini dal sole. Anche a Filippo la terrazza dei bagni pareva una stupenda costruzione d’arte; la vita e i colori glieli prestavano le oziose belle e gli oziosi eleganti in abiti vivacissimi, cosicchè quella baracca era come un animale indecente coperto da parassiti variopinti che ne nascondevano la sgraziataggine.
Con le dame, con gli ufficiali di marina, coi gentiluomini che a quelle facevano codazzo e corona, Filippo si lasciò trascinare a gite frequenti; talora prendeva parte alle “sauteries”, che nel linguaggio barbarico dell’aristocrazia dovevano significare balli modesti, fra amici.
Egli aveva il proprio pensiero rivolto a Loredana anche in quelle ore, ma la dimestichezza antica con le famiglie patrizie, la necessità di rispondere alle cortesie, la germinazione continua di visite da visite, di pranzi da pranzi, di gite da gite, la rete sottile e densa della vita mondana, che o si fugge interamente o interamente vi afferra, per lunghi giorni lo avevano costretto ad abbandonare l’appartamento segreto e caro delle Zattere, dove non si riduceva che a notte tarda, con la furia di ricomprarsi il tempo perduto e di compensarne l’amante.
Loredana, che di rimbrotti non era capace, sentì bruscamente d’odiare quelle donne, quegli uomini, quei ritrovi, quegli spassi; non solo perchè interrompevano la sua bella esistenza d’amore, ma più perchè la mettevano innanzi a una barriera.
C’eran dunque famiglie ch’ella “non poteva” conoscere, e donne che “non dovevano” salutarla? Si era data con ingenua lealtà, fidando, senza un calcolo, per impeto d’amore; e niente la salvava dalla riprovazione arcigna del mondo? Ella aveva contro di sè la piccola società borghese alla quale apparteneva, e la società aristocratica alla quale non poteva appartenere; l’una e l’altra s’accordavano in un sol punto, nel biasimarla.
La fanciulla evitò di metter piede a Lido, temendo che la sua mala sorte la facesse incontrar con Filippo e obbligasse l’uno e l’altra alla commedia di scambiare un saluto appena percettibile; ma se lo sguardo le cadeva sui giornali cittadini, vedeva il nome di Flopi nel resoconto delle feste accomunato con quello di Berto Candriani, del tenente Orseolo, del marchese di Spinea, e due righe sopra una sfilata di dame, dalla contessa Osvaldi alla duchessa di Torrecusa, dalla contessina Fioresi alla contessa Lombardi. Eran sempre le medesime, accompagnate dai medesimi aggettivi, disposte nel medesimo ordine; e venivan poi i nomi di signore esotiche, le quali almeno, sparivano e ricomparivano con maggior varietà.
Che cosa faceva Flopi, come poteva non annoiarsi tra quelle donne, ch’egli vedeva tutti i giorni, da anni?
Berto Candriani, una sera a pranzo, aveva detto sbadatamente, innanzi a Loredana, che non si può vincere la noia in società se non a patto di andarvi per corteggiare una donna, per trovar l’amore o per condurre un flirt. E aveva svelato i piccoli intrighi, che legavan questo a quella, sfilando una corona di allegri pettegolezzi ed esagerando molto.
Loredana aveva dato un valore d’assioma alle parole del Candriani, e aveva guardato Filippo impallidendo; ma Filippo, quella sera medesima sul tardi s’era recato a una delle solite “sauteries” spinto dalla curiosità di veder dappresso il famoso Milan Obrenovich, del quale si narrava in quei giorni la riconciliazione con la regina Natalia. La giovane s’era coricata subito, per piangere, e nel cupo silenzio della notte veneziana, a lungo aveva dovuto aspettare il ritorno di Flopi.
Distesa sul letto, i capelli raccolti in fascio dietro la nuca, guardava tra le lacrime la sua camera e gli oggetti intorno, che le eran tanto cari. Una lampada ardeva sul tavolino; il letto chiuso nei veli della zanzariera, che tenevan Loredana come in un’ampia rete, e i mobili di mogano lucido sui quali splendevano le serrature e le borchie d’argento, e le due finestre debolmente illuminate dalla fiammella del lampione ch’era innanzi alla casa, e le poltrone di stoffa a larghi fiori di velluto in rilievo, tutto era accarezzato come da un raggio lunare, per la lampada che aveva il globo intensamente azzurro.
Il valzer in casa Lombardi cantava intanto: “Abbandonatevi a queste gioie malinconiche, a quest’onda invisibile, e sognate tutti i vostri sogni, prima che l’alba vi risvegli….”

III.

Di quel patriziato veneziano del quale le storie del 1848 non dicono nulla, quelle del ’59 non dicono niente e quelle del ’66 dicono poco, il conte Roberto Vagli era stato a’ suoi tempi una fortunata eccezione.
Come ufficiale di cavalleria, aveva preso parte al combattimento di Montebello, che viene giudicato dai tecnici il primo scontro importante del 1859; e terribile, perchè secondo alcuni autori, metà della cavalleria piemontese – lancieri Aosta, lancieri Novara, cavalleggieri Monferrato – vi rimase distrutta, essendosi urtata con gli Ussari Haller sotto la fucilata implacabile dei battaglioni austriaci; e stupendo per l’impareggiabile pertinacia dei cavalieri italiani che si lanciarono più volte alla carica con una furia, la quale il fuoco e il piombo non poterono arrestare.
Fu il conte Vagli di poi alla battaglia di San Martino con quegli squadroni d’Aosta, di Saluzzo e d’Alessandria, che sciabolando ripetutamente il nemico, l’obbligarono a ripiegare verso Pozzolengo. Bella battaglia, ideata e svoltasi alla vecchia, con accanitaggine testarda, con episodii di rabbia incredibile; e l’eco ne giunse tosto a Venezia, dove nessuno osò per quella vampa di gloria e d’entusiasmo inanimire il popolo e dare al vento il vessillo italiano.
Il conte Roberto Vagli si sentiva certo meglio di suo nipote Flopi, gettando uno sguardo al passato, benchè la famiglia fosse stata sempre più incline a censurare le mende dei numerosi scapestrati onde s’ornava l’albero genealogico, che non a compensar le gesta dei pochi valorosi i quali avevan compiuto il loro obbligo. Si sentiva certo meglio, il conte Roberto, dei suoi coetanei, ch’egli non aveva incontrato nè tra i lancieri d’Aosta, nè tra gli ussari austriaci, nè tra nemici, nè tra commilitoni.
Egli fu candidamente felice di poter far parte di quel Comitato che nell’anno 1893, sotto la presidenza del cavalier Breda, aveva preparato l’inaugurazione della Torre di San Martino della Battaglia; e mentre la cognata andava snocciolandogli la litania dei vizii e degli stravizii di Flopi, e degli amori con la sbarazzina e della necessità di qualche grave minaccia, il conte Roberto, fattole comprendere d’averne abbastanza, riviveva le belle memorie, tutto chiuso in pensieri più alti e più gravi che non fosse l’avvenire del nipote.
Frugava tra carte vecchie, contemplava i vecchi ritratti degli ufficiali di cavalleria e di quelli dei bersaglieri, che avevano caninamente disputato il terreno agli austriaci, battendoli passo per passo, da una casipola a un cimitero, da un albero all’altro; e sentiva quasi sul volto un alito fresco, certamente nelle vene un sangue gagliardo scorrere, e voleva ridere di piacere per i giorni gloriosi, che nessuno poteva cancellare più.
Quel 15 ottobre 1893, in cui la Torre venne finalmente inaugurata alla presenza d’Umberto e di Margherita, tra una folla di settantamila persone onde furono allagati i bei viali di cipressi e la pianura, sotto un mirifico sole, il conte Roberto fu tutto preso da una tenera gioia e da un’ombra di malinconia, rivedendo parecchi dei vecchi combattenti e rammentando i molti scomparsi.
Filippo gli era al fianco; a lui quel tuffo in un’epoca vicina e pur così diversa da quella in cui viveva, diede subito una specie di sbalordimento. Lo stesso zio Roberto ch’egli si dipingeva, sempre al pensiero come un brav’uomo bizzarro, gli apparve fermo, giovane, sereno. Ne aveva un poco riso la sera prima, senza malizia, con Loredana la viperetta; e il mattino, innanzi alla torre storica, vedendolo tutto lieto, il petto fregiato di belle medaglie conquistate tra lo sciabolare dei nemici furiosi e vinti, Filippo ebbe quasi un fremito d’invidia e di rispetto.
Quando il cavalier Breda lo chiamò e lo presentò al Re dall’occhio fulmineo, dicendo a Sua Maestà nel placido dialetto, a cui il commendatore non aveva voluto rinunziar neppure in quell’ora solenne:
– “La permeta che ghe fazza conossar sto bravo giovine….”
Filippo, inchinandosi profondamente, si chiese perchè lo presentassero al Re e perchè egli fosse un bravo giovane; forse non per altro, se non perchè nipote del conte Roberto.
La folla bisbigliava facendo ala ai Sovrani per vedere la Regina, augusta bellezza nell’abito violetto, col cappello nero piumato sulla massa della chioma d’oro; e Filippo, rimasto a pochi passi dal Re, sentiva gli sguardi avidi fissare il gruppo dei generali, cercar fra questi il vecchio Cucchiari, e diffondersi il susurro, diventar grido e tumulto, perdersi lontano dove ondeggiava un mare di teste.
Più tardi, durante la visita all’Ossario, Filippo guardò i teschi degli ufficiali italiani e austriaci, raccolti e disposti nella scansia circolare.
Pel vialetto di cipressi che adduceva a quel funereo reliquario, la battaglia era stata atroce; i colpi di fucile avevano sloggiato i nemici a uno a uno, quasi in un duello di soldati contro soldati; qua e là l’iscrizione breve d’una pietra rozza fitta in terra indicava la zolla su cui un ufficiale italiano era caduto durante la rapida caccia; e la terra pareva diversa da quella di tutti gli altri campi, quasi il sangue onde s’era abbeverata l’avesse fatta più grigia e più triste.
Ma Filippo osservò attentamente i teschi raccolti nell’Ossario. Il conte Roberto, senza parlare, gliene segnò alcuni col dito, gl’indicò il cartellino col nome; dalle occhiaie e dalle suture sconnesse di alcuni pendeva per una cordicella il pezzo di piombo che aveva traversato il cranio o spaccato il cuore; e toccando quei frantumi di proiettili e di mitraglia, Filippo vide fuggire lungo i palchetti della scansia qualche scolopendra che aveva preso albergo nei teschi dei valorosi.
Egli guardò Roberto, che sorrise tranquillo.
– È un altr’uomo! – pensò Filippo. – La morte non gli desta alcun orrore; egli vede i teschi dei commilitoni come fossero ancora animati, e avessero occhi e carni. Poteva essere lui nell’Ossario; io non l’avrei conosciuto e non avrei compreso il suo sacrificio.
Roberto lo toccò nel gomito. I due Sovrani uscivano scambiando qualche parola con gli ufficiali ch’erano intorno; tutto il sèguito si muoveva.
Roberto disse:
– Ebbene, che pensi? Ti piace?
Filippo non potè trattenersi dal ridere sommessamente.
– Che verbo strano tu hai scelto! – egli rispose. – Se mi piace! Come fossimo a un ballo!
– A me piace molto, – disse lo zio con semplicità. – Ogni passo su questo terreno mi fa rivivere. Non è stata una grande battaglia, sai? E si sono commessi spropositi da cavallo; tuttavia è andata bene. A Montebello ci eravamo divertiti meglio; gli Ussari erano magnifici; bei soldati gli Ussari; ma qui abbiam picchiato più forte, più deciso. Tu avessi visto il cimitero! Un carnaio; si dovette conquistarlo a mitraglia e a fucilate come una fortezza. E la villa Tracagne, presa e ripresa sei volte? Ha nella fronte ancora diciotto palle da cannone….
Tacque un istante, gli occhi nel vuoto, sopra le teste della folla che egli non guardava e che guardava lui. Aggiunse, col sorriso pacifico:
– Ci siamo divertiti! Bah! Non potere tornar daccapo!…
Filippo voleva dire qualche cosa; voleva dirgli che lo amava assai in quel momento, che gli pareva nobile ed alto; ma si rattenne non trovando la parola discreta, e sorrise egli pure.
Il resto della cerimonia, la messa, il banchetto nel padiglione reale, non ebbero per Filippo alcun significato; la festa si vestiva ormai della sua veste ufficiale.
Davanti alla Torre, i due cannoni che la presidiavano con le bocche rivolte al viale, attrassero l’occhio di Filippo, che pensò i due vecchi arnesi della guerra già antica serrassero qualche cosa in sè dell’anima di Roberto; egli era della stessa tempra ingenua e salda.
Ma l’imagine che rimase nitidissima fra tutte nella mente di Filippo fu quella dei teschi, dei frantumi di mitraglia, delle scolopendre che correvano smarrite.
Rivide il vialetto dei cipressi già imbevuto di sangue, e si provò a sognar quell’episodio di furore, la corsa, il crepitìo delle fucilate; udì quasi l’ansimar dei soldati sotto la tempesta di ferro, e questo e quello vide cadere, squarciato il viso, rotto il fianco. Il conte Roberto eccolo alla testa d’un plotone di lancieri sbucare di repente tra quell’inferno, urlando e sciabolando coi suoi cavalieri indemoniati; e il sibilo della mitraglia raddoppiare: cavalli impennati, uomini precipitati di sella; e dietro, altri plotoni e altri, e lampeggiar di lame e di lance: cavalleggieri Saluzzo, lancieri Aosta, cavalleggieri Monferrato, tutti addosso al nemico che balena. Poi, d’un tratto l’uragano scoppia; la furia del cielo si mesce alla furia degli uomini, violentissima, e al fragor delle armi si unisce il guizzo dei fulmini e lo scroscio della bufera.
– Torni a Venezia? – domandò il conte Roberto.
Filippo sussultò in modo, che il vecchio si mise a ridere.
– A che pensavi? – disse.
L’altro si passò una mano sul viso come trasognato. Erano tutti in piedi, al finir del banchetto. Si fece un gran silenzio: i Sovrani si congedavano; e a Umberto piacque salutare affettuosamente il conte Roberto Vagli.
– Arrivederci, – gli disse, stringendogli la mano e fissandolo con gli occhi acuti. – Sono contento d’aver conosciuto ancora un valoroso….
Strinse la mano pure a Filippo, con un breve sorriso.
Sul volto di Roberto s’era diffusa una espressione di compiacimento quasi fanciullesco, alle parole di Umberto; e il vecchio restò a guardare il Re che s’allontanava con Margherita, stretti intorno dagli alti funzionarii.
Filippo gli domandò:
– Sei soddisfatto? Umberto è stato molto gentile con te.
– Molto, molto! – esclamò il vecchio con gioia. – Non potevo desiderare di più. È stato troppo buono, e mi ha confuso. Per quattro sciabolate!… In verità mi rammarico del poco che ho potuto fare!… Quattro sciabolate! Ma se torno daccapo….
S’interruppe e si mise a ridere.
– Oggi mi son fitto in testa di far la guerra, * – disse poi. – Si vede che ho la febbre. Ma ti assicuro che farei meglio, farei pazzie!…
Drizzò la bella persona, quasi imaginando di rotear la sciabola contro un nemico invisibile; ed era in quella sua fantasia così fiero e deciso, che Filippo lo guardò ammirato.
Risonava il terreno per un galoppo sordo e continuo; la folla sterminata correva a veder la partenza dei Sovrani, a prender d’assalto i treni; e spinta innanzi dalla curiosità e dalla fretta, innalzava un convocìo incessante che a poco a poco diventava un urlo rauco, quasi il soffio di una procella vicina.
Più volte Roberto e Filippo vennero urtati; ma essi procedevano adagio e in silenzio, ciascuno abbandonato all’onda dei proprii pensieri, i quali eran tanto dissimili chi si sarebbe detto i due uomini appartenessero a due mondi piuttosto che a due epoche diverse.
Roberto ebbe ancora qualche esclamazione:
– Buon Re! – disse, quasi parlando da solo. – Egli ha conosciuto la guerra e la battaglia; le sue parole mi son più care.
Rintronava il galoppo; passavano intere famiglie, seguìte dalla domestica che recava sulle braccia i canestri vuoti della colazione, e tutti della famigliuola correvano, chiamandosi e incitandosi ad alta voce; qualche volta, rapido al par del fulmine, appariva e spariva un cane, abbaiando per cercare il padrone; di quando in quando passava una carrozzella, zeppa di gente così da far pensare che la molle stessero per cedere e il cavallo per rimanere stecchito; e di nuovo la folla sparsa, una tempesta di ombrellini aperti con colori strani, con le forme più varie, dal minuscolo all’enorme; e gruppi che procedevan lenti, a squadre, alternando l’inno di Garibaldi con l’inno di Mameli. I due uomini seguitavano a camminare adagio, in silenzio, urtati e stretti, col pensiero lontano.

IV.

Quando, la sera stessa, Loredana gli domandò qualche notizia di quella festa, Filippo fu insolitamente loquace.
Il salottino nel quale si trovavano era per tutta la parte superiore immerso nell’oscurità; dalla tavola di mezzo la lampada, coperta con un paralume rosso, proiettava la luce sul capo di Loredana, che stava un po’ curva a ricamare; e Filippo, sdraiato in una poltrona nell’angolo, s’intravedeva appena. Egli era ancor tutto vibrante per le impressioni della giornata, e fu felice di parlarne; disse a Loredana di quella cerimonia straordinaria e si fece a descrivere i particolari che meglio avevano attratto il suo sguardo.
– Ah quei teschi, quei teschi! – esclamò. – Che eloquenza viene dalle cose! Io, vedi, non avevo mai capito, anzi dirò che non avevo mai apprezzato lo zio; ci voleva San Martino, ci voleva l’Ossario perchè comprendessi finalmente Roberto e imparassi ad amarlo. È un uomo semplice e buono, ed è un valoroso. Prima m’infischiavo di lui: oggi in verità, non vorrei dispiacergli per nulla al mondo.
Loredana tacque: il fervore inusato dell’uomo le giungeva nuovissimo, e non sapeva come spiegarne la causa.
– Ho sentito, – continuò Filippo, – quanto io sono miserabile al confronto di quei vecchi. C’era il generale Cucchiari, te l’ho detto? Guardandolo, ho pensato ch’egli ha visto cose e provato emozioni che io non potrò mai nemmeno sognare. Io sono un piccolo uomo impegolato in una piccola guerra di pettegolezzi; e tra me e quei vecchi c’è la stessa differenza che tra il pettegolezzo e un colpo di cannone.
– Quale piccola guerra di pettegolezzi? – domandò Loredana, senza alzare il capo dal suo lavoro.
– Ma sì, la solita musica! – disse Filippo. – Voglio dire, tutte le chiacchiere che si fanno intorno a me, e intorno a te, e le ire dei parenti, di mia madre, di mia sorella, di mio cognato e anche dello zio.
– Ma allo zio non vorresti spiacere! – osservò Loredana. – E se ti pregasse di lasciarmi, allora mi lasceresti subito?
Le parole furon dette con accento così teneramente dubbioso, che Filippo balzò in piedi ridendo, e corse a baciar la testa curva, dell’amante.
– Sono uno sciocco! – esclamò. – Anche tu sei una sciocca, a farmi queste domande. Su, àlzati, su, viperetta!
Loredana si alzò lentamente, e senza comprendere depose il ricamo sulla tavola; ma Filippo l’afferrò pel busto e la trascinò ballando.
– Su, su! – diceva. – Dobbiamo ballare; non essere triste per queste sciocchezze….
La giovane, abbandonata fra le braccia del suo Flopi, cominciò a ridere, lasciandosi trasportare; ma a poco a poco, perchè egli insisteva, si mosse con giusto ritmo; e la signora Teobaldi, che entrava in quel punto con un mazzo di carte per il suo abituale solitario, restò a bocca aperta, vedendo i due amanti che ballavano un valzer in silenzio nella camera penombrosa.
– Quale spettacolo! – disse ammirata, disegnando nell’aria un gesto solenne. – Quale spettacolo d’amore perfetto!
Loredana diede in una risata; ma il cuore le martellava dalla gioia; una fanciullaggine di Filippo, un suo atto gentile, un pensiero di sollecitudine le snebbiavan dall’anima quelle ore di trepidanza che la vita mondana di lui le cagionava.
Non era più la vita dei salotti; l’autunno aveva ormai circoscritto i convegni, e la società elegante si ritrovava nelle sale dei grandi alberghi sulla Riva degli Schiavoni o lungo il Canalazzo. Ivi i ricchi stranieri che avevano amicizia con l’aristocrazia veneziana, davano pranzi e feste: e le riunioni eran tanto curiose e vivaci, quanto e meglio che quelle della società consueta.
Gli stranieri si dilettavano di recarsi dopo pranzo in gondola alle serenate, per udir le canzoni e per vedere i palloncini che si riflettevano dalle barche dei cantanti nell’acqua scura. Filippo, che a quei pranzi doveva spesso partecipare, si destreggiava sempre in maniera da evitare il supplizio delle canzoni, e tornava presto a Loredana per uscir con lei in gondola, lontano, nell’ombra del Canal della Giudecca, dove il silenzio era stupendo.
A una di quelle feste date da stranieri in un grande albergo, Filippo non fu poco sorpreso di trovare lo zio Roberto.
– Tu qui? – gli disse Filippo, con espressione di piacere.
– Ti dirò poi; usciremo insieme, – rispose il vecchio.
Alla festa erano intervenuti madame Lodge, una parigina bionda (bionda o tinta?) e una mistress Stewart col marito, il signor Stewart, il quale era un grande cacciatore di galli di montagna.
V’era la principessa Stephen, una viennese di trent’anni, che girava il mondo; suo marito girava il mondo dall’altra parte e non s’incontravano mai. La principessa parlava costantemente dell’anima e si faceva corteggiare di preferenza dagli ufficiali. Ella era tutta vestita di bianco, tre giri di grosse perle al collo, merletti bianchi sullo strascico; ma aveva le scarpette d’oro come mademoiselle de Toulouse.
Mademoiselle Lucienne de Toulouse, di passaggio a Venezia con la madre, abitava a Singapore, aveva diciotto anni, sapeva quattro lingue ed era molto insolente; non la si vedeva mai senza il portasigarette d’argento stellato di turchesi e una piccola borsa a maglie d’oro. Parlava di tutto, a grande velocità. Il conte Roberto stava ad udirla con una maraviglia così schietta, che Filippo scorgendolo non potè trattenersi dal ridere. Egli conosceva bene quei convegni di gente venuta da tutte le parti del globo, non legata che da vincoli di cortesia, pronta a ripartire domani per il Polo Nord o per l’Africa o per qualunque paese dove la noia fosse minore e la moda imperasse; di volta in volta ricomparivano vecchie conoscenze e si ingrossava la schiera delle nuove.
Il signor Stewart, ad esempio, passava a Venezia quindici giorni ogni anno, da trent’anni; e Filippo l’aveva sempre udito parlar della caccia al gallo di montagna; sopra gli altri argomenti il signor Stewart non nutriva alcuna opinione; onde Filippo aveva preso tanto in uggia il gallo di montagna, che avrebbe dato la caccia al cacciatore.
Ma in quelle riunioni di stranieri infierivan l’amoretto, il piccolo intrigo, ciò che le persone bennate chiamano flirt, e mademoiselle de Toulouse e la principessa Stephen avevano un flirt a ogni angolo della sala; e abitualmente a Vienna, a Biarritz, a Zermatt, al Cairo, ad Aix-les-Bains, ovunque le signore si recassero, il flirt si ripeteva con altri personaggi e con lo stesso effetto; Filippo, sapendo il giuoco, vi si prestava per cortesia, senza mettervi alcun impegno, come chi arrischia una partita per ingannare il tempo.
Egli fu molto gentile con la principessa Stephen, la quale desiderava, civettando con Filippo, d’indispettire il capitano Ketwort, che nel flirt non era sufficientemente destro e si appassionava in modo pericoloso; ma quando Filippo s’accorse che negli occhi del giovane capitano balenavano lampi d’odio, smise subito, fece un lieve cenno al conte Roberto e insieme con lui si congedò.
Era ormai la mezzanotte; i due uomini percorsero in silenzio la riva degli Schiavoni battuta dalla luna; l’isola di San Giorgio era così bianca sotto il raggio, che la chiesa e il campanile parevano di gesso. Dietro l’isola si effondevano densi cirri color d’argento.
Roberto si fermò d’un tratto e disse:
– Volevo chiederti una spiegazione.
Dal tono, Filippo sentì che si trattava d’un argomento inusitato, e aspettò.
– Volevo chiederti quante sono a Venezia le contesse Vagli.
– Non capisco, – disse Filippo, guardando stupito lo zio.
– Ecco; oggi ero in un negozio a comprarmi qualche cianfrusaglia, quando è entrata una ragazza, un cosino, un diavolino alto quattro spanne, che rivolgendosi al commesso ha detto: “Quella roba per la contessa Vagli non è ancor pronta?” Io ho guardato la ragazza, ma non la conoscevo. Il commesso ha risposto: “Sì, è pronta!” E volgendosi al facchino, e consegnandogli un involto, ha soggiunto: “Porta subito alla contessa Vagli, sulle Zattere!” Ora io ti domando di nuovo: quante sono a Venezia le contesse Vagli?…
Filippo non rispose: era annichilito. La descrizione del cosino, del diavolino alto quattro spanne, gli aveva fatto subito comprendere che si trattava della cameriera di Loredana, e le osservazioni di Roberto lo avevano colpito in pieno petto.
– Di contesse Vagli, io non ne conosco che una! – seguitò lo zio: – tua madre, mia cognata. Se ve n’è un’altra sulle Zattere, ti prego di presentarmi, perchè avrò piacere di vederla in faccia.
Filippo continuò a tacere; e come se il silenzio di lui lo inacerbisse, il conte Roberto riprese alzando la voce:
– Si tratta di quella solita birichina che ho visto a Sirmione. Io non ne ho più parlato perchè non volevo annoiare me e te. Ma ormai le cose prendono proporzioni fantastiche: non posso permettere, nessuno può permettere che usurpi un nome e un titolo, i quali non solo non le appartengono….
Filippo diede rapidamente un’occhiata intorno: sulla Riva i passanti erano radi e non parevano badare ai due uomini, che si fermavano di tratto in tratto.
– ….ma appartengono a tua madre, la quale è una dama, una vera dama, esempio d’ogni virtù! Che cosa sarebbe avvenuto se quel diavolino di quattro spanne si fosse trovato nel negozio con tua madre? Che cosa avrebbe pensato di te quella povera donna?
– Permettimi! – interruppe Filippo, tanto per interrompere. – Tu ti arrabbi troppo per la storditaggine d’una cameriera….
– Ah no, poi! – esclamò il conte Roberto, fermandosi. – Non verrai a dirmi che è un capriccio della cameriera: la cameriera non può inventarsi un titolo; se lo inventa, la si redarguisce; ma essa ne usa, invece, e ne abusa, perchè sa che quest’abitudine riesce gradita alla tua monella e fors’anco a te….
– Io? – disse Filippo, mentendo come un ragazzo. – Io non ne sapeva niente.
– Tu non ne sapevi niente, è inteso! – ripetè il conte Roberto con sarcasmo. – In casa, pei negozii, tra pettegole, per le vie, tutti la chiamano contessa Vagli, e tu non ne sai niente, tu vivi nelle nuvole, tu non hai orecchie per udire…. Questo è deplorevole, Flopi; bisogna saper udire e vedere, specialmente quando si ha a fare con donne, le quali, da ciò che ho appreso, non hanno scrupoli…. Qui si tratta d’una vera e propria usurpazione di titoli, non solo, ma anche di nomi. Certo, quella ragazza non è di nostra famiglia; certo, non è contessa…. Questa commedia, insomma, deve finire….
– Finirà, – disse Filippo seccamente, sperando che lo zio si arrendesse.
Ma Roberto, forse animato dalla brezza che soffiava piacevolmente e dall’ora calma che incitava a lunghi discorsi, volle continuare:
– Tutto potevo aspettarmi da te, all’infuori di questa mancanza che è quasi una mancanza contro l’onore….
– Zio, non dire spropositi! – rimbeccò Filippo.
– Dico quasi: quasi una mancanza contro l’onore, – insistette il conte Roberto. – Hai dato in balìa d’una ragazza un nome e un titolo illustri, che a noi devono essere sacri; hai permesso che i servi e le serve se ne gonfino la bocca e forse ridano alle vostre spalle, sapendo magnificamente che nome e titolo sono falsi, messi insieme per divertire la tua mantenuta….
– Ma che mantenuta! – esclamò Filippo, irritato. – È la mia amante!
– Amante e mantenuta sono sinonimi in certi casi, – dichiarò inappellabilmente Roberto. – La birichina non ha una posizione sociale che le permetta di vivere senza il tuo aiuto; e dunque tu la mantieni, e dunque è la tua mantenuta….
– La mantenuta è un altro tipo di donna, – osservò Filippo. – Fa dell’amore un reddito e un mestiere, allogandosi presso l’uno o presso l’altro; è un oggetto di piacere che si noleggia per un dato tempo. Il caso di Loredana è ben diverso….
– Loredana! – ripetè il conte Roberto. – Si chiama anche Loredana, nome patrizio e storico….
– Non pretenderai mica di toglierle il nome di battesimo? – osservò Filippo ironicamente.
– Ma è suo? È veramente suo? Non sarà posticcio come il titolo di contessa? – domandò Roberto con inquietudine.
Per tutta risposta, Filippo alzò le spalle.
– E si deve chiamar Loredana! – seguitò Roberto, quasi parlando tra di sè. – Una volta si era più guardinghi nella scelta dei nomi, e si rispettavano quelli che il patriziato rendeva famosi….
– Oggi non si rispetta più nulla, – osservò Filippo con lieve canzonatura.
– Tu giudichi queste cose con troppa leggerezza, – disse il conte Roberto. – Sei molto cambiato da qualche tempo, e non hai più le nostre idee….
– Quali idee?
– Le idee della nostra classe. Ogni classe sociale deve avere le sue idee e difenderle, – sentenziò il vecchio. – Ne ha il popolo, ne ha la borghesia, ne ha l’aristocrazia, e dal conflitto nasce la vita, sorge il progresso. Quando una classe rinunzia alle sue idee e non le difende o comincia a dubitarne, è perduta. Mi dispiace sempre vedere che i giovani moderni ridono d’ogni cosa; noi eravamo assurdi, forse, eravamo troppo rigidi, ma abbiamo difeso il tesoro d’idee lasciatoci dai vecchi, e abbiamo ritardato il trionfo dell’anarchia.
– Che c’entra tutto questo con Loredana? – chiese Filippo.
I due uomini passeggiavano in lungo e in largo per la Piazza deserta a quell’ora; la Basilica aveva alla sommità, tra gli archi, le cupole, le croci bizantine, ancora qualche pallido sprazzo d’oro; e dalle Procuratie prorompeva qua e là, in diversi toni di giallo sul grigio, la luce dei caffè aperti. Così spopolata, con le infinite finestre delle Procuratie, tutte chiuse, la Piazza sembrava immensa.
– Tua madre ha ragione, – dichiarò il conte Roberto, per tornare all’argomento. – Ella vorrebbe che tu sposassi quella piccola Giselda, la Fioresi….
– Ma se non mi piace! – esclamò Filippo.
– Non ti piace, non ti piace!… È impossibile che non ti piaccia; una ragazza come la Fioresi deve piacere a un uomo di buon gusto. Bella, educazione squisita, intelligenza pronta, nome, titolo, patrimonio sicuri, ecco la vera contessa Vagli di domani. Io ne sarei contentissimo, per te e per tua madre…. E sai che cosa vuol dire far contento lo zio?
Filippo non rispose; procedeva a capo basso, le mani dietro la schiena, guardando le liste bianche della pietra sul selciato. Era la prima volta che il conte Roberto faceva allusione all’eredità e al denaro, quantunque assai discretamente; Filippo stette silenzioso ad ascoltare.
– Lo zio ha molti quattrini inutili, – seguitava Roberto, in tono fra lo scherzoso e il grave; – molti quattrini inutili, bene impiegati, che dànno una rendita larga e certa. E se sarà contento, lascerà tutto a Flopi, a sua moglie, ai piccoli “flopini”, e creperà tranquillo, da buon vecchione semplice e onesto. Ma se lo zio non sarà contento, parola d’onore, Flopi rimarrà senza un soldo: zero via zero!…
Filippo alzò il capo: non si aspettava una dichiarazione così esplicita, e se ne sentiva offeso e annoiato. Guardò in faccia Roberto e disse con accento reciso:
– Non ti ho mai chiesto nulla, zio: non ho mai domandato quali fossero le tue intenzioni, e mi dispiace che tu confonda una questione di sentimento con un affare d’eredità. Io devo disingannarti subito: non farò nulla, non farò nulla mai per allungar la mano sul tuo denaro.
– Ma no, – interruppe Roberto stupito. – Che cosa dici? Mi sono espresso male: non ti credo capace d’un calcolo. Volevo dirti che la Fioresi sarebbe una buona moglie per te, e che io vorrei sentirmi tranquillo circa il tuo avvenire….
– Lasciamo, lasciamo, – fece bruscamente Filippo. – Abbiamo già parlato troppo. Oggi è di moda la beneficenza, e tu puoi regalare i tuoi quattrini inutili a qualche istituto umanitario. Ma io mi terrò Loredana…. Anzi, per soprammercato potresti regalare all’istituto anche quella maledetta Fioresi perchè la sposassero a qualcuno, tanto da togliermela di tra i piedi….
Il conte Roberto crollò il capo, disapprovando quel tono impertinente; poi si fece forza, e disse con rammarico: – Non ci comprendiamo.
– Non ci comprendiamo, – ripetè Filippo.
I due uomini tacquero un istante, poi arrivati in fondo alla Piazza, all’angolo della Merceria dell’Orologio, si strinsero la mano e si lasciarono freddamente.

V.

Berto Candriani, che quella sera medesima si era recato al teatro Goldoni, per veder chi ci fosse e per far qualche visita nei palchi, non appena fu in platea ed ebbe girato intorno lo sguardo, si rallegrò seco stesso della sua buona idea.
– Com’è bella! – egli borbottò, senza badare a quelli che gli stavano addosso e lo urgevano da tutti i lati.
In un palchetto di primo ordine aveva subito scorto Loredana, alla quale era di fronte Clarice. La fanciulla stava attentissima alla scena ed alla musica del “Boccaccio”, e la dama di compagnia si faceva fresco con un gran ventaglio, lenta e solenne. Berto gettò un’altra occhiata tutta in giro per abitudine.
Il teatro era stipato; nelle poltrone molte signore; molte dame nei palchi, le quali avevano abiti chiari; in platea non v’era modo di muoversi; nella penombra che avvolgeva il vaso, per dare maggior forza alla luce e ai colori chiassosi del palcoscenico, si vedevan tuttavia parecchi binocoli rivolti al palco di Loredana; uomini e donne la fissavano con curiosità e si scambiavano sottovoce qualche osservazione.
Berto non attese che l’atto finisse; uscì dalla platea, corse per le scale, aperse l’uscio del palco….
– Oh come mi fa piacere! – esclamò Loredana ingenuamente, al veder Berto che inoltrava, col cappello nella sinistra.
– Fa più piacere a me! – egli rispose ridendo e chinandosi a baciar la mano della giovane.
Clarice voleva lasciare il posto a Berto, ma questi la inchiodò con un’occhiata.
– Mi metto qui, – egli disse, – a fianco della signorina; si sta meglio. Non c’è Flopi?
– No, – rispose Loredana. – È al “Grand Hôtel”, credo, a fare una visita. Tornerà tardi.
Uno zittìo improvviso le troncò la parola in bocca; gli spettatori della platea non volevano essere disturbati, e alcuni guardavano in su con espressione di sdegno. Loredana si mise a ridere sommessamente: poi sommessamente continuò a parlare.
– Ha fatto bene a venire a trovarci, – ella disse. – Se rimane fino alla fine, ci può riaccompagnare a casa: io ho la gondola.
– Ma io rimango fino all’alba! – dichiarò Berto, guardando Loredana.
Essa indossava un abito di panno bianco, con la sottana a pieghe verticali e la camicetta di trine; un gran cappello nero dalle lunghe piume posava sulla testolina, dandole un’espressione graziosamente spavalda. Berto si sforzò a imaginare sotto l’abito il bel corpo nitido e giovanile, il tesoro di voluttà che quella eleganza semplice e degna avvolgeva misteriosamente; e vicino a lei, con la spalla destra che sfiorava la sinistra della ragazza, aspirò il profumo che sorgeva dalla gonna e dal collo.
Forse qualche cosa avvertì Loredana dei pensieri che galoppavano per il cervello del suo visitatore, qualche lampo nello sguardo di lui, l’istinto che parla presto e sicuramente nell’anima della donna; essa non gli volse più gli occhi e si rabbuiò in viso.
– Lei ha un trionfo, questa sera! – mormorò Berto. – Veda quanti binocoli sono diretti qui!
– Non è vero? – disse Clarice. – L’ho osservato io pure; ma la contessa non vuol sentirselo dire.
– Hanno ragione, quegli stupidi, – continuò il giovane. – La signorina è deliziosa; non c’è una, in tutto il teatro, che possa starle a paragone. Flopi è ben fortunato!
Loredana lo guardò duramente.
– Lei è molto strambo, – disse. – Non mi ha mai fatto complimenti di questo genere….
– Ho avuto torto, e riguadagno il tempo perduto, – rispose Berto sorridendo.
– No, la prego: questi discorsi mi affliggono. E voi, Clarice, non dite altre sciocchezze!
La signora Teobaldi dimenò il ventaglio in tutta furia, dolentissima del rimbrotto, che la impacciava davanti al Candriani.
– Io vorrei sapere, – riprese questi, ostinatamente, – perchè l’affligga un’espressione di lode sincera. Io l’ammiro e glielo dico; lei è molto bella, stasera, e glielo dico; lei veste con molta eleganza, e glielo dico….
– Perchè? – interruppe Loredana, che aveva sentito una vampa infiammarle il viso. – Perchè tutti me lo dicono, ecco; per le calli, pei negozii, sui vaporetti, dovunque io vada, son le solite frasi: a Venezia, gli uomini non fanno altro, come non avessero mai visto una donna giovane che non sia un mostro. Io credeva che lei non fosse così. E poi, aspetti a dirmi che sono molto bella quando c’è Flopi. Perchè non me lo dice quando c’è Flopi?
– Già! – esclamò Berto. – Come se Flopi avesse bisogno di apprenderlo da me! E del resto, se aspetto che ci sia Flopi, devo aspettare un pezzo, perchè mi sembra che Flopi non ci sia mai….
Il giovane s’interruppe e si morse le labbra. Un velo d’angoscia, era calato repentinamente sul viso della ragazza e le aveva dato un’espressione di tanto dolore, che Berto dovette confessarsi d’essere stato villano e maligno.
– Come canta bene quella nanerottola! – disse, accennando del capo alla prima donna, con la speranza di sviare il discorso.
Ma Loredana non rispose. Le parole di Berto l’avevano toccata profondamente: anche gli altri, dunque, notavano che Flopi sembrava trascurarla per vivere la sua maledetta vita mondana? E quelle donne, quegli uomini che glielo toglievano per godere essi la sua compagnia, quanto erano odiosi ed egoisti! Nei palchi tutt’intorno v’eran parecchie di quelle donne con le quali Filippo aveva dimestichezza, e Loredana le avrebbe avvelenate dello sguardo; esse invece la fissavano insolentemente col binocolo, susurrando poi qualche parola, e insistendo così che si sarebbe detto facessero a bella posta per irritarla.
Da quando Berto Candriani s’era mostrato nel palco, la curiosità era cresciuta; molte signore che conoscevano il Candriani, si ripromettevano d’interrogarlo con affettata indifferenza. Le più sapevano che quella ragazza era l’amante di qualcuno; altre, che avevano un migliore servizio di pettegolezzi, sapevano che era l’amante di Filippo Vagli; e i commenti non erano favorevoli: tutte dicevano che il cappello era troppo grande; e che Loredana aveva soltanto la bellezza dell’asino; la camicetta di trine di Burano era pretensiosa; pareva che scherzasse volentieri, la piccina, con quel maleducato Candriani; se Filippo fosse stato in un cauto, non avrebbe avuto a felicitarsi nè dell’amico, nè dell’amica!
Nell’intermezzo, Berto si studiò di riparare alla sua sventataggine.
– Povero Flopi, – disse, – io credo che sia sullo spine, a quest’ora. Egli è costretto a una vita d’apparenza; ci siamo costretti tutti, e tutti ci annoiamo; nessuno ha il coraggio di vivere per conto proprio, liberamente. Il mondo non l’abbiamo creato noi!
– Conte, non faccia, complimenti, – disse Loredana. – Lei vorrà render visita a qualche signora: può tornare a prenderci più tardi. Io mi trattengo fino alla fine, perchè Flopi rientrerà a notte.
– Lei vuol mandarmi via? – chiese Berto con simulata umiltà.
– No, no, rimanga, se non si annoia! – disse Loredana sorridendo.
– Rimango, sa? – dichiarò il giovane. – Prima di tutto, perchè non saprei allontanarmi….
– La prego! – -interruppe Loredana.
– Ho già finito!… E poi perchè è bene si sappia da quelle signore che io ho buon gusto; a furia di far loro la corte, mi son rovinato la reputazione. Lei le conosce?
– Non tutte.
– Ma esse conoscono lei, lo giuro, – dichiarò Berto. – Non è la prima volta che si parla di lei in società.
– Lo credo bene, – esclamò Clarice. – La contessa non può passare inosservata!
– Una volta ho parlato io a lungo di lei e di Flopi con una signorina. La contessina….. Aspetti; non c’è; credevo fosse giù a “pepiano”…. Vede quella rossa laggiù, di fronte alla signora dai capelli tutti bianchi? Non è lei, ma le somiglia.
– Una signorina? – ripetè Loredana. – Che cosa poteva importarle di me?
– Oh molto! – esclamò Berto. – Credo sia innamorata di Flopi….
– Ah! – disse Loredana con voce spenta. – Egli non me ne ha mai parlato!
– Benone! – pensò Berto. – Ecco un’altra “brioche”. Questa sera sono fertile!
E ad alta voce soggiunse:
– È naturale ch’egli non gliene abbia mai parlato: credo non si sia mai accorto che la ragazza sospira per lui. Me ne sono accorto io, perchè io mi accorgo di tutto, e perchè la contessina m’interroga sempre intorno a Flopi. Del resto, sono sciocchezze, le solite scalmane delle fanciulle, che oggi hanno una simpatia per l’uno, domani per l’altro; niente di serio, effetto dell’ozio, nulla più….
Ma, quantunque seguitasse ancora su quel tono, Berto s’avvide che Loredana soffriva orribilmente; era diventata pallida e le sue mani s’erano chiuse per lo spasimo. Anche sul volto di Clarice, Berto ravvisò un’espressione di corruccio, che gli fece comprendere la gravità della sua indiscrezione.
– Non cerchi d’ingannarmi, conte, – disse Loredana con voce grave. – Mi dica tutto, con lealtà; ormai il peggio lo so, e le parole non servono.
– Sono una bestia! – dichiarò il giovane. – Lei deve credere a chi sa quali misteri, mentre tutto si riduce a quanto le ho già detto: una fanciulla ha qualche simpatia per Filippo….
– Come si chiama? – interrogò risolutamente Loredana.
– È la contessina Fioresi, Giselda Fioresi: magra, snella, coi capelli rossi….
– È da molta tempo innamorata di Flopi?
– Dio sa! Chi può dirlo? Ma non è innamorata: vorrebbe sposarsi, forse, come tutte le ragazze di questo mondo.
– Ora capisco, – dichiarò Loredana sottovoce, quasi parlando da sola. – I parenti di Flopi devono saperne qualche cosa, e vedrebbero volontieri questo matrimonio. Mi dica tutto, conte; non abbia paura.
– Ma io non ho altro da dirle, cara amica! – esclamò il giovane.
– Non vorrà darmi a credere che Filippo ignori ogni cosa. La Fioresi si sarà fatta comprendere, magari involontariamente! E che cosa vuole da me? Io non sapeva che lei amava Flopi, io credeva di potergli appartenere senza far male ad alcuno….
– E infatti, – disse il Candriani, – la Fioresi mi ha chiesto di lei per semplice curiosità, ma si è guardata dall’esprimere un giudizio.
– Lo spero: non ha diritto a giudicarmi, perchè il mio amore è diverso dal suo, e la contessina non potrà mai capire questo, – enunziò bruscamente Loredana.
In quel punto l’orchestra attaccò il secondo atto; la luce in teatro fu abbassata, e Berto respirò meglio, perchè la conversazione cessava.
Egli andava guardando la giovane, e rattristato dalla gaia musica dell’operetta, pensava a cose malinconiche. Veramente Loredana gli pareva sospesa sopra un abisso; misconosciuta da tutti, considerata già come una donna facile, invidiata secretamente da alcune, disprezzata apertamente da altre, desiderata dagli uomini, essa non poteva trovare salvezza che nella protezione e nella fedeltà di Filippo, delle quali Berto cominciava a dubitare. La sorte di Loredana gli sembrava ormai decisa; il giorno in cui Filippo se ne fosse sbarazzato, ella avrebbe dovuto gettarsi alla ventura, accogliendo le offerte degli ammiratori, che si vedevano già in quello stesso teatro, che eran sempre i medesimi e non avevano fama nè di molta costanza, nè di liberalità soverchia.
– A che pensa? – domandò Loredana, sorprendendo gli sguardi del giovano.
– Penso che le ho dato un dispiacere senza volerlo, come un imbecille! – rispose il Candriani irritato contro se stesso.
– No; è meglio che io sappia. Non dirò una parola a Filippo, – dichiarò la fanciulla.
Berto emise un sospiro di sollievo, che fece sorridere involontariamente Loredana. Assolto a quel modo dalla sua colpa, il giovane si sentì a suo agio, si abbandonò a guardare con altri occhi la bella amica, e tornò ad ammirarla intensamente. Non si poteva negarlo: era fatta per l’eleganza e pel piacere; vestiva con un gusto gentile che avrebbe ispirato invidia a più d’una dama; egli giudicava che Loredana non avesse che diciassette anni, tanto la sua giovinezza era candida e fresca; un magnifico fiore del quale si poteva andare superbi.
– A che pensa? – domandò nuovamente Loredana.
– Questa volta non glielo dico! – esclamò Berto.
La fanciulla scosse il capo, infastidita.
– Flopi sarebbe molto malcontento di lei! – disse ingenuamente.
Berto si mise a ridere, e Loredana non aggiunse parola, scandalizzava dal poco conto in cui il Candriani pareva tenere l’opinione di Filippo.

VI.

Ogni volta che Loredana doveva traversare la folla, si sentiva stringere il cuore. La folla era mutata da qualche tempo per lei; aveva compreso ch’ella non era più una signorina come tante altre, e la guardava con sorrisi sguaiati e con occhi insolenti. Gli uomini pensavano che poichè la fanciulla si dava a qualcuno, poteva darsi a tutti; era una femmina da prendere e da trattare senza scrupoli.
Questo concetto, che nessuno le aveva spiegato, ma che Loredana aveva sicuramente intuíto in coloro ch’ella conosceva e nei molti che non conosceva se non di vista, o non conosceva affatto, le aveva messo in cuore un grande spavento. Anche l’ammirazione onde si sentiva circondata, diversa da quella che si tributava ad altre donne, trovava espressioni petulanti, esclamazioni ciniche ed oltraggiose, che facevano fremere la giovane.
Quando lo spettacolo fu finito e Berto le ebbe avvolto intorno il lungo mantello di panno bianco, Loredana disse al suo cavaliere:
– Mi stia vicino, la prego; no, non mi dia braccio; mi stia al fianco.
E uscirono seguiti da Clarice.
Nei corridoi la folla procedeva adagio; l’apparizione di Loredana fu salutata da un mormorio, e qualcuno si destreggiò in modo da farlesi accosto e da squadrarla a un palmo di distanza, perchè s’era detto ch’era dipinta in volto. Un gruppo di nomini che le stava innanzi, s’aperse e le diede passo, per osservarla meglio; alcuni abbozzarono un sorriso, ma vedendo che il Candriani l’accompagnava, ripresero il loro contegno serio.
– Bella, non vi pare? – chiese una voce.
– Carne di lusso, – rispose un altro.
Berto si rivolse prontamente, ma non potè comprendere da chi venisse la frase villana. Tutti guardavano a terra, perchè eran giunti alle scale e studiavano dove mettere il piede. Le scale anche rigurgitavano di gente; si camminava assai lentamente, e Loredana s’irritava in silenzio, parendole di non poter mai uscire da quella stretta, liberarsi da quei contatti. Mentre cominciava a scendere, un’altra voce risuonò:
– È la mantenuta, del conte Vagli.
Loredana a stento riuscì a trattenere un grido; la definizione le aveva traversato il cuore come una pugnalata; cercò Berto con gli occhi, ma questi l’aveva lasciata d’un balzo, era risalito, urtando i più vicini, s’era gettato tra gli uomini di cui aveva notato poco prima il contegno insolente. Essi parvero sorpresi della sua furia ed evitarono di guardarlo, facendogli largo con premura cortese; egli capì che sarebbe stato assurdo accusar l’uno o l’altro alla cieca, e chieder ragione di parole delle quali nessuno pareva conoscere la provenienza. Tornò indietro, raggiunse Loredana, le offerse il braccio e, attraversato rapidamente l’atrio, la condusse alla gondola. Era una gondola col felze, due gondolieri.
La giovane vi entrò, si abbandonò sul cuscino di destra, e non appena si sentì libera e sicura in quella penombra, proruppe a piangere.
Berto che le sedeva a fianco, era desolato; le prese una mano e gliel’accarezzò cautamente.
– È la canaglia, – disse. – È la canaglia anonima, che non sa come sfogare la sua invidia. Non pianga, Loredana.
La signora Teobaldi non aveva parola per l’indignazione che le serrava la strozza; ella faceva grandi gesti, tenendo in mano il fazzoletto e il ventaglio, e alzando ora l’uno, ora l’altro in segno di protesta. Finalmente riuscì a esprimere il suo pensiero:
– Ma il sindaco, – dichiarò, – dovrebbe fare una legge, una severissima legge contro quelli che insultano le donne!
– Che c’entra il sindaco! – esclamò Berto, alzando le spalle.
– Il sindaco dovrebbe cacciare dalla città tutti i mascalzoni! – insistette la signora Teobaldi.
– Così Venezia resterebbe vuota! – disse il Candriani, che in quel momento non aveva voglia di distinguere.
– Povera piccina, povero tesoro bello, non pianga! – riprese Clarice, volgendosi a Loredana, la quale rimaneva nell’ombra, e liberata la mano dalle mani di Berto, andava singhiozzando col fazzoletto sulla bocca.
Fa un triste viaggio fino a casa. La gondola scivolava rapida nel silenzio, che la voce del gondoliere di poppa rompeva di tanto in tanto col grido d’avvertimento; s’udiva il tuffo dei remi e lo sgocciolìo dell’acqua.
Nessuno parlava più; il Candriani pensava che non v’era modo di consolare la giovane, perchè sarebbe sfato ridicolo aprire una discussione sulle mantenute e metterle a confronto con lei; bisognava attendere ch’ella stessa, giudicando l’inanità dell’accusa, potesse disprezzarla; ma Berto doveva confessarsi che a tanto dolore non era sola causa l’ingiuria triviale e ch’egli forse, con la sua leggerezza, col suo racconto indiscreto, con le rivelazioni intorno alla Fioresi, aveva fatto il possibile per avvelenare a Loredana quell’ora di svago; e molestato da questo pensiero, si sentiva goffo e nervoso. La Teobaldi andava dicendosi che le cose da qualche tempo si guastavano e che Loredana, la sua Loredana, era troppo spesso malinconica; avrebbe dato il sangue per quel “tesoro di Dio”, per renderle il bel sorriso e la pazza allegria dei giorni, pur così vicini e già così lontani, in cui erano andate ad abitare alle Zattere. Bisognava accomodare, bisognava trovar qualche cosa per renderla ancora felice, ma non sapeva che cosa, e si struggeva guardando quell’ombra nell’ombra, udendo quel singhiozzo sommesso; a poco a poco, anch’essa, Clarice, si sentì inumidir gli occhi e lasciò scorrere le lagrime, con un gran desiderio di stringere la fanciulla tra le braccia e di accarezzarne la bella faccia dolorosa.
L’episodio della contessina, le imprudenze del Candriani erano ormai dimenticati dalla giovane; ella si ripeteva mentalmente la parola “mantenuta” fin quasi a smarrirne il significato; non aveva fatto altro dacchè era salita in gondola, non ad altro aveva potuto pensare. Comprendeva d’un tratto il perchè dei sorrisi e degli sguardi procaci che la perseguitavano, del mormorio che l’accompagnava se compariva in pubblico: era giudicata, classificata, bollata; non poteva difendersi; non poteva gridar per le vie il suo amore, le sue illusioni, la sua fede; credevano che avesse patteggiato e si fosse venduta; era povera un giorno ed oggi aveva gondola, casa, dama di compagnia, tre persone di servizio, abiti eleganti, denaro, gioielli. Non aveva chiesto nulla, ma non importava; era l’amante d’un signore; carne di lusso, avevan detto, e poi mantenuta; non viveva nel lusso? non s’era accorta del mutamento? a che valevano le scuse?
In verità non s’era accorta di nulla, perchè il suo piacere era tutto nell’amar Filippo e nell’esserne amata, e l’avrebbe amato nel lusso o nella miseria, e agli agi della vita non aveva dato alcun peso. Ma questo non contava per gli altri. Gli altri? Chi erano gli altri? Erano uomini che la volevano e le serbavano rancore perchè non si dava; eran donne che la odiavano pel gusto di odiare, come odiano le donne. Essi avevano ragione perchè le apparenze eran contro di lei; s’era abbandonata totalmente a Filippo, il quale avrebbe potuto metterla su un trono o relegarla in un abbaino, senza ch’ella chiedesse perchè; la presenza di lui era il perchè d’ogni cosa, ed egli faceva ciò che doveva, e ciò ch’egli faceva era ben fatto. Ma a queste dedizioni intere e profonde, nessuno presta credito; e il mondo diceva “carne di lusso”, “mantenuta”!
Con gli occhi sbarrati nella penombra, dimentica di quelli che le stavano vicino, la fanciulla si lasciava cullar dalla gondola, rivolgendo questi pensieri in mente, e torturandosi senza posa; allorchè la gondola si fermò, ella diede un sobbalzo e s’afferrò al braccio di Berto, come fosse repentinamente caduta da un’altura.
– Siamo a casa? – domandò.
– Siamo a casa, – ripetè Clarice; e col fazzoletto le asciugò gli occhi perchè i servi non vedessero, e poi le diede un bacio sulla fronte. – Tesoro caro!…
Mentre Clarice s’avviava, chinandosi per uscir dal felze, seguíta da Loredana e da Berto, sulla fondamenta, risuonò la voce allegra di Filippo.
– A quest’ora? – egli disse ridendo. – Siete state a teatro? E c’è anche Berto? Ma è un complotto, allora, una grossa bricconata!
Loredana uscì in fretta, si fece presso a Filippo, con un movimento rapido e timoroso, quasi cercasse protezione. Era felice di vederlo e di udirne la voce. Ella disse:
– Siamo state al Goldoni, abbiam trovato il conte, che ci ha ricondotte.
– Potenza dell’amore! – pensò Clarice. – È già consolata! ha la sua voce solita.
Berto si grattò la nuca ricciuta. L’incontro con Filippo imbrogliava le cose: bisognava raccontargli ciò ch’era avvenuto a teatro, o tacere?
– Io non racconto nulla! – egli decise tra di sè. – Ci penseranno le signore se vorranno!
– Sono stato al “Grand Hôtel”, – disse Filippo, mentre tutti si fermavano presso la porta di casa. – C’era anche lo zio Roberto…. E ti sei divertita, Lori? Che cosa davano al Goldoni?
– Sì, mi sono divertita molto! – esclamò Loredana, presto. – Davano il “Boccaccio”.
– Non racconta nulla! – pensò il Candriani. – Le confidenze gliele farà quando saranno a letto….
Egli si scoperse il capo per prendere congedo, ma Filippo lo fermò:
– Non andartene; vieni su. Ti offro una coppa di sciampagna.
– Se paghi da bere…. – disse Berto ridendo ed entrando in casa egli pure.
– Sì, pago da bere! – rispose Filippo allegramente. – Dobbiamo bere. Come si dice? nunc est bibendum? Me n’è capitata una graziosissima.
– Ahi! – pensò Berto. – Una graziosissima, anche a lui!
Erano nell’anticamera; senza badare se Berto vedesse o no, senza curarsi di Piero, che stava in un angolo ad aspettare ordini, Loredana si gettò improvvisamente tra le braccia di Filippo e lo baciò sulla bocca.
– Gran Dio, quale passione! – esclamò Filippo stupito. – Scusami, Berto!
Il giovane aveva voltato la faccia contro uno specchio e faceva dei gesti comici, che potevano essere di protesta o d’assoluzione. La signora Clarice diede in una risata. Loredana, sorpresa ella stessa e tornata calma, arrossì fino ai capelli.
VII.
Quando furono nel salottino, mentre le signore s’erano ritirate un istante per togliersi i mantelli, Filippo disse a Berto Candriani:
– Mi son giuocato più di due milioni.
Berto fece un balzo sulla poltrona, nella quale aveva preso posto.
– Sei matto! – esclamò. – Da quando in qua ti sei messo a giuocare?
– Eh no! – disse Filippo ridondo e accendendo una sigaretta. – Non li ho giuocati a macao o a faraone; li ho giuocati a parole, con lo zio. Egli mi ha fatto comprendere, anzi mi ha detto chiaro e tondo che se non lascio Loredana e se non sposo Giselda, non vedrò un centesimo del suo patrimonio. Io gli ho risposto che se lo tenga, che faccia della beneficenza, che vada al diavolo. E così, l’affare è liquidato! Che te ne pare? Non è il caso di bere un goccio di sciampagna alla salute dei parenti?
Berto Candriani non rispose subito; pareva guardasse le vecchie stampe lascivette appese alla parete, raffiguranti il bagno di Diana cacciatrice, l’incontro con Atteone, Diana e le Ninfe.
– È un grosso pasticcio, – egli sentenziò infine. – Ma tu credi che le decisioni di tuo zio siano inappellabili?
– Senza dubbio, anche perchè mia madre soffia sul fuoco. Mia madre ha preso partito per la Fioresi, e tu sai quanto sia risoluta e tenace. Se Roberto volesse scendere a più miti consigli, dovrebbe lottare con mia madre, dalla quale gli è venuto certo il suggerimento di queste minacce. E figurati se lo zio vuol perdere tempo e fiato a discutere!…
In quell’istante comparve il domestico, il quale recava lo sciampagna, le coppe, il servizio col tè: dispose tutto sopra un tavolino e si ritirò silenziosamente.
– E vuoi raccontar questo alla signorina? – domandò Berto.
– Non ho ragioni per nasconderlo, – disse Filippo.
Berto gli fe’ cenno di tacere: s’udiva nella camera prossima il fruscìo d’una gonna. Egli susurrò prestamente:
– Non dirle nulla! È troppo agitata stasera.
E si alzò per andare incontro a Loredana, che entrava sorridendo.
– Come siamo eleganti, eh? – disse il Candriani, guardandola così svelta e bianca.
Filippo fissò la giovane e le si avvicinò.
– È strano! – esclamò. – Ora che ti vedo bene, mi sembri molto pallida; si direbbe che tu abbia pianto….
Loredana s’appressò al tavolino e si dispose a preparare il tè, cercando di darsi un contegno e di sfuggire alle indagini di Filippo; ella era inquieta, come se l’amante avesse scoperto qualche gravo fallo.
– No, sai? – ella balbettò. – Non ho pianto….
– Che cosa è avvenuto? – domandò Filippo al Candriani. – Perchè non volete dirmelo?
Il Candriani era tornato a sedersi, ma presso il tavolino; aveva preso da un canestro alcuni biscotti che andava mangiando con pacata attenzione, e guardava le belle mani della giovane affaccendata intorno alla teiera e al bricco dell’acqua bollente.
– Glielo diciamo? – egli chiese ridendo a Loredana. – Bisogna dirglielo, altrimenti crederà che sono stato io a farla piangere…. Ecco, Flopi, ascolta….
Filippo sedette egli pure vicino a Berto, e sedette anche Loredana, dopo avere offerto ai due uomini la tazza di tè.
– È stato così: – disse il Candriani. – Mentre uscivamo dal teatro, un farabutto ha ingiuriato la signorina; non ho potuto scoprire chi fosse; tutti guardavano a terra e parevano sonnambuli. La signorina, quando fu in gondola, visto che il tragitto era lungo e noioso, occupò il tempo a piangere, e io che voleva farle la corte sono rimasto con un palmo di naso….
Loredana si mise a ridere.
– È tutto qui? – domandò Filippo incredulo.
– È tutto qui, – rispose Berto. – Vedi che ora ride; non potrebbe dimostrati meglio che si trattava d’una inezia.
Filippo scosse la testa; sapeva bene che vicina a lui, la giovane dimenticava ogni dolore, e la sua piccola risata squillante non gli provava nulla.
– Ma che cosa hanno detto? – egli incalzò.
La fanciulla gettò una rapida occhiata a Berto, il quale non si aspettava una domanda categorica.
– Chi se ne ricorda? – egli fece, impacciato. – Lei se ne ricorda, signorina?
Loredana tornò a ridere; ormai non le importava delle ingiurie, ed era tutta felice di sentirsi protetta dall’amante, nella sua casa elegante e quieta.
– Sì, me ne ricordo, – ella dichiarò, ancora sorridendo. – Mi hanno detto: carne di lusso….
– Oh, i mascalzoni! – esclamò Filippo, oscurandosi in volto.
– E poi, – soggiunse Loredana col suo placido sorriso, – e poi, mantenuta!
Filippo sussultò; nella stessa ora, la folla anonima e lo zio Roberto gettavano in faccia alla ragazza la stessa accusa, coprivano di fango il suo amore. Egli dissimulò il suo turbamento, e disse:
– Hai ragione, cara, di ridere; non si può che ridere di certe volgarità…. Ora ci verserai una coppi di sciampagna e berremo…., berremo a dispetto degli invidiosi.
– E ai due milioni! – sì lasciò sfuggire Berto.
– E alla carne di lusso! – concluse Filippo ridendo.
Loredana s’era alzata a versare il vino dorato nelle coppe. Un po’ inclinata verso i due uomini, con la bella testa adorna di pettini scintillanti, il bel corpo chiuso nell’abito bianco, ella era l’imagine della giovinezza forte e procace. Le tre coppe si urtarono lievemente, qualche goccia cadde sul tavolino.
– Perchè beviamo ai due milioni? – chiese Loredana d’un tratto, come ricordandosi. – Che cosa vuol dire?
– Nulla, nulla, vuol dire, – interruppe l’amante.
– Sì, vuol dire qualche cosa, – insistette Loredana. – Vedi: io ti ho raccontato tutto, e tu non mi racconti…. Quando ci siamo incontrati stasera, ci hai detto che avevi avuto un’avventura graziosissima. Non è forse vero, conte?
Il Candriani assentì con un moto del capo.
– Ti racconterò dopo, – promise Filippo. – Non si tratta di un’avventura. E del resto, non potrei avere un segreto?
– Certo, – osservò Loredana pensierosa. – Ma allora non si annuncia….
I due amici diedero in una risata.
Berto Candriani bevve ancora una coppa di sciampagna, parlò dei prossimi spettacoli della Fenice, e dopo pochi istanti si congedò.
Non appena egli ebbe varcata la soglia, Loredana gettò le braccia al collo di Filippo.
– Caro! – ella disse baciandolo. – Che cosa ti è avvenuto? Perchè vuoi tacere con la tua viperetta?
L’amante sorrise e le passò un braccio attorno alla vita.
– Non voglio tacere nulla, – egli dichiarò. – Berto m’aveva detto che tu eri agitata questa sera, e perciò non ti raccontavo l’incidente, che non ha alcuna importanza, del resto; poi egli stesso ha voluto fare il brindisi ai due milioni, quella testa matta!
– Sai perchè? Mi ha visto ridere e allora ha compreso che non ero agitata.
Dolcemente, stringendola al fianco, a piccoli passi, Filippo l’accompagnava nella camera di lei, e la baciava sui capelli. Così spesse volte egli si largiva il piacere di assistere mentre la fanciulla si spogliava e talora le prestava mano; in tal modo tra gli scherzi e i baci, la scena si prolungava e finiva sempre a una maniera.
Quando fu nella camera da letto, Filippo prese posto in una poltrona, e la giovane s’accinse a togliersi gli abiti.
– Ebbene, Flopi? – ella chiese.
– Ah ecco! – disse Filippo. – Sono stato al “Grand Hôtel” e ne sono uscito con lo zio Roberto, il quale ha colto l’occasione per farmi una delle solite prediche. Ci siamo accalorati; egli mi ha minacciato di diseredarmi, e io gli ho detto che me ne infischio; a quel che pare, i due milioni dello zio sono così sfumati, ma io preferisco loro la mia libertà piena e assoluta. Ecco tutto, Lori; vedi che non valeva nemmeno la pena di parlarne.
Loredana, rapidamente liberatasi della gonna, rimase attonita.
– Due milioni! – ripetè a un tratto.
– Poco più, poco meno, – disse Filippo. – Ma io non ho mai avuto bisogno del suo denaro, e tu lo sai.
La fanciulla gettò gli abiti sopra una sedia, e restò ritta innanzi all’armadio a specchio….
– Per colpa mia! – ella esclamò.
– Lori, te ne prego, – disse Filippo, – Mi dispiace quando tu parli così: non è per tua colpa, ma per colpa dei miei parenti. Non è una novità, questa: ti ricordi che io te l’avevo detto? I miei parenti non capiscono, e le discussioni non valgono a niente….
– Vogliono che tu mi lasci? – incalzò Loredana.
– S’intende! – rispose Filippo. – Lo zio Roberto, poveretto, non è che lo strumento di mia madre, la quale lo fa agire e parlare, ed egli agisce e parla, tanto per avere pace.
– Vogliono che tu mi lasci? – ripetè Loredana. – E non vogliono altro?
– Per bacco! – esclamò Filippo ridendo. – Mi pare che basti….
– No, potrebbero volere di più, – disse la fanciulla, dopo un attimo d’esitazione, – Potrebbero volere che tu ti sposi…. Perchè, Flopi, io non capisco…. Se tu mi lasciassi, che faresti? Vivresti senza amanti e senza moglie? Pretendono questo i tuoi parenti?… Non vogliono che tu ti sposi? Non hanno qualche signorina che piace loro e che ti offrono?
Filippo tacque, stupito, e si chiese come mai la piccola Lori, ch’egli reputava ancora poco più d’una bambina, col solo aiuto della logica, fosse giunta alla verità. Per nascondere il suo impaccio, egli si alzò e disse:
– No, no: che ti viene in mente?… Lascia che io ti guardi….
Loredana fece un gesto per allontanarlo, e insistette:
– Veramente, Flopi, non ti hanno mai parlato di matrimonio, non vogliono che ti sposi?
– Ma no; sono tue fantasie queste! – ripetè Filippo.
– Sei pronto a giurarmelo?
– Te lo giuro….
– Sei pronto a darmi la tua parola d’onore?
Filippo ebbe un attimo di titubanza ormai non poteva più retrocedere.
– Ti do la mia parola d’onore! – disse.
La fanciulla si coprì il volto con le mani e ruppe in pianto.
– Come! – esclamò Filippo, sorpreso. – Ora piangi? Non sei contenta? Forse non credi?
Ella gli stava innanzi con le braccia e il petto scoperti; aveva, le mutande di batista che le arrivavano al ginocchio, le calze di seta grigia, le scarpette basse e bianche: pareva un piccolo gentile Pierrot.
– Così carina, – disse Filippo, – e così cattiva! Ma non sei contenta, ti ripeto?
Loredana riuscì a rispondere tra i singhiozzi:
– Sì, – dichiarò, mentendo alla sua volta, – piango perchè sono contenta!
Filippo si mise a ridere, e la strinse al petto, sollevandola da terra.
– Vieni, – disse. – Vieni, mascheretta bella, viperetta cara. Tu sei tanto bella, io ti amo tanto….
La giovane gli si avvinghiò al collo, si lasciò adagiare sul letto, e tra le lagrime cercò la bocca di lui, che mentiva e baciava così bene….

VIII.

L’inverno fu singolarmente crudo e lungo quell’anno, a Venezia; nevicò più volte e nei giorni sereni una gelida bora soffiò con violenza. Molte famiglie abbandonarono la campagna innanzi tempo e iniziarono la stagione dei ricevimenti e delle feste prima dell’usato; a metà novembre, la vita elegante, in causa dei rigori invernali, fioriva già in tutto il suo rigoglio.
Filippo ne fu ripreso a poco a poco, quasi senz’accorgersene; ritrovò gli amici, e rifece la solita ruota di visite e di consuetudini, tra quei soliti gruppi di persone, alla quale era abituato.
Ma per Loredana ebbe le cure più sollecite. Il mormorìo del mondo e l’astiosità dei parenti gli avevan reso la fanciulla anche più cara, e spesso rinunziava a qualche trattenimento mondano per dedicarle il suo tempo. L’aveva circondata di lusso, provvedendole abbigliamenti a Milano, facendole regali di gioielli, coprendola di sete e di merletti e di pelliccie, perchè la sua bellezza avesse una degna cornice.
Loredana lasciava fare.
Era mutata; un dolore sordo e profondo andava rodendola dal giorno in cui aveva scoperto che il suo Flopi mentiva; e mentiva perchè l’amicizia con Giselda Fioresi doveva avere un significato ch’egli non poteva confessarle. Dapprincipio, quando s’accorse che Filippo riprendeva le sue abitudini mondane, la giovane lo seguì col pensiero affannosamente; si fece raccontar volta per volta ciò che egli aveva visto e ciò che aveva detto; notò che mai non pronunziava il nome della contessina Fioresi, anche quando dai giornali si poteva rilevare che la contessina frequentava le feste e i ritrovi ai quali Filippo prendeva parte. Mille volte, Loredana era stata in procinto di chiedere spiegazioni, e mille volte s’era trattenuta, pensando ch’egli avrebbe mentito ancora.
Poi a poco a poco, riuscì a dominarsi; non volle più sapere, non interrogò più. Ella era la sua amante, che lo attendeva con desiderio inesprimibile e gli si dava tutta con infinita voluttà; faceva tacere la gelosia terribile che le attossicava il cuore, divorava in silenzio le lagrime e si mostrava sempre lieta e sorridente. Era un eroismo d’ogni giorno, d’ogni ora, che Filippo non sapeva, non avrebbe mai saputo.
Anche quel lusso che la circondava le pareva soverchio; indossava la pelliccia, infilava nelle dita gli anelli preziosi con un certo piccolo brivido, pensando che il nome di mantenuta le conveniva allora meglio che mai. Non gliene importava; il mondo le era così sconosciuto e così lontano, che non voleva occuparsene; ma sua madre, la buona signora Emma, s’era inquietata per lei.
Loredana andava sempre a trovare la mamma nella casetta bianca sul campiello solitario. Ogni volta era certa d’incontrare per la via Adolfo Gianella, il suo antico fidanzato, il quale le faceva la posta. Egli le era rimasto stranamente fedele, attraverso l’uragano di scandalo e di maldicenza che aveva travolto il nome della giovane. La seguiva a distanza per lunghi tratti, la guardava con intenso piacere, e ne era forse più innamorato che nei giorni in cui ella era vergine e innocente. Adolfo aveva appreso tutto dalla bocca dei curiosi e degli sfaccendati, la vita e l’amore di Loredana, e poi aveva scoperto il nido degli amanti e s’era posto a gironzare in quei dintorni, a guardar quelle finestre, a spiar quella gioia. Umile e timido, non confidava ad alcuno i suoi crucci, non parlava in famiglia di Loredana, perchè la famiglia di lui la odiava. Egli si contentava di seguir la fanciulla e di vederla bella, prosperosa, felice.
La cosa era tanto abituale ormai, che Loredana contava sulla presenza di Adolfo, e s’egli passeggiava nel campiello, essa si tratteneva più a lungo presso sua madre.
– Bada che è tardi, – le diceva questa qualche volta.
– Oh non importa! – rispondeva Loredana, dopo essersi affacciata alla finestra. – C’è Adolfo, che mi riaccompagna.
E la fanciulla sorrideva, non sapendo ella medesima se la devozione di lui fosse ammirabile o ridicola.
Una sera egli s’infuriò, con uno di quegli scatti ciechi e improvvisi che sono proprii dei caratteri timidi. Loredana s’era trattenuta assai tardi e ritornava sola, a piedi, verso le Zattere, percorrendo calli deserte. Ella indossava la pelliccia, aveva una borsetta a maglie d’oro appesa al braccio, e le buccole di brillanti negli orecchi.
Adolfo le si avvicinò d’un tratto e le disse bruscamente:
– Perchè torni a quest’ora? Non pensi che ti può capitar qualche cattivo incontro?…
Loredana si fermò sbalordita a guardarlo; poi rise involontariamente:
– Sapevo che c’era lei, – rispose, – e che lei mi accompagna.
Egli si calmò subito; le si mise al fianco, e le disse con espressione lamentabonda:
– Come sei bella!… Non vuoi, non vuoi proprio sposarmi?
La giovane parve non aver capito; egli continuò:
– Io ti perdono tutto; tu sei l’amante del conte, e non te ne faccio colpa. Forse io non sapeva trattarti, ma ora ho imparato, perchè ho tanto sofferto…. Non vuoi sposarmi? Non ti piacerebbe di vivere con me?
Loredana scosse il capo, accennando di no. Adolfo soggiunse, umilmente:
– Hai ragione. Sei abituata al lusso e all’eleganza…. Il tuo valore è troppo grande per me….
La fanciulla lo squadrò e rispose:
– Sì, ora valgo più di due milioni….
Adolfo tacque senza comprendere. Che cosa voleva dire? Era impazzita? La guardò di nuovo, e vedendo che essa sorrideva, non osò chiedere spiegazioni; le camminò al fianco in silenzio, a capo basso.
– Lei mi ha perdonato? – riprese Loredana d’un tratto. – Ma è inutile; io non le ho chiesto il suo perdono, e non le ho fatto nulla di male, perchè ho disposto di me liberamente. Crede lei che per vivere la mia vita non occorra del coraggio?…
Si morse le labbra, temendo di dir troppo; e con voce secca aggiunse:
– Mi sorvegli, ma non mi stia al fianco; potrei incontrare persone che conosco, e non vorrei far credere che io passeggi coi giovanotti la sera, per le calli perdute….
Adolfo rallentò il passo, in modo da starle alle spalle e da proteggerla senza accompagnarla. La fanciulla si sentì presa da tenerezza, per il querulo amante, volse il capo, e disse con un sorriso:
– Grazie. Così va bene….
Egli la seguì fino alle Zattere e poi scomparve.
Per più giorni andò ruminando la frase della giovane: “Ora valgo più di due milioni”. Che cosa aveva voluto dire? Forse la pelliccia, i brillanti, gli abiti che portava indosso valevano più di due milioni? Era impossibile…. Allora qualcuno le aveva offerto due milioni per abbandonare il conte?… Questo era più verosimile; egli, Adolfo, due milioni gli avrebbe dati per la gioia di far sua Loredana, e un ricco signore poteva pagarsi caro quel capriccio…. Andava galoppando nel mondo dello fantasie e degli assurdi, senza venire a capo di nulla, divorato dal bisogno di sapere, annaspando nelle tenebre.
La frase sfuggitale aveva scosso Loredana medesima. Ella pure vi ripensò nei giorni seguenti, come le parole fossero state una rivelazione, come il fatto avesse trovato in quelle una consacrazione impreveduta e strana.
Valeva ella veramente più di due milioni? Filippo non pensava mai al patrimonio che le aveva sacrificato con tanta prontezza?
Loredana si mise a studiarlo attentamente, a scrutarne il pensiero, a sorprenderne le intenzioni. Egli era imperturbabile; non più parola usciva dalla sua bocca a proposito di quella eredità, non un accenno ai parenti, allo zio, alle noie che dovevan dargli. La sua educazione e le sue abitudini di gran signore non gli permettevano di gettare uno sguardo di rammarico a quel tesoro perduto; gli sarebbe parso di commettere la più ignobile delle bassezze. Parlava all’amante di ogni cosa, fuor che di quell’incidente, al quale aveva dato minore importanza di quel ch’egli medesimo si aspettasse, forse perchè sui due milioni dello zio non aveva mai fatto grande assegnamento.
Egli possedeva circa trentamila lire di rendita e non giuocava; tutto il suo lusso e tutto il suo piacere erano in Loredana, la quale gli costava poco oltre la metà del reddito; viveva così in perfetto equilibrio economico, e finiva per giudicare che le recise dichiarazioni dello zio gli avevan tolto una preoccupazione fastidiosa e gli avevan dato la libertà assoluta di vivere a proprio talento.
Loredana non riusciva a penetrare il pensiero dell’amante. Lo vedeva padrone di sè, sereno, quasi spensierato, e credeva a una finzione….
Un giorno in cui egli andava ammirandola e accarezzandola, la giovane non riuscì a dominarsi. Gli chiese:
– Ti piaccio?
– Molto, – rispose Filippo ridando. – Ne dubiti forse?
– Mi ami? – incalzò Loredana.
– Molto, – ripetè Filippo.
– Ti pare che….
Sì trattenne, si sentì confusa, diventò rossa in volto.
– Che cosa? – domandò Filippo. – Che cosa deve parermi?
– Ti pare che…? Ti pare che io valga più di due milioni? – disse finalmente la ragazza.
Filippo la strinse fra le braccia ridendo.
– Più di due milioni? – esclamò. – Ma più che tutti i milioni della terra! Quali domande tu mi fai! Si direbbe che tu mi creda pentito di non avere accettato un patto vergognoso, e che io ripensi a quei denari con rincrescimento….
Corrugò la fronte e seguitò con espressione più grave:
– Questo è offensivo per me, Lori. Tu non dovresti giudicarmi così male. Io ho avuto fortunatamente un’educazione, la quale mi ha abituato a non contare mai sul denaro. Se non fossi ricco, lavorerei, e saprei guadagnarmi da vivere; in ogni modo, certo, non venderei una donna che mi ama per un patrimonio anche enorme.
Loredana si passò le mani sul volto e si mise a ridere infantilmente.
– Questo mi fa bene, – disse respirando. – Mi fa bene a udir queste parole. Io pensava sempre ai due milioni, e mi dicevo che non valgo quella somma….
Filippo le mise una mano sulla bocca.
– Tu mi hai scambiato per un mercante di donne, – interruppe, sorridendo; e aggiunse con certo orgoglio che Loredana non aveva mai rilevato prima: – Noi non ci pieghiamo per denaro….
Scivolatagli dalle braccia, ella gli stava davanti in ginocchio, ammirandolo con espressione ingenua; lo guardò, coi grandi occhi dolci e ridenti velati da ciglia lunghe, e rimase immobile, così che Filippo dovette scuoterla. L’ammirazione di lei, che aveva qualche cosa di alto e di religioso, lo commuoveva sempre; egli se ne sentiva avviluppato e preso in ogni ora, e ne era quasi sgomento, perchè sapeva ormai che la fanciulla viveva della sua vita, respirava il suo respiro.
In quell’istante nel quale, caduta involontariamente a ginocchi, Loredana pareva adorarlo estatica, l’uomo pensò che se il vecchio Roberto l’avesse vista, avrebbe compreso l’affetto e la protezione ch’egli Filippo le consacrava, e si sarebbe pentito d’averla chiamata mantenuta con tanta leggerezza: Filippo si volse a guardare se lo zio non fosse in un canto, e poi sorrise della propria allucinazione.

IX.

La signora Marta Serrantoni, una giovane dalla grascia pallida, coi capelli color fiamma, avida di cibo e di denaro, aveva mosso gran guerra in principio a Loredana e a sua madre, in nome della morale. Poi vedendo la fanciulla per le vie tutta elegante, e per il Canal Grande nella gondola a due remi, la signora Marta s’era a poco a poco ravveduta. Il conte trattava bene l’amica sua, bisognava pur dirlo: non era il libertino capriccioso e volubile che si credeva, e dal contegno di lui era naturale concludere che non aveva intenzione di piantare un bel giorno l’amante nuova come tante altre.
La signora Marta diceva questo con solennità, quantunque avesse detto il contrario pochi mesi prima, con la medesima solennità; e il codazzo di giovani e vecchie pettegole che davan peso alle sue parole, andavan ripetendole, e di giorno in giorno si riavvicinavano alla madre di Loredana e riprendevano a frequentarne la casa.
Così mentre la signora Emma era malcontenta, per il lusso della figlia, che a lei pareva eccessivo, le altre se ne felicitavano; quando Loredana veniva dalla sua mamma e trovava le amiche, queste le passavano una rivista minuta, pregandola talvolta di alzare un po’ la gonna per mostrar le calze di seta, osservando la biancheria, divertendosi a infilar gli anelli, a provarsi il cappellino, a indossar la pelliccia. La loro morale taceva innanzi al pregio della roba lussuosa; esse s’inchinavano all’amante ricco e liberale. Anche ne godevano, perchè più volte avevano avuto in dono gli abiti ancor freschi che Loredana smetteva, e i cappellini ch’ella mutava sovente.
La giovane aveva spesso in tasca qualche biglietto delle amiche, le quali chiedevano protezione al conte per il marito, per il fratello, pel nipote; e il conte riusciva ad allogar l’uno, a migliorar la posizione dell’altro, senza conoscerli, per far cosa grata alla sua viperetta.
I concetti morali di quelle piccole donne avevano sorpresa e disgustata Loredana, che ignorava gli avvolgimenti e le mutazioni dell’umana vigliaccheria; le avrebbe preferite nemiche aperte; e parlandone con Filippo, si sentiva in obbligo di scusarle, perchè egli non le giudicasse troppo severamente.
Ma egli ne rideva, e se ne faceva ripetere le frasi ammirative, divertendosi ai loro pettegolezzi e al loro mormorìo; qualche volta per mano dell’amante inviava dolci o fiori, ch’esse si disputavano vivamente, e talora anche sulla tavola delle borghesi pettegole comparivan le bottiglie polverose della cantina del conte. A questa maniera, senza conoscerle di persona, Filippo s’era creato intorno un circolo di amiche, le quali correvano dalla signora Emma a esaltar la generosità di lui e a felicitarsi della fortuna che era toccata alla figliuola.
La signora Emma non pareva del loro avviso, e da qualche tempo era anzi inquieta.
Come sarebbe finita quell’avventura? La fedeltà del conte l’aveva stupita senza persuaderla. Nelle sue lunghe ore di riflessioni, ella aveva accarezzato la speranza che Loredana avesse un figlio; il legame avrebbe consacrato quell’amore con vincoli quasi sacri, obbligando Filippo per tutta la vita, forse spingendolo a un passo decisivo. Ma nulla era avvenuto; Loredana era sterile.
La signora Emma non poteva acconciarsi a questa idea; guardando la figliuola bella e gagliarda, non le riusciva di credere ch’ella fosse infeconda; le era balenato il sospetto che la sua sterilità fosse voluta dall’esperta astuzia di Filippo. Impossibile parlarne a Loredana, che egli aveva avuto vergine e ignorante d’ogni cosa; sarebbe stato assurdo interrogarla.
Una volta che la giovane scherzava col bambino di Marta, la signora Emma osò domandarle:
– Ebbene, Lori, non ti piacerebbe avere un bimbo anche tu?
La giovane diventò vermiglia in faccia.
– Certo, – balbettò, – un bambino anch’io….
– Forse al conte non piacciono? – osservò la signora Emma.
– Non ne abbiamo mai parlato, – rispose Loredana.
E bruscamente andò alla finestra senza proseguire.
– Un bel bambino, che si potrebbe chiamare…. – seguitò la madre. – Come lo chiameresti, Lori?
La giovane si volse e le disse:
– Oh, mamma, non parlarmi così! Mi confondi!
Emma non aggiunse parola, ma quel turbamento la sorprese e le parve la conferma dei suoi sospetti. Non aveva capito che Loredana si sentiva a disagio, perchè le sembrava che il discorso aprisse un spiraglio di luce sul suo amore pel quale aveva sempre un riserbo timoroso, una verecondia inquieta.
L’argomento ritornò più volte; la Serrantoni, alla quale la signora Emma aveva confidato i suoi sospetti, s’incaricò d’interrogare Loredana; ma a lei mancò l’animo di spiegarsi e Loredana la guardò attonita per quell’interrogatorio, disordinato e confidenziale insieme.
La giovane s’infuriò.
– Se ancora mi parlate del bambino, – dichiarò un giorno, – io non verrò più a trovarvi! È un’insolenza; tutti vogliono sapere che cosa pensa Flopi dei bambini; tutti mi domandano che cosa ne penso io; non ci lasciano più vivere! La Serrantoni mi ha perfino chiesto se sono sicura che Flopi mi voglia bene come un marito!… È orribile questo pettegolezzo….
E diede in uno scoppio di pianto, mentre la madre e le amiche le si facevano attorno a consolarla. Le amiche, specialmente, eran premurose perchè si vedevano sfuggire le sottane di seta e i cappellini civettuoli; e quando Loredana accarezzata dalle une, baciata dalle altre, rassicurata da tutte, cominciò a sorridere attraverso le lagrime, le donne esalarono un grande sospiro di sollievo….
– Non capisce! – dissero tra di loro più tardi. – È ancora innocente come l’acqua….
In verità, non capiva; non capiva che cosa volessero da lei, non capiva le perifrasi prudenti, non capiva che cosa importasse loro la sua maternità probabile, non capiva sopratutto come questa volta anche sua madre prendesse parte al coro.
– Ma che cosa mi domandano? Ma di che cosa si occupano? – chiese infine alla signora Emma.
– Esse credono, – spiegò Emma, – che se tu avessi un bambino, il conte ti amerebbe di più.
– E che cosa importa loro se Flopi mi ama di più o di meno?
Emma si strinse nelle spalle.
– Mio Dio, – disse, confusa. – È un pensiero che hanno per te, perchè ti sono affezionate.
– Ma è un pensiero stupido, mamma! – protestò Loredana. – Se io avessi un bambino, Flopi mi amerebbe ugualmente. Che ne so io? Fors’anco mi amerebbe meno.
– Davvero? – esclamò Emma scandalizzata. – E perchè mai?
– Perchè sarei malata, perchè diventerei brutta, per tante ragioni noiose, insomma….
– Allora sei tu che non lo vuoi, Lori? – domandò Emma.
La ragazza la guardò intontita, e poi si mise a ridere.
– Io? – disse. – Come posso io volerlo, o non volerlo?
– Allora è il conte che non vuole? – insistette Emma.
– Flopi? – esclamò Loredana. – E tu pensi che Flopi si curi di queste sciocchezze? Tu pensi che Flopi sia come la signora Serrantoni?
– Non sono sciocchezze, Lori, – sentenziò Emma gravemente. – Alla fin fine, tutto dipende dalla volontà del conte.
Loredana scoppiò in una lunga risata.
Le preoccupazioni di sua madre e delle sue amiche risvegliavano in lei un allegro stupore. Ebbe la tentazione di parlarne all’amante, poi con lo spirito d’intuizione che spesso la guidava, sentendo nella curiosità delle donne qualche ombra di mistero, si trattenne; ma istintivamente scaltra, riuscì per una via indiretta a sapere che cosa Filippo pensava dei bambini.
Quando egli usciva solo a passeggio, le chiedeva che dovesse portarle a casa.
– Vuoi i dolci, Lori? Vuoi un palco per questa sera? Devo mandarti i fiori per la tavola?
Loredana sceglieva; il più delle volte non sceglieva nulla.
– Voglio che tu ritorni presto, – rispondeva.
Ma pressata dalla inquisizione delle pettegole, un giorno si arrischiò:
– Voglio che tu mi porti a casa un bel bambino….
– Di cioccolata? – domandò Filippo ridendo.
– No, un bel bambino vivo, – disse Loredana.
Filippo, che già stava per uscire, tornò indietro e le si avvicinò:
– Veramente? – chiese. – Veramente, tu desideri un bambino?
A guardarla, non si sarebbe detto; ella sorrideva, osservando la maraviglia dell’uomo, una maraviglia, commossa e dolorosa.
– Hai ragione, – egli continuò, accarezzandole i capelli. – Tutte le donne vogliono il loro bambino…. Ma un bambino, per noi, in questo momento….
Sembrava molto intrigato, e la cosa divertiva immensamente Loredana, che non l’aveva mai visto così.
– Certo, – riprese Filippo, – un bambino ti terrebbe compagnia e tu gli vorresti bene…. Ecco: l’anno venturo avrai il bambino. Te lo prometto. Sei contenta? L’anno venturo….
Ma s’interruppe. Loredana rideva, fino ad averne umidi gli occhi; poi con uno scatto gli balzò al collo, e sempre ridendo gli disse:
– Tu hai creduto davvero che io voglia un bambino? Ma no; ma non vi ho mai pensato, mai, mai, mai! È la signora Serrantoni che mi annoia coi suoi discorsi e vuole sapere perchè io non ho bambini! A me non importa nulla! La Serrantoni dice che è colpa tua se non abbiamo bambini, e poi dice che è colpa mia, e non sa nemmeno lei…. Ma io voglio ciò che tu vuoi, e non ho mai pensato a queste sciocchezze. Non è vero che sono sciocchezze?
– E la Serrantoni, – disse Filippo racconsolato, – non ti ha spiegato perchè è colpa mia se non abbiamo bambini?
– Ah no! – esclamò la giovane, ridendo ancora. – Non mi ha spiegato niente. Mi ha fatto dei discorsi stranissimi, e in ultimo ha deciso che io sono una grande oca, perchè non ho capito una parola. Io, però, le ho dichiarato che se mi secca ancora, non le porterò più i dolci.
– Hai fatto benissimo, – approvò Filippo, baciandola sulla bocca. – E le dirai che della nostra vita e del nostro amore siamo padroni noi.
Le parole di Filippo diedero un grande coraggio a Loredana, e mentre le pettegole evitavano quel solito argomento per non addolorarla, ella lo provocò a bella posta qualche giorno dopo.
– Ho parlato con Flopi del bambino, – disse.
La madre e le amiche, le quali stavano intorno, mandarono una esclamazione di stupore.
– E che cosa ha detto il conte? – domandò la Serrantoni, trepidando.
– Ha detto che il bambino lo avrò l’anno venturo, – rispose la giovane categoricamente. – Ma un bambino, per noi, in questo momento….
Ella tacque; le altre tacquero, guardandosi. Loredana era stupefatta per il successo impreveduto delle sue parole. Finalmente la signora Emma si passò una mano sulla faccia, e disse sottovoce alla Serrantoni:
– Avevo indovinato. È lui che non lo vuole!…

X.

La serata al teatro Goldoni era stata fatale per Berto Candriani.
Innanzi tutto egli aveva visto Loredana sotto un aspetto nuovo; fino a quel giorno aveva considerata la giovane come una piccola borghese presa nella luce della vita mondana per un capriccio di Filippo e destinata a scomparir presto con quel capriccio; ma standole a fianco, ammirandone l’eleganza e la freschezza, vivendone alcune ore la vita, notandone l’ingenuità non priva d’orgoglio, s’era dovuto ricredere. Loredana era destinata a non scomparire presto: aveva tutte le qualità per essere un’amante di primo ordine, o una mantenuta lussuosa, o un’amica affezionata e fedele, a seconda dell’uomo che l’avesse guidata nel suo cammino.
Da quella sera in poi, Berto aveva notato che se ne parlava molto tra le dame; dal canto suo, tartassato di domande, aveva dovuto raccontare una quantità di cose vere e una quantità di cose false, per rispondere alla curiosità acuta delle amiche. Forte della sua fantasia, aveva prodigato particolari bizzarri, che raccontava dapprima ridendo; ma perchè le dame parevano credere, a poco a poco aveva ripetuto quei particolari ed altri ne aveva aggiunti con gravità; in modo che intorno alla ragazza s’era formata una leggenda.
Fausta di Montegalda, la quale ancora non poteva persuadersi che “quella stracciona” fosse una rivale, s’era involontariamente prestata a diffondere la leggenda. La ragazza si faceva chiamare Loredana e prendeva un bagno nel latte ogni mattina; mangiava fragole tutto l’anno, e il povero Flopi spendeva un patrimonio per procurargliele durante la stagione invernale. La camera dove riposava, con le pareti ricoperte di specchi, aveva un enorme specchio in luogo del soffitto, cosicchè la ragazza si vedeva riflessa, in tutte le pose e per ogni lato; la vecchiaccia che l’accompagnava era vedova, ma si diceva avesse avvelenato il marito…. Povero Flopi! Tra l’amante e la dama di compagnia s’era proprio encanaillé fino al collo.
Se qualcuno, in nome della verosimiglianza e della logica, osava qualche obiezione, Fausta rispondeva:
– Ma è così, ve lo assicuro. Domandatene al Candriani. Egli la conosce per benino, la ragazza….
E Berto era interrogato e doveva confermare o mitigare i racconti fantastici, i quali, passando di bocca in bocca, avevano ormai rivestito incredibili forme.
La celebrità di Loredana era fatta. Nessuno pensava più a negare che la ragazza prendesse un bagno di latte ogni mattina e vivesse di fragole; la signora Teobaldi, poi, aveva decisamente avvelenato il marito.
Berto non sapeva se riderne o temerne, perchè capiva che se Filippo avesse conosciuto quel romanzo e il suo autore, le cose si sarebbero fatte molto serie.
E mentre l’immane pettegolezzo sobbolliva, la vita di Loredana aveva avuto una buona ripresa. In quell’inverno la giovane era andata più volte a teatro, ora con la Teobaldi, ora con Filippo, scatenando una bufera di commenti e di discussioni, che non giungevano fino al suo orecchio. L’appartamento sulle Zattere, tutto raccolto e ben riscaldato pareva più intimo e voluttuoso.
Loredana aveva dimenticato Giselda Fioresi e i due milioni e la taccia di mantenuta; viveva spensieratamente con la cieca sicurezza di poter vivere sempre così felice.
Ella fu un po’ sorpresa di vedersi un giorno comparire in casa Berto Candriani, il quale non le faceva mai visita nelle ore in cui Filippo era assente.
Berto indossava la redingote, aveva un garofano bianco all’occhiello, e in una mano i guanti paglierini; era addobbato per una visita di società, e anche questo maravigliava Loredana, che lo riceveva sempre come un vecchio amico, senza cerimonie.
Pareva lievemente impacciato.
– Credevo ci fosse Filippo, – disse, – ed ero passato a prenderlo.
– No, – rispose Loredana. – Flopi è andato al tè in casa Lombardi….
– Ah, sicuro! – mormorò Berto. – Sono le cinque, infatti; le cinque e un quarto, anzi.
– Se lei non ha niente di meglio a fare, – seguitò cortesemente la giovane, – può trattenersi un istante, e il tè gliel’offrirò io.
Berto battè lo mani.
– Anzi, anzi, non domando che questo!
La conversazione languì un attimo. Loredana si chiedeva mentalmente: “Che cosa vuole?”. Berto si distraeva a guardar la fanciulla, la quale indossava una semplice vestaglia tutta liscia colore scarlatto, serrata ai fianchi da una fascia alta di seta nera. Egli si diceva che era straordinariamente desiderabile.
– Flopi è sempre di buon umore? – domandò.
– Certo, – rispose Loredana. – È sempre di buon umore con me.
– Non ha più parlato di quegli incidenti al teatro?
– Di quali incidenti?
– Di quella sera, ricorda? quando io ebbi l’onore di riaccompagnarla, e si fece anche un brindisi….
La giovane sorrise.
– Ah mio Dio! – esclamò. – Di noi tre, se ne ricorda lei, soltanto!… Sarebbe curiosa che io e Flopi ne parlassimo ancora!…
Berto si morse le labbra.
– È vero; lei e Flopi han da dirsi qualche cosa di meglio, – -mormorò.
– Caro conte, – osservò Loredana, corrugando le sopracciglia, – sa che io detesto i sottintesi.
– Non ci sono sottintesi; dicevo una verità. Due persone che si amano, non han tempo di badare ai pettegolezzi.
Loredana si alzò per accendere la luce elettrica; la conversazione ricadde.
– Flopi le ha narrato la storia dei due milioni? – chiese Berto a un tratto.
– Mi ha narrato ogni cosa.
– Egli non li rimpiange di sicuro?
– Pare di no, – rispose Loredana sorridendo.
Entrò Piero, recando il servizio per il tè, che dispose sul tavolino. Vi fu una pausa lunga, durante la quale Loredana versò l’acqua bollente nella teiera, spense il fornelletto a spirito, avanzò il cestello dei biscotti verso il suo ospite.
– È un bel patrimonio, – riprese questi.
– Che cosa? – domandò Loredana.
Non s’era mai trovata sola col giovane, al quale sapeva di piacere, e se ne sentiva intimorita, perchè gli occhi di lui non l’abbandonavano mai.
– Dico che due milioni formino un bel patrimonio, – egli spiegò, prendendo una tazza dalle mani della fanciulla. – Un magnifico patrimonio, al quale pochi uomini rinunzierebbero per l’amore.
Loredana guardò Berto inquieta.
– Che cosa significa? – domandò.
– Non ci sono sottintesi, – dichiarò Berto sorridendo. – Volevo dire quello che ho detto; pochi uomini rinunzierebbero a due milioni per l’amore di una donna. Flopi è di questi uomini, e ciò mi fa piacere….
– No, conte, – interruppe Loredana, bruscamente. – Non è il caso di scherzare; lei sa qualche cosa?
– Non so nulla!
– Forse Filippo le ha confidato che è malcontento?
– Le do la mia parola, d’onore che Filippo non ha mai aperto bocca con me….
– E allora? – chiese la giovane freddamente. – Perchè trova strano che Filippo mi ami?
– Non trovo strano; dico che tra una donna, chiunque ella sia, e due milioni, quasi tutti gli uomini sceglierebbero questi e lascerebbero quella.
Loredana non rispose; la bella faccia ridente aveva preso un’espressione dura, che gli angoli rialzati della bocca facevan più recisa; e gli occhi fissavan dritti in volto il Candriani, cercando di scrutarne il pensiero riposto.
– È quello che io ho osservato a Flopi, – ella, disse. – Ma egli mi ha risposto che io lo scambiava per un mercante.
– Doveva rispondere così, – osservò Berto.
– Doveva essere sincero, perchè io con lui sono stata sempre sincera.
– Lei non aveva nulla da nascondere; ma la sincerità qualche volta è incomoda, – ribattè il Candriani. – Non si può dire a una donna: “Io preferisco due milioni al tuo amore”….
Loredana balzò in piedi.
– Perchè mi parla a questo modo? – esclamò. – Filippo le ha dato l’incarico di esprimere le sue idee?
– No, – rispose Berto, stendendo una mano verso la giovane come a tranquillarla. – Filippo non mi ha dato alcun incarico, glielo posso giurare! Sono pensieri miei, quelli che esprimo.
Fece una pausa, si alzò egli pure lentamente in piedi, e movendo un passo verso la ragazza dritta nella veste flammea, aggiunse:
– Non si spaventi, non si turbi, Loredana. È un amico che le parla. Io voleva dirle questo fin dalla sera in cui ci siam trovati a teatro. Volevo dirle che, qualunque cosa avvenga, in qualunque momento, io sarò lieto di accorrere a una sua parola e di poter esserle utile….
– Come? – domandò Loredana smarrita. – Lei non crede sincero Filippo?
– Non so. È sincero oggi, forse. Domani potrebbe pentirsi, non tanto pur il patrimonio al quale deve rinunziare, quanto per la guerra che gli va movendo la famiglia. E se quel giorno venisse, le ripeto, ella deve ricordarsi che ha un amico devoto e pronto a tutto per lei….
La giovane squadrò da capo a piedi il suo ospite; non era più intimorita; un sorriso ironico le increspava le labbra e una luce vivida le sfolgorava dagli occhi.
– Io la disprezzo! – ella rispose pacatamente.
– Loredana! – esclamò Berto.
– Sì, sì, la disprezzo! – ripetè la giovane con calma. – -Lei ripaga a questo modo l’amicizia di Flopi? Lei viene a mettermi il sospetto nel cuore, mentre io era felice! Lei viene ad accusare Filippo, mentre egli è così buono con me, così fiducioso con lei! E tutto questo senza una ragione al mondo, solo per dirmi…. Per dirmi che cosa? Che lei vorrebbe succedere a Filippo, non è vero? Perchè lei crede che se domani Filippo mi abbandonasse, io prenderei un altro amante, forse il primo che mi capitasse, con la indifferenza con cui si muta d’abito? Questa è la stima che lei ha di me?…
S’interruppe, dando in una risata sardonica; e proseguì:
– Caro conte, ha commesso un’azione cattiva, e io dovrò avvertirne Filippo, perchè si guardi da lei, che è un falso amico! Lei è stato il solo ammesso in questa casa, e ne ha compensato Flopi tentando di farmi credere che rimpiange il denaro perduto, e cercando di portar via a Flopi una donna che egli ama. Mi ha messo l’inferno nell’anima, mi ha fatto dubitare, mi ha torturata….
– Loredana, non esageri, per carità, – interruppe Berto avvicinandosi. – Lei non mi ha compreso.
– L’ho compreso, l’ho compreso! – esclamò Loredana, mentre le lagrime cominciavano a scorrerle per le guance. – Ho compreso il suo scopo! Se avesse detto quelle malignità senza uno scopo, sarebbe pazzo! Ah, che dolore mi ha dato! Ora questo pensiero non mi si leverà più dal cervello; ora io continuamente mi domanderò se Flopi è contento, se non rimpianga il denaro perduto, se mi ama davvero! Ed ero così felice, così stupidamente felice!…
Sì lasciò cadere in una poltrona, e nascondendo il volto tra le mani, scoppiò in singhiozzi che le fecero sobbalzare violentemente il seno. A piccoli passi, piano, adagio, Berto si avvicinò, si curvò sulla spalliera, osò stendere una mano quasi per carezzare la testolina dolorosa:
– Loredana, – susurrò, – io le domando perdono; io non credeva di….
Ma dovette troncare. Loredana era scattata in piedi nuovamente; pareva davvero una viperetta, con la testa dritta e gli occhi sfavillanti:
– Vada via! – gridò. – Vada via; non mi tocchi! La disprezzo, gliel’ho detto. Vada via, vada via subito!…
Berto si ritrasse.
– Vada via subito! – incalzò Loredana. – Non voglio più vederla! Vada via subito, o chiamo!
Il tono perentorio, la voce squillante, il fremito visibile che agitava la fanciulla, fecero comprendere a Candriani ch’era impossibile resistere; se avesse osato una parola o un gesto, Loredana avrebbe chiamato il servo o Clarice, facendo uno scandalo. Berto camminò a ritroso fin sul limitare, s’inchinò, uscì.
La giovane stette in ascolto qualche poco, indi si abbandonò sul divano, tuffando il volto tra i cuscini. Ella rimase in tal positura, immobile e con gli occhi asciutti, sforzandosi a pensare, fin che non udì nell’anticamera i passi di Filippo che rientrava. Allora balzò in piedi, si diede una occhiata nello specchio, afferrò un libro che giaceva sulla tavola e finse di leggere.
Filippo entrò:
– Buona sera, piccola, – disse.
– Buona sera, Flopi. Ti sei divertito?
– No, per niente. E tu, che cosa hai fatto?
Un brivido passò nell’anima di Loredana; chinato il capo di nuovo sul libro, mormorò con indifferenza studiata:
– Nulla. È venuto il Candriani a trovarmi….
– Berto? – esclamò Filippo stupito. – A che ora?
– Alle cinque e un quarto, o alle cinque e mezza, non ricordo.
– E che cosa voleva?
– Era passato a prenderti per andare dalla contessa Lombardi.
– Ma è impossibile, Lori; pensa bene a ciò che dici! – esclamò Filippo.
Loredana s’impaurì; impossibile? perchè era impossibile?
– Ha detto così, – ella insistette.
– Ma dalla contessa Lombardi dovevamo trovarci più tardi, – osservò Filippo. – E infatti è venuto, mi ha visto, e non mi ha detto ch’era stato qui. Tutto questo è stranissimo….
Tacque; s’avvicinò all’amante, ancora seduta sul divano, e la scrutò attentamente.
– Tu sei molto agitata, – soggiunse. – Mi nascondi qualche cosa….
Loredana si sentì morire. Che cosa poteva credere Filippo? Bisognava raccontar tutto?… Alzò il capo, e disse, disperatamente:
– Io, il Candriani, non voglio più vederlo!
Filippo sussultò, l’attirò al petto, e baciandola rispose con calma:
– Ho capito. Non lo vedrai più!

XI.

Il conte Filippo Vagli e il conte Berto Candriani, col pretesto d’un diverbio politico, si batterono alla sciabola tre giorni dopo la visita di Berto a Loredana. Al Candriani toccò un colpo di figura interna, che partendo dall’orecchia destra, gli tagliava il naso, le labbra, il mento; Filippo, a causa dell’incontro avvenuto in quell’attimo, ebbe una sciabolata all’avambraccio destro, lunga ma non profonda.
Loredana quando vide in quel pomeriggio freddo e nebbioso tornar Filippo col braccio al collo, diventò come pazza; correva da una camera all’altra, gridando e piangendo; era stata lei la causa del duello; Flopi s’era dovuto battere per lei; ella era la sua maledizione; già tanti danni aveva avuto dal suo amore, già tanti dispiaceri, e oggi anche un duello, una ferita, oggi anche il sangue aveva dovuto dare!
Il chirurgo che accompagnava Filippo le assicurò che la ferita del conte non era grave; Filippo e Clarice furono attorno alla giovane per confortarla; ma essa era così sbigottita, coi capelli sciolti e gli occhi dilatati dallo spavento, che il medico dovette occuparsi prima di lei che del suo ferito.
A poco a poco, quasi svegliandosi da un terribile sogno, Loredana si rimise e cominciò a credere che Filippo non fosse minacciato da morte imminente. Ma non appena il chirurgo si congedò, essa volle udire il racconto della scena, e Filippo dovette raccontare, mentre Clarice Teobaldi pensava alle più belle pagine del teatro melodrammatico.
– La conclusione si è, – terminò Filippo, – che io intendo partire non appena mi sarà possibile. Questo duello farà troppo chiasso. Andremo a Roma a passar l’inverno: lasceremo qui Clarice a vigilare la casa, e torneremo a primavera….
La signora Teobaldi sentì il dispiacere del futuro distacco, temperato dalla soddisfazione di quell’incarico di fiducia, e pensò che Filippo era veramente un eroe.
– Mi dispiace per Berto, – soggiunse il conte. – Gli è toccato un colpo crudele, ma non potevo misurarlo. Del resto, la lezione gli insegnerà a tener la lingua tra i denti…. e a rispettar l’amicizia.
Filippo non s’era ingannato, prevedendo che il duello avrebbe fatto chiasso. Per tutto il giorno dovette ricevere amici nel suo studio, i quali venivano ad assicurarsi che non era gravemente ferito. In città il fracasso era enorme, e quelli che ne sapevano meno erano i più esatti e più sicuri nel raccontar particolari.
Non si trattava del solito pettegolezzo, qualche volta campato interamente in aria, sempre mormorato con grazia; era un’onda di ciarle e di commenti fragorosi che dilagava per tutto, nei caffè, nei teatri, nei salotti.
L’aristocrazia veneziana, la quale conta forse i nomi più classici del mondo, s’angustiò per quell’incidente di cui si sapevano anche le cause, perchè il pretesto del diverbio non aveva ingannato nessuno. Da anni a Venezia non avvenivano duelli se non tra giornalisti; una cordialità simpatica legava i signori l’uno all’altro, e la più squisita cortesia presiedeva ai loro convegni, tanto che al momento di trovare i padrini, Filippo e Berto avevano incontrato non poche difficoltà, perchè gli amici di quello erano amici di questo; Filippo aveva scelto due ufficiali di marina giunti da poco a Venezia, e Berto due ufficiali di cavalleria che stavano a Padova.
Il conte Roberto e la contessa Bianca furono costernati all’annunzio; nè l’uno nè l’altra avrebbero imaginato che Filippo giungesse a tanto per la “monella”; e l’uno e l’altra, d’intesa, fecero comprendere la loro riprovazione ostentando di non voler parlare dell’accaduto e trascurando di chiedere notizie del nipote e del figlio.
Era lo scandalo; lo scandalo aperto, irrimediabile, gigantesco; perchè sapendo che Filippo si era battuto per una donna, e non già per la politica come voleva dare a intendere, nessuno pensava che questa donna non l’avesse tradito, ch’egli non l’avesse sorpresa fra le braccia del Candriani, ch’egli insomma non avesse fatto una brutta figura. Il nome di Loredana correva per le strade, e la curiosità interribiliva.
Loredana! Chi era? Dove l’aveva trovata? Che cosa faceva prima di darsi al conte? Era quella del bagno di latte e delle fragole? Ah era quella! Allora la medesima che una sera al teatro Goldoni civettava col Candriani; che sfrontata! Mantenuta dell’uno, andava a teatro con l’altro! Filippo spendeva un patrimonio per coprirla di seta e di gioielli ed essa lo ricompensava a questa maniera; la colpa era di Filippo, che doveva aver perduto la testa. Chi l’avrebbe detto, lui così pronto una volta a cambiar d’amanti, così garbato e accorto, così scettico ed egoista! È proprio vero che il gatto, all’ultimo, vi lascia lo zampino; Filippo doveva essere invecchiato; questo amore aveva tutta la goffaggine d’una passione senile.
Non parliamo del Candriani, tanto ben ricompensato della sua amicizia; per poco Filippo non gli aveva portato via naso, orecchia e labbra in un colpo solo; ad ogni modo il povero Berto rimaneva sfigurato per sempre; la cicatrice era spaventosa; venti punti di sutura; ma che venti? trenta, o quaranta; un macello…. E intanto Filippo s’era giuocato per quella donna l’eredità dello zio, una diecina di milioni; lo zio l’aveva avvertito più volte, l’aveva pregato e scongiurato, e finalmente aveva perduto la pazienza. Chi poteva dargli torto? Era un vecchio onesto e semplice, che non voleva pasticci in famiglia…. E quell’altra, la madre, la contessa Bianca, quale conforto aveva dal figliuolo, ch’ella voleva accasare! S’era trattato di matrimonio con la contessina Cafiero; no, con la Fioresi, una ragazza che gli avrebbe portato, anche lei, una diecina di milioni; ma Filippo aveva mandato all’aria ogni cosa; e in tal modo, dieci della fidanzata e dieci dello zio, erano ormai venti milioni sfumati.
Qualcuno osava una parola in difesa di Filippo, ma era peggio…. Come difenderlo? Figurarsi: permetteva che la sua mantenuta si facesse chiamare contessa Vagli; in tutti i negozii di Venezia, per contessa Vagli s’intendeva non già la veneranda contessa Bianca, ma quella ragazza; e una volta la contessa Bianca s’era vista portare a palazzo una scatola di trine e piume, ch’eran destinate all’altra; anzi più volte i fornitori sbagliavano, e mandavano da pagare alla contessa Bianca le note della ragazza. Una commedia, una farsaccia, permessa, voluta da Filippo, che neanche rispettava più il nome della famiglia…. Come si poteva difenderlo?… Tutti a questo mondo han fatto le loro; a tutti piacciono le donne; ma c’è maniera e maniera. Un avvocato diceva: “Nisi caste saltem caute”; il buon gusto, la decenza, non si devono mai offendere; e da gente, poi, che ha obblighi sociali e dovrebbe dar l’esempio…. Se così faceva un patrizio veneto, si poteva imaginare che cosa avrebbe fatto qualche povero diavolo, un facchino della Marittima, un plebeo….
E a proposito di plebei, che cosa era quella sua amante? La chiamava Loredana, lui, per rialzarla; ma veniva dal basso, era uno scialletto, nè più nè meno che un’infilatrice di perle a Castello; pensate che educazione poteva avere e che linguaggio; ma faceva ogni giorno un bagno nel latte. E per questo che la dicevano tanto caritatevole; distribuiva ai poveri il latte che le era servito pel bagno. Quanto alla bellezza, poi, a Venezia se ne potevan trovare mille, diecimila più belle; bastava guardarsi intorno, e giusto a Castello e a Cannaregio v’eran certi musetti, si vedevan certi occhi e certe capigliature; la Resi, per esempio, e la Nana, e quell’altra, quella bionda, la Màlgari; e nessuno si pensava di portarsele a casa, di rinunziare a venti milioni, di chiamarle contesse, e di metterle in conserva nel latte. Ci voleva proprio un patrizio, e un patrizio come Filippo, per queste minchionerie!
Filippo rimase schiacciato sotto quella valanga. Caldo per ira e per gelosia, aveva provocato Berto, senza prevedere che la responsabilità dell’avvenimento sarebbe andata a battere contro Loredana, la quale ne usciva compromessa irrimediabilmente; e compromettere una donna era per Filippo azione così vigliacca e stupida, ch’egli spasimava d’esserci involontariamente incappato. Tutto il fango della strada, l’ira degli uomini, l’invidia delle femmine, si sollevava e ricadeva sull’amante sua.
Era una cosa spaurevole. Fra gli amici venuti in quei giorni a trovar Filippo fu il conte Alvise Priùli, un vecchio d’oltre sessant’anni, dalla vita cristallina, maestro di cortesie, oracolo in materie cavalleresche, franco nel parlare.
– Ti sei cacciato in un ginepraio, – egli disse a Filippo. – Perchè non consigliarti con qualcuno, prima di agire?… A provocare e a battersi v’è sempre tempo. E tu sai che quando c’è di mezzo una donna, chiunque ella sia, un gentiluomo deve evitare duelli e scenate fin che gli è possibile….
Filippo, col braccio al collo, passeggiava nervosamente per lo studio, angusto alla sua furia. Si arrestò innanzi al vecchio che aveva candidi capelli e faccia rosea:
– Che cosa dicono? – chiese avidamente.
Il conte Alvise fece un gesto desolato.
– Un disastro, – rispose. – Tutto quello che puoi imaginare di più antipatico, di più losco, di più sciocco; è una vera orgia di contumelie….
– Contro di me?
– Contro di te, e contro la signora, voglio dire la signorina, insomma la tua amica.
– Per esempio? – incalzò Filippo.
– Che esempio! – esclamò Alvise sorridendo. – Non è il caso di darti esempii; anche tu sai che cosa è la folla quando si sbizzarrisce a inventare e a deridere.
Filippo battè i piedi a terra, riprese a camminare, e camminando disse:
– Che cosa mi consigli? Che cosa devo fare, Alvise? Bisogna ch’io ne esca….
– Io ti consiglio di cambiar aria, – disse Alvise. – Fa un viaggio, un bel viaggio lungo. Se tu rimani, finisci per batterti altre venti volte, e lo scandalo cresce. Del resto, come puoi pigliartela con gli anonimi? Tutti parlano ora che ti sanno chiuso in casa; pròvati ad uscire e non avrai che strette di mano e sorrisi….
– Ipocriti! Vigliacchi! – esclamò Filippo.
– Ma no, caro, hai torto, – osservò prontamente Alvise. – Il mondo è fatto così; non intende aggredirti di fronte, perchè gliela faresti pagare; aspetta che tu volti le spalle. E in questo, Venezia, Parigi. Londra, Pechino, sono una città sola….
– Dunque un viaggio, tu dici? – riprese Filippo, fermandosi un’altra, volta davanti al vecchio amico. – Io aveva pensato di passar l’inverno a Roma….
– No, no, un viaggio. A Roma si sa tutto, come a Venezia; figùrati se la Montegalda, la Fioresi, e venti altre, se di Spinea e lo stesso Candriani non hanno scritto agli amici di laggiù! E ciascuno a modo suo.
– Come sta Berto? – domando Filippo.
– Bene, puoi imaginare. Gli hai cambiato faccia, ma non sono avvenute complicazioni, e se la caverà in un mese o poco più….
Filippo tacque, guardando a terra.
– Me l’aveva fatta grossa, – mormorò poi.
– Sai che è un caposcarico; potevi parlargli e persuaderlo a non molestare la tua amica. E anche la tua amica, via, confessiamolo, doveva essere più prudente, metterlo alla porta alla chetichella e non dirtene nulla.
Filippo scosse la testa.
– Loredana non ha alcuna colpa, – ribattè. – È abituata a dirmi tutto; e se l’avesse messo alla porta, io non me ne sarei avveduto e non avrei chiesto spiegazioni? Era il solo che veniva a trovarci, e ci voleva poco ad accorgermi che non c’era più!… E la mamma e lo zio, che cosa dicono?
Il conte Alvise fece un altro gesto in aria, più desolato del primo.
– Non ne parliamo, caro Flopi!… Credo che Roberto pensi a fondar col suo denaro un istituto di beneficenza….
Filippo sorrise.
– Gliel’ho consigliato io! – disse.
– Bravo! – esclamò Alvise. – Non ti conoscevo come benefattore dell’umanità. Quanto a tua madre, povera donna, questo è un colpo, è un colpo grosso…. Sai le sue idee, anche in materia di duello; e qui poi si tratta d’un duello inutile, d’uno scandalo gigantesco.
– Povera mamma! – disse Filippo, meditabondo.
– Dovresti scriverle chiedendola perdono, – suggerì Alvise. – Non ti risponderà, ma la lettera la calmerà un poco, e servirà a prepararti un colloquio.
– Le scriverò; è una buona idea, – dichiarò Filippo. – Quanto a colloquii, non ne avremo: essa mi chiede ciò che io non voglio concederle, l’allontanamento di Loredana. Non voglio e non posso: tu capisci che se oggi, quando è aggredita da tutta una folla, da tutta una città, mettessi Loredana sul lastrico, sarei un farabutto….
– È giusto, – convenne Alvise.
Altri amici sopravvennero, e Filippo li interrogò, e da ciascuno ebbe la conferma che lo scandalo dilagava, che in alto e in basso, nel salotto e nell’osteria, ancora non si parlava se non del duello; qualche amico più addentro nella confidenza di Filippo ripetè, attenuando, i discorsi che correvano, e anche attenuati, specialmente per Loredana, erano oltraggiosi e provocanti….
Le visite si susseguirono fin quasi all’ora del pranzo; e Filippo ne uscì in uno stato di fredda disperazione. Piegò il capo sul braccio sinistro appoggiato alla tavola, e restò immoto a pensare.

XII.

A pensare; ma non seppe mai quanto rimanesse in quella positura.
Lievemente, con un passo che il tappeto smorzava del tutto, Loredana entrò nello studio verso le otto, per chiamar Filippo a pranzo. Ella sorrideva, perchè da qualche giorno era certa della guarigione dell’amante, e quel viaggio a Roma, di cui s’era parlato, le piaceva molto. Intorno a Roma avevan ricamato mille fantasie l’estate innanzi, a Sirmione, poi non se n’era fatto più nulla per le vicende susseguite.
Loredana si fermò di botto sul limitare, e fu per mandare un grido.
Filippo era seduto, con la testa reclinata sul braccio, immobile.
La giovane accorse, gli toccò una spalla, ed egli alzò il capo sussultando.
– Che c’è? – disse.
Loredana vide ch’egli aveva gli occhi lucidi di lagrime, e ne rimase sbigottita.
– Hai pianto? – chiese. – Flopi, hai pianto? Che cosa è avvenuto?
L’amante scosse la testa, infastidito e confuso.
– No, no, – disse, – non ho pianto….
– Sì, hai gli occhi rossi e umidi…. Che cosa è avvenuto, in nome di Dio?
Filippo si alzò, fece un giro per la camera, silenzioso, mentre Loredana lo guardava attonita, quasi non lo riconoscesse; ella avrebbe potuto imaginare nei suoi sogni qualunque cosa strana, ma non avrebbe imaginato mai di dover vedere un giorno il viso di Filippo bagnato dalle lagrime; questo spettacolo superava tutto che di più orribile e di più straordinario ella poteva sognare….
– Dimmi che cosa hai! – insistette. – Per carità, Flopi, non farmi morire di spavento; rassicurami, dimmi una parola, non esser crudele a questa maniera….
Filippo s’arrestò nel bel mezzo della camera.
– Che cosa ho? – disse. – Non ne posso più, ecco! Ho tutta la città contro di me, tutti i parenti, tutti gli amici, tutti gli sconosciuti, tutti gli sfaccendati, tutti, i ricchi e i poveri, i buoni e i cattivi, tutti sono contro di me. Questo duello ha sollevato uno scandalo senza esempio, e ha coperto di fango me e te. Io sono un vanesio che compromette le donne, un “trombone” come dicono a Venezia, e tu una sgualdrinella, e i nostri nomi sono popolari…. Ah sì, popolari ormai!… Nelle taverne ci conoscono come nei palazzi, e non abbiamo uno, un solo che ci difenda! Hai capito, Lori, che cosa ho? Un uomo non può combattere contro la folla; sono stritolato da una tempesta che ho sollevato io; non mi posso muovere, perchè la folla son tutti e non è nessuno…. Chi prendere? A chi chiedere ragione? Che cosa devo fare? Io non lo so; Priùli mi ha detto di fare un lungo viaggio, e sta bene, ma poi? Dovremo tornare, non potremo viaggiar tutta la vita, e rimettendo il piede a Venezia, io sarò il “trombone” e tu la sgualdrina…. È odioso, Lori! Non mi sono mai perduto d’animo, non ho mai piegato, fin che si trattava di discutere coi parenti; ma oggi non so dove dar la testa, perchè ho di fronte una città, l’intera città, ti dico, nella quale ii pettegolezzo è un’arte, la sola rimasta a questi cialtroni. Capisci, Lori, che cosa ho? Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più!…
Loredana, aveva capito; aveva chiaramente e interamente capito.
Dopo il primo senso di terrore e di smarrimento, la giovane stava come agghiacciata, rigida e muta. Aveva compreso; Filippo era vinto; non si poteva chiedergli di più; perduta la famiglia, aveva resistito; perduta una fortuna, aveva resistito. Ora, davanti al ridicolo, davanti ai ghigni della moltitudine, davanti alla gazzarra, allo scandalo osceno, davanti al disonore – non lo accusavano di compromettere le donne? – Filippo era vinto, e piangeva. Lei, con la sua leggerezza incredibile, lo aveva lei con le sue mani spinto in quell’abisso.
Ella rimaneva a testa china, le braccia pendenti lungo il corpo.
Filippo la vide e le si avvicinò.
– Scusami, – disse. – Scusami, Lori. È stata una debolezza imperdonabile, la mia; non dovevo affliggere anche te. Ora è passata…. Faremo un lungo viaggio, ti piace? Prima a Costantinopoli, e là poi decideremo dove andare: io posso rimanere assente anche due, tre anni. Odio Venezia, ormai, non mi ci posso più vedere! Non mi rispondi, Lori?
Ella non rispondeva: aveva capito e stava pensando che cosa dovesse fare, che cosa il suo amore chiedesse da lei, e tutto le pareva orrendo. Cercava dentro il cuore l’energia per il domani, e sentiva il cuore gelido, come pervaso repentemente da un veleno mortale.
– Non mi rispondi? – chiese Filippo di nuovo. – Guardami, non sono più triste; ha ragione Priùli: un lungo viaggio ci farà dimenticare, e intanto saremo felici. Condurrò con noi anche la Teobaldi, il povero folletto, e la faremo cantare…. Che ne dici, Lori?
Ella non rispondeva. Il suo amore era finito. Bisognava far qualche cosa, non si poteva accettare il sacrificio ultimo dell’uomo che aveva sacrificato già tanto; l’amore, l’amore vero, voleva da lei qualche cosa di più.
– Va bene, – disse fievolmente, per dire. – Va bene, Flopi. Ora guarisci, perchè non puoi partire così; e dopo decideremo tutto…. Va bene…. Sì, anche Clarice; la faremo cantare….
Tacque subito per non dare in uno scoppio di pianto, in un urlo di dolore.
– È tardi, – soggiunse. – Andiamo a pranzo….
A tavola li aspettava, come al solito, la signora Teobaldi, la quale aveva preparato un discorso intorno a certe opere che si davano alla Fenice, e voleva esprimere alcuni giudizii categorici sulla musica moderna, sulla morte del bel canto…. Ma rimase esterrefatta vedendo Lori e Flopi; il conte pallido come un cadavere; la ragazza pareva intormentita. Mangiarono in silenzio, senza guardarsi; Filippo e Loredana anzi, dimenticavano spesso di mangiare e restavano con gli sguardi perduti nel vuoto. Piero cambiava le posate, senza che il conte avesse toccato cibo; anche Piero era costernato per quello spettacolo di tristezza. Certo, era avvenuta qualche sciagura; ma dove, ma quando, se proprio quel giorno nessuno era uscito di casa, se proprio quel giorno non era arrivato nemmeno un telegramma? Il conte aveva di tanto in tanto un fremito sùbito contenuto; ripensava alla folla che correva le strade, trascinando il suo nome e il nome di Loredana; gli pareva d’udir le sghignazzate degli oziosi maligni…. La fanciulla, inerte, con un gran freddo dentro, si rivolgeva alcune domande angosciose, alle quali non trovava risposta.
Subito dopo il caffè, il conte le baciò la mano e si ritirò.
Clarice e Loredana rimasero sole, innanzi alla tavola, che Piero, interamente smarrito, aveva dimenticato di sparecchiare. Un grande silenzio, un silenzio d’angoscia invase la sala; non si udiva fuori se non la cantilena monotona della pioggia che cadeva fitta e instancabile da più ore.
– Contessa, – mormorò Clarice con voce supplichevole. – Contessa, mi dica….
Ma Loredana rabbrividì da capo a piedi, come un’aspide l’avesse morsa. Guardò la vecchia amica dalle terribili sopracciglia al nerofumo, la buona donna che le era sempre stata al fianco, i tristi giorni e i lieti. Una raffica di vento sfiorò la casa fra le tenebre e fece traballare i cristalli alle finestre.
La giovane stese le braccia nel vuoto. Perdutamente, con uno scoppio di pianto, disse:
– È finita!… È finita!… È finita!…

XIII.

Per le calli e le callette per le quali la plebe, il popolo, la borghesia si dan di gomito e i ragazzi sgusciano da ogni parte e la gente va, accodata qualche volta a una coppia lenta e pigra, che sbarra tutta la strada, Loredana si recò da sua madre.
L’alito di quella vita intima le soffiava in volto; finestre di case spianti le case di faccia; dalla soglia d’un negozio dov’erano appesi stoccafissi secchi, le parole e le bestemmie che al suo passaggio si tramutavano in madrigali grossolani; più là, in alto, un’esposizione di panni variopinti e teste di donne che si affacciavano a guardarla; per quest’altra calle, un facchino rotolante una botte vuota e il codazzo di monelli che correvano a dar mano per arrestare d’un tratto il viavai e obbligare i passanti a farsi contro il muro o a ripararsi dentro le porte. Una baruffa di femmine armate di ciabatte, lo scialle scivolato dagli omeri raccolto sotto il gomito sinistro, e una bordata d’ingiurie metaforiche furono, presso la sua casa, gli ultimi incidenti della corsa; e Loredana salì, l’anima chiusa da una malinconia infinita. Era stanca.
Lo spettacolo della miseria morale e materiale del popolo non l’aveva mai colpita come in quel giorno in cui il suo cuore era vinto da uno sconforto immenso. Tutta la vita non le pareva se non una trama di dolori, di cose turpi e infami, di giunterie e di volgarità, un torrente di fango al quale gli uomini devono abbeverarsi. L’illusione li sorregge un poco e li guida; poi d’un tratto l’orribile sapore avvelena la bocca e i bevitori si svegliano allo sconcio inganno.
Anche in casa di sua madre, non sapendo raccapezzarsi tra le mille storie che correvano le vie, le amiche avevan filato caligine; tanto che se non fosse stata la ritrosia e quasi il pudore di varcar quella soglia, la signora Emma sarebbe andata lei da Loredana a chieder notizie.
La giovane raccontò a sua madre tutto quello che era seguito: Emma impallidì, quando apprese che Filippo aveva pianto.
– Ahi, povera mia Lori! – esclamò. – Non hai avuto un’ora di bene, non un giorno di pace, dacchè hai abbandonato la tua casa!… Ah, Lori, Lori, quale rovina! E doveva finire così; il conte non può resistere più a lungo, non può disconoscere sua madre per te!…
– Parole inutili! – interruppe Loredana. – Se veramente non avessi fatto altro che soffrire vicino a lui, non soffrirei tanto ora! Sono stata felice, felice, capisci?… Che dirti?… Sono felice anche oggi, che egli è con me…. Sono stata felice sempre, perchè egli era forte, e avrebbe vinto! Mi guardi? Non sapete amare, e non mi comprendete!… Flopi sapeva amare; ma l’hanno ferito, infangato, tormentato, e non può più lottare…. E quel Candriani, quel maledetto!… C’è una sola buona cosa in tutto questo, vedi, mamma?… C’è che Flopi gli ha dato una sciabolata spaventosa….
– È dunque vero? – interrogò Emma.
– Una sciabolata così pesante, così piena, che lo ha sfigurato per sempre. Ne ho piacere: gli ha tagliato la faccia dall’orecchio al mento…. Vada, ora, a fare il bello con le donne degli altri! Ah, di Flopi e di me non può più dimenticarsi! Ne ho piacere, ne ho proprio piacere!
Emma non disse nulla. Si poteva perdonare alla giovane la ferocia di quel compiacimento per l’umiliazione d’un nemico insidioso.
– E oggi? – chiese dopo una pausa. – Il conte è sempre così triste?
– Stamane ha ricevuto una lettera anonima carica d’ingiurie sciocche, e ciò l’ha fatto ridere. Ma è un altr’uomo; conta le ore che mancano alla guarigione, perchè vuol partire; gli amici lo disturbano, è nervoso e irascibile; sembra abbia paura della città, di se stesso, di qualche cosa ch’egli medesimo non sa.
– Vuole partire? – ripetè Emma. – E dove andrete?
– Io non partirò, mamma! – dichiarò Loredana con calma. – Egli s’illude che io l’accompagni, ma ho riflettuto in questi giorni, e ci son troppe cose contro di me. Per causa mia ha perduto una grossa eredità, la sua famiglia vuole che sposi una contessina, e questa contessina lo ama. Vedi quante difficoltà che già esistevano…. Mi ha raccontato tutto il conte Candriani, una sera a teatro; io credeva lo avesse fatto per leggerezza, ma ora comprendo che aveva il suo scopo; non me ne ha risparmiata una, per allontanarmi da Flopi; e oggi devo aprire finalmente gli occhi.
– E che cosa farai, Lori?
La giovane chinò il capo fissando a terra le piastrelle bianche e rosse, che un raggio leggero di sole illuminava dolcemente.
– Te lo confesso: avevo pensato d’uccidermi…. No, no, non ti spaventare, mamma! – disse con rapidità, vedendo che sua madre era diventata subitamente pallida. – Non lo farò mai, te lo giuro, non lo farò per te, e anche per lui…. Vi accuserebbero della mia morte; ho capito anche questo.
– Ascoltami, – interruppe Emma, che passatasi una mano sul volto andava rimettendosi dal primo impeto di paura. – Marta, la Serrantoni, mi ha detto che Adolfo Gianella ti segue ancora, e che un giorno vi hanno visti insieme, e che è sempre innamorato di te….
– È vero; quella pettegola sa tutto! – esclamò Loredana.
– Marta mi ha detto che è diventato buono, che ha perduto la sua alterigia stupida, – insistette Emma, – Ha compreso ch’egli ti trattava male, e insomma….
– E insomma ha cominciato ad ammirarmi quando sono scappata con un altro! – seguitò crudamente la giovane. – Ah, un bel marito sarebbe!…
Emma, con un sospiro, emise una sentenza suprema:
– Gli uomini sono tutti così!
Loredana alzò le spalle.
– Del resto, – disse, – è possibile che io viva a Venezia, moglie di Adolfo Gianella e a due passi da Filippo? E che egli non mi cerchi, e che io non cerchi lui? Noi ci amiamo sempre, tra di noi non è avvenuto nulla, e l’una è pronta a sacrificarsi per l’altro…. In queste condizioni, mi vedi moglie onesta e fedele di Adolfo?
– Hai ragione, – rispose Emma. – E che hai pensato dunque?
Mentre era per rispondere, Loredana scorse sulla mensoletta di legno scolpito la piccola figura di biscuit, una pastorella settecentesca con un canestro infilato sul braccio e un piccolo fiore nella destra che offriva.
La giovane si alzò a prenderla e la fissò attentamente.
– “Ti ricordi, – susurrò la pastorella, – ti ricordi che cosa egli ti diceva all’orecchio con la voce ardente, mentre tu mi guardavi come oggi? “Vieni; vieni con me; noi potremo essere felici; io ti darò tutto l’amore e tutta la vita”. E tu hai preso tutto il suo amore, e oggi puoi prendergli tutta la vita”.
– No! – interruppe bruscamente Loredana.
Allentò il pugno, e la figuretta, cadendo a terra, si frantumò con sordo rumore.
– Che fai, Lori? – esclamò Emma stupita.
Ma non ebbe tempo a ripetere la domanda.
Un clamore furibondo salì dal campiello; le femmine s’erano avvinghiate e volavan pettini, schiaffi e ciabatte; si battevano per un maschio, il quale stava a guardarle come giudice di campo, preparandosi a intervenire quando gli fosse parso opportuno. Le finestre delle case disposte intorno a rettangolo eran gremite di teste, e piovvero di là scherzi atroci e incitamenti, fin che la più giovane virago ebbe la peggio e si rovesciò in terra con un colpo sordo. Allora il giudice intervenne: lasciò andare alla vincitrice un ceffone formidabile in piena faccia, che le fece sprizzar dal naso uno zampillo di sangue.
– A casa! – ordinò. – Va a casa, senza voltarti indietro!
L’altra si mise a correre, urlando contumelie prodigiose, mentre la vinta si rialzava, si ripuliva, raccoglieva lo scialle, cercava in terra il suo pettine, e rideva, tutta accaldata, le fiamme negli occhi, i capelli nerissimi diventati una selva di groviglie.
Dietro i vetri d’una finestra, Loredana aveva seguito le fasi dello spettacolo immondo, e tra i curiosi, in un gruppo di scialletti che spiccavano sul colore meno intenso dei pastrani maschili, vide Adolfo Gianella il quale guardava in su, verso la casa.
– Me ne vado, – annunziò Loredana. – Addio, mamma; ho fretta!
Baciò sua madre, infilò la pelliccia, corse per le scale, fu in istrada.
Faceva freddo, nonostante il sole pallido, e soffiava la bora; la folla s’era diradata, ma Loredana sentì che i passanti la guardavano, e parendole che ciascuno sapesse la sua storia, temeva in ogni sguardo una maraviglia oltraggiosa. Corse per raggiungere Adolfo Gianella, il quale s’era avviato egli pure e la precedeva di poco.
– Adolfo! – chiamò, quando fu a un passo da lui.
Egli si volse; aveva le mani affondato nelle tasche del soprabito, il bavero alzato fino alle orecchie. E vedendo che la squadrava da capo a piedi, senza salutare, Loredana si sgomentò.
– Non mi aspettavi? – chiese dolcemente.
– No, – rispose Adolfo, – non ti aspettavo; non ti aspetto più!
La giovane non osò chiedere altro; ma Adolfo repentinamente s’infuriò, l’afferrò per un braccio, la scosse.
– Per carità! – disse Loredana sbigottita, guardandosi intorno. – Sei pazzo?
Egli si ravvide subito.
– Andiamo! – riprese. – Bisogna che io ti parli!
Camminarono presto, in silenzio, portando il peso della muta ironia balenante negli occhi di quelli che li incontravano o si fermavano a guardarli. Loredana non interrogò; andavano, chiusi nel loro pensiero tempestoso, in preda a mille dubbii; salirono il ponte di ferro, gettarono una occhiata al Canalazzo verdastro con chiazze gialle, oltrepassarono l’Accademia, e ad un tratto Adolfo disse:
– Entriamo qui. Non ci sarà nessuno.

XIV.

Loredana alzò gli occhi a guardar la piccola trattoria, deserta perchè gli artisti e gli impiegati che la frequentavano avevan da tempo finita la loro colazione; e tuttavia, mettendovi piede, la giovane provò una molestia indicibile, parendole ridicolo o sospetto quel colloquio, in quel luogo, a quell’ora.
In un angolo, innanzi a una tavola nuda, un giovane ricciuto disegnava a pastello nel suo albo; distratto dal fruscìo delle gonne e della seta, drizzò la testa e quando Loredana fu seduta all’angolo opposto della sala, in faccia ad Adolfo, il giovane voltò pagina, e gettando rapide occhiate si provò a ritrarne la figurina elegante, strana sul fondo tenebroso dell’osteria.
Un cameriere portò due tazze di birra, e si ritirò in una cameretta attigua, dove lo aspettava una colazione molto in ritardo.
– Che vuoi dirmi? – interrogò Loredana.
– E tu, – domandò a sua volta Adolfo, – perchè mi hai chiamato?
– Non so; ti ho visto, ho voluto chiederti se sapevi…. che cosa pensavi….
– Che cosa penso? – cominciò Adolfo rapidamente, a bassa voce. – Di questa nuova storia? Hai la sfrontatezza di chiedermelo?… È inutile che tu mi guardi con gli occhi sbarrati; so bene che non confesserai…. Il conte ti ha trovata con un altro, e si è battuto in duello con lui…. Per la politica, no, non si sono battuti!… È dunque per gelosia…. Ma che gelosia! Quell’altro…. come si chiama?… il conte Candriani, veniva a casa tua tutti i giorni, e tu andavi anche a teatro con lui…. Si capisce che cosa è accaduto: un bel giorno siete stati sorpresi, ecco, presi in trappola…. Ma sì, ma sì, non crollar la testa con tanta furia!… Non mi sarei mai imaginato un orrore simile; sei una viziosa senza pudore…. E mi domandi che cosa penso!… Mi maraviglio che tua madre ti accolga ancora in casa sua…. L’amore per il conte si capiva; dico, si poteva anche scusare; eri inesperta e lui una vecchia volpe…. Ma il Candriani, il secondo!… Due uomini: avevi due uomini, due amanti! Come si spiega?
– Ora se la mangia! – pensò l’artista, che all’altro angolo seguitava a disegnare e a sogguardare.
Egli capiva che il biondo era invelenito, e non poteva afferrarne una parola. Gli occhi cerulei di Adolfo schizzavano lampi e da rosea la faccia era divenuta pallida; pure, si conteneva, non alzava la voce, dicendo a frasi tronche, alla rinfusa, tutto quel che gli passava pel capo…. E Loredana ascoltava, la gola arsa, il cuore in tumulto per lo spavento.
Non la calunnia la impietriva, ma lo stupore per quella calunnia così lata, così precisa, così diffusa, così verosimile, che l’avvolgeva e la teneva nelle sue spire inesorabilmente. Adolfo, l’innamorato fino alla cecità, non aveva alcun dubbio, non sognava nemmeno che l’accusa potesse essere tutta falsa…. Due uomini si battono per una donna; essa è l’amante dei due che se la disputano a prezzo del loro sangue; ciò è logico, epperò è vero; la verità non si discute.
– Forse per questo mi hai detto che ora vali più di due milioni? – seguitò Adolfo. – Non ho capito, allora, ma sotto quella frase doveva nascondersi qualche brutto segreto, e tu ne ridevi…. E così, si sono battuti per te; sarai contenta!… Uno scandalo, uno scandalo!… Io mi seppellirei vivo; tutti corrono a raccontarmene una; a casa non posso aprir bocca; mia madre ti chiama con certi nomi, e se ti difendo ridono di me…. Hanno sempre avuto ragione i miei cugini, dicendomi che quando una ragazza si mette per una cattiva strada…. Insomma, io scapperò, perchè non voglio più vederti…. Ed ero ancor pronto a sposarti pochi giorni sono, perchè io, io solo ti credevo onesta, a dispetto di tutto e di tutti; l’amore del conte, un fallo giovanile, si scusava, si spiegava…. Ma ora; ora sei la favola di Venezia….
– Guarda che bel nasino e che bella bocca! – pensò l’artista, dando un’occhiata a Loredana. – E il biondo me la rovina con quelle sue prediche. È geloso, l’amico; lei gli ha giuocato un tiro; te ne giuocherà degli altri, sta tranquillo…. È un tipetto capriccioso….
– Basta, basta! – interruppe Loredana sottovoce. – Ciò che ti hanno detto è falso, dalla prima all’ultima parola.
– Già è falso, – rispose Adolfo dopo un attimo d’esitazione, perchè la voce velata e lo sguardo smarrito della giovane l’avevano scosso. – È falso; si sono battuti per la politica, non è vero?… Quello che ti dico io, è quello che dicono tutti….
– E che importa? È falso! – ripetè Loredana.
Adolfo aveva un suo pensiero e non riusciva a esprimerlo; si fregò la fronte, si passò la mano sul cranio, si guardò intorno senza vedere; finalmente si provò a ribattere:
– Anche se è falso, importa poco, perchè quando tutti la pensano a un modo, è come se fosse vero. Mi capisci? Se uno è accusato d’essere un ladro, per andare a spasso con lui e per tenergli l’amicizia non basta credere e anche sapere che è onesto; occorre un coraggio, che io non ho, perchè gli altri credono ch’egli è un ladro e io non posso essere l’amico d’un ladro…. Tu hai tutte le apparenze contro di te, e Venezia intera parla di te come d’una ragazzaccia pericolosa; e che ci posso far io?… Del resto, qualche cosa ci sarà, non può essere inventato tutto…. Ma se anche non c’è nulla, proprio nulla di vero, io ho la famiglia che mi rimprovera d’amarti e di seguirti, ho gli amici che ridono, ho il direttore della Banca il quale non vuole che gli impiegati frequentino donne cattive; e come faccio io a persuadere tutta questa gente che tu non sei una donna cattiva, dopo uno scandalo di cui si parla da tanti giorni e con tanti particolari in ogni angolo della città?… Non sarà colpa tua, ammettiamolo, ma sei disonorata, ecco; e le tue proteste si perdono nel fracasso, e oramai, qualunque buona e bella cosa tu faccia, non ti potrà giovare….
Afferrò la tazza di birra, l’accostò alle labbra e non la rimise sul piattello che quando l’ebbe vuotata.
– Ma allora, – disse Loredana con un brivido di terrore, – essere innocente significa nulla?
– Significa…., significa…. So io che cosa significa? – rispose Adolfo, il quale non s’accorgeva della sua crudeltà, sbalordito egli stesso per la bontà delle facili argomentazioni. – Ciò che importa nel mondo, è di essere creduto, a torto od a ragione; anche i miracoli non servono, se nessuno vi crede…. E nessuno crede alla tua onestà…. Sarebbe meglio per te essere disonesta, veramente disonesta, e che tutti lodassero la tua virtù….
Un bel fondo color d’ocra, robustamente tracciato alla brava, incorniciò nell’albo la testolina della giovane dai capelli a riflessi dorati; effetto di chiaroscuri che l’artista confrontò con l’originale, movendo il capo a destra e a sinistra, e tenendo a distanza il disegno.
– Se quell’idiota non finisce di tormentarla, – borbottò a fior di labbra, – a lui gli faccio la caricatura!
Ma Adolfo non la finiva, esaltato dalla voluttà di torturare quella ch’era stata sempre in suo confronto vittoriosa, assillato dal bisogno di calpestare e di distruggere il suo amore, cupamente soddisfatto di veder la fidanzata d’un giorno ridotta senza difesa, ebbro di ferocia contro di lei e contro se stesso….
– E poi, perchè discutere la tua innocenza? Io non ci credo, via!… È possibile che tutta una città si rivolti, così per capriccio, contro una donna, una ragazza?… Mi dirai che guadagno ci fanno quelli che parlan male di te!… Perchè non parlan male di tante altre?… Io, vedi, quando mi avvertono che bisogna diffidare dei pettegolezzi, mi metto a ridere; i pettegolezzi si fanno contro quelli che se li meritano; di me non si è mai detto nulla, per esempio?… Sarà meglio non parlare della tua innocenza, la quale, del resto, se anche fosse, non varrebbe una saetta, ormai…. Che cosa hai opposto alle accuse determinate e precise? Che tutto è falso! Ma questo me l’aspettavo; non verrai mica a raccontarmi i tuoi amori, a me, che ti ho amata davvero, onestamente…. E avevi tanta paura del mio giudizio, che mi hai fermato per istrada e mi hai chiesto se sapevo…. Ecco un’altra prova…. E poi, devo aggiungere….
Loredana si alzò lentamente.
– Ti ringrazio, – interruppe con voce malsicura. – Mi hai detto cose molto utili….
Fece per avviarsi, e barcollò….
– Non ti muovere, – soggiunse, appoggiandosi a un angolo della tavola. – Voglio uscire sola….
Dopo alcuni passi incerti, mentre Adolfo la guardava con occhio spento, Loredana riacquistò forza, mosse francamente, passò vicino all’artista, il quale rimirando il pastello e la giovane, sentì d’amarli ambedue…. Adolfo rimase immobile accasciato sulla sua panca; d’un tratto, il rimorso gl’invadeva l’animo, lasciandolo con la bocca aperta, in un’espressione di smarrimento ebete.
Venne voglia a Loredana di strappar dalle mani del disegnatore l’albo in cui sapeva d’essere stata ritratta, e di batterglielo in faccia. Dovette chiudere gli occhi per vincersi.
Uscì, tra la nebbia; la nebbia era calata repentinamente, con un lieve odor di bruciato, rotta qua e là dall’alone rossastro delle fiamme a gas.
E la giovane si rimise in cammino verso le Zattere, verso Flopi, che parevan le une e l’altro perduti in quella infinita distesa, densa e acre.
– Che cosa gli porto? – si domandò Loredana.
Gli portava il suo corpo, che la folla diceva mantrugiato da altri, e il disonore.
Certo egli s’illudeva, Filippo; non gli avevano cantato in faccia tutte le accuse e ignorava in qual dispregio fosse tenuta la sua amante; ella gli portava in casa il ridicolo come un fluido avvelenato. Le parole d’Adolfo Gianella eran l’eco di quella saggezza che si trova per terra, fra gli sputi e le carte unte, e si chiama pubblica opinione. Egli diceva bene: non importa essere, ma parere; quando una calunnia è ripetuta da tutti, vale una verità: il male è quel che si vede, non quello che si commette. Aforismi che uccidono; bestialità caparbia; tirannia, inappellabile della maggioranza…. Ma la vita procede su questo carro della morte, e ogni giorno qualcuno cade sotto le sue ruote per un gesto sbagliato.
Loredana arrossiva di se stessa; abbeveratasi lunghe ore al torrente di fango, le pareva d’averne la bocca piena, il corpo inzaccherato, le mani màcere. Come lasciarsi abbracciare e baciare da Filippo, che avrebbe notato sul volto di lei le tracce delle sofferenze patite, un solco nella fronte, un livido sotto gli occhi? Baciarsi ed amarsi tra i ghigni della platea? Tremare agli sguardi sardonici? Vivere a fianco d’un uomo che, se non si staccava presto e decisamente da lei, diventava ridicolo?
La folla s’era gettata sul suo amore e l’aveva, fatto a pezzi.
Protezione sicura e forte, confidenze gentili e fuggenti attimi di letizia, tenerezze segrete e impetuosi scoppii di passione, lunghi oblii d’ogni cosa mortale, viaggi sognati, casetta della Zattere, bel sole di Sirmione, tutto affogato nella nebbia per sempre!
Voleva correre a casa e dire a Filippo:
– Tu m’hai avuta ancora bambina, e pel tuo amore tu m’hai fatta donna. Prendimi; amami un’ultima volta; spegni fra le braccia questa vita che è tua, e non lasciar che altri uccida lentamente, per odio, colei che vuol morire per te.
E palpitava alla speranza di morire veramente in uno spasimo di voluttà che fermasse in eterno i battiti del suo cuore; delicata parvenza femminile, che camminava tra la nebbia, sorridendo all’ultimo sogno.
V’era nebbia dovunque, nebbia senza forma e senza fine, dentro la quale gli uomini, a guisa di fantasmi, scivolavano e si dissolvevano; nebbia che mozzava il respiro, copriva l’insidia, guidava all’abisso. E un silenzio tragico pesava, grave come lo sterminato drappo di bambagia da cui Venezia era tutta avvolta.
Loredana giunse a casa, affranta, coi capelli e il veletto bagnati dalla caligine.
Domandò subito di Filippo.
Clarice le disse che il conte, un’ora prima, era accorso a palazzo Vagli perchè la contessa Bianca stava male.
E non osando aggiungere particolari, la signora Teobaldi mormorò con enfasi:
– E un “tradimento proditorio” del destino!

XV.

In quel crocchio di gentiluomini vecchi e giovani che s’eran recati da Berto Candriani a chiacchierare, a bere, a giuocare, abitudine presa durante i primi giorni dopo il duello e seguitata poi per tacito consenso di tutti, il conte Nino d’Este parlava di donne.
Egli stava quasi sdraiato in una larga poltrona di cuoio scuro e morbido, le lunghe gambe distese sotto la tavola, su cui disseminati piccoli bicchieri, svelte fiale di liquore, scatole di sigari e di sigarette, portaceneri di bronzo e d’argento. Nel mezzo era un tripode alto, che avrebbe dovuto vaporare essenze e che Berto invece aveva coronato con una larga ciotola di Murano dal bel colore turchino, dalla quale traboccavan fiori pallidamente rosei.
Nuvole e nuvolette di fumo ondulavan nell’aria, dandole una lieve trasparenza azzurrognola entro la quale come velati apparivano i volti degli amici.
– Ho visto ieri il capitano De Sirti con una brutta signora, – disse Nino d’Este. – Ma brutta assai….
– “Faute de grives”, – osservò Paolino Berlendi. – Mancanza, di tordi; e quando non ci sono i tordi, si pigliano i passeri….
Egli era tornato recentemente da Parigi e non aveva ancora smessa l’abitudine d’intercalar frasi galliche al suo discorso. Asciutto di forme, col mento breve, i mustacchi biondi, i capelli scuri, il colorito acceso, Paolino Berlendi dava impressione d’un giovane energico e attivo; possedeva infatti un’anima risoluta, ma stava sfogando l’esuberanza giovanile in occupazioni tutte intime, alla caccia di donne; più tardi, secondo ciò che andava raccontando, si sarebbe dato all’agricoltura.
– È un’americana, – egli aggiunse.
– La conosci? – domandò Nino d’Este.
– No; ma l’ho veduta, e ho capito che è americana.
Nino d’Este non potè frenare una risata.
– Non c’è da ridere, – osservò Paolino Berlendi. – L’occhio d’un conoscitore non s’inganna; a occhio, si possono giudicar benissimo la razza e la nazionalità d’una donna, e fra tutte, le americane son più facili a riconoscersi.
– Ma fammi il favore! – esclamò Nino. – Ci son delle americane piccole, rotondette, coi capelli neri e gli occhi brucianti, che tu diresti nate ai piedi del Vesuvio…. Ve ne sono altre, secche, rigide, biondastre, che possono essere inglesi, russe, norvegesi, tedesche…. A occhio, giudicherai dell’eleganza e della bellezza d’una donna, e non della sua nazionalità.
– Storie, storie! – dichiarò Paolino Berlendi. – Piccolette e rotondette, o rigide e secche, le americane si vedono a un chilometro di distanza; hanno qualche cosa di speciale nella toilette, nel passo, nell’atteggiamento, nei modi, nei gesti, che non ti inganna mai. Dico bene? “Ça te botte”?
– No, nient’affatto, non mi calza niente affatto! – esclamò Nino d’Este.
– L’americana è una donna come le altre, – intervenne Carlo Martellieri. – Tutt’al più potrai capire a occhio che non è italiana; ma questo suggello di esoticità è comune alle straniere, ossia la donna italiana si stacca dalle altre così bene che non è possibile scambiarla per una straniera.
– “Tu parles”! – disse Paolino. – Ma, caro Martellieri, con le tue parole vieni a darmi ragione; per te, è l’italiana che si può distinguere con un’occhiata; per me è l’americana. Vedi che sul principio siamo d’accordo.
– Sfido io! L’italiana è roba di casa, roba nostra, – interruppe il Martellieri. – Come non riconoscerla tra mille? L’affare è ben diverso allorchè si tratta d’un’americana; e innanzi tutto, di quale americana tu mi parli? Dell’americana del nord o dell’americana del sud?
Paolino Berlendi, che non s’aspettava una distinzione etnografica, si sentì impacciato a rispondere; e il Martellieri, giovane e pedante, con la voce acuta che gli fischiava tra le labbra, approfittò di quell’attimo di silenzio per incalzar più da vicino l’avversario:
– Dirò meglio: intendi parlare dell’americana del nord, del centro, o del sud? Quale americana tu riconosci a occhio? Quella nata in Patagonia, nel Cile, nell’isola di Haiti, nel Guatemala, nell’Argentina, a Filadelfia, a Baltimora, ad Avana, a Buenos-Aires, a Lima, a Quito, a Cuba? Quella che vive al Capo Horn, o quella che è nata ai piedi delle Cordigliere o presso il mare dei Caraibi?
Paolino Berlendi stava, ad ascoltare a bocca aperta, sbalordito; intorno a lui altri giovani si erano radunati e ascoltavan pure, sorridendo con la sigaretta tra le labbra.
– Come si vede che ha viaggiato! – mormorò qualcuno ironicamente.
– Quella, – continuò il Martellieri quasi recitasse una lezione, – quella che la Terra del Fuoco ha visto nascere, o quella che passeggia lungo le rive dell’Orenoco, o quella che va a caccia sulle Montagne Rocciose? Quale americana, insomma? L’America si stende per circa quindici mila chilometri tra l’Oceano Atlantico ed il Pacifico….
Paolino Berlendi si alzò di scatto, e calò un pugno sulla tavola….
– Quella, quella, quella! – interruppe. – “Tu ne me fais pas crême, va”! Mi par di essere a scuola! Per americana, io intendo quella che si vede in Piazza San Marco, nelle sere di concerto!
Una risata clamorosa accolse la dichiarazione di Paolino Berlendi, il quale, senza badarvi, continuò:
– Certo, non nego che ci passano essere delle donne in Patagonia, ma non vengono a Venezia! E che c’entra l’Orenoco e che c’entra il mare dei Caraibi?…
Alcuni giovanotti alle spalle di Paolino approvarono ridendo.
– La colpa è della tua inesattezza! – rispose il Martelieri. – Tu hai detto che puoi riconoscere a occhio un’americana; e io ti ho detto che anche le donne della Patagonia sono americane. Le riconosceresti a occhio?
Il Berlendi si strinse nelle spalle.
– Allora, – egli disse. – anche tu sei stato inesatto. Tu hai detto che un’italiana si riconosce tra mille: io ti dirò che a Parigi, proprio il mese scorso, ho incontrato una ragazza che parlava il gergo come tu parli il dialetto veneziano. Ho avuto per lei “un béguin assez sérieux”; anzi, ho imparato da lei molte frasi energiche….
– Ce ne siamo accorti! – interruppe Nino d’Este.
– Ebbene, quando io la lasciai, ella mi confessò che era nata a Napoli, era sempre vissuta, a Napoli e solo da un anno si trovava a Parigi!… L’avresti riconosciuta per italiana, tu?
– Alla prima occhiata! – dichiarò il Martellieri.
– “Non, mais, faudrait pas me mener en bateau, tu sais”? – disse il Berlendi, mentre gli altri ridevano alla bizzarra espressione.
– Questa è una frase energica della parigina di Napoli, – osservò Nino d’Este, versandosi due dita di cognac. – E rimane dunque dimostrato che l’americana non si riconosce a occhio….
– Non rimane dimostrato niente, caro mio! – protestò Paolino Berlendi. – È venuto il Martellieri a imbrogliarmi con l’Orenoco e il Mississipì; ma io ripeto che l’americana elegante, non quella della Patagonia, si riconosce a un chilometro di distanza. “Si vous rigolez” è un conto, ma se parliamo da senno è un altro….
Freddo, scuro in faccia, laconico nelle parole, Berto Candriani all’angolo opposto della sala giuocava alle carte con altri amici; dal loro gruppo non venivano risate nè schiamazzi; ciascuno badava alle mosse dell’avversario, e le poste raggiungevano ormai una cifra di rilievo.
Berto Candriani aveva il viso traversato dalla cicatrice lucida e ardente come da un formidabile colpo di scudiscio; il segno indelebile fiammeggiava dall’orecchia al labbro nel pallore stanco del viso, un pallore che sembrava più manifesto perchè dietro il Candriani si stendeva la stoffa granata che ricopriva le pareti della sala: e poco più su, era appeso un gran quadro rappresentante il ratto delle Sabine; e quei nudi vivaci, le carni ambrate delle donne, i torsi poderosi e sanguigni dei guerrieri, creavano un rude contrasto con la figura agile e la pallidezza diffusa del Candriani.
Dal giorno del duello, qualche mutazione era seguita nel suo animo; egli s’era fatto cupo e inquieto, il suo sguardo pungente era diventato più acuto, la chiassosa allegria, la sventatezza e l’impertinenza che l’avevan fatto celebre, erano scomparse. Si sarebbe detto che un pensiero molesto e pertinace andasse rodendolo; e infatti non tanto gli importava della cicatrice che gli deturpava la faccia quanto di aver perduta Loredana per la sua incredibile fatuità.
S’era svegliato come da un sogno, dopo il duello, avvertendo quasi con paura che per la giovane gli si era annidato in cuore un sentimento assai più alto e più temibile che la concupiscenza; non avrebbe voluto confessarlo nemmeno a se stesso, ma l’ingenuità mista ad orgoglio, l’appassionatezza e insieme il riserbo, l’intelligenza e l’audacia che formavano l’indole originale di Loredana l’avevano interessato e vinto.
Non ignorava quel che si andava cantando dappertutto, ch’egli era stato l’amante della giovane e che perciò Filippo l’aveva provocato; e anche questo gli cuoceva insoffribilmente, non potendo parlarne troppo, perchè le sue negazioni non avevano alcun valore, e non potendo tacere, perchè il silenzio sarebbe stato una conferma. In tal modo, dentro un cerchio di tortura si dibatteva incapace a prendere una risoluzione; ora pensando a un viaggio, che lo allontanasse da uomini e da cose venutigli in uggia, ora meditando di rimanere, di riavvicinare Loredana, d’impossessarsene davvero a qualunque costo.
– Giuoca, giuoca! – gli disse il marchese di Spinea, guardando in faccia.
Berto giuocò: era distratto e andava con la sinistra arricciandosi i baffi; di tanto in tanto gli tornava il ricordo di Loredana, che gli faceva subito smarrire il filo del giuoco; anche questa volta la partita finì con la sua sconfitta.
– Ah, ah! – disse il marchese di Spinea, mescolando le carte. – Chi è fortunato in amore….
Ma si morse le labbra; la vecchia frase, sfuggitagli per abitudine, s’attagliava così bene al caso di Berto e alle dicerie di quei giorni, che lo Spinea tossì più volte, quasi volesse far dimenticare le sue parole. Il volto di Berto s’era rabbuiato. Egli riprese a giuocare scuotendo la testa fastidiosamente, ma ancora non potè raccogliere intorno al giuoco tutta l’attenzione che gli era necessaria.
Dal crocchio nel quale si trovavano Nino d’Este, il Martellieri, Paolino Berlendi e altri giovanotti, gli veniva di tratto in tratto all’orecchio qualche frase che lo distraeva. Gli amici parlavano a voce bassa, ma non così che Berto, avvertito dal ripetersi di alcuni nomi, non potesse afferrare il senso di ciò che si diceva intorno a lui.
La conversazione era mutata; Paolino aveva rinunziato a dimostrare che le americane si possono distinguere a occhio, il Martellieri aveva finito la sua disquisizione etnografica; si parlava di pettegolezzi, dal solito pettegolezzo che occupava tuttavia la città.
– Filippo, secondo me, – diceva Paolino Berlendi, – ha avuto il torto dei vecchi, il torto di mescolare molto sentimento alla sua avventura. Questa famosa Loredana lo ha stregato; dicono che sia molto giovane, ma dev’essere esperta negli intrighi amorosi.
– Che, che! – esclamò Nino d’Este, il quale non andava mai d’accordo con Paolino, pure essendogli amico. – Ha trovato un cucco, mi dispiace dirlo; e al posto di lei, qualunque altra, giovane o vecchia, avrebbe insaccato il povero Flopi…. Le donne sono ciò che l’uomo le fa. Ti piace, Paolino, questa massima?
Paolino scosse la testa.
– Non mi piace, – rispose. – Io vorrei vedere questa famosa Loredana, per poter giudicare.
– Io l’ho vista, – annunziò il Martellieri. – L’ho vista più volte a teatro, con una certa megera tinta e ritinta, che mi pareva quella che si brucia a mezza quaresima. Ebbene, la ragazza non vale nè più nè meno di tante altre; è giovanissima e graziosa, ma a Venezia ne abbiamo una a ogni svolta di strada.
– Che ne dici, Paolino? – esclamò Nino d’Este trionfalmente.
– Dico che il Martellieri di donne non se ne intende, – dichiarò il Berlendi. – Egli non si intende che delle donne della Patagonia…. Vorrei vederla io…. E tu poi, Nino, sei in queste cose troppo secco….
– Troppo secco! – ripetè Nino d’Este. – Che cosa vuoi dire?
Paolino Berlendi esitò un istante, guardandosi intorno; ma vedendo tutte facce amiche e familiari, seguitò:
– “Ben voilà! Y a pas de ma faute”!… Certe cose si possono dire perchè son vecchie…. Per impadronirti d’una ragazza, non hai tu comprato il fondo sul quale la ragazza viveva? E poi per liberartene, non hai venduto il fondo con la ragazza dentro?
Gli amici in giro scoppiarono in una risata fragorosa, che fece alzar la testa a Berto Candriani. Egli aveva commesso parecchi spropositi e aveva nuovamente perduto; gettò le carte sul tavoliere, dicendo ai compagni:
– Vi chiedo scusa; oggi non va. Troveremo qualcuno che possa sostituirmi.
– No, no, – interruppe il marchese di Spinea. – Anche noi siamo stanchi, non è vero?
Gli altri due confermarono con un cenno del capo, e i giuocatori s’alzarono.
– Questo è un po’ secco, – dichiarava intanto Paolino Berlendi. – “C’est du citron à la rigolade”. Io sono del tuo parere: non troppo sentimentalismo con la donna; ma dal sentimentalismo di Flopi alla tua maniera spiccia, v’è un abisso. Dico bene? “Ça te botte”?
Nino d’Este non rispose; si allungò meglio nella poltrona soffice, epicureamente, e rinunziò a difendersi; ma Berto Candriani, che era sopraggiunto, rispose per lui.
– Tu hai torto, Paolino, – egli disse. – Questa maniera secca di Nino d’Este, questo, come tu dici, “citron à la rigolade”, è ciò che occorre per le donne.
Da quando eran corse le voci dei suoi amori con Loredana, Berto ostentava uno scetticismo che doveva, nel suo concetto, far comprendere com’egli non si dilettasse che di avventure fugaci e volgari, e allontanare il dubbio d’una passione per la giovane compagna di Filippo. Gli amici, i quali non avevano mai udito dalla sua bocca dichiarazioni e aforismi di tal natura, lo ascoltavano sempre un po’ incerti e sorpresi, temendo ch’egli si beffasse di loro.
Ma Berto proseguì imperterrito, la sigaretta tra l’indice e il medio della destra, la sinistra affondata nella tasca della giacca:
– Non solo il sentimentalismo è ridicolo, ma è ridicolo anche il sentimento per queste specie d’animale incomprensibile….
– ….”cette espèce de cruche”, – abbellì Paolino.
– ….che è la donna, – concluse Berto Candriani. – Per conto mio, senza essere un conquistatore come te, Paolino, nè un dominatore come Nino d’Este, ho sempre cercato donne che si potessero mettere alla porta entro le ventiquattr’ore, e non ho avuto il minimo sentimento per alcuna, mai, in tutta la mia vita….
La dichiarazione era troppo netta ed esplicita, perchè gli amici intorno non ne afferrassero il significato; ma Paolino strizzò l’occhio, e disse ridendo:
– Come parla bene!… Io, intanto, ho trovato il Martellieri che mi ha dato torto sulla questione delle americane; trovo Berto che mi dà torto sulla questione del sentimento. Se continua così, rinunzio alla parola!…
– Ma no; tu non hai torto, – interruppe Berto. – Se ti ho dato torto, mi sono spiegato male. Io voleva dire….
Alzando gli occhi in quel punto, vide che un servo era sopraggiunto e dal suo contegno capì che aspettava di potergli parlare.
– Io voleva dire che dei due modi, il modo secco e il modo sentimentale, – proseguì rapidamente, – preferisco il primo, lo trovo più logico, più giusto, o almeno più adatto alla nostra indole. A te, Paolino, non mancano argomentazioni per difendere il tuo pensiero; specialmente se parli francese!
E mentre gli altri ridevano e la discussione si faceva più vivace, egli si avvicinò al servo e gli chiese:
– Che cosa c’è?
– Una signora desidera parlarle, – rispose il servo a bassa voce.
– Non ricevo! – disse Berto recisamente.
Ma quando il servo era già per allontanarsi, egli lo richiamò, senza ben comprendere a quale dubbio rispondesse.
– La signora è qui? – riprese.
– Sì, Eccellenza….
– Non sarà una delle solite mendicanti?
– Non mi pare.
– Che tipo è?
– E giovanissima, molto elegante, e….
– E…? – incalzò Berto.
Il servo esitò.
– E mi pare molto spaventata, – disse infine.
– Che stupidaggini ti passano pel capo? – esclamò Berto. – La farai accomodare nel salotto grigio, e le dirai che abbia la bontà di attendere un istante.
– Sì, Eccellenza.
Berto ritornò verso i suoi amici.
– Vi chiedo scusa se vi lascio, – egli disse. – Mi è stata annunziata una visita d’affari; rimanete qui, ve ne prego.
Nino d’Este s’alzò finalmente dalla poltrona.
– No, no, caro, – egli rispose. – In casa tua si sta troppo bene, e noi abbiamo fatto tardi. Ce ne andiamo.
Berto Candriani strinse la mano agli amici, e mentre questi, ancora discutendo e ridendo, uscivano in tumulto, egli si avviò verso il salotto grigio.

XVI.

Ritta sulla soglia, appoggiato il braccio sinistro allo stipite e il viso al braccio, Loredana aspettava, tremando. Aveva avvertito un clamor di voci e di risate, poi un silenzio improvviso; guardava il salotto grigio, brillantemente illuminato dalle lampadine elettriche, e le pareva che i divani, le poltrone, le portiere molli, i cortinaggi pesanti, e una certa atmosfera tepida e profumata dessero al luogo un senso d’intimità quasi carnale.
Alla sua destra ella vide un piccolo quadro di Félicien Rops, un quadro strano intitolato: “Le vol et la prostitution dominent le monde”; una femmina seminuda e un uomo a mezza maschera, stretti insieme da una fascia, posavano i piedi caprigni sul globo; ed era nel viso dell’una l’artiglio della crapula e sotto la mezza maschera dell’altro si delineava il ghigno cinico del delitto….
A poco a poco, fissando la terribile femmina, Loredana ne sentì paura; le sembrò un simbolo e un monito, e che ridesse di lei, e si movesse a lei incontro, quasi per serrarla tra le braccia…. Si volse per fuggire; ma in quell’istante la portiera che le stava di faccia fu sollevata, e Berto Candriani comparve.
Egli si lasciò sfuggire un grido.
Loredana sentì che la sua personalità l’abbandonava; aveva tanto pensato a quell’ora, a quel colloquio, che le parve di agire e di parlare come un automa, come se qualcuno alle sue spalle suggerisse parole e gesti; pensò alla femmina dai piedi caprigni, e le corse un fremito dalla nuca alle reni.
Pure, mosse ella per prima, verso Berto, e gli disse con voce soffocata:
– Chi c’è di là?
– Nessuno, – rispose Berto, parlando istintivamente sottovoce. – Erano amici; sono partiti. Ma come devo interpretare questa vostra visita? Che cosa devo pensare?
Ella chiuse gli occhi e mormorò:
– Come vorrete….
Berto la vide subito impallidire spaventosamente; avvicinatale una poltrona, la fece sedere, le si mise a ginocchi innanzi, e Loredana rimase un istante così, bianca in volto, gli occhi chiusi, mentre Berto andava baciandole le mani guantate. Poi ella s’accorse che lievemente, lievemente, con perizia consumata, le toglieva il cappello e il veletto, e di nuovo inginocchiandosi le posava le labbra sulle mani.
Riaprì gli occhi, e guardandolo ai suoi piedi, notò la cicatrice lucida e ardente che gli traversava la faccia come un formidabile colpo di scudiscio.
– Sono da lei, – disse. – Sono fuggita. Ho abbandonato Filippo. Lo amo ancora, lo amo sempre, non amo che lui; ma sua madre muore, e io devo fuggirlo…. Sono venuta a ricoverarmi da lei…. Che caldo è in questa camera; mi sento soffocare!
Senza levarsi in piedi, slacciò la pelliccia e la lasciò cadere intorno, cosicchè parve che il busto snello sbucasse da quel nido candido e morbido maculato di nero. Guardandosi in giro, ella si vide in uno specchio; non aveva più il cappello, non più la pelliccia; era svestita, quasi fosse tornata nella propria casa; e quell’uomo le stava ai piedi, muto, umile, e già padrone di lei….
Lo spettacolo la rivelò a sè medesima. Si drizzò di scatto, esclamando:
– No; che cosa faccio? Sono pazza….
Anche Berto s’era alzato, e mettendosele innanzi, le disse prestamente:
– Non fugga: è in casa d’un gentiluomo. Si calmi. Ho bisogno di sapere e di parlarle. Se vorrà partire di qui, io non la tratterrò…. Mi dia l’amara soddisfazione di chiederle perdono. Ho scontato il mio errore. Sono stato veramente colpevole, ma sono parso più colpevole ai suoi occhi, perchè lei ha creduto a un capriccio, mentre io l’ho amata e l’amo con profondo sentimento…. Non fugga, la scongiuro….
Loredana tornò a sedere, raccogliendosi intorno la pelliccia bianca.
Non appena Berto la vide così, calma e attonita, uscì dal salotto e ritornò precipitosamente, tenendo in mano una bottiglia e nell’altra una coppa. Nè egli nè la giovane avvertirono il ridicolo di quella corsa; Berto spinse innanzi a Loredana una piccola tavola sostenuta da quattro svelti grifi, e versando, posò la coppa vicino alla sua ospite.
– Bevete, – disse, – ve ne prego: vi darà forza.
Loredana aveva visto che il liquido gorgogliante era sciampagna; ella fece un gesto per rifiutare, e rispose:
– No, non è possibile; mi farebbe male.
Il Candriani non l’ascoltava; ebbro di gioia, potendola guardare con l’intensità di un desiderio non più rattenuto, la guardava tutta, bramosamente, dalla testa ai piccoli piedi, la cui punta sbucava dal lembo estremo della gonna.
– Io vi farò dimenticare Filippo, – egli disse a un tratto. – Voi non l’amerete più; io sono libero e solo, posso dedicarvi intera la mia vita…. Amatelo oggi ancora, non importa; è giusto che lo amiate; dovrò io cancellare la sua imagine dal vostro cuore.
E di repente proruppe:
– Sono felice; sono felice di vedervi presso di me; vi siete ricordata che vi ho offerta la mia amicizia in un caso estremo, e questo mi consola di molti dolori…. Ah vi assicuro, Loredana, che non sono più lo sventato che avete conosciuto un giorno! Vi amo teneramente e spero di potervi rassicurare….
Ella troncò le sue parole con un gesto.
– No, – rispose. – Non vi amerò mai.
Si guardò intorno, e vedendo la coppa, la portò alle labbra che sentiva arse da un’interna febbre.
– Ascoltatemi, – proseguì imperiosamente. – Sono qui, non perchè vi ami, non perchè io creda alla vostra amicizia, ma perchè voglio e devo perdermi.
– Loredana, Loredana, per carità! – interruppe Berto.
– Devo perdermi. Egli sta per commettere un delitto. Sua madre ammalata gli ha chiesto di abbandonarmi, ed egli ha rifiutato…. No, io non posso accettare questo sacrificio; è una cosa orrenda; io devo lasciarlo e in maniera ch’egli non mi cerchi più, non mi desideri più…. Non voglio far male a sua madre, che per me ha già tanto sofferto…. Se morisse, ah se morisse, quale rimorso, quale vergogna!… E un giorno egli si sveglierebbe da questa follia; e tra me e lui, sempre, sempre, io vedrei il cadavere di sua madre…. Bisogna che io gli impedisca di disonorarsi!
Berto, ritto in piedi, ascoltava con un senso di maraviglia la giovane, che parlava velocemente agitata da violento orgasmo; alla prima pallidezza era subentrato un rossore febbrile che le imporporava le guance, le faceva brillare intensamente gli occhi, le invermigliava le labbra dando loro un color di vivo sangue.
Tanto gli piacque così stesa nella poltrona e affondata nella candida pelliccia, che Berto si chinò ancora a baciarle le mani. Loredana lo respinse.
– Io voleva uccidermi, – proseguì, – ma sarebbe stato un nuovo scandalo; avrebbero forse accusato Filippo della mia morte…. Ah come sono maligni tutti!… Mi è stato detto in faccia che io sono la vostra amante, che la mia onestà non vale nulla perchè nessuno mi crede, che un uomo è ladro quando tutti lo dicono ladro…. Quante cose ho imparato, spaventevoli! E allora ho pensato che avevano ragione. Il solo che non dubitava di me era Filippo; egli crede al mio amore e alla mia onestà, di cui tutti ridono; e bisogna dunque ch’egli pure non creda più, perchè si salvi…. Ho pensato che poichè mi dicono vostra amante, ogni sforzo è inutile, e io non potrò più liberarmi da questa accusa….
– Non parlare così, – interruppe Berto. – Ti fa troppo male….
Ella lo fissò con gli occhi sbarrati; quel “tu” le parve più brutale d’un bacio che le avesse chiuso improvvisamente la bocca; ma Berto se ne avvide, e soggiunse:
– Vi chiedo scusa; non volevo offendervi. Vi amo, e non ho saputo dominarmi.
– No, – disse Loredana, alzandosi, – mi lasci andare!
Berto osò stendere una mano su di lei.
– Ve ne prego, – mormorò, – rimanete ancora…..
Loredana rabbrividì; raccolta la pelliccia, cercò degli occhi il cappello. Ma mentre stava per riprenderlo, si arrestò quasi folgorata da un pensiero.
Dove andava? A casa, sua? Filippo l’avrebbe ripresa. A casa di Filippo? La madre di lui ne sarebbe morta. E Filippo a quell’ora doveva aver già letto le poche righe che Loredana gli aveva lasciato: “Non ti dimenticherò mai; ti amerò sempre; quanto più ti parrò lontana, tanto più sarò tua….” E dopo questo, ella sarebbe tornata da lui, a capo basso, a guisa d’una scolaretta pentita, e sempre troppo tardi per essere perdonata?
Vide ancora quella maledetta femmina dai piedi caprigni, seminuda, che col braccio destro levato sembrava imporle di fermarsi. Si volse, e all’altro lato vide Berto, il quale non osava muoversi per trattenerla, non osava parlare per non impaurirla, e andava guardandola, per indovinar dal gesto di lei la risoluzione che avrebbe presa.
Ella tornò alla sua poltrona, vi si lasciò cadere, non disse parola.
Seguì in tal modo un silenzio angoscioso di alcuni minuti, durante i quali Loredana e Berto si fissarono acutamente, immobili, quasi scrutandosi; ma Berto non potè resistere più a lungo, le si avvicinò di nuovo, le afferrò le mani.
– Resta! – disse con voce velata dalla passione. – Resta! Te ne scongiuro! So che non mi ami, e ciò non mi spaventa….
Egli cercava di toglierle un guanto; ella se ne avvide, e lo sbottonò con un rapido gesto, offrendogli la mano e il polso nudi da baciare; ma quando sentì quelle labbra avide sulle carni, volse il capo quasi con ribrezzo.
– No! – disse. – Aspettate!
Afferrò la coppa e la vuotò avidamente, poi la tese di nuovo a Berto perchè versasse ancora, e di nuovo bevve; ma scorgendosi nello specchio, gettò la coppa vuota a terra, dove s’infranse.
– Che cosa volete fare di me? – disse poi.
– Tutto quello che tu mi comanderai, – rispose Berto. – Io sono libero; posso partire oggi stesso, stanotte, domani, quando tu me lo chieda.
– Sì, – dichiarò Loredana. – Partiremo subito(4). Andremo a Roma.
Ella diede in una risata così cruda e sardonica, che Berto la guardò impaurito.
– A Roma, – ripetè Loredana. – Dovevo andarvi con Flopi; andrò con voi. Non è lo stesso? Non sono la vostra amante? Non hanno voluto che io fossi la vostro amante? Un uomo o un altro, poco importa…. Perchè non andiamo anche a Sirmione?… Io voglio calpestare tutto il mio passato, io voglio distruggere ogni ricordo, io voglio che non rimanga più nulla, più nulla di ciò che mi è stato tanto caro, e che mi farebbe arrossire!… Ah, voi non sapete l’orrore che io sento per la vita!… Voi non pensate che a impossessarvi di me; lo vedo nei vostri occhi, e non capite che io non sono più viva, non capite che io vi odio, e più vi avvicinate a me e più vi odio!…
Berto non rispose, ma la sua mano che teneva la mano della giovane, allentò la stretta; egli si ritrasse, percosso dalla veemenza selvaggia di quelle parole.
– Perchè mi volete? – seguitò Loredana, lanciandogli uno sguardo di sprezzo. – Io amo Filippo, e mi sacrifico per lui. Non è chiaro? Non è chiaro che io voglio perdermi per salvare lui? Non ve l’ho detto già! E ho scelto proprio voi, perchè egli mi disprezzi tanto che non mi cerchi più!… E voi vi prestate a questo giuoco?… Se io acconsentissi a diventar la vostra amante, sarebbe quello il momento in cui amerei di più Filippo, perchè sarebbe quello il sacrificio più grave che io potrei fargli…. E non lo avete capito? Come devo dirvi che io non vi amerò mai?
Stretto dalla logica feroce, che sembrava dettata da quel bisogno di mordere e di distruggere onde Loredana si sentiva tutta vibrare, Berto non trovò dapprima risposta; poi ebbe la parola unica che spiegava qualunque follia:
– Ma io ti amo, – disse. – Io ti amo, Loredana; e non so altro….
La giovane lo guardò, sentendo ch’egli non mentiva; le parve sommesso e vinto, e ne ebbe pietà.
– Suvvia, – mormorò, alzandosi, – mi lasci andare!
– Dove, dove vuoi andare? – chiese Berto, movendo un passo verso di lei. – Dove vuoi andare, così?
Ella s’era avviata alla porta, senza cappello, come una pazza.
Berto la guardò elegante e sottile nell’abito tutto liscio color d’ametista, leggiadramente ornato con una lista di pelliccia scura, che le correva intorno al petto e per l’estremo lembo della gonna a guisa d’un serpentello.
Usciva, partiva, fuggiva; d’improvviso aveva sentito che il sacrificio era troppo ripugnante, che meglio era morire, riposare, non pensare più ad alcuno, e aveva ricordato il canale nero e fondo che scorreva innanzi alla casa di Berto.
L’ora, era tarda, la luce fievole, la gente rada in quella serata d’inverno. Loredana avrebbe potuto gettarsi all’acqua e affogarvi, senza che alcuno accorresse.
– Dove vuoi andare? – ripetè Berto.
S’incontrarono sul limitare e si fissarono, l’uno con gli occhi fiammeggianti di desiderio, l’altra con lo sguardo smarrito della disperazione; ma perchè essa voleva procedere, egli l’afferrò per le braccia e la rattenne.
Loredana ruppe di nuovo in una risata.
Aveva in bocca il sapore di quel fango al quale s’abbeverano gli umani, di quel fango che è tutta la vita, e un’arsura insaziata le bruciava le vene, come avesse ingoiato un fuoco liquido….
Qualcuno alle spalle di Berto – forse la femmina seminuda dai piedi caprigni – gli suggerì un pensiero: la giovane non si sarebbe mai decisa nè a partire, nè a rimanere, nè a vivere, nè a morire; bisognava forzarla.
Egli l’attrasse bruscamente al petto, le suggellò la bocca con la bocca dandole un bacio così lungo, che pareva, volesse beverne la vita, l’anima, il sangue; sentì che Loredana s’inclinava a poco a poco, si rovesciava indietro, e assecondò il movimento senza staccar la bocca dalla bocca agognata, e l’adagiò sul divano ampio.

XVII.

Fu una lieta primavera, quella del 1894 a Venezia. Una falange sterminata di stranieri calò da tutte le parti del mondo, le donne e gli uomini già ebbri di delizie e di desiderio, con l’anima vibrante di quel romanticismo sensuale che Venezia, la torpida, ispira.
Nuove passioni e nuovi drammi pullularono tra quell’affoltata di gente, e la Piazza San Marco divenne in certe serate un prodigioso salotto pel quale s’aggiravano le eleganti di New-York e di Parigi, di Londra e di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, lasciando sui loro passi un solco di profumi esotici.
Esse vedevano Venezia con gli occhi della leggenda e della storia e la loro anima si trasformava, effondendosi e pervertendosi fra i tesori d’arte e il silenzio mortale della città voluttuosa. La gondola, lenta e carezzevole, agile e muta, faceva loro sognare i sogni erotici e le rapide tragedie dei romanzi; la notte, o rischiarata dal raggio lunare sui rii e sui canali, o tenebrosa o velata, sembrava loro così enimmatica e stravagante quale in nessun’altra città del mondo.
Le più belle donne avevano una falange d’ammiratori, quasi tutti veneziani, che ne aspettavano ogni anno il passaggio, non diversamente dal cacciatore che aspetta lo stormo della ghiotta selvaggina. Esse s’imbevevano il giorno della luce e dei salsi umori di Lido, felici di quella piena vita animale che ingagliardisce il sangue e stende sulle carni una delicata patina di bronzo; la sera, tornavano alle consuete eleganze o nelle grandi sale dei grandi alberghi o in Piazza San Marco.
Si susurrava di passioni e di capricci, di gelosie e di tradimenti.
Il suicidio d’una giovane inglese, un duello tra due russi, avevano messo in tumulto la città; poi rapidamente le grandi feste offerte da un patrizio alla colonia straniera e uno straripare di lusso portentoso, una vera orgia di colori e di bellezze e di dovizie, avevan cancellato la memoria di quelle drammatiche vicende. E l’eco del tripudio non era spenta, chè la fuga d’una giovinetta con un uomo attempato aveva riaperto i fiumi dei discorsi scandalosi; poi una nuova festa, la colonia straniera che ringraziava il patrizio dell’ospitalità ricevuta, profondendo altri tesori, sfoggiando nuovo fasto, e l’arrivo del Re, e la caduta d’un ministero, e un accavallarsi di fatti piccoli e grandi, avevan dato materia alle chiacchiere e non avevano saziato la curiosità instancabile degli uomini.
La vita correva la sua corsa senza freno, superba, indifferente, inconsapevole, travolgendo ed esaltando, premiando e punendo; e il nome di questo o di quello roteava come un palèo.
Un giorno sulla terrazza di Lido, un pugno di gentiluomini faceva corona ad alcune dame, la contessa Lombardi, la contessa Fausta di Montegalda, la duchessa di Torrecusa. Erano gli uomini il conte Alvise Priùli, il conte Mercatelli, parecchi giovani, tra i quali il conte Paolino Berlendi.
Paolino aveva enunziato anche in quei giorni che la donna americana si riconosce a occhio; aveva tenuto una scommessa, e aveva scambiato un’austriaca per un’americana. Se ne rideva ancora. Paolino imperturbabile aveva osservato che nelle vene dell’austriaca, per qualche dimenticato incrocio, doveva scorrere sangue americano; e conosciuta personalmente la giovane, se ne era innamorato. Anche questo episodio aveva fatto ridere; ma Paolino Berlendi, senza badare ai frizzi dei compagni, dava intanto una caccia accanita alla straniera e sperava impigliarla nelle sue reti.
– Che cosa guardate? – gli domandò Fausta d’un tratto.
La bellezza della contessa pareva scintillare sotto il sole; i capelli neri avevan riflessi azzurrini e gli occhi cilestri esprimevano una dolce ingenuità qualche poco in contrasto con l’anima sensuale ed egoista della donna.
– Guardo tutte queste forestiere, – disse Paolino. – Non vi pare che giungano a Venezia già ubbriache d’amore e di Ruskin?
– Voi parlate del Ruskin come d’un liquore, – osservò la contessa Lombardi sorridendo.
– È vero; ma io preferisco il cognac, – rispose Paolino. – Il fatto è che le straniere sono innamorate.
– E di chi? – domandò Fausta.
– Di me, contessa! – affermò Paolino trionfante.
Gli uomini risero.
– Ma sai tu chi è il Ruskin? – domandò il conte Priùli.
– No; non l’ho mai letto….
– È naturale, – disse il Priùli. – Tu devi darti all’agricoltura, e sappiamo che studi accanitamente per distinguere una patata da una barbabietola.
– Un’austriaca da un’americana, – corresse Fausta di Montegalda.
Già Paolino stava per rispondere, quando un silenzio improvviso si fece.
Era comparso sulla terrazza il conte Filippo Vagli, colui che per lunghi mesi la società elegante capitanata da Fausta di Montegalda aveva chiamato “il povero Flopi”.
Molti fili argentei intessuti ai capelli un giorno tutti neri, il cerchio grigiastro intorno agli occhi, le spalle un poco appesantite davano l’impressione che Filippo fosse invecchiato repentinamente. Egli era sempre ilare e sereno, ma chi l’avesse fissato con attenzione si sarebbe accorto che la tranquillità e l’allegria di cui dava prova eran dovute a un continuo sforzo, a una instancabile vigilanza sopra sè medesimo.
Quando egli si credeva non osservato, la sua fisionomia mutava d’un tratto, quasicchè la maschera gli fosse caduta, e allora si vedeva l’uomo ferito mortalmente da un’angoscia insanabile, torturato da qualche desiderio, malcontento di sè e degli altri, disperato di poter mai più trovare un bene nella vita. Poi l’orgoglio lo riafferrava, si guardava intorno nel timore che qualcuno gli avesse letto dentro l’anima, e riprendeva la sua maschera di gaiezza e di contento.
Queste alternative, così notevoli che si sarebbe detto che due caratteri albergassero nello stesso corpo, non erano sfuggite all’occhio degli amici; e specialmente tra i più giovani, una simpatia silenziosa s’era formata per Filippo Vagli.
Colui che aveva sentito fare strazio del proprio nome da una folla avida di scandalo, aveva visto la stessa folla ammutolire innanzi a un dolore alto e sincero, a guisa del molosso che s’accovaccia ai piedi del padrone. Filippo avrebbe dato metà del suo sangue per vivere ancora tra i sibili e i cachinni della maldicenza piuttosto che tra le nuove manifestazioni di rispetto, nelle quali egli sospettava una mal celata pietà. Ma tutto era finito, ogni cosa era miserabile, e mai come in quel tempo s’era sentito tanto lontano da ciò che faceva, dall’esistenza frivola, alla quale s’era dovuto acconciare, e che sembrava non lasciargli un’ora libera.
Egli gettò un’occhiata al gruppo, e salutò da lontano. Aveva visto tra gli uomini Paolino Berlendi, che con quel suo carattere scapato, sventato, impertinente e, nel fondo, generoso e sentimentale, gli rammentava un altro; Filippo si studiava di non mostrare a Paolino l’antipatia che quella somiglianza morale gli aveva ispirato.
Entrò, e volse a sinistra.
– Va a fare la sua corte alla Fioresi, – disse Fausta, che lo seguiva con l’occhio.
In fondo alla terrazza, a sinistra di chi entrava, Giselda Fioresi era seduta con la madre.
La fanciulla dalla chioma fulva indossava un abito leggero color turchino con le maniche di prezioso merletto. S’era fatta più bella, il suo corpo s’era invigorito e sul volto le si diffondeva un’espressione che non aveva mai avuta, quell’espressione di riposo che è propria di chi giunge a una meta dopo lunga guerra.
Quando vide Filippo avvicinarsi, le sue labbra si schiusero a un placido sorriso.
– Si sposano? – domandò il Berlendi che guardava la scena.
– Si sposano, – confermò Fausta con voce secca.
– Flopi invecchia; è all’ultima tappa.
Dovevano sposarsi il mese appresso, e del matrimonio si parlava con incessante curiosità. Due casate come quelle dei Fioresi e dei Vagli non avrebbero potuto non dare alla cerimonia tutta la solennità, tutta la magnificenza che le convenivano, e le donnette già parlavano del corredo di Giselda come d’una maraviglia mai vista.
– Lo zio Roberto avrà finalmente i “flopini”! – osservò il conte Priùli.
– E Flopi i milioncini, – aggiunse il Berlendi.
– Non lo fa per questo! – rispose freddamente il Priùli. – Tu non lo conosci; Filippo si sposa per obbedire a sua madre.
– La sola cosa poco aristocratica di questo matrimonio, – osservò Fausta, – è la gioia straripante di Giselda.
E storse la bocca, quasi avesse visto qualche spettacolo repulsivo.
Le dame s’alzarono per avviarsi, ma in quel punto sopraggiunse Nino d’Este, che parve cercar qualcuno con gli occhi; ravvisò la contessa Lombardi e le corse incontro.
– Lei mi aveva chiesto notizie di Berto Candriani? – egli disse.
– Oh bravo! Parliamo di Berto Candriani! – esclamò Paolino. – “Il a jeté son bonnet par dessus le moulin”!
Alvise Priùli gli diede una gomitata, perchè abbassasse la voce.
– Le porto le notizie, – continuò Nino d’Este, ed estrasse dalla tasca un giornale romano che consegnò a Paolino Berlendi.
– Ti ringrazio di quest’atto di fiducia, – disse Paolino. – Poco fa, Priùli sosteneva che io non so leggere.
– Ma fate presto! – interruppe Fausta di Montegalda.
– Ecco qua: “Un’automobile sfasciata”….
– Mio Dio! – esclamò la contessa Lombardi.
– “Un’automobile sfasciata”, – seguitò a leggere Paolino. – “Jeri, verso le quattro, l’automobile del conte Berto Candriani, notissimo patrizio veneziano ospite della nostra città”…- Come sa farsi la réclame questo briccone!
– Volete finirla? Vi tolgo il giornale! – minacciò Fausta.
Paolino Berlendi si fece serio e lesso tutto di seguito:
– ….”percorrendo la Via Appia, presso la tomba di Cecilia Metella, urtò un baroccio da vino, e cadde sul fianco. Lo chauffeur rimase ferito. Il conte Candriani e la contessina Loredana De Carolis, sbalzati a parecchi metri di distanza si sollevarono incolumi”.
– Contessina! – esclamò Fausta con un sorriso beffardo. – I giornali romani non sono bene informati.
– E quel benedetto nome di Loredana che li trae in inganno! – osservò il conte Priùli.
La comitiva si avviò.
– Io vorrei sapere che cosa andavano a fare sulla Via Appia! – disse a un tratto Paolino Berlendi.
– Io sono contenta che Berto non si sia fatto male, – dichiarò la contessa Lombardi. – Ma chi ci avrebbe detto che sarebbe scappato con quella ragazza?
– È la fine di tutti gli uomini di spirito, – osservò Nino d’Este. – Anche Paolino un giorno sposerà la sua balia…..
– Voi avete torto, – ribattè Paolino. – Mi dicono che Loredana sia una ragazza bella e intelligente….. E io propongo una cosa: mandiamo il giornale a Filippo!…
– Siete matto? – esclamò la contessa Lombardi.
– Non credete che gli farà piacere d’apprendere che la sua amica si diverte e ruzzola a gambe in aria con Berto Candriani?
– Suvvia, siete sconveniente! – disse Fausta, mordendosi le labbra per non ridere.
Ma Paolino Berlendi mandò un grido.
– Guardate! – egli esclamò. – Guardate quella signora che ci viene incontro: è un’americana. Lo si vede a occhio; guardate come cammina, come sorride, come gestisce…. È un’americana….
Gli altri guardarono. La signora che si avvicinava, elegantissima, ora alta e bionda; un giovanotto bruno l’accompagnava. Ma tutti diedero in una risata.
– Caro mio, – disse poscia Alvise Priùli. – Quella è una russa: la contessa Tatiana Semenow, di Pietroburgo!…
Paolino Berlendi accese una sigaretta.
– E io me ne infischio! – egli concluse tra i denti.
Ma cinque minuti appresso nessuno più pensava alla russa, a Filippo, a Loredana, a Berto, a Giselda.
La vita dominava inesorabile tra un profluvio di luce calda e dorata.

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