Luciano Zuccoli – Piccolo “skating”

Tutto il giorno, dalla mattina alla sera profonda, era quel rumore come d’un vento che sibilasse, e quando intenso e quando fievole, lontano, rotto e soverchiato a sua volta dallo stridìo dei pattini, che strisciavan di fianco per arrestar la corsa.

Nel rettangolo chiuso da sbarre, sul pavimento di marmo grigio, uomini e donne e fanciulle correvano, dritto il busto, piegando lievemente i ginocchi per arrotondare gli angoli alle svolte, la testa bassa, gli occhi rivolti a terra. Scivolavan via così lunghe ore, sui pattini a ruote, dalla mattina alla sera profonda; e una folla intorno alle sbarre li guardava, intontita e quasi addormentata da quel variare isocrono di figure che si rincorrevano e tornavano; dimentichi e la folla e i pattinatori del tempo e del luogo.

Di là dalla vetrata si scorgeva la distesa verdognola del mare mosso, e di qui la striscia gialla del viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.

Verso le cinque del pomeriggio cominciava il concerto, un piano, un flauto, un violino e un contrabbasso, che suonavano ballabili lenti, sui quali pareva cader la gragnuola minuta di quel rumore come d’un vento, che si faceva più forte. A quell’ora tra il pubblico apparivan le eleganti, e nel rettangolo del pattinaggio i maestri, quelli che delineavano le piroette, e correvano all’indietro, con le braccia conserte.

La musica dava un pensiero a tutta quella gente ch’era pigra a pensare, ma accompagnati e presi nella dolce spirale d’un valzer, non correvan dietro che a pensieri in forma di scene e a sentimenti in forma di pensieri. I più si dolevano, – donne e fanciulle, – che tra il pubblico non si vedesse la persona che avrebbe meglio ammirata la loro grazia.

E di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, e un passo stretto dietro un passo stretto, e la spinta misurata e la svolta lunga per inerzia, e di qui e di là, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là….

Nella corsa liscia e voluttuosa ve n’eran di instancabili, deliziosamente rinfrescati dal ritmo della musica; e seguitavano a correre, a svoltar gli angoli, a tagliar per la diagonale, a ondulare di qui e di là, abbozzando in testa un romanzo, che rimutavano, allungavano, abbellivano, e che non ricordavano più quando s’eran levati i pattini. Per riprendere il romanzo, bisognava rimettere le viti, riallacciare i lacci ai piedi, volare tra quel sibilo di vento e udir la musica, il doppio ritmo delle note e delle ruote.

Allora veniva bene il dialogo segreto, mille volte rifatto, che poteva esser questo:

– Mi ami?

– Non so chi sei.

– Non senti che t’amo, non senti che muoio, non bruciano le mie mani, non sono un tormento e una gioia che mi avvicinano a te?

– Mi parli, e non comprendo.

– Vieni; ti passo il braccio intorno al busto. Sei mia. Vola con me, piègati sul mio fianco, abbandònati alla mia stretta.

– Tutti ci guardano.

– Nessuno ci vede; la vertigine è troppo forte. Altri son passati prima di noi così avvinti, altri passano dopo di noi. Tutti ci guardano, nessuno ci vede….

– Non m’ingannare.

– Ti amo. Non ti piace così?

– Mi piace così. Fin quando?

– Per sempre, per sempre….

E di qui e di là, sul ginocchio destro e sul sinistro, tra quel sibilo di vento, tra le spirali del valzer.

La linea del mare verdastro di là dalla vetrata s’illuminava d’una luce di fuoco sotto gli strati delle nuvole scintillanti d’oro, e si faceva d’oro il rettangolo sul quale svolazzavano tante sottane e correvano tanti piccoli piedi ruotati.

Fu così, in un tramonto igneo, che apparve un giorno tra il pubblico tranquillo degli spettatori una giovane signora, o una signorina, e vi gettò uno sgomento indimenticabile. Chi era? Che cosa aveva di più o di meno, di meglio o di peggio che le altre?

Era sottile come quella giovinetta che sapeva far gli svolazzi coi pattini a guisa d’un calligrafo con la penna; non più bruna di capelli nè bianca di carnato che quelle due fanciulle, le quali correvano e ondulavan sui fianchi sempre l’una avvinta all’altra; non più elegante della piccola bionda, ch’era elegantissima. Bella, fresca, audace, sdegnosa, come quasi tutte le pattinatrici che le mamme, sedute torno torno al rettangolo, si vedevan correre sotto il naso da un paio di settimane.

E tuttavia la sua apparizione sollevò uno scompiglio indimenticabile tra quel pubblico pacifico, al quale si frammischiavano volontieri i giovani e gli uomini maturi in cerca di sensazioni estetiche e di visioni rapide.

Ella aveva un abito bianco tutto liscio, corto, serrato in basso da tre lacci, secondo le ultime leggi; una cintura rossa alla vita e un paio di stivaletti rossi compivano, coi guanti bianchi e un enorme cappello, il suo abbigliamento…. Ma gli stivaletti rossi dispiacquero subito alle osservatrici. Se ne vedevan di rado, da quelle parti, e avevano un significato di provocazione, che non si spiegava, si sentiva per aria, e che scatenò un rumoroso bisbiglio.

La nuova venuta girò gli occhi intorno, con quell’espressione, la quale vi dice insolentemente: Vi guardo, ma non vi vedo. E anche questo dispiacque alle osservatrici, che la fissavano con l’occhialino e non ne perdevano un gesto, nè un movimento, addosso, a un passo, quasi studiassero al microscopio una vita misteriosa e inquietante.

Era accompagnata…. Ma era veramente accompagnata?… Nessuno l’aveva vista entrare…. Però donna Eufrasia Ricciardi assicurò che doveva essere accompagnata dal signore che le era alle spalle; uno di quei temibili uomini, i quali sono stati ripetutamente a Parigi, possiedono un’automobile con cui scarrozzano le più belle ragazze del mondo, tengono tra le labbra la sigaretta spenta e nelle mani l’onore di più donne; e un giorno si scopre che sono ammogliati e non se ne ricordano più.

Non si sapeva veramente se quel terribile signore, con un certo cappello bigio molle piantato di sbieco e tirato sugli occhi, accompagnasse la ragazza. Di chiaro non si vedeva se non sulla faccia d’ambedue, l’uomo e la ragazza, l’espressione della stanchezza; e si vedevano anche sotto gli occhi dell’uomo certe sottili lineette che si sarebbero chiamate rughe.

Le notò per prima Virginia Giordani, che lo guardava avidamente, di sfuggita; ella aveva diciott’anni e andava pazza per gli uomini sciupati, stanchi, col viso «ricamato» dai giorni e dalle notti e da molte cose di cui non aveva alcuna idea.

L’altra intanto s’era allontanata tra il bisbigliare continuo delle buone dame sedute, e s’era fatto mettere i pattini dall’inserviente. Entrava nel rettangolo, sul marmo grigio. Fu un momento d’aspettazione silenziosa, un solo momento, perchè quella si lanciò subito sul ginocchio destro e sul sinistro, si curvò un poco, prese l’aire, fece una svolta stupenda, passò tra le coppie, raggiunse una velocità alla quale nessuno si arrischiava pur tra i più audaci.

E rise da sola, pensando che le spettatrici l’avevano forse creduta tanto sciocca da arrischiarsi al giuoco senza conoscerlo bene e da cadere goffamente pel loro spasso.

Andava, volava, batteva l’aria in faccia agli uomini che la scrutavano immobili di là dalla sbarra, e sfiorava del gomito le fanciulle, che sentivano ch’ella era diversa, e ne avevano timore ed invidia, maraviglia e soggezione.

Veniva non si sapeva donde, non aveva detto parola, non aveva sguardo per alcuno, e scivolava mirabilmente, pensando a non si sapeva che cosa…. Era il personaggio del romanzo, di tutti i romanzi pullulati nell’ozio di quel passatempo, una fantasia incarnata in una bella persona, venuta su improvvisamente dall’ignoto.

– Bisogna richiamarle, queste ragazze, e condurle a casa! – osservò donna Eufrasia ad alta voce. – Chiamate Lidia; fate segno a Paolina….

Ma le ragazze filavan via, e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, mentre l’insidia del valzer torpido le avvolgeva.

Parevano capitanate da quella svelta figurina; le si eran messe tutte dietro, una schiera lunga di paperi, e si facevano sfiorar del gomito a bella posta per sentire che la donna del loro romanzo, la parvenza della loro fantasia viveva, e tentavan d’imitarla quando si curvava un poco per goder meglio della corsa. Nella schiera ve n’eran di men giovani che lei, ed ella sembrava una sorella candida tornata fra le sorelle al giuoco; e senza parere, aveva allentato un poco il suo impeto per non compier troppo presto il giro e non passar dalla testa alla coda. Tutte le altre regolavan la spinta e il ritmo sul ritmo della sorella sconosciuta.

– Chiamate dunque Lidia! – ripetè ad alta voce donna Eufrasia. – E lei lascia sua figlia in quella compagnia?

Non vi fu bisogno di chiamar Lidia. Fatto un ultimo giro, la sconosciuta si fece togliere i pattini e rimase qualche tempo fuor del rettangolo a guardare le compagne d’un’ora che correvan tuttavia: ciascuna passando le gettava un’occhiata interrogativa e timorosa, ed ella le seguiva con un’occhiata lunga e meditabonda. Non si capivano ancora, ma si parlavano.

Poi la giovane sentì l’alito ardente degli uomini intorno, l’urgere d’un desiderio sfrontato, e dovette allontanarsi.

Parecchie signore s’alzarono con un pretesto a seguirla e a veder dove andava; gli uomini senza alcun pretesto le si precipitarono innanzi per farle ala e squadrarla ancora da capo a piedi.

Ma a fianco di lei si mise il signore dal cappello bigio e molle tirato sugli occhi, il terribile signore che doveva essere stato più volte a Parigi, e teneva tra le labbra la sigaretta spenta.

Virginia Giordani osò spingersi tra gli uomini, senza levarsi i pattini, abbrancandosi al primo venuto, per veder passare il signore che le piaceva tanto quanto le pareva sciupato.

C’era l’automobile fuori ad attenderli, rombante. Non mancava nulla al loro prestigio d’un attimo.

Vi salirono la giovane e l’amico, senza dir parola; non avevano ancora scambiato una parola dacchè eran comparsi. Un domestico moro chiuse lo sportello. Lo chauffeur lanciò la macchina con un balzo pel viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.

E con la rapidità del lampo, cantando su tre toni dolci e petulanti, l’automobile scomparve in capo al viale, verso la pineta.

– Gente felice! – disse qualcuno.

– Non farti sentire da queste dame! – interruppe un altro. – Muoiono d’invidia e di morale.

– È finita; non si potrà venir più qui a passare un’ora. Io le ho fatto comprendere il mio risentimento; ho parlato forte, mi pare? – osservò donna Eufrasia.

– Come pattinava bene! – esclamò Lidia la bionda. – Era una delizia seguirla! Dove avrà imparato a pattinare così?

– Oh, ha imparato tante altre cose! – rimbeccò un giovanotto beffardo,

– Ma dove? – insistette Lidia.

– Quali cose? – incalzò Paolina.

– A Parigi, a Parigi! – concluse l’altro, rientrando e rimettendosi i pattini. – A Parigi s’impara tutto; ma non ci vada con la zia, o non imparerà nulla….

E rise.

– Ecco, incomincia lo scandalo! I giovani perdono la testa e fanno discorsi che non dovrebbero! – constatò donna Eufrasia.

– Quali discorsi? Ma se parlano di Parigi! – osservò una signora pacifica, la quale, perchè da trent’anni udiva parlar di Parigi e non riusciva mai ad andarvi, si sentiva commossa dalle voci d’un sogno lontano.

– Io, intanto, domani non vengo! – dichiarò solennemente donna Eufrasia. – Ho in custodia mia nipote, e queste son cose gravi.

Ma l’indomani fu un gran giorno. Il piccolo «skating» rigurgitava di gente, e nel rettangolo e fuori, e tra i pattinatori e tra il pubblico era un’attesa inquieta. Le fanciulle l’avevan detto alle amiche, gli uomini agli uomini, le signore alle signore, e tutti aspettavano il ritorno.

Con quale abito sarebbe comparsa? Queste donne non indossano mai due volte lo stesso abito in una settimana, tanto più quando hanno un amico e un’automobile col moro. Era fin di stagione, principio d’autunno, temperatura variabile, quel periodo in cui si può vestire un abito leggerissimo o tapparsi in una pelliccia, a piacere, secondo il pretesto del momento.

Piero Sanna, il beffardo, aveva sparso la voce che la giovane avrebbe indossato un abito Direttorio, tagliato sul fianco in modo che si vedesse e non si vedesse una gamba.

– Ma si vede o non si vede? – chiese, strabuzzando gli occhi, il dottor Giulio Lastrelli, che aveva sessant’anni.

– La mamma ha un bel dire, ma io la trovo molto carina, – confessava Lidia a Paolina, correndo con lei sul pattinatoio e serrandola con un braccio intorno al busto. – Ha una cert’aria come a dire: «non ho bisogno di voi», che mi piace.

– Sì, – rispose Paolina, ondulando sui fianchi per darsi una nuova spinta. – Ci ho pensato stanotte, e l’ho invidiata, che vuoi? Abiti, automobili, divertimenti, e quel bel signore. Non fa male a nessuno, e può essere così amata, così felice!

– Così amata! – ripetè Lidia pensierosa.

Tutti correvano e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là…. Ma gli occhi si volgevan di tanto in tanto all’entrata e si sforzavan di veder fuori, sul viale.

Virginia s’arrestò di repente e s’abbrancò alla sbarra.

– Che fai? – le domandarono Lidia e Paolina, le quali scivolavan dietro lei, e per quella brusca fermata avevan corso rischio di cadere.

– Mi è parso d’udir la tromba d’un’automobile.

Si fermarono anche le altre e ascoltarono ansiosamente, la bocca socchiusa, gli occhi rivolti all’ingresso.

– È qui! – disse giocondamente Lidia.

– Ora vediamo la gamba! – susurrò Paolo Sanna al dottor Lastrelli.

– Una soltanto? – domandò Giulio strabuzzando gli occhi.

Non apparve nessuno. Le fanciulle ripresero l’aire, Paolo Sanna, Giulio Lastrelll, tutti gli altri che s’erano ammucchiati in un angolo, sfilarono a corsa e ricominciò lo stridìo, il rumore come d’un vento che sibilasse.

La piccola orchestra attaccò una marcia, Il Ruwenzori; e fu tra le note della marcia, al ritmo fiero e guerresco della vittoria ch’entrò soffiando donna Eufrasia Ricciardi. Era d’amaranto in viso, gesticolava, aveva qualche grande cosa da dire. Le ragazze che passavano a corsa videro le mamme avvicinarsi e circondar donna Eufrasia, e ripetere i gesti, gli uomini guardarsi in volto e inarcar le sopracciglia.

– Che c’è? Diventano matti? – domandò Paolo Sanna.

Ma il susurro cresceva, soverchiava lo stridìo dei pattini, il ritmo della vittoria, e una voce dominò e si diffuse:

– È morta!

– Chi, morta?

Lidia e Paolina si lanciaron fuori a farsi togliere i pattini, per ascoltare: il dottor Lastrelli, che faceva in quel punto un geroglifico, perdette l’equilibrio e ruzzolò per terra, interrogando:

– Chi, morta?… Ma chi?…

Intorno a donna Eufrasia faceva ressa tutto il pubblico, una platea d’ascoltatori, mentre sul pattinatoio non correva più nessuno.

– Cinque pastiglie di sublimato! – narrava la dama soffiando. – Stanotte, all’Hôtel de Russie…. Povera figliola!… E ieri, a quest’ora, pattinava così bene, con quegli stivaletti rossi, che saranno di moda, ma a me, già, non piacciono…. Avvelenata! Che coraggio!… Chi l’avrebbe detto?

– È morta! – ripeterono le ragazze desolate, sottovoce.

– E tu la dicevi felice! – mormorò Lidia a Paolina.

– Ma sicuro, ammogliato! – spiegava intanto donna Eufrasia. – Bastava guardarlo per capire. Non poteva più tenerla con sè, naturalmente. Queste cose durano fin che durano. E lei gli voleva bene, si vede, e si è avvelenata…. Cinque pastiglie…. Se ne sono accorti troppo tardi, e stamane all’alba è morta….

– È morta stamane all’alba, – ripetè con un sospiro Lidia la bionda.

– Si vedeva che c’era qualche cosa, – osservò Virginia gravemente. – Non si son mai detta una parola.

– È vero, – confermò Paolina. – Non pareva nemmeno che lui l’accompagnasse.

– Ma che cosa fanno qui tutte queste ragazze? – osservò una mamma, vedendo il gruppo delle fanciulle che ascoltavano a bocca aperta. – Andate a pattinare, su, andate via! Non si può neanche discorrere?

– Addio gambe! – mormorò Paolo Sanna, battendo con la mano su una spalla di Giulio.

E per dare il buon esempio, s’avviò a rimettersi i pattini. Le fanciulle lo seguirono; Lidia strinse ancora intorno al busto Paolina, e si lanciò con lei; Virginia volle pattinar da sola per pensare a quell’uomo ammogliato che faceva morir le amanti; Giulio sopraggiunse e riprese i suoi geroglifici; e gli altri tutti, uomini e donne e fanciulle, dietro, la testa bassa, gli occhi rivolti a terra.

Ma parecchi giovanotti uscirono per andare all’Hôtel de Russie a vedere non sapevano essi medesimi che cosa.

– Certo, uno scandalo! – disse donna Eufrasia, mettendosi infine a sedere per vigilar la nipote che pattinava. – Qualche cosa me lo faceva presentire quando li ho visti ieri…. Oh per lui, se lo merita! Lei, poverina, non ha colpa, se lo amava…. È sempre così; non si amano che codesti birboni!

Poi soggiunse romanticamente:

– Amore e morte!

La corsa aveva riacquistato tutto il suo impeto e dopo la marcia era venuto un valzer. Dalla vetrata traboccava come il giorno innanzi l’onda rossastra del tramonto, e il rettangolo su cui correvano tanti piccoli piedi ruotati, svolazzavano tante sottane, si faceva d’oro.

– Ma è bello! – susurrò a un tratto Lidia, uscendo da una lunga meditazione. – La gioia, i divertimenti, l’automobile, un grande amore, e poi una notte morire; addormentarsi, e non svegliarsi più, mai più!

– Taci! – disse Paolina con un brivido. – Pensavo io pure così!

E le due fanciulle si strinsero più forte, correndo; e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e un passo stretto dietro un passo stretto, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui, or di là….