Luciano Zuccoli – Roberta

PREFAZIONE.

Sarebbe difficile dire quali fossero esattamente le intenzioni dell’autore di Roberta allorchè egli scrisse, tra il 1896 e il 1897, quel romanzo. Certo, non intendeva compiere una rivoluzione letteraria, nè fondare una scuola; scriveva allora così sinceramente, per impeto di passione e per commozione d’animo, come scrive oggi. Egli viveva in una villa di quella incantevole Riviera di Levante, di cui sono nel libro parecchi tentativi di descrizione. Gli venne l’estro dallo spettacolo del mare, dalle luci stupende, dalla gioia della natura che è, per tutta quella plaga, così ricca e possente? Gli venne l’ispirazione da qualche ora di vita vissuta, più notevole e strana, perchè infinitamente malinconica in quella ridente cornice?

Forse e per l’una e per l’altra cagione scrisse Roberta; per la tristezza dei casi umani, per la bellezza degli spettacoli naturali; e l’una e l’altra gli consigliarono una forma calda fino alla violenza, bizzarra e impreveduta, carica d’imagini e di comparazioni originali. Poi diede il libro alle stampe e non se ne curò più.

Ma rileggendo oggi il volume, per questa nuova edizione messa fuori dalla Casa Treves, l’autore s’è accorto che veramente c’era ragione a schiamazzare come schiamazzarono i critici di quel tempo.

In Roberta la forma – l’ho detto – è libera, strana, senza freno, impetuosa, ardita. Sfogliamo insieme qualche pagina, e troviamo qualche esempio. L’autore si sforza di personificare ogni senso ed ogni sentimento e di chiudere un pensiero nel più stretto cerchio di parole che gli sia possibile. “Mai, – dice sul principio – mai come quando le due sorelle si gettavano una nelle braccia dell’altra, mai come allora eran così fresche reduci dall’odio, mai come allora avevan sentito passar sulle reni una cosa viscida e molle, che si chiama ribrezzo”. “I suoi pensieri sfilavano come una torma di volpi azzurre sul disco bianco della luna”. “Doveva attraversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei, avevano attraversato”. “La sua giovanezza era una chiara fonte in un parco abbandonato”. “Le vecchie regole morali erano goffe come una processione di gesuiti attraverso a una folla di donne scarlatte”. “E le idee dei tempi rosei mutavano in una fuga di statue a cui il cuore appendeva corone di rimpianto e di rimorso”.

Curioso a dirsi; nel mentre vado sfogliando quel romanzo e citando poche imagini tra mille, mi soprapprende il pensiero che l’autore di Roberta sia stato un precursore. Oserei dire, un precursore del futurismo; ma d’un futurismo che non sconvolgeva nè il vocabolario nè la grammatica, e che voleva essere prima di tutto sintetico e pronto, immediato e dritto. Pare che Roberta volesse dire una parola meno usata in quei tempi, vent’anni or sono, in cui o si imitava il D’Annunzio, o si scriveva pedestremente, conversando alla buona col lettore e mescolando la propria personalità con la personalità delle figure che dovevan vivere la loro vita nel romanzo. E l’autore, qua e là, nelle sue pagine, riduce l’imagine e il pensiero, per brevità, “al motto d’un anello”, come direbbe Amleto; e ne esce una musica delle più inattese, che può essere bella, che può essere brutta, ma che non è la fanfara festiva e stridente a cui siamo abituati.

E così, per dare alcuni altri pochi esempi, ecco “la giornata simmetrica che si dissolve nel circolo del tempo”, “gli amici, figure scialbe divenute più pallide in quell’ora di porpora”, ed ecco imagini anche più inquietanti: “Egli avrebbe potuto comporre un facile poema, se avesse avuto l’espressione letteraria e la pazienza d’arrestare gli scoiattoli molleggianti sulle branche della fantasia”. “Era dunque possibile che le agili e bianche dita salissero al corpetto e intonassero la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano?”.

Con questa sinfonia, chiudiamo; quantunque per tutto il libro, per tutte le pagine; siano sparse largamente imagini così poco usate; e mentre stiamo per riporlo, ci cade sotto gli occhi ancora questo inatteso pensiero: “la voluttà più astuta non lascia traccia se non in ricordi simili a pigmei, i quali corrano dove son passati i giganti”.

Bisogna dirlo: un libro simile, e in quei tempi, non poteva passare inosservato; e mentre l’autore di Roberta aveva scritto con ingenuità sincera, cercando d’animare innanzi a se stesso le fantasie che gli eran care, tutti i critici gli furono addosso, accusandolo d’aver voluto sforzar la nota, d’aver cercato a tutt’i costi una originalità violenta, d’aver dato un esempio pernicioso, il quale non poteva servire che a fondare una scuola più pazzesca che nuova.

Lo si trattò veramente a guisa d’un precursore: e quale precursore fu mai trattato bene? Si battagliò intorno al libro con una passione e un vigore che oggi i critici non hanno più. In una sola cosa furono d’accordo coloro che giudicavano sui giornali: nel gridare al pericolo delle imitazioni, le quali avrebbero precipitato la letteratura in un abisso di follia. Avancinio Avancini, chiamando l’autore di Roberta palloncino gonfiato (Risveglio Educativo, 12 giugno 1897) e pur non negando che nel cervello di lui una certa dose di fosforo ci fosse, alzò la voce perchè la tesi di Roberta era immorale: e “questo precursore del secolo ventesimo” diceva “nasconde sotto l’artifizio retorico una grande povertà di buon senso”.

E Luigi Pirandello, il quale dava conto dei libri nella Rassegna Universale di Roma con lo pseudonimo di Giulian Dorpelli, si turbò al pensiero che Roberta potesse dar vita a una serie numerosa d’imitatori. E falciando largamente tra le imagini onde il romanzo traboccava, e citandole ad esempio da fuggirsi, dichiarava che l’autore con quella sua barca parata di pennoncelli sarebbe presto andato a finire “sulle secche della follia”; ma, aggiungeva con tristezza, “sentirete come batteran le code i pòmpili seguaci tra la scìa spumosa……

I pòmpili seguaci non ci furono; per avvivarli e tirarseli dietro, occorreva che l’autore di Roberta scrivesse un altro libro di quel colore, un altro poema balzano; e il futurismo sarebbe stato fondato; un futurismo, intendo, di sostanza e di pensiero, rosso d’imagini e protervo d’idee. Ma l’autore di Roberta non fu tanto sgominato dall’urlar della critica, quanto dal timore di dover presto rispondere di tutte le corbellerie che gli imitatori avrebbero scritto in suo nome…. Il precursore non diede il secondo volume, non calò il secondo colpo; e poichè gli anni – 1898! – volgevano tristi per il paese, si diede alla politica, e stette dal 1898 al 1902 silenzioso per tutte le forme d’arte letteraria.

Così i pòmpili seguaci intravisti dal Pirandello guizzarono per altre acque, dietro altre barche con altri pennoncelli; e l’autore di Roberta non deve rispondere oggi d’una scuola, ma di un giovanile tentativo di rivolta, d’un’orgia poetica ch’egli si largì per divertire se stesso innanzi agli altri. Fu ebbro, liberamente; ruppe gli argini alla fantasia, lasciandola prorompere, dilagare, infuriare; parlò di passione e di morte, d’odio e d’amore; cantò la bellezza femminile, la gioia della vita, la fatalità della morte, la ricchezza della natura invitta e crudele…. Poi tacque cinque anni, battendosi tra le fazioni politiche e cercando istintivamente l’impopolarità la più pericolosa…. L’autore di Roberta non trovò, per questo, non dico la forza, ma la voglia di fondare una scuola letteraria, e non la troverà mai.

Posso andarne mallevadore, perchè l’autore di Roberta sono io.

LUCIANO ZÙCCOLI.

I.

La prima volta che Cesare Lascaris entrò in casa delle due sorelle, il cielo sfarfallava di lampi infaticabili a levante e a ponente, come per un’alternativa di colori liquefatti e largamente diffusi sopra una cupola immensa.

Roberta era stata ripresa dal suo male.

Una leggera spuma rosea le era sgorgata dalla bocca, mentre innanzi alla finestra seguiva col binocolo un vapore, che all’ultima linea delle acque passava sotto il tumulto dei lampi, sotto il cumulo più nero delle nubi. Aveva deposto sùbito il cannocchiale, e volgendosi a Emilia con la pezzuola umida di sangue, aveva detto:

– Ecco! – rispondendo alla sorda inquietudine, che dalla prima comparsa del morbo le aveva confitto gli artigli nel cuore.

Il giorno, levatosi per le due giovani tranquillo come gli altri, divenne repentinamente funebre; l’uragano addensato fuori, parve ad ambedue il quadro naturale in cui il dramma doveva svolgersi, e l’aria pregna di correnti elettriche, solcata dalle luci minacciose, le avvolse e le fece vibrare di spavento.

L’Implacabile risorgeva.

Avevan voluto dimenticarla, fuggendo dalla città, aspirando i germi vitali nel paesello ligure inapprezzato dal capriccio misterioso della folla. Tutto della loro vita era stato tacitamente disposto per raggiungere quell’oblio. Scorrevano ogni giorno lungo tempo sulle rocce più inoltrate nel mare, fin dove l’onda s’accartocciava ribollendo passeggiavano adagio, metodicamente verso il crepuscolo, dov’era men facile incontrare i carri, che sollevavano nugoli di polvere; la villetta era aperta sempre a finestrate di sole, a fiumi d’aria pura. Roberta seguiva i consigli dei medici, ed Emilia si studiava d’allontanarle ogni causa di malcontento.

Se si fissavan negli occhi per leggervi il medesimo pensiero inconfessato, gli occhi tentavan sùbito d’esprimere pensieri frivoli e pieni d’avvenire. Il male sembrava cosa antica, pessimo sogno pessimamente interpretato dagli uomini della scienza. Guardavano innanzi a sè, lasciandosi addietro il ricordo della malattia breve e furiosa, cui Roberta s’era sottratta per una generosità de’ suoi diciannove anni.

E l’Implacabile risorgeva; e quella spuma sanguigna voleva dire la Morte, e quei colpi di tosse che riprendevano, erano la Morte, e tutto; era la Morte, la Morte, la Morte nel giorno denso di luci minacciose, divenuto il primo periodo d’un dramma del quale s’ignoravano gli episodii futuri e s’intuiva la fine.

– Non spaventarti, – disse Emilia con la voce tronca. – Non è nulla…. Sai che non può essere nulla…. Mando a chiamare il medico…

Roberta era caduta sul divano, e nell’ombra dell’angolo si vedevan l’abito turchino a merletti bianchi, il volto cereo ed ovale. Le braccia erano abbandonate lungo il corpo. Sotto l’atteggiamento incerto, covava il terrore di chi aspetta un nuovo segno infallibile: ella attendeva un altro colpo di tosse, un rigurgito di sangue, la rottura d’una arteria, che la soffocasse in un lago di sangue; poichè nessuno meglio di lei conosceva tutte le possibilità spaventose d’una soluzione certa.

– Sùbito dal medico; venga sùbito; lasci qualunque cosa…. Hai capito? – ordinò Emilia alla cameriera accorsa. – Sùbito, sùbito, sùbito…. Vuoi andare a letto, Roberta? Ti aiuterò’ io…. Fatti coraggio….

E mentre parlava riprendendo il suo posto innanzi alla sciagura, si irrigidiva per resistere alla tentazione di fuggire, mandando grida laceranti…. Piegarsi, prosternarsi brutalmente alla fatalità, piangere fino al torpore e sentire il tempo uguale, infinito, passare su di lei e sopra le cose, doveva essere una voluttà divina.

Ella non era creata per tener fronte alle avversità: con la morte del marito dopo un anno di matrimonio e con la prima malattia di Roberta, due volte una ribellione di inerzia era nata in lei; il bisogno di sfuggire a sè medesima e all’azione, era divampato così furibondo, che le era avvenuto d’inginocchiarsi a pregare perchè fosse mutata in una statua dal gesto eterno, dalla insensibilità eterna….

Ma si riprese per quello stesso spirito di rivolta, il quale d’ora in ora aveva forme così diverse; allungò le mani alla sorella e l’aiutò ad alzarsi, riuscendo a sorriderle.

Sulla soglia della sua camera, Roberta si arrestò un istante sotto un nuovo attacco del male; il fazzoletto si arrossò, una sottil bava sanguigna le scese lungo la connessura delle labbra, si ruppe…. Allora, sciogliendosi dalle mani d’Emilia, la fanciulla corse al letto, strappò gli abiti, slacciò i cordoni delle sottovesti, gettò ogni cosa a terra, fu pronta, e si ricoverò tra le coltri, dicendo febbrilmente:

– Vedi, che è proprio il male? Vedi, che bisogna morire?… Non parlare, hai capito? Non dir nulla…. Il medico, non lo voglio…. Va via, anche tu….

Emilia rimase in piedi presso il letto, fisicamenta assorta nei romori della tempesta, che dalle sbarre delle gelosie proiettava il suo livido ghigno nella camera.

Così, spoglia d’ogni attraenza materiale degli abiti, Roberta era l’ammalata.

Sotto l’epidermide bianca, una miriade di piccoli punti rossi, qua diffusi e là raccolti in nucleo, segnava la persistenza del morbo; il seno, questa gloria incomparabile del sesso e della giovanezza, era crivellato dai nuclei rossastri e s’affondava, invece di protendersi esuberante…. Di quel corpo virgineo avvolto fra le lenzuola, non rimaneva attenta, vivente, perspicace, se non la testa coi capelli biondi e disordinati; ma ancòra sotto la pelle della fronte e sulle guance, comparivano le piccole macchie rosse incancellabili. Gli occhi erano d’un azzurro vitreo, le labbra tumide, i denti bianchissimi, il profilo netto e puro, quasi ellenico. Il resto delle sue forme non aveva linea e valore, se non corretto dalle mani scaltre delle cucitrici e lusingato dai colori festevoli o ingenui delle stoffe.

Per la camera semioscura aleggiava un profumo indefinito d’acque odorose; i mobili modesti delle case d’affitto variamente ricoperti e senza stile, parevano l’avanzo di diversi addobbi; il letto solo in mogano lucidissimo era elegante e nuovo. Sui tavolini, sui divani, s’ammucchiavano i libri rilegati o sciolti, una collezione di romanzi, da Walter Scott agli ultimi autori russi, che Roberta leggeva senza posa e senza scelta, fino ad averne l’emicrania.

Ella era ancòra la fanciulla tipica, angariata e deliziata dai sogni un po’ umoristici del romanticismo; si costruiva in testa una favola di principi e di re, si assegnava una parte nella favola, mutava e rimutava gli episodii, vivendo, con qualche residuo dei preconcetti acquei di collegio, in assoluto ritardo, in voluta contraddizione con tutto quanto era vita intorno a lei.

Emilia, seduta a fianco del letto, tenendo fra le sue una mano di Roberta, stava sempre attenta ai romori esterni, poichè nella camera era piombato un silenzio di malattia, che la riconduceva a dieci mesi prima, richiamando a galla i terrori, le stanchezze, le disperazioni di quei giorni.

Fuori, a levante e a ponente, i lampi gareggiavano; sulla casa il tuono si trascinava con lunga eco; di momento in momento, la camera era infiammata da una vampa lividiccia, cui seguiva il crepitio secco d’una scarica elettrica. Roberta si drizzava a sedere, guardava Emilia negli occhi, e ricadeva sui guanciali.

In quei passaggi di pesante angoscia, esse comprendevano, o chiaramente o vagamente, che nè per loro nè per altri la vita non aveva indulgenze, che i benigni non esistevano, e che la lotta non era solo in grandi giorni di battaglia, ma in tutti i meschini giorni dell’anno, in tutte le piccole ore del giorno.

– È finito? – disse Roberta ansiosa. – Guarda se è finito…. Mi fa così male…

Emilia andò a guardare, socchiudendo le imposte. Per quanto si vedeva da quella finestra sul fianco della casa, l’uragano pareva cominciasse allora. Il monte di Santa Croce era fosco sotto le proiezioni oscure della nuvolaglia, e la collana d’uliveti che ne discendeva e si propagava sul versante, aveva preso il colore sinistro e scialbo dei giorni di tempesta. Le case a tinte vive, secondo il concetto degli antichi marinai, i quali da lontano volevano riconoscerle e salutarle, aspettavano silenziose la cavalcata delle nubi, illuminandosi al riflesso dei lampi…. E a un tratto, per la violenza del tuono, le nuvole si spalancarono come porte gigantesche e mostrarono il fulmine ricurvo, dorato, arme classica e divina, che si sfoderò precipitando dietro la montagna…. Susseguì il vento, la pioggia sferzò, ora verticale, ora a sghimbescio, a capriccio del vento, e l’uragano si stabilì sopra il paese.

– Siamo alla fine, – rispose Emilia, accostando le gelosie. – Come stai, cara? Va meglio?

La sorella teneva le palpebre calate e sul volto le era scesa una maschera di sublime indifferenza per ogni cosa mortale.

– Vuoi dormire? – soggiunse Emilia con voce più cauta.

Roberta scosse un poco la testa; ad occhi chiusi sembrava assorta nell’ascolto del male, – dava tregua o saliva di grado in grado senza ostacoli? – e il mutismo d’una rassegnazione interamente fisica le aveva invaso l’anima. Emilia, rimasta a guardarla, fece un gesto perduto, a sgombrar le visioni di certezza che andavano stringendola intorno. Con le mani serrate, immobile a’ piedi del letto, ella pensava alla morte prossima; sua sorella doveva morire, forse quello stesso giorno, soffocata dal sangue rigurgitante nelle caverne dei polmoni. La fantasia, rinforzata dalla meccanica dei racconti uditi e delle memorie, dipingeva l’avvenimento, a grandi tratti prima, e poi ne’ particolari più minuti e dolorosi: la donna si sentiva già piangere e mormorare le parole profonde, dissennate, che echeggiano inutilmente nelle case tragiche per la morte. Aveva gli occhi fissi al letto, e lo vedeva vuoto.

– Vuoi il ghiaccio? Devo prepararlo? – ella domandò, scuotendosi e avvicinandosi.

Ma a quel ricordo della malattia antica, Roberta alzò faticosamente le palpebre e negò con la testa. Emilia le toccò il polso, la fronte, le tempia.

– È fresca; non ha febbre. Non ha mai febbre, – mormorò, quasi parlasse con le visioni di certezza ch’erano intorno. – È la febbre, da temersi. L’altra volta l’aveva, ed è stata così male. Oggi non ha febbre; è fresca….

E se avesse obbedito all’istinto, avrebbe seguitato, gestendo contro le ombre del terrore: “- Capite, capite, che non può morire? Si salverà pure questa volta; continueremo la nostra via, l’una a fianco dell’altra, come ci siamo promesso.”.

Non era passata un’ora dalla ricomparsa della malattia, ed Emilia aveva già smarrito ogni senso della vita abituale, quasi soffrisse da mesi, da anni. La mattinata semplice e monotona s’era dispersa tra le memorie bianche; la giovane ritrovava in sè medesima lo stato un po’ febbrile, l’espressione laconica, il gesto attivo e silenzioso dei momenti solenni.

– Roberta, – disse con l’inesorabile ostinazione della paura, – stai meglio? Vuoi riposare?

L’ammalata sbarrò gli occhi cercando per la camera: vide la sorella a’ piedi del letto e la fissò a lungo, ancòra con l’indifferenza serena di chi è già per altre vie lontane e mute.

Poi, senza tosse, senza fremiti, recò alle labbia la pezzuola, e l’arrossò ampiamente.

– Dio! – esclamò Emilia, accorrendo a sostenerla.

Il sangue sgorgava, non più roseo ma purpureo, una fontana vitale entro la catinella che Emilia teneva con una mano.

– Coraggio, cara, fatti coraggio, – susurrò Emilia. – È una crisi momentanea, lo sai….

Il sangue sgorgava, e le due sorelle s’erano avvinghiate intorno al busto tenacemente, guardando quella vita liquida, quella morte liquida, cui alcuna scienza umana non avrebbe potuto arrestare. Emilia era curva sotto un peso invisibile; Roberta non dava segno di terrore, ma stava rigida nell’attesa fredda e spaventevole, ritrovata fra le abitudini delle sue sofferenze.

La crisi cessò, il sangue ristette.

– Ti porterò il ghiaccio, – disse Emilia, posando la catinella insanguinata – Il ghiaccio ti guarisce, non è vero?

Ma non appena uscita dalla camera, traversando il gran salotto centrale, Emilia s’aggrappò a un mobile. Libera di naufragare nella disperazione ampia, senza difese, ella vedeva immancabilmente certa la soluzione; era destinata a seguitar tutta sola la sua strada, poichè la compagna le sarebbe caduta al fianco fra breve. E per una satanica raffinatezza della fantasia, una folla di episodii rosei le corse incontro; e per malvagia associazione d’idee, ella ricordò alcune pagine lette sbadatamente o alcuni discorsi distrattamente ascoltati sulla legge di selezione, sulla matematica necessità della morte precoce…. La fanciulla era senza dubbio inadatta a sostenere gli attriti dell’esistenza, e portava in sè le mortali ferite d’una vecchia razza esausta.

Ella pareva essere stata concepita in una notte di nevrosi, per un desiderio fiacco e metodico: imperfetta opera di due creature incatenate da vincoli legali e fittizii, Roberta aveva già troppo resistito alle raffiche forti e alle acute brezze micidiali; poichè, prima di lei, i fratelli erano stati travolti, e dopo lei, Emilia sola aveva rievocato il buon tipo originario; e dopo Emilia, i fratelli di nuovo erano tutti scomparsi in piccola età.

Ora, cotesta differenza di nervi, di muscoli, di forze, aveva più volte in Emilia risvegliato l’antipatia latente dei sani per i malati, l’antipatia bruta d’un corpo vivido e fresco per un corpo fradicio e passo.

“Tu ti leghi a un mostro, – le susurrava lo spirito loico. – I tuoi sforzi non serviranno se non a prolungare un’agonia e a trasmetterti i germi, dai quali per maraviglia di natura ti sei salvata.”

E alla sentenza, che sembrava macabramente scritta con le ossa d’uno scheletro sulla via sperduta dell’avvenire, tosto succedeva la reazione generosa, esagerata; e per punirsene, Emilia avrebbe dato intera l’esistenza propria, e contratto volonterosamente i germi della malattia atroce.

Poichè il sordo antagonismo non giaceva soltanto in fondo alla sua coscienza; ma con disperata tristezza erasi dovuta persuadere che anche nell’anima di Roberta andava cristallizzandosi un rancore quasi animale contro la sanità e la procacità inconscia di lei, contro il suo avvenire, contro la facoltà di goder le gioie, cui ella, Roberta, non avrebbe avvicinato mai…. Certi misteriosi allontanamenti, certi risvegli di violenta simpatia, nei quali la fanciulla soffocava una voce imperiosa e sconsigliata, avevano quella sola spiegazione. Mai come quando le due sorelle si gettavano una nelle braccia dell’altra, mai come allora eran così fresche reduci dall’odio, mai come allora avevan sentito passar sulle reni una cosa viscida e molle, che si chiama ribrezzo.

Anche in quel giorno in cui lo spavento rinasceva con la tenera sollecitudine, l’istinto oscuro aveva arrestato Emilia, uscita appena dalla camera di Roberta:

“Perchè ti affatichi? – le fischiava all’orecchio. – L’ha detto ella stessa: il suo male ritorna e bisogna ch’ella muoia. Vuoi contrastare il passo a una legge sovrumana?”

Una scampanellata la richiamò interamente; doveva essere il dottor Noli, il medico del paese, che con l’esperienza di chi ha visto innumerevoli casi d’una stessa malattia, aveva fortificato, la sua teorica mediocre.

Emilia andò ella medesima ad aprire; la mano tremava d’impazienza, volgendo due volte la chiave nella toppa,

Sul ripiano stavano la cameriera e un uomo, che Emilia non ravvisò sùbito.

– Il medico non c’era, – disse la domestica. – È andato a Genova; mi hanno indicato il signore; è medico anch’egli e si trova qui per i bagni. Ho pregato lui di accorrere; non voleva, ma l’ho persuaso, perchè il dottor Noli non tornerà fino a domani…. Ho fatto bene? Le pare?…

Mentre parlava la cameriera, Emilia aveva dato il passo all’uomo.

Cesare Lascaris entrò, mormorando un saluto. Emilia gli gettò uno sguardo: era alto, elegante, bruno in viso; dimostrava alcuni anni più dei trenta. La giovane lo conosceva per averlo visto in paese qualche volta.

– È dottore, lei? – gli domandò bruscamente, guardandolo dritto in faccia. – Perchè non sta a Genova? Come può essere qui in ozio, se è dottore?… Si tratta della vita di mia sorella….

Cesare Lascaris consegnò l’ombrello gocciolante alla domestica, e sorrise tranquillo.

– Se si tratta d’un caso grave, sarà forse inutile perder tempo in spiegazioni che darò dopo, – rispose. – Non appena giungerà l’amico mio dottor Noli, gli cederò il posto; ma intanto, se si tratta d’un caso grave…

Si fermò, annoiato di dover ripetersi, della diffidenza che l’accoglieva, della penombra che le imposte chiuse stendevano nel salotto e che gl’impediva di veder bene in volto la sua nemica; ma l’abitudine gli smorzò sùbito la voce un po’ vibrante.

– S’accomodi, – offerse Emilia, vergognosa del primo impeto. – Mia sorella ha avuto stamane uno sbocco di sangue….

Allora, innanzi di passar nella camera dell’ammalata, Cesare Lascaris propose una serie di domande imbarazzanti su Roberta, mentre Emilia a testa bassa di fronte a lui rispondeva precisa e chiara, con una mal celata animosità contro l’uomo, il quale aveva diritto a conoscere ogni fatto intimo della vita fisica d’una vergine.

II.

Uno scoglio scabro crivellato dalle trafitte secolari dei marosi, si tuffava nel mare ardendo sotto il sole: era uno scoglio grigio, su cui il piede s’incastrava fra le spaccature; spesso era uno scoglio bruno, quando la spuma crepitante giungeva a superarlo, colando ai fianchi in piccoli torrenti lattei.

Nella cabina drizzata a ridosso delle rocce sovrastanti alla spiaggia, Emilia vestì l’abito pel mare; un abito tutto candido, costellato di fioretti d’oro con le foglioline d’oro; i piccoli piedi ricoverati nei sandali, ella tentò studiosamente lo scoglio che li afferrava come nel pugno d’un innamorato; s’avanzò, cercò il proprio riflesso nell’onda, si buttò a capofitto, sparve, riapparve lontana, tagliando con le braccia nude l’acqua ritmicamente.

L’acqua! Emilia l’aveva sempre temuta e vi si abbandonava con un piacere non privo di fremiti…. L’acqua che poteva essere la morte, l’onda che aveva la forza di dieci leoni scatenati, l’acqua e l’onda l’attiravano, le parlavano, la cullavano perfidamente, ed Emilia non sapeva se un giorno non si sarebbero chiuse sopra la sua testa, eternando la conquista giovanile.

Il corpo di lei, peregrinando nell’abisso tra le gòrgoni, avrebbe seguito le correnti sotto il piano del mare; con gli occhi spalancati avrebbe visto gli scafi delle navi sommerse, i resti dei naviganti deformi e tentacolari per i filamenti delle alghe…. Laggiù avevan tomba molti cadaveri d’uomini e di donne, ancòra paludati dalle vele entro le barche, o avviluppati ancòra tra le erbe viscide…. Ma non godevano quiete e sentivano la vita mostruosa che pullulava intorno a loro.

Pel brivido che quei pensieri le scandevano sulle reni e sugli òmeri, Emilia si spinse allo scoglio, lo risalì, e in un accappatoio bianco dal cappuccio aguzzo stette a guardare la superficie maliarda, un po’ gonfia all’orizzonte. Il sole violento bruciava lo scoglio e la spiaggia; la donna, i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, tornò a imbrancarsi nel gregge silente delle sue fantasie, delle memorie senza forma, delle sensazioni vibrate a un tratto nel cervello, le quali parevano uscire un attimo da una guaina di cose vissute.

Emilia non era più fanciulla, ma era stata donna per così poco tempo, che i guanciali del suo letto avevan dimenticato l’impronta d’una testa maschile e la luce del suo corpo risplendeva nell’alcova deserta. Era vedova da due anni; ma il desiderio di chiudere la solitudine dell’anima le faceva sembrar quel tempo assai lontano.

Aveva gli occhi grigi; i capelli neri avvolti intorno alla testa e attorti presso le orecchie, davano qualche riflesso d’acciaio.

Ella entrava sola nel talamo e sola riposava. Le era avvenuto forse di svegliarsi nella notte e d’irritarsi per uno di quegli arguti sogni, che non lascian tregua, popolano la mente di fiamme, soffiano sulle carni; le era avvenuto forse di stendere le braccia disperatamente nell’ombra, e di piegarsi ad arco sotto lo spasimo del sogno che sfiora e sfugge…. Ma giungeva l’alba a quietarla, e il torpore invece del sonno…. Si guardava nello specchio al mattino, e vedeva sotto gli occhi puri un livido cerchio.

Anch’ella navigava per un ampio oceano di dubbii; non aveva mai trovato chi la guardasse senza invidia o senza libidine; stupita che tutto ponesse capo all’odio o all’amore, avrebbe voluto un senso nuovo e tranquillo.

I suoi pensieri sfilavano come una torma di volpi azzurre sul disco bianco della luna; si disperdevano, s’interrompevano, riprendevano tutto il giorno fra lo svolgersi isocrono d’una vita femminile incapace a mutar l’avvenire con la sola forza della propria volontà.

Emilia era votata al destino, tremendo nella sua indomabile dolcezza, che aspetta la donna, bella e giovane. Nessuno avrebbe potuto dubitarne; un altro uomo sarebbe arrivato a conquistarla poichè era giovane e bella. Doveva vivere le delizie meschine dell’amore; traversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei hanno traversato.

Ella non possedeva memorie d’amore, le quali non fossero anche ricordi di morte. Se si chiedeva chi l’aveva baciata, si rispondeva che chi l’aveva baciata era morto, lasciando la sua giovanezza in mezzo a un cumulo di rovine; una chiara fonte in un parco abbandonato.

Ma da qualche tempo i sogni molestavano la sua alcova deserta, e anche sotto la selvaggia prepotenza della luce diurna, Emilia avrebbe potuto stendere le braccia e sentir fuggire nell’aria i fantasmi quasi afferrabili, divenutile crudelmente familiari. Il corpo roseo tra la pelurie bianca dell’accappatoio sembrava chiamar quei fantasmi, nascenti dalla mollizie del bagno, ridenti nel gorgogliare delle acque, un istante prima così funeste e minacciose.

Era la vita, l’anima incoercibile della giovanezza, da cui i raggi si espandevano con lunga chioma di luce; sciogliendo l’accappatoio per rivestire l’abito da passeggio, tutto il fulgore delle membra prorompeva, saliva, stupiva ella medesima…. Quante volte non aveva sentito che la dimane era certa, e la dissoluzione aspettava ogni sua grazia mortale, così gelosamente ornata di cure assidue?

Ma il giorno era pigro, lentissimo, in quella campagna marina. Dal sorgere del sole al calar della luna sembravano passare dei secoli; dal frinire delle cicale al gracchiar delle rane, era un giorno e un’epopea di sensazioni. Il mare solo, il cielo solo bastavano per una sfilata gigantesca di spiriti senza nome.

La folla aveva dimenticato il piccolo paese. Non v’erano alberghi: visto dal mare era un gruppo e una distesa d’edifici spinti fino all’ultimo limite della terra, ove l’acqua spaziava o si drizzava nella furia delle tempeste. Dietro il vivente ammasso di case si snodava la strada, che dall’altro lato, verso le colline, aveva alcune ville non illustri, coi giardini grigi per il predominio degli ulivi.

E tutti i giorni Emilia tornava, dal bagno alla villetta, ove l’attendevano Roberta e le piccole cose le quali aiutano a precipitar le ore: un libro, una lettera, un discorso con Roberta appena convalescente, una passeggiata per le camere ombrose. Ma, breve come un lampo o lungo come uno spasimo, imperava il sogno sognato ad occhi aperti sopra una poltrona a dondolo; e le due sorelle abbandonate nelle due poltrone, sognavano ad occhi aperti con le mani sulle ginocchia in atteggiamento da idoli insensibili; mentre quel tempo precipitava, che esse dovevano piangere in avvenire per l’ineffabile attrattiva delle cose perdute.

Dì sera, il giardino era tutto una festa; certi fiori non s’aprivano se non nell’umidità dell’ombra, ed effondevano un odor vellutato, un odor misterioso di notte romantica ed antica. Fra i bassi filari degli aranci, migliaia di lucciole nottiludie trescavano, vibrando i piccoli lampi verdognoli, alternando la loro luce così, da sembrare la fosforescenza delle acque sotto i raggi di luna. Erano disposte a brevi intervalli sapienti; volavano e lampeggiavano ad intervalli, s’innalzavano fin sopra la casa e ritornavano ai filari degli alberelli e vibravano la luce mite, che bastava a inebbriarle co’ suoi giuochi puerili.

Emilia scendeva nel giardino ad aspirare il profumo selvatico delle notti serene. Coglieva a volo nelle mani bianche e sottili qualche lucciola sperduta e la posava tra i capelli, ridendo in su, verso Roberta che guardava dalla finestra. I cani abbaiavano invisibili, sui colli neri; i palmizii non si muovevano per alito d’aria; il silenzio massimo non era calato per anco sulla terra, ma già i romori s’affievolivano a grado a grado. In breve il sonno penetrava negli umili edifizii, mentre tutte le cose non umane proseguivano il loro ciclo eterno, senza fatica.

Ma innanzi al letto, Emilia si chiedeva s’ella pure avrebbe dormito. Le pareva che inutilmente la sua alcova fosse chiusa: qualcuno vi passeggiava in ispirito ogni sera. Inutilmente celava il suo corpo sotto vesti senza linee: qualcuno l’aveva già posseduto in ispirito e conosceva l’arco mortifero del suo braccio, ove la testa dell’amante avrebbe riposato presso il seno.

Le vecchie regole morali che avevano fiancheggiate la sua adolescenza, e a cui Emilia ricorreva per salvezza, si rivelavano goffe come una processione di gesuiti attraverso a una folla di donna scarlatte.

Altre volte, ogni formula imperativa era agevole, un sentiero diritto per una campagna senza sterpi; ma procedendo, a poco a poco la strada invasa da viluppi d’erba tenace, si smarriva in una palude di verde sdrucciolo.

E le idee scarne assolute dei tempi rosei mutavano in una fuga di statue, a cui il cuore appendeva corone di rimpianto o di rimorso….

Così, prima che sorgesse il dramma, la giornata simmetrica si dissolveva nel circolo del tempo.

III.

Mentre Cesare Lascaris percorreva la strada ineguale, a piccole salite e a piccole discese, tra il villaggio e Pieve di Sori, Emilia comparve ritornando dal bagno, per un viottolo di fianco digradante al mare.

Aveva un gaio abito lilla, e camminava con passo così leggero, che non avrebbe lasciato orma se il terriccio fosse stato di cera liquefatta. Portava alta la testa, un po’ indietro; fra le labbra semichiuse apparivano i denti candidi.

Ambedue i giovani eran diretti verso Pieve, a una passeggiata; da parecchi giorni non si erano visti. Emilia gradì l’offerta d’accompagnarla.

Imperava dovunque una molle rilassatezza. La campagna verde, a sinistra, inturgidiva sotto il calor sensuale; oltre la strada, a destra, il mare si stendeva ampio; e tra i due azzurri cupi del cielo e delle acque, una vela, porporina di raggi, somigliava a una svelta lingua di fuoco. Era uno di quei giorni frequenti, in cui la complessa vita d’ogni cosa ha una solennità d’indimenticabile concordia; e dagli umili ai più alti gradi della scala creativa, tutto gioisce d’un benessere il quale sembra eterno, senza possibilità di mutamenti, senza ricordi d’altri stati meno giocondi. Nulla rammentava il tempo, la parabola triste, la decadenza, la morte; era nell’aria una galoppata di note ilari, un inno d’oblio e d’impassibilità quasi non crudele per ogni miseria.

Emilia aperse il parasole bianco a merletti: intorno alla testa e alle spalle, le sfolgorò uno scudo rotondo, una parma di luce scintillante.

Ella sentiva la gioia d’essere tra quella pomposa gioia di vita; Cesare al suo fianco, ritraendosi un poco, la studiava furtivamente.

Parlarono, sul principio, di cose leggère, variazioni di temi comuni cui era troppo difficile sfuggire in quel giorno: la tranquillità della campagna, i paragoni tra la campagna e la città, furono i temi. Poi Emilia parlò di sua sorella.

Percorrevano allora l’ultimo tratto di strada nelle vicinanze di Pieve; a destra, il muricciuolo di riparo era finito, e sul pendio scendente alla spiaggia, i pini marittimi svelti s’arrampicavano, chiudendo tra i naturali intercolunnii le trasparenti chiazze dell’acqua cerulea.

Emilia, di tempo in tempo, guardava Cesare in volto, ed egli vedeva i due occhi grigi sotto le ale delicate delle sopracciglia fissarsi in lui con espressione di grande fiducia.

Molte piccole cose significanti erano avvenute, da quando la cameriera di Emilia era corsa a cercarlo per supplire momentaneamente il dottor Noli al letto di Roberta.

Cesare aveva preso vivo interesse alla malattia di questa, aveva confortato Emilia con parole d’amicizia, le quali eran giunte strane e inaspettate a lui medesimo; e allorchè Roberta s’era infine potuta levare, l’opera del buon dottor Noli era parsa alle due sorelle ancor meno efficace, ancor meno provvidenziale che il soccorso opportuno di Cesare.

E, – fra le grandi cose, – dal giorno in cui la malattia aveva fatto la sua ricomparsa, qualche legame non visibile aveva aggiogato le due donne alla sorte del giovane; l’invitto soffio del destino aveva sfiorato le tre esistenze.

– Dunque, – domandò Emilia, acuendo l’intensità dello sguardo, – Ella non crede mortale la malattia di Roberta? Fra tanti medici consultati, non uno mi ha detto chiaramente si trattasse d’etisia…. Se fosse altro, una cosa semplice? Non è possibile? Mi dica….

Cesare pensava all’immancabile fatalità che tutti quanti sono a fianco d’un ammalato s’ingannino sull’importanza e sui progressi del morbo. Il bisogno di sperare è testardo nell’uomo; e Cesare aveva udito parecchie volte i consanguinei negar l’evidenza, e gioire del miglioramento che precede di ventiquattr’ore la morte.

– È possibile, senza dubbio, – egli affermò, dopo essersi interrogato e risposto che non aveva alcun motivo a mostrarsi rudemente sincero. – La signorina Roberta è assai giovane, e, oltre questo, ogni momento s’incontrano dei casi di guarigione spontanea.

– Non è vero? – esclamò Emilia, arrestandosi un attimo. – Essa è uscita dal letto, passeggia, si nutre volontieri; sta proprio bene…. Come potrebbe riammalarsi?…

Cesare lanciò alla donna uno sguardo non visto. Quella fede assurda, quell’inganno puerile, in cui Emilia cadeva, pel solo indizio che i moribondi giacciono a letto e Roberta era in piedi, commossero l’uomo, il quale sapeva l’avvenire. Trovò dolce essere assurdo a sua volta e negar l’evidenza, come una sfida al domani…..

– Non dubiti, – soggiunse, – è certo che altre crisi non si presenteranno.

– Anche il dottor Noli me lo ha fatto sperare…. Sarebbe così terribile! – mormorò Emilia, rivedendo con la memoria la giornata di sangue. – Abbiamo tanto sofferto, l’ultima volta!… ed io ho accolto Lei in un modo abbastanza strano, – aggiunse mentre sorrideva quasi umilmente.

Oh sì, in modo strano; lo pensava anche Cesare, il quale per l’abitudine di ricercar le cause, da qualche tempo andava studiando le ragioni che lo avevano indotto, a frequentare la casa delle due sorelle; e aveva creduto trovarne una, nella orgogliosa necessità di farsi ben conoscere, di mostrarsi migliore di quanto egli non fosse, poichè ancòra gli stillava nell’animo la ferita dell’ingiusta diffidenza.

Ma pronunziò sùbito alcune frasi comuni, per rassicurare Emilia sulla impressione di quella accoglienza; ed egli stesso in fondo all’animo sentiva una curiosa tenerezza per la ruvidità inabituale, che la donna aveva mostrato nel terribile giorno di paura e di sollecitudine.

– Roberta è tutta la mia vita, – ella disse. – Quando non vi fossero tra me e lei così stretti vincoli di parentela, basterebbe la delicatezza della sua salute per rendermela cara, preziosa…. Per ciò, ho diritto a sapere, come una madre; ho diritto a non essere ingannata pietosamente.

Ancòra la franchezza delle parole piacque al Lascaris, quantunque fosse ben lungi dal riconoscere quel diritto, o almeno la necessità di obbedirgli.

Ella taceva, guardando alcune donne, le quali andavano a rivendere, con un canestro di pesce o di frutta sulla testa; due carri uno dietro l’altro, a quattro o cinque cavalli in fila, romoreggiavano pesantemente, e nella discesa il freno guaiva sui toni più striduli. Cesare approfittò dell’attenzione ch’ella prestava allo spettacolo caratteristico, per osservare con qualche agio la sua compagna.

Appariva tranquillamente superba di bellezza; irradiato dal senso di equilibrio ch’era in ogni cosa intorno, il volto calmo aveva particolari squisiti: gli occhi grigi a mandorla ornati di ciglia lunghe, il naso diritto con piccole narici, la bocca purissima dalle labbra vive.

Conservava fresche le linee, che il male aveva atrofizzate o guaste in Roberta; onde, la figura era snella, la elasticità delle membra era nel passo libero e ritmico, nei movimenti di grazia, nella stessa curva del braccio e della mano, con cui sosteneva l’ombrellino presso la spalla.

Infine, coi capelli neri, potenti di attrazione, ella risvegliava l’imagine di una donna orientale, e ancòra molte imagini di obliosa mollezza in qualche stupendo gineceo.

– Come si sta bene, qui! – riprese, guardandosi in giro. – Noi volevamo partir dopo i bagni, ma il dottor Noli….

– Certo, – esclamò il Lascaris vivamente. – Sarebbe pericoloso ricondurre la signorina a Milano durante l’inverno.

– Per ciò, rimarremo. Ho già prolungato l’affitto per tutta la stagione invernale…. Il paese è tanto tranquillo….

E s’interruppe, aspettando ch’egli dicesse se partiva dopo i bagni; ma l’uomo tacque, sembrandogli stranamente che l’annunzio avrebbe preso un significato d’intenzione.

– Siamo a Pieve, – egli disse, con un gesto alle case, dove la piccola discesa moriva. – Vuole andare avanti?

– No; riposo un poco, e poi ritorno.

Emilia traversò la strada, scelse un rialzo coperto di spessa erba, verso il mare, e sedette. Cesare restò in piedi, contemplandola.

“Com’è bella!” – pensò fanciullescamente.

Per vent’anni di vita vera, e per dieci di professione medica, egli non aveva conosciuto se non il piacere comune, e s’era fatta l’abitudine di ricevere le lettere femminili che parlassero d’una voluttà testè morta, e ne promettessero altre per la dimane. Dell’amore, nulla più gli era noto: non gli ostacoli stimolanti, non i contrasti gravi, non alcuna delle condizioni per le quali la necessità fisica si purifica. Egli aveva appena assaggiato qua e là, gustosamente.

Ma in quell’ora, a fianco d’Emilia, Cesare cominciava a provare una specie di deliziosa angoscia, turbato dal presentimento del destino.

– Sì, è molto tranquillo il villaggio, – egli soggiunse, – e ci si diventa molto pigri. Io non mi occupo di nulla, e non trovo tempo di scrivere agli amici.

– Io pure, – disse Emilia sorridendo, – non ho che abitudini d’ozio….

Essi erano perduti, dimenticati in fondo al paese. I treni passavano frequentissimi, trascinando gente ignota a ignote fortune; ma in gran parte procedevano oltre, e non rimaneva nell’aria se non l’eco d’un fischio stridente, e qualche latteo globo di vapore.

A mezz’ora di cammino, a Nervi, la vita era già più intensa; la rinomanza de’ suoi alberghi e la bellezza della sua marina vi chiamavano ogni anno una varia folla di stranieri, malati d’anima o di corpo, o abituati a climi tepenti.

E intensissima, febbrile, tumultuosa, era la vita a Genova, dove Emilia, per unica distrazione, si recava spesso con Roberta. Lasciata la carrozza, le due sorelle andavano a passeggio per le grandi vie e per le viuzze stipate di botteghe, quasi ad un viaggio d’esplorazione, su per le lunghe salite, a capriccio, felici quando arrivavan da sole a qualche altura, che dominasse la città, il porto, il mare ampio e multicolore. Non conoscevano persona, a Genova; non capivano una parola dei dialetto serrato ed aspro; godevano di sentirsi forestiere, e di passare a fianco d’una folla che le ignorava; l’andirivieni della gente, il frastuono dei carri, la sfilata fitta dei negozii, davan loro l’idea d’un gran mercato sempre in tumulto; e diversamente che a Milano, ove sapevano a memoria i nomi delle ditte principali, e credevano sapere tutte le abitudini della città, – gustavano a Genova ogni volta qualche cosa imprevista, e osservavano l’ansia della vita romorosa, estranee come a uno spettacolo. Sul tardi riprendevano la carrozza per tornare a casa, raccomandando al cocchiere di non frustar troppo. Esse temevano un poco; ma la gita le divertiva appunto perchè le discese ripidissime, la strada spesso parallela alla via ferrata, incutevano un’ombra d’attraente pericolo. Qualche volta, il treno le sopraggiungeva, rapido e formidabile; e il cavallo, fermo innanzi alle barriere, drizzava le orecchie, volgeva la testa a guardare.

Era l’attimo più commovente della passeggiata; le giovani si stringevano la mano, sorridendo. Il mare pompeggiava, solenne di quieta potenza; le ville davano al paesaggio la nota leggiadra o maestosa, incensando l’aria coi profumi dei giardini, e tagliando il cielo puro coi ricami aggrovigliati o con le punte argute degli alberi. Di frequente il sole era tramontato, e la carrozza saliva ancòra l’ultima ascesa tra Nervi e Sant’Erasmo; i monelli sulle porte schiamazzavano; qualche carro, con le ruote pesanti affondate nel terriccio, ingombrava la strada, e nella penombra risonavano gli aizzamenti gutturali degli uomini, i tintinnabuli dei muli e dei cavalli inarcati a trarre il veicolo. Arrivavano a casa, le due sorelle, quando già i fanali modesti fiammellavano sul verde cancello del giardino; correvano, salivan presto le scale, trovavan l’uscio spalancato e la cameriera impaziente. Sulla tavola lumeggiata da un’alta lucerna a colonna, la tovaglia, il vasellame, le posate mandavano bagliori; e la serata cominciava, tutta bella d’intimità. Non v’erano se non i radi colpi di tosse, che potessero mettere sul volto d’Emilia una nube fugace….

– Vuole che torniamo? – disse a un tratto la donna, alzandosi e incamminandosi.

Essi ripresero la via, involuti nella sensazione della complessa irresponsabilità delle cose, la quale sovraneggiava ovunque.

– I suoi amici stanno a Milano? – riprese quindi Emilia, più audace perchè rifletteva sempre troppo tardi.

– Quasi tutti, – disse Cesare. – Ma veri amici non ne ho: colleghi, compagni di studii, conoscenze: legami, infine, che non resistono alla lontananza….

Mandò un respiro di sollievo, perchè gli sembrava d’aver detto molto con la parola legami. – “Avrà capito?” – si chiedeva, studiando sul viso d’Emilia l’impressione della risposta.

Ed Emilia, che camminava con lo sguardo a terra, parve ergersi più dritta, liberata da un peso invisibile; alzò gli occhi, incontrò gli occhi del Lascaris, e si trattenne a forza per non sorridergli.

“Com’è bella!” – ripensò questi, un po’ umiliato di non trovare altro per lei.

Ella non era corpo soltanto, ma uno spirito, un pensiero, un’anima; e tuttavia dal cuore di lui non salivano con violento impeto, se non quelle tre parole, che l’avrebbero fatta arrossire, s’egli le avesse pronunziate.

Emilia fu punta da un brusco rimorso. Aveva dimenticato Roberta. Perchè aveva potuto dimenticarla e parlarne tanto poco e non insistere sulla guarigione inattesa?

Disse allora, con voce tutta diversa:

– Dunque, è ben certo, signor Lascaris, che possiamo considerar salva Roberta? Non v’è pericolo d’una ricaduta, d’un peggioramento subitaneo?…

Preso all’impensata, in mezzo a visioni così lontane dalla malattia, dalla morte, da quella giovanetta, ch’egli considerava col dispregio compassionevole d’un artista per un bel quadro screpolato, Cesare ebbe la tentazione abbacinante di gridare ad Emilia:

“Non legarti a lei; è condannata. Tu sei per la vita, ed ella è per la morte. Tu hai i diritti di quelli, che il genio della specie ha creato a tutela della sua purezza, e Roberta ha i doveri di rinunzia, che il suo male e il pericolo del contagio le impongono”.

Esitò un lampo a rispondere, e già Emilia s’era arrestata, esclamando con voce angosciosa:

– Ma Lei non m’inganna, dottore? Non avrà coraggio di farmi sperare nell’assurdo, se fra poco?… Non m’inganna, non m’inganna?…

Il grido confermò Cesare nell’assoluta necessità d’ingannare. Le ansie precedenti una catastrofe sono tutte inutili, e più torturanti per l’incertezza del giorno e del modo. S’egli avesse detto la verità, da quell’ora Emilia sarebbe vissuta in uno strazio continuo, col dovere continuo di portare una maschera intollerabile di fronte all’ammalata. Quando l’inganno non fosse stato più possibile, egli l’avrebbe confortata, dimostrandole la carità dell’antica menzogna.

Afferrò dunque la mano stesa dalla donna quasi ad implorare, e stringendola nella sua, rispose con fermezza:

– Le dò la mia parola, signora, ch’io non dubito dell’avvenire…. La signorina Roberta è guarita….

– Quanto le sono grata! – esclamò Emilia, riprendendo il cammino a fianco di lui.

Poscia cedettero senza rimorsi al piacere di parlar di sè, obliando un’altra volta la fanciulla. Quando passarono innanzi al viottolo digradante al mare, pel quale Emilia era comparsa e s’era incontrata col Lascaris, lo guardarono ambedue un istante, e trovarono bellissima la scorciatoia stretta, impedita qua e là dagli arbusti scortesi.

Parlarono degli amici, figure scialbe divenute più pallide in quell’ora di porpora.

Emilia descrisse le sue conoscenti, sfiorandole con la satira femminile; Cesare usò la satira maschile, un po’ rude, che aveva talvolta la gravita d’un rancore; e l’iconografia servì a riempire qualche lacuna, accennando ai luoghi visti in tempi diversi da ambedue, e alle persone conosciute dall’uno e dall’altra.

Infine, l’ultimo tratto di strada fu silenzioso, angustiato dal prossimo breve distacco e dal problema d’occupare la giornata, il cui inizio era sorto pieno di vibranti speranze, di tremanti desiderii.

Ammirarono insieme il ponte della ferrovia, a cinque grandi arcate, le quali incorniciavano cinque enormi quadri d’orizzonte, d’azzurro, di verde e di casupole: sfida insostenibile alla meccanica arte umana.

Cesare accompagnò Emilia fino all’ingresso della villetta, spalancandole innanzi il robusto cancello che cigolava.

Dall’ombra dei palmizii uscì incontro ai due giovani la figura curva e malaticcia di Roberta; si avanzava adagio, svogliata, trascinando seco una folla di disgusti, e fra le mani teneva un gran libro di racconti fantastici.

La fosforescenza, ch’è nel sorriso e intorno al corpo degli innamorati, si spense tosto intorno a Cesare e ad Emilia.

IV.

Da quel giorno, i pensieri di Cesare Lascaris si fecero così duttili e balzani, ch’egli avrebbe potuto comporne un facile poema, se avesse avuto l’espressione letteraria e la pazienza d’arrestare gli scoiattoli molleggianti sulle branche della fantasia.

La fantasia gli divenne più elastica, e dovunque gli presentò visioni, lo deliziò coi gesti ricordati della donna e con la melodia della voce femminile; il paesaggio gli riapparve asservito alla bellezza di lei; più che quadro, umile cornice.

E visse tra una flora mortifera di figurazioni sensuali.

Erano gli occhi grigi, ch’egli prediligeva? E i capelli bruni, e la giovanezza, e il corpo alto, sottile? Sì, era tutto questo.

Nell’animo di lei voleva un’indefinita stanchezza, come per atavismo? Voleva quell’ingenuo senso della vita, che disarma una donna e la dà intera all’uomo capace di dominarla? Sì, tutto questo voleva.

Ma tutto questo era in colei, la quale il destino gli aveva offerto nella solitudine della mite campagna. La sua vista gli aveva dato una tortura insoffribile.

Sarebbe dovuto passare per la solita trafila, prima di giungere a lei? Aprirle le braccia, non doveva bastare? Si sarebbe offesa, s’egli le avesse chiesto un bacio senza averle mai parlato d’amore? La sua bellezza l’attraeva così, ch’egli aveva vergogna di perdersi in lunghe e successive preghiere.

Perchè non comprendeva ch’egli l’avrebbe amata sempre? Qualcuno intorno a lei, poteva farsi amare e rapirla?

Essa era tutti i profumi più voluttuosi, tutti i suoni di una lenta orchestra invisibile, tutta l’iride dell’amore, tutte le promesse dei paradisi orientali.

Egli doveva dirle che per lei avrebbe dato il suo sangue, la sua vita, il suo orgoglìo; che avrebbe abbandonato gli amici, sfidato il mondo, portato superbo il più greve giogo da lei imposto; che avrebbe rinnegato ogni fede, e avrebbe avuto la sua sola fede, la sua religione.

Sì, tutto questo doveva dirle; farla sorridere e pensare, turbarla, agitare le sue notti con visioni ardenti.

Ch’ella non avesse più requie se non fra le sue braccia.

Che gli giungesse assetata di voluttà. Il bacio dell’uomo le avrebbe comunicato un sì lungo spasimo di piacere, da toglierle la percettibilità d’ogni altra sensazione; e il suo corpo si sarebbe piegato, contorto, allacciato a rosee spire sotto le labbra di lui.

Non doveva essere più nulla di conosciuto, se non una splendida forma armonizzata dalla passione.

Ma eran parole o intricate formule di magìa, capaci di denudare colei?

Dove le avrebbe egli scoperte, in qual lingua, fra quali documenti di anime appassionate?

Era dunque possibile che le agili e bianche dita salissero al corpetto e intonassero la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano?

E tuttavia qualcuno l’aveva già posseduta…. Quale uomo? Un uomo scomparso, travolto nell’eternità, lasciando ad altri, per altri, il fiore da lui appena schiuso e intravisto…. Ma da tempo sì lontano – (la voluttà più astuta non lascia traccia se non in ricordi simili a pigmei, i quali corrano dove son passati i giganti) – da tempo sì lontano, che il corpo della donna era puro, immemore, e i frutti del suo seno avevano obliato le labbra tremanti del maschio.

A pranzo in casa di lei, un giorno Cesare potè contemplarla perdutamente e vivificar le limpide acque della fantasia, in cui l’imagine d’Emilia si rispecchiò senza più timore di venir cancellata.

Fu un pranzo al chiaro di luna, perchè cominciato assai tardi aspettando il dottor Noli, che giunse nella penombra del grasso pomeriggio estivo. La luna, sorta dietro le rocce di Portofino, interamente rossa in un guazzo rosso a filamenti, era nell’ascesa diventata a mano a mano pallida, aveva preso la sua espressione di bamboccio anemico e imbronciato. Al momento di chiuder la finestra e d’accendere, i raggi entrarono inattesi, le lampade furono dimenticate, e il pranzo continuò tra il pulvìscolo argenteo.

In faccia a Cesare, Emilia apparve quasi un busto marmoreo.

Pel cielo correvano alcune nuvole fioccose; non velavano ma attutivano il raggio, facendolo più molle e più serico. La luna restava sullo sfondo cilestrino a guardar dolente le nubi che sfilavano, disperdendosi in forme rapide e balzane.

Emilia si levò, mentre sull’astro le nuvole gettavano il velo traslucido; e si rivolse a prendere un Trionfo d’argento che non avevan ricordato di porre in tavola. Ritta allora così, col Trionfo carico di tonde pesche mature e di grappoli d’uva ricadenti, la donna si fermò innanzi alla finestra, giusto nel punto in cui succedeva alla gradazione della luce pulviscolare, una più tenue e morbida. Fu illuminata intera, tra una gloria di bianco lucido, di bianco latteo, e di bianco….; parve più alta, la testa cinta nel diadema di nerissimi capelli, gli occhi grigi dilatati dalla notte; una divina statua.

Cesare fu preso dal bisogno istintivo di parlar sottovoce, d’ascoltar qualche racconto strano e cadenzato, il quale, come un fresco ragnatelo d’argento, gli avvolgesse il cuore….

Si rattenne a pena dall’esprimere l’idea bizzarra, per quei due, Roberta e il dottore, che continuavano a vivere la vita normale. Ma ebbe il sottil gaudio di penetrar lo spirito d’Emilia, di sentirlo inebbriato dalla scena fantastica. Anch’ella era lontana dalla vita normale, in quella sera avvolta nel ricco manto della luna; quasi il pulviscolo bianco le fosse passato attraverso le carni, dando all’anima di lei una luminosità maravigllosa, una chiara gaiezza, quasi ella sorgesse formalmente e sostanzialmente nuova da un bagno di liquidi metalli….; mentre il dottor Noli e Roberta parevano due livide caricature, che assistessero senza sospetto al mistero della duplice ebbrezza, spellando gravemente le turgide pesche succose….

Quella fu la scena prediletta in cui Cesare volle conservare l’immagine di Emilia, e le limpide acque della fantasia la ritennero poi per sempre, in uno specchio senz’appannature.

V.

Roberta si svegliava di notte improvvisamente e si ascoltava respirare: il respiro era tranquillo; sotto la scapola sinistra, il dolore sordo non rodeva più. Se le piccole macchie rosse, i nuclei di macchie sul petto e su le spalle non avessero rammentato la minaccia, il gran male sarebbe parso dominato per intero.

Ma erano tuttavia frequenti le notti d’insonnia con la paura dell’oscurità, in cui s’annidavano i pensieri che durante il giorno non osavano prender figura e avvicinarsi.

Roberta stava distesa sul letto, ad occhi aperti; le visioni pispigliavano nell’ombra, e se ne udiva il passo cauto o il volo maligno d’arpia; qualche inesplicabile romore nella camera o in giardino dava tal brivido alla fanciulla, che le tempia le s’imperlavano di sudore, ed ella era incapace d’allungar la mano ad accendere il lume.

Talvolta, lungo tutto il litorale, per tre giorni e tre notti di sèguito urlava il vento; soffiasse dalla montagna o sibilasse dal mare, aveva una voce straziante d’assassinato, una voce furiosa di chi scuota la porta per ripararsi, e negli intervalli, una flebile voce di sarcasmo, la quale prometteva nuovi assalti, nuove grida, nuove violenze.

La fanciulla dimenticava le proprie angosce e viveva con l’anima al di fuori, in ispirito nella campagna, tra le chiome convulse degli alberi, che disperatamente si torcevano e ricadevano nell’aria.

Quando aveva ben teso l’orecchio ad assicurarsi la sinfonia notturna non fosse soprannaturale, accendeva il lume e si guardava in giro. La consolavano un poco gli oggetti con le loro forme conosciute, la tavola, il divano carico di libri, il cassettone su cui posava un alto specchio; ma a confortarsi meglio, scendeva dal letto e correva a scrutar dalla finestra.

In quel mezzo-nudo virginale, l’unica bella cosa era la camicia dalle tinte pallide, coi merletti intorno alle maniche e al collo, col monogramma dominato da una coroncina senza significato gentilizio. Sotto il tessuto azzurro si ricoverava la magrezza ch’era quasi deformità, e fuori balzavano due spalle pungenti: due mani allacciate con forza intorno all’esile busto della giovanetta, avrebbero potuto ritorcerlo come un virgulto.

Ella guardava dalla finestra in giardino, cercando distinguere attraverso la tenebra.

I confusi moti dei due palmizii rispondevano all’urlìo più accanito del vento, al rombo più profondo del mare; v’era dunque la logica dei fenomeni e nessuna vittima umana rantolava presso la villa, come pareva.

La cosa era semplice ma rassicurante; e aprendo l’uscio della propria camera, la fanciulla volgeva l’attenzione al silenzio della casa; di là dal gran salotto centrale, la camera d’Emilia aveva la porta spalancata, la soglia rischiarata mollemente da una rosea lampada notturna.

Emilia godeva di tale incredulità per ogni cosa non verisimile, che qualche volta Roberta n’era offesa; l’equilibrio de’ suoi nervi era assoluto e le avrebbe permesso di addormentarsi alla porta d’un cimitero; gli usci bene assicurati, Emilia non temeva nulla di soprannaturale, e non ammetteva ciò che sfuggiva alla logica.

Una notte in cui aveva udito lo scricchiolìo lento dei mobili, e il passo cauto, e il volo maligno di visioni febbrili, Roberta balzò dal letto e corse alla camera della sorella.

La lampada proiettava sopra Emilia dormente un raggio opaco e calmo; gli occhi chiusi con le nere ciglia abbassate, la bocca chiusa con le labbra raccolte a un’immobilità statuaria, le braccia nude e composte lungo i fianchi, indicavano una pace secura, la vittoria della giovinezza su gli abituali sogni voluttuosi. Si sarebbe detto ch’ella si fosse abbandonata al sonno quasi sopra le acque inesplorabili e serene d’un gran fiume che conducesse al nulla….

Roberta indugiò un istante a contemplarla, tra il rispetto e l’invidia; ma mentre stava per tornare alla sua camera, rammentò d’averla lasciata oscura, e si decise.

– Emilia, – disse cautamente, – Emilia, Emilia…. – posando una mano sul braccio della sorella e pensando che se qualcuno avesse chiamato lei Roberta nella notte, ella avrebbe gettato un grido dì spavento.

Ma Emilia si drizzò a sedere, uscendo dal sonno per entrar con agile prontezza nella realtà, senza stati intermedii. Le due punte dei seni urgevano vigorosamente la camicia, quasi visibili; e le lenzuola abbassate scoprivano la linea del busto fino ai fianchi.

– Sei tu? – chiese con la voce velata. – Che vuoi?… Non ti senti bene?…

Roberta esitò, ancòra in contemplazione di quel bianco volto sotto le trecce nerissime, di quegli òmeri giovanili e freschi; pensò che sua sorella avrebbe potuto lasciare il letto così, vestirsi, e comparire fra la gente, senza nemmeno rinfrescarsi il viso.

– Non hai udito un romore? – disse la fanciulla. – Un romore strano?

– Quando mai? Non è possibile: tutti gli usci sono chiusi….

Roberta crollò la testa a quell’argomento di prammatica: Emilia non ammetteva i romori se non quali indizio di fatti comuni e di persone vive.

– Avrai udito schioccar la frusta sulla strada, – ella riprese sorridendo. – A quest’ora ci son sempre dei carri che passano….

– No…. Infine, ho paura, – dichiarò l’altra, più inquieta per quelle ipotesi, ch’ella aveva già fatto e aveva dovuto respingere…. – Ho una paura terribile…. Mi permetti di dormire con te?… Solo fino a quando si rifaccia chiaro, solo fino all’alba….

Gli sguardi d’Emilia non seppero dissimulare e percorsero tutto il corpo infermiccio della sorella, il corpo madido d’un mador contagioso. L’istinto non affievolito dalla vita diurna si ribellò all’idea d’un sacrificio senza ragione, per le paure infantili della ragazza. E, come a spegnere l’espressione di turbamento, girando incerti gli occhi per la camera, Emilia rispose:

– Che pazzia, cara? Che cosa ti passa per la testa? Sai pure che non c’è nulla, nulla affatto a temere…. E poi, non abbiamo mai dormito insieme….

Ma Roberta aveva afferrato lo sguardo e l’aveva compreso con la sagacità dei malati, sempre vigili a quanto può consolarli e a quanto può ferirli….

– Hai paura? – disse con un gesto di sdegno, serrandosi nelle spalle. – Hai paura di prendere il mio male, non è vero?… di diventar brutta?… Non disturbarti: vado via….

Trovò nell’umiliazione il coraggio per sfidare le notturne inquietudini, ed uscì prestamente, s’inoltrò nel buiore delle altre camere, senza curar la sorella, che aveva steso un braccio a trattenerla.

Emilia restò a sedere sul letto qualche tempo, meditando gli argomenti offerti dall’istinto egoistico per giustificare il suo rifiuto: poi si vinse, e gettò da un lato la leggera coperta.

Nella fretta e nel bisogno di buttarsi qualche cosa su le spalle, afferrò l’accappatoio bianco che giaceva sopra una sedia. Aveva, l’accappatoio, una sottil fragranza di mare e di sole; conservava fra le pieghe i sogni luccicanti pullulati dalla mollizie del bagno; era un emblema di salute e di vigor giovanile. Emilia lo spiegazzò fra le mani e lo indossò con furia, quasi tentasse far tacere quei ricordi carnali.

Quando fu nella camera di Roberta, il singhiozzo prolungato e sommesso della ragazza la guidò fino al letto, e trovatala nel buio, si chinò ad abbracciarla.

– Perdonami, – disse Emilia; – mi hai colta nel sonno e ti ho risposto bruscamente; non sapevo quel che rispondessi…. Vedi che sono qui, ora?… Ti domando scusa….

Meglio sarebbe stato il fatto di coricarsi vicino a lei, di consolarla, rassicurarla così; ma non appena presentatosi quel pensiero, l’istinto lo combattè con tutte le forze, come un sacrificio inutilmente dannoso e forse inapprezzato.

Roberta, aggomitolata e lagrimosa, massa oscura nell’oscurità più tenera del luogo, non disse parola; Emilia, cercata una sedia a tastoni, la trascinò presso il capezzale, e vi si sedette, raccogliendosi intorno l’accappatoio.

Non pensò ad accendere il lume; rimase immota, sentendo calar sul cuore l’ingiustizia della sorella, che non le aveva aperto sùbito le braccia. I suoi occhi fissavano la giovanetta oscura e singhiozzante, o vagavano tra le forme volubili del nero, desiderando invano che il quadrato della finestra s’illuminasse a poco a poco della tenue alba estiva.

Il sonno era svanito. Emilia riprese a parlare, e le parole fluivano nel silenzio notturno, vibranti e squillanti sotto l’onda d’un’irritazione contenuta.

– Suvvia, Roberta, – disse, – perchè continui a piangere?… Perchè hai paura di tutto, come una bambina? Bisogna essere meno deboli, più ragionevoli…. Non ti è mai venuto il dubbio d’essere ingiusta, con me? E tuttavia lo sei, lo sei troppo…. Io non ho fatto nulla di bene perchè conto poco sul tuo animo…. Ti ho dato solo dei consigli: ti ho pregato di condurre una vita più attiva, di non rimaner l’intero giorno nella tua camera, di non leggere fino a indebolirti; ti ho pregato di tante cose semplici, che pure ti avrebbero giovato…. Ma tu sorridi, quando parlo io; la mia buona volontà si spezza contro la tua diffidenza…. Non ti sembra, Roberta, ch’io abbia diritto a vivere una vita mia? Ora, invece io vivo solamente della tua, mi trovo inceppata, schiava, ho sempre timore di spiacerti…. Non me ne lagno; sarei felicissima se tutto questo avesse un resultato…. nella tua affezione, per esempio…. Quando sono rimasta vedova….

Il ricordo che le si presentava così repentino l’arrestò a un tratto perchè le doleva crudelmente. Ella era stata moglie innamorata, più che affettuosa; l’amore era conseguito dal bisogno di trovare un senso nuovo intorno a sè, il quale non fosse parso desiderio volgare; e mentre l’uomo intendeva a crearle l’esistenza sognata, la morte era sopraggiunta, e ogni cosa erasi ridotta a parvenza d’un’idealità intravista, d’una rarità avvicinata e scomparsa…

Roberta non piangeva più, ma raddoppiando d’attenzione, tentava figurarsi il volto e l’atteggiamento d’Emilia. La cercò a lungo con lo sguardo senza muoversi e scoperse infine una forma chiara, diritta; ascoltò il rimprovero, pensando che le parole erano inutili e rimaneva il fatto, il ribrezzo mal celato; s’indugiò con gli occhi a quella forma quasi chiara e diritta, indovinando l’ombra scesa sulla fronte della donna.

– Quando sono rimasta vedova…. – continuò Emilia, dolorosamente colpita che Roberta non l’avesse interrotta e l’obbligasse a compiere la frase, – io ti ho promesso di non allontanarmi da te, e tu mi hai promesso la tua affezione più devota…. Dovevamo percorrere la nostra via insieme, veramente da sorelle…. Io non ho ancòra nulla da rimproverarmi…. E tu, Roberta? Non hai nulla da rimproverarti? Ti sembra di amarmi quanto ti amo io?… Roberta?… Non mi ascolti?… Non vuoi rispondere?

Allungò la mano vivamente, incontrò sul tavolino la candela e l’accese….

La fanciulla appoggiava un gomito al guanciale, stando coricata di fianco sopra le coperte; alla luce inattesa si rannicchiò dentro la camicia per nascondere le gambe smagrite. Ella andava macchinando molte ragioni da obiettare, molte dure e taglienti parole, che avrebbe pronunziato senza ritegno col favore dell’oscurità; ma il lume acceso le smagò l’energia necessaria, e le ragioni e le parole si dispersero.

Guardò di nuovo Emilia avvolta nell’accappatoio bianco, da cui sorgevano il collo tornito e la testa fiorente di vitalità; le gambe chiuse nelle calze di seta nera erano accavallate l’una sull’altra; e i piccoli piedi, seminascosti in piccole pantofole rosse. Quello spettacolo di giovanezza, quella giovanezza piena, la quale pareva dicesse: – “Io sfiorisco lentamente qui, ma qui non dovrei essere, e il mio destino è più forte d’ogni calcolo pietoso,” – riattizzarono in Roberta l’energia per le parole amare.

– Ecco, – rispose chinando la testa a osservarsi le mani, perchè non osava sostenere lo sguardo interrogativo e dolente di Emilia, – senza dubbio quanto tu dici è vero; ma io non ti aveva chiesto di ricordarmi i tuoi beneficii…. Mi sentivo male, stasera, e avevo paura…. Sai che io sono una sciocca e non ragiono bene come te…. Avevo paura, son venuta nella tua camera, e tu mi hai mandata via….

– Ma è falso, Roberta!

– No, non è falso: mi hai mandata via…. Perchè? Potresti dirmelo, tu che mi ami tanto, potresti dirmi il motivo pel quale non mi hai concesso di passar teco la notte? Non è forse perchè ti faccio orrore, perchè sai che la mia malattia è probabilmente contagiosa; perchè hai ribrezzo di tua sorella, infine?…

– Roberta, che cosa dici?

– Hai ribrezzo di tua sorella, e sei stanca di doverle prestar le tue cure…. Tutto ciò, io l’ho capito, l’ho visto ne’ tuoi sguardi, non soltanto questa notte, ma da tempo, dal giorno in cui ti è venuto il dubbio ch’io fossi tisica, tisica, tisica!…

Nello sforzo di lanciare le terribili parole, s’era spinta innanzi col busto, protendendo il collo scarno; e coi capelli sciolti per le spalle, arruffati sugli occhi, sembrava una magra femmina selvaggia che gettasse un grido lugubre nella notte; di sotto gli archi sopraccigliari saettava una corrente d’odio.

– Ascolta, Roberta…., – disse Emilia, sgominata dalla subitanea trasformazione della giovanotta in una energia fisica, urlante di rivolta e di dolore.

– No, tutto questo mi fa peggio di qualunque malattia, – seguitò Roberta senza curare l’interruzione. – Sei venuta a rassicurarmi, dici, e resti lì, inchiodata sulla sedia, studiando di non avvicinarti…. Se ti chiedessi di stringermi forte fra le braccia, di mettere le tue labbra sulle mie, rifiuteresti inorridita…. Sei la mia condanna, tu che mi vuoi bene…! Ah sì, i medici mi confortano, mi dànno a sperare, ma io vedo che le loro parole sono false, perchè tu me lo fai capire ad ogni istante, me lo dici ogni giorno, ch’io sono ammalata per sempre…. E non hai compreso, Emilia, non hai compreso che io non voglio morire? che ho il terrore della morte, che non posso dormire per quell’idea? Voglio vivere, vivere, vivere, come te, come gli altri, perchè sono giovane, perchè ne ho il diritto, perchè….

E senza compiere la frase, spalancando, le braccia nell’aria disperatamente, mandò tale un grido di rabbia e di desiderio, che Emilia balzò in piedi quasi una scudisciata le avesse lacerata le carni…. Corse a Roberta, la strinse pazzamente al seno, appoggiandone la testa sulla propria spalla.

– Roberta, – mormorò quasi con febbre, – Roberta, non è vero che sei malata e ch’io ho ribrezzo di te! Come hai potuto supporre?… Vuoi le mie labbra, vuoi che ti stringa così? Senti che ti bacio? Senti che ti chiedo perdono, se ti ho dato, motivo a dubitare di me? Dormirò con te questa notte, dormirò ogni notte con te, purchè tu mi creda…! Aspetta….

Con la mano che non sosteneva il corpo di Roberta, Emilia slacciò i cordoni dell’accappatoio e adagiò la fanciulla per coricarsi a fianco di lei; ma Roberta era pallida e anelante, e la donna tacque a un tratto, e si chinò a guardarla spaurita….

– Roberta, – disse, – ti sentì male?

– No, – rispose la giovanetta, – ma sono stanca: ho bisogno di riposare; lasciami sola….

– Che paura mi hai fatto, bambina! Perchè mi hai detto tante cose tristi? Hai voluto punirmi?

Emilia stava in piedi accanto al letto. Roberta, aggomitolata nella camicia azzurra, fissando gli occhi in alto, coi capelli sparsi sull’origliere ascoltava giunger di fuori il ritmo quadruplice d’un treno, il quale passava soffiando nella tenebra dei campi, lungo la tenebra del mare.

– Bisogna resistere alle cattive idee, – continuò Emilia; – ho parlato di te l’altro giorno al signor Lascaris: e anch’egli mi ha detto che tu sei guarita…. Guarita, capisci?

– Oh, il signor Lascaris dirà tutto quanto vorrai, – osservò Roberta con un riso stridulo. – Il signor Lascaris non sarà mai sincero con te, ed io non credo a lui, come non credo agli altri…. Guarda, – aggiunse, facendo uno sforzo per tornare a sedersi sul letto e rimboccando una manica della camicia, – guarda come sono ridotta, come sono divorata dal male…. Ti paion queste le braccia, il petto d’una ragazza di diciannove anni?… Non vedi quante macchie? Fin che queste macchie non spariscano, io sarò malata, avrò la morte qui dentro, – e si toccava il seno con le mani febbrili. – Il signor Lascaris, il dottor Noli, tutti possono ben parlare: nessuno oserebbe dire a me o a te, ch’io debbo morir presto….

Si raccolse per seguire a testa bassa l’eco della frase spietata, che le risonò nell’animo quasi non l’avesse pronunziata ella medesima.

La luce gialla della candela le stendeva sul volto una maschera cerea, in cui gli occhi vitrei diventavano traslucidi e i capelli biondi si snaturavano in un pallidissimo color d’ambra; la camicia cilestrina così mite e ridente sopra un corpo rigoglioso, era sinistra su quel corpo magro, pareva un drappo ilare avvoltolato per ischerno intorno a un rigido fantoccio.

Emilia s’era collocata di fianco sul letto, a viso a viso con la sorella, e la guardava inquieta.

– Non agitarti di nuovo, – ella pregò, – non esaltarti, non è vero nulla di quanto tu dici….

– Morire, morire, capisci? – continuò Roberta. – Devo morire, presto. Tu non credi alla morte; tu l’hai dimenticata, perchè sei sana, sei bella…. Vedi come sei bella, – proruppe in aria di corruccio, mentre, allungando le mani, apriva ad Emilia l’accappatoio già sciolto, e le additava il collo rotondo, i seni tondi e duri, che si delineavano, perspicui sotto la camicia. Emilia si ricoperse vivamente. – E anch’io avrei voluto essere bella, e piacere…. Ogni cosa è per voi, che siete belle e forti…. Io devo morire, morire!

La voce, dopo essere stata mordace, era divenuta sommessa, desolatamente triste, ed Emilia non osò più resistere. Ella s’era ben detto che doveva consolar la sorella e farla sperare e vincerne i fantasmi; ma dove trovar le parole di conforto, le quali valessero quelle parole disperate, e le superassero? Tacque; poi lentamente, anche la voce di Roberta s’abbassò a un mormorìo lamentoso:

– Avrei voluto essere bella, e devo morire…. Non ho più nulla per me: non posso nemmeno respirar l’aria che respiri tu, e goder l’ombra; devo andare in cerca del sole….

– Fatti coraggio, Roberta; sono, idee…. – tentò ancòra Emilia.

– Ho paura della morte….

– Perchè vuoi renderci tristi? Sei guarita….

– Ho paura della morte, e ogni giorno, essa può entrare in questa camera….

– Sei così giovane…. La giovanezza è una forza…

– Quanti muoiono giovani! E come, come, dovrò morire?

– Roberta, Roberta, non esaltarti.

– Ma sono disperata! Non senti la disperazione nelle nostre parole?

– È la notte; domattina tornerà la speranza.

– Sarà peggio; e la morte continuerà il suo cammino, mentre noi aspetteremo la vita….

– Silenzio, Roberta…. Pensa a domattina, col sole, col mare calmo e illuminato….

– Tutto questo è così indifferente al mio male! E nessuno, anche i non indifferenti, potranno giovarmi: dovranno assistere alla mia morte, senza stendere la mano per allontanarla d’un’ora….

Nascose il volto tra i guanciali, piangendo liberamente; Emilia le passò le braccia attorno al busto, mettendo il capo presso il capo di lei.

Così piansero a lungo, rischiarate dalla luce giallastra della candela elle si consumava: e l’alba trovò le due donne discinte, che parlavan della morte, a testa china sul medesimo, guanciale.

VI.

La notìzia fu annunzìata con tanto ingenua serenità, che nessuno avrebbe supposto fosse falsa. Per sospettarlo, bisognava conoscere l’indole impulsiva di Roberta, la quale non trovava nulla così dolce quanto inventare un fatto o raccontare una bugia. Qualche volta rimaneva ella medesima colpita dalla propria abilità, dalla spontaneità incomparabile con cui repentinamente, minutissimamente, sapeva esporre una lunga favola di sua creazione; e in un attimo stendeva una rete di menzogne inutili, sbizzarrendosi a saldar l’allacciatura dei nodi, che potessero resistere a qualunque sforzo d’obiezione. Spesso con Emilia aveva fatto il giuoco infantile, ma lo aveva concluso con una risata, gettando le braccia al collo de la sorella, e dicendole: – “Non è vero. Ho inventato tutto, per divertirmi.”

Con Cesare Lascaris lo esperimentò un giorno in cui era piena di speranze e si sentiva bene e aveva voglia di ridere a spese di qualcuno. D’altra parte, Cesare non le piaceva: era bruno, coi tratti del viso irregolari e forti, senza barba, ed evidentemente magro quasi quanto lei.

– Mia sorella è uscita per il bagno, – ella disse non appena l’uomo comparve in giardino. – Tornerà’ forse fra un’ora.

Poi, mentre parlavano di cose indifferenti, la fanciulla trovò modo di farvi sgusciar dentro la notizia falsa, a guisa di parentesi:

– …. Lei sa che mia sorella è fidanzata, non è vero?… Lo sa?…

Cesare stava fortunatamente a testa bassa, disegnando sulla sabbia una serie di circoli concentrici; e sùbito, al colpo non atteso, ricordò che la professione medica aveva saputo creargli una maschera di calma impenetrabile, per i casi disperati.

Sollevò la testa, senza batter palpebra.

– Me ne congratulo sinceramente, – rispose.

– Non ne dica nulla a Emilia, però. Forse mi rimprovererebbe….

E per qualche minuto la ragazza continuò a parlare, enunziando tutte le particolarità del fidanzamento. Si trattava d’un giovane signore di Milano: il matrimonio sarebbe avvenuto nell’ottobre prossimo, in Riviera, perchè Emilia non voleva abbandonar la sorella un sol giorno; quanto a lei, Roberta, sarebbe rimasta presso gli sposi.

Cesare ascoltava immobile, non accorgendosi che dalle mani gli era scivolato il portasigarette di tartaruga ed era caduto a terra. Guardava la ragazza, scoprendole a un tratto qualche espressione profondamente femminile, che gli era sempre sfuggita.

Con una gamba sull’altra in modo da lasciar vedere un po’ delle calze, con le braccia aperte sulla spalliera della panchetta rustica, la testa portata indietro, le ciglia socchiuse, Roberta era in quel giorno e in quell’atto molto sessualmente femmina, emanava inconsapevole un’acredine sensuale, eccitava una cupidigia di violenza bruta.

Il giovane aveva tentato a più riprese di sviar l’argomento; ma Roberta era inflessibile, quantunque la mancanza d’obiezioni da parte dell’ascoltatore le togliesse il meglio del suo piacere; pur tuttavia seguitò a descrivere il carattere del fidanzato, un uomo eccezionale, senza confronti.

Infine, Cesare si alzò per troncare la conversazione, e mise il piede sul portasigarette, che schizzò in frantumi. Fu la sola prova di oblio completo, ma fu anche quella la quale divertì immensamente Roberta, che lanciò alcuni trilli di gioia puerile.

– Che cosa fa? Che cosa fa? – esclamò ridendo. – È il suo astuccio!… Se n’era dimenticato?… Guardi come l’ha ridotto!

Le risatine perlate della ragazza lo ferirono anche peggio. Si chinò a raccogliere i frantumi, e se li rovesciò macchinalmente in tasca insieme a un po’ di ghiaia e a qualche sigaretta, mentre Roberta raddoppiava le risatine quasi maligne.

– Deve star molto bene, Lei, oggi? – domandò Cesare.

– Sì…. Perchè? – rispose la giovanetta oscurandosi subitamente in volto, – Come mi trova?… – Sono pallida?

Tale era l’umile preghiera della voce, che Cesare non ardì spingere oltre la sua vendetta.

– Appunto, – si affrettò a dire. – Non l’ho mai vista meglio: ha un colorito splendido.

Roberta mandò un sospiro di conforto, e Cesare si limitò a pensare:

“Con una parola potrei forse ucciderti.”

Ma sentì di repente che si svegliava da un sogno, e che tutte le cose intorno a lui avevano ripreso il loro aspetto comune, laddove per qualche tempo egli aveva visto il giardino grande come una foresta, e i filari degli aranci profondi come i sentieri di quella foresta.

Nauseato, stava per andarsene quando Emilia sopraggiunse; aveva il suo solito abito, lilla, e in testa portava un cappello rotondo, di grossa paglia; le mani erano nude. Cesare la guardò appena, rifuggendo dall’analizzare anco una volta lo spettacolo di bellezza che non era per lui; Roberta prestamente gli gettò un’occhiata per implorarlo a tacere; e la conversazione s’avviò con una svogliatezza inabituale.

– Ebbene, che cosa è accaduto? – domandò Emilia a Roberta, quando Cesare ebbe preso commiato. – Eravate così confusi tutti e due….

Roberta scoppiò a ridere.

– Ha rotto il suo astuccio da sigarette, – rispose. – Null’altro….

Poi, più tardi, in casa, non potè trattenersi e narrò ad Emilia la sua menzogna.

– Sono vere sciocchezze, – osservò la donna bruscamente. – Quale intimità abbiamo noi col signor Lascaris per prendercene giuoco? E perchè inventare una storia di genere così delicato? È orribile, che tu non possa vivere un giorno senza dire una bugia, a qualunque costo, al primo venuto….

Parlava con voce un po’ alta, mentre andava preparando alla sorella una tazza di cioccolata di cui Roberta aveva abitudine; ma le sue mani tremavano, e con un movimento maldestro rovesciò la tazza di porcellana e la ruppe.

Per la prima volta, Roberta ebbe a pentirsi quel giorno d’una sua favola; perchè Emilia andò a rinchiudersi in camera e non si mostrò fino all’ora di pranzo. Roberta non l’aveva mai vista così agitata: fosse imaginazione o realtà, le parve che la sorella avesse pianto.

VII.

Si arrampicò per il monte dietro il paese, dove la straducola mancava del muro, e apparivano, come da uno squarcio, le acque, il paesaggio, il verde, il grigio.

Là, Cesare sedette; restò a guardar lo spettacolo fantastico, in una posa d’attenzione totale, sdraiato sopra un piano d’erba, all’ombra d’alcuni folti ulivi.

E lo spettacolo era così raro, che l’uomo ne fu per qualche istante tutto assorbito, e cominciò a osservar da lontano, avvicinandosi con lo sguardo a poco a poco fin dov’egli si trovava.

Da lontano, il mare in un’invasione di luce singolarmente nebulosa e dorata, aveva smarrito la linea d’orizzonte, unendosi col cielo dorato e nebuloso; talchè non si sarebbe potuto dire, nella falsa rifrazione, se le vele piccoline danzassero sul mare, o non piuttosto fossero tra cielo e mare sospese. In quella sterminata dovizie di luce impalpabile o dentro le acque animate dal formidabile riverbero, due scogli neri sorgevano, apparenti e scomparenti a capriccio dell’onda, circonvoluti da un rigoglio di spuma gialla. Le coste lontane, che nei giorni d’aria lucida si disegnavano perdutamente, stavan celate dietro il velario d’oro. Ma verso le rocce violette di Portofino, a levante, le acque avevan disperso il pulviscolo solare, e una violenta chiazza azzurra restituiva la solita visione col limite ben netto dell’orizzonte. Ancòra là, otto o dieci vele bianche, l’una accosto all’altra, erano farfalle posate con le ale trepide sul pelo delle acque; e due o tre, più basse, avevano una tinta bruna, quasi la luce non fosse giunta a tangerle. Così lungi, le imbarcazioni peschereccie, tenevan forma e significato di giuocattoli; nè si poteva credere portassero uomini massicci, curvi sul liquido specchio o stesi sulle tavole umide in aspettazione.

Poi, ad un tratto, diminuendo di molti gradi la lontananza prospettica, s’apriva agli occhi di Cesare la costeggiante verzura del paese, fitta e spessa come un vello, in numerose gamme di colore, in diverse altezze, da cui s’ergevano, i cipressi cuspidali. E ridenti di bianco o di rossiccio, le case vivevano tra quel magnifico sopore della vegetazione, che nell’aria calda non muoveva fronda o foglia.

Verso oriente era la chiesa bigia col livido campanile, cui s’aggruppavano stretti attorno gli altri edifici, i quali a mano a mano andavan poi disseminati in mezzo al verde, spinti fino al mare, collocati più alti sul lene pendio dei colli; e frequenti balzavan fuori tra casa e casa i ciuffi di verzura, i ciuffi argentei degli ulivi…. Dominava il grigio, per i ciuffi degli ulivi e per le lastre di ardesia che coprivano i tetti.

Più qua, immediatamente sotto il piano erboso dove Cesare stava, lo spettacolo era gentile, con due lunghi rettangoli di terra, che un giardiniere coltivava a rosai; e le rose bianche, opulenti, molte già sfatte, innalzavano un profumo carnale, potentissimo in quell’aria pura d’ogni altro profumo. Una cagna volgare abbaiava dietro invisibili fantasmi, correndo sulla terra grassa a calpestar le foglie di rose disperse.

Alcuni romori salivan dal paese: il grido di qualche rivendugliolo, lo schioccar delle fruste, il lamentio d’uno zufolo stonato; così fievoli tutti, vaganti nel grande spazio, che la lontananza pareva maggiore.

Lentamente le scene diverse si mutarono in imagini d’abitudine, per Cesare che le fissava con lo sguardo pigro di chi medita cose lontane; assorbivano la sua attenzione fisica, dando libero il corso ai pensieri.

La donna amata da lui, era per altri; la plastica di quell’impareggiabile corpo sul quale i suoi occhi s’eran posati nella deliziosa trepidanza dell’intuizione, doveva svelarsi intera a un altro uomo; in un’alcova ignota, la voce d’Emilia sarebbe diventata intima…. E la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano? La visione della donna soffusa di bianco nel pulviscolo lunare?

Egli si trovava dunque impegolato in uno di quegli amori cui il volgo definisce, tra il rammarico e lo scherno, senza speranza; e ne derivava la necessità di gettarsi a capofitto in pieno romanticismo, o di togliersi per sempre da una strada che cominciava a diventar malagevole.

Aveva sognato. Qualche particolare dei sogni che inconsciamente era andato accarezzando in quei giorni, gli tornava alla memoria. Per esempio, aveva sognato una piccola villa con molti palmizii, addossata a una falange d’ulivi rampicanti sui colli; e tutto in giro, la campagna esalava quella serenità, la quale giunge così crudele alle umane sventure, ed è così piacevole per gli umani egoismi: la serenità dei grandi paesaggi alpestri, o dei graziosi paesaggi sui laghi lombardi…. Entro la villa, una voce femminile risonava nell’ombra moderata delle camere fresche…. In abito purpureo Emilia giaceva sovra un ampio divano carico di molti origlieri bizzarri; a’ suoi piedi, egli stesso, Cesare, seguiva la voce della donna…. Uno svelto scaffale da ninnoli era coronato da un alto vaso di porcellana riboccante di fiori, che cadevan sotto uno spiraglio di luce; il sole ne irrubinava metà, un angolo di rose e di verbene, tra cui si drizzava qualche ciuffo di vainiglia.

Questa ed altre ideali concezioni d’avvenire, erano state bruscamente travolte, poichè non nella villa con molti palmizii, ma la voce d’Emilia sarebbe diventata intima e flessuosa in un’alcova ignota, per un uomo ignoto….

VIII.

– Senta! Senta! – gridava la fanciulla, rivolgendosi a Cesare e additando le ondate furibonde che si gettavano contro la spiaggia. – Sembrano colpi di cannone!

Cesare e le due donne eran giunti in riva al mare, convulso per il soffio poderoso del vento, e tutto bianco; eran scesi dalla strada sulle rocce più eminenti, arrampicandosi dove le onde non potevano arrivare. Ascoltavano così il rimbombo sordo dell’acqua contro le cavità degli scogli; un fragore talmente reiterato, che a fatica si distinguevano le voci.

– È bello! è bello! – esclamava Roberta, aspirando l’aria, e trovando sulle labbra un impercettibile umore salino.

I riccioli intorno alla fronte e al collo le si scompigliavano sotto la veemenza del vento; le gonne le si serravano alle gambe; ella rimaneva forte sul dosso scabro della roccia, sorridendo alla burrasca.

Dietro lei, Cesare s’era fermato a fianco d’Emilia. Questa, meditabonda e inquieta, aveva obliato un istante le sue riflessioni affannose, per ammirare lo spettacolo; ma la vicinanza dell’uomo, il quale pareva triste quel giorno e d’una tristezza di cui ella sospettava la causa, le dava un’immensa brama di spiegarsi, di togliere a sè e a lui dal cuore le punte, che la ingenua malizia di Roberta vi aveva affondato.

E pensava, quasi tremando:

“Com’è strano che Roberta stessa ci costringa a parlare! Ella medesima ci ha offerto un argomento grave e pericoloso. Dovrò spiegare a Cesare che io non sono fidanzata ad alcuno, che non lo sarò mai, perchè mi sono votata a un’opera di sacrificio e ho promesso la mia esistenza alla sorella ammalata. Ma come risponderà egli? Come accoglierà la mia rinunzia?… La combatterà, certo, e poi non riuscendo a vincermi, – non riuscirà, – dovrà partire…. Resteremo noi due, io e Roberta, per sempre….”

Gettò uno sguardo a Roberta e a Cesare, e per la prima volta il tormento di dovere sceglier presto, inappellabilmente, le si affacciò all’anima con tutta la sua tremenda potenza.

Doveva sacrificare in eterno l’uno all’altra, e la scelta non le avrebbe dato mai pace, egualmente non fosse mai avvenuta; perchè la rinunzia di lei all’amore e alla felicità avrebbe reso più cupa la dissonanza fra il suo spirito e lo spirito di Roberta; nè ella avrebbe potuto perdonare a questa l’insanabile spasimo che le era costata.

E con l’orrore abituale in lei per ogni veemente dibattito, guardava in fronte l’avvenire, il quale si presentava amarissimo, qualunque via ella avesse percorso; e innanzi al mare fremebondo, alle ondate gigantesche, al cielo seminascosto sotto nubi tempestose, innanzi allo spettacolo ribelle, provava l’impeto di gridar la sua disperazione, di confondere la voce del suo furore inutile con la voce assordante di quel liquido furore, che si lanciava alla spiaggia, dopo aver già forse travolto uomini e navi.

– Fa bene quest’aria, signor Lascaris, non è vero? – domandò Roberta, sorbendo ancòra l’aria pregna di sali.

– Ma non si esponga al vento così, – osservò Cesare, mentre pensava che sotto la gioia della giovanetta si celava tuttavia la molestia d’un’idea roditrice. – Venga più qua; si ripari dietro queste rocce.

Alcune rocce grigiastre bucherellate formavano una specie di profonda insenatura, e drizzandosi fino all’altezza della strada, porgevano un ricovero naturale dalle raffiche del vento. Nella insenatura profonda, le onde si scaraventavano una sull’altra bianchissime, andavano a battere contro il fondo, si ritorcevano, ed erano risospinte dalle sopravvenienti, con vece assidua, con un ribollir di schiuma più candida del latte. Lo strepito risonava enorme.

Roberta sedette molto in basso, dove giungevano talora gli spruzzi minutissimi dei flutti; più in alto sedettero Cesare ed Emilia, e sul principio Roberta si voltò a guardarli di tanto in tanto, additando senza parlare i cavalloni, che giungevan da lungi e si precipitavano entro la piccola baia.

Poi stette, assorta, e sembrò aver dimenticato i compagni, per seguire qualche suo pensiero non anco definito e infantilmente triste.

– Che cosa Le ha detto, ieri, mia sorella? – domandò Emilia, girando a un tratto la testa verso Cesare.

Sorrideva, con una fuggevole vampa di rossore sul volto; e bastaron quel sorriso, l’espressione involontariamente carezzevole degli occhi, per segnare un passo grande sulla via delle confidenze.

Emilia pensò più tardi, – quando tutto era già per sempre finito e la sua esistenza era per sempre tracollata negli abissi della disperazione, – pensò che la sventura aveva avuto origine da quel suo moto irriflessivo…. Perchè non tacere? Perchè spiegarsi, animando le speranze dell’uomo, più forti quanto più gravi si presentavano gli ostacoli alla lustra di felicità, cui l’uno e l’altra sognavano?

Ma ormai, la frase le era sfuggita dalle labbra:

– Che cosa Le ha detto mia sorella?

– Non è vero?… – esclamò Cesare. Gli occhi gli scintillavano, e il respiro gli usciva dal petto caldo e vibrato. – Non è vero?… Mi ha detto che Lei è fidanzata…. Ma non è vero?…

La donna crollò il capo, continuando a sorridere, con un senso più mesto.

– Roberta, – disse, – ha voluto scherzare. Qualche volta passa il segno e commette delle fanciullaggini; ma è allegra così di rado, che bisogna perdonargliele…. Non è vero nulla…. E Lei ha creduto? Io non sono fidanzata ad alcuno; non lo sarò mai, ad alcuno…. E Lei ha creduto sùbito! Le sembra che io potrei abbandonare Roberta?

Parlava con voce debole, molto commossa, tenendo gli sguardi alla tempesta; e Cesare le si era un poco avvicinato per non perdere sillaba.

Il mare ai loro piedi ruggiva…. Spingendo l’occhio oltre l’insenatura, si vedevan le onde infaticate battere disordinatamente per tutta la lunghezza della spiaggia, fino a Nervi: e gli spruzzi si levavano altissimi, aprendosi a guisa di Ventaglio e ricadendo tra il bulicame della spuma.

– Perchè? – domandò Cesare stupito. – Lei non abbandonerebbe sua sorella? Innanzi tutto, abbandonare è cosa diversa….

– Più piano, – interruppe Emilia, temendo che Roberta non udisse.

Il cuore le batteva in tumulto, ascoltando le parole divenute intime, segrete, come già l’uomo avesse confessato il suo amore e già parlasse per difendere la propria conquista.

Egli aveva sentito nel fondo dell’anima scatenarsi la malvagità egoistica, per la quale voleva ogni cosa al suo dominio e non poteva soffrire ostacolo alcuno. S’era fatto un po’ pallido, gli occhi neri lucenti; aveva guardato in basso, verso Roberta, con un lampo d’odio improvviso.

– Lei vuole sagrificarsi a sua sorella? – continuò, smorzando la voce. – È impossibile, assurdo; sarebbe mostruoso. Pensi che ciascuno ha nella vita una strada da percorrere. Nessuno può, nessuno deve mutarla a forza, per seguire il cammino d’un altro. E a quale scopo, a chi gioverebbe? Ella sciuperà tutta la vita in una rinunzia inutile, la quale non sarà forse nemmeno compresa…., nemmeno compresa!

“Perchè mi parla così?” – domandò in quel punto Emilia a sè stessa, trasalendo sotto il soffio della scomposta eloquenza. E tentando sorridere ancòra, obiettò:

– Ma ciascuno ha il diritto di scegliere la via, in capo alla quale spera di trovare una sodisfazione, un riposo della coscienza…. Non Le pare? Quella ragazza è attaccata a me, è gelosa della mia affezione, e non reggerebbe al dolore d’una lontananza, alla rivalità di un altro, affetto…. Io la conosco…. E Lei pure sa quanto la sua salute sia debole…. Infine, ho pensato, può crederlo: e ho giudicato che questo è il mio dovere, e che posso compierlo serenamente, anche senza sacrificio….

Sì fermò. Giungeva con fragore infernale un’ondata verdastra, alta, e incontrando i primi scogli, spumeggiò d’un tratto senza rompersi; poi coperse la spiaggia, si franse, s’ingolfò entro l’insenatura, conquistando alcuni frastagli, fin allora intatti, della roccia su cui sedeva Roberta.

– Hai visto? – gridò la fanciulla ad Emilia. – È giunta fin qua su!

– Non sei bagnata? – domandò Emilia con una premura timorosa, la quale significò per Cesare più di tutte le spiegazioni.

– No, no. Sto benissimo qui, – rispose la giovanetta.

Seguì una pausa lunga. Tutti e tre guardavano la vicenda delle acque potenti e il cielo giallastro pel riflesso di un moribondo raggio solare.

– Sono le illusioni solite dell’altruismo, – riprese Cesare, con voce cauta, piena di fremiti rattenuti. – Il tempo ne fa giustizia, ma sempre troppo tardi…. E perchè mai, a un tratto, questo sacrificio?… Perchè non prima?

Emilia battè le palpebre; un pudore ardente le bruciava di rossore le guance; ella avrebbe voluto riprendere la coscienza delle cose reali e fiaccare con lo sdegno la domanda ardita; ma dal cuore le saliva un singulto di smarrimento. Guardò l’uomo in volto e lo vide oscurato dalla passione dolorosa; capì ch’egli andava dietro ai balzi del pensiero e li ripeteva, dimenticando il riserbo tenuto fino a quel giorno e i doveri che quel riserbo gli imponeva. La comprensione della sua sofferenza incontenibile turbò maggiormente la donna.

– Allora, – ella disse con voce spenta, – Roberta non era ammalata. Ella viveva con noi, non aveva bisogno della mia assistenza, nè io gliel’aveva offerta…. E d’altra parte….

Voleva dire: e, d’altra parte, la dissonanza delle loro anime aveva avuto principio da quel tempo, appunto; gli occhi di Roberta, da quel tempo s’eran fatti vigili, gelosi, cattivi; in quel tempo, Emilia aveva dovuto nascondere la sua gioia, misurarne gli slanci, guardarsi dalla sorella…. E, – il sospetto era atroce, ma non mancavano i dati a nutrirlo e a renderlo verisimile, – ed Emilia sospettava che il giorno in cui la morte aveva visitato la sua casa, fosse stato un giorno di letizia crudele per Roberta, infine liberata d’una presenza agghiacciante, d’una minacciosa rivalità.

Voleva dir questo; ed esitava tra il timore di addentrarsi troppo nelle confidenze più delicate, e la paura di non arrivare a convincere….

Ma Cesare, obbedendo all’impazienza della sua superbia, scosso dal ricordo d’un passato che non gli apparteneva e che aveva evocato egli stesso, interruppe:

– Sì, sì, tutto questo è forse vero…. E, in ogni modo, io non ho alcun diritto a sapere, non ho alcun titolo per consigliare…. Vuole perdonarmi?… Perchè discutiamo di queste cose tristi?

– Infatti, – ripetè Emilia, – perchè discutiamo di queste cose inutili…

La forma brusca con cui l’uomo aveva troncato il sèguito del colloquio, le dava un cocentissimo dolore. In fondo all’incrollabilità del suo divisamento giaceva una oscura speranza, viveva il torturante piacere d’ascoltar le obiezioni di Cesare.

Per dissimulare lo spasimo, chiamò Roberta fortemente, nell’intervallo fra un colpo e l’altro delle onde.

– Roberta! – disse, – vieni qua con noi. Ti esponi troppo all’aria….

La fanciulla s’arrampicò per la distanza che la separava, dalla sorella, e Cesare la studiò in quell’atto, mentre s’appoggiava all’ombrellino chiuso, aiutandosi contro le difficoltà dello scoglio.

“Non ha un anno di vita!” – egli pensò freddamente.

Poi, a voce alta osservò:

– Come si è fatta svelta, signorina!

Roberta sorrise di compiacenza, e tese la mano ad afferrar la mano che Cesare le offriva, per valicare l’ultima scabrosità della roccia.

– Ho bevuto tant’aria di mare! – ella rispose, quando fu seduta a fianco d’Emilia. – Il mare è mio amico; io gli voglio molto bene, ed esso mi lascia respirare così leggermente!…

Emilia sorrise alla sua volta, con un’ombra di tristezza.

Qualche notte prima, Roberta aveva avuto la febbre e un nuovo sbocco di sangue, non forte, appena da arrossare la pezzuola; ma lo spavento s’era ridestato in Emilia, più grave poichè Roberta sembrava fatalmente illusa, ricca di speranze, e faceva molti disegni per l’avvenire.

– Questa, è la prima volta che vedo il mare, – seguitò Roberta, con la stessa volubilità fanciullesca. – Ma ne sono felice. Un altr’anno voglio andare alla montagna, in Isvizzera…. Andremo, non è vero, Emilia?… C’è un piccolo paese, con un bel lago, a mille ottocento metri d’altezza…. Come si chiama?

Cesare ascoltava, rilevando senza pietà il sintomo delle strazianti illusioni; e Roberta continuò a fantasticare, garrula e variabile.

Aveva dei luoghi lontani una visione romantica, la visione dei giorni in cui il male non le si faceva sentire, ed ella poteva svelarsi in tutta la sua giovane ignoranza della vita e della realtà.

Per inconscio paganesimo, si figurava il paesaggio ancòra popoloso di creazioni mitiche; il mare, la montagna, il lago, la pianura, la notte ed i crepuscoli, eran gli elementi delle sue predilette fantasie…. Quando la sofferenza fisica e il terror della morte non le strappavano un grido di precoce disperazione, Roberta s’indugiava tra quei pensieri panteistici come fra uno stormo di Fauni capripedi.

Ma il chiacchierio febbrile passava sull’anima d’Emilia non diversamente d’una mano incauta sopra una ferita viva; e per troncarlo, la donna interruppe:

– Sarà tempo di tornare, Roberta. Il vento arriva fin qui, ed è più forte….

Il vento rabbuffava ancòra le acque, levandole attorno agli scogli in danza alterna, senza posa; per tornare, e ripercorrere un lungo tratto delle rocce, Cesare e le due sorelle aspettavano qualche volta l’onda si ritraesse crepitando; Roberta salutava con esclamazioni l’impeto dei flutti, ma procedeva a disagio sul dorso sdrucciolo ineguale dei massi, e barcollava, e di frequente doveva valersi delle mani….

– No: aiuti Roberta, – disse Emilia a Cesare, rifiutando. – Io non ho paura.

Ella non aveva paura; guardava le ondate non anco infrante, ricurve, concave, ergersi lontano, in pieno mare, correre unite in linea di battaglia, gettare un balzo, valicando i più facili scogli, ricomporsi, correre di nuovo compatte, arrivare alla spiaggia, stendersi pianamente lattiginose, echeggiar sonore contro le cavità, dissolversi, ripiegarsi, arricchir le ondate susseguenti, riattaccar gli ostacoli; ebbrezza del mare ampio e della goccia imponderabile.

Sull’ultimo tratto, Roberta vacillò, quantunque s’appoggiasse alla mano ferma di Cesare; egli stava giù avendo superato una costa rigidissima, e la fanciulla, al sommo, inciampò nelle vesti, non trovò tempo a riprendersi, e cadde sul petto dell’uomo, che dovette stringerla fra le braccia.

– Sono salva! – ella gridò, sulla spiaggia, sciogliendosi dal non forte amplesso inopinato. E rise per confortare Emilia, la quale giungeva in quel punto. Ma la donna era impallidita, alla rapida scena; non di paura; per un altro sentimento confuso, per un morso al cuore; e più da quel sentimento non mai avvertito innanzi, era turbata, che non dal fatto d’aver visto Roberta fra le braccia di Cesare.

Salirono una breve scala di pietra; poi, arrivati sulla strada presso la chiesa, s’accostarono al parapetto a salutare di nuovo il mare tuonante.

Roberta si staccò l’ultima, e rivolgendosi mentre gli altri s’erano, già incamminati, mandò un grido.

– È orribile! – disse.

Dalla strada provinciale veniva verso la chiesa una coorte di dolenti, alcuni recando sulle spalle un feretro coperto dello strato di velluto bruno, con una gran croce d’oro nel mezzo; altri al sèguito, salmodiando in lunga fila, rivestiti di càmici bianchi o di ampie vesti nere, il viso tutto nascosto dal cappuccio, ad eccezione degli occhi; altri, pigiandosi sui fianchi del corteo, in disordine; e la nuvolaglia tempestosa e l’ora già tarda proiettavano una lunga ombra sinistra.

Roberta s’indugiò a guardare, accasciata, fissando ostinatamente gli uomini della Confraternita procedenti in cadenza, grotteschi e solenni; i quali ridestavano nella giovanetta il terror della morte, la memoria, di qualche incubo….

– È orribile! – disse ancòra ad Emilia, che tentava persuaderla a seguitar la via. – Non li dimenticherò più!…

E a Cesare, che pure la rassicurava sorridendo, rispose:

– No, no, taccia! La prego! Lei non sa! Lei non sa!…

Egli non sapeva, infatti, il motivo di quello sgomento.

Tra gli spettri dolorosi della fantasia inferma, Roberta aveva fissa la visione del proprio cadavere, freddo e rigido, con le braccia incrociate sul petto, sopra un catafalco ricco di drappi funerei, presso una finestra spalancata in faccia alla campagna eterna….

IX.

Forse la felicità non è che la simmetria del tempo; l’ora, il giorno, l’anno, eguali all’altra ora, all’altro giorno, all’altro anno…. La passione è il disordine, e il disordine è il dolore.

Emilia si divincolava invano sotto l’assillo. Celava il volto in mucchi di rose rosse, fresche e simili a labbra innamorate; si chiudeva in lunghi silenzii o prorompeva in risa febbrili…. Neppur l’alba riusciva ormai a quietarla: neanche il torpore suppliva al sonno. Cercava i narcotici, che distendono il corpo quasi sopra nuvole di bambagia.

Fuggire! Pareva quello il sogno più caro alla sua anima…. Era il formidabile istinto di salvezza, che sul viso del soldato nuovo diffonde un pallore mortale, e lo fu guardare indietro con immenso desiderio ai piani liberi e tranquilli, mentre la massa oscura del nemico si delinea e giganteggia di minuto in minuto…. Fuggire in qualche paese straordinario, dove il suo cuore avesse potuto riprendere il battito quieto, dove le sue notti fossero potute ridiventar calme e senza sogni…. Ma il paese straordinario, il cielo iperbolico sotto il quale tacciono le miserie, non sono cogniti ad alcuno. Nella più serena plaga del mondo non s’incontra che tenebra umana….

Ella avrebbe voluto confessarsi a qualche anima intenditrice. A fianco di lei era soltanto Roberta, una fantasima ammalata, la quale trascinava la vita sotto un altro peso, con un altro spettro…. Oh come le teste giovanili piegavano in quei giorni al soffio delle cose implacabili, al rinascere infaticato delle visioni! La casa era piena di silenzio, e le donne camminavano in una lieve nube di sonnambulismo, senza parlarsi; e spesse volte calava la sera e l’ombra si faceva sempre più densa e nessuna delle due sorelle pensava a difendersi da quell’oscurità, in cui l’anima cercava un rifugio avidamente….

Ciascuna era assorta nelle variazioni infinite del proprio tema. Roberta, nelle variazioni sul tema della morte; Emilia, nelle variazioni sul tema dell’amore…. Spingevano e rivolgevano ambedue il fardello, arrivavano al culmine d’una faticosa salita imaginaria, e il fardello ricadeva in basso, e le due condannate riprendevano a sospingerlo, indefessamente così, l’intero giorno.

Emilia era afferrata dalla follia di gettarsi ai piedi di Roberta…. (Roberta non s’era a lei confessata? non le aveva detto il mistero dello spavento che la divorava?)…. E di gridarle:

“Ascolta, ascolta; anch’io sono malata. Anch’io ho bisogno d’illudere la mia vita e di snebbiare una visione…. Ascolta la mia tortura: da notti innumerevoli, non riposo; da giorni e da notti innumerevoli, un pensiero mi coglie di soprassalto, mi passa traverso l’anima come una lama infuocata…. Aiutami a salvarmi, Roberta!… Dimmi in qual modo potremmo distruggere gli spettri della nostra vita…. Non v’ha un paese di silenzio, di là da quell’orizzonte? un paese d’oblio, dove tutti vivano in pace solenne e la vita sia una meccanica semplice, la quale non muterà mai, non sarà mai turbata dal mistero del domani? Vuoi che viviamo laggiù?… Tu non temerai la morte; io non temerò l’amore…. Ogni cosa avrà i suoi colori ingenui, e le notti saranno calme…. Dimmi se v’ha una terra così felice, e dovunque ella sia, noi la raggiungeremo…. Oh fuggire all’ignoto, comprendi? sarà la nostra salvezza…. Anche tu soffri il terrore dell’ignoto; anche tu ti domandi: “Quando sarà? Sarà oggi? Sarà domani? Quanto manca ancòra?…” Dobbiamo fuggire, per non interrogare l’anima nostra…. Non v’è un paese dove l’anima tace?”.

Ella avrebbe voluto confessarsi, gettarsi ai piedi di Roberta e piangere con lei, come altre volte…. Ma se la furia del tormento la spingeva fino alla sorella, e se Roberta alzava gli occhi interrogativi a guardarla, Emilia sentiva le fiamme salirle alle guance e alla fronte…. Che pensava?… Colei era la fanciulla, era la vergine, monda nel corpo e candida nel pensiero…. Poteva dirle?…. Poteva confessarle?…

Poteva dirle: – “Le mie notti sono più torturanti delle tue; la mia vita è più spaventevole della tua; la mia giovinezza sfiorisce in un desiderio vano di sentirmi amata, nell’agonia di trovare un affetto più caldo, più misterioso, più inebbriante del tuo affetto di sorella?”;

Poteva confessarle: – “Non so rimanere sola; ti ho promesso di vivere sempre al tuo fianco, e mi sono ingannata, e ti ho ingannata, perchè invoco l’amore, perchè invoco la felicità fuori della nostra esistenza, quotidiana. E so che l’amore esiste, e verrà a cercarmi, e dovrò rifiutare la felicità implorata?”

Nulla poteva dirle di tutto questo; si rinchiudeva in sè e si smarriva per le solitudini del dolore…. Oh, come in quei giorni le teste giovanili piegavano al soffio della sventura prossima!… La catena delle abitudini s’era spezzata, e nulla le due donne facevano, che non fosse per ingannare la tenacità del pensiero caparbio. Uscivano a passeggio, andavano al mare, camminavano pel giardino, aspiravano i profumi dei fiori, assistevano alle feste del sole, udivano le minacce degli uragani; e lo spirito invisibile dentro di loro martellava la domanda: – “Quando sarà?… Quanto manca ancòra?…” – “Non v’è un paese dove l’anima tace?…”

Gli episodii esterni erano indifferenti. Esse non percepivano con acutezza se non gli episodii delle proprie ossessioni, i quali erano senza fine; poichè all’una tutto intorno parlava della morte, e all’altra tutto parlava d’amore; l’una, in ogni filo d’erba, in ogni albero, in ogni farfalla, vedeva qualche cosa destinata a scomparire miseramente, e presto; l’altra vedeva il frutto d’un amplesso universale, necessario, sacro, divino.

E dopo aver lottato per metodica resistenza, si abbandonavano perdutamente alla sciagurata voluttà delle inquietudini diuturne, quasi calando a poco a poco in un abisso pieno di raggi lunari….

X.

Ella aveva passato la notte fra un corteo di sogni lubrici e maravigliosi che s’innestavano l’un nell’altro, e non finivano…. Le erano sembrati la carezza d’una mano sagace, uno sfiorar di labbra ardite, un principio di tutte le voluttà e un’interruzione di tutte, un invito al piacere e una lusinga ingannatrice, un vellicar di piume, dalla nuca alle reni….

Da ultimo, sull’alba, s’era vista per una lunga amplissima scala, i cui gradi erano dissimulati con drappi vivaci così di tinte, così poderosi nel disegno, che si sarebbero creduta l’opera di molti artisti immortali. La scala metteva capo a una porta chiusa, pesante per ornati di bronzo a cesello. Stagnava una grigia penombra….

E sugli scalini, – indimenticabile spettacolo, – seminude o nude, erano sdraiate numerose femmine di bellezza magica…. Alcune Emilia poteva ricordar tuttavia; adagiata alla sommità era una, intensamente bionda, una bionda simile a luce d’oro, a torrente di luce; ed ogni sua bianchezza appariva, ogni curva, ogni delicatezza di vene azzurreggianti…. V’era anche una bruna ridente con la grande e pur deliziosa bocca aperta a uno schianto irresistibile., pel quale più rosse parevano le labbra schiuse a mostrar denti perfetti…. V’era una creola, dagli occhi ingenui e larghi…. Ah quei capelli, non lunghi ma folti, dal torpido profumo, quelle ciocche selvagge che cadevan dietro le spalle, passavano per le spalle sul petto, e lo baciavano, attorcendovisi intorno, – quale illustre guanciale, quale acqua di Lete a tutte le angosce!…

Nessuna parlava, nessuna aveva idea del tempo. Un magnifico silenzio d’accidia sopiva le donne, viventi d’ineffabile vita animale.

Anch’ella, Emilia, stava tra di loro…. A capo della scala o al fondo? Non rammentava se non d’avere visto dopo di sè, sotto di sè altri corpi femminili digradanti in basso, fino a smarrire la perspicuità delle linee, giù nella lontananza.

Non rammentava se non il turbamento che le era penetrato nell’animo quando, imbevuti gli occhi di quelle forme e i sensi di quella invincibile pigrizia, aveva richiamato lo sguardo sopra sè medesima, e si era scorta nuda, tutta nuda, tanto crudelmente nuda, ch’ella non aveva trovato fra le compagne se non la bionda aurea la quale potesse competere con lei d’impudicizia…. Era rimasta sgominata dalla molesta punta di verecondia; i suoi occhi non s’erano più vòlti a guardare in giro, e con una mano aveva nascosto infantilmente un piccolo nèo che le macchiava d’una macchia graziosa il petto, fra i due seni.

Poi, di repente, all’orecchio le avevano susurrato una parola, qualche parola imperativa per la quale ella s’era alzata, aveva asceso la scala fino alla sommità, movendosi, non sapeva perchè, non meno leggiadramente che se il suo corpo fosse stato protetto dalle vesti.

Nessuna delle donne al suo passaggio aveva sollevato la testa a lanciarle gli sguardi invidi, che nella realtà le dilaniavano le carni. Il silenzio e la penombra incombevano dovunque.

Su, a capo della scala, s’era trovata a seguire un essere bizzarra, nè maschio, nè femmina; il volto era infantile e le membra, come fuse nel bronzo, erano glabre, neutre.

La strana guida l’aveva condotta in una sala marmorea, radiosa di luce…. (Emilia soffriva ancòra la sensazione del marmo freddo sotto i piedi)…., impregnata di fragranze le quali per un attimo le avevan dato le vertigini…. Un largo bagno tepido, più limpido del cristallo, si apriva nel mezzo…. Emilia v’era accorsa, vi si era tuffata: l’acqua emanava globi d’odori floreali e mormorava discreta intorno al corpo della donna.

Allora la strana guida accosciata presso la vasca aveva dato principio a narrare le voluttà che aspettavano Emilia.

Quali parole!… Non mai Emilia ne aveva udito di simili…! Quella bocca dalle labbra piatte, dai denti aguzzi, sprigionava un fiume incandescente, soffiava un vento infuocato, così le imagini erano procaci e le parole schiumanti di lascivia…..

Ritta nell’acqua, la quale giungevale poco oltre i fianchi, e con le braccia stese ai due lati della vasca, Emilia ascoltava: il liquido mormorìo era cessato, ma salivano ancòra i globi di profumo; la donna aveva conservato la sensazione del suo corpo lentamente preso da un tremito di concupiscenza, e degli occhi dilatati quasi ad afferrare le imagini fluenti dalla bocca del neutro narratore…. Che cosa egli prometteva? Che cosa raccontava? A chi era ella destinata, a quale non comune Iddio di libidine inesausta?

Il viso di lei doveva essere purpureo di vergogna, mentre il suo corpo si dibatteva sotto la scudisciata delle cùpide visioni; più volte l’aveva scossa l’impeto di balzar dall’acqua e di fuggire; ma la curiosità di quella facondia sensuale la tratteneva, con le braccia spalancate e le mani ferme ai due bordi della vasca…. Se il suo sguardo vagava, sotto di sè ella poteva veder nel liquido cristallino il riverbero del seno, del collo, del viso, dei capelli diffusi per le spale; e si sorrideva, e socchiudeva le labbra ad ammirarsi i denti piccoli ed eguali.

Le parole soffiavano intanto sopra la sua testa, fischiava il vento infiammato delle promesse lascive.

E come avviene nei sogni in cui la personalità non è morta intera, Emilia si diceva: “Ora, tutto sparirà; ancòra un poco e potrò risvegliarmi e rientrar nella vita; dopo questa tortura, tutto sparirà.”

Invece la forma umana che parlava, l’aveva afferrata intorno al busto, le aveva passato sul petto, sulle reni, una mano accorta comunicandole brividi inenarrabili, con una carezza nuova, con uno sfiorar di piume sulla vibratile colonna nervosa; onde a poco a poco entro le vene ella aveva sentito scorrere non sangue ma lava, e dalla bocca le erano sfuggiti singulti di desiderio…. Era balzata infine dall’acqua, le membra asciutte quasi per magìa e odoranti un balsamo più intenso dei profumi che esalavano dal bagno…. Pronta per l’amore, era uscita, s’era ritrovata presso la gran porta chiusa, al sommo della scala ricoperta di tappeti doviziosi e di femmine o seminude o nude.

Allora (i polsi le battevano più forte, ricordando) s’era incontrata nell’uomo al cui capriccio doveva sacrificarsi; e sùbito le mani di lei avevan tentato invano di celare la nudità, ma comprendendo il malgarbo dell’inutile movimento, era rimasta dritta in piedi, le braccia lungo i fianchi, a testa china. Ella avrebbe detto che la sua vita fisica si fosse in quell’istante sospesa; assorta nella trepidanza dell’aspettazione, solo il palpito del cuore veemente aveva segnato l’attimo d’angoscia. “Ti guarda! Non temere; sei bella.” Ma alzando gli occhi, un grido le era sfuggito. L’uomo sorridendo le aveva preso una mano appena per l’estremità delle dita. Ella non aveva visto di lui se non lo sguardo; ma non s’era ingannata, o colui che doveva possederla era ben lo stesso ch’ella amava nella realtà d’ogni giorno. Il misterioso lavacro l’aveva così preparata all’amore di lui; il canto fescennino ricco di promesse infernali le aveva trasfuso il fuoco nelle vene, perchè ella gli fosse potuta giungere assetata di voluttà, perchè non avesse più avuto requie se non fra quelle braccia, perchè il suo corpo si fosse piegato, allacciato a rosee spire sotto le labbra dell’uomo; perchè non fosse stata infine più nulla di cògnito, se non una splendida forma armonizzata dalla passione.

Ed aveva seguìto l’uomo con la tremante gioia di essere costretta alla felicità.

Ma qual terribile cosa, quale scherno satanico era avvenuto poi?

La donna bionda, a sommità della scala, si era gettata fra le braccia dell’amante, ed egli, sollevatala in un amplesso gagliardo, l’aveva raccolta trasportandola via.

Sulla soglia della porta invarcabile, Emilia era piombata in ginocchio, senza il conforto delle lacrime.

Risvegliatasi dal sogno, ella girò gli occhi per la camera. La lampada notturna era spenta, e l’alba entrava dalle finestre.

Nella mente della donna, le inconfessabili promesse cantate al suo fianco nel bagno eran rimaste intatte, quasi scolpite sopra tavole di bronzo; e avrebbe potuto ripeterle in un giorno di delirio; e le davano ancòra un brividìo di cupidigia e di spavento.

Ora, con le membra estenuate di fatica, dopo il sogno molle e focoso non aveva tardato a riaddormentarsi, cercando una tranquilla pace; e sùbito avevan ripreso le figurazioni di malìa.

Erale parso le si fosse aperto innanzi un libro dalle pagine smisurate, sulle quali le imagini raggiungevano quasi la dimensione delle umane sembianze; i fogli passavano adagio, svolti da una mano occulta.

Inutilmente Emilia, aveva tentato di staccarne gli sguardi. La curiosità era viva; attraente il mistero dei gruppi figurati, e la donna aveva finito per guardare ad una ad una le pagine enormi, seguendo tutta la liturgìa d’amore, che di foglio in foglio diveniva più mordace.

I margini erano all’intorno carichi di ornati massicci, spesse volte intrecciantisi con l’imagine principe, avviluppandola in tale rigiro di draghi, di convolvoli, di èdere, di gigli e di grifoni, che il disegno centrale si faceva oscuro.

Sfilava, in principio, una serie di ritratti femminili; teste di donne, classiche nelle vicissitudini amorose, delineate con gagliardìa fino al busto sopra uno sfondo turchiniccio. Ognuna portava, o negli occhi, o sulle labbra, o sulla fronte, una stimate vigorosa di passione; ognuna aveva, in diverso grado ed espressi con diversa perizia tecnica, il senso di vitalità esuberante, la luce incontenibile, palese sul volto delle donne che amano l’amore e gli si dànno senza limiti.

L’iconografia partiva da tempi lontanissimi e procedeva attraverso tutte le epoche, attraverso tutte le nazioni. Vi erano dapprima alcuni tipi di femmine quasi selvagge, probabilmente fantasticate dall’artista, meglio che ricordate in una qualunque storia: seguivano di mano in mano tipi più calmi ed evoluti, i quali avevano qualche legame di somiglianza con le prime, nella manifestazione di un non comune calore; e spesso i simboli mitologici rammentavano la loro divinità, o un diadema sui capelli indicava la loro origine gentilizia o regale.

Dai margini, i capricciosi avvolgimenti degli ornati concorrevano talvolta a portare una nota originale, allargandosi dietro le teste gentili a guisa di verzura iperbolica, formando con quei visi eburnei, e quei capelli bruni e fulvi uno stridulo contrasto, creando nuovi intrecci o qualche coppa non mai veduta, da cui sorgevano e la testa e il busto, sveltamente.

Eran così forse passate centinaia di ritratti, ed a similitudine di rapide meteore avevan lasciato negli occhi d’Emilia una pertinace luminosità, lo strascico di molte scintille.

Concludeva la serie una figura di donna, – questa, tutta intera da capo a piedi – con intorno al corpo e sulle reni avviticchiato un mostro ributtante, verde, in forma di ragno smisurato, gli occhi fosforescenti a fior di pelle; il quale teneva confitti i suoi tentacoli nella carne viva della femmina, passandoli sopra le spalle a serrarle anche i seni ed il ventre in un abbraccio furioso. I tentacoli possedevano un rilievo quasi tattile, e la bocca era tremenda, appoggiata alle reni della vittima, da cui suggeva sangue e midollo. Ancòra dritta e prona innanzi, la donna s’affaticava a divincolarsi dall’amplesso viscido, e con le braccia stillanti gocce porporine, resisteva alla stretta che la soffocava. Sul volto, l’impronta di raccapriccio era formidabile, la bocca aveva un rictus di strazio, gli occhi schizzavano dalle orbite, e dietro la schiena la chioma nera s’avvolgeva attorno alle branchie del mostro orrendo.

Non pareva, quello, il simbolo eterno delle anime passionali? Non era, il mostro, una cupidità salda ed ostinata?

Ma lo sgomento del dramma terrifico era sfumato in Emilia al succedersi di pagine liete, in cui una fantasia senza confini aveva trovato un’espressione priva d’esitanze.

Le scene si svolgevano dissimili, gli abbracci strani e contorti, i gruppi numerosi.

La dormente non riusciva ad afferrarli tutti. Il cuore aveva rialzato il battito, una morsa di ferro le aveva attanagliato la gola, e con gli occhi immobili nel sogno ella stava a scrutare.

Che cosa avveniva?

Un caos, un turbine, lo straripare di un torrente in dirotta; ed ogni scena pareva di prim’acchito semplice e casta; a ciascun foglio, si sarebbe detto che la fantasia stanca si fosse compiaciuta di un riposo, disegnando idillii ed atteggiamenti pudichi.

Ma le linee si spostavano sotto gli occhi della spettatrice; il quadro, in cui eran raccolte le cose stridenti che nella realtà si escludono e nel sogno si sposano con tranquilla inverosimiglianza, il quadro scopriva presto, il suo concetto afrodisiaco.

Corpi femminei e corpi maschili, antichi mostri e simboli nuovi foggiati dall’ingegno balzano, contorni sfrontati, figure d’una temerità insultante, ogni creazione sfolgorava linee di demoniaca audacia.

Strette le mani, stese le braccia, aggomitolato il corpo spasmodicamente, Emilia convergeva nel sogno gli sguardi immobili, la bocca un po’ schiusa al respiro tronco.

No, ella non avrebbe mai supposto una sì lunga scala di secreti piaceri….

Inorridiva, e soffriva la tentazione di ridere senza fine, d’atteggiare la fisionomia al ghigno lubrico onde si illustravano i volti degli ossessi, che le sfilavano innanzi e le si accavallavano nella memoria. Provava l’ambascia di un solletico mortale, abbinata colla sensazione dolorosissima della nuca, ove l’epidermide sembrava ristringersi gradatamente. Non poteva gridare, nè di spasimo nè di rivolta, e tuttavia aveva informi nel cervello lo parole, e le si aprivano le labbra e si movevano invano.

La fatica greve dell’incubo, la luce ormai chiara che, tormentandole gli occhi chiusi, arrossava anche le imagini, finirono con lo spossarla.

Ella vide ancòra passar due Centauri, maschio e femmina, rapidamente in una prateria soleggiata; dell’una, intese con la vista una grossa treccia bionda, il petto superbo; del Centauro, la rincorsa avida, il raggiungere, l’impennarsi….

Poi il corpo d’Emilia si ribellò a un tratto, inarcandosi come un vimine che brucia….

Ed ella battè due volte con le reni sul piano del letto….

XI.

Sembravano due ragazzi accaniti in una gara ingenua, ed eran due odii che si cercavano, una coppia che travisava la lotta dei sessi, la quale finisce con un abbraccio, e qui non aveva speranza di finire se non con qualche impreveduta violenza. Tale era divenuta a poco a poco l’intimità fra Cesare e Roberta, che il dottore e la fanciulla non si chiamavano più coi nomi loro, ma con nomignoli bizzarri. Cesare per Roberta era “pipistrello”, e Roberta era “cavalletta” per Cesare. Trascinato dal giuoco, egli s’era fatto più audace di lei, ed ella doveva talora cercare un cantuccio nascosto del giardino per leggere in pace i suoi libri; dove il Lascaris arrivava, agitando in aria un grosso ranocchio o un ispido vermiciattolo, minacciando di gettarglielo sulle vesti. Stavano in agguato delle debolezze reciproche per cavarne il tema a uno scherzo o a un’insolenza; si disegnavano il ritratto sopra un pezzo di carta, prodigando linee buffonesche, musi spaventevoli, capelli incolti; le fogge di vestire non isfuggivano alla critica; l’inesperienza di Roberta a descrivere una scena e ad esporre un lungo racconto, offriva a Cesare l’opportunità di contraffare la ragazza crudelmente. Sentivano nella implacabile guerriglia una attrazione quasi sensuale, aspra. Cesare aveva bisogno di tutta la sua prudenza per vigilarsi, per costringere lo scherzo entro i confini e non eccedere.

Illuminata dal male, Roberta appariva certi giorni veramente bella: un viso bianco e giovanile, che già si piegava a scrutare i vuoti abissi del nulla, un corpo fragile di cui Cesare conosceva quasi intere la forma e l’attraenza…. Poi, la giovanetta, anelante alla bellezza, si faceva di ora in ora più seduttrice, con molta incoscienza, la quale era un’altra seduzione; e nel giuoco sfoggiava una naturale arte femminea, dando alla voce alcuni coloriti di preghiera e d’ironia, che vibravano a lungo e sembravano commuovere lei medesima. Si vestiva con cura minuziosa; aveva strappato a Emilia il permesso di portare gli orecchini di brillanti e i gioielli inibiti ancòra alle ragazze. Attillata, guantata, coi cappelli fantastici allora in moda, vivificata e rosea per la piccola febbre che la distruggeva lentamente, somigliava qualche volta a sua sorella, e, predestinata dalla malattia, qualche volta era di sua sorella più capziosa.

– Non Le sembra, – aveva detto a Cesare un giorno, in cui era scoppiato il temporale, e voleva ottenere ch’egli chiudesse la finestra, alla quale ella non osava affacciarsi, – non Le sembra che La preghi deliziosamente, con una voce da sirena?…

Aveva intrecciato le mani, composto il viso a timida umiltà, pel timore che il Lascaris non si giovasse dell’incidente a vendicarsi delle spesse cattiverie di lei….

Ma quella sera eran giunti anche più oltre. Per difendersi dal fulmine, Cesare aveva suggerito a Roberta la consuetudine dei pusillanimi che si nascondono nudi fra due materassi….

– È un’idea, – aveva aggiunto, incapace a frenarsi. – La provi. Supponiamo che il fulmine cada nella sua camera, mentre Lei è così al riparo; non imagina che gioia, che trionfo?

Aveva taciuto un attimo; quindi, pazzamente:

– Badi però di non dimenticare in quale posizione Ella si trova. Sarebbe piacevole che balzasse fuori dal nascondiglio, tutta nuda, e venisse ad annunziarmi gravemente il pericolo scampato!…

Andare da lui, tutta nuda? L’imagine s’era presentata assai monca alla fantasia della giovanetta, ed ella non vi aveva visto se non la comicità o il ridicolo; per questo, mentre Cesare già si mordeva le labbra, risuonò nella camera una lunga risata, e Roberta concluse negligentemente:

– Sì, sarebbe piacevole, Pipistrello!…

E fu tutto.

Il Lascaris la tormentava con una gragnuola di proverbii, stroppiati, confusi, mescolato il capo dell’uno con la coda dell’altro; e interrompeva le parole di lei per lanciare due o tre sentenze così grottescamente camuffate, ch’ella ricordava e ripeteva…. In tal modo infilavano discorsi strani, scintillanti qua e là di qualche lampo d’arguzia spontanea.

Poi, di repente, l’un dei due si faceva serio e parlava di cose gravi; ciò avveniva più spesso alla presenza d’Emilia, la quale aveva assistito in parte al nascere della confidenza inaspettata, e non sapeva giudicarla, attonita. La conversazione diventava saggia, ma variata per le immancabili puerilità di Roberta; discutevano del matrimonio, dell’amore, in termini poco definiti, perdendosi. Cesare non poteva esprimersi compiutamente; Roberta non aveva dell’amore se non l’idea romantica; Emilia era distratta e nervosa. Seguitavano fin che l’abitudine della quotidiana guerriglia non li avesse ripresi, e l’uno non avesse dichiarato l’altra incapace a qualunque ragionamento più volgare.

Ma con abili scandagli, il Lascaris era riuscito a stabilire che, sebbene romantica, l’idea dell’amore era completa in Roberta. Senza madre, non vigilata da Emilia se non materialmente, in dimestichezza stretta con altre fanciulle, Roberta sapeva e indovinava con una perspicacia talvolta contradditoria. Non arrossiva mai fuor di proposito; sapeva benissimo, ad esempio, d’essere vergine, e ignorava in che cosa la sua verginità consistesse.

La conversazione seria assumeva una vivacità estrema. Cesare si levava in piedi, camminava pel salotto, parlava come innanzi a un avversario che si deve convincere.

La fanciulla ascoltava e prendeva poi la parola ad esporre i suoi dubbii; la facondia dell’uomo le smagava i sogni e le toglieva il concetto abituale della vita. La spauriva l’insistenza di Cesare nel definir nettamente i termini della lotta, una cosa nuova per lei, orribile nelle sue forme infinite. Ella aveva sempre considerato l’esistenza uno scambio d’aiuti e una gara d’arrendevolezze; non poteva piegarsi a credere specialmente nel male e a diffidare del bene.

Le discussioni davan luogo anche a qualche episodio.

Una sera in cui parlavan di matrimonio, Cesare aveva chiesto a Roberta quale sarebbe stato per lei il marito ch’ella avrebbe idealmente scelto; e come la fanciulla non sapeva sbrigarsene sùbito, il Lascaris seguitò, con una fievole punta d’ironia:

– Vediamo, per esempio: io so che sarei un marito eccellente. Se io, dunque, la domandassi in isposa, Lei accetterebbe?

Emilia drizzò il capo, sussultando. Roberta esitava; nonostante la confidenza, ella soffriva sempre innanzi a Cesare un po’ d’impaccio, e finita la febbre dello scherzo, era ripresa dalla tema d’offenderlo. Infine, si decise:

– No, – disse. – Rifiuterei. Non è abbastanza idealista.

L’osservazione fece ridere il Lascaris, forse perchè si sentiva colpito a fondo; ma Roberta aveva nascosto una verità più cruda. Per lei, Cesare era brutto, ed ella pensava che la bellezza era quanto si doveva cercare e portare nel matrimonio…. Ah, la bellezza eterna e l’eterna giovanezza rappresentavano la fantasia carissima fra tutte alla fanciulla! Solo aveva sguardi per istudiare il volto degli uomini e delle donne, la maniera di vestirsi, gli atteggiamenti e le espressioni….

– Hai visto che begli occhi? – domandava a Emilia, quando passeggiavano. – Hai visto che bella figura?…

Cesare coglieva il momento in cui passava, qualche deforme, per chiedere alla giovanetta:

– Ha visto, che bel naso?

La bellezza era il riflesso d’una grande bontà; le anime belle non potevano stare se non in bei corpi; e non era questa l’opinione più bambinesca di lei: arrivava fino alle ultime puerilità, fino a credere una persona elegante assai superiore ad una dagli abiti modesti. L’ingegno doveva avere un paludamento visibile…. E poi, con un’inflessione di voce, con un nonnulla nel gesto o nella posa, risaliva all’altezza della donna e alla scienza della seduzione.

Di tratto in tratto, il Lascaris aveva per l’inconsapevole morente un lampo di vera tenerezza; la consigliava e la correggeva, quasi una sorella….

– Andiamo, selvaggia! Andiamo, cavalletta, si tenga bene sul busto, porti alto il capo…. Su, un poco d’energia, Lei che vuol essere bella! Perchè s’incurva così?

– Non posso, mi lasci: sono malata, – rispondeva la fanciulla, ora distrattamente, ora con un’esclamazione di strazio indimenticabile.

“Sì, non ha un anno di vita, – pensava il dottore. – Perchè la tormento?”

La condanna crudele, senza scampo, dava giusto al Lascaris tanta libertà con Roberta. I suoi discorsi non interamente scettici, ma già troppo scettici per l’inesperta ascoltatrice, la sua intimità ardita, pericolosa, la quale nessuno sapeva fin dove sarebbe giunta, avevano scosso lui medesimo; e non si liberava dal dubbio di coscienza, se non pensando:

“Muore: non ha dimane. Sarà almeno vissuta.”

Salvare la fanciulla non poteva; crescevagli l’odio per quel fragile e infrangibile ostacolo alla sua passione; e tuttavia avrebbe voluto accendere la moribonda giovanezza di Roberta, non lasciarla spegnere così, semplice larva. In lui, simile tentazione non era nuova; spesso, innanzi ai casi di fatali malattie con prògnosi sfavorevole, s’era sentito spinto ad avvertir l’ammalato. Avrebbe detto volentieri:

“Voi avete diritto a vivere diversamente da noi, che siamo sani e rappresentiamo l’esempio e l’avvenire. Toglietevi dal volto la maschera, gettate lungi l’ipocrisia atavica. Siete liberi!”

E pensava al terribile spettacolo di quei morituri, che avrebbero traversato il mondo in cerca d’una plaga serena, ove sfrenar la rabbia degli ultimi piaceri.

Ma se in tutti gli altri casi l’uomo era stato vinto dal medico, egli per Roberta non era più il dottore che compiange e passa: aveva rapito a Emilia qualche cosa delle sue ribellioni contro il male.

Indi, il combattente si rialzava improvviso da quelle prostrazioni sentimentali. Egli voleva Emilia; ogni giorno il bavaglio imposto al suo amore lo torturava vie più; Roberta doveva morire, poichè era l’ostacolo…. Cominciava anzi a sospettare che la fanciulla si prestasse all’anormalità dell’imprevista confidenza non per altro se non per distrarlo e sviarlo dalla sorella…. Lo infiammavano allora l’inquieto egoismo, la caparbietà di raggiungere un fine con qualunque mezzo…. No: no: egli non si lasciava sviare…. La tentazione era forte, senza dubbio: si sarebbe detto che la febbrile audacia di Roberta dèsse l’adito a tutte le speranze. Ma Cesare nelle sue inclinazioni, per indole e per sapere era normale: amava la sanità quanto la bellezza, e non poteva cader vittima d’un inganno momentaneo dei sensi.

Il giorno stesso in cui aveva secretamente fatto pervenire a Emilia una lunga lettera appassionata, fu attentissimo a Roberta, fraterno. Il cuore gli batteva in petto, da spezzarsi; quando Emilia comparve taciturna e pallida, egli si sentì così goffamente intimidito, che non osò guardarla in volto, nè dirigerle la parola.

Dovevano recarsi il giorno appresso a una gita, a Mont’Allegro. Vi andarono, salendo da Rapallo al monte, Emilia sopra una quieta giumenta, Roberta con un asinello piagato che l’aveva commossa sino alle lacrime, quantunque avesse poi finito col batterlo; e Cesare a piedi.

La guida, un ragazzotto esile e sciocco, li esilarò co’ suoi spropositi di storia e di lingua. Dava a Roberta il titolo di signora, credendola moglie del Lascaris, e di signorina a Emilia, ch’egli supponeva la cognata di Cesare….

– Signora, signorina, è poi lo stesso, – egli comentava col dottore. – Io, di queste mariuolerie non m’intendo….

La fanciulla rideva a gola spiegata; anche Emilia trovava qualche sorriso; Cesare stava presso la ragazza, lasciando la guida a fianco della donna.

Roberta era a cavalcioni della bestia; per un malinteso, mancava la sella acconcia, e la giovanetta aveva bravamente inforcato la sua cavalcatura.

– Su, ritta: i gomiti ai fianchi; nella staffa, appena metà del piede, – suggeriva Cesare, fingendo una partita d’equitazione. – Non tormenti il puro sangue colle redini del morso: andiamo, trotto leggiero! Battute giuste in sella!…

– Oh, insomma, – gridava Roberta, irritata e ridente. – Vuol lasciarci tranquilli?…

A poco a poco, le dolsero i ginocchi: la presenza del Lascaris la impacciava, togliendole la libertà di mutar positura. Infine, poichè l’asinello s’era fermato a brucar tranquillamente l’erba, ella riprese la sua arditezza infantile e pregò Cesare d’aiutarla a scavalcare.

Fu quello l’istante, in cui l’abitudine mentale di considerar la giovanetta come una larva che non provava e non comunicava alcun fluido di desiderio, spinse il Lascaris alla temerità estrema.

Egli cercò di trar Roberta d’arcione afferrandola pel busto; non vi riuscì, e la cavalcatura avviandosi in quel punto di nuovo, Cesare non esitò a passare una mano sotto le vesti della fanciulla, ad allargarne le ginocchia indolenzite, e a strapparla di sella in tal modo, rapidissimamente.

Poi la sostenne in piedi, e le disse ridendo, impassibile:

– Che nessuno lo sappia!

XII.

Per aprire il cancello cigolante, egli approfittò del fragore d’un treno che scivolava nell’ombra notturna.

Il vento taceva; le cime degli alberi stavano tutte immote; tra i filari degli aranci, le lucciole non trescavano più. Risonava di tempo in tempo la caduta d’un frutto delle palme, o il gracidar già fievole dei ranocchi, su in alto nel serbatoio delle acque irrigue.

Il giardino grigiastro susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e qualche cosa placidamente singolare era fra le lucide frasche delle magnolie, fra le chiome dei palmizii, fra i cespi dei fiori….

Cesare entrò.

Il passo cauto sulla ghiaia aveva risvegliato l’attenzione del cane di guardia, che accorreva latrando. Si udiva il galoppo della bestia; e quando gli fu vicina, Cesare la chiamò sottovoce:

– Nero, silenzio! Qui, Nero!

Il cane, un bastardo, di grandezza mediocre, nero col petto bianco, fiutò l’uomo e tacque; si scrollò e ripartì di galoppo, mandando ancòra qualche latrato, lontano, per chiasso.

Cesare aveva anticipato di pochi istanti l’ora del convegno. Temeva d’incontrarsi coi figli del massaio, che lavoravan di notte al torchio in una piccola casa rustica, dietro la villa. La villa, dal chiosco ove il Lascaris era giunto, aveva contorni indefiniti, nell’ombra, e, davanti, i due palmizii immobili sembravano proteggerne il riposo.

L’uomo si sentiva inquietamente felice; pregustava le delizie dell’amore che comincia, e non possedendo ricordi d’avventure consimili, non aveva preparato nè una frase nè un gesto; egli sapeva che la sua passione sarebbe bastata a trascinare lui e la donna nell’ampio cerchio di luce, in cui tutte le parole sfavillano e sono grandi.

A mezzanotte precisa, Emilia gli andò incontro e gli tese la mano. Teneva dall’altra la catena di Nero, che s’era imbattuto in lei, e ch’ella aveva posto al guinzaglio, perchè non disturbasse oltre.

– Accenda! – disse brevemente.

Cesare s’avvide allora che sulla tavola di pietra nel mezzo del chiosco era preparata una piccola lampada.

– Non tema, – aggiunse la donna. – Il giardino è deserto, questa notte: gli ulivi ci nascondono interamente.

Al debole raggio della lucerna, sì guardarono.

Emilia indossava un abito bruno; per effetto della luce scialba, o per la commozione violenta, appariva di una pallidezza mortale. Seduta sopra un rozzo sgabello di legno, il cane sdraiato a’ suoi piedi, era una figura tragica, davanti alla quale i desiderii arditi dovevano svanire.

Cesare ostentava una calma, che di momento in momento poteva mancargli. Il corrugare delle sopracciglia avevagli solcato la fronte d’una linea scura. Stava in piedi; guardava la donna con un senso di nuova inquietudine. La sola vista di lei gli richiamava anco una volta la tristezza, che mai non era giunto a dominare, avvicinando le due sorelle. Su quelle giovani, su quelle fresche esistenze, il grigio nembo del destino s’addensava; ed egli aveva voluto sfidarlo con loro, ed era troppo tardi per isfuggire alla solidarietà paurosa.

“Chi direbbe, questo, un convegno d’amore?” – si domandò, mentre Emilia aveva cominciato a parlare.

– Mi ha scritto che desiderava un colloquio, – ella disse, incerta nella voce. – Perchè vuole spiegarmi una cosa assurda ed inutile?… Non le basta avere per sempre spezzato la nostra amicizia, dandole un significato che io non posso accettare?

Egli incrociò le braccia al petto, e dichiarò:

– Non è cosa assurda, il mio amore; forse, non sarà cosa inutile. Debbo ripetervi quanto vi ho già scritto: ho bisogno di voi per vivere.

– No! – proruppe Emilia, alzando la testa a guardar, più che l’uomo, la realtà della passione ond’era ormai stretta e incalzata. – Io non ascolto queste frasi. Con una parola posso toglierle ogni speranza, se non le ha tutte ancora perdute…. Odio l’amore di Lei, odio l’amore di chiunque.

Cesare fece un passo verso la leggiadra figura dolorosa, la quale parlando aggiungeva una grazia ignara al suo aspetto, e gli toglieva l’ombra di durezza, che l’abito aveva tentato di dargli.

– Emilia, – egli disse, prendendole una mano. – Voi mi sapete incapace, per indole e per abitudini, a compor delle frasi…. Mi vedete calmo, perchè non ho esitanze, e la fine di questo convegno sarà anche la fine di lunghi tormenti…..

– Non si muore per una donna sconosciuta, – mormorò Emilia, distogliendo lo sguardo dal volto di Cesare, e liberando la mano….

– Sconosciuta?… – esclamò il Lascaris. – Io vi conosco.

La giovane tornò a fissargli in viso gli occhi grigi, a cui la luce scialba non aveva rapito l’espressione di smarrimento e di timida carezza.

– ….E so che in questo istante nessuno è meno sincero di voi, – proseguì l’uomo, con voce calda. – Volete ingenuamente tradire voi medesima…. Perchè non dirmi che vi sono indifferente, che non v’ispiro la simpatia più modesta?… Ciò è ben possibile!… Ma mi dite che tutti gli amori vi sono odiosi, ed è falso, Emilia. Voi desiderate l’amore quanto lo desidero io; voi l’aspettate, come vogliono la giovanezza vostra e la vostra bellezza. Siete pura, ma non fredda, nè insensibile.

– Oh, ve ne prego!… – ella interruppe, Avvertendo una vampata di rossore salirle alle guance e alla fronte, per l’acuta indagine, la quale pareva emergere da un di quei sogni, che non dànno tregua, e popolano la mente di fiamme, e soffian sulle carni.

Cesare le afferrò di nuovo le mani, le trattenne, inginocchiato presso di lei, parlandole quasi all’orecchio.

– Ascoltami, Emilia, e rispondimi. La tua anima non ha più segreti per me; essa vive con la mia, da lunghi giorni, da mesi…. Perchè sottrarla alla gioia?… Perchè odii il mio amore, se ancòra non si è espresso? Non è una passione della quale tu debba arrossire. Non è un ingannò. Forse, colmerà la lacuna de’ tuoi sogni…

Emilia pensò in quel punto:

“Davvero, dunque, la mia alcova è chiusa invano…. Qualcuno vi passeggia in ispirito ogni notte….”

Il rossore bruciante che di nuovo soffuse il volto della donna, fece pensare a Cesare:

“Ah, quest’abito nero sarà l’ultimo, che me la tolga allo sguardo!”

Avvenne una pausa brevissima. Si guardarono negli occhi, sentendo quasi tattile il nembo del destino che li avvolgeva.

Era qualche cosa tragica, fra loro, come un urlar lontano di lupi famelici, che a mandra lascino le steppe nevose, per addentrarsi ov’è speranza di preda. Grandi visioni li turbavano, inesplicabili visioni d’altri luoghi e d’altri tempi. La passione quasi taceva, innanzi al mistero di due anime congiunte da ineluttabile fatalità…. Era il silenzio minaccioso, il quale precede un terribile duello?… Era la corrente del fascino, irradiatrice d’ultimi bagliori, prima che i due corpi balzino, s’allaccino, si travolgano nell’eternità?

Ascoltavano come lo stormire di una immensa foresta.

Emilia si scosse la prima, bruscamente, atterrita. Udì le parole intime dell’uomo, e le interruppe con un grido, chinandosi su di lui:

– Ma io, io, non vi conosco, Cesare!… Io non so chi voi siate!… Che cosa avete fatto di me?

– È vero, – disse il Lascaris. – Hai bisogno del mio passato, Emilia, per giudicar del nostro avvenire.

– Neppur questo, – ella seguitò, con voce profonda, quasi mistica nel silenzio vivo del giardino. – Neppur questo, Cesare. I fatti son forse ben poca cosa, in paragone dei sentimenti…. Ma io non so il vostro animo…. Chi siete? Ditemi chi siete! Che cosa volete da me? Vedete come sono triste? Non vi manca il coraggio di prender parte alle mie angosce? E perchè volete sacrificarmi il vostro avvenire?…

Così parlando, ella non ebbe forza a trattenere un affettuoso gesto istintivo, in cui la sorella pareva confondersi con l’amante; e le sue mani sfiorarono i capelli del giovane, e vi s’indugiarono in una mite carezza.

– Dimmi che mi ami, prima! – egli esclamò, stendendo le braccia a cingerle il busto, con un gioioso slancio di vittoria.

Le cercò avidamente la bocca, e la risposta migrò da labbra a labbra, non udita nemmeno dalle pallide foglie immote. Ma poichè Emilia sentiva la stretta divenire ardente, e il suo cuore e il cuore dell’uomo precipitare i battiti come nell’ora delle supreme follie, ella aggiunse:

– Lasciami!… Lasciami!… Lasciami!…

E si scostò con un balzo.

Da quel punto, tutto aveva mutato significazione. Il passato era sepolto nell’oscurità; non fiammeggiava di fronte ai due innamorati se non il futuro, un’ampia via pagana, che luccicò un attimo visibilissima ai loro sguardi; poi essa pure si spense, e Cesare ed Emilia si ritrovarono nella notte, nel chiosco, entro il circolo delle cose reali, che dovevano essere vissute ad una ad una. Nero si drizzò inquieto. Aveva udito romore e scrutava nel giardino grigiastro, le orecchie aguzze; cominciò a ringhiare, e si slanciò fuori d’un tratto, abbaiando distesamente.

Emilia pure aveva guardato la villa, impallidendo; e mentre Cesare la raggiungeva, ebbro di desiderii, avido di baci, ella lo arrestò con la mano.

– Ve ne prego! – disse con voce spenta. – Che cosa ho fatto? Che cosa speri?

– Ah non pentirti di vivere! – esclamò il Lascaris, vedendole il volto tutto bianco di sgomento. – Più tardi, più tardi, mi dirai: concedimi ancòra un lampo di felicità.

E fissandola così ritta, pallida, pallidissima per l’abito bruno, per il diadema di capelli neri, coi grigi occhi illuminati da un’espressione in cui lottavano mille sentimenti contrarii, fissando la svelta forma, ch’egli aveva temuto di non potere allacciar mai colle braccia, – l’inno semplice e immortale gli sgorgò dal cuore e dalle labbra:

– Come sei bella! – proruppe, non osando quasi avvicinarla. – Come sei bella, anima mia, divina statua!… Come sei bella!

Emilia rabbrividì allora, al sogno: l’uomo che sorridendo le aveva preso una mano, appena per l’estremità delle dita, e l’aveva condotta sulla soglia della porta invarcabile. Fuori del sogno, in quella notte estiva, Cesare era ancòra innanzi a lei, ed ella rabbrividiva di spavento e di pudore….

– Dimmi che vuoi essere mia per sempre, – egli le susurrava, prendendole una mano, timidamente, appena per l’estremità delle dita, e chiamandola a sè. – Perchè non comprendi che io ti amerò sempre come oggi? Io darò per te il mio sangue, la mia vita, il mio orgoglio; abbandonerò gli amici, porterò superbo il più greve giogo che ti piaccia impormi; rinnegherò ogni fede, e avrò la tua sola fede, la tua religione….

Quindi aggiunse, esaltato, traendola dolcemente a sedere sulle sue ginocchia, e cingendola con le braccia:

– Tutto questo, io te l’ho già detto, da molto tempo. E tu l’hai udito, non è vero, senza che io parlassi? Hai capito che la mia esistenza cessava, per raddoppiarsi con la, tua?…

Abbandonata fra le braccia di lui, Emilia non osava far moto, bevendo la dolcezza dell’inno eterno. E di repente, sollevò la testa col suo atto risoluto, e offerse il viso ai baci, perdutamente, ebbramente, avvinghiata al petto dell’amante. Tutti i baci scesero sulla bocca di lei, sugli occhi, sui capelli, sulla gola; ella li rese, così assetata di delizie, che non avrebbe resistito al tentativo più audace.

Sotto l’impeto della passione senz’argini, ebbe d’improvviso la visione della strada che conduceva a Pieve di Sori; vide sè stessa calma in apparenza e turbata nell’anima: vide Cesare al suo fianco; capì come già da quel giorno tutto fosse stato predisposto….

Ella aveva resistito assai, aveva sacrificato abbastanza alla verecondia del suo sesso. Nessuno avrebbe ormai osato condannarla.

– Ascoltami, – disse Cesare sottovoce. – Non mi negherai ciò che ti domanderò?

Sorrise, vedendo Emilia ritrarsi un poco, e fissarlo inquieta.

– È un piccolo capriccio, – aggiunse, – una cosa puerile…. Voglio salir con te nella tua camera da letto; voglio vedere dove tu riposi…

– No, no, no, – rispose la giovane, sgomenta. – È impossibile…. È già una pazzia riceverti qui…. Non chiedere…. Debbo rifiutare….

– Faremo così adagio, – proseguì Cesare, tranquillamente implacabile. – Saliremo all’oscuro: tu mi condurrai. Resteremo un solo minuto; vedrò dove tu riposi, e torneremo…. Non rifiutare, mia divina…. Voglio respirare il profumo della tua camera, un minuto solo….

Mentr’egli parlava, la donna s’era levata dalle ginocchia di lui, e guatava la villa piena d’ombra.

– Dov’è la sua finestra? – interrogò il Lascaris, ritto alle spalle d’Emilia.

– La finestra di mezzo è la sua finestra, – mormorò Emilia, immobile.

– Senti che silenzio?… Dorme…. Non la sveglieremo…. Suvvia, anima, non rifiutare!

– Ma non capisci? – esclamo Emilia, volgendosi a guardarlo. – Non capisci che rifuggo dal condurti nella casa dov’ella dorme…?

– Di che cosa siamo colpevoli, Emilia? – rispose Cesare. – Quando vivrai dunque per te, senza spettri? Manchi di fede a qualcuno? Sono io legato a qualcuno? Siamo liberi; ci amiamo…. Perchè devi arrossire?

E camminando per il chiosco, seguitò concitato:

– È dunque verO che hai rinunziato a vivere! Non potevo credere, tanto la cosa è triste e strana! Ti vergogni d’amare, e ti avveleni ogni istante di gioia! Dovrò nascondere la passione ch’è il mio orgoglio, per lasciar dormire i tuoi scrupoli?

– Cesare! – implorò la giovane, fermandolo e prendendogli una mano.

Esitava; guardava ora lui, ora la villa assopita coi due palmizii i quali ne vigilavano il sonno.

– Vieni! – disse rapidamente.

Cesare spense la lampada sulla tavola, ed uscirono dal chiosco.

Il giardino susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e il gracidar delle rane era cessato; ma certi fiori che non s’aprono, se non nell’umidità dell’ombra, effondevano un profumo di notte romantica ed antica. Emilia pensò alle sere innocenti in cui scendeva ad aspirar la fragranza selvatica di quei fiori, tra i quali le lucciole nottiludie vibravano i loro piccoli lampi.

– Nero! Povero Nero! – ella mormorò, vedendo il cane sbucar da un viale, e tornare a lei.

Esso veniva cautamente, trascinandosi dietro la catena; Emilia si chinò a staccargliela dal collare, e il cane si drizzò a ringraziare, scodinzolando.

– Va, va, Nero! – disse Cesare, a bassa voce.

– È inquieto: vuol seguirci, – osservò Emilia. – Non si fida….

– Non si fida di me, – soggiunse il Lascaris, sorridendo.

Emilia gli strinse la mano in silenzio. Quanto più procedeva, tanto più si smarriva di coraggio; l’inutile audacia di ciò che stava per fare, le sembrava enorme.

– Sai quale pericolo affrontiamo? – bisbigliò, quando giunsero a’ piedi della breve scala di marmo – ….Di notte, ella si sveglia, e qualche volta entra nella mia camera,

– Perchè?

– Ha paura.

– Di che cosa?

La giovane fece un gesto perduto, rabbrividendo.

– E tu temi anche per questa notte? – chiese il Lascaris, con lo stesso fremito.

Emilia tacque, guardò la scala bianca, e, al sommo, la porta chiusa.

– Vieni, vieni! – ripetè febbrilmente. – Non temo nulla…. Ti ho promesso….

Parve infinita la breve scala; parve ai due innamorati che nella oscurità qualche spirito potesse ergersi minaccioso; sentirono il respiro affievolirsi e il battito del cuore crescere vertiginosamente. Procedettero, sapendo pure che ad ogni passo il pericolo aumentava.

– Eccoci! – susurrò a un trattò la donna, aprendo cauta un uscio. – Sei nella mia camera.

– Chiudi la porta che comunica, ed accendi, accendi un lume, una lampada, – pregò Cesare, stringendo Emilia fra le braccia.

– No! No! Sei pazzo? – balbettò questa, tutta tremante. – Se non dorme?… Udrà il romore, vedrà la luce….

Ebbe un sussulto che la scosse dalla testa ai piedi. Le sembrava già di scorgerla sulla soglia, d’ascoltarne il grido…. Come erasi potuta dimenticare così? In brevi ore, ella s’era mutata, compieva degli atti di cui non aveva quasi coscienza, e che in pieno giorno le sarebbero parsi d’un’arditezza proterva e malsana.

– Perchè siam venuti qua su?… È una cosa spaventevole, Cesare! – continuò, soffocata dalla paura. – Ella cammina così adagio!… E l’uscio è aperto; non si può chiuderlo; stride.

– Suvvia, anima, – tentò l’uomo, – non pensare…. Dorme!…

Parlavano senza vedersi, ritti ed abbracciati, con le voci morte; a un passo da loro, non si sarebbe udito verbo. Infine, dopo una pausa d’angoscia, Emilia dichiarò:

– È impossibile resistere…. Voglio assicurarmi che dorma…. Aspettami; non muoverti di qui; entro nella sua camera e torno.

Già si avviava decisamente; ma Cesare la trattenne.

– Vuoi andare così? – disse. – Così vestita?… Se non dorme, t’interrogherà…. Che cosa risponderai?… Spogliati!… Hai dimenticato che son le due di notte, – proseguì, sorridendo. – Spògliati, Emilia; devi fingere di essere scesa dal letto…. Spògliati!

La voce era commossa, quasi l’invito avesse avuto un’altra, ben più cara significazione; e l’idea lo incalzava senza pietà, non venuta da lui, non meditata prima, balzata viva dalle tenebre infide.

– Spògliati, – ripetè. – È oscuro; non potrò vederti. Dubiti di me?… Coraggio, mia divina; l’uscio è aperto, ed ella può giungere.

– Ah, non lo dire! – esclamò Emilia, aggrappandosi a lui, come per sottrarsi al pericolo.

Angosciata, smarrita, con un ronzìo di terrore negli orecchi, la giovane avrebbe in quell’istante obbedito a qualunque voce imperiosa…. Girò lo sguardo nella spessa tenebra; non uno spiraglio di luce che potesse tradirla…. Si decise.

– Sì, sì, mi spoglio, – acconsentì febbrilmente, senza pensare che la parola sembrava in bocca di lei un grido di passione. – Farò come tu vuoi, Cesare…. Mi spoglio!…

Cesare la sentì staccarsi e avventurarsi nella camera, francamente, con l’infallibile destrezza dell’abitudine. Egli aveva trovato il vano della finestra, e vi stava immoto.

Non mai un più energico dominio di sè stesso gli era stato imposto; si curava ben poco del pericolo, si rideva dell’uscio aperto. A due passi da lui, l’amante si spogliava tutta, e rivestiva la molle veste notturna. Oh, giungere alla donna invisibile, e sentirla palpitare fra le braccia!… Vi doveva essere un momento in cui l’oscurità ammantava il corpo nudo di Emilia, e glie la sottraeva allo sguardo innamorato. Egli pensava alla sventura dei ciechi, profonda come un abisso.

E sussultò, udendo; la voce della donna mormorare sommessamente:

– Ecco; ora vado…. Aspettami…. Tornerò sùbito….

Egli protese le braccia nell’ombra, bevendo, il profumo della giovane discinta; ma non riuscì se non a sfiorare una mano di lei, che non si lasciò attrarre.

– Aspettami, – disse ancòra Emilia. – Dopo, sarò più tranquilla.

Cesare si calmò.

Ella doveva tornare. Nessuna forza umana, allora, avrebbe potuto contenderla al suo destino.

XIII.

Il cane, che aveva abbaiato buona parte della notte, e che ancòra abbaiava, da lontano, da vicino, per una grande inquietudine, – non aveva permesso a Roberta di addormentarsi.

Era a letto, ma leggicchiava uno de’ suoi libri romantici, alla luce di un doppiere, sul tavolino; e le avveniva di ripetere una stessa frase, senz’afferrarne il significato.

Quando scorse Emilia varcar la soglia, stese le braccia, ed un buon sorriso le rischiarò il volto. Emilia s’accostava, tutta chiusa in una leggera veste da camera, con un gran collare alla Stuart, i capelli crespi e lunghi snodati per le spalle.

– Anche tu non dormi? – chiese Roberta. – Nero non è mai stato così cattivo…! Come sei rosea! – aggiunse, guardandola attentamente, nell’abbracciarla. – Come sei calda! – osservò ancòra, prendendole le mani.

– Smetti di leggere, – le ordinò Emilia. – Ora dormirai, non è vero?

I suoi occhi contemplarono quasi con ostilità il volto della sorella e le forme che s’indovinavano sotto le lenzuola. Ella tremava al pensiero che se non avesse affrontato così il pericolo, Roberta sarebbe venuta a trovarla; e sentiva nell’animo agitarsi il rancore per colei, la quale anche da lungi dava ombra a tutta la sua vita, e le dimezzava, le rubava un’ora della breve felicità.

Accomodò i guanciali a Roberta, e le tolse il libro. Sapeva d’avere sulla giovanetta un impero senza confini; la sua mano passata nei capelli di lei, per materna carezza, poteva addormentarla; la sua presenza era più volte bastata a rassicurarla da qualunque timore.

– Come sei calda! – ripetè la fanciulla, avvertendo la carezza tra i capelli biondi.

– Dormi, dormi! – Emilia mormorò impaziente.

Agiva con la tranquillità consueta; e tuttavia, se Roberta avesse voluto oltrepassar la soglia, ella si sarebbe uccisa, piuttosto che darle il passo.

– Chi sa perchè Nero, abbaia in questo modo? – osservò Roberta, udendo ancòra il latrato del cane, sotto la finestra.

– Risponde agli altri, che abbaiano nelle altre ville, – disse la giovane. – Hai paura anche del cane, stanotte?

– No, non ho paura…. Rimani fin che mi sono addormentata?

– Sì, certo; fin che ti sei addormentata….

Roberta sorrise, e chiuse gli occhi, tossendo di tempo in tempo.

“Dormi, – le imponeva la sorella col pensiero. – Io sfiorisco lentamente qui, ma qui non dovrei essere, e il mio destino è più forte d’ogni calcolo pietoso. Dormi; non rapirmi il tempo che è mIo, non amareggiarmi l’ebbrezza che tu ignori, e che mi appartiene.”

La guardava con uno sguardo quasi magnetico, e la sua mano non ristava dalla lenta carezza, in cui si era trasfusa una volontà imperativa, in cui vibrava un dominio nuovo e assoluto. A poco a poco, il respiro della giovanotta si fece eguale; sotto le palpebre, gli occhi non vagarono più; la bocca si schiuse leggiadramente; il corpo tutto si distese in una quiete benefica e profonda.

Allora Emilia ritrasse la mano; il suo còmpito era terminato; Roberta dormiva….

Fu, d’un tratto, come se in un perduto villaggio di montagna risonassero inaspettate mille trombe di guerra…. Nell’animo d’Emilia, la quietudine della camera virginale e il proprio contegno affettuoso, non ebbero più senso; ella si volse ad altre imagini; una turba d’aspettazioni gioconde la invase…. L’intermezzo candido era finito, e la notte di fiamme la riallacciava….

Prima di spegnere il doppiere, si chinò sopra Roberta per udirne ancòra il respiro eguale, e la fissò un attimo duramente, con la crudeltà d’un egoismo che trionfa.

Poi soffiò sulle candele, uscì, accostò la porta, stette un poco in ascolto, e quasi di corsa traversò il salotto per raggiungere l’amante.

XIV.

– Non dormiva, – ella disse in un tronco bisbiglio. – Ora l’ho addormentata…. Ma, tu partirai, Cesare, non è vero?… È l’alba….

– Mancano tre ore all’alba. Non mandarmi via, adorata, – pregò Cesare, trovando la donna nell’ombra, e abbracciandola come avesse temuto di non più rivederla.

Egli, aspettando, aveva fatto il giro della camera, e nella densa oscurità poteva adesso muoversi non meno destramente d’Emilia…. Pure aspettando, aveva udito i colpi di tosse, e aveva pensato alla fanciulla; un confronto audace tra le due sorelle gli si era imposto allo spirito, gli aveva infiammato le vene d’un ardore quasi cupo….

Andò all’uscio che comunicava, e lo chiuse, senza farlo stridere, prudentemente.

– Che cosa fai? – domandò Emilia, la quale conosceva il romore.

– Chiudo…. Voglio vederti…. – rispose il Lascaris, tornato a lei, riprendendola fra le braccia.

– Per carità, non pensarlo….

– Voglio vederti, mia unica bellezza, coi capelli sciolti così…. Che profumo hanno i tuoi capelli!

– Non insistere, Cesare…. Appena siamo sfuggiti a un pericolo.

– Dorme; se anche si sveglia, non oserà disturbarti nuovamente.

Emilia s’accorse ch’egli la lasciava…

– Si vedrà il lume, – disse, impaurita.

– È inutile; è tutto inutile, – esclamò il Lascaris, abbassando poi sùbito la voce imprudente. – Non resisto più a una simile tortura; dovessi perderti per sempre, voglio vederti così, come ti ho sognata e non ti ho vista mai…. Questa notte, non ha paura, è tranquilla, – continuò, mentre s’avvicinava al tavolino, sul quale aveva prima tastato un lungo candelabro. – Tu l’hai rassicurata, – soggiunse. – Una forza divina ci protegge….

E accese i cinque bracci del candelabro, e si rivolse.

Emilia s’avvide che il momento era terribile; non tanto pel pericolo di Roberta, forse, poichè ogni notte in camera era accesa la lampada pènsile, e l’oscurità sarebbe parsa alla fanciulla più strana della luce; quanto per l’uomo, superbo di desiderio e di speranze.

No; Emilia doveva confessarselo: ella non lo conosceva, non aveva mai supposto d’essere così violentemente agognata, di poter così intimamente mutarlo…. Per tutto il volto di lui raggiava un maschio tripudio; la linea scura della fronte era scomparsa; si sarebbe detto che la morte sola potesse arrestarlo…. Emilia lo fissava, amandolo; e cercava un mezzo, pensava a un grido per isfuggirgli.

– Non vi avvicinate! – gli ordinò, a bassa voce. – Non vi avvicinate!

Girò lo sguardo intorno, più sgomenta di sè che di lui, non sapendo come togliersi all’abbraccio, che presentiva invincibile.

– Volete approfittare della mia debolezza e del pericolo! – gli lanciò ancòra. – È un tranello, questo!

Cesare s’era fermato, pallido.

– Che cosa dici, Emilia? – susurrò, – che cosa temi?

– Non avvicinatevi! – ripetè la giovane, con lo stesso imperio nella voce.

Ella ignorava d’essere straordinariamente bella. Abbandonata sul letto, svelata dalla luce aurea in ogni linea della sua positura di battaglia e di rifiuto, dominava l’uomo e i desiderii con uno sguardo bruciante…. Aveva chiamato a raccolta le formidabili energie di resistenza, insite nella donna; e ormai riposava tranquilla, sapendo che così debole, così indifesa, non aveva tuttavia nulla a temere, poichè non temeva più nulla da sè medesima.

Cesare capì.

– Perdonatemi, – disse lentamente. – Vi ho spaventata!, e ve ne chiedo perdòno…. Volete concedermi di baciarvi le mani?

Emilia lo lasciò avvicinare e gli diede le mani, ch’egli si chinò a coprire d’intensi baci; ella lo guardava, sommesso e vinto; ma quando Cesare allungò un braccio per cingerla intorno al busto, la donna si sciolse vivamente.

– Non osate di più, – disse. – O mi alzo, e vado da Roberta, e mi vi rinchiudo.

Poi, mentre il Lascaris le si sedeva ai piedi, sulla candida pelle d’orso ch’era stesa di fianco al letto, Emilia seguitò:

– Questa, è stata una notte di pazzie…. Anche ora, siamo in mano del caso, ed io posso perdermi, da un minuto all’altro…. Una simile notte, non tornerà più. Avete voluto sapere s’io vi amassi…. Lo avete saputo; ed è molto…., ed è tutto….

– Tutto?… Tutto finirà qui? – domandò Cesare angosciosamente. – Vi ho chiesto se volete essere mia per sempre…. Tu lo vedi, Emilia; io non ho mai supposto che tu potessi essere una conquista…. Per il tuo amore, ti offro la mia vita…..

“Dove vai?” – gridò in quel punto lo spirito loico nell’animo dell’uomo libero…. Ma l’uomo non ebbe tempo a rispondersi, che già l’attitudine d’Emilia s’era cangiata, e sul viso di lei tornava la chiara fiducia, e nella sua preziosa figura splendeva il gaudio d’una felicità senza sospetto.

Poi ebbe un cenno muto della testa, verso l’uscio chiuso.

– Il nostro avvenire è là, – disse. – S’ella si oppone, siamo perduti per sempre….

– Tu non lo pensi! – esclamò il Lascaris, levatosi in ginocchio a guardarla con intensità. – Non è possibile fidar due esistenze al capriccio d’una fanciulla!…

– Noi giuochiamo anche la sua vita, e tu non lo capisci! – insistette Emilia, solcando ancòra teneramente con la mano i capelli di lui. – Tu non capisci quale strazio sarebbe per me stessa il compiere un atto che potesse amareggiarla!… Ma lo capirai, non è vero? quando ti dirò che sono pronta a rinunziare, se la mia rinunzia le darà un giorno di pace….

– Siete pronta a rinunziare? – ripetè Cesare. – E come chiamate, allora, il sentimento vostro per me?… Se mi amaste, non esitereste un istante a superare un ostacolo…

Si drizzò in piedi, e rimase a testa bassa, pensando…. Aveva pronunziato le ultime parole con tanto odio, che la giovane sentì un leggero, brivido correrle per le spalle.

– Voi non pensate…. – egli proruppe quindi.

Emilia fece un gesto di preghiera, perchè smorzasse la voce incauta; scivolò dal letto, continuando il gesto silenzioso, e andò all’uscio, e vi restò qualche minuto, con tutto il sangue alle tempia e al cuore…. Le era parso d’udire un colpo secco di tosse, lontano; poi, rassicurata dalla taciturnità successiva, s’appressò a Cesare.

– Può svegliarsi, – disse. – Non abusiamo della nostra fortuna!… Va! Va! Tornerai quest’altra notte, mio amore!

Ma Cesare non ascoltava; osservando l’atto pieno di grazia, col quale ella s’era un po’ inchinata a studiare il silenzio oltre la porta, e l’armonìa del suo passo inavvertibile, – l’uomo le andò incontro, di nuovo in preda a un’esultanza veemente, l’accolse e la serrò nel cerchio delle braccia, la ricoperse di baci vivi, sentendola tutta fremere.

Fu di quegli schianti appassionati, che sfiorano i giovani corpi come folate aquilonari, e in una vita rimangono, inestinguibili. Ambedue gl’innamorati risplendevano, per la gioia di spezzar fugacemente la catena diuturna, di riscattare il passato gelido, forse l’avvenire temibile, con un magnifico slancio d’oblio….

Cesare adagiò sul letto la donna, languida; le mani di lui avevano sganciato l’abito notturno d’Emilia, e ancòra un gesto gli avrebbe tutta scoperta l’amante, nuda e bianca, sotto i cinque raggi del candelabro…. E osò il gesto rapido, e la contemplò nivea fra la molle custodia della veste, e le sue labbra diedero i baci ultimi….

La scena era stata così violentemente fuggevole, che Emilia sentì quasi a un tempo il gesto e i baci…. Si sollevò d’un balzo, si ristrinse l’abito attorno al corpo.

Era pallida del mortale pallore che aveva sgomentato Cesare, al principio del convegno….

– Ah, tu credi, – bisbigliò questi, chiamandola a posare il capo su la sua spalla, – ah tu credi ch’io vorrò rinunziare a te?… È dunque così diffìcile, a voi donne, penetrare il senso della vostra propria bellezza, e comprendere ciò che potete in noi? Nessuna forza umana, capisci?… arriverà a contrastare la mia passione!… Perchè sei così pallida, anima? Perchè piangi? Perchè piangi?…

Ella piangeva, ma, dominata ed ebbra, non si staccava da lui….

Rimasero in un calmo silenzio lungamente, avvinti; udirono nell’aria qualche cosa eterna passare, – il tempo, l’amore, la morte? – e sfiorarli, e procedere incontro ad altri destini, che aspettavano.

– Ancòra mi darai una notte come questa, è vero? – mormorò Cesare timidamente. – Ancòra molte notti di gioia?

– Sì, ancòra molte notti di gioia! – ripetè Emilia.

– Non senti come tutto è strano, in questa notte? Noi rapiremo alla sorte una grande felicità senza confine…. Bisogna vivere, vivere diversamente.

Emilia rabbrividì. V’era infatti qualche grande energia che li stimolava all’amore quasi ad un farmaco delizioso, dalle inesauste ebbrezze; era in loro il bisogno di vivere la doppia esistenza degli appassionati, con doppia forza, con doppia anima, per gli altri e per sè.

Tutte le cose grige dovevano fondersi nel calore febbrile di molte notti misteriose, fra gli alti silenzii che vanno dispersi nel sonno.

Lo stridore di una candela più breve li fece sussultare insieme. Guardarono insieme la finestra oramai chiara.

– È giorno! – disse Emilia, sciogliendosi dall’abbraccio, e correndo smarrita alla finestra. – È giorno! Mio Dio, come farai?

Cesare l’aveva raggiunta e guardava l’alba apparire, con le nuvolette rosee; una fresca alba estiva, sotto il cui sorriso si stendeva il mare…. Mostruoso d’ombra, solo il puntazzo di Portofino pareva ancòra addormentato.

– Va presto, mia vita! – susurrò Emilia. – Che non ti vedano!

– Non mi vedranno, – disse Cesare. – Rassicurati; nessuno è alzato, a quest’ora!

Emilia lo abbracciò la prima, offrendogli la bocca; sotto gli occhi puri, un livido cerchio aveva cominciato a disegnarlesi….

– Ancòra quest’altra notte, anima! – le rammentò Cesare, innanzi di lasciarla presso la porta che metteva alla scala.

La scala bianca di marmo era vivida nello sbozzo di luce lividiccia.

– Sì, sì, ancòra una notte; tutte le notti che vorrai, Cesare!

E appena egli fu in basso della scala, ella rientrò, corse di nuovo alla finestra, e vide Cesare traversar cauto il giardino, lungo le siepi, e dove gli alberi offrivano qualche incerta ombra.

Da ultimo, nel silenzio cristallino s’udì il cancello cigolare e richiudersi.

XV.

Ma no, per lungo tempo, ella rifiutò ogni altro convegno. Troppo temeva di sè, troppo di lui…. Emilia lo amava di quel formidabile amor delle vedove, che paiono spinte dai ricordi del morto fra le braccia dei vivi…. A pena, scambiavano qualche frase, congiungevano le labbra, quando Roberta non era presente.

Le molte notti che la donna aveva promesso e Cesare aveva sperato di gioia, si dissolvevano oscure, senza memorie, se non di tristezza e d’insonnia.

Era succeduta la stagione media, quando il periodo dei bagni è finito, e ancòra non ha avuto inizio il periodo invernale, caro alle anime e ai corpi malati.

Sul paese, la solitudine pesava; v’erano stati in settembre inesorabili giorni di scirocco, durante i quali l’aria scottava e il sole pareva non dover tramontare mai.

Nelle caldissime serate, salivano Cesare e le due sorelle sopra un canotto a remi, con un agile marinaio più cùpreo del rame; e si facevan trasportar lentamente verso Nervi, verso Quinto, o a capriccio…. In mare l’aria era ricca e buona; ma Roberta aveva dovuto ben presto rinunziare alle fresche gite, poichè il lene ondeggiamento della barca le dava le vertigini.

Se pure quelli del paese avessero supposto o mormorato, ciò importava ben poco a Cesare e ad Emilia, già ciechi per la necessaria imprudenza della passione; ed essi continuarono ogni dopo pranzo, spesso col marinaio, soli più spesso, remando il Lascaris….

Roberta stava ad aspettarli, e qualche volta indugiava una lunga ora sulle rocce, a guardare il canotto lontano e tardo, fra la porpora del tramonto, fra le maravigliose zone di luce irrubinata…. L’imbarcazione, minuscola nella latitudine delle acque, non poteva affondare e sparire? Le vele bianche o rosee eran lungi, alle estremità dell’orizzonte, dove anche un pennacchio di fumo svelava qualche invisibile vapore; mentre dalla spiaggia la distanza era grande….

La fanciulla sentiva d’odiare qualcuno, là dentro.

E la deliziosa strada che da Nervi sale a Sant’Ilario, s’appiana, discende per viottoli aspri fino a sboccar di nuovo sulla strada comunale, – anche vedeva talvolta Cesare ed Emilia incontrarsi e passeggiare nella tenera oziosità di chi aspetta giorni felici e si studia a render felici i giorni comuni.

Passavano per quella strada sempre le medesime persone alle medesime ore; quando un gruppo di monache in abito bruno col soggòlo bianco, per la questua; e quando un curiosissimo carretto tirato da un asinello grigio, guidato da un omiciattolo, che gridava a giusti intervalli, per tutta la durata del viaggio: – Aaah!… Iiih!…., e spingeva l’animale, e scambiava parole coi conoscenti che incontrava.

Cesare aveva chiesto all’uomo da quanto tempo egli percorresse quella strada…. Da venti anni; da venti anni, tutti i giorni egli scendeva a Genova a portare involti e a raccoglierne, e risaliva a Sant’Ilario, senz’affrettarsi, parlando col ciuco, se gli mancavano incontri…. L’alba rischiarava il suo andare; il tramonto salutava il suo ritorno….

– Aaah!… Iiih!…

Cesare l’aveva seguìto con l’occhio, fino a un gomito della salita, invidiandolo…. Passione? dolore? desiderio?… Vocaboli ignoti all’umile; egli non si augurava se non di poter gridare: – Aaah!… Iiih!… per altri venti anni.

Il Lascaris meditava così, dietro le sensazioni del momento, per qualche spettacolo semplice e fugace; fin che non fosse comparsa Emilia, che saliva adagio, sorridendo da lungi all’amico….

Sempre, quell’apparizione aspettata lo toglieva dalla supina realtà d’ogni giorno; ma dentro l’animo gli si risvegliava, l’amarezza intollerante di uno che abbia sognato, che abbia sentito sul proprio corpo il contatto fresco d’un corpo femmineo, e al risveglio si sia trovato in una camera deserta e priva di lume.

In quel periodo, Cesare soffriva presso Roberta qualche molestia, quasi lo spettacolo tuttora vivissimo d’Emilia ignuda sotto i suoi occhi, gli avesse conficcato nel cervello la cupidigia sacrilega di giungere una notte alla camera della giovanetta, di risvegliarla e dominarla come la sorella.

Fra le due sessualità ancòra per lui misteriose, egli aveva dei lampi d’esitanza.

Quelle voci si rassomigliavano assai, e Cesare sussultava, udendosi chiamare da Roberta con la stessa inflessione, che gli aveva reso caro il proprio nome pronunziato dalle labbra d’Emilia.

Ambedue le donne adoperavano un solo profumo, aliante intorno ai corpi in una nube leggera; un profumo, il quale, sorgendo dagli abiti e dalle mani di Roberta, rammentava ostinatamente all’uomo il gesto, ch’egli aveva osato quella notte per veder tutta Emilia, e ch’egli avrebbe voluto osare anche più audace sopra la fanciulla gettata attraverso al letto, per rivelarla pure, fra la molle custodia dell’abbigliamento intimo.

Ambedue avevano un certo movimento risoluto del capo, e certi atti di grazia nel chinarsi fino a un fiore, nel dar la mano, nel sedersi e acconciarsi le gonne intorno.

Differivan poco di gusti, e si vestivano quasi a un modo, portando gli stessi gioielli ai polsi e alle orecchie, e gli stessi monili.

Non di rado, Emilia esprimeva a metà un’idea o una sensazione, e Roberta continuava e concludeva…. Si sorridevano, allora, come se le loro anime fossero vissute un attimo nel medesimo cerchio invisibile.

Ma sotto quelle e simili apparenze, restava il fenomeno, inquietante per Cesare, che l’una completava l’altra; la bionda ammalata s’era avvinta per sempre alla sorella bruna, perchè da questa pareva trarre qualche mistico alimento alla propria anima; ed Emilia aveva contesto il filo della sua esistenza al filo tenue dell’altra.

Egli erasi interposto fra di loro, ma esse. all’infuori di lui, seguitavano una vita comune, indissolubile per le oscure simiglianze del sangue; erano carne d’una medesima carne, due rami d’un albero unico.

– Perchè, – domandò Cesare una volta a Emilia, – perchè ti vesti come tua sorella? Perchè usi del suo profumo? Perchè da lontano io posso scambiarti con lei?

– Vi spiace?

Egli scosse la testa, incerto.

– Vorrei che nessuno ti somigliasse, anche da lontano….

– Ma la somiglianza con Roberta non è cosa che possa ferirvi. Io ho forse la sua voce, e probabilmente uno stesso modo di esprimermi…. Ciò avviene quando si vive tutta la vita con una persona, tanto più se questa ci è legata da parentela. Non vi è nulla di strano o di voluto….

– Si può volere il contrario….

– Odiate Roberta al punto da non tollerar nemmeno un abito simile al suo?

– Comprendimi, Emilia….

E si arrestò. Non avrebbe potuto comprenderlo mai, perchè non sapeva il turbamento arrecatogli con quella notte di mezza voluttà; pel quale turbamento, la pace dei sensi era scomparsa, e innanzi a Cesare s’era spalancata la voragine dissolvitrice delle fantasie, dei sogni, delle figurazioni carnali….

– Oh lasciatemi amarla! – esclamò Emilia, credendo d’aver capito. – Dovrò sfuggire ogni somiglianza con Roberta, come si trattasse d’una nemica? Perchè odiate tanto una fanciulla, che non vi ha fatto male alcuno?

– È certo, – mormorò Cesare, trascinato in quel nuovo ordine d’idee, – è certo che voi non capirete mai la lotta. Io non odio; mi difendo…. Fin che il tuo cuore sarà pieno di lei, io non potrò sperare nulla da te…. Devo darti la forza di comparare e di scegliere, se la scelta sarà necessaria…. Tu ti sei chiusa nel presente e ti sei innamorata del tuo dolore!…

– Non ammettete alcun legame. Siete un selvaggio, – disse la giovane, cercando, di sorridere per calmarlo….

Erano le cinque del pomeriggio; avevan preso il tè, in casa, e Roberta era andata sùbito dopo a visitar la figlia del massaio, che giaceva ammalata. Il sole prorompeva dalla finestra aperta nel salotto, chiazzando d’oro le pareti e il pavimento a mosaico. Nero latrava in giardino, allo strepito d’un carro. E gli amanti ricordavano; ella, la scena del chiosco, non osando spingersi fino al ricordo impudico; egli, la scena della camera, parendogli che di là fosse cominciato il gaudio.

– Non ammetto alcun legame? – ripetè. – Vorrei poter non ammetterlo; e sarei libero, e la mia vita riprenderebbe il suo corso tranquillo, e non aspetterei tutto il mio avvenire dalla volontà capricciosa di due bambine crudeli…. È questa, ormai, la condizione difficile in cui mi trovo: chi devo vincere? Te, o Roberta? Di quale animo devo essere padrone? Del tuo, o dell’animo di tua sorella?

Emilia si concedeva qualche atteggiamento un po’ oblioso, appena si trovavan soli; e s’era allungata sul divano, col gomito e la mano destra sostenendo il capo; sottil figura, che rammentava a Cesare quel suo nèo prezioso fra i due seni, e le calze di seta nera alte fino alla coscia.

Ella si raddrizzò di scatto, e restò immota, ascoltando.

– Per liberarmi da questo dubbio, bisogna che la soluzione venga da noi, da te, – seguitò Cesare, il quale aveva notato e goduto l’effetto della propria domanda. – Bisogna, infine, parlare a tua sorella, poichè la vuoi arbitra della nostra sorte….

– E se rifiuta? Se minaccia? – chiese Emilia. – Se mi fa comprendere che una diminuzione del mio affetto le toglierà ogni forza di vivere e di sperare?

Il Lascaris si strinse nelle spalle; egli era innanzi al tavolino da tè, e passava macchinalmente le tazze, guardandone il fondo zuccherato, quasi a trovarvi un’idea.

– Non è probabile, – disse finalmente, per dire.

– -È molto probabile, invece, che ella si opponga. Vivere con noi, adattarsi a un posto secondario nel mio cuore, cedere a te, le parranno cose assurde e spaventevoli…. Oh, continuiamo così, Cesare, fin che è possibile! Io sono felice, ora per ora; non cerchiamo di più, non affrettiamo nulla!… Tu sei troppo impaziente….

Egli obbedì a uno slancio, con le braccia tese verso la donna; ma sùbito si vinse, e abbassò la testa.

Urtava nuovamente contro a una barriera: tra il suo concetto della vita e il concetto d’Emilia, l’indole, la coltura, l’esperienza, avevano scavato un abisso…. Egli era non meno sollecito della vita morale che della fisica; il contatto femmineo, la cupidità esaltata e imprigionata, gli avevano sconvolto la mente e il cuore; sotto la fustigazione della brama inutile, stava per sorgere l’uomo pervertito; ed egli lo intuiva…. Già gli era balenato il pensiero di Milano, dove si sarebbe potuto tuffare in una palude di stravizio, e aspettare coi nervi calmi.

Dir questo a Emilia e perderla, doveva essere una cosa sola.

Ella, come quasi tutte le donne, ignorava il fascino proprio: ignorava che, ad essere serenamente amata, doveva sodisfar prima la bramosia del maschio, eccitata da lei stessa con l’incautela d’una visione, con la vicinanza continua, ch’era uno stimolo a fantasticare. Sapeva resistere, o almeno fuggir le opportunità, perchè ciò stava nel suo medesimo spirito femminile; e non sapeva che, al contrario, cercar quelle occasioni, avversar senza posa la resistenza di lei, eran nell’indole maschile.

– Ebbene? – chiese la donna, vedendo l’atto di Cesare.

– Non è possibile continuare a questo modo, – disse il Lascaris, rialzando la testa. La ruga profonda e dritta gli solcava ancòra la fronte. – Se tu pensassi a raddolcire la mia impazienza, se tu mi dessi qualche convegno, come quella notte, in giardino….

Emilia s’era inavvertitamente stesa di nuovo sul divano, con un moto di voluttuosa pigrizia; sentiva ascendere fino al suo egoismo di donna il nembo di quella preghiera incessante, e lo aspirava a guisa di profumo, trovandovi tutto il compenso alla sua resistenza tenace, tutta la ragione della sua resistenza futura.

Cesare la vide, e si alzò. Ma ella ebbe appena il tempo a comporsi in un atteggiamento calmo, che sulle scale risonò il passo di Roberta.

– Non partire così presto, Cesare, – disse Emilia, sottovoce.

Quando Roberta entrò, scorse la sorella intenta a tagliar le pagine d’un libro e Cesare, in piedi nel vano della finestra, parlando della prossima stagione di Nervi.

La giovanetta spense immediatamente lo sguardo che aveva lanciato sui due, e s’inoltrò con un sorriso pallido.

– Lei dovrebbe visitare quella povera ragazza, – fece al Lascaris, mentre si accomodava sulla poltrona a dondolo, in faccia a Emilia. – È in cura del dottor Noli, ma il consiglio di Lei sarebbe utile….

Il tòno metallico della voce e lo studio insolito con cui Roberta spiccava le parole chiarissime, avvertirono Emilia dello stato d’agitazione in che la sorella si trovava; ma il Lascaris tardò a rispondere. Guardava la fanciulla, vestita come l’amante, con una camicetta, una cintura di cuoio giallo, una sottana azzurro-mare; la camicetta d’Emilia era rosea; la camicetta di Roberta, cilestre. Tutt’e due le giovani portavano i capelli annodati in giro al capo, folti e copiosi.

– Non potrebbe visitarla? – chiese di nuovo Roberta.

– No, – rispose Cesare scuotendosi. – È in cura del dottor Noli, il quale non ha bisogno di consigli….

– Soltanto un’occhiata, passando.

– È impossibile, signorina…

– Sta malissimo…. Grida, ha le convulsioni, la schiuma alla bocca…. Il dottor Noli non verrà fino a domani.

– Possono chiamarlo sùbito, – osservò Emilia.

– L’ho suggerito, ma i parenti dicono, ch’è inutile, e sanno ciò che devono fare; è una famiglia di zotici…. E come è possibile, – seguitò Roberta verso Cesare, – come è possibile negare aiuto a un’infelice, che è forse in pericolo?

– So di che cosa si tratta, – assicurò il Lascaris. – Me ne ha parlato il dottor Noli; non v’è pericolo alcuno….

E pronunziando le parole, le quali caddero in un corto silenzio susseguito, egli osservava la testa bionda e animosa di Roberta, a riscontro con la testa bruna d’Emilia; quella superava questa, per la venustà dell’espressione, e una debole tinta azzurrognola sotto gli occhi, dava alla giovanetta un senso tra di ardore e tra di allettamento.

– Quanti anni ha l’ammalata? – domandò Emilia, che, pur volendo schivare quel tema, vi era caduta meglio, d’un colpo.

– Diciannove, – rispose Roberta. – Oh, morire a questa età, è spaventoso!

La scena aveva dovuto sinistramente colpirla; fra sè stessa e la giovane epilettica, fra il male che rodeva l’una e il male che minava l’altra, aveva forse trovato qualche occulta rispondenza; e la esclamazione venutale di lancio, dal cuore, diede una scossa agli amanti.

Ella recava sempre nei colloquii di loro una nota acre, un presentimento cupo; e, partiti già da tempo dietro imagini diverse, gagliarde, quali le imagini d’amore, essi eran di tanto in tanto soprappresi, arrestati e torturati dal richiamo aspro della fatidica.

Emilia la fissò con un’interrogativa di mite rimprovero, quasi per trattenerla; ma ella aveva sentiti gli artigli della paura

Si levò in piedi, senza curar la presenza del Lascaris, che, rivolte le spalle alla finestra, seguiva attento l’atto della ragazza. irrequieta.

– Se sapessi di dover morire fra un anno, non so che cosa farei oggi, – ella continuò intensamente. – È orribile, simile dubbio, quando la vita ci dà l’abitudine di pensar sempre all’avvenire, come se il presente non contasse…. Ecco un esempio, l’esempio di quella giovane, che non ha vissuto, che non ha gioito, e che un giorno, assai presto, rimarrà vittima d’una crisi…. Povera anima! Povera bambina!

Cesare avvertì uno sguardo supplichevole d’Emilia, per invitarlo a rassicurar la sorella; ma egli non si mosse dalla sua posa consueta, le braccia incrociate al petto, gli occhi freddi sopra Roberta, che camminava concitata per la camera….

– Perdere questa bella, bella vita, perdere il sole, perdere questi spettacoli, – ella aggiunse, delineando un gesto verso l’amplitudine del mare e dell’orizzonte, – perdere tutto, senza aver conosciuto nulla!… No, io voglio ancòra vivere, dovunque, comunque, purchè viva; non è cosa umana rassegnarci al destino, e passare così, quando ancor nessuno ci è tanto legato da poter ricordarci sempre!… Perchè se morissi io oggi, chi mi ricorderebbe fra dieci anni?… Che bene ho fatto?… Che cosa sono stata?…

Allora, vedendola tutta vibrare di nervosa esaltazione, e rilevando un nuovo sguardo angosciato di Emilia, Cesare si staccò adagio dalla finestra, e andò incontro a Roberta, la prese dolcemente per un braccio, e fissàtole negli occhi gli occhi imperativi, le disse:

– Basta, signorina. Che significano queste idee? Dove le ha lette?… È guarita, è forte, e nulla contrasta il suo avvenire…. Tutta la colpa della sua tristezza, è in Lei medesima.

Sotto lo sguardo attanagliante dell’uomo, Roberta parve decadere da un’alta allucinazione; il colorito le si diffuse alle guance vivissimo, e nel punto in cui Cesare la lasciava, ella andò a sedersi, e restò a capo chino, umiliata….

– Suvvia, – finì il Lascaris con un sorriso, – la sua povera malata guarirà, e non valeva la pena di trarre deduzioni pessimiste contro il destino…. Quale comunanza poi, Ella abbia con l’epilettica, dall’età infuori, io non saprei; e l’età è poca cosa, per credere che se quella morisse, dovrebbe morire anche Lei…. Non è vero? Mi dica che ho ragione,…

Con una fievole punta d’ironia, egli era a bella posta passato al di là de’ suoi diritti; s’era compiaciuto a far sentire l’indulgenza mordace che le debolezze di Roberta suscitavano nel suo animo, quasi le debolezze d’una bimba….

– Sì, – ella rispose a voce bassa, levando infine lo sguardo in volto a Cesare. – Ho avuto torto. Quello spettacolo mi ha tanta commossa!

E per sottrarsi al dominio di lui, corse alba sorella, che la ricevette e la strinse fra le braccia.

– Non recarti oltre, laggiù, – disse Emilia con dolcezza. – Vi andrò io, se vuoi. Tu ti lasci troppo impressionare.

Innanzi alle due giovani riavvicinate e avvinte, le quali lo guardavano con occhi sì diversamente intensi, il Lascaris provò ancòra la vampa di calda sensualità che lo bruciava ormai sempre alla vista delle due sorelle; e quell’entrare di un tratto nel possesso spirituale di Roberta, quell’impero ch’egli poteva, ch’egli avrebbe potuto stendere più ampio su di lei, col diritto del medico sull’ammalata inconscia, gli piacquero e lo aizzarono.

Un fastidioso silenzio chiuse la rapida scena. Cesare stava per tôrre commiato, quando la fanciulla lo prevenne, diede un bacio a Emilia, e salutato il Lascaris, ridiscese in giardino.

– Nessuna speranza, dunque? – egli ricominciò non appena furono soli. – Non parlerai?

Emilia era tuttavia circonfusa dalla tristezza, che Roberta sembrava aver lasciato con la sua assenza.

– Chi oserebbe parlare? – rispose. – Non vedi? Non capisci? È crudelmente ammalata di spirito…. Chi oserebbe parlarle, in simili condizioni?

– Ammalata di spirito? – ripetè il Lascaris. – Io ho conosciuto parecchie fanciulle, le quali inghiottivano il sale e bevevan l’aceto, nella ingenua speranza di morir consunte…. Sono le piccole follìe, cui poche normalissime si sottraggono; sono i perturbamenti dell’età…. La signorina legge forse troppi romanzi.

– Cesare! – interruppe Emilia. – Non posso lasciarvi parlare così di Roberta….

– Legge troppi romanzi, – proseguì Cesare pacatamente, nell’atto che riprendeva la canna e il cappello. – La morte è sempre descritta nei romanzi con un lusso di particolari falòtici, che fanno ridere; non è un fenomeno naturale e semplice, ma una trovata dello scrittore, una punizione d’Iddio, una giustizia degli uomini, uno scioglimento di qualche terrifico dramma, che diversamente non sarebbe mai più finito…. Questo ha turbato la fantasia di tua sorella, e una contadinotta qualunque non può patir di capogiro, senza che la signorina ne preveda la morte e le esequie…. E noi, qui ad attendere che i fantasmi passino, mentre andranno sempre rinnovandosi poichè non sono formazioni esterne e occasionali, ma flora indigena, creazioni caratteristiche del suo cervello…..

– Cesare!… Cesare!… Cesare!… – esclamò nuovamente la donna, su tre tòni diversi. – Non vi avrei supposto tanta ingenerosità…. Essa è malata….

– Addio, Emilia, – egli rispose, prendendole ambo le mani. – Cercate di non farmi ricordare quanto può un uomo che vuole…. Cercate di parlarle…. O le parlerò io, benchè non abbia su di lei autorità alcuna.

Una maschera di sarcasmo gli era scesa sul volto, e traverso le frigide parole di lui sembrava minacciare qualche imprevedibile ribellione.

Emilia non consentì alla stretta delle sue mani; e lo lasciò partire, pensando che non lo conosceva, che in fondo al cuore dell’uomo doveva giacere una malvagità sottile, una acerba indifferenza per i mali altrui. Forse, tutto ciò ch’egli era apparso fino allora, poteva essere stato frutto d’ipocrisia, di quella ipocrisia non volgare, cui la lotta medesima suggerisce e insegna…. Certo, il sarcasmo, il lieve disprezzo per Roberta e probabilmente per lei stessa, rivestivano i suoi lineamenti arguti meglio assai delle altre espressioni delle quali il volto mobilissimo di Cesare era capace.

Quando fu a’ piedi della scalinata marmorea, egli scorse Roberta china sopra un cespo di gaggìa, da cui staccava a uno a uno i granelli dorati e fragranti, serrandoli nel cavo della mano.

Cesare avrebbe voluto scansarla; ma ella avvertì il passo, lasciò la sua leggiadra occupazione, e andò incontro al Lascaris.

– Ascolti, – gli disse. – Le grida giungono fin qui…. L’ammalata è nel rustico…. Vada, vada a vederla….

Veramente, grida non s’udivano, e il silenzio non era interrotto se non da un canto acutissimo sulla strada, un canto lamentoso e azzurro, che i popolani liguri trascinano in note di falsetto.

– Sarebbe indelicatezza verso l’amico mio dottor Noli, – osservò Cesare annoiato. – Non v’è pericolo, non ve n’è affatto…. E, d’altra parte, io non rappresento nulla; sono il signor Lascaris, un passante, un villeggiante qualunque. Da due anni, lo sa, ho lasciato la carriera…. Il mio intervento non può essere scusato se non da casi eccezionali.

– Ero dunque ben gravemente ammalata, quando Lei è venuto a visitarmi la prima volta? – chiese Roberta con una triste lentezza.

S’erano fermati poco lungi dalla villa, sul principio del viale che digradava fino alla verde cancellata; ed Emilia udiva le loro voci, senza afferrar le parole…. Ricordò allora, la donna, la dubbia frase dell’amante: “Di quale animo devo impadronirmi? Del tuo, o dell’animo di tua sorella?”

Un malefico intento di torturar la fanciulla nacque sùbito nello spirito affaticato dell’uomo; e invece di protestare, di confortare, di toglierle ogni apprensione sulla malattia d’ieri, che poteva essere la malattia di domani, egli non rispose motto, e finse l’impaccio di chi cerca una benevola menzogna.

Gli fiammeggiava in mente la sensazione da lui medesimo definita: “Con una parola potrei forse ucciderti” e la parola stava per iscattare, rovesciando ai suoi piedi la giovane dritta e titubante. Ma fu tosto, ridestato dall’incubo.

– Abbiamo una giornata ideale, – egli disse. – Perchè non esce a passeggio? Le gioverebbe assai più che occuparsi di quella ragazza.

– Se ero tanto malata, come posso essere guarita d’un tratto? – soggiunse Roberta, allentando il pugno e lasciandosi sfuggire i grani odorosi della gaggìa. – E perchè Lei m’illude?

Aveva nella voce qualche cosa umile e paziente, qualche cosa forse anco vile e trepida, non mai udita da Cesare nelle domande di lei.

Ella era innanzi al giudice, al quale voleva carpire per insidia la sentenza intima e sepolta. Studiava d’avvicinarsi alla verità, fingendo una rassegnazione consapevole; ma sotto alla scaltra indagine, il terrore, l’angoscia istintiva della giovanezza per la tenebra eterna, vibravano.

Pur di assaporare la vita, il sole, la felicità d’una lunga dimane, la vergine intatta nel corpo e monda nel pensiero, si sarebbe macchiata di qualunque impudicizia; colui che avesse potuto offrirle la salvezza, avrebbe imprigionato la fanciulla in una schiavitù senza limiti, per sempre. O forse, rispondendo alla visione che balenava qualche volta alla mente di Cesare, fors’ella si sarebbe gettata ai piaceri con la fame avida di chi vuol tutto conoscere in breve giro di tempo, con la febbre di chi alle spalle intende il galoppo macabro.

– Che cosa posso dirle più di quanto non Le abbia detto? – egli rispose freddamente. – Io non ho mai incontrato anima meno fiduciosa…! Ella turba la pace d’una persona che le è cara, e rattrista un’esistenza che non le appartiene….

Si mosse per allontanarsi, e già s’era incamminato, quando la voce di Roberta lo richiamò tenera e sommessa:

– Almeno, mi saluti, – diceva. – Almeno, mi saluti….

Un’altra fanciulla, Cesare vide venirgli incontro, nell’animo della quale le parole di lui secche, brevi, imperiose, avevano prodotto la reazione.

Gli veniva incontro Roberta, il volto irradiato da un lampo di gioia riconoscente; bella di fiducia, a testa alta, con la mano tesa, ormai sulla via della schiavitù assoluta, per quanto piccola sicurezza di bene egli avesse potuto offrirle.

– Addio, fantastica! – Cesare disse, stringendo quella mano, la quale già rispondeva alla sua stretta con qualche abbandono femminile.

– Addio, dottore! – ella replicò, mettendo in quell’appellativo un arcano senso di devozione e di fede.

Allora, veramente, l’ululo della epilettica lacerò l’aria, rompendosi in un sèguito di singulti barbari.

Cesare fissò in viso Roberta; ma questa gli sorrideva ancòra, e tutta colma di speranze egoistiche, non aveva udito.

XVI.

– Se lei volesse mandarci il fidanzato di sua sorella…. – pregò la vecchia.

Roberta, incamminata per uscir dalla casupola, si volse bruscamente.

– Il fidanzato di mia sorella? – ripetè. – Che cosa dite?

– Sì, quel signore, il medico che viene tutt’i giorni dalle Signorie Vostre….

La fanciulla s’abbrancò allo stipite per non vacillare; e rispose, impallidendo:

– Va bene, glielo dirò.

Poscia si fece forza, e uscita rapida in giardino, entrò in casa, risalì nella sua camera.

Non aveva trovato energia per protestare. Cesare Lascaris, agli occhi di quei contadini, era il fidanzato d’Emilia; probabilmente, anche agli occhi delle cameriere, agli occhi di chiunque avesse voluto spiegar l’assiduità del giovane presso le due sorelle.

E fidanzato era certo l’eufemismo che significava l’amante.

In tal modo, Roberta veniva punita della sua pietà; poichè dal giorno della crisi, quotidianamente s’era recata a visitar l’epilettica.

Nella famiglia de’ massai, tutti piagnucolavano, per l’ereditaria viltà delle razze inferiori; e tutti s’occupavano, guadagnavano, spendevano avaramente; tenevano a fitto la terra circostante alla villa, facevan da procaccia tra il paese e Genova, lavoravan da falegname; e tutti piagnucolavano.

Pareva che il lamentìo sommesso della schiatta si fosse impersonato nell’avolo, un vecchio d’ottantatrè anni, curvo e disseccato; il quale non moveva piede, non si poneva a sedere, non girava lo sguardo, non s’appoggiava alla lunga canna, senza trarre dal petto concavo un lagno querulo e abitudinario.

Roberta s’era lasciata cogliere, e portava cibo, vesti, danaro. Vigilava con gli occhi inteneriti la scialba fanciulla, che non sembrava notarla mai al suo fianco. E scorrendo quasi l’intera giornata in quella casupola, tanto malinconiosa da non credersi piantata come la villa a oriente di una vaghissima costiera, – Roberta intendeva di tempo in tempo qualche allusione, o coglieva qualche sorriso, che le riuscivano strani e la facevan pensare. Senza dubbio, lievi cose; ma l’animo di lei, dopo aver lavorato nella vacuità del sospetto, era avido ormai d’indizii, e cercava inconsapevole una traccia, una guida, purchè fosse.

– È il cane del diavolo, cotesto, – diceva la massaia, accenando Nero, che andava a scodinzolare presso la fanciulla. – Abbaia sempre..Vossignoria non l’ode, qualche volta?… Sveglia tutti quanti, la notte…. Ma…., di guardia!… Oh, se è di guardia! Quando urla, sa perchè…. Vien qua, Nero!… Eh, gli piacciono i signori! I signori, li rispetta….

Sorrideva, d’un sorriso decisamente sciocco; ma non sorrideva con lo sguardo, irresoluto, fuggevole; e il piccolo corpo secco e magro della femmina pareva allungarsi; e il collo s’allungava di certo, aiutando la voce senile che fischiava il polifono dialetto ligure.

– Una notte, perfino, mio marito è dovuto scendere a vedere…. Nero abbaiava…. Come abbaiava forte!… Ma sapeva perchè…. C’era qualcuno in giardino….

– Qualcuno, di notte? – esclamò Roberta. – Chi, dunque?

– Eh, qualcuno! – ripetè l’altra, seguitando il suo ghigno melenso.

– Un ladro, un vagabondo, senza dubbio….

– Eh no, un ladro…! Qualcuno, insomma…. Basta: quando Nero abbaia, sa perchè….

Ma Roberta, guidata da una bieca luce improvvisa, aveva voluto sapere, aveva insistito, per combinar la data del trascurabile episodio con un certo suo ricordo, esso pure, fino a quel giorno, trascurabile.

Poi, avvistasi della curiosità feroce cui si dava in pascolo, sentì una nausea violenta, troncò l’interrogatorio, gettando alla femmina un involto che le aveva portato. E non essendo riuscita a definir tuttavia se la fanciulla avesse compreso o non avesse avuto bisogno di comprendere, la femmina aveva allora tentato il colpo maestro, fingendo l’ingenuità:

– Se la Signoria Vostra ci mandasse il fidanzato di sua sorella….

Roberta uscì rapida in giardino, entrò in casa, risalì nella sua camera.

Ella aveva toccato il colpo, quasi piegando sopra sè medesima; e avvertiva lo scatenarsi d’un gran male fisico, non diversamente che ne’ suoi giorni di terrore.

Il fatto prendeva nella imaginazione mobile e ignara della giovanetta le proporzioni d’un delitto, del quale sua sorella, la sua Emilia, si fosse macchiata.

Ella ritrovava nella mente la figura incomparabile della donna, chiusa in una leggera vestaglia con gran collare alla Stuart, i capelli crespi snodati e lunghi fino oltre le reni; bella, giovane, fresca, esultante per una delizia attesa; e finta, simularda, egoista come tutti i felici…. Era entrata nella camera di Roberta; cosa strana, non mai avvenuta prima; e aveva rassicurato la fanciulla, nervosa per l’abbaiare, anche strano, di Nero; l’aveva così caramente ripresa delle sue inquietudini; le aveva imposto le care mani sul volto, l’aveva addormentata.

E un uomo, nel giardino, stava ad aspettarla!

Perchè non si poteva nutrir dubbio; e l’aneddoto narrato dalla vecchia, rispondeva benissimo alla maraviglia interrogativa onde Roberta era stata colpita quella notte.

In giardino? La donna era scesa in giardino, con la vestaglia piena di fruscìo, coi capelli snodati?

Il cuore di Roberta cominciò a battere violentemente. Ricoveratasi nella camera, era corsa al cassettone, vi aveva appoggiato i gomiti, e secondo l’abitudine delle sue ore meditative, vi era rimasta, guardandosi nello specchio, a pensare…. Una vampata calda di sangue le affluì al volto….

In giardino era avvenuto il convegno? Non poteva dubitarne; non osava, benchè tale convegno non fosse verosimile, con quell’abbigliamento, col pericolo di essere uditi…. Ma dell’abbigliamento ella sapeva alcuni particolari, i quali ritornatile alla memoria, le avevan chiamato tutto il sangue al volto. Sotto la vestaglia, sua sorella era indifesa….

Dunque, mentre Roberta credeva sè medesima ed Emilia serrate in un inviolabile cerchio di sventura, la donna aveva spezzato il cerchio, n’era uscita, abbandonando la fanciulla alle sue angosce, al suo male, a’ suoi spettri…. La voce della giovanezza l’aveva chiamata all’amore.

E la parola magica sfolgorò un gran raggio, passando traverso la mente di Roberta; a lungo fu assorta nella contemplazione del mistero, non diversa dalla femminetta innanzi al Tabernacolo, timorosa della maestà del luogo e impaziente di varcarne la soglia, per essere inondata di luce.

L’amore, alle giovani veniva carico di promesse, ricco di secrete e di palesi delizie, invitto di superba possanza nel ridente aspetto d’Iddio; e nulla aveva più senso, nulla aveva più forza, nulla poteva essere d’indugio o d’ostacolo alla sua via trionfale. Era l’Iddio eternamente pagano; l’agile sua navicella varcava insommergibile gli oceani del tempo, sfidava tutte le tempeste….

A lei, forse, povera, di sangue, attanagliata fra le branche del male senza pietà, a lei non doveva giungere l’amore; non mai avrebbe avuto potere di strapparla alla sua vita letargica, di lanciarla nelle spire della passione, di farle obliare i presentimenti sconsolati….

– Ebbene? – disse Emilia, aprendo la porta. – Che fai lì, tutta sola?

Roberta sussultò, ritraendosi, e guardando la sorella. Vestiva Emilia un abito chiaro, largo di gonne, aggraziato e snellissimo di busto; portava un cappello di paglia con qualche piuma; attraverso il veletto, gli occhi splendevano e le labbra apparivano tumide, ingranate.

– Niente, – rispose la fanciulla, sentendosi ancor tremare. – Tu esci?

– Andrò alla marina, un poco…., verso Nervi….

Roberta notò che Emilia non la fissava negli occhi, e le sembrò di avvertire che un debole rossore salisse alla fronte della donna. Ebbe una stranissima pietà per il lieve impaccio di lei; ebbe lo stranissimo bisogno d’aiutarla a mentire.

– Va, – disse. – È una magnifica giornata…. Avrai forse un po’ d’emicrania?

– Sì, un po’ d’emicrania, – confermò Emilia. – Vado; l’aria mi farà bene. Addio, cara.

– Addio.

E in preda sempre al desiderio d’aiutarla, Roberta si mosse, andò a posare un piccolo bacio sulla fronte della donna, e stringendone la mano, le sorrise.

Dall’orrore temerario, decadeva quasi alla complicità; dallo sdegno, si sentiva repentemente portata all’occulta simpatia. Non riusciva a comprendere ella medesima come le fosse mancato ogni impeto di rivolta. Il suo cuore stava muto; nulla che significasse lo sfacelo d’un sogno, il precipitare d’un’illusione; l’abbandono d’Emilia la lasciava fredda…. Di più; ascoltando bene il cuore bizzarro, una voce pareva sorgerne: “Sono libera anch’io; debbo anch’io procedere sola, vivere una vita mia, cercare altrove la mia strada.”

Ella volse in giro lo sguardo. Come aveva potuto credere che l’esistenza intera fosse racchiusa fra le quattro pareti della sua cameretta?

Andò a sedere sul divano, facendosi posto tra i libri ch’erano stati i soli confidenti delle sue speranze tumultuose; e appoggiato il capo alla spalliera, partì con l’anima dietro una selvaggia orda di visioni, afferrando di tempio in tempo il filo d’un ragionamento seguìto, e sùbito riperdendolo tra la baraonda.

Quanto era stata ingenua!… Da più mesi, sua sorella amava; sua sorella godeva le squisitezze d’un sentimento immortale, ed ella, Roberta, l’aveva supposta ancòra meschinamente chiusa nelle abitudini quotidiane! Ella, Roberta, s’era lasciata sfuggire una infinità d’indizii preziosi, che ora le tornavano ad uno ad uno, col loro significato certo; e v’era stato bisogno che una contadina maligna l’avviasse, quasi facendo i nomi, quasi offrendo le date! Mentre il fatto era così manifesto, che Cesare Lascaris aveva tentato addormentare i sospetti, traendola a un’amicizia bonaria, fanciullesca, mostrandosi di lei più sollecito che di Emilia.

Sarebbe rimasta sola.

Era ricca; da tempo, ella poteva disporre liberamente della propria agiatezza, e alla sua inesperta fantasia, l’indipendenza materiale sembrava il càrdine d’una grande felicità.

Aveva cancellato d’un tratto le figure dei due amanti, e si fingeva sola.

Innanzi alla finestra, fissando le acque sterminate, col mobilissimo luccichìo solare, pensava:

“Tutto ciò mi è indifferente; tutto ciò non ha ancòra senso per me. In questo decembre, Milano, la città, i teatri, le feste, mi sarebbero assai più cari. Io sono sola, e non posso godere cotesto spettacolo magnifico, ma eterno e pieno di silenzio. No; v’è qualche cosa pronta e facile, nella vita, che io non conosco: io non conosco i sodisfacimenti dell’ambizione, la delizia di sentirsi ammirata, il gaudio d’essere libera, padrona d’oggi, di domani, arbitra di restare o di partire…. Sono bella?” –

Tornò allo specchio, e interrogò la propria imagine, un poco pallida, con gli occhi febbrili, i capelli biondi e arruffati.

“Potrò essere elegante…. Ma perchè non soffro? Mio Dio, perchè non soffro? Non amo più Emilia? Ci siamo ingannate ambedue, forse, imponendoci una schiavitù senza ragione. Le sorelle non si amano come noi volevamo amarci, chiusi gli occhi a tutto quanto non fosse del nostro affetto…. Emilia se n’è avveduta la prima. Presto, ella dovrà parlarmi e confessarsi: io la stringerò fra le braccia e le dirò ch’ella è libera, che noi siamo libere. Poi, comincerò a vivere sola, per me stessa, d’una vita elegante….” –

E, poichè era sempre la fanciulla angariata e attratta dai sogni un po’ umoristici del romanticismo, perdette ogni nozione della realtà, cominciò a imaginare il mondo alla stregua delle sue fantasie. Vide luce, molta luce sulla strada dell’avvenire, e vide sè medesima incedere tra quei nimbi aurati, vergine superba e intatta.

Curva su gli abissi della disperazione, non aveva mai pensato all’amore; e lo scoperto amore d’Emilia prendeva un significato di giocondo auspicio anche per lei.

Aveva creduto morire, mentre non si moriva alla sua età; aveva paventato che l’amore non fosse mai per giungere, e sarebbe giunto a tutte. Ella avrebbe saputo farsi amare ed esser fedele quanto una schiava; le sue gioie, le sue sciagure, si sarebbero confuse con un altro destino, nell’ora dell’incontro.

Questi pensieri andò volgendo, su questi pensieri variando in gradazioni infinite. Respirava come un’assetata d’aria pura in una pinnacolata selva di balsamifere.

Alcuni giorni squallidi ed inutili seguirono, di cui Natura non dava credito; li contava buoni sulla bilancia, e li avrebbe fatti pagar con la morte.

Il giuoco di Cesare Lascaris appariva ormai così semplice agli occhi di Roberta, ch’ella si stupiva di non averlo compreso avanti; e docile alla solidarietà istintiva per la sorella, per la donna innamorata, – pur rilevando ad ogni poco un cenno, uno sguardo, un fatto, i quali sempre le erano prima sembrati differenti, – si prestava all’inganno.

Le piaceva ridere; perdeva la sensibilità onde aveva trovato tutt’i giorni un argomento di dolore: la fanciulla irriflessiva era risorta.

Non mai amicizia le era parsa più saporosa che quella di Cesare Lascaris, dell’uomo caro alla sorella sua, destinato ad avviar l’esistenza dell’una e dell’altra verso la strada piena di luce. Egli le avrebbe tolte al malaticcio incubo del reciproco obbedire, legando a sè la vita d’Emilia, liberando Roberta di fronte all’indomani.

Già aveva liberato questa dal fantasma della morte precoce; già la sua prima apparizione in casa loro era stata salutare, provvidenziale. Roberta gli doveva la vita, e più che la vita, la fede; e più che la fede, l’avvicinamento insperato d’un sogno.

Perchè dalla nuova sorte d’Emilia, scaturiva naturale che Roberta sarebbe rimasta sola, intutelata, arbitra di tutta sè medesima.

Tali vertiginose mutazioni s’eran fatte manifeste.

L’istante venne, in cui Cesare sentì che il cuore della giovinetta era colmo di gratitudine, e ch’egli aveva imprigionato la fanciulla in una schiavitù senza limiti, per sempre.

Ancòra lontana, l’idea dell’amore; limpido, il sentimento di lei; ma ella era entrata nello stadio più favorevole alla suggestione, quando l’anima femminile si confida, e dall’uomo aspetta la parola che la calmi o che la inciti. Se Cesare si fosse lasciato trascinare a posar le labbra sulla bocca di Roberta, ella non si sarebbe opposta, concedendo senza sapere, forse come tributo d’obbedienza, in un oblio fulmineo.

Dopo, e invano, sarebbe venuto lo sguardo tragico, pazzo, col quale le fanciulle sedotte si risvegliano dalla colpa.

Cesare palesavasi finalmlente a Roberta nel fàscino dell’uomo freddo; ella scopriva d’aver creduto a lui solo, d’avere sperato solo per opera di lui; non alcun altro medico, non Emilia avevano osato irridere alle sue paure, al suo presentire, a’ suoi vaticinii puerili. Nessuno al mondo l’aveva avvicinata con tanta familiarità; a lui nemmeno era balenato il pensiero d’adularla; il motto piacevole e comune, la lusinga piccola, la meschina frasuccia erangli ignote. L’aveva presa, collocata più alta delle convenzioni, dominata per maschia semplicità, combattuta e salva.

Tutto ciò, nello spirito di Roberta, aveva prodotto un’eco lenta, che saliva a poco a poco, ma tenace e prolungata; così come gli indizii dell’amore di Cesare per Emilia erano stati torpidi a collegarsi nello spirito di lei, e poi a poco a poco le si erano svelati agli occhi della mente con una logica sicura.

E alla sua ammirazione anche la conquista d’Emilia giungeva quale argomento. La donna pareva scusare la giovanetta; la donna aveva tutto dimenticato; era scesa nel giardino, formidabile di ombra, a notte alta. Roberta ammirava il romanticismo di quel colloquio, dell’amore che a quel colloquio aveva concluso; e comprendendo che le vicissitudini del dramma dovevano essere state per la giovane altrettante ore di dubbio, d’angoscia, forse di rammarichi, la fanciulla fu tutta nuova intorno a lei…

– È strano, – osservò Emilia, un di quei giorni, a Cesare. – In mia sorella non trovate nulla di mutato? Vi pare ch’ella tema? Non l’ho vista mai così affettuosa, in nessun tempo…. Mi parla con dolcezza, mi ascolta con devozione, mi circonda di cure gentili….

Accennò presso all’uomo, sopra lo scaffale da ninnoli, una leggiadra statuetta eburnea, rappresentante Diana in atto di scoccar la freccia, un grosso cane avido ed intento al suo fianco.

– Ecco: ieri è andata a Genova e n’è tornata con codesta piccola statua d’avorio, ch’io desiderava…. Quel mazzo di rose sulla tavola, è stato colto e messo insieme da lei; è il suo regalo d’ogni mattina…. V’è, infine, un mutamento senza causa, che mi turba…. Non avete notato nulla?

– È ancòra triste? – domandò Cesare.

– No, non è più triste. Poco fa, mi diceva che vuole andare a Parigi; ella sogna Parigi, come potrebbe sognarla una bambina, la quale non sappia che cosa sia una città. Ma una volta, io aveva parte a’ suoi disegni; ora mi dimentica, parla di sè, quasi volesse andare a Parigi sola…. Poi, vi sono altre cose inesplicabili…. Non vi sembra, ad esempio, che da qualche tempo moltiplichi le sue assenze e le prolunghi? Appena giungete voi, trova un pretesto per allontanarsi.

Mentre la donna parlava, Cesare andava mentalmente enumerando i segni delle mutazioni che in Roberta aveva egli pure afferrato; e sopra tutti, certi sguardi fissi, poco meno che affettuosi e caldi, i quali venivano a lui dall’amica incapace a simulare; e ancòra meglio, la sommissione timida che impediva a Roberta di rifarsi alla confidenza, una volta così audace, con Cesare.

– Chi può indagare il significato d’un capriccio? – egli disse. – Forse noi diamo troppo peso alle variabilità del suo umore; e aspettando, ci torturiamo. Suvvia, Emilia, bisogna affrontar gli ostacoli, d’un colpo, e uscire da queste incertezze, che non muteranno nulla, poichè io non rinunzierò mai a te…. Dovessi commettere la più strana follìa, dovessi spingere il mio diritto fino alla crudeltà, non esiterei…. Io ti amo, e il mio diritto è divino.

Egli aveva meditato in quei giorni, e il terrore della solitudine, che non ha grida, ma risuona dentro l’anima in vibrazioni echeggianti, lo prendeva d’un tratto…. Egli soffriva la responsabilità della propria solitudine; non aveva mai saputo meritarsi una pronta amicizia, un tenero amore, una commovente solidarietà.

Non aveva saputo esser nulla fra le energie simpatiche le quali attraggono; era stato piuttosto, quando per fatalità, quando per orgoglio o per indifferenza, era stato un’energia repulsiva, un solitario, un egoista, un nomade, un parassita, che gode la civiltà e la disprezza, che ha bisogno degli altri e non se lo confessa, che vive la vita di tutti e finge di vivere una vita speciale.

Ora, tra lui e Roberta, tra l’uomo forte, calcolatore, e la fanciulla esile, quasi moribonda, inutile, impacciante, egli non doveva essere sacrificato.

– Hai inteso, anima mia? – continuò. – Questo periodo di miraggi non sarà distrutto, qualunque cosa sia per accadere…. Io ti voglio, perchè tu devi essere la mia vita.

– Te ne prego, Cesare, – interruppe Emilia, avvertendo ch’egli dimenticava il luogo ove si trovavano e il pericolo d’essere uditi dalle persone di servizio.

Rapidamente, ella intuiva l’uomo, passionale e cupo sotto la maschera della freddezza; capace d’arrivare al delitto per il chiuso egoismo del possesso, per la difesa della conquista. Se ne sentiva atterrita e sdegnata; l’ardore incontenibile dell’amante le pareva brutale, e certo assai dubbio per il sèguito, quando l’ardore fosse stato soddisfatto e Cesare non avesse saputo mitigarne la vuota fine con un sentimento più puro.

– Dunque, parlerai, le annunzierai? – egli insisteva, baciando; le mani della donna.

– Le annunzierò…. – disse Emilia.

– Oggi, oggi stesso?

– Appena se ne offrirà l’occasione, Cesare….

– No, oggi stesso, quando sarò partito….

– Ebbene, oggi, quando sarai partito….

Ella sapeva avanti che non avrebbe trovato la forza di dire una parola a Roberta.

Da tempo, aveva preso l’abitudine d’aspettare, paurosamente; sapeva che a toglierla da quella incerta aspettazione, solo qualche fatto non voluto e non cercato, avrebbe avuto potere….

Dopo un lampo d’esitanza, Cesare le si avvicinò, le prese la testa che ricoperse di baci fitti e ardenti….

– E promettimi ancòra…. – egli soggiunse. – Promettimi….

Terminò la frase presso l’orecchio di lei, sorridendo; mentr’ella ebbe un gesto di diniego col capo e con la mano….

– Perchè? – implorò Cesare. – Dammi questa prova; non tenermi in angoscia…. Vuoi?

– È inutile, – disse Emilia.

– No, non è inutile, – proruppe il giovane. – quando tu mi ami….

– Ma se oggi non potessi parlarle? – osservò la donna, risentendo, al solo pensiero di quel colloquio, battere dolorosamente il cuore.

– Se vorrai, potrai parlarle…. E per ciò….

– Sta bene, – concluse Emilia. – Ti prometto anche questo.

Stranamente, concepiva in quell’ora contro il Lascaris un’ombra di avversione; quasi l’insistenza di lui l’avvertisse che non era più libera di sfuggire alle battaglie temute, e di adagiarsi nella sua bella viltà femminile. Il periodo d’indugio veniva dunque a morire? La dolce gioia di contemplar l’avvenire era finita? Ella avrebbe voluto ancòra tuffarvisi, in un fiume d’oblio; laddove, più rudemente, l’uomo desiderava la realtà, avvicinava il futuro tenue e roseo, si stancava dell’aspettazione dubbiosa, non comprendeva neppur lontanamente la delicata fragilezza di quei giorni, che non sarebbero tornati mai più. Era il maschio.

Ma intanto, Cesare la ringraziava con lo slancio, che la passione faceva in lui ribollire; chinato sulle mani della donna, le baciava minutamente. Egli così appariva, in vicenda alterna, or l’uomo cùpido, inquieto, fosco; ora, per una lieve speranza o per una scarsa grazia, il fanciullo entusiasta, sommesso, incurante del giogo. E vedendolo in tal modo scendere e salir dolorosamente la scala del travaglio amoroso, Emilia fu tòcca, e gli rendette i baci.

Più tardi, quando ella si trovò sola, il pensiero del colloquio con Roberta sùbito l’agghiacciò.

Avrebbe dovuto addentrarsi in una difficile spiegazione; avrebbe dovuto dire alla sorella, che aveva sull’affetto di lei fondato ogni cara speranza:

“Io amo Cesare Lascaris, e mi darò a lui per sempre; egli terrà nel mio cuore un dominio invincibile e assoluto…. Senza interrogarti, noi abbiam disposto anche del tuo avvenire: ci seguirai; vivrai, non più nella calda intimità della sorella tua, ma presso la moglie d’un uomo che tu appena conosci, e che per mio consenso avrà i diritti poderosi della legge, il diritto di consiglio sopra di te, l’autorità d’un fratello…. Io ho deciso del mio avvenire; e senza interrogarti, ho deciso del tuo….”

Quantunque ella sapesse che nulla in simile procedere era strano o inusitato, pure qualche cosa l’avvertiva sottilmente come la sua potestà fosse falsa, come per Roberta le vicende future si riducessero a una diminuzione di libertà.

E la critica spontanea faceva sì ch’Emilia presentisse le obiezioni della giovinetta, contro le quali, in caso estremo, non avrebbe potuto opporre se non la volgarità della solita prudenza, i ragionamenti gretti e senza luce delle consuetudini sociali, che avevano statuito la più severa tutela per le fanciulle minorenni, quasi la differenza d’un anno o d’un giorno rappresentasse gran cosa in un’indole o nelle inclinazioni d’una giovane anima.

Fu inquietissima, sentendo nascere da’ suoi stessi dubbii la necessità “d’affrontar gli ostacoli, d’un colpo”, perchè ella medesima non demolisse in breve le sue ragioni. Fu irrequieta, rifuggendo dalle quotidiane abitudini, andando e venendo per l’appartamento, senza posa; affacciandosi alle finestre, scendendo in giardino, cercando aria diversa, cielo diverso, un sèguito di diverse libertà; arrossendo del proprio necessario egoismo, ribellandosi all’idea antipatica di giocar non l’esistenza sua, ma quella anche della giovanetta ignara, sopra l’àlea d’un amore che doveva essere di lei sola.

Infine, tentò.

Si diresse alla camera di Roberta; ne spalanco l’uscio, decisa a uscir d’angustia, e a parlare.

La fanciulla stava, tutta grave, raccolta a un suo leggiadro lavoro di uncinetto; un gran lavoro, del quale non lasciava ad alcuno vedere il disegno complicato, del quale non diceva ad alcuno lo scopo, attendendovi instancabile; sebbene Emilia avesse compreso che l’opera paziente era destinata a lei.

La fanciulla stava tutta raccolta, mentre viaggiava forse per qualche città d’oro, nella sua prossima vita d’eleganza. Una buona finestrata di sole erale intorno.

Ella andava soffocando le fisiche ambasce con un’interpretazione nuova; soffriva nel petto un’arsura di fiamma, le granfie d’un dolor sordo a le spalle, per tutto il corpo la ripugnanza di vivere, di muoversi, di agire? erano impressioni nervose, bizzarrie sensitive, fantasticaggini. Tossiva, arrossando la pezzuola portata alle labbra? perturbazioni fuggevoli della donna. Aveva la febbre? caldura della pelle, generata dall’ansia di quei giorni.

Si sdoppiava, facendo a un tempo da malata e da medico ingannatore; interrogandosi e rispondendosi.

– Hai bisogno di me? – chiese, al vedere Emilia così repentemente comparsa.

– Debbo parlarti…. – cominciò questa. S’interruppe bruscamente, soggiogata dalla propria commozione.

Roberta si levò, riponendo i suoi arnesi nel panierino da lavoro, e prendendo un atteggiamento non solito, quasi avesse aspettato quell’ora, da tempo.

Ma trovata infine la formula per cominciare, Emilia sentì il desiderio irresistibile di non usarne.

Già era per colorir qualche pretesto; già respirava, felice del ritardo che poteva concedersi; già pensava a calmar l’impazienza di Cesare; quando, nell’alzar lo sguardo in volto a Roberta, vide questa sorridere mitemente e stendere le braccia verso lei….

La novissima êra di libertà pareva alla fanciulla dovesse principiar da quel giorno.

XVII.

Con gli occhi chiusi, immobile, si fingeva addormentata….

Udì posar cautamente la bugìa sul tavolino; alcuni passi, non più materiali che il fruscìo del velluto sul velluto…. Una pausa; certo, Emilia la guardava dormire; e poco dopo s’appoggiava al letto, lievissima, e si chinava fino al volto di Roberta…. Ancòra un attimo d’esitanza; sopra i capelli della dormente lo sfiorar delicato delle mani d’Emilia, il tatto appena d’una piuma, quant’era bastevole per richiamarla se fingeva, per non turbarla se dormiva…. Poi, sempre camminando così leggera da essere indovinata piuttosto che udita, Emilia si ritraeva, sicura; tentava prudentemente la finestra, ad assicurarsi fosse ben chiusa; riprendeva la bugìa sul tavolino, riaccostava l’uscio…. Al di là, stava ancòra in ascolto; indi, osava un passo più deciso, allontanandosi…

E tutto ripiombava nel silenzio.

S’era svelata da sè medesima, per la cautela soverchia di verificare se Roberta dormisse: e sùbito, nel pensiero di questa lampeggiò la certezza disgustosa: – “Qualcuno ancòra l’aspetta in giardino!” –

La fanciulla si sciolse dalla immobilità forzata; si levò a sedere sul letto, guardando con gli occhi fissi nel buio…

“Che cosa si diranno? – pensò. – Certamente parleranno di me, faranno dei disegni per l’avvenire; disporranno della mia vita e della mia libertà, come di cosa loro!”

Allungò il braccio ad accendere una candela; s’intrattenne, fra la luce giallognola, a riflettere, sentendosi a poco a poco tutta conquidere dalla brama d’udire, mentre numerava i pericoli di quello spionaggio, la probabilità d’essere sorpresa, la difficoltà di raggiungere gli amanti senza incontrar Nero, che accusasse la presenza di lei, latrando.

Ma pur nel tempo in cui meditava, si lasciava scivolar dal letto, e, prese le sue vesti, le indossava rapidamente. Quando si trovò vestita, la riflessione tacque; spense il lume, ed uscì, incontro alla morte dell’anima.

XVIII.

Che qualche cosa di grave fosse avvenuto, Cesare capì, non appena Emilia giunse al convegno e si liberò dalla stretta delle sue mani.

– No, no! Lasciatemi! – ella disse. – Ascoltatemi!

La luna circondava, magnifica di tralucente azzurro, la testa e il corpo della donna, come la sera in cui Cesare aveva prima ammirato Emilia, ritta in una gloria di bianco, di bianco latteo, e di bianco e di bianco. La luna era dovunque; batteva sui gruppi degli alberi, creava un paesaggio di tenui chiaroscuri; illividiva la villa, massiccia; stendeva dietro le foglie un velame cilestre a gradazioni argentee; abbozzava sul terreno ombre leggere.

– Ebbene? – egli domandò avidamente. – Le hai parlato?

– Sì, oggi: me ne ha dato forza ella stessa, perchè s’aspettava…. Aveva indovinato, sapeva….

E notando un atto di maraviglia nel Lascaris, aggiunse:

– Oh, ci saremo traditi le mille volte!

– Ma che cosa ha risposto?

– Ah!… È stata una cosa orribile! – esclamò Emilia, ancòra vibrando. – Sapeva, ed era felice!… Io non credeva…. Nessun rammarico, nessun dolore, nessun rimpianto per la mia affezione…. No, non imaginavo tanta facilità d’oblio…. Mi ha parlato gravemente: ha detto che io sono libera, che noi ci siamo ingannate, supponendo di poter vivere sempre l’una per l’altra…. Ha espresso perfino riconoscenza a voi, che siete giunto a toglierci dalla nostra illusione….

Cesare sospirò e le andò incontro, le mani tese, il volto rischiarato di viva gioia.

– Se tutto è riuscito bene, perchè non siete felice, perchè così pallida e spaurita? – egli chiese con espressione di mite rimprovero. – Dubitate del mio amore?

– Oh, Cesare, – disse Emilia. – Non affliggetemi anche voi; ascoltatemi…. Le sue speranze eran fondate sopra un malinteso, sopra un inganno….

– Un inganno? – ripetè l’uomo. – Che cosa?

– Sì; era felice, ma per sè; insisteva sull’idea della mia libertà, soltanto per conquistare la propria…. Non vedeva se non questo; non capiva, non si augurava che ogni cosa avvenisse in breve, se non per essere libera, per vivere sola, per viaggiare….

Vi fu un intervallo di pausa. Cesare guardava Emilia, trasognato e quasi sorridendo.

– Per vivere sola? – osservò poscia, decisamente sorridendo. – E tu non volevi ammettere ch’ella leggesse troppi romanzi!… Sono idee trovate fra quelle pagine….

– Cesare, – disse Emilia bruscamente, – voi non capite la gravità di quanto vi narro, perchè non imaginate l’animo di mia sorella, non sapete di che cosa è capace per una follia o per un sogno…. Quando le ho annunziato i nostri disegni, la necessità ch’ella vivesse con noi, ha gettato un grido come cadesse da una grande altezza…. Sta male, e tutto mi atterrisce…. Tutto mi atterrisce, – seguitò con voce tremula, già prossima al pianto. – Una piccola contrarietà le ha portato altre volte conseguenze gravi, e questo è un forte dolore per lei….

Invece di proseguire, Emilia trasalì; stette in ascolto, il busto prono, gli sguardi al limitare del chiosco, ove la luna delineava fra le macchie degli alberi un lungo viale, quant’era lungo impolverato d’argento.

– Il romore delle foglie, – spiegò sotto voce il Lascaris, che aveva origliato a sua volta. E riprese incalzando: – Dunque? Dunque?… Che cosa vuole?

– Un fruscìo, non il romore delle foglie, – osservò la donna ancòra inquieta.

– Non vi può essere alcuno, Emilia; ho girato tutto il giardino, aspettandoti…. Suvvia, dimmi….

– Certo, ella vive di quelle speranze dal primo istante in cui ci siamo traditi, – continuò la giovane. – E da allora, è vissuta per la gioia d’essere libera, per l’illusione di disporre a suo capriccio l’esistenza propria!….

– Cose incredibili! – esclamò il Lascaris, passandosi una mano sulla fronte. – Cose folli!

– Sì, sì, chiamatele idee romantiche, assurde; ma, ahimè, ciò non muta l’attrazione che hanno per lei!…

– E tu, – interruppe Cesare, prendendola per le mani, – tu non hai saputo opporre nulla, non hai saputo vincerla, non ti sei ricordata che si trattava del nostro amore, della nostra vita!

– Io ho tanto, tanto combattuto, che l’ho vista mutarmisi innanzi!… Come non la conoscevo!…

Esitò un poco, involontariamente assorta nel ricordo; avrebbe voluto tacere, sentendo ch’era difficile manifestare all’uomo l’esaltazione della fanciulla, convincerne lui, così logico e normale. Ma l’ansietà dipinta sul viso del Lascaris, la stretta delle sue mani impazienti, la diressero:

– Ah, che mi ha detto! – riprese, affievolita dall’angoscia indimenticabile. – Che colore aveva negli occhi! Mi ha detto che non l’ho amata mai, che ho cercato solo la sodisfazione del mio egoismo, che sempre l’ho trattata e ancòra la tratterò da schiava, da cosa, disponendo di lei, della sua giovanezza, della sua volontà, del suo avvenire!… Come non la conoscevo!… Questo, ho udito dirmi!… Questo ho meritato con le mie cure!… Questo, questo, questo, ella pensava di me!…

Si lasciò cadere sul rozzo sedile, e ruppe in lacrime convulse, le prime lacrime di disperazione che Cesare avesse mai visto sgorgar dagli occhi dell’amata…. Egli ne fu tòcco dolorosamente; e inginocchiandosi al suo fianco, accarezzandola con sì lieve carezza quale la donna stessa sapeva usare ne’ suoi momenti d’abbandono, baciandola discreto con casti baci, tentò il conforto solito con la voce insolita dell’amore:

– Oh io ti amerò per ogni affetto che il mio amore ti sarà costato! Non piangere, anima; saremo ugualmente felici; rimedieremo…. Vedrai; non disperarti!…

Ella si sciolse adagio da lui, asciugò gli occhi, rimase taciturna; mentre nel cuore di Cesare l’inevitabile parte d’egoismo appariva, cercando a sua volta la consolazione.

– Ed io, – mormorò, – io son venuto al nostro colloquio con tanta gioia, con tanta speranza! Non ho voluto attendere fino a domani per ricever dalla tua bocca la notizia che nessun ostacolo ci separava più!… – Aggiunse, rizzandosi, movendosi nervoso entro il piccolo spazio della chiosca: – Chi si sarebbe aspettato?…

Egli mentiva, ingannandosi senz’averne coscienza.

Al convegno s’era recato nella sicurezza della prossima conquista, e perciò calmo, sereno, sodisfatto della liberazione dai malsani istinti carnali, che le due sorelle riavvicinate stimolavano in lui; ben sapendo che il possesso certo d’Emilia avrebbe fiaccato e rotto l’incanto suggestivo di Roberta, per sempre.

Il dubbio della conquista, la quale pareva, non isfuggirgli, ma allontanarsi di nuovo assai, gli dava ora fuoco nel sangue.

– Chi si sarebbe aspettato una tale pazzia?… Lasciarla libera, lasciarla vivere sola? – seguitò, interrogandosi. – Non ha ancòra vent’anni! Le manca perfin l’ombra dell’esperienza volgare! E, quando pure, non è qui, non è qui il pericolo più grave…. Il pericolo più grave…. No, no, Emilia, non hai saputo parlare, non hai saputo dominarla, tu per la prima non hai sentito l’assurdità intollerabile delle sue pretensioni!

Le si rivolgeva poco men che accigliato, egli stesso non trovando in qual modo, contro chi sfrenare lo sdegno per la forma insospettata della difficoltà…. Gli prorompeva dal cuore, infine, l’odio non più velato, dalla perversion sessuale, ma chiaro, ma virulento, ma bramoso di frantumare e disperdere la volontà contraria.

– Cesare, abbiate pietà, – implorò la donna, alzando il volto nel quale gli occhi, ancòra umidi sfavillavano un voluttuoso languore. – Perchè vuoi giudicarmi? Ti amo, ti amo, e ho trovato tutte le parole del nostro affetto e della ragione!

S’arrestò, prolungando il gesto supplice, che le piccole mani intrecciate volgevano al Lascaris; tese l’orecchio, seguì un misterioso fremito delle foglie; poi, riprendendosi, continuò:

– Mi pare che ad ogni istante qualche cosa di terribile debba avvenire….

– Sì; sì, lo so, che hai sofferto molto, per me, per noi, – disse Cesare intensamente…. – Sì, devi aver lottato; ma come non si è arresa all’evidenza, come non ha capito?

Emilia aveva uno spontaneo moto di sbigottimento, passandosi le mani sul viso, sui capelli, ricco di grazia quasi infantile, che nel cuore dell’uomo sempre risvegliava tenerezza infinita. Ella fece il gesto, e l’amante l’attirò a sè, stringendola al petto.

– Sono arrivata fino a minacciarla, – ella rispose, fra le braccia di lui. – È stata una cosa orribile, ti dico. Ha mutato espressione, ha mutato voce; non la riconoseevo più…. E tossiva, tossiva, senz’arrestare la veemenza delle parole…. Un istante, l’ho creduta pazza….

Uscì dall’amplesso, di Cesare, e appoggiandosi alla tavola di pietra, soggiunse:

– Pure, mi ha fatta dubitare di me; e perchè dubitava, perchè non mi sentivo forte innanzi a lei, ho voluto insistere, odiosamente.

– Odiosamente? – ripetè il Lascaris. – Non potevi cedere….

La donna tacque. I suoi sguardi vagavano tra gli arabeschi delle foglie cupe sullo sfondo lunare; e pensava, non udendo l’altra voce, ma ancòra la voce di Roberta, ancòra punta dall’inutile pietà della scena, rabbrividendo all’idea di ritrovarsi domani ancor di fronte alla sorella così mutata.

– Non potevi cedere a lei, o ritardare, o sacrificare la nostra felicità, – egli continuava, serrato nell’implacabile egoismo. – Che v’ha d’odioso, rifiutando l’una e l’altra soluzione imposte? La rinunzia? Pensi tu sempre a rinunziare?…

– Mi diceva, – interruppe Emilia, senza avere udito, – mi diceva che è forte e risanata; l’esistenza meschina di paure e di precauzioni, priva di svaghi, non è più per lei, mi diceva…. È forte, e vuol vivere; si sente giovane, e non può acconciarsi a star nell’ombra, sempre. Desidera conoscere il mondo, prender parte alla vita che le è intorno…. Certo, di tutto ciò non sarebbe nulla, presso noi; forse non ci cureremmo di lei, e non potremmo occuparcene con la tenerezza che avevo io sola, quand’ero libera…. Ella prevede questo, e la logica fredda non vale, non ha forza alcuna contro i suoi sogni….

– Ma così? – domandò il Lascaris, inquieto. – Ti sei lasciata vincere?

Emilia, inerte presso la tavola, senza uno sguardo a lui, le braccia abbandonate, si scosse e lo fissò d’improvviso, con durezza. Che cosa egli sapeva delle sue lotte diuturne? Che cosa apprezzava, che cosa agognava, che cosa voleva conoscere, se non le bellezze del suo corpo, ignorandone l’anima insanguinata?

Egli aveva sempre studiato i fenomeni materiali, i fatti, gli indizii dei fatti; ma non gli era mai occorso di riflettere ai fluidi imponderabili dello spirito, alle delicatissime correnti tra spirito e spirito…. Per ciò, non aveva dato alcun valore alla colleganza delle due sorelle; per ciò, Roberta era per lui un’ammalata; non altro; ed egli poteva esserne il medico diligente, non l’amico pietoso.

– Ho taciuto, – disse Emilia.

– Ed ora? – insistette Cesare, attonito.

– Ma voi credete ch’io abbia taciuto alle prime obiezioni?… Ho taciuto quando non potevo altro…. Sono arrivata al punto….

Crollò la testa, angosciosamente…. Come sentiva, allora, che la tristezza non inganna mai! Proseguì, decisa:

– Io la teneva fra le braccia, perchè cessasse dai rimproveri che mi facevan tanto male; e andavo pregandola di pensare, di capire…. A un tratto…. Ah, che spavento, Cesare!… A un tratto, m’è sfuggita, è corsa alla finestra…. Sai che sotto la finestra, a parecchi metri, è il ripiano della scala di marmo; e sporgendosi infuori, tutta diversa, stravolta, mi ha detto: “Non insistere, non insistere, non insistere! Voglio essere libera per sempre…. Promettimi…. O mi getto di qui!” Era bianca; io vedeva il suo cuore battere attraverso il busto…. Che orrore!… Che orrore!…

– E tu, e tu?…. – incalzò Cesare, divenuto pallido.

– Io ho promesso, e ho taciuto…. Non la conosci, – disse poi la donna, a un movimento avverso del Lascaris. – Ella è ben capace!… Sì, sì, mi sembra che qualche cosa di terribile debba avvenire!

Cesare rimase muto. L’abitudine dottrinale di considerare i fenomeni dell’anima in istrettissima dipendenza dai fenomeni del corpo, gli suggeriva dubbii, osservazioni, risposte, che non avrebbe osato esporre all’amante.

Rimaneva la gravità della minaccia; e alcuni ricordi, dai più lontani, dal giorno in cui aveva visitato la prima volta Roberta, ai più vicini, alla sollecitudine per l’epilettica, alla facilità con la quale aveva visto la fanciulla disperare e sperare senza ragione, – questi ricordi gl’impedivano di sorridere e d’alzar le spalle.

Rimaneva la promessa strana di Emilia a Roberta.

– Sì, – affermò poscia, lentamente. – Sì, tu sei libera verso di lei, e il tuo dovere è finito…. Che cosa pretende? Abusare della tua affezione, approfittare d’un mutamento della tua vita, per disfrenare la sua…. Hai parlato, hai pregato, hai imposto…. Non hai ottenuto nulla…. Ti ha spaurita con la violenza…. Si opporrà sempre ai nostri diritti, fin che tu non cessi dall’opporti alle sue follie.

I diritti!… La parola spontanea sulle labbra dell’uomo, produceva in Emilia un senso di ripugnanza…. Egli non pareva comprendere se non questo, non vedeva in una squisita dubitanza di sentimenti e di libertà, se non un altaleno di diritti e doveri. Ella battè le palpebre, smarrita, provando la vertigine d’essere spinta giù per una china, inesorabilmente.

– Ebbene? – domandò, guardando il Lascaris.

Ma egli non osava concludere; sedette, appoggiò le braccia alla tavola, si strinse la testa fra le mani, pensoso e freddo.

– Ebbene? – ridisse Emilia. – Che cosa dunque mi consigliate?… Ah, come si capisce, come si capisce che non avete affezioni! – soggiunse amaramente. – Arrivate a credere ch’io pensi davvero ad abbandonar mia sorella in faccia all’ignoto, in mezzo ai pericoli? ch’io abbia promesso, coll’intenzione di mantenere?… Per chi?… Per me? Io posso sacrificarmi!… Per voi?…

L’amante alzò la testa a guardar la dolorosa, e fu colpito dalla mutazione.

Rigida era la figura, tesa da un supremo sforzo, gagliarda di rilievo sulla cortina tremula del fogliame; la piccola fronte femminea s’era corrugata per lo sforzo d’una volontà che sembrava incrollabile.

Fissava, Emilia, il giovane con espressione ostile, forse esagerata, quasi avesse voluto abituare i proprii occhi a non più risplendere di dolcezza, a non più balenar di speranze.

– Emilia! – sclamò Cesare balzando in piedi. – Che cosa ho fatto? Perchè mi parlate così aspramente? Dov’è il vostro amore? Che significa ciò?

– Oh, non chiedetemi! – proruppe la donna, cedendo alla nervosa tensione e singhiozzando. – Non chiedetemi nulla, non so nulla, non potrei rispondere!… Tutta la mia esistenza è avvelenata; io non mi riconosco…. Soffro, soffro, soffro!

Si torceva le mani, piangendo ora fra le braccia di Cesare accorso a lei, commosso della commozione dura e illacrimante dell’uomo.

Rimasero stretti un lungo intervallo in amplesso convulso, senza parlare, e tuttavia disgiunti, opposti, nello scatenarsi d’opposti sentimenti per una medesima persona.

L’odio, l’odio solo, l’odio fremeva nell’anima di Cesare, quanto più sentiva tenerezza e dolore per l’amante disperata; l’odio arrivava a fargli rammaricare d’aver più volte soggiogato l’impulso che lo spingeva contro la fanciulla, a fargli rammaricare di non averla martirizzata di spavento, egli che con una parola avrebbe potuto ucciderla!

Ma già Emilia, dominando la crisi, interrogava, la voce un po’ rauca per le lacrime:

– Aspetteremo, è vero? Ella capirà, più tardi; e noi aspetteremo, ci ameremo così…. Dimmi? – Non è cattiva, non vuol farci male; si tratta forse d’un capriccio improvviso, e noi avremo ancòra pazienza…. Tu mi aiuterai a vincerla; tu sai parlare meglio di me, e a poco a poco verrà a comprendere le nostre ragioni…. Dimmi!

Il silenzio all’intorno era solenne e poderoso; anche il rombo del mare aveva taciuto nel grande assopimento notturno; così che gli amanti circonfusi dalla complice sicurezza avevan di poco levato il tòno delle voci, senza bisbigli ormai, senza susurri.

– Poichè non osi…. – disse il Lascaris. – Poichè non osi…., aspetteremo!

E già in mente fermava di non aspettare oltre, di affrettare con qualunque mezzo, a qualunque costo, la soluzione.

– Non oserò mai acconsentire a simile follia, che è momentanea, – dichiarò Emilia. – E se tu fossi calmo, tu stesso non oseresti consigliarmi ad abbandonare mia sorella….

Qui l’astuzia femminile si drizzò repentina, istintiva; perchè, nonostante l’ambascia di quell’ora, nonostante la tenebra in cui la sua anima era avvolta, Emilia vide a un tratto la possibilità di attirar Cesare in inganno.

Proseguì, accortamente lenta, togliendosi alle braccia di lui e andando a sederglisi a viso a viso:

– Sai tu stesso che la sua salute è fragile…. Questo, il vero, il grande pericolo!… Ella può ammalarsi di nuovo, e si troverebbe sola, sola, in quali mani! È il pericolo peggiore d’ogni altro…. Può ammalarsi gravemente, gravissimamente ancòra; lo prevedi anche tu?

– Sì, certo, – rispose il Lascaris, senza difendersi, assorto nel pensiero molesto del ritardo, nel pensiero difficile di giungere tuttavia all’amore, al possesso.

– La sua, è di quelle malattie che non guariscono, – seguitava la donna, dissimulando il brivido ond’era stata presa all’inconsulta affermazione. – La sua malattia è orribile, senza speranze!… Ascolta!… – mormorò improvvisamente, con la voce fioca. – Che cosa è questo?… Un romore!

Addossato a uno dei tronchi i quali sostenevano il chiosco ai quattro angoli, il Lascaris appena gettò uno sguardo fuori, dicendo:

– Sarà Nero, che passeggia….

– L’ho messo io alla catena, Nero…. Non può essere.

Ascoltarono allora tutt’e due, guardandosi; ma sùbito echeggiò da lungi il ritmo fragoroso d’un treno; veniva crescendo, si spezzò in cadenze distinte, accompagnato da un tremulo fischio; riprese l’onda unisona, s’affievolì e si spense.

Ancòra una pausa, ad ascoltare il silenzio susseguito; indi, Emilia procedette decisa:

– Io vorrei che per un istante dimenticassi noi e non vedessi che mia sorella ammalata. Potresti in coscienza abbandonarla senza cure, lasciarla vivere a capriccio?… Pensiamo a questo, Cesare!… Noi non saremmo felici….

Egli cadde nella rete; con la mano tesa, inoltrò verso Emilia, e stringendone la mano:

– È vero, – disse. – È vero; non possiamo abbandonarla…. Come ho dimenticato tutti i sacri doveri della mia arte?… Mi sono mutato!… Ella deve stare presso di noi: da un giorno all’altro, qualche grave crisi può sopraggiungerle.

Il colpo arrivò così crudele alla donna, ch’ella sentì un ronzìo nelle orecchie, e ne rimase stordita; ma sottraendo la mano, perchè il Lascaris non ne avvertisse il tremito febbrile, ebbe la forza di non retrocedere:

– Una crisi imminente…. Imminente!… I suoi sogni, le sue pretensioni, la triste follia che noi condannavamo senza pietà; tutto, forse, è il sintomo del male…. E non v’è speranza! – ella esclamò, sussultando da capo a piedi. – Nessuna speranza!

Il medico tacque.

Con lo spirito lontano dalla realtà presente, s’interrogava; notava attonito l’oblio in cui era caduto sùbito, al primo divampar della passione, quell’oblio di sè stesso, pel quale non aveva visto in Roberta se non l’ostacolo da infrangere, la debole da vincere, la larva da distruggere.

Il cuore, la mente, annebbiati dall’egoismo senza confine degli innamorati, avevano avuto per la fanciulla contemplazioni malvage, sensi d’odio, o fugaci desiderii perversi; non mai uno slancio durevole di tenerezza e di casta sollecitudine!

Egli n’era atterrito, e taceva pensando.

Ma d’improvviso, riudì la voce d’Emilia, che mormorava:

– Condannata!… È condannata per sempre….

– Sì, – egli proruppe, inconscio. – È condannata per sempre…. Come ho potuto odiarla?… È condannata….

Si fermò.

Vide l’amante sorgere in piedi, tutta bianca nel volto, tutta agitata da un brividìo convulso, muovere alcuni passi verso di lui, cercando un appoggio; arrestarsi, barcollare….

– Un grido!… – ella esclamò con la voce rauca. – Ho udito un grido…. Cesare, Cesare, gridano, là fuori!… Chi grida?…

Gli cadde sul petto, s’aggrappò ai suoi abiti, ripetendo la parola di terrore, nella notte:

– Chi grida?… Chi grida?…

L’uomo la sostenne fra le braccia, l’adagiò sul sedile.

E si slanciò fuori del chiosco a vedere, a cercare, per la prima volta in sua vita, anch’egli tutto livido di spavento….

XIX.

Giunta innanzi alla sorella, Roberta sentì nel cuore l’odio aprirsi un varco fino al fondo, e il corpo gelarsi di repulsione.

Fiaccata dalle paure della notte prima, Emilia era stesa sul divano, tranquilla e composta, similmente che nel riposo della morte. Di fianco a lei, sopra un tavolino era un calice d’acqua ghiaccia, per le labbra in arsura; insaziabile, la sete della fatica doveva torturarla.

Ma nel rilassato atteggiamento conservava pur sempre la superbia della bellezza; ma con largo ritmo il seno si alzava e s’abbassava in un valido respiro; ma il busto libero dalla fascetta era centrifugo e scultorio; ma era tutta bella, la giovane, la forte, la destinata ai gaudii molteplici del vivere; tutta bella, dalla massa robustamente cupa della capigliatura, ai piccoli piedi serrati negli alti stivaletti. Colma di grazie fisiche, era un’arpa dalla quale poteva la passione risvegliar gli echi vibranti delle intime felicità, che inebbriano gli uomini.

Dormiva?… Pensava?…

Dentro la fronte, più angusta per i riccioli tenaci, chiudeva o credeva chiudere il secreto della fine prossima della sorella, con altri secreti d’amore, con altre secrete intenzioni di voluttà e d’avvenire. Nè mai la terribile consapevolezza del lutto imminente si sarebbe tradotta in parole; Emilia, come il Lascaris, come i medici, come tutti, voleva perseverar nell’inganno, fare sperar Roberta, additarle il futuro da cui la fanciulla era divisa per un abisso insuperabile.

Oh, la spaventevole realtà, balzata alla gola della giovanetta quasi una tigre dal covo!

Aveva udito; prima, aveva udito parole d’amore, le quali non le avrebbero dato impeto alcuno di rivolta; aveva indovinato gesti e baci, i quali avevanle svelato l’amore come un’inclinazione grottesca, assurda, e pur piacevole, se nessun curioso poteva notarne la forma delirante.

In ultimo, dalle labbra più pronte a mentire e a ingannare, in ultimo aveva ascoltato la propria condanna, chiara, fredda, atroce!

Sì, il falso amico, l’uomo da lei già ammirato non per altro se non per la forza prepotente del suo egoismo, colui che trattandola aveva dimenticato ogni riserbo, teneva dunque chiusa nell’animo la certezza ch’ella era per morire in breve; e la beffava del suo presentire, e ne calpestava i sentimenti, e godeva a farla vibrare di speranze folli!

Divincolandosi sotto il morso feroce della realtà, ella aveva gettato un grido fievolissimo; e s’era messa a correre inavvertita nell’ombra, rientrando in casa non avrebbe potuto dire in qual modo.

Ma prigioniera ormai d’un mostro dai tentacoli enormi, che le succhiava sangue e midolla ad ogni passo.

Urtò a bella posta nel tavolino, per richiamar la sorella.

Emilia diè un sobbalzo, levandosi repentemente sul gomito; guardò Roberta, ancòra con lo sguardo velato dal sogno.

– Vado a Nervi, – disse la fanciulla. – Tornerò per il pranzo.

– Vuoi che ti faccia accompagnar dalla cameriera? – domandò Emilia, dopo un istante in cui aveva sperato invano una parola di scusa pel modo brusco col quale Roberta l’aveva strappata alla breve quiete. Ma tremava intanto; sulle labbra della donna un’altra domanda, trattenuta a forza.

Poco prima, in camera di Roberta le era venuta alle mani una salvietta arrotolata quasi rabbiosamente, e largamente fradicia di sangue; testimonio orribile del male ricomparso. Non osava parlarne, sentendo che la sorella medèsima voleva tacerne, per paura, forse per disdegno di conforto.

– No. Vado sola; devo comprar qualche cosa pel mio ricamo. Andrò sola.

La voce erasi fatta rauca, incerta, con alterni suoni di metallo prossimo a fendersi.

– Non fi stancherai? – osservò timidamente Emilia. – Se tu aspettassi fino a domani? O vuoi mandare a prendere una carrozza?

– Stancarmi? Andare in carrozza? – ripetè la giovanetta. – Si direbbe che tu mi credi sempre in agonia.

L’altra ebbe un tremito improvviso, rapidissimo.

– Dicevo, perchè tu ritornassi più presto, – spiegò quindi col medesimo accento di sommessione. – Anche perchè c’è molto sole; un sole abbastanza forte…. Non irritarti…. Sarai di ritorno pel pranzo? Io mi ero addormentata qui….

Confusa, cercava distogliere sè e la sorella dall’argomento unico, il quale si presentava con malignità caparbia; ma poichè s’avvide che i loro occhi parlavano, che il pensiero si rifiutava, che qualunque parola sarebbe riuscita inutile, si tacque.

Roberta era a un passo da lei; immobile. Aveva un semplice abito grigio e tra le mani guantate portava un involto. Lo sforzo penoso d’Emilia non le sfuggiva, avvertendola che la vita loro, con quello studio di menzogne, di dissimulazioni, con quella commedia di sorrisi e di fiducie, la vita loro diveniva intollerabile.

– Vado, – ella annunzio, quasi a malincuore. – Arrivederci, Emilia.

Emilia si levò, allora, d’un colpo, e andò incontro alla sorella.

Il ricordo del grido nella notte era venuto a fustigarla crudamente di nuovo; chi aveva gridato? Chi era nascosto a udir la rivelazione paurosa?… Doveva saperlo, affinchè il grido non le risonasse più nell’orecchio, nel cervello, mentr’era sveglia, mentre dormiva, come soffiato da mille bocche.

Ma si arrestò a tempo…. Aveva detto Cesare sùbito ch’era stata una allucinazione…. In ogni modo non poteva interrogare, non poteva confessar l’orrore….

La fanciulla stava innanzi a lei; pallida, irrigidita dallo spavento di una domanda.

– Arrivederci, – disse Emilia, lasciandosi trascinar dal destino; e tese la mano ardente. Roberta l’afferrò e trasse la sorella fra le braccia.

– Addio, cara, – susurrò, baciandola, stringendola al petto. – Addio; riposa.

“Che cosa è?… Che cosa pensa?…” – chiese Emilia a sè stessa, nell’atto in cui rendeva i baci. E per celare nuovamente il fremito improvviso, disse a voce alta:

– Siamo tristi tutt’e due, oggi….

Le rilucevano negli occhi le lacrime, e volse il capo, sciogliendosi presto da Roberta.

– Non farmi aspettare troppo, – soggiunse. – Tornerai per il pranzo, è vero?

Avrebbe voluto vivere ora per ora, minuto per minuto, l’esistenza della sorella; non allontanarsene mai più, non perdere un attimo della vita di lei; adorarla come una fragile e pura idealità, luminosa di grazia e di sventura.

– Ma sì; quante volte me lo chiedi? – osservò Roberta con un sorriso stentato.

Poi, sul limitare si rivolse:

– Non impensierirti per me, – soggiunse. – Riposa.

E abbozzò un saluto ultimo con la mano.

Emilia, ritta in mezzo alla camera, ebbe ancòra un dubbio.

– Aspetta! – disse. – Mi vesto…. Verrò anch’io….

Roberta aveva chiuso l’uscio, e discendeva.

Allora Emilia corse alla finestra che guardava in giardino, e vedendo la sorella passare indi a poco, mosse le labbra per ripetere la preghiera. Ma di nuovo, il destino la trascinò:

“No, è inutile; di che cosa temi? Va a Nervi; perchè inquietarla con le tue paure?”

E la donna, obbedendo, cadde sul divano, e scoppiò in pianto dirotto.

In istrada, la prima persona che s’offerse allo sguardo di Roberta fu Cesare Lascaris, il quale era incamminato verso la villa, quietamente, secondo l’abitudine. L’espressione di lui appariva serena, della serenità fredda ed energica, onde quel volto era riuscito dapprima spiacevole alla giovanetta.

Cesare la scorse e la salutò; ma poichè faceva l’atto d’andarle incontro, Roberta attraversò la via e passò sull’altro marciapiede.

Egli ignorava d’averla ferita a morte con una parola; egli ignorava d’aver messo in quel cuore un gruppo di vipere infaticabili…. Appena vistala, aveva già forse preparato la frase di speranza e d’inganno…. E andava da Emilia a parlar d’avvenire!…

“Costui potrà consolarla, – si disse Roberta. – Potranno consolarsi tutti in breve!” –

Sentì accerchiante l’impeto di tornare indietro ella pure, di correre a casa, e di baciare Emilia e d’abbracciarla, d’abbracciarla furiosamente.

Nè fu libera dalla suggestione se non quando accelerò il passo, e arrivata a Sant’Erasmo, discese verso Nervi, dove i passanti eran numerosi e potevano distrarla.

La giornata splendeva; quell’ultimo periodo di decembre recava la stupenda fragranza dei giardini tempestati di rose, le quali traboccavan fin dai muri di cinta per una catena ininterrotta di colori diversi, di diversa ricchezza. Soffiava mordace la fragranza del mare, denso di tinta, e pur tuttavia dardeggiato di raggi, che sembravano frangersi alla superficie e lasciarvisi pigramente onduleggiare.

Sulla piazza di Nervi, a capo del lungo viale fiancheggiato di palme che conduce alla stazione, Roberta salì in una carrozza, ordinando di portarla a Genova; e quando fu seduta, avvertì la greve stanchezza della notte insonne, la debolezza estrema per il sangue perduto in quello sbocco furioso.

Ebbe paura; il male poteva riprenderla, ucciderla sulla pubblica via. Ma se fosse rimasta, lo avrebbe forse fermato?

Ella aveva la mente in un cerchio di follia, e si volse d’un tratto a guardar lo spettro che le stava alle reni, minacciandola di continuo.

La carrozza partì.

Roberta mise sui ginocchi l’involto che teneva fra le mani; era tutta la sua ricchezza, là dentro, una grossa somma in titoli dì rendita, ch’ella aveva divisato di vendere a poco a poco; gettandola anche a profusione, non sarebbe finita tanto presto quanto la vita di lei.

Trasse una lettera, ancòra con la busta aperta; la ripercorse con l’occhio, temendo che il ribrezzo, l’odio, la certezza della fine, le avessero suggerito qualche parola di rimprovero o d’ingratitudine. Il senso ne era calmo ed affettuoso; nessun cenno alla scoperta della notte; perchè aggravare la disperazione d’Emilia con la possibilità d’un rimorso?… Ella non aveva se non la colpa di voler trattenere la sorella, di voler farne un oggetto miserevole su cui sfogare tutta la ferocia della sua pietà.

Ma come si sentiva male!

Ardevano le tempia, ardevano le mani; dentro il petto era insostenibile l’artiglio della tortura; di quando in quando, la sofferenza fisica raggiungeva tal grado da parere una voluttà calda, che le corresse le membra e le facesse ribollir le vene…. Chiudere gli occhi, oh chiudere gli occhi al sole fiammeggiante!… Sarebbe stato più dolce chiuderli sotto freschi baci, che avrebbero potuto placar l’ardore delle carni.

Voleva distrarsi, guardando…. La strada bianca, fra la spiaggia ilare e le ville pregne d’effluvio, quanto era crudele di ricordi!

Ben per quella medesima strada le due sorelle tornavano un tempo dalle loro gite; e le discese ripidissime e la prossimità della via ferrata incutevano un’ombra d’attraente pericolo. Qualche volta il treno le sopraggiungeva rapido e formidabile; e il cavallo fermo innanzi alla barriera drizzava le orecchie, volgeva la testa a guardare. Era l’attimo più commovente della passeggiata; le giovani si stringevano la mano sorridendo. Il mare pompeggiava, solenne di quieta potenza; le ville davano al paesaggio la nota leggiadra o maestosa, incensando l’aria coi profumi dei giardini, e tagliando il cielo puro coi ricami aggrovigliati o con le punte argute degli alberi.

Roberta ebbe così l’imagine di quel molle passato, che portò le mani alla fronte con un gesto di sbigottimento; poi restò attonita, gli occhi fissi sul sedile vuoto innanzi a lei, per non più vedere, per non pensare, per non obbedire alla sorda voce, che le gridava nell’intimo, che gridava dalle cose tutte: – “Ritorna! ritorna! Non trascinare altri nella tua rovina!”

Solo dopo Sturla, quando la fiumana della gente, delle carrozze, dei carri, si fece più tumultuosa sotto il biondo sole, ella abbandonò il suo atteggiamento inerte; si drizzò e finse.

La vita incombeva. Roberta passava tra la vita e le speranze mostruose di quegli sconosciuti, e doveva fingere vita e speranze ella pure; già il suo volto era insolitamente pallido e malato.

Si drizzò sul busto; trovò uno sguardo impersonale per lo stupido spettacolo.

Alcuni giovanotti fermi in gruppo a chiacchierare, si volsero insieme e la fissarono…. Ah, il suo corpo e il suo animo! Non avevano ormai se non un valore d’effimera. L’animo era in agonia. Volevano il corpo? Avrebbe potuto offrirlo al primo passante cui fosse piaciuto, per distruggere anche la sua verginità inutile, per sentire una qualunque nausea degli altri e di sè stessa.

Arrivata a Genova, tenne la carrozza e discese presso varii negozii, ad acquisti.

Ella eseguiva automaticamente il disegno stabilito nella notte e calcolato fin nei più minuti particolari di tempo.

Ai commessi parve una strana compratrice.

Era molto distratta; non osservava la merce, e faceva domande alle quali non aspettava risposta. Dal negoziante di valigie aveva dimenticato di ritirar l’avanzo di cinquecento lire e avevan dovuto rincorrerla per consegnarglielo.

I suoi occhi s’offuscavano d’una espressione poco men che atterrita quando qualcuno le diceva la frase abituale: – “Vedrà, signora, che questa stoffa le farà una gran durata.”.

Ed era molto, molto stanca; si sedeva appena giunta e non si alzava se non per uno sforzo visibilissimo. Dalla sua guantaia, aveva chiesto un cordiale, un po’ di liquore, e aveva trangugiato un bicchierino di cognac, ch’era parso animarla un istante.

Risalì in carrozza, e si fece condurre alla stazione di Piazza Principe. Si rammentò, in quel punto, della lettera; pensò che, inviandola per posta, non sarebbe arrivata se non la dimane, ed Emilia avrebbe sofferto un’altra notte di dubbii, più spaventosi di qualunque spaventosa certezza. Chiuse la busta, e quando fu alla stazione guardò il cocchiere, il quale la conosceva e aveva frequentemente servito le due sorelle. Poteva fidarsene.

– Voi tornate a Nervi? – gli domandò Roberta.

– Sì, signorina, sùbito.

– Sùbito; bisogna vi andiate sùbito; io vi pagherò il ritorno. Ma vi spingerete fino a casa mia, e consegnerete questa lettera alla signora, sapete? l’altra signora che è sempre con me…. Andate sùbito; non fermatevi per via…. Fra un’ora dovete essere lassù!

Poi, quando l’uomo voltò briglia e traversò la piazza, stette a guardarlo fin che le si tolse alla vista…. Fra un’ora sarebbe arrivato…. Oh, solo a vederlo comparire, solo a leggere la soprascritta della busta, Emilia avrebbe gettato un grido!

La fanciulla si strinse nervosamente le mani fino a farle scricchiolare; diede un’occhiata in giro ad assicurarsi nessuno avesse rilevato l’atto; ma non v’erano se non viaggiatori frettolosi e portatori in attesa di bagagli.

Entrò sotto il peristilio della stazione, seguendo il facchino impadronitosi degli oggetti ch’ella aveva posato a terra.

Ritirò la tessera. Contava recarsi a Nizza, verso quelle coste di Francia, ch’ella aveva tante volte sognato, verso quella Parigi, che le sembrava chiusa da un velario d’oro, oltre il quale erano gioie insidiose ed ebbrezze ignote.

Proveniente da Milano, il treno per Ventimiglia era in ritardo di trenta minuti; la giovanetta si recò nella sala d’attesa.

Sedette; sentì che il male e la stanchezza precipitavano su di lei con peso inesorabile; doveva fortemente resistere per non curvare le spalle, per tener gli occhi aperti; ma portava spesso la mano al collo, al petto, dove un’arsura di fuoco la divorava; batteva la lingua contro il palato, temendo d’assaggiar l’orribile sapor dolciastro del sangue.

Ebbe di nuovo il movimento brusco per volgersi a guardare se non le stesse alle reni uno spettro visibile; s’accorse di ciò che faceva, e rabbrividì pensando che aspettava la morte e poteva giungere la follia.

Dove andava?… Non aveva scritto in fronte l’angoscia e il terrore?… Perchè la guardavano tutti?… Che cosa diceva il suo volto?…

A fatica si alzò e andò fino a un grande specchio nel mezzo della parete centrale. Il suo volto diceva che in un sol giorno la freschezza della giovane età era smarrita per sempre; magre e pallide le guance, accese le labbra, cerchiati gli occhi d’un giro lividastro; poteva essere bella, per la straordinaria espressione di sfinitezza e per la grande ombra di malinconia.

Poichè udiva dei passi, il dovere della vita la riprese, e finse d’acconciarsi il veletto; ritornò al divano, studiandosi d’allargar le spalle e d’ergere il busto.

Era prudenza, forse, passar la notte a Genova e partire il giorno appresso.

Cercò il facchino con lo sguardo, per consegnargli le valigie e farle recare a gualche prossimo albergo. Aveva deciso d’essere prudente, di fermarsi a Genova, di riposare.

Ma in quel punto, un impiegato gridò la partenza per Ventimiglia.

– Per Ventimiglia? – domandò il facchino, accorso a riprender gli oggetti. – Va a Ventimiglia, la signora? – egli ripeteva.

– Sì, – disse la fanciulla, ancora guardandosi intorno smarrita. – Per Ventimiglia!

Fermarsi a Genova? Con quale scopo?… Essere prudente? Per chi?

Da quell’ora, tutte le vicende erano sue; ella si trovava sola e libera. L’aveva desiderata con ogni forza, quell’ora, l’aveva sognata! Ed ecco, la realtà; ecco, il sogno tramutatosi in fatto: non la visione di un’esistenza piena di avvenimenti inaspettati e rosei; ma la visione, più lucida che mai, del proprio cadavere freddo e rigido sopra un catafalco ricco di drappi funerei, presso una finestra spalancata in faccia alla campagna eterna…

Trovò posto in uno scompartimento di prima classe, vuoto, sperando di potere stendersi e dormire, non appena uscito il treno dalla stazione.

E sentiva che già Emilia aveva udito la carrozza fermarsi avanti al cancello, che già l’uomo aveva portato la lettera, che già la sorella aveva mandato il grido…. Ritornare? Non trascinare altri nella rovina?… Cesare Lascaris avrebbe ripetuto con la voce fischiante di sarcasmo: “Lo sapevo, che la signorina legge troppi romanzi!”

Mentre sotto la tettoja annerita accendevano i bracci a gas, e mentre i viaggiatori passavano e ripassavano, – romore di treni in moto, globi di vapor bianco diffusi, cantilene d’impiegati ad annunziare le partenze, suoni della campana ad avvertir gli arrivi, – mentre la vita fremeva, Roberta si tolse i guanti, e studiò la morte sulle pallide mani, dalle dita lunghe e affusolate, dalle unghie lucenti; pallide mani, che narravan tutta l’anima di lei, facile a smarrirsi, incapace a calcolare, pronta a violenze ingenue.

La fanciulla piombò in una disperata tristezza così assorbente, che ella non s’avvide come all’ultimo, quando il treno s’avviava a ritroso fuor della stazione, – un viaggiatore fosse salito nel suo scompartimento; ma sollevando gli occhi, ebbe un moto involontario di stupor timoroso.

L’uomo la salutò, prese posto di fronte, l’avvolse tutta dalla testa ai piedi in uno sguardo scrutatore, che la fanciulla non aveva mai sofferto e che la costrinse a volgere il capo, fingendo di guardar dallo sportello.

Il treno si lanciava sotto la bella luce del tramonto tingente di carnicino gli edifizii dei sobborghi di Genova e poi la conca azzurra del porto, reticolata d’alberi di navi, ingombra di barchi massicci.

Chi era lo sconosciuto? La mancanza d’Emilia doleva con nuova forma; Emilia sapeva bene rassicurar la sorella, diffondeva attorno a sè un’aura di tanta fiducia, che Roberta ne viveva giorno e notte. Ora, Emilia non v’era più. Roberta l’aveva abbandonata, e si trovava sola di fronte ad uno sconosciuto.

Una paura strana l’afferrò; si mise a tremare, irrigidendosi con le mani nude strette ai bracci del sedile; se l’uomo avesse fatto un movimento, ella avrebbe gettato un urlo, poichè senz’altro Roberta aveva stabilito ch’egli era un ladro e che doveva ucciderla….

Ma il viaggiatore trasse dalla valigia un libro, vi cercò la pagina segnata, e cominciò a leggere; allora, a poco a poco, di tra le ciglia, cautamente, la giovanetta si sforzò a indovinare il titolo del volume, e quando giunse a comporre in mente le lettere, e quando scoperse ch’era un romanzo cui ella conosceva ed amava, il cuore le battè di gioja infantile, e concluse che lo sconosciuto non era un ladro, non doveva ucciderla.

Poi, con la medesima astuzia lenta, si studiò a osservare l’uomo, inosservata.

Egli era giovane ed elegante; nel volto un poco abbronzato luccicavano gli occhi neri ed acuti; aveva un profilo quasi rettilineo, volitivo; la testa era bella; la bocca pura, con labbra sensuali, coi mustacchi piegati in su. Apparteneva alla razza di quelli che mai non hanno lavorato in nessuna cosa, e mai non lavoreranno. Roberta aveva incontrato simili uomini ai bagni, ai teatri, ai concerti, ovunque s’offriva un passatempo di moda o un trattenimento per lo spirito; e sempre ella aveva avvertito una specie d’attrazione verso i giovani epicurei, lasciandosi cogliere dalla forma della loro cortesia, dalla scelta della loro eleganza.

Anche ora, guardando lo sconosciuto, la fanciulla si fermava all’apparenza; non rilevava una piega amara all’angolo delle labbra di lui, nè sul volto l’energia fosca di chi si getta ai piaceri passionatamente, correndo l’alternativa d’uscirne per un mortale disgusto, o di non uscirne se non insieme con la vita. Pareva uno di quegli uomini, cui la donna unica può arrestare, salvare, vincere e domare col dono della propria esistenza, della verginità assoluta, con la forza d’una sincerità non attesa.

Egli aveva notato nella giovanetta il destreggiar degli sguardi, e pur fingendo di leggere, si lasciava studiare; ma quando appena s’accorse che la compagna era tranquilla e sicura (forse, molto aveva giovato una piccola corona, dominante due cifre intrecciate sopra la targhetta argentea della valigia), – egli stesso, con maggiore astuzia, non lasciandosi mai sorprendere, guardò Roberta a lungo.

Fu colpito dalla bellezza malinconica di quel viso giovanissimo, prima ancòra che dall’aspetto di sofferenza onde il viso e il corpo sembravano chiedere sollecitudine. La fanciulla sfolgorava negli occhi, pieni di febbre e tuttavia ignari di sguardi procaci e ingannevoli; le labbra curve eran deliziose di colorito, un poco umide; per tutto il volto, la stanchezza, la commozione, la malattia, avevan diffusa un’ombra grave, in aperto contrasto con la palese giovanezza di Roberta. Non mai era stata così bella, e il sole morente che dallo sportello la illuminava senza darle molestia, cresceva forza al significato romantico della gentile figura.

Lo sconosciuto ritornò al libro aperto, notando un’occhiata della fanciulla, che sembrava disporsi a continuare il suo studio. In verità, il giovane attirava l’attenzione di lei potentemente, ed ella cominciava a farsi delle domande che non trovavano risposta; andava a Nizza egli pure? come si chiamava? era ammogliato?… Cercò sulle dita di lui il cerchietto d’oro, ch’ella credeva indivisibile dalle persone non più libere; ma alla mano destra, nuda, non aveva anelli, e la sinistra era ancòra guantata. E perchè non parlava? In molti romanzi, Roberta aveva letto i dialoghi d’un giovane e d’una giovane incontratisi nel treno; e veniva poi una sfilata, di capitoli interessanti, che si rannodavano tutti a quel primo capitolo dell’incontro. Lo sconosciuto non le parlava, non la degnava d’uno sguardo; credendo fare piacere, aveva tirato la cortina per toglierle il sole ultimo, e sùbito s’era rimesso a leggere, in modo ch’ella non aveva potuto ringraziarlo con un cenno del capo, come in quei romanzi…. Egli pure vestiva un abito grigio, calzava stivaletti di cuoio giallo, – aveva i piedi piccoli – e il collo della camicia era molto alto, con una cravatta enorme, di gusto inglese. La fronte di lui era ampia, con qualche sottilissima ruga, visibile a pena; ma i capelli erano tutti nerissimi, naturalmente lucidi, un poco arricciati. Solo, pareva a Roberta ch’egli fingesse di leggere, perchè non voltava mai pagina; e a un tratto, ella s’avvide con maraviglia, che lo sconosiciuto non poteva leggere affatto, perchè aveva ripreso il libro capovolto. Cominciò a temere di nuovo; perchè fingeva? a che cosa pensava?

In quel punto gli sguardi suoi s’incontrarono con gli sguardi del giovane, e non sapendo come reggere all’onda carezzevole di quegli occhi bruni, e sentendo d’arrossire, Roberta cercò in fretta i guasti e cominciò a calzarli, con la testa china.

Il treno si fermò a Sampierdarena lungamente. La fanciulla guardò in basso la sfilata gaja dei molti edifizi, dispersi in una pianura grigia e uniforme; l’ombra cominciava a scendere tristissima. Il ricordo di Emilia, la visione della villetta, l’intuizione dello spavento cui la sorella doveva essere in preda, vennero tutti insieme a turbarla. Che cosa aveva fatto? Dove andava? Aveva commesso un crimine….

Fra il brusco estollersi di quei pentimenti, una cosa sola poteva consolarla; ella si sentiva bene, d’improvviso, quanto non s’era; mai sentita, e irrompeva nel suo cuore una turba di speranze magnifiche, audaci, sicure; era tuttavia molto affaticata molto languida, ma la cosa pareva ben naturale, dopo le orribili torture. Sperava, tornava a sperare violentemente nell’avvenire; la giovane età avrebbe trionfato de’ suoi mali nervosi.

E ritraendosi dal finestrino perchè il treno ripartiva, questa volta per una ben lunga corsa, Roberta vide gli sguardi del compagno fissi ai capelli di lei, biondi, copiosi, rutilanti sotto il raggio della lampada elettrica, la quale pendeva dall’alto della carrozza e cominciava a dar luce non contrastata dalla luce diurna.

La fanciulla gli fu riconoscente; l’attenzione del giovane significava l’avvenire e la vita: egli doveva pensare a lei, non come a larva moritura, ma come a donna vibrante di calda sensibilità, ricca di delicati sentimenti.

Allora, non sapendo d’agire in modo strano, ella si abbandonò a quell’attenzione, vi si offerse scaltramente. Perchè l’uomo non avesse a temere d’essere sorpreso, restò col capo inclinato, ma non così che il suo volto bianco non si vedesse, non così che i suoi occhi azzurri paressero spenti; e si dispose un po’ in obliquo sul sedile, perchè tutta la linea dei fianchi acerbi risaltasse sopra lo sfondo grigiastro.

Provò un gaudio nuovo, a quella dedizione capricciosa; più forte, accorgendosi che il giovane si lasciava attirare, e la studiava, l’ammirava con intensità, riusciva a definirla in quanto aveva di raro e di meno atteso: l’incoscienza virginale e la civetteria mite…. La curiosità di lui non era volgare e momentanea, ma doveva, certo doveva risvegliare a poco a poco un sentimento, una brama di non finire così la muta avventura.

Vi fu un istante, in cui Roberta osò levare il capo, e da tutto l’atteggiamento del compagno vide perspicua la certezza ch’egli si accingeva a parlare, a gettare la rete, la quale avrebbe involto lei, e forse non lei sola, per sempre.

– Ora mi parla! – ella pensò.

Fu come un tremendo schianto, un balzo in una voragine profonda.

La fanciulla avvertì di nuovo l’orribile sapore dolciastro del sangue; ebbe un sussulto visibilissimo, tossì seccamente due volte, e con la fronte imperlata di sudor freddo, aspettò.

Poi, quando la prima spuma rosea comparve alla connessura delle labbra, portò il fazzoletto alla bocca, serrandolo contro, perchè nulla si vedesse; ma non era un filo di schiuma, e non cessava, diffondendosi per la pezzuola, empiendole la bocca tutta, minacciando di soffocarla.

Tossì ancòra; venne ancòra il liquido vermiglio su per la gola; e smarrendo ogni speranza, ogni senso della vita formale, Roberta balzò in piedi, afferrò le mani già tese del giovane, e rantolò con un urlo:

– Muoio!

L’impeto enorme del sangue proruppe, non più affievolito dal lieve ostacolo del fazzoletto; e la figura bianca della vergine insanguinata, ritta fra le braccia del compagno che la sorreggeva, precipitò nella spessa ombra d’una galleria come in una voragine profonda.

FINE.

Bogliasco, luglio 1896.

Blevio, febbraio 1897.