Ludovico Ariosto – Anima eletta, che nel mondo folle

Anima eletta, che nel mondo folle
e pien d’error sì saggiamente quelle
candide membra belle
reggi, che ben l’alto disegno adempi
del Re degli elementi e de le stelle,
che sì leggiadramente ornar ti volle,
perch’ogni donna molle
e facile a piegar ne li vizi empi,
potessi aver da te lucidi essempi,
che, fra regal delizie in verd’etade,
a questo d’ogni mal seculo infetto
giunt’esser può d’un nodo saldo e stretto
con summa castità summa beltade;
da le sante contrade,
ove si vien per grazia e per virtute,
il tuo fedel salute
ti manda, il tuo fedel caro consorte,
che ti levò di braccia iniqua morte.
Iniqua a te, che quel tanto quieto,
iocondo e, al tuo parer, felice tanto
stato, in travaglio e in pianto
t’ha sotto sopra ed in miseria vòlto;
a me giusta e benigna, se non quanto
l’odirmi il suon di tue querele drieto
mi potria far men lieto,
s’ad ogni affetto rio non fusse tolto
salir qui dove è tutto il ben raccolto;
del qual sentendo tu di mille parti
l’una, già spento il tuo dolor sarebbe
ch’amando me (come so ch’ami) debbe
il mio più che ‘l tuo gaudio rallegrarti,
tanto più ch’al ritrarti
salva da le mondane aspre fortune,
sei certa che commune
l’hai da fruir meco in perpetua gioia,
sciolta da ogni timor che più si moia.
Segui pur senza volgerti la via
che tenut’hai sin qui sì drittamente;
ch’al cielo e alle contente
anime altra non è che meglio torni.
Di me t’incresca, ma non altrimente
che, s’io vivessi ancor, t’incresceria
d’una partita mia
che tu avessi a seguir fra pochi giorni;
e se qualche e qualch’anno anco soggiorni
col tuo mortale a patir caldo e verno,
lo déi stimar per un momento breve
verso quest’altro, che mai non riceve
né termine né fin, vivere eterno.
Volga Fortuna il perno
alla sua ruota in che i mortali aggira;
tu quel ch’acquisti mira,
da la tua via non declinando i passi;
e quel che a perder hai, se tu la lassi.
Non abbia forza il ritrovar di spine
e di sassi impedito il stretto calle,
di farti dar le spalle
al santo monte per cui al ciel tu poggi,
sì che all’infida e mal sicura valle
che ti rimane a drieto, il piè decline;
le piagge e le vicine
ombre soavi d’alberi e di poggi
non t’allentino sì che tu v’alloggi;
ché, se noia e fatica fra li sterpi
senti al salir la poco trita roccia,
non v’hai da temer altro che ti noccia,
se forse il fragil vel non vi discerpi.
Ma velenosi serpi
per le verde, vermiglie e bianche e azurre
campagne, per condurre
a crudel morte con insidiosi
morsi, tra’ fiori e l’erba stanno ascosi.
La nera gonna, il mesto oscuro velo,
il letto vedovil, l’esserti priva
di dolci risi, e schiva
fatta di giochi e d’ogni lieta vista,
non ti spiacciano sì che ancor captiva
vada del mondo, e il fervor torni in gelo,
c’hai di salir al cielo,
sì che fermar ti veggia pigra e trista:
ché quest’abito inculto ora t’acquista,
con questa noia e questo lieve danno,
tesor che d’aver dubbio che t’involi
tempo, quantunque in tanta fretta voli,
unqua non hai, né di Fortuna inganno.
O misero chi un anno
di falsi gaudi o quattro o sei più prezza
che l’eterna allegrezza,
vera e stabil, che mai speranza o téma
o altro affetto non accresce o scema!
Questo non dico già perché d’alcuno
freno ai desiri in te bisogno creda,
che da nuova altra teda
so con quanto odio e quanto orror ti scosti;
ma dicol perché godo che proceda
come conviensi e come è più opportuno,
per salir qui, ciascuno
tuo passo, e che tu sappia quanto costi
il meritarci i ricchi premi posti.
Non godo men ch’all’inefabil pregi,
ch’avrai qua su, veggio ch’in terra ancora
arrogi un ornamento che più onora
che l’oro e l’ostro e li gemmati fregi;
le pompe e i culti regi
sì riverir non ti faranno, come
di costanzia un bel nome,
fede e castità, tanto più caro,
quanto esser suol più in bella donna raro.
Questo è più onor che scender da l’augusta
stirpe d’antiqui Ottoni, estimar déi;
di ciò più illustre sei,
che d’esser de’ sublimi, incliti e santi
Filippi nata ed Ami ed Amidei,
che fra l’arme d’Italia e la robusta,
spesso a’ vicini ingiusta,
feroce Gallia, hanno tant’anni e tanti
tenuto sotto il lor giogo costanti
con li Alobrogi i populi de l’Alpe;
e de’ lor nomi le contrade piene
dal Nilo al Boristene,
e da l’estremo Idaspe al mar di Calpe.
Di più gaudio ti palpe
questa tua propria e vera laude il core,
che di veder al fiore
di lise d’oro e al santo regno assunto
chi di sangue e d’amor t’è sì congiunto.
Questo sopra ogni lume in te risplende,
se ben quel tempo che sì ratto corse
tenesti di Namorse
meco il scettro ducal di là da’ monti;
se ben tua bella mano il freno torse
al paese gentil ch’Apenin fende,
e l’Alpe e il mar diffende.
Né tanto val ch’a questo pregio monti
che ‘l sacro onor de l’erudite fronti,
quel tósco in terra e in ciel amato Lauro
socer ti fu, le cui mediche fronde
spesso alle piaghe, donde
Italia morì poi, furon ristauro;
che fece all’Indo e al Mauro
sentir l’odor de’ suoi rami soavi;
onde pendean le chiavi
che tenean chiuso il tempio de le guerre,
che poi fu aperto, e non è più chi ‘l serre.
Non poca gloria è che cognata e figlia
il Leon beatissimo ti dica,
che fa l’Asia e l’antica
Babilonia tremar, sempre che rugge;
e che già l’Afro in l’Etiopia aprica
col gregge e con la pallida famiglia
di passar si consiglia;
forse Arabia e tutto Egitto fugge
verso ove il Nilo al gran cader remugge.
Ma da corone e manti e scettri e seggi,
per stretta affinità, luce non hai
da sperar che li rai
e ‘l chiaro sol di tua virtù pareggi;
sol perché non vaneggi
drieto al desir, che come serpe annoda,
ti guadagni la loda
che ‘l patre e li avi e’ tuoi maggiori invitti
si guadagnar con l’arme ai gran conflitti.
Quel cortese signor ch’onora e illustra
Bibiena, e inalza in terra e ‘n ciel la fama,
se come, fin che là giù m’ebbe appresso,
n’amò quanto se stesso,
così lontano e nudo spirto m’ama;
s’ancora intende e brama
satisfare a’ miei preghi, come suole,
queste fide parole
a Filiberta mia scriva o rapporti,
e preghi per mio amor che si conforti.