Ludovico Ariosto – Quante fiate io miro

Quante fiate io miro
i ricchi doni e tanti
che ‘l Ciel dispensa in voi sì largamente,
altre tante io sospiro;
non che ‘l veder che inanti
a tutte l’altre donne ite ugualmente
mi percuota la mente
d’invidia: ché a ferire
in molto bassa parte,
se la ragion si parte
da un alto oggetto, mai non può venire;
e da la umiltà mia
a vostra altezza è più ch’al ciel di via.
Non è d’invidia effetto
ch’a sospirar mi mena,
ma sol d’una pietà c’ho di me stesso:
però ch’ancor mi aspetto
de la mia audacia pena,
d’aver in voi sì inanzi il mio cuor messo.
Ché se l’esser concesso
di tanti il minor dono
far suol di ch’il riceve
l’animo altier, che deve
di voi far dunque, in cui tanti ne sono,
che da l’Indo all’estreme
Gade tant’altri non ha il mondo insieme?
L’aver voi conoscenza
di tanti pregi vostri,
che siate per mirare unqua sì basso
mi dà gran diffidenza;
e ben che mi si mostri
di voi cortesia sempre, pur, ahi lasso!
non posso far ch’un passo
voglia andar la speranza
dietro al desir audace.
La misera si giace,
ed odia e maledice l’arroganza
di lui, che la via tiene
molto più là che non se li conviene.
E questo che io temo ora,
non è ch’io non temessi
prima che sì perdessi in tutto il cuore;
e qual diffesa allora,
e quanto lunga io fessi
per non lasciarlo, è testimonio Amore.
Ma il debole vigore
non puote contra l’alto
sembiante e le divine
manere e senza fine
virtù e bellezza, sostener l’assalto;
così il cuor persi, e seco
perdei il sperar d’averlo mai più meco.
Non serìa già ragione,
che per venire a porse
in vostre man devessi esservi a sdegno,
se n’è stato cagione
vostra beltà, che corse
con troppo sforzo incontro al mio disegno.
Egli sa ben che degno
parer non può ch’abbiate,
dopo un lungo tormento,
in parte a far contento;
né questo cerca ancor, ma che pietate
vi stringa almen di lui,
ch’abbia a patir senza mercé per vui.
Canzon, concludi in somma alla mia donna
ch’altro da lei non bramo,
se non ch’a sdegno non le sia s’io l’amo.