Ludovico Ariosto – Spirto gentil, che sei nel terzo giro

Spirto gentil, che sei nel terzo giro
del ciel fra le beate anime asceso,
scarco dal mortal peso,
dove premio si rende a chi con fede
vivendo fu d’onesto amore acceso,
a me, che del tuo ben non già sospiro,
ma di me ch’ancor spiro,
poi che al dolor che ne la mente siede,
sopra ogn’altro crudel, non si concede
di metter fine all’angosciosa vita,
gli occhi che già mi fur benigni tanto
volgi alli miei, ch’al pianto
apron sì larga e sì continua uscìta;
vedi come mutati son da quelli
che ti solean parer già così belli.
La infinita inefabile bellezza
che sempre miri in ciel, non ti distorni
che gli occhi a me non torni,
a me, che già mirando, ti credesti
di spender ben tutte le notti e i giorni;
e se levarli alla superna altezza
ti leva ogni vaghezza
di quanto mai qua giù più caro avesti,
la pietà almen cortese mi ti presti
che ‘n terra unqua non fu da te lontana;
ed ora io n’ho da aver più chiaro segno,
quando nel divin regno,
dove senza me sei, n’è la fontana.
S’amor non può, dunque pietà ti pieghi
d’inchinar il bel sguardo alli miei prieghi.
Io sono, io son ben dessa; or vedi come
m’ha cangiata il dolor fiero ed atroce,
ch’a fatica la voce
può di me dar riconoscenza vera.
Lassa! che al tuo partir partì veloce
da le guance, da li occhi e da le chiome
quella a cui davi il nome
tu di beltà, ed io n’andava altèra,
ché mel credea, poi ch’in tal pregio t’era.
Ch’ella da me partisse allora, e s’anco
non tornasse mai più, non mi dà noia:
poi che tu, a cui sol gioia
di lei dar intendea, mi vieni manco.
Non voglio, non, s’anch’io non vengo dove
tu sei, che questo o ch’altro ben mi giove.
Come possibil è, quando soviemme
del bel sguardo soave ad ora ad ora,
che spento ha sì breve ora,
o di quel dolce e lieto riso estinto,
che mille volte io non sia morta o mora?
Perché, pensando all’ostro ed alle gemme
ch’avara tomba tiemme,
di ch’era il viso angelico distinto,
non scoppia il duro cor dal dolor vinto?
Come è ch’io viva, quando mi rimembra
ch’empio sepolcro e invidiosa polve,
contamina e dissolve
le delicate alabastrine membra?
Dura condizion, che morte e peggio
patir di morte e insieme viver deggio!
Io sperai ben di questo carcer tetro
che qui mi serra, ignuda anima sciorme,
e correr dietro all’orme
de li tuoi santi piedi, e teco farme
de le belle una in ciel beate forme;
ch’io vederei, quando ti fusse dietro
e insieme udisse Pietro
e di fede e d’amor da te lodarme,
che le sue porte non potria negarme.
Deh! perché tanto è questo corpo forte,
che né la lunga febre né il tormento,
che maggior nel cor sento,
potesse trarlo a disiata morte,
sì che lasciato avessi il mondo teco,
che senza te, ch’eri suo lume, è cieco?
La cortesia e il valor, che stati ascosi
non so in qual’antri e latebrosi lustri
eran molt’anni e lustri,
e che poi teco apparvero, e la speme
che in più matura etade all’opre illustri
pareggiassi di Publi e Gnei famosi
tuoi fatti gloriosi,
sì ch’a sentir avessero l’estreme
genti, ch’ancor vive di Marte il seme;
or più non veggio, né da quella notte
ch’alli occhi miei lasciasti un lungo oscuro,
mai più veduti furo:
ché ritornaro a loro antique grotte,
e per disdegno congiuraron, quando
del mondo uscir, tòrne perpetuo bando.
Del danno suo Roma infelice accorta,
disse: – Poi che costui, Morte, mi tolli,
non mai più i sette colli
luce vedran che trionfando possa
per sacra via trar catenati colli.
De l’altre piaghe, onde son quasi morta,
forse sarei risorta,
ma questa è in mezo il cor quella percossa
che da me ogni speranza m’ha rimossa. –
Turbato corse il Tibro alla marina,
e ne die’ annonzio ad Ilia sua, che mesta
gridò piangendo: – Or questa
di mia progenie è l’ultima ruina. –
Le sante Ninfe, i boscarecci dèi
trassero al grido a lacrimar con lei.
E fu sentito in l’una e l’altra riva
pianger donne e donzelle e figlie e matri,
e da’ purpurei patri
alla più bassa plebe il popul tutto;
e dire: – O patria, questo dì fra li atri
d’Alia e di Canne a’ posteri si scriva:
quei giorni che captiva
restasti e che ‘l tuo imperio fu distrutto,
né più di questo son degni di lutto. –
Il desiderio, signor mio, e il ricordo
che di te in tutti gli animi è rimaso,
non trarrà già all’occaso
sì presto il violento fato ingordo;
né potrà far che, mentre voce e lingua
formin parole, il tuo nome si estingua.
Pon queste appresso l’altre pene mie,
che di salir al mio signor, Canzone,
sì ch’oda tua ragione,
d’ogn’intorno ti son chiuse le vie;
piacesse ai venti almen di rapportarli
che di lui sempre o pensi o pianga o parli!