Luigi Capuana – Fatale Influsso

«Lascia andare!», fece Blesio, vedendo impallidire tutt’a un tratto il suo amico Raimondo Palli, che aveva cessato di parlare quasi interrotto da un groppo di singhiozzi. «Mi racconterai il resto un’altra volta».
«Delia non rispose» proseguì Raimondo dopo qualche secondo di pausa. «Mi fissò con grandi occhi neri scrutatori che da un pezzo non potevo più sostenere, e sorrise tristamente. Quegli sguardi mi scendevano nella più riposta profondità del cuore come raggi luminosi, e ne rivelavano a lei e a me stesso i più intimi segreti. Giacché mi accadeva spesso di non avere piena coscienza dello stato dell’animo mio verso di lei, e di sentirmi invadere da brividi di terrore ogni volta che la luminosità delle sue vividissime pupille mi faceva scorgere quanto vana fosse la lusinga di poter illudere lei e me. Non l’amavo più quanto una volta e mi ostinavo intanto a ripeterle che niente era mutato tra noi due, un po’ per compassione di lei, un po’ per sdegno di quel che non giudicavo, qual era, naturale miseria dell’amore, ma vero delitto d’ingratitudine verso colei che mi aveva fatto, incondizionatamente, dono di tutta se stessa. E lo sdegno era misto col rimorso di aver violentato l’organismo della povera creatura, di aver contribuito a svolgere in esso facoltà che, senza dubbio, vi sarebbero rimaste latenti o non sarebbero mai arrivate al punto di riuscire nocive.
Tu ignori la vera ragione da cui sono stato spinto a tentare su quel delicatissimo fiore di vita gli esperimenti che avrebbero dovuto essere una vittoria e che divennero invece, in meno di un anno, tristissimo gastigo. Tu credi ancora che io abbia fatto ciò per invincibile curiosità di studiare, a modo mio, le misteriose forze della nostra psiche in un soggetto che presentava le migliori condizioni per tale studio. Disingànnati, caro Blesio. Sin dai primi giorni del mio matrimonio, nello stordimento prodottomi dalla felicità di vedere e di sentire accanto a me quell’esile figura di bruna il cui possesso mi era sembrato, per quattro lunghi anni, irrealizzabile sogno, sin dai primi giorni mi ero lentamente sentito invadere da un infinito inesplicabile senso di sgomento, che mi rendeva pensoso e distratto.
“Che cosa hai?” mi domandava Delia, allacciandomi le braccia attorno al collo con gesto di suprema grazia affettuosa.
“Niente! La troppa felicità, vedi? mi stordisce come un potente liquore”.
Non mentivo, rispondendo così, ma non dicevo intera la verità. Non avrei saputo dirla in quei giorni, fino al mattino in cui, svegliatomi prima di lei, e contemplandola, al fioco lume della lampadina da notte, abbandonata sui guanciali, coi nerissimi capelli disciolti e il petto lievemente ansante pel respiro, contemplandola più come deliziosa visione d’arte che come realtà, all’improvviso ebbi coscienza della natura di quell’indefinito sgomento che da parecchie settimane mi rendeva pensoso e distratto. “Mi ama davvero? Per quale nascosto scopo vuol darmi a intendere che mi ama?”. Ora mi pareva impossibile che la dolcissima creatura che avrebbe potuto aspirare per bellezza, per bontà, per intelligenza, a un’unione più degna di lei, si fosse lasciata indurre a sposare me, non ricco, quasi brutto, con l’unico prestigio di un po’ di abilità… o di qualcosa di più, via, nella mia arte di scultore, e di una discreta cultura che, secondo certi critici, ha molto nociuto al mio ingegno di artista».
«Questa botta tocca anche a me!», disse Blesio, ridendo. «Tu hai avuto sempre il torto di badar troppo a quel che scriviamo noi pretesi critici d’arte. Lasciaci cantare! Lavora».
Si scorgeva però che il riso di Blesio era sforzato, e che tentava di nascondere il triste presentimento di quel che poteva da un momento all’altro accadere, se l’eccessivo perturbamento del suo amico non si fosse arrestato.
Raimondo fece una spallucciata, e continuò: «Da prima scacciai via sdegnosamente come indegno di me e di lei l’importuno pensiero. Ma già un’intima voce tornava insistente a sussurrarmelo a ogni nuova manifestazione di affetto prodigatami da Delia. Allora, la prendevo per le mani, la fissavo tenendola ferma innanzi a me, interrogandola: “Mi ami davvero?” e lo stupore che si manifestava sul bel volto di Delia e il doloroso sorriso che le spuntava su le labbra prima della timida risposta: “Perché me lo domandi?” invece di farmi comprendere la sciocchezza e la villania della mia interrogazione, mi sembrava involontaria conferma di quel dubbio anche quando ella, liberatasi rapidamente dalla stretta delle mie mani, aggrappandomisi al collo con l’abituale gesto di suprema grazia affettuosa, mi baciava e ribaciava, senza aggiungere una sola parola. Pareva volesse dirmi: “Sei contento?… Si bacia così soltanto quando si ama davvero!”.
Quella muta risposta però non mi appagava; né avrei saputo dire intanto qual altra avrebbe potuto ella darmene per disperdere il mio dubbio. Mi tornava in mente il motto di quel diplomatico, che la parola ci è stata data per nascondere il nostro pensiero. Quei baci erano meno della parola, o qualcosa di eguale, o anche qualcosa di poco più; non me n’importava. Sapevo, caro Blesio, che il pensiero di una persona può irridersi facilmente di qualunque altrui violenza per scoprirlo.
Passarono parecchi mesi prima che mi balenasse l’idea di servirmi dell’azione magnetica per ottenere, all’insaputa di lei, la schietta rivelazione della verità. E anche dopo concepitone il disegno, esitai ancora per altri mesi, temendo di poter produrre irrimediabili disturbi in quel sensibilissimo organismo, che alle minime impressioni vedevo sobbalzare quasi fosse stato punto da uno spillo, o toccato da un carbone ardente. Mi trattenne pure, dopo che ero già risoluto, il leggero velo di tristezza che le mie ripetute domande: “Mi ami davvero?” avevano steso sul volto di Delia, e il lieve tremito della sua voce che mi pareva rivelasse, invece della parola, la protesta del suo cuore: “Perché dubiti di me?”.
Infatti, perché dubitavo? Perché – e questo era il peggio – non ricevendo risposte che mi soddisfacessero, perché mi sentivo, a poco a poco, distaccare da Delia, quasi la sua bella manina mi allontanasse e volesse tenermi a distanza?
Dall’ampia vetrata del mio studio, la vedevo comparire ogni mattina nel giardinetto, con la preferita vestaglia color crema, ornata di larghi nastri rossi, coi capelli nerissimi appena ravviati e che le davano intanto un’aria di arcaica eleganza seducentissima. Si aggirava lentamente pei viali, si fermava, riprendeva ad andare o a cogliere fiori dai vasi e dalle aiuole che ella stessa coltivava con arte di giardiniera provetta. Di tanto in tanto, alzava il capo verso la vetrata, guardava intenta, quasi si attendesse di vedermi col viso incollato ai vetri per osservarla; e crollava la testa, delusa, mortificata. Lo capivo, perché potevo benissimo vederla senz’essere visto. Perché fingevo la sorpresa com’ella entrava nel mio studio, esitando su la soglia con la cestina colma di fiori, quasi simile alla bionda Flora tizianesca della Galleria degli Uffizi?…
Cominciavo a sentire, e ne avevo dispetto, un senso di lieve rancore per quella che mi sembrava sua ostentazione d’ingannarmi. Non so che cosa avrei poi fatto, se Delia mi avesse risposto: “No, non t’amo! Meriti forse d’essere amato?”.
Da due settimane, notte per notte, mentr’ella dormiva al mio fianco, io m’ingegnavo di saturarla del mio fluido, come avevo appreso dai libri letti e studiati per tale scopo. Ella non doveva accorgersi della mia intenzione di addormentarla; temevo che, richiesta di accondiscendere, si rifiutasse. E durante la giornata spiavo se mai apparisse in lei qualche sintomo da rivelarmi che la mia azione magnetica fosse riuscita a dominarla.
Niente!
Già disperavo del buon resultato, quando un pomeriggio… Oh, tu non puoi farti un’idea della profonda commozione che mi assalì in quel momento! Delia avea voluto posare da modello per una figurina di donna commissionatami da un americano. “Sta’ ferma, così!”, le dissi vivamente, lieto dell’atteggiamento da lei preso appena sedutasi davanti a me poco lontana dal cavalletto.
La vidi irrigidirsi, chiudere gli occhi, impallidita, col respiro ansante… Era entrata, quando meno me l’aspettavo, nel più profondo sonno magnetico.
Ne fui spaventato, come se avessi compiuto su lei il più vile dei delitti colpendola a tradimento. Rinfrancàtomi un po’ e presala pei pollici con mani tremanti, mi affrettai però a interrogarla:
“Dormi?”.
“Si”.
“Sei lucida?”.
“Lucidissima”.
“Potresti leggermi nel pensiero?”.
“Sì. Tu dubiti…”.
“Ecco” la interruppi, facendo gli opportuni passaggi. “Ecco la mano di una persona che tu non conosci: è moglie di un mio amico. Ama il marito?… Osserva bene”.
E così dicendo le avevo messo in una mano l’altra sua mano. Vidi che la stringeva forte, corrugando la fronte, abbassando la testa in atto di scrutare.
“Lo ama tanto!”.
“Non t’inganni?”.
“No. Il cuore di costei è come un limpidissimo fonte di cui si scorge nettamente il fondo. L’ama. Oh, tanto!”, replicò.
“Osserva meglio” insistei.
“Non occorre. Povera donna! Ha già capito che egli dubita, e piange spesso, in segreto. È dunque cieco costui da non accorgersi che quegli occhi hanno pianto? È strano: io provo la stessa sofferenza di lei… Devo piangere, come lei… Lasciami piangere!”.
E copiose lacrime le inondarono il volto accompagnate da singhiozzi.
Attesi che si sfogasse un po’.
“Ora ti sveglio” la suggestionai. “Non dovrai ricordarti di niente”.
“Non mi ricorderò di niente”.
Le ripresi i pollici, aspirando, perché sapevo che così doveva farsi per riattirarmi il fluido; e nel momento in cui ella riapriva gli occhi, finsi, sorridendo, di aggiustarle la testa per la posa.
“Così!”.
E mi misi a lavorare come se niente fosse stato. Avrei dovuto esser pago dell’esperimento; ma sapevo che i soggetti, come li chiamano, possono mentire anche durante la inconsapevolezza del sonno magnetico. Non era il caso di Delia? Per ciò ripetei per un’intera settimana, col pretesto delle pose, due o tre volte il giorno, l’esperimento e sempre con l’identico risultato, quantunque io avessi fatto ogni sforzo per indurre Delia ad essere veramente sincera.
E questo, forse – anzi senza forse, ora ne sono convinto – ha prodotto gli incredibili fenomeni che per un intero anno mi han dato l’impressione di una vita fuori della vita, d’una vita che non so distinguere se sia stata sogno o realtà, e che aggiungerà presto un’altra catastrofe a quella avvenuta tre mesi addietro».
«Eh, via! Non dire così!», esclamò Blesio. «A furia d’immaginare la possibilità di una disgrazia, noi contribuiamo spessissimo a farla accadere davvero».
Raimondo Palli portò le mani alla fronte e alle tempie, premendo, quasi volesse impedire che gli scoppiassero: poi, rigettati indietro, con vivace movimento della testa, i folti capelli, e socchiudendo gli occhi, riprese:
«Una mattina, dovetti accorgermi che Delia mi sfuggiva di mano, resistendo alla mia volontà, non cadendo più nel sonno magnetico così facilmente provocato ed ottenuto fino allora. Posava per gli ultimi tocchi della mia figurina, che era e non era il suo ritratto perché io avevo sentito ripugnanza di vendere a un estranio la precisa immagine di mia moglie. Le solite parole: “Sta’ ferma! Cosi!” che le altre volte erano bastate a farla istantaneamente addormentare, riuscivano inefficaci quantunque replicate più volte.
“Che cosa vuoi farmi?… Che cosa mi hai fatto?” ella domandò, diffidente, guardandomi fisso negli occhi.
E siccome io non avevo saputo risponderle, stupito di sentirla parlare a quel modo, ella soggiunse:
“Mi sembra di avere qualcosa di strano dentro di me, qualcosa che mi scote, che m’eccita… Non so come esprimermi… Oh! oh!… Veggo, ma non cogli occhi, lontano, fin in fondo al giardino… Laggiù, nell’aiuola a destra, un gatto raspa la terra e danneggia le pianticine di violette!… È possibile?… Vieni; andiamo a vedere!”.
E mi trascinò per mano fuori dello studio, laggiù, dove un gatto faceva precisamente quel ch’ella aveva visto stando a sedere presso il cavalletto, da un punto dove si scorgevano appena le cime degli alberi del giardino smosse dal vento dietro la vetrata.
“Sei diventata una veggente” le dissi con tono di voce che voleva essere scherzoso e non nascondeva intanto il mio stupore.
“Male!” ella rispose con improvvisa serietà. “È assai meglio non vedere!… È assai meglio ignorare!”.
Non aggiunse altro, né io le seppi dir altro».
Blesio, impensierito dell’esaltazione del suo amico, resa più manifesta dalla crescente irrequietezza delle mani e dai rapidi alteramenti della voce in evidente contrasto con la minuziosa limpida narrazione, tentò nuovamente d’impedirgli di proseguire.
«Non stancarti; ho già capito, sei stato un po’ imprudente, forse…».
«Forse?… Troppo dovresti dire», riprese Raimondo Palli. «Troppo».
E, implorando con lo sguardo, continuò:
«Da quel giorno in poi, caro Blesio, io ho assistito a tali portenti di chiaroveggenza da far perdere l’equilibrio a qualunque più solido intelletto. Non osai più d’interrogarla: “Mi ami? Di’, mi ami davvero?”. Ma Delia sentiva anche da una stanza all’altra le vibrazioni del mio pensiero, come se le nostre anime, fuse insieme, pensassero la stessa cosa, nello stesso momento.
La vedevo apparire su la soglia del mio studio, col viso contratto da dolore intenso, e la sua voce piena di lacrime mi rimproverava: “Perché dubiti di me? Lo sento, non negarlo! Che cosa dovrei fare, parla! per darti la prova suprema dell’immenso amore mio?”.
Pietà, o vigliaccheria, io mi ostinavo a negare. Inutilmente. La vedevo andare via niente convinta delle affettuose parole, delle carezze, dei baci che – lo capivo dopo – non producevano su lei l’effetto voluto per l’esagerazione a cui mi induceva la paura di non poter più sfuggire a quell’ispezione che mi aveva ridotto in uno stato peggiore di ogni peggiore schiavitù. Come? Non sarei più stato libero di formolare un’idea, un desiderio, una speranza, senza che Delia non venisse a dirmi: “Si, è una buona idea; dovresti attuarla. – O pure: Dipende da te, perché quel bagliore di fantasia diventi realtà. – O pure: – No, quel desiderio è troppo ambizioso per noi; non lasciartene lusingare. – O pure: Dici bene, questa speranza è un gran conforto per me!”. E ciò come se io l’avessi messa a parte di tutto con le più precise parole, per consultarla, per averne l’approvazione o la disapprovazione?… Oh! Non aver niente da nasconderle! Nei primi mesi della nostra unione, era stata anzi gran delizia per me comunicarle i più riposti pensieri, chiederle consigli, suggerimenti che mi rivelavano sempre più squisite delicatezze d’animo, sempre più fine penetrazione d’intelligenza in ricambio del mio cordiale abbandono. Volevo così dimostrarle la mia profonda gratitudine per la gioia, la felicità, la nuova essenza di vita che ella era venuta a diffondere attorno a me, tanto da farmi credere divenuto un altro, quando mi accorgevo dell’agile sviluppo di alcune mie facoltà artistiche rimaste fin allora quasi latenti. E provavo un senso di mortificazione, se Delia, con delicata modestia, mi diceva:
“Che bisogno hai tu di consultarmi? Tutto quel che tu fai lo giudicherò sempre ben fatto, anche quando gli altri potranno giudicarlo altrimenti”.
Non avevo dunque proprio niente da nasconderle. E intanto ora stimavo violato il sacro penetrale del mio pensiero, di cui prima le spalancavo a due battenti le porte. Una cupa irritazione mi invadeva a ogni nuova manifestazione della sua inevitabile chiaroveggenza e nello stesso tempo una viva indignazione per quello che, in certi momenti, mi sembrava atto di ingrato ribelle. Non avrei dovuto essere piuttosto felicissimo per l’assoluta compenetrazione delle nostre anime, della quale la chiaroveggenza di Delia era mirabile testimonianza?
“No!” riflettevo subito. “Ella rimane chiusa, impenetrabile. Io, soltanto io, sono in sua compiuta balìa!”.
Tentai di difendermi con lo stesso mezzo servito, involontariamente, a produrre l’incredibile fenomeno. Ma Delia non sentiva più il mio influsso; era già più forte di me».
«Avresti dovuto ricorrere ad uno specialista» lo interruppe Blesio. «Un magnetizzatore di professione, probabilmente avrebbe domato quelle forze ancora non bene conosciute e che la tua malaccortezza aveva scatenate… Ma, te ne prego, rimandiamo a qualche altro giorno questi dolorosi ricordi… Nella foga del parlare, non ti accorgi che essi ti commuovono fortemente».
«Li ripenso quando non parlo; vale lo stesso. Lasciami proseguire» rispose Raimondo, stirandosi nervosamente i baffi e la barba. «Sopravvennero intanto alcuni mesi di sosta. Credei che la eccitazione nervosa da me provocata si fosse finalmente esaurita, e che la cura consigliatami da un dottore consultato all’insaputa di Delia avesse realmente contribuito a fortificarne l’organismo.
Era un po’ dimagrita in quei mesi, e aveva perduto la vivace tinta che coloriva le sue guance di bruna con lieve sfumatura rosea. Soltanto lo splendore degli occhi era rimasto immutato. Vedendola rifiorire, non sospettando affatto che quella tregua potesse essere passeggera, avevo ripreso a lavorare alla statua La Giovinezza, quasi suggeritami da lei, un mattino di primavera, passeggiando insieme tra la splendida esplosione dei fiori delle aiuole che fiancheggiavano i brevi viali del nostro giardinetto. La Giovinezza, nella mia intenzione, doveva essere Delia trasformata in Dea, idealizzata, se pure ci fosse stato bisogno d’idealizzare una figura che era, pei miei occhi, un’idealità artistica in atto.
Il lavoro mi assorbiva talmente che le lunghe ore di quella giornata di estate sembravano insufficienti alla mia smania di condurre a termine la statua in brevissimo tempo. Delia veniva spesso a tenermi compagnia, seduta in un angolo, leggendo e ricamando zitta zitta per non distrarmi: ed io mi accorgevo della sua presenza soltanto nei momenti di riposo della modella.
Mi accorgevo pure, con doloroso stupore, che mai Delia mi era parsa così lontana da me, come in quelle lunghe giornate che più mi stava silenziosamente vicina. Eppure quella statua che mi si vivificava sotto la stecca e il pollice era la libera traduzione del bozzetto improvvisato con insolita rapidità mentre ella, che me n’aveva quasi suggerito l’idea, posava perché io fissassi nella creta il movimento delle linee della sua persona, così come l’immaginazione me la andava trasformando in fantasia d’arte.
Una sera, tutt’a un tratto, Delia mi disse:
!Ah, Raimondo!… Tu stai per cessare di amarmi!”.
“Non pensare assurdità!”, risposi bruscamente.
“Tu però in quest’istante mentre neghi, pensi: – Oh, Dio, ella indovina!”.
Tornai a negare: ma era vero. In quell’istante pensavo proprio: “Oh, Dio, ella indovina”.
“Come avvenga non so” riprese Delia. “C’è dentro di me o una anima nuova, o qualcosa che direi malia, se potessi credere alla malia. Strana malia, Raimondo; malefica malia che mi fa vedere quel che non vorrei vedere, che mi fa udire quel che non vorrei udire, quasi il tuo pensiero parli per me ad alta voce… E sto in ascolto, da mesi, costretta, decisa di non dirti niente, di soffrire in silenzio perché mi sembra che anche tu soffra… Ah, Raimondo! Tu stai per cessare di amarmi… Mi sento impazzire!”.
Non ricordo più quel che dissi per consolarla, per confortarla. Dovetti essere efficacissimo, se Delia mi si gettò tra le braccia scoppiando in pianto dirotto, balbettando tra i singhiozzi:
“Perdonami! Ti faccio soffrire!”.
Ma il giorno dopo e così tutti i giorni, per parecchi mesi, si ripeté la stessa scena, fino a che Delia quasi estenuata dallo sforzo inconsapevolmente fatto dall’organismo, non parlò più, e si ridusse a fissarmi, a fissarmi a lungo, crollando dolorosamente la testa, sorridendo con tale tristezza che io ero forzato ad abbassare gli occhi, o a rivolgerli altrove avvilito da quella luminosità di cui ti ho parlato, che mi pareva scendesse a illuminare le più riposte profondità del mio cuore…
Che terribili mesi di sofferenza, caro Blesio! Noi vivevamo isolati, per deliberato disegno, sin dai primi giorni del nostro matrimonio, entrambi orgogliosi di bastare a noi stessi… E la gente, che per maligna o benevola curiosità si occupava dei fatti nostri, ci giudicava felici! Tali avremmo potuto essere, certissimamente, se le mie stesse mani non avessero distrutto, con imperdonabile caparbietà, il magnifico immeritato dono benignamente concessomi dalla sorte. Giacché io ero stato caparbio, stupidamente caparbio nel volermi accertare, a ogni costo, se il mio dubbio: “Mi ama davvero? Perché vuol darmi a intendere che m’ama?”, corrispondesse o no alla realtà.
Che terribili mesi, caro Blesio! Tu non potrai mai formartene neppure un’idea approssimativa. Invano cercavo un rifugio nel lavoro; invano la mia coscienza di artista mi confortava con attestarmi che la statua ormai quasi compiuta, sotto l’impulso di tante agitazioni, fosse riuscita più bella di quanto io, incontentabile, non l’avevo sperata. Lavoravo febbrilmente, quasi la mia mano fosse stata mossa da un altro me stesso che conviveva dentro di me assieme con quello che si tormentava, e smaniava e delirava, sì, a volte delirava, intanto che la mano dell’altro dava gli ultimi tocchi alle estremità della figura con meticolosa accuratezza… Fu allora… Oh, non avevo badato alla nuova espressione degli sguardi con cui Delia osservava il mio lavoro, aggirandosi attorno al cavalletto, muta, intenta, in visibile ammirazione, mi pareva, di quella Giovinezza in parte sua geniale ispirazione. Ne ero lusingato, anche perché in quel punto non provavo l’impressione scrutatrice di quelle nere pupille luminosissime, che mi rivelavano quanto il mio cuore fosse mutato, vinto da grave stanchezza di amare per aver troppo amato».
Raimondo si arrestò quasi volesse riprendere forza. La sua voce infatti si era andata affievolendo; le ultime parole gli erano uscite dalle labbra seguite da un profondo sospiro.
Blesio osservava con pena il rapido movimento delle palpebre e il tremito delle labbra che rendevano più triste quella pausa. Raimondo alzò le mani, come per rimovere qualche ostacolo davanti a sé, e tratto un altro profondo sospiro, riprese:
«Quella splendida mattina di maggio, lo studio era invaso da tale giocondità di luce, che i gessi dei miei precedenti lavori sembravano inattesamente scossi da misteriosi brividi di vita. La creta della Dea, assai più di essi, prendeva così mirabili chiaroscuri, riflessi così formicolanti da darmi l’illusione che sotto le carni del seno e delle braccia ignude si avverasse il miracolo della pulsazione del sangue. Delia, entrata con lievi passi, si era fermata dietro di me, senza che io me ne fossi accorto… Tutt’a un tratto, mi sentii afferrare violentemente pel braccio; e prima che, spinto da lei vigorosamente da parte, potessi accorrere e impedire l’atto di quelle furibonde mani, Delia… Oh! oh! “No, non è così!” balbettava con voce roca, che io non avrei saputo riconoscere se l’avessi udita senza veder lei. “No, non è così!”. E le esili mani, tese come artigli, si affondavano nella creta, disformando braccia, seno, volto alla Dea che mi era costata tanti mesi di lavoro!… Ero rimasto impietrito davanti a quell’orrore. “No, non è così!… Non è così!”. E Delia brancicava la creta, quasi tentasse di rimodellarla, voltandosi verso di me con gli occhi sbarrati dall’improvviso scoppio di pazzia, le labbra sformate da un terribile sorriso, balbettando con voce aspra e roca: “Ecco!… Ecco come dev’essere!… Ecco! Tu non hai saputo… Io, io sì!”. E cadde riversa sul pavimento in violenta convulsione. Quando rinvenne, non mi riconosceva più! La ho assistita, la ho vegliata per tre eterni mesi, giorno e notte, istupidito dal dolore, attanagliato dal rimorso di aver prodotto lo sfacelo di quella povera creatura con lo stolto esperimento che avrebbe dovuto disperdere il mio sospetto, e invece… invece! “Mi amava davvero?”. Ho ancora integra la mia ragione continuando a domandarmelo? E quel che è accaduto è stato colpa mia o inesorabile opera di quella fatalità che regge la nostra esistenza?… Dimmelo tu! Rischiarami tu!».
E Raimondo Palli, convulso, singhiozzava, torcendosi le mani tese supplichevoli verso l’amico.
Blesio aveva anche lui le lacrime agli occhi e non riusciva a trovare una sola parola di conforto, incerto se Raimondo fosse già pazzo o sul punto di divenir tale.

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