Luigi Capuana – Forze occulte

Vedendo entrare il dottore, la bella signora si era alzata dalla poltrona dove stava abbandonatamente sdraiata da un pezzo, in attesa.

Vecchio amico di casa, egli le accennò sorridendo di non muoversi e affrettò il passo verso di lei che gli stendeva le mani.

Il salotto, tenuto in penombra dalle pesanti tende di stoffa delle finestre, ingombro di seggiole, di poltrone, di tavolinetti sovraccarichi di preziosi gingilli e di vasi giapponesi colmi di rose gialle che spandevano per l’aria acutissimo profumo, con due antichi arazzi alle pareti inquadrati dal fondo azzurro della tappezzeria di broccato, prendeva in quell’ora vespertina, un’insolita aria di mistero, accresciuta dalla severità dell’aspetto della bella signora. Il dottore avea sùbito notato la mancanza dell’abituale gentile sorriso con cui ella lo accoglieva anche quando stava a letto malata, e nello stesso tempo una rapida occhiata gli aveva fatto comprendere che il consulto per cui era stato invitato a venire da lei doveva essere, più che altro, un pretesto. Di che cosa poteva voler consultarlo? Se lo domandava, pensando che spesso le donne amano di rivolgersi piuttosto al medico che non al confessore in certe delicate circostanze.

—Mi perdoni se ho ritardato di qualche ora la mia venuta. La nostra professione—disse il dottore—non ci lascia mai piena libertà.

—Non ha bisogno di scusarsi—ella rispose, stringendogli nuovamente le mani.

—Non sta male, mi pare.

—Fisicamente, forse no; ma sono così turbata di spirito che ho paura di ammalarmi.

—Di che si tratta?

—Della mia felicità.

—In questo caso, la miglior consigliera è lei stessa.

—Ho un terribile scrupolo.

—Sarei lietissimo, se potessi riuscire a dileguarlo. Si rivolge al medico o all’amico?

—A tutti e due.

—L’amico vale più del medico in questo caso.

—Consulto l’amico perchè è medico.

—Ahi! La responsabilità si accresce, perchè il cuore dell’amico può nuocere alla scienza del medico. È cosa grave, a quel che pare.

—Gravissima! Sono sul punto di prendere una gran decisione e non so risolvermi. Quel terribile scrupolo mi trattiene, mi fa esitare. Non vorrei commettere un delitto.

—Oh!—fece il dottore, stupito.—Lei non è capace di far male a una mosca.

—Volontariamente, no; ma per leggerezza, per sbadataggine….

—Parli, e conti su la mia devozione, sul mio affetto, se non su la mia scienza.

—Conto su questa soprattutto. Voglio una parola di certezza, di certezza assoluta.

—Chi può sentirsi sicuro di essere in circostanza di darla?

—Ho letto un libro che mi ha sconvolta. Ignorare è una bella cosa!
Non lo avevo mai capito prima di ora.

—Ha i suoi inconvenienti anche l’ignorare. Una colta signora come è lei sa che ogni faccenda di questo mondo può esser guardata da diversi punti; così da uno si può veder bianco, e nero dall’altro, o grigio o rosso o giallo.

—Il mio caso è meno complicato: o bianco o nero. Il cuore mi fa vedere bianco; la mente, dopo quella malaugurata lettura, nero. A chi devo dar retta?

—Una donna deve dar retta sempre al suo cuore.

—Probabilmente non direbbe così, se sapesse….

—Appunto, non ci perdiamo in preamboli.

—Ha fretta?

—Soltanto per toglierla, se è possibile, dalla morale sofferenza che stimo acutissima, se non vedo su le labbra di lei il dolce sorriso che la rende ordinariamente più bella…. Non è un complimento, ma un’osservazione fatta appena l’ho veduta.

—Un’anima moribonda non può sorridere, dottore.

—Non esageri, via! Parli dunque.

—Ella sa la mia disgrazia; sono rimasta vedova a venticinque anni, dopo due di matrimonio non consolato da prole.

—Forse sarebbe stata disgrazia maggiore la vedovanza con prole. La vita è piena di dolorose sorprese.

—Un figlio o una figlia mi avrebbero compensata di ogni disinganno. Il mio cuore avrebbe trovato una sublime occupazione; qualunque sacrificio mi sarebbe parso gioia divina. La donna che non diventa madre è una creatura sbagliata. In mio marito io amavo anticipatamente i miei figli.

—A venticinque anni si può ricominciare ad amare un altr’uomo. La fedeltà ai morti è atto assurdo.

—Infatti…. Ma sul punto di decidermi per un nuovo legame in cui sarebbero appagate tutte le aspirazioni del mio cuore, un tristissimo dubbio mi trattiene. Se potessi pensare soltanto a me….

—A chi altri?

—Alle mie creature, alle quali anelo.

—Le lasci prima venire.

—Ho io il diritto di compromettere la loro felicità? Preparar loro una vita dolorosa, disgraziata, unicamente perchè il cuore mi dice: Sposa l’uomo che tu ami e da cui sei riamata?

—Non capisco.

—Che c’è di certo per la scienza intorno all’eredità?

—Molto e poco. La natura ha misteri che non siamo ancora riusciti a penetrare interamente.

—Nella famiglia di colui che dovrebbe essere il mio secondo marito sono avvenuti casi di pazzia.

—Ereditaria?

—Chi lo sa? Ma sono avvenuti. Pazza l’ava, pazzo uno zio, pazzo un fratello!—

Il dottore abbassò la testa, corrugando le sopracciglia, pensoso. Era profondamente impressionato della desolazione vibrante nella voce di quella donna innamorata che pareva attendesse da lui una sentenza di vita o di morte. E non osava di alzarle gli occhi in viso per paura che la sua minima esitanza non ferisse irrimediabilmente quel povero cuore. L’avea vista crescere e fiorire, e le voleva bene come a figlia. Da giovinetta, l’aveva strappata quasi a stento dagli artigli della morte, e per ciò gli pareva cosa sua. Era stato testimone delle nozze di lei, come amico più intimo di famiglia. L’aveva vista agonizzare pel gran dolore della perdita del marito tòltole improvvisamente da una subdola angina pectoris proprio il giorno della festa del secondo compleanno delle loro nozze. Non ignorava chi fosse il prescelto tra tanti che ora aspiravano alla mano di lei, bella, ricca, orfana di parenti; e si maravigliava che lo scrupolo presentàtosele alla mente non si fosse affacciato prima al suo pensiero di dottore e di amico. Sarebbe stato suo dovere metterla in guardia, quantunque non consultato, sin dal primo giorno in cui egli aveva acquistato la certezza che il marchese Attilio Volpes sarebbe divenuto, presto o tardi, il secondo marito della baronessa Iole di Rivierasco, vedova del barone di Camposparto. Per delicatezza, avea mostrato d’ignorare, anche dopo la rivelazione della baronessa; e la richiesta del consulto lo contristava e gli dava la profonda sensazione di un rimorso.

Tutto questo gli era passato per la mente come un pauroso baleno.

—Ecco—egli disse.—Vi sono casi pei quali la scienza non può avere dubbio alcuno. Ho conosciuto una famiglia in cui tutti i figli ammattivano, per un anno, appena compiuti i vent’anni. La pazzia scoppiava improvvisamente a giorno fisso, a ora fissa, con puntualità incredibile. Dei tre maschi, il maggiore avea avuto una pazzia dolce, idilliaca, restando a letto in una camera tutta parata di rami di ulivo e di quercia preparati dalle sue mani, con la coperta cosparsa di foglie di alloro. Il secondo avea passato l’anno doloroso suonando uno zufolo di canna e il violino, appresi a suonare da sè durante la pazzia; e la virtuosità perdurò quando egli ebbe riacquistato il senno. Il terzo si credeva un gran capitano, depositario dei più intimi segreti del Re e del Papa, e citava continuamente tutti i testi latini studiati nelle scuole e che non ricordò più quando l’accesso finì…. Ma un figlio del secondogenito, nel quale si riprodusse la periodica pazzia, ammazzò un fratello…. Degli altri non so. In casi come questi, ripeto, il consiglio del medico non potrebbe essere incerto. Per gli alcoolici, pei delinquenti nati, pei deformi, egualmente. Ma abbiamo anche moltissimi casi in cui avvengono salti, sparizioni inesplicabili, più inesplicabili riprese. Germi, latenti per due o tre generazioni, si sviluppano a un tratto. Come? Perchè? La scienza non ne sa nulla. Nè sa in che modo si propaghino, nè può prevedere come e quando. Certamente, trattandosi di una specie di gioco d’azzardo, la prudenza consiglierebbe di non giocare. Ma se vi sono altre e forti ragioni che consigliano il giuoco? Un amore come il suo, per esempio, un amore che è la vita, la felicità di due buone creature, per le quali un’interdizione sarebbe grandissima sventura? Verrà forse il giorno che la scienza potrà dare infallibilmente i suoi responsi su questo riguardo; e allora la legislazione dovrà intervenire pel bene della società sacrificando quello, passeggero, dell’individuo. Ma oggi….

La baronessa lo aveva ascoltato ansiosa, tremante, trattenendo il respiro, tenendogli fissi gli occhi negli occhi per scrutare se mai le parole non rivelassero tutto il pensiero di lui: ed era rimasta sospesa, ansimante a quel Ma oggi che le faceva penetrare nel buio del cuore uno spiraglio di luce.

—Ella conosce la famiglia del marchese Volpes.

—Ah! si tratta del marchese?—esclamò il dottore con fina simulazione di sorpresa.—La scelta è indizio di gran senno in lui. Se lo perdesse dopo, la colpa potrebbe essere un po’ di lei; ma è un’ipotesi assurda.

—Dunque?

—Il suo scrupolo la onora.

—Questa è la parte dell’amico. Il dottore che cosa consiglia, che cosa impone?

—Niente. Io credo che l’individuo non è obbligato a immolare la sua breve felicità ai pretesi eterni diritti della Specie. Che farebbe lei se io le dicessi: Non sposi?

—Ne morrei!… Forse, mi ammazzerei perchè la vita non avrebbe più nessun’attrattiva per me.

—È un po’ troppo. La vita ha sempre, finchè dura, nuove attrattive da sostituire a quelle disperse dalla sua stessa inconsapevole ferocia.

—Non sempre, dottore!

—Può darsi. Nessuno però ha diritto di buttarla via come cosa inutile; la religione e la scienza sono di accordo su questo punto.

—Sia esplicito; si curi della verità non di me.

—Più esplicito di così? È doveroso che la scienza risponda con un forse e non con un’affermazione che potrebbe risultare sbagliata. Sia felice, a modo suo, lasci che al resto pensi la Natura. Dio, il Caso, insomma quella Forza occulta che regola l’Universo. Amare ed essere amata valgon bene che si tenti il gioco.

La baronessa riflettè un momento, poi disse:

—Grazie!

Il dottore uscì dal salotto col cuore sconvolto. Aveva fatto bene? Aveva fatto male? Forse aveva fatto male; ma poteva anche darsi che avesse fatto bene.

Eppure il suo scetticismo di scienziato non lo rassicurava pienamente.

—La Specie!—brontolava, scendendo le scale del palazzo Rivierasco.—Pensi essa ai casi suoi! Non è essa che fa amare a quel modo?… Pensi essa ai casi suoi.

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