Luigi Capuana – Il Villino

Riccardo Tulli aveva maledetto più volte il giorno in cui gli era venuta l’idea di quel villino che doveva essere il nido della sua felicità coniugale.
L’ingegnere Ridolfi, a cui si era rivolto per un progetto che fosse insieme opera d’arte e di comodità moderna, gliene avea presentato uno da milionario. Probabilmente, era stato eseguito per commissione di qualche altro che poi si era pentito di buttare in sassi centinaia di mila lire; e l’ingegnere voleva sbarazzarsene, appiccicandolo a lui.
Si era sfogato in quella complicatissima facciata con colonne, trabeazioni scolpite, quadrati in mosaico, cariatidi, fregi di ogni sorta che pareva si rincorressero, si arrampicassero, in maiolica, in bronzo, in vetro fuso con riflessi dorati, con angoli rientranti, e terrazze sporgenti, e torrette traforate da finestrini: cose tutte che facevano venire le vertigini a guardarle nel disegno. Figuriamoci che mai sarebbero state in atto; anche senza badare a quel che dovevano costare!
– Si scoraggia per la spesa? – gli aveva detto, vedendogli sgranare gli occhi con una specie di terrore. – Ma oggi abbiamo costruttori che concedono tutte le agevolazioni possibili. Lei avrà il villino compiuto, fuori e dentro, e pagherà a rate semestrali, annuali, come vorrà. Non si accorgerà neppure di pagarlo. Col fitto di uno, due appartamenti….
– Io non voglio nessuno in casa mia… Io odio i pigionali, caro ingegnere.
– Mi ha detto: Un villino che riesca una bella opera d’arte e che abbia inoltre tutte le comodità richieste dalla vita moderna…
– Scusi, ingegnere: ma a me le cose troppo complicate non piacciono punto.
– Chiama complicato questo progetto qui? Allora avrebbe dovuto dirmi che si trattava di una casa rustica! Al giorno di oggi lei non troverà neppure un ingegnere di quart’ordine che voglia disonorarsi con la pretesa semplicità antica. Questo è affare di capimastri. L’ingegnere non c’entra. Può fare anche da sè.
– Sarà – rispose Riccardo un po’ piccato. – Ma i quattrini devo cavarli fuori io, e non ho mai steso il passo più lungo della gamba. Mi dispiace….
E se n’era fatto un nemico.
L’ingegnere Milvagni lo aveva trattato alla spiccia.
– Non si confonda con progetti e disegni… Ecco tre, quattro album: c’è da trovarsi impacciato nella scelta.
– Ma qui – rispose Riccardo – si tratta di progetti, sto per dire, industriali, commerciali, senza carattere speciale. Ed io vorrei un villino modesto, sì, ma che abbia una impronta tutta sua: che sia, glielo ripeto, il mio nido, il nido della mia futura famiglia, tale da far dire anche a chi non sa niente: Qui vivono o due sposi novelli, o due innamorati!
– Trovi un verso di gran poeta, un bel motto latino, e ve lo inscriverà sotto la cornice o sul portone… come, per esempio, quel… quel… ora non mi sovviene. Già lei ne sa più di me…
L’ingegnere sfogliava un album, alla ricerca del disegno che potesse soddisfare Riccardo..
– Vede? Noi, in Italia, non abbiamo tipi classici di villini… Di ville, sì, quante ne vuole, ma principesche. Nei secoli passati ci fu la frenesia delle ville grandiose, con parchi e giardini, e statue e fontane… Non sapevano come spenderli i quattrini, allora. I villini sono roba svizzera, o tedesca, più svizzera che tedesca. Io, per esempio, sceglierei questo. Le parrà di essere sempre in viaggio di nozze, con la Svizzera trasportata qui… Un vero nido, massime se lo metteremo in mezzo agli alberi.
– Ma, domani, potrà venire a un altro lo stesso capriccio, e farsi fabbricare un villino identico al mio…
– Ha paura di sbagliare uscio? Lei vuol essere ingannato. Un altro avrebbe copiato uno di questi disegni e le avrebbe detto: Ecco; l’ho inventato apposta per lei!
– Ma ora che so… capisce…
E lasciandolo in asso, neppure dell’ingegnere Milvaghi Riccardo Tutti si fece un amico.
Era seccatissimo. Ogni ostacolo a realizzare il suo sogno del villino, diventava, secondo lui, un impedimento all’attuazione del matrimonio con Maria Lozzi, sua fidanzata da un anno. È vero che il cavalier Lozzi, padre di Maria, si era preso tre anni di tempo, perchè voleva sistemare certi suoi affari litigiosi dai quali poteva dipendere il maggiore o minore valore della dote da assegnare alla figlia; è vero che Riccardo aveva più volte protestato che, per lui, la questione della dote assumeva importanza molto secondaria. Ma ormai, poichè si era rassegnato a quell’attesa di tre anni – uno era già trascorso – intendeva che all’epoca delle nozze il promesso villino fosse compiuto e arredato. E con questi signori ingegneri non si arrivava a combinare niente! Volevano fare di testa loro; sfoggiare una stupida virtuosità, o mettersi a copiare questo o quel modello quasi non vi fosse più nulla da speculare, da inventare secondo le intenzioni e il desiderio di chi doveva spendere i quattrini!
Una mattina si presentò a Riccardo un tale che si fece annunciare semplicemente come costruttore capomastro.
– Io non sono ingegnere – disse – cioè non ho la laurea, ma ho qualcosa di meglio: vent’anni di pratica. So che lei vuol fabbricarsi un villino e che non vuol spendere troppo.
– Cioè, voglio spendere quel che occorre, senza lesinerie…
– Senta: per me l’importante non sono la facciata, le lustre architettoniche, i ghirigori… Costano un occhio, e non concludono niente. A poco a poco gli ornati cascano a pezzi, e la casa, il villino, il palazzo si riducono a un lerciume. Ne ho fabbricati anch’io. Si dice: Lega l’asino dove vuole il padrone. Ma quando mi càpita di passare davanti a una di quelle opere delle mie mani, mi volto dall’altra parte, tanto schifo mi fanno. Lei, se non ho capito male, vuole una cosa seria, una cosa solida. Tutte le comodità; aria, luce, da far venire la voglia di tapparsi in casa e non uscirne più; dico per dire. Io – non mi vanto, lo vedrà alla prova – ne so forse più di un ingegnere. Le faccio risparmiare le spese dei progetti… Come se i progetti costassero gran fatica! Ormai… anticamera, sala, salotto, corridoio, di qua camere, di là sala da pranzo, cucina, riposto, bagno, chi lo vuole, camerini per la servitù… Tutto questo si può stabilire di amore e di accordo, quando si sa di che spazio si dispone. In quanto al costo… se si immagina che tutti questi villini che vede nei nuovi quartieri siano stati fabbricati con denari contanti!… Conosco qualche pezzente che si è dato il lusso di un villino… e non ha ancora messo fuori un centesimo. Creda, io sarei orgoglioso se potessi dare una bella lezione a certi ingegneri. Rifletta. Sono ai suoi ordini. Prenda informazioni: il mio indirizzo è questo.
Non lo aveva lasciato rifiatare, parlando con quell’aria bonacciona di operaio ripulito; e si era sùbito guadagnato la fiducia di Riccardo.
Un abbozzo di villino egli ce l’aveva in testa, ma era qualcosa di vaporoso che gli si dileguava davanti appena tentava di fissarlo. Il salotto verde pallido, come lo voleva Maria, con gli specchi, le poltrone, il tavolinetto, il canapè, le mensoline cariche di gingilli, si scoloriva, si trasformava coi mobili che si allungavano, si allargavano, diventavano credenza, tavola, seggiole con la spalliera diritta. Ah!… la sala da pranzo, luminosa, intima… Che!… Che!… Era il suo studio, con la larga scrivania, la calamariera di argento, il tagliacarte di avorio, gli scaffali scolpiti, i volumi rilegati, in bell’ordine, e il tavolino in mezzo sovraccarico di libri nuovi e il tavolinetto da fumatori, e alle pareti quadri, bozzetti, magnifiche stampe…
Ma appena egli sorrideva alla lieta visione, il caleidoscopio della sua fantasia dava una svoltata e tutto spariva, si trasformava, lasciandolo con una gran delusione nel cuore, col dolore che non gli riuscisse di godersi il villino neppure fantasticando!
E quasi questo non bastasse, ogni sera, ecco Maria che aveva qualche cambiamento da proporre nella disposizione delle stanze. Fortunatamente, i muratori non avevano ancora messo mano alla fabbrica; non si possono spostare i muri reali con la stessa facilità con cui si allargano, si allungano, si restringono le stanze ragionandone sottovoce, in un angolo di salotto come di segreti di amore.
– La nostra camera, sì, a oriente, ma non con la vetrata che dà su la terrazza. È troppo esposta ai venti, alla pioggia; non ti pare?
– Ma l’altra volta tu dicevi…
– La mamma mi ha fatto riflettere….. È vero mamma?… E poi il mio salottino immediato al tuo studio…
– Anzi!
– No; il chiacchierìo delle mie amiche ti disturberebbe. Ridono, parlano a voce alta, qualcuna suonerà il pianoforte; qualche altra canterà… E tu mi hai detto che, quando scrivi, anche il ronzìo insistente di una mosca ti irrita i nervi.
– Ma io non avrò più nervi quando tu sarai là…
– È più signorile, anche, che salottino e studio non siano addossati, per non parere che io voglia sorvegliare chi va e chi viene da te…
– Siamo in tempo; sarà fatto come tu vuoi. Affrèttati però di escogitare ogni mutamento prima che i muratori…
– Me lo dici con un tono… Sono una capricciosa, secondo te!…
– Non mi fraintendere…
– Già, mi sembra che posso sfogarmi a fantasticare per ora. Se ne parla da un anno e mezzo di questo famoso villino e non c’è principio…
– È colpa mia, forse? Se avessi la lira di Orfeo…
– Che faresti con la lira di…?
Maria; non era forte in mitologia, e Riccardo dovette spiegarle la portentosa virtù di quella lira che faceva andare a posto le pietre e poteva edificare in un paio d’ore ben altro che un villino!…
– Invece, oggi, ci vogliono le lire e parecchie, e non bastano a fare il miracolo!
Infatti, dopo che Giulio Alberti, il giovane ingegnere, che doveva prendere la laurea in quell’anno, amico di Riccardo e suo vicino di appartamento, gli aveva fatto, così, per svago, il disegno di un grazioso villino, realizzando punto per punto il suo sogno con maravigliosa intuizione di arte, il capomastro aveva combinato tutto con Riccardo, prendendo l’appalto, e dando mano ai lavori.
Riccardo volle presentare Giulio alla famiglia Lozzi e alla Maria. Non gli pareva vero che tra poco le mura di mattoni che apparivano a fior di terra si sarebbero rizzate su su, fino al tetto, rivestite di sobrii ornamenti, quasi per non destare l’attenzione che là dentro, in quelle liete stanze, elevate di poco più di un metro dal suolo, si nascondeva la felicità di due cuori innamorati.
– Ingegnere e poeta! – ripeteva spesso Riccardo, parlando dell’amico.
E, cieco come tutti gli innamorati, non si accorgeva del grande sbaglio che commetteva magnificando ogni sera l’opera dell’amico, l’ingegno dell’amico, il carattere dell’amico, il cuore dell’amico.
– È anche un bel giovane… e questo non guasta!
Che Giulio Alberti fosse un bel giovane non occorreva farlo notare a Maria. Sin dalle prime visite ella aveva osservato la differenza che correva tra il suo Riccardo e lui.
Anche il cavalier Lozzi e sua moglie si mostravano entusiasti dell’ingegnere, come lo chiamavano quantunque ancora non consacrato dalla laurea.
– Farà carriera! – diceva il cavalier Lozzi. – Questa è l’epoca degli ingegneri. Possono guadagnare quel che vogliono.
– E com’è svelto, svelto, svelto!
La signora Lozzi non sapeva esprimere la sua ammirazione con altri aggettivi. Svelto, per lei, significava il merito straordinario. E quando lo ripeteva davanti al fidanzato di sua figlia, sembrava che nell’intonazione della sua voce ci fosse una punta di rimprovero per lui, purtroppo non svelto, svelto, svelto quanto quell’altro.
Così il giovane ingegnere si trovò commensale assieme con Riccardo tutte le domeniche in cui questi desinava in casa della fidanzata che aveva l’uno a destra, l’altro a sinistra, nella tavola; con piacere di Riccardo da prima che non si saziava di ripetere a Maria: – È il creatore del nostro nido; non gli saremo grati abbastanza! – Con un che di fastidio dopo, quando vide che Giulio veniva trattato da tutti alla pari con lui.
E mise un po’ di broncio. Maria finse di non essersene accorta. Riccardo, quantunque non fosse svelto, svelto, svelto, come lo avrebbe voluto la signora Lozzi, capì la dissimulazione, se ne indispettì, e la domenica appresso, vedendo ridere con gran gusto Maria a una storiella un po’ allegra raccontata da Giulio, ebbe la malaccortezza di susurrarle in un orecchio:
– Bada! Il tuo fidanzato sono io!
Maria scattò, indignata
– Che hai detto?… Non ho capito bene: ripetilo!
Riccardo stette zitto; ma tutti avevano notato che tra i fidanzati era avvenuto un po’ di malumore. Preso il caffè, Riccardo aveva acceso una sigaretta ed era uscito su la terrazza aspettando che Maria lo avesse raggiunto per una spiegazione. Ella invece rimase a discorrere col giovane ingegnere che, scherzando le diceva:
– Temporali di estate! Dileguano a un suo bel sorriso.
– Oh! Certe osservazioni non le permetto – rispose Maria.
– Alla passione va perdonato tutto. Riccardo, l’adora.
– Ne faccio a meno dell’adorazione, quando non impedisce d’insultarmi.
– Eh, via! Lei ha preso in mala parte qualche parola innocente.
– Mi ha detto – e fece una brevissima pausa – Bada: Il tuo fidanzato sono io!… Perchè ridevo…
– Chi dunque? Io?… Magari!… Gli dò ombra? Da oggi in poi mi asterrò…
– Non ci mancherebbe altro!
– Forse Riccardo ha visto bene, signorina! Accade così, senza che uno, da principio, se ne accorga.
Gli tremava la voce, ma gli occhi dicevano quel che la parola non osava di esprimere. Maria, arrossita, aveva abbassato la fronte, e, per contegno, giocherellava col cucchiaino da caffè.
– E lei, ingegnere, non accende una sigaretta, un sigaro? gli disse il cavalier Lozzi. – Venga, venga in terrazza. Io devo fumare il mio toscano all’aria aperta, per via di mia moglie che non può soffrirne… il puzzo, dice lei.
– Eccomi!
E accendendo una sigaretta, Giulio susurrò:
– Mi perdoni, signorina. Sono stato imprudente. Dimentichi…
Anche Maria uscì sulla terrazza, e rivolse la parola a Riccardo, quasi non fosse avvenuto niente tra loro.
Ah, quel: Magari!
Maria se lo sentiva ronzare nell’orecchio, come se Giulio fosse là a ripeterglielo incessantemente; peggio, come se le salisse su su dal profondo del cuore. Magari!
Per ciò tutte le sere che Riccardo tornava a parlarle del villino che ormai asciugava a quel sole di estate l’intonaco della facciata e delle mura esterne, Maria lo ascoltava distratta. Non si occupava delle stanze per dar consigli, per esprimere desiderii: e – cosa che dispiaceva più d’ogni altra a Riccardo – non gli chiedeva notizie del volume di poesie che egli preparava per pubblicarlo, dedicato a lei, il giorno delle loro nozze.
Questa dei versi era la maggior debolezza di Riccardo.
I primi suoi saggi non erano stati felici. I giornali, le rassegne letterarie avevano bistrattato con feroce ironia Cicale, volume stampato con gran lusso a spese dell’autore, e poi l’altro volume, stampato pure a sue spese, con ritratto e illustrazioni, intitolato: Zampilli. Ma era solo, non era sciupone e poteva permettersi il lusso di quelle belle edizioni.
Evidentemente la Natura non lo aveva fatto poeta; gliel’avevano ripetuto in tutti i toni, e inutilmente, se già preparava un terzo volume interamente inedito col bel titolo catulliano: O Hymen Hymenaee! I suoi amici solevano dire che, senza la mania di voler fare il poeta, Riccardo Tulli sarebbe stato un giovane perfetto. E Giulio, un giorno gliel’aveva ripetuto scherzando, a tavola, dando pretesto al signor Lozzi di fare una tirata contro i poeti che vivono col capo tra le nuvole e non badano ai loro interessi e si lascierebbero spogliare da certa gente…
Alludeva a una lite intentata a Riccardo dalla sorella, maritata con un negoziante di Monza; lite che avrebbe intaccato molto il patrimonio di lui, se gli andava male presso la Corte di Appello.
– Ma dunque tu ti disinteressi di tutto! – egli disse una sera a Maria. – Lo sciocco sono io che non penso ad altro!
Maria fece una lieve spallucciata.
E poi tutte le domeniche, gli toccava di sentire il rimpianto dei futuri suoceri:
– Ma come mai l’ingegnere….?
– Non lo abbiamo offeso, invitandolo a desinare.
Riccardo non rispondeva niente per scusarlo.
Sentiva qualcosa di ostile nell’aria della casa Lozzi e non riusciva a spiegarsene la ragione.
Maria non era più quella di una volta, se ne sarebbe accorto anche un cieco. E non c’era verso di cavarle una parola di spiegazione di bocca!
La spiegazione gliela procurò la sentenza della Corte di Appello che lo condannava.
– Mi dispiace… mi dispiace…. ma, caro mio…. non si vive di versi…. Voi non avete una laurea, una professione… Vi tocca di interrompere fin i lavori del villino, perchè il capomastro è venuto da me scoraggiatissimo… Ha saputo… Siate ragionevole. Si dice: Matrimoni e vescovati dal cielo son destinati. Si farà una ragione anche la povera Maria, che è desolata e non si aspettava questo bel resultato!
Il signor Lozzi era andato a trovarlo a casa perchè certi discorsi bisogna farli a quattr’occhi, per non dar da ridere ai maligni… E fu maravigliato di scoprire Riccardo apparentemente rassegnato a quella rottura. Più di lui n’era maravigliato lo stesso Riccardo che durante i tre anni di fidanzamento aveva sentito sbollire a poco a poco la sua frenesia di quando consumava il marciapiede dirimpetto alla casa Lozzi andando su e giù per farsi scorgere da Maria, fino al giorno in cui era stato ufficialmente ammesso in quella casa come promesso.
E quanti sogni per quel villino che ora gli sembrava una vera pazzia d’innamorato, e pel quale aveva dovuto sciogliere il contratto col capomastro!
– Ah! – pensava Riccardo. – L’uomo ha torto di scontar l’avvenire fantasticandolo. Nessuna realtà potrà mai dargli qualcosa di simile: e il disinganno è terribile!
E per ciò, quando seppe che Giulio Alberti si era sostituito a lui, e che sarebbe andato ad abitare con la moglie nel villino sui pilastri del quale due piccole lastre di marmo avevano già lo scritto Villino Maria, Riccardo ebbe un sincero sentimento di compassione per quei due: e si consolò dicendo:
– Poteva capitarmi peggio, poteva!

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