Luigi Capuana – La voglia

Era accaduto quel che suole accadere nei matrimoni di amore: si volevano un po’ di bene, ma non si amavano più. Convivevano nella stessa casa; apparentemente, agli occhi della gente, niente era mutato nelle loro abitudini: teatri, conversazioni, feste, riunioni intime; sempre insieme, dovunque, come in quel primo anno, dopo il lungo viaggio di nozze che fece tanto parlare delle loro lune di miele perchè era durato parecchi mesi. Lei era riapparsa più bella, più fresca, più affascinante, senza aver perduto quel che di ingenuo, di semplice, di giovanilmente aggraziato che si rivelava nelle linee del viso, nell’atteggiamento della persona, nel timbro della voce, nella carezza delle parole rifiorenti con lieve sorriso su le labbra. Lui, bell’uomo, nonostante l’incipiente calvizie; elegante, con qualcosa di indolente nei gesti e nel discorso ora un po’ scettico, ora un po’ ostentatamente sentimentale; con settimane di pigrizia, con settimane di strana attività, da persona che non abbia ancora trovato un fermo assestamento della sua vita. Ella si occupava particolarmente della casa, facendone una mutevole creazione artistica, specialmente con la sempre armoniosa disposizione degli oggetti di arte, quadri, bozzetti, piccoli bronzi, vasi da fiori, libri riccamente rilegati, stampe, album, cose rare, che rallegravano gli sguardi e non formavano ingombro da collezionisti. Lui badava un po’ agli affari, già ben sistemati dal padre e dal nonno, che avevano pensato a rendergli la vita comoda e facile, da figlio unico qual era; e a cui avevano lasciato ampia libertà di condotta, della quale per educazione e per indole non aveva abusato, quando il padre e il nonno erano vivi, e non evitavano di viziarlo alquanto; sarebbero forse stati lietissimi di vedere che ne abusasse in qualche modo. A venticinque anni, Emilio Filippi, sì, aveva fatto più di una scappatella di amori e di giuoco, senza entusiasmi però, senza trasporti violenti; si era dato quel po’ di cultura che gli era parsa necessaria alla sua condizione di giovane ricco e indipendente; resistendo alle insinuazioni dei cattivi esempi degli amici, con in fondo all’anima un vago ideale di felicità domestica che lo faceva guardare curiosamente attorno a sè, caso mai scoprisse colei che avrebbe dovuto cooperare con lui nell’attuazione di quello ideale niente complicato, e niente difficile. Gli incitamenti, le tentazioni, gli inviti non gli erano mancati da ogni parte. Amici, mamme, signorine lo avevano stretto in una specie di assedio che non lo faceva inorgoglire nè invanire: anzi gli ispirava un po’ di diffidenza. La signora Foschini, intima amica della madre di lui e che negli ultimi mesi della malattia della povera signora era stata delle più assidue al suo capezzale quando il male cardiaco, che la portò via, non le dava un momento di requie, ora, da qualche anno in qua, mostrava di voler assumere funzioni quasi materne dando consigli al giovane Emilio, esortandolo a mettere stabile ordinamento nella sua vita. Pareva disinteressata e non era. Aveva una nipote da collocare, e non lasciava sfuggirsi nessuna occasione di metterla in mostra. Essa non era bella, ma appariscente per la ricca capigliatura castagna, per la statura slanciata, per uno spirito pieno di brio e con qualche lieve punta di malizia. – Ho, credo, diritto di parlarti in nome della tua mamma, a cui volevo bene più che a una sorella. Negli ultimi giorni della sua lunga agonia non cessava un momento di raccomandarmi di sorvegliarti, come ella avrebbe fatto se fosse rimasta ancora in vita. Si doleva di non aver potuto esercitare la sua buona influenza, perchè tuo padre e tuo nonno avevano altre idee, da uomini… Emilio era ormai abituato a questi esordi, ormai prevedeva quel ch’ella stava per dirgli e talvolta la interrompeva, evitando di mostrarsi seccato: – Non penso ad altro, cara signora. Le sono gratissimo; mi par di sentire la voce della mamma nelle parole che lei mi dice. Ma appunto, poichè si tratta di decisione seria, seriissima, voglio riflettere, riflettere. – In certe circostanze il riflettere troppo è male – rispondeva la signora Foschini.- Lo ripeto anche a mia nipote, che non dovrebbe perdere tempo a riflettere neppur lei. E parlando della nipote non la finiva più. Ma Emilio Filippi da quell’orecchio non ci sentiva. Una mattina egli se la vide arrivare a casa inattesamente, con aria severa, quasi sconvolta. – È dunque vero? – Che cosa? – fece Emilio. – Tu sposi Celeste Arrigoni? – Probabilmente. – Senza dirmene nulla? – Sarei venuto, tra qualche giorno, a parteciparle la notizia. – Con la tua povera mamma non ti saresti comportato così! – La mia povera mamma sarebbe stata felice di apprendere la mia risoluzione a cose finite. È quistione che interessa soltanto il mio cuore. – Forse avrei potuto dirti… Ma ormai è inutile. Ah, voialtri uomini! La signora Foschini aveva fatto un gesto sdegnoso, d’imprecazione; ed esso e l’intonazione amara delle parole, da prima, avevano spinto Emilio a sorridere indovinando la ragione della rabbia della zia che aveva sognato un matrimonio per la nipote; poi a poco a poco, egli si era sentito turbare, quasi quel gesto d’imprecazione potesse avere influenza su l’avvenire suo e di colei ch’egli aveva già scelta per compagna della sua vita. * * * Era stata una risoluzione improvvisa. Nei primi mesi del loro matrimonio ne riparlavano spesso. – Chi sa quante volte ti avevo vista passare e ripassare davanti a me come quella mattina di aprile! Pur troppo la felicità ci vien dal caso! – Io avevo un’insolita allegrezza in fondo al cuore – rispondeva Celeste. – L’avevi anche negli occhi, su le labbra; tutta la tua persona ne raggiava! – E senza quel bambino cadutomi tra i piedi… – Probabilmente non ti avrei intentamente fissata, dopo di essermi chinato a rialzare il bambino, che si era fatto male a un braccio e piangeva. – La mamma ti disse: – Grazie! – Tu sorridesti, chinando il capo a un saluto. – Nient’altro. – Ma fu come se ti avessi conosciuta da anni, intimamente. Non avevo mai provato nulla di simile. E mi domandavo: – È mai possibile? – E pensavo tremando: E lei? – Io provavo un dolce senso di attesa, con la strana sicurezza di vederti ricomparire. – E infatti! Nella vita tutto sembra lasciato in balìa del caso, e invece c’è una specie di predestinazione! Che delizioso ricordo quel loro viaggio di nozze! – Mi pareva che noi lasciassimo un’orma luminosa negli alberghi, nelle vie, nei monumenti delle città che visitavamo. La nostra gioia non consisteva nel veder cose nuove, ma nel sentire nuove modificazioni del nostro amore, quasi a ogni passo che facevamo. Ricordi? Io ti dicevo: Ci siamo abbandonati a uno spreco; il nostro amore si esaurirà. – E non era vero. Si rinnovava, diventava più intimo, più profondo. E lei evocava un particolare, rianimava la sensazione di un paesaggio, l’impressione di un piccolo incidente, aspetti di ignoti che li avevano fatto ridere, che li avevano commossi, nonostante che quel che passava sotto i loro occhi li interessasse assai poco. – E al ritorno dal nostro viaggio, ricordi? come tutto ci sembrò sbiadito, rimpiccinito, niente interessante? – E per mesi sentimmo il bisogno d’isolarci, di sottrarci alla stupida curiosità che voleva penetrare nel mistero – dicevano così – della nostra felice esistenza. Tu eri indulgente con le tue pettegole amiche, io m’irritavo, quantunque mi sforzassi di nasconderlo. – E quella tua signora Foschini! Mi odiava allora. – La sua delusione era stata grande. Ora però, maritata, e bene, la nipote… Fu la più grande amica di mia madre… Si crede in diritto di farcelo sentire qualche volta. – Devo confessartelo? M’ispira diffidenza. – Perchè? – Non so. – Via! Quando avrai potuto conoscerla, meglio! Poi, a poco a poco, si eran lasciati riprendere dall’ingranaggio della vita sociale. In certe settimane, tra spettacoli, feste, ricevimenti, riunioni, provavano l’opprimente impressione che fosse avvenuta una scissura nella loro esistenza. Si sentivano stanchi, storditi. Celeste ne soffriva più di lui; ma ormai non sapevano come sottrarsi a quel rapido movimento che alcune volte pareva li portasse via, l’una così lontana dall’altro che poi stentavano a ritrovarsi. Ed era sempre lei quella che provocava qualche sosta; era sempre lei che insinuava nelle loro vuote e scialbe conversazioni il senso di rimpianto della gioia lungamente e vanamente attesa, della gioia della maternità, alla cui mancanza Emilio si mostrava rassegnato, specialmente nei periodi di egoismo, di indolenza che la sua indole gli faceva attraversare. – Come siamo mutati! – diceva Celeste. – Non te ne accorgi? – Bisogna che io faccia uno sforzo di riflessione. È assurdo pensare che avremmo potuto rimanere quelli di anni addietro. – C’è modo e modo! – Sono cose che avvengono in noi senza di noi. – Disgraziatamente! Dopo cinque anni di vita in comune erano arrivati a qualcosa che non era l’indifferenza, ma un che di peggio; una specie di silenzio tra loro due, un silenzio irritato specialmente dalla parte di Celeste, che non si sarebbe mai aspettata di arrivar fino a questo punto e in pochi anni. Così le accadde di più non mettersi in guardia contro le subdole insinuazioni della signora, Foschini, che mostrava, di giorno, in giorno, maggior tenerezza verso di lei. – Un po’ di campagna ti farebbe bene. Tuo marito non se ne accorge; ti ha continuamente sotto gli occhi; ma chi ti vede a intervalli nota sùbito segni di deperimento nel tuo aspetto. – Mi sento bene; forse, un po’ di stanchezza. Facciamo una stupida vita… col pretesto di divertirci. – La mia villetta è a tua disposizione. Saremmo noi due sole. La vostra villa è troppo di lusso. Troppa gente di servizio, troppi vicini; peggio che in città. Era la prima volta che lei andava in un posto senza suo marito: era la prima volta ch’egli restava in città come uno scapolo. Nessuno dei due si maravigliò che questo avvenisse. * * * La presentazione era stata fatta semplicemente, durante una passeggiata. – Il cavalier Carugi, gran cacciatore al cospetto di Dio! – La signora Celeste Filippi, celeste di nome e di fatto. Il cavaliere le aveva accompagnate fino al cancello della villetta, cortese, discreto; ed era ricomparso soltanto due giorni dopo, elegante senza ricercatezza, quantunque non facesse cattiva figura neppure vestito da cacciatore, come era stato incontrato due giorni addietro. – Io vengo due volte all’anno da queste parti, nei primi mesi della primavera e nei primi mesi dell’autunno. Ho il vizio della caccia. Questo non vuol dire che non abbia altri vizi e qualche piccola virtù… Aveva uno special modo di rivolgere la parola, di accompagnarla con gli sguardi, di scrutare nello stesso tempo l’impressione prodotta dalle cose che diceva e coi gesti con cui pareva le sottolineasse. Nei primi giorni, Celeste provava un vivo imbarazzo davanti a lui, una sottile repugnanza o meglio uno sforzo di resistenza contro l’inesplicabile fascino di quell’uomo che evidentemente, sebbene lentamente, tentava di soggiogarla. E questa sensazione si aumentava appena la signora Foschini trovava dei pretesti per lasciarli soli in salotto, su la terrazza, nel giardinetto. Ma perchè mai, dopo, quand’egli era andato via, e durante l’intervallo di qualche giorno tra una visita e l’altra, ella si abbandonava a un’inconsapevole ripetizione di quelle sensazioni senza avvertirne nessuna repugnanza? Si compiaceva anzi di ripensarle, non sospettando che così ne aumentasse l’effetto, nè che, forse, il Carugi calcolasse molto sul resultato di questo lavoro dell’immaginazione femminile. Una mattina, ella si svegliò col terrore che stesse per accaderle qualcosa d’irrimediabilmente malefico. – Vede? – disse alla signora Foschini. – L’aria della campagna non mi ha giovato. Ritorno a casa. Mio marito mi sollecita a rientrare. – Ma non viene a trovarti! – Glie lo ha proibito lei, prima che io sia… guarita. Guarita di che? Il suo affetto la fa travedere. Non voglio che Emilio si abitui facilmente alla mia lontananza. – I mariti, quando vogliono, sanno crearsi… finte assenze… e non hanno bisogno di pretesti. – Mio marito, no, non è un marito come gli altri. – È la lusinga di tutte noi mogli. L’ho provata anch’io ed ho avuto la debolezza di piangerne… La vita? Dobbiamo prenderla com’è… Oggi abbiamo a desinare il nostro amico. Sarà dispiacente di apprendere che vuoi andar via. – Che può importargliene? – Molto, mi figuro. – Non è uno sciocco. – Lo giudichi male. Ti sei accorta che in questi giorni quella sua voglia di fragola sotto la guancia sinistra gli si è arrossata in modo straordinario? Gli produce una soave esaltazione, uguale a quella delle fragole naturali; me lo diceva l’anno scorso. È strano; ordinariamente le voglie fanno cattivo effetto, spesso imbruttiscono una persona. Questa invece gli aggiunge una certa grazia. Non ti pare? – Non ci ho badato. Ci aveva badato fin dal primo giorno, invece, con insistenza, come a un richiamo che forzasse a guardar in viso colui che parlava. E quando egli non era presente, e un accenno, un lampo dell’immaginazione, l’improvviso risveglio di una sensazione dimenticata la costringevano a figurarselo in un dato atteggiamento, quella voglia di fragola, delicatamente collocata sotto la guancia sinistra, assumeva splendore di fosforescenza rosea, e per poco non le dava la sensazione di una squisita fragranza. Quel giorno Celeste si sentiva più fiacca, più debole contro le impressioni esterne. Avea dormito poco ed era indignata contro se stessa per non aver sùbito attuata la decisione della partenza. – Sa, Carugi? La nostra Celeste vuol lasciarci. – Oh, signora! Ha ragione. Non c’è qui niente che l’attiri, che la interessi, neppure che la svaghi. La voce gli tremava, aveva negli occhi un luccichìo quasi di lacrime trattenute e nello stesso tempo un’aria di umile rassegnazione. Ci sarebbe voluto uno scetticismo a tutta prova da supporre che Carugi recitasse una parte imparata a memoria o abituale alla sua carriera di conquistatore. Celeste ne fu turbata e tentò di alzarsi appena si accorse che la signora Foschini era uscita silenziosamente dal salotto. Carugi la trattenne per una mano con dolce violenza. – Ma… dunque… io ho la sventura di non ispirarle neppure un po’ di pietà? Celeste gli spalancò gli occhi in viso: l’indignazione le impediva, di parlare, di muoversi. – Almeno… come caritatevole ricordo!… E si spinse avanti per baciarla. Ella si abbandonò quasi svenuta su la spalliera della poltrona e sentì bruciarsi le labbra da due labbra che pareva volessero lasciarvi un’impronta indelebile. Balzò, con le mani in avanti, tese come artigli, si svincolò e buttandogli in viso: – Miserabile! – si avviò, quasi barcollante, per uscire dal salotto, quando su la soglia comparve la signora Foschini. La trista signora ebbe la sfrontatezza di domandare: – Che è stato? – Mi lasci passare! – balbettò, urtandola. E disparve. * * * Emilio Filippi fu maravigliato di sentire nell’abbraccio della moglie, ch’era andato a incontrare alla stazione, un impeto così vibrante, così caldo come da un pezzo non gli accadeva. Che miracoli produce anche una breve assenza! – egli esclamò, quando, appena arrivati in casa, Celeste gli buttò le braccia, al collo, nascondendo il viso su una spalla di lui, stringendolo così forte che Emilio ebbe la strana sensazione ch’ella volesse quasi immedesimarsi con lui. – Oh, mai, mai più! – ella balbettava tra i singhiozzi irrompenti. – Sì mai più! Mai più! – egli ripetè preso da viva commozione. E fu una serata deliziosa, un rinnovamento inatteso. – Ti sei divertita? – Parliamo di te. – Ho fatto… il giovanotto. Assediato da mille tentazioni, ho resistito, come quel santo del Morelli di cui abbiamo la bella acquaforte… Ho resistito!… Non m’è costato niente. La vera, potente tentazione la trovavo qui, dappertutto: non ce n’era una più bella, una più cara… Ecco perchè ho facilmente resistito… Ti vedevo, con la immaginazione, come una pastorella, sotto gli alberi, sdraiata su l’erba, per le viottole, con l’ombrello aperto contro il sole che voleva morderti la bianca e delicata pelle del viso… Ti sei divertita? Ti sei divertita? – Parliamo di te! Egli sorrideva, la baciava, l’accarezzava sui capelli, come una bambina: lieto di sentirsi riportato ai primi anni della loro felicissima vita di sposi. Per poco non diceva: – Ricordi? Nella sala dell’albergo di… Non sapeva spiegarsi come mai gli tornasse in mente quella sala di albergo dove si erano fermati un giorno a far colazione durante il loro viaggio di nozze. Ella aveva un nodo alla gola, con tante e tante cose che le salivano dal fondo del cuore, e che avrebbe voluto dirgli quasi per liberarsi dall’oppressione, non d’un rimorso, ma di una debolezza che sarebbe potuta diventare una colpa; e soffriva pensando che non doveva, per non insinuargli nell’animo un sospetto, un’ombra di gelosia… Il cuore dell’uomo è così strano! E per ciò tornava a ripetergli: – Parliamo di te! Parliamo di te! Solamente, ora ne evitava i baci. Non gli offriva le labbra, gli porgeva il palmo delle mani, fino al momento ch’egli la prese in braccio, quasi la rapisse, ed ella gli si aggrappò al collo con un grido non di paura, ma trionfo! Non erano più due sposi ma due amanti! * * * Un mese dopo, con aria di grande stupore, Celeste disse al marito: – Emilio! Emilio!… Non so… Mi sembra… – Perchè te ne meravigli? – rispose il marito indovinando la gentile reticenza. – La natura ha di questi sorprendenti risvegli. Non era possibile che avesse creato un così mirabile organismo di bellezza e di salute unicamente per lasciarlo inerte, per inutile mostra. – Come sono felice! Ma non aveva terminato di pronunziare queste parole, che sentì una forte stretta al cuore, assalita da un senso di orrore che la fece impallidire e quasi venir meno. – E se?… E se?… Lo pensò tutta la giornata, tutti i giorni appresso. Appunto, ella aveva dovuto far l’eroico sforzo di ricevere la signora Foschini che si era accompagnata nella via col Filippi per affrontare lo sdegno di Celeste, con la sicurezza che di faccia al marito non avrebbe osato di rimproverarla. – Perdonami l’ingenuità – le disse sotto voce. Se avessi potuto sospettare! Celeste dovette fare uno sforzo per contenersi. Fu per confermare la pretesa ingenuità, ch’ella parlò anche del signor Carugi (proprietario, cacciatore, stabilito in una cittaduzza vicina) che aveva una voglia di fragola sotto la gota sinistra? E Filippi rise tanto di quella voglia! Fu per colmo di malignità ch’ella, con accento che voleva essere scherzoso, le disse: – Bada! Non fare un bambino con quella voglia? Come se le avesse buttato addosso un’ossessione! La grande gioia della maternità, le era avvelenata dal terribile sospetto di trovar impressa su la faccia della creatura che le sussultava nel seno la macchia di quella voglia che a suo marito era parsa tanto ridicola. Ora ella aveva dovuto parlare di quell’uomo ad Emilio, dopo che la signora Foschini aveva raccontato delle visite di lui durante la loro dimora nella villa. – Che cosa aveva di eccezionale perchè la Natura, per distinguerlo, si fosse indotta a bollarlo a quel modo? – disse Emilio un giorno. E a Celeste era parso che nella voce di suo marito, in quel momento, si rivelasse un che di sospettoso, di ostile. – E se…? E se?… Avrebbe voluto distrarsi, non pensarci con tanta disperata ostinazione, con così feroce accanimento; ma quei suoi continui sforzi di vincersi riuscivano anzi a far peggio. Emilio, di mese in mese, notava in Celeste un esaltamento che lo teneva in gran pensiero. Quel delicato organismo si avvicinava al pericolo del parto coi nervi sconvolti, con un inesplicabile esaurimento di forze, con un fremito di ambascia che non era semplicemente della febbre. Che ne sarebbe avvenuto? Ne avrebbe sofferto la madre? O la creatura che stava per venire al mondo? O tutti e due? E quando fu l’ora, quando fra le atroci strette dei dolori, Celeste sembrava assorbita da un pensiero che quasi la rendeva insensibile ai dilaniamenti delle viscere nel dar la via della vita a quella sua creatura, Emilio andava, irrequieto, su e giù da un capo all’altro della stanza accanto, con l’orecchio intento a distinguere, tra gli strazianti gridi della madre, il primo vagito dell’esserino che veniva al mondo forse mettendo in pericolo l’esistenza di chi lo aveva portato nove mesi nel seno. E irruppe nella camera, mentre la puerpera, sfinita, rovesciata sui cuscini, coi capelli disfatti pallida come una morta, agitava una mano accennando che le mostrassero la creaturina strillante nella catinella di acqua tiepida dove la levatrice ne lavava il roseo corpicino. Volle presentarglielo lui, avvolto alla meglio in un pannilino. – Guarda, Celeste. È un maschietto! Ella aveva fatto uno sforzo, rizzandosi sul busto, con gli occhi sbarrati da ineffabile angoscia; e appena scoperse su la guancia sinistra del bambino un vivace punto rosseggiante, di cui nessuno si era accorto, proruppe in un represso, straziantissimo grido, e con le dita convulse d’una mano tentò di scancellarne, di asportar via quella voglia, falsa accusatrice di una colpa non commessa neppur col pensiero. E il giorno dopo, in un ultimo attacco di violentissima febbre, la povera pazza era morta, protestando smarritamente: – Via, via quell’orribile segno! Via! Via!

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