Luigi Capuana – Perché

Gentile signora.

Questa è l’ultima lettera che riceverete da me. Quando essa giungerà nelle vostre mani, io sarò lontano, molto lontano, e nessuno potrà darvi notizie di colui che ha interessato la vostra curiosità e non è riuscito, neppure un istante, a produrre il minimo movimento nel vostro cuore.
Se vi ripetessi a voce quel che ho scritto, voi protestereste, come tant’altre volte, contro la mia affermazione. Protestereste sorridendo, scotendo il capo in segno di benevola compassione, e la vostra miglior parola sarebbe anche ora: «Incontentabile! Incontentabile!»
Avrei dovuto andarmene silenziosamente, sparire senza lasciar traccia. Dopo qualche settimana la mia figura, il mio nome sarebbero scancellati dalla vostra memoria e non esisterebbe più tra noi neppure l’efimero legame del ricordo, che talvolta è una consolazione per chi si lusinga di poter essere ricordato. Io non voglio formarmi questa illusione: sarebbe quasi una pena per me. Proverei continuamente l’impaccio di uno che sa di non essere ospite gradito, e intanto non trova modo di abbandonare la casa dove era entrato con la speranza di non rappresentare la parte dell’intruso.
Vorrei trovarmi, invisibile, in un canto del vostro salottino, nel momento in cui le vostre belle mani stracceranno la busta di questa lettera e spiegheranno i fogli in essa contenuti. Giacchè saranno parecchi probabilmente, se pure non muterò di avviso e, convinto della inutilità di certe confessioni, non mi limiterò a dirvi: «Addio signora!», senza indicazioni e spiegazioni di sorta alcuna.
Approfitto di un lucido intervallo della mia passione per decidermi a far un atto ragionevole per tutti e due: partire, andare lontano, perdermi tra la folla di città dove nessuno si accorgerà della mia presenza, anche perchè avrò l’accorgimento di mutar nome.
Forse vi maraviglierete quando vi avrò detto che ho avuto, specialmente in questi ultimi tempi, la forte tentazione di sparire in altro modo, come fanno quei disgraziati pei quali la vita è diventata un peso insopportabile. Ho vinto la trista tentazione soltanto per vostro riguardo; non avrei saputo commettere questa viltà zitto zitto. Almeno voi, voi sola, avreste dovuto saperne il motivo. Se il vostro cuore non si è per nulla commosso davanti alle mie pene d’amore, non mi è parso improbabile che la mia disperatissima morte potesse riuscire a produrvi qualche rimorso. Ho voluto risparmiarvelo.
Tenetemi conto di questa buona intenzione.
Forse ho fatto male, come tant’altre volte che mi è parso di dover adoperare modi miti e gentili e son riuscito soltanto a dare una prova di più della mia imbecillaggine. Invece di un rimorso, vi ho impedito di provare una sensazione di amor proprio soddisfatto apprendendo che un uomo si era ammazzato per voi. In ogni modo, non dimenticate che ho passato giornate e nottate rivolgendo in mente i diversi mezzi di attuare la mia idea, in omaggio alla vostra persona; e l’allontanarmi, lo sparire non deve sembrarvi meno eroico di un colpo di rivoltella che tronca tutto.
Io vi porterò, chiusa nel mio cuore, come una santa reliquia, sottratta alla distruzione che ha sconvolta la mia povera esistenza. Voi potrete dire, senza timore d’ingannarvi: «In questo momento, in qualche parte della terra, c’è un pensiero che attraversa lo spazio per recarmi un augurio, un saluto: c’è un cuore che palpita al ricordo di insignificanti parole, di gesti, di occhiate, piccolo tesoro di memorie portato via con sè e custodito con incessante cura, quasi qualcosa di vitale per lui». Non vi sembra che questo sia preferibile alla certezza di non sopravvivere neppur come ricordo nella memoria di uno che vi avrebbe amata fino alla morte?
Ieri l’altro è venuto a trovarmi il mio vecchio maestro di disegno. A ottantaquattr’anni è ancora vegeto e robusto. È rimasto solo al mondo. Moglie, figli, nuore, nipoti, tutti sono spariti uno dietro all’altro, come inghiottiti da un vortice – l’espressione è sua.
– Attendo l’ondata – diceva – che porti via anche me. Non potrà tardar molto. Ho orrore della vita perchè fa violenza anche ai cuori, rendendoli capaci di dimenticare. È un beneficio, forse, e può darsi che io sia ingrato lamentandomi di questo.
– Vi hanno dolori che non si dimenticano mai – risposi.
E pensavo appunto a voi.
– Tutto si dimentica! – replicò il buon vecchio.
– No! No!
Egli fu impressionato della mia protesta e mi disse:
– Tu hai un gran patimento di amore, e vorresti conservartelo, almeno come ricordo. È inutile. Dimenticherai!
Se mi avesse detto: «Perderai un braccio, una gamba… anche la vista», non avrei provato il brivido che mi corse per tutta la persona a quel suo: Dimenticherai!
In certi momenti di gran turbamento noi ci lasciamo vincere dalle affermazioni, dai suggerimenti altrui. Ma poi il nostro sentimento reagisce, e così io ho potuto risolvermi ad allontanarmi da voi, definitivamente, in modo assoluto; mettere tra voi e me tanta terra e tanto mare, da togliermi la possibilità di pentirmi; e già durante i preparativi della mia fuga – è proprio tale – ho cominciato a provare l’impressione del distacco, e della sopravvivenza nei ricordi.
– Incontentabile!
Me lo avete ripetuto ogni volta che la mia timidezza ha osato di esprimervi quel che sento per voi. Le mie esitanze han dovuto farvi supporre una fiacchezza di sentimento: o vi son parse inesplicabili.
Ah, signora! Non è sempre vero che il grande amore dia ardimento anche ai pusilli. Il grande amore spesso fa morire le parole su le labbra ai più coraggiosi.
Di che cosa avrei dovuto contentarmi, caso mai?
Amare e non essere amato è disgrazia che càpita sovente. Io non mi lagno che essa sia capitata a me. Per qual ragione avrebbe dovuto essere diversamente?
L’unica cosa di cui mi lagno – e può darsi che anche in questo io abbia torto – è di sapervi finta o almeno non sincera.
Niente v’impediva di dirmi, sin dal primo momento in cui io ebbi il coraggio di manifestarvi quel che il mio cuore provava per voi, niente v’impediva di dirmi:
– Siete arrivato troppo tardi!
Mi sarei rassegnato. Io non presumo troppo di me, non credo di avere qualità tali da poter facilmente soppiantare un rivale che ha avuto la fortuna di giungere in tempo, quando il posto era libero. Avrei sofferto, senza dubbio, ma mi sarei rassegnato.
Voi vi siete piaciuta di tenermi a bada, di mostrare un certo interesse pel mio caso, quasi si fosse trattato di un caso patologico, di concedermi un pò la vostra attenzione, i vostri sorrisi, il vostro grazioso compatimento dandomi dell’incontentabile, ogni volta che io vi domandavo: «Che sarà di me?» Giacchè mi sembrava che tutta la mia vita dipendesse da una vostra parola, anzi da un vostro monosillabo.
Mi sono accorto troppo tardi che non siete stata sincera, che avete mentito: sì, mentito! Non posso far a meno di scrivere la trista parola. La vera ragione di questa lettera consiste in essa.
Dunque, sappiatelo sùbito: da una settimana ho la certezza che voi avete un amante!
Niente di strano in questo. Non sono un moralista. Avere un amante quando si è vedova, libera, cioè senza figli; quando si è bella, giovane, colta, piena di spirito e di capricci, non mi sembra cosa così straordinaria da farne le maraviglie. Il mondo ha tante altre cose più biasimevoli e che vengono tollerate e talvolta giustificate. Io, meno di tutti, avrei avuto poi il diritto di farvene un capo d’accusa, perchè io, appunto, cercavo di essere il fortunato che avesse potuto indurvi a peccare.
Vi rimprovero soltanto di aver mentito con me. Ripeto, aveste potuto dirmi: «Siete arrivato troppo tardi!»
Il mio carattere, la mia stessa passione, avrebbero dovuto affidarvi della mia discrezione. Ora che io so la verità per altra via, ora che il mio esaltamento è montato a un grado acuto per cagione dell’ostacolo incontrato, io avrei dovuto vendicarmi divulgando il vostro segreto. Sono pazzamente innamorato, ma non fino al punto di dimenticare di essere un gentiluomo. Soffro più di quel che non avrei sofferto se voi, alle mie prime parole, avreste avuto la sincerità di rispondermi: «Mi dispiace, caro Sampieri, ma io, fino a un certo punto, non sono più libera». Avrei capito, avrei chinato la testa. Non so quel che in un momento di grande angoscia avrei potuto risolvere; ma il vostro segreto in ogni caso, sarebbe morto con me.
Oggi stesso, mettendomi a scrivere questa lettera, non ho saputo trovare l’intonazione giusta. Ho menato un po’, come suol dirsi, il can per l’aia; ma ormai, è fatta!
La scoperta è avvenuta per caso. Se avessi avuto un sospetto, se mi fossi messo di proposito a sorprendervi, a smascherarvi, non sarei affatto riuscito, tanto le vostre manovre per sviare la curiosità o la malignità degli sfaccendati (e tra questi metto le vostre più intime amiche – degli amici non parlo) sono state complicate e sottili. Le indovino da quelle di otto giorni fa. Era un martedì. Voi però avete dimenticato il proverbio: Nè di Venere nè di Marte, non si sposa e non si parte. E significa anche che in quei due giorni non si deve fare nessuna cosa che ci preme di veder ben riuscita. Io mi son sempre rimproverato di aver scelto disgraziatamente un martedì per risolvermi a quella umile dichiarazione che voi accoglieste con un sorriso, fingendo di voler turarvi gli orecchi per non sentirla, e a me parve una graziosa maniera da significare che avevate già indovinato prima assai ch’io mi risolvessi a parlare…
Ecco dunque. Io vi vidi, per caso, ferma sulla soglia, del vostro portone, e fui maravigliato del vostro dimesso abbigliamento, dell’insolito tocco e del fitto velo nero che lo avvolgeva e vi scendeva fin sotto il mento, aderentissimo al viso… Mi parve una specie di travestimento; e, sapete? la mia prima idea fu che voi uscivate di casa a quel modo per qualche opera di carità, per non insultare involontariamente col lusso degli abiti la miseria che andavate a soccorrere. La mia ingenuità è arrivata fino a questo! E volli pedinarvi quasi per cooperare, non visto, alla vostra buona azione. Se il sapervi scoperta non v’impedirà di proseguire la lettura fino a questo punto, son sicuro che vi abbandonerete a un’allegra risata.
Temevo di perdervi di vista se foste salita in carrozza ma voi andavate così lestamente che io stentavo a tenervi dietro.
Quando vi vidi montare la gradinata dalla chiesa che è in fondo alla via, ebbi vergogna della mia indiscrezione; ma il piacere di assistere al vostro raccoglimento di pregante mi spinse ad entrare, e feci appena in tempo di accorgermi che non vi eravate fermata davanti a nessuna cappella o a piè di qualche altare, ma che attraversavate la navata di sinistra per uscire dalla porticina che dà in una viuzza dietro l’abside. La mia curiosità si fece più viva.
Avevate rallentato il passo come persona sicura di non fare cattivi incontri da quelle parti un pò fuori mano.
Devo raccontarvi la vostra sparizione nel portone di quella palazzina grigia che porta il numero trentasette?
Quando si dice il caso! Proprio nella casa di faccia abita la famiglia di un mio amico d’infanzia. Mi venne l’idea di salire, di chiedere il favore di farmi affacciare tra le persiane di una finestra, per… Non sapevo quale scusa addurre… Quando si dice il caso! Incontrai l’amico per le scale. Con lui non mi occorse di dare spiegazioni. Egli immaginò subito che io seguivo le tracce di un’amante… infedele… Non lo disillusi, e attesi… due ore e mezzo… La vostra pietosa opera di carità durò tanto!
Ah! Là vi credevate al sicuro da ogni sguardo indiscreto… Osaste fin di affacciarvi un istante alla finestra insieme con lui.
Un fiotto di sangue mi salì alla testa; non di gelosia, no! Non d’invidia, no! Di mortificazione… per voi. Sensazione straziante, perchè vi vedevo diventata una donna come tant’altre, io che vi immaginavo affatto diversa dalle altre! Pensai alla vostra situazione di vedova che non vuol perdere il beneficio dell’eredità maritale prendendo un secondo marito, e vi scusai nel mio interno, vi compiansi e per alcuni momenti mi parve di aver cessato di amarvi perchè non eravate più quella che vi avevo stimata fin allora.
Ma che! Vi adoravo egualmente, anche più di prima, quanto meno mi apparivate degna di essere adorata. Il cuore ha anche più strane contraddizioni, più basse viltà.
Per alcuni giorni mi son lusingato di poter riuscire vittorioso da questo torbido conflitto. Poi – inorgoglitevene – sono stato sopraffatto. L’amore è poca cosa se non è irragionevole. Avrei dovuto fare una filosofica alzata di spalle, venire da voi per un’ultima visita, dirvi tra malinconico e scherzoso, quel che mi è costato tanto di scrivervi in questa lettera, destinata forse a non essere letta intera per lo sdegnoso risentimento di sapervi scoperta: chiedervi ironicamente scusa di avervi parecchie volte infastidita con le mie timide insistenze, e andarmene via tranquillamente come persona liberata da un gran peso.
Per far questo bisognava di essere un uomo in pieno possesso della sua ragione, non un innamorato come disgraziatamente sono io. In questi otto giorni ho fatto uno sforzo. Ho passato lunghe ore, sopratutto nel buio, sotto le coperte dove tentavo di annichilirmi col sonno, domandandomi con smaniosa ricerca: – Perchè? Perchè? – Avrei voluto scoprire perchè mai una così grande delusione non scancellava nel mio cuore ogni più piccolo vestigio di amore; scoprire almeno in virtù di qual prestigi della vostra bellezza, del vostro spirito, del vostro carattere, continuavo miseramente ad amarvi. Ho dovuto arrestarmi davanti alla impossibilità di penetrar questo mistero. Vi ho amata – è una sciocca conchiusione – perchè vi ho amata. Vi amo… perchè vi amo! Capisco benissimo che tanti preferiscano di morire non potendo sottrarsi alla fatalità della loro passione. Io, però, faccio qualcosa di più grandioso mi allontano, porto viva con me, intensa, mostruosa la implacabile violenza della mia passione per conservarla integra come un alimento spirituale; ed anche, – sì, voglio dirvelo, a costo di suscitare la vostra ilarità, – ed anche perchè un giorno o l’altro produca la mia dolce vendetta: quella di essere amato inutilmente da voi.
Quando penso che voi mi avete fin strappata la consolazione della mia arte, che, se non mi era necessaria per darmi da vivere, era qualcosa di elevato da distinguermi dal volgo; quando penso che, dopo quasi un anno d’inerzia, ho ripreso i pennelli giorni fa unicamente per fissare sur una tavoletta quella figura dall’insolito abbigliamento dimesso, col tocco e il fitto velo nero che vi copriva il volto, quasi temessi di dimenticarla, – e che mi è riuscita, senza falsa modestia, un piccolo capolavoro di evidenza e stavo per dire di movimento, – io non mi maraviglio più di quel che di bene e di male è capace di produrre la passione.
Oltre che un ricordo, questa tavoletta dovrebbe essere un continuo ammonimento per me.
Se mai accadrà quel che l’esperienza del mio vecchio maestro ha preveduto: Dimenticherai! io ve la spedirò da qualunque punto della terra mi trovi. E potrà darsi che allora… avrete dimenticato anche voi!
Addio! Addio!
GIULIO SAMPIERI

Lascia un commento