Luigi Capuana – Pietro – Paolo – Paradossi – (Del suo bel cognome Allegri quasi nessuno ormai si ricordava da che gli amici lo avevano ribattezzato Paradossi per la sua paradossale maniera di ragionare intorno a qualunque soggetto.)

Del suo bel cognome Allegri quasi nessuno ormai si ricordava da che gli amici lo avevano ribattezzato Paradossi per la sua paradossale maniera di ragionare intorno a qualunque soggetto.
Gli era fin accaduto una volta, a proposito di una cambialina, che lo strozzino sospettasse un inganno nella firma col cognome Allegri e la volesse invece con quello di Paradossi.
– Ma io non posso fare una falsità!
– Eh, via! Lei scherza. Tutti lo chiamano Paradossi.
– È una bizzarria dei miei amici.
Se volle però i quattrini, dovette firmare Pietro-Paolo Paradossi.
Si divertì un po’ alla scadenza.
– Io mi chiamo Pietro Paolo Allegri.
– So assai! I danari li ha avuti lei.
– Li ha avuti questo signor Paradossi; se li faccia restituire da lui.
E tenne fermo per due giorni, con gran desolazione dello strozzino.
Gli amici sospettavano che egli aveva inventato quella storiella per glorificare la sua onestà. Ma può darsi benissimo che non mentisse.
Allegri soleva dire:
– Tutto è falso e tutto è vero in questo mondo, secondo il punto di vista da cui si guarda. Il falso di oggi può essere il vero di domani e viceversa. –
Proclamava anche:
– Quando noi parliamo di antico, di moderno, diciamo una gran corbelleria. Dove finisce l’antico? Dove comincia il moderno? Nessuno lo può precisare. Un fatto, un sentimento, un’idea sono forse moderni soltanto perchè il fatto è avvenuto ai nostri giorni, perchè il sentimento si è manifestato in te, in me, in altri nostri contemporanei, perchè l’idea vien accolta da un discreto numero di persone viventi? Niente affatto. A Parigi, a Londra, a Berlino – mi limito a questi tre grandi focolari di civiltà – si trovano più selvaggi che non siano nei territori delle Pellirosse e nella Papuasia. Eh? Ci sono gli scienziati? I filosofi? I poeti?… Quanti? Da, contarli su le dita d’una mano. Esagero, lo so; ma è per farmi meglio capire.
Una sera, al caffè, aveva preso l’aire contro la paternità.
– Vi i dico che certa paternità non esiste. La scienza ne ha intravisto qualcosa quando ha affermato che la fecondazione avviene una sola volta e per sempre; i figli della vedova che si rimarita sono, naturalmente, figli del primo marito. La nuova paternità è un inganno legale. E in avvenire…
– Non far profezie! – gli gridò quella sera Martelli.
– In un avvenire molto lontano, lontanissimo – riprese Allegri – io credo che la Natura compirà l’opera sua. Da principio creò l’essere maschio e femmina; poi lo scisse, dando all’uomo e alla donna due funzioni diverse; non li scisse però tanto che l’uno non abbia ancora bisogno dell’altra e la specie più non abbia bisogno di tutti e due. Nelle intenzioni della Natura – è evidente – l’uomo sarà, dovrà essere il pensiero, la riflessione, l’opera; la donna la feconda generatrice alla quale non occorrerà più…
Un urlo, misto con rumorose risate, gli impedì di proseguire.
Allegri, fortunatamente, aveva il buon senso di ridere anche lui quando le sue parole toccavano la cima dell’esagerazione, dell’assurdo, secondo l’ordinario modo di vedere; ma nella bonarietà del suo riso c’era una lieve ombra di malinconia e di compatimento, che significava quanta verità egli scorgesse in quella esagerazione, in quell’assurdo.
Questo appariva più apertamente ogni volta che gli accadeva di parlare dell’amore. Biagi allora soleva dirgli
– Sta zitto! Perchè ce l’hai contro l’amore? Non ti ho mai saputo innamorato. Mi sembri un cieco che discorra di colori.
Allegri avrebbe potuto rispondergli:
– Ho amato meglio di te e di tanti altri; ma per me l’amore non è mai stato una vanità da sciorinare nei caffè, nelle conversazioni, nelle confidenze agli amici. Ora poi… ho vergogna di aver avuto la debolezza di commettere questa grande imbecillità.

Invece egli si limitava a rispondere con una rapida alzata di spalle, e continuava:
– Gli innamorati sono mezz’uomini, pervertiti dai poeti. Tu, caro Micheli, hai su la coscienza tre volumi di poesie. Non le ho lette, nè le leggerò, nonostante che le sappia bellissime… Questo dovrebbe aggravare il tuo rimorso, se tu fossi capace di comprendere la responsabilità assunta fantasticando al lume di luna, sognando a occhi aperti, inducendo molti altri a fare peggio di te. Fortunatamente, e non per merito tuo, la triste realtà non è venuta a sovrapporsi alle chimerizzazioni della tua fantasia. Quei tre volumi di poesie non ti hanno reso marito nè padre infelice. Lo meriteresti, per tutti i disgraziati che credendo alle tue lusinghe han sovrapposto deliziose chimere alla realtà, secondo il tuo esempio. Per loro invece è accaduto che la realtà abbia raggiunto il suo trionfo, e le delusioni han prodotto e continuano a produrre catastrofi, delle quali, se io fossi procuratore del Re, ti dichiarerei responsabile, assieme con gli altri poeti, quasi per corruzione di minorenni… Già! Già! Avete spiritualizzato l’amore!… Ma se la Natura avesse voluto questo, avrebbe saputo farlo meglio di voi. Dite piuttosto che avete complicato, sofisticato l’amore, da renderlo assolutamente irriconoscibile.
– Ma nella Natura tutto è iniziale, appena accennato – gli disse un giorno Martelli che si divertiva a provocarlo. – L’intelligenza dell’uomo, pienamente sviluppata, prosegue l’opera creatrice, la svolge, la indirizza ad alti scopi.
– Per buona sorte, cotesta intelligenza, pienamente sviluppata, spesso crede di andare a destra e va a sinistra; si figura di stabilire, per esempio, le norme della virtù e del vizio e arriva a fondare una morale pratica che non riconosce vizio nè virtù, ma l’atto più o meno opportuno, più o meno giovevole, e non si accorge di contradirsi. Con l’avere inventato i bei nomi di virtù, di vizio, chi sa che stupenda cosa vi sembra di aver fatto! Io mi balocco a scambiarli: chiamo vizio la virtù e la virtù vizio; il mondo va avanti lo stesso.
– Ma la convenzione di un nome non muta la cosa.
– Altro se la muta, caro Martelli!
Erano discussioni interminabili, appena Allegri si trovava coi suoi amici Martelli, Biagi e Micheli, che gli volevano bene, malgrado i paradossi, forse pei paradossi, e sopratutto perchè ne sperimentavano in ogni occasione la grande bontà.
Egli conviveva con la madre, che lo trattava da bambino anche ora che aveva ventott’anni. La signora Allegri era rimasta una borghesuccia, quasi una contadina; e, dopo poco meno di mezzo secolo di vita tranquilla, si sentiva tuttavia un po’ spostata in quella casa elegantemente arredata, dove già avrebbe voluto aver la compagnia di una bella e giovane nuora e di parecchi nipotini. Per lei quei salotti, quei salottini, fin la spaziosa sala da pranzo erano proprio inutili; vi entrava di raro, soltanto nei giorni in cui sorvegliava la donna che faceva la pulizia. Aveva creato, in uno stanzino poco distante dalla cucina, una salettina da pranzo, luminosa e raccolta, per sè e pel figlio, che raramente desinava fuori di casa: e d’un’altra stanzetta un po’ appartata si era fatta un salottino da lavoro che soltanto l’affettuosa violenza filiale aveva potuto mobiliare con graziosa minuta cura. A lei sarebbero parsi sufficienti un tavolinetto, un armadio, due seggiole e una poltrona.
Da qualche tempo in qua ella appariva con insolita frequenza nel severissimo studio di Pietro-Paolo, quantunque gli alti scaffali pieni zeppi di libri le ispirassero una specie di sgomento. Le pareva che tutti quei volumi parlassero al suo povero figliuolo, lo stordissero, lo facessero invecchiare innanzi tempo; ed ella aveva dispiacere del suo stato d’ignoranza unicamente perchè le pareva che elevasse una specie di barriera tra lei e il figlio, di cui non riusciva a penetrare l’animo chiuso. Era forse sua colpa se il marito aveva voluto che ella restasse quale l’aveva amata, quasi il non saper leggere nè scrivere avesse dovuto conservarla più a lungo bella, fresca, ingenua?… E forse era stato vero. Infatti, in tanti anni di matrimonio, nessun cambiamento era avvenuto nei loro cuori; nel suo specialmente, che non aveva mai avuto neppure il più lieve sintomo di vanità per le condizioni economiche e morali mutate, per quell’adorazione che lei, con sincera modestia, giudicava assai assai superiore al suo merito.
Da qualche tempo in qua però le sembrava che le si fossero snebbiati un po’ gli occhi, e che nell’espressione del viso, nell’accento, nei gesti di suo figlio ella scorgesse evidentissimi i segni di una grande tristezza.
Vedendola apparire improvvisamente su la soglia dello studio, Pietro-Paolo si levava da sedere, le andava incontro, domandandole:
– Come mai?
Sorrideva, la baciava in fronte.
– Ti affatichi troppo, Piè-pà.
Lo chiamava ancora così, come quando era bambino.
– Se ti figuri che leggere e scribacchiare un po’ sia grave fatica! – le rispose una mattina.
– Non so; ma prima, venivi spesso a fumare una sigaretta nel mio stanzino da lavoro, a raccontarmi come avevi passato la serata, a confidarmi qualche progetto che ti frullava per la testa…
– Fumo tanto poco ora!
– Non ti rimprovero per me. Sono ormai abituata alla solitudine, alla segregazione: tutta la mia vita è trascorsa così. Tuo padre e tu siete stati l’unica mia grande consolazione, la vera mia felicità; e se tuo padre mi è mancato, tu hai saputo supplire al vivo bisogno del mio cuore, da non farmene mai rimpiangere la perdita. Ti ho voluto bene per due.
– Ma perchè vieni a dirmi questo, cara mamma?
– Perchè mi sembra che tu mi nascondi qualche cosa che… ti rende infelice!
– Senti, mamma; per rendere infelice me, che non pretendo niente di straordinario, occorrerebbe privarmi del tuo affetto, della tua materna sorveglianza che mi dà l’illusione di una prolungata fanciullezza… proprio così; te l’ho detto più volte, e i miei amici, invidiandomi, se ne rallegrano con me… E occorrerebbe che io diventassi a dirittura un altro, con indole, con gusti, con desideri completamente diversi. Ora, io voglio assolutamente rimanere quale sono.
– Perchè non vuoi darmi la gioia…?
– Perchè, probabilmente, riuscirebbe l’opposto per te; e procacciarti un dolore irreparabile, anche senza che la mia volontà c’entrasse per niente, mi parrebbe tale sventura da farmi maledire la vita… Dunque, mamma, non ti basto io? Se fossi certo di condurti qui una nuora degna di te e di me; se fossi certo di darti la consolazione di una bella corona di nipotini… Non basta volere, mamma mia! E io non posso spensieratamente sacrificare la tua pace, la tua serenità a una problematica felicità mia, che mi renderebbe alla fine odioso a me stesso. Sì, ho avuto più volte la tentazione di provare; e son venuto da te per annunciarti… Poi… è accaduto quel che è accaduto; ed è stato bene per te e per me.
– Io sono un’ignorante; ma chi ama come può amare una madre indovina anche al di là di quel che non capisce… Mi esprimo male: tu intendi quel che vorrei dire. E per ciò, da un pezzo in qua, sento che soffri… sì soffri; è inutile che tu neghi.
Egli le buttò improvvisamente le braccia al collo, proprio come un bambino, singhiozzando senza piangere, balbettando:
– Hai ragione, mamma! Sì soffro, e… mi vergogno di soffrire!… Io che ho deriso tanto gli altri che si lasciano sconvolgere dalle allucinazioni dell’amore; io che dopo le prime prove giovanili mi credevo perfettamente ridotto tale da non poter più subire lusinghe di sorta alcuna… io, io da un anno in qua son vissuto combattendo una lotta continua tra quel che pensavo e quel che sentivo. Da principio non mi preoccupavo di questa contradizione; ma dopo… Oh! sono stato miseramente vinto! Scusa, mamma! Ti parlo forse un linguaggio strano. Dovrei, dirti soltanto: Ho amato, amo, come uno dei più imbecilli da me disprezzati: e quando credevo che la mia illusione potesse divenire realtà… Ella ama un altro, mamma!
– Non ti merita, Piè-pà!
– Me la ero creata dentro di me, quale avrei voluto che fosse… come tanti altri imbecilli; quasi questo avesse dovuto bastare a renderla tale! Da molti fallaci indizi io credevo di scoprire ogni giorno – senza che lei sospettasse menomamente l’assidua opera mia di studio, di osservazione – credevo di scoprire le sue più intime qualità; e, come tanti altri imbecilli non mi accorgevo che vedevo non la realtà, ma il prodotto della mia immaginazione! E, anche se avessi visto bene, che mi sarebbe giovato? Avrei potuto impormi a lei? Giacchè – pare incredibile! – sono stato timido, fanciullescamente timido….. Ed ecco il bel risultato….. Ella già ama un altro, mamma!
– Non ti meritava, Piè-pà! – replicò la signora Allegri, con voce turbata da profonda commozione.
– Vorrei strapparmela dal cuore… e non riesco! È giusto che sia così! È giusto che io porti la pena delle stupide falsità con cui mi son lusingato di foggiarmi una vita tutta di testa, senza che il sentimento vi prendesse parte… La Natura ottiene la sua rivincita: la Natura, presto o tardi, abbatte la nostra superbia. Senza l’amore e la venerazione che ti porto, a quest’ora, mamma, avrei certamente commesso….
– Oh, figlio mio! – lo interruppe la signora Allegri, abbracciandolo strettamente, quasi volesse contenderlo a qualcuno. – Ho avuto sempre ragione di guardare con sgomento tutti quei libri del tuo studio che ti hanno guastato la testa! Noi ignoranti, figlio mio, spesso vediamo meglio, più dirittamente di voialtri che sapete tante cose. Poco fa tu hai detto che il mio amore materno ti dà l’illusione di crederti ancora fanciullo. Ebbene, provami che non è soltanto un’illusione. Sposa… anche senza amare, anche senz’essere amato. L’amore verrà dopo, più forte, più degno. Non pensare al mio caso. Tuo padre diceva: – In casa mia io sono un poeta! -E mi spiegava quel che le sue parole significavano… Ma uomini come tuo padre sono rarissimi al mondo. Sposa senz’amare, senz’essere amato….
Egli la guardava con immensa maraviglia di sentirla ragionare così. Gli sembrava che per bocca di quella donna dalla testa grigia, dagli occhi pieni di serena dolcezza, vissuta felice della sua oscurità e con ancora nella carnagione del viso qualcosa della sua bella giovinezza, gli sembrava che gli parlasse la vera saggezza, e gli rivelasse la nullità di tutte le esagerazioni, di tutte le storture che egli si divertiva, con grande serietà, a proclamare davanti agli amici e per le quali si era facilmente guadagnato il soprannome di Paradossi.
– Ho sbagliato mamma! Ho sbagliato – egli esclamò. – Ma da oggi in poi il tuo bambino ti obbedirà umilmente; diventerà uomo, a qualunque costo!
Insorgeva contro il suo passato; si comprimeva con una mano fortemente il cuore per soffocarvi gli ultimi palpiti della sua illusione, per offrire in olocausto a quella veneranda creatura tutti gli sbagli, tutti i traviamenti di pensiero che – lo riconosceva ora – lo avevano reso uomo inutile a se stesso ed agli altri. Le offriva, in olocausto anche l’avvenire.
Gli sembrava quasi miracoloso che tutto questo fosse avvenuto in pochi momenti, quando meno egli se l’aspettava; e non dubitava che potesse cambiare.
Più tardi egli si convinse che quel gran mutamento si era lentamente maturato dentro di lui, ed ebbe il coraggio di dirlo ai suoi amici, di mettersi in ridicolo davanti a loro con incredibile spietatezza.
E quando annunziò ad essi: – Tra otto giorni prendo moglie; me l’ha trovata mia madre! – gli amici non se ne maravigliarono. Dissero:
– È questo il miglior paradosso… di Paradossi.

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