Luigi Capuana – Potere di Ombre

Vedendoli andare attorno sorridenti di giovinezza, elegantissimi, tutti li guardavano con ammirazione e qualcuno con benevola invidia. Le persone, che li conoscevano di nome, si maravigliavano che quella luna di miele durasse da qualche anno; gli amici per poco non chiamavano ostentazione la gioconda sincerità che traspariva da ogni loro parola, da ogni loro atto, e confermava la leggenda di una affezione di fanciulli trasformatasi in divampante amore vittorioso di ogni difficoltà, fino alla felice unione che sembrava sogno non interrotto di ogni gentile dolcezza.
Ed era davvero un sogno diventato realtà quel villino dove Giacomo Boschi e Dina Friolli erano andati quasi a nascondere agli occhi dei profani la intima gioia della loro giovane vita, appena tornati dal lungo viaggio di nozze, durante il quale avevano portato trionfalmente attorno, da un capo all’altro d’Italia, lo spettacolo di due bellezze: la virile di lui, la femminile di lei, mirabile insieme di splendore e di profumo da non poter passare inosservato.
Le stanze del villino erano state arredate con suprema signorilità di linee e di colori, con gusto di elevata raffinatezza, dove si scopriva facilmente la intelligentissima direzione della giovane sposa.
Tutti e due poi avevano creato quel salottino segregatissimo, con la finestra dalla parte della selva, come avean voluto che fossero ridotti i viali e le aiuole del giardino piantatovi dal primo proprietario; selva non molto ampia, ma tale però da dare l’illusione del nome impostole, con piante abbandonate alla loro libera vegetazione, tra le quali essi potevano fingere di smarrirsi nella calda stagione e trovarvi il godimento dell’ombra e del fresco come in una selva di montagna.
Quel salottino, con tappezzeria di color celeste, sbiadito, ampio canapè, tavolinetto, due poltrone, e alcuni oggetti d’arte, essa lo chiamava il loro nido: egli, con arditezza che poco piaceva a Dina, il loro Sancta Sanctorum. Nessuno vi era mai stato ammesso, e serviva per loro da rifugio nei giorni e nelle ore che si sentivano spinti a fantasticare, a tenersi stretti tra le braccia e scambiare più baci che parole, afferrati improvvisamente da abbandoni di tenerezza prolungati, talvolta per ore.
In quel salottino si sentivano proprio segregati dal mondo, specie ora che le loro commosse immaginazioni sentivano il bisogno di rincorrere la deliziosa chimera di un bambino o di una bambina, e pensavano con tristezza che l’uno o l’altra, o tutti e due, avrebbero già potuto benissimo esser venuti a consolarli!
Accorgendosi che Giacomo soffriva immensamente di questo ritardo, Dina, non meno ansiosa di lui, tentava di confortarlo, affettando serena rassegnazione.
– Perchè tanta fretta?-gli diceva sorridendo. – Saremo sempre in tempo di riceverli degnamente.
– E se tarderanno… troppo?
– Peggio per loro. Noi però non ci vorremo meno bene per questo.
– Oh, certamente!
Intanto ella veniva intuendo che qualche cosa modificava, con lento ma ostinato lavorìo, i sentimenti del marito verso di lei. In che, in quali circostanze avea potuto dispiacergli? Se lo domandava continuamente, ma non osava di domandarlo a lui.
Temeva di essersi ingannata, e di veder fraintese le sue parole.
Da qualche tempo egli, dopo colazione, acceso un sigaro, non la prendeva sottobraccio, accarezzandole la mano, e più non la conduceva nel Sancta Sanctorum, come soleva fare mesi addietro, due, tre volte la settimana. Rimaneva seduto a tavola, coi gomiti appoggiati sul piano di essa, le gote tra le mani, gli occhi intenti a seguire le spire del fumo mandato fuori con significativa lentezza; e l’unico segno che egli si avvedesse, in quei momenti, della presenza di lei era il gesto con cui le porgeva una sigaretta russa, invitandola a fumare. Seguiva anche lei, tristemente, le spire del fumo che le uscivano dalle labbra con uguale quasi inconsapevole lentezza, e pensava:
– Qualcosa della mia felicità dilegua e sparisce così!
Tutt’a un tratto egli pareva destarsi da quel torpore, abbozzava un sorriso evidentemente forzato e usciva in una esclamazione che tentava di nascondere il suo intimo pensiero:
– Marzo ne fa delle sue! Pioviggina.
– Si sta bene in casa.
– Non si direbbe che la Primavera sia a l’uscio.
– La Primavera, innanzi tutto – rispose Dina quella volta – bisogna averla nel cuore.
– La Primavera del cuore dura poco anch’essa, pur troppo!
– Perchè dici così?
– Perchè? Dovresti spiegarmelo tu!
– Giacomo!
– Tu sei mutata; tu muti ogni giorno; credi che non me ne accorga?
– Giacomo!
C’era tale straziante rimprovero nell’accento con cui Dina aveva pronunziato il nome del marito, impallidita, col busto inchinato verso di lui con gli occhi velati di lacrime, che egli ne fu scosso, e le tese le mani con gesto di implorazione.
– Perdonami, Dina! Ti voglio tanto bene, che mi sembra di più non essere riamato a bastanza!
– Come posso dimostrarti che t’inganni?
– Ah! Se venisse… l’atteso!
– È forse colpa mia?…. Dunque….. io non ti basto?
– Sì, sì! Ma tu…. ma tu, forse, non lo invochi con tale ardore da forzarlo a venire!
– Insegnami!
– Disgraziatamente questo non s’insegna!
– E non ti accorgi che ho per te qualche cosa di più che il solito amore? Un’adorazione così elevata, così intensa…..
Vedendola sul punto di scoppiare in un pianto dirotto, egli si rizzò, profondamente commosso, e la strinse fra le braccia e la baciò con vivissimo slancio.
– Senti – le disse. – Noi faremo un nuovo viaggio di nozze. Mi pare – è una stoltezza, e non so come sia entrata in mente – che io ti abbia – sì, è la parola – sperduta per via, e che debba ricercarti, ritrovarti… Non rispondermi niente. Sai? Ci sono, probabilmente, dei microbi che penetrano nel cervello, e inoculano la malattia dello sconforto, del dubbio. Come può essere avvenuto che io più non mi senta riamato a bastanza da te?…. Zitta!.. Un nuovo viaggio di nozze. Ti ritroverò, mia dolce sperduta! Ah! Ridi?
– Mi sembri colui che cercava il cappello… che aveva in testa. Sperduta io? Più tua, più tua di una volta, se fosse possibile!

*
*   *

Il nuovo viaggio di nozze fu, necessariamente, una continua menzogna per tutti e due. A Napoli, a Milano; a Torino, egli aveva lasciato sola la moglie all’albergo, per andare a consultare professori specialisti.
– Siamo due veri fiori di salute… Ci siamo sposati per amore, ci vogliamo immensamente bene ma i figli non vengono! Può essere? Può essere?
– Giacchè non vengono!
– E non c’è rimedio? La scienza è impotente?
– In questi casi sopratutto. Non bisogna però disperare: la Natura ha risorse che noi ignoriamo. Qualche volta, dopo parecchi anni… di silenzio, si è rivelata in certi matrimoni, di una fecondità prodigiosa.
Su per giù, i professori consultati avevano risposto allo stesso modo. Ed egli tornava triste, rassegnato, all’albergo con la lontana lusinga che anche per sua moglie e per lui la Natura volesse rompere, un giorno o l’altro… il silenzio, come si era espresso uno dei dottori.
Durante il viaggio, Dina era stata presa da strane spossatezze, da assalti di febbri. Avean dovuto indugiare in questo e in quello albergo a ogni nuovo accesso; e nessuno dei due intanto esprimeva il desiderio di tornare a casa, a quel villino che li aveva accolti negli anni della loro felicità, e doveva esser saturo degli effluvi di essa, come di un forte profumo; l’espressione era stata di lui, parlandone a un amico.
La spossatezza, le febbri ostinate di sua moglie cominciarono a impensierirlo.
Una mattina, dopo una lunga nottata insonne, seduto al capezzale di lei, stringendole le mani scottanti, egli trasalì sentendosi dire con voce fioca:
– E se morissi, Giacomo?
– E se morissi io? – egli disse.
– Tu no!
– Che discorsi mi fai, invece di dirmi: Voglio guarire subito!
– Tu no! – replicò Dina – Mi hai smarrita per via… cioè non mi senti più nel tuo cuore… Lo hai detto… Non mi hai ancora ritrovata a quel che pare. Se io morissi, sarebbe una fortuna per tutti e due… Lo pensi anche tu, confèssalo!
– È la febbre, Dina, che ti fa parlare così!
– Forse. La febbre ci fa dire quel che la salute ci indurrebbe a nascondere. Dovresti benedirla questa febbre.
– Pensa a guarire! Ho fatto un sogno la notte scorsa, in un breve appisolamento; qui, al tuo capezzale. Eri guarita, rifiorita, e rientrando nel nostro villino, trovavamo in camera… indovina?
– Risparmiami lo sforzo…
– Una culla.
– Vuota!
– Con una bella creaturina… nostra! Chi sa Dina, chi sa? Certi sogni sono veridici, talvolta.
– Talvolta! Ordinariamente però ognuno sogna quel che più desidera. Ormai tu non pensi ad altro… Hai ragione. Così com’è, la tua vita ti sembra senza scopo, vacua, inutile… A me invece! Oh! si vede proprio che mi hai smarrita per via!.. Chiudi gli scuri! Lasciami riposare. Bùttati anche tu su quell’altro letto. Forse… risognerai la culla!- soggiunse con fievole accento di grande amarezza.
Pur troppo, ritornando finalmente al villino, non ebbero la fortuna di trovare la culla sognata; ma Dina, che pareva cercasse, a ogni costo di svagarsi, di distrarsi, non fece mai nessuna più leggiera allusione a quel che era una spina nel cuore di suo marito, specialmente dopo di aver appreso dalla indiscrezione di una amica, che Giacomo, da scapolo, aveva avuto un figlio da un’amante; madre e figlio erano morti.
Dunque… l’ostacolo era lei!
In quella tiepidissima serata di maggio, essi erano scesi nella selva. Il plenilunio dava un aspetto fantastico al folto gruppo di piante sotto cui sedevano a fianco l’una dell’altro, mentre l’usignolo, ospite della selva, gorgheggiava a mezza voce in cima a un albero.
– Ascoltami tranquillamente – ella disse. – Ho pensato a lungo al miglior modo di liberarti di me: ma io sento così vive ancora nel mio corpo tutte le forze della giovinezza, così vivissimo l’attaccamento alla vita, quantunque essa sia ridotta per me ad un martirio senza nome – non interrompermi! – che mi manca il coraggio di compire l’atto supremo…
Lasciami dire… Trova tu il mezzo, a mia insaputa, di farmi morire! Non c’è altro rimedio alla nostra misera esistenza!
– Tu vuoi…. accusarmi di un delitto…. di un attentato! – egli la interruppe, rizzandosi, in piedi.
– Bacerei, benedirei la tua mano, Giacomo!
– Ma perchè vuoi morire? Che pazzia è la tua?… Se non mi ami più… È mai possibile? Ti lascerò libera; farai quel che vorrai, lontano, mutando nome…
– Di che infamie mi credi capace! Non c’intendiamo ormai: siamo giunti a questo!
– Dina! Dina mia! Farti morire io?… A tua insaputa?
– Poichè sono l’ostacolo! Poichè non ho saputo darti…
– Non voglio altro! Niente!… Solo il tuo amore, voglio! Dina! Dina mia!
Si gettarono l’una tra le braccia dell’altro, stringendosi forte forte fino a sentirsi mancare il respiro.
L’usignuolo, disturbato forse dal suono delle loro voci, aveva cessato di gorgheggiare; ed ora, tornato il silenzio, riprendeva il suo canto discreto, a mezza voce.
– Senti? – disse Giacomo. – È buon augurio.

*
*   *

– Siamo stati troppo felici! Dobbiamo scontare!
Giacomo Boschi lo ripeteva mentalmente, assistendo al consulto dei tre illustri professori che avevano, poco prima, esaminata la malata. Assisteva, preso da sbalordimento, senza intendere niente della discussione; capiva soltanto che si trattava di caso gravissimo di tifo con poca speranza di salvezza!
– Siamo stati troppo felici! Dobbiamo scontare!
Questa volta lo disse con lo strazio nella voce, cacciandosi le dita tra i capelli.
– È giovane; può trionfare del male! – lo confortò uno dei dottori.
Nella camera della malata, la rosea luce del sole al tramonto penetrava dalle due finestre spalancate perchè l’aria si rinnovasse continuamente, attorno alla povera signora che smaniava nel letto. La suora assistente le teneva ferma, con una mano, su la fronte, la vescica di gomma ripiena di ghiaccio, e con l’altra le impediva di scomporre la coperta. La giovane cameriera, dal lato opposto del letto, piangeva silenziosamente asciugandosi gli occhi di tratto in tratto.
– Non vi fate scorgere! – le raccomandò sottovoce la suora.
La camera veniva invasa dalla penombra della sera.
Giacomo, entrato in punta di piedi, si era accostato al capezzale, chinandosi verso la cara persona, chiamandola con un fil di voce.
– Dina! Dina!
La malata, quantunque sembrasse assopita, aperse gli occhi, guardò il marito, e li rinchiuse aggrottando le sopracciglia. Pronunziò delle sillabe incoerenti. E Giacomo si allontanò coi singhiozzi nella gola, ma con gli occhi aridi, ardenti, come ardenti ed aride erano le sue labbra.
Sin dai primi giorni della malattia, egli aveva notato un atteggiamento ostile nel contegno di sua moglie.
Erano passati due mesi dalla memoranda serata nella selva, e gli era parso che fossero già rinati i dolcissimi giorni sereni di una volta; e il salottino, il nido, il Sancta Sanctorum, li aveva accolti di nuovo lieti, confidenti, tra un sommesso scoccare di baci.
È vero che a lui era sembrato, a intervalli, di scorgere nei begli occhi di Dina rapide ombre di sospetto, non sapeva spiegarsi di che e perchè; e non aveva osato di rivolgersi al suo cuore nobile e sincero per ottenere spiegazione di cose che forse esistevano soltanto nella sua immaginazione esaltata. Ma ora, durante la prima settimana della malattia, quei dolci occhi amorosi avevano insoliti sguardi di diffidenza verso di lui.
– Sto male, molto male? Ditemelo… Voglio saperlo – ella domandava, quasi di nascosto, alla suora. Non sareste qui se non stessi molto male.
– La vita e la morte – rispondeva la suora – sono nelle mani di Dio!
– Pregatelo per me! Dio vi ascolta più facilmente. Non ho nessuno; i miei genitori sono morti; mia sorella è in Inghilterra… Non ho nessuno!
– Ha un marito che l’adora.
– Sono stata la sua disgrazia! Ha ragione. Se vuol liberarsi di me… L’ho supplicato io stessa: Fammi morire a mia insaputa!
La suora le accennò con la mano di star zitta.
– Che cosa dice? – le domandò Giacomo.
– Ha un po’ di delirio. La febbre è alta.
Due giorni dopo, dal suo profondo malessere, dalla costernazione delle persone che si aggiravano quasi tristi larve silenziose attorno al suo letto e per la camera, Dina comprese che ormai era finita per lei. L’orrore della vicina catastrofe, la fece balzar a sedere sul letto nonostante che la suora e Giacomo si sforzassero a impedirle di agitarsi, di buttar via le coperte.
– Non voglio morire!… Non voglio morire!… – urlava disperatamente – Non voglio morire!
E scoteva la ricca capigliatura sciolta attorno al collo e alla bellissima faccia che la violenza del male non era riuscita ad alterare.
– Non voglio morire! non voglio morire… Assassino!…. Ci sei arrivato!…. Non voglio morire!
Rigettò indietro con violenza il marito che tentava di calmarla, e ricadde sui guanciali, rantolando:
– Non voglio morire!
Giacomo Boschi, senza singhiozzi, senza lacrime, inginocchiato desolatamente a pie’ del cadavere della moglie, ripeteva come un ebete.
– Ed hai potuto credere?… Ah, Dina!

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