Luigi Capuana – Suggestione

«Gentilissima signora… anzi poco… anzi niente gentilissima signora.
«Perchè dovrei mentire? Per ossequio al galateo? Alla galanteria? Al sesso? Alle convenienze sociali?
«Non me ne importa niente.
«Voglio essere un maleducato, un villanaccio!
«È assai se metto: Signora.
«Che cosa sono stato per voi?
«Un misero giocattolo. Vi siete divertita otto lunghi mesi ad esercitare sopra di me le diverse prepotenze della vostra bellezza, della vostra grazia, del vostro spirito, dei vostri capricci, e all’ultimo, mi avete buttato via come un qualunque oggetto ridotto inservibile.
«Può darsi che abbiate avuto ragione.
«Il mio amore, la mia adorazione erano sentimenti troppo forti e troppo seri per la superficialità del vostro cuore. Non ho saputo farvi neanche sorridere quando vi stavo davanti in estasi muta, quasi dal profondo azzurro dei vostri occhi mi venisse una mirabile sensazione dell’infinito; quasi con la carezzante dolcezza della vostra voce mi arrivassero all’orecchio le più deliziose melodie dell’Universo.
«E se, affascinato, travolto da un impeto di passione improvviso, osavo tentar di prendere una delle vostre mani così bianche, così piccole, così splendide di ricchi anelli alle dita, voi la ritiravate con tale aria di compassionante ripulsa che io, per poco, non vi ero grato di avermi impedito di commettere una profanazione.
«Doveste poi esservi accorta che tanta inopportuna rigidezza già esercitava – contro ogni vostra intenzione – una deprimente influenza sui miei sentimenti, e mutaste tattica. Non dirò che diveniste addirittura provocante – voi siete maestra nella arte del calcolo! – ma vi comportaste in modo da darmi l’illusione che eravate in via di cedere, di cedere, come, però, si conveniva a una signora resa libera della vedovanza e ancora tanto giovane da non aver paura di poter presto perdere i benefizi della sua condizione e delle circostanze sociali.
«Ci siete riuscita!
«Mi avevate permesso di venire a farvi qualche visita nella solitudine della vostra villa di Rizzano.
«Il deliziosissimo autunno dell’anno scorso, che sembrava un insolito risveglio della Primavera e non la malinconica agonia della vita vegetativa della campagna, aveva davvero raccolto attorno a voi tutti i profumi? Tutti i tepori, tutte le più gentili gradazioni di verde nelle erbe dei prati e nelle fronde degli alberi? Tutti gli splendori, tutte le delicate sfumature di azzurro e di oro nel cielo e nelle nuvole sospese, immobili, nell’aria, quasi intente ad ammirarvi mentre passeggiavate, lieve bianca visione, pei viali del vostro giardino?
«La mia imbecillità me lo fece credere.
«La seconda e la terza volta, venni là come in pellegrinaggio a una Madonna da cui si attende l’invocato miracolo.
«Avrei dovuto ricordarmi delle parole di un vecchio prete, custode del famoso santuario che si vede, quasi campato in aria, dalla terrazza della vostra villa.
«È un misero edificio a cui l’altezza della montagna e la lontananza conferiscono una grandiosità, che sparisce sùbito appena il pellegrino è arrivato faticosamente lassù.
«Volli visitare prima di ogni cosa la statua della Madonna. Attorno all’altare ardevano parecchie lampadine a olio, simili ai lumini da notte che usavano anni fa e credo usino ancora in certi paesetti di provincia. L’ora tarda spandeva la sua penombra nella cappella; le pareti luccicavano di cuori votivi di argento, così fitti da formare da un punto all’altro una copertura scagliosa.
«Quantunque fossi allora un presuntuoso libero pensatore, mi sentii, se non commovere, turbare da qualcosa di mistico che mi penetrava intimamente; e per reagire contro questa impacciosa sopraffazione, dissi al prete: – Sembra impossibile che una statua così insignificante possa fare i miracoli che l’hanno resa famosa!
« – Caro signore – mi rispose con umile dolcezza il vecchio prete – i miracoli non li fa la statua, ma la viva fede dei credenti.
«Avrei dovuto ricordarmene a Rizzano.
«La Natura vi ha creata assai più bella di quella statua di legno rozzamente lavorata da qualcuno degli umili scultori che, pure, riescono talvolta a dare alla loro opera una strana impronta di arte. Le proporzioni del vostro corpo, sì, sono infinitamente più armoniose; le linee del vostro viso incredibilmente più soavi; il colorito della vostra pelle fa sentire, anche allo sguardo di chi vi fissa, la soave morbidezza che deve rendere quasi angosciosa la voluttà delle labbra nel momento di un bacio; i vostri vestiti vi modellano il seno e i fianchi con un’aderenza che giustificherebbe l’assurdità di crederli nati insieme con voi naturalmente; proprio l’opposto di quella tunica rosea e di quel manto celeste, drappati trascuratamente sopra l’esile figura di Madonna che rivelava la durezza del legno di cui era fatta.
«Ma allora io ero così pieno di voi, da non immaginare che tutto quel che sentivo era opera mia e che voi me ne davate soltanto il pretesto, precisamente come la fede dei devoti accorrenti a quel santuario produceva, secondo il vecchio prete, i miracoli invocati.»
La signora Rubini che, attratta da vivissima curiosità, aveva letto rapidamente il primo dei sette foglietti cavati fuori dalla busta sigillata, esitò alcuni momenti a prendere in mano il secondo, quasi avesse provato una grande delusione.
Il riconoscimento della calligrafia le aveva fatto lievemente gonfiare di orgoglio le rosee narici.
Ma dopo le piccole impertinenze dell’introduzione, quelle quattro pagine così calme, così compassate, le avevano suscitato nell’animo un senso di rabbia, di sdegno.
Si era immaginata di dover trovarvi l’esplosione di un vulcano, un grido di straziante protesta, una di quelle violenti invocazioni, nelle quali tutte le parole sembrano impregnate di pianto; e, invece…
La curiosità ne potè più dello sdegno e della delusione.
Con lento gesto di persona mezzo annoiata, abbassò il braccio verso il tavolinetto, prese tra l’indice ed il medio il secondo foglietto e ricominciò a leggere.
«Nella mia prima visita mi ero comportato come un invitato qualunque. Mi ero lasciato condurre pei meandri del giardino, ammirando la vostra grande abilità di fioricultrice, ascoltando le spiritose divagazioni con le quali adempivate ai doveri di ospitalità, perchè le ore volassero via più presto che non sogliano in campagna.
«La seconda volta ero venuto là, figurandomi che la mia timidezza si sarebbe rinfrancata nella libertà del paesaggio, nella perfetta solitudine che voi, con fine malizia, mi avevate ripetutamente assicurata quasi come premio alla mia devozione. E lungo la strada m’indispettivo del bel sole che splendeva nel cielo senza nubi, della serenità dell’aria che produceva appena qualche sussurro di fronde, dei trilli degli uccellini che facevano brevi voli di siepe in siepe… Quel giorno avrei voluto la sorpresa di un forte temporale, e che il vento e la pioggia ci avessero costretti a rimanere chiusi in casa, segregati da tutto; voi, buona, condiscendente, disposta a concedere o, meglio, a promettere, sapendomi incapace di pensare qualcosa che potesse offendere la vostra dignità di donna, di signora; io, umile adoratore, inginocchiato ai vostri piedi, non per volgare posa di seduttore ma per sincera e profonda espressione dei miei sentimenti. E fantasticavo che all’agitazione della natura dovesse corrispondere uguale agitazione nei nostri cuori; nel vostro specialmente, perchè il mio aveva bisogno piuttosto di esser frenato, calmato.
«Forse avevo esaurito ogni forza nel lungo chimerizzare per strada, da non esser più capace di tentar di tradurlo in realtà. Voi foste più deliziosa più brillante, più affascinante dell’altra volta. Sotto i riflessi dell’ombrellino rosso che vi riparava dal sole, mi sembravate avvolta da un’aureola di fiamma. E ve lo dissi. Sorrideste, scotendo la bionda testa negativamente, rispondendo: – Per carità non parliamo di fiamme! È già troppo questo calore di sole che ricorda le vampe dello scorso luglio. – Fu come se mi aveste messo un sigillo su la bocca! Le parole che prorompevano dal cuore mi si arrestavano a mezza gola. Soffrivo una specie di soffocamento. E quando nell’accomiatarmi, voi mi diceste graziosamente: – Siete stato ammirabile; così vi voglio! – mi sentii salire le vampe al viso, tanto mi parvero ironiche, non ostante il tono, quelle parole.
«Ora capisco che tutto doveva esser pronto per la scena della terza mia visita, e preparato da un pezzo.
«Che mai vi dissi di ardito, di oltraggioso da meritarmi il vostro incredibile sdegno? Ebbi finalmente la forza e il coraggio di significarvi quel che avevate dovuto capire da parecchi mesi! Io non volevo farmi di voi una comoda amante, ma una moglie che doveva portare nella mia casa la luce della bellezza, la gioia di una felicità perennemente serena, la bontà, la carità che rendono sacra la famiglia. Forse perchè vi dissi che sarei stato geloso custode del mio tesoro? Che avrei voluto sottrarlo ai possibili attentati di certe persone? Questo anzi avrebbe dovuto farvi piacere, darvi la prova più convincente della suprema intensità del mio amore. Ah! Dovevo attendere! Non forzar l’ora! – Fu la vostra espressione. – Ma attendevo da mesi! Ma sopportavo paziente che l’ora, la mia ora, la nostra ora scoccasse per graziosa concessione della vostra volontà! Doveva dunque durare eterno questo tormentoso stato che m’interdiceva fin la speranza, che comprimeva ogni battito del mio cuore, che mi aveva reso un automa di cui regolavate a vostro talento le movenze, senza curarvi se il congegno, per troppa tensione, potesse, da un momento all’altro guastarsi?
«Non osavo di credere ai miei orecchi per le terribili parole che udivo, terribili per me, ma freddamente sdegnose per voi. Non osavo di credere ai miei occhi, vedendo sul vostro viso tale improvvisa maschera di inesorabile crudeltà, da rendervi quasi irriconoscibile.
«Vi dissi: – Badate Maria! Voi scherzate con la vita di un uomo! – In quel momento mi sembrava di più non avere nessuna ragione di vivere. Rispondeste: – Io non ho l’obbligo di impedire alle persone di commettere sciocchezze! –
«Sì, sarebbe stata una vera sciocchezza, se la delusione mi avesse indotto a darmi un colpo di revolver al cuore o alle tempie, come ruminavo di fare mentre la carrozza mi portava via per la rapida discesa del colle di Rizzano. Probabilmente questo avvenne anche perchè allora, e parecchi giorni dopo, mi sentii quasi agonizzare, da sembrarmi superfluo di affrettare la morte che veniva da sè, liberatrice.
«Viaggiai. Non riesce sempre di sovrapporre nuove impressioni su quelle che ci agitano, in guisa da scancellarle, da annullarle. È cosa stranissima la visione della realtà – paesaggi, monumenti, uomini – a traverso una trasparenza di immagini di altri paesaggi, di altri monumenti, di altri uomini, tra i quali campeggia una figura che invade lo spazio e lo colorisce, e lo anima, e lo trasforma! Vissi parecchie settimane sotto l’incantesimo di questo miraggio… Poi… Oh! Si prova un sollievo che ci stupisce; si respira a pieni polmoni, unicamente per gustar la delizia di respirare senza nessun impaccio: ci moviamo per assicurarci che gli impedimenti, le catene, sono stati spezzati e che abbiamo riconquistato la nostra piena libertà.
«Allora io vi vidi quale siete davvero, una creatura supremamente bella e supremamente malefica; allora credei che non dovevano essere maligne esagerazioni quelle che vi accusavano di aver cagionato la morte di vostro marito, rendendogli insopportabile l’esistenza col vostro contegno nell’intimità…»
La signora Rubini buttò via con rabbioso gesto il quarto foglietto che andò a cascar lontano, sul tappeto, con una specie di contorsione. Se Grispaldi fosse venuto a dirle quel che aveva ardito di scriverle, ella si sarebbe rizzata sdegnosamente dalla poltrona, gli avrebbe additato l’uscio e lo avrebbe fatto accompagnare dalla cameriera fino alla porta. O pure lo avrebbe ascoltato fino all’ultimo e gli avrebbe poi fatto in faccia una bella risata di disprezzo; non meritava altro. Di quali altre vigliacche impertinenze aveva riempito i restanti tre foglietti?
Esitò alcuni momenti, e poi, di nuovo con gesto di persona mezzo annoiata, abbassò il braccio verso il tavolinetto e prese tra l’indice e il pollice il quinto foglio. Lesse:
«Tornai a casa mia dopo sei mesi, guarito. Non dite che la prontezza di questa guarigione vi prova la poca resistenza del mio amore. Deve provarvi soltanto la potenza repulsiva del vostro atto, la micidiale influenza della vostra parola.
«Infatti, pur avendo coscienza di essere guarito e di poter affrontare il fascino che emana dalla vostra persona, ebbi terrore di diventar geloso, apprendendo che un altro era già entrato nelle vostre grazie e che Arnaldo Dalloro era riuscito, secondo i maligni, ad ottenere quel che io non avevo sognato di poter raggiungere. Fu davvero il vostro amante il povero Arnaldo? È certo però che si è ammazzato per voi.
«Sarei stato la vostra terza vittima, se la mia buona fortuna non mi avesse impedito di commettere una uguale pazzia. Ed ho detto: terza, contando quale vittima pure vostro marito morto di intime sofferenze, come riferiscono coloro che ne sono convinti e lo affermano ancora.»
La signora Maria brancicò rabbiosamente il foglio, pallida, con le labbra aride, le mani convulse, e stava per lanciarlo lontano, a raggiungere l’altro. Lo spiegò invece e riprese a leggere, intenta, seguendo col movimento della testa le righe della scrittura.
«Ora, però, non vi credo consapevolmente malefica, pur reputandovi capace di operare malefiche cose. La natura vi ha creata così: produttrice di male, come tanti altri esseri dei quali non sappiamo spiegarci la dannosa esistenza. L’uomo è in continua guerra contro di essi. Schiaccia gli scorpioni, le vipere, ammazza gli animali feroci. Certamente gli scorpioni, le vipere non hanno nessuna colpa se avvelenano ed uccidono coi loro morsi. Gli animali carnivori obbediscono al loro istinto se assalgono per divorare. Ma l’uomo ha il diritto di tutelare la sua vita contro le insidie che lo circondano, qualunque esse siano, da qualunque parte esse vengano.
«Vedete? Vi giudico spassionatamente, senza rancore. Ma dopo di essere arrivato alla certezza delle vostre capacità di oprare, non importa se inconsapevolmente, il male, sento forte il dovere di comportarmi verso di voi come con gli altri animali della vostra natura. Ed ho deciso di sopprimervi!»
La signora Rubini non potè reprimere un gesto di paura.
– È impazzito! – esclamò.
Si rasserenò sùbito, sorrise, e riprese la lettura, ormai rassicurata di avere tra le mani il documento di un matto.
«Sì, ho deciso di sopprimervi, anche per vendicare vostro marito, se è vero che è morto per colpa vostra, e il povero Alberto Dalloro, che si è fatto saltare le cervella per voi.
«Non farete altre vittime da ora innanzi!
«Non immaginate intanto una volgarità. La mia mano non si armerà di pugnale, o di revolver: non ricorrerà all’opera di miscele venefiche; non assolderà un assassino.
«Voi morrete lentamente, per assoluta influenza della mia potentissima volontà. Da lontano, senza aver bisogno di vedervi; lentamente, lentamente, io inaridirò gli umori del vostro organismo e nessuno riuscirà mai a scoprire la malattia che v’invecchierà, v’imbruttirà, vi ridurrà una mummia mal viva fino alla catastrofe finale.
«Non esercito una vendetta, ma compisco un dovere. Se vi stimassi cattiva, come ce ne sono tante, non mi occuperei di voi. Lascerei che, un giorno o l’altro, qualcuno si ribellasse, e si facesse giustizia con le sue mani. Sarebbe un fattaccio di cronaca, forse uno scandalo da Tribunali, e niente altro. Appunto per questo ho la coscienza tranquilla.»
L’ultimo foglio non portava la firma di chi aveva scritto la lettera, ma la bellissima vedova, che riconosciuta la calligrafia di Fabio Grispaldi, si era sentita gonfiare di orgoglio le rosee narici, rivide con l’immaginazione la figura nobilmente seria del suo ingenuo adoratore, con la nera barbetta a punta, gli occhi pensosi, le labbra un po’ tumide sotto i baffi rialzati, e, quasi fissandolo, pensò:
– Ha voluto impaurirmi!
Raccolse i fogli, li ordinò, li rimise nella busta; e siccome all’arrivo della posta era quasi pronta per uscire, terminò di vestirsi, chiuse la lettera in una cassetta della scrivania, e scese rapidamente le scale.

*
*   *

Durante la visita alla sua amica Annetta Milesi; la signora Rubini cominciò a provare l’impressione di un leggero malessere, di qualcosa che la turbava, insinuandosi in modo strano dentro di lei con l’aria respirata, col tepore che pareva le alitasse su la pelle del viso, attorno alla fronte e alle tempie, un sottilissimo soffio.
– Ti senti male? – le domandò l’amica.
– Non è niente. Ti dispiace di aprir la finestra, di rinnovar l’aria della stanza?
– Come sei pallida! Tutt’a un tratto?
– Tutt’a un tratto!
Aspirava fortemente l’aria fresca della via, sporgendosi un po’, e tentava di sorridere per rassicurare l’amica che le presentava un bicchierino di cognac.
– Non è niente – ripeteva. – Ecco: è passato.
E, dopo breve pausa, soggiunse:
– Sono una sciocca… Questa notte – ed esitava, quasi resistesse all’impulso di parlare -questa notte ho fatto un brutto sogno che mi è tornato in mente all’improvviso.
– Eh, via! Tu credi ai sogni?
– Mi pareva che qualcuno mi dicesse…
E non volle andare più avanti.
– Sono una sciocca!
Le repugnava di mentire, di attribuire a un sogno la realtà di quella lettera che le aveva recato la tetra minaccia. Ma come? Non l’aveva presa sul serio poco prima, leggendola, e ora se ne sentiva già preoccupata, quasi potesse davvero accadere che l’influenza di una maligna volontà la invecchiasse, la imbruttisse, la riducesse una mummia mal viva?
E siccome la sua amica insisteva:
– Se vuoi metterti un po’ in libertà… Il busto, forse… Non far cerimonie…
– Grazie – rispose, accostandosi al pianoforte e facendovi scorrere le dita della mano destra con un accenno di Primavera del Grieg.
– La tua musica prediletta! – le disse la signora Milesi.
– Sì, mi suggerisce tante cose, e sempre diverse, ogni volta che la suono o la sento suonare.
Tornata a casa, non seppe vincere l’imperiosa curiosità di rileggere l’ultima pagina della lettera. Era mai possibile che la volontà di voler uccidere lentamente, lentamente, arrivasse davvero a raggiungere questo scopo? Si trattava di un’operazione di stregoneria?… Fabio Grispaldi non aveva l’aspetto di fattucchiere. Si occupava, è vero, di certi studi strani, e i suoi amici lo burlavano spesso, in conversazione. Rideva anche lui… Via! Via! Avea voluto impaurirla. Era tornato dal lungo viaggio di sei mesi più innamorato di prima; si capiva da quella lettera… Come non se n’era accorta sùbito?
E intanto… intanto!
Più tentava di scacciare dalla mente la minaccia a cui diceva di non credere, e più se ne sentiva avviluppare e penetrare, non ostante facesse di tutto per distrarsi, e poi per stordirsi, quando, dopo poche settimane, le parve di scorgere sul viso e negli occhi qualcosa, appena percettibile, che ne mortificava la freschezza e lo splendore.
Era dunque vero?
Ne fu atterrita. Pensò di fuggire, lontano: di andare a passare qualche mese presso alcuni parenti materni. Vi avrebbe trovato quattro giovani signorine musiciste entusiaste, che mettevano tutta la loro civetteria nel fare col pianoforte, coi violini, col canto, esecuzioni di lavori difficili, in trattenimenti familiari.
Ma quando le valigie, i bauli, le scatole dei cappelli furono pronti per la partenza, cominciò a provare qualcosa che le intorpidiva la volontà, che la faceva indugiare di giorno in giorno, di settimana in settimana, senza ch’ella sapesse rendersi ragione di quei futili pretesti messi innanzi per ritardare.
Anche questo era opera di lui?
Aveva alcune ore di calma durante la giornata; ma appena scendeva la sera, appena, s’inoltrava la notte, il turbamento un po’ vago si mutava, a poco a poco, in ismania che le concedeva di chiuder occhio soltanto a brevi intervalli.
Non voleva confidarsi con nessun’amica; le sarebbe sembrato di commettere un atto assai ridicolo mostrandosi impressionata della stupida minaccia: Ho deciso di sopprimervi! Per spiegare queste parole, avrebbe dovuto rivelare tante cose, innocentissime, ma che potevano dar appiglio ad amichevoli malignità, peggiori di ogni altra.
Ed attese, quasi stando in ascolto se qualcosa alterasse davvero il ritmo del suo organismo; osservandosi attentamente davanti a lo specchio per scrutare se la pelle del viso risentisse seriamente l’influenza della micidiale volontà che doveva inaridirla; guardandosi anche le bianche piccole mani fulgide di anelli, quelle mani che erano il suo più grande orgoglio e la sua incessante cura ripetendosi, ma inutilmente:
– È la mia immaginazione che m’inganna! È la mia immaginazione che mi nuoce!
La mattina che la pettinatrice le disse: – I suoi capelli non sono mai stati aridi come da alcuni giorni in qua – la signora Rubini trasalì. Aveva le trecce ancora sciolte attorno al collo, e alzò le mani per stringerle in un pugno e palparle. Ne ebbe la sensazione che avrebbero potuto spezzarsi come sottilissimi fili di vetro.
Un’improvvisa risoluzione le balenò nella mente. Sospese di farsi pettinare, e andò nel suo salottino. Scrisse:
«Vi stimo ancora tanto gentiluomo da non esitare di pregarvi di venire da me oggi stesso, nell’ora che più vi farà comodo. Sarò in casa unicamente per voi. – Maria Rubini».
E spedì il biglietto per espresso.
Le parve di essersi liberata da un peso che le opprimeva il respiro, e tornò quasi tranquilla nel gabinetto di toeletta per lasciarsi finir di pettinare.

*
*   *

Mai Fabio Grispaldi aveva visto la signora Rubini, la sua Maria, così severamente e splendidamente elegante come gli apparve pochi momenti dopo di essere stato introdotto dalla cameriera nel salottino dove tante volte era rimasto quasi in estasi guardandola e ascoltando.
Si sarebbe detto ch’ella avesse ripreso l’abito vedovile, se sul nero della veste non fossero state applicate larghe strisce di gallone giapponese con maravigliosi disegni sobriamente intramezzati di fili di oro.
– Grazie – ella gli disse, senza stendergli la mano.
– Non avrei dovuto venire – rispose Fabio, restando ancora in piedi davanti a lei. – Ma in certi momenti e in certe occasioni, sono un carattere debolissimo.
– Non vi pentite di una buon’azione.
– Spesso noi c’inganniamo intorno al valore delle nostre azioni. Questa che ho fatto non è buona nè cattiva: è solamente inutile.
– Perchè?
– Perchè ormai non posso mutar niente di quel che è avvenuto.
– La vostra sete di vendetta arriva fino a questo punto?
– Ve l’ho scritto; io non mi vendico; sarebbe imperdonabile bassezza d’animo, se pensassi a una vendetta, dopo di avervi confessato – ed è la verità – che sono perfettamente guarito della mia folle passione.
– E intanto volete sopprimermi per vendicare mio marito e Arnaldo Dalloro; per impedirmi…. di fare altre vittime.
– Sì… e, ormai, è fatto!
– È fatto? – esclamò la signora con la voce quasi soffocata dal terrore. – Ma voi uccidete una innocente! La mia sola, la mia vera colpa è una pazza idolatria della mia bellezza. Me l’avete esaltata tutti, in tanti modi, da farmene supremamente inorgoglire, da soffocare dentro di me ogni altro sentimento, da indurmi a tentare di poter conservare questo raro tesoro più lungamente possibile… Vi stupisce la mia confessione? Vi farò, forse, stupire di più, dicendovi che sono stata sacrificata dai miei parenti quando fui costretta a un matrimonio di convenienza e in un’età in cui io non aveva tanta forza d’animo da potermi opporre… Oh! Mia madre e mio padre credevano sinceramente di provvedere alla mia felicità, dandomi sposa a un giovane distinto, figlio unico, ricchissimo; ma io ebbi una terribile rivelazione la prima sera del mio matrimonio: la bellezza del mio corpo stava per essere maculata… e mi rifiutai tra le lacrime, ostinatamente, disperatamente… Allora e poi…. Sì, allora e poi!…. Sempre!… Mio marito se n’accorò così forte… da esser facilmente vinto dal rapido male che lo assalse e lo portò via… Non ne ho avuto rimorso. Ve lo dichiaro con spietata franchezza! E pareva che si fosse rassegnato. – Attenderò! – Attenderò! – mi ripeteva. – Ti amo tanto!….
Fabio le spalancava gli occhi in viso. C’era tal’espressione di profonda sincerità in quegli occhi di mirabile azzurro e nell’accento vibrante di commozione, ch’avrebbe voluto, convincersi di un mostruoso inganno femminile.
– Poi sopraggiungeste voi – riprese la signora. Credetti che il mio sogno di essere amata come io volevo, spiritualmente, si fosse avverato. Vi ho amato anch’io… non vi dirò come un fratello, ma come mi sembrava che volevate amare ed essere amato. Quegli otto mesi di ideale intimità, durante i quali voi foste di una delicatezza, di una gentilezza così straordinarie da spingermi ad invitarvi di venire a trovarmi nella mia villa di Rizzano, da soli a soli, senza il minimo sospetto che voi avreste potuto abusarne, sono stati i mesi più felici della mia vita! Non ve l’ho mai detto: sappiatelo ora!
– Oh, Maria! – pronunziò quasi sottovoce Grispaldi.
– Ma un giorno anche voi vi palesaste simile agli altri. Sì, non un’amante, ma una sposa!… E l’incanto fu violentemente rotto!… Ne piansi. Mi parve però che la mia bellezza meritasse quel sacrificio… Ne piansi, ripensando alla vostra minaccia: – Voi scherzate con la mia vita! – Fortunatamente rinsaviste. Non così quel povero… Dalloro!… Con lui dovetti essere più dura che non con voi… Hanno detto che è stato il mio amante!… Vigliacchi! Lo avete creduto pure voi!…
– Oh, Maria! – ripetè Grispaldi.
– E ora voi, inesorabile, avete intrapreso l’opera distruttrice di ciò che ha formato il mio culto, di ciò a cui ho sacrificato, forse stupidamente, altri godimenti, quello della maternità sopra tutti… Non è orribile? Non è orribile? Potevo io dirvi allora tutto questo? Non mi avreste creduto egualmente!…
La signora Rubini aveva le lacrime agli occhi, e tendeva supplicante le mani verso Fabio che, quasi ebete dalla commozione, non riusciva neppure a balbettare il nome di lei.
Egli pensava:
– Possiamo fare il male, non ripararlo! È la nostra miseria! Possiamo arrivare a servirci di forze occulte, ma non dominarle quando ci siamo accorti di averle male adoprate!.. Ah!.. quel divino fiore di bellezza, quel vergine fiore era ormai inevitabilmente colpito!
E un’imprecazione gli morì su le labbra convulse.

Lascia un commento