Luigi Pirandello – Al valor civile

Dicendo a gli uomini: tigri, jene, lupi, serpi, scimmie o conigli, Bruno Celèsia temeva di fare a quelle bestie un’ingiuria che non si meritavano, perché ciascuna, conforme e obbediente alla propria natura; mentre l’uomo! falso, l’uomo. E dunque, sputi in faccia, all’uomo, e possibilmente calci in un altro posto!

– Lo so io che ci ho qua dentro! – diceva, aggrondato, ponendosi una mano sul ventre.

– Un figliuolo?

– L’inferno, canaglia!

E un cratere di vulcano avrebbe voluto avere per bocca, parola d’onore! Il cratere dell’Etna, per vomitare addosso all’umanità tutto quel fuoco che gli ruggiva dentro.

Pur non di meno, assistendo quel giorno dalla Piazza del Municipio alla solenne distribuzione delle onorificenze al valor civile, Bruno Celèsia, fra sé e sé non poteva non riconoscere sinceramente ch’era una bella e degna festa.

Matricolato imbroglione, quel sindaco, oh! Ma oratore nato. E piú volte, durante il magnifico discorso che esaltava le virtù native della gente siciliana, ricordando gli atti eroici da essa compiuti, Bruno Celèsia s’era sentito correre per la schiena un brivido elettrico. Con le dita irrequiete, intanto, si cacciava in bocca e mordicchiava i peli dei baffoni o la punta della ruvida barba crespa. A quando a quando, poi, rapidamente si passava l’altra mano su la falda del farsetto lustro e inverdito. Perché? Ma perché l’umanità è porca, ecco perché! Fatta tutta di figli di cane, ecco perché! Era venuto in voga da alcuni giorni lo stupido scherzo d’attaccar dietro alla gente con uno spillo un pezzetto di carta con un motto sconcio o con uno sgorbio sguajato. Già due volte, a lui, una testa di cervo, e una mano che faceva le corna.

– Porci! Bravissimo!

La seconda esclamazione era per il sindaco, che ricordava in quel momento ciò che il popolo di Palermo aveva saputo fare nelle storiche giornate del suo glorioso riscatto.

Finito fra strepitosi applausi il discorso del sindaco, a cui il Celèsia, infiammato, non aveva saputo tenersi dal tributare anche i suoi, cominciò la premiazione.

Su l’ampio balcone marmoreo del palazzo municipale, ove col sindaco tutto in sudore stavano placidi, coi ventaglini in mano, i consiglieri comunali e le loro signore e i maggiorenti del paese, si presentò dapprima un giovinetto bruno, vigoroso, dagli occhi arditi, bellissimo, che due volte s’era cacciato in una casa in fiamme per salvare una vecchia e un bambino.

La folla lo accolse entusiasticamente.

– Viva Sghembri! Viva Carluccio Sghembri!

Qualcuno osservò che quei signori del municipio avrebbero fatto meglio a istituire un corpo di pompieri, di cui il paese ancora difettava, e a far pompiere Carluccio che se l’era meritato, invece di dargli quella medaglia al valor civile, della quale, in fin dei conti, non avrebbe saputo che farsi, povero facchino di porto che si rompeva la schiena tutto il giorno allo scarico o agli imbarchi, sotto le balle di carbone e i pani di zolfo.

– Sei bello, – borbottava fra sé Bruno Celèsia, ammirandolo, – ma cresci, caro, e vedrai che fior di canaglia diventerai anche tu! Viva! Viva!

Applaudiva intanto con gli altri e si passava la mano su la falda del farsetto.

A uno a uno si presentarono agli evviva della folla, per ricevere la loro medaglia, gli altri quattro eroi della giornata.

– D’un momento, – commentava sotto, tra la folla, il Celèsia. – Birbaccioni prima, birbaccioni dopo… Tutta l’umanità… puàh! schifosa… Viva! Viva!

Terminata la premiazione, la folla cominciò a sparpagliarsi. Bruno Celèsia vagò ancora un pezzo, guardingo e sdegnoso, tra quel rimescolío di gente. Ammirava i lampioncini variopinti, preparati per la luminaria della sera e di tratto in tratto storceva la bocca.

– Se si mette lo scirocco!

E alzava gli occhi al cielo minaccioso, che a mano a mano s’infoscava di piú.

– Torniamocene a casa, – disse a un certo punto, risolutamente, a se stesso, – perché questo paese di cani, se no, è capace di credere e di proclamare che la festa sarà guastata dalla pioggia, solo perché io oggi mi son fatto vedere in piazza.

Scorse da lontano quella mala zeppa di suo padre che tante amarezze gli aveva cagionate e che forse, per la terza volta, cercava lí, dentro le tasche del prossimo, la via per tornarsene in catorbia donde era uscito da pochi mesi: voltò sdegnosamente le spalle e s’avviò di fretta per rincasare.

– Dicono che le ranocchie, – pensava andando, – usano di passar l’inverno nel fango dei fossati. Mio padre, peggio: nel fango della vita, tutt’e quattro le stagioni…

S’era impegnati fino gli occhi della testa per salvarlo, la prima volta. Ora non voleva piú vederlo neanche da lontano. Quel nome sporcato che portava da lui gli bruciava la fronte come una bollatura di fuoco.

– Ma, del resto, non l’ho svergognato soltanto io il tuo bel nome! – aveva pure avuto il coraggio di buttargli in faccia il padre una volta. – Pensa a tua moglie, piuttosto, che ne fa strazio da tanti anni pubblicamente.

E Bruno Celèsia s’era morso a sangue una mano per non rispondere. Poiché sua moglie…

Ma, pubblicamente, no: con uno solo.

Non l’aveva uccisa, perché sicurissimo che peggio della morte sarebbe stato per lei l’amante, il quale prima o poi l’avrebbe abbandonata, gettata in mezzo a una strada, come un sacco d’immondizie. Che! Vivevano felici, maritalmente, quei due, da tanti anni, e rispettati e riveriti da tutto il paese. E tre figliuoli avevano, tanto carini… poveri innocenti: bastardelli! A lui, quella buona femmina non aveva saputo dargliene neanche uno, legittimo… Non si sarebbe sentito cosí solo, adesso… non avrebbe invidiato nessuno… Ma, – dopo tutto, forse meglio cosí. Nessuna cosa gli era andata a verso, mai, nella vita: e fors’anche dai figli, se ne avesse avuti, chi sa quali dispiaceri, quali e quanti dolori.

Destino. Eh via, sí, destino: come non crederci? Che aveva fatto, lui, per essere cosí il bersaglio di tutte le frecce, figlio, marito, cittadino; malvisto e sfuggito da tutti, perché in fama di jettatore, e deriso, anziché compianto, per le sue domestiche sventure?

Non s’era mai gettato in imprese arrischiate: eppure, da quelle poche, sicure, che aveva tentate, era sempre uscito col danno e le beffe. Tanti s’erano arricchiti prendendo in appalto la manutenzione dell’antemurale del porto: ci s’era messo lui, e a bòtte di mare mezza scogliera, appena appena costruita, volata via. Gli scogli gettati dagli altri appaltatori, il mare, sí, se li era pigliati in santa pace, come tozzi di pane.

– Da Bruno Celèsia, no; non me ne piglio.

Si poteva lottare con quel bestione del mare? E s’era ridotto povero in canna. Per carità aveva trovato un posticino di scritturale in un banco; ma ci voleva tutta la sua pazienza per resistervi. Perché al principale non piaceva la sua mano di scrittura; e a lui veniva proprio in punta in punta alla lingua di rispondergli, che una vera porcheria era farle, certe cose, e non come lui gliele scriveva sul registro.

Cosí riflettendo su le sue sciagure, Bruno Celèsia si ridusse a casa.

Abitava all’estremità del paese, dalla parte di ponente, dove la spiaggia svoltava sotto l’altipiano marnoso per descrivere un’altra lunga lunata. Le poche case che si allineavano lí, addossate all’altipiano, vicinissime al mare, erano escluse dalla vista del paese, disposto a semicerchio, nell’altra insenatura della spiaggia. E lí era pace, una gran pace quasi stupefatta dall’infinito spettacolo del mare.

Dovette affrettare gli ultimi passi, perché già la pioggia cominciava a cadere, e infittiva. Il mare era inquieto, torbido, e gonfiava di punto in punto sotto l’incombente minaccia del cielo gravido d’enormi nuvole nere. I marosi, intumidendo, cominciavano a cozzare gli uni negli altri e non riuscivano ancora a frangersi. Solo una breve spuma rabbiosa ferveva un tratto, a strisce, sú per le creste irte, qua e là.

– Vuol darci dentro bene! – sospirò il Celèsia guardando dietro i vetri del balconcino.

Poco dopo, infatti, il cielo incavernò, e fu per qualche momento una tetraggine attonita, spaventevole. Di tratto in tratto, una raffica strisciava rapidissima su la spiaggia e sollevava un turbine di rena. Il primo tuono finalmente scoppiò, formidabile, e fu come il segnale della tempesta.

Bruno Celèsia chiuse gli scuri, accese il lumetto a petrolio e andò a sedere alla vecchia scrivania per riprendere, secondo il solito suo, la lettura d’un grosso libraccio, ove era narrata la storia della scoperta dell’America. A ogni nuovo scoppio di tuono si stringeva nelle spalle e stirava il collo:

– Forza, Domineddio! Bombardiamo.

Gli s’affacciavano alla mente quei poveri lampioncini variopinti, preparati per la luminaria, e sogghignava.

Leggeva da circa un’ora, quando gli parve di sentire, tra il fragorío incessante del mare, urli su la spiaggia. Si recò al balcone, schiuse uno scuro e, a prima giunta… un lampo che l’accecò! Tremendo spettacolo! Sí, sí… laggiù… che era accaduto? C’era gente, tanta gente che si riparava alla meglio dalle ondate che avventava il mare furibondo. Ecco, sí: urlavano! Che era accaduto? Prese il cappello e corse a vedere.

Nell’orrendo tenebrore fragoroso tremava qua e là su la spiaggia qualche lumino spaventato di lanterna riparata da un mantello, da uno scialle: una gran folla era accorsa laggiù, uomini e donne, i quali aspettavano trepidanti, ansiosi, l’improvvisa luce d’un lampo per intravedere sul mare una barca assaltata orribilmente dai flutti e dal vento. Alcuni intanto s’affannavano a ripetere che sulla barca non c’era nessuno, che il mare se l’era strappata dalla spiaggia, di là dall’antemurale, ov’era tirata a secco; altri invece giuravano e spergiuravano di avervi scorto un uomo che gestiva cosí… cosí… e rifacevano i gesti disperati; e altri riferivano che molte lance erano uscite quel giorno dal porto, dirette ai bagni di San Leone, fra le quali qualcuna poteva essere stata sorpresa dalla tempesta, sul ritorno.

– Eccola! Eccola! – si gridò a un tratto, da tutte le parti, a un ampio palpito repentino di livida luce.

Ma subito il tuono rimbombò tremendo, e coprí gli urli della folla. Nella cresciuta oscurità la tempesta convolse animi e cose piú spaventosamente di prima di tra la furia del vento e del mare.

Cessato il rimbombo, i commenti ripresero come sperduti, lontani:

– Sí, sí! C’era, c’era un uomo sulla barca… chiedeva ajuto, ajuto! – Tutti questa volta lo avevano veduto.

– E chi va? – gridò Bruno Celèsia. – Gli eroi di quest’oggi dove sono?

Ma quanto piú ciascuno sentiva il bisogno di far qualcosa, tanto piú l’animo sul punto mancava, e tutti gridavano ajuto, quanto loro usciva dalla gola, come se l’ajuto non dovesse partire da loro. Al sarcastico richiamo del Celèsia, qualcuno infine gridò tra la folla:

– Eccomi! A me una barca!

E, facendosi largo, quasi rabbiosamente, si fece avanti, risoluto e pronto al nuovo cimento, Carluccio Sghembri.

Subito il Celèsia, in un impeto d’ammirazione, gli buttò le braccia al collo e lo baciò in fronte, piangendo, esclamando:

– Figlio di Dio! Ma no! tu no! tu non devi andare! Qua a me la barca! Vado io!

E cominciò a spogliarsi di furia. Lo Sghembri si opponeva.

– Vado io – incalzò, imponendosi alla folla, Bruno Celèsia. – Nessuno s’arrischi d’impedirmelo… Vattene tu! La tua medaglia te la sei guadagnata! Tocca a me! Lasciatemi, vi dico! Nuoto benissimo! Vado io! La vita per me non ha piú prezzo! Lasciatemi andare!

Un vecchio marinajo recò di corsa un salvagente legato a una gòmena; altri intanto avevano spinto su la spiaggia una barchetta. Bruno Celèsia vi saltò dentro, nudo. Subito il mare con un’ondata furiosa si rapí la barchetta. Fu un grido d’orrore. Ingojato dalla tenebra, Bruno Celèsia era sparito sul mare.

– Molla! Molla! – si gridò al marinajo che reggeva la gòmena.

Piú viva, piú smaniosa, ora, nell’angoscia, si fece l’attesa d’un nuovo baleno. Pareva intanto che il cielo lo facesse apposta: tenebra e fragore che toglievano il respiro! Tutti, per sottrarsi in qualche modo a quell’orrenda trepidazione, avrebbero voluto attendere alla gòmena che si svolgeva man mano da sé; lí, come cosa viva, al lume tremolante delle lumiere riparate dai mantelli.

– Largo! Largo! Lasciatela libera!

Un lampo.

– Eccolo! Eccolo! – si gridò di nuovo; e subito le voci furono come ingojate dalla tenebra sopravvenuta piú fitta.

Ma lo avevano scorto, lí, presso l’altra barchetta. L’ansia divenne angosciosa.

– Lo salva! Lo salva!

E le donne singhiozzavano, e gli uomini irrequieti, tremanti, nell’angosciosa sospensione, imponevano silenzio, come se potesse giovare. A un certo punto, parve che la gòmena, lí per terra, non si movesse piú. Il marinajo la prese in mano; attese un tratto; poi gridò, piangendo al colmo della gioja:

– Ecco, tira! Fa leva! fa leva!

Tutti allora si precipitarono ad afferrar la gòmena, giubilanti, esultanti.

Un altro lampo…

– Eccolo! Forza! Forza! Viene! Evviva! Evviva!

E, poco dopo, Bruno Celèsia venne ad urtare con la barchetta contro la spiaggia.

– Salvo! Salvo! Qua dentro la barca! Tirate! Respira ancora!

Un trionfo. Ma quando la folla poté riconoscere il naufrago…

Ecco. Non basta tante volte alla sorte perseguitare un pover’uomo fino a rendergli la vita impossibile; vuole anche apporre a ogni persecuzione come un suggello di scherno.

Bruno Celèsia aveva salvato l’amante di sua moglie.