Luigi Pirandello – Garibaldini vecchi e nuovi

Riceviamo e pubblichiamo:

Egregio Signor Direttore,
a nome mio e de’ miei compagni, La Rosa, Betti e Marcolini, Le comunico la deliberazione votata ad unanimità dal Sodalizio dei Reduci Garibaldini, in seguito alla nostra domanda d’ammissione.
Siamo stati respinti, signor Direttore!
La nostra camicia rossa, per i signori veterani del Sodalizio, non è autentica. Proprio cosí! E sa perché? perché, non essendo ancor nati o essendo ancora in fasce, quando Giuseppe Garibaldi – il vero, il solo – come dice la deliberazione – si mosse a combattere per la liberazione della Patria, noi poveretti non potemmo naturalmente con le nostre balie e con le nostre mamme seguir Lui, allora, e abbiamo avuto il torto di seguire invece il Figlio (che pare, a giudizio dei sullodati veterani, non sia Garibaldi anche lui) nell’Ellade sacra. Ci si fa una colpa, infatti, del triste e umiliante esito della guerra greco-turca, come se noi a Domokòs non avessimo combattuto e vinto, lasciando sul campo di battaglia l’eroico Fratti e altri generosi.
Ora capirà, egregio signor Direttore, che noi non possiamo difendere, come vorremmo, il Duce nostro, la nobile idealità che ci spinse ad accorrere all’appello, i nostri compagni d’arme caduti e i superstiti, dall’indegna offesa contenuta nell’inqualificabile deliberazione dei nostri Reduci: non possiamo, perché ci troviamo di fronte a vecchi evidentemente rimbecilliti. La parola può parere in prima un po’ dura, ma non parrà piú tale quando si consideri che questi signori hanno respinto noi dal sodalizio senza pensare che intanto ne fa parte qualcuno, il quale non solo non è mai stato garibaldino, non solo non ha mai preso parte ad alcun fatto d’armi, ma osa per giunta d’indossare una camicia rossa e di fregiarsi il petto di ben sette medaglie che non gli appartengono, perché furono di suo fratello morto eroicamente a Digione.
Detto questo, mi sembra superfluo aggiungere altri commenti alla deliberazione. Mi dichiaro pronto a dimostrare coi documenti alla mano quanto asserisco. Se vi sarò costretto, smaschererò anche pubblicamente questo falso garibaldino, che ha pure avuto il coraggio di votare con gli altri contro la nostra ammissione.
Intanto, pregandola, signor Direttore, di pubblicare integralmente nel suo periodico questa mia protesta, ho l’onore di dirmi
Suo dev.mo
Alessandro Gàsperi

Era noto anche a noi da un pezzo che della Società dei Reduci Garibaldini faceva parte un messer tale che non è punto reduce come non fu mai garibaldino. Non ne avevamo mai fatto parola, per carità di patria, né ce ne saremmo mai occupati, se ora l’atto inconsulto della suddetta Società non avesse giustamente provocato la protesta del signor Gàsperi e degli altri giovani valorosi che combatterono in Grecia. Riteniamo che la Società dei Reduci, per dare almeno una qualche soddisfazione a questi giovani e provvedere al suo decoro, dovrebbe adesso affrettarsi ad espellere quel socio per ogni riguardo immeritevole di farne parte.
(N. d. R.)

Amilcare Bellone, col giornaletto in mano – mentre tutto il paese commentava meravigliato la protesta del Gàsperi – si precipitò, furente, nella sede della Società e, imbattutosi in Carlandrea Sciaramè, che s’avviava triste e ignaro al Caffè della piazza, lo prese per il petto e lo buttò a sedere su una seggiola, schiaffandogli con l’altra mano in faccia il giornale.
– Hai letto? Leggi qua!
– No… Che… che è stato? – balbettò Sciaramè, soprappreso con tanta violenza.
– Leggi! leggi – gli gridò di nuovo il Bellone, serrando le pugna, per frenare la rabbia; e si mise a far le volte del leone per la stanza.
Il povero Sciaramè cercò con le mani mal ferme le lenti; se le pose sulla punta del naso; ma non sapeva che cosa dovesse leggere in quel giornale. Il Bellone gli s’appressò; glielo strappò di mano e, apertolo, gl’indicò nella seconda pagina la protesta.
– Qua! qua! Leggi qua!
– Ah, – fece, dolente, Sciaramè, dopo aver letto il titolo e la firma. – Non ve l’avevo detto io?
– Va’ avanti! Va’ avanti! – gli urlò il Bellone; e riprese a passeggiare.
Sciaramè si mise a leggere, zitto zitto. A un certo punto, aggrottò le ciglia; poi le spianò, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca. Il giornale fu per cadergli di mano. Lo riprese, lo accostò di piú agli occhi, come se la vista gli si fosse a un tratto annebbiata. Il Bellone s’era fermato a guardarlo con occhi fulminanti, le braccia conserte, e attendeva, fremente, una protesta, una smentita, una spiegazione.
– Che ne dici? Alza il capo! Guardami!
Sciaramè, con faccia cadaverica, restringendo le palpebre attorno agli occhi smorti, scosse lentamente la testa, in segno negativo, senza poter parlare; posò sul tavolino il giornale e si recò una mano sul cuore.
– Aspetta… – poi disse, piú col gesto che con la voce.
Si provò a inghiottire; ma la lingua gli s’era d’un tratto insugherita. Non tirava piú fiato.
– Io… – prese quindi a balbettare, ansimando, – io ci… ci fui io… a… a Calatafimi… a… a Palermo… poi a Milazzo… e in… in Calabria a… a Melito… poi sú, sú fino a… a Napoli… e poi al Volturno…
– Ma come ci fosti? Le prove! Le prove! I documenti! Come ci fosti?
– Aspetta… Io… con… con Stefanuccio… Avevo il somarello…
– Che dici? Che farnetichi? Le medaglie di chi sono? Tue o di tuo fratello? Parla! Questo voglio sapere!
– Sono… Lasciami dire… A Marsala… stavamo lí, al Sessanta, io e Stefanuccio, il mio fratellino… Gli avevo fatto da padre… a Stefanuccio… Aveva appena quindici anni, capisci? Mi scappò di casa, quando… quando sbarcarono i Mille… per seguir Lui, Garibaldi, coi volontarii… Torno a casa; non lo trovo… Allora presi a nolo un somarello… Lo raggiunsi prima a Calatafimi, per riportarmelo a casa… A quindici anni, ragazzino, che poteva fare, cuore mio?… Ma lui mi minacciò che si sarebbe fatto saltar la… la testa, dice, con quel vecchio fucile piú alto di lui che gli avevano dato… se io lo costringevo a tornare indietro… la testa… E allora, persuaso dagli altri volontarii, lasciai in libertà il somarello… che poi mi toccò ripagare… e… e m’accompagnai con loro.
– Volontario anche tu? E combattesti?
– Non… non avevo… non avevo fucile…
– E avevi invece paura?
– No, no… Piuttosto morire che lasciarlo!
– Seguisti dunque tuo fratello?
– Sí, sempre!
E Sciaramè ebbe come un brivido lungo la schiena, e si strinse piú forte il petto con la mano, curvandosi vie piú.
– Ma le medaglie? La camicia rossa? – riprese il Bellone, scrollandolo furiosamente, – di chi sono? Tue o di tuo fratello? Rispondi!
Sciaramè aprí le braccia, senza ardire di levare il capo; poi disse:
– Siccome Stefanuccio non… non se le poté godere…
– Te le sei portate a spasso tu! – compí la frase il Bellone. – Oh miserabile impostore! E hai osato di gabbare cosí la nostra buona fede? Meriteresti ch’io ti sputassi in faccia; meriteresti ch’io… Ma mi fai pietà! Tu uscirai ora stesso dal sodalizio! Fuori! Fuori!
– Mi cacciate di casa mia?
– Ce n’andremo via noi, ora stesso! Fa’ schiodare subito la tabella dalla porta! Ma come, ma come non mi passò mai per la mente il sospetto che, per essere cosí stupido, bisognava che costui Garibaldi non lo avesse mai veduto nemmeno da lontano!
– Io? – esclamò Sciaramè con un balzo. – Non lo vidi? io? Ah, se lo vidi! E gli baciai anche le mani! A Piazza Pretorio, gliele baciai, a Palermo, dove s’era accampato! Le mani!
– Zitto, svergognato! Non voglio piú sentirti! Non voglio piú vederti! Fai schiodare la tabella e guaj a te se osi piú gabellarti da garibaldino!
E il Bellone s’avviò di furia verso la porta. Prima d’uscire, si voltò a gridargli di nuovo:
– Svergognato!
Rimasto solo, Sciaramè provò a levarsi in piedi; ma le gambe non lo reggevano piú; il cuore malato gli tempestava in petto. Aggrappandosi con le mani al tavolino, alla sedia, alla parete, si trascinò sú.
Rorò, nel vederselo comparire davanti in quello stato, gettò un grido; ma egli le fece segno di tacere; poi le indicò il cassettone nella camera e le domandò quasi strozzato:
– Tu… le carte di là… al La Rosa?
– Le carte? Che carte? – disse Rorò, accorrendo a sostenerlo, tutta sconvolta.
– Le mie… i documenti di… di mio fratello… – balbettò Sciaramè appressandosi al cassettone. – Apri… Fammi vedere…
Rorò aprí il cassetto. Sciaramè cacciò una mano con le dita artigliate sul fascetto dei documenti logori, ingialliti, legati con lo spago; e, rivolto alla figliastra con gli occhi spenti, le domandò:
– Li… li hai mostrati tu… al La Rosa?
Rorò non poté in prima rispondere; poi, sconcertata e sgomenta, disse:
– Mi aveva chiesto di vederli… Che male ho fatto?
Sciaramè le si abbandonò fra le braccia, assalito da un impeto di singhiozzi. Rorò lo trascinò fino alla seggiola accanto al letto e lo fece sedere, chiamandolo, spaventata:
– Papà! papà! Perché? Che male ho fatto? Perché piange? che le è avvenuto?
– Va’… va’… lasciami! – disse, rantolando, Sciaramè. – E io che li ho difesi… io solo… Ingrati!… Io ci fui! Lo accompagnai… Quindici anni aveva… E il somarello… alle prime schioppettate… Le gambe, le gambe… Per due, patii… E a Milazzo… dietro quel tralcio di vite… un toffo di terra, qua sul labbro…
Rorò lo guardava, angosciata e sbalordita, sentendolo sparlare cosí.
– Papà… papà… che dice?
Ma Sciaramè, con gli occhi senza sguardo, sbarrati, una mano sul cuore, il volto scontraffatto, non la sentiva piú.
Vedeva, lontano, nel tempo.
Lo aveva seguito davvero, quel suo fratellino minore, a cui aveva fatto da padre; lo aveva raggiunto davvero, con l’asinello, prima di Calatafimi, e scongiurato a mani giunte di tornarsene indietro, a casa, in groppa all’asinello, per carità, se non voleva farlo morire dal terrore di saperlo esposto alla morte, ancora cosí ragazzo! Via! Via! Ma il fratellino non aveva voluto saperne, e allora anche lui, a poco a poco, fra gli altri volontarii, s’era acceso d’entusiasmo ed era andato. Poi, però, alle prime schioppettate… No, no, non aveva desiderato di riavere il somarello abbandonato, perché, quantunque la paura fosse stata piú forte di lui, non sarebbe mai scappato, sapendo che il suo fratellino, là, era intanto nella mischia e che forse in quel punto, ecco, gliel’uccidevano. Avrebbe voluto anzi correre, buttarsi nella mischia anche lui e anche lui farsi uccidere, se avesse trovato morto Stefanuccio. Ma le gambe, le gambe! Che può fare un povero uomo quando non sia piú padrone delle proprie gambe? Per due, davvero, aveva patito, patito in modo da non potersi dire, durante la battaglia e dopo. Ah, dopo, fors’anche piú! quando, sul campo di battaglia, aveva cercato tra i morti e i feriti il fratellino suo. Ma che gioja, poi nel rivederlo, sano e salvo! E cosí lo aveva seguito anche a Palermo, fino a Gibilrossa, dove lo aveva aspettato, piú morto che vivo, parecchi giorni: un’eternità! A Palermo, Stefanuccio, per il coraggio dimostrato, era stato ascritto alla legione dei Carabinieri genovesi, che doveva poi essere decimata nella battaglia campale di Milazzo. Era stato un vero miracolo, se in quella giornata non era morto anche lui, Sciaramè. Acquattato in una vigna, sentiva di tratto in tratto, qua e là, certi tonfi strani tra i pampini; ma non gli passava neanche per la mente che potessero esser palle, quando, proprio lí, sul tralcio dietro al quale stava nascosto… Ah, quel sibilo terribile, prima del tonfo! Carponi, con le reni aperte dai brividi, aveva tentato di allontanarsi; ma invano; ed era rimasto lí, tra il grandinare delle palle, atterrito, basito, vedendo la morte con gli occhi, a ogni tonfo.
Li conosceva dunque davvero tutti gli orrori della guerra; tutto ciò che narrava, lo aveva veduto, sentito, provato; c’era stato insomma davvero, alla guerra, quantunque non vi avesse preso parte attiva. Ritornato in Sicilia, dopo la donazione di Garibaldi a Re Vittorio del regno delle Due Sicilie, egli era stato accolto come un eroe insieme col fratellino Stefano. Medaglie, lui, però, non ne aveva avute: le aveva avute Stefanuccio; ma erano come di tutt’e due. Del resto, lui non s’era mai vantato di nulla: spinto a parlare, aveva sempre detto quel tanto che aveva veduto. E non avrebbe mai pensato di entrare a far parte della Società, se quella maledetta sera lí non ve lo avessero quasi costretto, cacciato in mezzo per forza. Dell’onore che gli avevano fatto e di cui egli alla fin fine non si sentiva proprio immeritevole, giacché per la patria aveva pure patito e non poco, s’era sdebitato ospitando gratis per tanti anni la Società. Aveva indossato, sí, la camicia rossa del fratello e si era fregiato il petto di medaglie non propriamente sue; ma, fatto il primo passo, come tirarsi piú indietro? Non aveva potuto farne a meno, e s’era segretamente scusato pensando che avrebbe cosí rappresentato il suo povero fratellino in quelle feste nazionali, il suo povero Stefanuccio morto a Digione, lui che se le era ben guadagnate, quelle medaglie, e non se le era poi potute godere, nelle belle feste della patria.
Ecco qua tutto il suo torto. Erano venuti i nuovi garibaldini, avevano litigato coi vecchi, e lui c’era andato di mezzo, lui che li aveva difesi, solo contro tutti. Ah, ingrati! Lo avevano ucciso.
Rorò, vedendogli la faccia come di terra e gli occhi infossati e stravolti, si mise a chiamare ajuto dalla finestra.
Accorsero, costernati, ansanti, alcuni del vicinato.
– Che è? che è?
Restarono, alla vista di Sciaramè, là sulla seggiola, rantolante.
Due, piú animosi, lo presero per le ascelle e per i piedi e fecero per adagiarlo sul lettuccio. Ma non lo avevano ancora messo a giacere, che…
– Oh! Che?
– Guardate!
– Morto?
Rorò rimase allibita, con gli occhi sbarrati, a mirarlo. Guardò i vicini accorsi; balbettò:
– Morto? Oh Dio! Dio! Morto?
E si buttò sul cadavere, poi, in ginocchio, a piè del letto, con la faccia nascosta, le mani protese:
– Perdono, papà mio! Perdono!
I vicini non sapevano che pensare. Perdono? Perché? Che era accaduto? Ma Rorò parlava di certe carte, di certi documenti… che ne sapeva lei? Fu strappata dal letto e trascinata nell’altra camera. Alcuni corsero a chiamare il Bellone, altri rimasero a vegliare il morto.
Quando il presidente della Società dei Reduci, col Navetta, il Nardi e gli altri socii, sopravvenne, fosco e combattuto, Carlandrea Sciaramè sul suo lettuccio era parato con la camicia rossa e le sette medaglie sul petto.
I vicini, vestendo il povero vecchio, avevano creduto bene di fargli indossare per l’ultima volta l’abito delle sue feste. Non gli apparteneva? Ma ai morti non si sogliono passare, sulle lapidi, tante bugie, peggiori di questa? Là, le medaglie! Tutt’e sette sul cuore!
Pum, pum, pum, il Navetta, con la sua gamba di legno, gli s’accostò, aggrondato; lo mirò un pezzo; poi si voltò ai compagni e disse, cupo:
– Gli si levano?
Il Bellone, che s’era ritratto con gli altri in fondo alla camera, presso la finestra, a confabulare, lo chiamò a sé con la mano, si strinse nelle spalle e confermò il pensiero di quei vicini, brontolando:
– Lascia. Ora è morto.
Gli fecero un bellissimo funerale.