Luigi Pirandello – Giustino Roncella nato Boggiolo

CAPITOLO PRIMO

IL BANCHETTO

Da quindici giorni Attilio Raceni, direttore della rassegna femminile Le Grazie, scontava con infinite noje, arrabbiature e dispiaceri d’ogni genere una sua gentile idea: quella di salutare con un banchetto la giovane e già illustre scrittrice Silvia Roncella, venuta da poco tempo col marito a stabilirsi da Taranto a Roma.
Partendo l’invito da una rassegna come la sua, la quale, piú che a una qualche reputazione letteraria, aspirava a esser considerata òrgano della mondanità intellettuale romana, e mirando quell’invito nella sua intenzione, non tanto a rendere onore alla scrittrice quanto a mostrar viva la rassegna con un atto di pura cortesia fuori d’ogni competizione letteraria, non s’aspettava da parte dei letterati colleghi della Roncella, dei critici piú autorevoli della letteratura contemporanea nei grandi giornali quotidiani e, in genere, degli amici giornalisti, tanti tentennamenti e “ma” e “se” e “forse”, ombrosità, riserve, anche recisi e sgarbati rifiuti, che gli avevano rappresentato la letteratura militante in Italia come una meschina pettegola farmacia di villaggio; e piú d’una volta aveva sospirato per l’amara considerazione che un’idea come la sua ben altre accoglienze avrebbe avute certamente a Parigi, dove in parte il comune orgoglio nazionale (sia benedetto!) in parte quella piú diffusa e sentita cognizione delle cose ordinarie del viver civile, che affievolisce risentimenti e gelosie pur non impedendo la stima particolare che ciascuno in segreto può fare dell’altro, consigliano di non negare onore a chi per giudizio ormai universale se lo sia comunque meritato; come a lui pareva che fosse il caso della Roncella, dopo il grande successo del romanzo La casa dei nani.
Lo confortava la fervida adesione del senatore Romualdo Borghi che era stato del resto il vero padrino della fama di Silvia Roncella. Nell’antica autorevolissima rassegna La vita italiana il Borghi aveva accolto infatti le prime novelle, i primi racconti della giovanissima scrittrice. C’era poi la promessa di partecipazione, se non proprio sicura molto probabile, di Maurizio Gueli, l’insigne maestro da tutti rispettato forse per il fatto che da circa dieci anni, vale a dire dal suo ultimo libro Favole di Roma, né sollecitazioni d’amici né ricche profferte di editori riuscivano a smuoverlo dal silenzio in cui s’era chiuso.
Piú delle opere, che non avevano mai avuto in verità molti lettori, questo silenzio e la vita appartata e schiva ch’egli conduceva, quasi tutto l’anno relegato nella malinconica villa di Monteporzio presso Roma, gli meritavano, a detta dei maligni, il rispetto anche da parte d’una certa accolta di giovani letterati, i quali, macerandosi nella nobilissima ambizione di far cose grandi e comunque nuove che reggessero al paragone delle antiche nostre, o moderne straniere secondo un loro gusto particolare, o preferivano non far niente, o se qualche cosa intanto facevano, piccola, a modo d’assaggio o di studio, per l’animo stesso con cui la facevano, doveva dar loro ambasce crudelissime d’insoddisfazione, delle quali s’alleviavano e sfogavano tramutandole in un superiore disdegno contro chiunque s’arrischiava a fare quanto poteva, senz’affanno, non solo, ma anzi con allegra spensieratezza.
Il guajo per il Raceni era questo: che alcuni di tali giovani (non piú tanto giovani) degnissimi certo di considerazione ma troppo difficoltosi, in luogo di combattere le loro battaglie in private rassegnine da leggersi tra di loro, erano riusciti da qualche tempo a trovar posto nei maggiori fogli politici quotidiani d’Italia, i quali, santo cielo, non si rivolgevano solamente ai pochi letterati di professione ma a ogni specie di lettori: e di là seminavano il discredito sulla grama letteratura italiana contemporanea, che in fondo, se di piú non sapeva, pur quanto poteva dare, dava.
Ora il marito della Roncella gli s’era tanto raccomandato perché a quella “fraterna àgape letteraria” com’egli bellamente l’aveva chiamata nell’ultimo fascicolo de Le Grazie, tutti i quotidiani piú in vista fossero rappresentati dai loro redattori letterari; e, proprio da costoro, aveva avuto i rifiuti piú recisi e sdegnosi. Ma sperava ancora d’indurre a venire altri redattori di quegli stessi giornali, di piú facile contentatura. E poi, e poi voleva comporre attorno alla Roncella una magnifica corona di belle dame, amiche e collaboratrici de Le Grazie.
Fin dalla nascita era quasi predestinato e votato alla letteratura femminile. Perché sua “mammà”, Teresa Raceni-Villardi, era stata un’esimia poetessa, e in casa di “mammà” convenivano tante scrittrici, alcune già morte, altre adesso attempatelle, su le cui ginocchia poteva dire quasi quasi d’esser cresciuto. E dei loro vezzi e delle loro carezze gli era rimasta come una levigatura indelebile in tutta la persona, quasiché quelle mani lievi e delicate, lisciandolo, lisciandolo, lo avessero composto per sempre in quella sua ambigua beltà artificiale, per cui, se si umettava le labbra con la punta della lingua, se s’inchinava sorridente ad ascoltare, se si rizzava sul busto se volgeva il capo o si ravviava i capelli, mosse, gesti, aria atteggiamenti erano piú da donna che da uomo.

Presa sotto braccio la busta di cuojo, dove, tra articoli e bozze di stampa della rassegna, aveva ficcato un fascio di carte che si riferivano al banchetto, s’avviava verso la casa di Dora Barmis, sapientissima consigliera dalle colonne de Le Grazie alle signore e signorine italiane della bellezza e di tutte le raffinatezze intellettuali, quand’ecco, verso Piazza Venezia, un clamor confuso, lontano, e un corri corri di gente.
Costernato, s’accostò in via San Marco a un grosso mercante di stoviglie d’alluminio che, sbuffando, tirava giú le bande su le vetrine della bottega.
– Perché? Cos’è?
– Mah, dice… non so, – grugní quello in risposta, senza voltarsi.
Uno spazzino, seduto tranquillamente su una stanga del carretto con la giornata in ispalla a mo’ di bandiera e un braccio a contrappeso sul bastone di essa, si cavò la pipetta di bocca; sputò; disse:
– Ciarifanno.
Il Raceni si voltò a guardarlo.
– Dimostrazione? E perché?
– Cani! – gridò il mercante panciuto, rizzandosi, ansante e paonazzo.
Stava sdrajato sotto il carretto dello spazzino un vecchio cane spelato, con gli occhi tra le cispe socchiusi; al “Cani!” del mercante levò appena il capo dalle zampe senza schiudere gli occhi, solo raggrinzando un po’ le orecchie. Dicevano a lui? S’aspettava un calcio. Il calcio non venne; dunque non dicevano a lui. E si ricompose a dormire, mentre un turbine di fischi si levava dalla prossima piazza e, subito dopo, un urlío che arrivava al cielo.
Il tumulto vi doveva esser grande.
Il Raceni s’avviò di fretta. Bell’affare se non si passava! Come se fossero pochi i pensieri, le noje, le cure per quel maledettissimo banchetto, ecco qua, ci voleva ora quest’altro impedimento della canaglia che reclamava per le vie di Roma qualche nuovo diritto. E, santo cielo, s’era d’aprile e faceva una bellissima giornata!
Davanti a Piazza Venezia il volto gli s’allungò, come se un filo interno tutta un tratto glielo tirasse. Lo spettacolo violento gli riempí la vista e lo tenne lí un pezzo a bocca aperta, sopraffatto e compreso.
La piazza rigurgitava di popolo. I cordoni dei soldati erano all’imboccatura di via del Plebiscito e del Corso. Parecchi dimostranti s’erano arrampicati sul tram d’aspetto e di là urlavano a squarciagola:
– Morte ai traditorííí!
– Mortèèè!
Nel dispetto rabbioso contro tutta quella feccia dell’umanità che non voleva starsi quieta, gli sorse d’improvviso il proposito disperato d’attraversare a furia di gomiti la piazza. Se vi fosse riuscito, avrebbe pregato l’ufficiale che stava di guardia al Corso, che lo facesse passare per favore. Ma sí! Tutta un tratto, dal mezzo della piazza:
– Pè, pè-pèèèè!
La tromba. Il primo squillo. Scompiglio, serra serra: molti, sospinti dalla piena nel forte del tumulto, volevano sguizzare e bàttersela, ma non potevano far altro che divincolarsi rabbiosamente, presi com’erano, pigiati e incalzati tutt’intorno da altri a ridosso, mentre i piú facinorosi, concitando, volevano rompere la calca, o meglio, cacciarsela davanti, tra fischi e urli piú tempestosi di prima:
– Via! Avantííí!
– Sforziamo i cordonííí!
E la tromba, di nuovo:
– Pè, pè-pèèèè!
D’improvviso, senza saper come, Attilio Raceni, soffocato, pesto, boccheggiante come un pesce, si ritrovò rimbalzato al Foro Trajano in mezzo alla folla fuggiasca e delirante.
Gli sembrò che la Colonna vacillasse.
Dove riparare? Per dove prendere?
Poiché il grosso della folla s’avventava sú per Magnanapoli, pensò di scappare per la salita delle Tre Cannelle; ma intoppò anche lí nei soldati che già si disponevano in cordone per Via Nazionale.
– Non si passa!
– Senta, per favore, io dovrei…
Una spinta furiosa gli troncò la spiegazione, facendolo schizzar col naso sulla faccia dell’ufficiale. Questi, furibondo lo respinse subito indietro con un pugno nello stomaco; ma un nuovo violentissimo spintone lo scaraventò tra i soldati che cedettero all’impeto.
Rimbombò tremenda dalla piazza una scarica di fucili.
E Attilio Raceni, tra la folla impazzita dal terrore si trovò perduto in mezzo alla cavalleria sopravvenuta di corsa, forse da piazza della Pilotta. Via, via con gli altri a gambe levate inseguito dai cavalli, tra tutta quella torma di bruti in fuga.
S’arrestò, che non tirava piú fiato, all’imboccatura di Via Quattro Fontane.
– Vigliacchi! Farabutti! – gridava tra i denti, svoltando per quella via; e quasi piangeva dalla rabbia, pallido e stravolto; e si tastava le costole, i fianchi, e tremava tutto e cercava di rassettarsi gli abiti addosso, per toglier via subito ogni traccia della violenza patita e della fuga che l’avviliva di fronte a se stesso.
– Vigliacchi! Farabutti!
Si voltò a guardare indietro, se mai qualcuno lo vedesse in quello stato.
Sissignori, un vecchietto. Eccolo lí. Affacciato alla finestra d’un mezzanino, se lo stava a godere, e dal piacere che provava nel vederlo cosí tutto rimescolato, persino si grattava sul mento la barbetta gialliccia.
Il Raceni abbassò subito gli occhi. Ma, guardandosi le mani, s’accorse d’aver perduto nella fuga la busta di cuojo.
– Oh Dio!
Come avrebbe fatto ora a rammentarsi di tutti coloro che aveva invitati al banchetto? di coloro che avevano aderito o s’erano scusati di non potervi partecipare? E le bozze? E gli articoli?
D’un tratto, nella cresciuta agitazione, diventata prima smarrimento e ora rabbia, si sovvenne del vecchietto che stava a goderselo dalla finestra del mezzanino. Si voltò di nuovo a guardarlo. E sissignori, eccolo ancora là che rideva, rideva…
– Cretino! – gli gridò; e si mise a salire in fretta per poi scendere a via Sistina, dove Dora Barmis abitava in quattro stanzette d’una vecchia casa dal tetto basso basso e quasi buje.

Piaceva a Dora Barmis far sapere a tutti ch’era povera; e tutti lo credevano, sorridendo intanto agli abiti che le ammiravano addosso, squisitamente capricciosi. Il salottino ch’era anche scrittojo, l’alcova, la saletta da pranzo e quella d’ingresso erano, come la padrona, addobbati alla bizzarra, e certo non poveramente.
Divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, bruna, agile, pieghevole, dagli occhi bistrati violentemente, la voce un po’ rauca, dimostrava con tutte le mosse del corpo e gli sguardi e i sorrisi come e quanto conoscesse l’arte di svegliare e irritare i piú raffinati e veementi desiderii maschili. Rideva poi come una pazza, quando li vedeva fiammeggiare ben svegli in certi occhi; ma ancor piú forse rideva quando certi altri occhi vedeva invece illanguidirsi nella promessa d’un sentimento duraturo.
Il Raceni la trovò nel salottino, in una bella vestaglia giapponese ampiamente scollata, presso una piccola scrivania di ghisa nichelata, intenta a leggere un nuovo romanzo francese.
– Povero Attilio, povero Attilio, – gli disse dopo aver tanto riso al racconto dell’ingrata avventura. – Sedete. Che posso offrirvi per sedarvi lo spirito esagitato?
E cosí gonfiando le parole, lo guardò con aria di benevola canzonatura, strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul collo nudo provocante.
– Nulla? Proprio nulla? Del resto, sapete? state bene cosí: un po’ scomposto. Ve l’ho sempre detto: una… una nuance di brutalità v’andrebbe a maraviglia. Ma giú, giú quella mano, in nome di Dio! Sempre tra i capelli. L’avete bella, lo sappiamo!
– Per favore, Dora! – sbuffò il Raceni.- Non ne posso piú! Sono cosí esasperato!
Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani sulla scrivania e rovesciandosi indietro.
– Per il banchetto? – poi disse. – Ma dunque proprio? Mentre i miei fratelli proletarii reclamano…
– Non scherziamo, vi prego, Dora, o me ne vado! – minacciò il Raceni.
La Barmis si levò in piedi.
– Vi pare ch’io scherzi? Vi dico sul serio. Non mi affannerei tanto, se fossi in voi. Silvia Roncella… ma prima di tutto ditemi com’è: mi muojo dalla curiosità di conoscerla. Ancora non riceve?
– Eh no! Non hanno ancora trovato casa, poverini. La vedrete al banchetto.
– Datemi un po’ di fuoco, e poi rispondetemi francamente.
Accese la sigaretta, chinandosi e scoprendo tutto il seno attraverso la scollatura, nel protendere il volto verso il fiammifero. Poi, tra il fumo, domandò:
– Ne siete già innamorato?
– Siete matta? – scattò il Raceni. – Non mi fate arrabbiare.
– Bruttina, allora?
Il Raceni non rispose. Accavalciò una gamba su l’altra; alzò la faccia al soffitto; chiuse gli occhi.
– Ah no, caro!- esclamò la Barmis.- Cosí non ne facciamo niente. Siete venuto da me per ajuto; dovete prima soddisfare la mia curiosità.
– Ma scusatemi! – tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi. – Mi fate certe domande!
– Ho capito, – disse allora la Barmis. – Qui sta tra due: o ne siete davvero innamorato, o dev’essere bruttina sul serio. Sú via, rispondete: come veste? Male, senza dubbio.
– Maluccio. Inesperta, capirete.
– Capito, capito. Diciamo, se non vi dispiace, un’anatroccola arruffata. Aspettate, – aggiunse poi, accostandoglisi. – Vi casca la spilla… Uh, e come vi siete annodata codesta cravatta?
– Mah, – fece il Raceni. – Tra quel…
S’interruppe. Il volto di Dora gli stava troppo vicino. Intenta a riannodargli la cravatta, si sentí guardata. Quand’ebbe finito, gli diede un biscottino sul naso e, sorridendogli d’un sorriso indefinibile:
– Dunque? – gli domandò. – Dicevamo… ah, la Roncella! Non vi piace anatroccola? Scimmietta, allora.
– V’ingannate, – rispose il Raceni. – È bellina, v’assicuro. Poco appariscente, forse; ma ha certi occhi!
– Neri?
– No, chiari, soavissimi. E un sorriso molto intelligente. Dev’esser buona, tanto!
Dora Barmis lo investí:
– Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei nani non può essere buona, ve lo dico io.
– Eppure…
– Ve lo dico io! Quella lí, caro, dev’aver dentro uno spirito affilato come un pugnale. No. Piuttosto come un rasojo. E dite un po’, è vero che ha un porro peloso qua, sul labbro?
– Un porro?
– Peloso, qua.
– Non me ne sono accorto. Ma no, chi ve l’ha detto?
– Me lo sono immaginato. Per me, la Roncella deve avere un porro peloso sul labbro. Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le sue cose. E dite: il marito? Com’è il marito?
– Lasciatelo perdere! – rispose impaziente il Raceni. – Parliamo sul serio, adesso, vi prego.
– Del banchetto? Sentite: la Roncella, caro, non è piú per noi. Troppo, troppo alto ormai ha spiccato il volo la vostra colombella: ha valicato le Alpi e il mare; andrà a farsi il nido lontano lontano, con molte pagliuzze d’oro, nelle grandi riviste di Francia, di Germania, d’Inghilterra. Come volete che deponga piú qualche ovetto azzurro, sia pur piccolo piccolo cosí, su l’ara delle nostre povere Grazie?
– Ma che ovetti! che ovetti! – fece, scrollandosi, il Raceni.- Né ovetti di colomba, né uova di struzzo. Non scriverà piú per nessuna rivista, la Roncella. Si darà tutta al teatro.
– Al teatro? Ah sí? – esclamò la Barmis, incuriosita.
– Mica a recitare! Non ci mancherebbe altro! A scrivere.
– Per il teatro?
– Già. Perché il marito…
– Ah giusto! il marito! Come si chiama?
– Boggiòlo.
– Sí sí, ricordo, Boggiòlo. E scrive anche lui, Boggiòlo?
– Eh altro! All’archivio notarile.
– Oh Dio! Notajo?
– Archivista. Bravo giovane. Basta, vi prego. Voglio uscire al piú presto da questa briga. Avevo con me la lista degli invitati, e quei cani… Ma vediamo un po’ di rifarla. Scrivete. Oh, sapete che il Gueli ha aderito? È la prova piú certa ch’egli stima davvero la Roncella, come dicevano.
Dora Barmis rimase un po’ assorta a pensare; poi disse:
– Non capisco. Il Gueli… Mi pare cosí diverso!
– Non discutiamo, – troncò il Raceni. – Scrivete: Maurizio Gueli.
– Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi. Poi?
– Il senatore Borghi.
– Ha accettato?
– Eh, perbacco, presiederà! Scrivete: donna Francesca Lampugnani.
– La mia simpatica presidentessa, sí, sí. Cara, cara, cara!
– Donna Maria Rosa Borné-Laturzi, – seguitò a dettare il Raceni.
– Oh Dio! – sbuffò la Barmis. – Quell’onesta gallina faraona?
– È decorativa, scrivete. Poi: Filiberto Litti.
– Di bene in meglio! – approvò la Barmis. – L’archeologia accanto all’antichità! E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine del Foro?
– Già, a proposito! – esclamò il Raceni. – Dobbiamo ancora stabilire il luogo, e se di sera o di mattina.
– Di sera? No! Siamo in primavera. Bisogna farlo di giorno, in un bel posto, fuori. Aspettate: al Castello di Costantino. Ecco. Delizioso. Nella sala vetrata, con tutta la campagna davanti… i monti Albani… i Castelli… e poi, di fronte, il Palatino… Sí, sí, là! Sarà un incanto! Senz’altro!
– Vada per il Castello di Costantino, – disse il Raceni. – Andremo insieme domani, se non vi dispiace, a dare le ordinazioni. Saremo, credo, una trentina. Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato…
– Chi è Giustino?
– Ma il marito, ve l’ho detto, Giustino Boggiòlo, santo cielo! Mi si è tanto raccomandato per la stampa. Vorrebbe molti giornalisti. Ho invitato il Lampini.
– Ah, Ciceroncino, bravo!
– E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Barduzzi, Centanni, Federici e quello… come si chiama? della Capitale…
– Mola?
– Mola. Segnateli. Ci vorrebbe qualche altro un po’ piú… un po’ piú… Venendo il Gueli, capirete… Per esempio, Casimiro Luna.
– Aspettate, – disse la Barmis. – Se viene donna Francesca Lampugnani, non sarà difficile trascinare il Betti.
– Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, non avete visto?
– Meglio, anzi! Invitatelo. Ne parlerò poi io a donna Francesca. Quanto a Miro Luna non dispero di trascinarlo con me.
– Fareste felice il Boggiòlo, felice addirittura! Oh, segnate intanto l’onorevole Carpi, e quello zoppetto, il poeta…
– Ah, Zago, sí! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L’amo, sapete? Guardate lí il ritratto. Me lo son fatto dare. Non vi sembra Leopardi con gli occhiali?
– Faustino Toronti, – seguitò a dettare il Raceni.- E il Jàcono…
– No!- gridò Dora Barmis, scaraventando la penna.- Avete invitato anche Raimondo Jàcono, quell’odiosissimo napoletanaccio? Non vengo piú io, allora! Jettatore! Jettatore! Toccate ferro, per carità!
– Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno, – rispose dolente il Raceni. – Era con lo Zago… Invitando l’uno, ho dovuto invitare anche l’altro.
– E allora io vi impongo Flavia Morlacchi, – disse la Barmis. – Qua: Fla-vi-a Morlacchi. Staranno bene insieme. Il cane e la gatta.
– Speriamo che non tornino a mordersi e a sgraffiarsi!
Rileggendo, poco dopo, la lista, s’indugiarono tutte due a far girare come una mola d’arrotino questo o quel nome per il gusto di affilare il taglio, ancora un po’, alla loro lingua che non ne aveva bisogno. Tanto che alla fine un moscone, che se ne stava quieto a dormire tra le pieghe d’una portiera, si destò e con molto slancio volle entrar terzo nella conversazione. Ma Dora mostrò d’averne terrore, piú che ribrezzo, e prima s’aggrappò al Raceni, stringendoglisi forte contro il petto, cacciandogli i capelli odorosi sotto il mento; poi scappò a chiudersi nell’alcova, gridando dietro l’uscio che non sarebbe rientrata, se lui prima non faceva andar via per la finestra o non uccideva quell’orribile bestia.
– Ve la lascio qua, e me ne vado – le disse placidamente il Raceni, prendendo la nuova lista dalla scrivania.
– No, per carità, Raceni! – scongiurò Dora di là.
– E allora aprite!
– Ecco, apro, ma voi… oh! che fate? No! Entra il moscone, Dio, Raceni!
– E fate presto!
Attraverso lo spiraglio le due bocche s’erano congiunte e lo spiraglio a mano a mano s’allargava, quando dalla via s’intesero gli strilli di parecchi giornalai:
– Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritííí! Lo scontro con la truppààà! L’eccidio di Piazza Navonààà!
Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio:
– Sentite? Quattro morti… Ma perdio! non hanno proprio da fare costoro? E ci potevo essere anch’io là in mezzo, pensate!

Dei trenta che dovevano partecipare al banchetto sú al Castello di Costantino solo cinque a mezzogiorno erano venuti, che si pentivano in segreto della loro puntualità, temendo potesse parere soverchia premura o troppa degnazione.
Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e anche drammaturga. Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano lasciata in disparte. Erano il vecchio professore d’archeologia e poeta dimenticato Filiberto Litti, il novelliere piacentino Faustino Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere napoletano Raimondo Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d’un piede. Stavano tutte cinque nel terrazzo, davanti la sala vetrata.
Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un pajo d’enormi orecchie carnose e paonazze parlava, balbutendo un po’, delle rovine del Palatino come di cosa sua. Faustino Toronti ormai vecchiotto anche lui, cosí che non pareva, sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti ritinti, fingeva d’ascoltarlo. Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi e guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca limpidezza di quel dolcissimo giorno d’aprile tutto il verde paese che si scopriva di là.
Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con un vecchio pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo; aveva posato su la cimasa una mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di colori:
– Che incanto! Come è bello questo sole! Che vista!
– Già… già… – masticò il Jàcono. – Molto bello. Non svenire. Peccato che…
– Quei monti là… guarda, fragili, quasi… sono ancora gli Albani?
– Gli Appennini o gli Albani… domandalo al professor Litti, che è archeologo.
– E… e che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con… con l’archeologia? – domandò un po’ risentito il Litti.
– Professore, voi che dite!- esclamò il napoletanaccio. – Monumenti della natura, della piú venerabile antichità. Altro che le fesseríe degli uomini andate a male! Peccato che… dicevo… sono le dodici e mezzo, ohé! Ho fame io.
La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto. Gonfiava in silenzio, ma si fingeva incantata anche lei, come lo Zago, dello stupendo paesaggio. Gli Appennini o gli Albani? Non lo sapeva neanche lei. Ma che importava il nome? Nessuno come lei, piú di lei, sapeva intenderne l'”azzurra” poesia. E domandò a se stessa se la parola colombario… austero colombario, avrebbe reso bene l’immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi d’ombra dello spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti ancora là, sul colle, allo spettacolo della verde vita maliosa di questo Aprile d’un tempo lontano.

Di questo Aprile d’un tempo lontano…

Bel verso! Languido…
E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi le grosse pàlpebre.
Aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d’una bella immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi piú, ora, d’essersi abbassata a fare onore a quella Silvia Roncella, tanto piú giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta e digiuna affatto di poesia.
Volse, cosí pensando, con atto di sdegno la faccia ruvida, in cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d’anelli per palparsi lievemente su la fronte il crine che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl’ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro. Ma per comporre aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva piú domandare a uno che dichiarava d’aver fame davanti a uno spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui di un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo stralungo riparato da un solino alto per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investí con voce stridula:
– Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodí; a momenti è il tocco; non si vede nessuno…
Il Lampini s’inchinò, aprí le braccia, si volse sorridendo agli altri quattro e disse:
– Scusi, ma che c’entro io, signora mia?
– Voi non centrate, lo so, – riprese la Morlacchi. – Ma il Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto…
– Ar…archi…architriclino, già, – corresse timidamente con la lingua imbrogliata, ponendosi una mano davanti la bocca, il Lampini, e guardando l’archeologo professor Litti per fargli vedere che lo sapeva.
– Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra. Non è piacevole, ecco.
– Ha ragione, non è piacevole; ma io sono qua un invitato come lei, signora. Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringere la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono. Non conosceva lo Zago.
– Sono venuto in vettura, io, anzi, temendo di far tardi, – annunziò. – Ma già viene qualche altro. Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il Betti e anche la Barmis con Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov’era già apparecchiata la lunga tavola adorna di molti fiori e con una fronda d’edera serpeggiante tutt’in giro; poi si rivolse alla Morlacchi, dolente ch’ella se ne stésse là in disparte, e disse:
– Ma la signora, scusi, non potrebbe?…
Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
– Di’, Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, codesta Roncella?
– No. Tant’è vero che non mi ficco affatto. Non ho avuto ancora il piacere e l’onore…
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla Morlacchi.
– Molto giovane? – domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa.
– Ventiquattr’anni, dicono, – rispose Faustino Toronti.
– Fa anche versi? – tornò a domandare il Litti, stirandosi e guardandosi l’altro baffo, adesso.
– No, per fortuna! – gridò il Jàcono. – Professore, voi ci volete tutti morti! Un’altra poetessa in Italia? Di’ di’, Lampini, e il marito?
– Sí, il marito sí, – disse il Lampini. – È venuto la settimana scorsa in redazione per avere una copia del giornale con l’articolo di Betti su La casa dei nani.
– E come si chiama?
– Il marito? Non lo so.
– Mi par d’aver inteso Bòggiolo, – disse il Toronti.- O Boggiòlo. Qualcosa cosí.
– Grassottino, belloccio, – aggiunse il Lampini, – occhiali d’oro, barbetta bionda, quadra. E deve avere una bellissima calligrafia. Si vede dai baffi.
I quattro risero. Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, tirando un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall’incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il suo bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po’ languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell’abito, come nella prosa de suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere tutte insomma del… no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna erano venuti unicamente per far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura femminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto. Appartenevano al fior fiore del giornalismo, tra diplomatico e mondano, genere particolare, e non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati. Il Betti lo dava a divedere chiaramente; Casimiro Luna, invece, piú gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis. Passando per l’andito, aveva dato della gran toppa del Castello di Costantino e dell’enorme chiave di cartone, esposte lí per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva scandalizzata, e aveva già chiesto ajuto alla Marchesa, e ora, in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
– Ma io vi trovo abominevole, – protestava, – abominevole, Luna! Che è questo continuo, odioso persifflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, s’accostò dopo quello sfogo alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci arguzie del “terribile” Luna.
Il Litti, seguitando a stirarsi ora questo ora quel baffo e ora il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vieppiú le grosse orecchie carnose. Pensava che tutti costoro vivevano a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, fatua e bastarda. Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche. Che visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè, i salotti dei palazzi o i saloni dei grandi alberghi, le sale da tè, le redazioni dei giornali. Erano come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere; vie e case che avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola. Quando piú angusta era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo; ora, allargata la cerchia, eccola là, la nuova Roma. E Filiberto Litti si stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, piú o men chiomati, aspiranti alla gloria, erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi, in cui la malizia pareva vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che s’aggirava tra tanta gioventú non curato. Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza. Ora si sentiva già entrato nella storia, e non cantava piú. Era però rimasto zazzeruto e con molta forfora sul bavero della vecchia redengote.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto sospirò e disse piano:
– Chi sa dov’ha lasciato la chitarra…
– Cariolin Cariolin! – gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due violette all’occhiello e la caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani. Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciare la mano alle signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da per tutto, in tutti i salotti piú in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da per tutto accolto con festa; non si sapeva perché. Non rappresentava nulla, e tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert’aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato conferenziere Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma. La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un’ottima madre di famiglia. Non ammetteva che la poesia, l’arte in genere, dovesse servire di scusa al mal costume. Per cui non salutò né la Barmis né la Morlacchi, salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciare la mano da Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva. Ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto; e questa costernazione gli impediva di pensare. Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio. Tito Lampini saltellava da un crocchio all’altro, per ridire, sorridendo con la mano davanti la bocca, qualche frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta qua e là, come se fosse venuta a lui lí per lí.
C’erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna. E quelli invidiavano questi, non perché ne avessero stima ma perché sapevano che alla fine la sfrontatezza trionfa. Essi li avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo timidi, e per non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare altrettanto.
Sconcertava tutti un lanternone squallido, biondissimo, con gli occhiali azzurri a staffa, i capelli lunghi sul lunghissimo collo. Portava sulla finanziera una mantelletta grigia; piegava quel collo di cicogna di qua e di là e si scarniva le unghie con le dita irrequiete. Era evidentemente uno straniero: svedese o norvegese. Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e tutti lo guardavano con stupore e ribrezzo.
Vedendosi guardato cosí, forse con l’intenzione di sorridere, mostrava certi lunghi denti da morto, spaventosi.
Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quella macabra apparizione. Dove mai era andato a dissotterrarla il Raceni?
La Barmis domandò al Luna che cosa pensasse della Roncella.
– Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei.
– E avete torto, – disse donna Francesca Lampugnani sorridendo.- V’assicuro, Luna, avete torto.
– Ne… neanch’io veramente, – soggiunse il Litti. – Ma… mi pare che tutta questa fama impro… improvvisa… Almeno per quel che n’ho sentito dire…
– Già, – fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa sprezzatura signorile. – Le manca un pochino troppo la forma…
– Ignorantissima! – proruppe Raimondo Jàcono.
– Ecco, – disse allora Casimiro Luna. – Io l’amo forse per questo.
Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma, sorrise nella grinta caprigna, lasciandosi cadere dall’occhio il monocolo; si passò una mano sui capelli grigi crespi e disse piano:
– Ma offrirle un banchetto, non vi pare un pochino troppo, via?
Come dire che a Milano non l’avrebbero fatto.
– Un banchetto, sí, Dio mio, che male c’è? – domandò donna Francesca Lampugnani.
– Intanto s’improvvisa una fama! – sbuffò di nuovo il Jàcono.
– Uhhh! – fecero tutti.
E il Jàcono, acceso:
– Ne parleranno tutti i giornali!
– E poi? – fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi nelle spalle.
La conversazione tutta un tratto s’accese. Si misero tutti a parlare della Roncella, come se ora soltanto si ricordassero d’essere convenuti là per lei. Nessuno se ne dichiarava ammiratore convinto. Qua e là qualcuno le riconosceva qualche qualità, una tal quale penetrazione strana, per la cura forse troppo minuziosa, miope anzi, dei particolari, e qualche atteggiamento nuovo e un certo sapore insolito nelle narrazioni. Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo rumore intorno alla Casa dei nani che, sí, forse era un romanzo notevole, affermazione d’un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi quel capolavoro che s’era voluto proclamare. Strano, a ogni modo, che avesse potuto scriverlo una giovinetta vissuta finora quasi fuori d’ogni pratica del mondo, laggiú a Taranto. C’era fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita.
– Ha sposato da poco?
– Da uno o due anni, dicono.
Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti, perché sul terrazzo si presentavano il senatore Romualdo Borghi, direttore della Vita Italiana, già ministro della pubblica istruzione, e Maurizio Gueli. I due stavano male insieme. Piccolo e tozzo, il Borghi, coi capelli lunghi e la faccia piatta, cuojacea, da vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, dall’aria ancora giovanile, non ostanti i capelli bianchi che contrastavano col bruno caldo del volto maschio, austero.
Il banchetto assumeva ora, con l’intervento del Gueli e del Borghi, una grande importanza.
Non pochi si maravigliarono che il Maestro fosse venuto ad attestare di presenza alla Roncella la stima in cui già a qualcuno aveva dichiarato di tenerla. Si sapeva ch’era molto affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per invidia, prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno quasi una consacrazione ufficiale; altri si sentivano piú alleggeriti. Essendo venuto il Gueli, via, potevano venire anche loro.
Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era un’indecenza! Lasciar tutti cosí ad aspettare; e lí il Gueli e il Borghi smarriti fra gli altri, senza qualcuno che li accogliesse.
– Eccoli! eccoli! – annunziò accorrendo il Lampini ch’era sceso giú a vedere. – Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono!
– C’è il Raceni?
– Sí, con la Roncella e il marito. Eccoli!
Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso l’entrata del terrazzo.
Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con la vista intorpidita dall’interna agitazione.
Subito tra i convenuti che si scostavano per farla passare si propagò un susurrío fitto fitto di commenti: – Quella? – Piccola! – Veste male… – Begli occhi! – Dio che cappello! – Poverina, soffre! – Magrolina! – È proprio brutta! – No, perché? ora che sorride, è graziosa. – Timida timida… – Bellina, eh? – Pare impossibile! – Vestitela bene, pettinatela bene, e poi vedrete! – Oh, dire che sia bella, non si potrebbe dire! – È tanto impacciata, poverina! – Impacciata? Non pare… – Che le dice il Gueli? – Ma il marito, signori! Guardate, guardate là il marito! – Dov’è? dov’è? – Là accanto al Gueli, guardatelo, guardatelo!
Tutti, come se la Roncella fosse improvvisamente scomparsa, non ebbero piú occhi, d’ora in poi, che per quel suo marito in marsina, lucido, quasi di porcellana smaltata; occhiali d’oro, barbetta d’oro a ventaglio; un bel pajo di baffi affilati; i capelli tagliati a spazzola, pari pari.
Attilio Raceni, per levarlo di tra i piedi al Gueli e al Borghi, lo trasse con sé; poi chiamò la Barmis.
– Ecco, l’affido a voi, Dora. Giustino Boggiòlo, il marito. Dora Barmis. Io vado di là a vedere che si fa in cucina. Intanto, vi prego, fate prender posto.
– Lei è cavaliere? – domandò per prima cosa Dora Barmis, offrendo il braccio a Giustino Boggiòlo.
– Sí, veramente… Giova per l’ufficio, sa?
– Lei è l’uomo piú fortunato della terra! – esclamò allora con impeto la Barmis, stringendogli forte forte il braccio.
Giustino Boggiòlo diventò vermiglio, sorrise:
– Io?
– Lei, lei. La invidio. Vorrei esser uomo ed esser lei. Sissignore. Per avere in moglie Silvia Roncella. Come dev’essere buona!
– Sí, tanto, veramente.
– E lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto. Guaj a lei se non la fa felice! Mi guardi negli occhi. Perché è venuto in frak?
– Mah, credevo…
– Di mezzogiorno, in frak? Non lo faccia mai piú!
La riprensione fece restare un po’ male Giustino Boggiòlo. Ma subito Dora Barmis chiamò Casimiro Luna.
– Vi presento, Luna, il cavalier Giustino Boggiòlo, il marito.
– Ah, benissimo! E si vede! Mi congratulo.
Giustino Boggiòlo si rifece vermiglio.
– Fortunatissimo, grazie! – esclamò. – Desideravo tanto di conoscerla, signor Luna. Sa perché?
– Qua il braccio! – gl’intimò Dora. – Lei è affidato a me!
– Sissignora, grazie.
E, rivolto al Luna:
– Lei scrive nel Corriere, è vero? So che paga bene, il Corriere. Glielo domando perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo. Sissignore, dal Corriere. Ma forse non accetteremo. Perché veramente in Italia… – E terminò la frase in una smusata. Riprese: – In Germania la Grundbau, cinquemila e cinquecento marchi, sa? per diritto di traduzione della Casa dei nani. Anticipati, e pagando lei a parte la traduttrice. Non so quanto, sissignore. Si chiama… aspetti, Sci… Sci… non mi ricordo bene, ah sí, Schweizer-Sidler. Buona, buona. Traduce bene, mi dicono. In Italia conviene di piú il teatro.
– Ah, non c’è dubbio, – fece il Luna, incastrandosi il monocolo per goderselo meglio.
Giustino Boggiòlo seguitò:
– Io, prima, letteratura, non ne mangiavo, sa? A poco a poco, vedendo che qualche affaruccio si poteva fare…
– Sú, sú, a tavola! – lo interruppe a questo punto furiosamente la Barmis. – Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna?
– Ma certo, figuratevi!
– Con permesso, – pregò Giustino Boggiòlo. – C’è là il signor Lifjeld che traduce in svedese La casa dei nani. Debbo dirgli una parolina.
E, lasciando il braccio della Barmis, s’accostò a quel lanternone biondiccio che sconcertava tutti col màcabro aspetto.
– Fate presto! – gli gridò la Barmis.
Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi. Il Raceni che aveva disposto con molto accorgimento gl’invitati, vedendo Casimiro Luna sedere in un angolo presso la Barmis, corse ad avvertirlo che il suo posto non era lí, che diamine! Sú, sú, accanto alla marchesa Lampugnani.
– No, grazie, Raceni, – gli rispose il Luna. – Mi lasci qua, la prego: abbiamo con noi il marito!
Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercare con gli occhi Giustino. Quello sguardo allungato in giro per la tavola e poi nella sala espresse un penosissimo sforzo, interrotto a un certo punto dalla vista d’una persona cara, a cui ella sorrise con dolcezza. Era una vecchia signora, venuta in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita là in un cantuccio, poiché il Raceni non aveva piú pensato di presentarla almeno ai vicini di tavola, come aveva promesso. La vecchia signora, che aveva un bellissimo parrucchino biondo sulla fronte e molta cipria in viso, fece alla Roncella un breve gesto vivace con la mano, come per dirle: “Sú! sú!”; e la Roncella tornò a sorriderle mestamente, chinando piú volte il capo, appena appena; poi si voltò verso il Gueli che le rivolgeva la parola.
Giustino Boggiòlo, rientrando con lo svedese nella sala vetrata, s’accostò al Raceni che aveva preso il posto del Luna accanto alla Lampugnani e gli disse piano che il Lifjeld, professore di psicologia all’Università di Upsala, dottissimo, non aveva dove sedere. Subito il Raceni gli cedette il posto, presentandolo di qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Rosa Bornè-Laturzi. Erano le conseguenze della perdita della prima lista degli invitati: la tavola era apparecchiata per trenta e i commensali erano trentacinque. Basta: egli, il Raceni, si sarebbe accomodato alla meglio in qualche angolo.
– Senta, – soggiunse pianissimo Giustino Boggiòlo, tirandolo per la manica e porgendogli di nascosto un pezzettino di carta arrotolato. – C’è scritto il titolo del dramma di Silvia. Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il brindisi lo annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei.
I camerieri entrarono di corsa, recando il primo servito. S’era fatto tardi, e il pasto imminente comandò subito a tutti un silenzio religioso.
Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del Palatino e sorrise. Poi si chinò verso Silvia Roncella e le disse piano:
– Vedrà che a un certo punto s’affacceranno di là a guardarci, soddisfatti, gli antichi Romani.

S’affacciarono davvero?
Nessuno dei commensali certo se n’accorse. La realtà di quel banchetto, con le invidie segrete che aprivano le labbra di questo e di quello a falsi sorrisi e a complimenti avvelenati; con le gelosie mal nascoste che tiravano qua e là due a maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le illusioni e le aspirazioni che non trovavano modo di manifestarsi teneva schiave tutte quelle anime irrequiete per lo sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la difesa. Come le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi dentro il guscio, segregano a riparo la bava e se n’avvolgono e tra quel vano bollichío iridescente allungano i tentoni oculati, friggevano quelle anime nelle loro chiacchiere, tra cui la malizia di tratto in tratto drizzava le corna.
Chi poteva pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi affacciate le anime degli antichi Romani a mirar soddisfatte quel moderno simposio?
Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma aveva raggruppato e fuso, scoprendo le piú riposte e bizzarre analogie, la vita e le figure piú espressive delle tre Rome, chiamando per esempio Cicerone a difendere davanti al Senato il prefetto d’una provincia siciliana, prevaricatore, un gustosissimo prefetto clericale dei giorni nostri.
Davano quelle rovine, davanti alle fatue ambizioni di tutti quegli effimeri letterati a banchetto, un senso di infinita tristezza, per la vanità stessa che agguagliava alle fatue d’oggi le antichissime ambizioni di gloria e d’impero, destinate com’erano tutte a crollare nel vuoto ove ogni memoria necessariamente si perde: il vuoto che non consente nessun fondamento di certezza a nessuna gloria, a nessun impero, a nessuna ideale costruzione degli uomini, piccola o grande che sia. Cosí che, alle piccole d’oggi, come potevano essere costituite da tutti quei banchettanti, veniva quasi un allegro diritto d’esser tenute in qualche considerazione, per il solo fatto che erano là per un momento in piedi, e quei banchettanti potevano godersi il bel sole e la bella vista di quella giornata, e gustar quei cibi su una tersa tovaglia tutta luccicante di cristalli e d’argenterie, mentre tutto di là era rovina e silenzio. E ben dunque potevano con invidia affacciarsi da quella rovina gli antichi Romani a salutare con lungo svolazzío di bianche toghe questi banchettanti d’oggi, agli occhi di Maurizio Gueli.
Chi s’affacciò?
Molti senatori forse per raccomandare a Romualdo Borghi, loro venerando collega, di non mangiar altro che carne per la salute delle patrie lettere, lui diabetico. E poi? Poi tutti i poeti e i prosatori di Roma: i comici e i lirici e gli storici e i romanzieri. Tutti? Tutti no. Lucrezio no, né Virgilio, né Tacito. Forse Plauto e Catullo, forse Orazio, e certo uno che piú di tutti accennava di voler parteciparvi, non perché lo degnasse, ma per riderne, come già aveva fatto d’una cena famosa, a Cuma.
Ma c’era pure laggiú la campagna lontana che dai vetri della sala si scorgeva, verde e dorata nel vasto abbagliamento del sole.
Chi pensava ai fili d’erba che crescevano là, alle foglie che vi brillavano, agli uccelli per cui cominciava la stagione felice, alle lucertole acquattate al primo tepore del sole, alle righe nere delle formiche tra un solco e una breve radura?
Un villano passa e schiaccia con le scarpacce ferrate quei fili d’erba, schiaccia una moltitudine di quelle formiche.
Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo, immedesimandosi con essa cosí piccola e incerta tra il va e vieni delle altre. Fissare tra tanti un filo d’erba, e tremare con esso a ogni lieve soffio d’aria. Poi alzar gli occhi a guardare altrove; quindi riabbassarli a ricercar tra tanti quel filo d’erba, quella formichetta, e non poter piú ritrovare né l’uno né l’altra… Mai piú.

Che cos’era?
Un improvviso silenzio nella tavolata. Romualdo Borghi s’era levato per il brindisi. La Roncella guardava smarritamente il marito, il quale le faceva cenno d’alzarsi anche lei, subito. Si alzava, turbata, con gli occhi bassi. Ma che avveniva di là, nell’angolo ov’era seduto il marito?
Giustino Boggiòlo s’era voluto alzare, come se toccasse anche a lui il brindisi del Borghi. Ritto in piedi, militarmente. E invano Dora Barmis da un lato e Casimiro Luna dall’altro lo tiravano giú per le falde della marsina:
– Giú lei! Giú lei! Stia seduto! Che c’entra lei?
Non ci fu verso di farlo sedere. Venuto in frak di mezzogiorno, volle riceversi anche lui, come marito, il brindisi del Borghi alla moglie.
– Gentili signore, signori cari! – aveva cominciato il Borghi col mento sul petto e gli occhi chiusi. – È una bella e ricordevole ventura per noi tutti il poter dare su la soglia d’una nuova vita il benvenuto a questa giovine forte, già avviata e qua giunta con passo di gloria.
– Benissimo! – esclamarono due o tre.
Giustino Boggiòlo volse gli occhi lustri in giro e notò con piacere che tre dei giornalisti intervenuti prendevano appunti.
“Passo di gloria” – benissimo. Poi guardò il Raceni per domandargli se aveva comunicato al Borghi il titolo del dramma di Silvia scritto in quel cartellino che gli aveva porto prima di sedere a tavola; ma il Raceni stava attentissimo al brindisi e non si voltava. Giustino Boggiòlo cominciò a struggersi dentro.
– Che dirà Roma,- seguitava intanto il Borghi che aveva sollevato il capo e tentava d’aprire gli occhi, – che dirà Roma, l’immortale anima di Roma all’anima di questa giovine? Pare, o signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la severa maestà della Storia anziché gli estri immaginosi dell’Arte. L’epopea di Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di Tacito è la tragedia. (Bene! Bravo! Benissimo!).
Giustino Boggiòlo s’inchinò agli applausi, benché con gli occhi fissi sempre al Raceni che non si voltava ancora. La Barmis tornò a tirargli le falde della marsina.
– La parola di Roma è la Storia: e questa voce sopraffà qualunque voce individuale…
Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo. Subito Giustino Boggiòlo, con gli occhi che gli schizzavano dalle orbite per l’intenso sforzo d’attirar l’attenzione di lui, gli fece un segno. Il Raceni non capiva.
– Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l’Antonio e Cleopatra? I grandi drammi romani dello Shakespeare…
“Quel rotoletto di carta che le ho dato…” dicevano intanto le dita di Giustino Boggiòlo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa smania, poiché il Raceni non comprendeva ancora e lo guardava come sbigottito.
Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiòlo tornò a inchinarsi meccanicamente.
– Scusi, è Shakespeare lei?- gli domandò sottovoce Casimiro Luna.
– Io? Nossignore.
– E dunque segga, segga! – gli disse Dora Barmis. – Chi sa quanto durerà questo magnifico brindisi!
-… per tutte le vicende, o signori, d’una evoluzione infinita! (Bene! Bravo! Benissimo!) Ora il tumulto della nuova vita vuole una voce nuova, una voce che…
Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava in tasca… Sí, eccolo là il rotoletto di carta… – Questo?- Sí, sí! –
Ma come piú darlo al Borghi ormai? Se n’era dimenticato… Troppo tardi, adesso… Ma via, stésse sicuro il Boggiòlo; avrebbe pensato lui a comunicare quel titolo ai giornalisti, dopo il pranzo.
Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo all’altro della tavola.
Nuovi applausi scoppiarono. Il Borghi si voltava a toccare col calice il calice della festeggiata: il brindisi era finito, con gran sollievo di tutti. E i commensali si levarono, anch’essi coi calici in mano, e s’accostarono in fretta alla Roncella.
– Io tocco con lei; tanto, è lo stesso! – disse Dora a Giustino.
– Sissignora, grazie! – rispose questi, stordito dalla stizza. – Ma santo Dio, ha guastato tutto!
– Io? – domandò la Barmis.
– No, signora, il Raceni. Gli avevo dato il titolo del coso… del dramma, e ha visto che ha fatto? se l’è ficcato in tasca e se l’è dimenticato! Queste cose non si fanno! Il senatore, tanto buono… Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano di là i giornalisti… Grazie, Raceni. Il titolo del dramma? Lei è il signor Mola? Sí, della Capitale, lo so. Grazie, fortunatissimo. Sono il marito, sissignore: da un anno e mezzo. In quattro atti. Il titolo? L’isola nuova. Lei è Centanni? Fortunatissimo… Suo marito, sissignore. L’isola nuova, in quattro atti. Già lo traducono in francese, sa? Lo traduce il Deriches, sissignore. Deriches, sissignore, cosí. Lei è Federici? Fortunatissimo… Suo marito, sissignore: l’ho sposata da un anno e mezzo. L’isola nuova. Anzi, guardi, se volesse avere la bontà d’aggiungere che non è propriamente un dramma…
– Boggiòlo! Boggiòlo! – venne a chiamarlo di corsa il Raceni.
– Che cos’è?
– Venga! La sua signora si risente male. Meglio andar via.
– Eh, – fece dolente il Boggiòlo tra i giornalisti, inarcando le ciglia e aprendo le braccia.
Lasciò intendere cosí di che genere fosse il male della mogliettina, e accorse.
– Lei è un gran birbante! – gli diceva poco dopo Dora Barmis, facendogli gli occhiacci e stringendogli le braccia. – Lei si deve stare quieto, ha capito? quieto. Ora vada! vada! Ma non si dimentichi di venire da me, presto. Gliela farò io allora la ramanzina, malacarne!
E lo minacciò con un dito, mentr’egli, inchinandosi e sorridendo a tutti, vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e il Raceni dal terrazzo.

CAPITOLO SECONDO

SCUOLA DI GRANDEZZA

Nella cupa quiete del mattino cinereo quel profondo cortile di vecchia casa, umido e quasi bujo, pareva sussultasse di tratto in tratto alla domanda che, con voce cornea e un verso che accorava, vi lanciava un grosso pappagallo da una finestra a mezzanino.
– Che si fa?
Era il pappagallo della signorina Ely Facelli, di quella vecchina molto incipriata e col parrucchino biondo che aveva assistito al banchetto in onore della Roncella. Locataria d’un appartamento di quella casa, ne aveva ceduto alcune stanze in subaffitto a Giustino Boggiòlo, per intercessione del Raceni.
Poste lí sul cortile, quelle stanze non erano allegre. E c’era poi la delizia di questo pappagallo a cui d’ora in ora la signorina Ely, stropicciandosi le manine fredde e ben curate, veniva a dimostrare con quella domanda la sua premura quasi materna:
– Che si fa?
Naturalmente la stupidissima bestia ne aveva preso il vezzo, e quella domanda pareva rivolgesse per suo conto quant’era lunga la giornata, a tutti gl’inquilini della casa:
– Che si fa?
Da tutti i quattro piani gl’inquilini gli rispondevano, ciascuno a suo modo, sbuffando, secondo la qualità e il fastidio delle proprie occupazioni in quel momento:
– Mi lavo!
– Accendo il fuoco!
– Sudo!
– Mi soffio il naso!
E qualcuno, anche peggio: piano, tra sé, non potendo forte, da certi posti.
Una voce baritonale gli rispondeva sempre a un modo, costantemente, a tutte le ore del giorno:
– M’annòòòjo!
Era la voce del signor Ippolito Roncella, zio della scrittrice. Impiegato a riposo, invece di ritirarsi a Taranto sua città natale, dove, morto il fratello, non avrebbe trovato piú nessuno della sua famiglia, era rimasto a Roma per ajutare (diceva) con la sua pensione la nipote venuta da circa tre mesi a stabilirsi nella Capitale col marito. Ma già se n’era pentito, e come!
Non poteva soffrire quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiòlo.
– Afa! Afa! – sbuffava, appena qualcuno glielo nominava.
Che è l’afa? Ristagno di luce in basso, che snerva l’elasticità dell’aria. Quel suo nuovo nipote era come l’afa: s’indugiava a far luce, la piú inutile luce, terra terra; vale a dire a spiegare le cose piú ovvie, piú chiare, come se le vedesse lui solo e gli altri, senza il suo lume, non le potessero vedere.
Soffiava, il signor Ippolito, soffiava piano piano prima, per non offenderlo; alla fine, non potendone piú, sbuffava e sbatteva anche le mani per restituire l’elasticità all’aria da respirare.
Per fargli dispetto, intanto, invece di starsene nella sua stanza ch’era forse la migliore dell’appartamentino, se ne stava quasi tutto il giorno nello studiolo arredato di vecchi mobili, se non meschini, certo molto comuni; e lí dàgli a fumare, non ostante che il medico lo avesse ammonito piú volte di smettere, se non voleva incorrere in qualche serio malanno. Ma sapeva che Giustino non poteva soffrire il fumo. A certi terribili assalti di tosse per l’intossicamento dei bronchi, strozzato, paonazzo in volto, con gli occhi schizzanti dalle orbite, tempestava coi pugni, coi piedi, si convelleva; ma seguitava a fumare perché Giustino non poteva soffrire il fumo. E fumando, si lisciava con una mano su la spalla il fiocco d’un berretto da bersagliere che teneva sempre in capo. Come un poppante la poppa della mamma, cosí egli, fumando in quella sua grossa pipa di schiuma, aveva bisogno di lisciare qualcosa, e non volendo la magnifica barba grigia ricciuta, lavata e pettinata ogni mattina con grandissima cura, si faceva venire su la spalla con una mossa del collo il fiocco di quel berretto da bersagliere e si metteva a lisciar quello.
Fumando e lisciando, pensava.
Pensava che sua nipote Silvia l’aveva fin da ragazza, quel viziaccio di scribacchiare. Quattro, cinque libri aveva stampato, e forse piú. Ma non s’aspettava dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa. Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto tant’altri pazzi scribacchiatori, come lei. Non era però cattiva, in fondo, no; anzi non pareva nemmeno che avesse, povera figliuola, quella specie di bacamento cerebrale. Ma c’era il marito, quell’afoso, insoffribile marito che glielo stuzzicava e fomentava in tutti i modi. Aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e ogni sera dopo cena stava fino a mezzanotte, fino al tocco, fino alle tre, a sonare su quel pianofortino lí, per ricopiare tutto quello che la moglie aveva scombiccherato durante giornata: il materiale, come lo chiamava, da mandare il giorno appresso alle rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in continua corrispondenza. Ecco là lo scaffale a casellario; e poi registri, copialettere. Commercio, con tutti i sagramenti. Di che? Di fumo.
Ma pareva si cominciasse davvero a smerciare oh, quel fumo; e dallo smercio, a cavar qualche profitto.
Segno che il numero dei pazzi al mondo è in continuo aumento.
C’è la vita, piena di infinite assurdità, le quali non han neppur bisogno di parere verosimili, perché sono vere. Ebbene, nossignori. Sforzarsi d’inventarne di verosimili, perché pajano vere. Quelle vere della vita non bastano. Anche verosimili! E un uomo, Signore Iddio, un uomo che ci faceva sú bottega!
E anche, per giunta, quella signorina Facelli, che ormai alla sua età, avrebbe dovuto vergognarsi e sentire il dovere d’esser seria! Bacata anche lei, non del verme solitario della letteratura, ma del tarlo dell’erudizione e della tignola della storia. Aveva scoperto questa sciagurata, villeggiando a Catino presso Farfa, una certa lapide latina nella chiesetta di Sant’Eustachio, e aveva composto (lei cosí piccolina) una mastodontica opera Dell’ultima dinastia longobarda e dell’origine del potere temporale dei Papi (con documenti inediti), nella quale aveva dimostrato, contro il Gregorovius nientedimeno, che Adelchi non era morto in Calabria, ma nel catino; cioè lí a Catino, sissignori, presso Farfa; e ora s’aspettava che il suo caro inquilino Boggiòlo facesse, come aveva promesso, il miracolo di trovarle un editore e, chi sa, fors’anche poi un traduttore (tedesco, s’intende) per quella sua mastodontica opera ancora inedita. Intanto gli stava attorno premurosa a fargli continue e pressanti esibizioni d’ogni servizio.
Eccola qua.
– S’accomodi, s’accomodi, – brontolò il signor Ippolito senza scomporsi, udendo dietro l’uscio dello studiolo la vocina dolce dolce che chiedeva:
– Si può?
Veniva, com’al solito, a dar lezione d’inglese a Giustino, dalle otto alle nove. Gratis. Perché, come si poteva argomentare dal parrucchino biondo arricciolato che teneva sulla fronte dentro una reticella invisibile, era mezzo inglese, inglese per parte di madre, la signorina Ely Facelli. Rimasta nubile per aver fatto con l’occhialino analisi troppo sottili in gioventú sul naso un tantino storto o sulle mani un tantino grosse di questo o di quel pretendente, pentita troppo tardi di tanta schifiltà, era adesso tutta miele per gli uomini; ma non pericolosa. Il signor Ippolito s’ostinava a chiamarla La Longobarda.
– Ben levato, buon giorno, signor Ippolito, – disse entrando con molti inchini e spremendo dagli occhi e dal bocchino un sorrisetto di cui avrebbe potuto fare a meno, poiché il signor Ippolito aveva abbassato subito gli occhi per non vederla, brontolando:
– Bene a lei, signorina. Tengo in capo, al solito, e non mi alzo, perché già lei qua è come di casa, si sa.- Ma sí, grazie, stia comodo, per carità! – s’affrettò a dire la signorina Ely, protendendo le manine piene di giornali. Poi domandò: – È forse ancora a letto il signor Boggiòlo? Sono venuta di furia perché ho letto… ah sapesse quante belle cose della festa di jeri in questi giornali! Riportano il magnifico brindisi del senatore Borghi, annunziano con tanti augurii il dramma della signora Silvia! Chi sa quanto dev’esserne contento il signor Giustino!
– Piove, no?
– Come dice?
– Non piove? Mi pareva che piovesse.
La signorina Ely conosceva il vizio del signor Ippolito di dare quelle brusche giratine al discorso, quando non gli garbava; pur non di meno, questa volta, restò un po’ confusetta: raccapezzatasi, rispose frettolosamente:
– No no; ma sa? starà poco forse. È nuvolo. Tanto bello jeri, e oggi… Ah jeri, jeri, una giornata che mai piú! Una giornata… Come dice?
– Doni, – muggí il signor Ippolito, – doni, dico, del Padreterno, signora mia, messo di buon umore dall’allegria degli uomini. Be’, come vanno, come vanno codeste lezioni d’inglese?
– Ah, benissimo! – esclamò la vecchia signorina. – Dimostra un’attitudine, il signor Giustino, a imparare le lingue un’attitudine che mai piú! Già il francese, proprio bene; l’inglese fra quattro o cinque mesi (forse prima) lo parlerà discretamente. Attaccheremo poi subito col tedesco.
– Anche il tedesco?
– Eh sí, non potrebbe farne a meno. Serve, serve tanto, sa?
– Per i suoi Longobardi?
– Lei scherza sempre coi miei Longobardi, cattivo! – disse la signorina Ely. – Gli serve per veder chiaro nei contratti che fa, per sapere a chi affida le traduzioni, e poi per rendersi conto del movimento letterario; per leggere gli articoli, le critiche dei giornali.
– E per morire? non gli serve? dica un po’!
– Come sarebbe, per morire?
– Che deve morire, scusi, non ci pensa mai, il signor Giustino?
La signorina Ely parò le manine, inorridita.
– Oh! Che dice mai, signor Ippolito!
– Mah! – esclamò, scrollandosi, il signor Ippolito. – Quando vedo fare (anche a lei, scusi) certe cose che mi sembra possano esser fatte soltanto per ischerzo… Sa che cosa è questa?
E con la mano sotto il mento sollevò delicatamente la magnifica barba.
La signorina Ely guardò con tanto d’occhi.
– Eh, una barba…
– Barba. Appunto. E questa è una manica. Manica di giacca. Stoffa di lana. Un po’ pelosa. E questo sa cos’è? Un fiocco di berretto da bersagliere. Ecco. Non so se mi sono spiegato. Cose tutte, cara signorina, che si possono toccare. Toccare. Ha capito? Aspetti.
Si tirò, con uno strappo netto, un pelo della barba, piú per dare uno sfogo alla stizza che man mano parlando gli cresceva, che per dare un altro esempio, e mise quel pelo sulla mano della signorina Ely che guardava imbalordita.
– Prenda. Pelo di barba. Vero. Non so se mi sono spiegato. E guardi adesso tutta la sua letteratura.
Trasse dalla pipa una grossa boccata di fumo, e la soffiò.
– Non so se mi sono spiegato. Ma ecco qua il signor Giustino, – s’interruppe improvvisamente, balzando in piedi. – Lo riconosco al passo!
Difatti il nipote entrava per prendere la lezione d’inglese, prima di recarsi all’ufficio.
Doveva aver dormito male. Era molto accigliato. Diede due diversi “Buon giorno” alla signorina Ely e allo zio che si disponeva a uscire dallo studiolo appestato dal fumo; appena lo vide uscire, corse a spalancare la finestra, stronfiando.
– Ha veduto i giornali? – gli domandò subito per richiamarlo a una cosa piacevole, la signorina Ely.
– Sissignora, li ho di là, – rispose, brusco, Giustino. – Li aveva portati anche lei? Grazie. Eh, devo comperarne ancora tanti! Bisognerà mandarne via parecchi. Ma ha visto che razza di pasticcioni codesti signori giornalisti?
– Mi pareva che… – arrischiò la signorina Ely.
– Quando le cose non si sanno, – la interruppe, brusco, Giustino – non si dicono, o, se si vogliono dire, si domandano prima a chi le sa, come stanno e come non stanno. Non fossi stato là! Ero là, pronto a dare tutte le spiegazioni possibili e immaginabili, tutti i chiarimenti; che c’entrava cavarsi dalla manica certe fandonie? Il Lifjeld qua… no, dov’è? su la Tribuna, diventato un editore tedesco. E poi, guardi: Deloche… qua, Deloche invece di Deriches. Non sanno neanche il francese; e fanno i giornalisti! Deloche… Mi dispiace perché debbo mandare i giornali anche in Francia; e cosí, con la correzione a penna, bella figura ci facciamo!
– Come sta, come sta la signora Silvia?- domandò la Facelli, per non insistere su quel tasto che sonava male.
Sonò peggio quest’altro.
– Mi lasci stare! – sbuffò Giustino, buttando sulla scrivania i giornali. – Una nottataccia!
– Eh, l’emozione…
– Ma che emozione! Quella, emozione? Perché lei lo sappia, è una donna, quella, che non la smuove neanche il Padre eterno! Tanta gente convenuta là per lei, il fior fiore della letteratura e del giornalismo, il Gueli, il Borghi: crede che le abbia fatto piacere? Nemmen per sogno. Già, ha visto? ho dovuto trascinarla per forza. E le giuro su l’anima di mio padre Signorina, che questo banchetto è venuto da sé, voglio dire in mente al Raceni, a lui soltanto; io non ci sono entrato per nulla. Mi pare che, dopo tutto, sia riuscito bene.
– Benissimo, come no? – approvò subito la signorina Ely. – Una festa che mai piú!
– Be’, a sentir lei, – fece Giustino, – dice e sostiene che ha fatto una pessima figura.
– Chi? – esclamò la signorina Ely battendo le mani. – La signora Silvia? Ma chi lo dice?
– Chi lo dice? Lo dice lei! Ridendo, lo dice. Perché non gliene importa nulla, dice. Ora, si deve stare o non si deve stare sulla breccia? Per prima cosa io voglio saper questo. Perché io faccio, io faccio; ma se poi lei invece di secondarmi, di ajutarmi, vuol tirarsi indietro e mettermi come si dice i bastoni tra le ruote… Insomma, chi scrive? Scrive lei; mica scrivo io! E se la cosa va, domando e dico perché non dobbiamo fare in modo che vada il meglio possibile?
– Ma sicuro! – approvò di nuovo, convintissima, la signorina Ely.
Giustino stette un po’ a guardarla; poi le si accostò e le fece, piano, questa confidenza:
– Avrà ingegno; saprà magari scrivere; ma certe cose, creda pure, non le capisce. E non parlo d’inesperienza, badi. Due volumi, buttati via cosí, prima di sposare me, senza contratto. Una cosa incredibile! Appena posso farò di tutto per riscattarli, quantunque per i libri ormai illusioni non me ne faccia piú. Il romanzo sí, il romanzo va; ma non siamo in Inghilterra e nemmeno in Francia. Ora ha fatto il dramma – si è lasciata persuadere. Io non me n’intendo. L’ha letto il senatore Borghi e dice che… sí, l’esito non si può prevedere, ma gli piace; è una cosa… non so com’ha detto… classica, mi pare… sí, e poi un’altra cosa, classica e… non ricordo piú. Ora, se l’imbrocchiamo col teatro, capirà, signora mia, può essere la nostra fortuna.
– Eh altro! – esclamò la signorina Ely.
– Ma dobbiamo prepararci, – soggiunse con stizza Giustino, giungendo le mani – C’è aspettativa, curiosità. Ora c’è stato questo banchetto. Io ho potuto vedere che è piaciuta.
– Moltissimo!
– Guardi, l’ha invitata la marchesa Lampugnani, che ho sentito dire è tra le prime di Roma; l’ha invitata anche quell’altra, che ha pure un salotto molto ricercato… come si chiama? la Bornè-Laturzi. Bisogna andare, non è vero? Mostrarsi. Ci vanno tanti giornalisti. Sarà utile che lei li veda, parli con loro, si faccia conoscere, apprezzare. Ebbene, chi sa quanto mi farà penare per persuaderla!
– Forse perché, – arrischiò impacciata la signorina Ely, – forse perché si trova in quello stato…
– Ma no! – negò subito Giustino. – Ancora per due o tre mesi non parrà neppure; potrà presentarsi benissimo! Le ho detto che le farò un abito nuovo. Anzi, ecco, volevo dirle appunto questo, Signorina, se lei mi sapesse indicare una buona sarta, senza troppe pretese, perché… aspetti, scusi; e se poi mi volesse accompagnare per la scelta di quest’abito e… e anche, sí, a persuadere Silvia che, santo cielo, si lasci guidare e faccia quello che deve. Il dramma andrà in scena verso i primi di novembre.
– Ah, cosí tardi?
– No, anzi è presto. La buona stagione per i teatri comincia sempre a novembre. E aspettare non mi dispiace. Il terreno non è ancora preparato come vorrei. Conosco pochi. Il vero chiodo è Silvia, Silvia ancora cosí impacciata. Abbiamo ancora davanti a noi parecchi mesi. Vorrei concertare un programmino. Per me, non ce ne sarebbe bisogno; ma per Silvia… Mi fa stizza, creda. non che si ribelli ai consigli; ma non vuole forzarsi per nulla a investirsi della sua parte, a vincere insomma la propria indole…
– Schiva, già!
– Come dice?
– Indole schiva, dicevo.
– Sí; le mancano le maniere, ecco. Schiva; mi piace questa parola; bisogna che me la tenga a mente. Sí, schiva. Un po’ di scuola, di quella che intendo io, le sarebbe piú necessaria del pane. Mi sono accorto, cara signorina, che c’è come una tacita intesa tra tanti che si riconoscono all’aria: basta che pronunzino un nome, il nome… aspetti, com’è?… di quel poeta inglese di Piazza di Spagna, morto giovane…
– Keats! Keats! – gridò la signorina Ely, come toccata nel cuore.
– Chizzi, già… questo! Appena dicono Chizzi, hanno detto tutto: non c’è piú bisogno di niente: si sono capiti. Oppure dicono, non so, il nome d’un pittore olandese, com’è?
– Van Gogh?
– Questo, già: sono quattro, cinque di questi nomi difficili; li pronunziano scambiandosi uno sguardo d’intelligenza, e fanno una figurona! Lei ch’è tanto dotta, signorina, mi dovrebbe far questo piacere: insegnarli a Silvia.
E come no? Promise, felicissima, la signorina Ely; e aveva la sarta, intanto, e per l’abito (un bell’abito nero, no? di stoffa lucida) bisognava farlo in modo…
– naturalmente!
-…sí, che si possa, insomma…
– Naturalmente!
-…a mano a mano…
– naturalmente, allargare. Vorrei che si andasse domani insieme a comperarlo.
Stabilito questo, Giustino trasse dal cassetto della scrivania alcuni albums e li mostrò, sbuffando.
– Guardi, quattro, oggi!
Un affar serio, quegli albums. Ne piovevano da tutte le parti. Ammiratrici, ammiratori che, direttamente o per mezzo del Raceni o anche del senatore Borghi, chiedevano un pensiero o la semplice apposizione della firma. A dar retta a tutti, Silvia avrebbe perduto chi sa quanto tempo. È vero che, per ora, faceva poco, in considerazione dello stato in cui si trovava; ma a qualche lavorino leggero tuttavia attendeva. La seccatura di quegli albums se l’era perciò accollata lui: vi scriveva lui i pensieri invece della moglie. Non se ne sarebbe accorto nessuno, perché sapeva imitare appuntino la scrittura e la firma di Silvia. I pensieri li traeva dai libri di lei già stampati; anzi, per non star lí ogni volta a sfogliare e cercare, se n’era ricopiati una filza in un quadernetto, e qua e là ne aveva anche inserito qualcuno suo, che poteva passare. In quelli della moglie s’era arrischiato a far di nascosto qualche correzioncina ortografica, perché, leggendo nei giornali gli articoli di scrittori raffinati (come per esempio il Betti, che aveva trovato tanto da ridire sulla prosa di Silvia) s’era accorto che costoro scrivevano, chi sa perché, con lettera majuscola certe parole. Ebbene, anche lui, ogni qualvolta nei pensieri di Silvia ne trovava qualcuna majuscolabile, là, una bella majuscola! Santo cielo, se si poteva fare con cosí poca spesa una migliore figura…
Sedettero alla fine, maestra e scolaro, davanti la scrivania.
– Perché faccio tutto questo io? – sospirò Giustino. – Me lo sa dire lei?
Aprí la grammatica inglese e la porse alla signorina Ely.
– Forma negativa, – cominciò poi a recitare con gli occhi chiusi. – Present tense: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va…
Ma per la scuola di grandezza a cui intendeva assoggettar la moglie selvatica e riluttante, per quanto timida e docile in apparenza, Giustino vedeva che quella brava signorina Facelli non poteva bastare, e che c’era bisogno di ben altra maestra.
Piemontese montanaro testardo, voleva a qualunque costo superar tutti gli ostacoli di quella via per cui s’era messo a caso e del tutto impreparato; e arrivare fino a dare alla moglie, se non proprio la ricchezza, che non gli pareva possibile, almeno tutti quei maggiori profitti finanziarii che si potevano cavare speculando sulla fama di lei. Certo, non era una buona partita da trattare, né facile. Bisognava prenderci un po’ di gusto. E lui a poco a poco ce l’aveva preso; se n’era anzi infervorato tanto che il cuore, si può dire, non gli batteva piú per altro.
Gli premeva il guadagno, ma non per il guadagno, bensí perché era la prova, lí ballante e sonante, di quel che voleva dimostrare a quella sua moglie troppo sulle nuvole e inesperta, cioè che accanto a lei c’era un uomo.
Il ritegno di Silvia lo irritava sopra tutto perché non gli pareva logico. Se seguitava a scrivere, santo cielo, che c’entrava poi tutto quel ritegno, quel farsi quasi strappar di mano ciò che aveva scritto, perché lui glielo facesse fruttare in fama e denaro?
– Le cose si fanno o non si fanno.
Aveva ancora bisogno anche lui di un po’ di pratica e fors’anche di qualche consiglio; ragion per cui, quel giorno stesso, all’uscita dall’Archivio Notarile, decise di recarsi in casa di Dora Barmis, maestra ben piú sapiente della signorina Ely Facelli.
Appoggiata alla cassapanca della saletta d’ingresso trovò una stampella, su la stampella un cappello a cencio. La bussola che metteva nel salotto, chiusa. Soffuso nella penombra il color verde giallino della carta a scacchi applicata ai vetri.
– Ma no, no, no! v’ho detto no, dunque basta! – s’intese gridare di dentro, irosamente.
La servetta, venuta ad aprirgli, restò a questo grido un po’ perplessa se entrare in quel momento ad annunziarlo.
– Disturbo? – domandò Giustino, un po’ sbigottito.
La servetta si strinse nelle spalle, poi si fece coraggio, picchiò sul vetro della bussola, aprí.
– Ah, voi Boggiòlo? Che piacere! Entrate, entrate, – esclamò Dora Barmis protendendo il capo e sforzandosi di comporre subito a un’aria sorridente il volto alterato dallo sdegno e dal dispetto.
Giustino Boggiòlo entrò un po’ titubante, inchinando il capo anche a Cosimo Zago che, pallidissimo, s’era levato su un piede e si reggeva penosamente su la spalliera d’una seggiola, spenzolando l’altra gambina rattratta.
– A rivederla,- disse lo Zago alla Barmis, con voce che voleva parer calma.
– Addio, – gli rispose subito Dora, sprezzante, senza guardarlo; e tornò a sorridere a Giustino. – Sedete, sedete, Boggiòlo. Come siete stato bravo… Ma tardi, eh?
Appena lo Zago, zoppicando malamente, fu uscito, fece un balzo sulla seggiola, con le braccia levate, sbuffò, poi prese a dire precipitosamente:
– Non ne potevo piú! ah caro amico, non ne potevo piú, grazie, grazie d’esser venuto a liberarmi, non ne potevo piú! – E seguitò, tirando un gran respiro: – Ah, come vi fa pentire la gente d’avere un po’ di cuore! Ma se un uomo disgraziato viene a dirvi: “Sono brutto, sono storpio”, che gli rispondete voi? “No, caro, perché? Pensate che la natura v’ha poi compensato con altri doni”. È la verità. Sapeste che bei versi sa fare quel poverino! Lo dico a tutti; l’ho detto anche a lui; ma cosí, tout bonnement, come si può dire a un collega. Ora me ne fa pentire. È inutile, c’est toujours ainsi. Non dovevo dirglielo; sapete perché? perché sono donna. Non ci penso neppure, tante volte, che sono donna, ve l’assicuro. Me ne dimentico, me ne dimentico cosí facilmente! Sapete come me ne ricordo? Vedendo certuni che mi guardano in un certo modo… Oh Dio! Scoppio a ridere. Ma già, dico tra me, davvero! sono donna! Che cosa triste… E poi, ormai vecchia, no? Sú… eh perbacco! fatemi un complimento, dite che non sono vecchia!
– Non c’è mica bisogno di dirlo, – fece Giustino, arrossendo.
Dora Barmis scoppiò a ridere al suo solito.
– Caro! Caro! Vi vergognate? Ma no, via, non ci pensate! Prendete il tè? un vermouth? Ecco, fumate.
E gli porse con una mano la scatola delle sigarette, mentre con l’altra premeva il bottone del campanello elettrico sotto il palco che reggeva tanti libri e ninnoli e statuette e ritratti, sospeso là su l’ampio divano ad angolo, ricoperto di stoffe antiche.
– Grazie, non fumo, – disse Giustino.
Dora posò la scatola delle sigarette sul tavolino basso, a due piani, che stava davanti al divano. Entrò la servetta.
– Porta il vermouth. A me, il tè. Qua, Nina; preparo io.
Poco dopo, la servetta rientrò con la tejera, col vermouth e le paste in una coppa argentata. Dora versò il vermouth a Giustino e gli disse:
– Di ben altro, ora che ci ripenso, dovreste vergognarvi voi, bel tomo! E questo, badate, ve lo dico ora sul serio.
– Di che? – domandò Giustino, che già aveva capito: tanto vero che schiuse le labbra sotto i baffi a un sorrisino fatuo.
Dora ripigliò, agitando un dito e con un tono di minaccia e di severo ammonimento:
– Voi avete dalla natura un sacro deposito, Boggiòlo! (Prendete questo fondant). Vostra moglie non appartiene solamente a voi. I vostri diritti, caro, devono essere limitati. Voi magari, se vostra moglie non ne soffre… Dite un po’, è gelosa di voi, vostra moglie?
– Ma no. Del resto, non posso dirlo, perché…
-…non le avete mai fatto il piú piccolo torto, non è vero? Siete dunque davvero un bravo figliuolo. Si vede. Ma troppo bravo forse, eh? Dite la verità. No, no, voi dovreste risparmiarla, Boggiòlo. Del resto, gli uomini dànno un brutto nome alla cosa…
Chiuse il medio e l’anulare d’una mano e mostrò a Giustino graziosamente le corna. Rise, e aggiunse:
– Pesano sulla testa degli uomini. Una donna di spirito non dovrebbe curarsene. Le hanno anche le farfalle… E sapete come si chiamano quelle delle farfalle? Antenne, caro. Si chiamano antenne. Un uomo può avere, spesso di nascosto, le corna. La donna porta sempre sperticatissime antenne (di farfalla, s’intende!). Sú, caro. Sú, gli occhi. Perché non mi guardate? Vi sembro molto curiosa? Oh, bravo: cosí. Vi dico sul serio. Non si dev’essere troppo bravo marito, quando si ha una moglie come la vostra. Conoscete la poetessa Bertolè Viazzi? Non è venuta al banchetto, perché, povera donna…
– Anche lei? – domandò Giustino, afflitto.
– Eh, ma molto piú grave! – esclamò Dora. – Ha un marito addirittura terribile quella lí!
Giustino si strinse nelle spalle:
– D’altra parte…
– Ma che d’altra parte! – scattò Dora. – Bisogna che il marito in certi casi abbia considerazione. Pensate: da quattro anni la Bertolè lavora a un poema. Lo sappiamo tutti. Ebbene, saperla, povera donna, con una gestazione come quella nella testa, un poema, vi dico! e poi, nello stesso tempo, vederla deformata nel ventre da un’altra gestazione, no via! è una soperchieria crudele! crudele!
– Capisco, – fece Giustino angustiato. – E creda che è seccato molto anche a me. Ma Silvia durante tutto questo tempo non farà nulla.
– E sarà un tempo prezioso sprecato!
– Lo dice a me? Sprecato; non solo, ma la famiglia che cresce; e chi sa poi quante spese… e poi la lontananza, perché il bambino dovremo mandarlo via, a bàlia, dalla nonna…
– A Taranto?
– No, a Taranto. La mamma di Silvia è morta da tanti anni. Da mia madre, a Cargiore.
– Cargiore? – domandò Dora, sdrajandosi tutta sul divano. – Dov’è Cargiore?
– In Piemonte, signora. Oh, un villaggetto sparso, di poche case, sopra Giaveno.
– Perché voi siete piemontese, già. E come mai avete sposata la Roncella meridionale?
– Mah! Mi mandarono a Taranto, dopo il concorso…
– Uh, poverino.
– Un anno e mezzo d’esilio, creda!
– Non dovreste rimpiangerlo piú…
– Ah, certo! Fortuna per me, che il padre di Silvia, allora mio capo…
– All’Archivio?
– Capo-archivista, sissignora. Oh, un buon impiego, per questo! Mi prese subito a benvolere…
– E voi, birbante, gl’innamoraste la figliuola letterata?
– Eh, per forza… – sorrise Giustino.
– Come, per forza?
– Dico per forza, perché, vacci oggi vacci domani: un povero giovane, là solo… Lei non può capire che cosa sia. Vissuto sempre con la mamma, abituato alle cure di lei… L’onorevole Datti, deputato del mio collegio, m’aveva promesso che presto m’avrebbe fatto chiamare a Roma, all’archivio del Consiglio di Stato. Ma sí, le promesse dei deputati! E poi, anche se il Datti avesse mantenuto la promessa, mia madre non avrebbe potuto raggiungermi a Roma. Dovevo prender moglie.
– Ed ecco, caro Boggiòlo, perché le mogli ingannano i mariti! – sospirò Dora.
Giustino ne fu stordito.
– Non capisco…
– Ma sí, caro! Perché gli uomini che ragionano cosí, son proprio quelli che una donna non vorrebbe avere.
– Silvia, veramente… – si provò a obbiettare Giustino.
– Oh, lo so bene, ne sono convinta, – lo interruppe subito Dora. – Ma il vostro errore è nel credere che vostra moglie sia una donna.
– Non è una donna?
– No, caro.
– E che è allora?
– È Silvia Roncella.
– Ma io, sa? non m’innamorai di Silvia perché letterata. Tutt’altro! Non ci pensavo neppure, allora, alla letteratura. Sapevo, sí, che Silvia aveva stampato due libri; ma questo anzi per me… Basta!
– No no, raccontate, raccontate, – lo incitò Dora. – Mi fate tanto piacere.
– C’è poco da raccontare, – disse Giustino. – Quando andai la prima volta in casa di lei, m’immaginavo di trovare… non so, una giovine con la testa accesa. Ma che! Già lei l’ha veduta!
– Ah sí, un amore!
– Il padre, mio suocero, buon’anima…
– Le è morto anche il padre?
– Sissignora, di colpo. Un mese appena dopo il nostro matrimonio, poverino. Eh, n’era fanatico, lui. Dava a leggere a tutti gl’impiegati i libri della figlia, e anche i giornali che ne parlavano. Se ne compiaceva, si sa. Li diede a leggere anche a me…
– E voi li leggeste, come per dovere d’ufficio?
– Capirà! Silvia però ne soffriva, ne soffriva proprio e non permetteva mai che se ne parlasse in sua presenza. Quieta quieta, modesta, attendeva alle cure domestiche; faceva tutto lei in casa. Quando sposammo, mi fece perfino ridere, dicendomi che aveva quel vizio di scrivere. Lo chiamava vizio. E volle che le promettessi di non farci caso. In compenso, non mi sarei mai accorto né di quando scriveva né di come avrebbe fatto a scrivere tra le faccende di casa.
– E voi?
– Eh, promisi. Poi però, pochi mesi dopo il matrimonio arrivò dalla Germania un vaglia di mille marchi per diritto di traduzione. Non se l’aspettava nemmeno lei. Tutta contenta che in quei libri fosse riconosciuto un merito, che forse nemmeno lei stessa supponeva d’avere, aveva ceduto… cosí, senza pretendere nulla, il diritto di traduzione.
– E allora subito, voi…
– Eh, aprii gli occhi! Venivano altre richieste da rassegne, da giornali. Silvia mi confessò che nel cassetto aveva tant’altri manoscritti, l’abbozzo d’un romanzo, La casa dei nani. Gratis? Come, gratis? Non è lavoro? E il lavoro non deve fruttare? Loro letterati stessi, per questa parte, non sanno farsi valere. Ci vuole uno che le sappia queste cose, e ci badi. Io, guardi, appena capii che c’era da cavarne qualche cosa, cominciai a prender subito le debite informazioni. Mi misi in corrispondenza con un mio amico librajo di Torino per avere notizie del commercio librario; con parecchi redattori di rassegne e giornali che avevano scritto bene dei libri di Silvia; scrissi, mi ricordo, anche al Raceni…
– Eh, mi ricordo anch’io. Ci faceste tanto ridere, caro…
– Non avevo ancora la pratica. Studiai la legge della proprietà letteraria e anche il trattato di Berna sui diritti d’autore. Contrattavo dapprima cosí a tentoni, si sa… Ma poi, vedendo che le cose andavano… Silvia si spaventava dei patti che facevo; nel vederli poi accettati, quando le mostravo il danaro guadagnato, restava. Eh sfido! Però, sa, posso dire d’averlo guadagnato io, il danaro, perché lei dai suoi lavori non avrebbe saputo cavare mai nulla.
– Che uomo prezioso siete voi, Boggiòlo! – disse Dora, chinandosi a mirarlo da vicino.
– Non dico questo, – fece Giustino, – ma creda che gli affari li so trattare. Mi ci metto con impegno, ecco. Debbo gratitudine agli amici, al Raceni, per esempio, ch’è stato buono con mia moglie fin da principio. E anche a lei…
– Ma no, a me! Che ho fatto io?
– Anche lei cara, anche lei, insieme col Raceni, è stata tanto buona. E il senatore Borghi, anche. Gli debbo la mia venuta a Roma. La debbo a lui, mica al Datti. Non ci voleva, giusto in questo momento, il guajo della gravidanza.
– Vedete? – esclamò Dora. – E la vostra signora, chi sa quanto soffrirà poi a staccarsi dal bambino! Potete esser certo che vi nascerà un maschio.
– Perché? Come lo sa?
– Lo so. Voi siete distratto da troppe preoccupazioni e fate le cose come per dovere. Ora tutto dipende da chi desidera di piú, sul momento: se desidera di piú la donna, nasce un maschio; se desidera di piú l’uomo, nasce una femmina.
Giustino sorrise.
– E allora, – disse – speriamo che veramente abbia desiderato di piú lei… Sarebbe meglio un maschio. Dovendo lavorare…
– È molto triste! – sospirò Dora. – Un figliuolo! Dev’essere terribile sentirsi madre! Io morrei di gioja e di spavento. Dio Dio Dio, non mi ci fate pensare!
Scattò in piedi. Si recò presso l’uscio della camera accanto e cercò sotto la portiera la chiavetta della luce elettrica; prima di girarla si volse e disse con voce cangiata:
– O vogliamo restare cosí? Amo questa pena del giorno che muore. M’intristisce e m’intenerisce. Divento però anche cattiva, certe volte, pensando in quest’ombra. Mi nasce una invidia angosciosa della casa altrui, d’ogni casa che non sia come questa mia…
– Ma è tanto bello qua… – disse Giustino, guardando in giro.
– Voglio dire, cosí sola, – spiegò Dora. – Vi odio tutti, io, vojaltri uomini. Perché sarebbe tanto piú facile a voi uomini esser buoni, e non siete, e ve ne vantate. Ridete delle vostre perfidie. E ne ho riso anch’io, tante volte, ascoltandovi. Ma poi, a ripensarci sola, in quest’ora, che voglia, che voglia m’è nata… d’uccidere! Sú sú, facciamo luce, sarà meglio!
Era impallidita davvero e aveva negli occhi bistrati come un velo di lagrime.
– Non dico per voi, badate, – soggiunse, tornando a sedere. – So che voi siete buono. Volete essere mio amico sincero?
– Felicissimo! – s’affrettò a rispondere Giustino, un po’ commosso.
– Datemi la mano. Proprio sincero? Ne cerco uno da tanto tempo che mi sia come un fratello.
E stringeva la mano.
– Sissignora…
– Col quale io possa parlare a cuore aperto!
E stringeva vieppiú la mano.
– Sissignora…
– Ah se voi sapeste quanto sia doloroso questo sentirsi sola, sola nell’anima, intendo: perché il corpo… Oh, non mi guardano che il corpo, come sono fatta… i fianchi, il seno, la bocca… Gli occhi però non me li guardano, perché si vergognano… Ed io voglio essere guardata negli occhi, negli occhi…
E seguitava a stringere la mano.
– Sissignora… – ripeté Giustino, guardandola negli occhi, smarrito e vermiglio.
– Perché negli occhi ho l’anima, l’anima che cerca un’anima a cui confidarsi e dire che non è vero che noi non crediamo alla bontà; che non siamo sincere quando ridiamo di tutto, quando per parere esperti diventiamo cinici, Boggiòlo! Boggiòlo!
– Che debbo fare? – domandò stordito, smarrito, Giustino, sotto la morsa di quella mano cosí frale e pur cosí nervosa e forte.
Dora Barmis si buttò via dalle risa.
– Ma no, davvero! – disse allora con forza Giustino per riprendersi. – Se io posso fare per lei qualche cosa, sono qua, signora. Vuole un amico? Sono qua. Glielo dico davvero.
– Grazie, grazie, – rispose Dora, tirandosi sú. – Scusatemi, se ho riso. Vi credo: voi siete troppo… oh Dio… sapete che i muscoli da cui dipende il riso non obbediscono alla volontà, ma a certi moti emozionali incoscienti? Io non sono avvezza a una bontà come la vostra. La vita per me è stata cattiva; e, trattando con uomini cattivi, anch’io… purtroppo… non vorrei farvi male! Forse la vostra bontà degenererebbe… No? Malignerebbero gli altri. Direbbero che ho voluto togliervi a vostra moglie, cosí, per gusto di far male… E poi sarei capace di riderne anch’io, sí, capace di tutto… Basta! basta! parliamo d’altro. Sapete chi m’ha chiesto di vostra moglie? La marchesa Lampugnani. Voi avete un invito, e ancora non siete andati.
– Sissignora, domani sera, infallibilmente – disse Giustino. – Silvia non ha potuto prima. Ero anzi venuto per questo. Ci sarà lei, domani sera, dalla Marchesa?
– Sí sí, – rispose Dora. – Non mancate! S’interessa tanto di vostra moglie la Lampugnani, e desidera proprio vederla. Voi le fate fare una vita troppo ritirata.
– Io? Io no, signora; io anzi vorrei… Ma Silvia è ancora un po’… non saprei come dire…
– Non me la guastate! Lasciatela com’è, per carità! Non la forzate!
– No, ecco… per saperci regolare, capirà… Ci va molta gente dalla Marchesa?
– Oh, i soliti… Forse domani sera ci sarà anche il Gueli (permettendo la Frezzi, si sa!).
– La Frezzi? E chi è?
– Una donna terribile, caro. Colei che tiene in dominio assoluto il Gueli.
– Ah, non ha moglie il Gueli?
– Ha la Frezzi. Non vi basta? Dite un po’, ama la musica la vostra signora?
– Credo, – rispose Giustino, impacciato. Non so bene. Ne ha sentita poca, là a Taranto. Si fa molta musica in casa della Marchesa?
– Talvolta, sí. Viene il violoncellista Beggler, il Milani, il Cordova, il Furlini, quelli del quartetto, sapete?
– Eh già, – sospirò Giustino. – Un po’ di conoscenza è necessaria di… di questa musica difficile… Wagner…
– No, Wagner, col quartetto! – esclamò Dora. – Ciaikowski, Dvorak… E poi, si sa, Glazounov, Mahler, Raff. Basta saperli pronunziare, caro Boggiòlo. Non ve ne date pensiero. Se non dovessi guastarmi la professione, scriverei un libro, caro mio, da far epoca. Lo vorrei intitolare il Bazar della Sapienza. Proponetelo a vostra moglie. Le darei io tutta la materia da trattarvi. Una filza di questi nomi difficili; poi un po’ di storia dell’arte, preellenismo, arte micenaica e via dicendo; un po’ di Nietzsche, un po’ di Bergson, un po’ di Freud; qualche conferenza; e avvezzarsi a prendere il tè, caro Boggiòlo. Voi non ne prendete; avete torto. Chi prende il tè per la prima volta, comincia subito a capire tante cose. Volete provare?
– Ma veramente l’ho preso, qualche volta, – disse Giustino.
– E non avete capito nulla?
– Se devo dire la verità, preferisco il caffè.
– Caro! Non lo dite, però! Il tè, il tè; bisogna avvezzarsi a prendere il tè. Verrete in frak, domani sera, dalla Marchesa. Gli uomini, in frak; le donne… no, qualcuna viene anche senza decolleté.
– Glielo volevo domandare, – disse Giustino. – Perché Silvia…
– Ma sfido! – lo interruppe Dora, ridendo forte. – Senza decolleté, lei, in quello stato: non c’è bisogno di dirlo.
– E scusi, mi potrebbe suggerire… – cominciò allora a domandare Giustino.
E fuori una prima domanda, e poi un’altra e un’altra ancora e tante altre per quella famosa scuola di grandezza a cui voleva sottoporre la moglie e un po’ anche se stesso.
Dora rispose volentieri e con brio e abbondanza a tutte le domande; cosicché Giustino, allorché se n’andò, si sentiva girare la testa come un arcolajo.
Da un pezzo, accostandosi ora a questo ora a quel letterato, osservava, studiava che cosa ci voleva per far bella figura. Gli sembrava tutto, però, come campato in aria. L’istabilità della fama lo angosciava. Era come l’esitar sospeso d’uno di quegli argentei pennacchioli di cardo che il piú lieve soffio porta via. La moda poteva da un momento all’altro mandare ai sette cieli il nome di Silvia o buttarlo a terra, disperderlo in un angolo bujo.
– Ma sí, niente di serio, caro mio, – gli aveva detto Dora. – Malafede o ignoranza. Non si fa critica; si fa politica letteraria. E si giuoca come alla Borsa, al rialzo o al ribasso dei valori. Oggi la Roncella può valere cento, domani zero.
Strada facendo per ritornare a casa, aveva il sospetto che la Barmis si fosse un po’ burlata di lui. Ma questo tuttavia non gli impediva d’ammirarne lo spirito. Era stata una lezione, in fin dei conti. Doveva prenderne, e molte, di quelle lezioni, anche a costo di soffrire in principio qualche mortificazioncella.
E come per raccogliere il frutto di quei primi insegnamenti, rientrò in casa, quella sera, con tre libri nuovi da far leggere alla moglie:
1) un breve compendio illustrato di storia dell’arte:
2) un libro francese su Nietzsche;
3) un libro italiano su Riccardo Wagner.

CAPITOLO TERZO

MISTRESS RONCELLA, TWO ACCOUCHEMENTS

La servotta abruzzese, che rideva sempre vedendo quel berretto da bersagliere in capo al signor Ippolito, entrò nello studiolo ad annunziare un signore forestiere, che voleva parlare col signor Giustino.
– All’Archivio! – le gridò il signor Ippolito, come passando agli atti una “pratica” d’ufficio.
– Se poteva riceverlo la signora, dice.
– Pollo d’India, e non lo sai che la signora è… (e disse con le mani com’era).
Quindi soggiunse:
– Fallo passare. Parlerà con me.
La servotta uscì, com’era entrata, ridendo. E il signor Ippolito borbottò tra sé, stropicciandosi le mani:
– Ora l’accomodo io.
Entrò poco dopo nello studiolo un signore biondissimo, dalla faccia rosea, da bamboccione ingenuo, con certi occhi azzurri, chiari come di vetro e ridenti.
Il signor Ippolito accennò di levarsi con grandissima cura il berretto.
– Prego, segga pure. Qua, qua, sulla poltrona. Permette ch’io tenga in capo? Mi raffredderei.
Prese il biglietto che quel signore tra smarrito e sconcertato gli porgeva e vi lesse: C. NATHAN CROWELL.
– Inglese?
– No, signor, americano, – rispose il Crowell, quasi incidendo con la pronunzia le sillabe. – Corrispondente giornale americano The Nation, New York. Signor Bòggiolo…
– No, Boggiòlo, scusi.
– Ah! Boggiòlo, grazie. Signor Boggiòlo – accordato – intervista – su – nuova – grande – opera – grande – scrittrice italiana – Silvia – Roncella.
– Per questa mattina? – domandò il signor Ippolito, parando le mani. (Ah che vellicazione al ventre gli producevano lo stile telegrafico e lo stento della pronunzia di quel forestiere!)
Il signor Crowell s’alzò, trasse di tasca un taccuino e mostrò in una paginetta l’appunto scritto a lapis: Mr Boggiolo, thursday, 27 (morning).
– Benissimo. Non capisco; ma fa lo stesso, – disse il signor Ippolito. – S’accomodi. Mio nipote, come vede, non c’è.
– Ni-pote?
– Sissignore. Giustino Boggiòlo, mio ni-po-te… Nipote, sa? sarebbe… nepos, in latino; neveu, in francese. L’inglese non lo so… Lei capisce l’italiano?
– Sí, poco, – rispose, sempre piú smarrito e sconcertato, il signor Crowell.
– Meno male, – riprese il signor Ippolito. – Ma nipote, intanto, eh?… Veramente, mio nipote, non lo capisco neanche io. Lasciamo andare. C’è stato un contrattempo, veda.
Il signor Crowell s’agitò un poco sulla seggiola, come se certe parole gli facessero proprio male e credesse di non meritarsele.
– Ecco, le spiego, – disse il signor Ippolito, agitandosi un poco anche lui. – Giustino è andato all’ufficio… uffi-uf-fi-cio, all’ufficio, sissignore (Archivio Notarile). È andato per domandare il permesso… – ancora, già! e perderà l’impiego, glielo dico io! – il permesso d’assentarsi, perché jersera noi abbiamo avuto una bella consolazione.
A quest’annunzio il signor Crowell rimase dapprima un po’ perplesso, poi tutt’a un tratto ebbe un prorompimento di vivissima ilarità, come se finalmente gli si fosse fatta la luce.
– Conciolescione? – ripeté con gli occhi pieni di lagrime. – Veramente, conciolescione?
Questa volta ci restò brutto il signor Ippolito, invece.
– Ma no, sa! – disse irritato. – Che diavolo ha capito? Abbiamo ricevuto da Cargiore un telegramma con cui la signora Velia Boggiòlo, che sarebbe la mamma di Giustino, sissignore, ci annunzia per oggi la sua venuta; e non c’è mica da stare allegri, perché viene per assistere Silvia, mia nipote, la quale finalmente… siamo lí lí: tra pochi giorni, o maschio o femmina. E speriamo tutti che sia maschio, perché, se nasce femmina e si mette a scrivere anche lei, Dio ne liberi e scampi, caro signore! Ha capito?
(“Scommetto che non ha capito un corno!” borbottò tra sé, guardandolo.)
Il signor Crowell gli sorrise.
Il signor Ippolito, allora, sorrise anche lui al signor Crowell. E tutti e due, cosí sorridenti, si guardarono un pezzo. Che bella cosa, eh? Sicuro… sicuro…
Bisognava riprendere daccapo la conversazione, adesso.
– Mi pare che lei tanto tanto non lo… non lo… mastichi, ecco, l’italiano, – disse bonariamente il signor Ippolito: – Scusi, part… par-to-ri-re, almeno…
– Oh, sí, partorire, benissimo, – affermò il Crowell.
– Sia lodato Dio! – esclamò il Roncella. – Ora, mia nipote… faccia conto che ci siamo.
– Grande opera? dramma?
– Nossignore: figliuolo. Figliuolo di carne. Ih, com’è duro lei d’intendere certe cose! Io che voglio parlare con creanza. Il dramma è già partorito. Sono cominciate le prove l’altro jeri, a teatro. E forse, sa? verranno alla luce tutte due insieme, dramma e figliuolo. Due parti… cioè, parti, sí, plurale di parto… parti nel senso di… di… partori… là, partorizioni, capisce?
Il signor Crowell diventò molto serio; s’eresse sulla vita; impallidí; disse:
– Molto interessante.
E, tratto di tasca un altro taccuino, prese frettolosamente l’appunto: Mrs Roncella two accouchements.
– Ma creda pure, – riprese il signor Ippolito, sollevato e contento, – che questo è nulla. C’è ben altro! Lei crede che meriti tanta considerazione mia nipote Silvia? Non dico di no; sarà una grande scrittrice. Ma c’è qualcuno molto piú grande di lei in questa casa, e che merita d’esser preso in maggiore considerazione dalla stampa internazionale.
– Veramente? Qua? In questa casa? – domandò, sbarrando gli occhi, il signor Crowell.
– Sissignore, – rispose il Roncella. – Mica io, sa! Il marito, il marito di Silvia.
– Mister Bòggiolo?
– Se lei lo vuol chiamare Bòggiolo si serva pure, ma le ho detto che si chiama Boggiòlo. Incommensurabilmente piú grande. Sí. Guardi, Silvia stessa, mia nipote, riconosce che lei non sarebbe nulla, o ben poco, senza di lui.
– Molto interessante, – ripeté con la stessa aria di prima il signor Crowell, ma un po’ piú pallido.
– Sissignore. E se lei vuole, potrei parlarle di lui fino a domattina, – seguitò il signor Ippolito. – E lei mi ringrazierebbe.
– Oh, sí, io molto ringraziare, signore, – disse alzandosi e inchinandosi piú volte il signor Crowell.
– No, dicevo, – riprese il signor Ippolito, – segga, segga, per carità! Mi ringrazierebbe, dicevo, perché la sua… come la chiama? intervista, già, già, intervista… la sua intervista riuscirebbe molto piú… piú… saporita, diremo, che se riferisse notizie sul nuovo dramma di Silvia. Già io poco potrei dargliene, perché la letteratura non è affar mio, e non ho mai letto un rigo, che si dice un rigo, di mia nipote. Per principio, sa? e un po’ anche per stabilire un certo equilibrio salutare in famiglia. Ne legge tanti lui, mio nipote! E li leggesse soltanto… Scusi, è vero che in America i letterati sono pagati a un tanto a parola?
Il signor Crowell s’affrettò a dir di sí e aggiunse che ogni parola degli scrittori piú famosi soleva esser pagata anche una lira, anche due e perfino due lire e cinquanta centesimi, in moneta nostrale.
– Gesú! Gesú! – esclamò il signor Ippolito. – Scrivo, per esempio, ohibò, due lire e cinquanta? E allora, figuriamoci, gli Americani non scriveranno mai quasi, già, scriveranno sempre quasi quasi, già già… Ora comprendo perché quel povero figliuolo… Ah dev’essere uno strazio per lui contare tutte le parole che gli sgorbia la moglie e pensare quanto guadagnerebbe in America. Per ciò dice sempre che l’Italia è un paese di straccioni e d’analfabeti… Caro signore, da noi le parole vanno piú a buon mercato; anzi si può dire che siano l’unica cosa che vada a buon mercato; e per questo ci sfoghiamo tanto a chiacchierare e si può dire che non facciamo altro…
Chi sa dove sarebbe arrivato il signor Ippolito quella mattina, se non fosse sopravvenuto a precipizio Giustino a levargli dalle grinfie quella vittima innocente.
Giustino non tirava piú fiato: acceso in volto e in sudore, volse un’occhiata feroce allo zio e poi, tartagliando in inglese, si scusò del ritardo col signor Crowell e lo pregò che fosse contento di rimandare alla sera l’intervista, perché adesso egli doveva recarsi alla stazione a prendere la madre, poi al Valle per la prova del dramma, poi…
– Ma se lo stavo servendo io! – gli disse il signor Ippolito.
– Lei dovrebbe almeno farmi il piacere di non immischiarsi in queste faccende, – non poté tenersi di rispondergli Giustino. – Pare che me lo faccia apposta, scusi!
Si volse di nuovo all’Americano; lo pregò di attenderlo un istante perché voleva vedere di là come stésse la moglie; sarebbero poi andati via insieme.
– Perde l’impiego, perde l’impiego, com’è vero Dio! – ripeté il signor Ippolito, stropicciandosi di nuovo le mani, contentone, appena Giustino varcò la soglia.
– Ha perduto la testa; ora perde l’impiego.
Il signor Crowell, per significargli che non capiva proprio nulla, seguitava a sorridergli simpaticamente.

Non rivedeva la madre da piú di quattro anni, da quando cioè lo avevano sbalestrato là a Taranto.
Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva cambiato, ora che l’imminente arrivo della madre lo richiamava alla vita che aveva vissuto con lei, agli umili e santi affetti rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da cui per tante vicende imprevedute s’era staccato e poi, anche dentro se stesso, a poco a poco allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde dei prati sonori d’acqua, tra i castagni del suo Cargiore lassú vegliato dal borboglío perenne del Sangone, quegli affetti, quei pensieri avrebbe riabbracciato tra breve in sua madre, ma con un penoso disagio interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata; le aveva parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità di lei che alla madre sarebbero riuscite piú accette; vere, pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora piú spinoso il disagio: ché proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare quelle qualità; e se ora Silvia dal libro spiccava un salto sul palcoscenico, a questo salto la aveva spinta lui. E se ne sarebbe accorta bene la madre in quel momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure materne, lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo stato; e trovando lui invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe d’una prima rappresentazione.
Non era piú un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la propria testa; e non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che faceva; tuttavia da buon figliuolo com’era sempre stato, obbediente e sottomesso alla volontà e incline ai desiderii, al modo di pensare e di sentire della sua buona mamma si turbava al pensiero di non avere l’approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi, certamente doveva dispiacere. Tanto piú se ne turbava, in quanto prevedeva che la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da cosí lontano a soffrire con la nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la sua riprovazione, né mosso il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo. Per stornarsi da quei pensieri molesti, si sforzava d’attendere alla grammatica inglese, che portava sempre con sé, per mettere a profitto ogni ritaglio di tempo; e si mise ad andare sú e giú per la banchina. A ogni fischio di treno, si voltava o si fermava.
Fu dato finalmente il segnale d’arrivo. I numerosi aspettanti si affollarono, con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e strepitoso nella stazione. Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse, cercando da una vettura all’altra.
– Eccola! – disse Giustino, cacciandosi anche lui tra la ressa per raggiungere una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s’era sporta con aria smarrita la testa d’una vecchina pallida, vestita di nero.
– Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi, la cui vivacità contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò quasi un rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante tutto il lunghissimo viaggio. Ma pur rimaneva come intronata; rispondeva a monosillabi, e guardava, guardava il figliuolo che le pareva diventato un altro, tra tanta gente e tanta confusione. Anche il suono della voce, anche lo sguardo, Dio mio!
La stessa impressione aveva Giustino della vista della madre.
Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s’era come allentata, disgiunta. Quell’intimità naturale, che prima impediva loro di vedersi cosí come si vedevano adesso; non piú come un essere solo, ma due; non già diversi, ma staccati. E non s’era egli difatti nutrito, lontano da lei – pensava la madre – d’una vita che le era ignota? non aveva egli adesso un’altra donna accanto, ch’ella non conosceva e che certo doveva essergli cara piú di lei?
Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui in vettura, e vide salvi la valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si sentí sollevata e confortata.
– Tua moglie? – domandò, dando a vedere nel tono della voce e nello sguardo, che ne aveva una gran soggezione.
– T’aspetta, – le rispose Giustino. – Soffre molto!
– Eh, poverina… – sospirò la signora Velia, socchiudendo gli occhi. – Ho paura però, che poco io potrò fare… perché forse per lei… non sarò… non sarò buona, ecco…
– Ma che! – la interruppe Giustino. – Non ti mettere in capo codeste prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto la stimerai…
– Lo credo, lo so bene, – s’affrettò a dire la signora Velia. – Dicevo per me…
– Perché ti figuri che una che scrive, – soggiunse Giustino, – debba essere per forza una smorfiosa? Nient’affatto. Vedrai. Troppo… troppo modesta, anzi… È la mia disperazione! E poi, sí, in quello stato… Via, via, mammina, è come te, sai? Senza differenza.
La vecchietta approvò col capo. Le ferirono il cuore quelle parole. Era la mamma, lei; e un’altra donna, adesso, per il figliuolo era come lei, senza differenza. Ma approvò, approvò col capo.
– Faccio tutto io! – seguitò Giustino. – Gli affari li tratto io. Del resto, ohé, a Roma, cara mamma, tutto il doppio, sai? Non te ne puoi fare neanche un’idea! E se non ci s’ajuta in tutti i modi! Lei lavora a casa; io faccio fruttare il suo lavoro fuori.
– E… frutta, frutta? – domandò timidamente la madre, cercando di smorzare l’acume degli occhi.
– Perché ci sono io, che lo faccio fruttare! – rispose Giustino. – Opera mia, non ti figurare! Sono io… tutta opera mia… Quello che fa lei sarebbe come niente, perché la cosa… la… la letteratura, capisci? è una cosa che… puoi farla e puoi anche non farla, secondo i giorni. Oggi ti viene un’idea; sai scriverla; la scrivi. Che ti costa? Non ti costa niente! Per se stessa, la letteratura, è niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse chi la fa fruttare. Io, ecco! E se lei ora è cosí conosciuta in Italia…
– Anche dalle nostre parti, conosciuta? – arrischiò la signora Velia.
– Ma anche fuori d’Italia! – esclamò Giustino. – Tratto con la Francia, io! Con la Francia, con la Germania, con la Spagna. Ora comincio con l’Inghilterra! Vedi? Studio l’inglese. Ma è un affar serio, l’Inghilterra! Basta; l’anno scorso, sai quanto? Quasi sessantacinque mila lire, tra originali e traduzioni. Piú, con le traduzioni.
– Oh Dio quanto! – esclamò la signora Velia, ricadendo nella costernazione.
– E che cosa sono? – sogghignò Giustino. – Mi fai ridere… Sapessi quanto si guadagna in America, in Inghilterra! Milioni, come niente. Ma quest’anno, chi sa!
Invece d’attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da un’irritazione che, di fronte a se stesso, fingeva gli fosse cagionata dall’angustia mentale della madre, mentre gli era in fondo cagionata da quel disagio interno, da quel rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com’era tutto preso, infatuato, povero figliuolo, dalle idee della moglie! Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla del loro paese; appena appena a lei della salute e se aveva viaggiato bene. Sospirò, come tornando di lontano; disse:
– Ti saluta tanto la Graziella, sai?
– Ah, brava! – esclamò Giustino. – Sta bene la Graziella?
– Comincia a essere stolida, come me, – gli rispose la madre. – Ma, tu sai, è fidata. Anche il Prever ti saluta.
– Sempre matto?
– Sempre, – fece la vecchietta, sorridendo.
– Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca, sorrise e ripeté:
– Matto… matto… Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su Roccia Vrè e sul Rubinett!
– Se tutto andrà bene, – disse Giustino, – dopo il parto chi sa che Silvia non venga sú con te, a Cargiore, per alcuni mesi.
– Sú, con la neve? – domandò, quasi sgomenta, la madre.
– Anzi! – esclamò Giustino. – Le piacerà tanto: non l’ha mai veduta! Io dovrò muovermi per affari, forse… Speriamo! Riparleremo poi di questo, a lungo. Tu vedrai come t’accorderai subito con Silvia che, poverina, è cresciuta senza mamma… Adesso ti presenterò. Ti lascerò con lei, perché debbo scappar subito a teatro per le prove.
Non s’accorgeva che la madre lo guardava senza capire; come non s’accorgeva del male che faceva alla moglie parlandole in quei giorni del dramma, di ritorno da quelle prove, tutto acceso, anzi col volto qua e là pezzato di rosso, come se gli avessero dato tanti pizzicotti. Ma non poteva proprio farne a meno.
Era rimasto gabbato nel computo dei giorni: aveva calcolato che per i primi di ottobre la moglie sarebbe stata libera, e invece… invece, ecco qua, L’isola nuova andava proprio in iscena mentre Silvia si trovava ancora in quello stato.
La compagnia Carmi-Revelli, scritturata al teatro Valle giusto per quel mese, faceva assegnamento sopra tutto su quel lavoro nuovo, che s’era accaparrato da parecchi mesi. Non era possibile rimandarne la rappresentazione.
Giustino era in uno stato da far pietà.
Non riusciva a intendere nulla da quelle prove, e veniva ad annunziarlo alla moglie avvilito e pur come ubriaco.
Quel palcoscenico bujo, intanfato di muffa e di polvere bagnata; quei macchinisti che martellavano sui telaj inchiodando le scene per la rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie e la svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti qua e là, quel suggeritore nella buca col copione davanti, pieno di tagli e di richiami; il direttore capocomico, sempre arcigno e sgarbato, seduto presso alla buca; quello che copiava lí su un tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i cassoni, tutto sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele.
S’era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinaj e popolane di Terra d’Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli e berretti, per modelli. Perché il dramma si svolgeva in un’isoletta del Jonio, feracissima, già luogo di pena, abbandonata dopo un disastro tellurico, che aveva ridotto un mucchio di rovine la cittaduzza che vi sorgeva. Sgombrata dai pochi superstiti, era rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un giorno dalle acque.
Ora la Roncella aveva immaginato che una prima colonia di marinaj d’Otranto, rozzi, primitivi, andata di nascosto ad annidarsi tra quelle rovine, non ostante la terribile minaccia incombente su l’isola, viva là, fuori d’ogni legge, quasi fuori del tempo. Tra loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lí onorata come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a colui che l’ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò solo, capo della colonia. Ma Currao è anche il piú forte e col dominio di tutti mantiene a sé la donna, la quale in quella vita nuova, diventata un’altra, ha riacquistato le virtú native, custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d’ogni conforto familiare, e ha dato a Currao un figliuolo ch’egli adora.
Un giorno, però, uno di quei marinaj, il rivale piú accanito di Currao, sorpreso da costui nell’atto di trarre a sé con la violenza la donna, e sopraffatto, sparisce dall’isola. Si sarà forse buttato in mare su una tavola; avrà forse raggiunto a nuoto qualche nave che passava lontana.
Di lí a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell’isola, guidata da quel fuggiasco: altri marinaj che recano però con sé le loro donne, madri, mogli, figlie e sorelle. Quando gli uomini della prima colonia s’accorgono di questo, smettono d’osteggiarne l’approdo sotto il comando di Currao. Questi resta solo, perde d’un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito per tutti quella di prima. Ma ella non tanto se ne duole per sé, quanto per lui; s’avvede, sente che egli, prima cosí orgoglioso di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il disprezzo. Alla fine la Spera s’accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a se stesso e agli altri, medita d’abbandonarla. Dileggiandola, alcuni giovani marinaj, quelli stessi che già spasimarono tanto per lei invano, vengono a dirle ch’egli non si cura piú di farle la guardia perché s’è messo a farla invece a Mita, figliuola d’un vecchio marinajo, Padron Dodo, che è come il capo della nuova colonia. La Spera lo sa; e s’aggrappa ora al figliuolo, con la speranza di trattenere cosí l’uomo che le sfugge. Ma il vecchio Padron Dodo, per consentire alle nozze, pretende che Currao abbia con sé il ragazzo. La Spera prega, scongiura, si rivolge ad altri perché s’interpongano. Nessuno vuol darle ascolto. Allora si reca a supplicare il vecchio e la sposa; ma quegli le dimostra che dev’essere piú contenta che il figliuolo rimanga col padre; l’altra la assicura che il ragazzo sarà da lei ben trattato. Disperata, la donna, per non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore l’uomo che l’abbandona, in un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel terribile abbraccio, ruggendo, la soffoca. Cade un masso, dopo quel ruggito, e un altro, lugubremente, nel silenzio che segue al delitto; e altre grida lontane si levano dall’isola. La Spera abita in cima a un poggio, tra le rovine d’una casa crollata al tempo del primo disastro. Pare che non sia ben certa se lei stessa col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia suscitato quelle grida d’orrore. Ma no, no, è la terra! è la terra! Balza in piedi; sopravvengono urlanti, scontraffatti dal terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all’estrema rovina. S’è aperta la terra! È sprofondata la terra! La Spera sente chiamarsi, sente chiamare il figliuolo dalla voce del marito giú dalla costa del poggio; accorre, vacillando, con gli altri, si sporge di lassú a guardare, raccapricciata, e tra clamori che vengono dabbasso, grida: – Ti s’è aperta sotto i piedi la terra? T’ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l’avevo ucciso io con le mie mani! Muori dannato!
La Carmi, prima attrice della compagnia, si dichiarava entusiasta della parte di Spera, e assicurava che ne avrebbe fatto una “creazione”. Ma non sapeva ancora neanche lei una parola della parte; passava davanti alla buca del suggeritore e ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che quello, vociando e dando le indicazioni secondo le didascalie, leggeva nel copione. Solo il caratterista Adolfo Grimi cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione alla parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao; ma a Giustino pareva che cosí l’uno che l’altro le caricassero un po’ troppo; il Grimi baritoneggiava addirittura. In confidenza e con garbo Giustino glielo aveva fatto notare; ma al Revelli non s’arrischiava, e si struggeva dentro. Avrebbe voluto domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal gesto, come avrebbero proferita quella tal frase. Alla terza o alla quarta prova, il Revelli, piccato dell’entusiasmo ostentato dalla Carmi, s’era messo a interrompere tutti, di tratto in tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante volte proprio per un nonnulla, sul piú bello, quando a Giustino pareva già che tutto andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad assumere vita da sé, vincendo man mano l’indifferenza degli attori e costringendoli a colorire la voce e a muovere i primi gesti. La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di Mita per uno sgarbo del Revelli per poco non s’era messa a piangere. Perdio! Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po’ piú gentile, colui! Giustino s’era fatto in quattro per consolarla.
Non s’accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici e sopra tutti il Grimi, lo pigliavano in giro. Erano finanche arrivati, quando il Revelli non c’era, a fargli provare le “battute” piú difficili del dramma.
– Come direbbe lei questo?
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male; non prendeva mica sul serio gli applausi e gli urli di ammirazione di quei burloni scapati; ma almeno avrebbe fatto intravveder loro l’intenzione della moglie nello scrivere quelle… come si chiamavano? ah, già, battute… quelle battute, sicuro.
Cercava in tutti i modi d’infiammarli, d’averli cooperatori amorosi a quella suprema e decisiva impresa. Gli pareva che alcuni comici fossero un po’ sgomenti dell’arditezza di certe scene, della violenza di certe situazioni. Egli stesso, per dire la verità, non era tranquillo su piú d’un punto, e qualche volta era assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal palcoscenico la sala del teatro, tutte quelle file di poltrone e di sedie disposte lí, come in attesa, gli ordini dei palchi, tutte quelle bocche aperte in giro, nell’ombra, minacciose. E poi le quinte sconnesse, le scene tirate sú a metà, il disordine del palcoscenico, in quella mezza luce umida e polverosa, i discorsi alieni dei comici che finivano di provare qualche scena e non prestavano ascolto ai compagni ch’erano in prova, le arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del suggeritore, lo sconcertavano, gli scompigliavano l’animo, gl’impedivano di costruirsi l’idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
– Boggiòlo, ebbene? Non siamo contenti?
– Signora mia… – sospirava Giustino, aprendo le braccia respirando con piacere il profumo dell’elegantissima attrice, dalle forme provocanti, dall’espressione voluttuosa, quantunque avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli occhi allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e sotto tanta biuta le s’intravvedessero i guasti dell’età e la stanchezza.
– Sú, caro! Sarà un successone, vedrete!
– Lei crede?
– Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c’è tutto! E non c’è teatro, – soggiungeva con una smorfia di disgusto. – Né personaggi, né stile, né azione, qui sentent le “théâtre”. Voi comprendete?
Giustino si riconfortava.
– Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe farmi sentire il ruggito di Spera all’ultimo atto, quando soffoca il figlio.
– Ah, impossibile, caro! Quello deve nascere lí per lí. Voi scherzate? Mi lacererebbe la gola… E poi, se lo sento una volta, io stessa, anche fatto da me, addio! lo ricopio alla rappresentazione. Mi verrebbe a freddo. No, no! Deve nascere lí per lí. Ah, sublime, quell’amplesso. Rabbia d’amore e d’odio insieme. La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel proprio seno, il figliuolo che le vogliono strappare dalle braccia, e lo strozza! Vedrete! Sentirete!
– Sarà il suo figliuolo? – le domandava, gongolante, Giustino.
– No, strozzo il figlio di Grimi, – gli rispondeva la Carmi. – Mio figlio, caro Boggiòlo, per vostra norma, non metterà mai piede su un palcoscenico. Che! Che!
Finita la prova, Giustino Boggiòlo scappava nelle redazioni dei giornali, a trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni o il Federici o il Mola, coi quali aveva stretto amicizia e per mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza con quasi tutti i giornalisti cosí detti militanti della Capitale.
Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente. Ma non se n’aveva per male. Mirava alla mèta, lui.
Casimiro Luna aveva saputo che all’Archivio Notarile gli storpiavano il nome chiamandolo Giustino Roncello. Indegnità! Volgarità! I cognomi si rispettano, i cognomi non si storpiano! E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a dieci centesimi per offrire al Boggiòlo cento biglietti da visita stampati cosí:

GIUSTINO RONCELLA
NATO BOGGIÒLO

Sí, sí, benissimo. Ma lui, intanto, da Casimiro Luna aveva ottenuto un brillante articolo su tutta quanta l’opera della moglie, ed era riuscito a far rilevare da tutti i giornali la “vivissima attesa” del pubblico per il nuovo dramma L’isola nuova, stuzzicando la curiosità con “interviste” e “indiscrezioni”.
La sera rincasava stanco morto e stralunato.
– La Carmi è grande! – annunziava. – E quella piccola Grassi nella parte di Mita, un amore! Si sono già affissi per le vie i primi manifesti a strisce. Stasera comincia la prenotazione dei posti. È un vero e proprio avvenimento, sai? Dicono che verranno i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino e di Bologna.
La sera della vigilia ritornò a casa com’ebbro addirittura. Recava tre notizie: due luminose, come il sole; l’altra, nera, viscida e velenosa come una serpe. Il teatro, tutto venduto; la prova generale, riuscita a meraviglia; i giornalisti e qualche letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti sbalorditi, a bocca aperta. Solo il Betti, Riccardo Betti, quel frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che L’isola nuova era “La Medea tradotta in tarentino”.
– La Medea, capisci? – diceva a Silvia. – La Medea! Che sarà questa Medea? Dice che è una tragedia d’Euripide. Fammi il piacere, cara! Domattina, appena arriva la signora Facelli da Catino, fattela prestare questa benedetta Medea: stúdiale, stúdiale queste benedette cose greche, mice… non so come le chiamino… micenàtiche… stúdiale! Vanno tanto oggi! Capisci che con una frase, buttata cosí, ti possono stroncare? La Medea tradotta in tarentino… Sono tanti imbecilli che non capiscono nulla, peggio di me! Li conosco adesso! Oh se li conosco! oh se li conosco!
La sera della prima rappresentazione, fin dalla piazzetta di Sant’Eustachio la via del teatro era ingombra, ostruita dalle vetture, tra le quali la gente si cacciava impaziente e agitata.
Per non stare a far lí la coda, Giustino smontò dalla vettura e sguisciò tra i legni e la folla.
Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche vibravano, ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di quella serata memorabile.
Ecco Raceni su la soglia.
– Ebbene?
– Mi lasci stare! – sbuffò Giustino, con un gesto disperato. – Ci siamo! Le doglie. L’ho lasciata con le doglie!
– Santo Dio! Era da aspettarselo… L’emozione…
– Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere! – E Giustino, rigirando gli occhi come un pazzo, si provò ad accostarsi al botteghino, innanzi al quale si pigiava la gente per acquistare i biglietti d’ingresso. Vide, levandosi su la punta dei piedi, il cartellino affisso su lo sportello del botteghino: – Tutto esaurito – e n’ebbe un certo rinfranco, quantunque se l’aspettasse.
Un signore lo urtò, di furia.
– Di niente… Ma, è inutile, sa? Glielo dico io: non c’è piú posti! Torni domani sera. Si replica.
– Venga, venga, Boggiòlo! – lo chiamò il Raceni. – Meglio che si faccia vedere sul palcoscenico.
– Due… quattro… uno… tre… uno… tre… – gridavano intanto all’ingresso le maschere in livrea di gran gala, ritirando i biglietti.
– Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso? – domandò Giustino su le spine. – Quanti biglietti d’ingresso avranno dato via? Sto in pensiero, creda, sto proprio in pensiero… Ho un brutto presentimento…
– Ma non dica cosí! – gli diede sulla voce il Raceni.
– Per Silvia, dicevo… – soggiunse Giustino, – per avere io il dramma… L’ho lasciata, creda, molto, molto male… Speriamo che tutto vada bene… ma ho paura che… E poi, guardi, tutta questa gente… dove si ficcherà? Starà scomoda, sarà impaziente, turbolenta… Ohé, paga, e vorrà godere… Ma poteva venire la seconda sera, perdio! Si replica… Andiamo, andiamo…
Tutto il teatro risonava d’un fragorío sommesso di gigantesco alveare. Come saziare la brama di godimento, la curiosità, i gusti, l’aspettativa di tutto quel popolo, già per il suo stesso assembramento sollevato a una vita diversa dalla comune, piú vasta, piú calda, piú fusa?
Avvertí come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando attraverso l’entrata della platea il vaso rigurgitante di spettatori. Il volto, di solito rubicondo, gli era diventato paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine elettriche accese dietro i fondali, i macchinisti e il trovarobe davano gli ultimi tocchi. Il direttore di scena, col campanello in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo segnale agli attori.
Alcuni di questi erano già pronti; la piccola Grassi parata da Mita e il Grimi da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e corta, il volto affumicato come un presciutto, orribile a vedersi cosí da vicino, il berrettone marinaresco ripiegato su un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi in una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina e col Centanni e il Mola. Appena videro Giustino e il Raceni, vennero loro incontro, rumorosamente.
– Eccolo qua! – gridò il Grimi, levando le braccia. – Ebbene, come va? come va?
– Teatrone! – esclamò il Centanni.
– Contento, eh? – aggiunse il Mola.
– Coraggio! – gli disse la Grassina, stringendogli forte forte la mano.
Il Lampini gli domandò:
– La sua signora?
– Male… male…- prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col capo. Giustino comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
– Capiranno che… tanto… tanto bene non può stare…
– Ma starà bene! benone starà! benone! – fece il Grimi col suo vocione pastoso, dimenando il capo e sogghignando.
– La signora Carmi? – domandò Giustino.
– In camerino, – rispose la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolío incessante degli spettatori in attesa. Mille voci confuse, prossime, lontane, rombanti, e sbatacchiar d’usci e stridore di chiavi e scalpiccío di piedi. Il mare nel fondo della scena, il Grimi vestito da marinajo, diedero a Giustino l’impressione che ci fosse un gran molo di là con tanti piroscafi in partenza. Gli orecchi presero d’un tratto a gridargli e una densa oscurità gli occupò il cervello.
– Vediamo la sala! – gli disse il Raceni, prendendolo sotto il braccio e tirandolo verso la spia del telone. – Non si lasci scappare, per carità! – aggiunse poi, piano, – che la signora è soprapparto.
– Ho capito, ho capito, rispose Giustino, che si sentiva morire le gambe accostandosi alla ribalta. – Senta, Raceni, lei mi dovrebbe fare il piacere di correre a casa mia a ogni fin d’atto.
– Ma s’intende! – lo interruppe il Raceni, – non c’è bisogno che me lo dica.
– Per Silvia, dicevo… – soggiunse Giustino, – per avere io notizie… Capirà che a lei non si potrà dir nulla. Ah che sciagurata combinazione! E meno male che ho avuto la ispirazione di far venire mia madre! Poi c’è lo zio… E ho sacrificato anche quella povera signorina Facelli, che aveva tanto desiderio d’assistere allo spettacolo!
Mise l’occhio alla spia e restò sgomento a mirare prima giú nelle poltrone, in platea, poi in giro nei palchi e sú al loggione formicolante di teste. Erano inquieti, impazienti lassú, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi. Giustino sobbalzò a una scampanellata furiosa del buttafuori.
– Niente! – gli disse il Raceni, trattenendolo, – è il primo segnale.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non un posto vuoto in platea, e che ressa nel breve spazio dei posti all’in piedi! Giustino si sentí come arso dal soffio infocato della sala luminosa, dallo spettacolo di tanta moltitudine in attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl’innumerevoli occhi. Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichío irrequieto rendevano terribile e mostruosa la folla compatta. Cercò di distinguere, di riconoscere qualcuno lí nelle poltrone. Ah ecco il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo, sorridendo… ecco là il Betti, che puntava il binocolo. Chi sa a quanti e quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con signorile sprezzatura:
– La Medea tradotta in tarentino. – (Imbecille!).
Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni, cercò nel primo ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma non riuscí a scorgere né queste né quello.
Era gonfio d’orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e magnifico spettacolo per se stesso quel teatro cosí pieno, e che si doveva a lui: opera sua, frutto del suo costante, indefesso lavoro, la considerazione di cui godeva la moglie, la fama di lei.
L’autore, il vero autore di tutto, si sentiva lui.
– Boggiòlo! Boggiòlo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
– Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago, siete un mago, Boggiòlo! Una vera magnificenza, à ne voir que les dehors. E che miracolo, avete visto? E in teatro Livia Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di vostra moglie.
– Di mia moglie? – esclamò Giustino, stordito. – E perché?
Era cosí infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse detto che l’amica del Gueli e tutte le donne ch’erano in teatro deliravano per lui, lo avrebbe compreso e creduto facilmente. Ma sua moglie… – che c’entrava sua moglie? Livia Frezzi gelosa di Silvia? E perché?
– Perché? – soggiunse la Barmis. – Ma chi sa quante donne saranno tra poco gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch’ella non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle. Squillarono i campanelli. Dora Barmis gli strinse forte forte la mano e scappò via. Il Raceni lo trascinò tra le quinte di destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiòlo parve che gli scoperchiassero l’anima e che tutta quella moltitudine d’un tratto silenziosa s’apparecchiasse al feroce godimento del supplizio di lui.
Supplizio inaudito, quasi di vivisezione. Con un che di vergognoso; come se egli fosse tutto una nudità esposta, che da un momento all’altro, per qualche falsa mossa impreveduta, potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti gli attori dalla prima all’ultima battuta, e involontariamente per poco non le ripeteva ad alta voce, mentre quasi in preda a continue scosse elettriche si voltava a scatti di qua e di là con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato dalla lentezza dei comici, che gli pareva s’indugiassero apposta su ogni battuta per prolungargli il supplizio, come se anch’essi ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di strapparlo di là, di condurlo nel camerino del Revelli, non ancora entrato in scena; ma non riuscí a smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana, un fascino teneva e legava lí Giustino, sgomento, come al cospetto d’un fenomeno mostruoso.
Il dramma che sua moglie aveva scritto, ch’egli sapeva a memoria parola per parola, finora quasi covato da lui – ecco, si staccava, si staccava da tutti, s’inalzava, s’inalzava come un pallone di carta ch’egli avesse diligentemente portato lí, in quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con cura trepidante sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate perché si gonfiasse; a cui ora infine egli avesse acceso lo stoppaccio; si staccava da lui, si liberava palpitante e luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco tutta la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il cuore, il respiro, nell’attesa angosciosa che da un istante all’altro un buffo d’aria, una scossa di vento, non lo abbattesse da un lato, ed esso non s’incendiasse, non fosse divorato lí nell’alto dallo stesso fuoco ch’egli vi aveva acceso.
Ma dov’era il clamore della folla per quell’inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al quale il dramma s’inalzava. Esso solo, lí, da sé e per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l’indipendenza prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl’incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria, trascurando e rimpiccolendo le cure innumerevoli ch’egli se n’era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopra tutto.
Se non scoppiavano applausi… se tutti restavano cosí sino alla fine, sospesi e intontiti… Ma com’era? che cos’era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe terminato… Non un applauso… non un segno d’approvazione… niente!
Gli pareva d’impazzire… apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo. Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento… no, uno sgomento nuovo, quasi uno sbalordimento… forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori…
Per un momento temette non fosse una cosa atroce e orribile, non mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all’altro non scoppiasse una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati. Ah era veramente una cosa terribile quel silenzio! Com’era? com’era? si soffriva? si godeva? Nessuno fiatava… E le grida dei comici sul palcoscenico, già all’ultima scena, rimbombavano. Ecco, ora calava la tela…
Parve a Giustino che egli, egli solo, lí dal fondale, con l’ansia sua, con la sua brama, con tutta l’anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi, stentati, come un crepitío di sterpi, di stoppie bruciate, poi una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi, assordanti… – e allora si sentí rilassare tutte le membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine.
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque, sette, dieci volte gli attori si presentavano alla ribalta, a quell’incendio là. Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja. Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi e poi del Revelli, e poi del Grimi che gli stampò sulle labbra, sulla punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo, non ostante che quegli, sapendo il guajo che ne sarebbe venuto, si schermisse. E col volto cosí impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro; era cosí esausto, spossato, sfinito, che solo in quell’abbandono trovava sollievo; e ormai s’abbandonava a tutti, quasi meccanicamente, si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli ripulire la faccia. Il Raceni era scappato a casa a prendere notizie della moglie.
Nei corridoj, nei palchi era un gridío, un’esagitazione, un subbuglio. Tutti gli spettatori, per tre quarti d’ora soggiogati dal fascino possente di quella creazione cosí nuova e straordinaria, cosí viva da capo a fondo d’una vita che non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi impreveduti, s’erano come liberati con quell’applauso frenetico, interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi. Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d’atteggiamenti e d’espressioni, si dimostrava d’una saldezza cosí adamantina, non avrebbe potuto piú frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell’azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d’arte, a cui quella sera quasi con sgomento si assisteva. Pareva non ci fosse la premeditata concezione d’un autore, ma che l’azione nascesse lí per lí, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall’urto di selvagge passioni, nella libertà d’una vita fuori d’ogni legge e quasi fuori del tempo, nell’arbitrio assoluto di tante volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a se stessi, che compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che l’autore si fosse proposto.
Molti, tra i piú accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi, i visi dei critici drammatici dei piú diffusi giornali quotidiani e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli. Approvava? Disapprovava? e che cosa? il dramma o l’interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico. Chi era? Ah, il Fongia di Torino… Come rideva! E fingeva di piangere e di abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis. Perché? Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una fragorosa risata. Nel palco accanto, una signora dal volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall’aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere all’altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai capelli grigi… – ah, il Gueli! il Gueli! Maurizio Gueli! – sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
– Maestro; perdonate, – gli disse allora Zeta, – e fatemi perdonare dalla signora. Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla Roncella…
– Io? Per carità! – fece il Gueli, e si ritrasse col viso alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente sulle labbra nere e restringendo un po’ le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò piú volte il capo e disse al giornalista:
– Eh, molto… molto bene…
– Signora, con ragione! – esclamò allora quello. – Genuina figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l’ho detto e lo dirò. Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
– Non abbia paura… Non le mancherà l’ajuto… Paterno, s’intende!
Poco dopo questa conversazione da un palco all’altro, mentre già si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo piú oltre frenare in sé l’impeto dell’avversa passione, corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé. Stavano per montare in vettura, quando da un’altra vettura arrivata di gran furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
– Ah, Maestro, che sventura!
– Che cos’è? – domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
– Muore… muore… La Roncella, forse, a quest’ora… l’ho lasciata che… vengo a prendere il marito…
E senza neanche salutare la signora, il Raceni s’avventò dentro il teatro.

CAPITOLO QUARTO

IL PADRONE DELL’ISOLA

I giornali avevano divulgato la notizia che la Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento del trionfo del suo dramma, finalmente in grado di sopportare lo strapazzo d’un lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a recuperare le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito.
Giornalisti e letterati, ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione per vederla, per salutarla, e s’affollavano davanti la porta della sala d’aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l’avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
– Cargiore? Dov’è Cargiore?
– Uhm! Presso Torino, dicono.
– Ci farà freddo!
– Eh, altro… Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano piú staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal divano ov’ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavano ai vetri, chiamavano, facevano cenni d’impazienza e d’irritazione; ma nessuno se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo d’impazienza e d’irritazione.
L’isola nuova aveva avuto veramente un trionfo. La notizia della morte dell’autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era preso e affascinato dalla prepotente originalità del dramma, aveva suscitato una cosí nuova e solenne manifestazione di lutto e d’entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la ventura di parteciparvi.
La mattina appresso tutti i giornali avevano descritto con colori cosí straordinarii quella serata memorabile che in tutte le città d’Italia s’era subito acceso il desiderio piú impaziente di vedere al piú presto rappresentato il dramma e d’avere intanto altre notizie dell’autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardare Giustino Boggiòlo per farsi un’idea dell’enormità dell’avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata. Non la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano per le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, ad annunziare come un pazzo al pubblico l’imminente morte della moglie, era stato trascinato via, a casa, piangente, convulso da Attilio Raceni.
Balzato da una violenta, terribile emozione a un’altra opposta non meno terribile e violenta, ah Dio che nottata, che nottata aveva passato, là accanto alla moglie; e poi che giornate! che giornate!
Ora la moglie – bene o male – eccola là, s’era liberata di tutti i suoi affanni; quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell’ozio. Mentre lui…
Già prima di tutto, altro che quel cosino là, lui! Un gigante, un gigante aveva messo sú, lui; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi gambate per tutta Italia, per tutta Europa e fors’anche poi per le Americhe, a mietere allori, a insaccar danari; e toccava a lui d’andargli dietro, a lui già stremato di forze, esausto per il parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiòlo il gigante non era il dramma composto da sua moglie; il gigante era quel trionfo, di cui lui solamente si riconosceva autore.
Ma sí! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lí, alla stazione, a ossequiare la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
– Prego, prego… Mi facciano la grazia, siano buoni… Il medico, hanno sentito?… E poi, guardino, ci sono tant’altri di là… Sí, grazie, grazie… Prego, per carità… A turno, a turno, dice il medico… Grazie, prego, per carità…- si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti piú poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio nel modo piú lodevole, cosí che la stampa poi, quella sera stessa, ne potesse parlare come d’un altro avvenimento. – Grazie, oh prego, per carità… Oh signora Marchesa, quanta degnazione… Sí, sí, vada, grazie… Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringere la mano, e poi via, mi raccomando. Un po’ di largo, prego, signori… Grazie, grazie… Oh signora Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità… Guardi, Raceni, se viene il senatore Borghi… Largo, largo, per favore… Sissignore, parte senz’avere assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma… Come dice? Ah sí… purtroppo, sí, neanche una volta, neanche alle prove… Eh, come si fa? deve partire, perché io… Grazie, Centanni!… Deve partire… Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?… Deve partire, perché… Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la prima attrice… La Spera, sissignora! Perché io… mi lasci stare, ah, mi lasci stare… Non me ne parli! A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia… non so come spartirmi… sette, sette compagnie in giro, sissignore…
Cosí, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e occhiatine e sorrisi d’intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie distribuite cosí, quasi per incidenza; e ora questo ora quel nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
– Meravigliosa! meravigliosa! – non rifiniva intanto di esclamare la Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch’essi, come tanti altri, a vedere per la prima volta e a conoscere l’autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo. Erano venuti, sicuri d’una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti, d’una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai piú efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e subito allora s’erano immelensite le arie con cui erano entrati, e raggelati i modi.
– Sí, ma soffre, – osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale. – È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina là…
– Tanto di donnetta, che forza! – diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il labbro. – Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt’altra! Negli occhi, sí… forse negli occhi qualcosa c’è. Certi lampi, sí… Perché il grande della sua arte, non saprei, è in certi guizzi improvvisi, in certi bruschi arresti, che vi scuotono e vi stònano. Noi siamo abituati a un solo tono; a quelli che ci dicono: la vita è questa; ad altri che ci dicono: la vita è quest’altra. Ora la Roncella vi dipinge un lato, anch’essa della vita, ma poi tutta un tratto si volta e vi presenta anche l’altro lato, subito. Ecco, questo mi pare!
E la Carmi volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi, o almeno i segni del consenso di chi stava a sentirla, e vendicarsi cosí, cioè con vera superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella. Non raccolse neanche il consenso del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di palcoscenico s’accorsero bene ch’essa piú che per loro aveva parlato per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la vecchia signorina Ely Facelli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti, levandosi il cappello, inchinandosi, s’affrettarono a trarsi da canto per lasciare passare uno, cui evidentemente l’insospettata presenza di tanta gente cagionava, piú che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava agli occhi di tutti e che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell’uomo di darsi in pascolo alla gente.
Altro doveva esserci sotto; e altro c’era. Lo diceva piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
– Teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua… E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l’ho già detto! gelosa pazza; ma – siamo giusti – con ragione, mi sembra… Per me, via, non c’è piú dubbio!
– Ma statevi zitta! – le diede su la voce il Raceni. – Che dite! Se le può esser padre!
– Bambino! – esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
Non poté aggiunger altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada, si disponeva a uscire dalla sala per prendere posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levò qua e là qualche grido d’evviva, a cui rispose tutta un tratto un lungo scroscio di applausi, e Giustino Boggiòlo, già preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri e i pomelli accesi, s’inchinò a ringraziare piú volte, invece della moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il moccichino profumato la signorina Ely Facelli, dimenticata e inconsolabile. Guardando cauto, obliquo, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc’anzi stava seduta la Roncella, ghermí una piccola piuma che s’era staccata dai boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
– Ohé, tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto, caro mio… Senti, senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Sú, sú, coraggio, figlio mio! È la cosa piú facile del mondo, non t’avvilire. Quella ha preso Medea e l’ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere veneziano. Un trionfo! Te l’assicuro io! E vedrai che quella mo’ si fa ricca, oh! Seicento, settecento mila lire, come niente! Balla, comare, che fortuna suona!
Ritornando a casa in vettura con la signorina Facelli (la poverina non sapeva staccarsi i fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto piú per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiòlo scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l’avesse proprio con lei. Ma no, povera signorina Ely, no; lei non c’entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno, s’era attaccato a Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio, che s’attacchi al piede d’un corridore tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo. Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de L’isola nuova per pubblicarlo nella sua rassegna. Per fortuna aveva fatto in tempo a intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione del libro potesse scemare la curiosità del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione del dramma. Ebbene, il Borghi allora, in cambio, s’era fatto promettere da Silvia una novella – lunghetta, lunghetta – per la Vita Italiana.
– Ma a quali patti, scusi? – cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata signorina Ely. – A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora… Non sono piú i tempi della Casa dei nani, caro signor senatore! Gratitudine, va bene! Ma la gratitudine, prima di tutto, non bisogna sfruttarla, ecco! Come dice?
Approvò, approvò piú volte col capo, dentro il moccichino, la signorina Ely; ma per Giustino fu come se avesse invece disapprovato. Difatti incalzò:
– Sicuro! Perché al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni merito del beneficio, ma si regola… no, che dico? peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare. Questo me lo conservo, guardi! proprio per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore. Ah, signorina mia, – seguitò. – Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche! Se penso a tutto quello che devo fare, mi prende la vertigine! Ora vado all’ufficio e domando sei mesi d’aspettativa. Non posso farne a meno. E se non me l’accordano? Mi dica lei… Se non me l’accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a… a… Come dice?
Nulla. Oh santo Dio, perché insistere cosí, se proprio non fiatava la signorina Ely! Alzò un dito per far segno di no, che non aveva parlato. E allora Giustino:
– Ma veda, per forza… Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all’ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, cominceranno a dire che vivo alle spalle di mia moglie. Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie senza di me… roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: dove se n’è andata? In villeggiatura. E chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra… Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto… Andate a pensare all’ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei… Bah, non ci pensiamo piú!
Aveva tante cose per il capo, che piú di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava. Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d’arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco; anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po’ di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi. Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po’ di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa – paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un’altra ragione di stizza.
Ma questa, assai piú grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all’erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e pelosi e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, sulle seggiole, sulle poltrone, sulla scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de L’isola nuova.
– E scusi… e scusi… e scusi… – si mise a dire Giustino Boggiòlo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell’apparato. – Chi è lei, scusi?
– Io? – disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo. – Chi sono io? Nino Pirino. Sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella. Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e sono venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
– E dov’è? – fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
– Dov’è? chi? come?
– Ma se è partita, caro signore! Se è partita poco fa!
– Partita? La Roncella?
– Ma se lo sa tutta Roma, perbacco! C’era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo da perdere, io, scusi… Ma già… aspetti un momento… Scusi, queste sono scene de L’isola nuova, se non sbaglio?
– Sissignore.
– E che è, roba di tutti L’isola nuova, scusi? Lei prende cosí le scene e… e se le appropria… Come? con qual diritto?
– Io? che dice? ma no! – fece il giovinotto. – Io sono un artista! Io ho veduto e…
– Ma nossignore! – esclamò con forza Giustino. – Che ha veduto? Lei non ha veduto niente. Lei ha veduto L’isola nuova…
– Sissignore.
– E questa è l’isola abbandonata, è vero?
– Sissignore.
– E dove l’ha mai veduta lei? esiste forse nella carta geografica, quest’isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere; e in verità a ridere aveva disposto lo spirito. Cosí investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso sulle labbra. Piú che mai stordito, disse:
– Eh, con gli occhi no. Con gli occhi no, di certo! non l’ho veduta. Ma l’ho immaginata, ecco!
– Lei? Ma nossignore! – incalzò Giustino. – Mia moglie! soltanto mia moglie. L’ha immaginata soltanto mia moglie, non lei! E se mia moglie non l’avesse immaginata, lei non avrebbe dipinto lí un bel corno, glielo dico io! La proprietà…
A questo punto Nino Pirino non riuscí a tenere piú in freno la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
– La proprietà? ah sí? quale? quella dell’isola? Oh bella! oh bella! oh bella! Vuol essere lei soltanto il proprietario dell’isola? il proprietario d’un’isola che non esiste?
Giustino Boggiòlo, sentendo ridere cosí, s’intorbidò tutto dall’ira e gridò, fremente:
– Ah, non esiste? Lo dice lei che non esiste! Esiste, esiste, esiste, caro signore! E glielo farò vedere io, se esiste!
– L’isola?
– La proprietà! Il mio diritto di proprietà letteraria! Il mio diritto, il mio diritto esiste! e lei vedrà se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo, questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora; e glielo farò vedere!
– Va bene… ma guardi… sissignore… si calmi, guardi… – gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie. – Guardi, io… io non ho voluto usurpare nessun diritto, nessuna proprietà… Se lei s’arrabbia cosí, guardi, io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli; e me ne vado. Glieli regalo e me ne vado. Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia illustre compaesana… Sí, volevo anche pregarla di… di… ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche ajuto… Sono belli, sa? Li degni almeno d’uno sguardo, questi miei pastellini… Non c’è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiòlo si trovò d’un tratto tutto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
– No, nient’affatto… grazie… scusi… dicevo, discutevo per il… la… il… diritto, la proprietà, ecco. Creda che è un affar serio… come se non esistesse… Una pirateria continua nel campo letterario… Mi sono riscaldato, perché, veda… in questo momento, mi… mi riscaldo facilmente: sono stanco, stanco da morirne; e non c’è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, lei lo capisce bene.
– Ma certo! ma naturalmente! – esclamò Nino Pirino, rifiatando. – Però, senta… Non s’arrabbi di nuovo, per carità! Crede che io non possa fare un quadro, poniamo, sui Promessi sposi? Ecco: poniamo, leggo i Promessi sposi; ho l’impressione d’una scena; non posso dipingerla?
Giustino Boggiòlo si concentrò con grande sforzo; rimase un po’ a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
– Eh, – poi disse. – Veramente non saprei… Forse, trattandosi dell’opera d’un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio… Non so. Bisogna che studii la questione. Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso. Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare L’isola nuova – (glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi) – anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica.
– Veramente… già… – cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiú il pizzo; ma poi, d’un balzo, ricredendosi. – Ma no! sbaglia, sa! Veda… il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende piú le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga piú, sa? ne può stare sicuro; non paga piú nulla!
Giustino Boggiòlo parò le mani come ad arrestare subito un pericolo o una minaccia.
– Parlo accademicamente, – s’affrettò allora a soggiungere il giovinotto. – Io le ho già detto perché sono venuto, e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli e ad andarmene.
Un’idea balenò in quel momento a Giustino. Il dramma prima o poi, doveva andare a stampa. Farne un’edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là… Ecco, il libro cosí non sarebbe andato per le mani di tutti; cosí egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell’opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l’ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all’editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell’idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d’aspettare che la luce gli si facesse intera.
– Ecco. Una prefazione del Gueli, al volume… Cosí, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto… Egli è venuto questa mattina a ossequiare la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io) che è stato per mera cortesia. Se il Gueli fa la prefazione… Benissimo, sí sí, benissimo. Ci andrò oggi stesso, subito com’esco dall’ufficio. Ma vede quant’altri pensieri, quant’altro da fare mi dà lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna. Basta, basta… Vedrò di pensare a tutto. Lei mi lasci qua i pastelli. Le prometto che appena passo da Milano… Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando sú il busto, impacciato:
– Ecco… quando… quando passerà, lei, da Milano?
– Non so, – disse il Boggiòlo. – Fra due, tre mesi al massimo…
– E allora, – sorrise Pirino, – è inutile, sa! Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno, di indirizzi. Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva cosí.

Quando, sul tardi, Giustino Boggiòlo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era cosí stanco, in tale vana fissità di stordimento, che, appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, trovandosi, senza saper come né perché, tra le braccia d’una donna, sul seno d’una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con una tepida profumata mano e gli diceva con dolce voce materna: “Poverino… poverino… ma si sa!… ma cosí voi vi distruggerete, caro!… oh poverino… poverino…”, abbandonato, senza volontà, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch’egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, la lasciava fare e si lasciava carezzare e lisciare e coccolare come un bambino malato.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva piú, davvero! All’ufficio il capo lo aveva accolto a modo d’un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d’aspettativa non si sarebbe chiamato piú il commendator Riccardo Ricoglia se non gliela faceva respingere, respingere, respingere. In casa del Gueli, poi… Oh Dio, che cos’era accaduto in casa del Gueli? Non sapeva raccapezzarsi piú… Aveva sognato? Ma come? Non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito. O impazzito lui, o il Gueli. Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenío vertiginoso, qualche cosa doveva essere accaduta, a cui non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire piú nulla; neanche perché la Barmis fosse là… Forse era giusto, era naturale che fosse là… e quel conforto pietoso era anche opportuno, sí, e meritato… ma ora… ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi. Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
– No, perché? Aspettate…
– Devo… le… le valige… – balbettò Giustino.
– Ma no! che dite! – gli diede su la voce Dora. – Volete partire in questo stato? No, caro! no, caro! Qua, qua… Voi non potete, caro, non potete! E io ve l’impedirò.
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava piú, proprio, d’essere donna.
– Ma… ma come?… – seguitò a balbettare, – senza… senza lume qui? Che ha fatto la serva della signorina Ely.
– Il lume? Non l’ho voluto io, – disse Dora. – L’avevano portato. Qua, qua, sedete con me, qua. Si sta bene al bujo… qua…
– E le valige? Chi me le fa? – domandò Giustino pietosamente.
– Volete partire per forza?
– Signora mia…
– E se io ve l’impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentí stringere con violenza un braccio. Piú che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
– Signora mia…
– Ma stupido! – scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l’altro braccio e scotendolo. – Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido… sí, stupido che voi partiate cosí… Dove sono le valige? Saranno nella vostra camera. Dov’è la vostra camera? Sú, andiamo, v’ajuterò io!
E Giustino si sentí trascinare, strappare. Reluttò, perduto, balbettando:
– Ma… ma se… se non ci portano un lume…
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei súbiti prorompimenti d’ilarità folle nella Barmis. Trattando con lei era sempre tra perplessità angosciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi, certi sorrisi, certe parole di lei. In quel momento, sí, in verità gli pareva chiaro che… – Già, ma se poi avesse sbagliato? E poi… ma che! A parte lo stato in cui si trovava, sarebbe stata una profanazione bell’e buona, una vera infamia, sul letto coniugale…
Cosí trovò il coraggio di accendere risolutamente, e anche con un certo sdegno, un fiammifero.
Una nuova piú stridula, piú folle risata assalí e scontorse la Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
– Ma perché? – domandò Giustino con stizza. – Al bujo… certo che…
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime. Intanto egli aveva acceso una candela trovata di là su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del Pirino.
– Ah, vent’anni! vent’anni! vent’anni! – fremette Dora alla fine. – Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e buttati via! Sciocchezze! sciocchezze! L’anima, adesso, l’anima, l’anima… Dov’è l’anima? Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare.. Dite, Boggiòlo: per voi dov’è? dentro o fuori? dico l’anima. Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori. L’anima è fuori, caro. L’anima è tutto. E noi, morti, non saremo piú nulla, caro. Piú nulla, piú nulla… Sú, fate lume! Queste valige subito… V’ajuterò io… Sul serio!
– Troppo buona – disse Giustino, mogio mogio, sbigottito.
Dora, seduta sul letto a due, guardò in giro i mobili della cameretta, modesti.
– Ah, qua… – disse. – Bene, sí… Che buono odor di casa, di famiglia, di provincia… Sí, sí… bene, bene… Beato voi, caro! Sempre cosí! Ma dovete far presto. A che ora parte la corsa? Ih, subito… Sú, sú, senza perder tempo…
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva. Frattanto:
– Sapete perché sono venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi… tutti gli attori della Compagnia… ma specialmente la Carmi, caro mio, sono feroci contro di voi!
– E perché? – domandò Giustino, restando.
– Ma per vostra moglie, caro! Non ve ne siete accorto? – rispose Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi. – Vostra moglie… forse, poverina, perché ancora cosí… li ha accolti male, male, male..
Giustino, inghiottendo amaro, chinò piú volte il capo, per significare che se n’era accorto e doluto tanto.
– Bisogna riparare! – riprese la Barmis. – E dovete riparare appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia… Ecco, la Carmi si vuole vendicare a tutti i costi. E voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
– Io? e come?- domandò Giustino, di nuovo stordito
– Oh Dio mio! – esclamò la Barmis, stringendosi nelle spalle. – Non pretenderete che ve l’insegni io, come! È difficile con voi! Ma quando una donna si vuole vendicare di un’altra… Guardate, la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo. Ma verso un’altra donna la donna è perfida, caro mio, capace di tutto poi, se crede d’averne ricevuto uno sgarbo, un affronto. E poi l’invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive! Voi siete un bravo figliuolo, un gran brav’uomo… enormemente bravo, capisco, ma, se volete fare i vostri interessi, ecco… dovete… dovete sforzarvi… farvi un po’ di violenza magari… Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete a intendere…
– Ma no! ma no, creda, signora mia! – esclamò candidamente Giustino. – Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
– Come dire che siete appadronato?
– No, – fece serio serio Giustino, – è che proprio non ci penso piú! Tutte le donne per me sono… sono… come se fossero uomini, ecco! Non ci faccio piú differenza. Donna per me è mia moglie, e basta. Forse per le donne è un’altra cosa. Ma per gli uomini, creda pure, almeno per me… L’uomo ha tant’altre cose a cui pensare… Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare…
– Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse non volete capirlo? – riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle valige. – Se voi volete fare i vostri interessi, caro mio! Per voi, sta bene; ma dovete trattare con donne per forza: attrici, giornaliste… E se non fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d’accordo! Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi… capite? Vendicarsi cosí, non tanto perché desiderino voi, ma per fare un dispetto a vostra moglie? Dico nel vostro stesso interesse… Sono necessità, caro, che volete farci? necessità della vita! Sú, sú, ecco fatto; chiudete e partiamo subito. Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò; fu lí lí per lasciargliela; ma poi… tanto, dacché c’era… Giustino non si ribellò. Pensava a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
– Mi spieghi un po’ lei, signora: io non so – disse a Dora. – Sono andato dal Gueli…
– In casa? – domandò Dora, e subito esclamò: – Oh Dio, che avete fatto?
Ma perché? – replicò Giustino. – Sono andato per… per chiedergli un favore… Bene. Lo crederebbe? Mi… mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto…
– La Frezzi era presente?- domandò la Barmis.
– Sissignora, c’era…
– E allora, che meraviglia? – disse Dora. – Non lo sapete?
– Mi scusi! – riprese Giustino. – C’è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche di non ricordarsi piú che questa mattina era stato alla stazione!
– Anche questo avete detto? lí, voi, in presenza della Frezzi? – proruppe Dora, ridendo. – Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiòlo!
– Ma perché? – tornò a replicar Giustino. – Scusi, sa! io non posso ammettere che…
– Voi! e già, siamo sempre lí! – esclamò la Barmis. – Volete fare i conti senza la donna, voi! Ve lo dovete levar dal capo, caro mio! Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia amicizia per la vostra signora? Provatevi a fare un po’ di corte a quella sua nemica; e allora…
– Anche a quella?
– Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà piú una giovinetta, ma…
– Via, non lo dica neanche per ischerzo, – fece Giustino.
– Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio, – ribatté Dora. – Se non mutate registro, non concluderete nulla!
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
– Ricordatevi! Sí, sí, la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi. Pazienza, caro… Addio! Sforzatevi… Nel vostro interesse… Fatevi un po’ di violenza… Addio, caro, buone cose! addio! addio!

CAPITOLO QUINTO

LA SCIMMIA SULL’ELEFANTE

L’immagine della scimmia su l’elefante sorse spontanea nelle redazioni dei giornali di Roma alla notizia dei rinnovati trionfi de L’isola nuova nelle altre città; seppure non fu portata da qualche giornalista di Milano o di Bologna o di Torino che riferiva l’impressione che avevano avuto tutti in quelle città alla vista di quell’ometto che si dava l’aria di guidare il colossale successo di quel dramma della moglie.
Non si poteva negare che, senza di lui, L’isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena, né per conseguenza passata, come ora passava, di trionfo in trionfo per tutte le città d’Italia. Ma, se poteva essere in certo qual modo scusabile, pur saltando agli occhi goffamente, tutto quel gran da fare ch’egli s’era dato finché la fama della moglie era ancora modesta, ora che il trionfo era venuto, non poteva non parere ridicolissimo il veder lui solo in giro con esso, tutto faccente messa da parte la moglie, come se veramente non c’entrasse per nulla: quella moglie che pochissimi avevano appena intravveduta, di cui nessuno quasi aveva notizia: chi fosse, co……
[A questo punto s’arresta il testo rielaborato dell’A. Diamo da qui innanzi il testo della prima edizione riprendendo la narrazione dalla fine della scena tra Giustino e la Barmis, con la quale terminava non il Cap. IV (“Dopo il Trionfo”), ma il terzo dei quattro capitoletti in cui esso era suddiviso. Il seguente è dunque l’ultimo di questi capitoletti. (S. P.)]

Dov’era?
Sí, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiazzo erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l’orologio che recava una leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la bianca cura con l’orto solingo, e piú là, recinto da muri, il piccolo cimitero.
All’alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d’angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a questa messa dell’alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant’anni anch’esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d’andare a riporsi sotterra, s’indugerà a spiare attraverso il cancelletto l’orto solingo della Cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a lui.
No, ecco… Dov’era? dov’era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore. Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa. Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov’era anche stata, attraversando giú quella curiosa Via della Buffa, larga, a bastorovescio, tutta sonora d’acque scorrenti nel mezzo. Sapeva ch’era la voce del Sangone quella che s’udiva sempre, e piú la notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l’immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza requie. Sapeva che piú sú, per la vallata dell’Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, e aveva visto gran parte delle acque devolvere incanalata nei lavori di presa: lí, romorosa, libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata, assoggettata all’industria dell’uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparse tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome. Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga. Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno dell’Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè. Quello di fronte, a mezzodí, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lí la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente. Sí, di tutto. Ma ella… dov’era? dov’era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi come una perenne onda musicale, ch’era a un tempo voce e lume, in cui l’anima si cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella voce e fissar quel lume.
Era veramente cosí pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinníi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all’ombra di bassi ontani; rivoli che s’affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, ballando festose?
No, no, attorno a tutto – luoghi e cose e persone – ella vedeva soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti piú vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell’aria di sogno le si squarciava d’un tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi diversi, nella loro nuda realtà. Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le tempie. Era davvero cosí quella tal cosa? No, non era forse neanche cosí! Forse, chi sa come la vedevano gli altri… se pur la vedevano! E quell’aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s’era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo. Ella era entrata con Graziella a sentir come stésse. Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d’avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente. Graziella, appena entrata, s’era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
– Che luna, madama! Dio, par che faccia giorno di nuovo.
La mamma allora aveva voluto ch’ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d’attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano. Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone, ne la valle. Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
– Che stride cosí, Graziella? – aveva domandato la mamma.
E Graziella, affacciata alla finestra, nell’aria chiara, aveva risposto lietamente:
– Un contadino. Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch’ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s’era levato un canto dolcissimo di donne. E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
– Cantano a Rufinera…
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Dacché s’era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante immagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita. Non poteva piú parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora. Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco. Sentiva che ormai ella non apparteneva piú a se stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassú, dove l’avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S’era trovata come sperduta lassú, e il suo dèmone ne aveva profittato. Le veniva da lui quella specie d’ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sí che di tratto in tratto la stupidità di esse le s’avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce. Specialmente di tutte quelle cose ch’ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver piú care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l’una e l’altro non sarebbero piú stati solo a patto ch’ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione. E che cosí era di quelle cose, come di tutte le altre. E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell’Indritto, che c’era? L’acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l’acqua libera, fragorosa, spumante. Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l’ora… Come diceva l’orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.

Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all’alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all’anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci),
le riprende or la vita, e parlan forte
liete di riudir le loro voci
nell’aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prato che verdeggiano d’intorno.

Ecco ecco, cosí! A SUO MODO. Ma no! Ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne… – Come? Oh bella! Ma cosí, come aveva fatto! Cosí come cantavano dentro… Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici. Ed ella godeva d’una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti… Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d’aria nere grevi cupe. Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose. Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei piú remoti evi racchiuso in loro. Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassú, di quella stagione, coperto di margherite? S’era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso… Ah, l’uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No. Lí, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s’arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui. E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d’oro offendeva come alcunché d’osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l’oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n’era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter piú essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual’era prima. In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei cosí del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un’estranea che potesse far cose ch’ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sí! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio. Lei! lei cosí desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come un tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lí il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsú Prever, un bel vecchione con una barba anche piú lunga di quella dello zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d’occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci. Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuojo. Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente piú umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d’infanzia. Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l’ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori. In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l’aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone cosí dette per bene. Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d’inverno.
La ragione c’era, e la sapevano tutti lí a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiòlo. Non poteva stare, povero monsú Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina. Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsú Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché… oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all’età loro. Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli… La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un’attrazione misteriosa che monsú Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre cosí quieta, umile, timida, al suo posto. Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch’ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s’era ucciso.
Eran passati piú di quarant’anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata – ecco – non diceva proprio infastidita dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione. Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsú Martino – se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po’ – non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino. Ma sí, ma sí, perché… – rideva? oh non c’era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia. Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, Monsú forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui Madama. E Graziella aveva consigliato a Silvia d’indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
– Ecco, a chiel là sí a chiel là!
Ah, quel Don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell’orto accanto, Silvia s’era immaginato un ben altro uomo di Dio. Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un pajo d’occhietti tondi, sempre fissi e spaventati. Disillusione, da un canto; ma, dall’altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav’uomo dei prodigi d’un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell’altar maggiore.
Gli uomini, pensava Don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopra tutto, le stelle, le vedono male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane. La gente ignorante le guarda, e sí, a dis magara ch’a son bele; ma cosí piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta. Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassú. Onde, il canucial.
E nelle belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le “gran montagne” della Luna. Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d’ilarità in cielo. Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
– Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sí! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l’occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l’indice congiunti ed esclamava:
– La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsú Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto L’isola nuova. E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore…
Davvero non sapeva piú lei stessa, ora, come e perché le fosse venuto in mente quel fatto, quell’isola, con quei marinaj… Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d’Italia. Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, piú che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte. Ma forse, chi sa! c’erano veramente, se quelli cosí in prima ve le scoprivano…
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo. Si rappresentava, è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl’impresarii, delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capocomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in questa e in quella “piazza” a soddisfar la richiesta di nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei, lei l’autrice – Silvia si sentiva risollevare da quell’émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d’aspetto della stazione di Roma, allorché per la prima volta s’era trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell’émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a se stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sí, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino, che lei lí non c’entrava, che tutto doveva far lui, lí, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui… Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava, non d’invidia, né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un’irritazione ancora non ben definita, tra d’angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel vederlo cosí? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma… Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare; impresentabile?
Sí, era vero: senza di lui L’isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena. Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata. Ma ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare ch’egli s’era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo ad esso? Poteva piú ella starsene cosí in disparte, ora, e lasciar lí lui solo, esposto, come l’artefice di tutto, senza che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che egli alla fine – lei reluttante – era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella – per forza – sí, anche contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e lui – per forza – ritirarsi, ora, non esser piú cosí faccente, cosí accanito, sempre in mezzo: tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a vestirsi il marito, Silvia l’aveva avuta da una lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la prefazione al volume dell’Isola nuova. Nelle sue lettere Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno. Alcune frasi della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne del Gueli appunto una lettera, anch’essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento. Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all’intera rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov’egli di tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera. Quella preghiera in coda la offese. Ma già tutta la lettera le parve un’offesa. La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e conoscer bene per propria esperienza. Ne resultava chiarissima, insomma, un’allusione al marito. E di tale allusione Silvia si offese tanto piú, in quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L’inverno intanto s’era inoltrato, orribile su quelle alture. Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava. Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e di oppressione, quel tempo gliele avrebbe date. Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare il bambino prima del tempo non l’avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto. E anche di quest’angoscia, che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo testardo furore l’aveva tant’oltre spinta e disviata dai raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l’era già bell’e tracciato il suo piano: farla scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda letteraria. Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser piú neanche madre…
Ma forse era ingiusta. Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior fiore dell’arte, delle lettere, del giornalismo. Anche quest’altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della “gran donna” in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e signore cosí dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lí nascosta, in quel nido tra i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lí tra il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai piú, mai piú di lí, mai piú e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsú Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir cosí.
Ah povero zio!… Mai piú, mai piú davvero, povero zio! Davvero lui doveva rimanere per sempre lí a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc’anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s’era licenziato dall’impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran danno, perché… perché… un giorno… chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue disposizioni testamentarie) – tutta un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco del berretto da bersagliere; poi giú il capo sul petto, e l’estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto il quale alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il curato con l’olio santo!
“Piano! piano! Non gli guastate cosí la bella barba!” avrebbe voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lí sul letto, il suo povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
” – Che fa, signor Ippolito?”
” – Il giardiniere…”
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che nell’orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell’impegno testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro… Ah sí; ma pazzia fors’anche tutta quanta la vita, ogni affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lí? Ed ecco, ci restava. Lí, nel piccolo cimitero, presso la bianca cura. Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d’aver provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch’era la piú bella del cimitero di Cargiore…
I giorni che seguirono quell’improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni per Silvia d’una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui piú che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere. Ella non li aprí, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale accordo di sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che la circondavano lí; accordo che si sarebbe potuto mantenere e per breve tempo, solo a patto che nulla di grave e d’inatteso fosse venuto a scoprir l’interno degli animi e la diversità degli affetti e delle nature.
Scomparso cosí d’un tratto dal suo lato colui che la confortava con la sua presenza, colui che aveva nelle vene il suo stesso sangue e rappresentava la sua famiglia, si sentí sola e come in esilio in quella casa, in quei luoghi, se non proprio tra nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né direttamente partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la guardavano e seguivan taciti e come in attesa tutti i suoi movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo cordoglio, le facevano intendere ancor piú e quasi vedere e toccare la sua solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione. Si vide esclusa da tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il suo bambino doveva rimaner lí affidato alle loro cure, la escludevano già fin d’ora dalla sua maternità; il marito, correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva dal suo trionfo; e tutti cosí le strappavano le cose sue piú preziose e nessuno si curava di lei, lasciata lí in quel vuoto, sola. Che doveva far lei? Non aveva piú nessuno della sua famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e tanto lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini; sbalzata lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere cosí, non col suo passo, liberamente, ma quasi per violenza altrui, sospinta dietro da un altro… E la suocera forse la accusava entro di sé d’aver fuorviato lei il marito, d’avergli riempito l’animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli perdere l’impiego. Ma sí! ma sí! aveva già scorto chiaramente quest’accusa in qualche obliqua occhiata di lei, colta all’improvviso. Quegli occhietti vivi nel pallore del volto, che si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l’acume degli sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di lei, un rammarico che si voleva celare, pieno d’ansie e di timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella vecchina ignara, si ritorceva nel cuore di Silvia contro il marito lontano. Era egli cagione di quella ingiustizia, egli, accecato cosí dal suo furore, che non vedeva piú né il male che faceva a lei, né quello che faceva a se stesso. Bisognava arrestarlo, gridargli che la smettesse. Ma come? era possibile ora che tant’oltre erano spinte le cose, ora che quel dramma, composto in silenzio, nell’ombra e nel segreto, aveva suscitato tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome? Come poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz’aver veduto ancor nulla, che cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva confusamente che non poteva e non doveva essere piú qual’era stata finora; che doveva buttar via per sempre quel che d’angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua esistenza, e dar campo invece e abbandonarsi a quella segreta potenza che aveva in sé e che finora non aveva voluto conoscer bene. Solo a pensarci, se ne sentiva turbare, rimescolar tutta dal profondo. E questo le si affermava preciso innanzi agli occhi: che, cangiata lei, non poteva piú il marito restarle davanti, tra i piedi, cosí a cavallo della sua fama e con la tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi ischeletriti degli alberi affondati giú nelle neve, con viluppi, stracci, sbréndoli di nebbia impigliati tra gl’ispidi rami! Guardandoli dalla finestra, ella si passava macchinalmente la mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati pazzescamente, come quegli alberi là, nel gelo della sua anima. Fissava su l’umida imporrita ringhiera di legno del ballatojo le gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti su lo sfondo plumbeo del cielo. Veniva un soffio d’aria; urtava quelle gocce abbrividenti; l’una traboccava nell’altra, e tutte insieme in un rivoletto scorrevano giú per la bacchetta della ringhiera. Tra una bacchetta e l’altra ella allungava lo sguardo fino alla cura che sorgeva là dirimpetto, accanto alla chiesa; vedeva le cinque finestre verdi che guardavan l’orto solingo sotto la neve, guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano d’essere state lavate e stirate insieme coi mensali degli altari. Che dolcezza di pace in quella bianca cura! Lí presso, il cimitero…
Silvia s’alzava all’improvviso, s’avvolgeva lo scialle attorno al capo e usciva fuori, su la neve, diretta al cimitero, per fare una visita allo zio. Dura e fredda come la morte era la tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della primavera, allorché la suocera, che la aveva tanto pregata di non andar tutti i giorni con quella neve, con quel vento, con quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla, or che venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino giú per la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino. Mandava innanzi per quella via la bàlia, dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo; ed entrava nel cimitero per la visita consueta allo zio.
Una mattina, lí davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia, impostato dietro una macchina fotografica, un giovane giornalista venuto sú da Torino proprio per lei, o, com’egli disse, “alla scoperta di Silvia Roncella e del suo romitorio”.
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle saper tutto e veder tutto e tutto fotografare e sopra tutto lei in tutti gli atteggiamenti, con la bàlia e senza bàlia, col bambino e senza bambino, dichiarandosi felice addirittura di aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una miniera vergine, una miniera d’oro.
Quand’egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di se stessa. Anche lei, anche lei si era scoperta un’altra, or ora, di fronte a quel giornalista. Si era sentita felice anche lei di parlare di parlare… E non sapeva piú che cosa gli avesse detto. Tante cose! Sciocchezze? Forse… Ma aveva parlato, finalmente! Era stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua immagine in tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli le mandò e nel leggere tutte le cose che le aveva fatto dire, ma sopra tutto per le espressioni di meraviglia e di entusiasmo che quel giornalista profondeva, piú che per l’artista ormai celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir subito al marito per dargli una prova che, via – a mettercisi – non lui soltanto, ma poteva far per benino le cose anche lei.

CAPITOLO SESTO

LA CRISALIDE E IL BRUCO

Disingannati, sempre; ma che si possa per giunta rimanere con avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e assorti in un’opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo. Eppure…
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per giungere presto a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con Dora Barmis e Attilio Raceni, era andato ad accogliere Silvia.
L’aspetto della moglie, all’arrivo, lo aveva sconcertato; piú che piú, poi, le poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto dall’interno della stazione all’uscita, finché non s’era messa con la Barmis in una vettura, e lui col Raceni non era saltato in un’altra.
– Il viaggio… Sarà stanca… Poi, cosí sola… – disse a Giustino il Raceni, impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido tratto della Roncella.
– Eh già… – riconobbe subito Giustino. – Capisco. Dovevo andar io lassú, a prenderla. Ma come facevo? Qua, con la casa addosso, sossopra. E poi, sa? La morte dello zio. C’è anche questo. L’ha sentita. Eh, l’ha sentita, l’ha sentita troppo, quella morte…
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
– Ah già… ah già…
– Capisce? – riprese Giustino. – Nell’andar sú, era con lui; ora è ritornata sola… L’ha lasciato là… E mica lo zio solo! Ma già, sí! dovevo dovevo dovevo proprio andar io a prenderla a Cargiore… C’è stato anche il distacco dal bambino, per dio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
– Ah già… ah già… Sicuro… sicuro…
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei lavori d’addobbo della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione di esser riusciti a costo d’incredibili fatiche a farle trovar tutto in ordine; ed ecco qua, d’un tratto ora s’accorgevano che, non solo non meritavano né ringraziamenti né gratitudine per tutto quello che avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi di non aver pensato, non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno allo strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un’ora. Sperava che Silvia, appena entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato piú a nulla, dallo stupore… Non glien’aveva fatto apposta alcun cenno, nelle lettere.
Prodigi – ecco, questa era la parola – prodigi aveva operato, col consiglio e l’ajuto assiduo della Barmis e anche… sí, anche del Raceni, poverino!
Diceva casa, ma cosí, tanto per dire. Che casa! Non era casa. Era… – ma, zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino era – zitti! – un villino in quella via nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e tutto. Fuorimano? Che fuorimano! Due passi e si era al Corso. Via signorile, silenziosa; la meglio che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma c’era di piú. Non l’aveva mica preso in affitto, quel villino. – zitti, per carità! – Lo aveva comperato. Sissignori, comperato, per novantamila lire. Sessantamila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare a respiro, in tre anni. E – zitti! – circa venti altre mila lire aveva speso finora per l’arredo. Meraviglioso! Con la sapienza della Barmis in materia… Tutto arredo nuovo e di stile: semplice, sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il salotto, a sinistra, subito come s’entrava; e poi l’altro salotto accanto; e poi la sala da pranzo che dava sul giardino. Lo studio era sú, al piano di sopra, a cui si accedeva per un’ampia bella scala di marmo, dalla ringhiera a pilastrini, che cominciava poco piú oltre l’uscio del salotto. Lo studio – sú – e le camere, due belle camere accanto, gemelle. Veramente Giustino, non sapendo come Silvia la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco, avrebbe voluto una camera sola. Dora Barmis se n’era mostrata indignata, inorridita:
– Ma per carità! Non lo dite neppure… Volete guastar tutto? Divisi, divisi, divisi… Imparate a vivere, caro! Mi avete detto che d’ora in poi prenderete sempre il tè…
Due camere. E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il guardaroba… Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse perduto quel suo famoso taccuino il Boggiòlo in questa occasione. S’era sbilanciato, e come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la tentazione… Per ogni oggetto che gli era stato presentato in parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel pochino pochino che avrebbe speso di piú a scegliere il piú bello; e, sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di piú, sommati insieme, avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa per l’arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito. Che! Potendolo fare, avendo cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura dei padroni di casa, sarebbe stata una pazzia non comperare, seguitare a buttar via da due a trecento lire al mese per un appartamentino appena appena decente. Il villino rimaneva, e quei denari della pigione sarebbero invece volati in tasca dei padroni di casa. È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale sarebbe rimasto. D’accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se col frutto d’un capitale di novantamila si sarebbe pagata una pigione mensile di trecento lire. Non si sarebbe pagata! E intanto, invece d’un appartamentino appena appena decente, con novantamila lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sí, è vero, le tasse, e poi tante altre spese in piú. Manutenzione, illuminazione, servizio… Con una casa messa sú a quel modo, certo non poteva bastare piú una servotta abruzzese; ci volevano a dir poco tre servi. Giustino, per il momento, ne aveva presi due in prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco: una mezza cuoca e un mezzo cameriere (valet de chambre, valet de chambre, come gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua brava livrea, per la pulizia, per servire in tavola e aprir la torta.
Ecco, ora, subito appena le due carrozzelle arrivavano al cancello, Èmere (si chiamava Èmere)…
– Ohé, Èmere!… Èmere!…- gridò Giustino, nella notte, smontando; e poi, rivolto al Raceni:- Ha visto?… Non si trova al posto… Che gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima sú, poi giú: ecco, tutto il villino appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo stellato; sembra un incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis, tocca di aspettare dietro il cancello chiuso, e tocca al Raceni di tirar giú da cassetta le valige, mentre un cane abbaja da un villino accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre subito alla moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la targa di marmo con l’iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima. Durante la corsa aveva supposto ch’ella, parlando nell’altra vettura con la Barmis dello zio morto e del bambino abbandonato, avesse pianto. Purtroppo, no, non aveva pianto. Conservava lo stesso aspetto che all’arrivo: torbido, rigido, gelido.
– Vedi? Nostro! – le disse. – Tuo… tuo… Villa Silvia, vedi? Tuo… L’ho comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre illuminate.
– Un villino?
– Vedrà che bellezza, signora Silvia! – esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s’impostò, cavandosi e reggendo col braccio all’altezza del capo il berretto gallonato, senza scomporsi minimamente al rimprovero che gli gridò in faccia Giustino:
– Bella prontezza! bella puntualità!
L’irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis. Certo Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei. E aveva faticato tanto, s’era affannata tanto con lui quella povera donna! Bel modo di ringraziar la gente!
– Vedi? – riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel vestibolo. – Vedi, eh? Non sono venuto a Cargiore… a prenderti, ma… eh?… vedi, eh? per prepararti qua questa sorpresa, eh, con l’ajuto di… come dici? eh? che vestibolo! con l’ajuto di questa nostra cara amica e del Raceni…
– Ma no! ma che dite! statevi zitto! – cercò d’interromperlo subito la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
– Ma nient’affatto! – insisté Giustino. – Se non fosse stato per voi! Sí, infatti… io solo… Adesso – questo è niente! – adesso vedrai… Abbiamo motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi grati eternamente…
– Oh Dio, com’esagerate! – sorrise la Barmis. – Lasciate stare. Badate piuttosto alla vostra signora che dev’essere molto stanca…
– Sí, ecco, proprio stanca… – disse allora Silvia, con un sorriso dolce e freddo a un tempo. – E chiedo scusa se non ringrazio come dovrei… Questo viaggio interminabile…
– Già dev’essere a ordine la cena, – s’affrettò a dire il Raceni, tutto commosso da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone parole (ah che voce s’era fatta la Roncella! che dolcezza! Un’altra voce… Già, tutta gli pareva un’altra!). – Un piccolo ristoro; poi, subito il riposo!
– Ma prima, – disse Giustino, aprendo l’uscio del salotto, – prima… come! almeno cosí, sopra sopra, bisogna che veda… Avanti, avanti… O meglio, ecco, faccio strada io…
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla Barmis con tanti: “ma sí,… ma andate innanzi… ma questo poi lo vedrà”, per ogni minuzia su cui lo vedeva indugiare ripetendo goffamente, con orribili stonature, tutto ciò che già gli aveva detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la convenienza, il gusto.
– Vedi? Di porcellana… Sono del… Di chi sono, signora? ah, già, del Lerche… Lerche, norvegese… Pajono niente; eppure, cara mia… costano! costano! Ma che finezza, eh?… questo gattino, eh? che amore! Sí, andiamo innanzi, andiamo innanzi… Tutta roba del Ducrot!… È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero, signora? Non c’è che lui… Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot… Anche questo… E guarda qua questa poltrona… come la chiamano? tutta di pelle fina… non so che pelle… Ne hai due compagne sú nello studio… pure del Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo, con un cenno anche lieve dimostrato curiosità, gradimento meraviglia, Dora Barmis avrebbe preso a parlar lei, a far lei brevemente e col debito tatto, il debito rilievo, le debite sfumature, l’illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto soffriva a quelle grottesche spiegazioni del Boggiòlo, che le pareva gualcissero, azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva piú di lei a vedere, a sentir parlare il marito cosí; per sé e per lui soffriva: e s’immaginava in quel momento quanto spasso doveva essersene preso quella donna, se non il Raceni, nell’arredar quella casa a suo modo coi denari di lui; e ne provava sdegno dispetto onta, per cui a mano a mano, procedendo, s’irrigidiva vieppiú; e pur tuttavia non troncava quel supplizio, rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non piú per viverci come finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d’ora in poi, sempre e per forza, una commedia; anche davanti a se stessa; obbligata a trattar coi dovuti riguardi tutti quegli oggetti di squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in continua suggezione; obbligata a ricordarsi sempre ella parte che doveva recitar tra loro. E pensava che ormai, come non aveva piú il bambino, cosí neanche la casa – ecco – aveva piú, qual’essa la aveva finora intesa e amata. Ma doveva esser cosí, purtroppo. E dunque presto, via, da brava attrice, si sarebbe impadronita di quelle stanze, di quei mobili là, da palcoscenico, donde ogni intimità familiare doveva esser bandita.
Quando vide, su, la sua camera divisa da quella del marito:
– Ah, sí, ecco, – disse. – Bene, bene…
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di quest’altra novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata nella nuova casa, e già in mente raggirava le maniere migliori per presentare e colorir la cosa senza offendere la moglie da un canto, né dall’altro promuovere il riso della Barmis; si sentí d’un tratto alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché del compiacimento della moglie.
– E io sto qua, vedi? qua accanto,- s’affrettò a spiegare. – Qua, proprio qua… Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già… camere gemelle, perché vedi? tal quale… questa è la mia! E cos’hai tu di là? Il mio ritratto. E cos’ho io, di qua? Il tuo ritratto. Vedi? Camere gemelle. Ti piacciono, eh? Eh già, ormai, tutti fanno cosí… E va bene! Sono proprio contento…
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino appresso alla moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto tratto negli occhi e sorridevano.
Ma Giustino quella sera era cosí sottomesso e desideroso dell’approvazione di Silvia non già perché, reduce da quel giro trionfale de L’isola nuova per le principali città della penisola, fosse cresciuta in lui la stima di lei, e questa ora gl’imponesse maggior rispetto e considerazione; né già perché dall’aspetto di lei indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui l’animo della moglie. La stima era quella stessa di prima. Dell’effettivo merito artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon giudice, e tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito fosse riconosciuto dagli altri e sinceramente convinto che cosí fosse – almeno in quella misura – per l’opera straordinaria ch’egli all’uopo aveva messa e seguitava a mettere. Tutta opera sua, si sa, quel riconoscimento. Quanto poi all’animo di lei, come avrebbe potuto dubitare che esso – ora piú che mai – fosse pieno di ammirazione e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né il Raceni si figuravano.
Era pentito Giustino d’aver troppo speso per l’arredo, e temeva da un canto che questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in quell’ammirazione e in quella gratitudine; dall’altro, desiderava l’approvazione come un balsamo che gli quietasse il rimorso. Era poi davvero dolente d’aver fatto viaggiare sola per la prima volta la moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla morte dello zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia). E infine… c’era un altro perché, intimo, particolarissimo, che aveva fondamento nella piú rigorosa, nella piú scrupolosa osservanza de’ suoi doveri coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell’incirca. Almeno quest’ultima ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla. Ella sorrideva, veramente, sotto sotto… Ma sí, via! senza dubbio la aveva supposta…
Non per essa solamente, però, quando fu l’ora d’andare a cena, la quale era pure, fin da prima della loro partenza per la stazione, già ordinata e apparecchiata per quattro, non volle assolutamente cedere alle insistenti preghiere di Giustino, e andò via. Il Raceni da un canto avvertiva che sarebbe stato sconveniente non seguire la Barmis; ma dall’altro era rimasto come abbagliato dalla Roncella fin dal primo rivederla; e non seppe risponder no appena ella con un sorriso gli disse:
– Resterete almeno voi…
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena, quella sera, con molto stupore e anche con molto dispetto di Giustino, che a un certo punto non poté piú reggere e sbuffò:
– Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
– Oh Dio! – esclamò Silvia. – Se non ha voluto rimanere… L’hai tanto pregata!
– Avresti dovuto pregarla anche tu! – rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
– Gliel’ho detto, mi pare; come l’ho detto al Raceni…
– Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere…
– Non insisto mai, – disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi sorridente al Raceni: – Ho insistito con voi? Mi pare di no. Se la Barmis avesse avuto piacere di star con noi…
– Piacere! piacere! E se se ne fosse andata, – proruppe Giustino al colmo della stizza, – per non recarti disturbo dopo il viaggio?
– Giustino! – lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma pur seguitando a sorridere. – Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è rimasto. Povero Raceni!
– Nient’affatto! nient’affatto! – si ribellò Giustino. – Io difendo la Barmis dal tuo sospetto. Il Raceni sa che ci reca piacere, se l’abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma sí a lei, tanto; e non capiva piú nei panni, povero giovine: s’era invermigliato come un papavero, e tutto il sangue si sentiva scorrere per le vene come fuoco liquido, con tanta repenza, che n’era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva cosí e udiva a quando a quando ripetere a Silvia tra i sorrisi: “Povero Raceni!… Povero Raceni!”, si sentiva intanto, a sua volta, divampar dentro un altro fuoco: fuoco di stizza, anzi d’ira, fomentato anche dal dispetto di non scorgere ancora nella moglie alcun segno di piacere, di meraviglia, d’ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e fragrante di garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui Èmere qua, in quella bella livrea, e di là la cuoca, davano il primo saggio. Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita cosí, a cenare cosí, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima d’arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s’aspettasse di trovar quel villino di proprietà loro e arredato cosí, anzi come se, non lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com’era? Proprio perché lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva… Ma che modo di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel “povero Raceni!”.
Intronò addirittura Giustino e si sentí strappar tutto internamente, dalle dita dei piedi sú sú alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per Le Grazie.
– Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? – esplose. – Ma fa il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
– Perché? – disse. – Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero. Ma mi son venuti fatti da sé, creda Raceni. Non so – questo sí – se siano belli o brutti. Saranno brutti magari…
– E li vorresti pubblicare su Le Grazie? – domandò Giustino, con gli occhi piú che mai inveleniti dalla stizza.
– Ma, scusate, perché no, Boggiòlo? – si risentí il Raceni. – Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
– No no, per carità, non dite cosí, Raceni, – s’affrettò a protestare Silvia. – Non ve li do piú, altrimenti. Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna importanza. Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
– Sta bene, sta bene… – masticò allora Giustino. – Ma… permetti?… ti faccio osservare… non per il Raceni che… sta bene, gliel’hai promessi; basta. Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel’hai fatta!
– Oh Dio, gliela farò, se mi verrà… – rispose Silvia.
– Ecco… io dico… invece dei versi… almeno avresti potuto far questa novella, a Cargiore! – non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino. – E intanto… se ora non puoi dar piú codesti versi al senatore, avendoli promessi al Raceni… direi di… di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera per guastargli la festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva cosí, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva crescersi l’orgasmo. Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora quella promessa al Raceni…
Per sfogarsi, per farsi in certo modo svaporar le furie, scaraventò a questo, appena andato via, una filza d’improperie e d’ingiurie: – Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
– E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
– Lui? Impicciato mi ha! – scattò furente Giustino. – Impicciato soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sí! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo. E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche… anche il regalo dei versi, perdio!
– Ma non fanno insieme, tutti e due? – disse Silvia. – Lui, direttore; lei, redattrice?… Sarà meglio, credi, d’ora in poi, per tutto l’ajuto che t’hanno prestato, compensarli ogni tanto cosí, affinché non si prendano piú il piacere di servirci per… non so bene perché…
– Ah no, cara, no, cara… senti, cara… – prese allora a dire Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto cosí sul vivo. – Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto, di’? hai veduto tutto bene? Io non so… Tutte queste cose qui… È tutto nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch’egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché – respinto – egli nella camera accanto, spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza piú alcun ritegno al disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto piú la sdegnavano e la ferivano, quanto piú le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di lui.
– Ma sí! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiòlo, ajutatela a vendicarsi! Stupido io che non l’ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido… stupido… stupido… Centomila occasioni… E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!… Regaliamo, regaliamo… Facciamo versi, e regaliamo… La poesia, adesso!… Scappa fuori la poesia… Ma sí! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza piú occhi per vedere qua tutte queste spese… Prosa, prosa, questa da non calcolare… Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo… Ma sí, cose da niente… Un villino? Buh, che cos’è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo… Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!… Che delizia incignarlo cosí, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! rómpiti il collo! pèrdici il fiato! pèrdici l’impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò cosí, al bujo, per piú di un’ora rigirandosi tra le smanie su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando…
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediceva la fama, a cui con l’ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita. Da tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno. Ah come non se n’era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli spettacoli che egli aveva dato di sé, uno piú dell’altro ridicolo, le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del Borghi s’era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui perché suo marito; all’ultimo cui ella aveva assistito, là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da battistrada, s’era inchinato per conto di lei agli applausi ch’erano scoppiati nella sala di aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse cosí frustrata l’opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza. Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s’era inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si riconosceva l’artefice! E sempre piú grande avrebbe cercato di renderla per apparirvi in mezzo sempre piú ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era caduta dagli occhi?

Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all’istituzione dei “lunedí letterarii di Villa Silvia”, come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl’inviti a tutti i piú noti maestri di musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all’inaugurazione era la lettura a pianoforte di alcune parti dell’opera L’isola nuova già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto. Si sapeva soltanto che questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar L’isola nuova aveva fatto tali profferte, che Boggiòlo s’era affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i piú insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell’opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun’ombra al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti che quell’opera avrebbe tra poco rivelato all’Italia, ecc. ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l’esile e, ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc. ecc.
L’annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione dell’ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità all’inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall’aspetto cosí poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro. Era invece vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l’aspettava; e, nell’orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i preparativi e pur con l’aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
“Basta! Lascia star tutto; non affannarti piú! Vengono per me, per me soltanto! Tu non c’entri piú; tu non hai piú da far nulla, altro che da starti zitto, quieto, in un canto!”.
L’orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui, anzi sopra tutto per lui.
Ricorse finanche all’astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl’impedí con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse piú tanto da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e non occorreva piú altra sua opera.
Giustino, all’idea che la moglie – venuta (fosse pure per lui) in tanta celebrità – cominciava a essere, quantunque a torto, un po’ gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l’irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento.
L’ajuto della Barmis gli era indispensabile. Ma Silvia tenne duro.
– No, quella no! quella no!
– Ma, Dio… Silvia, dici sul serio? Se io…
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all’improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
– Ma perché, perché vuoi far ridere? di te e di me? ancora? Non ti accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te n’accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest’impeto di rabbia della moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, piú che di sdegno, di filosofica noncuranza.
– Ridono? Eh, da tanto…- disse. – Ma tira la somma cara mia, e vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che… ecco qua, ho fatto tutto questo e t’ho messa alla testa! Lasciali ridere. Vedi? Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che voglio. Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa…
E agitò le mani guardando in giro la stanza, come per dire: “Vedi in quante belle cose si sono convertite?”.
Silvia sentí cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta. Ah, dunque, egli sapeva? se n’era già accorto? e aveva seguitato, senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gli importava affatto che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio ma dunque… – se era sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e che tutta quest’opera sua, in fondo, non era consistita in altro che nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti guadagni, in quel villino là, ne’ bei mobili che lo adornavano – che voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio, sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non cosí, cioè a patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella, supponendo cosí, gli prestava una veduta che non era da lui. No, no! Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s’era valso. Fin da quando, laggiú a Taranto, erano arrivati quei trecento marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era soltanto il non curarsi dei frutti ch’essa, come ogni altro lavoro – se amministrato bene – può rendere… E s’era messo ad amministrare, ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da tirarsi addosso le risa di tutti. Non le aveva provocate lui con intenzione, quelle risa, per farci sú bottega; ma era stato costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell’intento. Ma la saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle risa era composta: non avrebbe dovuto piú muoversi ora: al minimo movimento, lo squarcio d’una risata! Quanto piú serio voleva ora apparire, tanto piú ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell’inaugurazione! Fin nel fruscío degli abiti, nel lieve sgrigliolío delle scarpe attutito dalla spessezza dei tappeti, in ogni rumore, fosse d’una seggiola smossa, d’un uscio aperto, d’un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti, risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate, squacquerate parve a Silvia d’avvertire, e le sembrò dileggio ogni sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là tra il crocchio delle piú spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé; non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lí per mettere in burla il marito, e col marito, per conseguenza, anche lei.
Le toccava, invece, di sopportar la corte quasi sfacciata che tutti quei giovani letterati e giornalisti si permettevano di farle, come se ella, avendo per fortuna un marito di quella fatta, cosí felicemente disposto a esibirla a tutti, un marito che tanto s’adoperava a farla entrare nelle grazie d’ognuno, un marito che, via, non avrebbe potuto neanche lei in nessun modo prendere sul serio, non potesse, non dovesse rifiutarla, quella corte, anche per non dare a lui questo dispiacere.
E difatti, ecco, non le si accostava egli di tanto in tanto per raccomandarle di far buon viso ora all’uno, ora all’altro, e proprio ai piú sfrontati, a quelli che ella aveva allontanato da sé con duro e freddo sprezzo? Il Betti, il Betti, colui che aveva finora colto ogni occasione per scriver male di lei in parecchi giornali, e quel Paolo Baldani venuto da poco da Bologna, bellissimo giovine e critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista, il quale con incredibile tracotanza le aveva bisbigliato una dichiarazione d’amore in piena regola?
Ah, non solamente le risa e le beffe, ma – pur di riuscire – anche questo? – si domandava Silvia, a quelle brevi, furtive raccomandazioni del marito, che non potevano parere a lei, com’eran per lui, innocenti. – Anche questo?
E gelava di ribrezzo e avvampava sempre piú di sdegno.
Le piú strane idee le guizzavano intanto per la mente, incutendo a lei stessa sgomento, poiché le scoprivano sempre piú nel fondo dell’essere quelle parti di sé ancora inesplorate, tutto ciò che di sé ella finora non aveva voluto conoscere, ma di cui aveva già il presentimento che, se un giorno il suo dèmone se ne fosse impossessato, chi sa dove l’avrebbe trascinata.
Finiva di scomporsi nella sua coscienza ogni concetto che ella finora s’era sforzata di tener fermo, e intravvedeva che abbandonata a quella nuova sua sorte, o piuttosto, all’estro del caso, e ormai cosí senza piú alcuna voluta consistenza interiore, l’animo suo poteva cambiarsi in un punto, rivelarsi da un istante all’altro capace di tutto, delle piú impensate, inattese risoluzioni.
– Mi pare che… dico… mi pare che… tutto bene, eh? benissimo, mi pare… – s’affrettò a dirle Giustino, quando gli ultimi invitati se ne furono andati, per scuoterla dall’atteggiamento in cui era rimasta: rigida in piedi, con gli occhi acuti, intenti, e la bocca serrata.
Si sentiva ancora nella mano gelida la stretta di fuoco che le aveva dato il Baldani or ora, nell’accomiatarsi.
– Tutto bene, no?… – ripeté Giustino. – E, sai, passando di qua e di là, ho sentito che dicevano di te tante… buone, buone cose… sí…
Silvia si scosse e lo guardò con tali occhi, ch’egli restò un pezzo come smarrito, con su le labbra quel sorriso vano di chi s’accorge che uno sta a scoprirci un’altra faccia che ancora noi non ci conosciamo.
– Non credi? – poi chiese. – Tutto bene, ti dico… Soltanto quella musica del di Marco mi pare che… hai sentito? dotta, sí… sarà musica dotta, ma…
– Dobbiamo seguitare cosí?- domandò d’un tratto Silvia, con voce strana, come se la voce sola fosse lí, e tutta lei assente, in una lontananza infinita. – Ti avverto che cosí io non posso fare piú nulla.
– Come… perché?… anzi, ora che… ma come! – fece Giustino quasi a un tempo colpito da piú parti alla sprovvista. – Con quello studio lassú…
Silvia strizzò gli occhi, contrasse tutto il volto e squassò la testa.
– Ma come? – ripeté Giustino. – Puoi chiuderti lí… Chi ti disturba?… Con tanto silenzio… Ecco, anzi ti volevo dire… Tutti domandano che cosa prepari di nuovo. Ho risposto: niente, per ora. Nessuno ci vuol credere. Certo un nuovo dramma, dicono. Pagherebbero chi sa che cosa per un cenno, una notizia, un titolo… Dovresti pensarci, ecco, rimetterti al lavoro adesso…
– Come? come? come? – gridò Silvia, scotendo le pugna, smaniosa, esasperata. – Non posso pensare, non posso far piú nulla io! Per me, è finita! Potevo lavorare ignorata, quando non mi sapevo neanche io stessa! Ora non posso piú nulla! è finita! Non sono piú quella! non mi ritrovo piú in me! è finita! è finita!
Giustino la seguí con gli occhi in quelle smanie; poi, con una mossa del capo:
– Andiamo bene! – esclamò. – Ora che si comincia, è finita? Ma che dici? Scusa, quando si lavora, perché si lavora? Per raggiungere un fine, mi pare! Tu volevi lavorare e restare ignorata? Lavorare, allora, perché? per niente?
– Per niente! per niente! per niente!- rispose Silvia con foga. – Ecco, proprio cosí, per niente! Lavorare per lavorare, e nient’altro! senza sapere né come né quando, di nascosto a tutti e quasi di nascosto a me stessa!
– Ma codeste sono pazzie che ti vengono ora! – gridò Giustino, cominciando ad alterarsi anche lui. – E allora io he ho fatto? ho fatto male a far valere il tuo lavoro, è vero? vuoi dir questo?
Silvia con le mani di nuovo sul volto accennò di sí, col capo, piú volte.
– Ah sí? – riprese Giustino. – E allora perché mi hai lasciato fare sinora? Me lo dici per ringraziamento, adesso che ne raccogli il frutto a cui aspirano quanti lavorano come te: la gloria e l’agiatezza? Te ne lagni… E non è pazzia? Ma va là, cara; saranno i nervi! Del resto, scusa, che c’entri tu? chi ti dice d’immischiarti in cose che non ti riguardano?
Silvia lo guardò sbalordita.
– Non mi riguardano?
– No, cara, che non ti riguardano! – replicò subito Giustino. – Tu lavora per nulla, come prima; ritorna a lavorare come ti pare e piace; e lascia il pensiero a me del rimanente. Eh, lo so bene… che novità!… lo so bene che, se fosse per te.. Ma, scusa, se il sugo ce lo cavo io, con l’opera mia, tu che n’hai da fare? che faccio carico a te anche di questo? Questo è affar mio! Tu mi dài carta scritta; scrivi per niente, come vuoi; búttala; io la prendo e te la cambio in denari ballanti e sonanti. Me lo puoi impedire? È affar mio, e tu non c’entri. Tu lavora com’hai lavorato fin adesso; lavora per lavorare… ma lavora! Perché se tu non lavori piú, io… io… che faccio piú io? me lo dici? Io ho perduto l’impiego, cara mia, per attendere ai tuoi lavori. Bisogna che a questo, ohé, tu ci pensi! La responsabilità ora è mia… dico, del tuo lavoro. Abbiamo guadagnato molto, è vero, e ancora ce ne sarà, con L’isola nuova. Ma tu vedi qua come sono cresciute tutte le spese… Ora è un altro piede di casa. Trentamila lire si devono ancora pagare per il villino. Potevo pagarle; ma ho pensato di tenere qualche cosa da parte, perché tu avessi un certo respiro… Adesso ti raccoglierai. È stata una scossa troppo forte, un cangiamento troppo repentino… Ti abituerai presto; ritroverai la calma… Il piú è fatto, cara mia. Abbiamo la casa… la ho voluta apposta cosí; ho speso, ma… per l’apparenza, sai?… tutto fa! La tua firma vale, adesso, vale molto, per se stessa… Senza regalare niente a nessuno! Se Raceni aspetta i versi che gli hai promessi per la sua rassegna, può star fresco! Io non glieli do. Povero Raceni, povero Raceni, vedrai quanto frutteranno adesso quei versi… Lascia fare a me! Basta che tu ti rimetta a scrivere… Scrivi, e non pensare a nulla. Lassú, perbacco, in quello studio magnifico…
Silvia non vide in questo lungo discorso di Giustino la buona intenzione di ricondurla alla calma e alla ragione, al riconoscimento e alla gratitudine di quanto aveva fatto e voleva ancor fare per lei; vide soltanto ciò che poteva, in quel momento d’esasperazione, porglielo di fronte, nemico e tiranno: che egli cioè le faceva ora un obbligo perentorio di lavorare, avendo perduto l’impiego: lavorare per dare ancora a lui una professione, la quale adesso, oltre che ridicola, sarebbe forse sembrata a tutti odiosa. Non voleva egli vivere sul lavoro e del lavoro di lei, attribuendosi poi tutto il merito dei guadagni? Finché il lavoro a lei non era costato alcuno sforzo, ella poteva anche riconoscere che il merito di quei guadagni insperati fosse tutto o quasi tutto di lui; non piú ora che egli le faceva cosí espresso e preciso obbligo di lavorare; ora che il lavoro le costava un supplizio al solo pensiero di doverlo affidare a lui, tutto, senza poterne disporre neanche d’una minima parte a piacer suo; tutto, tutto, perché ancora tra le beffe e ora anche con la disistima degli altri ne facesse mercato, ecco; un capo d’entrata di tutto, pur di quei poveri, intimi e schivi versucci là… Mercato, anche a costo della dignità di lei! Lo avvertiva egli, questo? Era mai possibile che il furore lo accecasse fino al punto da non farglielo vedere?
Insonne tutta la notte, Silvia stette a pensare, e a un certo punto, col favore del bujo e del silenzio, sorprese in sé, nel fondo del suo essere, come un rimescolío strano di sentimenti ch’era sicura di aver mai avuti: sentimenti remotissimi, da cui le saliva alla gola un’angoscia inattesa, quasi di nostalgia. Ecco, vedeva sorgere chiare e precise le case della sua Taranto; vedeva entro quelle le sue buone, mansuete compaesane, le quali, use a vedersi custodite dall’uomo gelosamente e con lo scrupolo piú rigoroso, perché nessun sospetto potesse arrivar fino a loro; use a veder l’uomo rientrare ogni volta nella propria casa come in un tempio da tener chiuso a tutti gli estranei e anche ai parenti che non fossero i piú intimi, si turbavano, si offendevano come per una irriverenza al loro pudore, se l’uomo cominciava ad aprir quel tempio, quasi piú non importandogli della loro buona reputazione.
No no: ella non aveva mai avuto questi sentimenti: suo padre, laggiú, era stato sempre ospitale specialmente verso gl’impiegati subalterni, forestieri: ella anzi li aveva sdegnati questi sentimenti, sapendo che molti mormoravano su quell’ospitalità del padre, la quale senza dubbio avrebbe reso difficile un matrimonio di lei con qualcuno del paese. Le pareva allora che la donna dovesse anzi offendersi di quella gelosa cura degli uomini come d’una mancanza di stima e di fiducia.
Come mai anche ella ora si offendeva del contrario, scopriva in sé quei sentimenti insospettati, simili in tutto a quelli delle donne di laggiú?
La ragione le apparve chiara a un tratto.
Quasi tutte le donne di laggiú erano sposate senz’amore, per calcoli di convenienza, per prendere uno stato; ed entravan soggette e obbedienti nella casa del marito, ch’era il padrone. La loro obbedienza, la loro devozione non eran mosse da affetto, ma solo dalla stima per l’uomo che lavora e che mantiene; stima che poteva reggersi solo a patto che quest’uomo, con la laboriosità, se non in tutto con la buona condotta, certo a ogni modo col rigore sapesse conservare a sé il rispetto che si deve al padrone. Ora, un uomo che allentava il rigore fino ad aprire agli altri la propria casa, scadeva subito nella stima anche di quei medesimi ch’erano ammessi, e la donna sentiva una vera e propria offesa al suo pudore perché si vedeva scoperta in quella sua intimità senz’amore, in quel suo stato di soggezione a un uomo che non se lo meritava piú per il solo fatto che permetteva una cosa che gli altri non avrebbero mai permessa.
Ebbene, anch’ella aveva sposato senz’amore, mossa dalla necessità di prendere uno stato e persuasa da un sentimento di stima e di gratitudine per colui che la toglieva in moglie senza adombrarsi di un’altra grave colpa, che avrebbe dato ombra ai compaesani, oltre all’ospitalità del padre: la sua letteratura. Ma ecco, ora egli s’era messo a far bottega di quel segreto su cui era edificata la stima, la gratitudine di lei; s’era messo a vendere e a gridare con tanto baccano la merce, perché tutti entrassero nel vivo segreto di lei e vedessero e toccassero. Qual rispetto potevano aver gli altri d’un tal uomo? Ne ridevano tutti, ed egli non se ne curava! Quale stima piú poteva averne lei e qual gratitudine, se egli ora, invertendo le parti, la costringeva anche al lavoro e voleva viver di esso?
Piú di tutto in quel momento la offendeva che gli altri potessero credere che ella amasse ancora un tal uomo o gli fosse peraltro devota.
Forse credeva questo anche lui? O la sicurezza sua riposava su la fiducia nell’onestà di lei? Ah, sí; ma onesta per se medesima; non già per lui! La sicurezza sua non poteva aver su lei altro effetto che quello di irritarla come una sfida, e offenderla e colmarla di sdegno.
No no: cosí non poteva piú seguitare a vivere, ella: lo vedeva.

Due giorni appresso, com’era da aspettarsi dopo quella stretta di mano, tornò al villino Paolo Baldani.
Giustino Boggiòlo lo accolse a braccia aperte.
– Disturbare, lei? Ma che dice! Onore, piacere…
– Piano, piano… – disse sorridendo, ponendosi un dito su le labbra, il Baldani. – La vostra signora è sú? Non vorrei farmi sentire. Ho bisogno di voi.
– Di me? Eccomi… Che posso?… Entriamo qua, in salotto… o se vuole, andiamo in giardino… o nel salottino qui accanto. Silvia è sú, nel suo studio.
– Grazie, basterà qui, – disse il Baldani, sedendo nel salotto; poi, protendendosi verso il Boggiòlo, aggiunse a bassa voce: – Debbo essere per forza indiscreto.
– Lei? ma no… perché? anzi…
– È necessario, amico mio. Ma quando l’indiscrezione è a fin di bene, un gentiluomo non deve ritrarsene. Ecco, vi dirò. Ho pronto uno studio esauriente su la personalità artistica di Silvia Roncella…
– Oh gra…
– Piano, aspettate! Son venuto per rivolgervi alcune domande… dirò, intime, specialissime, a cui voi solamente siete in grado di rispondere. Vorrei da voi, caro Boggiòlo, certi lumi… dirò fisiologici.
Giustino dal tono basso, misterioso con cui il Baldani seguitava a parlare era quasi tirato per la punta del naso ad ascoltare a capo chino, con gli occhi intenti c la bocca aperta.
– Fisio?
– logici. Mi spiego. La critica, amico mio, ha oggi ben altri bisogni d’indagine, che non sentiva per lo innanzi. Per l’intelligenza compiuta d’una personalità è necessaria la conoscenza profonda e precisa anche de’ piú oscuri bisogni, dei bisogni piú segreti e piú riposti dell’organismo. Sono indagini molto delicate. Un uomo, capirete, vi si sottopone senza tanti scrupoli; ma una donna… eh, una donna… dico, una donna come la vostra signora, intendiamoci! ne conosco tante che si sottoporrebbero a queste indagini senz’alcuno scrupolo, anche piú apertamente degli uomini; per esempio… là, non facciamo nomi! Ora, avventare un giudizio, come tanti fanno, fondato solamente su i tratti fisionomici apparenti, è da ciarlatani. La forma d’un naso, Dio mio, può benissimo non corrispondere alla vera natura di colui che lo porta in faccia. Il nasino cosí grazioso della vostra signora, ad esempio, ha tutti i caratteri della sensualità…
– Ah, sí? – domandò Giustino, meravigliato.
– Sí, sí, certo, – raffermò con gran serietà il Baldani. – Eppure, forse… Ecco, per compire il mio studio, io avrei bisogno da voi, caro Boggiòlo, di alcune notizie… ripeto, intime, imprescindibili per la intelligenza compiuta della personalità della Roncella. Se permettete, vi rivolgo una o due domande, non piú. Ecco, vorrei sapere se la vostra signora…
E il Baldani, accostandoglisi ancor piú, ancor piú piano, con garbo e sempre serio, fece la prima domanda. Giustino, curvo con gli occhi piú che mai intenti, diventò rosso rosso, ascoltando, alla fine, ponendosi le due mani sul petto e raddrizzandosi:
– Ah, nossignore! nossignore! – negò con vivacità. – Questo glielo posso giurare!
– Proprio? – disse il Baldani, scrutandolo negli occhi.
– Glielo posso giurare! – ripeté con solennità Giustino.
– E allora, – riprese il Baldani, – abbiate la compiacenza di dirmi, se…
E pian piano, come prima, con garbo, sempre serio, fece la seconda domanda. Questa volta Giustino, ascoltando, aggrottò un po’ le ciglia, poi espresse una gran meraviglia, domandò:
– E perché?
– Come siete ingenuo! – sorrise il Baldani; e gli spiegò quel perché.
Giustino allora, diventando di nuovo rosso rosso come un papavero, dapprima appuntí le labbra come se volesse soffiare, poi le schiuse a un risolino vano e rispose, esitante:
– Questo… ecco… sí, qualche volta… ma creda che…
– Per carità! – lo interruppe il Baldani. – Non c’è bisogno che me lo diciate. Chi può mai pensare che Silvia Roncella… ma per carità! Basta, basta cosí. Erano questi i due punti che piú mi premeva di chiarire. Grazie di cuore, caro Boggiòlo, grazie!
Giustino, un po’ sconcertato ma pur sorridente, si grattò un orecchio e domandò:
– Ma scusi, che forse nell’articolo?…
Paolo Baldani lo interruppe, negando col dito; poi disse:
– Prima di tutto non è un articolo; è uno studio, v’ho detto. Vedrete! Le indagini restano segrete; servono a me, per farmi lume nella critica. Poi, poi vedrete. Se voleste ora aver la bontà d’annunziarmi alla vostra signora…
– Subito! – disse Giustino. – Abbia la pazienza d’attendere un momentino…
E corse su allo studio di Silvia, ad annunziarglielo. Era sicurissimo d’averla convinta col suo ultimo discorso, e non s’aspettava perciò che ella si rifiutasse fieramente di vedere il Baldani.
– Ma perché? – le domandò, restando.
Silvia ebbe la tentazione di gettargli in faccia la risposta vera, per scomporlo da quell’atteggiamento di attonita, dolente meraviglia; ma temette che egli le rifacesse quel gesto di filosofica noncuranza, come allorché gli aveva rinfacciato le risa e le beffe della gente.
– Perché non voglio! – gli disse. – Perché mi secca! Vedi che sto qui a rompermi la testa!
– Eh via, cinque minuti… – insistette Giustino. – Ha pronto uno studio su tutta l’opera tua, sai! Oggi, una critica del Baldani, bada… è il critico di moda… critica, aspetta! come la chiamano? non so… una critica nuova, che se ne parla tanto, adesso, cara mia! Cinque minuti… Ti studia, e basta. Lo faccio passare?
– Bella cosa, bella cosa, – diceva, poco dopo, Paolo Baldani lí nello studio, battendo lievemente la mano feminea sul bracciuolo della poltrona e rimirando con occhi un po’ strizzati Giustino Boggiòlo. – Bella cosa, signora, vedere un uomo cosí sollecito della vostra fama e del vostro lavoro, cosí interamente devoto a voi. M’immagino come ne dovete esser lieta!
– Ma sa?… perché… se io… – tentò subito d’interloquire Giustino, temendo che Silvia non gli volesse rispondere.
Il Baldani lo fermò con la mano. Non aveva finito.
– Permettete? – disse; e seguitò: – Lo noto, perché tanta sollecitudine e tanta devozione debbono aver pure il loro peso nella valutazione dell’opera vostra, in quanto che, mercé di esse, voi certamente potete, senza veruna estranea cura, abbandonarvi tutta alla divina gioja di creare.
Pareva che parlasse cosí, ora, per ischerzo; che di quel suo parlar dipinto egli per il primo avvertisse l’affettazione e la accompagnasse con un lievissimo, appena percettibile risolino ironico, non già per attenuarla però, ma anzi per armarla del fascino d’una inquietante ambiguità. – “Quello che ho dentro, lo so io solo” – pareva dicesse. – “Per voi, per tutti, ho questo lusso di parole, ecco, e me ne vesto con signorile sprezzatura; ma posso anche, all’occorrenza, buttarlo via e spogliarmene, per mostrarmi a un tratto bello e forte nella mia nuda animalità”.
Questa animalità Silvia gli scorgeva chiaramente nel fondo degli occhi: ne aveva avuto una prova nella sfrontata dichiarazione dell’altra sera; era certa che ne avrebbe avuto un nuovo e piú sfrontato assalto, se per poco il marito si fosse allontanato dallo scrittojo. Intanto – oh schifo! – egli lodava e ammirava innanzi a lei Giustino, per farselo amico e, dopo averlo guardato, ecco, rivolgeva gli occhi a lei con incredibile impudenza. Il Baldani, difatti, col suo sguardo le diceva: “Tu non ti sogni neppure di sospettare quel che so di te…”
– Gioja di creare? – proruppe Silvia. – Non l’ho mai provata. E sono proprio dolente di non poter piú attendere ora, come prima, a quelle che lei chiama cure estranee. Erano le sole tra cui mi ritrovassi; che mi déssero qualche sicurezza. Tutta la mia sapienza era in esse! Perché io non so nulla, proprio. Non capisco nulla, io. Se lei mi parla d’arte, io non capisco nulla di nulla.
Giustino si agitò, tutto scombussolato, su la seggiola. Il Baldani lo notò, si voltò a guardarlo, sorrise e disse:
– Ma questa è una confessione preziosa… preziosa.
– Vuol sapere, se le serve, che cosa stavo a fare io, – seguitò Silvia, – messa qua di proposito a scrivere? Ho contato sul mio braccio le righette bianche e nere di questo mio abito di mezzo lutto: centosettantatre nere e centosettantadue bianche, dal polso all’attaccatura della spalla. E cosí soltanto so che ho un braccio e questa veste. Altrimenti, non so nulla; nulla, nulla, proprio nulla.
– E questo spiega tutto! – esclamò allora il Baldani, come se proprio lí la aspettasse. – Tutta la vostra arte è qui, signora mia.
– Nelle righette bianche e nere? – domandò Silvia, fingendo quasi sgomento.
– No, – sorrise il Baldani. – Nella vostra meravigliosa incoscienza, la quale spiega la non meno meravigliosa natività spontanea dell’opera vostra. Voi siete una vera forza della natura; dirò meglio, siete la natura stessa che si serve dello strumento della vostra fantasia per creare opere sopra le comuni. La vostra logica, intanto, è quella della vita, e voi non potete averne coscienza, perché logica ingenita, logica mobile e complessa. Vedete, signora mia: gli elementi che costituiscono il vostro spirito sono straordinariamente numerosi, e voi li ignorate; essi si aggregano, si disgregano con una facilità, con una rapidità prodigiosa, e questo non dipende dalla vostra volontà; essi non si lasciano fissar da voi in alcuna forma stabile: si mantengono, dirò cosí, in uno stato di perpetua fusione, senza mai rapprendersi; duttili, plastici, fluidi; e voi potete assumere tutte le forme senza che lo sappiate, senza che lo vogliate per riflessione.
– Ecco! ecco! ecco! – cominciò a dire Giustino, scattando, tutto esultante e gongolante. – Questo è! questo è! Glielo dica, glielo ripeta, glielo faccia entrar bene in mente, caro Baldani! Lei sta facendo in questo momento opera di vero amico. È un po’ confusetta, veda… un po’ incerta, dopo questo trionfo.
– Ma no! – gridò Silvia su le brage, cercando d’interromperlo.
– Sí, sí, sí! – incalzò invece Giustino, levandosi in piedi e facendosi in mezzo, quasi per impedire che gli sfuggisse quell’occasione propizia, ora che la teneva acciuffata. – Santo Dio, te l’ha spiegato cosí bene, qua, il Baldani! È proprio cosí com’ha detto lei, Baldani! Non trova, non trova l’argomento del nuovo dramma, e…
– Non trova? Ma se già ce l’ha! – esclamò il Baldani sorridendo. – Posso permettermi un suggerimento per l’affetto che vi porto? Il dramma ce l’avete già! Credono gli sciocchi (e lo van dicendo) che sia piú agevole creare fuori delle esperienze quotidiane, ponendo cose e persone in luoghi immaginarii, in tempi indeterminati, quasi che l’arte abbia da impacciarsi della cosí detta realtà comune, e non crei essa una realtà sua propria e superiore. Ma io so le vostre forze e so che voi potete confondere questi beoti e ridurli al silenzio e costringerli all’ammirazione, affrontando e dominando una materia affatto diversa da quella de L’isola nuova. Un dramma d’anime, e nel mezzo nostro, cittadino. Voi avete nel vostro volume delle Procellarie una novella, la terza, se ben ricordo, intitolata Se non cosí… Ecco il dramma nuovo! Pensateci. Io mi stimerò felice di avervelo additato; se potrò dire un giorno: Questo dramma ella lo ha scritto per me; ho insinuato io nella matrice della sua fantasia, per la fecondazione, questo nuovo germe vitale!
Si alzò; disse a Giustino quasi con solennità:
– Lasciamola sola.
Le si fece innanzi; le prese la mano, inchinandosi; vi depose un bacio; uscí.
Silvia, appena sola, fu assalita da quella fiera stizza che si prova allorché, dibattuti in una tempesta da cui non scorgevamo piú né quasi piú speravamo salvezza, d’un tratto e con tranquillo gesto ci vediamo offrire da chi meno avremmo voluto – ecco qua, una tavola, una fune. Vorremmo piuttosto affogare, che servircene, per non riconoscere di dover la nostra salvezza a uno che con tanta facilità ce l’ha offerta. Questa facilità, che vuol quasi dimostrarci sciocca e vana la disperazione nostra di poc’anzi, ci sembra un insulto, e vorremmo subito dimostrare invece a nostra volta sciocco e vano l’ajuto cosí facilmente offerto; ma avvertiamo intanto che, contro la nostra volontà, già ci siamo aggrappati ad esso.
Silvia smaniava di rimettersi al lavoro, a un lavoro che la prendesse tutta e le impedisse di vedere, di pensare a se stessa e di sentirsi. Ma cercava e non trovava; e si struggeva nella smania, sempre piú convincendosi che veramente ormai ella non poteva piú far nulla.
Ora, non volle andare a prendere dallo scaffale il libro delle Procellarie; ma già vi era dentro con lo spirito, già si sforzava di vedere il dramma in quella terza novella indicata dal Baldani.
C’era? Sí, c’era veramente. Il dramma d’una moglie sterile. Ersilia Groa, ricca provinciale, non bella, di cuore ardente e profondo, ma rigida e dura d’aspetto e di maniere, ha sposato da sei anni Leonardo Arciani, letterato senza piú voglia dopo le nozze – né di scrivere né d’attendere a libri, pur avendo destato con un suo romanzo grandi speranze e viva attesa nel pubblico. Quegli anni di matrimonio son passati in apparenza tranquilli. Ersilia non sa offrire da sé quel tesoro d’affetti che chiude in cuore; forse teme che esso non abbia alcun valore per il marito. Poco egli le chiede e poco ella gli dà; gli darebbe tutto se egli volesse. Sotto quella apparente tranquillità, dunque, il vuoto. Solo un figlio potrebbe riempirlo; ma ormai, dopo sei anni, ella dispera d’averne. Arriva un giorno al marito una lettera. Leonardo non ha segreti per lei: leggono quella lettera insieme. È di una cugina di lui, Elena Orgera, che un tempo gli fu fidanzata: le è morto il marito; è rimasta povera e senza assegnamenti, con un figliuolo che vorrebbe fosse ammesso in un collegio di orfani; gli chiede un soccorso. Leonardo se ne sdegna; ma Ersilia stessa lo persuade a mandare quel soccorso. Ivi a poco, improvvisamente, egli ritorna al lavoro. Ersilia non ha mai veduto lavorare il marito; ignara affatto di lettere, non sa spiegarsi quel nuovo improvviso fervore; vede ch’egli deperisce di giorno in giorno; teme che si ammali; vorrebbe almeno che non si affannasse tanto. Ma egli le dice che l’estro gli si è ridestato, che ella non può comprendere che sia. E cosí, per circa un anno, riesce a ingannarla. Quando Ersilia alla fine scopre il tradimento, il marito ha già una bambina da Elena Orgera. Duplice tradimento: ed Ersilia non sa se piú le sanguini il cuore per il marito che colei le ha tolto o per la figlia che ha potuto dargli. Veramente la coscienza ha curiosi pudori: Leonardo Arciani strappa il cuore alla moglie, le ruba l’amore, la pace: si fa scrupolo del denaro. Eh! col denaro della moglie, no, da galantuomo non vuol mantenere un nido fuori della casa. Ma gli scarsi e incerti proventi del suo lavoro affannato non possono bastare a sopperire ai bisogni, che presto cominciano a riempir di spine quel nido. Ersilia, appena scoperto il tradimento, s’è chiusa in sé ermeticamente, senza lasciar trapelare al marito né lo sdegno né il cordoglio: ha solo preteso che egli seguitasse a vivere in casa, per non dare scandalo; ma separato affatto da lei. E non gli rivolge piú né uno sguardo né una parola. Leonardo, oppresso da un peso che non può sopportare, resta profondamente ammirato del dignitoso, austero contegno della moglie, la quale forse comprende che, oltre e sopra ogni suo diritto, c’è per lui ormai un dovere piú imperioso: quello verso la figlia. Sí, difatti, Ersilia comprende questo dovere: lo comprende perché sa quel che le manca; lo comprende tanto che, se egli ora, stremato e avvilito com’è, ritornasse a lei, abbandonando con l’amante la figlia, ella ne avrebbe orrore. Di questo tacito sublime compatimento di lei egli ha una prova nel silenzio, nella pace, in tante cure pudicamente dissimulate che ritrova in casa. E l’ammirazione diviene a mano a mano gratitudine; la gratitudine, amore. Lí, in quel nido di spine, egli non va piú, ora, che per la figlia. Ed Ersilia lo sa. Che aspetta? Lo ignora ella stessa; e intanto si nutre in segreto dell’amore che già sente nato in lui. Sopravviene, a rompere questo stato di cose, il padre di lei, Guglielmo Groa, grosso mercante di campagna, ruvido, inculto, ma pieno d’arguto buon senso.
Ecco, il dramma poteva aver principio qui, con l’arrivo del padre. Ersilia, che da tre anni non rivolge la parola al marito, si reca a trovarlo nella sede d’un giornale quotidiano, dov’egli è sopportato come redattore artistico, per prevenirlo che il padre, a cui ella ha tutto nascosto, è già in sospetto e verrà quella mattina stessa a provocare una spiegazione. Vuole che gli sappia fingere per risparmiare almeno al padre quel cordoglio. È una scusa; teme in realtà che il padre, per venire a una soluzione impossibile, infranga irrimediabilmente quel tacito accordo di sentimenti ch’ella ha penato tanto a stabilire tra lei e il marito, e che le è cagione d’ineffabile spasimo segreto e insieme d’ineffabile segreta dolcezza. Ersilia non trova il marito nella redazione del giornale e gli lascia un biglietto, promettendo che ritornerà presto per ajutarlo a fingere, quando il padre, che si è recato ad assistere a una seduta mattutina della Camera, verrà lí per parlargli. Leonardo trova il biglietto della moglie e sa dall’usciere che è venuta poc’anzi a cercar di lui anche un’altra signora. È la Orgera, da cui egli non è piú andato da una settimana, sentendosi spiato dagli occhi sospettosi del suocero. Ella ritorna difatti poco dopo, in quel momento cosí poco opportuno, e invano Leonardo le spiega perché non è venuto e in prova le dà a leggere quel biglietto della moglie. Ella deride l’abnegazione di Ersilia, che vuol risparmiare noje e amarezze al marito, mentre lei… eh, lei rappresenta il bisogno, la crudezza d’una realtà non piú sostenibile: i fornitori che vogliono esser pagati, il padrone di casa che minaccia lo sfratto. Meglio finirla! Già tutto è finito tra loro. Egli ama la moglie, quella sublime silenziosa: ebbene, ritorni a lei, e basta cosí! Leonardo le risponde che se potesse la soluzione esser cosí semplice, già da un pezzo egli ci sarebbe venuto; ma purtroppo non può esser quella la soluzione, legati come sono l’uno all’altra; e dunque, via, se ne vada per ora; le promette che verrà a trovarla appena potrà. In mal punto per Leonardo, cosí amareggiato, sopravviene il suocero prima del tempo, seccato delle chiacchiere parlamentari. Guglielmo Groa non sa d’aver di fronte nel genero un altro padre che al par di lui deve difendere la propria figlia; crede a un traviamento del genero, riparabile con un po’ di tatto e di denaro, e gli profferisce ajuto e lo invita a confidarsi a lui. Leonardo è stanco di mentire; confessa la sua colpa, ma dice che ne ha già avuto la punizione piú grave che potesse aspettarsene, e rifiuta come inutile l’ajuto del suocero e anche di ragionare con lui. Il Groa crede che la punizione di cui parla Leonardo sia quel lavoro a cui s’è condannato, e lo rimbrotta aspramente. Quando Ersilia, troppo tardi, sopraggiunge, il padre e il marito stan quasi per venire alle mani. Vedendo Ersilia, Leonardo, sovreccitato, fremente, s’affretta a raccogliere le carte dalla scrivania e scappa; il Groa allora fa per lanciarglisi addosso, ruggendo: “Ah, non vuoi ragionare?”, ma Ersilia lo arresta col grido: “Ha la figlia, babbo ha la figlia! Come vuoi che ragioni?”.
Con questo grido poteva esser chiuso il primo atto. A principio del secondo, una scena tra il padre e la figlia. Tutte due hanno atteso invano, la notte, che Leonardo rincasasse. Ora Ersilia svela al padre tutto il suo martirio, e come fu ingannata, e come e perché s’era acconciata in silenzio a quella pena. Ella quasi difende il marito, perché – messo tra lei e la figlia – è corso da questa. Dove sono i figli è la casa! Il padre se ne indigna; si ribella; vuole subito ripartirsene; e, come Leonardo sopravviene per poco, a prendersi i libri e le carte, gli va innanzi e gli dice che rimanga pur lí; andrà via lui, or ora. Leonardo resta perplesso, non sapendo come interpretare quell’improvviso invito del suocero a rimanere. Ma ecco Ersilia. Ella entra per dirgli che non parte da lei quell’invito e che anzi egli, se vuole, può andare. E allora Leonardo piange e dice alla moglie il suo tormento e il pentimento e l’ammirazione per lei e la gratitudine. Ersilia gli domanda perché soffre, se ha con sé la figlia; e Leonardo le risponde che quella donna gliela vorrebbe togliere, perché egli non basta a mantenerla e perché non vuol piú vederlo in quelle smanie. “Ah, sí?” grida Ersilia. “Questo vorrebbe? E allora…”. Il suo piano è fatto. Ella comprende che non può riavere il marito se non cosí, cioè a patto d’avere insieme la figlia Non gliene dice nulla; e, poiché egli chiede il perdono, glielo accorda, ma nello stesso tempo si svincola dalle braccia di lui e lo costringe ad andar via: “No, no”, gli dice. “Ora tu non puoi piú rimanere qui! Due case, no; qua io e là tua figlia, no! Va’ va’: so quello che tu desideri: va’!”. E lo manda via a forza, e subito com’egli esce, scoppia in un pianto di gioja.
Il terzo atto doveva svolgersi nel nido di spine, in casa di Elena Orgera. Leonardo è venuto a trovar la bambina, ma si è dimenticato di portarle un regaluccio che le aveva promesso. La bambina, Dinuccia, ha pianto molto aspettandolo; ora si è addormentata di là. Leonardo dice che tornerà presto col giocattolo e va via. La bimba, che ha ormai cinque anni, si sveglia; viene in iscena, domanda del babbo e vuole che la mamma le parli del regalo ch’egli le porterà: una campagna con tanti alberetti e le pecorelle e il cane e il pastore. Si sente sonare alla porta. (Eccolo!) dice la madre. E la bimba vuole andar lei ad aprire. Si ripresenta poco dopo su la soglia, tutta confusa, con una signora velata. È Ersilia Arciani, che ha veduto andar via dalla casa il marito e non sospetta ch’egli debba tra poco ritornare. Sospetta Elena, invece, una congiura tra la moglie e il marito per portarle via la figlia; e grida, minaccia di chiamar ajuto, inveisce, smania. Invano Ersilia tenta di calmarla, di dimostrarle che il suo sospetto è infondato, ch’ella non vuole né può farle alcuna violenza; che è venuta a parlare al suo cuore di madre, per il bene della sua bambina, la quale sarebbe adottata, uscirebbe dall’ombra della colpa, sarebbe ricca e felice; invano poi le grida ch’ella non ha il diritto di pretendere ch’egli abbandoni la figlia, se lei non vuol cederla. L’uscio di casa è rimasto aperto per la confusione della bambina nel vedersi innanzi quella signora invece del babbo; e Leonardo, entrando in quel punto, si trova in mezzo alla contesa delle due donne, stupito di veder lí la moglie. La bambina ode la voce del padre e picchia all’uscio della camera ove Elena è corsa a rinchiuderla appena Ersilia Arciani sè svelata. Ora ella apre di furia quell’uscio, si toglie in braccio la piccina e grida ai due d’andar via, subito, via! A questo scatto, Leonardo, percosso, si rivolge alla moglie e la spinge ad abbandonare quell’impresa disumana e a ritrarsi. Ersilia se ne va. E allora nell’animo di Elena, che ha veduto in sua presenza scacciata la moglie, segue all’orgasmo la confusione, lo smarrimento, e vorrebbe che Leonardo subito corresse a raggiunger la moglie e andasse via per sempre con lei. Ma Leonardo, al colmo dell’esasperazione, le grida: “No!” e si prende tra le gambe la piccina e le dà il regaluccio e comincia a disporre, nella scatola, la cascina, gli alberetti, le pecorelle, il pastore, il cane, tra le risa, i gridi di gioja, le liete domande infantili di Dinuccia. Elena, ascoltando quelle domande della bimba e le rispose del padre angosciato, ripensa a tutto ciò che le ha detto colei che se n’è andata, su l’avvenire della sua piccina, e tra le lagrime comincia a rivolgere a Leonardo, tutto intento alla gioja della figliuola, qualche domanda: “Diceva, l’adozione… ma è possibile?” e Leonardo non le risponde e seguita a parlare delle pecorelle e del cane con la bambina. Ivi a poco, un’altra domanda di Elena, o una considerazione amara su lei o su Dinuccia, se mai ella… Leonardo non ne può piú; balza in piedi; prende in braccio la figlia e le grida: “Me la dài?” (“No! no! no!” risponde a precipizio Elena, strappandogliela e cadendo in ginocchio innanzi alla piccina abbracciata: “Non è possibile, no! ora non posso, ora non posso! Vattene! vattene! Poi… chi sa! se ne avrò la forza, per lei! Ma ora vattene! vattene! vattene!”.
Ecco, sí, poteva esser questo il dramma. Ella lo vedeva chiaro innanzi a sé, tutto, fin nei particolari dell’architettura scenica. Ma che lo dovesse al suggerimento del Baldani, la irritava. E non si sentiva attratta da esso minimamente.
Non aveva mai lavorato cosí, volendo e costruendo la sua opera. L’opera, appena intuita, s’era sempre voluta invece lei stessa prepotentemente, senza che ella provocasse nel suo spirito alcun movimento atto a effettuarla. Ogni opera in lei s’era sempre mossa da sé, perché da sé soltanto s’era voluta; ed ella non aveva mai fatto altro che obbedire docile e con amor seguace a questa volontà di vita, a ogni suo spontaneo movimento interiore. Or che la voleva lei e doveva darle lei il movimento, non sapeva piú come cominciare, da che parte rifarsi. Si sentiva arida e vuota, e in quell’aridità e in quel vuoto smaniava.
La vista di Giustino, il quale non osava chiederle notizia del lavoro, a cui fingeva di saperla ritornata, e faceva di tutto perché ella credesse che di questo egli fosse certo, appartandola, imponendo a Èmere silenzio, allontanando da lei ogni cura della casa, le suscitava ogni volta tale stizza, che sarebbe trascesa in escandescenze, se la nausea di altre piú volgari da parte di lui non l’avesse trattenuta. Avrebbe voluto gridargli:
– Smettila! Rispàrmiati codeste finzioni! Io non fo nulla, e tu lo sai! Non posso e non so piú far nulla, cosí, già te l’ho detto! Èmere può anche fischiare, in maniche di camicia, lavorando, e rovesciar seggiole e romperti tutti codesti famosi mobili del Ducrot: io ne godrei tanto, caro mio! Mi metterei io a romper tutto, tutto, tutto qua dentro, e anche le mura se potessi!
Quel che aveva avvertito tanti e tanti anni fa, a Taranto, per una causa molto minore, allorché il padre aveva voluto mandare a stampa le prime sue novelle, che cioè il pensiero della lode, con cui queste erano state accolte, s’era interposto tra lei e le nuove cose che avrebbe voluto descrivere e rappresentare, turbandola cosí che per circa un anno non aveva potuto piú toccar la penna, avvertiva adesso, la stessa confusione, la stessa ambascia, la stessa costernazione, ma centuplicate. Anziché infiammarla, il recente trionfo la assiderava; anziché sollevarla, la schiacciava, la annientava. E se cercava di riscaldarsi, sentiva subito che il calore che si dava era artificiale; e se cercava di rilevarsi da quell’avvilimento, da quella prostrazione, sentiva nello sforzo irrigidirsi, vanamente impettita. Quasi inevitabilmente quel trionfo la induceva a strafare. E ora, per non strafare, ecco l’eccesso opposto: l’arido stento, la rigida nudità scheletrica.
Cosí, come uno scheletro, nell’arido stento di quel lavoro forzato, le veniva fuori penosamente il nuovo dramma, rigido, nudo.
– Ma no, perché? Ma se va benissimo! – le disse il Baldani, quand’ella, per far tacere il marito, gli lesse il primo atto e parte del secondo. – È del carattere di questa vostra stupenda creatura, di Ersilia Arciani, tanta sostenutezza austera, questa che a voi sembra rigidità. Va benissimo, vi assicuro. L’anima e i modi di Ersilia Arciani, debbono governare cosí tutta l’opera, per necessità. Seguitate, seguitate.

D’altra guida, d’altro consiglio, in difetto dell’estro, Silvia sentiva bisogno in quel momento.
Era stata notata da tutti l’assenza di Maurizio Gueli, la sera dell’inaugurazione. Molti, e certo non senza malignità, avevano domandato quella sera a Giustino:
– E il Gueli? non viene?
E Giustino di rimando:
– Ma è a Roma? Mi hanno detto che è in villa, a Monteporzio.
Anche da Silvia, specialmente alcune signore, cosí senza parere, avevano voluto notizie del Gueli. Silvia sapeva che, o per gelosia o per invidia o, a ogni modo, per ferirla, donne e letterati si sarebbero messi o prima o poi a malignar su lei.
Il marito stesso, del resto, era il primo a dare, senza bisogno, pretesto e materia alla malignità. E con un siffatto marito ella stessa ormai riconosceva che sarebbe stato quasi impossibile rimanere insospettata. Il suo stesso amor proprio, irresistibilmente, l’avrebbe tratta per tanti segni a far nascere sospetti, perché ella non poteva sottostare piú, innanzi agli occhi di tutti, al ridicolo di cui egli la copriva, fingendo di non accorgersene ancora. Doveva per forza, in qualche modo, dimostrare di provarne o dolore e dispetto, e forse avrebbe fatto peggio, perché si sarebbe troppo avvilita e tutti allora ne avrebbero approfittato per addolorarla e indispettirla ancor piú; o lo stesso piacere degli altri, e allora, se da un canto si sarebbe in parte salvata dall’avvilimento, non poteva piú lei stessa dall’altro pretendere che si francasse dai piú tristi giudizii della gente. Può, impune, una donna deridere apertamente il proprio marito? Né ella, del resto, con intenzione o per finzione avrebbe saputo farlo. Ma temeva lo facesse, contro la sua volontà, per irresistibile reazione, il suo stesso amor proprio. Ed ecco inevitabili i sospetti e le malignità. No no, davvero, ella non poteva piú in alcun modo durare, schietta e onesta, in quelle condizioni.
Fu lieta dell’assenza del Gueli, la sera dell’inaugurazione. Lieta, non tanto perché veniva meno una ragione di malignare piú forte delle altre, essendo già nota a tutti la simpatia del Gueli per lei, quanto perché, dopo quella lettera ch’egli le aveva inviato a Cargiore, non lo avrebbe ella stessa veduto volentieri. Non ne sapeva ancor bene il perché. Ma il pensiero che la simpatia del Gueli, ben nota a lei anche per via segreta e per una ragione di cui in principio s’era sdegnata, désse pretesto a malignità, la feriva molto piú che ogn’altro sospetto che potesse sorgere o per il Betti o per il Luna o per il Baldani, per chiunque altro.
Ella non avrebbe mai, con nessuno, ingannato il marito. Per quanto si fosse franta al tumulto di tanti nuovi pensieri e sentimenti la compagine della sua prima coscienza, per quanto l’ira, il dispetto, che la condotta del marito le suscitava, potessero incitarla a vendicarsi, questo credeva ancora di poter sicuramente affermare a se stessa: che nessuna passione, nessun impeto di ribellione la avrebbero mai travolta fino al punto di venir meno al suo debito di lealtà. Se domani non avesse piú saputo resistere a convivere in quelle condizioni col marito; se, non pure indifesa, ma quasi indotta e spinta, col cuore ormai non solamente vuoto d’affetto per lui, ma anche repugnante ed affogato di nausea e di tristezza, si fosse sentita avviluppare e trascinare da qualche disperata passione, ella no, non avrebbe ingannato a tradimento, mai. Lo avrebbe detto al marito, e a qualunque costo avrebbe salvato la sua lealtà.
Purtroppo nulla piú in quella casa aveva potere di trattenerla con la voce degli antichi ricordi. Quella era per lei una casa quasi estranea, da cui le poteva esser facile andar via; le destava attorno di continuo l’immagine d’una vita falsa artificiale, vacua, insulsa, alla quale, non persuasa piú da alcun affetto, non riusciva ad accostumarsi, e che anzi l’obbligo ormai imprescindibile del suo lavoro le rendeva odiosa. E neppure da quel lavoro forzato le era concesso di trar la soddisfazione ch’esso, se non a lei, serviva almeno a far piacere a un altro che gliene restasse grato. Grata doveva restar lei, per giunta, al marito che la trattava come il villano tratta il bue che tira l’aratro, come il cocchiere tratta la cavalla che tira la vettura, che l’uno e l’altro si prendono il merito della buona aratura e della bella corsa e vogliono esser poi ringraziati del fieno e della stalla.
Ora, della simpatia piú o meno sincera che le dimostravano i Baldani, i Luna, adesso anche il Betti, tutti quei giovani letterati e giornalisti chiomati e vestiti di soperchio, ella poteva non fare alcun caso né apprensionirsi affatto; paura aveva invece di quella del Gueli, che come lei sapeva avviluppato da una miseria tragica e ridicola a un tempo, che gli toglieva il respiro (cosí le aveva scritto); paura aveva del Gueli, perché piú d’ogni altro poteva leggerle in cuore; perché della presenza e del consiglio di lui ella in quel momento infastidita, urtata dalla frigida e spavalda saccenteria del Baldani, sentiva cosí acuto e urgente bisogno.
Chiusa lí nello studio, si sorprendeva con gli occhi attoniti e lo spirito sospeso, tutta intenta a seguir pensieri, da cui si riscoteva con orrore.
Erano quei pensieri come una scala agevole, per cui ella – ecco – poteva scendere anche alla sua perdizione; erano una sequela di scuse per tranquillare la coscienza antica, per mascherar l’aspetto odioso di un’azione che quella coscienza antica le rappresentava ancora come una colpa, e attenuar la condanna della gente.
La serietà austera, l’età del Gueli non farebbero sospettare ch’ella per basso pervertimento cercasse in lui l’amante, anziché una guida degna e quasi paterna, un nobile compagno ideale. E parimenti forse il Gueli in lei soltanto e per lei troverebbe la forza di rompere il tristo legame con quella donna che da tanti anni lo opprimeva.
E il figlio?
Per un momento, questo nome, gittandosi attraverso quel torbido immaginare, lo disperdeva. Ma subito l’idea del figlio le richiamava con angoscia alla memoria un ordine di vita una castità di cure, un’intimità santa, che altri e non lei aveva voluto violentemente spezzare.
Se ella avesse potuto aggrapparsi al figlio che le era stato strappato e non pensare né attender piú a nulla, avrebbe trovato certamente nel suo bambino la forza di chiudersi tutta nell’ufficio della maternità e di non esser piú altro che madre, la forza di resistere a ogni tentazione d’arte per non dar piú pretesto al marito d’offenderla e di ridurla alla disperazione con quel furor di guadagni e quello spettacolo di bravure.
A un solo patto avrebbe potuto seguitare a convivere col marito, cioè a patto di rinunziare all’arte. Ma poteva piú ora? Non poteva piú. Egli ormai non aveva altro impiego che quello d’agente del suo lavoro, ed ella doveva lavorare per forza e non poteva piú, cosí: né esser madre né lavorare poteva piú. Doveva per forza? E allora, via, via di là! via da lui. Gli avrebbe lasciato la casa e tutto. Cosí non poteva piú reggere. Ma che sarebbe avvenuto di lei?
A questa domanda, tutto lo spirito le si scombujava e le si arretrava con orrore. Ma qual gioja poteva darle il riconoscere di non aver fatto altro che immaginare? Poco dopo, ricadeva in quelle torbide immaginazioni, e, purtroppo, con minor rimorso per la stolida petulanza del marito che seguitava a importunarla quanto piú la vedeva disviata dal lavoro e smaniosa.
Per questo, quando alla fine Maurizio Gueli, inatteso, all’improvviso, si presentò nel villino con uno strano aspetto risoluto, con insoliti modi, e la guardò negli occhi e con evidente sdegno accolse tutti gl’inchini e le cerimonie e le feste di Giustino, ella si vide a un tratto perduta. Per fortuna, sentendo il marito sfogarsi col Gueli senza nulla comprendere, a un certo punto ebbe cosí viva e forte l’impressione d’esser cacciata quasi a urtoni e a percosse e tirata per i capelli a commettere una follia, ebbe tanta vergogna del suo stato e tale onta ne provò, che poté avere contro il Gueli uno scatto di fierezza, allorché questi, prendendo ardire dall’aspetto scombujato di lei, si rivoltò aspramente contro il marito e per poco non lo trattò in sua presenza da volgare sfruttatore.
Allo scatto impreveduto, il Gueli restò come percosso in capo.
– Comprendo… comprendo… comprendo… – disse, chiudendo gli occhi, con un tono e un’aria di cosí intensa profonda disperata amarezza, che apparve subito chiaro agli occhi di Silvia che cosa egli avesse compreso senza né sdegno né offesa.
E se ne andò.
Giustino, stordito e stizzito da un canto, mortificato dall’altro per il modo com’il Gueli era andato via, non volendo dire né in sua difesa né contro quello, pensò bene di togliersi di perplessità rimproverando alla moglie la violenza con cui… – ma potè appena accennare il rimprovero: Silvia gli si fece innanzi, a petto, tutta vibrante e stravolta, gridando:
– Va’ via! taci! O mi butto dalla finestra!
Comando e minaccia furon cosí fieri e perentorii, l’aspetto e la voce cosí alterati, che Giustino s’insaccò nelle spalle e uscí cucciolo cucciolo dallo studio.
Gli parve che la moglie volesse impazzire. O che le era accaduto? Non la riconosceva piú! – Mi butto dalla finestra… taci!… va’ via!- Non si era mai permessa di parlargli cosí… Eh, le donne! A far troppo per loro… Ecco qua, che ansa aveva preso! – Va’ via! taci!…- Come se non fosse a quel posto per lui! Se non era pazzia, qualcos’altro era, peggio, peggio dell’ingratitudine…
Col naso stretto e arricciato, Giustino, ferito nel cuore, stentava a dirlo a se stesso che cosa gli pareva che fosse. Ma sí, via, ma sí! gli voleva far pesare ingenerosamente, adesso, la necessità del suo lavoro, quando per lei – egli – senza mai lamentarsi, senza darsi requie un momento, s’era dato tanto da fare; e per lei, per potere attendere e dedicarsi tutto a lei, aveva rinunziato finanche all’impiego, senza esitare! Ecco qua: non pensava piú di dover tutto a lui, lo vedeva senza impiego e in attesa del suo lavoro e ne profittava per trattarlo come un servo: – Va’ via! taci!…
Ah, un annetto… no, che diceva un annetto? – un mesetto, un mesetto solo senza di lui avrebbe voluto vederla, con un dramma da far rappresentare o con un contratto da stabilire con qualche editore! Si sarebbe accorta bene allora, se aveva bisogno di lui…
Ma no, via! non era possibile che non riconoscesse questo… Altro doveva esserci! Quel mutamento, da che era ritornata da Cargiore; quella scontentezza; quelle smanie; quelle bizze; tutta quell’acerbità per lui… O che forse sul serio supponeva che egli con la Barmis…?
Giustino stirò il collo avanti e contrasse in giú gli angoli della bocca, a esprimere nello stupore quel dubbio, e aprí le braccia e seguitò a pensare.
Il fatto era che, appena ritornata da Cargiore, con la scusa d’aver trovato quelle due maledette camere gemelle volute dalla Barmis, ella, come se avesse sospettato fosse pensiero suo e di questa tenerla separata di letto, quasi quasi non voleva piú sapere di lui. Forse l’orgoglio non le lasciava manifestare apertamente questo sentimento di rancore e di gelosia, e si sfogava a quel modo…
Ma santo Dio, santo Dio, santo Dio, come supporlo capace d’una cosa simile? Se qualche volta, a tavola, aveva mostrato dispiacere dell’allontanamento cosí brusco della Barmis, questo dispiacere – avrebbe dovuto capirlo – non era se non per la mancanza di tutti quei saggi consigli e utili ammaestramenti che una donna di tanto gusto e di tanta esperienza avrebbe potuto dare a lei. Perché capiva che cosí testardamente chiusa in sé, cosí sola, senz’amicizie ella non poteva stare. Di lavorare non le andava; la casa non le piaceva; di lui forse sospettava indegnamente; non voleva veder nessuno, né uscire per distrarsi un pochino… Che vita era quella? L’altro giorno, all’arrivo d’una lettera da Cargiore, in cui la nonna parlava con tanta tenerezza del nipotino, era scoppiata in un pianto, in un pianto…
Per parecchi giorni Giustino, tenendo il broncio alla moglie, ruminò se non fosse il caso di far venire a Roma il bambino con la bàlia. Era anche per lui una crudeltà tenerlo cosí lontano; non per il bambino veramente, che in migliori mani non poteva essere affidato. Pensò che il bimbo certo riempirebbe subito il vuoto ch’ella sentiva in quella casa e anche nell’animo in quel momento. Ma aveva anche da pensare a tant’altre cose lui, a tant’altre necessità impellenti, a tanti impegni contratti in vista dei nuovi lavori a cui ella avrebbe dovuto attendere. Ora, se stentava tanto a lavorare cosí con le mani libere, figurarsi col bambino lí, che la assorbirebbe tutta nelle cure materne…
D’un tratto, una notizia lungamente attesa venne a distrar Giustino da questo e da ogni altro pensiero. A Parigi l’Isola nuova, già tradotta dal Deriches, sarebbe andata in iscena su i primi dell’entrante mese. A Parigi! a Parigi! Egli doveva partire.
Ripreso dalla frenesia del lavoro preparatorio, armato di quel telegramma del Deriches che lo chiamava a Parigi, si mise in giro dalla redazione di un giornale all’altra. E ogni mattina, su la scrivania, nello studio, e a mezzogiorno, a tavola, nella sala da pranzo, e la sera, sul tavolino da notte, in camera, faceva trovare a Silvia tre o quattro giornali alla volta, non solamente di Roma, ma anche di Milano e di Torino e di Napoli e di Firenze e di Bologna, ove quelle prossime rappresentazioni parigine erano annunziate come un nuovo e grande avvenimento, una nuova consacrazione trionfale dell’arte italiana.
Silvia fingeva di non accorgersene. Ma egli non dubitò minimamente, che questo suo nuovo lavoro preparatorio avesse fatto su lei un grandissimo effetto, allorché, una di quelle notti, sentí che la moglie nella camera accanto si levava all’improvviso dal letto e si rivestiva per andare a chiudersi nello studio. Dapprima, per dir la verità, se ne apprensioní; ma poi, spiando per il buco della serratura e accorgendosi ch’ella era seduta alla scrivania nell’atteggiamento che soleva prendere ogni qual volta si metteva a scrivere ispirata, per miracolo cosí in camicia com’era, al bujo, e coi piedi scalzi non si diede a trar salti da montone per la contentezza. Eccola lí! eccola lí! era tornata al lavoro! come prima! al lavoro! al lavoro!
E non dormí neanche lui tutta quella notte, in febbrile attesa; e, come fu giorno corse con le mani avanti incontro a Èmere per impedirgli che facesse il minimo rumore, e subito lo mandò in cucina a ordinare alla cuoca che preparasse il caffè e la colazione per la signora, subito! Appena preparati:
– Ps! Senti… Bussa, ma pian piano, e domanda se vuole… piano però, eh? piano, mi raccomando!
Èmere tornò poco dopo, col vassojo in mano, a dire che la signora non voleva nulla.
– E va bene! zitto… lascia… La signora lavora… zitti tutti!
Si costernò un poco quando, anche a mezzogiorno, Èmere, mandato con le stesse raccomandazioni ad annunziare ch’era in tavola, tornò a dire che la signora non voleva nulla.
– Che fa? scrive?
– Scrive, sissignore.
– E come t’ha detto?
– Non voglio nulla, via!
– E scrive sempre?
– Scrive, sissignore.
– Va bene, va bene; lasciamola scrivere… zitti tutti!
– Si porta in tavola intanto per il signore? – domandò Èmere sottovoce.
Giustino, levato dalla notte, aveva veramente appetito; ma sedere a tavola lui solo, mentre la moglie di là lavorava digiuna, non gli parve ben fatto. Si struggeva di sapere a che cosa lavorasse con tanto fervore. Al dramma? Al dramma, certamente. Ma voleva finirlo cosí tutto d’un fiato? aspettar di mangiare, che lo avesse finito? Un’altra pazzia, questa…
Verso le tre del pomeriggio Silvia, disfatta, vacillante, uscí dallo studio e andò a buttarsi sul letto, al bujo. Subito Giustino corse alla scrivania, a vedere: restò disingannato: vi trovò una novella, una lunga novella. Su l’ultimo foglio, sotto la firma, era scritto: Per il senatore Borghi. Senz’alcun piacere si mise a leggerla; ma dopo le prime righe cominciò a interessarsi… Oh guarda! Cargiore… don Buti col suo cannocchiale… il signor Martino… la storia della mamma… il suicidio di quel fratellino del Prever… Una novella strana, fantastica, piena d’amarezza e di dolcezza insieme, nella quale palpitavano tutte le impressioni ch’ella aveva avuto durante quell’indimenticabile soggiorno lassú. Aveva dovuto averne all’improvviso, nella notte la visione…
Via, pazienza, se non era il dramma! Qualche cosa era, intanto. E ora a lui! Le avrebbe fatto vedere che cosa saprebbe fare anche con quel poco che gli dava in mano. Per lo meno cinquecento lire doveva pagar quella novella il signor senatore: cinquecento lire, subito, o niente.
E andò la sera dal Borghi, alla redazione della Vita Italiana.
Forse Maurizio Gueli era stato là da poco e aveva detto male di lui a Romualdo Borghi. Ma della schifiltosa freddezza con cui questi lo accolse, Giustino non si curò, anzi gli piacque, perché cosí, sottratto all’obbligo d’ogni riguardo per l’antica riconoscenza, poté dal canto suo con altrettanta freddezza dir chiari i patti e le condizioni. E lasciò che il Borghi pensasse di lui quel che gli pareva, premendogli soltanto di far vedere alla moglie tutto quel di piú ch’ella doveva unicamente a lui.
Pochi giorni dopo la pubblicazione di quella novella su la Vita Italiana, Silvia ricevette dal Gueli un biglietto di fervida ammirazione e di cordiale compiacimento.
Vittoria! vittoria! vittoria! Appena scorso quel biglietto Giustino, frenetico di gioja, corse a prendere il cappello e il bastone:
– Vado a ringraziarlo a casa! Vedi? s’invita da sé.
Silvia gli si parò davanti.
– Dove? quando? – gli domandò fremente. – Qua non fa altro che congratularsi. Ti proibisco di…
– Ma santo Dio! – la interruppe egli. – Ci vuol tanto a comprendere? Dopo la partaccia che gli hai fatta, ti scrive in questo modo… Lasciami fare, cara mia! lasciami fare! Io ho bell’e capito che quel Baldani ti dà nel naso; l’ho bell’e capito, sai? e vedi che non l’ho fatto piú venire. Ma il Gueli è un’altra cosa! Il Gueli è un maestro, un maestro vero! Gli leggerai il dramma; seguirai i suoi consigli; vi chiuderete qua; lavorerete insieme… Domani io devo partire; lasciami partir tranquillo! La novella, va bene; ma a me preme il dramma, cara mia! in questo momento ci vuole il dramma, il dramma, il dramma! Lascia fare a me, ti prego!
E scappò via, alla casa del Gueli.
Silvia non cercò piú di trattenerlo. Contrasse il volto in una smorfia di nausea e d’odio, torcendosi le mani.
Ah, il dramma voleva? Ebbene: dopo tanta commedia, avrebbe avuto il dramma.

CAPITOLO SETTIMO

VOLA VIA

Maurizio Gueli era in uno dei piú crudeli momenti della sua vita tristissima. Per la nona o decima volta, ridotto agli estremi della pazienza, aveva trovato nella disperazione la forza di strappare il capo dal capestro. Era suo questo paragone bestiale, e se lo ripeteva con voluttà. Livia Frezzi era da quindici giorni nella villa di Monteporzio, sola; e lui, in Roma, solo.
Solo diceva, e non libero, sapendo per trista esperienza che, quanto piú forte affermava il proposito di non ricongiungersi mai piú con quella donna, tanto piú prossimo ne era il giorno. Che se era vero ch’egli con lei non poteva piú vivere, era vero altresí che non poteva senza di lei.
Venuto da Genova a Roma circa venti anni fa, nel suo miglior momento, quando già in Italia e fuori con la pubblicazione del Socrate demente si stabiliva indiscussa la sua fama di scrittor bizzarro e profondo, a cui la vivida e possente genialità permetteva di giocare coi piú gravi pensieri e la poderosa dottrina con quella stessa agilità graziosa con cui un equilibrista giuoca co’ suoi globetti di vetro colorati, era stato accolto in casa del suo vecchio amico Angelo Frezzi, mediocre storiografo, che da poco aveva sposato, in seconde nozze, Livia Maduri.
Egli aveva allora trentacinque anni, e Livia poco piú di venti.
Non il prestigio della fama però aveva innamorato Livia Frezzi del Gueli, come tanti allora facilmente credettero. Di quella fama, anzi, e di quella certa ebbrezza ch’egli in quel momento ne aveva, ella si era mostrata fin da principio cosí gelidamente sdegnosa, ch’egli subito, per picca, s’era intestato di vincerla, quasi costretto a chiuder gli occhi su i suoi doveri verso l’amico e verso l’ospite dall’acerbità stessa con cui ella, apertamente, senza tener conto dell’amicizia antica del marito per lui, senza alcun riguardo per l’ospitalità, gli s’era posta di fronte, nemica.
Maurizio Gueli ricordava in sua scusa d’aver tentato, veramente, in principio, di fuggire per non tradir l’amicizia e l’ospitalità. Ma ormai il dispetto di sé e di tutti, il disgusto della sua viltà verso quella donna, l’obbrobrio della sua schiavitú gli avevano riempito l’animo di tale e tanta amarezza, lo avevano reso cosí crudamente spietato contro se stesso, ch’egli non riusciva piú a concedersi alcuna finzione. Se pur dunque ricordava quel tentativo di fuga, in fondo sapeva bene di non poter dare ad esso alcun peso in suo favore, che se davvero egli avesse voluto salvar sé e non tradire l’amico, senz’altro avrebbe dovuto voltar le spalle e allontanarsi dalla casa ospitale.
Invece… Ma sí! S’era ripetuta in lui per la millesima volta quella solita farsa delle quattro o cinque o dieci o venti anime in contrasto, che ciascun uomo, secondo la propria capacità, alberga in sé, distinte e mobili, com’egli credeva, e di cui con perspicuità meravigliosa aveva sempre saputo scoprire e rappresentare il vario giuoco simultaneo in se medesimo e negli altri.
Per una finzione spesso incosciente, suggerita dal tornaconto o imposta da quel bisogno spontaneo di volerci in un modo anziché in un altro, d’apparire a noi stessi diversi da quel che siamo, si assume una di quelle tante anime e secondo essa si accetta la piú favorevole interpretazione fittizia di tutti gli atti che, di nascosto alla nostra coscienza, furbescamente operano le altre. Tende ognuno ad ammogliarsi per tutta la vita con un’anima sola, con la piú comoda, con quella che ci porta in dote la facoltà piú adatta a conseguire lo stato a cui aspiriamo; ma fuori dell’onesto tetto coniugale della nostra coscienza è assai difficile che non si abbian poi tresche e trascorsi con le altre anime rejette, da cui nascono atti e pensieri bastardi, che subito ci affrettiamo a legittimare.
Non si era forse accorto il suo vecchio amico Angelo Frezzi che non aveva da stentar molto per costringerlo a rimanere in casa sua, quand’egli aveva manifestato il desiderio d’andarsene, desiderio finto doppiamente e sapientemente, poiché il desiderio suo era invece di rimanere e lo vestiva del dolore di non riuscir gradito alla signora? E se Angelo Frezzi se n’era accorto bene, perché aveva tanto protestato e tempestato per trattenerlo? Ma aveva certo rappresentato una farsa anche lui! Due anime, la sociale e la morale, cioè quella che lo faceva andar sempre vestito in redengote e gli poneva su le grosse labbra pallide con qualche filamento di biascia il piú amabile dei sorrisi, e quell’altra che gli faceva spesso abbassare con tanta languida dignità le pàlpebre acquose e macerate su gli occhi azzurrognoli ovati venati impudenti, avevano fatto sfoggio in lui della loro virtú, sostenendo con accigliata fermezza che l’amico meritamente venuto in tanta fama non si sarebbe mai e poi mai macchiato d’un tradimento all’amico e all’ospite; mentre una terza animula astuta e beffarda gli suggeriva sotto sotto, cosí a bassa voce ch’egli poteva benissimo fingere di non udirla: – “Bravo, caro, cosí, trattienilo! Tu sai bene che sarebbe per te gran ventura s’egli riuscisse a portarti via questa seconda moglie cosí male assortita, con un capino cosí levato e aspra e dura e pertinace anche contro te, poverino, troppo vecchio, eh, troppo vecchio per lei! Insisti, e quanto piú fingi di crederlo incapace di tradirti, quanto piú fiducioso ti mostri, tanto piú ti riuscirà facile far d’un nonnulla un capo di scandalo”.
E difatti Angelo Frezzi, ancor senz’ombra di ragione, almeno da parte della moglie, cosí in prima aveva gridato al tradimento, che era dovuto passare ancora un anno, avanti che Livia, andata a viver sola, si concedesse a lui.
In quell’anno egli si era legato in tal modo da non potersi piú sciogliere, derogando a se stesso in tutto, impegnandosi ad accogliere e a seguire senz’alcun sacrifizio tutti i pensieri e i sentimenti di lei.
Fingeva ora di credere che questo suo legame consistesse nel dovere imprescindibile assunto verso quella donna che aveva perduto per lui stato e reputazione, scacciata ancora innocente dal marito. Certo egli lo sentiva questo dovere; ma pur sapeva, in fondo, che esso non era la sola e vera ragione della sua schiavitú. E quale, allora, la vera ragione? Forse la pietà che egli, sano di mente, e con la tranquilla coscienza di non aver mai dato alcun pretesto, alcun incentivo alla gelosia di lei, doveva usare verso quella donna, senza dubbio di mente inferma? Oh sí, vera anche questa pietà, come vero quel dovere; ma piú che ragione della sua schiavitú, non era forse questa pietà una scusa, una nobile scusa, con cui egli vestiva il cocente bisogno che lo ritrascinava a quella donna, dopo un mese o piú di lontananza, durante il quale aveva anche finto di credere che, alla sua età, dopo aver dato per tanti anni a colei il meglio di sé, non avrebbe potuto riprendere piú la vita con nessun’altra? E vere, vere, sí, fondatissime, quest’altre considerazioni, ma, a pesarle nella bilancia nascosta nell’intimità piú segreta della coscienza, egli sapeva bene che l’età, la dignità erano scuse anch’esse e non ragioni. Se un’altra donna, difatti, non cercata, avesse avuto potere d’attrarlo a sé strappandolo dalla suggezione, liberandolo dall’invasamento di colei che gli aveva ispirato una abominazione profonda e invincibile d’ogni altro abbraccio e lo teneva in tale stato di schiva timidità ombrosa, da non poter piú non che aver contatto, ma neppur pensare al contatto d’altra donna; oh, egli non avrebbe certamente badato piú a età, a dignità, a dovere a pietà, a nulla. Eccola, eccola dunque, la vera ragione della sua schiavitú; era questa schiva timidità ombrosa, che proveniva dal potere fascinoso di Livia Frezzi.
Nessuno era in grado di comprendere come e perché quella donna avesse potuto esplicare sul Gueli un fascino cosí potente e persistente, anzi una cosí nefasta malía. Era sí, senza dubbio, una bella donna, Livia Frezzi; ma la rigida durezza del portamento, la severità dello sguardo, ostile senza curiosità, lo sprezzo quasi ostentato d’ogni garbo, toglievano ogni grazia e ogni attrattiva a quella bellezza. Pareva, era anzi manifesto ch’ella faceva di tutto per non piacere.
Ebbene: consisteva appunto in questo il suo fascino; e solo poteva comprenderlo colui al quale unicamente ella voleva piacere.
Ciò che le altre donne belle dànno all’uomo, cui nell’intimità si concedono, è cosí poco a confronto di quanto han profuso tutto il giorno agli altri, e questo poco è concesso con modi e grazie e sorrisi cosí simili in tutto a quelli che esse prodigano a tanti e che tanti perciò, pur non entrati in quell’intimità, conoscono o facilmente immaginano, che – a pensarci – si smaga subito la gioja del possederle.
Livia Frezzi aveva dato a Maurizio Gueli la gioja del possesso unico e intero. Nessuno poteva conoscerla o immaginarla, com’egli la conosceva e la vedeva nei momenti dell’abbandono. Ella era tutta per uno; chiusa a tutti, fuor che a uno.
Allo stesso modo però voleva che quest’uno fosse tutto per lei: chiuso in lei tutto e per sempre, tutto esclusivamente suo, non solo coi sensi, col cuore, con la mente, ma finanche con lo sguardo. Guardare, anche senza la minima intenzione, un’altra donna, era già per lei quasi un delitto. Ella non guardava nessuno, mai. Delitto era piacere altrui oltre i limiti della piú fredda cortesia. Displiceas aliis, sic ego tutus ero.
Gelosia? Ma che gelosia! Comportarsi cosí era come dimandava la serietà, come dimandava l’onestà. Ella era seria e onesta; non gelosa. E cosí voleva che si comportassero tutti.
Per contentarla, bisognava restringersi e costringersi a vivere per lei unicamente, escludersi affatto dalla vita altrui. E non bastava nemmeno: che se gli altri, pur non curati, pur non guardati, e fors’anche per questo, mostravano comunque il minimo interesse o qualche curiosità per un’esistenza cosí appartata, per un contegno cosí schivo e sdegnoso, ella n’avrebbe fatto colpa ugualmente a colui che stava con lei, come se fosse egli cagione se gli altri lo guardavano o se ne curavano in qualche modo.
Ora, impedire questo non era affatto possibile a Maurizio Gueli. Per quanto facesse, la sua fama era tanta, che non poteva passare inosservato. Egli poteva tutt’al piú non guardare; ma come impedire che tanti lo guardassero? Riceveva da tutte le parti inviti, lettere, omaggi; poteva non accettar mai alcuno di quegli inviti, non rispondere mai ad alcuna lettera, ad alcun omaggio; ma, nossignori, doveva anche dar conto a lei degli inviti che riceveva, delle lettere e degli omaggi che gli arrivavano.
Ella comprendeva che tutto quell’interesse, tutta quella curiosità dipendevano dalla fama di lui, dalla letteratura ch’egli professava; e contro questa fama perciò e contro la letteratura appuntava piú fieramente il suo livore, armato d’ispido dileggio; covava per esse il piú acre e cupo rancore.
Livia Frezzi era fermamente convinta che la professione del letterato non potesse comportare alcuna serietà, alcuna onestà; che fosse anzi la piú ridicola e la piú disonesta delle professioni, come quella che consisteva in una continua offerta di sé, in un continuo commercio di vanità, in un accatto di fatue soddisfazioni, in un perpetuo struggimento di piacere altrui e d’averne lodi. Soltanto una sciocca, a suo modo di vedere, poteva gloriarsi della fama dell’uomo con cui conviveva, provar piacere pensando che quest’uomo, da tante donne ammirato e desiderato, apparteneva o diceva d’appartenere a lei solamente. Come e in che poteva appartenere a una sola quest’uomo, se voleva piacere a tutti e a tutte, se giorno e notte s’affannava per esser lodato e ammirato, per darsi in pascolo alla gente e procurar diletto a quanti piú poteva, per attirar continuamente l’attenzione su di sé e correr su la bocca di tutti ed esser mostrato a dito? se da sé si esponeva di continuo a tutte le tentazioni? Data quella voglia irresistibile di piacere altrui, era mai da credere ch’egli potesse resistere a tutte quelle tentazioni?
Invano tante volte il Gueli s’era provato a dimostrarle che un vero artista, come egli era o credeva almeno di essere, non andava cosí a caccia di fatue soddisfazioni, né si struggeva cosí di piacere altrui; che non era già un buffone tutto inteso a dare spasso alla gente e a farsi ammirar dalle donne; e che la lode di cui egli poteva compiacersi era solo quella dei pochi a cui riconosceva capacità d’intenderlo. Trascinato dalla foga della difesa però, spesso per un punto solo perdeva ogni effetto; se, per esempio, gli avveniva di soggiungere, a modo di considerazione generale, ch’era pure umano, del resto, e senz’ombra di male, che non solamente un letterato ma chiunque provasse una certa soddisfazione nel veder bene accolta e pregiata dagli altri la propria opera, qualunque fosse. Ah, ecco, gli altri! gli altri! sempre il pensiero degli altri! Ella non lo aveva mai avuto, codesto pensiero! Per lui non c’era alcun male, in questo? E come in questo, chi sa in quant’altre cose! Dov’era il male per lui? in che consisteva? Chi poteva mai veder chiaro nella coscienza d’un letterato, la cui professione era un continuo giuoco di finzioni? Fingere, fingere sempre, dare apparenza di realtà a tutte le cose non vere! Ed era senz’altro apparenza tutta quella austerità, tutta quella dignitosa onestà ch’egli ostentava. Chi sa quanti sbalzi di cuore e sussulti interni e fremiti e solletichíi per un’occhiatina misteriosa, per un risolino di donna appena appena accennato, passando per via! L’età? Ma che età! Può forse invecchiare il cuore d’un letterato? Quanto piú vecchio, tanto piú ridicolo.
Al dileggio incessante, alla denigrazione feroce, Maurizio Gueli si sentiva dentro tòrcere le viscere e rivoltare il cuore. Perché egli avvertiva in pari tempo la ridicolaggine atroce della sua tragedia. essere lo zimbello d’una vera e propria follía, soffrire il martirio per colpe immaginarie, per colpe che non erano colpe e che, del resto, egli si era sempre guardato bene dal commettere, anche a costo di parere sgarbato, superbo e scontroso, per non dare a lei il minimo incentivo. Ma pareva tuttavia che le commettesse, a sua insaputa, chi sa come e chi sa quando.
Manifestamente, egli era due: uno per sé; un altro per lei.
E quest’altro ch’ella vedeva in lui, carpendo a volo, fantasma tristo, ogni sguardo, ogni sorriso, ogni gesto, il suono stesso della voce, non che il senso delle parole, tutto insomma di lui, e travisandolo e falsandolo agli occhi di lei, assumeva vita, e per lei viveva esso solo ed egli non esisteva piú: non esisteva piú, se non per l’indegno, disumano supplizio di vedersi vivere in quel fantasma, e solo in quello; e invano s’arrovellava a distruggerlo: ella non credeva piú in lui; ella vedeva in lui quello solamente, e, com’era giusto, lo faceva segno d’odio e di scherno.
Viveva talmente quest’altro, ch’ella s’era foggiato di lui, assumeva nella morbosa immaginazione di lei una cosí solida, evidente consistenza, ch’egli stesso quasi lo vedeva vivere della sua vita, ma indegnamente falsata; de suoi pensieri, ma stravolti; d’ogni suo sguardo, d’ogni sua parola, d’ogni suo gesto; lo vedeva vivere cosí, ch’egli stesso talvolta arrivava fino al punto di dubitare di se medesimo, di rimanere in forse, se lui non fosse quello davvero. Ed era cosí cosciente ormai dell’alterazione che ogni suo minimo atto avrebbe subíto nell’immediata appropriazione di quell’altro, che gli pareva quasi di vivere con due anime, di pensare a un tempo con due teste, in un senso per sé, in un altro senso per quello.
– Ecco, – avvertiva subito, – se io ora dico cosí, le mie parole assumeranno per lei quest’altro significato.
E non sbagliava mai, perché egli conosceva perfettamente quell’altro lui che viveva in lei e per lei, cosí vivo com’egli stesso era vivo, anzi forse di piú, perché egli viveva soltanto per soffrire, mentre quello viveva nella mente di lei per godere, per ingannare, per fingere, per tant’altre cose una piú indegna dell’altra; egli reprimeva in sé ogni moto, soffogava anche i piú innocenti desiderii, si vietava tutto, finanche di sorridere a una visione d’arte che gli passasse per la mente, e di parlare e di guardare; mentre quell’altro, chi sa come, chi sa quando, trovava modo di sfuggire a quella galera, con la sua inconsistenza di fantasma svaporante da una vera e propria follía, e correva per il mondo a farne d’ogni colore.
Piú di quanto aveva fatto per stare in pace con lei Maurizio Gueli non poteva fare: s’era escluso dalla vita, aveva finanche rinunziato all’arte: non scriveva piú un rigo da oltre dieci anni. Ma questo suo sacrificio non era valso a nulla. Ella non poteva calcolarlo. L’arte per lei era un giuoco disonesto: dovere, dunque, e nessun merito, per un uomo serio, il rinunziarvi. Ella non aveva mai letto nemmeno una pagina dei libri di lui, e se ne vantava. Della vita ideale, delle doti migliori di lui, ignorava dunque tutto. In lui non vedeva altro che l’uomo, un uomo che, per forza, cosí violentato, cosí escluso da ogn’altra vita, cosí privato d’ogn’altra soddisfazione, per forza a tutte le sue rinunzie, a tutte le sue privazioni, a tutti i suoi sacrifizii doveva cercare in lei quell’unico compenso ch’ella poteva dargli, quell’unico sfogo che con lei poteva concedersi. E di qui appunto il tristo concetto ch’ella se n’era formato, quel fantasma che s’era foggiato di lui e che ella unicamente vedeva vivere, senza punto comprendere che egli era cosí soltanto per lei, perché non trovava da poter essere con lei in altro modo. Né questo il Gueli glielo poteva dimostrare, per timore d’offenderla nella sua rigidissima onestà. Spesso ella, assediata da continui sospetti e sdegnata, gli negava anche quel compenso; e allora egli si irritava piú vilmente entro di sé per la sua schiavitú; quando poi ella era piú inchinevole a cedere, ed egli ne profittava; subito, con la stanchezza, una piú generosa irritazione lo assaliva, un fremito d’indignazione lo scoteva dalla gravezza tetra della voluttà sazia e stracca; vedeva a qual prezzo otteneva quelle soddisfazioni del senso da una donna pur schiva d’ogni sensualità e che tuttavia lo abbrutiva, non concedendogli di vivere la vita dello spirito e condannandolo alla perversità di quell’unione per forza lussuriosa. E se in quei momenti ella era cosí malaccorta da riprendere il dileggio, scoppiava pronta e fiera la ribellione.
In questi momenti di stanchezza appunto erano avvenute le temporanee separazioni: o egli era partito per Monteporzio ed ella era rimasta a Roma, o viceversa, risolutissimi entrambi a non riunirsi mai piú. Ma a Roma o fuori, egli aveva pur sempre seguitato a provvedere al mantenimento di lei, priva affatto di mezzi. Maurizio Gueli, se non piú ricco, come lo aveva lasciato il padre, socio tra i maggiori d’una delle prime agenzie di navigazione transoceanica, era ancor molto agiato.
Se non che, appena solo, egli si sentiva sperduto nella vita, da cui per tanto tempo si era escluso; avvertiva subito di non avervi piú radici e di non potervisi piú in alcun modo ripiantare, non solamente per l’età; il concetto che gli altri s’eran formato di lui, dopo tanti anni di clausura austera, gli pesava addosso come una cappa, gli misurava i passi, gl’imponeva con arcigna vigilanza il contegno, il riserbo ormai consueto, lo condannava a essere quale gli altri lo credevano e lo volevano; lo stupore che leggeva in tanti visi appena si mostrava in qualche luogo a lui insolito, la vista degli altri abituati a vivere liberamente, e il segreto avvertimento del suo impaccio e del suo disagio di fronte all’insolenza di quei fortunati che non avevan mai reso conto a nessuno del loro tempo e dei loro atti, lo turbavano, lo avvilivano, lo irritavano. E con ribrezzo un’altra cosa avvertiva, un fenomeno addirittura mostruoso: appena solo, gli pareva di scoprire in sé, vivo veramente, a ogni passo, a ogni sguardo, a ogni sorriso, a ogni gesto, quell’altro lui che viveva nella morbosa immaginazione della Frezzi, quel tristo fantasma odiato, che lo scherniva dentro, dicendogli:
– “Ecco, tu ora vai dove ti piace, tu ora guardi di qua e di là, anche le donne; tu ora sorridi, tu ora ti muovi, e credi di fare innocentemente? non sai che tutto questo è male, è male, è male? Se ella lo sapesse! se ella ti vedesse! Tu che hai sempre negato, tu che le hai detto sempre di non aver piacere d’andare in alcun luogo, ad alcun ritrovo, di non guardar le donne, di non sorridere… Ma, tanto, sai? anche a non farlo, ella crederà sempre che tu l’abbia fatto; e dunque fallo, fallo pure, ché è lo stesso!”.
Ebbene, no: egli non poteva piú farlo; non sapeva piú farlo; si sentiva dentro tenuto, esasperatamente, dall’iniquità del giudizio di quella donna; vedeva il male, non già per sé, in quello che faceva, ma per colei che da tanti anni lo aveva abituato a stimarlo male e come tale lo aveva attribuito a quell’altro lui che – secondo lei – usava farlo continuamente, anche quand’egli non lo faceva, anche quand’egli, per stare in pace si vietava di farlo, come se veramente fosse male.
Tutta questa complicazione di segreti avvertimenti gl’ingenerava un tal disgusto, una tale uggia, un avvilimento cosí dispettoso, una cosí sorda e agra e negra tristezza, che subito tornava a ritrarsi dal contatto e dalla vista degli altri e, di nuovo appartato, nel vuoto, nella solitudine orribile, si sprofondava a considerare la sua miseria a un tempo tragica e ridicola, ormai senza piú rimedio. Non riusciva a far lo sforzo d’astrarsene per rimettersi al lavoro, che solo avrebbe potuto salvarlo. E allora cominciavano a risorgere tutte quelle scuse ch’egli fingeva di creder ragioni della sua schiavitú; risorgevano istigate principalmente dal bisogno istintivo, man mano piú urgente, della sua ancor forte maschilità, dal ricordo malioso degli amplessi di lei.
E ritornava alla sua catena.

Era proprio sul punto di ritornare, quando Giustino Boggiòlo venne a invitarlo al villino, dove Silvia – a suo dire – lo aspettava con impazienza.
Maurizio Gueli abitava in una vecchia casa di via Ripetta alla vista del fiume, che egli ricordava fluente tra le sponde naturali, scoscese, popolate di querci; ricordava anche il vecchio ponte di legno rintronante a ogni vettura e, presso la casa, l’ampia scalinata del porto e le tartane di Sicilia che venivano a ormeggiarvisi cariche di vino, e i canti che si levavano la sera da quelle taverne galleggianti con le vele attendate, mentre serpeggiavan nell’acqua nera, rossi e lunghi, i riflessi dei lumi. Ora la scalinata e il ponte di legno, le sponde naturali e quelle maestose querci erano sparite: un nuovo grande quartiere sorgeva di là dal fiume incassato tra grige dighe. E come il fiume tra quelle dighe, come i Prati di Castello con quelle vie diritte e lunghe, ancor senza colore di tempo, la sua vita in venti anni s’era disciplinata, scolorita, ammiserita, irrigidita.
Per le due grandi finestre dello studio austero, che pareva piuttosto una sala di biblioteca, senza un quadro, senza gingilli d’arte, dalle pareti occupate tutte da alti scaffali sovraccarichi di libri, entrava l’ultimo abbagliamento purpureo del crepuscolo fiammeggiante dietro i cipressi di Monte Mario.
Sprofondato nel seggiolone di cuojo innanzi alla grande antica scrivania massiccia, Maurizio Gueli rimase un pezzo accigliato e torbido a guatar quell’ometto che quasi vaporava innanzi a lui nel purpureo abbagliamento; quell’ometto che veniva, cosí sorridente e sicuro, a cimentare il destino di due vite.
Già in due occasioni egli aveva manifestato alla Roncella la stima e la simpatia per l’opera e per l’ingegno di lei, partecipando al banchetto in suo onore, quando da poco ella era arrivata a Roma, e andando a salutarla alla stazione dopo il trionfo del dramma; le aveva poi scritto una prima volta a Cargiore, e di recente era stato a visitarla nel villino di via Plinio. Tutte queste attestazioni di stima e di simpatia avevano potuto aver luogo durante l’una o l’altra separazione dalla Frezzi; e per esse egli aveva provato tanto piú forte il turbamento, quell’impressione di trasgredire e di far male, in quanto che subito aveva intravveduto in quella giovine, dallo spirito cosí simile al suo, per quanto ancor selvatico e inculto, quella che avrebbe potuto liberarlo dalla soggezione della Frezzi, se la troppa distanza dell’età, il dovere di lei se non verso quell’indegno marito, certamente verso il figlio, non gli avessero fatto considerare come un vero e proprio delitto il solo pensarlo. Eppure, nella lettera che le aveva diretto a Cargiore si era lasciato andare a dirle piú che non dovesse, e ultimamente, nella visita al villino, a farle intendere assai piú che non dicesse. Le aveva letto negli occhi lo stesso orrore che egli aveva del proprio stato e, insieme, lo stesso terrore di strapparsene; e aveva ammirato lo sforzo con cui a un tratto era riuscita a riprendersi di fronte a lui, quasi scacciandolo. Doveva ora credere a quel che gli diceva il marito, che ella cioè lo aspettava con impazienza? Voleva dire, senza dubbio, che aveva preso una violenta, disperata risoluzione, da cui non si tornava piú indietro. E aveva mandato proprio il marito, a invitarlo? No: questo gli parve troppo, e non da lei. L’invito seguiva certamente al biglietto di congratulazione ch’egli le aveva scritto dopo la lettura della novella su la Vita Italiana; e quell’impazienza era forse un’aggiunta del marito.
Maurizio Gueli non avrebbe voluto riconoscerlo; ma pur vedeva chiaramente che istigatore era stato lui, due volte: con la sua visita, prima; con quel biglietto, poi. E avendo ella resistito alla prima istigazione, quasi offendendolo, era naturale che ora, dopo quel biglietto, lo invitasse.
Doveva andare? Poteva rifiutarsi; addurre una scusa, un pretesto. Ah, la violenza continua, in cui da venti anni era tenuta la sua vita, la continua esasperazione dell’animo lo traevano, appena solo, a eccedere inevitabilmente, a commettere atti inconsulti, a compromettere e a compromettersi.
Era infatti per lui eccesso, atto inconsulto, compromissione grave ciò che per ogni altro sarebbe stato innocuo e comunissimo atto senza conseguenze: una visita, un biglietto di congratulazione… Egli doveva considerarli delitti, e tali in fondo ritenerli veramente nella mostruosa coscienza che quella donna gli aveva fatto, per cui avevan peso di piombo anche i piú lievi e innocenti atti della vita: uno sguardo, un sorriso, una parola…
Maurizio Gueli si sentí sollevare da un impeto di ribellione, da una prepotente foga d’orgoglio; ritorse contro la Frezzi l’irritazione che in quel momento provava per la coscienza del male che in verità credeva d’aver fatto con quella visita prima, con quel biglietto poi; e per togliersi dalla vista quel figuro là in attesa della risposta, promise che presto sarebbe venuto.
– La incoraggi, sa! – gli diceva ora Giustino, accomiatandosi, davanti alla porta. – La spinga, la spinga anche con forza… Questo benedetto dramma! È già alla fine del secondo atto; le manca il terzo; ma l’ha già tutto pensato; e creda che… a me par bello, ecco; e anche… anche il Baldani che l’ha sentito, dice che…
– Il Baldani?
Dal tono con cui il Gueli fece questa domanda, Giustino comprese d’aver toccato un tasto che non doveva toccare. Ignorava che Paolo Baldani s’era scagliato in quei giorni con furia demolitrice, in una serie d’articoli su un giornale fiorentino, contro tutta l’opera letteraria e filosofica del Gueli, dal Socrate demente alle Favole di Roma.
– Già… sí, è venuto a visitare Silvia, e… – rispose impacciato, esitante. – Silvia veramente non voleva; sono stato io… sa? per… per spingerla…
– Dica alla Roncella ch’io verrò da lei questa sera stessa, – troncò il Gueli, allontanandolo da sé con una quasi opaca durezza di sguardo.
Giustino si profuse in inchini e in ringraziamenti.
– Perché io parto domani per Parigi, – volle aggiungere, già sul pianerottolo, – per assistere a…
Ma il Gueli non gli diede tempo di finire: chinò appena il capo e chiuse l’uscio.
La sera andò a Villa Silvia. Vi ritornò il giorno appresso, quando già Giustino Boggiòlo era partito per Parigi; e d’allora in poi ogni giorno, o di mattina o nel pomeriggio.
Era in entrambi la stessa coscienza, che un minimo atto, una minima concessione, un minimo abbandono, avrebbe determinato un rivolgimento assoluto e intero della loro esistenza.
Ma come sarebbe stato a lungo possibile impedirlo, se tanta era l’esasperazione delle loro anime e cosí chiaramente l’uno la avvertiva nell’altra? se i loro occhi, incontrandosi, s’abbagliavano a vicenda, le loro mani tremavano al pensiero d’un fortuito contatto, e quella ritenutezza li manteneva in uno stato di cosí angosciosa, insostenibile sospensione, da far loro considerare come un riposo, come una liberazione ciò che piú temevano e a cui volevano sfuggire?
Il solo fatto che egli veniva lí e che ella lo accoglieva e tutti e due stavano insieme e soli, pur quasi senza guardarsi e senz’affatto toccarsi, era già concessione peccaminosa per l’uno e per l’altra, una compromissione che sentivano a mano a mano irreparabile.
Avvertivano entrambi di cedere sempre piú, inevitabilmente, a una violenza non già d’un interno sentimento reciproco che li attraesse; ma, al contrario, a una violenza esterna che li premesse e li spingesse a unirsi contro lo sforzo che essi anzi facevano per resistere e tenersi discosti, sentendo che la loro unione sarebbe per forza quale essi in fondo non avrebbero voluto.
Ah, potersi liberare a vicenda da quelle condizioni odiose, senza che la loro unione fosse possibile solo a costo d’una colpa che incuteva a lei ribrezzo e orrore, a lui sgomento e rimorso!
La violenza che avvertivano era appunto questa: di dover commettere quella colpa piú forte di loro, ma necessaria, inevitabile, se volevano liberarsi. Ed ecco, eran lí, messi insieme, per commetterla, tremanti, disposti e restii.
Egli aveva dietro di sé la fiera ombra di quella donna rigida livida irsuta, che già gli fischiava negli orecchi di non poter piú ritornare a lei, di non poter piú mentire, adesso, negare che della libertà aveva profittato per avvicinarsi a un’altra donna: eccola lí, quella! onesta, è vero? onesta come lui, simile in tutto a lui; ah quella sí! e lo avrebbe ricondotto all’arte, quella, prendendolo per mano, a viver di poesia; e gli avrebbe riacceso col fuoco della gioventú il sangue intorpidito… Ma via, perché cosí timido? Sú, sú, coraggio! Ah, forse l’amore… già! l’amore lo rimbamboliva… Che bella manina, eh? con quella venuccia azzurra che si diramava… Posarsela su la fronte, passarsela su gli occhi, quella manina… e baciarla, baciarla lí su le unghie rosee… Quelle, no, non sgraffiavano. Gattina mansa, gattina mansa..: Sú, provarsi a strisciarle la groppa! Miagolío o belato? Povera pecorella, che un marito infame voleva mungere e tosare…
Come andar di nuovo incontro a un simile dileggio? Sentiva quelle parole, come se la Frezzi veramente gliele fischiasse dietro le spalle.
E dietro, a spingerla, ella si sentiva il marito che appunto la aveva messa e lasciata lí col Gueli e se n’era partito per Parigi, a dar spettacolo anche là delle sue bravure, a convertire in denari anche là lo spasso che avrebbe offerto ad attori, attrici e scrittori e giornalisti francesi, sicuro che intanto qua ella col Gueli gli apparecchiava il nuovo dramma. Lo voleva! non voleva altro! E come non gli era importato di tutte le risa, cosí non gl’importava ora che la moglie fosse sospettata da tutti i pettegoli che, durante la sua assenza, vedevano andar lí il Gueli già libero della Frezzi, il Gueli su la cui simpatia per lei s’era già tanto malignato.
Stavano entrambi, con quella loro tempesta compressa a stento in petto, saggi e discosti ancora, là, fermi al posto e al cómpito assegnato: intenti a quel nuovo dramma che pareva, col titolo, li irridesse e li aizzasse: – Se non cosí…
Le propose egli forse perciò di mutare quel titolo? L’atto della protagonista, di quella Ersilia Arciani, quel suo andare in casa dell’amante del marito a prendersi la bimba, gli suggeriva l’immagine del nibbio che piomba in un nido a ghermirvi il pulcino. Ecco, forse il dramma poteva intitolarsi cosí: Nibbio.
Ma conveniva all’indole di Ersilia Arciani, alla ragione e al sentimento ond’era mossa a quell’atto l’idea di rapacità crudele che il nibbio richiama? Non conveniva, secondo lei. Ma Silvia intendeva perché egli, con quella proposta di mutare il titolo, tendeva ad alterar l’indole della protagonista, a dare una ragione di vendetta e un intento aggressivo a quell’atto di lei: egli certo in quell’indole chiusa, in quella rigidezza austera di Ersilia Arciani vedeva alcunché della Frezzi e non sapeva tollerar che quella fosse e si dimostrasse cosí nobile, cosí indulgente alla colpa, e la voleva snaturare. Snaturandola però cosí, non sarebbe stato tutt’altro il dramma? Bisognava riprenderlo, ripensarlo tutto daccapo.
Egli restava in apparenza assorto a quelle sagge osservazioni che ella gli faceva in un tono che chiaramente lasciava intendere d’avere inteso e di non volere insistere per non toccare una piaga ancor viva e dolorosa.
Erano già apparse sui giornali di Roma, di Milano, di Torino lunghe conversazioni del marito coi corrispondenti da Parigi, i quali, pur parlando seriamente del dramma e della viva ansia con cui il pubblico parigino ne attendeva la rappresentazione, con un tono poi che lasciava chiaramente sottintendere un’intenzione di burla, decantavano la prodigiosa attività, lo zelo, il fervore ammirevole di quell’ometto “che talmente considerava come sua l’opera della moglie, che quasi era debito ne venisse gloria anche a lui”. Venne alla fine il telegramma di Giustino annunziante il trionfo, e seguirono il telegramma giornali e giornali e giornali col giudizio dei critici piú autorevoli tutti in gran parte benigni.
Silvia impedí al Gueli d’indugiarsi a leggere innanzi a lei, anche per conto suo, quei giornali.
– No, per carità, per carità! Non posso piú sentirne parlare! Le giuro che darei… non so, mi par poco ogni cosa, tutto, tutto darei, per non averlo scritto, quel dramma!
Èmere, intanto, quasi a ogni ora veniva ad annunziare una nuova visita. Silvia avrebbe voluto far dire a tutti che non era in casa. Ma il Gueli le fece intendere che avrebbe fatto male. Ella scendeva giú nel salotto, e lui rimaneva lí, nascosto nello studio, ad aspettarla, scorrendo quei giornali, o piuttosto, pensando. Giú, intanto, con lei erano o il Baldani o il Luna o il Betti.
– Ah, gioventú! – sospirò una volta il Gueli nel vederla rientrar nello studio col volto acceso.
– No! che dice? – scattò ella pronta e fiera. – Io ne ho schifo! ne ho schifo! Ah, deve finire, deve finire, deve finire… Se sapesse come li tratto! Già qualche silenzio d’una gravezza enorme cadeva tra i loro discorsi stanchi e trascinati a forza; qualche silenzio, durante il quale sentivano il loro sangue fremere e frizzare e le loro anime angosciarsi nell’ansia d’una tremenda attesa. Ecco, bastava che in uno di quei momenti egli stendesse una mano su la mano di lei: ella gliel’avrebbe lasciata, e irresistibilmente avrebbe appoggiato il capo, nascosto il viso sul petto di lui; e il loro destino, ormai inevitabile, si sarebbe compiuto. Perché dunque ritardarlo ancora? Ah, perché! perché ancora l’uno e l’altra potevano pensare questo loro abbandono e perciò tenersi ancora, quantunque già dentro di sé abbandonati l’uno all’altra perdutamente.
Doveva pur venire l’istante che non l’avrebbero piú pensato!
Si vedevano arrivati al limite estremo d’un atto che avrebbe segnato la fine della loro prima vita, senz’essersi ancora detta una parola d’amore, parlando d’arte, come un’alunna può parlarne al suo maestro; si sarebbero a un tratto ritrovati di là, smarriti, angosciati, sconvolti, all’inizio d’una nuova vita, non sapendo neppure come dirsi, come intendersi su la via da prendere subito, subito, perché ella a ogni modo si allontanasse di là.
Sentivano cosí assolutamente il bisogno di fuggire, piú per pietà di sé che per amore, che il disgusto d’indugiarsi nei particolari del modo bastava a trattenerli ancora.
Certo, avrebbe dovuto anch’egli lasciar la sua casa tutta piena dei ricordi di colei. Dove andare? Bisognava trovar qualche rifugio, almeno per il primo momento, un ricovero per sottrarsi allo scoppio dello scandalo inevitabile. Anche questo li avviliva profondamente e li disgustava.
Non avevano essi il diritto di vivere in pace, alla fine, e umanamente, nella pienezza incontaminata della loro dignità? Perché avvilirsi? perché nascondersi? Ma perché né il marito né colei avrebbero accettato in silenzio le ragioni che essi, prima ancora di venir meno al loro debito di lealtà verso l’uno e verso l’altra, potevano gittar loro in faccia, affermando quel diritto cosí a lungo e in tanti modi calpestato; avrebbero gridato, cercato d’impedire… Altro disgusto, piú forte del primo.
Tra questi pensieri stavan sospesi e trattenuti, quand’egli alla vigilia appunto del ritorno di Giustino da Parigi – avviò un discorso nel quale subito ella sottintese una proposta risolutiva di quel loro stato di pena.
Pesava su loro come una condanna quel dramma stento e duro, ch’ella aveva cominciato e non riusciva a condurre a fine; nella discussione su i personaggi e le scene di esso s’era impigliata finora l’ambascia della loro irresoluzione. Ora, la proposta di lui di metter da canto e lasciar lí quel dramma e il suggerimento improvviso di un altro da comporre insieme, fondato su una visione ch’egli aveva avuto tant’anni addietro della Campagna romana, presso Ostia, tra la gente di Sabina, che scende a svernar colà in orride capanne, significarono chiaramente per lei la fine della irresoluzione; e piú chiaramente ancora ella scoprí in lui, il proposito di troncare ogni indugio e d’affrontar la loro vita nuova, nobile e operosa, nell’invito che le fece per il giorno appresso – il giorno appunto che doveva arrivare il marito – d’andare insieme a veder quei luoghi presso Ostia, luoghi minacciosi, dalla parte verso il mare, ove giganteggia una torre solitaria, Tor Boacciana, con a’ piedi il fiume traversato da un’alzaja, lungo la quale passa una barcaccia per il tragitto di qualche pescatore silenzioso, di qualche cacciatore…
– Domani? – chiese ella; e l’aria e la voce espressero una totale remissione.
– Sí, domani, domani stesso. A che ora arriverà?
Ella intese subito chi, e rispose:
– Alle nove.
– Bene. Sarò qui alle nove e mezzo. Non bisognerà dir nulla. Parlerò io. Partiremo subito dopo.
Non si dissero altro. Egli andò via in fretta; ella rimase tutta vibrante sotto l’oscura imminenza del suo nuovo destino.
La torre… il fiume traversato dall’alzaja… la barca che traghetta i rari passanti per quei luoghi minacciosi…
Aveva sognato?
Là, dunque, il ricovero? A Ostia… Non bisognava dir nulla… Domani!
Ella avrebbe lasciato tutto qui; sí, tutto, tutto. Gli avrebbe scritto. Fino all’ultimo non avrebbe mentito. Di questo sopra tutto era grata al Gueli. Anche partendo, il giorno appresso, non avrebbe mentito. In quel dramma, con quel dramma da lui proposto sarebbe entrata nella vita nuova, con l’arte e dentro l’arte, nobilmente. Era la via; non era un mezzo o un pretesto d’inganno: la via per uscire, senza menzogna e senza vergogna, da quella casa odiosa, non piú sua.

– Via, via, fate presto, fate presto: non arriverete a tempo!
Giustino gridò dal cancello del villino quest’ultima raccomandazione ai due che s’allontanavano in carrozza, e aspettò che Silvia almeno, se non il Gueli, si voltasse a salutarlo con la mano.
Non si voltò.
E Giustino, seccato di quella mutria persistente della moglie, scrollò le spalle e risalì in camera ad aspettare che Èmere venisse ad annunziargli che il bagno era pronto.
– Che donna! – pensava. – Far quel viso disgustato anche a un invito cosí gentile… Il duomo d’Orvieto: bello! Arte antica… roba da studiare…
Veramente, tanto tanto non era piaciuto neanche a lui, che proprio nel giorno, anzi quasi nel punto stesso del suo arrivo da Parigi, il Gueli fosse venuto a invitar la moglie a quella gita artistica. Ma se il Gueli non sapeva che egli sarebbe arrivato quella mattina! Ne aveva mostrato tanto dispiacere, anche perché il giorno appresso doveva partire per Milano e non avrebbe avuto piú il tempo di mostrare a Silvia tutte le meraviglie d’arte racchiuse là – nel duomo d’Orvieto.
Bello, bello, il duomo d’Orvieto: lo aveva sentito dire… Certo, non avrebbe potuto fare una grande impressione a lui che veniva da Parigi, ma… arte antica, roba da studiare…
Proprio urtante, ecco, quel viso disgustato. Tanto piú che il Gueli, santo Dio, s’era prestato cosí gentilmente a tenerle compagnia in quei giorni, e con tanta grazia la esortava a non farsi scrupolo dell’arrivo del marito, il quale, essendosi certamente divertito a Parigi, non poteva aversi a male che la moglie si pigliasse qualche svago per poche ore, fino alla sera… Ma già, quando lui stesso, perbacco, le aveva detto: – “Va’ pure, ti prego, mi fai piacere!”.
Giustino si picchiò due volte la fronte con un dito, fece una smusata e canterellò:
– Non mi piaaàce… non mi piaaàce…
Èmere venne ad annunziargli che il bagno era bell’e pronto.
– Eccomi!
Steso poco dopo, deliziosamente, nella bianca vasca smaltata, in cui l’acqua assumeva una dolcissima tinta azzurrina; ripensando al fragoroso turbinío degli splendori di Parigi nella nitida quiete di quel luminoso stanzino da bagno, suo, si sentí beato. Sentí che quello alla fine era veramente il riposo del trionfatore.
Deliziosa lí, in quel tepido bagno, anche la sensazione della stanchezza, che gli ricordava quanto aveva lavorato per vincere a quel modo.
Ah, questa vittoria di Parigi, questa vittoria di Parigi era stata il vero coronamento di tutta l’opera sua! Ora si poteva dire appieno soddisfatto: felice, ecco.
Tutto sommato, era anche bene che Silvia si fosse recata a quella gita. Con la stanchezza e nella prima foga dell’arrivo egli avrebbe forse sciupato l’effetto del racconto e delle descrizioni che voleva farle.
Ora, dopo il bagno, prenderebbe un ristoro, poi andrebbe a dormire. Riposatamente, la sera, il racconto e le descrizioni alla moglie e al Gueli delle “gran cose” di Parigi. Gli sarebbe piaciuto che fosse presente qualche giornalista, da riferirli poi al pubblico, magari in forma d’intervista. Ma domani, eh! ne avrebbe trovato uno, cento ne avrebbe trovati, felicissimi di contentarlo.

Si svegliò verso le otto di sera, e per prima cosa pensò ai regali ch’aveva portato da Parigi alla moglie: una magnifica vestaglia, tutta una spuma di merletti; un’elegantissima borsa da passeggio d’ultimo modello; tre pettini e un ferma-capelli di tartaruga chiara, finissimi, e poi un arredo d’argento artisticamente lavorato per la scrivania. Volle trarli dalle valige perché la moglie, subito com’entrava, s’empisse gli occhi di meraviglia e di piacere: i pettini e la borsa su la specchiera; la vestaglia, sul letto. Si fece ajutar da Èmere a portare i pezzi dell’altro regalo su la scrivania; ve li depose, e rimase lí nello studio per vedere che cosa avesse fatto la moglie durante la sua assenza.
Come, come? Niente! Possibile? Il dramma… oh, che! ancora alla fine del secondo atto… Su la prima cartella il titolo era cancellato e accanto alla cancellatura era scritto tra parentesi Nibbio seguíto da un punto interrogativo.
Che voleva dire?
Ma come! Niente? Neanche un rigo, in tanti giorni! Possibile?
Frugò nei cassetti: niente!
Di mezzo alle cartelle grandi del dramma scivolò una cartellina staccata. La prese: vi erano scritte qua e là di minutissimo carattere alcune parole: fugacità lucida… poi, piú sotto: fredde difficoltà amare… piú sotto ancora: tra tanto prosperar di menzogne… e poi: Quante salde opinioni che traballano come ubriachi… e infine: campane, gocce d’acqua in fila su la ringhiera del ballatojo… alberi pazzi e pensieri pazzi… le tendine bianche della canonica, l’orlo sbrindellato d’una veste su una scarpa scalcagnata…
Uhm! Giustino fece un viso lungo lungo. Rivoltò la cartellina. Niente. Non c’era altro.
Eccolo là tutto quello che aveva scritto la moglie in circa venti giorni! Non era valso a nulla dunque, neppure il consiglio del Gueli… Che significavano quelle frasi staccate?
Si posò le mani su le guance e ve le tenne un pezzo. Gli occhi gli andarono su la seconda frase: fredde difficoltà amare…
– Ma perché? disse forte, scrollando le spalle.
E si mise a passeggiare per lo studio, ancora con le mani su le guance. Perché e quali difficoltà ora che tutto, mercé lui, era facile e piano: aperta la via, e che via! un vialone senza piú né sassi né sterpi, da correre di trionfo in trionfo?
– Difficoltà amare. Fredde difficoltà amare. Fredde e amare… Uhm! Ma quali? perché?
E seguitava a passeggiare, con le mani, ora, afferrate dietro la schiena. Si fermava un tratto, piú assorto, con gli occhi chiusi, e riprendeva ad andare per rifermarsi poco dopo, ripetendo a ogni fermata, adesso, con un lungo stiramento del viso:
– Alberi pazzi e pensieri pazzi…
E lui che s’aspettava il dramma finito e che contava di cominciar domani stesso a intercalare le prime “indiscrezioni”
Entrò Èmere a recargli i giornali della sera
– E come? – gli domandò Giustino – Già cosí tardi?
– Passate le dieci, – rispose Èmere.
– Ah sí? E come? – ripeté Giustino che, avendo dormito fino a tardi, aveva perduto l’esatta percezione del tempo – Che hanno fatto? Avrebbero dovuto esser qui alle nove e mezzo al piú tardi… Il treno arriva alle nove meno dieci…
Èmere aspettò, impalato, che il padrone finisse quelle sue considerazioni, e poi disse:
– Giovanna voleva sapere se si deve aspettare la signora.
– Ma sicuro che si deve aspettare! – rispose irritato, Giustino. – E anche il signor Gueli che cenerà con noi… Forse qualche ritardo… Se… se… ma no! se avessero perduto la corsa, avrebbero fatto un telegramma. Sono già le dieci?
– Passate, – ripeté Èmere, sempre impalato, impassibile.
Giustino, guardandolo, sentí crescersi l’irritazione. Aprí un giornale per guardar negli avvisi, se per caso ci fosse qualche cambiamento nell’orario delle ferrovie.
– Arrivi… arrivi… arrivi… Ecco qua: da Chiusi ore 20 e 50.
– Sissignore, – disse Èmere.- La corsa è già arrivata.
– Come lo sai, imbecille?
– Lo so perché il signore, qua, del villino accanto che va e viene da Chiusi, giusto sarà arrivato da un tre quarti d’ora.
– Ah sí?
– Sissignore. Anzi, sentendo il rumore della carrozza e immaginando che fosse la signora, io ero sceso ad aprire il cancello. Ho visto invece il signore del villino accanto, che viene da Chiusi… Se la signora è andata a Chiusi…
– È andata a Orvieto! – gridò Giustino. – Ma è la stessa linea… Vuol dire che hanno proprio perduto la corsa!
– Se il signore vuole che vada a domandare qui accanto…
– Che cosa?
– Se il signore è proprio arrivato da Chiusi…
– Sí, sí, va’, e dí intanto alla Giovanna che aspetti.
Èmere andò, e Giustino, riprendendo concitatamente a passeggiare:
– Hanno perduto la corsa.. – hanno perduto la corsa… hanno perduto la corsa… – si mise a dire con gesti di rabbia.
– Orvieto!… la gita a Orvieto!… il duomo d’Orvieto!.. Giusto oggi, il duomo d’Orvieto! che c’entrava? Se hanno la testa!… Certi bisogni precipitosi, irresistibili… certe idee!… Poi s’arrabbiano se sentono dire da quello… come si chiama? che sono tutti quanti un’infunata di pazzi! Il duomo d’Orvieto… Avesse lavorato, capivo la distrazione! Non ha fatto nulla, perdio! Alberi pazzi e pensieri pazzi… ecco: lo dice lei stessa…
Èmere tornò a dire che il signore del villino accanto era proprio arrivato da Chiusi.
– E va bene! – gli gridò Giustino. – Porta in tavola per me solo! Avrebbero potuto almeno spedire un telegramma, mi pare.
A tavola, la vista dei due coperti apparecchiati per la moglie e per il Gueli, a cui si riprometteva il piacere di raccontare le “gran cose” di Parigi, gli accrebbe il dispetto, e ordinò a Èmere che li sparecchiasse.
Èmere forse stava a guardarlo come lo aveva sempre guardato; ma a Giustino parve che quella sera lo guardasse in altro modo, e anche di questo provò stizza, e lo mandò in cucina.
– Quand’ho bisogno, ti chiamo.
La vista d’un marito, a cui avvenga che la moglie, per un caso impreveduto, resti la notte a dormir fuori in compagnia d’un altro uomo, dev’esser molto divertente per uno che non abbia moglie, specie poi se questo marito è arrivato quel giorno stesso in casa dopo venti giorni d’assenza e ha portato alla moglie tanti bei regali. Bel regalo, in ricambio!
Giustino si sarebbe guardato bene dall’immaginare che il Gueli, gentiluomo austero, piú che maturo, potesse minimamente profittare d’un caso come quello… Che! che! E poi, Silvia, il riserbo, l’onestà in persona! Ma un telegramma, perdio, un telegramma avrebbero potuto spedirlo, anzi dovuto, dovuto, ecco: un telegramma avrebbero dovuto spedirlo.
Questa mancanza del telegramma non spedito si fece a mano a mano piú grave agli occhi di Giustino, perché a mano a mano si gonfiò di tutta la stizza che egli provava per quella gita giusto nel giorno del suo arrivo, per il racconto delle “gran cose” di Parigi che gli era rimasto in gola e gl’impediva di mangiare, per i regali che la moglie non avrebbe visti e per il meritato compenso che aveva tutto il diritto d’aspettarsene dopo venti giorni d’assenza, perdio! Non spedire neanche un telegramma…
Il silenzio della casa, forse perché egli stava con l’orecchio in attesa della scampanellata d’un fattorino del telegrafo, gli fece a un tratto una sinistra impressione. Si alzò da tavola; guardò di nuovo nel giornale l’orario della ferrovia per sapere a che ora il giorno appresso la moglie poteva esser di ritorno, e vide, che non prima del tocco: arrivava un’altra corsa di mattina, ma troppo presto per una signora. Era sperabile che, se non durante la notte, la mattina per tempo arrivasse il telegramma, il telegramma, il telegramma. E andò sú per leggersi a letto il giornale e aspettare il sonno che certamente per tante ragioni sarebbe tardato a venire.
Sporse il capo dall’uscio a guardar la camera vuota della moglie. Che pena! Sul letto, come in attesa, era la bella vestaglia di merletti. Per il riflesso della campana attorno alla lampadina di luce elettrica, il bianco dei merletti si coloriva d’una soave tenuissima tinta rosea. Giustino se ne sentí turbato e angosciato, e volse gli occhi alla specchiera per vedere i pettini e la borsa appesa a uno dei bracci che reggevano in bilico lo specchio; vi si accostò e, notando un certo disordine lí sul piano della specchiera, certo per la fretta con cui Silvia la mattina, all’importuno invito del Gueli, s’era acconciata, Si mise a rassettare, pensando che doveva esser pure ben triste per la moglie, ormai abituata a dormire in una camera come quella, passar la notte chi sa in quale misero alberguccio d’Orvieto…
Si svegliò tardi, la mattina, e per prima cosa domandò a Èmere se non era arrivato il telegramma.
Non era arrivato.
Qualche disgrazia? Qualche incidente? Ma no! il Gueli, Silvia Roncella non erano due viaggiatori come gli altri. Se qualche disgrazia fosse loro occorsa, si sarebbe subito saputo. E poi, tanto piú, se mai, il Gueli o qualcun altro gli avrebbe telegrafato, per non tenerlo in piú gravi angustie con quel silenzio. Pensò di telegrafar lui a Orvieto; ma dove indirizzare il telegramma? No, niente. Meglio aspettare con pazienza l’arrivo del treno. Intanto avrebbe atteso a sistemare i conti arretrati da tanti giorni, quello degli introiti e quello degli esiti. Un bel da fare!
Era da circa tre ore tutto immerso nella sua minuziosissima contabilità, e però lontano ormai da ogni costernazione per la moglie, quando Èmere venne ad annunziargli che c’era giú una signora che gli voleva parlare.
– Una signora? Chi?
– Voleva vedere propriamente la signora. Le ho detto che la signora non c’è.
– Ma chi è? – gridò Giustino. – Signora… signora… signora… È mai stata qui?
– Nossignore, mai.
– Forestiera?
– Nossignore, non pare.
– E chi può essere? – domandò a se stesso Giustino. – Ecco, vengo.
E scese al salotto. Restò su la soglia come basito al cospetto di Livia Frezzi, la quale, col viso scontraffatto, orribilmente macerato, quasi pinzato qua e là da rapidi guizzi nervosi, lo investí coi denti serrati e le labbra divaricate e gli occhi verdi fissi e scoloriti…
– Non è tornata? Non sono ancora tornati?
Giustino, nel vedersela addosso, irta cosí di furia dilaniatrice, ebbe paura e insieme compassione e sdegno.
– Ah, sa anche lei? – fece. – Jersera… jersera certo… avranno perduto la… la corsa… ma… ma forse a momenti…
La Frezzi gli si fece ancor piú addosso, proprio quasi ad aggredirlo:
– Dunque voi sapevate? voi avete permesso che andassero insieme? voi!
– Come… signora mia… ma perché? – rispose, traendosi indietro. – Lei… lei s’immagina… io compatisco… ma…
– Voi? – incalzò la Frezzi.
E allora Giustino, giungendo pietosamente le mani, quasi a raccogliere e a offrire con supplice atto la ragione a quella povera donna:
– Ma che ci può esser di male, scusi? Io la prego di credere che la mia signora…
Livia Frezzi non lo lasciò proseguire: serrò le mani artigliate accanto al volto contratto, quasi spremuto per fare uscir fuori dei denti serrati l’insulto imbevuto di tutto il suo fiele, di tutto il suo disprezzo e proruppe:
– Imbecille!
– Ah, perdio! – scattò Giustino. – Lei m’insulta a casa mia! Insulta me e la mia signora col suo sospetto indegno!
– Ma se li hanno visti, – riprese quella, faccia contro faccia, con le labbra stirate ora da un orribile ghigno. – Insieme, a braccetto, tra le rovine di Ostia… cosí!
E sporse una mano per afferrargli il braccio.
Giustino si scansò.
– Ostia? ma che Ostia! Lei travede! Chi gliel’ha detto? Se sono andati a Orvieto!
– A Orvieto, è vero? – sghignò ancora la Frezzi. – Ve l’hanno detto loro?
– Ma sissignora! Il signor Gueli! – affermò con forza Giustino. – Una gita artistica, una visita al duomo d’Orvieto… Arte antica, roba da…
– Imbecille! imbecille! imbecille! – proruppe di nuovo la Frezzi. – Gli avete, cosí, tenuto mano?
Giustino, pallidissimo, levò un braccio e, contenendosi a stento, fremette:
– Ringrazii Dio, signora, d’esser donna, se no…
Piú torbida e piú fiera che mai, la Frezzi gli tenne testa interrompendolo:
– Voi, voi ringraziate Dio piuttosto, che non l’ho trovata qui! Ma saprò trovar lui, e sentirete!
Scappò via con questa minaccia, e Giustino rimase a guardarsi attorno, vibrante e stordito, movendo le dieci dita delle mani in aria come non sapesse che prendere e che toccare.
– È impazzita… è impazzita… è impazzita… – bisbigliava. – Capace di commettere un delitto…
Che doveva far lui? Uscire, correrle dietro? Uno scandalo per istrada… Ma intanto?
Si sentiva come trascinato dalla furia di colei, e protendeva il corpo quasi per lanciarsi alla corsa, e subito lo arretrava trattenuto da una riflessione che non aveva tempo né modo d’affermarsi nel confuso sbigottimento, nella perplessità, tra tanti incerti, opposti consigli. E vaneggiava:
– Ostia… che Ostia!… Sarebbero tornati… A braccetto… tra le rovine… È pazza… Li hanno visti… Chi può averli visti?… E sono andati a dirlo a lei?… Qualcuno che la sa gelosa, e ci si spassa… E intanto? Costei è capace d’andare alla stazione e di far chi sa che cosa…
Guardò l’orologio, senza pensare che la Frezzi non aveva alcuna ragione d’andare alla stazione a quell’ora, se supponeva che il Gueli e Silvia fossero andati a Ostia e non a Orvieto; e chiamò Èmere perché gli portasse giú il cappello e il bastone. Mancava quasi mezz’ora al tocco; aveva appena il tempo di trovarsi presente all’arrivo del treno.
– Alla stazione, caccia! – gridò, montando su la prima vettura incontrata presso il Ponte Margherita.
Ma vi giunse pochi istanti dopo l’arrivo del treno da Chiusi. Ne scendevano ancora gli ultimi passeggeri. Guardò tra questi. Non c’erano! Corse verso l’uscita, lanciando occhiate qua e là su tutti quelli che si lasciava indietro. Non li vedeva! Possibile che non fossero arrivati neppure con quel treno? Forse erano già usciti, s’eran già messi in vettura… Ma non li avrebbe incontrati, venendo, lí presso la stazione?
– Mi saranno sfuggiti!
E saltò in un’altra vettura per farsi riportare al villino, di furia.
Era quasi sicuro, quando vi giunse, che Èmere dovesse rispondergli che nessuno era arrivato.
Non poteva piú esser dubbio ormai che qualche cosa di grave doveva essere accaduto. Si trovava fra la stranezza (che ora gli saltava agli occhi losca) di quella gita proposta giusto sul punto del suo arrivo, a cui, dopo il mancato ritorno, seguiva un cosí lungo, inesplicabile silenzio, e il sospetto oltraggioso di quella pazza. Avrebbe voluto arrestarlo perché non riempisse quel vuoto e quel silenzio e non s’impadronisse anche di lui, quell’oltraggioso sospetto; e tentava di parargli contro, per sbigottirlo, l’enormità dell’inganno che quei due gli avrebbero fatto, incommensurabile per la sua coscienza di marito esemplare, che sempre e tutto si era speso per la moglie, fino a conquistarle quei trionfi e l’agiatezza; e la fama d’austerità di cui godeva il Gueli, e l’onestà, l’onestà di sua moglie, scontrosa e dura. Strana, sí: ella era stata strana in quegli ultimi tempi, dopo il trionfo del dramma, ma appunto perché quella sua onestà scontrosa e dura, amante della semplicità e dell’ombra, non sapeva ancora acconciarsi al fasto e allo splendore della fama. No, no, via! come dubitare dell’onestà di lei, che gli doveva, se non altro, tanta gratitudine, e della lealtà del Gueli, già vecchio, e poi cosí legato da tanti anni a quella donna, schiavo di lei?
Uno sprazzo… Che forse al Gueli il servo avesse telegrafato a Orvieto l’improvviso arrivo della Frezzi da Monteporzio, e ora egli non osasse ritornare a Roma? Ma, perdio, doveva tenersi Silvia con sé, là, per la sua paura di ritornare? E Silvia prestarsi, senza capire che n’andava di mezzo la sua dignità? Ma che, no! Non era possibile! Avrebbe capito che, piú stavano a ritornare, piú sarebbero cresciuti i sospetti e le furie di quella pazza… Tranne che il Gueli, persuaso da quella paura, perseguitato da quel sospetto, ora, fuori delle grinfie della Frezzi, non inducesse Silvia…
Quel silenzio, quel silenzio con lui, piú di tutto era grave!
Doveva egli andare a Orvieto? E se non c’erano piú? Se non c’erano mai stati? Ecco, già ne dubitava… Forse erano andati altrove… Gli sovvenne a un tratto che il Gueli aveva detto di dover partire per Milano. Che si fosse portata seco Silvia fin lassú? Ma come? senza darne avviso? Se onestamente fosse nato loro il desiderio di visitare qualche altro luogo, glien’avrebbero dato notizia in qualche modo. No, no… Dov’erano andati?
Ah, ecco il campanello! Balzò allo squillo, non aspettò che Èmere corresse ad aprire il cancello, vi corse lui, si trovò di fronte il postino che gli porgeva una lettera.
Era di Silvia! Ah, finalmente… Ma come? Su la busta, un francobollo di città… Gli scriveva da Roma?
– Va’! va’! – gridò a Èmere, accorso, mostrandogli che aveva preso lui la lettera.
E strappò la busta, lí nel giardino stesso, innanzi al cancello.
La lettera, brevissima, d’una ventina di righe in tutto, era senza luogo di provenienza né data né intestazione. Lette le prime parole, egli si provò a trarre, come trafitto, due volte invano il respiro; il volto gli si sbiancò; gli s’intorbidarono gli occhi; vi passò sopra una mano; poi strinse questa e l’altra che reggeva la lettera, e la lettera si spiegazzò.
Ma come?… via?… cosí?… per non ingannarlo? E guardava fieramente un placido leoncino di terracotta là presso il cancello, che, con la testa allungata su le zampe anteriori, niente, seguitava a dormire. – Ma come? e non l’aveva ingannato, con quel vecchio lí?… non era andata via con lui? E gli lasciava tutto… che voleva dir tutto? che era piú tutto, che era piú lui, se ella… Ma come? Perché? Non una ragione! Niente… Se ne andava via cosí, senza dire perché… Perché egli aveva fatto tanto, troppo, per lei? Questo, il compenso? Gli buttava in faccia tutto… Come se egli avesse lavorato per sé solo e non per lei insieme! E poteva piú star lí, egli, senza di lei? Era il crollo… il crollo di tutta la sua vita… il suo annientamento… Ma come? Nulla, nulla, nulla di preciso, diceva quella lettera; non parlava affatto del Gueli; diceva di non volerlo ingannare e soltanto affermava recisamente il proposito di rompere la loro convivenza. E proveniva da Roma! Era ella dunque a Roma? E dove? In casa del Gueli, no, non era possibile; c’era la Frezzi, e costei era venuta da lui quella mattina stessa. Forse non era a Roma; e quella lettera era stata mandata a qualcuno perché la impostasse. A chi? Forse al Raceni… forse alla signorina Ely Facelli… Qualche cosa all’uno o all’altra aveva dovuto scrivere e, se non altro, dalla busta si sarebbe scoperto il luogo di provenienza. Egli doveva andare, rintracciarla a ogni costo, farla parlare, che gli spiegasse perché non poteva piú vivere con lui, e farle intendere la ragione. Doveva essersi impazzita! Forse il Gueli… No, egli non sapeva ancor credere che si fosse potuta mettere col Gueli! Ma forse questi, chi sa che le aveva istigato contro di lui, vessato com’era dalla Frezzi, impazzito anche lui… Ah pazzi, pazzi tutti! E che cieco era stato lui ad andare a invitarlo contro la volontà di lei… Chi sa che si figurava di lui il Gueli! Che egli volesse vessar la moglie come la Frezzi vessava lui? Ecco, sí, doveva averle messo in capo questa nequizia… Perché egli la spingeva a lavorare? Ma per lei! per lei! per mantenerla nella fama, nell’altezza a cui la aveva inalzata con tante fatiche! Tutto, tutto per lei! Se egli aveva anche perduto l’impiego per lei? se per se stesso non era piú vissuto, come sospettar di lui una tale nequizia? Ella, se mai, ella, Silvia aveva sfruttato lui, s’era preso tutto il suo lavoro, tutto il suo tempo, tutta l’anima sua; ed ecco, ora lo abbandonava, ora lo buttava lí, via, come uno straccio inutile. Poteva egli tenersi il villino, i guadagni fatti su i lavori di lei? Pazzie! Neanche a pensarci! Ed ecco, restava in mezzo a una strada, senza piú stato, senza professione, come un sacco vuoto… No, no, perdio! Prima che scoppiasse lo scandalo, la avrebbe ritrovata! la avrebbe ritrovata!
S’avventò al cancello per correre alla casa della signorina Ely Facelli; ma non l’aveva ancora aperto tutto, che due cronisti, e subito dopo un terzo e un quarto, gli si pararono di fronte con visi alterati dalla corsa e dall’ansia.
– Che è stato?
– Il Gueli… – disse uno, ansimante. – È stato ferito il Gueli…
– E Silvia? – gridò Giustino.
– No, niente! – rispose un altro, che tirava appena il fiato. – Stia tranquillo, non c’era!
– E dov’è? dov’è? – domandò Giustino, smaniando e cercando di scappare.
– Non è a Roma! non è a Roma! – gli gridarono quelli a coro, per trattenerlo.
– Se era col Gueli! – esclamò Giustino, fremendo, convulso. – E la lettera… la lettera è da Roma!
– Una lettera, ah… una lettera della sua signora? L’ha ricevuta lei?
– Ma sí! Eccola qua… Sarà un quarto d’ora… Con francobollo di città…
– Si può vederla? chiese uno, timidamente.
Ma un altro s’affrettò a chiarire:
– No, sa! Non è possibile! È certo che la sua signora è a Ostia.
– A Ostia? Certo?
Giustino si portò le mani al volto e tornò a fremere:
– Ah, dunque è vero! dunque è vero! dunque è vero!
I quattro rimasero a guardarlo, impietositi; uno chiese:
– Lei sapeva che la sua signora era a Roma?
– No, jeri, – scattò Giustino, – col Gueli… mi dissero che andavano a Orvieto…
– A Orvieto? No, che!
– Pretesto!
– Per metterla su una falsa traccia…
– Se il Gueli, guardi, tornava da Ostia…
– Scusi, – ripeté quello, allungando una mano, – si potrebbe vederla codesta lettera?
Giustino tirò indietro il braccio.
– No, niente… dice che… niente! Ma dove, dove è stato ferito il Gueli?
– Due ferite, gravissime!
– Al ventre, al braccio destro…
Giustino squassò la testa:
– No! dico, dove? dove? a casa? per istrada?
– A casa, a casa… Dalla Frezzi… Ritornava da Ostia e… appena giunto a casa…
– Da Ostia? Dunque, l’avrà impostata lui, la lettera… – Ah, ecco… già… è probabile…
Giustino tornò a coprirsi il volto con le mani, gemendo: – È finita! è finita! è finita!
Poi domandò con rabbia:
– È stata arrestata la Frezzi?
– Sí, subito!
– Io lo sapevo, che avrebbe commesso un delitto! È stata qua questa mattina!
– La Frezzi?
– Sí, qua, a cercar di mia moglie! E non le son corso dietro! – Ah, amici miei! amici miei! amici miei! – soggiunse, tendendo le braccia a Dora Barmis, al Raceni, al Lampini, al Centanni, al Mola, al Federici, che, appena volata la notizia del delitto, erano accorsi prima alla casa del Gueli, e avevano ancora nei volti l’orrore del sangue sparso là nelle stanze e nella scala invase dai curiosi, e la febbre dello scandalo enorme.
Dora Barmis, rompendo in lagrime, gli buttò le braccia al collo; tutti gli altri gli si fecero intorno, premurosi e commossi; ed entrarono cosí a gruppo nel salotto del villino. Qua, Dora Barmis, che gli teneva ancora un braccio intorno al collo, per poco non se lo fece sedere su le ginocchia. Non rifiniva dal gemere tra le lagrime abbondanti:
– Poverino… poverino… poverino…
Intenerito da questo compianto e sentendosi a poco a poco racconsolare, riscaldare il cuore da quell’attestato di stima e d’affetto di tutti quegli amici letterati e giornalisti:
– Che infamia! – prese a dire Giustino guardandoli a uno a uno in faccia, pietosamente. – Oh, amici miei, che infamia! A me, a me questo tradimento! Mi siete tutti testimonii di quello che io ho fatto per questa donna! Qua, qua, tutt’intorno, anche le cose parlano! Io, tutto, per lei! Ed ecco, ecco il compenso! Torno jeri da Parigi… anche lí, la gloria, in uno dei primi teatri di Francia… feste, banchetti, ricevimenti… tutti, cosí, attorno a me, a sentir le notizie che davo di lei, della sua vita, dei suoi lavori… torno qua, sissignori! oh che infamia, amico mio, amico mio, caro Baldani, grazie! Che infamia, sí! che indegnità, grazie! Caro Luna, anche lei! grazie… Caro Betti, grazie; grazie a tutti, amici miei… Anche lei, Jàcono? Sí, una vera perfidia, grazie! Oh, caro Zago, povero Zago… vede? vede – No! – gridò a un tratto, scorgendo i quattro cronisti intenti a ricopiar la lettera della moglie, che gli doveva esser caduta di mano.- No! Lo dicano a tutti, lo sappia la stampa e l’oda tutta l’Italia! E sappiatelo anche voi, e lo sappiano anche tutti i miei amici di Francia: Qua, ella, in questa lettera, sissignori, dice che mi lascia tutto! Ma lascio tutto io, io a lei! Ne ho schifo! A lei, io, io ho dato tutto, io a lei… e mi sono rovinato! Lascio tutto qua… casa, titoli, danaro… tutto tutto… e me ne ritorno dal mio figliuolo, io, senza nulla, rovinato. Dal mio figliuolo… Non ho mai pensato neanche al mio figliuolo… io, per lei! per lei!
A questo punto la Barmis non poté piú reggere, balzò in piedi e l’abbracciò freneticamente. Giustino, tra lo stordimento e la commozione di tutti, scoppiò in dirottissimo pianto, nascondendo il volto su la spalla di quella sua consolatrice.
– Sublime, sublime, – diceva piano il Luna al Baldani, uscendo dal salotto. – Sublime! Ah, bisognerebbe assolutamente, poverino, che subito qualche altra scrittrice, subito se lo prendesse per segretario! Peccato, peccato, che quella Barmis là non sappia scrivere… È proprio sublime, poverino!

CAPITOLO OTTAVO

LUME SPENTO

– E ‘l giudisi? douva t’ l’as ‘l giudisi, martuf?
Il bimbo, a cavalcioni su le gambe di nonno Prever, lo guardava con gli occhioni intenti e ridenti, frenandosi; poi subito alzava una manina e con l’indice teso si toccava la fronte.
– Bel e si.
– L’è nen vera! – gli gridava allora il vecchione, afferrandogli con le grosse mani e fingendo di volergli strappar la pancina: – T’ l’as anvece sí, sí, sí…
E il bimbo, a questo scherzo tante volte ripetuto, si buttava via dalle risa.
La nonna, allo scatto di quelle fresche risa infantili, si voltava a guardare la testolina rovesciata del nipotino. Non rideva troppo? E c’era una maledetta mosca che ronzava, cosí urtante, malaugurosa, nella camera. La cercava nel vano; quindi tornava con occhi dolenti a rimirare il figliuolo che se ne stava presso la finestra a guardar fuori, col capo insaccato nelle spalle e le mani in tasca, taciturno e scuro.
Già da circa nove mesi le era ritornato da Roma, cosí, quasi ignudo, con quegli abiti che aveva indosso e la poca biancheria. Ma avesse perduto soltanto la roba e l’impiego! Il cuore, il cervello, la vita, tutto, tutto aveva perduto, dietro a quella donna là, che per forza doveva esser cattiva.
Sessanta e piú anni aveva ella vissuto, la signora Velia, e non aveva mai veduto alcun uomo ridursi in quello stato per una donna onesta e buona.
Dio, non piú neanche un filo d’amore per quel piccino, per lei! Eccolo là: non voleva pensare piú a niente; guardava e pareva non vedesse e non udisse, alienato da ogni senso, vuoto, distrutto, spento.
Solo per qualche traccia rimasta del soggiorno di colei nella casa accennava di rianimarsi un po’, e come un cane che si sdraj su le vestigia del padrone morto, quasi a covarne l’ultimo sentore, che non se ne vada via anche quello, stava lí e non c’era verso di mandarlo fuori a distrarsi.
Già piú volte il Prever gli aveva proposto di andare con la Graziella, per qualche mese, per una settimana, per un giorno almeno, alla villa sul colle di Bràida; e poi, che lo ajutasse un po’ – essendo egli ormai vecchio – nell’amministrazione dei beni. A quest’ultima proposta, s’era un po’ scosso, ma come per il peso di un obbligo, col quale gli si volesse rendere crudelmente piú grave l’infelicità. Tanto che il Prever, subito, lo aveva esonerato, non ostante che don Buti, il curato, sostenesse che bisognava persistere, anche lasciandogli credere che gli si facesse quel carico per obbligo e con crudeltà.
Meisiña, – diceva, – avei nen paura ch’a la treuva amera.
Medicina il signor Prever non voleva essere; o, se mai, dolce; cosí amara, no.
– Grazious! – diceva a madama Velia, appena don Buti se n’andava. – Chiel a ven con so canucial për meisiña, e mi i dovria vení sí con i me count ‘d cassa…
Don Buti, infatti, visto che Giustino non s’era voluto arrendere a fargli una visitina lí nella canonica a due passi, una sera aveva portato con sé sotto il tabarro il suo vecchio famoso cannocchiale per fargli ammirare la gran potensa ‘d Nosgnour come quand’era piccolino e per tener chiuso l’occhio manco faceva tante smorfie con la bocca:
– Ratoujin, cosí!
Ma Giustino non s’era commosso alla vista del vecchio cannocchiale; per non far dispiacere al brav’uomo aveva guardato con esso “le gran montagne” della Luna e aveva scosso appena appena il capo, con gli occhi aggrondati, quando don Buti aveva ripetuto col solito gesto il solito ritornello:
– La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Al ritornello era seguíto un lungo predicozzo pieno di oh! e di eh! perché da quel tentennar del capo con gli occhi aggrondati la gran potenza di Dio era parsa a don Buti, se non propriamente messa in dubbio, riconosciuta però anche capace di permettere che si facesse tanto male a un povero innocente. Ma al predicozzo Giustino era rimasto impassibile, come per una cosa che don Buti, nella sua qualità di sacerdote, dovesse fare, e nella quale lui non avesse nulla da vedere, fuori com’era di quel dovere sacerdotale e padrone di pensarla a suo modo, come stava scritto sul campanile della chiesa.
Da quel cupo torpore di spirito lo aveva un po’ scosso, invece, il nuovo medico condotto, venuto da poco a Cargiore con una signora che non si sapeva ancor bene se gli fosse moglie oppur no. Doveva esser ricca madama, perché il dottor Lais aveva preso in affitto un bel villinetto di certi signori di Torino e diceva di volerlo comperare. Alto, asciutto, rigido e preciso come un inglese, coi baffetti ancora biondi e i capelli già canuti, fitti, corti corti, si dava l’aria di esercitar la professione tanto per fare qualche cosa; vestiva con ricca e semplice eleganza e portava sempre un pajo di splendidi gambali di cuojo, di cui pareva ogni volta si dimenticasse apposta a casa d’affibbiar qualche stringa, per affibbiarsela fuori, per istrada o nelle visite, e richiamar cosí su essi l’attenzione. Si dilettava molto di letteratura, il dottor Lais. Chiamato per un lieve disturbo del bimbo e saputo che il Boggiòlo era marito della celebre scrittrice Silvia Roncella e per tanti anni era stato in mezzo alla letteratura, lo aveva assediato di domande e invitato al suo villino, ove la sua signora avrebbe avuto certamente tanto piacere di sentirlo parlare, amante appassionata com’era anch’ella delle belle lettere e insaziabile divoratrice di libri.
– Se lei non viene, badi! – gli aveva detto. – Son capace di portarla io qua, la mia signora.
E l’aveva portata, difatti. E tutti e due, egli che pareva un inglese, ella che pareva una spagnuola (era venezianina), tutta fiocchi e nastri, tutta cascante di vezzi, bruna, con due occhietti vivaci neri neri e due labbra carnute rosse rosse, il nasino ritto fiero e impertinente, avevano fatto parlar Giustino per una intera serata, ammirati da un canto, dall’altro irritati da certe notizie, da certi giudizii contrarii alle loro sviscerate simpatie di dilettanti ammiratori di provincia. – Me schiopa el fiel! – protestava lei. – Ma come? la Morlacchi… Flavia Morlacchi!… nessuno davvero la calcolava a Roma? Ma il suo romanzo La vittima… tanto bello!… Ma Fiocchi di neve… versi meravigliosi!… E il dramma… com’era intitolato?… Discordia, già già, no, La Discordia… perdio, applauditissimo a Como, quattr’anni fa!
Il signor Martino e don Buti stavano a sentire e a guardare con occhi spalancati, a bocca aperta, e la signora Velia mirava costernata il suo Giustino che, pur senza volerlo, tirato da quei due, ecco ricascava a parlar di quelle cose e si riscaldava, si riscaldava… Oh Dio, no: preferiva vederlo scuro taciturno, sprofondato nel cordoglio, la signora Velia, anziché rianimato cosí, per quei discorsi. Via, via, quella tentazione! E si sentí piú tranquilla quando, alcuni giorni dopo, a quei due che ebbero la sfrontatezza di mandargli a chiedere per la servetta un certo libro della moglie e d’invitarlo a colezione, Giustino rispose che non aveva il libro e che non poteva andare.
Se li era levati, cosí, d’attorno.
– Che avrà intanto, quest’oggi? – pensava la piccola signora Velia, seguitando a mirare il figliuolo innanzi alla vetrata della finestra, mentre Vittorino faceva il diavoletto su le ginocchia del Prever.
Forse quel giorno era piú raffagottato del solito perché la mattina – per una disattenzione di quella stolida di Graziella – aveva scoperto una lettera arrivata parecchi giorni addietro e non distrutta come tutte le altre, quando si poteva, di nascosto a lui.
Tante e tante lettere gli arrivavano ancora, respinte da Roma, anche dalla Francia, anche dalla Germania… E la signora Velia, all’arrivo di esse, tentennava il capo, come se dalla distanza da cui arrivavano misurasse l’estensione del male che colei aveva fatto al suo figliuolo.
Egli si buttava su quelle lettere come un affamato; andava a chiudersi in camera e si metteva a rispondere. Ma non rimandava poi quelle lettere con la risposta direttamente alla moglie. Per mezzo del signor Martino la signora Velia aveva saputo da monsú Gariola, il quale aveva in appalto l’ufficio postale, che il figliuolo le indirizzava a un tal Raceni, a Roma. Forse per il tramite di questo amico consigliava alla moglie come avrebbe dovuto regolarsi.
Era veramente cosí.
Dalla Barmis e dal Raceni, dopo il suo ritorno a Cargiore, Giustino aveva ricevuto fino a pochi mesi addietro frequenti lettere, dalle quali con strazio indicibile aveva saputo in quale disordine vivesse a Roma la moglie.
Ora egli era piú che mai convinto che tra Silvia e il Gueli non fosse avvenuto nulla di male; e credeva d’averne la prova nel fatto che il Gueli, quasi miracolosamente guarito dalle due ferite, sebbene col braccio destro amputato, era ritornato a vivere con la Frezzi, liberata come incosciente dopo circa cinque mesi di carcere preventivo, appunto per le aderenze e le brighe del Gueli stesso.
Ah, se egli allora, nel primo momento, non si fosse lasciato sopraffare dallo scandalo e fosse corso a Ostia a rilevar la moglie ancora senz’altra colpa che quella d’aver voluto fuggire da lui! No, no, no: egli non doveva credere, non ostante quell’inganno della gita a Orvieto, non doveva credere che ella si fosse potuta mettere col Gueli. Avrebbe dovuto correre a Ostia e ricondurre con sé la moglie, la quale certamente, allora, non si sarebbe cosí perduta… Con chi viveva ella ora? La Barmis diceva col Baldani; il Raceni invece sospettava una relazione col Luna. Viveva sola, in apparenza. Il villino, tutti i mobili venduti. E nelle ultime lettere il Raceni lasciava intendere che ella dovesse trovarsi in qualche imbarazzo finanziario. Ma sfido! Senza di lui… Chi sa come la rubavano tutti! Forse ella ora riconosceva che cosa volesse dire avere accanto un uomo come lui! Tutto venduto… Peccato!… Quel villino… quei mobili del Ducrot…
Da circa due mesi né la Barmis né il Raceni gli scrivevano piú, né alcun altro amico da Roma. Che era accaduto? Forse non avevano veduto piú la ragione di seguitare ancora la corrispondenza con uno ormai quasi sparito dalla vita. S’era prima stancata la Barmis, ora non rispondeva piú neanche il Raceni.
Ma quel giorno egli non era né per questo silenzio né per la ragione supposta dalla madre piú fosco del solito.
In casa, dacché era ritornato, non entravano piú giornali per la promessa da lui fatta alla madre di non leggerne piú. S’era poi pentito, e come! di questa promessa; ma non aveva osato manifestare il desiderio di leggere almeno quelli di Torino per timore che la madre non lo credesse ancor fisso col pensiero a quella donna. Finché la Barmis e il Raceni gli scrivevano, non aveva sofferto tanto di quella privazione; ma ora…
Ebbene, quella mattina, in un giornale vecchio d’una ventina di giorni, nel quale Graziella gli aveva portati avvolti in camera i colletti e i polsini stirati, aveva letto due notizie sotto la rubrica dei teatri, che lo avevano tutto sconvolto.
Una era di Roma: l’imminente rappresentazione al teatro Argentina del nuovo dramma della moglie, quello, quello stesso ch’egli aveva lasciato incompiuto, Se non cosí… L’altra che a Torino, all’Alfieri, recitava la Compagnia Carmi-Revelli.
Divorato dalla brama di saper l’esito di quel nuovo dramma a Roma e forse in altre città, fors’anche a Torino, se c’era la Compagnia Carmi-Revelli; e di parlarne o con la signora Laura o col Grimi, con qualcuno insomma; non sapeva come dire alla madre che la mattina appresso desiderava di scendere a Torino. Temeva che il signor Prever lo volesse accompagnare. Sapeva in quale costernazione viveva la madre per lui. A dirle che voleva andar solo cosí lontano, all’improvviso, quando s’era rifiutato fino al giorno addietro anche di far due passi fuor di casa, chi sa che pensieri ella avrebbe fatto… E poi, non aveva piú che pochi soldi con sé, residuo dello stretto costo del viaggio prelevato dai denari recati da Parigi; si vergognava a dirlo quasi a se stesso, figuriamoci poi a chiederne per quella ragione alla madre, la quale non aveva altro che quel po’ di pensioncina lasciatale dal marito, e ora, con addosso anche il peso di lui, stentava piú che mai a tirare avanti, poveretta. Il signor Prever, sí, porgeva qualche soccorso di tanto in tanto, sottomano, or con una scusa, or con un’altra. Ma se in quel momento la madre era agli sgoccioli e doveva chiedere ajuto al signor Martino, ecco che questi avrebbe saputo e certamente si sarebbe profferto d’accompagnarlo.
Aspettò che il Prever, dopo cena, se n’andasse al suo villino e, per provocare un nuovo e piú pressante invito della madre a procacciarsi qualche distrazione, si lamentò d’una enorme gravezza al capo. Sollecito, come s’aspettava, venne l’invito:
– Va’ a Bràida, domani…
– No, piuttosto vorrei… vorrei veder gente ecco. Questa solitudine, forse, mi fa male…
– Vuoi andare a Torino?
– Ecco, piuttosto…
– Ma sí, subito, domani stesso! – s’affrettò a dire la madre. – Mando Graziella a fissarti un posto in vettura da monsú Gariola.
– No no, – disse Giustino. – Lascia. Scendo a piedi fino a Giaveno.
– Ma perché?
– Perché… Lascia! Mi farà bene camminare… sto in casa da tanto tempo. Piuttosto… per il tram a vapore da Giaveno… mamma, io…
La signora Velia capí a volo, e subito alzò una mano verso la fronte e chiuse gli occhi, come per dire: – Non ci pensare!
Quando entrò nella sua camera, accompagnato dalla mamma che gli faceva lume, s’accorse che questa sul piano del cassettone aveva posato tre carte da dieci lire.
– Oh, no! – esclamò. – Che vuoi che me ne faccia di tante? Prendi, prendi… Basterà una!
La vecchia mamma si scostò parando le mani, e con un sorriso a un tempo mesto e maliziosetto su le labbra e negli occhi:
– Ma credi davvero, – gli disse, – che la tua vita sia finita, figliuolo mio?… Tu sei ancor quasi ragazzo… Va’! Va’!
E richiuse l’uscio.

Sceso dalla tramvia a vapore, la prima impressione che provò nel rimetter piede in città dopo nove mesi d’oscuro e profondo silenzio interiore, di seppellimento nel cordoglio, fu quella di non saper piú camminare tra il rumore e la confusione. N’ebbe subito un intronamento quasi di greve e cupa ubriachezza, quell’irritazione, quell’uggia, quell’astio che prova un malato costretto a muoversi col ronzo della medicina negli orecchi in mezzo a sani àlacri e indifferenti.
Volgeva di qua, di là rapide occhiate oblique, per timore che qualcuno dei conoscenti antichi, non letterati, lo riconoscesse, e per un altro timore opposto, che fingesse cioè di non riconoscerlo qualcuno dei conoscenti nuovi, giornalisti e letterati. Assai piú crudele della commiserazione derisoria di quelli gli sarebbe stata la noncuranza sdegnosa di questi, ora che egli non era piú neanche l’ombra di quel che era stato.
Ah, se un giornalista amico, passando, gli avesse introdotto un braccio sotto il braccio, festosamente, come a bei tempi, e gli avesse detto:
– Oh, caro Boggiòlo, ebbene, che notizie?
E gli avesse fatto raccontare il trionfo di Parigi, che non aveva potuto raccontare a nessuno e gli era rimasto in gola, nodo d’angoscia che non si sarebbe sciolto mai piú!
– E la vostra signora? A che lavori attendiamo? Un nuovo dramma, eh? Sú, ditemi qualche cosa…
Non sapeva neppure se fosse stato rappresentato il nuovo dramma, lui, e che esito avesse avuto…
Andò a un’edicola e comperò i giornali di Roma, di Milano e quelli cittadini.
Non se ne parlava.
Ma negli annunzii degli spettacoli nei giornali di Roma, ecco, al teatro Argentina: Se non cosí…
Ah, dunque, era stato rappresentato! Dunque aveva avuto un buon successo! Se si replicava… Chi sa da quante sere? Buon successo…
E si diede a immaginare che, questa volta, doveva essere andata lei, Silvia, a metterlo in iscena. Vide subito col pensiero il palcoscenico, di giorno, durante le prove; s’immaginò l’impressione che aveva dovuto provarne Silvia che non vi era mai stata e si vide lí con lei, sua guida, tra i comici, ella incerta, smarrita; lui invece ormai pratico, sicuro; ed ecco le dimostrava tutta la sua sicurezza, la padronanza che aveva del luogo e d’ogni cosa, e la esortava a non disperarsi della svogliatezza e della cascaggine di quelli, dei tagli che si facevano al copione, delle sfuriate del direttore capocomico… Eh non era mica facile combattere con quei tipi! Bisognava prenderli per il loro verso e aver pazienza se fino all’ultimo mostravano di non saper la parte…
A un tratto, s’infoscò in volto. Pensò che forse ella si era fatta ajutare, accompagnare a quelle prove da qualcuno, forse dal Baldani, forse dal Luna o dal Betti… Chi era in quel momento il suo amante? E a questo pensiero, diventò subito una cosa facilissima mettere in iscena quel dramma, assistere alle prove, combattere con gli attori. Ma sí, certo, bella forza, ora che ella, mercé lui, s’era fatto tanto nome e tutte le porte le erano aperte e tutti gli attori pendevano dalle labbra di lei, tra ossequii e sorrisi; bella forza!
– Ai conti però ti voglio! ai conti! ai conti! – esclamò tra sé. – Ossequii, sorrisi… sfido! una donna… e poi, ora… senza marito… Ma ai conti, chi ci bada? Ci baderà lei? Con la bella pratica che ne ha! Ci baderà lui, il bello… Se la mangeranno viva! Sí sí, va’ che potrai arrivare a rifarti un villino adesso, come quello! Aspetta, aspetta…
Aprí un giornale di Torino e vide che al teatro Alfieri la Compagnia Carmi-Revelli era alle ultime recite.
Rimase un pezzo col giornale aperto innanzi agli occhi, perplesso se andare o no. La brama di saper notizie del dramma, di parlar di lei, di sentirne parlare, lo spingeva; lo tratteneva il pensiero d’affrontar la vista, le domande di tutti quegli attori. Come lo avrebbero accolto? Si burlavano di lui un tempo; ma egli allora aveva il cappio in mano, con cui, dopo aver permesso che essi braveggiassero un pezzo come tanti cavallini scapati attorno a lui, poteva in un momento dare una stratta e legarli addomesticati al carro del trionfo. Ora, invece…
Si mosse, immerso nei ricordi ch’erano ormai tutta la sua vita, e dopo un lungo giro si ritrovò, guidato inconsciamente da essi, innanzi al teatro Alfieri.
Forse a quell’ora c’era prova. S’appressò titubante all’entrata e finse di leggere nel manifesto il titolo del dramma che si rappresentava quella sera, poi l’elenco dei personaggi; alla fine, facendosi animo, come un autor novellino chiese rispettosamente a uno lí di guardia, che non conosceva, se la signora Carmi era in teatro.
– Non ancora, – gli rispose quello.
E Giustino rimase innanzi al manifesto senz’ardire di chieder altro. In altri tempi sarebbe entrato da padrone nel teatro, senza neppur degnare d’uno sguardo quel cerbero là!
– E il cavalier Revelli? – chiese dopo un pezzo.
– È entrato or ora.
– C’è prova, è vero?
– Prova, prova…
– Sapeva che il Revelli era rigorosissimo nel concedere l’entrata a estranei durante la prova. Certo, se avesse porto a quell’uomo un biglietto da visita da presentare al Revelli, questi lo avrebbe fatto entrare; ma si sarebbe allora trovato esposto alla curiosità indiscreta e irriverente di tutti. Non volle. Meglio rimaner lí come un mendico ad attendere la Carmi, che non poteva tardar molto, se gli altri erano già venuti.
Difatti, la Carmi arrivò poco dopo, in carrozza. Non s’aspettava di trovar lui lí innanzi alla porta e, nel vedersi salutata, chinò appena il capo e passò oltre, senza riconoscerlo.
– Signora… – chiamò allora Giustino, trafitto.
La Carmi si volse, strizzando un po’ gli occhi miopi, e subito allungò il viso in un oooh di meraviglia.
– Voi, Boggiòlo? E come mai qui? come mai?
– Eh… – fece Giustino, aprendo appena appena le braccia.
– Ho saputo, ho saputo, – riprese la Carmi con ansia pietosa. – Povero amico mio! Che azionaccia vile! Non me la sarei mai aspettata, credete. Non per lei, badiamo! Ah, ne so qualche cosa io, dell’ingratitudine di quella donna! Ma per voi, caro. Sú, sú, venite con me. Sono in ritardo!
Giustino esitò, poi disse con voce tremante e gli occhi invetrati di lagrime:
– La prego, signora, non… non vorrei farmi vedere…
– Avete ragione, – riconobbe la Carmi. – Aspettate; prendiamo di qua.
Entrarono nel teatro quasi bujo; attraversarono il corridojo del primo ordine dei palchi; là in fondo la Carmi aprí l’usciolino dell’ultimo palco e disse al Boggiòlo, sotto voce:
– Ecco, aspettatemi qua. Vado su in palcoscenico e ritorno subito.
Giustino si rannicchiò in fondo al palco, nel bujo con le spalle alla parete attigua al palcoscenico, per non farsi scorgere dagli attori, di cui rimbombavano le voci nel teatro vuoto.
– Oh signora, oh signora, – baritoneggiava al solito suo il Grimi, coprendo la voce fastidiosa del suggeritore, – e vi par troppa grazia codesta?
– Ma no, nessuna grazia, caro signore, – sorrideva la piccola Grassi con la sua vocetta tenera.
E il Revelli gridava:
– Piú strascicato! piú strascicato! Ma nooo, ma nessuna grazia, amico…
– Il secondo ma non c’è!
– E lei ce lo metta, oh perdio! È naturale!
Giustino stava a udire quelle voci note che, pur senza volere, si alteravano nel dar vita al personaggio della scena; guardava l’ampia vacuità sonora del teatro in ombra; ne aspirava quel particolare odor misto d’umido, di polvere e di fiati umani ristagnati, e si sentiva a mano a mano crescer l’angoscia, come se lo assaltasse alla gola il ricordo preciso d’una vita che non poteva piú esser sua, a cui non poteva accostarsi piú, se non cosí, nascosto, quasi di furto, o commiserato come dianzi. La Carmi aveva riconosciuto, e tutti con lei, certo avrebbero riconosciuto ch’egli non meritava d’esser trattato a quel modo; e questa pietà degli altri, se da un canto gli faceva sentire piú profonda e piú amara la sua miseria, gliela rendeva dall’altro piú cara, perché era quasi l’ombra superstite di ciò che egli era stato.
Aspettò un bel pezzo la Carmi, che doveva provare una lunga scena col Revelli. Quando alla fine ella venne, lo trovò che piangeva, seduto, coi gomiti su le ginocchia e la faccia tra le mani. In silenzio piangeva, ma con calde lagrime abbondanti e sussulti di singhiozzi raffrenati.
– Sú, sú, – gli disse, posandogli una mano su la spalla. – Capisco, sí, povero amico; ma via, sú! Cosí non mi sembrate piú voi, caro Boggiòlo! Lo so, consacrato tutto, anima e corpo a quella donna; ora…
– La rovina, capisce? – proruppe, soffocando la voce e le lagrime, Giustino, – la rovina, la rovina di tutto un edificio, signora, messo sú da me, a pietra a pietra! da me, da me soltanto! Sul piú bello, quando già tutto era a posto, e mi toccava di goder la soddisfazione di quanto avevo fatto, una ventata a tradimento, una ventata di pazzia, creda, di pazzia, con quel vecchio là, con quel vecchio pazzo, che si è prestato vilmente, forse per vendicarsi, distruggendo un’altra vita com’era stata distrutta la sua; giú tutto, giú tutto, giú tutto!
– Piano, sí, piano, calmatevi! – lo esortava anche col gesto la Carmi.
– Mi lasci sfogare, per carità! Non parlo e non piango da nove mesi! Mi hanno distrutto, signora mia! Io non sono piú niente, ora! Mi ero messo tutto in quell’opera che potevo fare io solo, io solo, lo dico con orgoglio, signora mia, io solo perché non badavo a tutte le sciocchezze, a tutte le fisime, a tutti i grilli che saltano in mente a questi letterati; non mi scaldavo mai la testa, io, e li lasciavo ridere, se volevano ridere; ha riso anche lei di me, è vero? tutti hanno riso di me; ma che me n’importava? io dovevo edificare! E c’ero riuscito! E ora… e ora, capisce?
Mentre il Boggiòlo qua, nel bujo del palchetto, parlava e piangeva cosí, strozzato dall’angoscia, seguitava di là, sul palcoscenico, la prova. La Carmi notò a un tratto, con un brivido, la strana contemporaneità di quei due drammi, uno vero, qua, d’un uomo che si struggeva in lagrime, con le spalle addossate alla parete verso il palcoscenico, donde sonavan false le voci dell’altro dramma finto, che al paragone immediato stancava e nauseava come un vano petulante irriverente giuoco. Ebbe la tentazione di sporgersi dal palchetto e di far cenno agli attori che smettessero e venissero qui, qui, a vedere, ad assistere a quest’altro dramma vero. S’accostò invece al Boggiòlo e di nuovo lo pregò di calmarsi con buone parole e battendogli ancora la mano su la spalla.
– Sí, sí, grazie, signora… mi calmo, mi calmo, – disse Giustino, tranghiottendo le lagrime e asciugandosi gli occhi. – Mi perdoni, signora. Avevo bisogno, proprio bisogno di questo sfogo. Mi perdoni. Ecco, ora sono calmo. Dica un po’, questo dramma… questo dramma nuovo, Se non cosí… è andato, eh?… com’è andato?
– Ah, non me ne parlate! – protestò la Carmi. – È la stessa azione, caro, la stessa azionaccia che ha fatto a voi! Non me ne parlate, lasciamo andare…
– Volevo saper l’esito… – insisté, con timidezza, Giustino, avvilito della sua stessa pena.
– Silvia Roncella, amico mio, è l’ingratitudine fatta persona! – sentenziò allora la Carmi. – Chi la portò al trionfo? Ditelo voi, Boggiòlo! Non credetti io sola, io sola, mentre tutti ridevano o dubitavano, nella potenza del suo ingegno e del suo lavoro? Ebbene, ecco qua: ha pensato a tutte le altre, tranne che a me, per il nuovo dramma! Badate, questo lo dico a voi, perché so ciò che anche voi ne avete ricevuto. Agli altri – ah, perbacco, io tengo alla mia dignità – agli altri dico che sono stata io a non volerne sapere. E non recito piú neanche L’isola nuova, adesso. Per grazia di Dio, la gente viene a teatro per me, a sentir me, qualunque cosa io faccia: non ho bisogno di lei! Ne parlo soltanto perché l’ingratitudine, si sa, fa sdegno a tutti, e voi potete comprendermi.
Giustino rimase un pezzo in silenzio a tentennare il capo; poi disse:
– Tutti, sa? tutti gli amici che m’ajutarono, furono trattati cosí da lei… Ricordo la Barmis, anch’essa… Dunque, questo nuovo dramma… cosí… com’è andato?
– Mah! – fece la Carmi. – Pare che… niente di straordinario… Quel che si dice un successo di stima. Qualche scena, qua e là, pare che sia buona… il finale dell’ultimo atto, specialmente, sí, quello… quello ha salvato il lavoro… Non avete letto i giornali?
– Nossignora. Da nove mesi. Sono stato chiuso in casa… Scendo ora per la prima volta a Torino. Io sto qua, sopra Giaveno, nel mio paesello, con mia madre e il mio bambino…
– Ah, ve lo siete tenuto con voi, il figliuolo?
– Certo! Con me.. È stato sempre qua, veramente, con mia madre.
– Bravo, bravo, – approvò la Carmi. – E cosí, voi non ne avete piú notizia dunque?
– No, nessuna piú. Per caso ho saputo che il nuovo dramma è stato rappresentato. Ho comperato i giornali, oggi, e ho visto che a Roma si replica…
– Anche a Milano, per questo… – disse la Carmi.
– Ah, si è dato anche a Milano?
– Sí sí, con lo stesso successo.
– Al Manzoni?
– Al Manzoni, già. E tra poco… aspettate, fra tre giorni, da Milano verrà la Compagnia Fresi a metterlo in iscena qua, in questo teatro. E lei, la Roncella, è a Milano adesso, e verrà qua ad assistere alla rappresentazione.
Giustino alla notizia balzò in piedi, anelante.
– Lo sa sicuro?
– Ma sí, mi par d’avere inteso cosí… Che?… Vi fa… vi fa un certo effetto, eh? Capisco…
La Carmi s’era alzata anche lei e lo guardava pietosamente.
– Verrà?
– Dicono! E io lo credo. La sua presenza, dopo tanto chiasso che si è fatto attorno a lei, può giovar molto, essendo il dramma anche un po’ scadente. Il pubblico poi non la conosce ancora e vuol conoscerla.
– Già già… – disse Giustino, smanioso. – È naturale… questo è come il primo lavoro per lei… Forse gliel’avranno anche imposto… Verrà fra tre giorni la Compagnia Fresi?
– Sí, fra tre giorni. C’è giú nell’atrio il cartello, non l’avete veduto?
Giustino non poté piú stare alle mosse; ringraziò la Carmi dell’affettuosa accoglienza e andò via, sentendosi già soffocare in quell’ombra fitta del teatro, tutto stravolto com’era dalla tremenda notizia che quella gli aveva dato.
Silvia, a Torino! La avrebbero chiamata fuori, lí, a teatro, ed egli la avrebbe riveduta!
Si sentí mancare le gambe uscendo all’aperto; ebbe come una vertigine e si portò le mani al volto. Tutto il sangue gli era balzato alla testa e il cuore gli martellava in petto. La avrebbe riveduta! Ah, chi sa come s’era fatta, adesso, in quel disordine di vita, sbattuta da quella tempesta! Chi sa com’era cangiata! Forse non sussisteva piú nulla in lei di quella Silvia ch’egli aveva conosciuta!
Ma no: forse non sarebbe venuta, sapendo che lui poteva scendere da Cargiore a Torino, e… E se veniva appunto per questo? per riaccostarsi a lui? Oh Dio, oh Dio… E come poteva piú perdonarla, lui, dopo tanto scandalo? come riprendere a vivere con lei, ora? No, no… Egli non aveva piú alcuno stato; si sarebbe coperto di vergogna; tutti avrebbero creduto ch’egli si riuniva con lei per viver di lei, su lei, ancora, turpemente. No, no! Non era piú possibile, ormai… Ella doveva intenderlo. Ma non le aveva lasciato tutto, partendo? Anche gli altri da questo suo atto avevano potuto argomentare ch’egli non era un vile sfruttatore. Aveva dato a tutti la prova che non era capace di vivere con vergogna, lui, d’un denaro ch’era pur suo in gran parte, frutto del suo lavoro, sangue suo; e glielo aveva lasciato! Chi poteva accusarlo?
Questa protesta di fierezza, in cui s’indugiava con crescente soddisfazione, era la scusa con cui, tergiversando, la sua coscienza accoglieva la segreta speranza che Silvia venisse a Torino per farsi riprendere da lui.
Ma se ella veniva, invece, perché non poteva farne a meno, per impegno contratto con la Compagnia Fresi? E forse… chi sa?… non era sola; forse qualcuno la accompagnava, la sosteneva in quel viaggio penoso…
No, no: egli non poteva, non doveva far nulla. Solo, a ogni costo, voleva ritornare a Torino fra poche sere per assistere, di nascosto, alla rappresentazione del dramma, per rivederla da lontano un’ultima volta…

Di nascosto! da lontano!
Un fiume di gente, in quella dolcissima sera di maggio entrava nel teatro illuminato a festa, le vetture accorrevano rombanti e facevan ressa lí innanzi alle porte, fra il contrasto delle luci, il brusío della folla agitata.
Di nascosto, da lontano, egli assisteva a quello spettacolo. Ma non era ancor l’opera sua, quella, che aveva preso corpo e seguitava ora ad andare da sé, senza piú curarsi di lui?
Sí, era l’opera sua, l’opera che gli aveva assorbito, succhiato tutta la vita, fino a lasciarlo cosí, vuoto, spento. E gli toccava di vederla proseguire, là, ecco, in quella fiumana di gente ansiosa, a cui non poteva piú neanche accostarsi, mescolarsi; espulso, respinto, egli, egli per cui la prima volta quella fiumana s’era mossa, egli che primo la aveva raccolta e guidata, in quella serata memorabile al teatro Valle di Roma!
Ora doveva aspettare cosí, di nascosto, da lontano, ch’essa, fragorosa, impaziente, invadesse e riempisse tutto il teatro, dov’egli si sarebbe cacciato furtivamente e per ultimo, vergognoso.
Straziato da questo esilio, ch’era d’un passo e infinito, dalla sua stessa vita, la quale, ecco, viveva là, fuori di lui, innanzi a lui, e lo lasciava spettatore inerte della sua propria miseria, della sua nullità adesso, Giustino ebbe un impeto d’orgoglio e pensò che – sí – seguitava ad andare da sé l’opera sua; ma come? non certo come se ci fosse lui ancora, a dirigerla, a sorvegliarla, a governarla, a sorreggerla da tutte le parti! Davvicino avrebbe voluto vedere com’essa seguitava ad andare senza di lui! Che preparazione aveva avuto quella prima del nuovo dramma? Appena appena ne avevano parlato i giornali della sera avanti e della mattina… Se ci fosse stato lui, invece! Sí, affluiva, seguitava ad affluire la gente; ma perché? per la memoria dell’Isola nuova, del trionfo procurato da lui; e per vedere, per conoscere l’autrice, quella timida, scontrosa, inesperta ragazzetta di Taranto ch’egli, con l’opera sua, aveva messo avanti a tutti e reso celebre: egli che se ne stava qui, ora, abbandonato, nascosto nel bujo, mentr’ella di là, nella luce della gloria, era circondata dall’ammirazione di tutti.
Doveva esser là, certo, sul palcoscenico, a quell’ora. Chi sa com’era! Che diceva? Possibile che non pensasse ch’egli da Cargiore, cosí vicino, sarebbe venuto ad assistere alla rappresentazione del dramma? Oh Dio, oh Dio… lo riassaliva, a farlo tremar tutto, il pensiero che gli era sorto al primo annunzio ch’ella sarebbe venuta a Torino: che fosse venuta appunto per riaccostarsi a lui; che si aspettasse, dopo i primi applausi, una furiosa irruzione di lui sul palcoscenico e un abbraccio frenetico innanzi a tutti gli attori commossi; e poi, e poi… oh Dio – si sentiva aprir le reni dai brividi, un formicolío per tutta la persona – ecco, si scostava da una parte e dall’altra la tenda, e tutti e due, lei e lui, presi per mano si mostravano, s’inchinavano, riconciliati e felici, a tutto il popolo acclamante in delirio.
Follie! follie! Ma, d’altra parte, non passava anche ogni limite l’improntitudine di lei, di venir là a Torino, fin sotto gli occhi di lui?
Si struggeva di sapere, di vedere… Ma come poteva da quel palchetto d’ultima fila, nel centro, che era riuscito ad accaparrarsi dal giorno avanti?
Vi era entrato or ora, di furia, salendo a quattro a quattro le scale.
Si teneva in fondo, per non farsi scorgere. Sul suo capo già la piccionaja strepitava; veniva dal basso, dai palchi, dalla platea, il fragorìo, il fermento delle grandi serate. Il teatro doveva esser pieno e splendido.
Ancora anelante, piú dall’emozione che dalla corsa, egli guardava il telone e avrebbe voluto trapanarlo con gli occhi. Ah che avrebbe pagato per riudire il suono della voce di lei! Credeva di non ricordarselo piú! Come parlava ella adesso? come vestiva? che diceva?
Sobbalzò a uno squillo prolungato d’un campanello, che rispondeva al chiasso cresciuto nel loggione. Ed ecco s’apriva la tela!
Istintivamente, nell’improvviso silenzio, egli si fece innanzi, guardò la scena, che fingeva la sala di redazione d’un giornale. Conosceva il primo atto e anche il secondo del dramma, e sapeva che ella non ne era contenta. Forse li aveva rifatti, o forse, se il successo del dramma era stato mediocre, li aveva lasciati cosí com’erano, costretta a metter subito in iscena il lavoro per provvedere a difficoltà finanziarie.
La prima scena, tra Ersilia Arciani e il direttore del giornale Cesare D’Albis, era tal quale. Ma la Fresi non rappresentava la parte d’Ersilia con quella rigidezza che Silvia aveva dato al carattere della protagonista. Forse ella stessa, Silvia, aveva attenuato quella rigidezza per rendere il personaggio men duro e piú simpatico. Ma, evidentemente, non bastava. In tutto il teatro s’era già, fin dalle prime battute, diffuso il gelo d’una disillusione.
Giustino lo avvertiva, e da tutto quel gelo si sentiva venire un gran caldo alla testa, e sudava e s’agitava, smanioso. Per Dio! esporsi cosí al cimento terribile d’un nuovo dramma, dopo il trionfo clamoroso del primo, senza un’adeguata preparazione alla stampa, senza prevenire il pubblico che quel nuovo dramma sarebbe stato diverso in tutto dal primo, la rivelazione d’un nuovo aspetto dell’ingegno di Silvia Roncella. Ecco qua le conseguenze: il pubblico s’aspettava la poesia selvaggia dell’Isola nuova, la rappresentazione di strani costumi, di personaggi insoliti; si trovava invece davanti aspetti consueti della vita, prosa, prosa, e restava freddo, disingannato, scontento.
Avrebbe dovuto goderne, egli; ma no, no! perché quant’era ancora di vivo in lui era tutto in quell’opera che vedeva cascare, e sentiva ch’era un peccato ch’egli non ci potesse piú metter le mani per sorreggerla, rialzarla, farla di nuovo trionfare; un peccato per l’opera e una crudeltà feroce per sé!
Scattò in piedi a uno zittío prolungato che si levò a un tratto dalla platea, come un vento ad agitare tutto il teatro, e arretrò fino in fondo al palchetto con le mani sul volto in fiamme, quasi gliel’avessero sferzato.
L’ostinazione con cui Leonardo Arciani si rifiutava di ragionare col suocero urtava gli spettatori. Ma forse infine il grido di Ersilia, che spiegava quell’ostinazione: – Babbo, ha la figlia, la figlia: non può ragionare! – avrebbe salvato l’atto. Ecco, entrava la Fresi. Si faceva silenzio. Guglielmo Groa e il genero venivano quasi alle mani. Il pubblico, non comprendendo ancora, s’agitava vieppiú. E Giustino, fremente, avrebbe voluto gridar lui dal suo palchetto d’ultima fila:
– Idioti, non può ragionare! ha la figlia!
Ma ecco, ecco, lo gridava la Fresi… brava! cosí… forte, con tutta l’anima, come una scudisciata… Il pubblico rompeva in un aaahhh prolungato… Come?… non piaceva? No… Molti applaudivano… Ecco, il sipario calava fra gli applausi; ma erano applausi contrastati; molti anche zittivano… Oh Dio un fischio acuto, lacerante, dalla piccionaja benedetto, benedetto fischio! in reazione, infittivano ora gli applausi nelle poltrone, nei palchi… Giustino, col volto inondato di lagrime, convulso, si storceva le mani, tentato d’applaudire anche lui furiosamente, e pur non di meno impedito dall’attesa angosciosa che gli concentrava tutta l’anima negli occhi. Venivano fuori gli attori… No, ella non c’era… Silvia non c’era… Fuori! fuori ancora una volta! Oh Dio… C’era? No… neanche questa volta… Gli applausi cadevano, e con gli applausi cadeva anche Giustino su una seggiola del palchetto, sfinito, ansimante, come se avesse fatto una corsa d’un’ora. Dal fuoco che gli bruciava la fronte venivano fuori gocce di sudore grosse come lagrime. Tutto ristretto in sé, cercava di dar requie alle viscere contratte, al cuore tumultuante, e un gemito gli usciva dalla gola tra l’ansito, come per la crudeltà d’un tormento che non si possa piú sopportare. Ma non poteva star fermo un istante; s’alzava, s’appoggiava alla parete del palchetto con le braccia abbandonate, il fazzoletto in mano, il capo ciondoloni… guardava l’usciolino… si portava il fazzoletto alla bocca e lo strappava… Era prigioniero lí… Non poteva farsi vedere… Avrebbe voluto udire almeno i commenti che si facevano su quel primo atto; accostarsi al palcoscenico, vedere quelli che vi entravano a confortar l’autrice… Ah, in quel momento ella di certo non pensava a lui; non esisteva egli per lei: era uno lí della folla, confuso con tutti… eh no, no, neppure questo: neanche della folla egli poteva piú far parte: egli non doveva esserci, ecco; e non c’era, difatti: chiuso, nascosto lí in un palchetto che tutti dovevano creder vuoto, l’unico vuoto, perché c’era uno che non doveva esserci… Che tentazione, intanto, di correre al palcoscenico, farsi largo, da padrone, riprendere il suo posto, la bacchetta del comando! Un furore eroico lo sollevava, di far cose inaudite, non mai vedute, per cangiar di punto in bianco le sorti di quella serata, sotto gli occhi attoniti di tutto il pubblico; dimostrare che c’era lui, adesso, lui, l’autore del trionfo dell’Isola nuova…
Ecco, squillavano i campanelli per il secondo atto. Ricominciava la battaglia. Oh Dio, come avrebbe fatto ad assistervi, cosí stremato di forze?
Il pubblico rientrava nella sala agitato, turbolento. Se la prima scena del secondo atto, tra il padre e la figlia, non piaceva, il lavoro sarebbe caduto irreparabilmente.
Si alzò la tela.
La scena rappresentava lo studio di Leonardo Arciani. Era giorno, e il lume rimasto acceso tutta la notte, ardeva ancora su la scrivania. Guglielmo Groa dormiva, sdrajato su una poltrona, con un giornale su la faccia. Entrava Ersilia, spegneva il lume, svegliava il padre e gli annunziava che il marito non era rincasato; alle domande aspre e recise di quello, come martellate su la roccia, si rompeva la durezza di Ersilia, e la sua passione chiusa cominciava a fluire; ella parlava con languida calma accorata e difendeva il marito, il quale, posto tra lei e la figlia, se n’era andato da questa: – “Dove sono i figli è la casa!”.
Giustino, preso, affascinato anche lui dalla profonda bellezza di quella scena rappresentata con arte mirabile dalla Fresi, non avvertiva che il pubblico s’era fatto, ora, attentissimo. Quando, alla fine, scoppiò un applauso caldo, lungo, unanime, sentí tutto il sangue d’un tratto piombargli al cuore e d’un tratto rimontargli alla testa. La battaglia era vinta; ma lui, lui si vide perduto; se Silvia a quegli applausi insistenti si presentava a ringraziare il pubblico, non la avrebbe veduta: gli era calato come un velo davanti agli occhi. No, no, per fortuna! La rappresentazione seguitava. Egli però non poté piú prestare attenzione. L’ansia, l’angoscia, la smania gli crebbero di punto in punto, progredendo l’atto, approssimandosi alla fine, alla scena stupenda tra il marito e la moglie, allorché Ersilia, perdonando a Leonardo, lo allontana da sé: – “Tu non puoi piú rimanere qua, ora. Due case, no; io qua e tua figlia là, no. Non è piú possibile, vattene! So quello che tu desideri!”. – Ah, come lo diceva la Fresi! Ecco, Leonardo andava via; ella rompeva in un pianto di gioja, e calava la tela tra applausi fragorosi.
– L’autrice! l’autrice!
Giustino con le braccia strette, incrociate sul petto e le mani aggrappate agli omeri, quasi a impedire che il cuore gli balzasse fuori, aspettò mugolando che Silvia comparisse alla ribalta. Lo spasimo dell’attesa gli rendeva quasi feroce il viso.
Eccola! No. Erano gli attori. Gli applausi seguitavano scroscianti.
– L’autrice! Fuori l’autrice!
Eccola! Eccola! Quella? Sí, eccola là tra i due attori. Ma si distingueva appena, cosí dall’alto: la distanza era troppa e troppo la commozione gl’intorbidava la vista! Ma ecco, la chiamavano ancora una volta fuori; eccola, eccola di nuovo: i due attori si traevano indietro e la lasciavano sola alla ribalta, là, esposta, a lungo, a lungo, alla dimostrazione solenne del pubblico acclamante in piedi. Questa volta Giustino la poté scorgere bene: stava diritta, pallida, e non sorrideva; inchinava appena il capo, lentamente, con una dignità non fredda, ma piena d’una invincibile tristezza.
Non pensò piú a nascondersi, Giustino, appena ella si ritrasse dalla ribalta, scappò fuori del palchetto come un forsennato; si precipitò giú per le scale, incontro alla folla che usciva dalla sala e ingombrava i corridoi; si fece largo con gesti furiosi, tra lo stupore di quanti si videro strappati indietro; udí grida e risa alle sue spalle; trovò l’uscita del teatro, e via, via quasi di corsa, con una sola sensazione in sé nella tenebra vorticosa che gli occupava il cervello, tutta trafitta da sprazzi di luce; quella d’un fuoco che gli divorasse le viscere e gli désse alla gola un’arsura atroce.
Come un cane battuto, si cacciò dalla piazza nella prima via che gli s’aprí davanti, lunga, diritta, deserta; e prese ad andare senza saper dove, con gli occhi chiusi, grattandosi con ambo le mani i capelli su le tempie e dicendosi senza voce entro la bocca arida, come di sughero:
– È finita… è finita… è finita…
Questo, dalla vista di lei, gli era penetrato, gli s’era imposto come una convinzione assoluta: che tutto per lui era finito, perché quella non era piú Silvia, no, no, quella non era piú Silvia; era un’altra, a cui egli non poteva piú accostarsi, lontana, irraggiungibilmente lontana, sopra di lui, sopra di tutti, per quella tristezza ond’era tutta avvolta, isolata, inalzata, cosí diritta e austera, com’era uscita dalla tempesta attraversata; un’altra, per cui egli non aveva piú alcuna ragione d’esistere.
Dove andava? Dove s’era cacciato? Guardò smarrito le case tacite, buje; guardò i fanali veglianti tristi nel silenzio; si fermò; fu per cascare; s’appoggiò al muro, con gli occhi a uno di quei fanali; osservò come un insensato la fiamma immota, poi, sotto, il cerchio di luce sul marciapiede; allungò lo sguardo nella via; ma perché cercare di raccapezzarsi, se tutto era finito? Dove doveva andare? a casa? e perché? doveva seguitare a vivere, è vero? e perché? Lí, nel vuoto, in ozio, a Cargiore, per anni e anni e anni… Che gli restava piú, che potesse dare un qualche senso, un qualche valore alla sua vita? Nessun affetto, che non rappresentasse ormai un dovere insopportabile: quello per il figlio, quello per la madre. Egli non ne sentiva piú bisogno, di questi affetti; ne sentivano il bisogno gli altri, il figlio, la madre; ma che poteva piú fare per loro? Vivere, è vero? Vivere per non far morire di dolore la sua vecchia mamma… Quanto al figlio, se egli fosse morto e morta la nonna, restava la madre, e sarebbe stato meglio per lui e meglio anche per lei. Col bambino accanto, ella avrebbe dovuto per forza pensare a lui, al padre, a quello ch’era stato suo marito, e cosí egli avrebbe seguitato a esistere per lei, col figlio, nel figlio.
Ah, come ridursi a piedi, cosí sfinito, da Giaveno a Cargiore? Certo sua madre stava ad aspettarlo, chi sa fra quali tristi pensieri per quella sua scomparsa… Era stato come pazzo tutti quei giorni, da che aveva saputo che Silvia sarebbe venuta a Torino. Lo aveva saputo anche la madre per mezzo del Prever, a cui forse qualcuno lo aveva detto in paese, il dottor Lais probabilmente, che aveva letto la notizia nei giornali. E gli era entrata in camera, la madre, a scongiurarlo di non scendere piú in città in quei giorni. Ah, poverina! poverina! che spettacolo le aveva dato! S’era messo a gridare, proprio come un pazzo, che voleva essere lasciato stare, che non aveva bisogno della tutela d’alcuno, che non voleva essere soffocato da tutte quelle premure e paure, né accoppato da tutti quei consigli. E per tre giorni non era piú sceso neanche a desinare e a cenare, tappato in camera, senza voler vedere nessuno né sentir nulla.
Basta, ora. La aveva riveduta, s’era tolta ogni speranza, che piú gli restava da fare? Ritornare al suo figliuolo, alla sua mamma, e basta… basta per sempre!
S’avviò, si raccapezzò, si diresse alla stazione della tramvia a vapore che doveva condurlo a Giaveno; vi giunse appena in tempo per l’ultima corsa.
Sceso a Giaveno circa a mezzanotte, si mise in via per Cargiore. Tutto era silenzio, sotto la luna, nella fresca dolcissima notte di maggio. Provò, piú che sgomento della solitudine attonita e quasi stupefatta nel blando chiaror lunare, una guardinga ambascia della misteriosa affascinante bellezza della notte tutta pezzata d’ombre di luna e sonora di trilli argentini. A tratti, certi segreti mormoríi d’acque e di fronde gli rendevano piú cupa e piú vigile l’ambascia. Gli pareva che quei mormoríi non volessero essere uditi né udire il suono dei suoi passi; ed egli camminava piú lieve. All’improvviso, dietro un cancello un cane gli abbajò ferocemente e lo fece sobbalzare e tremare e gelar di spavento. Subito, tant’altri cani presero ad abbajare da presso, da lontano, protestando contro quel suo passare a quell’ora. Cessato il tremito, avvertí maggiormente l’estrema stanchezza che gli aggravava le membra; pensò a che doveva quella stanchezza, pensò alla via interminabile che aveva davanti, e subito gli s’oscurò la bellezza della notte, gli svaní il fascino di essa, e si sprofondò nel vuoto tenebroso del suo dolore. Andò, andò per piú di un’ora, senza voler sostare un momento a riprender fiato; alla fine non ne poté piú e sedette sul ciglio del viale: proprio cascava a pezzi; non aveva neanche piú forza di reggere il capo. Gli si fece distinto, a poco a poco, il fragorío profondo del Sangone giú nella valle, poi anche il fruscio delle foglie nuove dei castagni e la frescura densa della vallata boscosa, infine il riso d’un rivoletto di là, e risentí l’arsura della bocca. Si lagnò per far pietà a se stesso, al suo animo cupo e incrudelito; si vide cosí solo, per via, nella notte e cosí stanco e disperato, e provò un cocente bisogno di conforto. Si rialzò per giunger piú presto a colei che sola ormai poteva darglielo. Ma dovette andare per un’altra ora buona, prima di scorgere la cuspide ottagonale della chiesa, appuntata come un dito minaccioso al cielo. Quando vi giunse e volse gli occhi alla sua casa, vi vide con stupore accesi i lumi a tre finestre. Uno, sí, se lo aspettava; ma tanti perché?
Al bujo, seduto su lo scalino innanzi alla porta, trovò il Prever che piangeva dirottamente.
– La mamma? – gli gridò.
Il Prever si levò e con la testa bassa gli tese le braccia:
– Rino… Rino… – gemette, tra i singhiozzi, entro il barbone abbatuffolato.
– Rino?… Ma come?… Che ha?
E, sciogliendosi con rabbia dalle braccia del vecchio, Giustino corse sú alla camera del bimbo gridando ancora:
– Che ha? che ha?
Restò, su la soglia, davanti allo scompiglio della camera.
Il bimbo era stato tratto or ora da un bagno freddo, e la nonna lo teneva su le ginocchia, avvolto nel lenzuolo. C’era il dottor Lais. Graziella e la bàlia piangevano. Il bimbo non piangeva; tremava tutto, con la testina ricciuta inzuppata d’acqua, gli occhi serrati, il visino avvampato, quasi paonazzo, già gonfio.
La madre alzò appena gli occhi, e Giustino si sentí trafiggere da quello sguardo.
– Che ha? che ha? – chiese con voce tremante al dottore. – Che è accaduto? Cosí… d’un colpo?
– Eh, da due giorni… – fece il dottore.
– Due giorni?
La madre tornò a sogguatarlo.
– Io non so… non so nulla – balbettò allora Giustino al medico, come a scusarsi. – Ma come? Che ha, dottore! Mi dica! Che è stato? che è stato?
Il Lais lo prese per un braccio, gli fece un cenno col capo, e se lo portò nella stanza accanto.
– Lei viene da Torino, è vero? È stato a teatro?
– Sí, – bisbigliò Giustino, guardandolo, intronato.
– Ebbene, – riprese il Lais, esitante. – Se la madre è qua…
– Che cosa?
– Penso che… sarà bene, forse, avvertirla…
– Ma dunque, – gridò Giustino, – dunque Rino… il mio bimbo…
Gli risposero tre scoppi di pianto dalla stanza attigua, e un quarto alle spalle, del Prever ch’era risalito. Giustino si volse, si abbandonò tra le braccia del vecchio e ruppe in pianto anche lui.Il Lais rientrò nella stanza del bimbo, che, riposto sul letto, pure sprofondato nel letargo, pareva désse gli ultimi tratti. Già scottava di nuovo. Sopravvenne Giustino, invano trattenuto dal Prever.
– Voglio sapere che ha! voglio sapere che ha! – gridò al dottore, in preda a una rabbia feroce.
Il Lais se ne irritò, e gli gridò a sua volta:
– Che ha? Una perniciosa!
E il tono e il cipiglio dicevano: – “Lei se ne viene dal teatro, e ha il coraggio di domandare a me a codesto modo che cos’ha il suo figliuolo!”.
– Ma come! In tre giorni?
– In tre giorni, sicuro! Che meraviglia? È ben per questo una perniciosa!… S’è fatto di tutto… ho tentato…
– Rino mio… Rino mio… Oh Dio, dottore… Rirí mio!
E Giustino si buttò in ginocchio accanto al lettuccio, a toccare con la fronte la manina bruciante del bimbo, e tra i singhiozzi pensò che non aveva dato mai, mai tutto il suo cuore a quell’esseruccio che se n’andava, ch’era vissuto circa due anni quasi fuori dell’anima sua, fuori di quella della madre, povero bimbo, e aveva trovato rifugio soltanto nell’amor della nonna… Ed egli poc’anzi aveva pensato di darlo alla madre! Ma non se lo meritava neanche lei, come non se lo meritava lui! Ed ecco, perciò il bimbo se ne andava… Non se lo meritavano nessuno dei due.
Il dottor Lais lo fece alzare da terra e con dolce violenza se lo portò di nuovo nella camera accanto.
– Ritornerò appena sarà giorno, – gli disse qua. – Se vuole fare il telegramma alla madre… Mi sembra giusto… Posso, se vuole, incaricarmi io di passarlo, prima di ritornare. Ecco, scriva qua.
E gli porse un biglietto del suo taccuino e la penna.
Egli vi scrisse: – Vieni subito. Tuo figlio muore. – Giustino.

Tutta la cameretta era piena di fiori; pieno di fiori il lettuccio su cui giaceva il cadaverino sotto un velo azzurro; quattro ceri ardevano agli angoli, quasi a stento, come se le fiammelle penassero a respirare in quell’aria troppo gravata di profumi. Anche il morticino ne pareva oppresso: cereo coi globi degli occhietti induriti sotto le pàlpebre livide.
Tutti quei fiori insieme non facevano piú odore: avevano ammorbato l’aria chiusa di quella cameretta; stordivano e nauseavano. E il bimbo sotto il velo azzurro, irremovibilmente abbandonato a quel profumo ammorbante, sprofondato in esso, prigioniero di esso, ecco, non poteva esser piú guardato se non da lontano, al lume di quei quattro ceri, il cui giallor caldo rendeva quasi visibile e impenetrabile il graveolente ristagno di tutti quegli odori.
Soltanto Graziella stava presso l’uscio a mirare con occhi disfatti dal pianto il cadaverino, allorché, verso le undici, come in un vento improvviso sú per la scala, tra gemiti e fruscíi d’abiti e singhiozzi rinnovati giú a pianterreno, Silvia, sorretta dal dottor Lais, fece per irrompere nella cameretta e subito s’arrestò poco oltre la soglia, levando le mani, come a ripararsi da quello spettacolo, e aprendo la bocca a un grido, a un altro, a un altro, che non poterono romperle dalla gola. Il dottor Lais se la sentí mancare tra le braccia, gridò:
– Una sedia!
Graziella la porse; entrambi, sorreggendola, la fecero sedere, e subito il Lais balzò alla finestra, esclamando:
– Ma, dico, come si fa a star cosí? Qua dentro non si respira! Aria, aria!
E ritornò sollecito a Silvia, la quale ora, seduta, con le mani sul volto, il capo piegato come sotto una condanna, che oltre al peso del cordoglio avesse quello del rimorso e della vergogna, piangeva scossa da violenti singulti. Pianse cosí un pezzo; poi levò il capo, sorreggendoselo con le mani allargate di qua e di là dagli occhi, e guardò il lettuccio; si alzò, vi s’accostò, dicendo al dottore che voleva impedirglielo:
– No… no… mi lasci… me lo lasci vedere…
E dapprima lo mirò attraverso il velo, poi senza il velo, soffocando i singhiozzi, rattenendo il respiro per provare in sé la morte del figlio, che non riconosceva piú; e come non poté regger piú oltre a quell’arresto di vita in sé, si chinò a baciare la fronte del cadaverino e vi gemette sopra:
– Ah, come sei freddo… come sei freddo…
E dentro sé piangeva: – “Perché il mio amore non ha potuto riscaldarti…”.
– Freddo… freddo…
E gli carezzò sul capo, lievemente, i riccioletti biondi.
Il dottor Lais la costrinse a staccarsi dal lettuccio. Ella guardò Graziella che piangeva, ma le scorse dietro le lagrime per il bimbo uno sguardo ostile per lei; non ne provò sdegno, anzi amò l’odio di quella vecchia ch’era un atto d’amore per il suo bimbo, e si rivolse al dottore:
– Com’è stato? com’è stato?
Il Lais la condusse nella stanza attigua, in quella stessa ov’ella aveva dormito nei mesi del suo soggiorno là. Il pianto, allora, che nella cameretta del bimbo le era venuto agli occhi se non propriamente sforzato, quasi strappato dalla violenza di quella vista, qua le sgorgò spontaneo e impetuoso: qua si sentí lacerare il cuore dai ricordi vivi della sua creaturina, qua si risentí madre veramente, col cuore d’allora, quando la bàlia ogni mattina le recava a letto il piccino roseo ignudo levato or ora dal bagno, ed ella, stringendoselo al seno, pensava che presto le sarebbe toccato di separarsi da lui…
Intanto il Lais le parlava della malattia improvvisa, di quanto aveva fatto per salvarlo, e le raccontava che anche per il padre quella sciagura era stata uno schianto inatteso, perché la sera avanti egli era a teatro ad assistere al dramma di lei, senza sapere che il bambino fosse cosí gravemente malato.
Silvia levò il capo, percorsa da un brivido, a questa notizia:
– Jersera? a teatro? Ma come non sapeva?…
– Eh, signora, – rispose il Lais. – Con la notizia che lei sarebbe venuta a Torino…
E con la mano fece un gesto che significava: parve si levasse di cervello.
– La madre non gliene disse nulla, vedendolo cosí, aggiunse. – Non suppose veramente che si trattasse d’un caso cosí grave… Fa pietà, creda, fa pietà! Appena arrivato jeri notte, verso le due, a piedi da Giaveno, trovò qua il bimbo moribondo. Sono stato io a suggerirgli di avvisar lei per telegramma, anzi l’ho passato io stesso il telegramma, quando già il bimbo purtroppo… È spirato verso le sei… Sente? sente?
Sú per la scaletta, all’improvviso, sonarono i singhiozzi di Giustino tra uno scalpiccío confuso e le grida di altri che forse cercavano di trattenerlo.
Silvia balzò in piedi, sconvolta, e si ritrasse in un angolo, come se volesse nascondersi.
Sorretto da don Buti, dal Prever e dalla madre, Giustino apparve su la soglia come smemorato, scomposto negli abiti, nei capelli, il volto bagnato di lagrime; guardò truce il dottor Lais, disse:
– Dov’è?
Appena la vide, il ventre, il petto gli si misero a sussultare e le gambe e il mento a tremar d’un lieve e fitto tremito crescente, finché il pianto, scomponendogli a mano a mano i tratti del viso, non gli gorgogliò in gola convulso; ma come il Prever e don Buti cercarono di trarlo via, si strappò da loro ferocemente:
– No, qua! – gridò.
E stette un istante cosí, sciolto, perplesso, poi, arrangolando, si precipitò su Silvia e l’abbracciò furiosamente.
Silvia non mosse un braccio; s’interí per resistere allo strazio che quell’impeto disperato le cagionava, serrò gli occhi per pietà, poi li riaprí per rassicurar la madre che non temesse di lei, che – ecco – non abbracciava, si lasciava abbracciare per pietà, e quella pietà avrebbe saputo contenere.
– Hai veduto? hai veduto? – le singhiozzava intanto Giustino, sul seno, stringendola sempre piú. – Se n’è andato… Rirí se n’è andato, perché noi non c’eravamo… tu non c’eri… e neanche io c’ero piú… e allora il povero piccino ha detto: – E che ci faccio piú io qua? – e se n’è andato… Se ti vedesse qua ora… Vieni! vieni! Se ti vedesse qua…
E la trascinò per mano alla camera del bimbo, come se la venuta di lei e la gioja ch’egli ne provava potessero fare il miracolo di richiamare in vita il bambino…
– Rirí!… Ah, Rirí… ah, Rirí mio…
E cadde di nuovo in ginocchio innanzi al letto, affondando la faccia tra i fiori.
Silvia si sentí venir meno; il dottor Lais accorse, la sorresse, la riportò nella camera attigua. Anche Giustino fu strappato dal lettuccio da don Buti e dal Prever e ricondotto giú a pianterreno.
– Silvia! Silvia! – seguitava a chiamare, subendo la violenza di quei due senza piú coraggio di ribellarsi ora che aveva riveduto morto il suo bambino.
Al suono del suo nome che s’allontanava, Silvia si sentí come chiamata dal fondo della vita trascorsa lí un anno addietro: era tra la letizia d’allora il presentimento oscuro di questa sciagura; e quel presentimento ora la chiamava cosí tra il pianto: – Silvia!… Silvia!… – da lontano. Ah, se avesse potuto sentire allora il suo nome gridato cosí, ella avrebbe trovato la forza di resistere a ogni tentazione; sarebbe rimasta lí col suo piccino, in quel nido di pace tra i monti, e il suo piccino non sarebbe morto, e nessuna delle cose orrende che erano avvenute, sarebbe avvenuta. Quella piú orrenda fra tutte… ah, quella! Ancora, tra vampe di soffocanti immaginazioni, ella si sentiva bruciar le carni dalla vergogna d’un unico amplesso, tentato quasi a freddo, per un’orrida necessità ineluttabile, là a Ostia, e rimasto disperatamente incompiuto; si sentiva da esso insozzata per sempre, piú che se si fosse resa colpevole mille e mille volte con tutti quei giovani che la voce pubblica le aveva affibbiati e le affibbiava ancora per amanti. La memoria viscida di quell’unico amplesso mancato le aveva incusso una nausea invincibile, un’abominazione, nella quale si sarebbe ormai sempre affogato ogni desiderio d’amore. Era sicura che Giustino, se ella avesse voluto, si sarebbe strappato dalle braccia della madre, da ogni ritegno d’amor proprio, per ritornare a lei. Ma no: ella non voleva; per lui e per sé non doveva! Ora anche l’ultimo vincolo tra loro era stato spezzato dalla morte; e invano egli laggiú si dibatteva tra le braccia che volevano trattenerlo. Il dottor Lais era stato chiamato in ajuto. Di là giaceva tra i fiori il suo bambino morto. Saliva gente a vederlo: donne del paese, vecchi, ragazzi, e recavano tutti altri fiori, altri fiori…
Poco dopo il dottor Lais, tutto accaldato e sbuffante, risalí da lei con un foglio di carta in mano, la bozza d’un telegramma, che il marito giú, gridando e dibattendosi, aveva voluto scrivere per forza. E voleva che lui, il dottor Lais, andasse subito a passarlo, dopo averlo fatto vedere a lei.
– Un telegramma? – domandò Silvia, stordita.
– Già, eccolo.
E il Lais glielo porse.
Era un telegramma alla Compagnia Fresi. Parecchie parole erano rese quasi illeggibili dalle lagrime che vi erano cadute sopra. Vi si annunziava la morte del bambino, chiedendo che fossero sospese le repliche del dramma, previo annunzio al pubblico del grave lutto dell’autrice. Era firmato Boggiòlo.
Silvia lo lesse e restò, sotto gli occhi del dottore in attesa, assorta stupita e perplessa.
– Si deve passare?
Ecco: dopo l’abbraccio, egli si sentiva già ridiventato suo marito.
– Cosí, no, – rispose al dottore. – Levi l’annunzio al pubblico e, se vuole incomodarsi, lo passi pure, ma sotto il mio nome, prego…
Il dottor Lais s’inchinò.
– Comprendo bene, – disse. – Non dubiti, sarà fatto.
E andò via.
Ma dopo circa mezz’ora, ecco Giustino sú di nuovo, con un’aria da folle, insieme con un giornalista, con quello stesso giovine giornalista venuto da Torino un anno addietro alla scoperta dell’autrice dell’Isola nuova.
– Eccola qua! eccola qua! – disse, facendolo entrare nella camera; e, rivolto a Silvia: – Tu lo conosci, è vero?
Il giovine, mortificato da quell’ansia scomposta, quasi ilare, del Boggiòlo, che avventava in mezzo al luttuoso momento, benché il pover’uomo mostrasse pure il volto bruciato dalle lagrime, s’inchinò e stese la mano a Silvia, dicendo:
– Mi duole, signora, di ritrovarla qui in un animo cosí diverso dalla prima volta. Ho saputo in teatro, ch’ella era corsa qui… Non m’aspettavo, che già…
Giustino lo interruppe, afferrandolo per un braccio:
– Mentre jersera giú a Torino si rappresentava il dramma, – prese a dirgli con un gran tremore nella voce e nelle mani, ma pur con gli occhi fissi in quelli di lui, come se volesse fargli la lezione, – qua il bambino moriva, e non lo sapevamo né io né lei, capisce? E lei, – seguitò, additando Silvia, – lei qua, la prima volta, sa perché ci venne? Per la nascita del nostro bimbo! E sa quando nacque il nostro bimbo? La sera stessa del trionfo dell’Isola nuova, proprio la stessa sera, per cui lo chiamammo Vittorio, Vittorino… Ora è ritornata qua per la sua morte! E quando avviene questa morte? Proprio mentre a Torino si rappresenta il nuovo dramma! Veda un po’! veda un po’ la fatalità… Nasce e muore cosí… Venga, venga qua, glielo faccio vedere…
Cosí ripreso dalla foga della sua professione, in quello stato, faceva quasi spavento. Il giovine giornalista lo guatava, sbalordito.
– Eccolo! eccolo qua, il nostro angioletto! Vede com’è bello tra tanti fiori? Queste sono le tragedie della vita, caro signore. Non c’è mica bisogno di andarle a cercare nelle isole lontane, tra gente selvaggia, le tragedie della vita! Lo dico per il pubblico, sa? che certe cose non le vuole capire… Loro, loro giornalisti dovrebbero spiegarlo bene al pubblico, che se oggi una scrittrice si può cavare una tragedia… cosí, dalla testa, una tragedia selvaggia, che per la novità piace subito a tutti, domani lei stessa, la scrittrice, può essere afferrata da una di queste tragedie qua, della vita, che stritolano un povero bambino, il cuore d’un padre e d’una madre, capisce? Questo, questo dovrebbero loro spiegare al pubblico che resta freddo davanti alla tragedia d’un padre che ha una figlia fuori di casa, d’una moglie che sa di non poter riavere il marito se non a patto di prendersi con sé la figlia di lui, e va’ là, va’ dall’amante del marito a farsela dare! Queste sono tragedie… le tragedie della vita, caro signore… Questa povera donna qua, creda, non può far nulla… non… non le sa far valere, le cose sue… Io, io ci voglio, io che so bene queste cose… ma la testa in questo momento mi… mi fa male assai, creda… mi fa male assai… Troppe emozioni… troppe… e ho bisogno di dormire… E la stanchezza, sa? che mi fa parlare cosí… Bisogna proprio che vada a dormire… non mi reggo piú… non mi reggo piú…
E se n’andò, curvo, con la testa tra le mani, ripetendo: – Non mi reggo piú… non mi reggo piú…
– Oh poverino! – sospirò il giornalista, rientrando con Silvia nell’altra camera. – In che stato si trova!…
– Per carità, – s’affrettò a pregar Silvia, – non dica, non riferisca nulla nel giornale…
– Signora mia! che crede? – la interruppe quello, parando le mani.
– È un doppio strazio per me! – riprese Silvia quasi soffocata. – È stato come un fulmine! E ora… quest’altro strazio…
– Fa veramente pietà!
– Sí, e proprio per la pietà che ne sento, io voglio andarmene, voglio andarmene…
– Se vuole, signora, ho qui con me…
– No, no: domani, domani. Finché il mio bimbo è qua, starò qua. Qua è sepolto anche mio zio. E mi faceva tanto male il pensiero che quel mio caro vecchio fosse qua, in una tomba non sua. I morti, capisco, non sono tra loro né amici né nemici. Ma io lo pensavo tra morti non amici. Ora avrà con sé il nipotino e non sarà piú solo nella tomba straniera. Gli darò domani il mio piccino e, appena sarà finito tutto, me ne scenderò…
– Vuole che venga io domani a rilevarla? Sarebbe per me una fortuna.
– Grazie,- disse Silvia. – Ma io non so ancor quando…
– M’informerò, non dubiti. A domani!
E il giovane giornalista andò via, tutto contento. Silvia chiuse gli occhi, con le labbra atteggiate piú d’amarezza che di sdegno, e scosse un pezzo il capo. Poco dopo, Graziella le recò con gli occhi bassi, un ristoro; ma ella non volle neppur accostarvi le labbra. Sul tardi, le toccò il supplizio d’una visita; quella della moglie del dottore, piú che mai cascante di vezzi. Ma per fortuna, nella stanchezza e nello stordimento mentre colei cercava di confortarla scioccamente, poté trovare una nuova sorgiva di pianto, volgendo gli occhi a un angolo della camera.
Sul cassettone, come in colloquio tra loro, erano i giocattoli di Rirí: un cavalluccio di cartapesta, fissato su una tavoletta a quattro ruote, una trombettina di latta, una barchetta, un pagliaccetto coi cembali a scatto. Il cavalluccio, con la coda spelata, un orecchio ammaccato e una rotellina mancante, era il piú malinconico di tutti. La barchetta con le vele stese gli voltava la poppa e pareva lontana lontana, una grande barca in un mare lontano lontano, di sogno; e andava cosí a vele stese in quel mare di sogno con l’animuccia di Rirí meravigliata e smarrita… Ma che! no! il pagliaccetto, ridendo, le diceva che non era vero, che il piano del cassettone non era mica il mare, e che l’animuccia di Rirí non navigava piú su lei.
Li aveva lasciati, Rirí, per fare una cosa seria seria, una cosa che pareva inverosimile per un bimbo: morire! Il cavalluccio, benché zoppo e spelato, com’era sorte di tutti i giocattoli, pareva tentennasse il capo, quasi non se ne sapesse capacitare. Se la trombetta si fosse provata a richiamarlo da quel sonno in mezzo a tutti quei fiori di là!… Ma anch’essa la trombetta era rotta, non sonava piú… Anche la bocca di Rirí non parlava piú… non si movevano piú le manine… gli occhi non si riaprivano piú… giocattolino rotto anche lui, Rirí!
Che avevano veduto quegli occhiuzzi di due anni aperti allo spettacolo di un mondo cosí grande? Chi serba memoria delle cose vedute con occhi di due anni? Ed ecco, quegli occhiuzzi che guardavano senza serbar memoria delle cose vedute, s’erano chiusi per sempre. Fuori c’erano tante cose da vedere: i prati, i monti, il cielo, la chiesa; Rirí se n’era andato da quel mondo grande che non era stato mai suo, se non in quel piccolo cavalluccio di cartapesta, che sentiva di colla, in quella barchetta con le vele stese, in quella trombetta di latta in quel pagliaccetto che rideva e batteva i cembali a scatto. E non aveva conosciuto il cuore della sua mamma, Rirí…
Venne la sera; la moglie del dottore se ne andò; ella restò sola, nel silenzio enorme di tutta la casa.
S’affacciò alla cameretta mortuaria. C’erano Graziella e la bàlia: quella pisolava su la seggiola, l’altra recitava il rosario.
Silvia ebbe all’improvviso la tentazione di mandar via a dormire l’una e l’altra, di restar sola lí col suo bimbo, serrar bene la finestra e l’uscio, stendersi accanto al suo piccino, lasciarsi prendere tutta dal suo gelo di morte e uccidere da tutti quei fiori. Con lo stordimento del loro profumo, che le aveva reso come di piombo la testa, si era a un tratto sentita vincere da una disperata stanchezza di tutte le cose della vita, nel tetro silenzio di quella casa schiacciata dall’incubo della morte. Affacciandosi però alla finestra, ebbe la strana impressione che la sua anima in tutto quel tempo fosse rimasta fuori, là, e che lei la ritrovasse ora con uno stupore e un refrigerio infinito. Era quella stessa anima che aveva mirato lassú lo spettacolo di un’altra notte di luna simile a questa. Ma c’era nella dolcezza del refrigerio, ora, un accoramento piú intenso, un piú urgente bisogno di sciogliersi da tutto, e nello stupore un piú anelante risveglio a nuove aure, ad aure piú vaste, di sogni eterni. Guardò in cielo la luna che pendeva su una di quelle grandi montagne, e nel placido purissimo lume che allargava il cielo, mirò, bevve le pòche stelle che vi sgorgavano come polle di piú vivida luce; abbassò gli occhi alla terra e rivide le montagne in fondo con le azzurre fronti levate a respirare nel lume, rivide gli alberi attoniti, i prati sonori d’acqua sotto il limpido silenzio della luna; e tutto le parve irreale, e che in quella irrealità la sua anima si soffondesse divenuta albore e silenzio e rugiada.
Ma, ecco, come una tenebra enorme le assommava a mano a mano dal fondo dello spirito, di fronte a quella limpida irrealità di sogno: il sentimento oscuro e profondo della vita, composto da tante impressioni inesprimibili, sbuffi e vortici e accavallamenti nella tenebra di piú dense tenebre. Fuori di tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, c’era nella vita delle cose un altro senso che l’uomo non poteva intendere: lo dicevan quegli astri col loro lume, quelle erbe coi loro odori, quelle acque col loro murmure: un arcano senso che sbigottiva. Bisognava andar oltre a tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, per penetrare in questo arcano senso della vita delle cose. Oltre alle meschine necessità che gli uomini si creavano, ecco altre cupe gigantesche necessità profilarsi entro il fluir fascinoso del tempo, come quelle grandi montagne là, entro l’incanto della verde silentissima alba lunare. In esse ella doveva d’ora innanzi affisarsi, infrontar con esse gli occhi inflessibili della mente, dar voce a tutte le cose inespresse del suo spirito, a quelle che sempre finora le avevano incusso sgomento, e lasciar la fatuità dei miseri casi dell’esistenza quotidiana, la fatuità degli uomini che, senz’accorgersene, vàgolano immersi nel vortice immenso della vita.
Tutta la notte stette lí affacciata alla finestra, finché l’alba frigida non venne a poco a poco a scomporre e a irrigidire gli aspetti prima vaporosi di sogno. E a questo frigido irrigidirsi delle cose toccate dalla luce del giorno, anch’ella sentí la divina fluidità del proprio essere quasi rapprendersi, e avvertí l’urto della realtà cruda, la terribilità bruta e dura della materia, la possente, avida, distruttrice ferocia della natura sotto l’occhio implacabile del sole che sorgeva. Questa terribilità e questa ferocia si riprendevano ora il suo povero bimbo, a rifarlo terra sottoterra.
Ecco, portavano la cassa. La campana della chiesa squillò a gloria nella luce del nuovo giorno.
Per un morticino che aspetta sul letto il tempo d’esser sepolto, quant’è lungo un giorno? quant’è lungo il ritorno della luce non piú veduta fin dal giorno avanti? Questa lo ritrova già piú lontano nelle tenebre della morte, già piú lontano nel dolore dei superstiti. Per poco ora il dolore si ravvicinerà e urlerà allo spettacolo orrendo della chiusura del cadaverino nella cassa già pronta; poi, subito dopo il seppellimento tornerà ad allontanarsi, a rifarsi in fretta di quel breve riavvicinamento crudele, finché non scomparirà a poco a poco nel tempo, dove di tratto in tratto soltanto la memoria, volando s’affannerà di raggiungerlo e lo scorgerà in fondo in fondo e si ritrarrà oppressa e stanca, richiamata da un sospiro di rassegnazione…
Che cosa lesse Giustino, il quale aveva dormito fin’allora d’un sonno di piombo, nel volto di Silvia, in cui pareva si fosse illividito il pallore della luna mirato dalla finestra tutta la notte? Egli restò come sbigottito di fronte a lei; ebbe di nuovo nel ventre, nel petto un sussulto tremendo di pianto, ma non ardí piú l’abbraccio della prima volta; si buttò invece a terra sul cadaverino del bimbo già composto nella bara, coperto di fiori. Fu tratto via dal Prever; la Graziella e la bàlia trassero via la nonna. Nessuno si curò di lei, che volle avere il cuore d’assistere a tutto sino alla fine, dopo aver baciato la morte su la piccola, dura e gelida fronte del bimbo. Quando già il coperchio della cassa era saldato, sopravvenne il giovine giornalista, ed ella si commosse un poco alle premure di costui le usò; ma non volle allontanarsi.
– Ormai… ormai è fatto, – gli disse. – Grazie, lasciatemi! Ormai ho visto tutto… – Non si vede piú nulla… Una cassa e l’amor mio di madre, là…
Un èmpito di pianto le balzò alla gola, le sgorgò dagli occhi. Lo represse, quasi rabbiosamente, col fazzoletto.
Appena Giustino, sorretto dal Prever, a pie’ della casa in mezzo alla gente accorsa per l’accompagnamento funebre, vide scendere dietro la piccola bara il giovine giornalista accanto a Silvia, comprese che questa, dopo il seppellimento, non sarebbe piú ritornata a casa. Disse allora al Prever e alla gente che gli faceva ressa attorno:
– Aspettate, aspettate…
E corse su, in casa. La morte per lui non era tanto la piccola bara, quanto nell’aspetto di Silvia, nella definitiva partenza di lei. Quel ch’era morto di lui nel suo bimbo era ben poco a confronto di quel che di lui moriva con l’allontanamento della moglie. I due dolori erano per lui un dolore solo, inseparabile. Deponendo il bimbo nella tomba, egli doveva deporre insieme un altra cosa, nelle mani di lei: gli ultimi resti della sua vita, ecco.
Fu visto poco dopo ridiscendere con un fascio di carte sotto il braccio. Con esse, appoggiato al Prever, seguí il mortorio fino alla chiesa, fino al cimitero. Quando il mortorio si sciolse si strappò dal braccio del Prever e si accostò vacillante a Silvia che si disponeva a montare su l’automobile del giornalista.
– Ecco, – le disse, porgendole le carte, – tieni… Ormai io… che… che me ne faccio piú? A te possono servire… Sono… sono recapiti di traduttori… note mie… appunti, calcoli… contratti… lettere… Ti potranno servire per… per non farti ingannare… Chi sa… chi sa come ti rubano… Tieni… e… addio! addio! addio!..
E si buttò singhiozzando tra le braccia del Prever che s’era avvicinato.

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