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Luigi Pirandello – Quaderni di Serafino Gubbio operatore

Quaderno primo

I

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.
In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurierebbero o m’aggredirebbero.
No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.
Conosco anch’io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così; questo e quest’altro da fare; correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. – No, caro, grazie: non posso! – Ah sì, davvero? Beato te! Debbo scappare… – Alle undici, la colazione. – Il giornale, la borsa, l’ufficio, la scuola… – Bel tempo, peccato! Ma gli affari… – Chi passa? Ah, un carro funebre… Un saluto, di corsa, a chi se n’è andato. – La bottega, la fabbrica, il tribunale…
Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l’altra facciamo un gesto da ubriachi.
- Svaghiamoci!
Sì. Più faticosi e complicati del lavoro troviamo gli svaghi che ci si offrono; sicché dal riposo non otteniamo altro che un accrescimento di stanchezza.
Guardo per via le donne, come vestono, come camminano, i cappelli che portano in capo; gli uomini, le arie che hanno o che si dànno, ne ascolto i discorsi, i propositi; e in certi momenti mi sembra così impossibile credere alla realtà di quanto vedo e sento, che non potendo d’altra parte credere che tutti facciano per ischerzo, mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si còmplica e s’accèlera, non abbia ridotto l’umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe forse, in fin de’ conti, tanto di guadagnato. Non per altro, badiamo: per fare una volta tanto punto e daccapo.
Qua da noi non siamo ancora arrivati ad assisteRe allo spettacolo, che dicono frequente in America, di uomini che a mezzo d’una qualche faccenda, fra il tumulto della vita, traboccano giù, fulminati. Ma forse, Dio ajutando, ci arriveremo presto. So che tante cose si preparano. Ah, si lavora! E io – modestamente – sono uno degli impiegati a questi lavori per lo svago.
Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel mondo io cui vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare.
Io non opero nulla.
Ecco qua. Colloco sul treppiedi a gambe rientranti la mia macchinetta. Uno o due apparatori, secondo le mie indicazioni, tracciano sul tappeto o su la piattaforma con una lunga pertica e un lapis turchino i limiti entro i quali gli attori debbono muoversi per tenere in fuoco la scena.
Questo si chiama segnare il campo.
Lo segnano gli altri; non io: io non faccio altro che prestare i miei occhi alla macchinetta perché possa indicare fin dove arriva a prendere.
Apparecchiata la scena, il direttore vi dispone gli attori e suggerisce loro l’azione da svolgere.
Io domando al direttore:
- Quanti metri?
Il direttore, secondo la lunghezza della scena, mi dice approssimativamente il numero dei metri di pellicola che abbisognano, poi grida agli attori:
- Attenti, si gira!
E io mi metto a girar la manovella.
Potrei farmi l’illusione che, girando la manovella, faccia muover io quegli attori, press’a poco come un sonatore d’organetto fa la sonata girando il manubrio. Ma non mi faccio né questa né altra illusione, e séguito a girare finché la scena non è compiuta; poi guardo nella macchinetta e annunzio al direttore:
- Diciotto metri, – oppure: – trentacinque.
E tutto è qui.
Un signore, venuto a curiosare, una volta mi domandò:
- Scusi, non si è trovato ancor modo di far girare la macchinetta da sé?
Vedo ancora la faccia di questo signore: gracile, pallida, con radi capelli biondi; occhi cilestri, arguti, barbetta a punta, gialliccia, sotto la quale si nascondeva un sorrisetto, che voleva parer timido e cortese, ma era malizioso. Perché con quella domanda voleva dirmi:
- Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo?
Sorrisi e risposi:
- Forse col tempo, signore. A dir vero, la qualità precipua che si richiede in uno che faccia la mia professione è l’impassibilità di fronte all’azione che si svolge davanti alla macchina. Un meccanismo, per questo riguardo, sarebbe senza dubbio più adatto e da preferire a un uomo. Ma la difficoltà più grave, per ora, è questa: trovare un meccanismo, che possa regolare il movimento secondo l’azione che si svolge davanti alla macchina. Giacché io, caro signore, non giro sempre allo stesso modo la manovella, ma ora più presto ora più piano, secondo il bisogno. Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.

II

Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente. Scarico la mia professionale impassibilità e mi vendico, anche; e con me vendico tanti, condannati come me a non esser altro, che una mano che gira una manovella.
Questo doveva avvenire, e questo è finalmente avvenuto!
L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita!
Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che prodotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare.
Per la loro fame, nella fretta incalzante di saziarle, che pasto potete estrarre da voi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto?
È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni.
La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno di ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce le ridiano, l’anima e la vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine? Ecco qua: in pezzetti e bocconcini, tutti d’uno stampo, stupidi e precisi, da farne, a metterli sù, uno su l’altro, una piramide che potrebbe arrivare alle stelle. Ma che stelle, no, signori! Non ci credete. Neppure all’altezza d’un palo telegrafico. Un soffio li abbatte e li ròtola giù, e tal altro ingombro, non più dentro ma fuori, ce ne fa, che – Dio, vedete quante scatole, scatolette, scatolone, scatoline? – non sappiamo più dove mettere i piedi, come muovere un passo. Ecco le produzioni dell’anima nostra, le scatolette della nostra vita!
Che volete farci? Io sono qua. Servo la mia macchinetta, in quanto la giro perché possa mangiare. Ma l’anima, a me, non mi serve. Mi serve la mano; cioè serve alla macchina. L’anima in pasto, in pasto la vita, dovete dargliela voi signori, alla macchinetta ch’io giro. Mi divertirò a vedere, se permettete, il prodotto che ne verrà fuori. Un bel prodotto e un bel divertimento, ve lo dico io.
Già i miei occhi, e anche le mie orecchie, per la lunga abitudine, cominciano a vedere e a sentir tutto sotto la specie di questa rapida tremula ticchettante riproduzione meccanica.
Non dico di no: l’apparenza è lieve e vivace. Si va, si vola. E il vento della corsa dà un’ansia vigile ilare acuta, e si porta via tutti i pensieri. Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenìo continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare.
Che cos’è? Niente, è passato! Era forse una cosa triste; ma niente, ora è passata.
C’è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. Che è? Il ronzìo dei pali telegrafici? lo striscìo continuo della carrùcola lungo il filo dei tram elettrici? il fremito incalzante di tante macchine, vicine, lontane? quello del motore dell’automobile? quello dell’apparecchio cinematografico?
Il bàttito del cuore non s’avverte, non s’avverte il pulsar delle arterie. Guaj, se s’avvertisse! Ma questo ronzìo, questo ticchettìo perpetuo, sì, e dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire d’immagini; ma che c’è sotto un meccanismo, il quale pare lo insegua, stridendo precipitosamente.
Si spezzerà?
Ah, non bisogna fissarci l’udito. Darebbe una smania di punto in punto crescente, un’esasperazione a lungo insopportabile; farebbe impazzire.
In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramenìo vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e di casi, e via, fino al punto che il ronzìo per ciascuno di noi non cesserà.

III

Non posso levarmi dalla mente l’uomo incontrato un anno fa, la sera stessa che arrivai a Roma.
Di novembre, sera rigidissima. M’aggiravo in cerca d’un modesto alloggio, non per me, uso a passar le notti all’aperto, amico delle nottole e delle stelle, quanto per la mia valigetta, ch’era tutta la mia casa, lasciata in deposito alla stazione; allorché m’imbattei per caso in un mio amico di Sassari, da molto tempo perduto di vista: Simone Pau, uomo di costumi singolarissimi e spregiudicati. Udite le mie misere condizioni, egli mi propose d’andare a dormire per quella sera nel suo albergo. Accettai, e ci avviammo a piedi per le vie quasi deserte. Cammin facendo, gli parlavo delle mie molte disgrazie e delle scarse speranze che m’avevano condotto a Roma. Simone Pau alzava di tratto in tratto la testa scoperta, su cui i lunghi capelli grigi, lisci, sono spartiti in mezzo da una scriminatura alla nazzarena, ma a zig-zag, perché fatta con le dita, in mancanza di pettine. Questi capelli, poi, tirati di qua e di là dietro gli orecchi, gli formano una curiosa zazzeretta rada, ineguale. Cacciava via una grossa boccata di fumo e restava un pezzo, ascoltandomi, con l’enorme bocca tumida aperta, come quella di un’antica maschera comica. Gli occhi sorcigni, furbi, vivi vivi, gli guizzavano intanto qua e là come presi in trappola nella faccia larga rude, massiccia, da villano feroce e ingenuo. Credevo rimanesse in quell’atteggiamento, con la bocca aperta, per ridere di me, delle mie disgrazie e delle mie speranze. Ma, a un certo punto, lo vidi fermare in mezzo alla via vegliata lugubremente dai fanali e gli sentii dir forte nel silenzio della notte:
- Scusa, e come so io del monte, dell’albero, del mare? Il monte è monte, perché io dico: Quello è un monte. Il che significa: io sono il monte. Che siamo noi? Siamo quello di cui a volta a volta ci accorgiamo. Io sono il monte, io l’albero, io il mare. Io sono anche la stella, che ignora se stessa!
Restai sbalordito. Ma per poco. Ho anch’io – inestirpabilmente radicata nel più profondo del mio essere – la stessa malattia dell’amico mio.
La quale, a mio credere, dimostra nel modo più chiaro, che tutto quello che avviene, forse avviene perché la terra non è fatta tanto per gli uomini, quanto per le bestie. Perché le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro basta ed è necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna secondo la propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sé un superfluo, che di continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di nessuna condizione e sempre lasciandoli incerti del loro destino. Superfluo inesplicabile, chi per darsi uno sfogo crea nella natura un mondo fittizio, che ha senso e valore soltanto per essi, ma di cui pur essi medesimi non sanno e non possono mai contentarsi, cosicché senza posa smaniosamente lo mutano e rimutano, come quello che, essendo da loro stessi costruito per il bisogno di spiegare e sfogare un’attività di cui non si vede né il fine né la ragione, accresce e còmplica sempre più il loro tormento, allontanandoli da quelle semplici condizioni poste da natura alla vita su la terra, alle quali soltanto i bruti sanno restar fedeli e obbedienti.
L’amico Simone Pau è convinto in buona fede di valere molto più d’un bruto, perché il bruto non sa e si contenta di ripeter sempre le stesse operazioni.
Sono anch’io convinto ch’egli valga molto più d’un bruto, ma non per queste ragioni. Che giova all’uomo non contentarsi di ripeter sempre le stesse operazioni? Già, quelle che sono fondamentali e indispensabili alla vita, deve pur compierle e ripeterle anch’egli quotidianamente, come i bruti, se non vuol morire. Tutte le altre, mutate e rimutate di continuo smaniosamente, è assai difficile non gli si scoprano, presto o tardi, illusioni o vanità, frutto come sono di quel tal superfluo, di cui non si vede su la terra né il fine né la ragione. E chi ha detto al mio amico Simone Pau, che il bruto non sa? Sa quello che gli è necessario e non s’impaccia d’altro, perché il bruto non ha in sé alcun superfluo. L’uomo che l’ha, appunto perché l’ha, si pone il tormento di certi problemi, destinati su la terra a rimanere insolubili. Ed ecco in che consiste la sua superiorità! Forse quel tormento è segno e prova (speriamo, non anche caparra!) di un’altra vita oltre la terrena; ma, stando così le cose su la terra, mi par proprio d’aver ragione quando dico ch’essa è fatta più pe’ bruti che per gli uomini.
Non vorrei esser frainteso. Intendo dire, che su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene, cioè in pace e pago. E che sia veramente un di più, per la terra, questo che l’uomo ha in sé (e per cui è uomo e non bruto), lo dimostra il fatto, ch’esso – questo di più – non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla ad appagarsi quaggiù, tanto che cerca e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso del suo tormento. Tanto peggio poi l’uomo vi sta, quanto più vuole impiegare su la terra stessa in smaniose costruzioni e complicazioni il suo superfluo.
Lo so io, che giro una manovella.
Quanto al mio amico Simone Pau, il bello è questo: che crede d’essersi liberato d’ogni superfluo riducendo al minimo tutti i suoi bisogni, privandosi di tutte le comodità e vivendo come un lumacone ignudo. E non s’accorge che, proprio all’opposto, egli, così riducendosi, s’è annegato tutto nel superfluo e più non vive d’altro.
Quella sera, appena giunto a Roma, io ancora non lo sapevo. Lo conoscevo, ripeto, di costumi singolarissimi e spregiudicati, ma non avrei potuto mai immaginare che la singolarità sua e la sua spregiudicatezza arrivassero fino al punto che dirò.

IV

Pervenuti in fondo al Corso Vittorio Emanuele, passammo il ponte. Ricordo che mirai quasi con religioso sgomento la fosca mole rotonda di Castel Sant’Angelo, alta e solenne sotto lo sfavillìo delle stelle. Le grandi architetture umane, nella notte, e le costellazioni del cielo pare che s’intendano tra loro. Nella frescura umida di quell’immenso sfondo notturno, sentii quel mio sgomento sobbalzare, guizzare come per tanti brividi, che forse mi venivano dai riflessi serpentini dei lumi degli altri ponti e delle dighe, nell’acqua nera, misteriosa, del fiume. Ma Simone Pau mi strappò a quell’ammirazione, volgendo prima verso San Pietro, poi scantonando per il Vicolo del Villano. Incerto della via, incerto di tutto, nel vuoto orrore delle vie deserte, piene di strane ombre vacillanti nei radi rivèrberi rossastri dei fanali, a ogni soffio d’aria, sui muri delle vecchie case, pensavo con terrore e con nausea alla gente che dormiva sicura in quelle case e non sapeva com’esse apparissero di fuori a chi errava sperduto per la notte, senza che per lui ce ne fosse una, ove potesse entrare. Di tratto in tratto, Simone Pau crollava il testone e si picchiava il petto con due dita. Oh sì! Il monte era lui, l’albero era lui, il mare era lui; ma l’albergo dov’era? Là, a Borgo Pio? Sì, là vicino: al Vicolo del Falco. Alzai gli occhi; vidi a destra di quel vicolo un casamento tetro con una lanterna sospesa davanti al portone: una grossa lanterna, ove la fiammella del becco sbadigliava a traverso i vetri sudici. Mi fermai davanti a quel portone mezzo chiuso e mezzo aperto, e lessi su l’ arco:

OSPIZIO DI MENDICITÀ

- Tu dormi qua?
- E ci mangio anche. Ciotole di minestre squisite. In ottima compagnia. Vieni: sono di casa. Difatti, il vecchio portinajo e due altri addetti alla sorveglianza dell’ospizio, raccolti e curvi tutti e tre attorno a un braciere di rame lo accolsero come un ospite consueto, salutandolo coi gesti e con la voce dalla bacheca dell’androne rintronante:
- Buona sera, signor Professore.
Simone Pau mi prevenne, cupo, con molta serietà, che non mi facessi illusioni perché in quell’albergo non avrei potuto dormire per oltre sei notti di seguito. Mi spiegò, che ogni sei notti bisognava che ne passassi fuori per lo meno una all’aperto, per poi ripigliare la serie.
Io, dormire là?
Innanzi a quei tre sorveglianti, ascoltai la spiegazione con un sorriso afflitto, che pur mi nuotava lieve lieve su le labbra, come per tenermi l’anima a galla e impedirle di sprofondare nella vergogna di quel basso fondo.
Quantunque in misere condizioni e con poche lire in tasca, ero vestito bene, coi guanti alle mani, le ghette ai piedi. Volevo prendere l’avventura, con quel sorriso, come un capriccio bislacco del mio strano amico. Ma Simone Pau se n’irritò:
- Non ti par serio?
- No, caro, veramente non mi par serio.
- Hai ragione, – disse Simone Pau. – Serio veramente serio, sai chi è? è il dottore senza collo, vestito di nero, con grossa barba nera e occhiali a staffa, che nelle piazze addormenta la sonnambula. Io non sono ancora serio fino a questo punto. Puoi ridere, amico Serafino.
E seguitò a spiegarmi, che – tutto gratis, lì. D’inverno, nella branda, due lenzuola di bucato solide e fresche come vele di barca, e due grosse coperte di lana; d’estate, le sole lenzuola e una lucchesina per chi la vuole; poi, un accappatojo e un pajo di pantofole di tela con suola di corda, lavabili.
- Bada bene, lavabili.
- E perché?
- Ti spiego. Con quelle pantofole e con quell’accappatojo ti danno una tessera; tu entri in quello spogliatojo là – quella porta là, a destra – ti spogli e consegni gli abiti, scarpe comprese, per la disinfezione, che si fa nei forni, di là. Quindi… ecco, vieni qua, guarda… Vedi questa bella piscina?
Sprofondai gli occhi e guardai.
Piscina? Era un antro mùffido, angusto e profondo, una specie di cava da ricettarvi majali, tagliata nella pietra viva per lungo, a cui si scendeva per cinque o sei gradini e da cui esalava un puzzo ardente di lavatojo. Un tubo di latta, tutto a forellini gialli di ruggine, vi correva sopra, in mezzo, da un capo all’altro.
- Ebbene?
- Ti spogli di là; consegni gli abiti…
-…scarpe comprese…
-…scarpe comprese, per la disinfezione, e t’introduci nudo qua dentro.
- Nudo?
- Nudo in compagnia d’altri sei o sette nudi. Uno di questi cari amici qua della bacheca apre la chiavetta dell’acqua, e tu, sotto il tubo, zifff… ti prendi gratis, in piedi, una bellissima doccia. Poi t’asciughi magnificamente con l’accappatojo, ti calzi le pantofole di tela, te ne sali zitto zitto in processione con gli altri incappati per la scala; eccola qua; là c’è la porta del dormitorio, e buona notte.
- Imprescindibile?
- Che? La doccia? Ah, perché tu hai i guanti e le ghette, amico Serafino? Ma te le puoi levare senza vergogna. Ciascuno qua si leva le proprie vergogne d’addosso, e si presenta nudo al battesimo di questa piscina! Non hai il coraggio di scendere fino a queste nudità?
Non ce ne fu bisogno. La doccia è obbligatoria solo per i mendicanti sporchi. Simone Pau non l’aveva mai presa.
Egli è lì, veramente, professore. Sono annessi a quell’asilo notturno una cucina economica e un ricovero per i ragazzi senza tetto, d’ambo i sessi, figli di mendicanti, figli di carcerati, figli di tutte le colpe. Sono sotto la custodia di alcune suore di carità, che han trovato modo d’istituire per essi anche una scoletta. Simone Pau, quantunque per professione nimicissimo dell’umanità e di qualsiasi insegnamento, dà lezione con molto piacere a quei ragazzi, per due ore al giorno, la mattina per tempo; e i ragazzi gli vogliono un gran bene. Egli ha là, in compenso, alloggio e vitto: cioè una cameretta, tutta per lui, comoda e decente, e un servizio di cucina particolare, insieme con quattro altri insegnanti, che sono un povero vecchietto pensionato dal Governo pontificio e tre zitellone maestre, amiche delle suore e lì ricoverate. Ma Simone Pau lascia il vitto particolare perché a mezzogiorno non è mai all’ospizio, e soltanto la sera, quando gli va, prende qualche ciotola di minestra dalla cucina comune; tiene la cameretta, ma non ne approfitta mai, perché va a dormire nel dormitorio dell’asilo notturno, per la compagnia che vi trova, e a cui ha preso gusto, di esseri obliqui e randagi. Tolte quelle due ore di lezione, passa tutto il tempo nelle biblioteche e nei caffè; ogni tanto, stampa su qualche rassegna di filosofia uno studio che stordisce tutti per la bizzarra novità delle vedute, la stranezza delle argomentazioni e la copia della dottrina; e si rimpannuccia.
Io, allora, ripeto, non sapevo tutto questo. Credevo, e forse in parte era vero, ch’egli mi avesse condotto lì per il piacere di sbalordirmi; e poiché non c’è miglior mezzo di sconcertare chi voglia sbalordirvi con paradossi sbardellati o con le più strane e bislacche proposte, che fingere d’accettar quei paradossi come fossero le verità più ovvie e quelle proposte come naturalissime e del caso; così feci io quella sera, per sconcertare il mio amico Simone Pau. Il quale, capito il mio proposito, mi guardò negli occhi e, vedendomeli perfettamente impassibili, esclamò sorridendo:
- Come sei imbecille!
Mi profferse la sua cameretta; credetti in principio che scherzasse; ma quando m’assicurò che aveva lì veramente una cameretta per sé non volli accettare e andai con lui nel dormitorio dell’asilo. Non me ne pento, perché al disagio e al ribrezzo che provai in quell’orrido luogo ebbi due compensi:
1° quello di trovare il posto, che occupo al presente, o meglio, l’occasione di entrare come operatore nella grande Casa di cinematografia La Kosmograph;
2° quello di conoscere l’uomo, che per me è rimasto il simbolo della sorte miserabile, a cui il continuo progresso condanna l’umanità.
Ecco, prima, l’uomo.

V

Me lo mostrò Simone Pau, la mattina appresso, quando ci levammo dalla branda. Non descriverò quello stanzone del dormitorio appestato da tanti fiati, nella squallida luce dell’alba, né l’esodo di quei ricoverati, che scendevano irti e rabbuffati dal sonno nei lunghi càmici bianchi, con le pantofole di tela ai piedi e la tèssera in mano, giù allo spogliatojo, per ritirare a turno i loro panni.
Uno era in mezzo a questi, che fra gli sgonfii del bianco accappatojo teneva stretto sotto il braccio un violino, chiuso nella fodera di panno verde, logora, sudicia, stinta, e se n’andava inarcocchiato e tenebroso, come assorto a guardarsi i peli spioventi delle foltissime sopracciglia aggrottate.
- Amico! amico! – lo chiamò Simone Pau. Quegli si fece avanti, tenendo il capo chino e sospeso, come se gli pesasse enormemente il naso rosso e carnuto; e pareva dicesse, avanzandosi:
“Fate largo! fate largo! Vedete come la vita può ridurre il naso d’un uomo?”
Simone Pau gli s’accostò; amorevolmente con una mano gli sollevò il mento; gli batté l’altra su la spalla, per rinfrancarlo, e ripeté:
- Amico mio!
Poi, rivolgendosi a me:
- Serafino – disse, ti presento un grande artista. Gli hanno appiccicato un nomignolo schifoso; ma non importa: è un grande artista. Ammìralo: qua, col suo Dio sotto il braccio! Potrebbe essere una scopa: è un violino.
Mi voltai a osservar l’effetto delle parole di Simone Pau sul viso dello sconosciuto. Impassibile. E Simone Pau seguitò:
- Un violino, per davvero. E non lo lascia mai. Anche i custodi qua gli concedono di portarselo a letto, a patto che non suoni di notte e non disturbi gli altri ricoverati. Ma non c’è pericolo. Càvalo fuori amico mio, e mostralo a questo signore, che ti saprà compatire.
Quegli mi spiò prima con diffidenza; poi, a un nuovo invito di Simone Pau, trasse dalla custodia il vecchio violino, un violino veramente prezioso, e lo mostrò, come un monco vergognoso può mostrare il suo moncherino.
Simone Pau riprese, rivolto a me:
- Vedi? Te lo mostra. Grande concessione di cui devi ringraziarlo! Suo padre, molti anni or sono, lo lasciò padrone a Perugia di una tipografia ricca di macchine e di caratteri e bene avviata. Di’ tu, amico mio, che ne facesti, per consacrarti al culto del tuo Dio?
L’uomo rimase a guardare Simone Pau, come se non avesse compreso la domanda.
Simone Pau gliela chiarì:
- Che ne facesti della tua tipografia?
Quegli allora scattò in un gesto di noncuranza sdegnosa.
- La trascurò, – disse, per spiegare quel gesto, Simone Pau. – La trascurò fino al punto di ridursi al lastrico. E allora, col suo violino sotto il braccio, se ne venne a Roma. Ora non suona più da un pezzo, perché crede di non poter più sonare dopo quanto gli è accaduto. Ma fino a qualche tempo fa sonava nelle osterie. Nelle osterie si beve; e lui prima sonava poi beveva. Sonava divinamente; più divinamente sonava, e più beveva; così che spesso era costretto a mettere in pegno il suo Dio, il suo violino. E allora si presentava in qualche tipografia per trovar lavoro: metteva insieme a poco a poco quel tanto che gli bisognava per spegnare il violino e ritornava a sonare nelle osterie. Ma senti che cosa gli capitò una volta, per cui… capisci? gli si è un po’ alterata la… La… non diciamo ragione, per carità, diciamo concezione della vita. Insacca, insacca, amico mio, il tuo strumento: so che ti fa male, se io lo dico, mentre tu hai il tuo violino scoperto.
L’uomo accennò più volte di sì, gravemente, col capo arruffato, e rinfoderò il violino.
- Gli capitò questo – seguitò Simone Pau. – Si presenta in una grande officina tipografica, nella quale è proto uno che, da ragazzotto, lavorava nella sua tipografia a Perugia. “Non c’è posto; mi dispiace,” gli dice costui. E l’amico mio fa per andarsene, avvilito, quando si sente richiamare. – “Aspetta, – dice. – Se ti adatti, ci sarebbe da fare un servizio… Non sarebbe per te; ma, se tu hai bisogno…” -. Il mio amico si stringe nelle spalle, e segue il proto. È introdotto in un reparto speciale silenzioso; e lì il proto gli mostra una macchina nuova: un pachiderma piatto, nero, basso; una bestiaccia mostruosa, che mangia piombo e caca libri. È una monotype perfezionata, senza complicazioni d’assi, di ruote, di pulegge, senza il ballo strepitoso della matrice. Ti dico una vera bestia, un pachiderma, che si ruguma quieto quieto il suo lungo nastro di carta traforata. “Fa tutto da sé – dice il proto al mio amico. – Tu non hai che a darle da mangiare di tanto in tanto i suoi pani di piombo, e starla a guardare.” Il mio amico si sente cascare il fiato e le braccia. Ridursi a un tale ufficio, un uomo, un artista! Peggio d’un mozzo di stalla… Stare a guardia di quella bestiaccia nera, che fa tutto da sé, e che non vuol da lui altro servizio, che d’aver messo in bocca, di tanto in tanto, il suo cibo, quei pani di piombo! Ma questo è niente, Serafino! Avvilito, mortificato, oppresso di vergogna e avvelenato di bile, il mio amico dura una settimana in quella servitù indegna e, porgendo alla bestia quei pani di piombo, sogna la sua liberazione, il suo violino, la sua arte; giura e promette di non ritornare più a sonare nelle osterie, dov’è forte, veramente forte per lui la tentazione di bere, e vuol trovare altri luoghi più degni per l’esercizio della sua arte, per il culto della sua divinità. Sissignori! Appena spegnato il violino, legge negli avvisi d’un giornale, tra le offerte d’impiego, quella d’un cinematografo, in via tale, numero tale, che ha bisogno d’un violino e d’un clarinetto per la sua orchestrina esterna. Subito il mio amico accorre: si presenta, felice, esultante, col suo violino sotto il braccio. Ebbene: si trova davanti un’altra macchina, un pianoforte automatico, un cosidetto piano-melodico. Gli dicono: – “Tu col tuo violino devi accompagnare quello strumento lì”. Capisci? Un violino, nelle mani d’un uomo, accompagnare un rotolo di carta traforata introdotto nella pancia di quell’altra macchina lì. L’anima, che muove e guida le mani di quest’uomo, e che or s’abbandona nelle cavate dell’archetto, or freme nelle dita che premono le corde, costretta a seguire il registro di quello strumento automatico! Il mio amico diede in tali escandescenze, che dovettero accorrere le guardie, e fu tratto in arresto e condannato per oltraggio alla forza pubblica a quindici giorni di carcere.
Ne è uscito, come lo vedi.
Beve, e non suona più.

VI

Tutte le considerazioni da me fatte in principio sulla mia sorte miserabile e su quella di tanti altri condannati come me a non esser altro che una mano che gira una manovella, hanno per punto di partenza quest’uomo incontrato la prima sera del mio arrivo a Roma. Certamente ho potuto farle, perché anch’io mi sono ridotto a quest’ufficio di servitore d’una macchina; ma son venute dopo.
Lo dico, perché quest’uomo, presentato qui, dopo quelle considerazioni, potrebbe parere a qualcuno una mia grottesca invenzione. Ma si badi ch’io forse non avrei mai pensato di fare quelle considerazioni, se in parte non me le avesse suggerite Simone Pau nel presentarmi quel disgraziato; e che, del resto, grottesca è tutta la mia prima avventura, e tale perché grottesco è, e vuol essere, quasi per professione, Simone Pau, il quale, per darmene un saggio fin dalla prima sera, volle condurmi a dormire in un ospizio di mendicità.
Io non feci allora nessunissima considerazione; prima, perché non potevo pensare neppur lontanamente che mi sarei ridotto a quest’ufficio; poi, perché me l’avrebbe impedito un gran tramestìo sù per la scala del dormitorio e un irrompere confuso e festante di tutti quei ricoverati già scesi allo spogliatojo per ritirare i loro panni. Che era accaduto?
Ritornavano sù, insaccati di nuovo nei bianchi accappatoj, e con le pantofole ai piedi. Tra loro, e insieme coi custodi e le suore di carità addette al ricovero e alla cucina economica, eran parecchi signori e qualche signora, tutti ben vestiti e sorridenti, con un’aria curiosa e nuova. Due di quei signori avevano in mano una macchinetta, che ora conosco bene, avvolta in una coperta nera, e sotto il braccio il treppiedi a gambe rientranti. Erano attori e operatori d’una Casa cinematografica, e venivano per un film a cogliere dal vero una scena d’asilo notturno.
La Casa cinematografica, che mandava quegli attori, era la Kosmograph, nella quale io da otto mesi ho il posto d’operatore; e il direttore di scena, che li guidava, era Nicola Polacco, o, come tutti lo chiamano, Cocò Polacco, mio amico d’infanzia e compagno di studii a Napoli nella prima giovinezza. Debbo a lui il posto e alla fortunata congiuntura d’essermi trovato quella notte con Simone Pau in quell’asilo notturno.
Ma né a me, ripeto, venne in mente, quella mattina, che mi sarei ridotto a collocar sul treppiedi una macchina di presa, come vedevo fare a quei due signori, né a Cocò Polacco di propormi un tale ufficio. Egli, da quel buon figliuolo che è, non stentò molto a riconoscermi, quantunque io – riconosciutolo subito – facessi di tutto per non essere scorto da lui in quel luogo miserabile, vedendolo raggiante d’eleganza parigina e con un’aria e un’impostatura di condottiero invincibile, tra quegli attori, quelle attrici e tutte quelle reclute della miseria, che non capivano più nei loro bianchi càmici dalla gioja d’un guadagno insperato. Si mostrò sorpreso di trovarmi là, ma soltanto per l’ora mattutina, e mi domandò come avessi saputo ch’egli con la sua compagnia dovesse venire quella mattina nell’asilo per un interno dal vero. Lo lasciai nell’inganno, che mi trovassi lì per caso come un curioso; gli presentai Simone Pau (l’uomo dal violino, nella confusione, era sgattajolato via); e rimasi ad assistere disgustato alla sconcia contaminazione di quella triste realtà, di cui avevo nella notte assaporato l’orrore, con la stupida finzione che il Polacco era venuto a iscenarvi.
Ma il disgusto, forse, lo sento adesso. Quella mattina, dovevo avere più che altro curiosità d’assistere per la prima volta all’iscenatura d’una cinematografia. Pure la curiosità, a un certo punto, mi fu distratta da una di quelle attrici, la quale, appena intravista, me ne suscitò un’altra assai più viva.
La Nestoroff… Possibile? Mi pareva lei e non mi pareva. Quei capelli d’uno strano color fulvo quasi cùpreo, il modo di vestire, sobrio, quasi rigido, non erano suoi. Ma l’incesso dell’esile elegantissima persona, con un che di felino nella mossa dei fianchi; il capo alto, un po’ inclinato da una parte, e quel sorriso dolcissimo su le labbra fresche come due foglie di rosa, appena qualcuno le rivolgeva la parola; quegli occhi stranamente aperti, glauchi, fissi, e vani a un tempo, e freddi nell’ombra delle lunghissime ciglia, erano suoi, ben suoi, con quella sicurezza tutta sua, che ciascuno, qualunque cosa ella fosse per dire o per chiedere, le avrebbe risposto di sì.
Varia Nestoroff… Possibile? Attrice d’una Casa di cinematografia?
Mi balenarono in mente Capri, la Colonia russa, Napoli, tanti rumorosi convegni di giovani artisti, pittori, scultori, in strani ridotti eccentrici, pieni di sole e di colore, e una casa, una dolce casa di campagna, presso Sorrento, dove quella donna aveva portato lo scompiglio e la morte.
Quando, ripetuta per due volte la scena per cui la compagnia era venuta in quell’asilo, Cocò Polacco m’invitò ad andarlo a trovare alla Kosmograph, io, ancora in dubbio gli domandai se quell’attrice fosse proprio la Nestoroff.
- Sì, caro, – mi rispose, sbuffando. – Ne sai forse la storia?
Gli accennai di sì col capo.
- Ah, ma non puoi saperne il seguito – riprese il Polacco. – Vieni, vieni a trovarmi alla Kosmograph; te ne dirò di belle. Gubbio, pagherei non so che cosa per levarmi dai piedi questa donna. Ma, guarda, è più facile che…
- Polacco! Polacco! – chiamò a questo punto colei.
E dalla premura con cui Cocò Polacco accorse alla chiamata, compresi bene qual potere ella avesse nella Casa, ov’era scritturata quale prima attrice con uno dei più lauti stipendii.
Alcuni giorni dopo mi recai alla Kosmograph, non per altro, per conoscere il seguito della storia, purtroppo a me nota, di quella donna.

Quaderno secondo

I

Dolce casa di campagna, Casa dei nonni, piena del sapore ineffabile dei più antichi ricordi familiari, ove tutti i mobili di vecchio stile, animati da questi ricordi, non erano più cose ma quasi intime parti di coloro che v’abitavano, perché in essi toccavano e sentivano la realtà cara, tranquilla, sicura della loro esistenza. Covava davvero in quelle stanze un alito particolare, che a me pare di sentire ancora, mentre scrivo: alito d’antica vita, che aveva dato un odore a tutte le cose che vi erano custodite.
Rivedo la sala, un po’ tetra veramente, dalle pareti stuccate, a riquadri che volevan sembrare di marmo antico: uno rosso, uno verde; e ogni riquadro aveva la sua brava cornice, anch’essa di stucco, a fogliami; se non che, col tempo, quei finti marmi antichi s’erano stancati della loro ingenua finzione, s’erano un po’ gonfiati qua e là, e si vedeva qualche piccola crepacchiatura. La quale mi diceva benignamente:
- Tu sei povero; hai l’abito sdrucito; ma vedi bene che pure nelle case dei signori…
Eh sì! Bastava mi voltassi a guardare quelle mensole curiose, che pareva avessero schifo di toccare la terra con le loro zampe dorate, di ragno… Il piano di marmo era un po’ ingiallito, e nello specchio inclinato si rivedevano precisi nell’immobilità i due cestelli posati sul piano: cestelli di frutta, anch’esse di marmo, colorate: fichi, pesche, cedri, a riscontro, di qua e di là, proprio precise, nel riflesso come se fossero quattro e non due.
In quella immobilità di lucido riflesso era tutta la calma limpida, che regnava in quella casa. Pareva che nulla vi potesse accadere. E lo diceva anche l’orologetto di bronzo, tra i due cestelli, di cui nello specchio si vedeva il dietro soltanto. Figurava una fontanella, e aveva un cristallo di rocca a spirale, che girava e girava col moto della macchina. Quant’acqua aveva versato quella fontanella? Ma la conchetta non s’era riempita mai.
Ed ecco la sala, da cui si scende nel giardino. (Da una stanza all’altra si passa a traverso uscioli bassi che pajon compresi del loro ufficio, e ciascuno sappia le cose che ha in custodia nella stanza.) Questa, da cui si scende nel giardino, è la preferita, in tutte le stagioni. Ha il pavimento di mattoni laghi, quadrati, di terracotta, un po’ logorati dall’uso. La carta da parato, a roselline, è un po’ sbiadita, come le tende di velo, pure a roselline della finestra e della porta a vetri, da cui si scorge il pianerottolo della breve scala di legno, a collo, e la ringhierina verde e il pergolato del giardinetto incantato di luce e di silenzio.
La luce filtra verde e fervida a traverso le stecche della piccola persiana della finestra, e non si soffonde nella stanza, che rimane in una fresca, deliziosa penombra, imbalsamata dalle fragranze del giardino.
Che felicità, che bagno di purezza per l’anima, a stare un po’ distesi su quel divano antico, dalle testate alte, coi rulli di stoffa verde, anch’essa un po’ scolorita.
- Giorgio! Giorgio!
Chi chiama dal giardino? È nonna Rosa, che non arriva a cogliere neppure con l’ajuto della sua cannuccia i gelsomini di bella notte, or che la pianta, crescendo, s’è rampicata alta sù sù per il muretto.
Piacciono tanto a nonna Rosa quei gelsomini di bella notte! Ha sù, nell’armadio a muro, una cassettina piena di spighe a ombrello di rizòmolo, seccate; ne prende una ogni mattina, prima di scendere in giardino; e quando ha raccolto i gelsomini con la sua cannuccia, siede all’ombra del pergolato, inforca gli occhiali e infilza a uno a uno quei gelsomini negli esili gambi di quella spiga a ombrello, finché non ne forma una bella rosa bianca, piena, dal profumo intenso e soave che va a deporre religiosamente in un vasetto sul piano del cassettone nella sua camera, innanzi all’immagine del suo unico figliuolo, morto da tant’anni.
È così intima e raccolta, quella casetta, e paga della vita che racchiude in sé, e senz’alcun desiderio di quella che si svolge rumorosa fuori, lontano! Sta lì, come rannicchiata dietro il poggio verde, e non ha voluto neanche la vista del mare e del golfo meraviglioso. Voleva rimanere appartata, ignorata da tutti, quasi nascosta lì in quel cantuccio verde e solitario, fuori e lontana dalle vicende del mondo.
C’era una volta sul pilastrino del cancello una targhetta di marmo, che recava il nome del proprietario: Carlo Mirelli. Nonno Carlo pensò di levarla, quando la morte trovò la via, la prima volta, per entrare in quella schiva casetta perduta in campagna, e si portò via il figliuolo di appena trent’anni, già padre a sua volta di due piccini.
Credette forse nonno Carlo che, tolta dal pilastrino la targhetta, la morte non avrebbe trovato più la via per ritornare?
Nonno Carlo era di quei vecchi, che portavano la papalina di velluto col fiocco di seta, ma sapevano leggere Orazio. Sapeva dunque che la morte, aequo pede, picchia a tutte le porte, abbiano o non abbiano il nome inciso sulla targhetta.
Se non che, ciascuno, accecato da quelle che stima ingiustizie delle sorte, prova il bisogno irragionevole di rovesciar le furie del proprio cordoglio su qualcuno o su qualche cosa. Le furie di nonno Carlo, quella volta, s’abbatterono su l’innocente targhetta del pilastrino.
Se la morte si lasciasse afferrare, io la avrei afferrata per un braccio e condotta davanti a quello specchio, ove con tanta limpida precisione si riflettevano nell’immobilità i due cestelli di frutta e il dietro dell’orologetto di bronzo, e le avrei detto:
- Vedi? Vàttene ora! Qua deve restar tutto così com’è!
Ma la morte non si lascia afferrare.
Abbattendo quella targhetta, forse nonno Carlo volle significare che – morto il figliuolo – lì, di vivi, non restava più nessuno!
La morte ritornò poco dopo.
C’era una viva, che perdutamente ogni notte la invocava: la nuora vedova, che, appena morto il marito, si sentì come staccata dalla famiglia, straniera nella casa.
Così, i due piccini orfani: Lidia, la maggiore di appena cinque anni, e Giorgetto di tre, restarono del tutto affidati ai due nonni non ancora tanto vecchi.
Riprendere daccapo la vita quando già comincia a mancare, e ritrovare in sé le prime maraviglie dell’infanzia; ricomporre attorno a due rosei bimbi gli affetti più ingenui, i sogni più adatti, e ricacciare come importuna e fastidiosa l’esperienza, che di tratto in tratto sporge il viso di vecchia appassita per dire, ammiccando dietro gli occhiali: avverrà questo, avverrà quest’altro, quando ancora non è avvenuto niente, ed è così bello che non sia avvenuto niente; e fare e pensare e dire come se veramente non si sapesse altro fuor di quello che per ora sanno i due piccini che non sanno nulla: fare come se le cose non fossero riviste in un ritorno, ma con gli occhi di chi va innanzi per la prima volta e per la prima volta vede e sente: questo miracolo operarono nonno Carlo e nonna Rosa; fecero cioè per i due piccini assai più di quel che avrebbero fatto il padre e la madre, i quali, se fossero vissuti, giovani com’erano entrambi, avrebbero pur voluto godersi la vita ancora un po’ per sé. Né il non averne più da godere per loro rese più facile il compito ai due vecchi, perché ai vecchi si sa che è grave il peso d’ogni cosa, che non abbia più né senso né valore per essi.
I due nonni accettarono quel senso e quel valore, che i due nipotini a mano a mano, crescendo, cominciarono a dare alle cose, e tutto il mondo si ricolorò di giovinezza per loro e la vita riebbe candore e freschezza d’ingenuità. Ma che potevano sapere del mondo tanto grande, della vita tanto diversa, che s’agitava fuori, lontano, quei due giovinetti nati e cresciuti nella casa di campagna? I vecchi, quel mondo e quella vita, li avevano dimenticati, tutto per essi era ridiventato nuovo, il cielo, la campagna, il canto degli uccelli, il sapor delle vivande. Di là dal cancello, non c’era più vita. La vita partiva di qua e nuova s’irraggiava tutt’intorno; e niente s’immaginavano i vecchi che potesse venirne da fuori; e anche la morte, anche la morte avevano quasi dimenticata, che pure già due volte era venuta. Ebbene, pazienza, la morte, a cui nessuna casa, per quanto lontana e nascosta, può restare ignota! Ma come mai, partita da mille e mille miglia lontano, sospinta, o trascinata, sbattuta qua e là dal turbine di tante vicende misteriose, poté trovar la via di quella casetta schiva, lì rannicchiata dietro il poggio verde, una donna, a cui la pace e gli affetti, che quivi regnavano dovevano essere, nonché incomprensibili, ma neppur concepibili?
Io non ho le tracce, né forse le ha nessuno, del cammino seguìto da questa donna per arrivare alla dolce casetta di campagna, presso Sorrento.
Lì, proprio lì, davanti al pilastrino del cancello, da cui nonno Carlo da gran tempo aveva fatto strappare la targhetta, ella non arrivò da sé, veramente; non alzò lei la mano, la prima volta, a sonare la campanella per farsi aprire il cancello. Ma non molto lontano di lì ella si fermò ad aspettare, che un giovanetto, fin allora custodito con l’anima e col fiato da due vecchi nonni, bello, ingenuo, fervido, con l’anima tutta alata di sogni, da quel cancello uscisse fiducioso verso la vita.
O nonna Rosa, e voi lo chiamate ancora dal giardinetto, perché egli vi ajuti a cogliere con la cannuccia i vostri gelsomini di bella notte?
- Giorgio! Giorgio!
Ho ancora negli orecchi, nonna Rosa, la vostra voce. E provo una dolcezza accorata, che non so dire, nell’immaginarvi ancora lì, nella vostra casetta, che rivedo come se vi fossi tuttora e tuttora ne respirassi l’alito che vi cova, d’antica vita; nell’immaginarvi ignara di quanto è accaduto, com’eravate prima, quand’io, nelle vacanze estive, venivo da Sorrento ogni mattina a preparare per gli esami d’ottobre il vostro nipote Giorgio, che non voleva sapere né di latino né di greco, e imbrattava invece tutti i pezzi di carta che gli capitavano sotto mano, i margini dei libri, il piano del tavolino da studio, di schizzi a penna e a matita, di caricature. Ci dev’essere anche la mia, ancora, sul piano di quel tavolino tutto scombiccherato.
- Eh, signor Serafino, – sospirate voi, nonna Rosa, porgendomi in una tazza antica il solito caffè con l’essenza di cannella, come quello che offrono le zie monache nelle badìe, – eh, signor Serafino, Giorgio ha comprato i colori; ci vuol lasciare; vuol farsi pittore…
E dietro le vostre spalle sgrana i dolci, limpidi occhi cilestri e si fa rossa rossa Lidiuccia, la vostra nipote; Duccella, come voi la chiamate. Perché?
Ah, perché… È venuto già tre volte da Napoli un signorino, un bel signorino tutto profumato, col panciotto di velluto, i guanti canarini scamosciati, la caramella a l’occhio destro e lo stemma baronale nel fazzoletto e nel portafogli. L’ha mandato il nonno, barone Nuti, amico di nonno Carlo, amico da fratello, prima che nonno Carlo, stanco del mondo, si ritirasse da Napoli, qua, nella villetta sorrentina. Voi lo sapete, nonna Rosa. Ma non sapete che il signorino di Napoli incoraggia fervorosamente Giorgio a darsi all’arte e ad andarsene a Napoli con lui. Lo sa Duccella, perché il signorino Aldo Nuti (che stranezza!), con tanto fervore dell’arte, non guarda mica Giorgio, guarda lei, negli occhi, come se dovesse incoraggiare lei e non Giorgio; sì, sì, lei a venirsene a Napoli per star sempre sempre accanto a lui. Ecco perché Duccella si fa rossa rossa, dietro le vostre spalle, nonna Rosa, appena vi sente dire che Giorgio vuol fare il pittore.
Anche lui, il signorino di Napoli, se il nonno permettesse… No, pittore no… Vorrebbe darsi al teatro, lui, far l’attore. Quanto gli piacerebbe! Ma il nonno non vuole…
Scommettiamo, nonna Rosa, che non vuole neanche Duccella?

II

I fatti che seguirono a questa tenue, ingenua vita d’idillio, circa quattr’anni dopo, io li conosco sommariamente.
Facevo a Giorgio Mirelli da ripetitore, ma ero anch’io studente, un povero studente invecchiato nell’attesa di proseguir gli studii e a cui i sacrifizi durati dai parenti per mantenerlo alle scuole avevano spontaneamente persuaso il massimo zelo, la massima diligenza, una timida umiltà accorata, una soggezione che tuttavia non si stancava, benché quell’attesa si prolungasse ormai da molti e molti anni.
Ma forse non fu tempo perduto. Studiai da me e meditai, in quell’attesa, molto più e con profitto di gran lunga maggiore, che non avessi fatto negli anni di scuola; e da me imparai il latino e il greco, per tentare il passaggio dagli studii tecnici a cui ero stato avviato, ai classici, con la speranza che mi fosse più facile entrare per questa via all’Università.
Certo, questo genere di studii si confaceva assai più alla mia intelligenza. M’affondai in essi con passione così intensa e viva, che, a ventisei anni, quando per una insperata modestissima eredità di uno zio prete (morto nelle Puglie e da un pezzo quasi dimenticato dalla mia famiglia) potei finalmente entrare all’Università, rimasi a lungo perplesso, se non mi convenisse lasciar lì nel cassetto, ove da tant’anni dormiva, il diploma di licenza dall’istituto tecnico, e di procurarmi quella dal liceo, per iscrivermi nella facoltà di filosofia e lettere.
Prevalsero i consigli dei parenti, e partii per Liegi, dove, con questo baco in corpo della filosofia, feci intima e tormentosa conoscenza con tutte le macchine inventate dall’uomo per la sua felicità.
Ne ho cavato, come si vede, un gran profitto. Mi sono allontanato con orrore istintivo dalla realtà, quale gli altri la vedono e la toccano, senza tuttavia poterne affermare una mia, dentro e attorno a me, poiché i miei sentimenti distratti e fuorviati non riescono a dare né valore né senso a questa mia vita inetta e senz’amore. Guardo ormai tutto, e anche me stesso, come da lontano; e da nessuna cosa mai mi viene un cenno amoroso ad accostarmi con fiducia o con speranza d’averne qualche conforto. Cenni, sì, pietosi, mi sembra di scorgere negli occhi di tanta gente, negli aspetti di tanti luoghi che mi spingono non a ricevere né a dare conforto, che non può darne chi non può riceverne; ma pietà. Eh, pietà, sì… Ma so che la pietà, a dare e a ricevere, è così difficile.
Per parecchi anni, ritornato a Napoli, non trovai da far nulla; feci vita da scapigliato con giovani artisti, finché durarono gli ultimi resti di quella piccola eredità. Devo al caso, com’ho detto, e all’amicizia d’un mio antico compagno di studii il posto che occupo. Lo tengo – diciamolo, sì – con onore, e del mio lavoro sono ben remunerato. Oh, mi stimano tutti qua, un ottimo operatore: vigile, preciso e d’una perfetta impassibilità. Se debbo esser grato al Polacco, anche Polacco dev’esser grato a me della benemerenza che s’è acquistata presso il commendator Borgalli, direttore generale e consigliere delegato della Kosmograph, per l’acquisto che la Casa ha fatto d’un operatore come me. Il signor Gubbio non è addetto propriamente a nessuna delle quattro compagnie del reparto artistico, ma è chiamato or qua or là da tutte, per la confezione dei films di più lungo metraggio e più difficili. Il signor Gubbio lavora molto di più degli altri cinque operatori della Casa; ma per ogni film ben riuscito ha un ricco dono e frequenti gratificazioni. Dovrei esser lieto e soddisfatto. Rimpiango invece il tempo della magrezza e delle follie a Napoli tra i giovani artisti.
Appena ritornato da Liegi, rividi Giorgio Mirelli, già colà da due anni. Aveva di recente esposto in una mostra d’arte due strani quadri, che avevano suscitato nella critica e nel pubblico lunghe e violente discussioni. Conservava l’ingenuità e il fervore dei sedici anni; non aveva occhi per vedere la trascuratezza del suo vestire, i suoi capelli arruffati, i primi peli radi che gli s’arricciavano lunghi sul mento e su le gote magre, come a un malato: e malato era d’una divina malattia; in preda a un’ansia continua, che non gli faceva né scorgere né toccare quella che per gli altri era la realtà della vita; sempre sul punto di lanciarsi con impeto a qualche richiamo misterioso, lontano, che lui solo intendeva.
Gli domandai de’ suoi. Mi disse che nonno Carlo era morto da poco. Lo guardai maravigliato del modo con cui mi dava quella notizia; pareva non avesse provato alcuna pena di quella morte. Ma, richiamato da quel mio sguardo al suo dolore, disse: – Povero nonno… – con tanto rimpianto e con un tal sorriso, che subito mi ricredetti e compresi ch’egli, nel tumulto di tanta vita che gli ferveva dentro, non aveva né modo né tempo di pensare a’ suoi dolori.
E nonna Rosa? Nonna Rosa stava bene… sì, benino… come poteva, povera vecchietta, dopo quella morte. Due spighe di rizòmolo, adesso, da riempir di gelsomini, ogni mattina, una per il morto recente, l’altra per il morto lontano.
E Duccella, Duccella?
Ah come risero gli occhi del fratello alla mia domanda!
- Vermiglia! vermiglia!
E mi disse che già da un anno era fidanzata al baronello Aldo Nuti. Le nozze si sarebbero dovute celebrare tra poco; erano state rimandate per la morte di nonno Carlo.
Ma non si mostrò lieto di quelle nozze; mi disse anzi che Aldo Nuti non gli pareva un compagno adatto per Duccella; e, agitando in aria le dita delle due mani, uscì in quell’esclamazione di nausea, che soleva usare quand’io m’affannavo a fargli capire le regole e le partizioni della seconda declinazione greca:
- Complicato! complicato! complicato!
Non era più possibile tenerlo fermo, dopo questa esclamazione. E come scappava allora dal tavolino da studio, mi scappò davanti quella volta. Lo perdetti di vista per più d’un anno. Seppi da’ suoi compagni d’arte, che se n’era andato a Capri, a dipingere. Trovò lì Varia Nestoroff.

III

Conosco bene adesso questa donna, o almeno quanto è possibile conoscerla, e mi spiego tante cose rimaste lungo tempo per me incomprensibili. Se non che, la spiegazione ch’io ora me ne faccio, rischierà forse di parere incomprensibile agli altri. Ma io me la faccio per me e non per gli altri; e non intendo minimamente di scusare con essa la Nestoroff.
Scusarla davanti a chi?
Io mi guardo dalla gente di professione perbene, come dalla peste.
Sembra impossibile che non debba godere della propria malvagità chi per calcolo e con freddezza la eserciti. Ma se questa infelicità (e dev’esser tremenda) esiste, dico di non poter godere della propria malvagità, lo sprezzo per questi malvagi, come per tanti altri infelici, forse può esser vinto, o almeno attenuato, da una certa pietà. Parlo, per non offendere, quasi come una persona discretamente perbene.
Ma dovremmo, buon Dio, riconoscere questo: che siamo tutti – chi più, chi meno – malvagi; ma che non ne godiamo, e siamo infelici.
È possibile?
Tutti riconosciamo volentieri la nostra infelicità; nessuno, la propria malvagità; e quella vogliamo vedere senz’alcuna ragione o colpa nostra; mentre cento ragioni, cento scuse e giustificazioni ci affanniamo a trovare per ogni piccolo atto malvagio da noi compiuto, che ci sia messo innanzi dagli altri o dalla nostra stessa coscienza.
Volete vedere come subito ci ribelliamo e neghiamo sdegnati un atto di malvagità, pure innegabile, e del quale pure innegabilmente abbiamo goduto?
Sono avvenuti questi due fatti. (Non divago, perché la Nestoroff è stata paragonata da qualcuno alla bella tigre comperata, qualche giorno fa, dalla Kosmograph.) Sono avvenuti dunque, questi due fatti.
Uno stormo d’uccelli di passo – beccacce e beccaccini – sono calati per riposarsi un po’ dal lungo volo e rifocillarsi, su la campagna romana. Hanno scelto male il posto. Un beccaccino, più ardito degli altri, dice ai compagni:
- Voi state qua, riparati in questa fratta. Io andrò a esplorare intorno e, se trovo di meglio, vi chiamerò.
Un vostro amico ingegnere, d’animo avventuroso, membro della Società Geografica, ha accettato l’incarico di recarsi in Africa, non so bene (perché bene non lo sapete neppur voi) per quale esplorazione scientifica. Egli è ancora lontano dalla mèta; avete ricevuto da lui qualche notizia, l’ultima v’ha lasciato in una certa costernazione, perché il vostro amico v’esponeva i rischi a cui sarebbe andato incontro accingendosi a traversare non so che remote plaghe selvagge e deserte.
Oggi è domenica. Voi vi alzate presto per andare a caccia. Avete fatto i preparativi jeri sera, ripromettendovi un gran piacere. Scendete dal treno, àlacre e lieto; vi allontanate per la campagna fresca, verde, un po’ nebbiosa, in cerca d’un buon posto per gli uccelli di passo. State all’aspetto mezz’ora, un’ora; cominciate a stancarvi e togliete di tasca il giornale comperato prima di partire, alla stazione. A un certo punto, avvertite come un frullo d’ali fra l’intrico dei rami nella macchia; lasciate il giornale; vi avvicinate cheto e chinato; prendete la mira; sparate. Oh gioja! Un beccaccino!
Sì, proprio un beccaccino. Proprio quel beccaccino esploratore, che aveva lasciato i compagni nella fratta.
So che voi non mangiate la caccia: la regalate agli amici: per voi tutto è qui, nel piacere d’uccidere quella che chiamate selvaggina.
La giornata non promette bene. Ma voi, come tutti i cacciatori, siete un po’ superstizioso: credete che la lettura del giornale vi abbia portato fortuna e ritornate a leggere il giornale al posto di prima. Nella seconda pagina trovate la notizia, che il vostro amico ingegnere, andato in Africa per conto della Società Geografica, attraversando quelle tali plaghe selvagge e deserte, è morto sciaguratamente: assaltato, sbranato e divorato da una belva.
Leggendo con raccapriccio la narrazione del giornale, non vi passa neanche lontanamente per il capo di porre il paragone tra la belva, che ha ucciso il vostro amico, e voi, che avete ucciso il beccaccino, esploratore come lui.
Eppure, starebbe perfettamente nei termini, e temo anzi con qualche vantaggio per la belva, perché voi avete ucciso per piacere e senz’alcun rischio per voi d’essere ucciso; mentre la belva, per fame, cioè per bisogno, e col rischio d’essere uccisa dal vostro amico, che certamente era armato.
Retorica, è vero? Eh sì, caro; non vi sdegnate troppo; lo riconosco anch’io: retorica, perché noi, per grazia di Dio, siamo uomini e non beccaccini.
Il beccaccino, lui, senza timore di far della retorica, potrebbe sì porre il paragone e chiedere che almeno gli uomini che vanno per piacere a caccia, non chiamino feroci le bestie.
Noi, no. Noi non possiamo ammettere il paragone perché qua abbiamo un uomo che ha ucciso una bestia, e là una bestia che ha ucciso un uomo.
Tutt’al più, caro beccaccino, per farti qualche concessione, possiamo dire, che tu eri una povera bestiolina innocua, ecco! Ti basta? Ma tu da questo non infierire, che la nostra malvagità sia perciò appunto maggiore; e, sopra tutto, non dire che, chiamandoti bestiolina innocua e uccidendoti, non abbiamo più il diritto di chiamar feroce la bestia che ha ucciso per fame e non per piacere un uomo.
Ma quando poi un uomo, tu dici, si riduce peggio d’una bestia?
Ecco, sì; bisogna stare attenti, veramente, alle conseguenze della logica. Tante volte si sdrucciola, e non si sa più dove si vada a parare.

IV

Il caso di vedere gli uomini ridursi peggio d’una bestia è dovuto accadere molto di frequente a Varia Nestoroff.
Eppure ella non li ha uccisi. Cacciatrice, come voi siete cacciatore. Il beccaccino voi lo avete ucciso. Ella non ne ha ucciso nessuno. Uno solo, per lei, si è ucciso, con le sue mani: Giorgio Mirelli; ma non per lei solamente.
La belva, intanto, che fa male per un bisogno della sua natura, non è – che si sappia – infelice.
La Nestoroff, come per tanti segni si può argomentare, è infelicissima. Non gode della sua malvagità, pure con tanto calcolo e con tanta freddezza esercitata.
Se dicessi apertamente questo ch’io penso di lei a’ miei compagni operatori, agli attori, alle attrici della Casa, tutti sospetterebbero subito che mi sia anch’io innamorato della Nestoroff.
Non mi curo di questo sospetto.
La Nestoroff ha per me, come tutti i suoi compagni d’arte, un’avversione quasi istintiva. Non la ricambio affatto perché con lei io non vivo, se non quando sono a servizio della mia macchinetta, e allora, girando la manovella, io sono quale debbo essere, cioè perfettamente impassibile.
Non posso né odiare né amare la Nestoroff, come non posso odiare né amare nessuno. Sono una mano che gira la manovella. Quando poi, alla fine, sono reintegrato, cioè quando per me il supplizio d’esser soltanto una mano finisce, e posso riacquistare tutto il mio corpo, e meravigliarmi d’avere ancora su le spalle una testa, e riabbandonarmi a quello sciagurato superfluo che è pure in me e di cui per quasi tutto il giorno la mia professione mi condanna a esser privo; allora… eh, allora gli affetti, i ricordi che mi si ridestano dentro, non sono tali certo, che possano persuadermi ad amare questa donna. Fui amico di Giorgio Mirelli e tra le più care rimembranze della mia vita è la dolce casa di campagna presso Sorrento, ove ancor vivono e soffrono nonna Rosa e la povera Duccella.
Io studio. Séguito a studiare, perché questa è forse la mia più forte passione: nutrì nella miseria e sostenne i miei sogni, ed è il solo conforto che io mi abbia, ora che essi sono finiti così miseramente.
Studio, dunque, senza passione, ma intentamente questa donna, che se pur mostra di capire quello che fa e il perché lo fa, non ha però in sé affatto quella “sistemazione” tranquilla di concetti, d’affetti, di diritti e di doveri, d’opinioni e d’abitudini, ch’io odio negli altri.
Ella non sa di certo, che il male che può fare agli altri; e lo fa, ripeto, per calcolo e con freddezza.
Questo, nella stima degli altri, di tutti i “sistemati”, la esclude da ogni scusa. Ma credo che non sappia darsene alcuna, ella medesima, del male che pur sa d’aver fatto.
Ha in sé qualche cosa, questa donna, che gli altri non riescono a comprendere, perché bene non lo comprende neppure lei stessa. Si indovina però dalle violente espressioni che assume, senza volerlo, senza saperlo, nelle parti che le sono assegnate.
Ella sola le prende sul serio, e tanto più quanto più sono illogiche e strampalate, grottescamente eroiche e contraddittorie. E non c’è verso di tenerla in freno, di farle attenuare la violenza di quelle espressioni. Manda a monte ella sola più pellicole, che non tutti gli altri attori delle quattro compagnie presi insieme. Già esce dal campo ogni volta; quando per caso non ne esce, è così scomposta la sua azione, così stranamente alterata e contraffatta la sua figura, che nella sala di prova quasi tutte le scene a cui ella ha preso parte, resultano inaccettabili e da rifare. Qualunque altra attrice, che non avesse goduto e non godesse come lei la benevolenza del magnanimo commendator Borgalli, sarebbe stata già da un pezzo licenziata.
- Là là là… – esclama invece il magnanimo commendatore, senza inquietarsi, vedendo sfilar su lo schermo della sala di prova quelle immagini da ossessa – là là là… ma via… ma no… ma com’è possibile?… oh Dio, che orrore… via via via…
E se la piglia con Polacco e, in generale, con tutti i direttori di scena, i quali si tengono per sé gli scenarii, contentandosi di suggerire volta per volta agli attori l’azione da svolgere in ogni singola scena, spesso saltuariamente, perché non tutte le scene possono eseguirsi con ordine, una dopo l’altra, in un teatro di posa. Ne viene, che quelli spesso non sanno neppure che parte stieno a rappresentare nell’insieme e che si senta qualche attore domandare a un certo punto:
- Ma scusi, Polacco, io sono il marito o l’amante?
Invano Polacco protesta d’avere spiegato bene alla Nestoroff tutta intera la parte. Il commendator Borgalli sa che la colpa non è del Polacco; tant’è vero, che gli ha dato un’altra prima attrice, la Sgrelli, per non fargli andare a monte tutti i films affidati alla sua compagnia. Ma la Nestoroff protesta dal canto suo, se Polacco si serve soltanto della Sgrelli o più della Sgrelli che di lei, vera prima attrice della compagnia. I maligni dicono che lo fa per rovinare il Polacco, e il Polacco stesso crede così e lo va dicendo. Non è vero: non c’è altra rovina qua, che di pellicole; e la Nestoroff è veramente disperata di ciò che le avviene; ripeto, senza volerlo e senza saperlo. Resta ella stessa sbalordita e quasi atterrita delle apparizioni della propria immagine su lo schermo, così alterata e scomposta. Vede lì una, che è lei, ma che ella non conosce. Vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla.
Forse da anni e anni e anni, a traverso tutte le avventure misteriose della sua vita, ella va inseguendo questa ossessa che è in lei e che le sfugge, per trattenerla, per domandarle che cosa voglia, perché soffra, che cosa ella dovrebbe fare per ammansarla, per placarla, per darle pace.
Nessuno, che non abbia gli occhi velati da una passione contraria e l’abbia vista uscire dalla sala di prova dopo l’apparizione di quelle sue immagini, può aver più dubbii su ciò. Ella è veramente tragica: spaventata e rapita, con negli occhi quello stupor tenebroso che si scorge negli agonizzanti e a stento riesce a frenare il fremito convulso di tutta la persona.
So la risposta che mi si darebbe, se lo facessi notare a qualcuno:
- Ma è la rabbia! freme di rabbia!
È la rabbia, sì; ma non quella che tutti suppongono, cioè per un film andato a male. Una rabbia fredda, più fredda d’una lama, è veramente l’arma di questa donna contro tutti i suoi nemici. Ora, Cocò Polacco non è per lei un nemico. Se fosse, ella non fremerebbe così: freddissimamente si vendicherebbe di lui.
Nemici per lei diventano tutti gli uomini, a cui ella s’accosta, perché la ajutino ad arrestare ciò che di lei le sfugge: lei stessa, sì, ma quale vive e soffre, per così dire, di là da se stessa.
Ebbene, nessuno si è mai curato di questo, che a lei più di tutto preme; tutti, invece, rimangono abbagliati dal suo corpo elegantissimo, e non vogliono aver altro, né saper altro di lei. E allora ella li punisce con fredda rabbia, là dove s’appuntano le loro brame; ed esaspera prima queste brame con la più perfida arte, perché più grande sia poi la sua vendetta. Si vendica, facendo getto, improvvisamente e freddamente, del suo corpo a chi meno essi si aspetterebbero: così, là, per mostrar loro in quanto dispregio tenga ciò che essi sopra tutto pregiano di lei.
Non credo che possano spiegarsi in altro modo certi subitanei cangiamenti nelle sue relazioni amorose, che appajono a tutti, a prima giunta, inesplicabili, perché nessuno può negare ch’ella con essi non abbia fatto il suo danno.
Se non che gli altri, ripensandoci e considerando da una parte la qualità di coloro con cui ella prima s’era messa, e dall’altra quella di coloro a cui d’improvviso s’è gettata, dicono che questo dipende perché ella coi primi non poteva stare, non poteva respirare; mentre a questi altri si sentiva attratta da un’affinità “canagliesca”; e quel getto di sé improvviso e inopinato lo spiegano come lo sbalzo di chi, a lungo soffocato, voglia prendere alfine, dove può, una boccata d’aria.
E se fosse proprio il contrario? Se per respirare, per aver quell’ajuto ch’io ho detto più sù, ella si fosse accostata ai primi, e invece d’averne quel respiro, quell’ajuto che sperava, nessun respiro e nessun ajuto avesse avuto da loro, ma anzi un dispetto e una nausea più forti, perché accresciuti ed esacerbati dal disinganno, e anche da quel certo sprezzo che sente per i bisogni dell’anima altrui chi non vede e non cura se non la propria ANIMA, così, tutta in lettere maiuscole? Nessuno lo sa; ma di queste “canagliate” possono essere ben capaci coloro che più si stimano da sé e son dagli altri stimati superiori. E allora… allora meglio la canaglia che si dà per tale, che se ti attrista, non ti delude; e che può avere, come spesso ha, qualche lato buono e, di tratto in tratto, certe ingenuità, che tanto più ti rallegrano e ti rinfrescano, quanto meno in loro te le aspetti.
Il fatto è, che da più d’un anno la Nestoroff è con l’attore siciliano Carlo Ferro, anch’esso qui scritturato alla Kosmograph: ne è dominata e innamoratissima. Sa quello che da un tale uomo ella si può aspettare, e non gli chiede altro. Ma pare che abbia da lui assai più di quanto gli altri possano figurarsi.
Ragion per cui, da qualche tempo in qua, mi sono messo a studiare con molto interesse anche lui, Carlo Ferro.

V

Problema per me assai più difficile da risolvere è questo: come mai Giorgio Mirelli, che rifuggiva con tanta insofferenza da ogni complicazione, si sia perduto appresso a questa donna, fino al punto da lasciarci la vita.
Mi mancano quasi tutti i dati per risolvere questo problema, e ho già detto che del dramma ho appena una notizia sommaria.
So da varie fonti che la Nestoroff, a Capri, quando Giorgio Mirelli la vide per la prima volta, era assai malvista e trattata con molta diffidenza dalla piccola colonia russa, che da parecchi anni ha preso stanza in quell’isola.
Finanche c’era chi la sospettava spia, forse perché ella, poco accortamente, s’era presentata come vedova d’un vecchio cospiratore, morto alcuni anni prima del suo arrivo a Capri, fuggiasco a Berlino. Pare che qualcuno abbia domandato notizie tanto a Berlino, quanto a Pietroburgo sul conto di lei e di questo vecchio cospiratore sconosciuto, e che si sia venuti a sapere, che un certo Nicola Nestoroff veramente era stato per alcuni anni spatriato a Berlino, e vi era morto, ma senza che a nessuno mai avesse dato a conoscersi come spatriato per compromissioni politiche. Pare anche si sia saputo, che questo Nicola Nestoroff avesse tolto costei, ragazza, dalla strada, in uno dei quartieri più popolari e malfamati di Pietroburgo e, fattala educare, l’avesse sposata; poi, ridotto per i suoi vizii quasi alla miseria, sfruttata, mandandola a cantare in caffè-concerti d’infimo ordine, finché, ricercato dalla polizia, non era scappato via, solo, in Germania. Ma la Nestoroff, per quello che io ne so, nega sdegnosamente tutto questo. Che si sia lagnata con qualcuno in segreto dei maltrattamenti anzi delle sevizie patite fin da ragazza da quel vecchio, è possibile; ma non dice che egli l’abbia sfruttata; dice anzi che lei, spontaneamente, per seguire la sua passione e un po’ anche per sopperire ai bisogni della vita, vincendo l’opposizione di lui, s’era data a recitare in provincia, re-ci-ta-re, in teatri di prosa; e che poi, fuggito dalla Russia il marito per compromissioni politiche e riparato a Berlino, ella, sapendolo infermo e bisognoso di cure, impietosita, lo aveva raggiunto colà e assistito fino alla morte. Che cosa poi abbia fatto a Berlino, da vedova, e quindi a Parigi e a Vienna, di cui spesso parla, dimostrando di conoscerne a fondo la vita e i costumi, né ella dice, né alcuno certo s’arrischia a domandarle.
Per certuni, vorrei dire per moltissimi che non sanno vedere se non se stessi, amare l’umanità spesso, anzi quasi sempre, non significa altro, che esser contenti di sé. Molto contento di sé, della sua arte, de’ suoi studii di paese, dovette essere in quei giorni a Capri, senza dubbio, Giorgio Mirelli.
Veramente – e già mi pare d’averlo detto – il suo stato d’animo abituale era il rapimento e la meraviglia. Dato un tale stato d’animo, è facile immaginare che questa donna egli non vide qual’era, coi bisogni che aveva, offesa, fustigata, invelenita dalla diffidenza e dalle dicerie maligne attorno a lei; ma nella figurazione fantastica, ch’egli subito se ne fece, e illuminata dalla luce che le diede. Per lui i sentimenti dovevano esser colori, e forse, preso tutto dalla sua arte, non aveva più altro sentimento, che dei colori. Tutte le impressioni che ebbe di lei, forse derivarono solamente da quella luce di cui la illuminava: impressioni, dunque, solamente per lui. Ella non dovette – perché non poteva – parteciparne. Ora, nulla irrita più, che il restare esclusi da una gioja, viva e presente davanti a noi, attorno a noi, di cui non si scopra né s’indovini la ragione. Ma se pur Giorgio Mirelli gliel’avesse dichiarata, non avrebbe potuto comunicargliela. Era una gioja soltanto per lui e dimostrava che anch’egli, in fondo, non pregiava e non voleva altro di lei, che il corpo; non come gli altri, è vero, per un basso intento; ma questo anzi, a lungo andare – se ben si consideri – non poteva che irritare di più quella donna. Perché, se il non vedersi ajutata nelle smaniose incertezze dello spirito da quanti non vedevano e non volevano altro di lei che il corpo, per saziar su esso la fame bruta del senso, le faceva dispetto e nausea; il dispetto per uno, che voleva anch’esso il corpo e nient’altro; il corpo, ma solo per trarne una gioja ideale e assolutamente per sé, doveva esser tanto più forte, in quanto mancava appunto ogni motivo di nausea, e più difficile, anzi vana addirittura rendeva quella vendetta, ch’ella almeno soleva prendersi contro gli altri. Un angelo per una donna è sempre più irritante d’una bestia.
So da tutti i compagni d’arte di Giorgio Mirelli a Napoli, ch’egli era castissimo, non perché non sapesse farsi valere su le donne, ché timido non era affatto, ma perché istintivamente rifuggiva da ogni distrazione volgare.
Per spiegarci il suo suicidio, senz’alcun dubbio dipeso in gran parte dalla Nestoroff, dobbiamo supporre ch’ella, non curata, non ajutata e irritatissima, per potersi vendicare, dovette con le arti più fini e più accorte far sì che il suo corpo a mano a mano davanti a lui cominciasse a vivere, non per la delizia degli occhi soltanto; e che, quando lo vide come tant’altri vinto e schiavo, gli vietò, per meglio assaporare la vendetta, che da lei prendesse altra gioja, che non fosse quella di cui finora s’era contentato come unica ambita, perché unica degna di lui.
Dico dobbiamo supporre questo, ma a volere esser maligni. La Nestoroff potrebbe dire, e forse dice, ch’ella non fece nulla per alterare quella relazione di pura amicizia, che s’era stabilita tra lei e il Mirelli: tanto vero che, quand’egli, non più pago di quella pura amicizia, più che mai corrivo per le severe repulse da lei opposte, pur d’ottenere l’intento, le si profferse marito, ella lottò a lungo – e questo è vero; io l’ho saputo – per dissuaderlo, e volle partire da Capri, sparire; e alla fine non si arrese, se non per la violenta disperazione di lui.
Ma è vero che, a volere esser maligni, si può anche pensare, che tanto le repulse, quanto la lotta e la minaccia e il tentativo di partire, di sparire, forse furono tante arti ben meditate e attuate per ridurre alla disperazione quel giovine, dopo averlo sedotto, e ottenerne tante e tante cose, ch’egli altrimenti forse non le avrebbe mai accordate. Prima fra queste, che fosse presentata come promessa sposa nella villetta di Sorrento a quella cara nonna, a quella dolce sorellina, di cui egli le aveva parlato, e al fidanzato di lei.
Pare che questi, Aldo Nuti, più che le due donne, si sia opposto fieramente a tale pretesa. Autorità e potere da contrastargli e impedirgli quelle nozze non aveva, giacché Giorgio era ormai padrone di sé, delle sue azioni e credeva di non doverne più dar conto a nessuno; ma che conducesse lì quella donna e la ponesse a contatto con la sorella e obbligasse questa ad accoglierla e a trattarla da sorella, a questo sì, perdio, poteva e doveva opporsi e s’opponeva con tutte le forze. Ma sapevano esse, nonna Rosa e Duccella, che razza di donna fosse quella che Giorgio voleva condurre lì e sposare? Un’avventuriera russa, un’attrice, se non qualcosa di peggio! Come permetterlo, come non opporsi con tutte le forze?Ancora con tutte le forze… Eh sì, chi sa quanto dovettero combattere nonna Rosa e Duccella per vincere a poco a poco, con dolce e mesta persuasione, tutte quelle forze di Aldo Nuti.
Se avessero potuto immaginare, che cosa dovevano diventare queste forze al cospetto di Varia Nestoroff, appena entrata, timida, aerea e sorridente nella cara villetta di Sorrento!
Forse Giorgio, per scusare l’indugio che nonna Rosa e Duccella mettevano a rispondere, avrà detto alla Nestoroff, che quell’indugio dipendeva dall’opposizione con tutte le forze del fidanzato della sorella; dimodoché la Nestoroff si sentì tentata a misurarsi con queste forze, subito, appena entrata nella villetta. Non so nulla! So che Aldo Nuti fu attratto come in un gorgo e subito travolto come un fuscellino di paglia nella passione per questa donna.
Io non lo conosco. Lo vidi da ragazzo una volta sola, quando facevo da ripetitore a Giorgio; e mi parve fatuo. Tale mia impressione non s’accorda con ciò che mi disse di lui, al mio ritorno da Liegi, il Mirelli, ch’egli fosse cioè complicato. Ma anche ciò che da altri ho saputo sul suo conto non risponde affatto a quella mia prima impressione, la quale pure irresistibilmente m’ha tratto a parlar di lui, secondo l’idea che per essa me ne sono fatta. Dev’essere, realmente, sbagliata. Duccella poté amarlo! E questo, per me, prova più che altro il mio errore. Ma alle impressioni non si comanda. Sarà, come mi dicono, un giovane serio, per quanto di temperamento ardentissimo; per me, finché non lo rivedo, rimane quel ragazzo fatuo, con lo stemma baronale nei fazzoletti e nel portafogli, il signorino a cui sarebbe tanto piaciuto di far l’attore drammatico.
Lo fece, e non per finta, con la Nestoroff, a spese di Giorgio Mirelli. Il dramma si svolse a Napoli, poco dopo la presentazione e il breve soggiorno della Nestoroff là a Sorrento. Pare che il Nuti se ne fosse tornato a Napoli coi due fidanzati, dopo quel breve soggiorno, per ajutar Giorgio inesperto e lei non ancor pratica della città, a metter sù casa, prima delle nozze.
Forse il dramma non sarebbe avvenuto o avrebbe avuto una catastrofe diversa, se non ci fosse stata la complicazione del fidanzamento, o meglio, dell’amore di Duccella per il Nuti. Per questo Giorgio Mirelli dovette ritorcere contro se stesso la violenza dell’orrore insostenibile, che gli s’avventò addosso dall’improvvisa scoperta del tradimento.
Aldo Nuti scappò da Napoli come un forsennato, prima che da Sorrento sopravvenissero alla notizia del suicidio di Giorgio nonna Rosa e Duccella.
Povera Duccella, povera nonna Rosa! La donna che da mille e mille miglia lontano venne a portare lo scompiglio e la morte nella vostra casetta, ove insieme con quei gelsomini di bella notte sbocciava il più ingenuo degli idillii, io la ho qua, adesso, sotto la mia macchinetta, ogni giorno; e, se sono vere le notizie datemi dal Polacco, avrò tra poco anche lui, qua, Aldo Nuti, il quale pare abbia saputo che la Nestoroff è prima attrice alla Kosmograph.
Non so perché, mi dice il cuore che, girando la manovella di questa macchinetta di presa, io sono destinato a fare anche la vostra vendetta e del vostro povero Giorgio, cara Duccella, cara nonna Rosa!

Quaderno terzo

I

Un lieve sterzo. C’è una carrozzella che corre davanti. – Pò, pòpòòò, pòòò.
Che? La tromba dell’automobile la tira indietro? Ma sì! Ecco pare che la faccia proprio andare indietro, comicamente.
Le tre signore dell’automobile ridono, si voltano, alzano le braccia a salutare con molta vivacità, tra un confuso e gajo svolazzìo di veli variopinti; e la povera carrozzella, avvolta in una nuvola alida, nauseante, di fumo e di polvere, per quanto il cavalluccio sfiancato si sforzi di tirarla col suo trotterello stracco, séguita a dare indietro, indietro, con le case, gli alberi, i rari passanti, finché non scompare in fondo al lungo viale fuor di porta. Scompare? No: che! È scomparsa l’automobile, la carrozzella, invece, eccola qua, che va avanti ancora, pian piano, col trotterello stracco, uguale, del suo cavalluccio sfiancato. E tutto il viale par che rivenga avanti, pian piano, con essa.
Avete inventato le macchine? E ora godetevi questa e consimili sensazioni di leggiadra vertigine.
Le tre signore dell’automobile sono tre attrici della Kosmograph, e hanno salutato con tanta vivacità la carrozzella strappata indietro dalla loro corsa meccanica non perché nella carrozzella ci sia qualcuno molto caro a loro; ma perché l’automobile, il meccanismo le inebria e suscita in loro una così sfrenata vivacità. La hanno a disposizione: servizio gratis; paga la Kosmograph. Nella carrozzella ci sono io. M’han veduto scomparire in un attimo, dando indietro comicamente, in fondo al viale; hanno riso di me; a quest’ora sono già arrivate. Ma ecco che io rivengo avanti, care mie. Pian pianino, sì; ma che avete veduto voi una carrozzella dare indietro, come tirata da un filo, e tutto il viale assaettarsi avanti in uno striscio lungo confuso violento vertiginoso. Io, invece, ecco qua, posso consolarmi della lentezza ammirando a uno a uno, riposatamente, questi grandi platani verdi del viale, non strappati dalla vostra furia, ma ben piantati qua, che volgono a un soffio d’aria nell’oro del sole tra i bigi rami un fresco d’ombra violacea: giganti della strada, in fila, tanti, aprono e reggono con poderose braccia le immense corone palpitanti al cielo.
Caccia, sì, ma non forte, vetturino! È così stanco codesto tuo vecchio cavalluccio sfiancato. Tutti gli passano avanti: automobili, biciclette, tram elettrici; e la furia di tanto moto per le strade sospinge anche lui, senza ch’esso lo sappia o lo voglia, gli sforza irresistibilmente le povere gambe anchilosate, affaticate nel trasporto, da un punto all’altro della grande città, di tanta gente afflitta, oppressa e smaniosa, per bisogni, miserie, faccende, aspirazioni, ch’esso non può capire! E forse più di tutti lo stancano quei pochi che montano su la carrozzella con la voglia di divertirsi, e non sanno dove né come. Povero cavalluccio, la testa gli s’abbassa di mano in mano, e non la rialza più-, neanche se tu lo frusti a sangue, vetturino!
- Ecco, a destra… volta a destra!
La Kosmograph è qua, in questa traversa remota, fuor di porta.

II

Affossata, polverosa, appena tracciata in principio, ha l’aria e la mala grazia di chi, aspettandosi di star tranquillo, si veda, al contrario, seccato di continuo.
Ma se non ha diritto a qualche fresco cespuglietto d’erba, a tutti quei fili di suono sottili vaganti, con cui il silenzio nelle solitudini tesse la pace, al quacquà di qualche raganella quando piove e le pozze d’acqua piovana rispecchiano nella notte rasserenata le stelle; insomma a tutte le delizie della natura aperta e deserta, una strada di campagna, parecchi chilometri fuor di porta, non so chi l’abbia, veramente.
Invece: automobili, carrozze, carri, biciclette, e tutto il giorno un trànsito ininterrotto d’attori, d’operatori, di macchinisti, d’operaj, di comparse, di fattorini, e frastuono di martelli, di seghe, di pialle, e polverone e puzzo di benzina.
Gli edificii, alti e bassi, della grande Casa cinematografica si levano in fondo alla strada, da una parte e dall’altra; ne sorgono alcuni più là, senz’ordine, entro il vastissimo recinto, che si estende e spazia nella campagna: uno, più alto di tutti, è sovrastato come da una torre vetrata, di vetri opachi, che sfòlgorano al sole; e nel muro in vista dalla strada e dal viale, su la bianchezza abbarbagliante della calce, a lettere nere, cubitali, sta scritto:
LA “KOSMOGRAPH”

L’entrata è a sinistra, da una porticina accanto al cancello, che s’apre di rado. Dirimpetto è un’osteria di campagna, battezzata pomposamente Trattoria della Kosmograph, con una bella pergola su l’incannucciata, che ingabbia tutto il così detto giardino e vi fa dentro un’aria verde. Cinque o sei tavole rustiche, dentro, non molto ferme su i quattro piedi, e seggiole e panchette. Parecchi attori, truccati e parati di strani costumi, vi seggono e discutono animatamente; uno grida più forte di tutti, battendosi con furia una mano su la coscia:
- E io vi dico che bisogna prenderla qua, qua, qua!
E le manate, su i calzoni di pelle, pajono spari.
Parlano certo della tigre, comperata or è poco dalla Kosmograph; del modo come dev’essere uccisa; del punto preciso in cui dev’essere colpita. Se ne son fatta una fissazione. A sentirli, pare che siano tutti di professione cacciatori di bestie feroci.
Affollati innanzi all’entrata, stanno ad ascoltarli con visi ridenti gli chauffeurs delle vetturette, automobili, logore, impolverate; i vetturini delle carrozzelle in attesa, là in fondo, ove la traversa è chiusa da una siepe di stecchi e spuntoni; e tant’altra povera gente, la più miserabile ch’io mi conosca, sebbene vestita con una certa decenza. Sono (chiedo scusa, ma qui tutto ha nome francese o inglese) sono i cachets avventizii, coloro cioè che vengono a profferirsi, a un bisogno, per comparse. La loro petulanza è insoffribile, peggio di quella dei mendicanti; perché qua si viene a esibire una miseria, che non chiede la carità d’un soldo, ma cinque lire, per mascherarsi spesso grottescamente. Bisogna vedere che ressa, certi giorni, nel magazzino-vestiario per ghermire e indossar subito qualche straccio vistoso, e con quali arie se lo portano a spasso per le piattaforme e gli sterrati, sapendo bene che, quando riescano a vestirsi, anche se non posano, tiran la mezza paga.
Due, tre attori vengono fuori dalla trattoria, facendosi largo tra la ressa. Sono coperti d’una maglia color zafferano, col viso e le braccia impiastricciati di giallo sporco e una specie di cresta di penne colorate in capo. Indiani. Mi salutano:
- Ciao, Gubbio.
- Ciao, Si gira…
Si gira è il mio nomignolo. Già!
Càpita a una pacifica tartaruga d’acquattarsi proprio là, dove un ragazzaccio maleducato si china per fare un suo bisogno. Poco dopo, la povera bestiola ignara riprende pacificamente il suo tardo andare con su la scaglia il bisogno di quel ragazzaccio, torre inopinata.
Intoppi della vita!
Voi ci avete perduto un occhio, e il caso è stato grave. Ma siamo tutti, chi più chi meno, segnati, e non ce n’accorgiamo. La vita ci segna; e a chi attacca un vezzo, a chi una smorfia.
No? Ma scusate, voi, proprio voi che dite di no… ecco, magnificamente… non inzeppate di continuo tutti i vostri discorsi di questo avverbio in -mente?
“Andai magnificamente dove m’indicarono: lo vidi e gli dissi magnificamente: Ma come, tu, magnificamente…”
Abbiate pazienza! Nessuno ancora vi chiama Signor Magnificamente… Serafino Gubbio (Si gira…) è stato più disgraziato. Senza accorgermene, mi sarà avvenuto forse qualche volta, o più volte di seguito, di ripetere, dopo il direttore di scena, la frase sacramentale: – Si gira… -; l’avrò ripetuta con la faccia composta a quell’aria che mi è propria, di professionale impassibilità, ed è bastato questo, perché tutti ora qua, per suggerimento di Fantappiè, mi chiamino Si gira…
Tutti i pubblici d’Italia conoscono Fantappiè, l’attore comico della Kosmograph, che s’è specializzato nella caricatura della vita militare: Fantappiè consegnato in caserma e Fantappiè al campo di tiro; Fantappiè alle grandi manovre e Fantappiè areostiere; Fantappiè di sentinella e Fantappiè soldato coloniale…
Egli se l’è appiccicato da sé, il nomignolo: un nomignolo che quadra bene alla sua specialità. Allo stato civile si chiama Roberto Chismicò.
- Cicchetto, te ne sei avuto a male, che t’ho messo Si gira? – mi domandò, tempo fa.
- No, caro – gli risposi sorridendo. – M’hai bollato.
- Mi son bollato anch’io, va’ là!
Tutti bollati, sì. E più di tutti, quelli che meno se ne accorgono, caro Fantappiè.

III

Entro nel vestibolo a sinistra, e riesco nella rampa del cancello, inghiajata e incassata tra i fabbricati del secondo reparto, il Reparto Fotografico o del Positivo.
In qualità d’operatore ho il privilegio d’aver un piede in questo reparto e l’altro nel Reparto Artistico o del Negativo. E tutte le meraviglie della complicazione industriale e così detta artistica mi sono familiari.
Qua si compie misteriosamente l’opera delle macchine.
Quanto di vita le macchine han mangiato con la voracità delle bestie afflitte da un verme solitario, si rovescia qua, nelle ampie stanze sotterranee, stenebrate appena da cupe lanterne rosse, che alluciano sinistramente d’una lieve tinta sanguigna le enormi bacinelle preparate per il bagno.
La vita ingojata dalle macchine è lì, in quei vermi solitarii, dico nelle pellicole già avvolte nei telaj.
Bisogna fissare questa vita, che non è più vita, perché un’altra macchina possa ridarle il movimento qui in tanti attimi sospeso.
Siamo come in un ventre, nel quale si stia sviluppando e formando una mostruosa gestazione meccanica.
E quante mani nell’ombra vi lavorano! C’è qui un intero esercito d’uomini e di donne: operatori, tecnici, custodi, addetti alle dinamo e agli altri macchinarii, ai prosciugatoj, all’imbibizione, ai viraggi, alla coloritura, alla perforatura della pellicola, alla legatura dei pezzi.
Basta ch’io entri qui, in quest’oscurità appestata dal fiato delle macchine, dalle esalazioni delle sostanze chimiche, perché tutto il mio superfluo svapori.
Mani, non vedo altro che mani, in queste camere oscure; mani affaccendate su le bacinelle; mani, cui il tetro lucore delle lanterne rosse dà un’apparenza spettrale. Penso che queste mani appartengono ad uomini che non sono più; che qui sono condannati ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un cuore? A che serve? Qua non serve. Solo come strumento anch’esso di macchina, può servire, per muovere queste mani. E così la testa: solo per pensare ciò che a queste mani può servire. E a poco a poco m’invade tutto l’orrore della necessità che mi s’impone, di diventare anch’io una mano e nient’altro.
Vado dal magazziniere a provvedermi di pellicola vergine, e preparo per il pasto la mia macchinetta.
Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera d’impassibilità. Anzi, ecco: non sono più. Cammina lei, adesso, con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa sua: faccio parte del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta, e me la porto in mano.
Fuori, alla luce, per tutto il vastissimo recinto, è l’animazione gaja delle imprese che prosperano e compensano puntualmente e lautamente ogni lavoro; quello scorrer facile dell’opera nella sicurezza che non ci saranno intoppi e che ogni difficoltà, per la gran copia dei mezzi, sarà agevolmente superata; una febbre anzi di porsi, quasi per sfida, le difficoltà più strane e insolite, senza badare a spese, con la certezza che il danaro, speso adesso senza contarlo, ritornerà tra poco centuplicato. Scenografi, macchinisti, apparatori, falegnami, muratori e stuccatori, elettricisti, sarti e sarte, modiste, fioraj, tant’altri operaj addetti alla calzoleria, alla cappelleria, all’armeria, ai magazzini della mobilia antica e moderna, al guardaroba, son tutti affaccendati, ma non sul serio e neppure per giuoco.
Solo i fanciulli han la divina fortuna di prendere sul serio i loro giuochi. La meraviglia è in loro; la rovesciano su le cose con cui giuocano, e se ne lasciano ingannare. Non è più un giuoco; è una realtà meravigliosa.
Qui è tutto il contrario.
Non si lavora per giuoco, perché nessuno ha voglia di giocare. Ma come prendere sul serio un lavoro, che altro scopo non ha, se non d’ingannare – non se stessi – ma gli altri? E ingannare, mettendo sù le più stupide finzioni, a cui la macchina è incaricata di dare la realtà meravigliosa?
Ne vien fuori, per forza e senza possibilità d’inganno, un ibrido giuoco. Ibrido, perché in esso la stupidità della finzione tanto più si scopre e avventa, in quanto si vede attuata appunto col mezzo che meno si presta all’inganno: la riproduzione fotografica. Si dovrebbe capire, che il fantastico non può acquistare realtà, se non per mezzo dell’arte, e che quella realtà, che può dargli una macchina, lo uccide, per il solo fatto che gli è data da una macchina, cioè con un mezzo che ne scopre e dimostra la finzione per il fatto stesso che lo dà e presenta come reale. Ma se è meccanismo, come può esser vita, come può esser arte? È quasi come entrare in uno di quei musei di statue viventi, di cera, vestite e dipinte. Non si prova altro che la sorpresa (che qui può essere anche ribrezzo) del movimento, dove non è possibile l’illusione d’una realtà materiale.
E nessuno crede sul serio di poterla creare, quest’illusione. Si fa alla meglio per dar roba da prendere alla macchina, qua nei cantieri, là nei quattro teatri di posa o nelle piattaforme. Il pubblico, come la macchina, prende tutto. Si fan denari a palate, e migliaja e migliaja di lire si possono spendere allegramente per la costruzione d’una scena, che su lo schermo non durerà più di due minuti.
Apparatori, macchinisti, attori si dànno tutti l’aria d’ingannare la macchina, che darà apparenza di realtà a tutte le loro finzioni. Che sono io per essi, io che con molta serietà assisto impassibile, girando la manovella, a quel loro stupido giuoco?

IV

Permettete un momento. Vado a vedere la tigre. Dirò, seguiterò a dire, riprenderò il filo del discorso più tardi, non dubitate. Bisogna che vada, per ora, a vedere la tigre.
Dacché l’hanno comperata, sono andato ogni giorno a visitarla, prima di mettermi all’opera. Due giorni soli non ho potuto, perché non me n’hanno dato il tempo.
Abbiamo avuto qua altre bestie feroci sebbene molto immalinconite: due orsi bianchi, che passavano le giornate, ritti su le zampe di dietro, a picchiarsi il petto, come trinitarii in penitenza: tre leoncini freddolosi, ammucchiati sempre in un canto della gabbia, l’uno su l’altro: anche altre bestie, non propriamente feroci: un povero struzzo spaventato d’ogni rumore come un pulcino, e sempre incerto di posare il piede: parecchie scimmie indiavolate. La Kosmograph è fornita di tutto, e anche d’un serraglio, per quanto gl’inquilini vi durino poco.
Nessuna bestia m’ha parlato come questa tigre.
Quando noi l’abbiamo avuta, era arrivata da poco, dono di non so quale illustre personaggio straniero, al Giardino Zoologico di Roma. Al Giardino Zoologico non han potuto tenerla, perché assolutamente irriducibile, non dico a farle soffiare il naso col fazzoletto, ma neanche a rispettare le regole più elementari della vita sociale. Tre, quattro volte minacciò di saltare il fosso, si provò anzi a saltarlo, per lanciarsi sui visitatori del Giardino, che stavano pacificamente ad ammirarla da lontano.
Ma qual altro pensiero più spontaneo di questo poteva sorgere in mente a una tigre (se non volete in mente, diciamo nelle zampe), che quel fosso cioè fosse fatto appunto perché essa si provasse a saltarlo e che quei signori si fermassero lì davanti per essere divorati da lei, se riusciva a saltare?
È certo un pregio sapere stare allo scherzo; ma sappiamo che non tutti l’hanno. Parecchi non sanno neppure tollerare che altri pensi di poter scherzare con loro. Parlo di uomini, i quali pure, in astratto, possono riconoscer tutti che talvolta sia cosa lecita scherzare.
La tigre, voi dite, non sta esposta in giardino zoologico per ischerzo. Lo credo. Ma non vi sembra uno scherzo pensare, ch’essa possa supporre che la teniate lì esposta per dare al popolo una “nozione vivente” di storia naturale?
Eccoci al punto di prima. Questa – non essendo noi propriamente tigri ma uomini – è retorica.
Possiamo aver compatimento per un uomo che non sappia stare allo scherzo; non dobbiamo averne per una bestia; tanto più se questo scherzo a cui l’abbiamo esposta, dico della “nozione vivente”, può avere conseguenze funeste: cioè per i visitatori del Giardino Zoologico, una nozione troppo sperimentale della ferocia di essa.
Questa tigre fu dunque saggiamente condannata a morte. La Società della Kosmograph riuscì a saperlo in tempo e la comperò. Ora è qui, in una gabbia del nostro serraglio. Dacché è qui, è saggissima. Come si spiega? Il nostro trattamento, senza dubbio, le sembra molto più logico. Qui non le data libertà di provarsi a saltare alcun fosso, nessuna illusione di colore locale, come nel Giardino Zoologico.
Qui ha davanti le sbarre della gabbia, che le dicono di continuo: – Tu non puoi scappare; sei prigioniera; – e sta quasi tutto il giorno sdrajata e rassegnata a guardare di tra queste sbarre, in un’attesa tranquilla e attonita.
Ahimè, povera bestia, non sa che qui le toccherà ben altro, che quello scherzo della “nozione vivente”!
Già è pronto lo scenario, di soggetto indiano, nel quale essa è destinata a rappresentare una delle parti principali. Scenario spettacoloso, per cui si spenderà qualche centinaio di migliaja di lire; ma quanto di più stupido e di più volgare si possa immaginare. Basterà darne il titolo: La donna e la tigre. La solita donna più tigre della tigre. Mi par d’avere inteso, che sarà una miss inglese in viaggio nelle Indie con un codazzo di corteggiatori.
L’India sarà finta, la jungla sarà finta, il viaggio sarà finto, finta la miss e finti i corteggiatori: solo la morte di questa povera bestia non sarà finta. Ci pensate? E non vi sentite torcer le viscere dall’indignazione?
Ucciderla, per propria difesa o per difesa dell’incolumità altrui, passi! Quantunque non da sé, per suo gusto, la belva sia venuta qua a esporsi in mezzo agli uomini, ma gli uomini stessi, per loro piacere, siano andati a catturarla, a strapparla dal suo covo selvaggio. Ma ucciderla così, in un bosco finto, in una caccia finta, per una stupida finzione, è vera nequizia che passa la parte! Uno dei corteggiatori, a un certo punto, sparerà contro un rivale a bruciapelo. Voi vedrete questo rivale traboccar giù, morto. Sissignori. Finita la scena, eccolo qua che si rialza, scotendosi dall’abito la polvere della piattaforma. Ma non si rialzerà più questa povera bestia, quando le avranno sparato. Porteranno via il bosco finto e anche, come un ingombro, il cadavere di lei. In mezzo a una finzione generale la sua morte sarà vera.
E fosse almeno una finzione che con la sua bellezza e la sua nobiltà potesse in qualche modo compensare il sacrificio di questa bestia. No. Stupidissima. L’attore che la ucciderà, non saprà forse nemmeno perché l’avrà uccisa. La scena durerà un minuto, due minuti su lo schermo in projezione, e passerà senza lasciare un ricordo duraturo negli spettatori, che usciranno dalla sala sbadigliando:
- Oh, Dio, che stupidaggine!
Questo, o bella belva, t’aspetta. Tu non lo sai, e guardi di tra le sbarre della gabbia con codesti occhi spaventevoli, ove la pupilla a spicchio or si restringe or si dilata. Vedo quasi vaporare da tutto il tuo corpo, com’alito di bragia, la tua ferinità, e segnato nelle nere striature del tuo pelame l’impeto elastico degli slanci irrefrenabili. Chiunque t’osservi da vicino, gode della gabbia che t’imprigiona e che arresta anche in lui l’istinto feroce, che la tua vista gli rimuove irresistibilmente nel sangue.
Tu qua non puoi stare altrimenti. O così imprigionata, o bisogna che tu sia uccisa; perché la tua ferocia – lo intendiamo – è innocente: la natura l’ha messa in te, e tu, adoprandola, ubbidisci a lei e non puoi avere rimorsi. Noi non possiamo tollerare che tu, dopo un pasto sanguinoso, possa dormir tranquillamente. La tua stessa innocenza fa innocenti noi della tua uccisione, quand’è per nostra difesa. Possiamo ucciderti, e poi, come te, dormir tranquillamente. Ma là, nelle terre selvagge, ove tu non ammetti che altri passi; non qua, non qua ove tu non sia venuta da te, per tuo piacere. La bella innocenza ingenua della tua ferocia rende qua nauseosa l’iniquità della nostra. Vogliamo difenderci da te, dopo averti portata qua, per nostro piacere, e ti teniamo in prigione: questa non è più la tua ferocia; quest’è ferocia perfida! Ma sappiamo, non dubitare, sappiamo anche andare più in là, far di meglio: t’uccideremo per giuoco, stupidamente. Un cacciatore finto, in una caccia finta, tra alberi finti… Saremo degni in tutto, veramente, dello scenario inventato. Tigri, più tigri d’una tigre. E dire che il sentimento che questo film in preparazione vorrà destare negli spettatori, è il disprezzo della ferocia umana. Noi la metteremo in opra, questa ferocia per giuoco, e contiamo anche di guadagnarci, se ci riesce bene, una bella somma.
Guardi? Che guardi, bella belva innocente? È proprio così. Non sei qua per altro. E io, che t’amo e t’ammiro, quando t’uccideranno, girerò impassibile la manovella di questa graziosa macchinetta qua, la vedi? L’hanno inventata. Bisogna che agisca; bisogna che mangi. Mangia tutto, qualunque stupidità le mettano davanti. Mangerà anche te; mangia tutto, ti dico! E io la servo. Verrò a collocartela più da presso, quando tu, colpita a morte, darai gli ultimi tratti. Ah, non dubitare, ricaverà dalla tua morte tutto il profitto possibile! Non le accade mica di gustar tutti i giorni un pasto simile. Puoi aver questa consolazione. E, se vuoi, anche un’altra.
Viene ogni giorno, come me, qua davanti alla tua gabbia, una donna a studiare come tu ti muovi, come volti la testa, come guardi. La Nestoroff. Ti par poco? T’ha eletto a sua maestra. Fortune come questa non càpitano a tutte le tigri.
Al solito, ella prende sul serio la sua parte. Ma ho sentito dire, che la parte della miss “più tigre della tigre” non sarà assegnata a lei. Forse ella ancora non lo sa; crede che le spetti; e viene qui a studiare.
Me l’hanno detto, ridendone. Ma io stesso l’altro giorno l’ho sorpresa, mentre veniva, e ho parlato con lei un buon pezzo.

V

Non si sta invano, capirete, per una mezz’ora a guardare e a considerare una tigre, a vedere in essa un’espressione della terra, ingenua, di là dal bene e dal male, incomparabilmente bella e innocente nella sua potenza feroce. Prima che da questa “originarietà” si scenda e s’arrivi a poter vedere innanzi a noi uno, o una che sia, dei giorni nostri, e a poter riconoscerla e considerarla come un’abitante della stessa terra – almeno per me; non so se anche per voi – ci vuole un bel po’.
Rimasi dunque per un pezzo a guardare la signora Nestoroff senza riuscire a intendere ciò che mi diceva. Ma la colpa, in verità, non era soltanto mia e della tigre. Il fatto ch’ella mi rivolgesse la parola era insolito; e facilmente, se ci parli di sorpresa qualcuno con cui non abbiamo avuto relazioni di sorta, stentiamo in prima a cogliere il senso, talvolta anche il suono delle parole più comuni e domandiamo:
- Scusi, com’ha detto?
In poco più d’otto mesi, che son qui, tra me e lei, oltre i saluti, ci sarà stato lo scambio d’appena una ventina di parole.
Poi, ella – sì, ci fu anche questo – appressandosi, cominciò a parlarmi con molta volubilità, come si suol fare quando vogliamo distrarre l’attenzione di qualcuno che ci sorprenda in qualche atto o pensiero che vorremmo tener nascosto. (La Nestoroff parla con meravigliosa facilità e con perfetto accento la nostra lingua, come se fosse in Italia da molti anni: ma salta subito a parlar francese, appena appena, anche momentaneamente, si alteri o si riscaldi.) Voleva saper da me, se mi paresse che la professione dell’attore fosse tale, che una qualsiasi bestia (anche non metaforicamente) si potesse credere atta, senz’altro, a esercitarla.
- Dove? – le domandai.
Non intese la domanda.
- Ecco, – le spiegai, – se si tratta d’esercitarla qui, dove non c’è bisogno della parola, forse anche una bestia, perché no? può esser capace.
La vidi infoscarsi in volto.
- Sarà per questo – disse misteriosamente.
Mi parve dapprima d’indovinare, ch’ella (come tutti gli attori di professione, scritturati qui) parlasse per dispetto di certuni, i quali, senz’averne bisogno, ma pur non sdegnando un guadagno facile, o per vanità, o per diletto, o per altro, trovano modo di farsi accettare dalla Casa e di prender posto tra gli attori, senza molta difficoltà, tolta di mezzo quella, che sarebbe più arduo per loro e forse impossibile superare senza un lungo tirocinio e una vera attitudine, voglio dire la recitazione. Ne abbiamo alla Kosmograph parecchi, che sono veri signori, tutti giovani tra i venti e i trent’anni, o amici di qualche forte caratista nell’Amministrazione della Casa, o caratisti essi stessi, che si dan l’aria d’assumere in qualche film questa o quella parte, che loro piaccia, solo per diporto; e la disimpegnano molto signorilmente, e qualcuno anche in maniera da far invidia a un vero attore.
Ma, riflettendo poi sul tono misterioso con cui ella, infoscata all’improvviso, proferì quelle parole: – Sarà per questo, – il dubbio mi sorse, che forse le fosse arrivata la notizia che Aldo Nuti, non so ancora da qual parte, stia cercando la via per entrar qui.
Questo dubbio mi turbò non poco.
Perché veniva ella a domandare proprio a me, avendo in mente Aldo Nuti, se la professione dell’attore mi paresse tale, che ogni bestia potesse senz’altro credersi atta a esercitarla? Sapeva dunque della mia amicizia per Giorgio Mirelli?
Non avevo ancora, e non ho tuttora, alcun motivo di crederlo. Dalle domande che accortamente le rivolsi per chiarirmene, non ho potuto almeno acquistarne la certezza.
Non so perché, mi dispiacerebbe molto se ella sapesse che fui amico di Giorgio Mirelli, nella prima giovinezza di lui, e che mi fu familiare la villetta di Sorrento, ov’ella portò lo scompiglio e la morte.
Non so perché – ho detto: ma non è vero; il perché lo so e n’ho già fatto anche cenno altrove. Non ho amore, ripeto qua, né potrei averne, per questa donna ma odio, neppure. Qua tutti la odiano; e già questa per me sarebbe ragione fortissima di non odiarla io. Sempre, nel giudicare gli altri, mi sono sforzato di superare il cerchio de’ miei affetti, di cogliere nel frastuono della vita, fatto più di pianti che di risa, quante più note mi sia stato possibile fuori dell’accordo de’ miei sentimenti. Ho conosciuto Giorgio Mirelli, ma come? ma quale? Qual egli era nelle relazioni che aveva con me. Tale, per me, ch’io l’amavo. Ma chi era egli e com’era nelle relazioni con questa donna? Tale, ch’ella potesse amarlo? Io non lo so! Certo, non era, non poteva essere uno – lo stesso – per me e per lei. E come potrei io dunque giudicare da lui questa donna? Abbiamo tutti un falso concetto dell’unità individuale. Oggi unità nelle relazioni degli elementi tra loro; il che significa che, variando anche minimamente le relazioni, varia per forza l’unità. Si spiega così, come uno, che a ragione sia amato da me, possa con ragione essere odiato da un altro. Io che amo e quell’altro che odia, siamo due: non solo; ma l’uno, ch’io amo, e l’uno che quell’altro odia, non son punto gli stessi; sono uno e uno: sono anche due. E noi stessi non possiamo mai sapere, quale realtà ci sia data dagli altri; chi siamo per questo e per quello.
Ora, se la Nestoroff venisse a sapere che fui molto amico di Giorgio Mirelli, forse sospetterebbe in me un odio per lei ch’io non sento: e basterebbe questo sospetto a farla diventare subito un’altra per me, pur rimanendo io nella medesima disposizione d’animo per lei; si vestirebbe per me d’una parte che me ne nasconderebbe tante altre; e non potrei più studiarla, com’ora la studio, intera.
Le parlai della tigre, dei sentimenti che la presenza di essa in questo luogo e la sua sorte destano in me; ma mi accorsi subito ch’ella non era in grado d’intenderli, non forse per incapacità, ma perché le relazioni, che tra lei e la belva si sono stabilite, non le consentono né pietà per essa, né sdegno per l’azione che qui sarà compiuta.
Mi disse acutamente:
- Finzione, sì; anche stupida, se volete; ma quando sarà sollevato lo sportello della gabbia e questa bestia sarà fatta entrare nell’altra gabbia più grande che figurerà un pezzo di bosco, con le sbarre nascoste da fronde, il cacciatore, per quanto finto come il bosco, avrà pur diritto di difendersi da essa, appunto perché essa, come voi dite, non è una bestia finta, ma una bestia vera.
- Ma il male è appunto questo, – esclamai: – servirsi d’una bestia vera dove tutto sarà finto.
- Chi ve lo dice? – rimbeccò pronta. – Sarà finta la parte del cacciatore; ma di fronte a questa bestia vera sarà pure un uomo vero! E v’assicuro che se egli non la ucciderà al primo colpo, o non la ferirà in modo d’atterrarla, essa, senza tener conto che il cacciatore sarà finto e finta la caccia, gli salterà addosso e sbranerà per davvero un uomo vero.
Sorrisi dell’arguzia della sua logica e dissi:
- Ma chi l’avrà voluto? Guardatela com’essa è qua! Non sa nulla, questa bella bestia, senza colpa della sua ferocia.
Mi guardò con occhi strani, come in sospetto che volessi burlarmi di lei; ma poi sorrise anch’ella, alzò appena appena le spalle e soggiunse:
- Vi sta tanto a cuore? Ammaestratela! Fatene una tigre attrice, che sappia fingere di cader morta al finto sparo d’un cacciatore finto, e tutto allora sarà accomodato.
A seguitare, non ci saremmo mai intesi; perché se a me stava a cuore la tigre, a lei il cacciatore.
Difatti il cacciatore designato a ucciderla è Carlo Ferro. La Nestoroff ne dev’essere molto costernata; e forse non viene qua, come vogliono i maligni, per studiare la sua parte, ma per misurare il pericolo che il suo amante affronterà.
Il quale, anche lui, per quanto ostenti una sprezzante indifferenza, dev’esserne, in fondo, in apprensione. So che, parlando col direttore generale, commendator Borgalli, e anche sù negli uffici d’amministrazione, ha messo avanti molte pretese: un’assicurazione su la vita di almeno centomila lire, da dare a’ suoi parenti che vivono in Sicilia, in caso di morte, che non sia mai; un’altra assicurazione, più modesta, nel caso d’inabilità al lavoro per qualche eventuale ferita, che non sia mai neppure questa; una grossa gratificazione, se tutto, com’è da augurarsi, andrà bene, e poi – pretesa curiosa, non suggerita certo, come le precedenti, da un avvocato – la pelle della tigre uccisa.
La pelle della tigre sarà senza dubbio per la Nestoroff; per i piedini di lei; tappeto prezioso. Oh, ella avrà certo sconsigliato all’amante, pregando, scongiurando, d’assumere quella parte così pericolosa; ma poi, vedendolo deciso e impegnato, avrà suggerito lei, proprio lei, al Ferro, di pretendere almeno la pelle della tigre. Come “almeno”? Ma sì! Ch’ella gli abbia detto “almeno”, mi sembra proprio indubitabile. Almeno, cioè in compenso dell’ansia angosciosa che le costerà la prova, a cui egli s’esporrà. Non è possibile che sia venuta in mente a lui, a Carlo Ferro, l’idea d’aver la pelle della belva uccisa per metterla sotto i piedini della sua amante. Non è capace, Carlo Ferro, di tali idee. Basta guardarlo per convincersene: guardare quel suo nero testone villoso e burbanzoso di caprone.
Egli sopravvenne, l’altro giorno, a interrompere la mia conversazione con la Nestoroff innanzi alla gabbia. Non si curò nemmeno di sapere di che cosa noi stessimo a parlare, come se per lui non potesse avere alcuna importanza una conversazione con me. Mi guardò appena, accostò appena la cannuccia di bambù al cappello per un cenno di saluto, guardò con la solita sprezzante indifferenza la tigre nella gabbia, dicendo all’amante:
- Andiamo: Polacco è pronto; ci aspetta.
E voltò le spalle, sicuro d’esser seguito dalla Nestoroff, come un tiranno dalla sua schiava.
Nessuno più di lui sente e dimostra quell’istintiva antipatia, ch’io ho detto comune a quasi tutti gli attori per me, e che si spiega, o almeno, io mi spiego come un effetto, a loro stessi non chiaro, della mia professione.
Carlo Ferro la sente più di tutti, perché, tra tante altre fortune, ha quella di credersi sul serio un grande attore.

VI

Non è tanto per me – Gubbio – l’antipatia, quanto per la mia macchinetta. Si ritorce su me, perché io sono quello che la gira.
Essi non se ne rendono conto chiaramente, ma io, con la manovella in mano, sono in realtà per loro una specie d’esecutore.
Ciascun d’essi – parlo s’intende dei veri attori, cioè di quelli che amano veramente la loro arte qualunque sia il loro valore – è qui di mala voglia, è qui perché pagato meglio, e per un lavoro che, se pur gli costa qualche fatica, non gli richiede sforzi d’intelligenza. Spesso, ripeto, non sanno neppure che parte stiano a rappresentare.
La macchina, con gli enormi guadagni che produce, se li assolda, può compensarli molto meglio che qualunque impresario o direttore proprietario di compagnia drammatica. Non solo; ma essa, con le sue riproduzioni meccaniche, potendo offrire a buon mercato al gran pubblico uno spettacolo sempre nuovo, riempie le sale dei cinematografi e lascia vuoti i teatri, sicché tutte, o quasi, le compagnie drammatiche fanno ormai meschini affari; e gli attori, per non languire, si vedono costretti a picchiare alle porte delle Case di cinematografia. Ma non odiano la macchina soltanto per l’avvilimento del lavoro stupido e muto a cui essa li condanna; la odiano sopra tutto perché si vedono allontanati, si sentono strappati dalla comunione diretta col pubblico, da cui prima traevano il miglior compenso e la maggior soddisfazione: quella di vedere, di sentire dal palcoscenico, in un teatro, una moltitudine intenta e sospesa seguire la loro azione viva, commuoversi, fremere, ridere, accendersi, prorompere in applausi.
Qua si sentono come in esilio. In esilio, non soltanto dal palcoscenico, ma quasi anche da se stessi. Perché la loro azione, l’azione viva del loro corpo vivo, là, su la tela dei cinematografi, non c’è più: c’è la loro immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e scompare. Avvertono confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di vôtamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore ch’esso produce movendosi, per diventare soltanto un’immagine muta, che trèmola per un momento su lo schermo e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra inconsistente, giuoco d’illusione su uno squallido pezzo di tela.
Si sentano schiavi anch’essi di questa macchinetta stridula, che pare sul treppiedi a gambe rientranti un grosso ragno in agguato, un ragno che succhia e assorbe la loro realtà viva per renderla parvenza evanescente, momentanea, giuoco d’illusione meccanica davanti al pubblico. E colui che li spoglia della loro realtà e la dà a mangiare alla macchinetta; che riduce ombra il loro corpo, chi è? Sono io, Gubbio.
Essi restano qua, come su un palcoscenico di giorno, quando provano. La sera della rappresentazione per essi non viene mai. Il pubblico non lo vedono più. Pensa la macchinetta alla rappresentazione davanti al pubblico, con le loro ombre; ed essi debbono contentarsi di rappresentare solo davanti a lei. Quando hanno rappresentato, la loro rappresentazione è pellicola.
Mi possono voler bene?
Un certo rinfranco all’avvilimento lo hanno nel non vedersi essi soli mortificati al servizio di questa macchinetta, che muove, agita, attrae tanto mondo attorno a sé. Scrittori illustri, commediografi, poeti, romanzieri, vengono qua, tutti al solito dignitosamente proponendo la “rigenerazione artistica” dell’industria. E a tutti il commendator Borgalli parla d’un modo, e Cocò Polacco d’un altro: quello, coi guanti da direttore generale; questo, sbottonato, da direttore di scena. Ascolta paziente tutte le proposte di scenarii, Cocò Polacco; ma a un certo punto alza una mano, dice:
- Oh no, quest’è un po’ crudo. Dobbiamo sempre aver l’occhio agl’Inglesi, caro mio!
Trovata genialissima, questa degli Inglesi. Veramente la maggior parte delle pellicole prodotte dalla Kosmograph va in Inghilterra. Bisogna dunque per la scelta degli argomenti adattarsi al gusto inglese. E quante cose allora non vogliono gl’Inglesi nelle pellicole, secondo Cocò Polacco!
- La pruderie inglese, tu capisci! Basta che dicano shocking, e addio ogni cosa! Se le pellicole andassero direttamente al giudizio del pubblico, forse forse tante cose passerebbero; ma no: per l’importazione delle pellicole in Inghilterra ci sono gli agenti, c’è lo scoglio, c’è la piaga degli agenti. Decidono loro, gli agenti, inappellabilmente: questo va, questo non va. E per ogni film che non vada, sono centinaja di migliaja di lire perdute o che vengono meno.
Oppure Cocò Polacco esclama:
- Bellissimo! Ma questo, caro mio, è un dramma, un dramma perfetto! Successone sicuro! Vuoi fare una pellicola? Non te lo permetterò mai! Come pellicola non va: te l’ho detto, caro, troppo fino, troppo fino. Qua ci vuol altro! Tu sei troppo intelligente, e lo intendi.
In fondo, Cocò Polacco, se rifiuta loro i soggetti, fa pure un elogio: dice loro che non sono stupidi abbastanza per scrivere per il cinematografo. Da un canto, perciò, essi vorrebbero capire, si rassegnerebbero a capire; ma, dall’altro, vorrebbero anche accettati i soggetti. Cento, duecento cinquanta, trecento lire, in certi momenti… Il dubbio, che l’elogio della loro intelligenza e il disprezzo del cinematografo quale strumento d’arte siano messi avanti per rifiutare con un certo garbo i soggetti balena a qualcuno di loro; ma la dignità è salva e se ne possono andar via a testa alta. Da lontano gli attori li salutano come compagni di sventura.
- Tutti bisogna che passino di qua! – pensano tra loro con gioja maligna. – Anche le teste coronate! Tutti di qua, stampati per un momento su un lenzuolo!
Giorni sono, ero con Fantappiè nel cortile ov’è la Sala di prova e l’ufficio della Direzione artistica, quando scorgemmo un vecchietto zazzeruto, in cappello a stajo, dal naso enorme, dagli occhi loschi dietro gli occhiali d’oro, la barbetta a collana, che pareva tutto ristretto in sé per paura dei grandi manifesti illustrati incollati al muro, rossi, gialli, azzurri, sgargianti, terribili, dei films che più hanno fatto onore alla Casa.
- Illustre senatore! – esclamò Fantappiè con un balzo, accorrendo e poi piantandosi su l’attenti con la mano levata comicamente al saluto militare. – È venuto per la prova?
- Già… sì… mi avevano detto per le dieci, – rispose l’illustre senatore, sforzandosi di discernere con chi parlava.
- Per le dieci? Chi gliel’ha detto? Polacco?
- Non capisco…
- Il direttore Polacco?
- No, un italiano… uno che chiamano l’ingegnere…
- Ah, capito: Bertini! Le aveva detto per le dieci? Non dubiti. Sono le dieci e mezzo. Per le undici certo sarà qui.
Era il venerando Professor Zeme, l’insigne astronomo, direttore dell’Osservatorio e senatore del Regno, accademico dei Lincei, insignito di non so quante onorificenze italiane e straniere, invitato a tutti i pranzi di Corte.
- E… scusi, senatore, – riprese quel burlone di Fantappiè. – Una domanda: non potrebbe farmi andare nella Luna?
- Io? nella Luna?
- Sì, dico… cinematograficamente, si capisce… Fantappiè nella Luna: sarebbe delizioso! In ricognizione, con otto soldati. Ci pensi un po’, senatore. Concerterei la scenetta… No? Dice di no?
Il senator Zeme disse di no, con la mano, se non proprio sdegnosamente, certo con molta austerità. Uno scienziato pari suo non poteva prestarsi a mettere a servizio d’una buffonata la sua scienza. Si è prestato, sì, a farsi prendere in tutti gli atteggiamenti nel suo Osservatorio; ha voluto anche projettato su lo schermo il registro delle firme dei più illustri visitatori dell’Osservatorio, perché il pubblico vi leggesse le firme delle LL. MM. il Re e la Regina e delle LL. AA. RR. il Principe Ereditario e le Principessine e di S. M. il Re di Spagna e di altri re e ministri di Stato e ambasciatori; ma tutto questo a maggior gloria della sua scienza e per dare al popolo una qualche immagine delle Meraviglie dei cieli (titolo della pellicola) e delle formidabili grandezze, in mezzo alle quali lui, il senator Zeme, pur così piccoletto com’è, vive e lavora.
- Martuf!- esclamò sotto sotto Fantappiè, da buon piemontese, con una delle sue solite smorfie, andando via con me.
Ma ritornammo indietro, poco dopo, attirati da un gran clamore di voci, che s’era levato nel cortile.
Attori, attrici, operatori, direttori di scena, macchinisti erano usciti dai camerini e dalla Sala di prova e stavano attorno al senator Zeme alle prese con Simone Pau, che suol venire di tanto in tanto a trovarmi alla Kosmograph.
- Ma che educazione del popolo! – urlava Simone Pau. – Mi faccia il piacere! Mandi Fantappiè nella Luna! Lo faccia giocare alle bocce con le stelle! O crede forse che siano sue, le stelle? Qua, le consegni qua alla divina Sciocchezza degli uomini, che ha tutto il diritto di appropriarsene e di giocarci alle bocce! Del resto… del resto, scusi, che fa lei? che crede d’esser lei? Lei non vede che l’oggetto! Lei non ha coscienza che dell’oggetto! Dunque, religione. E il suo Dio è il cannocchiale! Lei crede che sia il suo strumento? Non è vero! Quello è il suo Dio, e lei lo venera! Lei è come Gubbio, qua, con la sua macchinetta! Il servitore… non voglio offenderla, dirò il sacerdote, il pontefice massimo, le basta? di quel suo Dio, e giura nel domma della sua infallibilità. Dov’è Gubbio? Viva Gubbio! viva Gubbio! Aspetti, non se ne vada, Senatore! Io sono venuto qua, questa mattina, per consolare un infelice. Gli ho dato convegno qua: già dovrebbe essere qua! Un infelice, mio compagno avventore dell’albergo del Falco… Non c’è miglior mezzo per consolare un infelice, che mostrargli e fargli toccar con mano che non è solo. E l’ho invitato qua, tra questi bravi amici artisti. È un artista anche lui! Eccolo qua! Eccolo qua!
E l’uomo dal violino, lungo lungo, inarcocchiato e tenebroso, ch’io vidi or è più di un anno nell’ospizio di mendicità, si fece avanti, come assorto, al solito, a guardarsi i peli spioventi delle foltissime sopracciglia aggrottate.
Tutti fecero largo. Nel silenzio sopravvenuto, crepitò qualche scoppio di risa, qua e là. Ma lo stupore e un certo senso di ribrezzo teneva la maggior parte nel vedere quell’uomo avanzarsi a capo chino con gli occhi a quel modo assorti ai peli delle sopracciglia, quasi non volesse vedersi il naso carnuto e rosso, peso enorme e castigo della sua intemperanza. Più che mai, adesso, avanzandosi, pareva dicesse: – Silenzio! Fate largo! Vedete come la vita può ridurre il naso d’un uomo?
Simone Pau lo presentò al senator Zeme, che scappò via, indignato; risero tutti; ma Simone Pau, serio, riprese a far la presentazione alle attrici, agli attori, ai direttori di scena, narrando a scatti un po’ all’uno un po’ all’altro, la storia del suo amico, e come e perché dopo quell’ultimo famoso intoppo non avesse più sonato. Alla fine, tutto acceso, gridò:
- Ma egli oggi sonerà, signori! Sonerà! Romperà l’incanto malefico! Mi ha promesso che sonerà! Ma non a voi, signori! Voi vi terrete discosti. M’ha promesso che sonerà alla tigre! Sì, sì, alla tigre! alla tigre! Bisogna rispettare questa sua idea! Certo avrà le sue buone ragioni! Andiamo, sù, andiamo tutti… Ci terremo discosti… Egli si farà, solo, innanzi alla gabbia, e sonerà!
Tra gridi, risa, applausi, sospinti tutti da una vivissima curiosità per la bizzarra avventura, seguimmo Simone Pau, che aveva preso sotto il braccio il suo uomo, e lo spingeva avanti seguendo le indicazioni che gli si gridavano dietro, su la via da tenere per andare al serraglio. In vista delle gabbie, ci arrestò tutti, raccomandando silenzio, e mandò avanti, solo, quell’uomo col suo violino.
Al rumore, dai cantieri, dai magazzini, operaj, macchinisti, apparatori, accorsero in gran numero per assistere dietro di noi alla scena: una folla.
La belva s’era ritratta d’un balzo in fondo alla gabbia; inarcata, a testa bassa. i denti digrignanti, le zampe artigliate, pronta all’assalto: terribile!
L’uomo la guatò, sbigottito; si voltò perplesso a cercare con gli occhi tra noi Simone Pau.
- Suona! – gli gridò questi. – Non temere! Suona! Ti comprenderà!
E allora quello, come liberandosi con un tremendo sforzo da un incubo, levò finalmente la testa, scrollandola, buttò a terra il cappellaccio sformato, si passò una mano sui lunghi capelli arruffati, trasse il violino dalla vecchia fodera di panno verde, e buttò via anche questa, sul cappello.
Qualche lazzo partì dagli operaj affollati dietro a noi, seguito da risa e da commenti, mentre egli accordava il violino; ma un gran silenzio si fece subito appena egli prese a sonare, dapprima un po’ incerto, esitante, come se si sentisse ferire dal suono del suo strumento non più udito da gran tempo; poi, d’un tratto, vincendo l’incertezza, e forse i fremiti dolorosi, con alcuni strappi energici. Seguì a questi strappi come un affanno a mano a mano crescente, incalzante, di strane note aspre e sorde, un groviglio fitto, da cui ogni tanto una nota accennava ad allungarsi, come chi tenti di trarre un sospiro tra i singhiozzi. Alla fine questa nota si distese, si sviluppò, s’abbandonò, liberata dall’affanno, in una linea melodica, limpida, dolcissima e intensa, vibrante d’infinito spasimo: e una profonda commozione allora invase noi tutti, che in Simone Pau si rigò di lagrime. Con le braccia levate egli faceva cenno di star zitti, di non manifestare in alcun modo la nostra ammirazione, perché nel silenzio quel bislacco straccione meraviglioso potesse ascoltare la sua anima.
Non durò a lungo. Abbassò le mani, come esausto, col violino e l’archetto, e si rivolse a noi col volto trasfigurato, bagnato di pianto, dicendo:
- Ecco…
Scoppiarono applausi fragorosi. Fu preso, portato in trionfo. Poi, condotto alla prossima trattoria, non ostanti le preghiere e le minacce di Simone Pau, bevve e s’ubriacò.
Polacco s’è morso un dito dalla rabbia, per non aver pensato di mandarmi subito a prendere la macchinetta per fissare quella scena della sonata alla tigre.
Come capisce bene tutto, sempre, Cocò Polacco! Io non potei rispondergli perché pensavo agli occhi della signora Nestoroff, che aveva assistito alla scena, come in un’estasi piena di sgomento.

Quaderno quarto

I

Non ho più il minimo dubbio: ella sa della mia amicizia per Giorgio Mirelli, e sa che Aldo Nuti tra poco sarà qui.
Le due notizie le sono venute, certamente, da Carlo Ferro.
Ma come avviene, che qua non si voglia ricordare ciò ch’è accaduto tra i due, e non si siano troncate subito le pratiche col Nuti? A favorire queste pratiche s’è adoperato con molto impegno, sotto mano, il Polacco, amico del Nuti, e a cui il Nuti fin da principio s’è rivolto. Pare che il Polacco abbia ottenuto da uno dei giovanotti che sono qua “dilettanti”, il Fleccia, la vendita a ottime condizioni dei dieci carati che costui possedeva. Da alcuni giorni, infatti, il Fleccia va dicendo che s’è annojato di stare a Roma e che andrà a Parigi.
Si sa che, di questi giovanotti, i più, oltre che per tutto il resto, bazzicano qui per l’amicizia contratta, o che vorrebbero contrarre, con qualche giovane attrice; e che tanti se ne vanno, quando non sono riusciti a contrarla, o se ne sono stancati. Diciamo amicizia: per fortuna, le parole non arrossiscono.
Ecco qua: una giovane attrice, in costume di “divette” o di ballerina, va correndo col torso ignudo per le piattaforme e gli sterrati; si ferma qua e là a conversare col seno imbandito sorto gli occhi di tutti; ebbene il giovanotto suo amico le viene dietro con la scatola e il piumino della cipria in mano, e ogni tanto glielo ripassa su la pelle, su le braccia, su la nuca, sotto la gola, orgoglioso che un siffatto ufficio spetti a lui. Quante volte, dacché sono entrato alla Kosmograph, non ho visto Gigetto Fleccia correr così dietro alla piccola Sgrelli? Ma ora egli, da circa un mese s’è guastato con lei. Il tirocinio è fatto: andrà a Parigi.
Nulla di straordinario, dunque, per nessuno, che il Nuti, ricco signore anche lui e dilettante attore, venga a prenderne il posto. Non è forse noto abbastanza, o è già dimenticato il dramma della sua prima avventura con la Nestoroff.
Io sono pur ingenuo talvolta! Chi si ricorda di qualche cosa a distanza d’un anno? C’è più tempo da stimare in città, fra tanto turbinìo di vita, che qualche cosa – uomo, opera, fatto – meriti il ricordo d’un anno? Voi nella solitudine della campagna, Duccella e nonna Rosa, potete ricordare! Qua, se pure qualcuno ricorda, ebbene, c’è stato un dramma? tanti ne avvengono, e per nessuno questo turbinìo di vita s’arresta un momento. Non sembrerà cosa in cui gli altri, da estranei, debbano immischiarsi, per impedir le conseguenze di una ripresa. Che conseguenze? Un urto con Carlo Ferro? Ma è così inviso a tutti, costui, non solo per la sua burbanza, ma appunto perché amante della Nestoroff! Se quest’urto avverrà e nascerà qualche disordine, sarà per gli estranei uno spettacolo di più da godere: e quanto a coloro cui deve premere che nessun disordine nasca, sperano forse di trovarvi un pretesto per licenziare con Carlo Ferro la Nestoroff, la quale, se è ben protetta dal commendator Borgalli, è qua di peso a tutti gli altri. O forse si spera che la Nestoroff stessa, per sfuggire al Nuti, si licenzi da sé?
Certo il Polacco s’è adoperato con tanto impegno alla venuta del Nuti unicamente per questo; e fin da principio, nascostamente, ha voluto che il Nuti, contro la protezione che il commendator Borgalli potrebbe far valere, fosse premunito con l’acquisto a caro prezzo dei carati di Gigetto Fleccia e col diritto di surrogar costui anche nelle parti di attore.
Che ragione, poi, hanno tutti costoro di costernarsi dell’animo con cui il Nuti verrà? Prevedono, se mai, solamente l’urto con Carlo Ferro, perché Carlo Ferro è qui, davanti a loro; lo vedono, lo toccano; e non immaginano che tra la Nestoroff e il Nuti ci possa esser di mezzo qualche altro.
- Tu? – mi domanderebbero, se io mi mettessi a parlare con loro di queste cose.
Io, cari? Eh, voi avete voglia di scherzare. Uno, che voi non vedete; uno, che non potete toccare. Uno spettro, come nelle favole.
Appena l’uno tenterà di riaccostarsi all’altra, per forza questo spettro sorgerà tra loro. Subito dopo il suicidio, sorse; e li fece fuggire, inorriditi, l’uno dall’altra. Bellissimo effetto cinematografico, per voi! Ma non per Aldo Nuti. Come mai può egli, adesso, pensare e tentare di riaccostarsi a questa donna? Non è possibile che – lui almeno – abbia dimenticato lo spettro. Ma avrà saputo che la Nestoroff è qua con un altr’uomo. E quest’uomo gli dà certo, ora, il coraggio di riaccostarsi a lei. Forse spera che quest’uomo, con la solidità del suo corpo gli nasconderà quello spettro, gl’impedirà di scorgerlo, impegnandoli in una lotta tangibile, in una lotta, cioè non contro uno spettro, ma di corpo a corpo. E fors’anche fingerà di credere che verrà a impegnarsi in questa lotta per lui, a vendetta di lui. Perché certo la Nestoroff, ponendosi quest’altro uomo accanto, ha mostrato d’essersi dimenticata del “povero morto”.
Non è vero. La Nestoroff non l’ha dimenticato. Me l’han detto chiaramente i suoi occhi, il modo com’ella mi guarda da due giorni, cioè da quando Carlo Ferro, per informazioni avute, le deve aver fatto conoscere che fui amico di Giorgio Mirelli.
Sdegno, anzi sprezzo, evidentissima avversione: ecco quello che noto da due giorni negli occhi della Nestoroff, appena per qualche attimo si posano su me. E ne son lieto. Perché sono certo ormai, che quanto ho immaginato e supposto di lei, studiandola, è giusto e risponde alla realtà, come se ella medesima, in una sincera effusione di tutti i suoi più segreti sentimenti, m’avesse aperto la sua anima offesa e tormentata.
Da due giorni ostenta innanzi a me devota e sommessa affezione per il Ferro: si stringe a lui, pende da lui, pur lasciando intendere a chi ben la osservi, ch’ella come tutti gli altri, più di tutti gli altri, sa e vede l’angustia mentale, la rozzezza delle maniere, insomma la bestialità di quest’uomo. La sa e la vede. Ma gli altri – intelligenti e garbati – lo disprezzano e lo sfuggono? Ebbene, ella lo pregia e s’attacca a lui appunto per questo; appunto perché egli non è né intelligente, né garbato.
Miglior prova di questa non potrei avere. Eppure oltre questo fierissimo sdegno, qualcos’altro deve agitarsi in questo momento nel cuore di lei! Certo, ella medita qualche cosa. Certo, Carlo Ferro per lei non è altro che un aspro, amarissimo rimedio, a cui, stringendo i denti, facendo un’enorme violenza a se stessa s’è sottoposta per curare in sé un male disperato. E ora, più che mai, si tiene stretta a questo rimedio, balenandole la minaccia, con la venuta del Nuti, di ricadere nel suo male. Non perché, io credo, Aldo Nuti abbia su lei un tal potere. Subito, come un fantoccio, allora, ella lo prese, lo spezzò, lo buttò via. Ma la venuta di lui ora non ha certo altro scopo che di toglierla, strapparla al suo rimedio, riponendole davanti lo spettro di Giorgio Mirelli, in cui ella forse vede il suo male: lo smanioso tormento del suo spirito strano, del quale nessuno tra gli uomini a cui s’è accostata, ha saputo e voluto prendersi cura.
Ella non vuole più il suo male; ne vuole a ogni costo guarire. Sa che, se Carlo Ferro la stringe tra le braccia, può temere d’esserne spezzata. E questo timore le piace.
- Ma che ti vale – vorrei gridarle – che ti vale che Aldo Nuti non venga a riportelo davanti, il tuo male, se tu lo hai ancora in te, soffocato a forza e non vinto? Tu non vuoi vedere la tua anima: è possibile? T’insegue, t’insegue sempre, t’insegue come una pazza! Per sfuggirle, t’aggrappi, ti ripari tra le braccia d’un uomo, che sai senz’anima e capace d’ucciderti, se la tua, per caso, oggi o domani, s’impadronirà novamente di te, per ridarti l’antico tormento! Ah, meglio essere uccisa? meglio essere uccisa, che ricadere in questo tormento, di risentirsi un’anima dentro, un’anima che soffre e non sa di che?
Ebbene, questa mattina, mentre giravo la macchinetta, ho avuto tutt’a un tratto il terribile sospetto ch’ella – rappresentando, al solito, come una forsennata, la sua parte – volesse uccidersi: sì, sì, proprio uccidersi, davanti a me. Non so com’io abbia fatto a conservare la mia impassibilità; a dire a me stesso:
- Tu sei una mano, gira! Ella ti guarda, ti guarda fiso, non guarda che te, per farti intendere qualche cosa; ma tu non sai nulla, tu non devi intender nulla; gira!
S’è cominciato a iscenare il film della tigre, che sarà lunghissimo e a cui prenderanno parte tutt’e quattro le compagnie. Non mi curerò minimamente di cercare il bandolo di quest’arruffata matassa di volgari, stupidissime scene. So che la Nestoroff non vi prenderà parte, non avendo ottenuto che le fosse assegnata quella della protagonista. Solo questa mattina, per una particolare concessione al Bertini, ha posato per una breve scena di “colore”, in una particina secondaria, ma non facile, di giovane indiana, selvaggia e fanatica che s’uccide eseguendo “la danza dei pugnali”.
Segnato il campo nello sterrato, Bertini ha disposto in semicerchio una ventina di comparse, camuffate da selvaggi indiani. S’è fatta avanti la Nestoroff quasi tutta nuda, con una sola fascia sui fianchi a righe gialle verdi rosse turchine. Ma la nudità meravigliosa del saldo corpo esile e pieno era quasi coperta dalla sdegnosa noncuranza di esso, con cui ella si è presentata in mezzo a tutti quegli uomini, a testa alta, giù le braccia coi due pugnali affilatissimi, uno per pugno.
Bertini ha spiegato brevemente l’azione:
- Ella danza. È come un rito. Tutti stanno ad assistere religiosamente. A un tratto, a un mio grido, in mezzo alla danza, ella si trafigge il seno coi due pugnali e stramazza. Tutti accorrono e le si fanno sopra, stupiti e sgomenti. Sù, sù, attenti, attenti al campo! Voi di là, avete capito? state prima, serii, a guardare; appena la signora stramazza, accorrete tutti! Attenti, attenti al campo per ora!
La Nestoroff, facendosi in mezzo al semicerchio coi due pugnali branditi, ha preso a guardarmi con una così acuta e dura fissità, ch’io, dietro al mio grosso ragno nero in agguato sul treppiedi, mi sono sentito vagellar gli occhi e intorbidate la vista. Per miracolo ho potuto obbedire al comando di Bertini:
- Si gira!
E mi son messo, come un automa, a girar la manovella.
Tra i penosi contorcimenti di quella sua strana danza màcabra, tra il luccichìo sinistro dei due pugnali, ella non staccò un minuto gli occhi da’ miei, che la seguivano, affascinati. Le vidi sul seno anelante il sudore rigar di solchi la manteca giallastra, di cui era tutto impiastricciato. Senza darsi alcun pensiero della sua nudità, ella si dimenava come frenetica, ansava, e pian piano, con voce affannosa, sempre con gli occhi fissi ne’ miei, domandava ogni tanto:
- Bien comme ça? bien comme ça?
Come se volesse saperlo da me; e gli occhi erano quelli d’una pazza. Certo, ne’ miei leggevano, oltre la maraviglia, uno sgomento prossimo a cangiarsi in terrore nell’attesa trepidante del grido del Bertini. Quando il grido uscì ed ella si ritorse contro il seno la punta de’ due pugnali e stramazzò a terra, io ebbi veramente per un attimo l’impressione che si fosse trafitta, e fui per accorrere anch’io, lasciando la manovella allorché Bertini su le furie incitò le comparse.
- A vojaltri, perdio! accorrete! fatemi la controparte!… Così… così… basta!
Ero sfinito; la mano m’era diventata come di piombo, seguitando da sé, meccanicamente, a girar la manovella.
Ho visto Carlo Ferro accorrer fosco, pieno di collera e di tenerezza, con un lungo mantello violaceo, ajutar la donna a rialzarsi, avvolgerla in quel mantello e portarsela via, quasi di peso, nel camerino.
Ho guardato nella macchinetta e mi sono trovata in gola una curiosa voce sonnolenta per annunziare al Bertini:
- Ventidue metri.

II

Aspettavamo, oggi, sotto il pergolato dell’osteria, che arrivasse una certa “signorina di buona famiglia”, raccomandata dal Bertini, la quale doveva sostenere una particina in un film rimasto da qualche mese in tronco e che ora si vuol terminare.
Da più d’un’ora un ragazzo era stato spedito in bicicletta alla casa di questa signorina, e ancora non si vedeva nessuno, neppure il ragazzo di ritorno.
Polacco stava seduto con me a un tavolino, la Nestoroff e Carlo Ferro sedevano a un altro. Tutt’e quattro, insieme con quell’avventizia, si doveva andare in automobile, per un esterno dal vero al Bosco Sacro.
L’afa del pomeriggio, il fastidio delle mosche innumerevoli dell’osteria, il silenzio forzato fra noi quattro, costretti a stare insieme non ostante l’avversione dichiarata, e del resto patente, di quei due per Polacco e anche per me, accrescevano e rendevano a mano a mano insopportabile la noja dell’attesa.
Ostinatamente la Nestoroff si vietava di volger gli occhi verso di noi. Ma certo sentiva ch’io la guardavo, così, apparentemente senza attenzione, e più d’una volta aveva dato segno d’esserne seccata. Carlo Ferro se n’era accorto e aveva aggrottato le ciglia, guatandola; e allora ella aveva finto davanti a lui di provar fastidio, non già di me che la guardavo, ma del sole che, di tra i pampini del pergolato, la feriva in viso. Era vero; e mirabile su quel viso era il gioco dell’ombra violacea, vaga e rigata da fili d’oro di sole, che or le accendevano una pinna del naso e un po’ del labbro superiore, ora il lobo dell’orecchio e un tratto del collo. Mi vedo talvolta assaltato con tanta violenza dagli aspetti esterni, che la nitidezza precisa, spiccata, delle mie percezioni mi fa quasi sgomento. Diventa talmente mio quello che vedo con così nitida percezione, che mi sgomenta il pensare, come mai un dato aspetto – cosa o persona – possa non essere qual io lo vorrei. L’avversione della Nestoroff in quel momento di così intensa lucidità percettiva mi era intollerabile. Come mai non intendeva, ch’io non le ero nemico?
A un tratto, dopo avere spiato un pezzo di tra l’incannicciata, ella s’alzò e la vedemmo avviarsi fuori, a una carrozza d’affitto, anch’essa da un’ora lì ferma davanti l’entrata della Kosmograph ad aspettare sotto il sole cocente. Avevo veduto anch’io quella carrozza; ma il fogliame della vite m’impediva di scorgere chi vi fosse ad aspettare. Aspettava da tanto tempo, che non potevo credere vi fosse sù qualcuno. Polacco s’alzò; m’alzai anch’io, e guardammo.
Una giovinetta, vestita d’un abitino azzurro, di tela svizzera, lieve lieve, sotto un cappellone di paglia guarnito di nastri di velluto nero, stava in quella carrozza ad aspettare. Con in grembo una vecchia cagnetta pelosa, bianca e nera, guardava timida e afflitta il tassametro della vettura, che di tanto in tanto scattava e già doveva segnare una cifra non lieve. La Nestoroff le s’accostò con molta grazia e la invitò a smontare per togliersi dalla sferza del sole. Non era meglio aspettare sotto la pergola dell’osteria?
- Molte mosche sa? ma almeno si sta all’ombra.
La cagnetta pelosa aveva preso a ringhiare contro la Nestoroff, digrignando i denti in difesa della padroncina. Questa, improvvisamente invermigliata in volto, forse per il piacere inopinato di vedere quella bella signora prendersi cura di lei con tanta grazia; fors’anche per la stizza, che la sua vecchia stupida bestiola le cagionava, rispondendo così male alla premura gentile di quella, ringraziò e, confusa, accettò l’invito e smontò con la cagnetta in braccio. Ebbi l’impressione che smontasse sopra tutto per riparare alla cattiva accoglienza della vecchia cagnetta alla signora. Difatti, le diede forte con la mano sul muso, sgridando:
- Zitta, Piccinì!
E poi, volgendosi alla Nestoroff:
- Scusi, non capisce nulla…
Ed entrò con lei sotto il pergolato. Guardai la vecchia cagnetta, che spiava corrucciata la padroncina da sotto in sù, con occhi umani. Pareva le domandasse: – E che capisci tu?.
Il Polacco, intanto, le si era fatto avanti, con galanteria.
- La signorina Luisetta?
Ella tornò a invermigliarsi tutta, come sospesa in una penosa meraviglia, d’esser conosciuta da uno a lei sconosciuto; sorrise; disse di sì col capo, e tutti i nastri di velluto nero del cappellone di paglia dissero di sì con lei.
Polacco tornò a domandarle:
- Papà è qua?
Sì, di nuovo, col capo, come se tra il rossore e la confusione non trovasse la voce per rispondere. Infine, con uno sforzo, la trovò, timida:
- È entrato da un pezzo: disse che si sarebbe sbrigato subito, e intanto…
Alzò gli occhi a guardare la Nestoroff e le sorrise, come se le dispiacesse che quel signore con le sue domande la avesse distratta da lei, che le si era mostrata così gentile pur senza conoscerla. Polacco allora fece la presentazione:
- La signorina Luisetta Cavalena; la signora Nestoroff.
Poi si volse ad accennare Carlo Ferro, che subito sorse in piedi e s’inchinò rudemente.
- L’attore Carlo Ferro.
Infine, presentò me:
- Gubbio.
Mi parve che, tra tutti, io fossi quello che meno la impacciasse.
Conoscevo per fama Cavalena, suo padre, notissimo alla Kosmograph sotto il nomignolo di Suicida. Pare che il pover’uomo sia terribilmente oppresso da una moglie gelosa. Per la gelosia della moglie, a quanto si dice, dovette prima lasciar la milizia, da tenente medico, e non so quante condotte vantaggiose; poi anche l’esercizio della professione libera, e il giornalismo, in cui aveva trovato modo d’entrare, e alla fine anche l’insegnamento, a cui per disperazione s’era appigliato, nei licei, come incaricato di fisica e storia naturale. Ora, non potendo (sempre a causa della moglie) dedicarsi al teatro, per il quale crede da un pezzo d’avere spiccatissime attitudini, s’è acconciato alla confezione di scenarii cinematografici, con molto sdegno, obtorto collo, per sopperire ai bisogni della famiglia, non bastando al mantenimento di essa la sola dote della moglie e quel che ricava dall’affitto di due stanze mobigliate. Se non che, nell’inferno della sua casa, abituato ormai a vedere il mondo come una galera, pare che, per quanto si sforzi, non riesca a comporre una trama di film, senza che a un certo punto non ci scappi un suicidio. Ragion per cui finora Polacco gli ha sempre rifiutato tutti gli scenarii, visto e considerato che gli Inglesi – assolutamente – non vogliono nelle pellicole il suicidio.
- Che sia venuto a cercar me? – domandò il Polacco alla signorina Luisetta.
La signorina Luisetta balbettò, confusa:
- No… disse… non so… mi sembra Bertini…
- Ah, birbante! S’è rivolto al Bertini? E, dica, signorina… è entrato solo?
Nuova e più viva confusione della signorina Luisetta.
- Con la mamma…
Polacco alzò le mani, aperte, e le agitò un po’ in aria, allungando il viso e ammiccando.
- Speriamo che non avvengano guaj!
La signorina Luisetta si sforzò di sorridere; ripeté:
- Speriamo…
E mi fece tanta pena vederla sorridere a quel modo, col visino in fiamme! Avrei voluto gridare al Polacco:
- E smetti di tormentarla con codesto interrogatorio! Non vedi che è sulle spine?
Ma Polacco, all’improvviso, ebbe un’idea; batté le mani:
- E se ci portassimo la signorina Luisetta? Ma sì, perbacco; siamo qui da un’ora ad aspettare! Sì, sì; senz’altro… Signorina cara, lei ci leverà d’impaccio, e vedrà che la faremo divertire. In mezz’oretta sarà tutto fatto… Avvertirò l’usciere, che, appena verranno fuori il papà e la mamma, dica loro che lei è venuta per una mezz’oretta con me e con questi signori. Sono tanto amico di suo papà, che posso prendermi questa licenza. Le farò rappresentare una particina, è contenta?
La signorina Luisetta ha avuto certo una gran paura di parer timida, impacciata, sciocchina; e, quanto a venire con noi, ha detto, perché no?, ma che, quanto a recitare, non poteva, non sapeva… e poi, così?… ma che!… non s’era mai provata… si vergognava… e poi…
Polacco le spiegò che non ci voleva nulla: non doveva aprir bocca, né salire su un palcoscenico, né presentarsi al pubblico. Nulla. In campagna. Davanti agli alberi. Senza parlare.
- Starà su un sedile, accanto a questo signore, – e indicò il Ferro. – Questo signore fingerà di parlarle d’amore. Lei, naturalmente, non ci crede e ne ride… Ecco… così benissimo! Ride e scrolla la testolina sfogliando un fiore. Sopravviene di furia un’automobile. Questo signore si scuote, aggrotta le ciglia, guarda, presentendo una minaccia, un pericolo. Lei smette di sfogliare il fiore e resta come sospesa in un dubbio, smarrita. Subito questa signora – (e indicò la Nestoroff) – balza giù dall’automobile, cava dal manicotto una rivoltella e le spara…
La signorina Luisetta spalancò tanto d’occhi in faccia alla Nestoroff, sbigottita.
- Per finta! Non abbia paura! – seguitò Polacco, sorridendo. – Il signore s’avventa, disarma la signora; intanto lei s’è abbandonata prima sul sedile, ferita a morte; dal sedile trabocca giù a terra – senza farsi male, per carità! – e tutto è finito… Sù, sù, non perdiamo altro tempo! Faremo una prova sul posto; vedrà che andrà bene… e che bel regalino le farà poi la Kosmograph!
- Ma se papà…
- Lo avvertiremo!
- E Piccinì?
- La porteremo con noi; la terrò in braccio io… Vedrà che la Kosmograph farà un bel regalino anche a Piccinì… Sù, sù, via!
Salendo in automobile (ancora, certo, per non parer timida e sciocchina), ella che non aveva più badato a me, mi guardò incerta.
Perché andavo anch’io? che rappresentavo io?
Nessuno mi aveva rivolto la parola; ero stato appena appena presentato, come si farebbe d’un cane; non avevo aperto bocca; seguitavo a star muto…
M’accorsi che questa mia presenza muta, di cui ella non vedeva la necessità, ma che pur le s’imponeva come misteriosamente necessaria, cominciava a turbarla.
Nessuno si curava di dargliene la spiegazione; non potevo dargliela io. Le ero sembrato uno come gli altri; anzi forse, a prima giunta, uno più vicino a lei degli altri. Ora cominciava ad avvertire che per questi altri ed anche per lei (in confuso) non ero propriamente uno. Cominciava ad avvertire, che la mia persona non era necessaria; ma che la mia presenza lì aveva la necessità d’una cosa, ch’ella ancora non comprendeva; e che stavo così muto per questo. Potevano parlare – sì, essi, tutt’e quattro – perché erano persone, rappresentavano ciascuno una persona, la propria; io, no: ero una cosa: ecco, forse quella che mi stava su le ginocchia, avviluppata in una tela nera.
Eppure, avevo anch’io una bocca per parlare, occhi per guardare; e questi occhi, ecco, mi brillavano contemplandola; e certo entro di me sentivo…
Oh signorina Luisetta, se sapeste che gioja ritraeva dal proprio sentimento la persona – non necessaria come tale, ma come cosa – che vi stava davanti! Pensaste voi che io – pur standovi così davanti come una cosa – potessi entro di me sentire? Forse sì. Ma che cosa sentissi sotto la mia maschera d’impassibilità, non poteste certo immaginare.
Sentimenti non necessarii, signorina Luisetta! Voi non sapete che cosa siano e quali inebrianti gioje possano dare! Questa macchinetta qua, ecco: vi sembra che abbia necessità di sentire? Non può averne! Se potesse sentire, che sentimenti sarebbero? Non necessarii certo. Un lusso per lei. Cose inverosimili… Ebbene, fra voi quattro, quest’oggi, io – due gambe, un busto e, sopra, una macchinetta – ho sentito inverosimilmente.
Voi, signorina Luisetta, eravate con tutte le cose che v’erano attorno, dentro il sentimento mio, il quale godeva della vostra ingenuità, del piacere che vi cagionava il vento della corsa, la vista dell’aperta campagna, la vicinanza della bella signora. Vi sembra strano che foste così, con tutte le cose attorno, dentro il sentimento mio?
Ma anche un mendico a un canto di strada non vede forse la strada e tutta la gente che vi passa, dentro a quel sentimento di pietà, ch’egli vorrebbe destare? Voi, più sensibile degli altri, passando, avvertite d’entrare in questo sentimento e vi fermate a fargli la carità d’un soldo. Molti altri non c’entrano, e il mendico non pensa ch’essi siano fuori dal suo sentimento, dentro un altro lor proprio, in cui anch’egli è incluso come un’ombra molesta; il mendico pensa che sono spietati. Che cosa ero io per voi, nel vostro sentimento, signorina Luisetta? Un uomo misterioso? Sì, avete ragione. Misterioso. Se sapeste come sento, in certi momenti, il mio silenzio di cosa! E mi compiaccio del mistero che spira da questo silenzio a chi sia capace d’avvertirlo. Vorrei non parlar mai; accogliere tutto e tutti in questo mio silenzio, ogni pianto, ogni sorriso; non per fare, io, eco al sorriso; non potrei; non per consolare, io il pianto; non saprei; ma perché tutti dentro di me trovassero, non solo dei loro dolori, ma anche e più delle loro gioje, una tenera pietà che li affratellasse almeno per un momento.
Ho tanto goduto del bene che avete fatto con la freschezza della vostra ingenuità timida sorridente alla signora che vi stava accanto! Hanno talvolta, quando la pioggia manca, le piante arse ristoro da un’auretta leggera. E quest’auretta siete stata voi, per un momento, nell’arsura dei sentimenti di colei che vi stava accanto; arsura che non conosce il refrigerio delle lacrime.
A un certo punto ella, guardandovi quasi con trepida ammirazione, vi ha preso una mano e ve l’ha carezzata. Chi sa che invidia accorata di voi le angosciava il cuore in quell’istante!
Avete veduto, come subito dopo, s’è tutta scurita in viso?
Una nuvola è passata… Che nuvola?

III

Parentesi. Un’altra, sì. Quello che mi tocca fare tutto il giorno, non lo dico; le bestialità che mi tocca dare da mangiare, tutto il giorno, a questo ragno nero sul treppiedi, che non si sazia mai, non le dico; bestialità incarnata da questi attori, da queste attrici, da tanta gente che per bisogno si presta a dare in pasto a questa macchinetta il proprio pudore, la propria dignità; non le dico; ma bisogna pure ch’io mi prenda un po’ di respiro di tanto in tanto, assolutamente, una boccata d’aria per il mio superfluo; o muojo. Mi interesso alla storia di questa donna, dico della Nestoroff, riempio di lei molte di queste mie notti; ma non voglio infine lasciarmi prendere la mano da questa storia; voglio che lei, questa donna, mi resti davanti la macchinetta, o, meglio, ch’io resti davanti a lei quello che per lei sono, operatore, e basta. Quando il mio amico Simone Pau trascura per parecchi giorni di venire a trovarmi alla Kosmograph, vado io la sera a trovarlo a Borgo Pio, nel suo Albergo del Falco.
La ragione per cui di questi giorni non è venuto, è quanto mai triste. Muore l’uomo del violino.
Ho trovato a veglia nella cameretta riservata al Pau nell’ospizio, lui Pau, il vecchietto suo collega pensionato dal governo pontificio e le tre maestre zitellone, amiche delle suore di carità. Sul letto di Simone Pau, con una compressa di ghiaccio sul capo, giaceva l’uomo del violino, colpito tre sere fa da apoplessia.
- Si libera, – mi ha detto Simone Pau, con un gesto della mano, consolante. – Siedi qua, Serafino. La scienza gli ha messo in capo quel berretto là di ghiaccio, che non serve a nulla. Noi lo facciamo passare tra sereni discorsi filosofici, in compenso del dono prezioso ch’egli ci lascia in eredità: il suo violino. Siedi, siedi qua. Lo hanno lavato bene, tutto; lo hanno messo in regola coi sagramenti, lo hanno unto. Ora aspettiamo la sua fine, che non può tardare. Ti ricordi quando sonò davanti alla tigre? Gli fece male. Ma forse, meglio così: si libera!
Come sorrideva benigno, a queste parole, il vecchietto tutto raso, fino fino, pulito pulito, con la papalina in capo e in mano la tabacchiera d’osso col ritratto del Santo Padre sul coperchio!
- Prosegua, – riprese Simone Pau, rivolto al vecchietto, – prosegua, signor Cesarino, il suo elogio dei lumi a olio a tre beccucci, la prego.
- Ma che elogio! – esclamò il signor Cesarino. S’ostina lei a ripetere che ne faccio l’elogio! Io dico che sono di quella generazione là, e addio.
- E non è un elogio questo?
- Ma no, dico che tutto si compensa alla fine: è una mia idea: tante cose nel bujo vedevo io con quei lumi là, che loro forse non vedono più con la lampadina elettrica, ora; ma in compenso, ecco, con queste lampadine qua altre ne vedono loro, che non riesco a vedere io; perché quattro generazioni di lumi, quattro, caro professore, olio, petrolio, gas e luce elettrica, nel giro di sessant’anni, eh… eh… eh… sono troppe, sa? e ci si guasta la vista, e anche la testa; eh, anche la testa, un poco.
Le tre zitellone, che si tenevano in grembo tutte e tre quietamente le mani coi mezzi guanti di filo, approvarono in silenzio, col capo: sì, sì, sì.
- Luce, bella luce, non dico di no! Eh, lo so io, – sospirò il vecchietto, – che mi ricordo s’andava nelle tenebre con un lanternino in mano per non rompersi l’osso del collo! Ma luce per fuori, ecco… Che ci ajuti a veder dentro, no.
Le tre zitellone quiete, sempre con in grembo le mani coi mezzi guanti di filo tutt’e tre, dissero in silenzio col capo: no, no, no.
Il vecchietto si alzò e andò a offrire in premio a quelle mani quiete e pure, un pizzichetto di tabacco.
Simone Pau tese due dita.
- Anche lei? – domandò il vecchietto.
- Anche io, anche io, – rispose, un po’ irritato dalla domanda, Simone Pau. – E anche tu, Serafino. Ti dico, prendi! Non vedi che è come un rito?
Il vecchietto, con la presina tra le dita, strizzò un occhio maliziosamente:
- Tabacco proibito, – disse piano. – Viene di là…
E col pollice dell’altra mano fece, come di nascosto, un cenno per dire: San Pietro, Vaticano.
- Capisci? – disse allora Simone Pau, rivolto a me, mettendomi sotto gli occhi la sua presa. – Ti libera dell’Italia! Ti pare niente? La fiuti, e non ci senti puzza di regno!
- Via, non dica così… – pregò il vecchietto afflitto, che voleva godersi in pace i benefizii della tolleranza, tollerando.
- Lo dico io, non lo dice lei, – gli rispose Simone Pau. – Lo dico io che posso dirlo. Se lo dicesse lei, la pregherei di non dirlo in mia presenza, va bene? Ma lei è saggio, signor Cesarino! Séguiti, séguiti, la prego, a commemorarci col suo buon garbo antico i buoni lumi ad olio, a tre beccucci, di tanti anni fa… Ne vidi uno sa? nella casa di Beethoven, a Bonn sul Reno, al tempo del mio viaggio in Germania. Ecco: bisogna questa sera richiamare la memoria di tutte le buone cose antiche attorno a questo povero violino, che si spezzò davanti a un pianoforte automatico. Confesso che vedo male qua dentro, in questo momento, il mio amico. Sì, te, Serafino. Il mio amico, signori – ve lo presento: Serafino Gubbio – è operatore: gira, disgraziato, la macchinetta d’un cinematografo.
- Ah, – fece il vecchietto, con piacere.
E le tre zitellone mi guardarono ammirate.
- Vedi? – mi disse Simone Pau. – Tu guasti tutto, qua dentro. Scommetto che lei adesso, signor Cesarino, e anche loro, signorine, hanno una gran voglia di sapere dal mio amico come gira la macchinetta e come si mette sù una cinematografia. Per carità!
E con la mano indicò il morente, che ronfava nel coma profondo, sotto la compressa di ghiaccio.
- Tu sai che io… – mi provai a dire, piano.
- Lo so! – m’interruppe. – Tu non sei nella tua professione, ma ciò non vuol dire, caro mio, che la tua professione non sia in te! Leva dal capo a questi miei signori colleghi ch’io non sia professore. Sono il professore, per loro: un po’ strambo, ma professore! Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa. Vuoi ribellarti? Non puoi. Prima di tutto, non siamo liberi di fare quello che vorremmo: il tempo, il costume degli altri, la fortuna, le condizioni dell’esistenza, tant’altre ragioni fuori e dentro di noi, ci costringono spesso a fare quello che non vorremmo; e poi lo spirito non è senza carne; e la carne, hai un bel sorvegliarla, vuole la sua parte. E a che si riduce l’intelligenza, se non compatisce la bestia che è in noi? Non dico scusarla. L’intelligenza che scusi la bestia, s’imbestialisce anch’essa. Ma averne pietà è un’altra cosa! Lo predicò Gesù, dico bene, signor Cesarino? Dunque tu sei prigioniero di quello che hai fatto, della forma che quel fatto ti ha dato. Doveri, responsabilità, una sequela di conseguenze, spire, tentacoli che t’avviluppano e non ti lasciano più respirare. Non far più niente, o il meno possibile, come me, per restar liberi il più possibile? Eh sì! La vita stessa è un fatto! Quando tuo padre t’ha messo al mondo, caro, il fatto è fatto. Non te ne liberi più finché non finisci di morire. E anche dopo morto, qua c’è il signor Cesarino che dice di no, è vero? Non se ne libera più, è vero? neanche dopo morto.
Stai fresco, caro mio. Andrai a girare la macchinetta anche di là! Ma sì, ma sì, perché non dell’essere, di cui non hai colpa, ma dei fatti e delle conseguenze dei fatti tu devi rispondere, è vero, sì o no, signor Cesarino?
- Verissimo, sì; ma non è mica peccato, professore, girare una macchinetta di cinematografo – osservò il signor Cesarino.
- Non è peccato? Lo domandi a lui! – disse Pau.
Il vecchietto e le tre zitellone mi guardarono stupiti e afflitti ch’io approvassi col capo, sorridendo, il giudizio di Simone Pau.
Sorridevo perché m’immaginavo al cospetto di Dio Creatore, al cospetto degli Angeli e delle anime sante del Paradiso, dietro il mio grosso ragno nero sul treppiedi a gambe rientranti, condannato a girar la manovella, anche lassù, dopo morto.
- Eh, certo, – sospirò il vecchietto, – quando il cinematografo mette su certe sconcezze, certe stupidaggini…
Le tre zitellone, con gli occhi bassi, fecero con le mani un atto di schifiltà.
- Ma non ne sarà responsabile il signore, – aggiunse subito il signor Cesarino, garbato e sempre benigno.
S’udì per la scala uno sbattimento di panni grevi e di grossi grani di rosario col crocifisso ciondolante. Apparve sotto le ampie ali bianche della cornetta una suora di carità. Chi l’aveva chiamata? Il fatto è che, appena lei si presentò su la soglia, l’agonizzante finì di rantolare. Ed ella si trovò pronta a compiere il suo ultimo ufficio. Gli levò dal capo la compressa di ghiaccio; si volse a guardarci, muta, con un semplice, rapidissimo cenno degli occhi al cielo; poi si chinò a comporre sul letto il cadavere e s’inginocchiò. Le tre zitellone e il signor Cesarino seguirono l’esempio. Simone Pau mi chiamò fuori della cameretta.
- Conta, – mi ordinò, cominciando a scendere la scala, indicandomi gli scalini. – Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove. Scalini di una scala; di questa scala, che dà su questo corridojo tetro… Mani che li intagliarono e li disposero qua in sesto… Morte. Mani che levarono questo casamento… Morte. Come altre mani, che levarono tant’altre case di questo borgo… Roma; che ne pensi? Grande… Pensa nei cieli questa terra piccola… Vedi? che è?… Un uomo è morto… io, tu… non importa: un uomo… E cinque, di là, gli si sono inginocchiati intorno a pregare qualcuno, qualche cosa, che credono fuori e sopra di tutto e di tutti, e non in loro stessi, un sentimento loro che si libera dal giudizio e invoca quella stessa pietà che sperano per loro, e n’hanno conforto e pace. Ebbene, bisogna fare così. Io e tu, che non possiamo farlo, siamo due scemi. Perché, dicendo queste bestialità che sto dicendo io, lo stiamo facendo lo stesso, in piedi, scomodi, con questo bel guadagno, che non ne abbiamo né conforto né pace. E scemi come noi sono tutti coloro che cercano Dio dentro e lo sdegnano fuori, che non sanno cioè vedere il valore degli atti, di tutti gli atti, anche i più meschini, che l’uomo compie da che mondo è mondo, sempre gli stessi, per quanto ci pajano diversi. Ma che diversi? Diversi perché attribuiamo loro un altro valore che, comunque, è arbitrario. Di certo non sappiamo niente. E non c’è niente da sapere fuori di quello che, comunque, si rappresenta fuori, in atti. Il dentro è tormento e seccatura. Va’, va’ a girar la macchinetta, Serafino! Credi che la tua è una professione invidiabile! E non stimare più stupidi degli altri gli atti che ti combinano davanti, da prendere con la tua macchinetta. Sono tutti stupidi allo stesso modo, sempre: la vita è tutta una stupidaggine, sempre, perché non conclude mai e non può concludere. Va’, caro, va’ a girare la tua macchinetta e lasciami andare a dormire con la sapienza che, dormendo sempre, dimostrano i cani. Buona notte.
Uscii dall’ospizio, confortato. La filosofia è come la religione: conforta sempre, anche quando è disperata, perché nasce dal bisogno di superare un tormento, e anche quando non lo superi, il porselo davanti, questo tormento, è già un sollievo per il fatto che, almeno per un poco, non ce lo sentiamo più dentro. Il conforto delle parole di Simone Pau m’era venuto però sopra tutto per ciò che si riferiva alla mia professione.
Invidiabile, sì forse; ma se fosse applicata solamente a cogliere, senz’alcuna stupida invenzione o costruzione immaginaria di scene e di fatti, la vita, così come vien viene, senza scelta e senz’alcun proposito; gli atti della vita come si fanno impensatamente quando si vive e non si sa che una macchinetta di nascosto li stia a sorprendere. Chi sa come ci sembrerebbero buffi! più di tutti, i nostri stessi. Non ci riconosceremmo, in prima; esclameremmo, stupiti, mortificati, offesi: – Ma come? Io, così? io, questo? cammino così? rido così? io, quest’atto? io, questa faccia? – Eh, no, caro, non tu: la tua fretta, la tua voglia di fare questa o quella cosa, la tua impazienza, la tua smania, la tua ira, la tua gioja, il tuo dolore… Come puoi sapere tu, che le hai dentro, in qual maniera tutte queste cose si rappresentano fuori! Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Veder come si vive sarebbe uno spettacolo ben buffo!
Ah se fosse destinata a questo solamente la mia professione! Al solo intento di presentare agli uomini il buffo spettacolo dei loro atti impensati, la vista immediata delle loro passioni, della loro vita così com’è. Di questa vita, senza requie, che non conclude.

IV

- Signor Gubbio, scusi: voglio dirle una cosa.
Era già bujo: andavo di fretta sotto i grandi platani del viale. Sapevo che egli – Carlo Ferro – mi veniva dietro, affannato, per sorpassarmi e poi forse volgersi, fingendo di ricordarsi tutt’a un tratto, che aveva da dirmi qualche cosa. Volevo levargli il piacere di questa finzione, e acceleravo sempre più il passo, aspettandomi di mano in mano, che – stanco alla fine – si desse per vinto e mi chiamasse. Difatti… Mi voltai, come sorpreso. Egli mi raggiunse e con mal dissimulato dispetto mi domandò:
- Permette?
- Dica pure.
- Va a casa?
- Sì.
- Abita lontano?
- Parecchio.
- Voglio dirle una cosa, – ripeté, e si fermò a guardarmi con bieco lustro negli occhi. – Lei dovrebbe sapere che, grazie a Dio, posso sputare su la scrittura che ho qua con la Kosmograph. Un’altra, come questa, meglio di questa, la trovo subito, appena voglio, dovunque, per me e per la mia signora. Lo sa o non lo sa?
Sorrisi; mi strinsi nelle spalle:
- Posso crederlo, se le fa piacere.
- Può crederlo, perché è così! – ribatté forte, in tono di provocazione e di sfida.
Tornai a sorridere; dissi:
- Sarà pure così; ma non vedo perché venga a dirlo a me, e con codesto tono.
- Ecco perché, – riprese – Io rimango, caro signore, alla Kosmograph.
- Rimane? Guardi: non sapevo nemmeno che avesse in animo di andarsene.
- Altri lo aveva in animo, – ripigliò Carlo Ferro, pigiando con la voce su altri – Ma io le dico che rimango: ha capito?
- Ho capito.
- E rimango, non perché m’importi della scrittura, che non me n’importa un corno; ma perché io non sono mai fuggito di fronte a nessuno!
Così dicendo, mi prese la giacca sul petto, con due dita, e me la scosse un po’.
- Permette? – dissi io, a mia volta, con calma, levandogli quella mano; e presi dalla tasca una scatola di fiammiferi: ne accesi uno per la sigaretta che avevo già cavato dell’astuccio e tenevo in bocca; trassi due boccate di fumo, rimasi ancora un po’ col fiammifero acceso tra le dita, per fargli vedere che le sue parole, il tono minaccioso, il fare aggressivo non mi cagionavano il minimo turbamento; poi risposi, piano: – Potrei anche aver capito a che cosa ella voglia alludere; ma, ripeto, non intendo perché viene a dire proprio a me codeste cose.
- Non è vero! – gridò allora Carlo Ferro. – Lei finge di non intendere!
Pacatamente, ma con voce ferma, risposi:
- Non ne vedo la ragione. Se lei, caro signore, vuol provocarmi, sbaglia; non solo perché senza motivo, ma anche perché, precisamente come lei, io non soglio fuggire di fronte a nessuno.
- Come no? – sghignò egli allora. – Ho dovuto correr tanto per raggiungerla!
- Oh, ma guarda! ha creduto davvero ch’io fuggissi? S’inganna, caro signore, e gliene do subito la prova. Lei forse sospetta ch’io abbia avuto qualche parte nella prossima venuta di qualcuno che le dà ombra?
- Nessuna ombra!
- Tanto meglio. Per codesto sospetto, ha potuto credere ch’io fuggissi?
- So che lei è stato amico d’un certo pittore che s’uccise a Napoli.
- Sì. Ebbene?
- Ebbene, lei che s’è trovato in mezzo a questa faccenda…
- Io? Ma nient’affatto! chi gliel’ha detto? io ne so quanto lei; forse meno di lei.
- Ma conoscerà questo signor Nuti!
- Nient’affatto! Lo vidi, parecchi anni fa, giovanotto, una o due volte, non più. Non ho mai parlato con lui.
- Cosicché…
- Cosicché, caro signore, non conoscendo questo signor Nuti, e seccato di vedermi da alcuni giorni guardato male da lei per il sospetto ch’io mi sia immischiato o voglia immischiarmi in codesta faccenda; poco fa, non volevo che lei mi raggiungesse e ho accelerato il passo. Eccole spiegata “la mia fuga”. È contento?
Con subitaneo cangiamento Carlo Ferro mi tese la mano, commosso:
- Posso aver l’onore e il piacere d’essere suo amico?
Gli strinsi la mano e risposi:
- Lei sa bene, che sono di fronte a lei così poca cosa, che l’onore sarà mio.
Carlo Ferro si scrollò come un orso:
- Non dica! Non dica! Lei è uno che sa il fatto suo, a preferenza di tutti gli altri; sa, vede e non parla… Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo! Ma pajono tutti… che so! Ma perché si dev’essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati! Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l’uno di fronte all’altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch’io, anch’io; mi ci metto anch’io; tutti! Mascherati! Questo, un’aria così; quello, un’aria cosà… E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come… come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna! Sissignore, creda: il cuore si vergogna! Io smanio, smanio, signor Gubbio, per un poco di sincerità… d’essere con gli altri come sono tante volte con me stesso, dentro di me; una creatura, glielo giuro, una creaturina che piagnucola perché la mamma santa, sgridandola, le ha detto che non le vuole più bene! Sempre io, sempre, quando mi sento salire il sangue agli occhi, penso a quella mia vecchierella, laggiù in Sicilia, sa? Ma guaj se mi metto a piangere! Quelle che sono lagrime per i miei occhi, se qualcuno non le capisce e crede che siano per paura, possono diventar subito sangue nelle mie mani; io lo so, e perciò ho una gran paura, quando mi sento pungere il pianto negli occhi! Le dita, guardi,mi diventano così!
Nell’oscurità del grande viale deserto, mi vidi porre davanti agli occhi due manacce poderose, ferocemente contratte e artigliate.
Dissimulando con molto sforzo il turbamento che questa inattesa effusione di sincerità mi suscitava, per non esacerbargli il dolore segreto al quale senza dubbio era in preda e che, certamente suo malgrado, aveva trovato in quell’effusione uno sfogo di cui già si pentiva; trattenni la voce, finché non mi parve di poter parlare in modo ch’egli, pur intendendo la mia simpatia per la sua sincerità, fosse tratto più a pensare che a sentire: e dissi:
- Ha ragione; è proprio così, signor Ferro! Ma inevitabilmente, veda, noi ci costruiamo, vivendo in società… Già, la società per se stessa non è più il mondo naturale. È mondo costruito, anche materialmente! La natura non ha altra casa, che la tana o la grotta.
- Allude a me?
- Come, a lei? No.
- Sono della tana o della grotta?
- Ma no! Volevo spiegarle perché, a mio modo di vedere, si mentisce inevitabilmente. E dico che mentre la natura non conosce altra casa che la tana o la grotta, la società costruisce le case; e l’uomo, quando esce da una casa costruita, dove già non vive più naturalmente, entrando in relazione co’ suoi simili, si costruisce anch’esso, ecco; si presenta, non qual è, ma come crede di dover essere o di poter essere, cioè in una costruzione adatta ai rapporti, che ciascuno crede di poter contrarre con l’altro. In fondo, poi, cioè dentro queste nostre costruzioni, messe così di fronte, restano ben nascosti, dietro le gelosie e le imposte, i nostri pensieri più intimi, i nostri più segreti sentimenti. Ma ogni tanto, ecco, ci sentiamo soffocare; ci vince il bisogno prepotente di spalancare gelosie e imposte per gridar fuori, in faccia a tutti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti tenuti per tanto tempo nascosti e segreti.
- Già… già… già… – approvò parecchie volte Carlo Ferro, ridivenuto fosco. – Ma c’è chi s’apposta anche, e si tiene in agguato dietro codeste costruzioni che dice lei, come un vigliacco manigoldo a un canto di strada, per assalire alle spalle, per aggredire a tradimento. Io ne conosco uno, qua alla Kosmograph, e lo conosce anche lei.
Alludeva sicuramente al Polacco. Compresi subito, ch’egli in quel momento non poteva esser tratto a pensare: sentiva troppo.
- Signor Gubbio, – riprese risolutamente, – vedo che lei è un uomo, e sento che con lei posso parlare aperto. A questo signore costruito, che tutti e due conosciamo, dica lei una parolina come va detta. Io non posso parlare con lui; conosco la mia naturaccia: se mi metto a parlare con lui, so come comincio, non so dove vado a finire. Perché i pensieri coperti, e tutti coloro che agiscono copertamente, che si costruiscono come dice lei, io non li posso soffrire. Mi pajono serpi, a cui schiaccerei la testa, guardi, così… così…
E due volte pestò il calcagno in terra, con rabbia. Riprese:
- Che gli ho fatto io? che gli ha fatto la mia signora, perché egli con tanto accanimento ci avversi di nascosto? Non dica di no, la prego… la prego… lei dev’essere sincero, perdio, con me!… Non vuole?
- Ma sì…
- Vede che io le parlo sincero? La prego, dunque! Guardi: è stato lui, sapendo che io per puntiglio non mi sarei mai tirato indietro, è stato lui a designare me, presso il signor commendatore Borgalli, per l’uccisione della tigre… Fino a tal punto, capisce? Fino alla perfidia di pigliarmi per puntiglio e sopprimermi! Dice di no? Ma questa è l’idea! l’intenzione è questa, questa: glielo dico io e lei deve credermi! Perché non ci vuol mica coraggio, lei lo capisce, per sparare a una tigre dentro una gabbia: ci vuole calma, freddezza ci vuole: braccio fermo, occhio sicuro. Ebbene, designa me! mette avanti me, perché sa che io posso, se mai, essere una belva di fronte a un uomo; ma come uomo di fronte a una belva non valgo niente! Io ho l’impeto, non ho la calma! Vedendomi una belva davanti, io ho l’istinto di lanciarmi; non ho la freddezza di star lì fermo a prender bene la mira per colpirla dove va colpita. Non so sparare; non so imbracciare il fucile; sono capace di gettarlo via, di sentirmene ingombre le mani, capisce? E questo, lui, lo sa! lo sa bene! Dunque ha voluto proprio espormi al pericolo d’essere sbranato da quella belva. E con qual fine? Ma guardi, guardi fin dove arriva la perfidia di quest’uomo! Fa venire il Nuti; gli fa da mezzano; gli sgombra la via, togliendomi di mezzo! “Sì, caro, vieni!” gli avrà scritto, “ti servo io! te lo levo io dai piedi! vieni pure tranquillo!” Lei dice di no?
Era così aggressiva e perentoria, la domanda, che ad oppormi recisamente, avrei acceso ancor più le sue furie. Tornai a stringermi nelle spalle, risposi:
- Che vuole che le dica? Lei in questo momento, lo riconoscerà, è molto eccitato.
- Ma posso esser calmo?
- Ah, capisco…
- Ne ho ragione, mi sembra!
- Sì, senza dubbio! Ma in tale stato, caro Ferro, è anche molto facile esagerare.
- Ah, io esagero? Già già, sì… perché quelli che sono freddi, quelli che ragionano, quando commettono sotto sotto un delitto, lo costruiscono in modo, che per forza, se uno lo scopra, deve parere esagerato. Sfido! Lo hanno costruito in silenzio con tanta sapienza, piano piano, coi guanti, già… per non sporcarsi le mani! Di nascosto, sì, proprio, di nascosto anche a loro stessi! Ah, lui non lo sa mica, che sta commettendo un delitto! Che! Inorridirebbe, se qualcuno glielo facesse notare. “Io, un delitto? Eh via! Che esagerazione!” Ma come esagerazione, perdio! Ragioni anche lei, come ragiono io! Si piglia un uomo e si fa entrare in una gabbia, dove sarà introdotta una tigre, e gli si dice: “Stai calmo, sai? prendi bene la mira e spara. Bada oh, d’atterrarla al primo colpo, colpendola al punto giusto; se no, anche ferita, ti salta addosso e ti sbrana!”. Tutto questo, lo so, se si sceglie un uomo calmo, freddo, esperto tiratore non è niente, non è delitto. Ma se si sceglie apposta uno come me? Badi, uno come me! Vada a dirglielo: casca dalle nuvole: “Ma come? il Ferro? Ma se io l’ho scelto apposta perché lo so tanto coraggioso!”. Ecco la perfidia! ecco dove s’annida il delitto: in questo sapermi coraggioso! nell’approfittare del mio coraggio, del mio puntiglio, capisce! Lui lo sa bene, che lì non ci vuole coraggio! Finge di crederlo! Ecco il delitto! E vada a domandargli perché contemporaneamente si muova sotto mano per facilitare l’entrata a un amico che vorrebbe riprendersi la donna, la donna che ora sta proprio con quell’uomo da lui designato a entrare nella gabbia. Cascherà dalle nuvole una seconda volta! Come, che nesso tra le due cose? Oh, ma guarda! anche questo sospetto? Che e-sage-ra-zio-ne! – Ecco, ha detto anche lei ch’io esagero… Ma rifletta bene; penetri fino in fondo; scopra ciò ch’egli stesso non vuol vedere e nasconde sotto una così composta apparenza di ragione; gli strappi i guanti, a questo signore, e vedrà che ha le mani sporche di sangue!
Tante volte avevo pensato anch’io, che ognuno – per quanto probo e onesto si tenga, considerando le proprie azioni astrattamente, cioè fuori delle incidenze e coincidenze che dànno ad esse peso e valore – può commettere un delitto di nascosto anche a se stesso; che stupii nel sentirmelo dire con tanta chiarezza e tanta efficacia dialettica e, per giunta, da uno, cui finora avevo ritenuto di mente angusta e di animo volgare.
Ero, non per tanto, sicurissimo che il Polacco non agiva realmente con la coscienza di commettere un delitto, e non favoriva il Nuti per il fine sospettato da Carlo Ferro. Ma poteva anche, questo fine, essere incluso a insaputa di lui, tanto nella designazione del Ferro per l’uccisione della tigre, quanto nel facilitare la venuta del Nuti: azioni solo apparentemente per lui senza nesso. Certo, non potendo in altro modo levarsi dai piedi la Nestoroff, che costei divenisse di nuovo amante del Nuti, suo amico, poteva essere una sua segreta aspirazione, un desiderio non peranco palese. Amante d’un suo amico, la Nestoroff non gli sarebbe stata più così nemica; non solo, ma fors’anche il Nuti, ottenuto l’intento, ricco com’era, non avrebbe più permesso che la Nestoroff seguitasse a far l’attrice, e se la sarebbe portata via con sé.
- Ma lei, – dissi, – è ancora in tempo, caro Ferro, se crede…
- Nossignore! – m’interruppe aspramente. – Già codesto signor Nuti, per opera del Polacco, s’è comperato il diritto d’entrare alla Kosmograph.
- No, scusi, io dico, ancora in tempo di rifiutare la parte, che le è stata assegnata. Nessuno conoscendola, può credere che lei lo faccia per paura.
- Tutti lo crederebbero! – gridò Carlo Ferro. – E io per il primo! Sissignore… Perché il coraggio posso averlo, e l’ho, di fronte a un uomo, ma di fronte a una belva, se non ho la calma, non posso aver coraggio; chi non ha calma deve aver paura. E io avrei paura, sissignore! Paura, non per me, m’intenda bene! Paura per chi mi vuol bene… Ho voluto che mia madre fosse assicurata; ma se domani le daranno un danaro macchiato di sangue, mia madre ne morrà! che vuole che se ne faccia del danaro? Veda in quale vergogna m’ha messo quel cagliostro! nella vergogna di dire queste cose, che pajono suggerite da una tremenda, e-sa-ge-ra-tis-si-ma paura! Già, perché tutto ciò che faccio, sento e dico, è condannato a parere a tutti esagerato! S’uccidono, Dio mio, tante bestie feroci in tutte le case cinematografiche, e mai nessun attore ne è morto, mai nessuno ha dato tanto peso alla cosa. Ma io glielo do, perché qua, adesso, mi vedo giocato, mi vedo insidiato, designato apposta con l’unico intento di farmi perdere la calma! Sono sicuro che non accadrà nulla; che sarà affare d’un minuto e ucciderò la tigre senza nessun pericolo. Ma è la rabbia per l’insidia che m’è stata tesa, con la speranza che m’accada qualche guajo, per cui il signor Nuti, ecco qua, si troverà pronto, con la via aperta e libera. Ecco, questo, questo… mi… mi…
S’interruppe bruscamente; aggrovigliò le mani e se le storse, digrignando i denti. Fu per me un lampo: sentii d’un subito in quell’uomo tutte le furie della gelosia. Ecco perché m’aveva chiamato! ecco perché aveva tanto parlato! ecco perché era così! Dunque Carlo Ferro non è sicuro della Nestoroff. Lo guatai al lume d’uno dei rari fanali del viale: aveva il volto scontraffatto, gli occhi feroci.
- Caro Ferro, – gli dissi premurosamente, – se lei crede ch’io possa in qualche modo esserle utile, per tutto quello che posso…
- Grazie! – mi rispose con durezza. – Non… non può… Lei non può…
Forse in prima voleva dire: “Non mi serve nulla!” – poté contenersi; seguitò:
- Non può essermi utile, se non in questo, ecco: di dire a codesto signor Polacco, che con me si scherza male, perché la vita o la donna, io non son uomo da farmele strappare così facilmente come lui crede! Questo gli dica! E che se qui accadrà qualche cosa – che accadrà di certo – guaj a lui: parola di Carlo Ferro! Gli dica questo, e la riverisco.
Accennando appena con la mano un saluto sprezzante, allungò il passo, scappò via.
E la profferta d’amicizia?
Quanto mi piacque quest’improvviso ritorno allo sprezzo! Carlo Ferro può per un momento pensare d’essermi amico; non può sentire amicizia per me. E certo, domani, m’odierà di più, per avermi questa sera trattato da amico.

V

Penso che mi farebbe comodo avere un’altra mente e un altro cuore.
Chi me li cambia?
Data l’intenzione, in cui mi vado sempre più raffermando, di rimanere uno spettatore impassibile, questa mente, questo cuore mi servono male. Ho ragione di credere (e già più d’una volta me ne sono compiaciuto) che la realtà ch’io do agli altri corrisponda perfettamente a quella che questi altri dànno a se medesimi, perché m’industrio di sentirli in me come essi in sé si sentono, di volerli per me com’essi per sé si vogliono: una realtà, dunque, al tutto “disinteressata”. Ma vedo intanto che, senza volerlo, mi lascio prendere da questa realtà, la quale, così com’è, mi dovrebbe restar fuori: materia, a cui do forma, non per me, ma per se stessa; da contemplare.
Senza dubbio, c’è un inganno sotto, un beffardo inganno in tutto questo. Mi vedo preso. Tanto che non riesco più neanche a sorridere, se accanto o sotto a una complicazione di casi o di passioni, che si fa a mano a mano più aspra e forte, vedo scappar fuori qualche altro caso o qualche altra passione, che mi potrebbero esilarar lo spirito. Il caso della signorina Luisetta Cavalena, per esempio.
L’altro giorno Polacco ebbe l’ispirazione di far venire questa signorina al Bosco Sacro e di farle rappresentare una particina. So che per impegnarla a prender parte alle altre scene del film, ha mandato al padre un biglietto da cinquecento lire e, secondo la promessa, il regalo d’un grazioso ombrellino a lei e un collarino con molti sonaglioli d’argento per la vecchia cagnetta Piccinì.
Non l’avesse mai fatto!
A quanto pare, Cavalena aveva dato a intendere alla moglie, che – venendo a portare i suoi scenarii alla Kosmograph tutti col loro bravo suicidio immancabile e tutti perciò costantemente rifiutati – non vedesse nessuno, tranne Cocò Polacco: Cocò Polacco e basta. E chi sa come le aveva descritto l’interno della Kosmograph: forse un austero romitorio, da cui tutte le donne fossero tenute lontane, come demonii. Se non che, l’altro giorno, la moglie feroce, venuta in sospetto, volle accompagnare il marito. Non so che cos’abbia veduto; ma me l’immagino facilmente. Il fatto è, che questa mattina, mentre stavo per entrare alla Kosmograph, ho veduto arrivare in una carrozzella tutt’e quattro i Cavalena: marito, moglie, figliuola e cagnolina: la signorina Luisetta, pallida e convulsa; Piccinì, più che mai rabbuiata; Cavalena, con la solita faccia di limone ammuffito, tra i riccioli della parrucca sotto il cappellaccio a larghe tese; la moglie, come una bufera a stento contenuta, col cappellino andatole di traverso nello smontare dalla vettura.
Sotto il braccio, Cavalena aveva il lungo pacco dell’ombrellino regalato da Polacco alla figliuola e in mano la scatola del collarino di Piccinì. Veniva a restituirli. La signorina Luisetta m’ha subito riconosciuto. Mi sono affrettato ad avvicinarmi per salutarla; ella ha voluto presentarmi alla mamma e al babbo; ma non ricordava più il mio nome. L’ho tratta d’impaccio, presentandomi da me.
- Operatore, quello che gira, capisci, Nene? – ha spiegato subito, con timida premura, Cavalena alla moglie, sorridendo, come per implorare un po’ di degnazione.
Dio, che faccia la signora Nene! Faccia di vecchia bambola scolorita. Un casco compatto di capelli già quasi tutti grigi le opprime la fronte bassa e dura, in cui le sopracciglia giunte, corte, ispide e dritte, sembrano una sbarra fortemente segnata a dar carattere di stupida tenacia agli occhi chiari e lucenti d’una rigidezza di vetro. Sembra apatica; ma, a guardarla attentamente, le si scorgono a fior di pelle certi strani formicolìi nervosi, certe repentine alterazioni di colore, a chiazze, che subito scompajono. Ha poi, di tratto in tratto, rapidi gesti inaspettati, curiosissimi. L’ho sorpresa, per esempio, a un certo punto, che rispondeva a un supplice sguardo delle figliuola, accomodando la bocca ad O e ponendovi in mezzo il dito. Evidentemente, questo gesto significava:
- Sciocca! perché mi guardi così?
Ma la guardano sempre, almeno di sfuggita, il marito e la figliuola, perplessi e ansiosi nella paura, che da un momento all’altro non dia in qualche furiosa escandescenza. E certo guardandola così, la irritano di più. Ma chi sa che vita è la loro poveretti!
Già Polacco me n’ha dato qualche ragguaglio. Non ha forse pensato mai d’esser madre, quella donna! Ha trovato quel pover’uomo, il quale, tra le grinfie, dopo tant’anni, le si è ridotto come peggio non si potrebbe; non importa: se lo difende; séguita a difenderselo ferocemente. Polacco m’ha detto che, assalita dalle furie della gelosia, perde ogni ritegno di pudore; e, inanzi a tutti, senza badar più neanche alla figliuola che sta a sentire a guardare, sculaccia nude (nude, come in quelle furie le balenano davanti agli occhi) le pretese colpe del marito: colpe inverosimili. Certo, in questo laido svergognamento, la signorina Luisetta non può non vedere ridicolo il padre, che pure, come si nota dagli sguardi che gli rivolge, deve farle tanta pietà! Ridicolo per il modo con cui, denudato, sculacciato, il pover’uomo cerca di tirar sù da ogni parte, per ricoprirsi frettolosamente alla meglio, la sua dignità ridotta a brani. Me n’ha dette parecchie Cocò Polacco delle frasi che, sbalordito dagli assalti selvaggi improvvisi, rivolge alla moglie, in quei momenti: più sciocche, più ingenue, più puerili, non si potrebbero immaginare! E per ciò solo credo, che Cocò Polacco non se le sia inventate lui.
- Nene, per carità, ho compito quarantacinque anni…
- Nene, sono stato ufficiale…
- Nene, santo Dio, quand’uno è stato ufficiale e dà la sua parola d’onore…
Ma pure, ogni tanto – oh, alla fin fine, la pazienza ha un limite! – ferito con raffinata crudeltà nei più gelosi sentimenti, barbaramente fustigato dove più la piaga duole – ogni tanto, dice, pare che Cavalena scappi di casa, evada dall’ergastolo. Come un pazzo, da un momento all’altro, si ritrova in mezzo alla strada senza un soldo in tasca, deciso a riprendere comunque “la sua vita”: va di qua, di là, in cerca degli amici; e gli amici, in prima, lo accolgono festosamente nei caffè, nelle redazioni dei giornali, perché se lo pigliano a godere; ma la festa subito s’intepidisce, appena egli manifesta il bisogno urgente di trovar posto di nuovo in mezzo a loro, di darsi attorno per provvedere a se stesso, in qualche modo, al più presto. Eh sì! perché non ha nemmeno da pagarsi il caffè, un boccone di cena, l’alloggio in un albergo per la notte. Chi gli presta, per il momento, una ventina di lire? Fa appello, coi giornalisti, sullo spirito d’antica colleganza. Porterà domani un articolo al suo antico giornale. Che? Sì, di letteratura o di varietà scientifica. Ha tanta materia accumulata dentro… cose nuove, sì… Per esempio? Oh Dio, per esempio, questa…
Non ha finito d’enunziarla, che tutti quei buoni amici gli sbruffano a ridere in faccia. Cose nuove? Nell’arca Noè, ai suoi figliuoli, per ingannare gli ozii della navigazione su le onde del diluvio universale…
Ah, li conosco bene anch’io, questi buoni amici del caffè! Parlano tutti così, con uno stile burlesco sforzato, e ciascuno s’eccita alle altrui esagerazioni verbali e prende coraggio a dirne qualcuna più grossa, che non passi però la misura, non esca di tono, per non essere accolta da un’urlata generale; si deridono a vicenda, fanno strazio delle loro vanità più carezzate, se le buttano in faccia con gaja ferocia, e nessuno in apparenza se n’offende; ma la stizza, dentro, s’accende, la bile fermenta; lo sforzo per tenere ancora la conversazione su quel tono burlesco, che suscita le risa, perché nelle risa comuni l’ingiuria si stemperi e perda il fiele, diviene a mano a mano più penoso e difficile; poi, del lungo sforzo durato resta in ciascuno una stanchezza di noja e di nausea; ciascuno sente con aspro rammarico d’aver fatto violenza ai proprii pensieri, ai proprii sentimenti; più che rimorso, fastidio della sincerità offesa; disagio interno, quasi che l’animo gonfiato e illividito non aderisca più al proprio intimo essere; e tutti sbuffano per cacciarsi via d’attorno l’afa del proprio disgusto; ma, il giorno appresso, tutti ricascano in quell’afa e daccapo ci si scaldano, cicale tristi, condannate a segar frenetiche la loro noja.
Guaj a chi càpita nuovo, o dopo qualche tempo, in mezzo a loro! Ma Cavalena forse non s’offende, non si lagna dello strazio che i suoi buoni amici fanno di lui, crucciato com’è in cuore dal riconoscimento ch’egli ha perduto nella sua reclusione “il contatto con la vita”. Dall’ultima sua evasione dall’ergastolo son passati, poniamo, diciotto mesi? bene: come se fossero passati diciotto secoli! Tutti, a risentir da lui certe parole di gergo, vive vive allora, ch’egli ha custodito come gemme preziose nello scrigno della memoria, storcono la bocca e lo guardano, come si guarda in trattoria una pietanza riscaldata, che sappia di strutto ràncido, lontano un miglio! Oh povero Cavalena, ma sentitelo! sentitelo! s’è fermato nell’ammirazione di colui che, diciotto mesi fa, era il più grand’uomo del secolo XX. Ma chi era? Ah, senti… Il Tal dei Tali… quell’imbecille! quel seccatore! quella cariatide! Ma come, è ancora vivo? Oh vah! proprio vivo? Sissignori, Cavalena giura d’averlo visto, ancora vivo, una settimana fa; anzi, ecco… credendo che… – (no per essere vivo, è vivo) – ma, se non è più un grand’uomo… ecco, voleva fare un articolo su lui… non lo farà più!
Avvilito, con la faccia verde di bile, ma qua e là chiazzata, come se gli amici mortificandolo si fossero divertiti a dargli tanti pizzichi su la fronte, su le guance, sul naso, Cavalena si divora dentro, intanto, la moglie, come un cannibale digiuno da tre giorni: la moglie, che l’ha reso, così, lo zimbello di tutti. Giura a se stesso di non ricadere più tra le grinfie di lei; ma a poco a poco, ahimè, l’ansia di riprendere “la vita” comincia a cangiarglisi in una smania che in prima non sa definire, ma che gli si esaspera dentro sempre più. Da anni e anni ha esercitato tutte le facoltà mentali per difendere contro gl’iniqui sospetti della moglie la propria dignità. Ora esse, distratte improvvisamente da quest’assidua, accanita difesa, non son più atte, stentano a volgersi e a dedicarsi ad altri ufficii. Ma la dignità, così a lungo e strenuamente difesa, gli s’è ormai imposta addosso, come il calco d’una statua, irremovibile. Cavalena si sente vuoto dentro, ma tutto incrostato di fuori. È diventato il calco ambulante di quella statua. Non se lo può più scrostare d’addosso. Per sempre, ormai, inesorabilmente, egli è l’uomo più dignitoso del mondo. E questa sua dignità ha una sensibilità così squisita, che s’aombra, si turba al più piccolo cenno che le baleni, d’una minima trasgressione ai doveri di cittadino, di marito, di padre di famiglia. Tante volte ha giurato alla moglie di non esser venuto meno, mai, neppure col pensiero, a questi doveri, che veramente ormai non può più neppur pensare di trasgredirli, e soffre, e si fa di mille colori nel veder gli altri, così a cuor leggero, trasgredirli. Gli amici lo deridono e gli dànno dell’ipocrita. Là, in mezzo a loro, così tutto incrostato, tra il fracasso e l’impetuosa volubilità d’una vita senza più ritegni né di fede né d’affetti, Cavalena si sente violentato, comincia a credersi in serio pericolo; ha l’impressione d’avere i piedi di vetro in mezzo a un tumulto di pazzi che s’arrabattino con scarpe di ferro. La vita immaginata nel reclusorio come piena d’attrattive e a lui indispensabile gli si scopre vacua, stupida, insulsa. Com’ha potuto soffrir tanto per la privazione della compagnia di quegli amici? dello spettacolo di tante fatuità, di tanti miserabili disordini?
Povero Cavalena! La verità è forse un’altra! La verità è che nel suo ispido reclusorio, senza volerlo, egli s’è purtroppo abituato a conversar con se stesso, cioè col peggior nemico che ciascuno di noi possa avere; e ha avuto così nette percezioni dell’inutilità di tutto, e s’è visto così perduto, così solo, circondato da tenebre e schiacciato dal mistero suo stesso e di tutte le cose… Illusioni? speranze? A che servono? Vanità… E il suo essere, prosternato, annullato per sé, a poco a poco è risorto come pietosa coscienza degli altri, che non sanno e s’illudono, che non sanno e operano e amano e soffrono. Che colpa ha la moglie, quella sua povera Nene, se è così gelosa? Egli è medico e sa che questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di pazzia ragionante. Tipica, tipica forma di paranoja, anche coi delirii della persecuzione. Lo va dicendo a tutti. Tipica, tipica! Arriva finanche a sospettare, la sua povera Nene, ch’egli voglia ucciderla per appropriarsi, insieme con la figliuola, del denaro di lei! Ah che vita beata, allora, senza di lei… Libertà, libertà: una gamba qua, una gamba là! Dice così, povera Nene, perché lei stessa s’accorge che la vita, così com’ella la fa a se stessa e agli altri, non è possibile; è la soppressione della vita; si sopprime da sé, povera Nene, con la sua follia, e crede naturalmente che vogliano sopprimerla gli altri: col coltello, no, ché si scoprirebbe! a furia di dispetti! E non s’accorge che i dispetti se li fa lei, da sé; se li fa fare da tutte le ombre della sua follia, a cui dà corpo. Ma non è medico lui? E se egli, da medico, capisce tutto questo, non ne segue che dovrebbe trattar la sua povera Nene come un’inferma, irresponsabile del male che gli ha fatto e séguita a fargli? Perché si ribella? contro chi si ribella? Egli deve compatirla e averne pietà, starle attorno amoroso, sopportarne paziente e rassegnato l’inevitabile sevizia. E poi c’è la povera Luisetta, lasciata sola in quell’inferno, a tu per tu con la mamma che non ragiona… Ah, via, via, bisogna subito ritornare a casa! subito. Forse, sotto sotto, mascherato di questa pietà per la moglie e la figliuola, c’è il bisogno di sottrarsi a quella vita precaria e incerta, che non è più per lui. Del resto, non ha pur diritto d’avere anche pietà di sé? Chi l’ha ridotto in quelle condizioni? Può all’età sua riprendere la vita, dopo averne reciso tutte le fila, dopo essersi privato di tutti i mezzi, per contentare la moglie? E, in fin de’ conti, va a rinchiudersi in galera!
Ha così dipinta, il pover’uomo, in tutto l’aspetto la grande sciagura ond’è oppresso, la dà tanto a vedere con l’impaccio d’ogni passo, d’ogni sguardo, quand’ha accanto la moglie, per la costernazione assidua, ch’ella in quel passo, in quel gesto, in quello sguardo non abbia a trovar pretesto per una scenata, che non si può fare a meno, pur commiserandolo, di ridere di lui.
E forse ne avrei riso anch’io, questa mattina, se non ci fosse stata lì la signorina Luisetta. Chi sa quanto soffre dell’inevitabile ridicolaggine del padre, quella povera figliuola!
Un uomo di quarantacinque anni, ridotto in quello stato, di cui la moglie sia ancora così ferocemente gelosa, non può non essere enormemente ridicolo! Tanto più poi, in quanto per un’altra sciagura nascosta, un’oscena calvizie precoce, dovuta a un’infezione tifoidea, di cui poté salvarsi per miracolo, il pover’uomo è costretto a portar quella parrucca artistica sotto un cappellaccio capace di sostenerla. La spavalderia di questo cappellaccio e di tutti quei cernecchi arricciolati, contrasta così violentemente con l’aria spaurita, scontrosa e circospetta del viso, che è veramente una rovina per la sua serietà, e anche, certo, un continuo crepacuore per la figliuola.
- No, ecco, veda, caro signor… com’ha detto, scusi?
- Gubbio.
- Gubbio, grazie. Io, Cavalena; a servirla.
- Cavalena, grazie, lo so.
- Fabrizio Cavalena: a Roma sono piuttosto conosciuto…
- Sfido, un buffone!
Cavalena si voltò pallidissimo, a bocca aperta, a guardare la moglie.
- Buffone, buffone, buffone, – raffibbiò questa, tre volte.
- Nene perdio, rispetta… – cominciò minacciosamente Cavalena; ma tutt’a un tratto s’interruppe: strizzò gli occhi, contrasse il volto, strinse le pugna, come assalito da un fitto spasimo di ventre, improvviso… – niente! era lo sforzo tremendo, che ogni volta suol fare su se stesso per contenersi, per spremere dalla sua bestialità adirata la coscienza d’esser medico e di dovere perciò trattare e compatire la moglie come una povera inferma.
- Permette?
E m’introdusse un braccio sotto il braccio, per allontanarsi con me di qualche passo.
- Tipica, sa? Poveretta… Ah, ci vuole un vero eroismo, creda, un grande eroismo da parte mia a sopportarla. Non lo avrei, forse, se non ci fosse quella mia povera piccina. Basta! Le dicevo… questo Polacco, questo Polacco, benedetto Iddio… questo Polacco! Ma scusi, che sono parti da fare a un amico, conoscendo la mia sciagura? Mi conduce la figliuola a posare… con una donnaccia… con un attore che, notoriamente… Si figuri quel che è successo a casa mia! E mi manda poi questi regali… anche un collarino per la bestia… e cinquecento lire!
Mi provai a dimostrargli che, almeno quanto ai regali e alle cinquecento lire, non mi pareva ci fosse poi tutto quel male ch’egli voleva vederci. Egli? Ma egli non ce ne vedeva nessuno! che male? egli era contentissimo, felicissimo di quanto era accaduto! gratissimo in cuor suo al Polacco d’aver fatto rappresentare quella particina alla figliuola! Doveva fingersi così indignato per placare la moglie. Me n’accorsi subito, appena mi misi a parlare. Gongolava alla dimostrazione ch’io gli facevo, che in fondo non c’era stato nulla di male. Mi prese per il braccio, mi trascinò impetuosamente davanti alla moglie.
- Senti? senti?… io non so!… questo signore dice… La prego, dica, dica lei… Io non voglio metterci bocca… Sono venuto qua coi regali e le cinquecento lire, va bene? per restituire ogni cosa. Ma se si tratta come dice questo signore… io non so… di fare un’offesa gratuita… di rispondere con una villanìa a chi non ha inteso minimamente di offenderci, di farci male, perché crede… io non so, io non so… che non ci sia… La prego, santo Dio, dica lei, caro signore, parli lei… ripeta alla mia signora ciò che ha avuto la bontà di dire a me!
Ma la sua signora non me ne diede il tempo: m’aggredì, con gli occhi vitrei, fosforescenti, di gatta inferocita.
- Non dia ascolto a codesto buffone, ipocrita, commediante! Non è per la figlia, non è per la cattiva figura! Lui, lui vuole bazzicare qua, perché qua si troverebbe come nel suo giardinetto, tra le donnette che gli piacciono, artiste come lui, smorfiose e compiacenti! E non si fa scrupolo, farabutto, di mettere avanti la figliuola, di ripararsi dietro la figliuola, anche a costo di comprometterla e di perderla, assassino! Avrebbe la scusa d’accompagnare qua la figliuola, capisce? Verrebbe per la figliuola…
- Ma verresti anche tu! – gridò, esasperato, Fabrizio Cavalena. – Non sei qua anche tu? con me?
- Io? – ruggì la moglie. – Io, qua?
- Perché? – seguitò senza sbigottirsi Cavalena; e, rivolgendosi a me: – Dica, dica lei, non ci viene anche Zeme qua?
- Zeme? – domandò, la moglie stordita, aggrottando le ciglia. – Chi è Zeme?
- Zeme, il senatore! – esclamò Cavalena. – Senatore del Regno, scienziato di fama mondiale!
- Sarà più pulcinella di te!
- Zeme, che va al Quirinale? invitato a tutti i pranzi di Corte? Il venerando senatore Zeme gloria d’Italia! direttore dell’Osservatorio astronomico! Ma vergògnati, perdio! Rispetta, se non me, un’illustrazione della patria! È venuto qua, è vero? Ma parli, caro signore, dica per carità, la prego! Zeme è venuto qua, s’è prestato a fare un film anche lui, è vero? Le meraviglie dei cieli, capisci? Lui, il senatore Zeme! E se ci viene Zeme, qua, se si presta Zeme, scienziato mondiale, dico… posso venirci anch’io, posso prestarmi anch’io… Ma non me n’importa niente! Non verrò più! Parlo adesso per dimostrare a costei, che non è luogo d’infamia questo, dove io per sozzi fini voglia condurre alla perdizione la mia figliuola! Lei capirà, caro signore, e perdonerà: parlo per questo! mi brucia sentirmi dire davanti alla mia figliuola, ch’io la voglio compromettere, perdere, conducendola in un luogo d’infamia… Sù, sù, mi faccia il piacere: m’introduca subito da Polacco, perché possa restituirgli questi regali e il danaro, ringraziandolo. Quando uno ha la disgrazia d’avere una moglie come costei, bisogna che si seppellisca, e la faccia finita una volta e per sempre! M’introduca da Polacco!
Non mancò, neanche questa volta, per me; ma, aprendo sbadatamente, senza picchiare, l’uscio della Direzione artistica, ov’era il Polacco, intravidi nella stanza tal cosa, per cui d’improvviso mutò la disposizione dell’animo mio e non potei più né pensare ai Cavalena né quasi vedere nulla.
Curvo su la seggiola davanti la scrivania del Polacco, un uomo era lì, che piangeva, con le mani sul volto, perdutamente.
Subito il Polacco, vedendo aprire l’uscio, levò di scatto il viso e mi fe’ cenno iroso di richiudere.
Obbedii. Quell’uomo che piangeva di là, era certo Aldo Nuti. Cavalena, la moglie, la figliuola mi guardarono perplessi, stupiti.
- Che c’è? – fece Cavalena.
Trovai appena il fiato per rispondere:
- C’è… c’è gente…
Poco dopo, venne fuori dalla Direzione artistica Polacco, sconvolto. Vide Cavalena e gli fece segno d’aspettare:
- Bravo, sì. Ho da parlarti.
E, senza neppur pensare di salutare le signore, prese me per un braccio, mi trasse un po’ discosto.
- È venuto! Non bisogna assolutamente lasciarlo solo! Gli ho parlato di te. Si ricorda benissimo. Dov’hai tu alloggio? Aspetta! Mi piacerebbe…
Si voltò a chiamar Cavalena.
- Tu affitti due stanze, è vero? Le hai libere in questo momento?
- Eh sfido! – sospirò Cavalena. – Da più di tre mesi…
- Gubbio, – mi disse Polacco, – bisogna che tu lasci subito il tuo alloggio; paga quel che devi pagare, un mese, due mesi, tre mesi; prendi in affitto una di queste due stanze di Cavalena. L’altra sarà per lui.
- Felicissimo! – esclamò Cavalena raggiante, porgendomi tutt’e due le mani.
- Sù, sù, – seguitò Polacco. – Andate, andate! Tu, a preparare le stanze; tu a prender la tua roba e a trasportarla subito da Cavalena. Poi torna qua! Siamo intesi!
Aprii le braccia, rassegnato.
Polacco rientrò nella sua stanza. E io m’avviai coi Cavalena, storditi e ansiosissimi d’aver da me la spiegazione di tutto quel mistero.

Quaderno quinto

I

Esco ora dalla stanza di Aldo Nuti. È quasi il tocco.
La casa – dove passo la prima notte – dorme. Ha per me un alito nuovo, non ancor grato al mio respiro; aspetto di cose, sapor di vita, disposizione d’usi particolari, tracce d’abitudini ignote.
Nel corridojo, appena richiuso l’uscio della stanza del Nuti, tenendo un fiammifero acceso tra le dita, ho visto davanti a me, vicinissima, enorme nell’altra parete, la mia ombra. Smarrito nel silenzio della casa, mi sentivo l’anima così piccola che quella mia ombra al muro, così grande, m’è sembrata l’immagine della paura.
In fondo al corridojo, un uscio; davanti a quell’uscio, su la guida, un pajo di scarpette: quelle della signorina Luisetta. Mi sono fermato un momento a guardar la mia ombra mostruosa, che s’allungava verso quell’uscio e m’è sembrato che quelle scarpette fossero là per tener lontana la mia ombra. A un tratto, dietro quell’uscio, la vecchia cagnetta Piccinì, forse già con le orecchie tese, in guardia fin dal primo rumore dell’uscio schiuso, ha emesso due ròchi latrati. Al rumore non ha abbajato; ma ha sentito ch’io mi son fermato un momento; ha sentito arrivare il mio pensiero alla cameretta della sua padroncina, e ha abbajato.
Eccomi nella mia nuova stanza. Ma non doveva esser questa. Quando sono venuto a portare le mie robe, Cavalena, davvero lietissimo d’avermi in casa, non solo per la viva simpatia e la grande confidenza che gli ho subito ispirato, ma forse anche perché spera più facile per mio mezzo l’entratura alla Kosmograph, m’aveva assegnato l’altra stanza più larga, più comoda, meglio addobbata.
Certo né lui né la signora Nene han voluto e disposto il cambiamento. L’avrà voluto la signorina Luisetta, che con tanta attenzione e tanto sbigottimento questa mattina, andando via dalla Kosmograph, ascoltò in vettura il mio sommario ragguaglio sui casi del Nuti. Sì, è stata lei, senza dubbio. Me l’hanno or ora confermato quelle sue scarpette davanti all’uscio, su la guida del corridojo.
Ne provo dispiacere, non per altro, ma per questo: che lo stesso, se questa mattina mi avessero fatto vedere tutt’e due le stanze, avrei lasciato quella per il Nuti, e avrei scelta questa per me. La signorina Luisetta l’ha indovinato così bene, che senza dirmene nulla ha tolto di là le mie robe e le ha passate qui. Certamente, se ella non l’avesse fatto, avrei provato dispiacere vedendo alloggiato qui, in questa stanza più piccola e meno comoda, il Nuti. Ma debbo pensare che ella ha voluto risparmiarmi questo dispiacere? Non posso. L’aver fatto lei, senza dirmene nulla, quello che avrei fatto io, m’offende, pur riconoscendo che doveva farsi così, anzi appunto perché riconosco che doveva farsi così.
Ah, che effetto prodigioso fanno alle donne le lagrime negli occhi d’un uomo, massime se lagrime d’amore! Ma voglio essere giusto: l’hanno fatto anche a me.
Mi ha tenuto di là circa quattro ore. Voleva seguitare a dire e a piangere: gliel’ho impedito, per pietà de’ suoi occhi specialmente. Non ho mai veduto due occhi ridursi, per il troppo piangere, così.
Dico male. Non per il troppo piangere. Forse poche lagrime (n’ha versate senza fine), ma forse poche soltanto sarebbero bastate a ridurgli ugualmente gli occhi in quello stato.
Eppure è strano! Pare che non pianga lui. Per quel che dice, per quel che si propone di fare, non ha ragione né, certo, voglia di piangere. Le lagrime gli bruciano gli occhi, le gote, e perciò sa che piange; ma non sente il suo pianto. I suoi occhi piangono quasi per un dolore non suo, per un dolore quasi delle lagrime stesse. Il suo dolore è feroce e non vuole e sdegna quelle lagrime.
Ma più strano ancora m’è sembrato questo: che quando invece a un certo punto, parlando, il suo sentimento s’è accostato – per così dire – alle lagrime, queste d’un tratto gli son venute meno. Mentre la voce gli s’inteneriva e gli tremava, gli occhi, al contrario – quegli occhi insanguati e disfatti poc’anzi dal pianto – gli sono diventati arsi e duri: feroci.
Quel ch’egli dice e i suoi occhi non possono dunque andar d’accordo.
Ma è lì, in quegli occhi e non in quel che dice, il suo cuore. E perciò di quegli occhi specialmente ho avuto pietà. Non dica e pianga; pianga e senta il suo pianto: è il meglio che possa fare.
Mi giunge, a traverso la parete, il rumore de’ suoi passi. Gli ho consigliato d’andare a letto, di provarsi a dormire. Dice che non può; che ha perduto il sonno, da tempo. Chi gliel’ha fatto perdere? Non il rimorso certamente, a stare a quel che dice. È tra i tanti fenomeni dell’anima umana uno de’ più comuni e insieme de’ più strani da studiare, questo della lotta accanita, rabbiosa, che ogni uomo, per quanto distrutto dalle sue colpe, vinto e disfatto nel suo cordoglio, s’ostina a durare contro la propria coscienza, per non riconoscere quelle colpe e non farsene un rimorso. Che le riconoscano gli altri e lo puniscano per esse, lo imprigionino, gl’infliggano i più crudeli supplizii e lo uccidano, non gl’importa; purché non le riconosca lui, contro la propria coscienza che pur gliele grida!
Chi è lui? Ah, se ognuno di noi potesse per un momento staccar da sé quella metafora di se stesso, che inevitabilmente dalle nostre finzioni innumerevoli, coscienti e incoscienti, dalle interpretazioni fittizie dei nostri atti e dei nostri sentimenti siamo indotti a formarci; si accorgerebbe subito che questo lui è un altro, un altro che non ha nulla o ben poco da vedere con lui; e che il vero lui è quello che grida, dentro, la colpa: l’intimo essere, condannato spesso per tutta intera la vita a restarci ignoto!
Vogliamo a ogni costo salvare, tener ritta in piedi quella metafora di noi stessi, nostro orgoglio e nostro amore. E per questa metafora soffriamo il martirio e ci perdiamo, quando sarebbe così dolce abbandonarci vinti, arrenderci al nostro intimo essere, che è un dio terribile, se ci opponiamo ad esso; ma che diventa subito pietoso d’ogni nostra colpa, appena riconosciuta, e prodigo di tenerezze insperate. Ma questo sembra un negarsi, e cosa indegna d’un uomo; e sarà sempre così, finché crederemo che la nostra umanità consista in quella metafora di noi stessi.
La versione che Aldo Nuti dà degli avvenimenti da cui è stato travolto – pare impossibile! – tende sopra tutto a salvare questa metafora, la sua vanità maschile, la quale, pur ridotta davanti a me in quello stato miserando, non vuole tuttavia rassegnarsi a confessare d’essere stata un giocattolo sciocco in mano a una donna: un giocattolo, un pagliaccetto, che la Nestoroff, dopo essersi divertita un po’ a fargli aprire e chiudere in atto supplice le braccia, premendo con un dito la troppo appariscente molla a mantice sul petto, buttò via in un canto, fracassandolo.
S’è rimesso sù, il pagliaccetto fracassato; la faccina, le manine di porcellana, ridotte una pietà: le manine senza dita, la faccina senza naso, tutta crepe, scheggiata; la molla a mantice del petto ha forato il giubbetto di lana rossa ed è scattata fuori, rotta; eppure, no, ecco; il pagliaccetto grida di no, che non è vero che quella donna gli ha fatto aprire e chiudere in atto supplice le braccia per riderne, e che, dopo averne riso, l’ha fracassato così. Non è vero!
D’accordo con Duccella, d’accordo con nonna Rosa egli seguì dalla villetta di Sorrento a Napoli i due fidanzati, per salvare il povero Giorgio, troppo ingenuo e accecato dal fascino di quella donna. Non ci voleva mica molto a salvarlo! Bastava dimostrargli e fargli toccar con mano, che quella donna ch’egli voleva far sua sposandola, poteva esser sua, com’era stata d’altri, come sarebbe stata di chiunque, senza bisogno di sposarla. Ed ecco che, sfidato dal povero Giorgio, s’impegnò di fargli subito questa prova. Il povero Giorgio la credeva impossibile perché, al solito, per la tattica comunissima a tutte codeste donne, la Nestoroff a lui non aveva mai voluto concedere neanche il minimo favore, e a Capri la aveva veduta così sdegnosa di tutti, appartata e altera! Fu un tradimento orribile. Non già il suo, ma quello di Giorgio Mirelli! Aveva promesso che, avuta la prova, si sarebbe allontanato subito da quella donna: invece, s’uccise.
Questa è la versione che Aldo Nuti vuol dare del dramma.
Ma come, dunque? Il giuoco l’ha fatto lui, il pagliaccetto? e perché s’è fracassato così? se era un giuoco così facile?
Via queste domande, e via ogni meraviglia. Qua bisogna far vista di credere. Non deve affatto scemare, ma anzi crescere la pietà per il prepotente bisogno di mentire di questo povero pagliaccetto, che è la vanità di Aldo Nuti: la faccina senza naso, le manine senza dita, la molla del petto rotta scattata fuori del giubbetto stracciato, lasciamolo mentire! Tanto, ecco, la menzogna gli serve per piangere di più.
Non sono lagrime buone, perché egli non vuol sentirvi il suo dolore. Non le vuole e le sdegna. Vuol far altro che piangere, e bisognerà tenerlo d’occhio. Perché è venuto qua? Non ha da vendicarsi di nessuno, se il tradimento l’ha fatto Giorgio Mirelli, uccidendosi e gettando il suo cadavere tra la sorella e il fidanzato. Così gli ho detto.
- Lo so – m’ha risposto. – Ma è pur lei, questa donna, la causa di tutto! Se lei non fosse venuta a turbare la giovinezza di Giorgio, ad adescarlo, a irretirlo con certe armi che veramente solo per un inesperto possono esser perfide, non perché non siano perfide in sé, ma perché uno come me, come lei, subito le riconosce per quel che sono: vipere, che si rendono innocue strappando i denti noti del veleno; ora io non mi troverei così: non mi troverei così! Ella vide subito in me il nemico, capisce? E mi volle mordere di furto. Fin da principio, io, apposta, le lasciai credere che le sarebbe stato facilissimo mordermi. Volevo che addentasse, appunto per strapparle quei denti. E ci riuscii. Ma Giorgio, Giorgio, Giorgio era avvelenato per sempre! Avrebbe dovuto farmi capire ch’era inutile ch’io mi provassi ormai a strappare i denti a quella vipera…
- Ma che vipera, scusi! – non ho potuto tenermi dal fargli notare. – Troppa ingenuità per una vipera, scusi! Rivolgere a lei i denti così presto, così facilmente… Tranne che non l’abbia fatto per cagionare la morte di Giorgio Mirelli.
- Forse!
- E perché? Se già era riuscita nell’intento di farsi sposare? E non s’è subito arresa al suo giuoco? non s’è fatti strappare i denti prima d’ottenere lo scopo?
- Ma non lo sospettava!
- E che vipera, allora, via! Vuole che una vipera non sospetti? Avrebbe morso dopo, una vipera, non prima! Se ha morso prima, vuol dire che… o non era una vipera, o per Giorgio ha voluto perdere i denti. Scusi… no, aspetti… per carità, mi stia ad ascoltare… Le dico questo, perché… son d’accordo con lei, guardi… ella ha voluto vendicarsi, ma prima, soltanto in principio, di Giorgio. Questo lo credo; l’ho pensato sempre.
- Vendicarsi di che?
- Forse d’un affronto, che nessuna donna sopporta facilmente.
- Ma che donna, colei!
- E via, una donna, signor Nuti! Lei che le conosce bene, sa che sono tutte le stesse, specialmente su questo punto.
- Che affronto? Non capisco.
- Guardi: Giorgio era tutto preso dalla sua arte, è vero?
- Sì.
- Trovò a Capri questa donna, che si prestò a essere oggetto di contemplazione per lui, per la sua arte.
- Apposta, sì.
- E non vide, non volle vedere in lei altro che il corpo, ma solo per carezzarlo su una tela co’ suoi pennelli, col giuoco delle luci e dei colori. E allora ella offesa e indispettita, per vendicarsi, lo sedusse: sono d’accordo con lei! e, sedottolo, per vendicarsi ancora, per vendicarsi meglio, gli resistette, è vero? finché Giorgio, accecato, pur d’averla, le propose il matrimonio, la condusse a Sorrento dalla nonna, dalla sorella.
- No! Lo volle lei! lo impose lei!
- Va bene, sì; e potrei dire: affronto per affronto; ma no, io ora voglio stare a ciò che ha detto lei, signor Nuti! E ciò che ha detto lei mi fa pensare ch’ella abbia imposto a Giorgio d’esser condotta lì in casa della nonna e della sorella, aspettandosi che Giorgio si ribellasse a questa imposizione perché ella vi trovasse il pretesto di sciogliersi dall’impegno di sposarlo.
- Sciogliersi? Perché?
- Ma perché già aveva ottenuto lo scopo! La vendetta era raggiunta: Giorgio, vinto, accecato, preso di lei, del suo corpo, fino a volerla sposare! Questo le bastava, e non voleva più altro! Tutto il resto, le nozze, la convivenza con lui che certamente subito dopo si sarebbe pentito, sarebbero state l’infelicità per lei e per lui, una catena. E forse ella non ha pensato soltanto a sé; ha avuto anche pietà di lui!
- Dunque lei crede?
- Ma me lo fa creder lei, me lo fa pensar lei, che ritiene perfida questa donna! A stare a ciò che dice lei, signor Nuti, per una perfida non è logico ciò che ha fatto. Una perfida che vuole le nozze e prima delle nozze si dà a lei così facilmente…
- Si dà a me? – ha gridato a questo punto, scattando, Aldo Nuti, messo dalla mia logica con le spalle al muro. – Chi le ha detto che si sia data a me? Io non l’ho avuta, non l’ho avuta… Crede ch’io abbia potuto pensare d’averla? Io dovevo avere soltanto la prova, che non sarebbe mancato per lei… una prova da mostrare a Giorgio!
Sono rimasto per un momento sbalordito a mirarlo in bocca.
- E quella vipera gliel’ha data subito? E lei ha potuto averla facilmente, questa prova? Ma dunque, ma dunque, scusi…
Ho creduto che finalmente la mia logica avesse in pugno la vittoria così, che non sarebbe stato più possibile strappargliela. Devo ancora imparare, che proprio nel momento in cui la logica, combattendo con la passione, crede d’avere acciuffata la vittoria, la passione con una manata improvvisa gliela ristrappa, e poi a urtoni, a pedate, la caccia via con tutta la scorta delle sue codate conseguenze.
Se quest’infelice, evidentissimamente raggirato da quella donna, per un fine che mi par d’aver indovinato, non poté neanche farla sua, e gli è rimasta perciò anche questa rabbia in corpo, dopo tutto quello che gli è toccato soffrire, perché quel pagliaccetto sciocco della sua vanità credette forse davvero in principio di poter facilmente giocare con una donna come la Nestoroff; che volete più ragionare? possibile indurlo ad andarsene? costringerlo a riconoscere che non avrebbe nessun motivo di cimentare un altr’uomo, di aggredire una donna che non vuol saperne di lui?
Eppure… eppure ho cercato d’indurlo a partire, e gli ho domandato che voleva, infine, e che sperava da quella donna.
- Non lo so, non lo so – m’ha gridato. – Deve stare con me, deve soffrire con me. Io non posso più farne a meno, io non posso più star solo, così. Ho cercato finora, ho fatto di tutto per vincere Duccella; ho messo tanti amici di mezzo; ma capisco che non è possibile. Non credono al mio strazio, alla mia disperazione. E ora io ho bisogno, bisogno d’aggrapparmi a qualcuno, di non essere più così solo. Lei lo capisce: impazzisco! impazzisco! So che non val nulla quella donna, ma le dà prezzo ora tutto quello che ho sofferto e soffro per lei. Non è amore, è odio, è il sangue che s’è versato per lei! E poiché s’è voluto affogare in questo sangue per sempre la mia vita, bisogna ora che vi stiamo tuffati tutti e due insieme, aggrappati, io e lei, non io solo! Non posso più star solo così!
Sono uscito dalla sua stanza, senza neanche il piacere di avergli offerto uno sfogo che potesse alleggerirgli un po’ il cuore. Ed ecco che io ora posso aprire la finestra e mettermi a contemplare il cielo, mentr’egli di là si strazia le mani e piange, divorato dalla rabbia e dal cordoglio. Se rientrassi di là, nella sua stanza, e gli dicessi con gioja: “Signor Nuti, sa? ci sono le stelle! Lei certo se n’è dimenticato; ma ci sono le stelle!”, che avverrebbe? A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse loro un conforto religioso. Contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento. Ma bisognerebbe avere in sé, nel momento della passione, la possibilità di pensare alle stelle. Può averla uno come me, che da un pezzo guarda tutto e anche se stesso come da lontano. Se entrassi di là a dire al signor Nuti che nel cielo ci sono le stelle, mi griderebbe forse di salutargliele cacciandomi via, a modo di un cane.
Ma posso io ora, come vorrebbe Polacco, costituirmi suo guardiano? M’immagino come tra poco mi guarderà Carlo Ferro, vedendomi alla Kosmograph con lui accanto. E Dio sa, che non ho alcuna ragione d’esser più amico dell’uno che dell’altro.
Io vorrei seguitare a fare, con la consueta impassibilità, l’operatore. Non m’affaccerò alla finestra. Ahimè, da che è venuto alla Kosmograph quel maledetto Zeme, vedo anche nel cielo una meraviglia da cinematografo.
II

- È dunque un affar serio? – è venuto a chiedermi in camera Cavalena, misteriosamente, questa mattina.
Il pover’uomo teneva in mano tre fazzoletti. A un certo punto, dopo molte commiserazioni per quel caro “barone” (cioè il Nuti) e molte considerazioni su le innumerevoli infelicità umane, come in prova di queste infelicità, mi ha sciorinato davanti quei tre fazzoletti, prima uno, poi l’altro e poi l’altro, esclamando:
- Guardi!
Erano tutti e tre sforacchiati, come rosicchiati dai topi.
Li ho guardati con pietà e con meraviglia; poi ho guardato lui, mostrando chiaramente che non capivo nulla. Cavalena starnutì, o piuttosto, mi parve che starnutisse. No. Aveva detto:
- Piccinì.
Vedendosi guardato da me con quell’aria stordita, mi mostrò di nuovo i fazzoletti e ripeté:
- Piccinì.
- La cagnetta?
Socchiuse gli occhi e tentennò il capo con tragica solennità.
- Lavora bene, a quanto pare, – dissi io.
- E non posso dirle niente! – esclamò Cavalena. – Perché è l’unico essere, qua, in casa mia, da cui mia moglie si senta amata e da cui non tema inimicizie. Ah, signor Gubbio, creda, la natura è infame assai. Nessuna disgrazia può essere maggiore e peggiore della mia. Avere una moglie che si sente amata soltanto da una cagna! E non è vero, sa? Quella bestiaccia non ama nessuno! La ama lei, mia moglie, e sa perché? perché con quella bestia solamente ella può sperimentare d’avere un cuore riboccante di carità. E vedesse come se ne consola! Tiranna con tutti, questa donna diventa la schiava d’una vecchia, brutta bestia, che… l’ha veduta?… brutta, le zampe a ròncolo, gli occhi cisposi… E tanto più la ama, quanto più s’accorge che tra essa e me s’è stabilita ormai da un pezzo un’antipatia, signor Gubbio, invincibile! invincibile! Questa brutta bestia, sicura che io, sapendola così protetta dalla padrona, non le allungherò mai quel calcio che la sventrerebbe, che la ridurrebbe – le giuro, signor Gubbio – una poltiglia, mi fa con la più irritante placidità tutti i dispetti possibili e immaginabili, veri soprusi: mi sporca costantemente il tappeto dello studio, si trattiene apposta di far per istrada i suoi bisogni, per venirmeli a fare sul tappeto dello studio, e mica piccoli, sa? grandi e piccoli; si sdraja su le poltrone, sul canapè dello studio; rifiuta i cibi e mi rosicchia tutti i panni sporchi: ecco qua, tre fazzoletti, jeri, e poi camìce, tovaglioli, asciugamani, foderette, e bisogna ammirarla e ringraziarla, perché questo rosicchiamento sa che signfica per mia moglie? Affezione! Sicuro. Significa che la cagnetta sente l’odore dei padroni. – Ma come? E se lo mangia? – Non sa quello che fa: così le risponderebbe mia moglie. S’è rosicchiato più di mezzo corredo. Devo star zitto, abbozzare, abbozzare, perché subito altrimenti mia moglie troverebbe l’appiglio per dimostrarmi ancora una volta, quattro e quattr’otto, la mia brutalità. Proprio così! Fortuna, signor Gubbio, sempre dico, fortuna che son medico! Ho l’obbligo da medico, di capire che questo sviscerato amore per una bestia è anch’esso un sintomo del male! Tipico, sa?
Stette a guardarmi un po’, indeciso, perplesso: poi, indicandomi una sedia, domandò:
- Permette?
- Ma si figuri! – gli dissi.
Sedette; riguardò uno dei fazzoletti, scrollando il capo; poi, con un sorriso squallido, quasi supplice:
- Non l’annojo, è vero? non la disturbo?
Lo assicurai calorosamente che non mi disturbava affatto.
- So, vedo che lei è un uomo di cuore… mi lasci dire! un uomo tranquillo, ma che sa comprendere e compatire. E io… S’interruppe, turbato in volto, tese l’orecchio, s’alzò precipitosamente:
- Mi pare che Luisetta m’abbia chiamato…
Tesi anch’io l’orecchio, dissi:
- No, non mi pare.
Dolorosamente si portò le mani su la parrucca e se la calcò sul capo.
- Sa che m’ha detto jersera Luisetta? “Babbo, non ricominciare.” Io sono, signor Gubbio, un uomo esasperato! Per forza. Imprigionato qua in casa, dalla mattina alla sera, senza veder mai nessuno, escluso dalla vita, non posso sfogare la rabbia per l’iniquità della mia sorte! E Luisetta dice che faccio scappare tutti gl’inquilini!
- Oh, ma io… – feci per protestare.
- No, è vero, sa? È vero! – m’interruppe Cavalena. – E lei, che è così buono, mi deve promettere fin d’ora che appena io la stanco, appena io l’annojo, mi prenderà per le spalle e mi butterà fuori dell’uscio! Me lo prometta, per carità. Qua, qua: mi deve dar la mano, che farà così.
Gli diedi la mano, sorridendo:
- Ecco… come vuol lei… per contentarla.
- Grazie! Così sono più tranquillo. Io sono cosciente signor Gubbio, non creda! Ma cosciente, sa di che? Di non essere più io! Quando s’arriva a toccare questo fondo, cioè a perdere il pudore della propria sciagura, l’uomo è finito! Ma io non l’avrei perduto, questo pudore! Ero così geloso della mia dignità! Me l’ha fatto perdere questa donna, gridando la sua follia. La mia sciagura è nota a tutti, oramai! Ed è oscena, oscena, oscena.
- Ma no… perché?
- Oscena! – gridò Cavalena. – Vuol vederla? Guardi! Eccola qua!
E, in così dire, s’acciuffò con due dita la parrucca e se la tirò sù dal capo. Restai, quasi atterrito, a mirare quel cranio nudo, pallido, di capro scorticato, mentre Cavalena, con le lagrime agli occhi, seguitava:
- Può non essere oscena, dica lei, la sciagura d’un uomo ridotto così e di cui la moglie sia ancora gelosa?
- Ma se lei è medico! se lei sa che è una malattia! – m’affrettai a dirgli, afflitto, alzando le mani quasi per ajutarlo subito a ricalcarsi sul capo quella parrucca.
Se la ricalcò, e disse:
- Ma appunto perché sono medico e so che è una malattia, signor Gubbio! Questa è la sciagura! che sono medico! Se potessi non sapere ch’ella lo fa per pazzia, io la caccerei fuori di casa, vede? mi separerei da lei, difenderei ad ogni costo la mia dignità. Ma sono medico! so che è pazza! e so dunque che tocca a me d’aver ragione per due, per me e per lei che non l’ha più! Ma avere ragione, per una pazza, quando la pazzia è così supremamente ridicola, signor Gubbio, che significa? significa coprirsi di ridicolo, per forza! significa rassegnarsi a sopportare lo strazio che questa pazza fa della mia dignità, davanti alla figlia, davanti alle serve, davanti a tutti, pubblicamente; ed ecco perduto il pudore della propria sciagura!
- Papà!
Ah, questa volta sì, chiamò davvero la signorina Luisetta.
Cavalena subito si ricompose, si rassettò bene la parrucca sul capo, si raschiò la gola per cangiar voce, e ne trovò una fina fina, carezzevole e sorridente, per rispondere:
- Eccomi, Sesè.
E accorse, facendomi segno, con un dito, di tacere.
Uscii anch’io, poco dopo, dalla mia stanza per vedere il Nuti. Origliai un po’ dietro l’uscio della stanza. Silenzio. Forse dormiva. Restai un po’ perplesso, guardai l’orologio: era già l’ora di recarmi alla Kosmograph; solo non avrei voluto lasciarlo, tanto più che Polacco mi aveva raccomandato espressamente di condurlo con me.
A un tratto, mi parve di sentire come un sospiro forte, d’angoscia. Picchiai all’uscio. Il Nuti, dal letto, rispose:
- Avanti.
Entrai. La camera era al bujo. M’accostai al letto. Il Nuti disse:
- Credo… credo d’aver la febbre…
Mi chinai su lui; gli toccai una mano. Scottava.
- Ma sì! – esclamai. – Ha la febbre, e forte. Aspetti. Chiamo il signor Cavalena. Il nostro padrone di casa è medico.
- No, lasci… passerà! – diss’egli. – È lo strapazzo.
- Certo, – risposi. – Ma perché non vuole che chiami Cavalena? Le passerà più presto. Permette che apra un po’ gli scuri?
Lo guardai alla luce: mi fece spavento. La faccia color mattone, dura, tetra, sudata; il bianco degli occhi, jeri insanguato, divenuto quasi nero, tra le borse orribilmente enfiate; i baffi scomposti, appiccicati su le labbra arse, tumide, aperte.
- Lei deve star male davvero.
- Sì, male… – disse. – La testa…
E levò una mano dalle coperte per posarsela a pugno chiuso su la fronte.
Andai a chiamar Cavalena che parlava ancora con la figliuola in fondo al corridojo. La signorina Luisetta, vedendomi appressare, mi guardò con accigliata freddezza.
Certo ha supposto che il padre m’ha già fatto un primo sfogo. Ahimè, mi vedo condannato ingiustamente a scontare così la troppa confidenza che il padre m’accorda.
La signorina Luisetta m’è già nemica. Ma non solo per la troppa confidenza del padre, bensì anche per la presenza dell’altro ospite in casa. Il sentimento destato in lei da quest’altro ospite fin dal primo istante, esclude l’amicizia per me. L’ho subito avvertito. È vano ragionarci sopra. Sono quei moti segreti, istintivi, onde si determinano le disposizioni dell’animo e per cui da un momento all’altro, senza un perché apparente, si àlterano i rapporti tra due persone. Certo, ora, la nimicizia sarà cresciuta per il tono di voce e la maniera con cui io – avendo avvertito questo – quasi senza volerlo, annunziai che Aldo Nuti stava a letto, in camera sua, con la febbre. Si fece pallida pallida, in prima; poi rossa rossa. Forse in quel punto stesso ella assunse coscienza del sentimento ancora indeterminato d’avversione per me.
Cavalena accorse subito alla camera del Nuti; ella s’arrestò davanti all’uscio, quasi non volesse farmi entrare; tanto che fui costretto a dirle:
- Scusi, permette?
Ma, poco dopo, cioè quando il padre le ordinò d’andare a prendere il termometro per misurare la febbre, entrò nella camera anche lei. Non le staccai un momento gli occhi dal viso, e vidi che ella, sentendosi guardata da me, si sforzava violentemente di dissimulare la pietà e insieme lo sgomento che la vista del Nuti le cagionavano. L’esame è durato a lungo. Ma, tranne la febbre altissima e il male alla testa, Cavalena non ha potuto accertar altro. Usciti però dalla camera, dopo aver richiuso gli scuri della finestra, perché l’infermo non può soffrire la luce, Cavalena s’è mostrato costernatissimo. Teme che sia un’infiammazione cerebrale.
- Bisogna chiamar subito un altro medico, signor Gubbio! Io, anche perché padrone di casa, capirà, non posso assumermi la responsabilità d’un male che stimo grave.
M’ha dato un biglietto per quest’altro medico suo amico, che ha recàpito alla prossima farmacia, e io sono andato a lasciare il biglietto, e poi, già in ritardo, sono corso alla Kosmograph.
Ho trovato il Polacco su le spine, pentitissimo d’avere agevolato il Nuti in questa folle impresa. Dice che non si sarebbe mai e poi mai immaginato di vederlo nello stato in cui gli è apparso d’improvviso, inopinatamente, perché dalle lettere di lui, prima dalla Russia, poi dalla Germania, poi dalla Svizzera, non c’era da argomentarlo. Voleva mostrarmele, per sua giustificazione; ma poi, tutt’a un tratto se n’è dimenticato. L’annunzio della malattia l’ha quasi rallegrato o, per lo meno, sollevato da un gran peso, per il momento.
- Infiammazione cerebrale? Oh senti Gubbio, se morisse… Perdio, quando un uomo si riduce a questi estremi, quando diventa pericoloso a sé e agli altri, la morte… quasi quasi… Ma speriamo di no; speriamo che invece sia una crisi salutare. Tante volte, chi sa! Mi dispiace tanto per te, povero Gubbio, e anche per quel povero Cavalena… Questa tegola… Verrò, verrò stasera a trovarvi. Ma è provvidenziale, sai? Qua finora, tranne te, non lo ha veduto nessuno; nessuno sa che è arrivato. Silenzio con tutti, eh? M’hai detto che sarebbe prudente togliere al Ferro la parte nel film della tigre.
- Ma senza fargli capire…
- Bambino! Parli con me. Ho pensato a tutto. Guarda: jersera, poco dopo che siete andati via vojaltri, è venuta da me la Nestoroff.
- Ah sì? Qua?
- Deve aver fiutato in aria che il Nuti è arrivato. Caro mio, ha una gran paura! Paura del Ferro, non del Nuti. È venuta a domandarmi… così, come se nulla fosse, se era proprio necessario che ella seguitasse a venire alla Kosmograph, e anche a stare a Roma, dal momento che, tra poco, tutt’e quattro le compagnie saranno impegnate nel film della tigre, a cui ella non prenderà parte. Capisci? Io ho colto la palla al balzo. Le ho risposto che il commendator Borgalli ha ordinato che, prima che tutt’e quattro le compagnie siano impegnate, si finisca d’iscenare quei tre o quattro films rimasti in sospeso per alcuni esterni dal vero, per cui bisognerà andar lontano. C’è quello dei marinaj d’Otranto, di cui ha dato il soggetto Bertini. “Ma io non ci ho parte” ha detto la Nestoroff. “Lo so” le ho risposto “ma ci ha parte il Ferro, la parte principale, e forse sarebbe meglio, più conveniente per noi, disimpegnarlo da quella che si è assunta nel film della tigre, e mandarlo laggiù col Bertini. Ma forse non vorrà accettare. Ecco, se lo persuadesse lei, signora Nestoroff.” Mi guardò negli occhi un pezzo… sai, come suol fare… poi disse: “Potrei…”. E infine, dopo aver pensato un po’: “In questo caso, andrebbe lui solo laggiù; io resterei qua, in sua vece per qualche parte, anche secondaria, nel film della tigre…”.
- Ah, e allora no! – non ho potuto tenermi di dire a questo punto al Polacco. – Solo, laggiù, Carlo Ferro non andrà, puoi esserne sicuro!
Polacco s’è messo a ridere.
- Bambino! Se colei vuole davvero, sta’ certo che andrà! Anche all’inferno andrà!
- Non capisco. E perché lei vuol rimanere qua?
- Ma non è vero! Lo dice… Non capisci che finge, per non darmi a vedere che teme del Nuti? Andrà anche lei, vedrai. O forse… o forse… chi sa! Vorrà davvero rimanere per incontrarsi qua, da sola, liberamente, col Nuti e fargli passar la voglia di tutto. È capace di questo e d’altro, capace di tutto. Ah, che guajo! Andiamo, andiamo intanto a lavorare. Oh, dimmi un po’: la signorina Luisetta? Bisogna che venga assolutamente per gli altri quadri del film.
Gli dissi delle furie della signora Nene, e che Cavalena il giorno avanti era venuto per restituire (sebbene a malincuore, dal canto suo) il danaro e i regalucci. Polacco ripeté che sarebbe venuto la sera in casa del Cavalena per indurlo insieme con la signora Nene a far tornare la signorina Luisetta alla Kosmograph. Eravamo già all’entrata del reparto del Positivo: finii d’esser Gubbio e diventai una mano.

III

Ho interrotto per parecchi giorni queste mie note. Sono stati giorni d’angoscia e di trepidazione. Non sono ancora del tutto passati ma ormai la tempesta, scoppiata terribile nell’anima di quest’infelice che tutti qua a gara abbiamo assistito pietosamente e con tanta maggior sollecitudine, in quanto che a tutti era poco meno che ignoto e quel che di lui si sapeva e il suo aspetto e l’aria che recava con sé del suo destino persuadevano alla commiserazione e a un vivo interessamento al suo tristissimo caso; questa tempesta, dico, par che accenni di calmarsi a poco a poco. Se pure non è una breve tregua. Lo temo. Spesso, nel forte d’un uragano, lo scoppio formidabile d’un tuono riesce ad allargare un po’ il cielo; ma, poco dopo, la nuvolaglia, squarciata per un momento, torna a ragglomerarsi lenta lenta e più fosca, e l’uragano ingrossato si scatena di nuovo, più furioso di prima. La calma, infatti, in cui pare si raccolga a poco a poco l’anima del Nuti, dopo le furie deliranti e l’orribile frenesia di tanti giorni, è tremendamente cupa, proprio come quella di un cielo che si rincaverni.
Nessuno se n’accorge, o mostra d’accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, a ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po’, alla meglio, noi stessi, e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché è rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un’incertezza strana nell’apparenza delle cose, come un’aria di alienazione, sospesa e diffusa.
Invano non s’assiste allo scoppio di un’anima che dal più profondo scagli sfranti e scompigliati i pensieri più reconditi, non confessati mai neppure a se stessa, i sentimenti più segreti e spaventosi, le sensazioni più strane che votano d’ogni senso consueto le cose, per darne loro subito un altro impensato, con una verità che avventa e si impone, sconcerta e atterrisce. Il terrore sorge dal riconoscere con un’evidenza spasimosa, che la pazzia s’annida e cova dentro a ciascuno di noi e che un nonnulla potrebbe scatenarla: l’allentarsi per poco di questa maglia elastica della coscienza presente: ed ecco che tutte le immagini in tanti anni accumulate e ora vaganti sconnesse; i frammenti d’una vita rimasta occulta, perché non potemmo o non volemmo rifletterla in noi al lume della ragione; atti ambigui, menzogne vergognose, cupi livori, delitti meditati all’ombra di noi stessi fino agli ultimi particolari, e ricordi obliati e desideri inconfessati, irrompono in tumulto, con furia diabolica, ruggendo come belve. Più d’una volta noi tutti ci guardammo con la pazzia negli occhi, bastando il terrore dello spettacolo di quel pazzo, perché anche in noi si allentasse un poco questa maglia elastica della coscienza. E anche ora guatiamo obliquamente e andiamo a toccare con un senso di sgomento qualche oggetto della stanza, che fu per poco illuminato sinistramente d’un aspetto nuovo, pauroso, dall’allucinazione dell’infermo; e, andando nella nostra stanza, ci accorgiamo con stupore e con raccapriccio che… sì, veramente, anche noi siamo stati sopraffatti dalla pazzia, anche da lontano, anche soli: troviamo qua e là, segni evidenti, tanti oggetti, tante cose stranamente fuor di posto.
Dobbiamo, vogliamo rassettarci, abbiamo bisogno di credere che l’infermo ora stia così, in questa calma cupa, perché ancora stordito dalla violenza degli ultimi accessi e ormai spossato, sfinito.
Basta a sostenere quest’inganno un lievissimo sorriso di gratitudine ch’egli accenni appena appena con le labbra o con gli occhi a la signorina Luisetta: fiato, larva di luce impercettibile, che non spira, a mio credere, dall’infermo, ma è piuttosto soffuso sul volto di lui dalla dolce infermiera, appena s’accosti e si chini sul letto.
Ahimè, com’è ridotta anche lei, la dolce infermiera! Ma nessuno se ne dà pensiero; meno di tutti, lei stessa. Eppure la medesima tempesta ha schiantato e travolto quest’innocente!
È stato uno strazio, di cui ancora forse neppur lei sa rendersi conto, perché ancora forse ella non ha con sé, dentro di sé la propria anima. L’ha data a lui, come cosa non sua, come una cosa ch’egli nel delirio si potesse appropriare per averne refrigerio e conforto.
Io ho assistito a questo strazio. Non ho fatto nulla, né forse avrei potuto far nulla per impedirlo. Ma vedo e confesso che ne sono rivoltato. Il che vuol dire che il mio sentimento è compromesso. Temo infatti che, presto, dovrò fare a me stesso un’altra confessione dolorosa.
È avvenuto questo: che il Nuti, nel delirio, ha scambiato la signorina Luisetta per Duccella, e, dapprima, ha inveito furibondo contro di lei, gridandole in faccia ch’era iniqua la sua durezza, la sua crudeltà per lui, non avendo egli nessuna colpa nell’uccisione del fratello, il quale da sé, come uno stupido, come un pazzo, s’era ucciso per quella donna; poi, appena ella, vinto il primo terrore, intendendo a volo l’allucinazione dell’infermo, gli s’è accostata pietosa, non ha più voluto lasciarla un momento, se l’è tenuta stretta a sé, singhiozzandole perdutamente e mormorandole le parole più cocenti e più tènere d’amore, e carezzandola o baciandole le mani, i capelli, la fronte.
Ed ella ha lasciato fare. E tutti gli altri han lasciato fare. Perché quelle parole, quelle carezze, quegli abbracci, quei baci, non erano mica per lei: erano per un’allucinazione, nella quale il delirio di lui si placava. E dunque bisognava lasciarlo fare. Ella, la signorina Luisetta, faceva pietosa e amorosa la sua anima per conto d’un’altra; e quest’anima, fatta così pietosa e amorosa, la dava a lui, come cosa non sua, ma di quell’altra, di Duccella. E mentr’egli s’appropriava quest’anima, ella non poteva, non doveva appropriarsi quelle parole, quelle carezze, quei baci… Ma ne ha tremato in tutte le fibre del corpo, la povera piccina, già disposta fin dal primo momento ad avere tanta pietà per quest’uomo che tanto soffriva a causa dell’altra donna! E non già per sé, che ne aveva veramente pietà, le è toccato d’esser pietosa ma per quell’altra, ch’ella naturalmente ritiene dura e crudele. Ebbene, ha dato a costei la sua pietà, perché la rivolgesse a lui e da lui – attraverso il corpo di lei – si facesse amare e carezzare. Ma l’amore, l’amore, chi lo dava? Doveva darlo lei, l’amore, per forza, insieme con quella pietà. E la povera piccina l’ha dato. Sa, sente d’averlo dato lei, con tutta l’anima, con tutto il cuore; e invece deve credere d’averlo dato per quell’altra.
N’è seguito questo: che mentr’egli, ora, rientra a poco a poco in sé e si riprende e si richiude fosco nella sua sciagura; ella resta come vuota e smarrita, come sospesa, senza più sguardo, quasi alienata d’ogni senso, una larva, quella larva che è stata nell’allucinazione di lui. Per lui la larva è scomparsa, e con la larva, l’amore. Ma questa povera piccina, che s’è votata per riempire quella larva di sé, del suo amore, della sua pietà, è rimasta lei, ora, una larva; e lui non se n’accorge! Le sorride appena, per gratitudine. Il rimedio ha giovato: l’allucinazione è svanita: basta, ora, eh?
Non me ne dôrrei tanto, se per tutti questi giorni non mi fossi veduto costretto a dare anch’io la mia pietà, a spendermi, a correre di qua e di là, a vegliare parecchie notti di seguito, non per un sentimento mio vero e proprio, che mi fosse cioè ispirato dal Nuti, come avrei voluto; ma per un altro sentimento, pure di pietà, ma di pietà interessata, tanto interessata che mi faceva e mi fa tuttora apparire falsa e odiosa quella che dimostravo e dimostro tuttora al Nuti.
Sento che, assistendo allo strazio, certo involontario, ch’egli ha fatto del cuore della signorina Luisetta, io, volendo obbedire al vero sentimento mio, avrei dovuto ritrarre la mia pietà da lui. L’ho ritratta veramente, dentro di me, per rivolgerla tutta a quel povero coricino straziato, ma ho seguitato a dimostrarla a lui perché non potevo farne a meno, obbligato dal sacrificio di lei, ch’era il maggiore. Se ella infatti si prestava a soffrire quello strazio per pietà di lui, potevo io, potevano gli altri tirarsi indietro da premure, da fatiche, da attestazioni di carità molto minori? Tirarmi indietro voleva dire riconoscere e dare a vedere ch’ella non soffriva quello strazio per pietà soltanto, ma anche per amore di lui, anzi sopra tutto per amore. E questo non si poteva, non si doveva. Io ho dovuto fingere, perché ella doveva credere di dare a lui il suo amore per quell’altra. E ho finto, pur disprezzandomi, meravigliosamente. Così soltanto ho potuto modificare le sue disposizioni d’animo per me, rifarmela amica. Ma pure, mostrandomi per lei così pietoso verso il Nuti, ho perduto forse l’unico mezzo che mi restasse per richiamarla in sé: dimostrarle, cioè, che Duccella, per conto della quale ella crede d’amarlo, non ha nessuna ragione d’esser pietosa per lui. Dando a Duccella la sua realtà vera, la larva di lei, quella larva amorosa e pietosa, in cui ella, la signorina Luisetta, s’è tramutata, dovrebbe scomparire, e restar lei, la signorina Luisetta, col suo amore ingiustificato e non richiesto da lui: perché egli da quella, e non da lei, l’ha richiesto, e lei per quella e non per sé gliel’ha dato, così, davanti a tutti.
Sì, ma se io so ch’ella veramente gliel’ha dato, sotto questa pietosa finzione, che vado adesso sofisticando?
Come Aldo Nuti crede dura e crudele Duccella, ella crederebbe duro e crudele me, se le strappassi questa finzione pietosa. Ella è una Duccella finta, appunto perché ama; e sa che la Duccella vera non ha nessuna ragione d’amare; lo sa per il fatto stesso che Aldo Nuti, ora che l’allucinazione gli è svanita non vede più in lei l’amore, e squallidamente la ringrazia appena appena della pietà.
Forse, a costo di soffrire un po’ più, ella potrebbe riaversi, solo a patto che Duccella diventasse lei, veramente, pietosa, sapendo in quali condizioni s’è ridotto l’antico fidanzato, e si presentasse qua, davanti al letto ov’egli giace, per ridargli il suo amore e salvarlo.
Ma Duccella non verrà. E la signorina Luisetta seguiterà a credere davanti a tutti e anche davanti a se stessa, in buona fede, di amare per conto di lei Aldo Nuti.

IV

Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero, infelici che vogliono con la ragione spiegarsi quello che con la ragione non si spiega!
Porsi davanti la vita come un oggetto da studiare, è assurdo, perché la vita, posta davanti così, perde per forza ogni consistenza reale e diventa un’astrazione vuota di senso e di valore. E com’è più possibile spiegarsela? L’avete uccisa. Potete, tutt’al più, farne l’anatomia.
La vita non si spiega; si vive.
La ragione è nella vita; non può esserne fuori. E la vita non bisogna porsela davanti, ma sentirsela dentro, e viverla. Quanti, usciti da una passione, come si esce da un sogno, non si domandano:
- Io? com’ho potuto esser così? far questo?
Non se lo sanno più spiegare; come non sanno spiegarsi che altri possa dare senso e valore a certe cose che per essi non ne hanno più nessuno o non ne hanno ancora. La ragione, che è in quelle cose, la cercano fuori. Possono trovarla? Fuori della vita non c’è nulla. Avvertire questo nulla, con la ragione che si astrae dalla vita, è ancora vivere, è ancora un nulla nella vita: un sentimento di mistero: la religione. Può essere disperato, se senza illusioni; può placarsi rituffandosi nella vita, non più di qua, ma di là, in quel nulla, che diventa subito tutto.
Com’ho capito bene queste cose in pochi giorni, da che sento veramente! Dico, da che sento anche me, perché gli altri li ho sentiti sempre in me, e m’è stato facile perciò spiegarmeli e compatirli.
Ma il sentimento che ho di me, in questo momento, è amarissimo.
Per causa vostra, signorina Luisetta, che pur siete tanto pietosa! Ma appunto perché siete così pietosa. Non ve lo posso dire, non ve lo posso far capire. Non vorrei dirmelo, non vorrei capirlo neanche io. Ma no, io non sono più una cosa, e questo mio silenzio non è più silenzio di cosa. Volevo farlo avvertire agli altri, questo silenzio, ma ora lo soffro io, tanto!
Séguito, pur non di meno, ad accogliervi dentro tutti. Sento però che ora mi fanno male tutti quelli che vi entrano, come in un luogo di sicura ospitalità. Il mio silenzio vorrebbe chiudersi sempre di più attorno a me.
Ecco qua, intanto, Cavalena che ci s’è allogato, pover’uomo, come a casa sua. Viene, appena può, a riparlarmi con sempre nuovi argomenti, o per futilissimi pretesti, della sua sciagura. Mi dice che non è possibile, a causa della moglie, tenere ancora alloggiato qua il Nuti, e che bisognerà trovargli posto altrove, appena rimesso. Due drammi, uno accanto all’altro, non è possibile tenerli. Specialmente perché il dramma del Nuti è un dramma di passione, di donne… Cavalena ha bisogno d’inquilini giudiziosi e composti. Pagherebbe, perché tutti gli uomini fossero serii, dignitosi, intemerati e godessero un’incontrastata fama d’illibatezza, sotto cui schiacciare il mal’animo della moglie accanito contro tutto il genere mascolino. Gli tocca ogni sera pagar la pena – il fio, dice lui – di tutte le malefatte degli uomini, registrate nella cronaca dei giornali, come se fosse lui l’autore o il complice necessario d’ogni seduzione, d’ogni adulterio.
- Vedi? – gli grida la moglie, con l’indice appuntato sul fatto di cronaca: – Vedi di che cosa siete capaci vojaltri?
E invano il poveretto si prova a farle osservare che, in ogni caso d’adulterio, per ogni uomo malvagio che tradisca la moglie, bisogna pure che ci sia una donna malvagia complice del tradimento. Crede d’aver trovato un argomento vittorioso, Cavalena, e invece si vede davanti la bocca della signora Nene accomodata ad O col dito dentro, nel solito gesto che significa:
- Sciocco!
Bella logica! Si sa! E non odia difatti la signora Nene anche tutto il genere femminino?
Trascinato dalle argomentazioni fitte, incalzanti di quella terribile pazzia ragionante che non s’arresta di fronte ad alcuna deduzione, egli si trova sempre, alla fine, smarrito o sbalordito, in una situazione falsa, da cui non sa più come uscire. Ma per forza! Se è costretto ad alterare, a complicare le cose più ovvie e naturali, a nascondere gli atti più semplici e più comuni: una conoscenza, una presentazione, un incontro fortuito, uno sguardo, un sorriso, una parola, nei quali la moglie sospetterebbe chi sa quali segrete intese e tranelli; per forza, anche discutendo con lei astrattamente, debbono venir fuori incidenti, contraddizioni, che a un tratto, inopinatamente, lo scoprono e lo rappresentano, con tutta l’apparenza della verità, bugiardo e impostore. Scoperto, preso nel suo stesso inganno innocente, ma che egli medesimo ormai vede che non può parer più tale agli occhi della moglie; esasperato, con le spalle al muro, contro l’evidenza stessa, s’ostina tuttavia a negare, ed ecco che, tante volte, per nulla, avvengono liti, scenate, e Cavalena scappa di casa e sta fuori quindici o venti giorni, finché non gli ritorna la coscienza d’esser medico e il pensiero della figliuola abbandonata, “povera cara animuccia bella”, com’egli la chiama.
È per me un gran piacere, quand’egli si mette a parlarmi di lei; ma appunto per questo non faccio mai nulla per provocarne il discorso: mi parrebbe d’approfittare vilmente della debolezza del padre, per penetrare, attraverso le confidenze di lui, nell’intimità di quella “povera animuccia bella”, com’egli la chiama. No, no! Tante volte sono anche sul punto d’impedirgli di seguitare.
Pare mill’anni a Cavalena che la sua Sesè sposi, abbia la sua vita fuori dell’inferno di questa casa! La mamma, invece, non fa altro che gridarle tutti i giorni:
- Non sposare, bada! Non sposare, sciocca! Non commettere questa pazzia!
- E Sesè? Sesè? – mi vien voglia di domandargli; ma, al solito, mi sto zitto.
La povera Sesè, forse, non sa neppur lei che cosa vorrebbe. Forse, certi giorni, insieme col padre, vorrebbe che fosse domani; cert’altri giorni proverà il più acerbo dispetto nel sentirne fare qualche accenno velato ai genitori. Perché certo questi, con le loro indegne scenate, debbono averle strappate tutte le illusioni, tutte, tutte, a una a una, mostrandole attraverso gli strappi le crudezze più nauseose della vita coniugale.
Le hanno impedito, intanto, di procurarsi altrimenti la libertà, i mezzi di bastare fin da ora a se stessa, da potersene andare lontano da questa casa, per conto suo. Le avranno detto che, grazie a Dio, non ne ha bisogno, lei: figlia unica, avrà per sé domani la dote della mamma. Perché avvilirsi a far la maestra o attendere a qualche altro ufficio? Può leggere, studiare quel che le piace, sonare il pianoforte, ricamare, libera in casa sua.
Bella libertà!
L’altra sera, sul tardi, quando tutti abbiamo lasciato la camera del Nuti già addormentato, l’ho vista seduta nel balconcino. Stiamo nell’ultima casa di via Veneto, e abbiamo davanti l’aperto di Villa Borghese. Quattro balconcini all’ultimo piano, sul cornicione della casa. Cavalena stava seduto a un altro balconcino, e pareva assorto a guardare le stelle.
A un tratto, con una voce che arrivò come da lontano, quasi dal cielo, soffusa d’un accoramento infinito, gli ho sentito dire:
- Sesè, vedi le Plejadi?
Ella ha finto di guardare: forse aveva gli occhi pieni di lagrime.
E il padre:
- Eccole là… sul tuo capo… quel gruppetto di stelle… le vedi?
Gli fe’ cenno di sì, che le vedeva.
- Belle, no, Sesè? E vedi là Capella, come arde?
Le stelle… Povero papà! bella distrazione… E con una mano s’aggiustava, si carezzava su le tempie i cernecchi arricciolati della parrucca artistica, mentre con l’altra mano… che? ma sì… aveva sulle ginocchia Piccinì, la sua nemica, e le carezzava la testina… Povero papà! Doveva essere in uno dei suoi momenti più tragici e patetici!
Veniva dalla Villa un fruscìo di foglie lungo lento lieve; dalla via deserta qualche suono di passi e il rapido fragorìo scalpitante di qualche vettura frettolosa. Il tintinnìo del campanello e il protratto ronzìo della carrùcola scorrente lungo il filo elettrico delle linee tramviarie pareva strappasse e si strascinasse dietro con violenza la via, con le case e gli alberi. Poi taceva tutto, e nella calma stanca riassommava un suono remoto di pianoforte chi sa da quale casa. Era un suono lene, come velato, malinconico, che attirava l’anima, la fissava in un punto, quasi per darle modo d’avvertire quanto fosse grave la tristezza sospesa da per tutto.
Ah, sì – forse pensava la signorina Luisetta – sposare… S’immaginava, forse, che sonava lei, in una casa ignota, remota, quel pianoforte, per addormentar la pena dei tristi ricordi lontani, che le hanno avvelenato per sempre la vita?
Le sarà possibile illudersi? potrà far che non cadano avvizzite, come fiori, all’aria muta, diaccia d’una sconfidenza ormai forse invincibile tutte le grazie ingenue, che di tanto in tanto le sorgono dall’anima? Noto ch’ella si guasta, volontariamente; si fa talvolta dura, ispida, per non parer tenera e credula. Forse vorrebbe esser gaja, vispa, come più d’una volta, in qualche momento lieto d’oblio, appena levata di letto, le suggeriscono gli occhi, dallo specchio: quei suoi occhi, che riderebbero tanto volentieri, brillanti e acuti, e che ella condanna a parere invece assenti, o schivi e scontrosi. Poveri occhi belli! Quante volte sotto le ciglia aggrottate non li fissa nel vuoto, mentre per le nari trae un lungo sospiro silenzioso, quasi non volesse farlo sentire a se stessa! E come le si velano e le cangiano di colore, ogni qual volta trae uno di questi sospiri silenziosi!
Certo, deve avere imparato da un pezzo a diffidare delle sue impressioni, per il timore forse non le si attacchi a poco a poco la stessa malattia della madre. Lo dimostra chiaramente l’improvviso scomporsi delle espressioni in lei, certi subitanei pallori dopo un subitaneo invermigliarsi di tutto il viso, un sorridente rasserenarsi del volto dopo un atteggiamento fosco repentino. Chi sa quante volte, andando per via col padre e la madre, non si sentirà ferire d’ogni suono di risa, e quante volte non proverà la strana impressione che pur quell’abitino azzurro, di seta svizzera, lieve lieve, le pesi addosso come una casacca di reclusa e che il cappello di paglia le schiacci la testa; e la tentazione di stracciare quella seta azzurra, di strapparsi dal capo quella paglia e sbertucciarla con ambo le mani furiosamente e scaraventarla… in faccia alla mamma? no… in faccia al babbo, allora? no…, per terra, per terra, pestando i piedi. Perché sì, le parrà una buffonata, una farsa sconcia, andare così parata, da personcina per bene, da signorina che s’illuda di far la sua figura, o che magari dia a vedere d’aver qualche bel sogno per la mente, quando poi in casa e anche per via, quanto c’è di più laido, di più brutale, di più selvaggio nella vita debba scoprirsi e saltar fuori, in quelle scenate quasi cotidiane tra i suoi genitori, ad affogarla di tristezza e d’onta e di schifo.
Di questo, sopra tutto, mi pare che sia ormai profondamente compenetrata: che nel mondo, così come se lo creano e glielo creano attorno i suoi genitori col loro comico aspetto, con la grottesca ridicolaggine di quella furiosa gelosia, col disordine della loro vita, non ci può esser posto, aria e luce per la sua grazia. Come potrebbe la grazia farsi avanti, respirare, avvivarsi di un qualche tenue color gajo e arioso, in mezzo a quel ridicolo che la trattiene e la soffoca e l’oscura?
È come una farfalla fissata crudelmente con uno spillo, ancora viva. Non osa batter le ali, non solo perché non spera di liberarsi, ma anche e più per non farsi scorgere troppo.

V

Sono capitato proprio in un terreno vulcanico. Eruzioni e terremoti senza fine. Vulcano grosso, in apparenza vestito di neve, ma dentro in perfetta ebollizione, la signora Nene. Si sapeva. Ma si è scoperto ora, inaspettatamente, e ha avuto la prima eruzione, un vulcanino, nel cui grembo il fuoco covava nascosto e minaccioso, per quanto acceso da pochi giorni soltanto.
Ha suscitato il cataclisma una visita di Polacco, questa mattina. Venuto per insistere nella sua opera di persuasione sul Nuti, perché vada via da Roma e se ne ritorni a Napoli a raffermare la convalescenza e perché poi magari riprenda a viaggiare per distrarsi e guarire del tutto; ha avuto l’ingrata sorpresa di trovare il Nuti in piedi, cadaverico, coi baffi già rasi a dimostrare la ferma intenzione di mettersi subito, fin da oggi, a far l’attore alla Kosmograph.
Se li è rasi da sé, appena levato di letto. È stata anche per tutti noi una sorpresa, perché fino a jersera il medico gli ha raccomandato calma assoluta, riposo, e di non lasciare il letto, se non per qualche oretta, la mattina; e jersera egli aveva risposto di sì, che avrebbe obbedito a queste prescrizioni.
Siamo rimasti a bocca aperta nel vedercelo davanti così raso, svisato, con quella faccia da morto, non ben sicuro ancora su le gambe, elegantissimamente vestito.
S’era ferito un po’, radendosi, all’angolo sinistro della bocca; e i grumetti di sangue, nerastri su la ferita, spiccavano nel torbido pallore del volto. Gli occhi, ch’ora sembravano enormi, con le pàlpebre inferiori quasi stirate dalla magrezza, così che mostrano il bianco del globo sotto il cerchio della cornea, avevano di fronte al nostro stupore doloroso un’espressione atroce, quasi malvagia, di dispetto cupo, d’odio.
- Ma come! – esclamò Polacco.
Contrasse il volto, quasi digrignando, e alzò le mani, con un fremito nervoso in tutte le dita; poi, a bassissima voce, anzi quasi senza voce, disse:
- Lasciami, lasciami fare!
- Ma se non ti reggi in piedi! – gli gridò Polacco.
Si voltò a guardarlo biecamente:
- Posso. Non mi seccare. Ho bisogno… bisogno d’uscire… d’un po’ d’aria.
- Forse è un po’ troppo presto, ecco… – si provò a fargli notare Cavalena – se… se mi permette di…
- Ma se dico che mi sento d’uscire! – lo interruppe il Nuti, attenuando appena con una smorfia di sorriso l’irritazione che traspariva dalla voce.
Questa irritazione nasce in lui dalla volontà di staccarsi dalle cure che finora ci siamo prese di lui e che ci han potuto dare (non a me, veramente) l’illusione ch’egli in certo qual modo ormai ci appartenga, sia un po’ nostro. Avverte che questa volontà è trattenuta dai riguardi per il debito di gratitudine contratto con noi, e non vede altro mezzo di spezzar questo legame di riguardi, che mostrando dispetto e disprezzo per la sua salute e la sua salvezza, di modo che sorga in noi lo sdegno per le cure che ce ne siamo date, e questo sdegno, allontanandolo subito da noi, lo assolva da quel debito di gratitudine. Chi sia in quest’animo, non ardisce di guardare in faccia. E difatti egli, questa mattina, non ha potuto guardar bene in faccia nessuno di noi.
Polacco, di fronte a una così decisa risoluzione, non ha più veduto altro scampo che mettergli attorno a custodirlo e, occorrendo, a pararlo, quanti più di noi era possibile, e segnatamente una che più di tutti gli s’è mostrata pietosa e a cui egli perciò deve un maggior riguardo; e, prima d’andar via con lui, pregò insistentemente Cavalena di raggiungerlo subito alla Kosmograph con la signorina Luisetta e con me. Disse che la signorina Luisetta non poteva più lasciare a mezzo quel film, a cui per combinazione s’era trovata a prender parte, e che del resto sarebbe stato un vero peccato, perché a giudizio di tutti in quella breve e non facile particina aveva dimostrato una meravigliosa attitudine che poteva fruttarle, per suo mezzo, una scrittura alla Kosmograph, un guadagno facile, sicuro, dignitosissimo, sotto la scorta del padre.
Vedendo Cavalena approvare con entusiasmo la proposta, fui più volte sul punto d’accostarmigli per tirargli sotto sotto la giacca.
Quel che temevo, difatti, è avvenuto.
La signora Nene ha creduto che fosse tutta una combinazione del marito la visita mattutina di Polacco, la risoluzione improvvisa del Nuti, la proposta di scrittura alla figliuola, per andare a coccolarsi in mezzo alle giovani attrici della Kosmograph. E appena andato via il Polacco col Nuti, il vulcano ha avuto una tremenda eruzione.
Cavalena, dapprima, s’è provato a tenerle testa, mettendo avanti la costernazione per il Nuti che evidentemente – come non capirlo, Dio mio? – aveva suggerito a Polacco quella proposta di scrittura. Che? non le importava un corno del Nuti? Ma non glien’importava un corno neanche a lui! Andasse pure a rompersi il collo il Nuti cento volte, se una non bastava! Bisognava acciuffar la fortuna di quella proposta di scrittura per Luisetta! Compromissione? Che compromissione, sotto gli occhi del padre?
Ma presto, da parte della signora Nene, finirono le ragioni e cominciarono le ingiurie, i vituperii, con tale violenza, che Cavalena, alla fine, indignato, esasperato, furibondo, è scappato via di casa.
Gli son corso dietro per le scale, per via, cercando in tutti i modi d’arrestarlo, ripetendogli non so più quante volte:
- Ma lei è medico! ma lei è medico!
Che medico e medico! In questo momento era una bestia che fuggiva infuriata. E ho dovuto lasciarlo fuggire, perché non seguitasse a gridare per istrada.
Ritornerà quando si sarà stancato di correre, quando di nuovo l’ombra del suo tragicomico destino, o piuttosto della coscienza, gli si parerà davanti con la pergamena scartocciata della vecchia laurea di medicina.
Intanto, respirerà un poco, fuori.
Rientrando in casa, vi ho trovato, con mia grande e dolorosa sorpresa, in eruzione il vulcanino; in un’eruzione così violenta, che il vulcano grosso n’era quasi sbigottito.
Non pareva più lei, la signorina Luisetta! Tutto lo sdegno accumulato in tanti anni, fin dall’infanzia trascorsa senza mai un sorriso in mezzo alle liti e allo scandalo; tutte le vergogne, a cui l’avevano fatta assistere, buttava in faccia alla madre e alle spalle del padre che fuggiva. Ah, si dava pensiero adesso la madre della compromissione di lei? Quando per tanti anni con quella stupida, vergognosa pazzia, le aveva distrutto l’esistenza, irreparabilmente! Affogata nella nausea, nello schifo d’una famiglia, a cui nessuno poteva accostarsi senza scherno! Non era compromissione forse, tenerla legata a quella vergogna? Non udiva le risa che tutti facevano di lei e di quel padre? Basta! basta! basta! Non voleva più lo strazio di quelle risa; voleva sciogliersi da quella vergogna, e scapparsene per la via che le s’apriva davanti, non cercata, dove nulla le sarebbe potuto capitare di peggio! Via, via! via!
Si volse a me, tutta accesa e vibrante:
- M’accompagni lei, signor Gubbio! Vado di là a mettermi il cappello, e andiamo, andiamo via subito!
Corse alla sua stanza. Io mi voltai a guardare la madre. Rimasta come basita davanti alla figliuola che insorgeva alla fine a schiacciarla con una condanna che all’improvviso ella sentiva tanto più meritata, in quanto sapeva che il pensiero della compromissione della figlia non era altro, in fondo, che una scusa messa avanti per impedire al marito di accompagnarla alla Kosmograph; ora, davanti a me, col capo abbandonato, le mani sul seno, si provava con affanno mugolante a sciogliere il pianto dalle viscere sospese e contratte.
Mi fece pena.
A un tratto, prima che la figliuola sopravvenisse, si tolse quelle mani dal seno e le congiunse in preghiera, senza poter parlare, con tutto il volto contratto in attesa del pianto che ancora non riusciva a tirar sù. Così, con quelle mani mi disse ciò che con la bocca, certo, non mi avrebbe detto. Poi se le portò al volto e si mosse al sopravvenire della figliuola.
Io indicai a questa, pietosamente, la mamma che s’avviava singhiozzando alla sua stanza.
- Vuole che vada via sola? – minacciò con rabbia la signorina Luisetta.
- Vorrei, – le risposi, dolente, – che almeno si calmasse, prima, un poco.
- Mi calmerò per via, – disse. – Andiamo, andiamo!
E, poco dopo, montati in vettura in capo a via Veneto, soggiunse:
- Vedrà, del resto, che troveremo certamente papà alla Kosmograph.
Perché volle aggiungere questa considerazione? Per liberarmi del pensiero della responsabilità che mi faceva assumere, obbligandomi ad accompagnarla? Dunque non è ben sicura d’esser libera d’agire a suo talento. Difatti, subito riprese:
- Le pare una vita possibile?
- Ma se è una manìa! – le feci notare. – Se è, come dice suo papà, una forma tipica di paranoja?
- Va bene, sì, ma appunto per questo! È possibile vivere così? Quando si hanno di queste disgrazie, non ci può esser più casa; non c’è più famiglia; più nulla. È una continua violenza, una disperazione, creda! Non se ne può più! Che c’è da fare? che c’è da impedire? Chi scappa di qua, chi di là. Tutti vedono, tutti sanno. La nostra casa è aperta. Non c’è più nulla da custodire! Siamo come in piazza. È una vergogna! una vergogna! Del resto, chi sa! forse così, opponendo violenza a violenza, ella si scoterà da questa manìa che sta facendo impazzire tutti! Per lo meno, farò qualche cosa… vedrò, mi muoverò… mi scoterò anch’io da quest’avvilimento, da questa disperazione!
Ma se per tanti anni l’ha sopportata, questa disperazione, come mai, ora tutt’a un tratto, – mi veniva di domandarle, – una così fiera ribellione?
Se subito dopo quella particina rappresentata al Bosco Sacro, Polacco le avesse proposto di scritturarla alla Kosmograph, non si sarebbe tirata indietro, quasi con orrore? Ma sì, certo! Pur essendo la sua famiglia nelle medesime condizioni.
Ora, invece, eccola qua che corre con me alla Kosmograph! Per disperazione? Sì, ma non a causa di quella sua mamma senza pace.
Come s’è fatta pallida, come s’è sentita mancar tutta, appena il babbo, il povero Cavalena, come uno spiritato ci s’è fatto innanzi su l’entrata della Kosmograph ad annunciarci che “lui”, Aldo Nuti, non c’era, e che Polacco aveva telefonato alla Direzione, che per quel giorno non sarebbe venuto, dimodoché non restava più da far altro che tornare indietro.
- Io, no, purtroppo, – dissi a Cavalena. – Bisogna che resti, io; sono già in gran ritardo. Accompagnerà lei a casa la signorina.
- No no no no, – gridò precipitosamente Cavalena. – La terrò con me tutto il giorno; ma poi la riporterò qua, e mi farà il piacere di riaccompagnarla lei a casa, signor Gubbio, o andrà sola. Io niente; io non metterò più piede a casa mia! Basta ormai! basta! basta!
E se n’andò, accompagnando la protesta con un gesto espressivo del capo e delle mani. La signorina Luisetta seguì il padre, mostrando chiaramente negli occhi di non vedere più la ragione di quanto aveva fatto. Com’era fredda la manina che mi porse, e come assente lo sguardo e vuota la voce, quando si volse per salutarmi e per dirmi:
- A più tardi…

Quaderno sesto

I

Dolce e fredda, la polpa delle pere d’inverno, ma spesso, qua e là, s’indurisce in qualche nodo aspro. I denti van per mordere, trovano quel duro e allegano. Così è della situazione nostra, che potrebbe esser dolce e fredda, almeno per due di noi, se non ci sentissimo l’intoppo d’un che di aspro e duro.
Andiamo insieme, da tre giorni, ogni mattina, la signorina Luisetta, Aldo Nuti e io, alla Kosmograph.
Tra me e il Nuti, la signora Nene, affida a me, non certo al Nuti, la figliuola. Ma questa, tra il Nuti e me, ha certo più l’aria di andare col Nuti, che di venire con me. Intanto:
io vedo la signorina Luisetta, e non vedo il Nuti;
la signorina Luisetta vede il Nuti e non vede me;
il Nuti non vede né me, né la signorina Luisetta.
Così andiamo, tutti e tre accanto, ma senza vederci l’uno con l’altro.
La fiducia della signora Nene dovrebbe irritarmi, dovrebbe… – che altro? Niente. Dovrebbe irritarmi, dovrebbe avvilirmi: invece, non mi irrita, non mi avvilisce. Mi commuove, invece. Quasi per farmi maggior dispetto.
Ecco, la ragiono questa fiducia, per cercare di vincere la dispettosa commozione.
È certo uno straordinario attestato d’incapacità, per un verso; di capacità, per un altro. Questo – dico l’attestato di capacità – potrebbe, in certo qual modo, lusingarmi; ma quello è sicuro che dalla stessa signora Nene non mi è dato senza una lieve punta di commiserazione derisoria.
Un uomo, incapace di far male, per lei, non può essere un uomo. Non sarà dunque neppure da uomo quell’altra mia capacità.
Pare che non si possa fare a meno di commettere il male, per essere stimati uomini. Per conto mio, io so bene, benissimo, d’essere uomo: male, n’ho commesso, e tanto! Ma sembra che gli altri non se ne vogliano accorgere. E questo mi fa rabbia. Mi fa rabbia perché, costretto a prendermi quella patente, d’incapacità – che è, che non è – mi trovo addosso talvolta, imposta dalla soperchieria altrui, una bellissima cappa d’ipocrisia. E quante volte sbuffo sotto questa cappa! Non mai tante volte, certo, come di questi giorni. Quasi quasi mi verrebbe voglia di mettermi a guardare la signora Nene negli occhi in un certo modo, che… No, no, via, povera donna! S’è così ammansita, tutt’a un tratto, così imbalordita anzi, dopo quella sfuriata della figliuola e questa risoluzione improvvisa di mettersi a far l’attrice di cinematografia! Bisogna vederla quando, poco prima d’andar via, ogni mattina, mi s’accosta e, dietro le spalle della figliuola, levando appena appena le mani, furtivamente, con occhi pietosi:
- Gliela raccomando, – mi bisbiglia.
La situazione, appena arrivati alla Kosmograph, cangia e si fa molto seria, non ostante che su l’entrata, ogni mattina, troviamo – puntualissimo e tutto sospeso in un’ansia trepida – Cavalena. Gli ho già detto, l’altro jeri e anche jeri, del cambiamento della moglie; ma Cavalena non accenna ancora di ridiventar medico. Che! che! L’altro jeri e jeri, m’è quasi svanito davanti in un’aria distratta, come per non lasciarsi prendere da quel che gli dicevo:
- Ah, sì? Bene, bene… – ha detto. – Ma io, per ora… Come dice? No, scusi, credevo…Contento, sa? Ma se torno, è tutto finito. Dio liberi! Qua ora bisogna assodare, assodare la posizione di Luisetta e la mia.
Eh sì, assodare: sono come per aria il papà e la figliuola. Penso che la loro vita potrebbe esser facile e comoda e svolgersi in una dolce pace serena. C’è la dote della mamma; Cavalena, brav’uomo, potrebbe attendere tranquillamente alla sua professione; non avrebbero bisogno d’estranei per casa, e la signorina Luisetta sul davanzale della finestra d’una quieta casetta al sole potrebbe graziosamente coltivare come fiori i più bei sogni di giovinetta. Nossignori! Questa che dovrebbe essere la realtà, come tutti la vedono, perché tutti riconoscono che la signora Nene non ha proprio nessunissima ragione di tormentare il marito, questa che dovrebbe essere la realtà, dicevo, è un sogno. La realtà, invece, deve essere un’altra, lontanissima da questo sogno. La realtà è la follia della signora Nene. E nella realtà di questa follia – che è per forza disordine angoscioso, esasperato – ecco qua sbalzati fuor di casa, smarriti, incerti, questo pover’uomo e questa povera figliuola. Si vogliono assodare, l’uno e l’altra, in questa realtà di follia, ed eccoli, vagano da due giorni qua, l’uno accanto all’altra, muti e tristi, per le piattaforme e gli sterrati.
Cocò Polacco, a cui insieme col Nuti si rivolgono appena entrati, dice loro che non c’è niente da fare per il momento. Ma la scrittura è in corso; la paga corre. Da avventizia, per ora, perché la signorina Luisetta s’incomoda a venire; se non posa, non manca per lei.
Ma questa mattina, finalmente, l’hanno fatta posare. Polacco l’ha affidata al suo collega direttore di scena Bongarzoni per una particina in un film a colori, di costume settecentesco.
Lavoro, di questi giorni, col Bongarzoni. Appena arrivato alla Kosmograph consegno la signorina Luisetta al padre, entro nel reparto del Positivo a prender la mia macchina e spesso m’avviene di non veder più per ore e ore né la signorina Luisetta, né il Nuti, né il Polacco, né il Cavalena. Non sapevo dunque che il Polacco avesse data al Bongarzoni la signorina Luisetta per quella particina. Sono rimasto, quando me la son veduta comparire davanti come staccata da un quadretto del Watteau.
Era con la Sgrelli, che aveva finito or ora d’acconciarla con cura e con amore nella guardaroba dei costumi antichi, e le premeva con un dito sulla guancia un neo di seta che non le si voleva ancor bene attaccare. Il Bongarzoni le ha fatto molti complimenti e la povera piccina si sforzava di sorridere senza scuoter troppo la testa, per timore non le crollasse l’enorme acconciatura. Non sapeva più muovere le gambe entro quell’abito di seta a sbuffi.
Ecco concertata la scenetta. Una gradinata esterna, che discende a un angolo di parco. La damina esce da una loggia chiusa da vetri: scende due gradini; si sporge dalla ringhiera a pilastrini a spiar lontano, nel parco, timida, perplessa, in un’ansia paurosa: poi scende in fretta gli altri gradini e nasconde un biglietto, che ha in mano, sotto la pianta d’alloro, nel vaso in capo alla ringhiera.
- Attenti, si gira!
Non ho mai girato con tanta delicatezza la manovella della mia macchinetta. Questo grosso ragno nero sul treppiedi già l’ha avuta in pasto due volte. Ma la prima volta, là al Bosco Sacro, la mia mano, nel girare per dargliela a mangiare, ancora non sentiva. Questa volta, invece…
Eh, son rovinato, se la mia mano si mette a sentire! No, signorina Luisetta, no: bisogna che voi non facciate più codesto mestieraccio. Tanto, so perché lo fate! Vi dicono tutti, anche il Bongarzoni questa mattina, che avete una non comune disposizione naturale all’arte scenica; e ve lo dico anch’io, sì; non per la prova di stamani, però. Oh, la avete disimpegnata come meglio non si poteva; ma io so bene, so bene perché avete saputo così meravigliosamente fingere l’ansia paurosa, allorché, scesi i due primi gradini, vi siete sporta dalla ringhiera a guardar lontano. Tanto bene lo so, che quasi quasi, a momenti, mi voltavo anch’io a guardare dove voi guardavate, per vedere se non fosse per caso arrivata in quel momento la Nestoroff.
Da tre giorni, qua, voi vivete in quest’ansia paurosa. Non voi sola; sebbene, forse, nessuno più di voi. Da un momento all’altro, veramente, la Nestoroff può arrivare. Non si vede da nove giorni. Ma è a Roma; non è partita. È partito solo Carlo Ferro, con altri cinque o sei attori e il Bertini, per Taranto.
Il giorno che Carlo Ferro partì (son già quasi due settimane), Polacco venne a trovarmi raggiante e come se si fosse levato un macigno dal petto.
- Te l’avevo detto, bambino? Anche all’inferno va, se lei vuole!
- Purché, – gli risposi, – non ce lo vediamo arrivare all’improvviso, come una bomba. Ma è già un gran fatto, veramente, e per me ancora inesplicabile, ch’egli sia partito. Mi risuonano ancora nell’orecchio le sue parole:
- Posso essere una belva di fronte a un uomo, ma come uomo di fronte a una belva non valgo nulla!
Eppure, con la coscienza di non valer nulla, per puntiglio, non s’è tirato indietro, non s’è rifiutato d’affrontare la belva; ora, di fronte a un uomo, è fuggito. Perché è certo che la sua partenza, il giorno dopo l’arrivo del Nuti, ha tutta l’aria d’una fuga.
Non voglio negare che la Nestoroff abbia su lui il potere di costringerlo a fare ciò ch’ella vuole. Ma io ho sentito ruggire in lui, e proprio per questa venuta del Nuti, le furie della gelosia. La rabbia, che il Polacco lo abbia designato per l’uccisione della tigre, non gli è sorta per il solo sospetto che egli, il Polacco, si volesse con questo mezzo sbarazzare di lui, ma anche e più per il sospetto che abbia fatto venire apposta nello stesso tempo il Nuti perché costui si potesse liberamente ripigliare la Nestoroff. E m’è apparso manifesto che non è sicuro di lei. Come dunque è partito?
No, no: c’è qui sotto, senza dubbio, un accordo; questa partenza deve nascondere un’insidia. La Nestoroff non avrebbe potuto indurlo a partire, mostrando d’aver paura di perderlo, comunque, lasciandolo qui ad aspettare uno, che certamente veniva col deliberato proposito di cimentarlo. Per questa paura egli non sarebbe partito. O, se mai, ella lo avrebbe accompagnato. Se ella è rimasta qui ed egli è partito, lasciando libero il campo al Nuti, vuol dire che un accordo dev’essersi stabilito tra loro, ordita una rete così saldamente e sicuramente ch’egli stesso ha potuto comprimere sott’essa e tenere in freno la gelosia. Nessuna paura ella ha dovuto mettere avanti; e, stabilito l’accordo, avrà preteso da lui questa prova di fiducia, che fosse lasciata qui sola di fronte al Nuti. Difatti, per parecchi giorni dopo la partenza di Carlo Ferro, ella venne alla Kosmograph, preparata evidentemente a incontrarsi con lui. Non poteva venire per altro, libera com’è adesso d’ogni impegno professionale. Non venne più, quando seppe che il Nuti era gravemente infermo.
Ma ora, da un momento all’altro, può tornare.
Che avverrà?
Polacco è di nuovo su le spine. Non si stacca dal fianco il Nuti; se per poco deve lasciarlo, volge prima di nascosto un’occhiata d’intelligenza a Cavalena. Ma il Nuti, quantunque di tanto in tanto per qualche lieve contrarietà abbia certi scatti che dànno a vedere in lui un’esasperazione violentemente compressa, è piuttosto calmo; sembra anche uscito da quella cupezza dei primi giorni della convalescenza; si lascia condurre qua e là da Polacco e da Cavalena; mostra una certa curiosità di conoscere da vicino questo mondo del cinematografo e ha visitato attentamente, con l’aria d’un severo ispettore, i due reparti.
Polacco, per distrarlo, gli ha proposto due volte di provarsi a sostenere qualche parte. S’è ricusato, dicendo che prima vuole abituarsi un po’ a vedere come fanno gli altri.
- È una pena, – ha osservato jeri davanti a me, dopo avere assistito alla iscenatura d’un quadro, – e dev’essere anche uno sforzo che guasta, altera ed esagera le espressioni, la mimica senza la parola. Parlando, il gesto sorge spontaneo; ma senza parlare…
- Si parla dentro, – gli ha risposto con una serietà meravigliosa la piccola Sgrelli (la Sgrellina, come qua la chiamano tutti). – Si parla dentro, per non sforzare il gesto…
- Ecco, – ha fatto il Nuti, come prevenuto in ciò che stava per dire.
La Sgrellina allora s’è appuntato l’indice su la fronte e ha guardato tutti in giro con una finta aria di scema, che chiedeva con graziosissima malizia:
- Sono intelligente, sì o no?
Abbiamo riso tutti e anche il Nuti. Polacco per poco non se l’è baciata. Forse spera che ella, essendo qua il Nuti al posto di Gigetto Fleccia, pensi ch’egli debba sostituire costui anche nell’amore di lei e riesca a fare il miracolo di distorlo dalla Nestoroff. Per abbondare e dar largo pascolo a questa speranza lo ha presentato anche a tutte le giovani attrici delle quattro compagnie; ma pare che il Nuti, pur mostrandosi garbato con tutte, non dia il minimo segno di volersi distrarre. Del resto, tutte le altre, anche se non fossero già, più o meno, impegnate per conto loro, si guarderebbero bene dal fare un torto alla Sgrellina. E quanto alla Sgrellina scommetto che s’è già accorta che farebbe ingiuria, a sua volta, a una certa signorina, che viene da tre giorni alla Kosmograph col Nuti e con Si gira.
Chi non se n’accorge? Il Nuti solo! Eppure ho il sospetto che anche lui se ne sia accorto. Ma strano è questo, e vorrei trovar modo di farlo notare alla signorina Luisetta: che l’accorgersi del sentimento di lei provochi in lui un effetto contrario a quello cui ella aspira: lo respinge da lei e lo fa tendere con maggiore spasimo verso la Nestoroff. Perché certo ora il Nuti ricorda d’aver veduto in lei, nel delirio, Duccella; e siccome sa che questa non può e non vuole più amarlo, l’amore che scorge in lei gli deve sembrare per forza una finzione, ormai non più pietosa, passato com’è il delirio; ma anzi spietata: un ricordo bruciante, che gl’inasprisce la piaga.
È impossibile far capire questo alla signorina Luisetta.
Attaccato col sangue tenace d’una vittima all’amore per due donne diverse, che lo respingono entrambe, il Nuti non può avere occhi per lei; può vedere in lei l’inganno, quella Duccella finta, che per un momento gli apparve nel delirio; ma ora il delirio è passato, quel che fu inganno pietoso è divenuto per lui ricordo crudele, tanto più, quanto più vede sussistere in lei l’ombra di quell’inganno.
E così, invece di trattenerlo, la signorina Luisetta con quest’ombra di Duccella lo caccia, lo spinge più cieco verso la Nestoroff.
Per lei, prima di tutto; poi per lui, e infine – perché no? – anche per me, non vedo altro rimedio, che in un tentativo estremo, quasi disperato: partire per Sorrento, riapparire dopo tanti anni nella casa antica dei nonni, per ridestare in Duccella il primo ricordo del suo amore e, se è possibile, rimuoverla e far che venga lei a dar corpo a quest’ombra, che un’altra qua per conto di lei disperatamente sostiene con la sua pietà e col suo amore.

II

Un biglietto della Nestoroff, questa mattina alle otto (inatteso e misterioso invito a recarmi da lei insieme con la signorina Luisetta prima d’andare alla Kosmograph) m’ha fatto rimandare la partenza.
Sono rimasto un pezzo col biglietto in mano, non sapendo che pensarne. La signorina Luisetta, già pronta per uscire, è passata per il corridojo davanti all’uscio della mia camera; l’ho chiamata.
- Guardi. Legga.
Corse con gli occhi alla firma; si fece, al solito, rossa rossa, poi pallida pallida; finito di leggere, fissò gli occhi con uno sguardo ostile e una contrazione di dubbio e di timore nella fronte, e domandò con voce smorta:
- Che vorrà?
Aprii le mani, non tanto per non saper che rispondere, quanto per conoscere prima che cosa ne pensasse lei.
- Io non vado, – disse, scombujandosi. – Che può volere da me?
- Avrà saputo, – le risposi, – che egli… il signor Nuti è alloggiato qui, e…
- E…?
- Vorrà forse dire qualcosa, non so… per lui…
- A me?
- M’immagino… anche a lei, se la prega d’accompagnarsi con me…
Represse un fremito nella persona; non riuscì a reprimerlo nella voce:
- E che c’entro io?
- Non so; non c’entro neanche io, – le feci notare. – Ci vuole tutti e due…
- E che può avere da dire a me… per il signor Nuti?
Mi strinsi nelle spalle e la guardai con fredda fermezza per richiamarla in sé e significarle che lei, per quanto si riferiva propriamente alla sua persona – lei come signorina Luisetta – non avrebbe dovuto aver nessuna ragione di sentire quell’avversione, quel ribrezzo per una signora, della cui simpatia s’era prima tanto compiaciuta.
Comprese; si turbò maggiormente.
- Suppongo, – soggiunsi, – che se vuol parlare anche con lei, sarà a fin di bene; anzi certamente sarà così. Lei s’aombra…
- Perché… perché non riesco a… a immaginare… si buttò a dire, prima esitante, poi con impeto, facendosi in volto di bragia, – che cosa possa avere da dire a me, anche così, come lei suppone, a fin di bene. Io…
- Estranea, come me, al caso, è vero? – attaccai subito, ostentando una maggiore freddezza. – Ebbene, forse ella crede, che lei possa giovare in qualche modo…
- No, no; estranea, va bene, – s’affrettò a rispondere, urtata. – Voglio restare estranea e non aver nessuna relazione, per ciò che si riferisce al signor Nuti, con codesta signora.
- Faccia come crede – dissi. – Andrò io solo. Non c’è bisogno che la avverta, che sarà prudente non far parola al Nuti di questo invito.
- Oh, certo! – fece.
E si ritirò.
Sono rimasto a lungo a riflettere, col biglietto in mano, su l’atteggiamento da me preso, senza volerlo, in questo breve dialogo con la signorina Luisetta.
Le benigne intenzioni da me attribuite alla Nestoroff non avevano altra ragione, che il reciso rifiuto della signorina Luisetta d’accompagnarsi con me in una manovra segreta, ch’ella istintivamente ha sentito diretta contro il Nuti. Io ho difeso la Nestoroff per il solo fatto che questa, invitando la signorina Luisetta ad andare in casa sua insieme con me, mi è parso intendesse staccarla dal Nuti, e farla compagna a me, supponendola mia amica.
Ora ecco, invece di staccarsi dal Nuti, la signorina Luisetta si staccava da me e mi faceva andar solo dalla Nestoroff. Neanche per un momento s’era fermata a considerare ch’era stata invitata insieme con me; l’idea d’essermi compagna non le era apparsa affatto; non aveva visto che il Nuti, non aveva pensato che a lui; e le mie parole certamente non le avevano prodotto altro effetto che quello di mettermi dalla parte della Nestoroff contro il Nuti e, per conseguenza, anche contro lei.
Se non che, mancato adesso lo scopo per cui avevo attribuito a quella le intenzioni benigne, ecco, ricadevo nella perplessità di prima e per giunta in preda a una sorda irritazione e mi sentivo diffidentissimo anch’io contro la Nestoroff. L’irritazione era per la signorina Luisetta, perché, mancato lo scopo, mi vedevo costretto a riconoscere ch’ella in fondo aveva ragione di diffidare. Insomma, m’appariva a un tratto evidente, che mi bastava aver compagna la signorina Luisetta per vincere ogni diffidenza. Senza di lei, la diffidenza ora riprendeva anche me, ed era quella di chi sa di potere da un passo all’altro esser colto a un laccio preparato con sottilissima astuzia.
Con quest’animo sono andato dalla Nestoroff, io solo. Ma pur mi spingeva una curiosità ansiosa di ciò che m’avrebbe detto e il desiderio di vederla da vicino, in casa, benché non m’aspettassi né da lei né dalla casa alcuna rivelazione d’intimità. Sono entrato in molte case, dacché ho perduto la mia, e in quasi tutte, aspettando che si presentasse il padrone o la padrona di casa, ho provato uno strano senso di fastidio e di pena insieme, alla vista dei mobili più o meno ricchi, disposti con arte, come in attesa d’una rappresentazione. Questa pena, questo fastidio io li sento più degli altri, forse, perché m’è rimasto inconsolabile in fondo all’anima il rimpianto della mia casetta all’antica, dove tutto spirava l’intimità, dove i mobilucci vecchi, amorosamente curati, invitavano alla schietta confidenza familiare e parevano contenti di serbar le impronte dell’uso che ne avevamo fatto, perché in quelle impronte, se pure li avevano un po’ logorati, un po’ gualciti, erano i ricordi della vita vissuta con essi, a cui essi avevano partecipato. Ma veramente non riesco a comprendere come non debbano dare, se non proprio pena, fastidio certi mobili coi quali non osiamo prenderci nessuna confidenza, perché ci sembra stieno lì ad ammonire con la loro rigida gracilità elegante, che la nostra noja, il nostro dolore, la nostra gioja non debbano né lasciarsi andare, né smaniare o dibattersi, né sussultare, ma esser contenuti nelle regole della buona creanza. Case fatte per gli altri, in vista della parte che vogliamo rappresentare in società; case d’apparenza, dove i mobili attorno possono anche farci vergognare, se per caso in un momento ci sorprendiamo in costume o in atteggiamento non confacenti a quest’apparenza e fuori della parte che dobbiamo rappresentare.
Sapevo che la Nestoroff abitava in un ricco quartierino ammobiliato in via Mecenate. Fui introdotto dalla cameriera (senza dubbio preavvisata della mia visita) nel salotto; ma il preavviso aveva un po’ sconcertato la cameriera, che s’aspettava di vedermi insieme con una signorina. Voi, per la gente che non vi conosce, che è tanta, non avete altra realtà che quella dei vostri calzoni chiari o del vostro soprabito marrone o dei vostri baffi all’inglese. Io per la cameriera ero uno che doveva venire insieme con una signorina. Senza la signorina potevo essere un altro. Ragion per cui dapprima fui lasciato davanti alla porta.
- Solo? E la vostra amicuccia? – domandò la Nestoroff poco dopo nel salotto. Ma la domanda, arrivata a metà, tra vostra e amicuccia cadde, o piuttosto, smorì in una impreveduta alterazione di sentimento. L’amicuccia non fu quasi proferita.
Quest’impreveduta alterazione di sentimento le fu cagionata dal pallore del mio volto sbalordito, dallo sguardo de’ miei occhi sbarrati in uno stupore quasi truce.
Guardandomi, ella comprese subito il perché del mio pallore e del mio sbalordimento, e subito diventò pallidissima anche lei; gli occhi le s’intorbidarono stranamente, le mancò la voce e tutto il suo corpo mi tremolò davanti quasi una larva.
L’assunzione di quel suo corpo a una vita prodigiosa, in una luce da cui ella neppure in sogno avrebbe potuto immaginare di essere illuminata e riscaldata, in un trasparente, trionfale accordo con una natura attorno, di cui certo gli occhi suoi non avevano mai veduto il tripudio dei colori, era sei volte ripetuta, per miracolo d’arte e d’amore, in quel salotto, in sei tele di Giorgio Mirelli.
Fissata lì per sempre, in quella realtà divina ch’egli le aveva data, in quella divina luce, in quella divina fusione di colori, la donna che mi stava davanti che cos’era più ormai? in che laido smortume, in che miseria di realtà era ormai caduta? E aveva potuto osare di tingersi di quello strano color cùpreo i capelli, che lì nelle sei tele, davano col loro colore naturale tanta schiettezza d’espressione al suo volto intento, dal sorriso vago, dallo sguardo perduto nella malìa d’un sogno triste lontano?
Ella si fece umile, si restrinse come per vergogna in sé, sotto il mio sguardo che certo esprimeva uno sdegno penoso. Dal modo con cui mi guardò, dalla contrazione dolorosa delle ciglia e delle labbra, da tutto l’atteggiamento della persona compresi ch’ella non solo sentiva di meritarsi il mio sdegno, ma lo accettava e me n’era grata, perché in questo sdegno, da lei condiviso, assaporava il castigo del suo delitto e della sua caduta. S’era guastata, s’era ritinti i capelli, s’era ridotta in quella realtà miserabile, conviveva con un uomo grossolano e violento, per fare strazio di sé: ecco, era chiaro; e voleva che nessuno ormai le s’accostasse per rimuoverla da quel disprezzo di sé, a cui s’era condannata, in cui riponeva il suo orgoglio, perché solo in questa ferma e fiera intenzione di disprezzarsi si sentiva ancor degna del sogno luminoso, nel quale per un momento aveva respirato e di cui le restava la testimonianza viva e perenne nel prodigio di quelle sei tele.
Non gli altri, non il Nuti, ma lei, lei sola, da sé, facendo una disumana violenza a se stessa, s’era strappata da quel sogno, n’era precipitata. Perché? Ah, la ragione, forse, era da cercare lontano, altrove. Chi sa le vie dell’anima? I tormenti, gli oscuramenti, le improvvise, funeste risoluzioni? La ragione, forse, si doveva cercare nel male che gli uomini le avevano fatto fin da bambina, nei vizii in cui s’era perduta durante la prima giovinezza randagia, e che nel suo stesso concetto le avevano offeso il cuore fino a non sentirselo più degno che un giovinetto col suo amore lo riscattasse e lo nobilitasse.
Di fronte a questa donna così caduta, certo infelicissima e dalla infelicità sua resa nemica a tutti, e, più, a se medesima, che avvilimento, che nausea m’assalì d’improvviso della volgare meschinità dei casi in cui mi vedevo mescolato, della gente con cui m’ero messo a trattare, dell’importanza che avevo data e davo a loro, alle loro azioni, ai loro sentimenti! Come m’apparve stupido quel Nuti e grottesco nella sua tragica fatuità di figurino di moda tutto gualcito e brancicato nell’inamidatura imbrattata di sangue!
Stupidi e grotteschi quei due Cavalena, marito e moglie! Stupido il Polacco, con quelle arie di condottiero invincibile! E stupida sopra tutto la parte mia, la parte che m’ero assunta di consolatore da un canto, di guardiano dall’altro e, in fondo all’anima, di salvatore per forza d’una povera piccina, a cui il triste e buffo disordine della sua famiglia aveva anche fatto assumere una parte quasi identica alla mia: cioè di salvatrice in ombra d’un giovine che non voleva esser salvato!
Mi sentii d’un tratto da questa nausea alienato da tutti, da tutto, anche da me stesso, liberato e come vôtato d’ogni interessamento per tutto e per tutti, ricomposto nel mio ufficio di manovratore impassibile d’una macchinetta di presa, ridominato soltanto dal mio primo sentimento, che cioè tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, non può produrre ormai altro che stupidità. Stupidità affannose e grottesche! Che uomini, che intrecci, che passioni, che vita, in un tempo come questo? La follia, il delitto, o la stupidità. Vita da cinematografo! Ecco qua: questa donna che mi stava davanti, coi capelli di rame. Là, nelle sei tele, l’arte, il sogno luminoso d’un giovinetto che non poteva vivere in un tempo come questo. E qua, la donna, caduta da quel sogno; caduta dall’arte nel cinematografo. Sù, dunque una macchinetta da girare! Ci sarà un dramma qui? Ecco la protagonista.
- Attenti, si gira!

III

La donna, come aveva compreso in prima dall’espressione del mio volto lo sdegno, comprese l’avvilimento, la nausea in me, e il moto dell’animo che n’era seguito.
Quello – lo sdegno – le era piaciuto, forse perché intendeva valersene per il suo fine segreto, soggiacendo ad esso sotto i miei occhi con aria d’accorata umiltà. L’avvilimento, la nausea non le erano dispiaciuti, ché forse e più di me li provava anche lei. Le dispiacque la mia freddezza improvvisa, il vedermi d’un tratto ricomposto nell’abito della mia professionale impassibilità. E anche lei s’intenerì; mi guardò freddamente; disse:
- Speravo di vedervi insieme con la signorina Cavalena.
- Le ho dato da leggere il biglietto, – risposi. – Era già pronta per recarsi alla Kosmograph. L’ho pregata di venire…
- Non ha voluto?
- Non ha creduto. Forse per la sua qualità di ospite…
- Ah, – fece, buttando indietro il capo. – Ma anzi, – soggiunse, – io l’avevo invitata appunto per questo, per la sua qualità di ospite.
- Gliel’ho fatto notare, – dissi.
- E non ha creduto che le convenisse venire?
Aprii le braccia.
Ella rimase un po’ assorta a pensare; poi, quasi in un sospiro, disse:
- Ho sbagliato. Quel giorno, ricordate? che andammo insieme al Bosco Sacro, mi parve gentile, e anche contenta di stare accanto a me… Capisco che non era ancora ospite. Ma scusate, non siete ospite anche voi?
Sorrise, per ferirmi, rivolgendomi quasi a tradimento questa domanda. E in verità, non ostante il mio proponimento di rimanere estraneo a tutto e a tutti, mi sentii ferire. Tanto che risposi:
- Ma tra due ospiti, lei sa bene, si può fare più conto dell’uno che dell’altro.
- Credevo il contrario, – disse. – Non vi fa piacere?
- Né piacere, né dispiacere, signora.
- Proprio vero? Scusate, non ho diritto di pretendere alla vostra sincerità. Ma io mi proponevo d’esser sincera con voi, oggi.
- E io sono venuto…
- Perché la signorina Cavalena, come voi dite, ha voluto dimostrare di far più conto dell’altro ospite?
- No, signora. La signorina Cavalena ha detto di voler restare estranea.
- E anche voi?
- Io sono venuto.
- E io vi ringrazio moltissimo. Ma solo siete venuto! E questo – forse sbaglio ancora – non m’affida, non perché ritenga, badate, che anche voi, come la signorina Cavalena, facciate più conto dell’altro ospite; anzi, al contrario…
- Come sarebbe?
- Che di quell’altro ospite non v’importi niente: non solo, ma che vi farebbe anzi piacere che gli accadesse qualche male, anche per il fatto che la signorina Cavalena, non volendo venire con voi, ha dimostrato di tenere più a lui che a voi. Mi spiego?
- Ah, no, signora! S’inganna! – esclamai recisamente.
- Non vi contraria?
- Per nulla. Cioè… ecco, sinceramente… mi contraria, ma non più per me, ormai. Io veramente mi sento estraneo.
- Ecco, vedete? – esclamò ella a questo punto, interrompendomi. – Questo ho temuto, vedendovi entrar solo. Confessate che voi non vi sentireste ora così estraneo, se la signorina fosse venuta con voi…
- Ma se io sono venuto lo stesso!
- Da estraneo.
- No, signora. Guardi, io ho fatto più di quanto ella non creda. Ho parlato a lungo con quel disgraziato e ho cercato di dimostrargli in tutti i modi che non ha nulla da pretendere, dopo quanto è accaduto, almeno secondo quello ch’egli stesso dice.
- Che v’ha detto? – domandò la Nestoroff, impuntandosi e infoscandosi.
- Molte stupidaggini, signora, – risposi. – Farnetica. Ed è da temere, creda, tanto più, in quanto è incapace, secondo me, di qualunque sentimento veramente serio e profondo. Lo dimostra, già, il fatto che sia venuto qua con certi propositi…
- Di vendetta?
- Non propriamente di vendetta. Non lo sa neppur lui! È un po’ il rimorso… un rimorso che non vorrebbe avere; di cui avverte solo superficialmente il pungolo irritante, perché, ripeto, è incapace anche d’un pentimento vero, d’un pentimento sincero, che potrebbe maturarlo, farlo rinsavire. È dunque un po’ l’irritazione di questo rimorso, intollerabile; un po’ la rabbia, o piuttosto (la rabbia sarebbe troppo forte per lui) diciamo la stizza, una stizza acerba, non confessata, di essere stato abbindolato…
- Da me?
- No. Non vuole confessarlo!
- Ma voi lo credete?
- Io credo, signora, che ella non lo abbia mai preso sul serio e si sia servita di lui per staccarsi da…
Non volli proferire il nome: alzai la mano versa le sei tele. La Nestoroff corrugò le ciglia, abbassò il capo. Stetti un po’ a mirarla e, deciso d’andare fino in fondo, insistetti:
- Egli parla di tradimento. Del tradimento del Mirelli, che s’uccise per la prova che lui volle fargli d’esser facile ottenere da lei (scusi) ciò che il Mirelli non aveva potuto ottenere.
- Ah, dice così? – domandò, scattando, la Nestoroff.
- Dice così, ma confessa di non avere ottenuto nulla da lei. Farnetica. Vuole aggrapparsi a lei, perché a star così – dice – impazzirebbe.
La Nestoroff mi guardò quasi con sgomento.
- Voi lo disprezzate? – mi domandò.
Risposi:
- Non lo pregio di certo. Può farmi sdegno; può farmi anche compassione.
Balzò in piedi, come sospinta da un impeto irrefrenabile:
- Io sdegno, – disse, – quelli che sentono compassione.
Risposi con calma:
- Comprendo benissimo in lei codesto sentimento.
- E mi disprezzate?
- No, signora, tutt’altro!
Si voltò a guardarmi; sorrise con amaro dispetto:
- Mi ammirate, allora?
- Ammiro in lei, – risposi, – ciò che in altri forse provoca lo sdegno; quello sdegno, del resto, che lei stessa vuole suscitare negli altri, per non provocarne la compassione.
Tornò a guardarmi più fissamente; mi s’appressò quasi a petto e mi domandò:
- E non volete dire con questo, in un certo senso, che avete anche compassione di me?
- No, signora. Ammirazione. Perché lei sa punirsi.
- Ah sì? Voi comprendete questo? – disse, alterandosi in volto e con un fremito, come se l’avesse colta un brivido improvviso.
- Da un pezzo, signora.
- Contro il disprezzo di tutti?
- Forse appunto a causa del disprezzo di tutti.
- Me ne sono accorta anch’io da un pezzo, – disse, tendendomi la mano e stringendo forte la mia. – Grazie. Ma so anche punire, credete! – soggiunse subito, minacciosa, ritraendo la mano e levandola in aria con l’indice teso. – So anche punire, senza compassione, perché non ne ho voluta mai per me e non ne voglio!
Si mise a passeggiare per la stanza, ripetendo:
- Senza compassione… senza compassione…
Poi, fermandosi:
- Vedete? – mi disse con occhi cattivi. – Io non ammiro voi, per esempio, che sapete vincere lo sdegno con la compassione.
- In questo caso, non dovrebbe ammirare neanche se stessa, – dissi sorridendo. – Pensi un po’ e dica perché mi ha invitato a venire da lei questa mattina?
- Credete per compassione di quel… disgraziato, come voi avete detto?
- O di lui, o di qualche altro, o di lei stessa.
- Nient’affatto! – negò con impeto. – No! No! Voi v’ingannate! Nessuna compassione, per nessuno! Io voglio esser questa; io voglio restare così. Io v’ho invitato a venire perché gli facciate intendere che non ho compassione di lui e non ne avrò mai!
- Ma, intanto, non vuole fargli del male.
- Voglio fargli del male, appunto, lasciandolo dov’è e com’è.
- Ma se lei è così senza compassione, non gli farebbe maggior male, accostandolo a sé? Lei vuole invece allontanarlo…
- Ma perché voglio io, io, restare così! Farei maggior male a lui, sì; ma farei un bene a me, perché mi vendicherei sopra di lui, anziché sopra di me. E che male credete che potrebbe venirmi da uno come lui? Non lo voglio io, capite? Non perché abbia compassione di lui, ma perché mi piace di non averne di me. Non m’importa del suo male né m’importa di dargliene uno maggiore. Gli basta quello che ha. Vada a piangere lontano! Io non voglio piangere.
- Temo, – dissi, – che non abbia più voglia di piangere neanche lui.
- E che vuol fare?
- Mah! Non essendo, come le ho detto, capace di nulla; nell’animo in cui si trova, potrebbe essere purtroppo capace di tutto.
- Non lo temo, non lo temo! Vedete? è questo! Vi ho invitato a venire da me per dirvi questo, per farvi intender questo e perché voi, a vostra volta, glielo facciate intendere. Non temo mi possa venire da lui nessun male, neppure se m’uccidesse, neppure se, per causa sua, dovessi andare a finire in prigione! Corro anche questo rischio, sapete! Deliberatamente, mi sono esposta anche a questo rischio. Perché so con chi ho da fare. E non temo. Mi sono illusa di sentire un po’ di timore; mi sono adoperata in questa illusione, ad allontanare di qua uno che minacciava violenze su me, su tutti. Non è vero. Ho agito freddamente, non per timore! Qualunque male, anche questo, sarebbe minore per me. Un altro delitto, la prigione, la morte stessa, sarebbero per me mali minori di quello che soffro adesso e nel quale voglio restare. Guaj a lui se tenta di suscitarmi un po’ di compassione per me stessa o per lui. Non ne ho! Se voi ne avete per lui, voi che ne avete tanta per tutti, fate, fate che se ne vada! Ecco quello che desidero da voi, appunto perché io non temo di nulla!
Questo mi disse, mostrando in tutta la persona la smania disperata di non sentire veramente ciò che avrebbe voluto sentire.
Restai un tratto in una perplessità piena di sgomento, d’angoscia e d’ammirazione anche; poi tornai ad aprir le braccia e, per non promettere invano, le dissi del mio proposito di recarmi alla villetta di Sorrento.
Ella stette ad ascoltarmi, ristretta in sé, forse per attutire il bruciore che il ricordo di quella villetta e delle due donne sconsolate le cagionava; chiuse gli occhi dolorosamente; negò col capo; disse:
- Non otterrete nulla.
- Chi sa! – sospirai. – Almeno per provare.
Mi strinse forte la mano:
- Forse, – disse, – farò anch’io qualche cosa per voi.
La guardai negli occhi, più costernato che curioso:
- Per me? E che cosa?
Alzò le spalle; sorrise con pena.
- Dico, forse… Qualche cosa. Vedrete.
- Io la ringrazio, – soggiunsi. – Ma non vedo proprio che cosa ella possa fare per me. Ho chiesto sempre così poco alla vita, e meno che mai intendo di chiederle ora. Non le chiedo anzi, proprio, più nulla, signora.
La salutai e andai via con l’animo sospeso da questa promessa misteriosa.
Che vorrà fare? Freddamente, come avevo supposto, ella ha fatto andar via Carlo Ferro, pur prevedendo senz’alcun timore, né per sé né per lui né per gli altri, ch’egli da un momento all’altro possa piombar qui a commettere anche un delitto. E può, in questa previsione, pensar di fare qualche cosa per me? Che cosa? Come c’entro io in tutto questo tristo groviglio? Intende d’avvilupparmi in qualche modo in esso? e per che modo? Di me non ha potuto scorger altro, che l’amicizia lontana per Giorgio Mirelli e ora un sentimento vano per la signorina Luisetta. Non può prendermi né per quell’amicizia con uno già morto, né per questo sentimento che ora muore in me.
Eppure, chi sa? Non riesco a tranquillarmi.

IV

La villetta.
Era quella? Possibile che fosse quella?
Eppure, di mutato, non c’era nulla, o ben poco. Solo quel cancello un po’ più alto, quei due pilastri un po’ più alti, in luogo dei pilastrini d’un tempo, da uno dei quali nonno Carlo aveva fatto strappare la targhetta di marmo col suo nome.
Ma poteva quel cancello nuovo aver mutato così tutta l’aria della villetta antica?
Riconoscevo ch’era quella, e mi pareva impossibile che fosse; riconoscevo ch’era rimasta tal quale, e perché dunque mi sembrava un’altra?
Che tristezza! Il ricordo che cerca di rifarsi vita e non si ritrova più nei luoghi che sembrano cangiati, che sembrano altri, perché il sentimento è cangiato, il sentimento è un altro. Eppure credevo d’essere accorso a quella villetta col mio sentimento d’allora, col mio cuore d’un tempo!
Ecco. Sapendo bene che i luoghi non hanno altra vita, altra realtà fuori di quella che noi diamo a loro, io mi vedevo costretto a riconoscere con sgomento, con accoramento infinito: – Come sono cangiato! -. La realtà ora è questa. Un’altra.
Sonai il campanello. Un altro suono. Ma ormai non sapevo più se dipendesse da me o perché il campanello era un altro. Che tristezza!
Si presentò un vecchio giardiniere, senza giacca, le maniche rimboccate fino al gomito, con l’annaffiatojo in mano e in capo un cappelluccio senza falde, calcato sul cocuzzolo come uno zucchetto da prete.
- Donna Rosa Mirelli?
- Chi?
- È morta?
- Ma chi dite?
- Donna Rosa…
- Ah, se è morta? E chi lo sa?
- Non sta più qui?
- Ma io non so di che donna Rosa mi andate parlando. Qui non ci sta. Qui ci sta Pèrsico, don Filippo, il cavaliere.
- Ha moglie? Donna Duccella?
- Nossignore. È vedovo. Sta in città.
- Qui allora non c’è nessuno?
- Ci sono io, Nicola Tavuso, il giardiniere.
I fiori delle due siepi lungo il vialetto d’entrata, rossi, gialli, bianchi, erano immobili e come smaltati nell’aria limpida silenziosa, stillanti ancora della recente annaffiatura. Fiori nati jeri, ma su quelle siepi antiche. Li guardai: mi sconfortarono; dicevano che veramente c’era Tavuso lì adesso, per loro, che li annaffiava bene ogni mattina, e glien’erano grati: freschi, senza odore, ridenti di tutte quelle stille d’acqua.
Per fortuna, sopravvenne una vecchia contadina, popputa ventruta fiancuta, enorme sotto una grossa cesta d’erbaggi, con un occhio chiuso gravato dalla pàlpebra gonfia e rossa, e l’altro vivo vivo, limpido, cilestre, invetrato di lagrime.
- Donna Rosa? Vih! la padrona antica… Tant’anni che non ci sta più… Viva, sissignore, poverella come no? Vecchierella… con la nipote, sissignore… donna Duccella, sissignore… Buona gente! tutta di Dio… Non ha voluto mondo, niente… Qui la casa l’hanno venduta, sissignore, da tant’anni a don Filippo ‘u sùrice…
- Pèrsico, il cavaliere.
- Andate, don Nicò, che don Filippo è conosciuto! Ne’, signo’, voi venite con me, che vi ci porto io da donna Rosa, accosto alla Chiesa Nuova.
Prima d’andare, guardai un’ultima volta la villetta. Non era più niente; d’un tratto più niente; come se la vista mi si fosse all’improvviso snebbiata. Eccola là: meschina meschina, vecchia, vuota… più niente! E allora, forse… nonna Rosa, Duccella… Niente più, neppur esse? ombre di sogno, ombre mie dolci, ombre mie care, e niente altro?
Sentii freddo. Una durezza nuda, sorda, gelida. Le parole di quella contadina grassa: – Buona gente! Tutta di Dio… Non ha voluto mondo… -. Ci sentii la chiesa: dura nuda gelida. Tra quel verde che non rideva più… Ma dunque?
Mi lasciai guidare. Non so che discorso lungo su quel don Filippo, a cui stava bene sùrice, perché… un perché che non finiva mai… il governo passato… lui no, suo padre… uomo di Dio anche lui, ma… il suo, almeno per quello che si diceva…-. E con la stanchezza, nella stanchezza, andando, tante impressioni di realtà sgradevole, dura, nuda, gelida…, un asino pieno di mosche che non voleva andare, la strada sudicia, un muro screpolato, il sudor fetido di quella donna grassa… Ah, che tentazione di svoltare per la stazione e riprendere il treno! Due, tre volte fui lì lì; mi trattenni; dissi: – Vediamo!
Una scaletta angusta, lercia, umida, quasi buja; e la vecchia che mi gridava da sotto:
- Diritto, andate diritto… Sù, al secondo piano…
Il campanello è rotto, signo’… Picchiate forte; è sorda; picchiate forte.
Come se fossi sordo io… – Qua? – dicevo tra me, salendo. – Come si sono ridotte qua? Cadute in miseria? Forse, due donne sole… Quel don Filippo…
Al pianerottolo del secondo piano, due vecchie porte, basse, ritinte di fresco. Da una pendeva il cordoncino frusto del campanello. L’altra non ne aveva. Questa o quella? Picchiai prima a questa, forte, con la mano, una, due, tre volte. Mi provai a tirare il campanello dell’altra: non sonava. Qua, allora? E picchiai qua, forte, tre volte, quattro volte… Niente! Ma come? sorda anche Duccella? o non era in casa con la nonna? Ripicchiai più forte. Stavo per andarmene, quando sentii per la scala le pedate grevi e l’ànsito di qualcuno che saliva faticosamente. Una donna tozza, vestita d’uno di quegli abiti che si portano per voto, col cordoncino della penitenza: abito color caffè, voto alla Madonna del Carmelo. In capo e su le spalle, la spagnoletta di merletto nero, in mano, un grosso libro di preghiere e la chiave di casa.
S’arrestò sul pianerottolo e mi guardò con gli occhi chiari, spenti nella faccia bianca, grassa, dalla bazza floscia: sul labbro, di qua e di là, agli angoli della bocca, alcuni peluzzi. Duccella.
Mi bastava; avrei voluto scapparmene! Ah, fosse almeno rimasta con quell’aria apatica, da ebete, con cui mi si piantò davanti, ancora un po’ ansimante, sul pianerottolo! Ma no: volle farmi festa, volle esser graziosa, – lei, ora, così – con quegli occhi che non erano più i suoi, con quella faccia grassa e smorta di monaca, con quel corpo tozzo, obeso, e una voce, una voce e certi sorrisi che non riconoscevo più: festa, complimenti, cerimonie, come per una gran degnazione ch’io le facessi; e volle a ogni costo ch’entrassi a vedere la nonna che avrebbe avuto tanto piacere dell’onore… ma sì, ma sì…
- Trasite, prego, trasite…
Per levarmela davanti le avrei dato uno spintone, anche a rischio di farle ruzzolare la scala! Che strazio molle! che cosa! Quella vecchia sorda, istolidita, senza più un dente in bocca, col mento aguzzo che le sbalzava orribilmente fin sotto il naso, biasciando a vuoto, e la lingua pallida che spuntava tra le labbra flaccide grinzose, e quegli occhiali grandi, che le ingrandivano mostruosamente gli occhi vani, operati di cateratta, tra le rade ciglia lunghe come antenne d’insetto!
- Vi siete fatta la posizione (con la zeta dolce napoletana) – la posi-zzi-o-ne.
Non mi seppe dir altro. Scappai via, senza che mi passasse neppur per ombra, un momento, il pensiero di muovere il discorso per cui ero venuto. Che dire? che fare? perché chieder notizie del loro stato? se erano davvero cadute in miseria, come dall’aspetto della casa si poteva argomentare? Consolatissime di tutto, stolide e beate con Dio! Ah! che orrore, la fede! Duccella, il fiore vermiglio… nonna Rosa, il giardino della villetta coi gelsomini di bella notte…
In treno, mi parve di correre verso la follia, nella notte. In che mondo ero? Quel mio compagno di viaggio, uomo di mezza età, nero, con gli occhi ovati come di smalto, i capelli lucidi di pomata, era sì lui di questo mondo; fermo e ben posato nel sentimento della sua tranquilla e ben curata bestialità, ci capiva tutto a meraviglia, senza inquietarsi di nulla; sapeva bene tutto ciò che gli importava di sapere, dove andava, perché viaggiava, la casa ove sarebbe sceso, la cena che lo aspettava. Ma io. Dello stesso mondo? Il viaggio suo e il mio… la sua notte e la mia… No, io non avevo tempo, né mondo, né nulla. Il treno era suo; ci viaggiava lui. Come mai ci viaggiavo anch’io? com’ero anch’io nel mondo dove stava lui? Come, in che era mia quella notte, se non avevo come viverla, nulla da farci? La sua notte e tutto il tempo l’aveva lui quell’uomo di mezza età, che ora rigirava un po’ infastidito il collo nel bianchissimo solino inamidato. No, né mondo, né tempo, né nulla: io ero fuori di tutto, assente da me stesso e dalla vita; e non sapevo più dove fossi né perché ci fossi. Immagini avevo dentro di me, non mie, di cose, di persone; immagini, aspetti, figure, ricordi di persone, di cose che non erano mai state nella realtà, fuori di me, nel mondo che quel signore si vedeva attorno e toccava. Avevo creduto di vederle anch’io, di toccarle anch’io, ma che! non era vero niente! Non le avevo trovate più, perché non c’erano state mai: ombre, sogno… Ma come avevano potuto venirmi in mente? donde? perché? C’ero anch’io, forse, allora? c’era un io che ora non c’era più? Ma no: quel signore di mezza età mi diceva di no: che c’erano gli altri, ciascuno a suo modo e col suo mondo e col suo tempo: io no, non c’ero; sebbene, non essendoci non avrei saputo dire dove fossi veramente e che cosa fossi, così senza tempo e senza mondo.
Non capivo più nulla. E nulla capii, quando, arrivato a Roma e giunto a casa, verso le dieci della sera, trovai nella sala da pranzo, lieti, come se nulla fosse stato, come se una nuova vita fosse incominciata durante la mia assenza, Fabrizio Cavalena, ritornato medico e rientrato in famiglia, Aldo Nuti, la signorina Luisetta e la signora Nene, raccolti a cena.
Come? perché? Che era avvenuto?
Non potei vincere l’impressione, che fossero così lieti e riconciliati tra loro per farmi dileggio, per ricompensarmi con lo spettacolo di quella loro letizia della pena che m’ero dato per essi; non solo, ma che, sapendo in quale animo dovessi trovarmi al ritorno di quella gita, si fossero accordati per finire di sconvolgermi totalmente, facendomi trovare anche qua una realtà quale non mi sarei mai aspettata.
Più di tutti lei, la signorina Luisetta, mi faceva dispetto, la signorina Luisetta che faceva la Duccella amorosa, quella Duccella, fiore vermiglio, di cui le avevo tanto parlato! Avrei voluto gridarle in faccia come l’avevo ora ritrovata laggiù, quella Duccella, e che smettesse, perdio, quella commedia, ch’era un’indegna e grottesca contaminazione! E anche a lui, al signorino, che pareva per prodigio ritornato quello di tant’anni fa, avrei voluto gridare in faccia, come e dove avevo ritrovate Duccella e nonna Rosa.
Ma bravi tutti! Laggiù, quelle due poverette, beate con Dio, e beati voi qua col diavolo! Caro Cavalena, ma sì, ritornato non solo medico, ma anche bambino, sposino, accanto alla sposina! No, tante grazie: non c’è posto per me, tra voi: state comodi; non vi disturbate: non ho voglia né di mangiare, né di bere! Posso fare a meno di tutto, io. Ho sprecato per voi un po’ di quello che non mi serve affatto; voi lo sapete; un po’ di quel cuore che non mi serve affatto; perché a me serve soltanto la mano: nessun obbligo dunque di ringraziarmi! Anzi, scusate se vi ho disturbato. Il torto è mio, che ho voluto immischiarmi. State comodi, state comodi, e buona notte.

Quaderno settimo

I

Ho capito, ora.
Turbarsi? Ma no, via, perché? Tanta vita è passata; e morto è là, lontano, il passato. Ora la vita è qua, questa: un’altra. Sterrati, attorno, e piattaforme; gli edificii fuorimano, quasi in campagna, tra il verde e l’azzurro, d’una Casa di cinematografia. E lei, qua, attrice ora… Attore anche lui? oh guarda! dunque colleghi? Ma bene; piacere…
Tutto bene, tutto liscio come l’olio. La vita. Questo fruscìo della gonna di seta turchina, ora, con questa bizzarra tunica di merletto bianco, e questo cappellino alato, come il casco del dio del commercio, sui capelli color di rame… già! La vita. Un po’ di ghiaja rimossa con la punta dell’ombrellino; e un breve silenzio, con gli occhi invagati, fissi alla punta di quell’ombrellino che rimuove quel po’ di ghiaja là.
- Come? Ah, sì, caro: una gran noja.
Sarà, senza dubbio, avvenuto questo, jeri, durante la mia assenza. La Nestoroff, con quegli occhi invagati, stranamente aperti, sarà andata alla Kosmograph apposta, per incontrarsi con lui; gli si sarà fatta innanzi con l’aria di niente, come si va innanzi a un amico, a un conoscente che si ritrovi per caso dopo tant’anni; e il farfallino, senza sospetto della ragna, s’è messo a battervi le ali sù, tutto esultante.
Ma come mai la signorina Luisetta non s’è accorta di nulla?
Ecco: questa soddisfazione alla signora Nestoroff sarà mancata. Jeri, la signorina Luisetta, per festeggiare il ritorno in casa del babbo non è andata col signor Nuti alla Kosmograph. E la signora Nestoroff, così non ha potuto avere il piacere di mostrare a quella signorina sdegnosetta che il giorno avanti non aveva voluto accettare l’invito, come subito ella, appena voglia, può staccare dal fianco di qualunque signorina sdegnosetta e riprendersi tutti i signorini matti che minacciano tragedie, pst! così, con un cenno del dito, e ammansarli subito subito, ubriacarli col solo fruscìo d’una gonna di seta e un po’ di ghiaja rimossa con la punta dell’ombrellino. Noja, sì, una gran noja, certo, perché a questo piacere che le è mancato, ci teneva molto la signora Nestoroff.
La sera, ignara di tutto, la signorina Luisetta ha veduto rientrare in casa il signorino con un’altr’aria, trasfigurato, festoso. Come avrebbe pensato che quella trasfigurazione, quella festosità potessero derivargli dall’incontro con la Nestoroff, se ogni qual volta con terrore ella pensa a quest’incontro, vede rosso, nero, uno scompiglio, la follìa, la tragedia? Dunque, così cangiato, così festoso, per il ritorno di papà in casa, anche lui?
Ecco: che glien’importi poi molto, a lui, del ritorno di papà in casa, la signorina Luisetta non può credere, no; ma che ne provi piacere e voglia accordarsi alla festa degli altri, via, perché no? Come si spiegherebbe allora quella festosità? E c’è da essergliene grati; c’è da esserne lieti, perché questa festosità dimostra a ogni modo che l’animo di lui s’è fatto più lieve, più aperto, tanto da potervi accogliere facilmente la gioja degli altri.
Certo avrà pensato così la signorina Luisetta. Jeri; non oggi.
Oggi è venuta alla Kosmograph con me, tutta scurita in viso. S’è trovato, con molta sorpresa, che il signor Nuti era già uscito di casa pertempissimo, ancora a bujo. Non voleva mostrarmi, cammin facendo, il malumore e la costernazione, dopo lo spettacolo offertomi jersera della sua letizia; e m’ha domandato dov’ero stato io jeri e che avevo fatto. – Io? Mah! Una piccola gita di piacere… – E m’ero divertito? – Oh, molto! Almeno in principio. Poi… – cose che succedono! Disponiamo tutto bene per una gita di piacere; crediamo d’aver pensato a tutto, provveduto a tutto perché riesca serena, senza incidenti che ce la guastino; ma purtroppo c’è sempre qualche cosa, tra tante, a cui non pensiamo; una cosa ci sfugge… – ecco, per esempio, se è una famigliuola con molti bambini che voglia andare a merendare in campagna con la bella giornata, il pajo di scarpette del secondo bambino, dove c’è un chiodo, una cosa da niente, un chiodino, dentro, spuntato sul calcagno, che bisognerebbe ribattere. La mammina ci ha pensato, appena levata di letto; ma poi, come si fa? tra tante cose da preparare per la scampagnata, non ci ha pensato più. E quel pajo di scarpette, con le due linguette sù, come le orecchie tese d’un coniglietto arguto, allineato in mezzo alle altre paja, lustrate tutte a dovere e pronte per essere calzate dai bimbi, resta là e par che goda in silenzio del dispetto che farà alla mammina che se n’è dimenticata e che ora, all’ultimo momento, ecco, s’affaccenda più che mai, in gran confusione, perché il babbo è già a piè della scala e grida di far presto e anche tutti i bimbi le gridano attorno di far presto, impazienti. Quel pajo di scarpette, mentre la mammina lo piglia per calzarlo in fretta in furia al bambino, sogghigna:
- Eh sì, cara mammina; ma a me, vedi? non hai pensato; e vedrai che io ti guasterò tutto: a mezza strada comincerò a pungere col chiodino il piede del tuo piccolo e lo farò piangere e zoppicare.
Ebbene, anche a me era accaduto qualcosa di simile. No, nessun chiodino nelle scarpe da ribattere. Un’altra cosa m’era sfuggita… – Che cosa? – Niente: un’altra cosa… Non glielo volli dire. Un’altra cosa, signorina Luisetta, che forse da un gran pezzo dentro di me s’è guastata.
Che la signorina Luisetta mi prestasse molta attenzione, non potrei dire. E, cammin facendo, mentre lasciavo parlar le labbra, pensavo: “Ah, tu non ti curi, cara piccina, di ciò che ti sto dicendo? La disavventura mia ti lascia indifferente? E tu vedrai con quale aria d’indifferenza io, a mia volta, per ripagarti con la stessa moneta, accoglierò il dispiacere che t’aspetta or ora, entrando alla Kosmograph con me: vedrai!”.
Difatti, dopo neanche cinque passi su lo spiazzo alberato davanti al primo edificio della Kosmograph, ecco là accanto, come due dolcissimi amici, il signor Nuti e la signora Nestoroff: questa, con l’ombrellino aperto, appoggiato e girante su una spalla.
Con che occhi si voltò a guardarmi la signorina Luisetta! E allora io:
- Vede? Passeggiano tranquilli. Fa girar l’ombrellino, lei.
Così pallida, però, così pallida era diventata la povera piccina, che temetti non mi cadesse a terra, svenuta: istintivamente protesi una mano a sorreggerla per un braccio; con ira ritrasse quel braccio e mi fissò gli occhi negli occhi. Certo le balenò il sospetto fosse opera mia, mia manovra (chi sa? d’accordo forse col Polacco), quella tranquilla e dolce riconciliazione del Nuti con la signora Nestoroff, frutto della visita da me fatta a questa signora due giorni avanti e forse anche del mio misterioso allontanamento di jeri. Scherno vigliacco dovette sembrarle tutta questa macchinazione segreta, da lei immaginata in un lampo. Farle temere come imminente per tanti e tanti giorni una tragedia, se quei due si fossero incontrati; fargliene concepire tanto terrore; farle soffrire tanto strazio per placare le furie di colui con un inganno pietoso, che tanto le era costato, perché? per offrirle in premio alla fine quel delizioso quadretto della placida passeggiatina mattinale di quei due sotto gli alberi dello spiazzo? Oh vigliaccheria! per questo? per il gusto di deridere una povera piccina che aveva preso tutto sul serio, cacciata in mezzo a quell’intrigo laido e volgare? Non s’aspettava nulla di bene, lei, nelle buffe e tristi condizioni della sua vita; ma perché questo poi? perché anche lo scherno? Era vile!
Così mi dissero gli occhi della povera piccina. Potevo io lì per lì dimostrarle che il sospetto era ingiusto, che la vita è questa, oggi più che mai, fatta per offrire di questi spettacoli; e che io non ci avevo nessuna colpa?
M’ero indurito; mi piaceva che l’ingiustizia del sospetto ella scontasse soffrendo per quello spettacolo là, per quella gente là, a cui tanto io che lei, non richiesti, avevamo dato qualche cosa di noi, che ora dentro ci doleva, offesa, ferita. Ma ce lo meritavamo! E ora, averla in questo compagna mi piaceva, mentre quei due passeggiavano di là, senza neppur vederci. – Indifferenza, indifferenza, signorina Luisetta, sù! Con permesso, – mi veniva di dirle, – scappo a prendere la mia macchinetta per impostarmi subito qua com’è mio obbligo, impassibile.
E avevo su le labbra un sorriso strano, ch’era quasi il verso d’un cane, quando tra sé pensando digrigna. Guardavo intanto verso il portone dell’edificio in fondo, da cui venivano fuori, incontro a noi, Polacco, il Bertini e Fantappiè. Improvvisamente avvenne quello che in verità era da aspettarsi, e che dava ragione alla signorina Luisetta di tremare così, e torto a me di volermi serbare indifferente. La mia maschera d’indifferenza fu costretta a scomporsi d’un tratto, alla minaccia d’un pericolo che parve a tutti davvero imminente e terribile. Lo vidi dapprima balenare nell’aspetto del Polacco, che ci si era fatto vicino col Bertini e Fantappiè. Parlavano tra loro, certo di quei due che seguitavano a passeggiare sotto gli alberi, e tutti e tre ridevano per qualche frizzo scappato di bocca a Fantappiè, quando d’improvviso ci s’arrestarono davanti coi visi sbiancati, gli occhi sbarrati, tutti e tre. Ma sopra tutto nell’aspetto del Polacco vidi il terrore. Mi voltai a guardare indietro: – Carlo Ferro!
Sopravveniva alle nostre spalle, ancora col berretto da viaggio in capo, com’era sceso or ora dal treno. E quei due, intanto, seguitavano a passeggiare di là, insieme, senz’alcun sospetto, sotto gli alberi. Li vide? Io non so. Fantappiè ebbe la presenza di spirito di gridar forte:
- Oh, Carlo Ferro!
La Nestoroff si voltò, piantò lì il compagno, e allora si vide – gratis – lo spettacolo commovente d’una domatrice che tra il terrore degli spettatori s’avanza incontro a una belva infuriata. Placida s’avanzò, senza fretta, ancora con l’ombrellino aperto su la spalla. E un sorriso aveva su le labbra, che diceva a noi, pur senza degnarci d’uno sguardo: “Ma che paura, imbecilli! se ci sono qua io!”. E uno sguardo negli occhi, che non potrò mai dimenticare, proprio di chi sa che tutti debbano vedere che nessun timore può albergare in sé chi guardi e si faccia avanti così. L’effetto di quello sguardo su la faccia feroce, sul corpo rabbuffato, sui passi concitati di Carlo Ferro fu mirabile. Non vedemmo la faccia, vedemmo quel corpo quasi afflosciarsi e i passi rallentarsi man mano che il fascino più da vicino operava. Unico segno, che qualche agitazione doveva pur essere in lei, questo: che si mise a parlargli in francese.
Nessuno di noi guardò laggiù, dove Aldo Nuti era rimasto solo, piantato tra gli alberi. Ma a un tratto m’accorsi che una tra noi, lei, la signorina Luisetta, guardava là, guardava lui, e non aveva forse guardato altro, come se per lei il terrore fosse là e non in quei due a cui noi altri guardavamo, sospesi e sgomenti.
Ma non fu nulla, per il momento. A rompere la tempesta, facendo molto strepito, piombò su lo spiazzo, proprio in tempo, come un tuono provvidenziale, il commendator Borgalli insieme con parecchi socii della Casa e impiegati addetti all’amministrazione. Furono investiti il Bertini e il Polacco, ch’eran con noi; ma le fiere riprensioni del direttore generale si riferivano anche agli altri due direttori artistici assenti. – I lavori andavano a rilento! Nessun criterio direttivo; una gran confusione; babilonia, babilonia! Quindici, venti soggetti lasciati in asso: le compagnie sbandate qua e là, mentre già da un pezzo s’era detto che tutte dovevano trovarsi raccolte e pronte per il film della tigre, per cui migliaja e migliaja di lire erano state spese! Chi in montagna, chi al mare; una cuccagna! Perché tenere ancora lì quella tigre? Mancava ancora tutta la parte dell’attore che doveva ucciderla? E dov’era quest’attore? Ah, arrivato adesso? E come? dov’era stato?
Attori, comparse, attrezzisti, una folla era sbucata fuori da ogni parte alle grida del commendator Borgalli, ch’ebbe la soddisfazione di misurar così, quanto grande fosse la sua autorità e quanto temuta e rispettata, dal silenzio in cui tutta quella gente si tenne e poi si sparpagliò, quand’egli concluse la sua concione ordinando:
- Al lavoro! sù, al lavoro!
Sparì dallo spiazzo, come sommerso prima da quell’affluire di gente, poi portato via dal rifluire di essa, ogni vestigio della – diciamo – drammatica situazione di poc’anzi; là, della Nestoroff e di Carlo Ferro; più là, del Nuti, solo, discosto, sotto gli alberi. Lo spiazzo ci restò davanti vuoto. Sentii la signorina Luisetta che mi gemeva accanto:
- Oh Dio, oh Dio, – e si storceva le manine. – Oh Dio, e adesso? che avverrà adesso?
La guardai con stizza, ma pure mi provai a confortarla:
- Ma che vuole che avvenga? stia tranquilla! Non ha veduto? Tutto combinato… Io ho almeno questa impressione. Ma sì, stia tranquilla! Questo ritorno di sorpresa del Ferro… Scommetto che lei lo sapeva; se pure lei stessa jeri non gli ha telegrafato di venire; sì, apposta, per farsi trovare lì in amichevole colloquio con lui, col signor Nuti. Creda pure che è così.
- Ma lui? lui?
- Chi lui? il Nuti?
- Se è tutto un giuoco di quei due…
- Teme che se n’accorga?
- Ma sì! ma sì!
E la povera piccina tornò a storcersi le manine.
- Ebbene? e se se n’accorge? – dissi io. – Stia tranquilla, che non farà nulla. Creda che anche questo è calcolato.
- Da chi? da lei? da quella donna?
- Da quella donna. Si sarà prima accertata bene, parlando con lui, che quell’altro poteva sopravvenire a tempo, senza pericolo per nessuno; stia tranquilla! Se no, il Ferro non sarebbe sopravvenuto.
Ricatto. Questa mia asserzione racchiudeva una profonda disistima del Nuti; se la signorina Luisetta voleva tranquillarsi, doveva accettarla. Avrebbe tanto desiderato di tranquillarsi la signorina Luisetta; ma a questo patto no, non volle. Scosse il capo violentemente: no, no.
E allora, niente! Ma in verità, per quanta fiducia avessi nell’accortezza fredda, nel potere della Nestoroff, ricordandomi ora delle furie disperate del Nuti, non mi sentivo neanch’io ben sicuro, che non ci fosse proprio da stare in pensiero per lui. Ma questo pensiero mi faceva crescer la stizza, già mossa per lo spettacolo di quella povera piccina spaventata. Contro la risoluzione di porre e tenere tutta quella gente là davanti alla mia macchinetta come pasto da darle a mangiare girando impassibile la manovella, mi vedevo anche io costretto a interessarmi ad essa ancora, a darmi ancora pensiero de’ loro casi. Anche mi sovvennero le minacce, le fiere proteste della Nestoroff, che niente ella temeva da nessuno, perché qualunque altro male – un nuovo delitto, la prigione, la morte stessa – stimava per sé mali minori di quello che soffriva in segreto e nel quale voleva durare. S’era forse tutt’a un tratto stancata di durarvi? Si doveva a questo la risoluzione da lei presa jeri, durante la mia assenza, d’andare verso il Nuti, contrariamente a quanto il giorno avanti mi aveva detto?
- Nessuna compassione, – mi aveva detto, – né per me né per lui!
Ha avuto improvvisamente compassione di sé? Di lui, no, certo! Ma compassione di sé, per lei vuol dire levarsi comunque, anche a costo d’un delitto, dalla punizione che si è data convivendo con Carlo Ferro. Risolutamente, all’improvviso, è andata verso il Nuti e ha fatto venire Carlo Ferro.
Che vuole? Che avverrà?
È avvenuto questo, intanto, a mezzogiorno sotto il pergolato dell’osteria, dove – parte camuffati da indiani e parte da turisti inglesi – s’erano affollati moltissimi attori e attrici delle quattro compagnie. Erano tutti, o fingevano di essere adirati e in subbuglio per la sfuriata della mattina del commendator Borgalli, e cimentavano da un pezzo Carlo Ferro, facendogli intendere chiaramente che quella sfuriata la dovevano a lui, per aver egli messo avanti dapprima tante sciocche pretese e cercato poi di sottrarsi alla parte assegnatagli nel film della tigre, partendo, come se davvero ci fosse un gran rischio a uccidere una bestia mortificata da tanti mesi di prigionia: assicurazione di cento mila lire, patti, condizioni, ecc. Carlo Ferro se ne stava seduto a un tavolino, in disparte, con la Nestoroff. Era giallo; appariva chiaramente che faceva sforzi enormi per contenersi; ci aspettavamo tutti che da un momento all’altro scattasse, insorgesse. Restammo perciò in prima sbalorditi, quando, invece di lui, un altro, a cui nessuno badava, scattò d’improvviso e insorse, facendosi innanzi al tavolino, a cui stavano il Ferro e la Nestoroff. Lui, il Nuti, pallidissimo. Nel silenzio pieno d’attesa violenta, un piccolo grido di spavento s’udì, a cui subito rispose un gesto di là, imperioso, della mano di Varia Nestoroff sul braccio di Carlo Ferro.
Il Nuti disse, guardando il Ferro fermamente negli occhi:
- Vuol cedere a me il suo posto e la sua parte? M’impegno davanti a tutti d’assumerla senza patti e senza condizioni.
Non balzò in piedi Carlo Ferro né s’avventò contro il provocatore. Con stupore di tutti s’abbassò invece, si distese sguajatamente su la seggiola; piegò il capo da una parte, come a guardare da sotto in sù, e prima alzò un poco il braccio su cui quella mano premeva, dicendo alla Nestoroff:
- La prego…
Poi, rivolgendosi al Nuti:
- Lei? La mia parte? Ma felicissimo, caro signore! Perché io sono un gran vigliacco… ho una paura, io, che lei non si può credere. Felicissimo, felicissimo, caro signore!
E rise, come non ho veduto mai ridere nessuno.
Provocò un brivido in tutti quella risata, e tra questo brivido generale e sotto la sferza di quella risata restò il Nuti come smarrito, certo con l’animo vacillante nell’impeto che lo aveva spinto contro il rivale e che ora cadeva così, di fronte a quell’accoglienza sguajata e beffardamente remissiva. Si guardò attorno, e allora, all’improvviso, nel vedergli quella faccia pallida smarrita, tutti scoppiarono a ridere forte, a ridere forte di lui, irrefrenabilmente. La tensione angosciosa si scioglieva così, in quest’enorme risata di sollievo, alle spalle del provocatore. Esclamazioni di dileggio scattavano qua e là, come zampilli in mezzo al fragore della risata: – Ci ha fatto questa bella figura! – Preso in trappola! – Sorcetto!
Avrebbe fatto meglio il Nuti a mettersi a ridere anche lui con gli altri; ma, infelicissimamente, volle sostenersi in quella parte ridicola, cercando con gli occhi qualcuno a cui afferrarsi per tenersi ancora a galla in mezzo a quella tempesta d’ilarità, e balbettava:
- Dunque… dunque, accettato?… Farò io… Accettato!
Ma anch’io, quantunque mi facesse pena, distolsi subito lo sguardo da lui per volgermi a guardare la Nestoroff che aveva negli occhi dilatati un riso di luce malvagio.

II

Preso in trappola. Ecco tutto. Ha voluto questo e nient’altro la Nestoroff – che nella gabbia c’entrasse lui.
Per qual fine? Mi sembra facile intenderlo dal modo con cui ha disposto le cose: che cioè tutti, prima, disprezzando Carlo Ferro ch’ella aveva persuaso o costretto ad allontanarsi, dicessero che nessun rischio si correva a entrare in quella gabbia, così che più ridicola poi, da parte del Nuti, apparisse la bravata d’entrarci, e dalle risa con cui questa bravata è stata accolta uscisse, se non proprio salvo, quanto meno mortificato fosse possibile, l’amor proprio di quello; e no, niente anzi mortificato, giacché per la soddisfazione maligna che si suol provare nel veder cadere un povero uccello nella pània, che quella pània non fosse una cosa gradevole ora tutti riconoscono; e bravo dunque il Ferro che se n’è saputo, a spese di quel passerotto, disimpacciare. Insomma, questo ha voluto, mi par chiaro: gabbare il Nuti, dimostrandogli che a lei stava a cuore di risparmiare al Ferro anche un fastidio da nulla e fin l’ombra d’un pericolo lontanissimo, com’è quello d’entrare in una gabbia a sparare a una bestia che tutti hanno detto mortificata da tanti mesi di prigionia. Ecco: lo ha preso pulitamente per il naso e tra le risa di tutti lo ha introdotto in quella gabbia.
Anche i più morali moralisti, senza volerlo, tra le righe delle loro favole lasciano scorgere un vivo compiacimento per le astuzie della volpe a danno del lupo o del coniglio o della gallina: e Dio sa che cosa rappresenta la volpe in quelle favole! La morale da cavarne è sempre questa: che il danno e le beffe restano agli sciocchi, ai timidi, ai semplici, e che sopra tutto da pregiare è dunque l’astuzia, anche quando non arriva all’uva e dice che ancora non è matura. Bella morale! Ma questo tiro giuoca sempre la volpe ai moralisti, che, per far che facciano, non riescono mai a farle fare una cattiva figura. Avete voi riso della favola della volpe e dell’uva? Io no, mai. Perché nessuna saggezza m’è apparsa più saggia di questa, che insegna a guarir d’ogni voglia, disprezzandola.
Questo ora – beninteso – lo dico per me, che vorrei esser volpe e non sono. Non so dire uva acerba, io, alla signorina Luisetta. E questa povera piccina, al cui cuore non son potuto arrivare, ecco, fa di tutto perché io perda appresso a lei la ragione, la calma impassibile, la bella saggezza che mi sono più volte proposto di seguire, insomma quel mio tanto vantato silenzio di cosa.
Vorrei disprezzarla, io, la signorina Luisetta, nel vederla così perduta dietro a quello sciocco; non posso. La povera piccina non dorme più, e me lo viene a dire in camera ogni mattina, con certi occhi che le cangiano di colore, ora azzurri intensi, ora verdi pallidi, con la pupilla che or si dilata per lo sgomento, or si restringe in un puntino in cui pare infitto lo spasimo più acuto.
Le domando: – Non dorme? Perché? -, spinto da una voglia cattiva, che vorrei e non so ricacciare indietro, di farla stizzire. La sua bella età, la stagione dovrebbero pure invitarla a dormire. No? Perché? Un bel gusto provo a costringerla a dirmelo, che non dorme per lui, perché teme che lui… Ah sì? E allora: – Ma no, dorma pure, che tutto va bene, benissimo. Vedesse con che impegno lui s’è messo a rappresentare la parte nel film della tigre! Proprio bene, perché da giovanotto, lui, lo diceva, che se il nonno glielo avesse permesso, attore drammatico si sarebbe fatto; e non avrebbe mica sbagliato! Ottima disposizione naturale; vera eleganza signorile; perfetta compostezza da gentleman inglese al seguito della perfida Miss in viaggio nelle Indie! E bisogna vedere con quale garbata arrendevolezza accetta i consigli degli attori di professione, dei direttori Bertini e Polacco, e come si compiace delle loro lodi! Niente paura, dunque, signorina. Tranquillissimo… – Come si spiega? – Ma si spiega forse così, che non avendo fatto mai nulla, beato lui, in vita sua, ora che, per combinazione, s’è messo a fare una cosa e proprio quella che un tempo gli sarebbe piaciuto di fare, ecco, ci ha preso gusto, ci si distrae, invanito.
No? La signorina Luisetta dice di no, s’ostina a dire di no, di no, di no; che non le pare possibile; che non ci sa credere; che qualche violento proposito egli stia a covare, senza darlo a vedere.
Nulla più facile, quando un sospetto di questo genere si sia fissato, che scorgere in ogni minimo atto un segno rivelatore. E ne scorge tanti la signorina Luisetta! E me li viene a dire in camera ogni mattina: – scrive – è accigliato – non guarda – s’è scordato di salutare…
- Sì, signorina: e guardi, oggi s’è soffiato il naso con la mano sinistra, invece che con la mano destra!
Non ride la signorina Luisetta: mi guarda accigliata, per vedere s’io dico sul serio: poi se ne va sdegnata e mi manda in camera Cavalena suo padre, il quale – lo vedo – fa di tutto, pover’uomo, per superare in mia presenza la costernazione che la figliuola è riuscita a comunicargli fortissima, tentando d’assorgere a considerazioni astratte.
- La donna! – mi dice, scotendo le mani. – Lei, per sua fortuna (e così sempre sia, gliel’auguro di tutto cuore, signor Gubbio!) non l’ha incontrata, lei, su la sua via, la Nemica. Ma guardi me! Che sciocchi tutti coloro che, sentendo definir la donna “la nemica”, vi rinfacciano subito: “Ma vostra madre? le vostre sorelle? le vostre figliuole?” come se per l’uomo, che in questo caso è figlio, fratello, padre, quelle fossero donne! Che donne? Nostra madre? Bisogna che mettiamo nostra madre di fronte a nostro padre, come le nostre sorelle o le nostre figliuole di fronte ai loro mariti; allora sì la donna, la nemica verrà fuori! C’è più per me di quella mia cara povera piccina? Ma io non ho la minima difficoltà ad ammettere, signor Gubbio, che anche lei, sicuro, la mia Sesè‚ possa diventare, come tutte le altre donne di fronte all’uomo, la nemica. E non c’è bontà, non c’è remissione che tenga, creda! Quando, a uno svolto di strada, lei incontra proprio quella, quella che dico io, la nemica: ecco qua, tra due sta: o lei la ammazza, o lei si riduce come me! Ma quanti sono capaci di ridursi come me? Mi lasci almeno questa magra soddisfazione di dire pochissimi, signor Gubbio, pochissimi!
Io gli rispondo che sono pienamente d’accordo.
- D’accordo? – mi domanda allora Cavalena, con sorpresa che s’affretta a dissimulare, per il timore ch’io possa per questa sorpresa indovinare il suo giuoco. – D’accordo?
E mi guarda timidamente negli occhi, come a sorprendere il momento di scivolare, senza guastar quest’accordo, dalla considerazione astratta al caso concreto. Ma qua l’arresto subito.
- Oh Dio, ma perché, – gli domando, – vuol credere per forza in un così fiero impegno della signora Nestoroff d’essere la nemica del signor Nuti?
- Come come? scusi? non le sembra? ma è! è la nemica! – esclama Cavalena. – Questo mi sembra indubitabile!
- E perché? – torno a domandargli. – Indubitabile a me sembra invece ch’ella non voglia essere per lui né amica, né nemica, né niente.
- Ma appunto per questo! – incalza Cavalena. Scusi, o che forse la donna bisogna considerarla in sé e per sé? Sempre di fronte a un uomo, signor Gubbio! Tanto più nemica, in certi casi, quanto più indifferente! E in questo caso poi, l’indifferenza, scusi, adesso? dopo tutto il male che gli ha fatto? E non basta; anche il dileggio? Ma scusi!
Sto a guardarlo un poco e mi rifaccio con un sospiro a domandargli daccapo:
- Benissimo. Ma perché ora vuol credere per forza che al signor Nuti l’indifferenza e il dileggio della signora Nestoroff abbiano provocato, non so, ira, sdegno, propositi violenti di vendetta? Da che cosa l’argomenta? Non li dà affatto a vedere! Si mostra calmissimo, attende con piacere evidente alla sua parte di gentleman inglese…
- Non è naturale! non è naturale! – protesta Cavalena, scrollando le spalle. – Creda, signor Gubbio, non è naturale! Mia figlia ha ragione. Lo vedessi piangere d’ira o di dolore, smaniare, torcersi, macerarsi, amen, direi: “Ecco, pende verso l’uno o verso l’altro dei due partiti”.
- Cioè?
- Dei due partiti che si possono prendere quando si ha di fronte la nemica. Mi spiego? Ma questa calma, no, non è naturale! L’abbiamo veduto pazzo qua, per questa donna, pazzo da catena; e ora… ma che! non è naturale! non è naturale!
Io faccio allora un segno con un dito, che il povero Cavalena in prima non intende.
- Che vuol dire?- mi domanda.
Gli rifaccio il segno; poi, placido placido:
- Più sù, ecco, più sù…
- Più sù… che cosa?
- Un gradino più sù, signor Fabrizio; salga un gradino più sù di codeste considerazioni astratte, di cui ha voluto darmi un saggio in principio. Creda che, se vuol confortarsi, è l’unica. Ed è anche di moda, oggi.
- Come sarebbe? – mi domanda, stordito, Cavalena.
E io:
- Evadere, signor Fabrizio, evadere; sfuggire al dramma! È una bella cosa, e anche di moda, le ripeto. E-va-po-rar-si in dilatazioni, diciamo così, liriche, sopra le necessità brutali della vita, a contrattempo e fuori di luogo e senza logica; sù, un gradino più sù di ogni realtà che accenni a precisarcisi piccola e cruda davanti agli occhi. Imitare, insomma, gli uccellini in gabbia, signor Fabrizio, che fanno sì, qua e là, saltellando, le loro porcheriole, ma poi ci svolazzano sopra: ecco, prosa e poesia; è di moda. Appena le cose si mettono male, appena due, poniamo, vengono alle mani o ai coltelli, via, sù, guardare in sù, che tempo fa, le rondini che volano, o magari i pipistrelli, se qualche nuvola passa; in che fase è la luna e se le stelle pajono d’oro o d’argento. Si passa per originali e si fa la figura di comprendere più vastamente la vita.
Cavalena mi guarda con tanto d’occhi: forse gli sembro impazzito.
- Eh, – poi dice. – Poterlo fare!
- Facilissimo, signor Fabrizio! Che ci vuole? Appena un dramma le si delinea davanti, appena le cose accennano di prendere un po’ di consistenza e stanno per balzarle davanti solide, concrete, minacciose, cavi fuori da lei il pazzo, il poeta crucciato, armato di una pompettina aspirante; si metta a pompare dalla prosa di quella realtà meschina, volgare, un po’ d’amara poesia, ed ecco fatto!
- Ma il cuore? – mi domanda Cavalena.
- Che cuore?
- Perdio, il cuore! Non bisognerebbe averne!
- Ma che cuore, signor Fabrizio! Niente. Sciocchezze. Che vuole che importi al mio cuore se Tizio piange o se Cajo si sposa, se Sempronio ammazza Filano, e via dicendo? Io evado, sfuggo al dramma, mi dilato, ecco, mi dilato!
Dilata invece sempre più gli occhi il povero Cavalena. Io sorgo in piedi e gli dico per concludere:
- Insomma, alla sua costernazione e a quella della sua figliuola, signor Fabrizio, io rispondo così: che non voglio più saperne di nulla; mi sono seccato di tutto, e vorrei mandare a gambe in aria ogni cosa. Signor Fabrizio, lo dica alla sua figliuola: io faccio l’operatore, ecco! E me ne vado alla Kosmograph.

III

Siamo, se Dio vuole, alla fine. Non manca più, ormai, che l’ultimo quadro dell’uccisione della tigre.
La tigre: ecco, preferisco, se mai, costernarmi di lei; e vado a farle una visita, l’ultima, dinanzi alla gabbia.
S’è abituata a vedermi, la bella belva, e non si smuove. Solo aggrotta un po’ le ciglia, per fastidio; ma sopporta la mia vista insieme col peso di questo silenzio di sole, grave, attorno, che qua nella gabbia s’impregna di forte lezzo ferino. Il sole entra nella gabbia ed essa socchiude gli occhi forse per sognare, forse per non vedersi addosso le liste d’ombra projettate dalle sbarre di ferro. Ah, dev’essere tremendamente seccata anche lei; seccata anche di questa mia pietà; e credo che, per farla cessare con un giusto compenso, volentieri mi divorerebbe. Questo desiderio, ch’essa riconosce per via di quelle sbarre inattuabile, la fa sospirare profondamente; e poiché se ne sta lunga sdrajata, col capo languido abbandonato su una zampa, vedo al sospiro levarsi una nuvoletta di polvere dal tavolato della gabbia. Mi fa proprio pena questo sospiro, pure intendendo perché essa lo ha emesso: c’è il riconoscimento doloroso della privazione a cui l’hanno condannata del suo diritto naturale di divorarsi l’uomo, ch’essa ha tutta la ragione di considerare suo nemico.
- Domani, – le dico. – Domattina, cara, codesto supplizio finirà. È vero che codesto supplizio è ancora una cosa per te, e che, quando sarà finito, per te non sarà più niente. Ma tra codesto supplizio e niente, forse meglio niente! Così, lontana dai tuoi selvaggi luoghi, senza poter sbranare né far più paura a nessuno, che tigre sei tu? Senti, senti… Preparano di là la gabbia grande… Tu sei già avvezza a sentire queste martellate, e non ci fai più caso. Vedi, in questo sei più fortunata dell’uomo: l’uomo può pensare, udendo le martellate: “Ecco sono per me; sono quelle del fabbro che mi sta apparecchiando la cassa”. Tu già ci sei, nella cassa, e non lo sai: sarà una gabbia molto più grande di questa; e avrai la consolazione d’un po’ di colore locale anche qui: figurerà un pezzo di bosco. La gabbia, ove ora stai, sarà trasportata di là e accostata fino a farla combaciare con quella. Un macchinista salirà qua, sul cielo di questa, e ne tirerà sù lo sportello, mentre un altro macchinista tirerà lo sportello dell’altra; e tu allora di fra i tronchi degli alberi t’introdurrai guardinga e meravigliata. Ma avvertirai subito un ticchettìo curioso. Niente! Sarò io, che girerò sul treppiedi la macchinetta; sì, dentro la gabbia anch’io, con te; ma tu non badare a me! vedi? appostato un po’ innanzi a me c’è un altro, un altro che prende la mira e ti spara, ah! eccoti giù, pesante, fulminata nello slancio… Mi accosterò; farò cogliere senza più pericolo alla macchinetta i tuoi ultimi tratti, e addio!
Se finirà così…
Questa sera, uscendo dal Reparto del Positivo, ove, per la premura che fa il Borgalli, ho dato una mano anch’io per lo sviluppo e la legatura dei pezzi di questo film mostruoso, mi son veduto venire incontro Aldo Nuti per accompagnarsi insolitamente con me fino a casa. Ho notato subito che si studiava, o meglio, si sforzava di non dare a vedere che aveva qualche cosa da dirmi.
- Va a casa?
- Sì.
- Anch’io.
A un certo punto mi domandò:
- È stato oggi alla Sala di prova?
- No. Ho lavorato giù, al Reparto.
Silenzio per un tratto. Poi ha tentato con pena un sorriso, che voleva parere di compiacimento:
- Si sono provati i miei pezzi. Hanno fatto buona impressione a tutti. Non avrei immaginato che potessero riuscire così bene. Uno specialmente. Avrei voluto che lei lo vedesse.
- Quale?
- Quello che mi presenta solo, per un tratto, staccato dal quadro, ingrandito, con un dito così su la bocca, in atto di pensare. Forse dura un po’ troppo… viene troppo avanti la figura… con quegli occhi… Si possono contare i peli delle ciglia. Non mi pareva l’ora che sparisse dallo schermo.
Mi voltai a guardarlo; ma mi sfuggì subito in un’ovvia considerazione:
- Già! – disse. – È curioso l’effetto che ci fa la nostra immagine riprodotta fotograficamente, anche in un semplice ritratto, quando ci facciamo a guardarla la prima volta. Perché?
- Forse, – gli risposi, – perché ci sentiamo lì fissati in un momento che già non è più in noi; che resterà, e che si farà man mano sempre più lontano.
- Forse! – sospirò. – Sempre più lontano per noi…
- No, – soggiunsi, – anche per l’immagine. L’immagine invecchia anch’essa, tal quale come invecchiamo noi a mano a mano. Invecchia, pure fissata lì sempre in quel momento; invecchia giovane, se siamo giovani, perché quel giovane lì diviene d’anno in anno sempre più vecchio con noi, in noi.
- Non capisco.
- È facile intenderlo, se ci pensa un poco. Guardi: il tempo, da lì, da quel ritratto, non procede più innanzi, non s’allontana sempre più d’ora in ora con noi verso l’avvenire; pare che resti lì fissato, ma s’allontana anch’esso, in senso inverso; si sprofonda sempre più nel passato, il tempo. Per conseguenza l’immagine, lì, è una cosa morta che col tempo s’allontana man mano anch’essa sempre più nel passato: e più è giovane e più diviene vecchia e lontana.
- Ah già, così… Sì, sì, – disse. – Ma c’è qualche cosa di più triste. Un’immagine invecchiata giovane a vuoto.
- Come, a vuoto?
- L’immagine di qualcuno morto giovane.
Mi voltai di nuovo a guardarlo; ma egli soggiunse subito:
- Ho un ritratto di mio padre, morto giovanissimo, circa all’età mia; tanto che io non l’ho conosciuto. L’ho custodita con reverenza, quest’immagine, benché non mi dica nulla. S’è invecchiata anch’essa, sì, profondandosi, come lei dice, nel passato. Ma il tempo che ha invecchiato l’immagine, non ha invecchiato mio padre; mio padre non l’ha vissuto questo tempo. E si presenta a me, a vuoto, dal vuoto di tutta questa vita che per lui non è stata; si presenta a me con la sua vecchia immagine di giovane che non mi dice nulla, che non può dirmi nulla, perché non sa neppure ch’io ci sia. E difatti è un ritratto ch’egli si fece prima di sposare; ritratto, dunque, di quando non era mio padre. Io in lui, lì, non ci sono, come tutta la mia vita è stata senza di lui.
- È triste…
- Triste, sì. Ma in ogni famiglia, nei vecchi album di fotografie, sui tavolinetti davanti al canapè dei salotti provinciali, pensi quante immagini ingiallite di gente che non dice più nulla, che non si sa più chi sia stata, che abbia fatto, come sia morta…
D’improvviso cambiò discorso per domandarmi, accigliato:
- Quanto può durare una pellicola?
Non si rivolgeva più a me, come a uno con cui avesse piacere di conversare; ma a me come operatore. E il tono della voce era così diverso, così cangiata l’espressione del volto, ch’io sentii di nuovo, a un tratto, sommuoversi dentro di me il dispetto che covo in fondo da un pezzo contro tutto e contro tutti. Perché voleva sapere quanto può durare una pellicola? S’era accompagnato con me per informarsi di questo? o per il gusto di farmi spavento, lasciandomi trapelare che intendeva di compiere qualche sproposito il giorno appresso, così che di quella passeggiata dovesse restarmi un tragico ricordo o un rimorso?
Mi sorse la tentazione di piantarmi su due piedi e di gridargli in faccia:
- Oh sai, caro? Con me la puoi smettere, perché di te non me n’importa proprio nulla! Tu puoi far tutte le pazzie che ti parrà e piacerà, questa sera, domani: io non mi commuovo! Mi domandi forse quanto può durare una pellicola per farmi pensare che tu lasci di te quella tua immagine col dito su la bocca? E credi forse di dover riempire e spaventare tutto il mondo con quella tua immagine ingrandita, nella quale si possono contare i peli delle ciglia? Ma che vuoi che duri una pellicola?
Scrollai le spalle e gli risposi:
- Secondo l’uso che se ne fa.
Anche lui dal tono della mia voce, cangiato, comprese certo cangiata la disposizione del mio animo verso di lui, e mi guardò allora in un modo che mi fece pena.
Ecco: egli era qua ancora su la terra un piccolo essere. Inutile, quasi nullo; ma era, e m’era accanto, e soffriva. Pure lui soffriva, come tutti gli altri, della vita che è il vero male di tutti. Per non degne ragioni ne soffriva sì lui; ma di chi la colpa se così piccolo era nato? Anche così piccolo soffriva e la sua sofferenza era grande per lui, comunque indegna… Era della vita! per uno dei tanti casi della vita, che s’era abbattuto su lui per togliergli tutto quel poco che aveva in sé e schiantarlo e distruggerlo! Ora era qua, ancora accanto a me, in una sera di giugno, di cui non poteva respirare la dolcezza; domani forse, poiché la vita gli s’era così voltata dentro, non sarebbe stato più: quelle sue gambe non le avrebbe più mosse per camminare; non lo avrebbe più veduto quel viale per cui andavamo; e non se le sarebbe più calzate al piede da sé quelle belle scarpette verniciate e quei calzini di seta, e né più si sarebbe, anche in mezzo alla disperazione, compiaciuto ogni mattina, davanti allo specchio dell’armadio, dell’eleganza del suo abito inappuntabile su la bella persona svelta ch’io potevo toccare, ecco, ancora viva, sensibile, accanto a me.
- Fratello…
No: non gli dissi questa parola. Si sentono certe parole, in un momento fuggevole: non si dicono. Gesù poté dirle, che non vestiva come me e non faceva come me l’operatore. In una umanità che prende diletto d’uno spettacolo cinematografico e ammette in sé un mestiere come il mio, certe parole, certi moti dell’animo diventano ridicoli.
- Se dicessi fratello a questo signor Nuti, – pensai, – egli se n’offenderebbe; perché… sì, avrò potuto fargli un po’ di filosofia su le immagini che invecchiano, ma che sono io per lui? Un operatore: una mano che gira una manovella.
Egli è un “signore”, con la follia forse già dentro la scatoletta del cranio, con la disperazione in cuore, ma un ricco “signore titolato” che si ricorda bene d’avermi conosciuto studentello povero, umile ripetitore di Giorgio Mirelli nella villetta di Sorrento. Vuol tenere la distanza tra me e lui, e mi obbliga a tenerla anch’io, ora, tra lui e me: quella che il tempo e la professione mia hanno stabilito. Tra lui e me, la macchinetta.
- Scusi, – mi domandò, poco prima d’arrivare a casa, – domani come farà lei a prendere la scena dell’uccisione della tigre?
- È facile, – risposi. – Starò dietro di lei.
- Ma non ci saranno i ferri della gabbia? L’ingombro delle piante?
- Per me, no. Starò dentro la gabbia con lei.
Si fermò a guardarmi, sorpreso:
- Dentro la gabbia anche lei?
- Certo, – risposi placidamente.
- E se… se io fallissi il colpo?
- So che lei è un tiratore provetto. Ma, del resto, poco male. Tutti gli attori, domani, staranno attorno alla gabbia ad assistere alla scena. Parecchi saranno armati e pronti a sparare anch’essi.
Stette un po’ aggrondato a pensare, come se questa notizia lo contrariasse.
- Non spareranno mica prima di me, – poi disse.
- No, certo. Spareranno, se ce ne sarà bisogno.
- Ma allora, – domandò, – perché quel signore là… quel signor Ferro aveva messo avanti tutte quelle pretese, se non c’è veramente nessun pericolo?
- Perché col Ferro questi altri, fuori della gabbia, armati, forse non ci sarebbero stati.
- Ah, dunque ci sono per me? Hanno preso questa misura di precauzione per me? È ridicolo! Chi l’ha presa? L’ha forse presa lei?
- Io no. Che c’entro io?
- Come lo sa, allora?
- L’ha detto Polacco.
- L’ha detto a lei? Dunque, l’ha presa Polacco? Ah, domani mattina mi sentirà! Io non voglio, ha capito? io non voglio!
- Lo dice a me?
- Anche a lei!
- Caro signore, creda pure che a me non fa né caldo né freddo: colpisca o fallisca il colpo; faccia dentro la gabbia tutte le pazzie che vuole: io non mi commuovo, stia sicuro. Qualunque cosa accada, seguiterò impassibile a girar la macchinetta. Se lo tenga bene in mente!

IV

Girare, ho girato. Ho mantenuto la parola: fino all’ultimo. Ma la vendetta che ho voluto compiere dell’obbligo che m’è fatto, come servitore d’una macchina, di dare in pasto a questa macchina la vita, sul più bello la vita ha voluto ritorcerla contro me. Sta bene. Nessuno intanto potrà negare ch’io non abbia ora raggiunto la mia perfezione.
Come operatore, io sono ora, veramente, perfetto.
Dopo circa un mese dal fatto atrocissimo, di cui ancora si parla da per tutto, conchiudo queste mie note.
Una penna e un pezzo di carta: non mi resta più altro mezzo per comunicare con gli uomini. Ho perduto la voce; sono rimasto muto per sempre. In una parte di queste mie note sta scritto: “Soffro di questo mio silenzio, in cui tutti entrano come in un luogo di sicura ospitalità. Vorrei ora che il mio silenzio si chiudesse del tutto intorno a me”. Ecco, s’è chiuso. Non potrei meglio di così impostarmi servitore d’una macchina.
Ma ecco tutta la scena, come s’è svolta.
Quello sciagurato, la mattina appresso, si recò dal Borgalli a protestare fieramente contro il Polacco per la figura ridicola a cui questi a suo credere intendeva esporlo con quella misura di precauzione. Pretese a ogni costo che fosse revocata, dando un saggio a tutti, se occorreva, della sua ben nota valentia di tiratore. Il Polacco si scusò davanti al Borgalli dicendo d’aver preso quella misura non per poca fiducia nel coraggio o nell’occhio del Nuti, ma per prudenza, conoscendo il Nuti molto nervoso, come del resto ne dava or ora la prova con quella protesta così concitata, in luogo del doveroso, amichevole ringraziamento ch’egli s’aspettava.
- Poi, – soggiunse infelicemente, indicando me, – ecco, commendatore, c’è anche Gubbio qua, che deve entrar nella gabbia…
Mi guardò con tale disprezzo quel disgraziato, che subito io scattai, rivolto a Polacco:
- Ma no, caro! Non dire per me, ti prego! Tu sai bene ch’io starò a girare tranquillo, anche se vedo questo signore in bocca e tra le zampe della bestia!
Risero gli attori accorsi ad assistere alla scena; e allora Polacco si strinse nelle spalle e si rimise, o piuttosto, finse di rimettersi. Per mia fortuna, com’ho saputo dopo, pregò segretamente Fantappiè e un altro di tenersi di nascosto armati e pronti al bisogno. Il Nuti andò nel suo camerino a vestirsi da cacciatore; io andai nel Reparto del negativo a preparare per il pasto la macchinetta. Per fortuna della Casa, tolsi là di pellicola vergine molto più che non bisognasse, a giudicare approssimativamente della durata della scena. Quando ritornai su lo spiazzo ingombro, in mezzo del gabbione enorme iscenato da bosco, l’altra gabbia, con la tigre dentro, era già stata trasportata e accostata per modo che le due gabbie s’inserivano l’una nell’altra. Non c’era che da tirar sù lo sportello della gabbia più piccola.
Moltissimi attori delle quattro compagnie s’erano disposti di qua e di là, da presso, per poter vedere dentro la gabbia di fra i tronchi e le fronde che nascondevano le sbarre. Sperai per un momento che la Nestoroff, ottenuto l’intento che s’era proposto, avesse avuto almeno la prudenza di non venire. Ma eccola là, purtroppo. Si teneva fuori della ressa, discosta, in disparte, con Carlo Ferro, vestita di verde gajo, e sorrideva chinando frequentemente il capo alle parole che il Ferro le diceva, benché dall’atteggiamento fosco con cui il Ferro le stava accanto apparisse chiaro che a quelle parole ella non avrebbe dovuto rispondere con quel sorriso. Ma era per gli altri, quel sorriso, per tutti coloro che stavano a guardarla, e fu anche per me, più vivo, quando la fissai; e mi disse ancora una volta che non temeva di nulla, perché quale fosse per lei il maggior male io lo sapevo: ella lo aveva accanto – eccolo là – il Ferro; era la sua condanna, e fino all’ultimo con quel sorriso voleva assaporarlo nelle parole villane, ch’egli forse in quel punto le diceva.
Distogliendo gli occhi da lei, cercai quelli del Nuti. Erano torbidi. Evidentemente anche lui aveva scorto la Nestoroff là in distanza; ma volle finger di no. Tutto il viso gli s’era come stirato. Si sforzava di sorridere, ma sorrideva con le sole labbra, appena, nervosamente, alle parole che qualcuno gli rivolgeva. Il berretto di velluto nero in capo, dalla lunga visiera, la giubba rossa, una tromba da caccia, d’ottone, a tracolla, i calzoni bianchi, di pelle, aderenti alle cosce, gli stivali con gli sproni, il fucile in mano: ecco, era pronto.
Fu sollevato di qua lo sportello del gabbione, per cui dovevamo introdurci io e lui; a facilitarci la salita, due apparatori accostarono uno sgabello a due gradi. S’introdusse prima lui, poi io. Mentre disponevo la macchina sul treppiedi, che m’era stato porto attraverso lo sportello, notai che il Nuti prima s’inginocchiò nel punto segnato per il suo appostamento, poi si alzò e andò a scostare un po’ in una parte del gabbione le fronde, come per aprirvi uno spiraglio. Io solo avrei potuto domandargli:
- Perché?
Ma la disposizione d’animo stabilitasi tra noi non ammetteva che ci scambiassimo in quel punto neppure una parola. Quell’atto poi poteva essere da me interpretato in più modi, che m’avrebbero tenuto incerto in un momento che la certezza più sicura e precisa m’era necessaria. E allora fu per me come se il Nuti non si fosse proprio mosso; non solo non pensai più a quel suo atto, ma fu proprio come se io non lo avessi affatto notato.
Egli si riappostò al punto segnato, imbracciando il fucile; io dissi:
- Pronti.
S’udì dall’altra gabbia il rumore dello sportello che s’alzava. Polacco, forse vedendo la belva muoversi per entrare attraverso lo sportello alzato, gridò nel silenzio:
- Attenti, si gira!
E io mi misi a girare la manovella, con gli occhi ai tronchi in fondo, da cui già spuntava la testa della belva, bassa, come protesa a spiare in agguato; vidi quella testa piano ritrarsi indietro, le due zampe davanti restar ferme, unite, e quelle di dietro a poco a poco silenziosamente raccogliersi e la schiena tendersi ad arco per spiccare il salto. La mia mano obbediva impassibile alla misura che io imponevo al movimento, più presto, più piano, pianissimo, come se la volontà mi fosse scesa – ferma, lucida, inflessibile – nel polso, e da qui governasse lei sola, lasciandomi libero il cervello di pensare, il cuore di sentire; così che seguitò la mano a obbedire anche quando con terrore io vidi il Nuti distrarre dalla belva la mira e volgere lentamente la punta del fucile là dove poc’anzi aveva aperto tra le frondi lo spiraglio, e sparare, e la tigre subito dopo lanciarsi su lui e con lui mescolarsi, sotto gli occhi miei, in un orribile groviglio. Più forti delle grida altissime levate da tutti gli attori fuori della gabbia accorrenti istintivamente verso la Nestoroff caduta al colpo, più forti degli urli di Carlo Ferro, io udivo qua nella gabbia il sordo ruglio della belva e l’affanno orrendo dell’uomo che s’era abbandonato alle zanne, agli artigli di quella, che gli squarciavano la gola e il petto; udivo, udivo, seguitavo a udire su quel ruglio, su quell’affanno là, il ticchettìo continuo della macchinetta, di cui la mia mano, sola, da sé, ancora, seguitava a girare la manovella; e m’aspettavo che la belva ora si sarebbe lanciata addosso a me, atterrato quello; e gli attimi di quell’attesa mi parevano eterni e mi pareva che per l’eternità io li scandissi girando, girando ancora la manovella, senza poterne fare a meno, quando un braccio alla fine s’introdusse tra le sbarre armato di rivoltella e tirò un colpo a bruciapelo in un’orecchia della tigre sul Nuti già sbranato; e io fui tratto indietro, strappato dalla gabbia con la manovella della macchinetta così serrata nel pugno, che non fu possibile in prima strapparmela.
Non gemevo, non gridavo: la voce, dal terrore, mi s’era spenta in gola, per sempre.
Ecco. Ho reso alla Casa un servizio che frutterà tesori. Appena ho potuto, alla gente che mi stava attorno atterrita, ho prima significato con cenni, poi per iscritto, che fosse ben custodita la macchina, che a stento m’era stata strappata dalla mano: aveva in corpo quella macchina la vita d’un uomo; gliel’avevo data da mangiare fino all’ultimo, fino al punto che quel braccio s’era proteso a uccidere la tigre. Tesori si sarebbero cavati da quel film, col chiasso enorme e la curiosità morbosa, che la volgare atrocità del dramma di quei due uccisi avrebbe suscitato da per tutto.
Ah, che dovesse toccarmi di dare in pasto anche materialmente la vita d’un uomo a una delle tante macchine dall’uomo inventate per sua delizia, non avrei supposto. La vita, che questa macchina s’è divorata, era naturalmente quale poteva essere in un tempo come questo, tempo di macchine; produzione stupida da un canto, pazza dall’altro, per forza, e quella più e questa un po’ meno bollate da un marchio di volgarità.
Io mi salvo, io solo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m’ha reso così – come il tempo vuole – perfetto. Non vuole intenderlo il mio amico Simone Pau, che sempre più s’ostina ad annegarsi nel superfluo, inquilino perpetuo d’un ospizio di mendicità. Io ho già conquistato l’agiatezza con la retribuzione che la Casa m’ha dato per il servizio che le ho reso, e sarò ricco domani con le percentuali che mi sono state assegnate sui noli del film mostruoso. È vero che non saprò che farmi di questa ricchezza; ma non lo darò a vedere a nessuno; meno che a tutti, a Simone Pau che viene ogni giorno a scrollarmi, a ingiuriarmi per smuovermi da questo mio silenzio di cosa, ormai assoluto, che lo rende furente. Vorrebbe ch’io ne piangessi, ch’io almeno con gli occhi me ne mostrassi afflitto o adirato; che gli facessi capire per segni che sono con lui, che credo anch’io che la vita è là, in quel suo superfluo. Non batto ciglio; resto a guardarlo rigido, immobile, e lo faccio scappar via su le furie. Il povero Cavalena da un altro canto studia per me trattati di patologia nervosa, mi propone punture e scosse elettriche, mi sta attorno per persuadermi a un’operazione chirurgica sulle corde vocali; e la signorina Luisetta, pentita, addolorata per la mia sciagura, nella quale vuol sentire per forza un sapor d’eroismo, timidamente mi dà ora a vedere che avrebbe caro m’uscisse, se non più dalle labbra, almeno dal cuore un sì per lei.
No, grazie. Grazie a tutti. Ora basta. Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così – solo, muto e impassibile – a far l’operatore.
La scena è pronta?
- Attenti, si gira…

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