L’Unità vive W L’Unità

UnitàDomani torna in edicola il quotidiano fondato nel 1924 da Antonio Gramsci. Se cercate L’Unità su google  vi uscirà fra le prime voci la definizione di Wikipedia. Alla prima riga si legge, ma probabilmente fra qualche minuto, ora, forse secondo, non si leggerà più (l’online è un universo in divenire) : << L’Unità è stato un quotidiano fondato….>>.  E’ una notizia molto positiva che un giornale, e in particolare una testata storica e importante come questa, abbia ritrovato la via delle edicole. Speriamo che il ritorno alle pubblicazioni corrisponda anche ad un adeguamento delle pratiche editoriali, magari tenendo nel giusto conto la crisi in atto nel mondo dell’informazione e la rivoluzione digitale in corso. Augurando ai giornalisti e alla nuova direzione del quotidiano gramsciano un futuro luminoso e denso di notizie vorremmo proporre una serie di riflessioni, di qualche tempo fa, ma ancora molto attuali, di due storici direttori de L’Unità: Furio Colombo e Antonio Padellaro,  tratte da una tesi di laurea in “Linguaggio giornalistico” discussa nel dicembre dello scorso anno all’Università di Padova. Lo studente che ha realizzato il lavoro che vi proponiamo si chiama Oscar Toson e  il  relatore della tesi è stato il professor Raffaele Fiengo. Il titolo della tesi è : << I novant’anni de “L’Unità” tra un passato definito e un futuro incerto: analisi delle direzioni di Furio Colombo e Antonio Padellaro e il loro distaccamento dal pensiero originale del giornale >> .

Questa intervista via telefono è stata fatta il 9 luglio 2014 a Furio Colombo, che ringrazio per la disponibilità offerta e gli aiuti che ha saputo darmi. (ot)

Intervista con Furio Colombo

 

Prima di lei, sono stati cambiati quattro direttori in pochi anni, poi con la Nuova Iniziativa Editoriale, lei è stato scelto. Il giornale si è risollevato e i numeri sono dalla sua con 70 mila copie giornaliere di media. Può spiegare i motivi di questa rinascita?

“L’Unità verso la fine del secolo scorso, era un giornale che andava male, dopo che in passato aveva raggiunto picchi sul milione di copie.  Sono state provate varie soluzioni giornalistiche, con direttori aventi caratteristiche differenti (uno corridore, uno organizzatore, uno avventuroso, uno estraneo all’ideologia del giornale e uno invece più legato a questa). Nessuno di questi esperimenti ha dato i risultati sperati e l’Unità andava di male in peggio. La crisi di un giornale non è solamente la crisi di un direttore. Per parlare della crisi dell’Unità, bisogna parlare della fine del partito comunista.

Nel 1989 cade il Muro di Berlino e si crea il problema di come riorganizzare il partito comunista dal punto di vista del nome e dei riferimenti (non può più riferirsi all’Unione Sovietica come paese guida). Questa ridisegnazione del partito è stata un’operazione lunga, dolorosa, laboriosa e non conclusa ancora oggi. Oggi alla guida del partito c’è una persona (Matteo Renzi ndr.) che non centra nulla con questo e viene dall’altrove assoluto. A metà strada, un uomo intraprendente come Walter Veltroni ha pensato che bisognasse cambiare nome e missione del partito e ha inventato il Partito Democratico che era prima PDS poi DS.  E’ diventato Partito Democratico fondendo due parti, una ex cattolica e una ex marxista.

Tutto ciò avviene mentre sono deputato alla Camera, invitato da Prodi a candidarmi. Nel 1996 sono stato eletto a Torino e allora i collegi erano uninominali, in una città dove mi conoscevano, dove avrebbero votato se avessero voluto votare. Volevo che fosse su una base di fiducia e sono stato eletto bene e sono diventato deputato a Torino. Nel frattempo Veltroni è diventato segretario del suo partito, quello che allora era il DS ed è stato il penultimo segretario dei DS. Poi lo ha seguito Fassino. Mentre era segretario dei DS, e quindi aveva anche la responsabilità di aver a che fare con l’Unità, Veltroni mi ha chiesto di diventare direttore dell’Unità, dopo che il mio mandato da deputato fosse concluso (primi mesi del 2000 ndr.). Veltroni è un mio vecchio amico, ci conosciamo da moltissimo tempo. Ho avuto come primo direttore suo padre quando ero un giornalista apprendista, che era nel primo telegiornale in cui ho iniziato a lavorare nel 1954. Lì ho conosciuto il papà di Walter, lui non lo ha mai conosciuto perché era piccolissimo quando suo padre è morto. Questo ha mantenuto un certo legame. Ci siamo sempre visti mentre io ero negli Stati Uniti, mentre facevo cose completamente diverse.

Ho scritto su La Stampa per 20 anni e poi per La Repubblica, L’Europeo e Panorama. Poi mi è stato chiesto di fare il presidente della Fiat negli USA, perché attraverso il mio lavoro giornalistico ho molti rapporti con il mondo culturale e politico americano. L’avvocato Agnelli riteneva che quei rapporti fossero molto importanti dal punto di vista dell’immagine dell’Italia e quindi dell’azienda. Mi ha affidato quindi questo compito rappresentativo, poco legato all’esperienza aziendale e molto legato alla rappresentatività di una certa Italia, dal momento che frequentavo già la vita politica americana, la Casa Bianca e soprattutto il Senato per l’amicizia personale con Edward Kennedy.

Tutto questo passato mi aveva fornito una interpretazione del genere: mentre il partito ex-comunista si avvia a diventare partito democratico, un direttore americano servirà a sbollire gli animi e le tensioni, rendendo più mite il rapporto con le parti avversarie. Non ho tenuto conto che la lezione americana è esattamente il contrario. Se sei un democratico dibatti senza alternative a cercare di tenere dietro il partito repubblicano, specialmente se quest’ultimo alza la posta. Dai tempi di Reagan fino ai giorni nostri, il partito repubblicano ha alzato la posta al punto da invadere i campi della religione, dell’aborto, dei diritti civili e umani, cercando di spostare il consenso americano su posizioni che allora si sarebbero chiamate reazionarie.

I democratici americani, a partire da Ted Kennedy, che era un po’ il mio mentore e una delle persone più serene e tranquille del Senato, sono diventati un avversario implacabile che non ha mai dato tregua. Né a Reagan, né ai Bush perché si resero conto che andavano a toccare alcuni diritti fondamentali della Costituzione americana. Di conseguenza i rapporti tra i due partiti sono diventati molto aspri e con pochissima concessione dell’uno all’altro, proprio quasi solo per ragioni procedurali, quando si trattava di trovare un voto comune sul bilancio o di porre fine a un ostruzionismo. E’ nata una contrapposizione, tipica dei tempi di Roosevelt quando creò il New Deal, che era un apparato molto socialista verso i più poveri e la destra, che aveva creato la crisi, lo aveva accusato di tutto, pur di impedire quello che poi è stato il successo del New Deal socialista. Gli uomini di Roosevelt hanno tenuto duro, come gli uomini di Kennedy tanti anni dopo. Ho imparato che bisogna essere precisi, chiari e rigorosi nel rapporto tra partiti contrapposti se i valori non sono condivisi.furio colombo

Nel momento in cui io sono diventato direttore dell’Unità mi si chiedeva di essere mite e di stabilire dei rapporti di buon vicinato con un gruppo politico, quello di Berlusconi, che aveva attaccato violentemente la Costituzione e voleva cambiarla nei suoi punti chiave, come ridurre l’autonomia della giustizia, ridurre il potere dei giudici, non riconoscere la magistratura come il terzo potere dello Stato. Tutte le democrazie si fondano sui tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e il partito di Berlusconi voleva negare che il giudiziario fosse un potere. Famosa la frase: “Si tratta di impiegati che vanno ad un concorso, non possono competere con i deputati”, cioè coloro che sono eletti dal popolo e con chi prende milioni di voti come il partito di Berlusconi.

La mia posizione era quella americana e mi rifacevo al Federalist Paper, le carte federali che hanno preceduto la Costituzione americana. I tre poteri quindi devono essere assolutamente autonomi, ognuno fortissimo e nessuno può prevalere sull’altro, se no non c’è più la democrazia. Il secondo principio di quelle carte federaliste della Costituzione americana, ma anche della Costituzione italiana, due costituzioni che si assomigliano moltissimo per la forza dei diritti civili e per il peso che danno ai diritti dei cittadini, era che la maggioranza non può mai reclamare la propria qualità di maggioranza per poter governare da sola, perché altrimenti, per quanto sia stata eletta, si avrebbe la dittatura della maggioranza.

Di conseguenza, poiché la Costituzione vuole evitare in tutti modi la dittatura, si deve creare un’opposizione molto forte alla maggioranza e non permettere che si dica: “Siamo la maggioranza e comandiamo noi e si fa quel che diciamo”, serve quindi ostacolare questo per impedire che si formi la dittatura della maggioranza. Con questi due princìpi profondamente americani, la forza intatta dei tre poteri e l’opposizione tenace alla dittatura della maggioranza, ho iniziato a usare su quel giornale che ho preso in mano, che è l’Unità, la parola “regime di Berlusconi”, perché stava violando i princìpi fondamentali che avevo imparato nell’unica vita politica in cui avevo fatto esperienza, quella americana.

L’Unità ha cominciato a rappresentare, nel giornale rinato, dei valori nuovi che non erano quelli molto più prudenti del partito democratico di sinistra. Il pubblico lo ha notato immediatamente, affezionandosi subito a questo nuovo impulso netto e chiaro senza inciuci, il contrario di ogni possibile inciucio, perché nel modo in cui dirigevo il giornale non era possibile che avvenisse alcun tipo di inciucio. Le posizioni erano diverse e destinate a rimanere tali non fino a quando una avesse vinto e l’altra avesse perso nelle elezioni, perché le elezioni non cambiano la Costituzione, ma fino a quando fosse rimasta in vigore la Costituzione stessa. Di conseguenza ci siamo detti: “Non è, con tutto il rispetto, che il giornale sia stato fondato da Antonio Gramsci nel culmine delle lotte nel lavoro il fatto determinante che disegna la nuova Unità.  Ma è il fatto di evitare qualsiasi accordo laddove non ci sono valori condivisi”.

Il partito di Berlusconi non condivideva alcuno dei valori della Costituzione italiana, di conseguenza l’Unità si è messa contro di lui in modo totale. Questo ha determinato un successo di pubblico, che non era mai accaduto prima perché era una novità, e una tensione sia verso destra sia verso sinistra. Nel senso che deputati e senatori del PD, nel momento in cui è diventato Partito Democratico, hanno iniziato a chiedere di non occupare spazi politici che loro non avevano scelto. Non era la loro politica. Così è: come è nata la nuova Unità, perché ha avuto successo e perché si è messa in collisione con il partito che avrebbe dovuto rappresentare.

 

Che cosa l’ha portata a lasciare la direzione del giornale? Forse proprio questi dibattiti, questa nuova ventata di autonomia che ha voluto dare e che non è stata gradita fino in fondo da tutti?

E’ stata contrastata ampiamente e duramente dalle varie leadership del partito che si sono alternate in quel periodo, però io non ho lasciato l’Unità. Sono stati loro a chiedermi di lasciare il giornale. Il mio periodo sarebbe dovuto durare 5 anni, e un po’ prima che si concludessero i 5 anni del mio contratto, loro hanno iniziato a fare pressione attraverso gli azionisti, che però erano tutti stati scelti in ambito politico. Con l’eccezione di un solo azionista che mi ha sempre sostenuto, l’editore Giancarlo Giglio, gli altri imprenditori o distributori o editori che facevano parte del Cda sono rimasti fedeli alle direttive della Sinistra democratica e poi del Partito Democratico, hanno votato per la mia sostituzione.

Allora avrei potuto, avendo il favore del pubblico, fare battaglia ma queste cose per sé stessi non bisogna farle mai. Fosse stato per un principio e fosse stato attaccato quel principio e mi fosse stato chiesto di negare quel principio, la battaglia l’avrei fatta volentieri. Tuttavia la battaglia per sé stessi per un posto, non si fa. Un direttore ha molti privilegi, ma è stabilito nelle leggi giornalistiche che il direttore deve avere la fiducia completa degli editori, se non ce l’ha si deve dimettere. Io forte del sostegno del pubblico perché avevamo una gran bella vendita, ho messo una condizione: che il direttore che mi sostituisse fosse Antonio Padellaro, che era il mio condirettore mentre facevo il giornale. Prima era stato vice direttore dell’Espresso e capo della redazione romana del Corriere della Sera.

Era più di un braccio destro, le nostre visioni erano identiche e io ho preteso che, per non avere la ribellione del giornale e non avere una situazione di tensione, Padellaro fosse il nuovo direttore ed è stato accettato. Lo hanno tollerato per poco tempo riuscendo a farlo fuori in due anni, ma intanto per altri due anni il giornale è stato diretto nello stesso modo in cui l’avevamo diretto insieme cioè con coraggio, verità, chiarezza e molta asprezza nei confronti di un partito (quello di Berlusconi ndr.) che aveva scelto di non condividere i valori della Costituzione. “Il libro nero della democrazia” l’ho scritto con Padellaro a metà del mio percorso da direttore. Descrive quello che stava accadendo. A parte l’illegalità e le violazioni della normale legge civile e penale che avvenivano continuamente, c’era il problema della violazione della Costituzione. Ed è soprattutto su quest’ultimo punto che abbiamo fatto molta violentissima polemica, verso quanto realizzato da Berlusconi e dalla sua gente.

 

Quindi la sua direzione e quella di Antonio Padellaro sono molto simili, si ricollegano tra loro?

Si assolutamente. Infatti appena hanno potuto, con la scusa molto tenue che sarebbe stato bello mettere una donna come prima direttrice dell’Unità, sono riusciti a provocare le dimissioni di Padellaro.

 

Quale può essere il futuro dell’Unità, che ora è in liquidazione? Cosa pensa che accadrà?

Sono speranzoso e faccio il tifo per tutti quelli che sono stati i miei ex giornalisti e che conosco bene e che so bravi e capaci; e questo da ex direttore e da collega. Da persona che guarda le cose da fuori e le giudica anche politicamente, dubito molto e temo che non ci sarà una salvezza. Chi vorrebbe mantenere un giornale che dice le cose che il partito non dice? Mi pare che siamo in una fase, come ha detto il Fatto Quotidiano, di democrazia autoritaria nella quale il presidente del Consiglio è una persona molto disinvolta nel fare, nell’imporre e nel prevalere.

Dubito che voglia avere un giornale che dica le cose come io le sto dicendo adesso. Può anche darsi che raggiungano un qualche tipo di accordo politico, nel senso che nelle organizzazioni politiche queste cose accadono sempre. In quel caso avremmo probabilmente una Unità sopravvissuta, ma molto più docile. Nell’ultimo periodo è stata condotta con una certa buona qualità giornalistica.

 

Molti giornalisti che scrivevano sull’Unità sono passati al Fatto Quotidiano, tra i quali lei stesso e Padellaro, ma anche Marco Travaglio e Fulvio Abbate. Il Fatto Quotidiano può rappresentare una evoluzione de l’Unità?

No, non rappresenta l’evoluzione dell’Unità perché nasce in un punto diverso, laico. L’Unità aveva un precedente religioso nel fatto di essere stato fondato da Antonio Gramsci, quindi aveva un suo legame che se il partito stesso non lo avesse rinnegato, sarebbe durato ancora a lungo tra partito e giornale. Invece il Fatto Quotidiano è totalmente libero, è un giornale nuovo, moderno che non ha passato e non deve niente a nessuno e che non ha altri debiti se non con sé stesso. Per fortuna non ha proprio debiti, nel senso che guadagna bene e vende bene.

 

 

Questa intervista via telefono ad Antonio Padellaro è stata realizzata il 19 agosto 2014. Lo ringrazio per la disponibilità offerta e gli aiuti che ha saputo darmi. (ot)

 

padellaro 

Intervento di Antonio Padellaro

 

Lei è diventato direttore de l’Unità dopo che Colombo le ha lasciato il posto nel 2005. La sua gestione e quella di Colombo possono considerarsi distaccate dal pensiero comunista originale del giornale?

Sicuramente sì, se parliamo dell’Unità come organo del partito comunista. Quando noi siamo entrati nel 2001 l’Unità aveva sospeso le pubblicazioni per 9 mesi e si era costituita dopo la liquidazione in bonis una nuova proprietà di imprenditori privati guidata dall’editore Alessandro Dalai, quindi una proprietà completamente svincolata dai democratici di sinistra. Cominciava dunque una nuova storia, non poteva più essere l’organo del partito comunista, né poteva trasmettere un pensiero comunista perché era una ideologia che ormai aveva cessato di esistere se non in aspetti marginali con piccoli partiti che non avevano nulla a che fare con l’Unità.

E’ evidente che noi abbiamo portato la nostra esperienza, vissuta da Colombo e da me, in un giornale di natura liberaldemocratica. Colombo è stato alla Stampa, alla Repubblica, oltre ad aver avuto incarichi alla Fiat e in televisione. La mia storia è molto semplice, sono stato 20 anni al Corriere della Sera e poi 10 anni all’Espresso, quindi l’esperienza dell’Unità era assolutamente svincolata da qualsiasi radice di tipo politico che non ho mai avuto. In una intervista che io feci a Sabelli Fioretti per Sette, il settimanale del Corriere della Sera, dissi che non solo non avevo mai avuto la tessera del Pci, ma non avevo mai nemmeno votato Pci, mentre avevo votato per i democratici di sinistra e avevo partecipato anche alle primarie del Partito Democratico, come cittadino e certamente non come direttore del giornale. Quindi quella storia per noi non c’era più, era una storia nuova.

 

Quindi negli anni di direzione di Colombo e Padellaro l’Unità può essere vista come un organo terzo e imparziale anche rispetto alla sinistra stessa?

No, il 2001 è l’anno del ritorno al governo di Silvio Berlusconi dopo la breve parentesi del ‘96-‘97. Con una vittoria sfolgorante Berlusconi era il padrone assoluto del nostro Paese e noi rappresentammo insieme con Repubblica l’opposizione nel quadro della stampa italiana, che invece in quel momento accettò abbastanza docilmente l’arrivo del miliardario e dell’uomo del conflitto di interessi. Noi dell’Unità facemmo un giornale di forte opposizione al berlusconismo.

 

 

Riesce a costruire un elenco dei giornalisti che più hanno influito la sua gestione dell’Unità?

Beh intanto alcuni di questi giornalisti lavorano al Fatto. Mi viene in mente Marco Travaglio. Lo portammo noi all’Unità e inaugurò la sua rubrica Bananas sulla quale poi piano piano ha costruito un successo personale, giornalistico e saggistico che è quello che conosciamo. Le parlo soprattutto delle new entry, dei giornalisti che abbiamo portato all’Unità: Maurizio Chierici veniva dal Corriere della Sera, Oliviero Beha cominciò a collaborare con l’Unità di Colombo e Moni Ovadia che al momento è ancora lì dopo che ha iniziato proprio sotto di noi. E’ stata una firma importante, come Luigi Cancrini. Me ne dimentico sicuramente qualcuno, ma ne abbiamo portati tanti noi all’interno dell’Unità e poi buona parte ci ha seguito al Fatto, come Sandra Amurri, Nando Dalla Chiesa e Giancarlo Caselli che già collaborava all’Unità prima di noi.

 

Il Fatto Quotidiano può essere considerato come l’evoluzione dell’Unità, dati anche i molti giornalisti che sono passati appunto al Fatto?

No, è un’altra storia. Il Fatto è un’esperienza completamente diversa che nasce dalla necessità di creare un giornale che potesse garantire il massimo di libertà intellettuale ai giornalisti che in questo giornale lavorano. Anche perché l’Unità aveva un legame piuttosto ingombrante con la politica e il partito dei democratici di sinistra e aveva il finanziamento pubblico. Questo finanziamento, che è fondamentale per il giornale, era ed è tutt’ora veicolato dal partito, quindi in qualche modo era lo Stato che dava questi soldi all’Unità e ad altri giornali attraverso i gruppi parlamentari.

Invece noi abbiamo voluto tentare un’altra esperienza, quella di un giornale senza contributo pubblico e che potesse vivere soltanto dei suoi lettori e della loro vicinanza. In questi cinque anni il Fatto ha vissuto solo ed esclusivamente grazie ai lettori che l’hanno comprato in edicola o che si sono abbonati. Una porzione anche di pubblicità, ma molto piccola e quasi ininfluente. Quindi la differenza è qui: l’Unità storicamente è un giornale fortemente radicato a sinistra, il Fatto non ha un suo radicamento politico e ideologico. E’ un giornale che svolge il suo compito di informazione e di cane da guardia dell’opinione pubblica nei confronti degli eccessi del potere. C’è un’assoluta laicità nella nostra azione giornalistica.

 

Che cosa pensa che possa accadere in futuro prossimo all’Unità ora che è in liquidazione?

Non lo so perché i giornali sono sotto certi aspetti prodotti come gli altri quindi devono mantenersi con le proprie forze e con dei bilanci sani. I conti in ordine sono la prima garanzia della libertà di stampa. Soltanto i conti in ordine garantiscono la libertà e quindi l’Unità deve trovare il modo di garantire i propri conti per poi ricominciare. Per garantire i propri conti c’è bisogno di un nuovo editore che abbia fiducia nel prodotto e che investa. Credo anche che ci siano dei buchi, dei debiti da saldare e non credo che siano pochi. L’Unità può risorgere certamente perché è una testata gloriosa e perché c’è comunque una parte dell’elettorato del PD che è ancora affezionato all’Unità. Però non può risorgere soltanto per un atto di fede, se vuole risorgere devono esserci le condizioni editoriali ed economiche adeguate e che quindi torni ad essere un giornale in pareggio.

 

Che cosa l’ha portata a lasciare il giornale nel 2008?

Principalmente due elementi: il primo è certamente il cambio di proprietà, con l’arrivo di Renato Soru. In maniera molto cortese e corretta mi spiegò la necessità di un cambio di direzione che tra l’altro (non è un mistero) è stata voluta da l’allora segretario del Partito Democratico Veltroni. In una intervista al Corriere della Sera disse che voleva a dirigere l’Unità una donna. Ora io ho tante virtù, ma non sono una donna quindi capii che non c’era più posto per me. Soru mi espose questa sua esigenza e io ho riconosciuto all’editore il sacrosanto diritto di scegliersi il direttore che vuole. Non solo non protestai ma mi sono accomodato e sono andato via senza particolari strascichi.

Il secondo elemento è che il ciclo della direzione di Furio e mia si era in qualche modo concluso. Io personalmente sentivo che una fase della mia attività giornalistica si era chiusa. Anche se non fosse stato Soru ad accompagnarmi gentilmente alla porta, prima o poi sarebbe stato un gesto che avrei fatto autonomamente, anche perché l’idea del Fatto stava già prendendo corpo. Anche se fossi rimasto sarebbe stata una questione di mesi, quando una storia è chiusa è chiusa. Avevamo poi già Marco Travaglio e stavamo già pensando ad un nuovo progetto, quello del Fatto.oscar toson

 

Oscar Toson, nato a Vicenza il 25 agosto 1992. Ha frequentato l’Istituto tecnico industriale G. Marconi e si è diplomato come perito meccanico.  All’Università di Padova si è laureato il 10 dicembre 2014 in Scienze della Comunicazione con la tesi riguardante l’Unità e la sua storia fino alla chiusura il 31 luglio 2014.

Sono presenti all’interno del lavoro due interviste, una a Furio Colombo che è stato direttore dal 28 marzo 2001 al 14 marzo 2005 e una ad Antonio Padellaro, direttore del giornale dal 15 marzo 2005 al 24 agosto 2008.

Toson si interessa di sport e di giornalismo sportivo. Collabora come redattore scrivendo articoli e occupandosi della gestione di un sito (SpazioJuve.it). Ha una buona conoscenza dell’inglese, mentre francese e spagnolo sono a livello base. Gli piace viaggiare e visitare posti nuovi. Lavora presso Decathlon a Padova

 

Tratto da: www.lsdi.it
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