Manchester, il boomerang del terrore

di Mario Lombardo

Sono bastate appena poche per portare a galla una serie di informazioni sull’attentato di lunedì a Manchester che, da un lato, hanno messo in discussione la versione iniziale dei fatti proposta dal governo di Londra e, dall’altro, hanno nuovamente rivelato come il responsabile dell’attacco, così come gli ambienti in cui si muoveva, fosse ben noto alle forze di sicurezza britanniche.

La prima tesi ufficiale a essere smontata è stata quella dell’unico attentatore o “lupo solitario” che aveva colpito senza poter essere intercettato dal gigantesco sistema di sorveglianza creato nel Regno Unito. Elementi come la complessità dell’operazione e il tipo di esplosivo usato hanno subito fatto pensare a una rete terroristica con appoggi fuori e dentro il paese, con implicazioni, come si vedrà più avanti, ancora una volta non edificanti per l’intelligence di uno dei numerosi paesi europei colpiti da questo genere di episodi.

La stessa polizia britannica aveva d’altra parte quasi subito annunciato vari arresti di possibili complici del 23enne Salman Abedi, attorno al quale sono emerse informazioni inequivocabili grazie a fughe di notizie provenienti dai servizi segreti americani, francesi e tedeschi.

La storia del dopo attentato di Manchester ha così ricalcato passo passo quella di molte stragi registrate in Europa negli ultimi anni. Per cominciare, il responsabile dei fatti era sempre in qualche modo sotto il radar dei servizi di sicurezza del paese in cui è avvenuto l’attacco, ma per qualche ragione è riuscito a sfuggire al controllo e ad agire in piena libertà per mettere in atto i propri intenti terroristici.

Inoltre, l’autore dell’attentato aveva legami più o meno profondi con gli ambienti del fondamentalismo islamista, i quali mantengono a loro volta rapporti non del tutto chiari con gli stessi servizi di intelligence occidentali, poiché consentono ai governi di utilizzare queste forze come strumento per la promozione dei propri interessi strategici.

Così, da alcuni anni Abedi aveva suscitato l’interesse delle forze di sicurezza britanniche, nonostante la giovane età, ed era stato indicato come un possibile soggetto a rischio anche di commettere attentati suicidi. Ex compagni di scuola e conoscenti del giovane di origini libiche avevano poi segnalato più volte alla polizia le sue simpatie per il terrorismo internazionale e il fatto che in alcune occasioni aveva espresso l’intenzione di diventare un kamikaze.

Altre fonti hanno parlato di legami con lo Stato Islamico (ISIS), il quale ha rivendicato martedì l’attentato di Manchester, e di un possibile viaggio in Siria. Alcune di queste informazioni sono state passate alla stampa da esponenti dell’intelligence di paesi alleati della Gran Bretagna, scatenando l’ira di Londra, il cui governo a due settimane dalle elezioni avrebbe preferito limitare al massimo la diffusione di notizie imbarazzanti e in contraddizione con la versione ufficiale.

Almeno per quanti sono interessati ad andare oltre i commenti e le pseudo-analisi degli attentati, offerti dai politici e dalla stampa ufficiale, è ben noto che episodi orribili come quello di Manchester traggono origine dalla “guerra al terrore” degli Stati Uniti e dei loro alleati, responsabili della distruzione di interi paesi tramite interventi militari diretti o con l’impiego di gruppi jihadisti che dovrebbero teoricamente combattere.

Forse mai come in questo caso, però, l’evidenza delle responsabilità dei governi e dell’intelligence della Gran Bretagna nella manipolazione di forze fondamentaliste ultra-reazionarie è emersa così chiaramente e in un periodo di tempo così breve a seguito di un attentato terroristico.

La storia famigliare di Abedi e il contesto sociale in cui viveva nella periferia a sud di Manchester aiutano a fare chiarezza sulle motivazioni di un gesto folle, scaturito senza dubbio in parte da una personalità disturbata ma, ancor più, da un clima generale segnato dalle conseguenze della politica estera criminale del governo britannico, nello specifico in relazione al mondo arabo.

I genitori di Salman Abedi si erano trasferiti dalla Libia alla Gran Bretagna in quanto oppositori del regime di Gheddafi e nel paese nordafricano erano tornati solo in seguito al rovesciamento e al brutale assassinio di quest’ultimo nel 2011, resi possibili entrambi dall’appoggio ai “ribelli” garantito dai governi occidentali.

Proprio il padre e il fratello più giovane dell’attentatore sarebbero stati arrestati dopo i fatti di Manchester dalle autorità libiche per sospetti legami con l’ISIS e, per quanto riguarda il secondo, perché coinvolto nella preparazione di un atto terroristico a Tripoli.

Per la stampa britannica, il padre di Salman Abedi era stato membro del cosiddetto Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG) negli anni Novanta e aveva espresso più volte il proprio sostegno per gruppi estremisti attivi in Siria. La madre, invece, sarebbe un’amica intima della moglie dell’ex leader di Al-Qaeda, Abu Anas al-Libi, deceduto in un carcere americano nel 2015.

A Manchester e, più precisamente, nel quartiere di Whalley Range, Abedi frequentava un ambiente animato da individui di origine libica noti per il loro radicalismo e che, in gran parte, facevano parte del LIFG, fondato negli anni Ottanta dai veterani della guerra contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, fomentata e appoggiata da Washington.

Come hanno raccontato in questi giorni anche i media “mainstream” britannici, leader del LIFG vivevano indisturbati a poca distanza da Abedi, frequentavano la stessa moschea di quest’ultimo e talvolta si occupavano di raccogliere fondi e reclutare militanti per un’organizzazione che il governo di Londra considera ufficialmente di natura terroristica dal 2005.

Un suo viaggio in Libia proprio pochi giorni prima dell’attentato a Manchester gli avrebbe permesso perciò di intrattenere gli ultimi contatti con un ambiente fondamentalista che ha probabilmente avuto un ruolo nell’organizzazione dell’attacco, così come nell’addestramento e nel processo di radicalizzazione di Abedi.

L’aspetto più importante della vicenda è però il rapporto tra l’intelligence britannica e il LIFG, organizzazione che è stata in prima linea nella finta rivoluzione libica contro il regime di Gheddafi.

Mentre molti esuli libici del LIFG in Gran Bretagna erano stati messi sotto stretta sorveglianza in seguito allo sdoganamento di Gheddafi grazie all’intesa favorita da Tony Blair nel 2004, la loro sorte è cambiata rapidamente dopo l’esplosione della “rivolta” contro il regime nel 2011.

La mutata attitudine dei servizi di sicurezza britannici a questo punto nei confronti del LIFG è stata spiegata efficacemente da una rivelazione pubblicata giovedì dalla testata on-line Middle East Eye. L’indagine riporta le testimonianze di ex guerriglieri jihadisti, i quali raccontano come, una volta scoppiata la guerra contro Gheddafi, il governo di Londra aveva improvvisamente favorito il loro ritorno in Libia per combattere a fianco dei “ribelli”.

Molti dei membri del LIFG tornati nel paese di origine erano sotto sorveglianza o addirittura agli arresti domiciliari in Gran Bretagna per le loro inclinazioni terroristiche, ma ciò non ha costituito un problema per un governo che vedeva ora coincidere i propri interessi con quelli del fondamentalismo islamista libico.

Un ex combattente del LIFG ha ad esempio spiegato come fosse stato fermato dalla polizia al suo ritorno da una visita in Libia nei primi mesi del 2011 perché il suo nome era appunto sulla lista nera dei sospettati di terrorismo. Una volta appurata da parte di agenti dell’MI5 l’appartenenza a un’organizzazione che combatteva contro Gheddafi, i suoi problemi svanirono immediatamente.

Un governo, come quello di Londra, che schiera oggi nelle strade delle città britanniche l’esercito e promette il pugno di ferro contro la minaccia terroristica ha dunque permesso o facilitato il proliferare del fondamentalismo entro i propri confini perché utile ai propri obiettivi strategici in Medio Oriente e in Africa settentrionale. Scenari di questo genere, per nulla limitati al Regno Unito, non possono perciò che creare terreno fertile affinché si verifichino episodi come quello che lunedì a Manchester è costato la vita a 22 persone.

L’altro aspetto da considerare è la coincidenza dell’attentato con la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Londra, previsto per il prossimo 8 giugno. Com’era accaduto alla vigilia delle presidenziali in Francia, quando un attacco “terroristico” aveva provocato la morte di un poliziotto, la strage di Manchester è stata subito sfruttata sia per rafforzare le misure di sicurezza, così che il voto si terrà straordinariamente con la presenza dei militari nelle città britanniche, sia per spostare il dibattito politico sulle questioni della sicurezza nazionale.

Lo stesso innalzamento a “critico” del livello di guardia nel paese contribuisce ad alimentare il clima di paura. Da esso, il governo conservatore di Theresa May intende ricavare il massimo vantaggio possibile nei confronti di un’opposizione laburista che, nei giorni precedenti l’attentato, sembrava avere recuperato parzialmente terreno grazie all’insistenza sui temi economici e sociali.

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