Marchesa Colombi – Le briciole d’Epulone

«Quei poveri spostati! Quegli infelicissimi che debbono vivere con una rendita insufficiente ai loro bisogni!» È un tema di discorso dei più commoventi. Non c’è famiglia che non ne conosca qualcheduno, o anche parecchi, e non ne senta una grande pietà. La sera d’inverno, quando la vampa attirata dall’aria, russa ed ansima nella stufa, e la lampada velata da un paralume spande intorno una luce mite, e l’acqua pel tè gorgoglia nella cuccuma, e la tavola è coperta di giornali, di disegni, di ricami, di fotografie, di romanzi che ci hanno occupati piacevolmente un’ora prima, e ci occuperanno ancora allo stesso modo più tardi, o il domani, ci rannicchiamo ben bene nelle poltroncine a molla, sui divani morbidi, e, nella generosità del nostro cuore, facciamo un confronto straziante fra la nostra esistenza e quella di quei poveri spostati. «Vi sono degli impiegati a cento lire al mese e con una speranza d’avanzamento così lento! Dovranno avere i capelli grigi per arrivare a dugento lire. E i maestri di scuola? E questi? E questi altri? Ce n’è che si struggono per guadagnare tre lire al giorno. Pare incredibile; eppure è una crudele verità.

«Il peggio è per quelli che erano in una condizione migliore; trovarsi ad un tratto impoveriti, e dover rinunciare alle loro abitudini d’agiatezza! Perchè, infine, erano avvezzi a vivere come noi! E debbono accontentarsi di pranzare in un’osteria a due lire, di dormire in una cameruccia mobiliata, e magari di cercarsi un sovraccarico di lavoro per potersi pagare i vestiti e le scarpe, e passar la serata a fare delle traduzioni, o tenere in ordine il libro mastro di un negozio. E pochi anni prima andavano in carrozza…»

Conobbi molte persone buone e ricche, le quali s’intenerivano fino al pianto per quelle miserie. Gli spostati erano l’oggetto della loro massima compassione, ed inventavano ogni sorta di sotterfugi delicati per alleviare le difficoltà della loro vita, senza umiliarli. «Quelli che sono sempre stati poveri, dicevano, fanno minor pena, perchè sono avvezzi a quella vita, non si vergognano, possono fare ogni sorta di lavori, possono mendicare, e se la cavano sempre. Ma i poveri in guanti che debbono serbare una certa apparenza di benessere…»

Una contessa ne conosceva uno che era figlio di un ricchissimo possidente. Soltanto pochi anni prima la sua famiglia era due volte millenaria; aveva carrozza, non se ne parla nemmanco, e servitù, ed una mensa ospitale; sempre gente a pranzo, sempre invitati a villeggiare nella sua bella campagna, e per lui maestri di lingue, maestri di musica, di scherma, d’equitazione, e che bei cavalli da sella! E l’aveva goduta fino a ventun anno questa cuccagna. Poi il padre s’era messo nelle speculazioni, tutto gli era andato male, e s’era ridotto con nulla; era morto povero. Ed il figlio era venuto a Milano con cinquanta lire al mese.

Dio! se ho dovuto udirne, e farne, delle esclamazioni su quel miserrimo caso! E se n’ho ascoltate delle ammirazioni per quel giovane coraggioso, che s’accontentava di quella condizione finchè non gli capitasse di meglio! La contessa pietosa gli aveva offerta una cameruccia con pochi mobili in una sua casa che affittava ad operai, tanto per risparmiargli la spesa della pigione. Avevano scritto ad una parente di lui agiata, e l’avevano indotta a dargli ancora venti lire al mese. Facevano settanta lire in tutto, e con quelle il giovane martire riusciva a vivere; ed era sempre d’umore sereno, serbava sempre i suoi modi da gentiluomo, ed aveva tanta cura de’ suoi abiti, reliquie della passata grandezza, che non isfigurava punto in società. Ma che privazioni doveva soffrire! Non fumava, se non quando qualche conoscente gli offriva un sigaro, il dopo pranzo, perchè spesso l’invitavano a pranzo. Ma di solito andava a desinare all’osteria solo. E qualcuno aveva osservato che qualche volta non beveva vino e non prendeva frutta. Una minestra, un piatto di carne, ed un po’ di formaggio…. Un eroe addirittura!

Conoscevo la vita dei contadini nelle risaie del Novarese, e nella bassa Lombardia, e sul Piacentino nella vallata del Po; paesi di febbre, di pellagra; conoscevo i quartieri più poveri della grande città. E certi spettacoli induriscono il cuore. Quella minestra, quel piatto di carne, quel formaggio, non mi strappavano nemmeno un sospiro.

La miseria umana m’aveva confidati ben altri dolori! Alcune finestre interne del mio quartiere aprivano appunto sul cortile dell’osteria, dove il giovane milionario decaduto, e molti altri infelici dai minimi stipendi, compievano ogni giorno l’atto eroico di pranzare con due lire, e magari con meno.

Una quantità di camerieri e cuochi e guatteri erano in moto fin dall’alba a mettere in ordine e pulire ogni cosa; c’era una donna che passava delle ore accoppiando grembiuli da cucina, e tovaglioli, e tovaglie sporchi prima di darli al bucato; c’era un uomo che tutto il santo giorno girava il manubrio del tostino. Ogni mattina veniva il carro chiuso del panettiere, col pane comune, ed il pane da caffè; poi il carro del macellaio, quello del pollame, quello delle ova; un ortolano portava dei grandi panieri di verdura e di frutta; ed in tutte le stagioni, anche nel cuore dell’inverno, un contadino conduceva un carro di ghiaccio. Appena arrivato buttava addosso al cavallo sudato una coperta di lana, poi saliva sul carro e cominciava a scaricare quella massa gelata, coi piedi nel ghiaccio, maneggiando con forza il badile, riscaldandosi, sudando, senza punto badare a coprirsi come aveva coperto il cavallo.

Tutti costoro lavoravano a preparare quel miserabile pranzo a due lire, ed anche a meno. Poi i camerieri, i guatteri, quanti servivano all’osteria, mangiavano gli avanzi dei poveri spostati. E gli altri tornavano alle loro case e si nutrivano d’una minestra condita col lardo, o d’un po’ di polenta non condita affatto.

Al confronto, il pranzo a due lire era un banchetto da Epulone, e tutta quella gente ne raccoglieva le briciole. Ma c’era anche un Lazzaro che moriva di fame alla porta.

Verso le sette del mattino entrava nel cortile, aprendosi la via tra quell’andirivieni di provveditori, il carro d’un allevatore di maiali, colla grande botte nella quale raccoglieva la rigovernatura per ingrassare le sue bestie. Quel villano aveva un servitore, un trovatello, che sua moglie aveva preso a baliatico all’ospedale, e che s’era tenuto per mandarlo fuori a custodire i maiali. Da dieci anni faceva quel mestiere, e la mattina veniva in città col padrone, per vuotare nella botte i secchi della rigovernatura. Quand’era freddo o pioveva, il villano si rinvoltava bene in un grosso pastrano, e si tirava sulle gambe una copertaccia di lana; ma il servitore aveva sempre gli stessi calzoni e la stessa giubba di fustagno; e attraverso gli strappi, sulle ginocchia ed altrove, si vedevano le carni assiderate. Non aveva calze, portava le scarpe vecchie del padrone, che lasciavano uscire le dita, ed erano tanto grandi che s’empivano d’acqua ed i piedi ci andavano a sguazzo.

«Ma lui era giovane, diceva il villano. Alla sua età non doveva aver bisogno di coprirsi, nè poteva soffrire dell’umidità; e se non fosse stato un principio di pellagra a renderlo così pigro e malandato, un ragazzo come quello, a sedici anni, avrebbe dovuto esser forte come un toro. Ed invece non era buono a nulla; e bisbetico! In certi momenti si buttava in terra, e si rotolava, ed urlava come un pazzo; e dicevano che anche quello era un effetto della pellagra; un brutto effetto per un padrone che si teneva in casa quel ragazzo da quand’era poppante. Ma lui era un buon padrone; e purchè, malato o sano, il ragazzo lavorasse, anche pellagroso non lo mandava via, e continuava, a dargli la polenta come gliel’aveva data sempre, ed a lasciarlo dormire sul fienile. Il fienile era aperto ai quattro venti, e la polenta era fatta col grano fermentato; ma a sedici anni non si è sensibili a queste cose, e se Pietro non avesse avuto la pellagra, avrebbe dovuto esser forte come un toro.»

Scendevano dal carro tutti e due; il padrone entrava all’osteria per mangiar un boccone. Pietro apriva la cassetta sotto il sedile del carro, e tirava fuori un pezzo di pane di gran turco; poi prendeva un secchio, e col secchio in una mano ed il pane nell’altra, mangiucchiando ed andando a trasciconi, cominciava il trasporto della rigovernatura.

Quando usciva col secchio pieno, riponeva il pane nello sparato della camicia, alzava il secchio con tutte e due le braccia, e versava nella botte una broda scura e densa, nella quale nuotavano degli avanzi spoltigliati. Qualche volta, prima di versare il secchio, lo posava sulla botte, immergeva il braccio fino al gomito in quel luridume, e lo rimoveva per far venire a galla quello che c’era di solido; e se vedeva qualche avanzo di carne o di pesce, li pescava, li rinvoltava in un cencio di pezzuola turchina, e li nascondeva sotto una coperta umidiccia che faceva da cuscino al sedile del carro; poi tra un secchio e l’altro, quando il suo-padrone non c’era, andava a sollevare la coperta ed addentava avidamente quei rimasugli.

I monelli ed i guatteri si divertivano di quel selvaggio. Lo spiavano per coglierlo sul fatto, e quando stava per mordere al suo pasto, gli gridavano imitando i camerieri che servivano i signori nell’osteria: «Filetto al sugo! Costolette alla marsigliese! Servito!» Pietro non capiva la burla, ma capiva che lo burlavano, e mostrava i pugni ai monelli.

Quasi alla stess’ora della botte di Pietro, sovente assai prima, arrivava il carro d’un ortolano che veniva a prendere le spazzature. Era tirato da un asino magro e piccino. L’ortolano staccava il ciuco, lo legava con una corda ad un anello infisso nel muro, poi apriva la botola delle spazzature, e prima di buttarle sul carro, le rimoveva per vedere cosa c’era di buono; e trovava sempre qualche limone ammuffito, qualche mela mézza, che metteva da parte sull’orlo della botola; anche il ciuco adocchiava delle cose appetitose, dei torsoli di frutta o di cavolo. Ma la corda era troppo corta e non poteva arrivarci; ed il padrone gli legava il muso in un sacco di fieno ispido come paglia: doveva mangiar quello; mangiarlo col muso legato per non distrarsi. Intanto tutti i monelli che passavano gli tiravano la coda: ci si attaccavano per dondolarsi, abbandonandosi a quell’appoggio con tutto il loro peso. Il povero ciuchino scuoteva la testa.

Avevo preso a cuore quell’essere umano e quella bestia che morivano lentamente, ogni giorno un poco, per la crudeltà degli uomini.

Una mattina di febbraio mi alzai ed apersi le imposte un po’ più presto del solito. Il ciuchino era solo al suo posto: ma non aveva il muso legato nel sacco: era troppo malato. Aveva un largo tumore in fondo al dorso sopra la coda, e teneva, le orecchie basse, e tratto tratto rabbrividiva tutto. Pioveva da tutto il giorno innanzi, da tutta la notte: una pioggia fitta, incessante, diaccia. Il cielo era grigio come di piombo, l’aria rigida, un fanghiccio nerognolo copriva il cortile e la pioggia cadeva, cadeva.

La botte di Pietro entrò, tutta lucente dalla lunga lavatura. Il padrone ed il cavallo erano coperti da un cencio di lana inzuppato. Pietro era vestito co’ soliti abiti: stava tutto raggrinchiato, come se volesse farsi entrare le gambe e le braccia nel torso per riscaldarle. Si lasciò cadere dal carro tutto d’un pezzo, e rimase là tremando e scotendosi, colla facciona gialla così grossa che pareva ingrassato.

Il padrone gli buttò contro il secchio, e lo spinse verso l’uscio dell’osteria gridandogli:

—Muoviti, fannullone!

Rabbrividì lungamente dondolando il capo, poi s’avviò strisciando i piedi nel fango o col dorso curvato, mentre il padrone gli veniva dietro borbottando:

—E dire che ha sedici anni! Ho avuto fortuna con costui!

Quella mattina Pietro immergeva più lungamente il braccio nella rigovernatura fumante. Quel calore gli faceva bene. Ma era lento, lento: penava a muoversi, e le vene della fronte erano turgide come se stessero per iscoppiare. Nel terzo secchio trovò un pezzo di costoletta, e s’affrettò a cavar fuori la pezzuola umida ed a rinvoltarcelo dentro: ma non fece in tempo a portarlo sotto il sedile: udì la voce del padrone che veniva fuori coll’ortolano e ricacciò la pezzuola e tutto nello sparato della camicia. I due uomini s’accostarono al ciuco, ed esaminarono il tumore. I monelli, a forza di tirargli la coda, l’avevano ridotto in quello stato.

—Non mi riesce di farlo suppurare per quanti impiastri ci metta, disse l’ortolano impensierito dalla paura di perdere la bestia.

—Bisogna tagliarlo, suggerì l’allevatore di maiali.

—Sie? Chiamare il veterinario, che mi prenderà due lire!

—È sempre meglio che condurlo alla scuola dei veterinari, dove, invece di curarle, le bestie malate le fanno morire con un’acquetta, per guardarci dentro e studiare le malattie.

L’ortolano rimaneva impaurito dinanzi a quest’alternativa, e l’altro riprese:

—Del resto si può fare anche senza del veterinario. Se aveste un temperino….

Il padrone del ciuco entrò nell’osteria, e ne uscì con un cameriere in abito nero e sparato bianco, che pareva un signore. Aveva anche un temperino in mano, e sorrideva di quei due villani, e dell’asino, e del male, e di tutto.

—Dov’è che si deve fare questa grande operazione? domandò con aria di sprezzo, accostandosi al ciuco ed arricciando il naso, perchè la botola delle spazzature aperta mandava un puzzo atroce.

I due contadini, un guattero, un carbonaio, alcuni garzoni delle botteghe vicine, gli si fecero intorno curiosi.

—Ma piove, gridò il cameriere; non sentite che la pioggia bagna? E diede uno spintone all’asino per cacciarlo più contro il muro e mettersi lui al riparo sotto la grondaia mentre lo operava. Gli altri non badavano a quella pioggerella minuta, e strinsero il cerchio per veder a tagliare e ad uscire il sangue.

Pietro pure voleva vedere, e cercò di farsi posto; ma il suo padrone lo cacciò via. Egli si mise a strascicarsi intorno, tentando di rizzarsi sulle spalle degli altri; ma tutti lo respingevano, ed era troppo piccolo per vedere stando dietro. Allora s’affrettò, inciampando e dondolando, fino al suo carro, e salì in piedi a cassetto. Era un po’ lontano, ma era alto, e di là vedeva tutto. Fremeva d’impazienza e di curiosità. Allungava il collo, protendeva la testa enorme, e la sua facciona gialla, più gialla del solito, quasi livida, sembrava animarsi in quell’eccitazione dell’aspettativa feroce. Fissava gli occhi iniettati e lucenti sulle mani del cameriere, sul dorso gonfio dell’asino, come assetato di sangue, come se dovessero cavarlo alla bestia per darlo da bere a lui.

Rideva di un riso muto, colla bocca aperta e le labbra tese sui denti grigi; rideva da far paura.

Il bel cameriere immerse il temperino nella pelle tumefatta, e lo spinse forte innanzi, aprendo un largo taglio. Il sangue sprizzò, si stese, fece una larga macchia rosseggiante sul dorso della povera bestia, che tremò tutta ed alzò prodigiosamente il capo in uno spasimo silenzioso. Alla vista del sangue il pellagroso, dall’alto del carro, lasciò sfuggire una risata rauca e stonata, una risata da briaco o da pazzo. Poi sciolse frettoloso la sua pezzuola bagnata, e morse avidamente il pezzo di costoletta.

Filet de boeuf al madera! Servito! gli gridò sghignazzando un guattero che usciva dall’osteria. Pietro alzò i pugni; ma l’altro tornò a dire: «Ecco il madera!» E gli scaraventò nel viso un rimasuglio di rigovernatura rimasta nel secchio.

Il pellagroso rivolse a lui la faccia grondante di quel luridume, coi denti stretti, ed i pugni serrati e tremanti in atto minaccioso. Il guattero continuò a ridere, ed a contraffarlo; e Pietro più rabbiosamente gli scoteva contro i pugni irrigiditi, e si faceva più rosso negli occhi e più livido nel viso. Poi cominciò a ridere, a ridere forte con un suono opprimente di rantolo; e ad un tratto, coi pugni alti e senza cessar di ridere, parve che si spingesse innanzi come se si avventasse contro il guattero, e piombò dal carro.

Tutti gli corsero curiosamente intorno, abbandonando il ciuco che era stato medicato e non divertiva più, Pietro si dibatteva ed ululava sommesso, e dalla bocca gli usciva una schiuma bianca.

—È il brutto male, disse l’ortolano dal ciuco.

—È l’epilessia, corresse il cameriere elegante, ripulendo il temperino nel grembiule del guattero.

—No; è la pellagra, disse il padrone di Pietro. Mi fa spesso questa scena. Ora mi toccherà di metterlo sul carro come un morto, e per tutto il giorno non lavorerà più.

E mentre, coll’aiuto dell’ortolano e del carbonaio, lo sollevava con mal garbo, andava borbottando:

—E dire che ha sedici anni! Un bell’affare che ho fatto a pigliarmi questo mangiapane!

Intanto l’asino, abbandonato a sè stesso, scosse lungamente il capo ed il dorso indolorito; poi adocchiò il mucchio di frutta mézze e di torsoli raccolti dal suo padrone sull’orlo della botola; allungò il collo, allungò il muso, si spinse tutto innanzi tendendo la corda, che scricchiolò sull’anello e parve vicina a spezzarsi, fiutò lungamente, sfiorò col muso la provvista appetitosa, e riuscì ad afferrare colla punta delle labbra un torso di cavolo.

Guardò il carro della rigovernatura che usciva lento e cigolando dal cortile, ed a piedi del sedile, raggomitolato come un cencio, il solo ragazzo che non gli aveva mai fatto alcun male, che non gli aveva mai tirata la coda. Scosse le orecchie, poi addentò beatamente quel torsolo bianco e succoso, vero cibo da ciuco malato, che non gli sarebbe toccato di certo, se quel ragazzo, cadendo dal carro, non avesse fatto accorrere l’ortolano lontano da’ suoi averi. E, se mai gli asini pensano, dovette pensare che la provvidenza è grande.

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