Matilde Serao – Addio, Amore!

PARTE PRIMA

I.

Lunga distesa, immobile sotto la bianca coltre del letto, con le braccia prosciolte e le mani aperte, con la bruna testa inclinata sopra una spalla, con un soffio impercettibile di respiro, Anna pareva dormisse da due ore, immersa nel profondo abbandono del sonno giovanile. Sua sorella Laura, che dormiva in un secondo candido lettino da fanciulla, all’altro capo della vasta stanza, aveva quella sera molto prolungata la sua solita lettura notturna, con cui sfuggiva alla conversazione ultima della giornata, fra sorelle. Ma appena l’ombra della lunga e fredda notte d’inverno aveva avvolto le cose e le persone nella camera delle due fanciulle, Anna aveva schiuso gli occhi e li teneva fissi, sbarrati sul letto di Laura, il cui biancore appariva confusamente, anche nell’oscurità. Anna non dormiva. Non osava fare un movimento, non sospirava neppure; il suo corpo pareva quello di una statua e la sua vita era tutta nello sguardo, che cercava acutamente di penetrare tutto il segreto delle tenebre, volendo vedere se realmente sua sorella Laura dormisse. L’ora della notte che si avanzava rendeva sempre più gelida la stanza: Anna non aveva freddo. Da che il lume si era spento, una fiamma le era salita dal cuore al cervello, le si era diffusa per tutto il sangue, bruciandole le vene, accrescendone il palpito, bruciandole la carne, aumentando a dismisura le pulsazioni delle arterie, tanto che ella non poteva più seguirne, mentalmente, il precipitato movimento. Simile ai colpiti da una forte febbre, ella si sentiva bruciare, e le labbra si disseccavano all’alito caldo che passava, e intorno al capo, sul guanciale, ella sentiva il calore diffuso della sua testa che bruciava: e l’aria glaciale che le penetrava nei polmoni non ispegneva quella fiamma, non arrivava a vincere il tumultuoso irrompere del vivido sangue giovanile dal cuore al cervello. Spesso, per sollevarsi, avrebbe voluto emettere uno di quei sospiri che sono anche un grido, che sono anche un lamento, ma il timore di svegliare Laura le faceva soffocare anche i sospiri. Non soffriva di quella grande fiamma che le batteva alle tempia e ai polsi, che le faceva palpitare disordinatamente il cuore: soffriva di non poter sapere, certamente, se sua sorella dormisse. Uno spiraglio fra le imposte era stato lasciato da lei, apposta: ma vi entrava un bagliore così smorto, che non si diffondeva. Pensò di muoversi, facendo scricchiolare il letto, per udire se poi si muovesse Laura nel suo, destata; ma il terrore di dover prolungare la sua aspettazione, la immobilizzò, quasi che mille vincoli le annodassero le membra. Non poteva più neppure misurare l’ora, poichè non aveva prestato orecchio all’orologio del loro salottino, che si udiva anche nella loro stanza: e le parevano anni che durasse quell’attesa, le parevano anni che la bruciasse quel calore inebbriante, le parevano anni che stesse lì, con gli ardenti occhi spalancati sull’ombra. E un triste pensiero le attraversò la mente, che fosse trascorsa l’ora detta. Forse era trascorsa, nella immobilità, nel silenzio, ed ella stessa che l’aspettava febbrilmente, l’aveva lasciata fuggire. Ma fiocamente ammortito dalla lontananza e dalle porte chiuse, udì suonare l’orologio. Era l’ora detta.
Allora, con una cautela paurosa, che ad ogni piccolo moto le procurava un palpito più violento, con una lentezza di mosse da sonnambula, fremendo a ogni stridore del suo letto, fermandosi ed attendendo, buttandosi indietro, sgomenta, ella si levò a sedere e poi scivolò fuori del letto. Quel biancore confuso in cui dormiva sua sorella l’affascinava sempre: e teneva il capo rivolto da quella parte, mentre le mani cercavano le calze, le scarpe, i vestiti. Tutto era lì, vicino, messo appositamente vicino, ma ogni difficoltà vinta per vestirsi, senza fare nessunissimo rumore, rappresentava un compendio di precauzioni, di pause, di paurosi intervalli d’immobilità. Quando finalmente ebbe indossato il vestito di lana bianca, si vide, nell’ombra.
– Forse Laura mi vede – pensò, tremando.
Ma aveva anche preparato un grande e pesante sciallo di lana nera, e se lo tirò dalle spalle sul capo, lo lasciò cadere fin giù ai piedi come un mantello, e il confuso candore del suo abito sparve. Pure, aveva eseguito il miracolo di vestirsi, stando ferma accanto al letto: non aveva osato fare un passo innanzi, era certa che Laura si sarebbe svegliata. Le pareva che l’avessero inchiodata sul tappeto, innanzi al letto: non avrebbe potuto levare un piede, ne era sicura.
– Un po’ di forza, Signore – pregò fra sè, impetuosamente, nell’ardore della sua passione.
Camminò, scivolando, come un fantasma, fatto di inafferrabile nebbia, radente il tappeto. Alla metà della stanza, presa da un impulso di audacia, due parole le uscirono, basse, dalle labbra:
– Laura, Laura… – chiamò, tendendo l’orecchio, acuendo lo sguardo.
Niente, laggiù. La prova suprema era fatta. Fece un gesto, buttandosi alle spalle tutti i timori, e quasi conoscesse in quelle tenebre perfettamente il suo cammino, arrivò alla porta che aveva lasciata socchiusa, e passò nel salottino, sospirando liberamente. Per non far cadere lo sciallo, lo teneva convulsamente stretto al collo con una mano, e con l’altra brancolava innanzi a sè, poichè nel salottino era facile inciampare in qualche mobile; era pieno di tavolinetti, di mensole, di poltrone: teneva bene aperti gli occhi, innanzi a sè, camminando piano. Battè contro lo stipite della porta, fra il salotto e il salone, e si fermò, stordita dal colpo preso nella fronte, appoggiata al legno, con le orecchie che le tintinnavano:
– Madonna mia, Madonna mia – diceva fra sè, angosciata.
Passando, sfiorò la stanza dove riposava la loro istitutrice, Stella Martini; ma la povera e buona donna era di sonno duro, ella lo sapeva; e si fidava così di lei, Stella Martini, che era doloroso ingannarla. Ma tante altre cose più dolorose faceva ella, Anna, attraversando di notte quella sua casa tranquilla, tremando finanche di esser sorpresa da un servo, raccomandandosi, empiamente sì, ma raccomandandosi, a Dio! Il colpo dato contro la porta, e l’orgasmo della sua febbre le avevano turbata la mente: quando arrivò alla stanza da pranzo, le parve di aver attraversato cento stanze, cento appartamenti, una interminabile, favolosa fuga di stanze e di appartamenti. E quando aprì la porticina inferiore che, per mezzo di una scaletta nel muro, portava sulla terrazza, ella divampò di nuovo, anelando, salendo prestamente malgrado l’oscurità, non curandosi più di far rumore, schiudendo d’impeto la porticina superiore che dava sulla terrazza, correndo sul terreno, solcato da nere strisce di asfalto, fra l’aria gelida della notte che le schiaffeggiò le guance e la fronte, nel gran gelo invernale, sotto un cielo nero. Corse, giunse a un muretto divisorio poco alto, e tendendo le braccia verso la terrazza accanto, disperatamente, chiamò:
– Giustino, Giustino!
Subito un’ombra di uomo apparve sull’altra terrazza, si appressò, si fermò al muretto di divisione: una voce tenera rispose:
– Eccomi, Anna.
Ma ella, prendendolo per mano, attirandolo a sè, lo invocò di nuovo:
– Vieni, vieni…
Egli saltò agevolmente il muretto: stavano accanto ora, nella grande oscurità della notte. Tutta chiusa nel suo mantello nero, senza parlare, Anna curvò il capo e scoppiò in singhiozzi.
– Che hai? che hai? – chiese lui, cercando di vederne la faccia, affannandosi.
Anna piangeva, senza rispondergli, con un singulto sordo che parea la soffocasse.
– Non piangere… non piangere… dimmi che hai… – mormorava lui teneramente, con una carezza compassionevole nelle parole e nella voce.
– Niente, niente… ho avuto paura… – singultava lei come una creaturina sgomenta.
– Cara, cara, cara – seguitava a mormorar lui, con una tenerezza piena di malinconia.
– Ah, io sono una poveretta… sono una poveretta, – disse lei, intendendo l’intonazione di pietà, facendo un atto di desolazione, ch’egli intravide nella bruna notte.
– Io ti voglio tanto bene – disse Giustino, a voce bassa, semplicemente.
– Ripeti – disse lei, cessando di piangere.
– Ti voglio tanto bene, Anna.
– Io ti adoro, anima mia diletta.
– Se mi vuoi bene, devi esser tranquilla…
– Ti adoro, creatura mia cara…
– Promettimi che non piangerai più così…
– Ti adoro; ti adoro; ti adoro – ripeteva ella monotonamente, con la voce fatta sorda dall’emozione.
Egli tacque: pareva non trovasse la parola più alta per corrispondere a quella commozione. Un vento freddissimo passò loro sul volto, attraverso l’ombra.
– Hai freddo? – chiese Giustino con una gentilezza fraterna.
– No: divampo – e gli stese la mano.
Infatti la piccola mano, fra quelle di Giustino, bruciava.
– È la passione – disse Anna.
Egli sollevò delicatamente la mano sottile alle sue labbra e vi depose un lieve bacio, sulle dita. Non erano dunque gli occhi di lei che scintillarono nella notte, umane stelle di passione?
– La passione mi consuma – seguitò lei, quasi parlasse a se stessa. – Io non sento nè il freddo, nè la notte, nè il pericolo, nè nulla. Non sento che te, non voglio che l’amor tuo, non voglio che vivere con te, sempre, sino alla morte, e di là anche, sempre con te, intendi, sempre…
– Ahimè… – disse lui, sottovoce, con un rimpianto profondo.
– Che hai detto? – gridò Anna, scuotendosi.
– È un lamento, cara: un lamento, sopra il nostro sogno.
– Non parlare così, non dirmi questo! – esclamò ella, disperata.
– Perchè non vuoi lasciarmelo dire? Il dolce sogno, Anna, che abbiamo fatto insieme, si va dileguando, ogni giorno. Non vogliono che viviamo insieme.
– Chi non vuole?
– Colui che dispone di te, Cesare Dias.
– Tu l’hai visto?
– Oggi.
– E non vuole?
– No, non vuole.
– Perchè non vuole?
– Perchè tu hai danaro e io no: perchè tu sei nobile e io no.
– Ma io ti adoro, Giustino!
– Questo, al tuo tutore importa poco.
– È un uomo cattivo…
– È un uomo – diss’egli, brevemente.
– Ma è una crudeltà, quella che egli commette! – gridò ella, levando le braccia al cielo.
Giustino tacque.
– Che gli hai risposto? Che cosa hai ribattuto? Non hai ripetuto, ancora una volta, che mi vuoi bene, che ti adoro, che morremo, se ci dividono? Non hai descritta la nostra disperazione?
– Era inutile – disse Giustino, malinconicamente.
– Oh Dio, oh Dio, e non hai difeso l’amor nostro, la nostra felicità? non hai gridato, non hai pianto, non hai tentato di scuotere quel cuore arido? Ma che uomo sei, ma che cuore hai tu stesso, che lasci sentenziare così la nostra morte? Oh Signore, Signore, che uomo ho amato io, dunque?
– Anna, Anna… – disse lui con dolcezza.
– Perchè non hai reagito, perchè non ti sei ribellato? Sei giovane, hai coraggio; perchè Cesare Dias, che è quasi vecchio, che è un glaciale calcolatore, ti ha fatto paura?
– Perchè Cesare Dias aveva ragione, Anna – concluse lui, quietamente.
– Ah sacrilego, sacrilego bestemmiatore dell’amore! – disse Anna, arretrandosi, colpita da un movimento di orrore.
Nell’oblio della sua disperazione, ella aveva lasciato andare lo sciallo, che dalla testa le era scivolato sulle spalle, poi le era caduto ai piedi, senza che ella se ne accorgesse. Adesso ella si ergeva innanzi a lui, vestita di bianco, nell’ombra, come un desolato fantasma, che l’umano dolore fa vagabondare sulla terra, fra uno strazio che non avrà mai fine. E sebbene egli avesse preveduto quello scoppio selvaggio e clamoroso di dolore, sebbene egli avesse tratto dall’istesso suo mite, segreto e profondo dolore, una forza grande per affrontare quell’ultimo colloquio, pure lo strazio dell’unica donna che aveva amata, lo struggeva in tutto il suo disperato coraggio.
– Cesare Dias aveva ragione, Anna mia. Io non posso sposarti, sono un povero giovane senza quattrini.
– L’amore è più forte dei danari.
– Sono un borghese: non ho un titolo da darti.
– L’amore è più forte di un titolo.
– Tutto si oppone al nostro amore, Anna.
– L’amore è più forte di tutto, anche della morte – ribattè Anna, per la terza volta, con la monotona fissità che dà un unico sentimento.
Fu un silenzio lungo, dopo questa sentenza della passione. Ma egli sentiva di dover andare sino in fondo: vedeva il suo dovere, e soffocava i suoi fremiti.
– Anna mia, pensa bene. Le nostre anime erano fatte per vivere insieme, ma le nostre persone si trovano in condizioni così diverse, divise da tante cose, tanto lontane, che nessun miracolo arriverà a riunirle. Tu mi accusi di rinnegare il nostro amore, che è la nostra forza: ma è anche degno di noi vincere noi stessi in questa lotta. Anna, Anna, sono io che perdo tutto! – e la voce gli tremò – e pure ti consiglio a dimenticare questa folle ebbrezza giovanile. Tu sei giovane, sei bella, sei ricca, sei nobile, e mi ami, e ti debbo dire: dimentica, dimentica! Misura quanto è grande questo sacrificio, e vedi se non è da noi, che siamo due buone creature, di compirlo coraggiosamente. Anna, tu sarai amata, meglio, da miglior cuore; tu meriti il più puro e il più nobile affetto, tu non sarai a lungo infelice; va, la vita è ancora bella per te: piangerai, sì, soffrirai, perchè mi vuoi bene, perchè sei una cara creatura amorosa, ma dopo, dopo, troverai la tua bella via fiorita e larga. Sono io quello che non troverò più, che smarrirò la luce del mio intelletto, il sangue vivo del mio cuore: ma che importa di me? Tu dimenticherai, Anna.
Anna, immobile, ascoltava: non proferì verbo. Egli, che aveva detto assai più di quanto soleva nella semplice sua manifestazione affettuosa, affannava un poco, tremando.
– Parla – interrogò lui, ansioso.
– Non posso dimenticare – rispose fievolmente Anna.
– Prova, fa un tentativo, cerchiamo di non vederci.
– No, no, è inutile – replicò ella, con la voce che le moriva sulle labbra.
– E che vuoi fare?
– Non so, non so… – e pareva smarrita.
La improvvisa, crescente debolezza dell’appassionata fanciulla sotto il peso di quella fatalità, sgomentò Giustino più delle sue clamorose collere, e un novello impeto di compassione amorosa lo assalì. Le prese le mani; adesso erano fredde, come se tutto il gelo di quella nottata invernale fosse ormai giunto a vincere la vampa dell’amore, che le bruciava il sangue. Egli si appoggiò le due manine sul petto, teneramente.
– Che hai?
Ella non rispose: quasi mancandole le forze, abbassò la testa sul petto di lui, appoggiando la fronte sulle manine congiunte. Giustino le accarezzò i bruni e ricci capelli, con un moto fugace; appena appena se egli avvertiva l’anelare del suo respiro.
– Anna, che hai? – le chiese, fremendo per mille sensazioni.
– Ho, che non mi ami.
– Come puoi dubitare?
– Se mi amassi – cominciò ella a dire, pianamente, tenendo sempre la testa bruna appoggiata sul suo petto – non mi proporresti di separarci; se mi amassi non penseresti possibile questa separazione; se mi amassi, ti parrebbe di morire dovendo dimenticare ed essere dimenticato. Giustino, tu non mi ami.
– Anna, Anna!
– Giudico da me – continuò ella, pianissimo. – Sono una debole donna, eppure resisto, lotto e vincerei, sì, vincerei, se tu mi amassi…
– Anna!
– Ah non chiamarmi, non chiamarmi; tutta questa tenerezza a che serve? essa è buona, essa è saggia, essa è confortante, ma è tenerezza, non è amore; ma tu puoi pensare, riflettere, giudicare: non è amore questo; tu parli di dovere, di dignità a chi ti adora, a chi non vede altro che te nel mondo; io non so nulla di questo: ti amo, non so niente; e ora soltanto ho inteso che il tuo non è amore. Taci. Non ti capisco: non puoi capirmi. Addio, amore.
Ella si volle staccare da lui, per andarsene. Giustino, disperato, la trattenne: ella si abbandonò di nuovo, come se non avesse altro appoggio; come se quello fosse stato l’ultimo suo rifugio.
– Che vuoi fare? – egli chiese, sentendo vacillare sotto i suoi piedi la terra, sentendo abbassarsi sopra il suo capo il cielo.
– Se non posso viver teco, debbo morire – rispose ella, quietamente, con gli occhi chiusi, quasi aspettasse così la morte.
– Non parlate di morte, Anna, non aumentare il mio rimorso. Sono io che ti ho turbato l’esistenza…
– Non importa.
– Sono io che ho messo il dolore nella tua lieta giovinezza…
– Non importa.
– Sono io, che ti rendo ribelle a Cesare Dias, a tua sorella Laura, alla volontà dei tuoi parenti, di tutti i tuoi amici.
– Non importa.
– Sono io, infine, che ti strappo al tuo sonno, che t’induco a mille pericoli… pensa se ci scoprissero, qui… saresti perduta.
– Non importa: conducimi via.
E Giustino vide, malgrado l’ombra, brillare fosforicamente gli occhi innamorati di Anna. Egli tremava di sgomento, di tenerezza, innanzi a quel drammatico amore che si portava via l’animo suo, semplice e retto: e gli pareva di trovarsi innanzi a un sentimento troppo di lui più grande, colpito da una morale incapacità a misurarlo tutto, a contenerlo tutto, a esprimerlo tutto.
– Se mi amassi, mi porteresti via – sospirò lei.
– Ma dove?
– In qualunque paese. Tu sei la mia patria.
– Fuggire, una fanciulla onorata! Fuggire come una avventuriera?
– L’amore assolve.
– Io ti assolverei; non gli altri.
– La mia famiglia sei tu: portami via.
– Anna, Anna, dove troveremo ricovero? senza risorse, senz’amici, avendo commesso un grave errore, la nostra vita sarebbe infelicissima.
– No, no, no; portami via. Avremo poco tempo da patire, fino a che io possa avere la mia fortuna. Portami via.
– E io sarei accusato di speculazione! No, no, Anna, non è possibile, non sopporterei tale vergogna!
Ella si staccò da lui e lo respinse indietro, con un moto d’orrore.
– Come? – disse lei con voce affannata – come, tu avresti vergogna? Della tua vergogna ti preoccupi? E la mia? Onorata, stimata, amata, io non curo questo onore, quest’affetto, e preferisco perdere tutto il rispetto della gente e l’amore dei miei parenti: e tu pensi a te? Io avrei potuto scegliere fra una pleiade di giovani uomini, del mio ceto, del mio stato, e ho voluto scegliere te, perchè sei intelligente, onesto e buono, affrontando il disprezzo degli sciocchi e dei cattivi, che pure ha il suo peso, perchè gli sciocchi e i cattivi sono molti: e tu ti vergogni di quello che diranno di te? Io ti vengo dietro come una povera pazza, e inganno tutti, e non vi è parola mia che non sia menzogna, e sono qui, avendo abbandonato la mia stanza, durante il sonno di mia sorella, sono fuori della mia casa, di notte, insieme con te, tanto che se un servo mi scopre, può dire che sono l’ultima delle ultime: e tu pensi alla speculazione, pensi a quello che dirà il mondo di te? Oh come siete forti, voi uomini, come conoscete la vostra via, come vi camminate diritti, senza rispondere alle voci che vi chiamano, senza sentirvi ai panni le mani che vogliono fermarvi; niente, niente, niente! Voi siete uomini e avete l’onore da vigilare, la dignità da conservare, la reputazione delicata da salvaguardare; avete ragione: è così, noi siamo folli che buttiamo via l’onore e la dignità per amarvi, povere creature folli del loro cuore!
Giustino non aveva tentato di protestare a nessuna delle frasi violente, che essa gli gettava al volto: ma ognuna di quelle frasi fischianti d’ira, scoppianti di dolorosa collera, lo sbalzava da una emozione all’altra, ora intenerito, ora impaurito, sempre commosso da quella voce, da quel calore di passione. Adesso l’incendio che egli imprudentemente aveva acceso, abbruciava tutto il bell’edificio semplice e sicuro del suo sogno, e intorno a sè egli non vedeva che crollanti, fumanti mine. L’amore di Anna lo riempiva di felicità, ma gl’incuteva rispetto e timore, come le cose che non sappiamo limitare e di cui ignoriamo la misteriosa forza. Ma, nella rettitudine del suo cuore, egli intese che essa aveva ragione e che bisognava lasciarsi morire, sotto il crollo del proprio sogno. Allora si avanzò verso lei, le s’inginocchiò innanzi – era la prima volta che lo faceva – e le disse semplicemente:
– Perdonami. Partiamo, andiamo via.
Ella gli appoggiò la mano sottile sui capelli, in una carezza materna; ed egli la udì pronunziare, sottovoce, con uno strazio infinito:
– Oh Dio!
Ambedue intesero che la loro vita era decisa, che avevano giuocato il gran dado della loro esistenza. Un pensiero li tenne silenziosi per qualche tempo: egli si era sollevato e allontanato da lei, passandosi la mano sulla fronte che bruciava, poichè la stessa vampa che infiammava il sangue di Anna, gli si era comunicata. Pareva che non avessero più nulla da dirsi, ora che avevano stabilito di fuggire insieme. La gravità di questa suprema risoluzione li teneva muti, immobili, sotto il pondo della fatalità che li schiacciava. Non si odiavano, certo; ma anche il loro amore era passato in seconda linea, rincantucciato in un angolo del cuore, ora che la gran catastrofe inevitabile già li avvolgeva. E con quella forza di rimbalzo che ella aveva in sè, uno dei tesori preziosi della sua bollente anima, ella fu la prima a spezzare quel tragico minuto, lungo, di silenzio.
– Ascolta, Giustino – ella disse. – Prima di fuggire, lascia che io tenti un’ultima via. Tu hai parlato a Cesare Dias, gli hai detto che mi vuoi bene, che io ti adoro, ma egli non ti avrà creduto…
– Infatti, egli sorrise di scherno.
– È un uomo che ha molto vissuto, è stato molto amato, ha molto amato, e di tutto ciò non gli resta nulla: è un essere glaciale e solitario, che non parla mai del suo scetticismo, ma che non crede; è una creatura miserabile ed arida, inaridita forse. Sento che mi disprezza come un cuore folle, come una mente esaltata, mentre lui, a me, fa pietà, come mi fanno pietà tutti quelli che non possiedono l’amore. Pure… parlerò a Cesare Dias. La verità mi sgorgherà dall’animo con tanto impeto, che egli mi crederà. Tutto gli dirò: malgrado i suoi quarant’anni, malgrado la corruzione del suo spirito, malgrado tutta la sdegnosa sua ironia, l’amor vero troverà la parola convincente: egli darà il suo consenso.
– Non potresti prima convincere tua sorella? Avresti un’alleata affettuosa… – disse lui, dubbioso, intendendo quanto fosse lontana la realtà dalle speranze di Anna.
– Mia sorella è peggiore di Cesare Dias – rispose ella, con un lieve tremito nella voce. – Non mi confiderò mai con lei.
– Hai paura?
– Ti prego di non parlarmi di lei, te ne prego – disse ella sordamente – è un discorso che mi fa male.
– Pure…
– Ti dico di no. Laura non sa, non deve sapere, guai se sapesse! Preferisco mille volte parlare a lui: egli si deve ricordare del passato, ma Laura non ha nessun passato, non ha niente, è un’anima morta. Parlerò con lui, mi crederà.
– E se non ti crede?
– Mi crederà.
– Anna, Anna, se non ti crede?
– Allora, fuggiremo. Ma debbo fare questo estremo tentativo. Dio mi darà la forza che ebbero gli Apostoli. Dopo… ti scriverò per dirti tutto. Non posso venire più qui: è troppo pericoloso. Se mi scoprono, tutto fallisce. Ti scriverò. Soltanto tu regola le tue cose, come se fossi in punto di morte, come se dovessi abbandonare questo paese, per non tornarvi mai più, mai più. Sii sempre pronto.
– Sarò sempre pronto – diss’egli con una lieve malinconia nella voce.
– Senza incertezza?
– Senza incertezza – replicò lui.
– Senza rimpiangere nulla?
– Senza rimpiangere nulla – e la voce gli morì sulle labbra.
– Grazie: tu mi ami. Saremo tanto felici, vedrai, felici più di ogni regal coppia sulla terra!
– Tanto felici! – mormorò sottovoce Giustino, eco fedele, ma triste.
– E così Dio ci assista – concluse essa fervidamente, stendendogli la mano per salutarlo.
Egli prese quella mano: e nella stretta vi fu un tacito giuramento; la mano dice queste cose. Ma era un giuramento di amici, di fratelli; semplice e austero.
Ella si allontanò lentamente, quasi stanca; egli restò ad aspettare, prima d’intraprendere le due o tre scalate, per ritornare sulla terrazza della sua casa. Solo quando ebbe atteso dieci minuti, senza udire nessun nuovo rumore, nessuna nuova chiamata, egli credette di andarsene, sicuro che Anna fosse ritornata alla sua stanza, senza aver incontrato nessuno. Rientrando nella sua casa egli era triste e fiacco, senza idee e senza volontà; e vi si addormentò, di un sonno profondo. Anche lei, scendendo la scaletta che dalla terrazza portava alla stanza da pranzo, si sentì spossata, vinta dalla grave crisi morale che attraversava; una immensa debolezza la curvava, e trascinava i passi per la casa buia, attraverso le stanze, senza aver più nè la nozione del tempo, nè quella dello spazio, non provando neppure più il terrore di esser sorpresa, morta a tutte le sensazioni. Ma giunta nel salottino attiguo alla stanza da letto, uno spettacolo improvviso, imprevisto, le ridiede tutte le forze, gittandola a un tremore invincibile: dalla porta socchiusa ella vedeva, sì, vedeva della luce, nella loro camera, era acceso il lume, Laura era svegliata, Laura aveva visto il suo letto vuoto, Laura l’aspettava, col lume acceso! E nella follia che le saliva dal cuore al cervello, ella pensò, sperando:
– Forse muoio…
Ma un minuto passò, ed ella si trovò sempre lì, inchiodata in mezzo al salotto, affascinata da quella luce; la testa le girava, un ronzìo le mordeva le orecchie…
– Potessi morire, potessi morire! – pensò.
Quanto tempo stette lì? Chi sa! Sperava, almeno, che, tranquilla come era Laura, a un certo punto si sarebbe alzata, andando in cerca di lei, o avrebbe tranquillamente smorzato il lume. Almeno avesse potuto rientrare all’oscuro, senza esser costretta ad arrossire innanzi a sua sorella! Un po’ di ombra, alla vergogna del suo inganno! Ma il lume restava acceso e tendendo l’orecchio ella udì un fruscio di foglio voltato; Laura leggeva. Così placidamente dunque ella leggeva, Laura, quando sua sorella era sparita, andando a mettere nelle mani di un estraneo, di uno sconosciuto la sua vita? Ah, forse Laura, inconscia, non sospettava nulla, ed era meglio affrontare coraggiosamente il suo aspetto. E d’un tratto, con l’impeto del suo generoso temperamento, aprì la porta ed entrò, e guardò Laura. La bellissima fanciulla, dai capelli biondo-fulvi e crespi sulla fronte, dall’ovale roseo purissimo, dai bigi occhi metallici, dalla piccola e fiera bocca, era seduta sul letto e leggeva quietamente. Quando vide avanzarsi sua sorella, col mantello nero pendente sul candido abito, coi capelli bruni mezzo disciolti sul collo, col viso smorto, Laura la guardò con tale un’occhiata ironica e disprezzante; un tale sorriso d’ironia e di sprezzo le contrasse le labbra, che la povera Anna, tremando come una foglia, perduta, folle di scorno e di pentimento, cadde in ginocchio in mezzo alla stanza, stendendo le braccia a sua sorella, piangendo, singhiozzando, gridando:
– Perdonami, per carità, Laura, perdonami! Laura, Laura, Laura!…
Ma la tacita fanciulla dal nobile e niveo volto verginale non ruppe il suo silenzio, non cambiò di colore, non cessò di sorridere alteramente, come se tutto l’umano fango dell’amore non giungesse a macchiare la candida stola del suo cuore glaciale, come se ella non potesse perdonare, mai. E in terra, abbandonata sulle braccia, nella infinita angoscia, Anna piangeva lamentandosi sottovoce, senza che il suo pianto arrivasse a strappare un cenno di pietà a sua sorella. Nell’alba invernale, come un mucchio di cenci bianchi, Anna si doleva ancora: sua sorella, abbandonato placidamente il biondo capo sul guanciale, dormiva, in un’alta serenità glaciale.

II.

La lettera diceva così: “Carissimo amore, ho affrontato anche io Cesare Dias. Quale uomo! La sola sua presenza mi gela e basta che egli mi guardi coi suoi chiarissimi occhi azzurri, perchè la voce mi muoia sulle labbra; il suo silenzio ha per me qualche cosa di pauroso, e quando discorre, la sua voce incisiva mi ferisce, prima per il tono, poi per le dure parole che pronunzia. Pure, ho avuto l’audacia di parlargli del mio matrimonio, stamane, quando è venuto per la consueta visita; gli ho chiesto un breve colloquio, senza tremare, sebbene da tanti giorni la sua fredda cortesia di tutore abbia una tinta ironica, sprezzante. Laura era presente, taciturna, con la sua aria distratta, e ha fatto una lieve alzata di spalle, noncurante e sdegnosa; si è levata lentamente e se ne è andata, senza voltarsi, con quel suo passo lieve che pare appena sfiori la terra. Cesare Dias, seduto in una poltroncina, giuocando con una stecca di avorio, sorrideva senza guardarmi, e quel sorriso mi scomponeva le idee. Ma dovevo tentare, dovevo; lo avevo promesso a te, amore, a me stessa, e la vita mi era insopportabile, accanto a mia sorella che possedeva il mio segreto, che mi torturava col suo sogghigno di persona che non ha mai amato, che mi faceva fremere di vergogna e di spavento, quando pensavo che ella poteva narrarlo, il segreto di quella notte burrascosa. Cesare Dias sorrideva, fissando i bizzarri lavori della stecca giapponese, e sembrava non avesse nessuna premura di udir nulla da me. Ebbene, malgrado il mio turbamento, malgrado che mi trovassi in presenza di una persona che non amo e che non mi ama, malgrado l’abisso che divide il mio carattere da quello di Cesare Dias, io ho osato dirgli che ti adoravo, che volevo vivere e morire con te, che la mia fortuna sarebbe bastata alla nostra famiglia, che non avrei voluto e saputo sposar nessun altro che te, che infine, umilmente, devotamente, al parente più prossimo, all’amico più saggio, chiedevo di dare il consenso al mio matrimonio.
“Egli mi ha ascoltato, con gli occhi bassi, senza dar cenno d’interesse: solo, la stecca gli è restata immobile due o tre volte, fra le mani. Alla fine, ha detto seccamente: no. E allora ha avuto principio una scena atroce, in cui ho, volta a volta, tentato di pregare, di piangere, di ribellarmi, di proclamare la libertà del mio cuore, come avrei, fra poco tempo, proclamata la libertà della mia persona, e ho trovato sempre di fronte un cuore arido e duro, una volontà ostinata, e tutto un ragionamento perfido, falso, convenzionale, basato sul rispetto umano, sull’egoismo, sulla mancanza di sentimento. Cesare Dias ha negato il mio amore e il tuo; ha negato che esistano dei grandi amori, per cui si vive e si muore; ha negato che la passione sia indimenticabile; ha negato che non si possa vivere senza affetti profondi: il suo vocabolo è stato no, al principio del nostro colloquio, ha continuato a esser no, sempre no, facendomi le dimostrazioni più paradossali, più stravaganti e più ciniche; per convincermi che io m’illudeva, che noi c’illudevamo, e che era suo dovere opporsi a tale traviamento. Oh quanto ho pianto, come ho prostrato il mio spirito innanzi a quell’uomo che ragionava così freddamente, e come ora mi pento di essermi così umiliata! Mi rammento: quando la violenza della mia passione per te, amore, scoppiava in clamori, l’ho visto guardarmi con ammirazione di spettatore, come al teatro si ammira una scena drammatica e dopo si applaudisce l’attore che ha così bene recitato, fingendo la passione. Non mi credeva, e la collera mi ha due o tre volte fatto perdere il lume degli occhi, e sono giunta a minacciare di fare uno scandalo. – Lo scandalo ricade su chi lo fa, – ha detto lui, severamente, alzandosi per far cessare il colloquio.
“Se ne è andato: l’ho inteso, nel salotto, parlare quietamente con mia sorella Laura, quasi nulla fosse stato, quasi non mi avesse lasciato singhiozzando, quasi non mi udisse ancora disperarmi e invocare i nomi della Madonna e dei santi. Ma questa gente non ha viscere, e io sono circondata da persone che mi credono un’esaltata, una pazza.
“Amor mio, dolcissimo amore mio, eterno mio pensiero, è dunque deciso che dobbiamo fuggire. Bisogna fuggire, qui si muore, così. Tutto è meglio di questa casa che è una prigione: tutto è meglio della galera. Io non voglio più trascinare la catena. Sì, quello che fo, è così grave che mi sgomenta: la fanciulla che fugge di casa, secondo il comune giudizio degli uomini, si disonora, e malgrado la santità del matrimonio, dopo, non muore mai il sospetto. Sento che butto via tutta la mia vita, per un sogno d’amore. Ma anche il destino è stato così bizzarramente crudele pel mio cuore, dandomi una fortuna e togliendomi il padre, dandomi un cuore avvampante di affetto e isolandomi da tutti gli affetti, dandomi la più cara e insieme la più disamorata delle sorelle.
“Che posso io più sapere del giusto, dell’onesto, se le sacre voci dell’onestà e della giustizia non hanno accompagnato la mia adolescenza? Per chi debbo io sacrificarmi, giacchè coloro che mi amavano sono morti, e coloro che vivono non mi amano? Io ho bisogno di amore; l’ho trovato, mi attacco ad esso, non lo lascio più. Chi mi piangerà qui? Nessuno. Quali mani si stenderanno a richiamarmi? Quelle di nessuno. Che ricordi porto via? Niente di niente. Io sono una creatura solitaria e sconosciuta che fugge il paese glaciale del polo, in traccia di quel sole vivificante che è l’amore. Tu sei il sole, tu sei l’amore. Non mi giudicare male, io non sono simile alle altre fanciulle che hanno una casa, una famiglia, un nido: io sono invece una povera pellegrina senza tetto, senza ricovero, che cerca una casa, una famiglia, un nido. Io sarò la tua sposa, la tua amante, la tua serva, quello che tu vuoi, purchè io viva teco, sotto il tuo tetto, raccogliendo il capo stanco sul tuo petto: ti amo. Una vita intera nella santa atmosfera del tuo amore, mi farà perdonare questo errore, che commetto. Non mi perdonerà il mondo. Ma io sdegno le persone che non hanno saputo sacrificar tutto all’amore; e coloro che hanno amato mi compatiranno. Io non saprò più nulla, che il tuo amore non sia. Tu mi perdonerai, perchè mi vuoi bene.
“Dunque è deciso. Fra tre giorni da quello in cui riceverai la mia lettera, venerdì, lascia la tua casa, come se andassi a passeggiare, senza bagaglio, senza scialli, e fatti portare da una carrozza alla stazione. Ivi prenderai il treno Napoli-Salerno, che parte all’una precisa pomeridiana e arriva a Pompei alle due. Io non verrò alla stazione di Pompei, per non destare sospetti, ma starò girando per la città morta guardando le sue ruine: cercami dovunque, o piuttosto, no, vieni nella strada dei Sepolcri, accanto alla villa di Diomede, dinanzi a quella tomba di Nevoleia Tyche, una fanciulla pompeiana dolcissima, dice l’iscrizione. Ivi staremo sino al tramonto del sole e poi partiremo per Metaponto e per Brindisi, dove c’imbarcheremo per l’Oriente. Io ho del danaro: sai che Cesare Dias, per non avere noie, aveva lasciato nelle mie mani l’uso delle mie rendite, da due anni. Dopo… quando questi danari saranno finiti, ebbene, lavoreremo fino a che io abbia ventun anni. Hai dunque inteso? Non ti curare di come io potrò uscire di casa, andare alla stazione ed arrivare a Pompei senza farmi scoprire. È un mio piano semplice e audace che non posso comunicarti; debbo per forza eseguire quello e non un altro, perchè qualunque nostra riunione in Napoli ci esporrebbe a un grave rischio. Soli, partendo con treni diversi, perduti nella folla, come vuoi che ci scoprano? Ti meraviglia questa mia lucidezza di mente, questa calma, questa precisione? Sono venti giorni ch’io rifletto su questo piano, che non dormo di notte per istudiarne i particolari più minuti. Rammentati, rammentati: venerdì, alle dodici, partenza dalla tua casa; all’una, partenza dalla stazione; alle due e mezzo, convegno innanzi alla Tomba di Nevoleia Tyche; non dimenticare, per carità; se tu non dovessi arrivare all’ora detta, che farò, io sola, dentro Pompei, tormentandomi, morendo d’inquietudine?
“Dolcissimo amor mio, è questa l’ultima lettera mia che tu ricevi. Perchè, scrivendo queste parole, un senso di dolore mi vince e mi fa piegare il capo? La parola ultima è sempre triste, comunque si dica; e faccia Dio che io non debba rimpiangere questo tempo bello, anche nelle sue torture. Ma tu mi amerai sempre, anche lontani dalla patria, anche poveri, anche infelici? Tu non dirai che io ho voluto il tuo male? Tu proteggerai questa debole creatura esposta a tutte le miserie umane, forte soltanto del suo amore? Tu sei buono, sei onesto, sei leale; il tuo amore ha delicatezze fraterne, tu sarai ogni cosa, ogni persona per me, e il mondo, e Dio! Ah, io bestemmio, è vero, ma ti adoro, ma io non sento più che l’imperioso, il feroce desiderio di fuggire, di venire a te, di non separarmi mai più, di camminare con te, sino all’ultima ora! Bando alla mestizia: noi ci amiamo, la vita è nostra; infelici i cuori senz’amore e senza la speranza dell’amore! L’ultima lettera è questa, è vero: ma dopo incomincia il grande avvenire. Ricordati, ricordati dove ti aspetta – Anna”.
Giustino Morelli lesse due volte la lettera di Anna, lentamente, come se ne imparasse a mente le parole. Era solo nella sua piccola casa: imbruniva. Poi abbassò il capo sul petto ed era smorto in viso: si sentiva vinto e perduto. Vinto e perduto, lui: vinta e perduta, Anna.
. . . . . . . . . . . . .
In quell’ora mattinale la chiesa di santa Chiara, tutta candida di stucchi, tutta ricca di ori, smorti e nobili, co’ suoi marmi dolcemente bigiastri e con le sue miti pitture dall’alta volta, era quasi deserta: le vecchie devote erano sedute qua e là, strette nello sciallo di lana nera, e qualche donna del popolo, pregava inginocchiata, all’altare dell’Eterno Padre. Le due donne, Anna Acquaviva, e la sua damigella di compagnia, Stella Martini, eran sedute a metà della chiesa, cogli occhi abbassati sui loro libri di preci. Stella Martini aveva una di quelle facce scialbe e flosce di vecchie zitelle, che furono un tempo delicatamente graziose, e il cui fiore di bellezza si è appassito prima di trent’anni, che finiscono per rassomigliare a bambole vecchie, imbottite di cruschello, da cui il cruschello sia caduto; vestiva di nero e aveva un aspetto di rassegnata bontà, di pace spirituale. Anna indossava un abito di lana nera, con una giacchetta bigia all’inglese, e sui neri capelli raccolti strettamente sulla nuca da un grosso pettine di tartaruga bionda, posava un tocchetto nero, dall’ala grigia. Il pallor caldo del suo viso non aveva una goccia di sangue sotto la pelle, e ogni tanto ella si mordicchiava il labbro, nervosamente. Per molto tempo ella tenne il libro delle orazioni, aperto, senza voltare la pagina bianca: ma Stella Martini non se ne accorse; ella pregava fervidamente. A un certo punto, la fanciulla si levò:
– Io vado – disse, pur restando ferma, guardando la vôlta della chiesa.
– Non avete il velo? – chiese Stella Martini.
– No, vado così. Sto poco.
E con passo leggerissimo si allontanò verso l’alto della chiesa, sparendo in un confessionale, dalla parte opposta dove stava Stella Martini. Costei la seguì con lo sguardo; poi, pazientemente, abbassò il capo e si mise a recitare fra sè il rosario. Nel confessionale, il buon prete dei Verginisti, dal viso rotondo e roseo che avea conservato qualche cosa d’infantile nella vecchiaia, e dalla corona di capelli candidi, faceva le domande di rito, dolcemente, non meravigliandosi del tremore della voce che gli rispondeva, conoscendo bene il carattere della sua penitente, cercando di ricondurla ad una contemplazione pacifica dell’esistenza.
Ma Anna Acquaviva quel giorno rispondeva assai confusamente; spesso non intendeva il senso delle semplici parole, che il prete le rivolgeva; spesso un silenzio era la risposta, mentre un respiro affannava, dietro la grata; e infine quando il confessore le ebbe chiesto, con una certa ansietà:
– Ma che cosa avete dunque?
– Padre, sono in grave pericolo – rispose una voce sorda.
Invano egli, scosso, cercò di sapere: ella esitava a dare spiegazioni: udiva le esortazioni alla quiete, alla sincerità, senza mormorare altro che questo:
– Padre, mi minaccia una disgrazia.
Allora egli si fece severo, l’ammonì che era un peccato molto brutto venire lì a burlarsi della fede, quando non si voleva neppure chiederne gli ausilii nella sventura: che il Signore aborriva specialmente i sacrileghi che mescolano il sacro col profano, e che tengono tanto al peccato, nel momento istesso del pentimento. E le dichiarò che non poteva assolverla; ma capì che quell’animo fiero e impetuoso si era ormai chiuso alle letificanti dolcezze della religione.
– Tornerò – disse lei, levandosi risolutamente.
Per tornare da Stella Martini ella doveva ripassare innanzi al confessionale e il padre Verginista si piegò a vederne il viso e l’andatura: un dolore mistico gli restava nel cuore, per quell’anima smarrita. Ma ella non ripassò, ed egli pensò che la povera creatura se ne fosse andata via da un’altra parte. Infatti Anna Acquaviva, invece d’avviarsi verso Stella Martini, fece due passi indietro ed entrata in una cappella, sparve dalla porta della chiesa, che dà sul chiostro di Santa Chiara: la damigella, senza levar gli occhi, seguitava a pregare fervorosamente, aspettando che la confessione finisse. Anna scese assai tranquillamente gli scalini, attraversò il chiostro senza affrettarsi, senza voltarsi indietro, e uscita nella via di Santa Chiara, salì in una carrozzella da nolo, facendone sollevare il mantice, e dicendo al cocchiere di andare alla stazione. Aveva compiuto tutto ciò con molta calma, ma quando fu in fondo a quella nicchia oscura, trabalzata sul selciato di Trinità Maggiore, sola, libera, fuggita infine, si arrovesciò indietro, comprimendosi un fazzoletto sulle labbra per soffocare le folli grida di gioia e di angoscia insieme, che ne irrompevano.
Andava, andava, come in un sogno, scuotendosi ogni tanto all’idea bella e atroce che era proprio lei, Anna Acquaviva, che aveva abbandonato per sempre la sua casa e la sua famiglia, portando delle migliaia di lire nella borsetta infilata al polso, per gittarsi nelle braccia di Giustino Morelli: e nessun sentimento di paura la teneva più: ormai tutto era finito, non l’avrebbero più ripresa, era via, era via, nell’ignoto, essere sconosciuto e disperso nella sconosciuta folla. E in quel sonnambulismo di chi compie una grande azione decisiva ella era precisa e rigida nei movimenti, simile ad un automa. Alla stazione pagò il cocchiere, e macchinalmente chiese al bigliettinaio un biglietto per Pompei.
– Col ritorno? – domandò costui, naturalmente. Da Pompei si ritorna sempre nella giornata.
– No – ella rispose, sussultando simile a una sonnambula che si svegli.
Egli pensò che fosse un’inglese appassionata di antichità. Ella mise il biglietto nell’apertura del guanto, e senza sbagliare, come un congegno di orologeria perfettamente montato, si avviò alla sala di prima classe. Si guardò attorno con indifferenza, come se non fosso neppure possibile che Cesare Dias la raggiungesse in quella sala, o che qualche persona di sua conoscenza si meravigliasse d’incontrarla sola, colà: niente, niente, era immobile, senza più un sentimento, col bisogno di andare innanzi, niente altro. Non si sorprendeva neppure di esser sola, per la prima volta: e le pareva che da anni e anni viaggiasse così, anzi, che sempre nella sua vita non avesse fatto altro: e che Laura Acquaviva, Cesare Dias e Stella Martini fossero pallide ombre di un passato, anteriore anche all’esistenza, gente vista altrove. Ella andava ripetendo fra sè, macchinalmente, come il bimbo che non deve dimenticare una parola:
– Pompei, Pompei, Pompei.
Ma salendo nello scompartimento di prima classe, vuoto, dette indietro sullo scalino: pareva che una forza l’avesse respinta. Qual mano misteriosa, dunque, le impediva di andare? Tremò, quasi desta dal sogno: e dovette fare uno sforzo per salire nel vagone, vincendo quell’ostacolo misterioso che le dava un brivido di paura, anche perchè ne sentiva l’impressione, senza distinguerne l’aspetto. E da quel minuto in cui la segreta voce del destino le era confusamente risuonata nella coscienza, ella visse in quel dormiveglia morale di chi attraversa una grave crisi: dormiveglia che ora la cullava in carezzose visioni di felicità, innanzi al ridente spettacolo della azzurra costiera napoletana, dove il freddo invernale si mitigava in un tiepido scirocco: e che ora si dileguava facendole fare un sussulto innanzi a un’oscura ma opprimente realtà. Filava, filava il treno mattinale fra la campagna e il mare, quasi rasentando le chete onde, passando attraverso le case bianche di Portici, attraverso le case rossastre di Torre del Greco, attraverso le case bianche, rosse e bige della popolosa Torre Annunziata, scivolando con poco rumore sulle rotaie bagnate dalla rugiada sciroccale: e Anna, stretta nel suo paltoncino, con la veletta abbassata sugli occhi, raccolta in un cantuccio, dietro il cristallo dello sportello, passava da una grande, confusa e dolcissima apparizione fiorita, di stelle, di carezze, di baci, a un freddo terrore di un pericolo imminente, che la faceva rincantucciare, più timida di una fanciulletta che si sia smarrita nella strada. Oh sì, nell’orizzonte chiarissimo ondeggiava il fantasma di un avvenire tutto amore, tutto passione, tutto tenerezza: un fantasma fiammeggiante di tutte le voluttà dell’anima e delle fibre; ma quando ella si scuoteva dalla contemplazione più estatica della grande luce, dentro sè udiva le implacabili parole della coscienza che mai non tace, in tutte le anime, pure ed impure, corrotte ed incorrotte, la voce profonda che è la verità istessa:
– Non andare, non andare; se vai, sei perduta.
E questo presentimento, in un’ora di viaggio, crebbe talmente, che quando il treno, oltrepassata Torre Annunziata, si mise per la bruciata e brunastra campagna che è quella vesuviana e che precede la gran rovina di Pompei, ella ne ebbe l’incubo, e la disperazione le fece torcere le mani intorno al manico della sua borsetta da viaggio. Erano sparite le verdi vigne e le ville che ridono fra i pampini: era sparito il mare lucidamente azzurro, dove le vele bianche parevano ali di bianchi uccelli fermi sulla cima delle acque marine: e si andava in un gran paesaggio desolato, dove pareva s’avanzasse minaccioso il vulcano, col suo eterno fuoco, col suo fumo che mai non cessa: ed erano anche spariti, per sempre, i fantasmi della felicità. Anna viaggiava sola, in una landa sterile, dove il fuoco era passato, distruggendo la vegetazione, distruggendo le case e gli uomini e i loro piaceri e i loro amori, che pareva non dovessero finire mai. E dentro a lei la voce diceva:
– Così è la passione: tutto distrugge ed ella stessa muore.
Tanto che pensò aver fatto una scelta malaugurata, andando a Pompei, la città dell’amore, distratta dal fuoco, perenne soggetto di ammirazione e di malinconia a chi la visita, avesse costui il cuore arido come la pomice. E fu assai smorta figura di fanciulla quella che scese dal vagone di prima classe: e incertamente, in preda alle dubbiezze desolanti di chi si sente lentamente cadere in un precipizio, ella si mise dietro a una famiglia di tedeschi, anch’essa discesa innanzi alla minuscola stazione, insieme con due preti inglesi.
Andava dietro, così, senza intendere più quello che succedeva intorno, fissando un occhio distratto sulle siepi polverose che chiudono lo stesso sentiero che conduce a Pompei; sui campicelli di quel bizzarro fiore che pare un fiocco di seta, sui campicelli che vanno dalla stazione all’albergo Diomede. Nè la comitiva, tedesca, nè i due preti guardavano quella solitaria viaggiatrice dal volto bruno e pallidissimo, dai grandi occhi bigio-neri che vagavano senz’interesse intorno, avendo quegli occhi lo sguardo interiore delle persone assorbite in una passione. Solo, quando tutti furono entrati nella sala terrena dell’albergo, così triste, così pieno di tristi mosche ronzanti, ella restò in un angolo, presso una finestra, guardando il sentiero che aveva percorso, come se attendesse qualcuno, come se volesse tornare indietro. E invero Anna, più che mai, si era messa a desiderare profondamente la presenza di Giustino, pensando che solo al vederlo apparire, solo all’udire la sua cara, tenera voce, tutte le dubbiezze sarebbero fuggite.
– Io lo adoro, lo adoro – pensava fra sè, assorta nell’idea della passione, cercando in essa il coraggio contro la sua coscienza. Si accorse di essere restata sola, in piedi: e un cameriere, sotto l’arco di una porta, osservava con indifferenza quella signora taciturna e immota, abituato alle stranezze dei forestieri. Ma ella capì che doveva andare, e attraversando, così, macchinalmente, un cortiletto oscuro, si mise per una scaletta che sale al primo piano dell’albergo e che, al secondo piano, spunta dirimpetto all’entrata di Pompei. Niente ella aveva udito: nè le offerte di qualche ristoro nella sala dell’albergo, nè quelle del venditore di coralli, lave e Guide di Pompei che ha una bottega colà, nè quelle di un bambino, sulla strada, che le offriva dei fiori di bambagia serica, in francese. Ella andava automaticamente, il suo cuore era preso da un solo, da un unico desiderio: veder Giustino, ecco la sua forza, ecco la ragione della sua vita, solo lui, l’amore, niente più, niente più: Giustino, Giustino, Giustino! Guardò al suo piccolo orologio di fanciulla, l’unico gioiello che aveva portato via: quanto tempo, ancora, per le due! Dopo aver preso i danari del suo biglietto, una vecchia guardia degli scavi, un ometto curvo e lento, si era avviato innanzi a lei, per farle spiegazione delle ruine. Anna lo seguiva, anch’ella debole e lenta, quasi le fossero mancate tutte le forze fisiche, mentre dentro fremeva la passione. E insieme, il vecchio povero uomo che faceva il suo mestiere, malgrado l’età e la stanchezza, e la giovinetta che si reggeva a stento, in un grande abbandono delle fibre, si misero per la bellissima, la dolcissima fra tutte le rovine dell’antichità, per la città sacra all’amore e al piacere, che pare ancora traspiri dalle pietre delle sue vie, dalle pareti rossastre dei suoi triclinii, dalla frescura taciturna delle sue terme, l’amore e il piacere. Lentamente, fra il tepore della mattinata sciroccale, essi andavano per gli alti marciapiedi, penetrando poi nei templi, attraversando le strette vie della Speranza, della Fortuna, dove così profondi solchi han lasciato nelle pietre i carri, entrando in tutte le case, uscendone, visitando le piazze, i mercati, le botteghe: il vecchio avanti, borbottando le sue spiegazioni, la giovinetta dietro, guardando ogni cosa con quelle occhiate vaghe, che pare abbiano una nebbia innanzi a sè. Due volte, la guardia disse:
– Adesso, visiteremo la via dei Sepolcri, e la villa di Diomede.
– Dopo – ella rispose due volte.
Due o tre volte ella si lasciò cadere sopra una pietra, stanca, e il povero vecchio si sedette un po’ distante, abbassando il capo sul petto, addormentandosi. Anch’ella si lasciava prendere dalla prostrazione, avendo esaurito nell’atto dell’audace fuga dalla chiesa, nel viaggio, prima in carrozza e poi in treno, tutto quello che vi era in lei d’impetuoso, di tumultuario. Adesso si sentiva troppo sola, abbandonata, povera persona che portava, attraverso la città morta, tutta l’oppressione della solitudine, della stanchezza, e quando, dopo una lunga pausa di riposo, ella si levava di nuovo, un sospiro le usciva dal petto. Pure, riprendeva il suo cammino, dovendo far passare il tempo, volendo divorare le ore che dividevano venti minuti di cammino da Pompei: il vecchietto e lei camminavano per la via stretta fra i campi, senza parlare, sollevando appena un po’ di polverio col loro passo. Tornò indietro, pian piano, avendo pregato il guardiano di tacere, presa ormai da un abbattimento mortale. E quando finalmente il vecchio le disse, per la terza volta:
– Adesso visiteremo la via dei Sepolcri e la villa di Diomede.
Ella rispose, fievolmente:
– Andiamo.
Le ore, lente, erano trascorse: ne mancava una sola all’arrivo di Giustino: con l’orologetto in mano, mentre la guardia le spiegava le magnificenze della villa Diomede, ella disse, fra sè:
– Adesso Giustino parte da Napoli.
Impaziente, non potendo più sopportare la voce, la presenza del vecchio, non sapendosi più dominare, lo licenziò: esitante, egli non voleva andarsene, le disse che non era permesso nè di disegnare, nè, specialmente, di asportare nulla. Ma lo diceva con timidità, umile, sapendo bene che era inutile far queste raccomandazioni alla pallida fanciulla dagli occhi sognanti; e andandosene, pian piano, si voltò indietro più volte, a vedere che faceva. Ella sedeva sopra una pietra, di fronte alla tomba della dolcissima liberta Nevoleia Tyche, aspettando: aveva le mani in grembo, la testa china; non la levò neppure quando passarono gli inglesi accompagnati da un guardiano. Quest’ultima ora le parve una immensa discesa, interminabile, in una grande ombra, dove il senso di tutte le cose si smarriva; il nome di Giustino, ripetuto continuamente, le serviva per sottile linea di luce. Non udiva, non vedeva più nulla intorno a sè; ogni nozione, di ogni cosa, era sparita. A un tratto innanzi alle palpebre abbassate, fra lei e la bigia tomba della libertà, si mise un’ombra. Era giunta senza far rumore; e giunta non aveva profferita parola. Ella levò il capo, e vide innanzi a sè Giustino, che la guardava con una infinita e disperata tenerezza. Anna, incapace di dir nulla, gli stese la mano e si levò; sorrideva così luminosamente che tutto il suo volto dalla bella fronte, dagli occhi scintillanti, dalle vivide guance dove era affluito il sangue, dalle rosse labbra, parea rifulgesse. Così seducente, nella ebbrezza dell’amore felice, Giustino non aveva vista mai la fanciulla, e una lieve contrazione attraversò il suo volto di buon giovane onesto. Estatica, essendo morti tutti i suoi dubbi, essendo ella risorta alla gloria del suo amore, Anna non si accorgeva della emozione dolorosa di Giustino:
– Mi vuoi bene molto?
– Molto.
– Me ne vorrai sempre?
– Sempre.
Era come un’eco molle e mesta; ma la fanciulla non se ne accorgeva, un divino velo di passione le era disceso sugli occhi. Andavano, andavano, ella stretta a lui, così immensamente felice che appena appena toccava terra, godendo quel minuto intenso di amore con tutta la forza sensitiva e sentimentale che possedeva, con l’abbandono più ingenuo a tutta la felicità di cui è capace una umana persona. Andarono, così, per le vie di Pompei, senza vedere, senza guardare. Solo essa ripeteva, sottovoce, nenia carezzevole:
– Dimmi che mi vuoi bene, dimmi che mi vuoi bene…
Due o tre volte egli rispose affermativamente con un semplice sì, detto molto sottovoce: poi tacque. E in un minuto di chiaroveggenza, non udendolo più rispondere, Anna si fermò, trattenendolo lievemente pel braccio, domandandogli, mentre lo fissava nei buoni occhi onesti:
– Che hai?
Era una domanda affannosa: la voce tremava. Egli chinò gli occhi:
– Niente – disse.
– Perchè sei così triste?
– Non sono triste – replicò lui, con uno sforzo.
– Non mentire!
– Non mento.
– Giura che mi vuoi bene?
– Ah tu non hai bisogno di giuramenti! – esclamò con tanta sicurezza e con tanto dolore, che ella si convinse subito, intendendo la sincerità e non il dolore.
Ma rimase inquieta, con un’amarezza che le sorgeva dal cuore e le invadeva il sangue. Erano presso alla Via di Mare, donde si esce dalla città morta.
– Andiamo via, andiamo via – disse ella impaziente.
– Il treno per Metaponto non passa che alle sei: vi è tempo.
– Andiamo via: non voglio restare più qui; ti prego, andiamo.
Egli, rassegnato a una passiva obbedienza, obbedì. Tacevano. I due preti inglesi scendevano all’albergo Diomede e alla stazione, insieme con loro: Anna, intimidita, non osava più parlare d’amore con Giustino, ma lo guardava con certi occhi così amorosamente supplichevoli, che egli non poteva reggervi. Uscirono da Pompei, discesero la scaletta dell’albergo e si trovarono di nuovo in quella sala terrena, bassa di soffitto e piena del fastidioso ronzio delle mosche: i due preti si sedettero alla tavola sempre preparata, e mentre si allestiva il pranzo, uno leggeva gli Evangeli e l’altro la sua guida Baedeker. I due innamorati erano presso la finestra, guardando dai cristalli la via che conduce alla stazione: e Anna teneva sempre il suo braccio attaccato a quello di Giustino. Ed egli, confuso, inquieto, le chiese se volesse pranzare, così, volgarmente, come per dominare l’imbarazzo della loro posizione. No, non voleva pranzare, non aveva fame: dopo, più tardi – e la voce era nervosa, ella sogguardava i due ecclesiastici, infastidita.
– Vorrei… – soggiunse all’orecchio di Giustino.
– Che vorresti?
– Portami via, altrove, dove possa dirti una parola!
Egli titubò: ella, a un tratto, s’infiammò nel viso, intendendo: uno smarrimento che veniva dal pudore muliebre, la vinse. Ma Giustino, deciso, si era allontanato, per parlare con l’oste. Poi, era tornato:
– Vieni.
– Dove andiamo?
– Sopra.
– … sopra?
– Vedrai.
Risalirono la scaletta, si fermarono al primo piano, e il cameriere che li accompagnava aprì loro la porta di un quartierino, composto di una camera e di un salotto; una grandissima camera e un piccolissimo salotto, ambedue con i balconi che guardavano la campagna e la stazione; il cameriere con la stessa sua aria indifferente li lasciò soli in quelle stanze, dove talvolta dimora due o tre giorni uno straniero appassionato di archeologia, o dove riposano, per qualche ora, delle straniere, aspettando il treno. Ambedue, rimasti soli in quel salotto, erano adesso pallidi, gravi, confusi. Ella si guardò intorno: il salottino era volgarmente ammobiliato da un divano di sargia verde, da due poltroncine di sargia, da un tavolino rotondo, nel mezzo, coperto da un tappeto di juta color nocciuola, da una mensola con un piano di marmo bianco, da qualche sedia di paglia; e questo ambiente, dove tanti estranei erano passati, le ispirò una diffidenza, un ribrezzo da non dirsi. Stando sotto l’arco della porta, gittò un’occhiata nella camera. Era vasta, con due letti in fondo, divisi da un tavolino da notte, con una toilette assai gramamente coperta di tendine bianche, un divano sempre di sargia verde e un armadio scuro: tutti questi mobili erano perduti nella vastità della camera che pareva nuda. Ella ebbe freddo al solo guardarla; eppure, nuovamente, le salì il rossore, al viso. Era agitatissima. Ma levando gli occhi in viso a Giustino, vide che costui la guardava con tanta pietà, che si sgomentò di nuovo, più intensamente.
– Che hai? – gli disse con voce strozzata.
Nessuna risposta. Giustino si era seduto e aveva nascosta la faccia fra le mani.
– Dimmi che hai – replicò ella, fremendo di angoscia e di collera.
Egli tacque; forse piangeva dietro il velo delle mani.
– Se non mi dici che hai, me ne torno a Napoli, Giustino! – gridò ella, al colmo dell’ira e dell’affanno.
Niente: taceva.
Allora ella abbassò la testa, pensò, con l’ardentissima rapidità dei minuti supremi.
E invece di andare, si sedette innanzi a lui e gli disse con tono calmo:
– Tu mi disprezzi, perchè sono fuggita di casa mia.
– No, Anna – mormorò lui fievolmente.
– Tu mi credi una miserabile… supponi che io sia una creatura perduta?
– No, cara, no.
– Forse… tu… ami un’altra donna.
– Non lo sospettare neppure.
– Avrai… forse… un altro legame, senz’amore?
– Niente mi lega, a nessuno.
– Nemmeno una promessa?
– Nemmeno.
– E allora perchè sei triste? Perchè tremi? Perchè piangi? Io dovrei tremare e piangere, eppure non piango, io, se non del tuo pianto, ignoto pianto che mi offende e mi dispera!
– Anna, ascoltami, per carità, per la memoria di tua madre, intendimi. Io sono disperato per te, per il passo che hai fatto, per il tuo avvenire che hai giuocato, per la infelicità che ti attende, domani, senza casa, senza nome, senza fortuna, perseguitata dalla tua famiglia…
– Se tu mi amassi, non penseresti, non diresti queste cose…
– Te le ho sempre dette, te le ripeto, Anna. Questa è una rovina che io ho fatta, io agonizzo da tre giorni sotto i rimorsi, e oggi stesso, innanzi a te che sei tutta la mia luce, mi è parso di trovarmi a una oscura catastrofe. Anna, Anna, oggi non perdono a me stesso, domani tu non mi perdonerai più… Oh amor mio, io sono un galantuomo, un cristiano, e ho potuto imporre prima a te, poi a me, tale peccato, tale errore!…
Parlando così, con uno strazio infinito, tutta l’onestà del suo bellissimo animo esulcerato dal rimorso e dall’amore, traboccava. Ella lo guardava, lo udiva, stupefatta, arrestandosi dinanzi a quella rettitudine, a quella virtù più forte dell’amore, ella che credeva solo nell’amore.
– Non ti capisco – disse, trasognata.
– Eppure bisogna, bisogna: se tu non vedi la ragione della mia condotta, mi disprezzerai, mi odierai, come un vile, come un ladro, Anna: tu devi usare di tutta la tua mente, di tutto il tuo cuore per apprezzare; non lasciarti trascinare dall’amore, sii calma, sii fredda…
– Non posso.
– Oh Dio! – disse lui, disperato.
Di nuovo tacquero. Ella, macchinalmente, per nascondere il tremore delle sue mani guantate, tirava i fili del tappeto di juta. Ella rifletteva, analizzava, cercava d’intendere, e sempre, sempre, aveva la medesima sensazione, la medesima idea, dolorosa, spasimante, insopportabile: e non potendo resistervi, la espresse, in parole, aspettando d’essere da lui immediatamente smentita, come egli aveva fatto sempre.
– Tu non mi ami abbastanza – disse lei, guardandolo negli occhi, senza batter palpebra, con tutta l’anima concentrata nella voce e nello sguardo.
– È vero: non ti amo abbastanza – rispose Giustino, decisamente.
Ella non dette un lamento; era colpita al cuore. Tutto il breve salotto, e l’albergo, e Pompei, e il mondo parve che le roteassero nel cervello, con un fracasso e un moto, vertiginosi: ebbe la sensazione che le si spezzassero le tempia; se le strinse fra le mani, istintivamente. Qualche striatura di rosso le apparve sotto gli occhi, verso le guance, e si andò sempre più dilatando.
– Sicchè – riprese ella, dopo una lunga pausa, con voce breve – sicchè tu mi hai ingannata?
– Ti ho ingannata – mormorò lui umilmente.
– Non mi amavi?
– Non abbastanza, per obliar tutto in questo amore: te l’ho detto.
– Ho inteso. Perchè mentire?
– Perchè eri bella e buona, e mi volevi bene, e non ho visto il pericolo, non ho capito che tu ti davi tutta a questo amore, e che io doveva impedirtelo a tempo…
– Parole, parole: l’essenziale è, che non mi ami.
– Come tu vuoi, come tu meriti, no.
– Cioè, senza passione cieca?
– Senza passione cieca.
– Cioè, senza fiamma, senza entusiasmo?
– Senza fiamma, senza entusiasmo.
– Con che, allora?
– Con tenerezza, con affetto, con devozione.
– Non basta, non basta, non basta, – disse lei, monotonamente, quasi parlando in sogno; – non sai amare diversamente, di più, come me?
– No, non so.
– Non puoi, forse? Potrai forse domani, o in avvenire?
– Non potrò mai, Anna. Preferirò sempre il sacrificio al godimento, sempre il dovere amaro alla più dolce felicità.
– Miserabile e inetta creatura! – mormorò lei, con un immenso disprezzo.
Egli levò gli occhi al cielo, chiedendo forza per sopportare il suo martirio.
– Sicchè – ricominciò Anna, lentamente – se vivessimo insieme, tu soffriresti?
– Ambedue soffriremmo: e i tuoi dolori, di cui io sarei la causa, mi ucciderebbero.
– Dunque?
– Tu sei la padrona, comanda.
Innanzi a lei era la crudele, la terribile realtà: non vi era che una sola decisione da prendere, e così inaspettatamente crudele e terribile, che pur vedendola, ella indietreggiava, inorridendo. Certo le forze del suo cuore erano decuplate: in quel momento viveva così intensamente come se dieci esistenze giovani, forti ed esaltate, fossero raccolte nel suo corpo, nel suo cuore. Ma troppo era orrenda la verità e non volle dirla, non volle consacrarla con le sue parole, con la sua voce. Lo guardò, soltanto, quell’uomo che, per salvarla, le infliggeva una tortura ineffabile, ed egli comprese che Anna non poteva pronunziare un’ultima parola. Egli stesso… egli stesso, che in quel momento amava follemente quella fanciulla, malgrado tutto il coraggio delle ore supreme, egli stesso non poteva dirla, l’ultima parola, e la straziante verità li faceva tremare, come due morenti, all’agonia.
Ella si levò di scatto, andò alla finestra del salotto e appoggiò la fronte ai vetri, guardando la campagna pompeiana e innanzi a sè la viottola che portava alla piccola stazione. Due altre volte, così, macchinalmente in quella giornata che ormai declinava, ella aveva guardato il paesaggio silenzioso: ma nella mattinata, quando era sola, accanto a Giustino, ella possedeva intero l’inapprezzabile tesoro di un grande amore. Adesso… adesso tutto era finito, giammai più, giammai sarebbe risorto l’amore: finito, finito tutto. E provò in se stessa tale lacerazione di animo, che pose anche la bocca ardente ai vetri, per soffocare il suo strazio. Giustino non si era mosso dal suo posto, con la faccia fra le mani, irrigidito dalla fatalità: a un tratto, si trovò Anna alle spalle, che lo forzava a levar la testa, che gli parlava nel volto, con un alito caldo di passione:
– Come è possibile… come è possibile – balbettava Anna, smarrita – che tu non mi voglia più bene…. Come può esser finito questo amore…. Oh anima mia, anima mia diletta, tu vuoi dunque vedermi morire…
Giustino la guardava, perduto, senza rispondere.
– Eppure mi hai amata… – seguitava lei, ricordando – non puoi negarlo, lo so… Quando io ti appariva, io ti vedeva impallidire, pallida io stessa… se ti parlavo, la mia voce faceva scintillare di novella luce i tuoi occhi, come la voce tua mi si allargava carezzosamente nel cuore… tu mi cercavi dovunque, come io ti cercava, sentendo bene che il mondo era scolorato senza l’amore… e le tue lettere portavano l’impronta di una tenerezza infinita… ma è amore questo, è l’amore vero, grande, che non dimentica in un giorno o in un anno, per cui non basta una esistenza… Ma non è possibile, tu non hai potuto dimenticare, tu mi ami, tu menti adesso, non so perchè… ma dilla la verità, dillo che non ti sei potuto strappare dal cuore questa passione…
Egli affannava, sotto quel tumulto di parole, a quell’impeto disperato e socchiudeva gli occhi, perduto, perduto, sentendosi mancare tutto il suo disperato coraggio.
– Giustino, Giustino… per amor di Dio, pensa a quello che fai, rinnegando il nostro amore… pensa a due esistenze infrante, poichè tu stesso non puoi sopravvivere a tale catastrofe… Giustino, io mi uccido se tu mi lasci qui… io non posso restare un minuto, qui, senza spezzarmi la testa alle muraglie… andiamo via, andiamo via insieme, portami via, tu mi ami, partiamo subito, ecco l’ora…
Già pareva che quella forza di passione avesse vinto, perchè egli l’amava, infine, perchè era un uomo, coi suoi nervi, coi suoi sensi, col suo cuore amoroso: ma quando, di nuovo, ella gli parlò della fuga e quasi quasi lo trascinava via, il cuore gli si gelò dallo spavento innanzi a un avvenire d’infelicità: ed ei fece uno sforzo immenso per resistere.
– Non posso, Anna – disse, sottovoce.
– Dunque vuoi che io muoia?
– Tu non morrai: alla tua età si vive, anche vincendo un gran dolore…
– Tutto è finito per me, Giustino: è la catastrofe…
– Non vi sono catastrofi, Anna…
– Tu parli come Cesare Dias… – gridò ella scostandosi da lui – tu parli come uno scettico senza amore e senza onore… tu sei come lui, un corrotto e un sacrilego…
– Insultami, hai ragione di farlo…
– Io son disonorata, intendi? Io son fuggita dalla mia casa, dalla mia famiglia, da dieci ore; io son sola, qui, in una stanza d’albergo con te… Sono disonorata, disonorata, vigliacco che sei!… Tu puoi andartene alla tua casa, quietamente, dopo aver avuto un’avventura drammatica… ma io non ho più nè casa nè famiglia, intendi? Ero fanciulla onesta… adesso l’ultima delle ultime val meglio di me, poichè peccò per amore o per miseria… son perduta, così, senza essere una poveretta e senza aver avuto un amante…
– La tua famiglia sa dove sei e quello che hai fatto… sa che non ti macchia nessuna colpa… sa che fuggendo, hai obbedito a un movimento generoso del tuo cuore, per una persona che non lo meritava… ma che ti ha rispettata…
– E chi disse loro ciò?
– Io.
– Quando?
– Stamane.
– A chi l’hai detto?
– A tua sorella, al tuo tutore.
– Vennero essi da te?
– No: li cercai io, subito.
– E in che vi accordaste?
– Che sarei venuto qui e ti avrei salutata.
– E dopo?
– Che ti avrei lasciata.
– Quando?
– Quando Cesare Dias sarebbe giunto a prenderti.
– È un bellissimo piano – diss’ella glacialmente. – Piano di gente pratica e tranquilla. Bravo, bravo. Tu… sei corso subito dai miei parenti a scolparti, ad accusarmi: li hai rassicurati; bene, bene. Io sono una ragazza folle, che ha fatto una scappata giovanile, fortunatamente senza danno dell’onore: tu mi hai denunziata, invece di fuggire con me, e sei un galantuomo: benissimo. Tutto è combinato a meraviglia: io torno a casa, con Cesare Dias, quasi avessi fatta una innocente escursione, e chi s’è visto s’è visto. Tu hai ragione, Cesare Dias ha ragione; anche Laura Acquaviva, che non fugge, che non ama, che disprezza chi ama e chi fugge, ha ragione; tutti avete ragione. Io sola ho torto. Ah la buffa avventura! Tentare una fuga e non riescirvi perchè il rapitore vi ha denunziata alla vostra famiglia! Che commedia! Avete ragione, non vi sono catastrofi! È una soluzione ridicola, lo capisco. Io sono il suicida che ha mancato il suo colpo di rivoltella. E avete ragione: chi ha torto è colui che non sa fuggire o che non sa uccidersi, io sola ho torto. Tu… – e lo guardò in faccia, saettandolo con un’occhiata – tu, vattene.
– Anna, Anna, non mi scacciare così…
– Vattene. La tua parte di vigliacco è compiuta. Vattene.
– Non ci dividiamo così…
– Siamo già divisi: eravamo già divisi, sempre. Vattene.
– Anna, l’ho fatto per te, per il tuo bene; adesso mi scacci, dopo mi renderai giustizia: sono un uomo onesto, ecco la mia colpa…
– Non ti conosco: addio.
– Ma che farai, qui, sola?
– Non debbo dirtelo; addio.
– Lasciami aspettare Cesare Dias…
– Se non te ne vai subito, apro il balcone e mi butto giù – disse con tale calma, che egli ne comprese la sincerità.
– Addio, dunque.
– Addio.
Ella era ritta in mezzo alla stanza, già in penombra pel tramonto, pallida, con certe sottili striature rosse alle guance, alle tempia: lo guardò uscire, lo intese discendere le scale, lentamente, col passo strascicato di colui che ha un immenso peso sulle spalle. Allora ella si accostò alla finestra, e un’ombra uscì sulla piazzetta innanzi alla porta dell’albergo: era Giustino. Stette fermato un poco, rivolto verso la strada maestra che da Torre Annunziata viene a Pompei, quasi aspettasse qualcuno. Lo vide Anna, poi, voltarsi verso le finestre dell’albergo e guardarle lungamente, non sapendo decidersi ad andare, ed infine, assai piano, invece d’imboccar la viottola per recarsi alla stazione, andarsene a piedi per la via maestra verso Torre Annunziata, ombra dolente ed oppressa, ferita a morte, sparente nella via deserta, nella sera che scendeva, come se entrasse in una perenne solitudine, in una tenebra perenne dominata dal silenzio.
Anna la seguì ancora, quell’ombra, fino a che non la distinse più, svanita. Allora tornò nella stanzetta e stramazzò sul divano mordendone i cuscini per non gridare, sentendosi la testa in fiamme senza poter piangere neppure una lacrima sola. Ardeva tutta, adesso, in preda a una febbre furiosa, con la pelle che parea crepitasse e scoppiasse sotto il battito delle vene gonfie di rovente sangue. E in mezzo a quella confusione di dolore dove ella volta a volta si lamentava come un fanciulletto a cui hanno commessa una grande ingiustizia, o sussultava di sdegno come una donna offesa in tutta la sua superbia, o tremava di vergogna all’idea dell’imminente arrivo di Cesare Dias, o rimpiangeva straziata tutto il suo amore dato a uno sconoscente, in mezzo a tutto ciò una frase sola, angosciosa, fatale, implacabile le si delineava nella mente: tutto è finito, tutto è finito. Sempre, nelle ore alte dell’amore o del dolore, quando tutta una battaglia di opposti sentimenti si combatte nel cuore e lo sconvolge, attraverso la lotta, attraverso la confusione della mischia, una frase si presenta, netta, precisa, con la limpidità luminosa delle mistiche visioni; ed in essa si raccoglie, si riassume, antica, breve, leggenda scolpita nel bronzo, tutto l’amore, tutto il dolore. Ah ella soffriva, sì, per tutte le sue fibre, gemeva per tutta la tenerezza, per tutte le delicatezze della sua anima offesa e calpestata; ma fra le sofferenze materiali e morali, fra la rovina di ogni speranza e di ogni desiderio, una frase la abbatteva, in una disperazione incommensurabile: tutto è finito, tutto è finito. La ripetette, involontariamente, anche a voce alta e le parve così triste e roca quella voce che ne ebbe paura. Tutto è finito, tutto: le parole di questa breve frase avevano una sonorità fatale, di martello che inchioda una bara, di pietra che ricade sopra una dischiusa tomba di pietra. Tutto è finito: vi era nella frase, l’ultimo saluto a tutto il passato, a tutto l’avvenire, il mormorio di una prece mortuaria, il rassegnato requiem dell’anima cristiana. E le tre parole, ogni volta che le apparivano lucide, rifulgenti sul fondo oscuro del suo spirito, quali il colpevole Baldassare le vide apparire sulla negra parete, irresistibilmente luminose, ogni volta le risuonavano implacata ripetizione di una sentenza. Pure, quando bussarono, levò la testa infiammata dai cuscini e guardò stranamente nel volto il cameriere, che portava una lampada accesa.
– La signora resta qui, stanotte? – chiese il servo, posando il lume sul tavolino.
– No… parto – rispose Anna guardandolo sempre coi suoi occhi folli.
– L’ultimo treno per Napoli è già partito; si può andare a Torre Annunziata, in carrozza – spiegò lui.
Ella non intese bene: le palpebre le batterono due o tre volte: si passò una mano sulla fronte che si arrossiva a striature, bizzarramente.
– Non so… verranno a prendermi… credo – mormorò, voltando la testa in là.
Il cameriere la lasciò sola nel salotto. A malgrado il paralume, la luce della lampada le faceva tanto male agli occhi, che non potette sopportarla. Si alzò, andò di là nella grande stanza da letto, oscura e fredda, dove non aveva osato entrare prima, vergognandosi nel suo pudore offeso. Oh era bene sola, adesso, poichè tutto era finito! A tentoni, andò a buttarsi sopra una poltroncina della grande stanza. Colà l’ombra, le dette senso più acuto di abbandono, di solitudine, quasi nulla esistesse in lei medesima e intorno a sè. Finito, tutto. Uno struggimento immenso adesso la consumava, senza che dai suoi occhi aridi e brucianti, escisse una lacrima, nè un singhiozzo dalla sua gola oppressa; pareva che nell’anima si compisse un’opera di distruzione, lenta ma sicura, ma interna, ma segreta, senza sfoghi, senza grida, senza lamenti. Tutto era finito: tutto finiva anche in lei, superstite dell’amore. Il lavoro del destino, tacitamente, si compiva e fiaccata ogni superbia, cessato ogni odio, in una rassegnazione consumatrice nel desiderio e nel presentimento vicino alla morte. Anna Acquaviva abbassò la testa, aspettando. Tutto era finito: anche lei finiva, dunque, per l’amore, poichè per l’amore non aveva potuto vivere. Sola, nell’ombra, in una volgare stanza d’albergo, fra sconosciuti, abbandonata da tutti coloro che aveva amati, punita di aver troppo amato follemente, punita di aver troppo chiesto alla vita, arsa da una febbre che le metteva il fuoco nel cervello e nel cuore, eppure accasciata e immobile come un cadavere, la fanciulla sentiva che sarebbe perita senza soccorso. E, immersa in quel silenzio, non ne chiedeva.
Colei che aveva peccato nella speranza e nel desiderio, era così castigata; la peccatrice del cuore, della fantasia, quella che aveva presunto troppo dell’esistenza e dell’uomo, colei che aveva esaltata la creatura effimera e mortale sino all’altezza del Creatore, sarebbe finita così, fra gli estranei. E non si doleva, non sapeva più nulla, non sentiva che una interna forza di consumazione che la rodeva distruggendone l’organismo medesimo della volontà e della forza. Nulla più sapeva. Aveva piegata la testa, chiusi gli occhi: naufragata. Non udì il trotto di una carrozza che veniva da Torre Annunziata, nè la fermata dei cavalli innanzi all’albergo; non udì schiudere la porta del salottino ed entrare qualcuno, precipitosamente, chiamandola:
– Anna, Anna!
Nessuna risposta. L’uomo si avanzò verso la camera oscura e chiamò ancora, con la voce che tremava leggermente, questa volta:
– Anna, dove sei dunque?
Ancora silenzio. Allora l’uomo, che aveva posato il cappello e mostrava una bellissima fisonomia di persona quarantenne, contratta dall’agitazione, portò il lume di là, posandolo sopra una mensola, cercando con gli occhi la fanciulla. Essa udì e vide: con una volontà immensa vinse il suo abbattimento, si levò, fece due o tre passi vacillanti e si abbattè ai piedi di Cesare Dias, dicendo:
– Perdonatemi, perdonatemi…
Vagamente, nella confusione della febbre, ella udì la voce di costui mormorare, per la prima volta impietosita:
– Povera figliuola…
E una forte mano sollevarla, poi posarlesi paternamente sui capelli: tutto questo assai indistintamente, in una nuvola fitta. Dopo, un grande intervallo di insensibilità malgrado le scosse di una carrozza che correva attraverso la notte, verso Napoli. Talvolta una mano gelida le prendeva le piccole mani brucianti, carezzandole, con una carezza di gelo; talvolta questa mano le si posava sulla fronte, quasi a temperarne il calore. Ella sentiva questa sola impressione di fresco, niente altro. Un peso di piombo era sulle sue palpebre chiuse: aveva del piombo sul petto, sulle braccia, sulle gambe, poi un fuoco, dovunque; le labbra gonfie e aride, le orecchie ronzanti; impossibile di pronunziare una parola, la gola serrata. La carrozza improvvisamente si fermò, delle voci si udirono, ella si sentì trasportare leggermente, su, su, su. E di nuovo, quasi sollevasse il peso di una montagna, con un enorme consumo di volontà, ella aprì gli occhi. E sotto l’arco della porta di casa sua spalancata, illuminata, vide un bianco viso di vergine circondato da un nimbo di capelli biondi, un candido viso sorridente. La malata, la fuggitiva, balbettò:
– Laura, perdonami…
– Povera sorella!… – mormorò una musicale voce pietosa e due fresche labbra si posarono sulla guancia della inferma, della fuggitiva.
Poi, intorno all’anima e ai sensi di Anna si addensò una tenebra fitta, profonda.

III.

Anna Acquaviva era stata tre settimane in lotta con la morte. Febbre ad alta temperatura, abbattimento letargico, e al terzo giorno le striature rosse delle guance, delle tempia, si eran fatte di un rosso vivido; sul collo, sulle mani, sulle braccia eran comparse delle macchioline di un rosso acceso, dove più piccole, dove più grandi: le labbra, specialmente, e le palpebre ne erano cosparse. In breve tutta la pelle ebbe queste vivide macchie e la febbre purpurea si dichiarò in tutta la sua veemenza. Vale a dire che il sangue troppo ricco, troppo ardente, troppo precipitoso, aveva così fortemente scosso i tessuti delle vene, che questi tessuti indeboliti, quasi consunti, lo avevano lasciato trapelare, e tutto il bollente sangue era venuto sotto la pelle, a macularla. Al sesto giorno queste macchie si gonfiarono, divennero nerastre, come quelle di una echimosi: e quelle degli occhi, quelle delle labbra, quelle delle mani ruppero l’epidermide, in più punti, e lasciarono sgorgare un sangue nerastro. Mentre il grado della febbre non voleva diminuire, malgrado il chinino, Anna pareva sputasse sangue, pareva piangesse sangue; pareva che le sue mani, torturate, come quelle di Gesù, stillassero sangue. A goccia a goccia, dagli occhi chiusi in quell’invincibile torpore, dalla bocca tumida e schiusa ad aspirare invano l’aria che mancava al petto oppresso, dalle mani abbandonate sulla coltre il sangue cadeva caldo ancora, bruno, dilatantesi sulla pezzuola bianca con cui la silenziosa infermiera, Laura Acquaviva, lo rasciugava. La purpurea, in quel temperamento sanguigno, assumeva una forma violenta; e il volto tutto rigato da sottili strisce di sangue, restava acceso. La malata di nulla s’accorgeva, non apriva gli occhi, non chiamava; inerte, senza sentire tutta quella vita che fuggiva da lei, da ogni poro: solo ogni tanto, di notte, si lamentava sommessamente, con tale dolore, come se soffrisse senza poter dire dove e come, senza poter essere soccorsa. Allora Laura Acquaviva, la sorella, o Stella Martini, la damigella di compagnia, o suor Crocefissa, che vegliavano una notte per ciascuna, si piegavano sul letto della inferma, chiedendole pianamente che avesse, dove soffrisse, che cosa potesse darle sollievo. Niente, Anna rispondeva: e il picciolo lamento continuava, profondo, insistente, venendo dalle intime latebre: l’assistente si angustiava invano, cercando di sollevare la malata sul letto, di aggiustarle l’origliere, di adattarle meglio la vescica di ghiaccio sul capo; ella seguitava a lamentarsi pian piano, ma sempre, quasi che nulla potesse dar pace alle sue sofferenze. Anzi una notte, mentre parea riposasse più calma, dette un grido fortissimo, lungo, che risvegliò tutti: e innanzi alle tre donne esterrefatte, altre due volte, a intervalli di dieci minuti, Anna gridò ancora, lungamente come se vedesse uno spettacolo orribile, come se provasse una sofferenza intollerabile. Alle tre donne quei gridi parvero l’ultima voce della fanciulla, quasi rendesse lo spirito.
Ma non morì. La febbre purpurea digradò giorno per giorno, lentissimamente, ogni giorno un decimo di grado: le echimosi nerastre degli occhi, delle labbra, delle mani, cessarono di sgorgar sangue e rimasero vivide, come tante piccole ferite che si andassero cicatrizzando: le macchie di tutta l’epidermide s’impallidirono, s’impallidirono, sparvero: e il volto martoriato, rifatto buono, si coperse di un pallore mortale. Esangui le labbra, le gengive, le orecchie, glaciali le mani: e sotto i neri occhi che non si aprivano, adesso, per la immensa debolezza, appariva un’ombra violacea. Pure la lotta con la morte era finita: ma Anna Acquaviva vi aveva rimesso tutto il miglior sangue della sua giovinezza. Così un guerriero valoroso che sopravvive sì alla battaglia, ma che ne ritorna smorto come un fantasma, oggetto di pietà a coloro che lo amavano e che lo videro partire gagliardo e animoso.
Mentre il breve febbraio declinava al marzo, ella aveva vinta la morte, eroicamente; e ai primi tepori della primavera marzaiola napoletana, ella era cerea e sfinita, con un lieve soffio di respiro, che le passava fra le labbra secche e bianche, stanca di reggere il peso dei neri capelli sulla nuca. Con una infinita pazienza, Stella Martini cercava di pettinarglieli, senza che ella si levasse dal fianco destro su cui giaceva, posizione consueta ai convalescenti delle violente febbri: e fatte le due lunghe trecce, le disponeva lungo la persona della inferma: così le davano meno fastidio. Talvolta in questo sfinimento estremo, di sotto alle palpebre, che si tingevano leggermente di violetto anch’esse, scorrevano delle grosse lacrime attraverso le ciglia chiuse, lacrime che si disfacevano sulle guance, che bagnavano il collo: nè piangendo, la malata singhiozzava, o si lamentava o sospirava.
Era un tacito pianto lungo, lungo: tutte le lacrime che ascendevano senza posa dal cuore agli occhi, a guisa di onda quieta e continua, che sgorga sempre, fino a che non si inaridisca la sorgente. Allora una delle tre donne che assistevano Anna, la sorella Laura, o Stella Martini, la damigella di compagnia, o suor Crocefissa, la monaca, le rasciugavano pietosamente il viso, chiedendole che avesse, che volesse. Anna non schiudeva gli occhi, ma col segno di una mano, movendo un dito accennava che la lasciassero piangere, che le faceva forse bene, di piangere. Così aveva anche ingiunto Antonio Amati, il grande medico napoletano, che aveva salvato Anna Acquaviva da quella furiosa e bizzarra tifoide che è la purpurea: lasciassero fare alla inferma quello che le piacesse, senza contrariarla mai. Aveva perduto il sangue da tutte le vene, da tutti i pori: adesso quel resto di forza che era in lei, parea che si liquefacesse in quei fiumi di lacrime che versava, attraverso le palpebre socchiuse, senza singhiozzare e senza sospirare.
Come Veronica asciugò il volto del divino Martire, le pie assistenti si chinavano a tergere le lacrime: e obbedendo a lei stessa, al gran medico, non le dicevano parola di conforto. Forse non era neppure un dolore vivo che le faceva versare quei pianti silenziosi: era come uno sfogo tacito ed intimo, come l’ultimo e profondo tributo a una cosa morta, come la corona votiva che in segreto, a occhi bassi, a passi cauti, si va a deporre sopra una tomba ignota agli indifferenti, nota a chi ha amato e sofferto.
Cesare Dias, in quel periodo, abbandonando le sue consuetudini mondane, che gli prendevano molta parte delle sue giornate di celibe galante, era venuto due o tre volte al giorno al palazzo in piazza Gerolomini, a vedere come stava Anna. In realtà le due fanciulle non avevano altri parenti più prossimi che lui: e Cesare non era neppure un parente: era un tutore, un amico del padre, un compagno di avventure giovanili di Francesco Acquaviva. Ma la giovane moglie di Francesco Acquaviva era morta cinque anni dopo la nascita della seconda figliuola, Laura, che le rassomigliava perfettamente; e Francesco Acquaviva, vedovo prestissimo, di carattere vivacissimo, di temperamento ardente, aveva abbruciata la sua esistenza a tutte le fiamme mondane. Le due fanciullette che crescevano in casa, senza madre, con tutte le cure del lusso, non potevano essere un freno per il padre, che godeva la vita come se dovesse morir presto anche lui, come la sua bionda e candida moglie dai bigi occhi e dai bei capelli. Compagno suo, come fratello, ma freddo, ma composto, ma così materiato di scetticismo che stupiva ognuno, era Cesare Dias, il gaudente solitario e corretto, colui che pur amando le donne, il giuoco, i cavalli e i viaggi, pareva disprezzasse altamente tutto questo: e quando Francesco Acquaviva fu colto dalla malattia di cuore di cui doveva morire, nella sua stravaganza pensò che l’amico de’ suoi piaceri, che il fratello delle sue cene fosse abbastanza saggio, in fondo alle sue follie, per poter sorvegliare le sue figliuole, per maritarle presto e bene.
Cesare Dias aveva compito il suo ufficio, non scevro di segrete noie per lui, con una correttezza di gentiluomo, senza mai eccedere nella familiarità, facendosi vedere scarsamente in pubblico con le fanciulle, pur vegliando su loro, tenendole a distanza, non parlando mai con loro della propria vita, tenendogliela nascosta anzi, seccato in fondo di questa tutela, desideroso di liberarsene, costretto a una quantità di occupazioni poco divertenti e non sentendosi affatto a suo agio con quelle ragazze. Tutore, lui, che non aveva voluto aver famiglia, che si mangiava tutto solo la sua rendita, che odiava tutte le relazioni sentimentali, tutti i legami in cui l’egoismo patisce, che detestava tutte le forme delle parentele, delle amicizie obbligatorie? Tutore, Cesare Dias, che aveva accomodato così bene la sua vita, in modo che non vi entrasse nè soverchio amore, nè soverchio entusiasmo, nè nulla che fosse fuori della correttezza – era la sua parola – correttezza – nè infine nessun carico di filantropia, di mutuo soccorso? Ah questa idea bislacca non poteva venire in mente che a quel pazzerellone di Francesco Acquaviva, stravagante marito e stravagantissimo padre! Cesare Dias l’aveva presa sospirando, questa tegola sulla testa: e anelava il giorno in cui le sorelle Acquaviva avessero trovato dei mariti degni del loro nome e della loro fortuna. Quando la gente che lo invidiava, gli diceva che era una fortuna per lui esser solo, senza obblighi, senza seccature, egli rispondeva con un sorriso un po’ nervoso, uno degli scarsissimi suoi segni di emozione:
– Compatitemi, invece: ho due figliuole, me le ha lasciate in dono Francesco Acquaviva.
– Mah… si mariteranno presto – gli rispondevano.
– Speriamolo – mormorava lui come un padre inquieto.
Pure, quelle non erano due figliuole per lui: egli non le amava. Piovutegli dal cielo, conoscendole appena, avvolgendole in quel segreto disprezzo che hanno tutti gli uomini mondani per le fanciulle da marito, credendole due insignificanti e sciocche zitelle, non avendo, d’altra parte, nessuna tenerezza paterna nè fraterna in fondo al cuore per nessuno, e molto meno per le ragazze di Francesco Acquaviva, egli era stato diffidente con loro e si era chiuso in un contegno anche più serio del consueto. Poi, come il tempo passava, studiando i caratteri delle due fanciulle, quello di Laura così altero e chiuso, così taciturno e fiero, quasi che ella avesse vissuto tutta una vita anteriore di delusioni e di disinganni, quel carattere tanto naturalmente schivo di ogni peccato e di entusiasmo, gli era vagamente piaciuto, così, come colui che vede delinearsi in uno specchio mistico, fra le nebbie della fantasia, una figura indefinita ma rassomigliante alla propria, e si piega, sorridendo, incuriosito, per afferrarne meglio i contorni, e la visione subito sparisce, ma lascia un senso grato. Niente più che questo. Una indistinta ammirazione, che era dunque anche un’ammirazione di se stesso, un compiacimento del tutto egoistico; sensazione fugace di diletto spirituale, che si prova leggendo in un libro una idea che si è avuta, una volta, che si ha, che si ritrova espressa bene, degnamente. Non era neanche una simpatia; era una rassomiglianza. Invece il carattere di Anna, aperto, leale, turbolento, infiammabile per ogni cosa bella o brutta, buona o cattiva, ma che le eccitasse la immaginazione, capace di entusiasmarsi per una romanza, per un paesaggio, per un racconto triste, per un volto di sofferente, per una voce commossa, quel carattere sempre impetuoso, sempre generoso, che buttava via tutta la ricchezza del suo sentimento, alla ventura, gli sembrava così scorretto – ah era la sua parola, la correttezza – così stravagante, così fuori d’ogni regola, di ogni convenienza, di ogni criterio esatto della vita, che la fanciulla gli faceva sempre un effetto di antipatia.
In presenza di lei, per contrasto, egli assumeva un contegno anche più austero, pieno di severità per tutte le sciocchezze della esistenza, pieno di misterioso disdegno per tutta la rettorica umana, avente un aforisma di uomo scettico, di uomo tornato indietro da tutte le sentimentalità, a ogni scoppio del buon animo passionale di Anna.
Era un miracolo, se i due caratteri, ogni tanto, non si urtavano gravemente: talvolta ella si arrestava, presa da un segreto senso di rispetto, per quest’uomo che aveva forse sofferto e che aveva forse ragione di avvilire gli uomini e le lor passioni: talvolta era Cesare che taceva, sorridendo, pensando che non valesse la pena di riscaldarsi, per una creatura bizzarra, degna figlia di Francesco Acquaviva, che aveva gittato via la sua vita, al soffio di tutti i piaceri. Anna diceva, pensosa: forse, egli ha ragione. Cesare diceva, sdegnoso: che importa?
E così quando Cesare Dias seppe che la sua pupilla Anna Acquaviva si era innamorata di un giovanotto ignoto e senza danari, egli levò le spalle, mormorando: rettorica! Non credette neppure di dirle qualche cosa, sapendo che queste grandi vampe amorose sono attizzate dal vento della contraddizione; seccandosi sovra tutto di discutere, con una ragazza che non ragionava più. Quando Giustino Morelli gliene chiese umilmente la mano, dopo aver vinto le esitazioni della sua rettitudine, il tutore oppose a tutte le ingenue domande dell’amore la crudeltà dei sillogismi sociali, e pensò di aver vinto, quando vide andar via, pallido e rassegnato, il giovane innamorato. Una delle teorie di Cesare Dias era che la rettorica si combatte da se stessa: la rettorica sarà sempre uccisa dalla rettorica. Pensava che messo a posto dalla sua glaciale alterezza, quell’innamorato così timido e così dubbioso, nulla sarebbe più accaduto di grave; e andò ai suoi piaceri, ai suoi svaghi, senza occuparsene più oltre, con la sua stretta di spalle, moto familiare, dopo il quale egli riprendeva immediatamente la sua correttezza. Ma l’analisi chimica ignora l’irrompere spontaneo della vita, la critica ignora il genio, la ragione ignora la passione. Quando Cesare Dias seppe che Anna Acquaviva era fuggita dalla sua casa, che aveva abbandonato la sua famiglia, per darsi in balìa di un poveretto sconosciuto, egli restò stupefatto: ed ebbe innanzi a sè la visione di una forza ignota e veramente incommensurabile, che sollevava i cuori ad altezze vertiginose, e toglieva le persone alle volgari leggi dell’esistenza. Era un uomo che disdegnava le parole, che apprezzava solo i fatti, e veramente, egli era sgomento; una fanciulla che giuoca il suo onore e il suo avvenire così, è mossa da una leva possente, che deve essere rispettata. Ah, uno sconvolgimento si faceva nell’anima di Cesare Dias che aveva delle idee fisse e, degli aforismi prestabiliti, per tutte le evenienze della vita e che ora si trovava di fronte a una crisi morale e materiale, in cui sarebbe naufragata la felicità e forse la vita della fanciulla a lui affidata! Per la prima volta, mentre tanti volontari dolori egli aveva disseminati intorno, senza portarne nessun peso sulla coscienza, egli provò l’acuto rimprovero interiore, che inquieta assai più di una parola della gente. Avrebbe dovuto sorvegliare la fanciulla, essere più paterno, non abbandonarla senza guida alle lotte del sentimento, sorreggerla in quel pericoloso viaggio, che è la gioventù con l’amore.
Una pietà lo animava per questa creatura debole, senza principii, senza resistenza d’idee, senza fermezza di carattere, che al primo rumore della tempesta si piegava, già perduta, che dava il corpo e l’anima all’abisso, senza chieder soccorso. Pensava Cesare Dias, che se Anna Acquaviva fosse stata veramente sua figlia, egli avrebbe vegliato, perchè nella mente fantasiosa entrasse un criterio esatto e glaciale degli uomini e dei loro sentimenti: perchè nel cuore ardente della fanciulla si chetassero le fiamme della passione, e che ella vedesse che è impossibile di vivere ad altissima temperatura: se fosse stata proprio una sua figlia, egli le avrebbe fatta, come la sua, un’anima di bronzo. Aveva dunque mancato alla sua missione di protettore, di amico: eppure il morto padre, Francesco Acquaviva, aveva avuto fede nella sua saviezza di educatore, nella sua vigilanza affettuosa! Anna Acquaviva, di cui il carattere sempre vibrante gli aveva ispirato il disdegno delle persone pratiche, positive per tutto quello che è inutilmente sentimentale, adesso gli ispirava la compassione della persona intangibile, verso chi è esposto a tutti i colpi della fortuna, senza difesa. E mentre faceva il viaggio in carrozza da Napoli a Pompei, dopo aver rassicurato con poche parole Laura, dicendole che egli sapeva ove era Anna, in salvamento, e che andava a riprenderla, soggiungendole che bisognava perdonarle, perchè era una povera creatura in balìa del suo cuore, egli si prometteva di esser più attento, e sovra tutto di esercitare una influenza seria, su Anna Acquaviva, perchè la debole anima rivivesse in un ambiente austero e sereno, dove si potesse padroneggiare. Ah, se ella era fuggita di casa, era, probabilmente, perchè più forte le era parso l’amore di Giustino Morelli che l’amore di tutti loro; e pur troppo, sì, vi sono cuori che hanno necessità dell’amore, come il corpo ha necessità di pane! Non già, non già che Cesare Dias si fosse molto intenerito, non già che gli fosse nato nel cuore un novello affetto; molto era in guardia, da anni, contro le sorprese del sentimento, perchè una simpatia improvvisa sorgesse in lui. Ma era giusto, anzi tutto: riconosceva di avere mancato: riconosceva che Anna non aveva trovato in casa il vincolo, che la tenesse ferma: riconosceva che la infelice fanciulla era degna di pietà.
E seguendo l’intonazione del fatale giorno in cui egli aveva ricondotta la creatura smarrita e quasi morente, alla sua casa, Cesare Dias e Laura Acquaviva, e Stella Martini, le creavano attorno un ambiente silenzioso, calmo, indulgente, benevolo, come si fa per chi commise un grave ma generoso errore, di cui solo subisce il castigo. Laura Acquaviva, taciturna, pensosa, coi grandi occhi bigi che sembrava avessero visto e sognato altre esistenze anteriori, con quell’arco perfetto delle rosse labbra sempre chiuso, ella stessa andava e veniva nella camera dell’inferma, ombra sfiorante il pavimento, fermandosi ogni tanto a sorvegliare il torpore affannoso, o la veglia di Anna, non dicendole nulla, chiamandola solo per nome quando ella si lagnava, temperando la luce, lasciando che il silenzio, la penombra, il riposo facessero il loro effetto benefico sulla furiosa febbre, sul dolore morale della inferma.
Cesare Dias arrivava ogni mattina, entrava nella stanza in punta di piedi, chiedeva notizia all’infermiera solo con un cenno, si sedeva lontano dal letto, senza parlare. Se la malata levava la testa, se gli sbarrava in faccia i suoi occhi neri, che avevano sempre l’espressione di un indicibile smarrimento, egli la chiamava con la voce di quel giorno, le domandava come si sentisse: essa accennava che stava meglio, una lieve luce appariva sulla sua fisonomia, e poi ricadeva sull’origliere con le palpebre abbassate, improvvisamente, stanca, assorbita di nuovo nelle sue contemplazioni interiori.
Cesare Dias, senza farsi udire, si levava, se ne andava, parlando sottovoce anche nell’altra stanza, allontanandosi per ritornare più tardi, nel pomeriggio, tenendo sempre lo stesso contegno, anche la sera, quando la visita durava qualche minuto di più. In piedi, nel salottino innanzi a lui, era Laura Acquaviva, sempre vestita di bianco, di lana, con qualche cosa di monacale nel taglio dell’abito, guardandolo coi suoi fieri e grandi occhi bigi, che avevano pensieri profondi e sconosciuti, col nimbo dei fulvi capelli intorno alla bianca fronte; e pian piano, scambiavano qualche parola:
– Va meglio?
– Pare.
– Ha dormito, oggi?
– Non dormiva, pensava…
– Ha detto nulla?
– No.
– Chi la veglia, stanotte?
– Io.
– Voi vi stancate.
– No, no – ripeteva lei.
E non dicevano altro. Spesso, di sera, Cesare Dias veniva in marsina: arrivava dal circolo, dove aveva pranzato, andava a una partita di bèzigue, o a una prima rappresentazione. Egli restava in piedi, col soprabito aperto ed il cappello in mano, sempre corretto: in quell’abito, in quelle ore serotine, con la lieve eccitazione del pranzo o della imminente festa, Cesare Dias era ancora bello: gli occhi, alquanto smorti, riprendevano un po’ del loro splendore, si animava la tinta scialba delle guance, e i neri e lucidi capelli, la sola ricchezza giovanile che gli fosse rimasta, completavano l’illusivo aspetto del bell’uomo, ancora vigoroso nelle fibre: coloro che lo avevano visto di mattina, non riconoscevano più, alla sera, la pallida figura di gaudente, ormai annoiato anche dai godimenti; egli subiva in quelle ore una breve e fittizia esaltazione, come se una bevanda sorbita gli suscitasse nelle vene un rigoglio novello del sangue. Serenamente, biancovestita, Laura Acquaviva lo vedeva partire, senza domandare donde venisse e dove andasse: quando lo aveva salutato, ella ritornava in camera di Anna, lentamente, sfiorando il tappeto: Cesare Dias fuggiva alla sua notturna esistenza, dimenticando la noia e la stanchezza, ricercatore inquieto di nuovi e introvabili godimenti.
Cesare Dias intuiva che, volendosi tentare una guarigione morale della giovanetta, bisognava cominciarla in quel primo periodo di debolezza, in cui il suo animo era malleabile come la cera; se la fanciulla riprendeva tutto il vigore del suo temperamento, sarebbe stato impossibile trasformare il suo spirito. Giusto, Anna Acquaviva era in una prostrazione così grande, che passava le giornate intere immobile, con le braccia prosciolte lungo la persona, con le mani bianche e fredde, col capo sepolto nel guanciale, le due trecce sciolte sul petto: esangui le labbra, le guance, la fronte; senza vivacità di sguardo gli occhi. Quando le parlavano, rispondeva con un cenno degli occhi, con un moto della mano, con un lieve atto della testa: al più, con una parola, con voce fiochissima. Si dovevano chinare su lei per udire la sua risposta, sempre la stessa: – Come stai? – Meglio. – Che vuoi? – Niente. – Desideri qualche cosa? – No, grazie. – Dopo richiudeva gli occhi, abbattuta: non le dicevano più nulla, ma Anna sapeva che essi erano là, silenziosi, inchiodati sulle loro sedie, scambiantisi solo delle occhiate significative. Fu un progresso nella sua salute, un giorno, quando videro, Cesare Dias e Laura Acquaviva, che due o tre volte essa li aveva guardati, con una espressione così intensa di mesto pentimento, con una tale domanda di perdono di quei buoni occhi tristi, che non ci vollero parole per dire il suo sentimento. Poi, dopo, ella ebbe l’aria di voler restare sola con Cesare Dias, quasi che avesse da confidargli un segreto: lo seguiva con l’occhio: parea tendesse l’orecchio, ai passi altrui: ma lui, cautamente, non volle affrettare di un minuto la spiegazione. Difatti, fu un caso che restassero soli, una mattina, la inferma e il tutore. Egli leggeva il giornale, quando un soffio di voce arrivò al suo orecchio:
– Sentite…
Cesare Dias si accostò: i neri occhi chiedevan perdono, sempre, umilmente; e Anna balbettò:
– Che avrete pensato… che avrete detto…
– Non vi agitate, mia cara, parleremo poi – disse lui, benevolmente.
– Sono stata tanto colpevole… – singhiozzò l’inferma, facendosi sempre più pallida.
– Non parlate così, cara Anna: dite che avete commesso una follia giovanile, e niente altro.
– Una colpa, una colpa…
– Dite le cose come sono, e non come voi le immaginate – replicò lui, con la sua freddezza dominatrice – una follia giovanile.
– Quel che voi volete – diss’ella, dominata, umilmente. – Ma se sapeste…
– So, so – mormorò Cesare Dias, con l’ombra di un sorriso. – Calmatevi, ne parleremo un altro giorno.
Era rientrata Laura Acquaviva: la sua presenza fece finire il breve colloquio. Anna, accasciata dallo sforzo, taceva. Ma nella serata, al poco chiarore di una lampada accesa innanzi a una immagine della Madonna Addolorata, in un momento che Anna si trovò in faccia i grandi occhi bigi e pensierosi di Laura, che parea le facessero una domanda, ella si scosse e tentò sollevarsi sul cuscino; attrasse a sè la sorella:
– Tu sei buona… tu non sai… – mormorò.
– Sii tranquilla.
– Sei innocente, Laura… ma sei sorella… non mi giudicare.
– Io non ti giudico, Anna.
– Laura, Laura mia…
– Quietati, Anna.
Il tono era un po’ duro, ma la mano di Laura carezzava la guancia esangue di sua sorella, e costei, cullata da quella carezza, non disse altro.
Però da quel giorno, ritornando sempre più alla salute, il sentimento di umiltà e di contrizione innanzi a Cesare Dias, a Laura, crebbe, fu la nota iniziale della sua espressione.
Più costoro eran dolci con lei, di quella dolcezza compassionevole che si usa ai malati, ai vecchi, ai bimbi, più questa dolcezza di pietà era in contrasto con la freddezza, con la indifferenza passata, e più ella si sprofondava in un pentimento amarissimo. Si sentiva, innanzi a loro, che eran sani di corpo e di spirito, che andavano e venivano, che avevano il sangue tranquillo e la coscienza pura, fiacca di salute, turbata di spirito, il suo passato le faceva orrore, coi suoi inganni, con le sue pazzie, con le sue inutili e vergognose aberrazioni, con l’abbandono di ogni decoro femminile – per chi, per chi? Per uno sciocco senza cuore e senza coraggio, per un uomo che non l’amava, per una creatura inetta e crudele nella sua inettitudine. Quando faceva il paragone fra Giustino Morelli e le due persone, che ella aveva voluto abbandonare per lui: Giustino così timido, così misero nel sentimento, così pauroso della passione, ed essi così magnanimi, così dimentichi del suo errore: quando paragonava se stessa a quei due, così larghi di perdono a un’anima traviata come la sua, il pentimento si faceva più profondo. Anna avrebbe espiato, è vero: espiava di già, da quel giorno, soffrendo, raumiliandosi nella sofferenza, tutta immersa nella confusione dei cuori nobili, che riconoscono ed esagerano la grandezza del proprio peccato morale. Con le vene impoverite, con le fibre abbattute, coi nervi depressi, con l’anima inondata di lacrime, ella si sentiva una creatura miserabile, senza forza, senza coraggio, indegna di qualunque affetto: tutto quello che le si accordava, era una grazia. Ogni tanto, ella andava con uno sguardo da Cesare Dias a Laura Acquaviva:
– Voi siete buoni – mormorava più volte. Poi, questa frase istessa, il suono della propria voce, la commovevano talmente, che le veniva da piangere: e impallidiva, sempre più, con l’ombra nera sotto gli occhi che s’ingrandiva. – Così buoni… così buoni – ripeteva, con voce fievolissima.
Adesso il suo solo desiderio era un’obbedienza assoluta a quanto le avrebbe imposto il suo tutore, a quanto le avrebbe consigliato sua sorella.
Mani e piedi legati, ella si dava ai due esseri che aveva così crudelmente obliati, nei giorni della sua follia: e convalescente di un eccesso di vitalità, sfinita dopo la grande febbre, era per lei una dolcezza non voler più nulla, non saper più nulla, credendo solo nella saggezza e nella bontà altrui. Le pareva, lentissimamente, di rinascere a una nuova esistenza, quieta, placida, irresponsabile, in cui ella non potesse più decidere niente, passiva, in una passività senza sofferenza, in una tenerezza timida, in una dedizione di tutta se stessa alla benevolenza altrui. Così, ogni volta che le parlavano, sempre che le chiedevano il suo parere, la sua idea, sopra un balcone da aprirsi, su un mazzolino di fiori da togliere dalla stanza, sopra un biglietto da scrivere a un’amica che chiedeva notizie, ella diceva sì, chinando il capo, col motto, col gesto, con lo sguardo.
Sì, per quello che le diceva Cesare Dias, ingrandito ormai, nella sua fantasia, alle proporzioni di un’anima superiore, non attaccata dalle miserie umane, invincibile, troneggiante nelle sfere ideali dello spirito: sì, per quello che le diceva Laura Acquaviva, sua sorella, la purissima, la impeccabile, colei che sarebbe morta prima di macchiarsi; sì, per quella poveretta della sua damigella di compagnia, Stella Martini, così buona, così fidente, e che ella aveva ingannata così dolorosamente; sì, per la buona suora che l’assisteva, Marta del Crocifisso, che passava la sua vita nel sacrificio, nell’abnegazione, nell’altruismo più affettuoso; sì, per chiunque. Non avrebbe detto che sì, Anna Acquaviva: poichè ella aveva avuto torto e gli altri, tutti, avevano ragione.
Ella guariva. Le restava, della sua malattia, non altro che una immensa prostrazione di forze uno stordimento di testa, per cui non potea fissarsi sopra un’idea, un desiderio di non muoversi dal letto, dalla stanza, di non levare una mano, di tenere gli occhi socchiusi e il capo appoggiato ai cuscini. Cesare Dias veniva dopo colazione, alle due, l’ora in cui gli uomini mondani non hanno assolutamente nulla da fare, poichè le visite, le passeggiate non cominciano che alle quattro. Le fanciulle lo aspettavano ogni giorno, Laura con la sua aria distaccata da tutte le vili cose umane, senza mostrare nè ansietà, nè curiosità: Anna con un lieve desiderio segreto, poichè egli le portava un senso di vita tranquilla e forte, un efflusso della esistenza sociale, e sovra tutto perchè egli aveva l’aria così sicura, così imperturbabile, che ella si rincorava a vederlo, come i deboli si rincorano vedendo le persone sane e robuste. Egli parlava un poco, raccontava qualche storiella, diceva quello che era stato il ballo della sera prima, annunziava il viaggio di uno, il matrimonio dell’altro; ma sempre con quel suo fare tenuemente sdegnoso, di anima superiore che non si diverte, che non s’interessa, ma che non trova corretto di accentuare la sua noia e il suo disinteressamento: solo, qualche volta, egli si metteva a burlare il mondo e i suoi piaceri, e tutti i pari suoi, che facevano questa vita di burattini, e se stesso che subiva l’ambiente…
– Oh voi! – esclamava Anna, con una intonazione di rispettosa ammirazione.
Ella ascoltava volentieri quei discorsi, poichè la sua anima fatta fragile, aveva bisogno come le leggere farfalle, di poggiare su leggerissimi fiori: e quel ciarlìo elegante e freddo, quelle avventure senza fondo e senza interesse, quegli assiomi di un codice galante che eleva le apparenze a idoli, tutto questo frivolo bagaglio, la dilettava, nella sua fantasia indebolita: le piccole cose, adesso, attiravano il suo cuore rimpiccinito. Essa ammirava Cesare Dias, anche perchè, essendo un uomo forte e austero, si adattava a un ambiente che gli era tanto inferiore: gli pareva che egli fosse un’anima nata troppo tardi o troppo presto, diversa dal suo tempo, e il cui muto coraggio era di prendere in buona parte il suo tempo e le sue consuetudini. Quando egli manifestava il suo disprezzo per tutte le transazioni umane, pure ammettendo che tutti transigono a questo mondo: quando egli scherniva le follie umane, per cui si perdono le riputazioni e le fortune: quando egli diceva che la sola legge umana da rispettare, è il successo; quando egli diceva che tutte le generosità nascondono una segreta ragione di egoismo e che tutte le virtù dipendono da una debolezza del carattere o del temperamento, ella, colpita, avendo obliato, nella sua grande febbre, tutte le ragioni del sentimento che si oppongono a tali corrotte teorie degli uomini raffinati, abbassava il capo, senza più ribellarsi, dicendo, malinconicamente:
– Avete ragione.
Ora che ella si era levata, restavano spesso soli, in quell’ora pomeridiana. Laura li lasciava. Andava in un’altra stanza, a leggere; o riceveva qualche visita, nel salotto: o usciva, con Stella Martini. Infine il pretesto per andarsene lo trovava sempre. Era una creatura schiva, silenziosa, che non sapeva nè vivere, nè amare come gli altri. Era meglio lasciarla ai suoi gusti di taciturnità, di raccoglimento. Cesare Dias, un po’ inquieto, chiedeva di lei ad Anna:
– Che ha?
– È buona… è buonissima – mormorava Anna, in preda all’emozione, sempre che si nominava sua sorella.
Cesare Dias la fissava, seriamente: faceva così ogni volta che il viso di Anna si tramutava, ogni volta che la voce di lei tremava di emozione: era tutta la mala inclinazione passionale del passato che riappariva, in quegli indizi, ed egli voleva castigarla, soffocare queste improvvise, improvvide emozioni che mostravano ancora mal difeso, troppo sensibile, il cuore della fanciulla. Ah egli voleva che ella avesse il cuore di bronzo, e non tremante a tutti i soffi dell’affetto! E sempre, quando sentiva che tutta l’anima debole e fragile di Anna vibrava, Cesare Dias, naturalmente serio e composto, diventava più freddo, più austero che mai: l’occhio suo si facea vitreo, e in quel silenzio, ella intendeva di essergli spiaciuta. Essa lo sapeva, di spiacergli ogni volta che col suo contegno gli rammentava la follia che aveva macchiata la sua coscienza di fanciulla per bene: quando impallidiva, quando abbassava il capo pensando, quando la voce si soffocava nella gola e le lacrime la velavano. Cesare Dias odiava tutte queste manifestazioni della fiacchezza sentimentale, che mostrano il cuore in preda a tutte le passioni. Talvolta, quando Anna Acquaviva, incapace di dominarsi, aveva nei buoni occhi amorosi il passaggio di una emozione, egli fingeva di non accorgersene, o le chiedeva:
– Che avete?
– Niente – diceva lei, timida, sentendo di spiacergli più che mai.
– Sempre la stessa, inguaribile – mormorava lui, crollando la testa, sfiduciato.
– Scusatemi, è più forte di me… – ella diceva, pregandolo, con lo sguardo.
– Nulla deve essere più forte di voi; voi dovete essere più forte di tutto e di tutti – era l’assioma di Cesare Dias.
– Cercherò – concludeva lei, contrita.
Un giorno di aprile, ritornando a casa da una passeggiata con Laura Acquaviva, la buona Stella Martini le portò dei fiori, dei bei freschi bocciuoli di rose maggesi, che in Napoli sono precoci. Anna non vedeva fiori da tempo, nell’inverno, poichè durante la sua malattia il medico, Antonio Amati, li aveva proibiti. Le due donne erano state fuori lungo tempo, Anna era rimasta sola, sdraiata nella poltrona, presso il balcone socchiuso, da cui entravano i tepori della primavera; le aveva attese con impaziente malinconia. Quando le vide ritornare a casa, Laura bianca e bionda, vestita di bianco, spirante giovinezza e serenità dagli occhi grandi e limpidi, Stella Martini con la sua scialba e floscia fisonomia, che le lacrime antiche parevano avessero vuotata, portanti ambedue le rose fresche, rose tutte bagnate, tutte fragranti, ella sentì disfarsi il cuore di tenerezza, di rimpianto.
Teneva in grembo le rose, le toccava, le avvicinava alla faccia, vi nascondeva la bocca, e diceva, sottovoce, grazie, grazie, quasi non sapesse dire altro, smarrita di dolcezza. Più tardi, venne Cesare Dias e la trovò immersa nella contemplazione di questi fiori, con quegli occhi amorosi dei momenti passionali; una lieve ombra passò sulla fronte del tutore.
– Vedete, mi hanno portato le rose… come sono belle!
– Ho visto – disse lui, seccamente.
– Non amate i fiori? Sono così freschi e odorosi! Spero che li amiate: io li adoro!
E nell’enfasi dell’ultima frase, socchiuse gli occhi. Chissà, egli intuì, forse, che quelle parole, una volta, dovevano essere state dirette a un uomo; egli riconobbe, malgrado l’infermità, malgrado l’espiazione, sempre la stessa Anna Acquaviva, che era fuggita di casa. Aggrottò le sopracciglia: e la sua mazzettina di ebano batteva sulla sedia un po’ nervosamente.
– Volete una rosa? – chiese ella, per placarlo.
– No.
– E perchè?
– Perchè non amo affatto i fiori – replicò, duramente.
– Come, neanche per metterli all’occhiello, quando andate in società? – provò a scherzare, lei.
– … non sono assolutamente necessarii. I fiori saranno belli: sono belli, anzi. Ma vi assicuro che non ho mai commessa la debolezza di piangere per essi, o di dichiarare che li adoro.
– Ho avuto torto… ho detto troppo – balbettò Anna.
– Dite sempre troppo. Vi manca completamente il senso della misura. Vi sono cose che una ragazza deve cominciare dal non dire: così, non le fa. Chi dice troppo, si perde.
Ah, all’udire quell’ultima parola, ella si fece bianca come il merletto della sua vestaglia. Era dunque venuto il rimprovero temuto da tanto tempo, aspettato con paura segreta: la parola le era stata risparmiata, per un breve periodo, ma, poi, era stata detta: Chi dice troppo, si perde. Una volta, sei mesi prima, ella non avrebbe tollerato da nessuno questo rimprovero, questo amaro ricordo della sua pazzia: ella avrebbe reagito, specialmente contro Cesare Dias, poichè lo aveva sempre ritenuto un cuore arido o inaridito: ma adesso! Così vinta dalla trascorsa malattia, dal dolore e dalla permanente espiazione, ella non trovò in sè nessuna fibra che si ribellasse, il sangue dormiva nelle vene, il cuore non era che pieno di pentimento. Chi dice troppo, si perde. Cesare Dias aveva ragione.
– È vero – ella disse.
Pure, dentro sè, una tristezza nacque, come se in quel consenso Anna avesse rinunziato a qualche cara parte dell’anima: quella rinunzia parve avesse scavato un gran vuoto, nel cuore. La fisonomia di Cesare Dias si chiarì, in quel principio di vittoria.
– Anna, – egli seguitò – ogni volta che vi fate prendere da queste fisime sentimentali, che adoperate queste espressioni esagerate, che vi date a questi sfoghi di rettorica, vi assicuro che mi fate dispiacere. Ma che, credete che la vita passi a dire alla gente, alle case, alla campagna, ai fiori, che voi li adorate? Vi pare che l’esistenza debba avere questa forma convulsionaria, che voi le date? Vi pare che tutto consista in un pallore, in un sorriso, in una lacrima, in un bacio? Sapete, a che conduce questo regime? Voi lo sapete, a che conduce…
– Risparmiatemi, ve ne prego.
– Non posso, mia cara. Dovete prima convenire meco che il vostro criterio della vita è un po’ folle, talvolta generoso, se vogliamo, ma conducente ai più gravi errori. Ho ragione?
– Voi avete ragione.
– Dovete convenire che, in tal modo, s’infelicita se stessi e gli altri e che l’obbligo nostro è di rendere felici noi stessi, e gli altri, per quanto si può. Tutto il resto è rettorica. Ho ragione?
– Voi avete ragione.
– Che infine, è meglio essere ragionevoli che sentimentali, meglio essere aridi che rettorici, meglio tacere che dire tutto il proprio cuore, meglio essere forti che deboli. Che ne dite? Non ho ragione?
– Voi avete ragione, sempre.
– Anna, sapete voi che cos’è la vita?
– … non so… non so veramente…
– La vita è una cosa seria e sciocca, nello stesso tempo.
Ella non soggiunse nulla; abbattuta pensava.
– È seria, perchè noi nulla conosciamo oltre di essa, perchè ogni uomo e ogni donna, in qualunque condizione si trovi, assume delle responsabilità di onestà, di decoro, di dignità, di correttezza; infine, perchè quando si è ricchi e nobili bisogna esser morali a una certa maniera, e quando si è poveri e oscuri, si deve esser morali a un’altra maniera…
Egli vide che essa, rianimata da quelle parole più larghe, più affettuose, lo guardava con l’occhio vivido, udendo le cose che egli diceva, avidamente, quasi assorbendone le idee giuste e ferme: egli vide che poteva tentare il gran colpo.
– Giustino Morelli… – disse, piano.
– No! – gridò lei, stringendosi le tempie fra le mani, col viso diventato terreo.
– Giustino Morelli… – incominciò lui, più freddamente.
– Per carità, non lo nominate! – supplicò, affannando.
Cesare Dias ebbe l’aria di non aver visto, di non aver udito. Voleva andare sino in fondo, con coraggio, senza pietà.
– … era una persona seria, un uomo onesto – completò lui, freddissimamente.
– Un’infamia, un tradimento… – mormorava Anna, quasi parlasse a se stessa.
– Anna, quello era un uomo onesto, lo dovete credere adesso, o lo crederete poi…
– Giammai, giammai.
– Lo crederete. Debbo rendergli giustizia, io, che sono uomo. Poteva uscire dalla oscurità, aver danari, aver una bella moglie, una moglie che amava, poichè egli vi amava…
– No, no.
– Ognuno ama come può, mia cara – ribattè Cesare, glacialmente. – Egli, dunque, vi amava. Ma per non farsi accusare di speculazione, per non avere dal mondo, e forse un giorno da voi, Anna, il rimprovero di aver fatto fruttare danaro all’amore, per non restare sotto l’accusa di aver sedotto una ragazza pei quattrini, per non farvi soffrire, almeno nei primi anni, della sua miseria e della sua oscurità, ha rinunziato, intendete? ha rinunziato per onestà, per virtù, affrontando la vostra collera e il vostro disprezzo per tutta la vita. Cara mia, quello è un martire del suo dovere, per parlare con una frase vostra… e invece voi… Permettete che vi dica una cosa dispiacevole in apparenza, amichevole in fondo?
Anna acconsentì, con la testa.
– Invece, voi non avete nessun criterio della serietà dell’esistenza; tutte le sue responsabilità spariscono innanzi al vostro capriccio, o alla vostra passione, per ripetere quello che dite; voi scavalcate ogni ostacolo; voi calpestate ogni riguardo, e arrischiate l’onore, la pace, la salute, così. La vita è una cosa seria. Anna.
Avvilita, con lo sguardo basso, ella non seppe fare altro che un gesto desolato delle mani, per dire di sì.
– Ed è anche una cosa sciocca, Anna.
Era il gentiluomo corrotto e raffinato, era colui che aveva bevuto a tutte le coppe, era il gaudente sempre annoiato e sempre curioso, quello che riappariva, dentro la tonaca del predicatore di morale… Anna sbarrò gli occhi, meravigliata e scoraggiata.
– Sicuramente, è una cosa sciocca, perchè il mondo è pieno di parenti crudeli, di falsi amici, di mogli che tradiscono i mariti, di mariti che piantano le mogli, di soci ladri, di banchieri furfanti: e tutti costoro, poi, sono alla loro volta giudici severi, dopo essere stati colpevoli: perchè tutte le apparenze ingannano, perchè tutte le facce mentiscono, perchè quando s’incontra veramente un uomo per bene o una donna per bene, nessuno ci crede, o chi ci crede fa delle restrizioni, o chi ci crede, li disprezza, senz’altro. Una sciocchezza, la vita! Ci priviamo, facciamo dei sacrifizi, rinunziamo – povero Morelli! – per raccogliere egualmente la disistima e il disdegno…
– Ma allora? – chiese dolorosamente Anna Acquaviva,
– Allora?… Bisogna aver la forza di guardare l’esistenza in faccia, di conoscere gli uomini e le donne quali sono, di misurare se stessi e di procedere avanti…
– Godendo o soffrendo? – e la domanda fu più ansiosa, poichè quella, invero, era la parola segreta, il nodo della questione, poichè Anna sentiva che, dopo quella risposta, il punto interrogativo della sua anima era soddisfatto.
– I forti godono; i deboli soffrono: ma solo i forti han diritto di trionfare.
Ella tacque. Era oppressa da quella filosofia così amara, così dura, così piena di uno sterile orgoglio, così trapelante l’egoismo e la crudeltà. Quell’edificio elevato innanzi alla sua fantasia dal discorso paradossale e velenoso di Cesare Dias, le faceva spavento e le sembrava di essere stata sepolta, sotto la rovina delle sue illusioni. Non intendeva più nulla, nel proprio cuore, e nel mondo intorno: una paurosa confusione aveva sconvolto ogni principio suo antico, ogni novella aspirazione di rigenerazione. Aveva dentro il cuore tutta una nostalgia di amore, di devozione, di tenerezza, di entusiasmo: provava una infinita malinconia a non dover spasimare più per nessuno, e non dover più spargere le sue lagrime per nessuno: si sentiva soffocare di affetto incompreso, mal collocato nel passato, non collocato nel presente; non corrisposto nel passato senza speranza di miglior presente, di migliore avvenire. Eppure, disordinatamente, ella sentiva che quel che aveva detto Cesare Dias, assai duramente, in una forma brutale, corrispondeva alla verità: verità perfida e triste, verità corruttrice e dissolvente, verità consumatrice, ma verità. Ella non sapeva più niente, aveva perduto la sua stella del polo, si trovava ravvolta in un gran turbine vertiginoso dello spirito. E colui che ve l’aveva immersa, le ispirava nel medesimo tempo paura, rispetto, e non so quale indefinita ammirazione. Egli aveva vinto le burrasche, era in porto; forse, attraverso il temporale, nella disperazione, egli aveva gittato alle onde furiose la sua preziosa zavorra: forse, senza salvarle, aveva veduto perire le sue persone più care; forse egli era un frammento sdruscito, una tavola rotta, un albero infranto e diventato inutile: ma che importa? Era alla spiaggia, spezzato, ma salvo; e poteva ammonire gli ingenui e fidenti viaggiatori, potea burlarsi degli audaci e dei superbi. Ella dubitava ancora, se fosse meglio perdersi nella tempesta, nobilmente, generosamente, dopo aver vissuto e aver amato, o se fosse più saggio sacrificare tutto per il piacere, per le apparenze salvate, per i godimenti di un mostruoso egoismo; era incerta e tremava di dovere sciogliere questo dubbio. Ma colui che lo aveva sciolto tanto fortunatamente, senza esitare e senza mostrare le sue esitazioni, colui che, se aveva errato, aveva nascosto i suoi errori o aveva saputo sfruttarli, colui che aveva vinto, infine, le pareva degno di ammirazione. Ella era in fondo a un precipizio, fra pietre, spine e rovi, al buio e nella solitudine, avendo per sostegno solo il proprio fragile errore: Cesare Dias era sulla montagna, fra l’aria e la luce, sotto il pio tremolare delle stelle, solo, è vero, ma avendo già strappato alla sfinge il suo enigma. E tutto quello che ella provava, confusamente, le venne alle labbra, in poche parole:
– Voi siete forte.
– Sì – disse Cesare.
– E… siete felice, è vero?
– Molto felice; quanto si può esser felice – concluse, lui, nel trionfo del suo orgoglio.
Un silenzio crebbe nella stanza, dove il mite tramonto primaverile metteva le sue prime tinte, delicatamente bigie. Anna macchinalmente giocherellava con le rosette fresche, coi vividi bottoni che già avevano spezzato l’involucro; ma non vedeva più le rose, nè i boccioli, ma tutti i fiori le sembravano appassiti e morti, oramai.
– Siete stato sempre felice? – domandò ancora Anna, tormentata dalle sue incertezze e un po’ tremante nel chieder ciò, senza indovinare il perchè.
Cesare Dias levò il capo, si alzò dalla sedia, passeggiò per la stanza, tornò a sedersi; ma non rispose.
– Ditemelo, ditemelo, siete stato sempre felice? – pregò la fanciulla.
– Che è il passato? Nulla.
Di nuovo, silenzio. Ella alzò i timidi occhi dolorosi, e osò dire:
– E… avete amato?
Egli represse un moto di nervosità, fugacissimo.
– Chi dice troppo, si perde; chi vuol sapere troppo, soffre. Non domandate – sentenziò lui, gravemente.
Ella, senza chieder più nulla, prese una rosa e gliela offrì; una piccola rosa. Cesare Dias gliela tolse rapidamente dalle dita gracili e la mise all’occhiello. Da qualche minuto Laura Acquaviva, vestita di bianco, era entrata: vedeva e udiva.

IV.

Per la prima rappresentazione del San Carlo, in quella sera di Natale, si dava la più drammatica opera di Meyerbeer: Gli Ugonotti. La prima serata del massimo teatro costituisce sempre un avvenimento per il gran pubblico napoletano, qualunque opera, vecchia o nuova, vi si dia: ma quando l’opera è di quelle che appassionano, l’interesse diventa grandissimo. Le duemila persone, fra uomini e donne, che costituiscono la vita mondana di questa città di mezzo milione di abitanti, si agitavano da qualche giorno, nelle visite, nelle conversazioni, nei caffè, in tutti i ritrovi, prevedendo che la serata sarebbe stata magnifica. Cantavano negli Ugonotti la De Giuli Borsi e Roberto Stagno: in quell’opera il pubblico li doveva udire per la prima volta, mentre già li conosceva, o per fama, o per averli uditi in altre opere. Così che, per tre o quattro ragioni palesi, o per moltissime ragioni nascoste, le duemila persone, in quel giorno di Natale, trasformarono le occupazioni, o gli ozii della loro giornata in modo da poter essere pronti alle otto, in marsina gli uomini, in eleganti e ricche vesti da ballo le signore; tutti sacrificarono o la passeggiata, o le visite, o l’ora del pranzo, o la siesta del dopo pranzo, per avviarsi al teatro. E tutto intorno all’arcata elegante del portico, vicino alle porte piccole e alle grandi, dalle sette e mezzo, sotto la luce divampante delle fiammelle a gas, era un formicolio di gente che arrivava a piedi, col bavero del soprabito rialzato, mostrando sotto il cappello di seta a soffietto, la faccia rasa di fresco, coi mustacchi arricciati, o la barbetta castana tagliata in punta; altri arrivavano, bene imbacuccati, in carrozza da nolo, e discendevano, con un leggero salto, innanzi alla porta, sulla piazza San Ferdinando, accanto ai pompieri; mentre sotto il portico, innanzi alla porta centrale, coi due battenti foderati di drappo rosso, arrivavano continuamente gli equipaggi signorili, si fermavano, la portiera della piccola ed elegante carrozza si schiudeva con un rumor sordo, e le signore, tutte avvolte nei mantelli di velluto rosso foderati di pelliccia, o nelle brevi mantelline bianche ricamate d’oro, col capo nascosto nelle leggere sciarpe di garza, posavano il gentil piede calzato di seta bianca, dalla scarpetta di raso bianco, sullo scalino, e in un sol movimento erano dentro. Le carrozze, al trotto, arrivavano sempre, ed era uno schiudersi e un richiudersi dei due battenti rossi, continuo; dall’apertura si vedeva il duplice bianco scalone e il gran pianerottolo vivido di luce, brulicante di gente, la quale ascendeva pian piano, già tranquillizzata, già assorbente da tutti i sensi, da tutti i pori, il piacere intellettuale e sensuale dello spettacolo, pregustando quello che avrebbe avuto nella sala: e gli eleganti, fermi sugli scalini, sul pianerottolo, col soprabito aperto che mostrava il candido petto della camicia, col cappello a soffietto inclinato sull’orecchio, fumando un’ultima sigaretta, guardavano le signore che giungevano, che salivano le scale rapidamente, col capo chino, tenendo raccolto lo strascico di broccato, e così, gli eleganti, i galanti, gli innamorati, preludiavano alle contemplazioni della sala.
Le fanciulle, senza strascico, vestite di abiti leggeri e chiari, con certi sciallini rosei o azzurri che stringevano loro le spalle, coi capelli intrecciati sulla nuca, o buttati giù sulle spalle, a onde crespe, sogguardavano obliquamente, con quell’occhio che pare immerso in un sonnambulismo, e che intanto vede tutto. Alle otto, sotto il porticato, per le scale, pei corridoi, la circolazione era difficile e da tutte le parti si udivan voci che chiamavano il custode dei palchi, mentre le signore raggruppate, appoggiate ai muri, formanti un quadro di stoffe seriche, di ricami, di merletti, di gemme, di teste incappucciate, aspettavano che si aprisse. Frettolosamente, uomini in marsina, col soprabito lungo aperto, andavano e venivano, portando un ventaglio, una pelliccia femminile: e dei servitori in livrea che avevano accompagnato sino al palco delle signore, se ne andavano, scialbi sotto l’alto cappello incerato, dalla coccarda lucida. Ogni volta che i battenti delle porte foderate di rosso, con l’occhio ovale di cristallo, si chiudevano, degli sbuffi d’aria calda ondeggiavano, e intorno al teatro era un romorìo sempre vivo di carrozze, di venditori di libretti, di trams che passavano, fischiando: sopra, dalle scale ai pianerottoli, ai corridoi, alla terrazzina, nasceva un silenzio, la gente si diradava, assorbita dai palchi, dalla platea, dal loggione. Alle otto e un quarto non vi era nessuno: San Carlo aveva preso tutta la folla mondana napoletana, col duplice fascino dell’arte e del piacere.
Nella sala, dalle sette e mezzo, era un ciarlìo sommesso di gente che arrivava, uno schiuder fragoroso delle porte dei palchi, un abbassar con un colpo secco delle panchine, delle sedie, un segar di violini e di viole che si accordavano, curiosamente. Alle otto meno cinque minuti, il gas si alzò; e dal maestoso sipario che il Sanquirico dipinse così largamente, con fare antico, al fondo rosso e oro – rosso austero e oro smorto – di tutta la sala, dalla nera e bianca falange di eleganti che si ergeva, fitta, dalle poltrone, alla gloriosa colonna di donne ingioiellate, nei palchi, dalla fittissima platea nereggiante di folla, alle estreme altitudini del lubbione, fu come un lungo sospiro di sollievo, e il brusìo della gente che erasi fatto forte, cadde a un tratto, nel rispettoso silenzio dell’aspettazione.
Nei palchi qualche signora si teneva indietro, contenta di esser giunta a tempo, ma non volendosi far vedere troppo presto, ancora chiusa nel mantello, guardando negli altri palchi, per vedere chi vi fosse; altre più impazienti, erano già al loro posto: e chi vestita di chiaro, fra le sete e garze, aveva l’aria di emergere da una rosea e azzurrina nuvola, chi vestita di nero velluto, scollacciata, sembrava una statua, sgorgante dalla linea netta di quell’abito. Dei grandi ventagli di piume bianche già ondeggiavano, con un moto assai molle: dalle poltrone, dove gli eleganti, in piedi, voltavano le spalle al palcoscenico, era un occhieggiare, un accennare, un ricercare con l’occhialino, ansiosamente, un girar la testa, ogni volta che un palco si schiudeva.
Adesso, a ogni rumore più forte, era un zittìo, come se l’opera fosse incominciata; e ogni tanto, vi erano dei minuti di profondo silenzio. La sala del San Carlo nella magnificenza della sua architettura, nella ricchezza dei suoi ornati, fulgidamente illuminata, piena zeppa, fa sempre questo effetto di stupefazione, sulla folla istessa che ne aumenta la imponenza.
Laura e Anna Acquaviva, accompagnate dalla loro damigella di compagnia Stella Martini, erano giunte in teatro alle otto, ed avevano preso posto nel palco numero diciannove di seconda fila. Le due sorelle erano vestite di bianco, di una seta bianca, fine e molle: ma tranne che nel colore e nella stoffa del vestito, esse erano dissimiglianti. Laura aveva fatto adornare il suo vestito di garze bianche, di lievi veli bianchi, in modo di avvolgere tutto il busto in una candida e verginale vaporosità, e gli stessi guanti sottilissimi, trasparenti, di seta bianca, erano attaccati con un nastrino bianco sull’alto del braccio, dove la leggera manica giungeva; i capelli fulvi e un po’ ricciuti, formanti un nimbo dove la luce si frangeva sulla fronte e sulle tempia, erano rialzati sul sommo del capo, in un nodo che pareva di oro brunito, e il viso ovale e roseo, dai grandi occhi bigi e sereni, aveva una freschezza ammirabile. Anna portava il busto del suo vestito di seta un po’ aperto, con un giro rotondo di trina bianca, che si arrovesciava infantilmente, lasciandole il collo scoperto: un nastro di velluto nero glielo cingeva; si vedeva un po’ del braccio nudo, fra la manica e il guanto; tutto il carattere della sua persona era preciso, ben lineato, un bel corpo giovanile che si disegnava nitidamente, scultoriamente. I folti capelli neri lasciavano scoperta la fronte e le tempia, con una linea curva ferma e vigorosa: non un ricciolo, non una ciocca si abbandonava: i capelli erano poi raccolti dietro, sulla nuca, in una grossa massa che posava sul collo. Adesso, dopo la malattia sofferta, il viso di Anna si era un po’ affinato, fatto più pallido, quasi spiritualizzato: più profondi i neri occhi buoni, e una piccola ombra vi rimaneva, sottolineandoli, parendo ella fosse stata segnata colà dal dolore, per sempre; e in tutta la sua fisonomia vi era qualche cosa di vago, di distratto, nello sguardo, nel sorriso: sembrava che l’anima non si fermasse mai più sopra niente. Ogni tanto ella si facea vento col ventaglio di pizzo bianco e restava immobile, cogli occhi levati, assorta; ma si scoteva subito. Stella Martini che l’accompagnava dovunque, e più volentieri di tutto al teatro di musica, perchè la musica ridestava tutte le memorie della sua vita sfiorita, si era messa un po’ indietro: Anna aveva preso il primo posto, Laura il secondo; il posto in mezzo era vuoto. Subito gli occhialini dei giovanotti si erano rivolti su loro, così diversamente belle, così variamente seducenti: le figlie di Francesco Acquaviva non avendo parenti che le accompagnassero, solo al San Carlo era possibile vederle un poco: erano belle, attraenti, avevano una grossa dote: solo di una, della bruna, si diceva che era stravagante, che avea avuto un grande amore infelice, per cui era stata prossima alla morte; ma era una diceria incerta, niente altro. Le guardavano, perchè erano della loro società, degne di diventare delle belle spose; ma le guardavano fuggevolmente, poichè le fanciulle non si guardano, in teatro, nè altrove, se non quando si vuole sposarle.
Poi, apparve in un palco la bellissima contessa di Alemagna, la bruna dagli occhi azzurri e dalle spalle magnifiche, vestita di rosso vivo, con una collana di grosse perle: tutti si rivolsero a lei. L’opera cominciava, diretta da Carlo Scalisi: il pubblico era immobile, pietrificato nell’attenzione. Le donne nei palchi, non battevano palpebra, vinte immediatamente, nella sensibilità, dall’onda musicale. Nel palco Acquaviva si taceva; e le due fanciulle serbavano innanzi alla gente, lo stesso contegno silenzioso della casa, poichè Laura pareva che in privato e in pubblico non volesse mai dire nulla, che non avesse niente da dire: ed era così calma, pareva così felice, che Anna, piena per lei di una devozione e di una tenerezza, tanto più grandi perchè non si espandevano, non la interrogava, rispettando quella pace. Ora che il divo tenore Roberto Stagno si avanzava, per filare la romanza dove Raul parla della sua Valentina, vi fu un movimento in teatro, uno di quei lunghi ondeggiamenti della folla, che si commuove all’attenzione. Laura guardava in un punto della sala, naturalmente, e un impercettibile sorriso le apparve sul perfetto arco chiuso delle labbra; non così impercettibile che Anna non lo vedesse. Anna trasalì e seguì lo sguardo di Laura. In un palco di prima fila, al numero quattro, dirimpetto a loro, era apparso Cesare Dias, in marsina, portante sul viso bello e sfiorito di uomo quarantenne, la fittizia eccitazione delle sue serate, correttissimo, del resto, con quel misto di figura meridionale consumata dagli anni e dalla esistenza a oltranza, e di contegno inglese; con lui era un giovane gentiluomo. Si sedettero innanzi, subito, fra gli applausi che la folla profondeva a Roberto Stagno, artista squisito. Adesso Laura non guardava più, e invece Anna, assorbita, teneva gli occhi fissati sul palco di Cesare Dias. Costui parve sentisse il magnetismo di quella occhiata lunga, insistente, poichè si voltò a guardare: ma non sorrise, nè salutò, solo disse qualche cosa al suo compagno, che prese l’occhialino e lo puntò sul palco delle sorelle Acquaviva. Il giovane gentiluomo era di statura media e prestante: una barbetta bionda, tagliata rada sulle guance, gli dava l’aria di un ritratto antico del Tiziano. Sulla fronte molto bianca erano sprezzantemente gittati indietro i capelli biondo-castani, molto più scuri della barba, e gli occhi castani avevano molta dolcezza. Scambiava qualche parola, ogni poco, con Cesare Dias, ma non si voltava mai al palcoscenico; occhieggiava la sala mostrando di essere venuto colà per un interesse personale, senza curarsi della musica.
Anna guardava in quel palco; se lo spettacolo della scena la distoglieva, era per un breve momento: quasi a ingannare se stessa, prima degli altri, ella dava un’occhiata in giro, fissandosi qua e là, ma senza la vivacità di chi vede e di chi ammira. Ma quando, fatalmente, Anna ritornava con l’occhio al palco numero quattro, di prima fila, dove Cesare Dias, torcendo macchinalmente il nero mustacchio, ascoltava la musica, senza punto volersi voltare alla sala, ella restava immobile: e i bruni occhi man mano pareva diventassero più vividi nella loro nerezza, una luce li allargava, e tutta la fisonomia, pur restando pallida, ne era irradiata. Ella stessa, forse, non misurava la forza di quel misterioso fascino che le si addensava intorno e a cui si abbandonava, senza tentare di difendersi; era qualche cosa di avvolgente che nasceva da quella dolce musica dove pur fremevano, dentro la dolcezza, tante malinconie, donde sgorgavano, dalla dolcezza, grida strazianti di cuori angosciati: nasceva dal dramma che si iniziava sul palcoscenico, sospirato, pianto nella musica, e da quel fulgore di sala che aveva visto tante cose, che aveva racchiuso tante emozioni, e da quella gente agglomerata, piena di segrete passioni; nasceva da una causa interna, ignota ancora, ma così dominante il debole cuore di Anna Acquaviva, che ella, senza combattere, vi si lasciava andare. Erano, intorno a lei, dei veli leggeri e sottili che scendevano, scendevano, come un fumo chiaro, come una chiara nuvola e che si affittivano, si affittivano, sino ad avere una densità impenetrabile: ondeggiava, sì, intorno a lei, la nuvola luminosa di quel fascino, ma ella era presa, Anna Acquaviva, ella era assorbita e pur non sapendo nè come, nè perchè, pur non vedendo nulla oltre quella nuvola, sentiva avvinghiata per sempre la sua volontà, senza tentativo di liberazione, tremando di gioia a quella cattività.
– Quello è Luigi Caracciolo – disse ad un tratto Laura Acquaviva, quasi rispondesse a un’interrogazione.
– Chi? – domandò Anna, che non aveva udito.
– Luigi Caracciolo: quello che sta con Dias.
– Ah! – fece l’altra chinando gli occhi.
E di nuovo, come il fiore del girasole magicamente si volta sempre alla divina luce di Apollo, scaturendone la propria vita e l’azione della propria vita, restando, anche nell’ombra, rivolto verso l’occidente dove Apollo tramontò, rivoltandosi magicamente alla mattina, verso l’oriente dove Apollo deve sorgere ancora a dar fiamma di forza e di amore alle cose, così Anna Acquaviva si rivolse nuovamente al palco di prima fila, numero quattro, dove stavano insieme Cesare Dias e Luigi Caracciolo. Tutto il resto del teatro, dal palcoscenico alla platea, dalla platea alle ultimissime file dei palchi, le sembrava messo in gran confusione di colori e di linee, di luci tremolanti, di ombre scialbe e vaganti, dai profili indistinti, mentre tutto il fascio della luce le pareva rivolto in quel piccolo centro: e quel breve spazio dove due persone vivevano, era così lineato precisamente, così forte nel suo disegno, così staccato sul fondo scuro, che la stessa sua visione, nitida e tagliente, le faceva abbarbagliare gli occhi.
Ma sentivano, colà, il magnetismo di quegli occhi incantati, abbagliati? Cesare Dias, un po’ sdraiato al suo posto, col capo appoggiato allo stipite del palco, col braccio allungato sul velluto rosso del bordo, ascoltava la musica di Meyerbeer, e solo sbadatamente, talvolta, si girava a dare un’occhiata alla sala, un’occhiata fredda, dell’uomo che sa di trovar sempre le stesse persone, allo stesso posto, che non se ne annoia, ma che non può dimostrare nè meraviglia, nè piacere.
Invece Luigi Caracciolo non si sdegnava neppure di dare la sua attenzione alla musica, di cui cominciava il finale del primo atto, dove già fioriscono dolorosamente le commozioni degli atti seguenti; Luigi Caracciolo, carezzante, ogni tanto, la barbetta bionda, mentre un fino sorriso gli si disegnava sulle labbra rosse che avevano del femminile, guardava le signore, e quando prendeva l’occhialino di madreperla iridiscente, lo fissava sul palco delle Acquaviva. Subiva egli il magnetismo? Chi sa! Guardava. Quando il sipario cadde e Roberto Stagno venne al proscenio, Luigi non levò le mani per applaudire. Guardava nel palco delle due fanciulle. Cesare Dias gli disse una parola; si levarono e uscirono. A un tratto, tutte le cose intorno ad Anna parvero scolorate ed ella si buttò indietro; il luminoso teatro si era trasformato in un grande vuoto oscuro, silenzioso.
– Stagno canta divinamente – osservò Stella Martini.
– Sì – rispose Laura. – Non vi pare che esageri?
– Non mi pare.
– Allora, è la musica che è un po’ esagerata.
Anna non udiva, aveva gli occhi socchiusi. Nel teatro era un rumorìo, di nuovo, di porte aperte e richiuse, un fruscìo di persone che si muovevano, un maggior agitarsi di ventagli, un cambiar di posto di uomini, di signore, un alzarsi e abbassarsi di occhialini, mentre le poltrone restavano deserte. Il giro delle visite era cominciato; i mariti, i fratelli, uscivano dal proprio palco per lasciar posto ai visitatori, andando essi stessi a far da visitatori altrove, un chiacchierio leggero si elevava, mollemente, dai palchi di prima e seconda fila al lubbione, dove studenti, operai, commessi di negozio, s’inchinavano incuriositi, abbagliati. Tristemente, fra le palpebre socchiuse, Anna Acquaviva guardava quel palco di prima fila, vuoto, pieno di ombra, e le pareva di esservi entrata, in quella tenebra, smarrendovisi, in una notte lunga, simile al girasole che languisce, nelle interminabili ore che il sole scompare. A un tratto, sempre parendo di gittare così una notizia, a chi voleva o non voleva udirla, Laura disse:
– Luigi Caracciolo e Cesare Dias sono dalla contessa d’Alemagna.
Anna si volse subito, prendendo l’occhialino. Essi erano colà, da varii minuti, dirimpetto alla bellissima signora vestita di rosso, seduti uno accanto all’altro, in modo che si vedevano i due profili, il pallido e nobile profilo di Cesare Dias e il profilo giovanile, un po’ insolente, di Luigi Caracciolo. La contessa d’Alemagna, una viennese assai intelligente, assai spiritosa, parlava loro vivacemente, battendo sul bordo del palco, a colpetti brevi e leggeri, il suo gran ventaglio di piume rosso fuoco; e doveva dire certamente qualche cosa d’interessante, poichè i due uomini sorridevano, si vedeva l’angolo del loro sorriso, e aggiungevano qualche parola di commento, ogni tanto, che la contessa d’Alemagna ascoltava con la sua aria intellettuale, riprendendo subito la conversazione. Le fanciulle Acquaviva non dicevano nulla, fra loro: ma mentre Anna aveva lasciato l’occhialino, deponendolo sulla sedia di mezzo, un piccolo strato di pallore si distendeva sulle guance brune, scacciandone quel po’ di sangue, che il calore del teatro vi aveva chiamato.
– Vi sentite male? – le chiese premurosamente Stella Martini, impensierita, poichè era la prima volta che la fanciulla andava in pubblico dopo la malattia, la convalescenza e il lungo periodo di riposo.
– Nossignora, grazie – mormorò la fanciulla impallidendo sempre.
– È forse il caldo: aprirò la porta del palco – soggiunse maternamente la damigella.
– Laura, siedi qui – pregò Anna, levandosi.
Mentre la sorella si metteva al suo posto, Anna andò in fondo al palco, di cui Stella Martini aveva socchiuso la porta. La ragazza si appoggiò allo stipite, respirando lungamente, con gli occhi chiusi. La buona donna le prese la mano, che rimase inerte nel guanto di seta bianca, fra le sue.
– State meglio, mia cara?
– Grazie, molto meglio: era il caldo.
E tentò di ritornare innanzi, fatalmente attratta: ma Stella Martini la trattenne, temendo che il caldo la disturbasse di nuovo. Anna restò, respirando l’aria fresca che veniva dai corridoi. Lo scricchiolìo dei passi e il chiasso delle porte continuava: l’intervallo mondano del gran teatro napoletano si svolgeva, in tutta la sua leggiadra frivolezza e in tutta la sua sentimentale profondità.
– Vi piacciono assai gli Ugonotti, Stella? – disse Anna, per dir qualche cosa, per liberarsi, anche un minuto, dalla suggestione di tornare innanzi a vedere che succedesse nel palco della contessa d’Alemagna.
– Assai: e a voi?
– A me, immensamente.
– Temo – soggiunse la buona donna – temo che, dopo, vi piacciano anche troppo. Sapete… al quarto atto… non proverete forse una impressione molto forte?
– Non importa, Stella – replicò la fanciulla, con un pallido sorriso.
– Vogliamo forse andar via, prima del quarto atto? Se i vostri nervi ne dovessero soffrire…
– Io non soffro – mormorò ella, parlando a sè – o meglio, amo soffrire così.
– Abbiamo fatto male a venire – disse Stella, crollando il capo.
– No, no, Stella: lasciatemi stare, io sto bene, io sono felice, non mi levate di qui.
Se ne andò innanzi, al secondo posto, di fronte a Laura. Costei aveva continuato a guardare la sala co’ suoi limpidi occhi, e non aveva udito nulla del piccolo dialogo, fra Stella e Anna. E quando Anna si fu seduta, le dette la notizia:
– Cesare Dias e Luigi Caracciolo non sono più dalla contessa d’Alemagna.
– Già – disse Anna, sordamente.
– Forse verranno qui – soggiunse Stella Martini che aveva ripreso il suo posto, accanto a Laura, adesso.
– No, no, l’intervallo è finito – disse indifferentemente la bellissima creatura.
– Finito – concluse Anna, con voce strozzata.
Di nuovo, silenzio nella sala, per il secondo atto.
Ancora qualche licenziamento discreto, nei palchi, una stretta di mano, una parolina sussurrata, lasciandosi. Qualcuno, più familiare, restava; insediato, deciso a non muoversi: restava chi per anni di amore, di devozione, di consuetudine, di tacita indulgenza del mondo aveva acquistato un diritto di passar la sua serata con la donna che aveva amato, o che lo aveva amato; restavano coloro che avevano così bene guadagnato, più del cuore della moglie, il cuore del marito, tanto da diventare indispensabili, più come amici che come amanti.
Dove si era seduta adesso, Anna Acquaviva, al secondo posto, vedeva meno bene il palco numero quattro, di prima fila; per guardarlo, doveva voltarsi un poco, lasciando vedere tutto il suo interesse. E mentre Cesare Dias e Luigi Caracciolo, di ritorno dalla visita fatta alla contessa d’Alemagna e da un giro pei corridoi, fumando una sigaretta, si rimettevano ai loro posti, mentre ella si sentiva riprendere da quella mano ignota, rapita in una speranza e in un desiderio, parve ad Anna che tutti la osservassero nel suo fatale acciecamento e sorridessero del sentimento, che ella non riesciva a celare. Per due minuti le battè il cuore così precipitosamente, sotto la gola, per la vergogna di essere stata sorpresa, che le sembrò di morire lì, mentre invece di arrossire, impallidiva. E a malgrado la nebbia, in cui le appariva la folla, a malgrado che i suoi occhi, guidati dal cuore, le mostrassero solo quello che le piaceva di vedere, quando, per darsi un’aria disinvolta, si fermava a considerare la gente estranea, a lei indifferente, il sottil velo si levava dalle cose circostanti che apparivano, nella loro verità, così chiare, così luminose nella loro manifestazione! E in un palco dove una snella donna stava assorta, udendo lo note del copri-fuoco famoso, senza scambiare una parola con suo marito. Anna ben vedeva dove i distratti e profondi sguardi della donna si posavano, così, naturalmente, attratti da un sol punto, anche essi; ma da certe palpebre abbassate di fanciulle immerse nel loro abituale sonnambulismo dei venti anni, ella bene vedeva, Anna, scivolare obliquamente la scintilla di un’occhiata, chi sa dove diretta; ma in certi palchi, dietro le candide spalle di una signora, dietro la testa immobile dalle ciocche brune capricciosamente pettinate, bene vedeva Anna il profilo di colui che le sedeva alle spalle, in penombra, vigile al suo posto, obbediente alla sua consegna, costante se non fedele, mentre la signora era serena, raggiunto l’equilibrio nella tranquillità del cuore e dei nervi.
Ah divine, divine sgorgavano le note di Meyerbeer dall’orchestra sapiente e dalle sapienti gole dei cantanti, ascendevano in fluttuanti onde al cielo alto della sala, frangendosi mollemente, carezzando le orecchie e le anime degli ascoltanti; ma indotti dall’amore, ma fatti più passionabili dalle suggestioni invincibili della musica, quanti volti concentrati in una sola espressione, quanti occhi immersi nel languore di una lunghissima contemplazione, quante rosee bocche ferme, taciturne, frenanti le dolci parole dell’amore, soffocanti le sillabe di un nome adorato, dandosi solo a un sorriso che aveva l’espansione di un fiore, fiore eterno dell’anima, fiore parlante dell’amore: quanti pallori che si allargavano sui volti impercettibilmente e li trasformavano, unico segnale di una emozione repressa: quanti vividi colori ascendevano alle candide fronti dando loro l’esaltazione di una celestiale speranza! Ella, sì presa dalla sconosciuta mano del suo destino, si perdeva nella contemplazione di quell’unico punto del teatro, le labbra un po’ schiuse, gli occhi morenti di dolcezza, fremendo a ogni frase larga e amorosa della musica; ma intorno intorno, anche le altre, anche gli altri, tutti quelli che erano giovani o si sentivano ancora giovani, tutti quelli che avevano un cuore ardente, una fantasia mobile, dei nervi vivaci e la fede nel loro avvenire, tutti quelli che si pentivano della mala scelta, tutti quelli che avevano già errato, senza pentirsi dell’errore, ma pentendosi della persona, infine tutti i neofiti, tutti i catecumeni, tutti i peccatori, tutti i penitenti dell’amore sentivano la fatal legge della passione, nascente o morente, vigorosa o languida, fiaccola riattizzata dalla musica, dalla notte, dal calore, dal bisogno del cuore, vampa più alta per l’arte, per la bellezza, per la seduzione, per la ricchezza. Invero, quella gran sera, a S. Carlo, era un focolaio incandescente di passione, dove segretissima, dove trapelante appena, dove così manifesta che era impossibile non vederla, e la dolorosa sorpresa d’amore di Valentina, il dramma vibrante nell’anima di Raul erano due anelli di quella lunga e forte e salda catena passionale, che vincolava tutti i cuori colpiti dalla fatal legge. Non sola, Anna; forse, neppure prima, poichè ella non poteva sapere quanti sgomenti, quanti pericoli, quanti strazi nascosti, in tutti quei cuori. E un rivolgimento di gioia, di abbandono, si fece nel suo spirito. Le sembrò di non esser più colpevole, di essere stata assolta da ogni suo traviamento, di trovarsi, infine, innocente e ingenua nella legge comune, di fare, infine, quello che tutti gli altri facevano, molti assai meno innocenti di lei, molti avviantisi così a una tragedia imminente e irreparabile: ella non obbediva che al naturale sentimento del cuore, all’istinto che parla alto insieme al sentimento, nell’ora della giovinezza, quando e l’arte e la debolezza della vita sociale, e tutte le carezze dell’eleganza, rinforzano il sentimento e l’istinto dell’amore. Ella era giovane, ella aveva risalita la curva della vita, ella si sentiva rinata, rifatta nelle forze morali e fisiche, ripresa dal turbine vertiginoso dell’esistenza; non doveva arrossire, poichè tutti amavano come lei, e lei aveva il diritto di amare come tutti. Certo, come già le lacrime piangevano nelle voci di Valentina e di Raul, anche nell’amor suo, anche nell’amore degli altri, stasera, stanotte, domani, fra un anno, sarebbero scoppiati i singhiozzi della disperazione: e che importava? Nell’amore vi è chi possiede una divina incoscienza e vi si abbandona col fervore dell’ingenuità, con la speranza della virtù, con le meravigliose illusioni della giovinezza; e vi è chi conosce, chi sa perfettamente il proprio destino e vi s’abbandona egualmente, vedendo tutto e volendo accettare tutto, subir tutto, fino all’ultimo. Anna, non sola, e non prima, forse, in quella contemplazione della persona amata, vi si perdette dolcemente, senza rossori, senza rimorsi, con la sapienza dei cuori consci, con l’abnegazione altamente umana dei cuori sapienti. Invescatrice dolcezza, dolcezza stupefacente! La persona cara non sapeva o non voleva sapere, o era lontana da quel magico circolo passionale, e neppur questo finiva per importarle, tanta era la fiducia dell’amore in se stesso, tanta era l’allettante stupefazione che arrestava ogni giudizio della mente, che immobilizzava in una morbida meraviglia ogni potenza umana. Che tempo passò? Giammai ella lo seppe. Due volte sua sorella Laura le parlò: ella non intese; non rispose. Invero, la teneva lo stupore caldo e molle della incipiente passione.
A un tratto, volgendosi, mentre di nuovo il sipario scendeva, ella si vide innanzi la figura di sua sorella Laura: trasalì. Una fredda e pura sorgente parve attraversasse quel paesaggio, già tinto dei più vividi colori. Laura Acquaviva, in quel nebuloso abito bianco che poco concedeva alla moda muliebre dei teatri meridionali e tutto concedeva dalla poesia alla purità, conservava quella giovanile e serena glacialità datale dai chiari grandi occhi bigi, larghi occhi senza amore e pieni di limpida luminosità, dalla trasparenza della pelle, dal molle nimbo biondo dei capelli, dalle linee tutte caste, dalla bocca fresca, simile a un fiore mai schiuso. E Anna ebbe un moto di devoto rispetto, di umiltà terrena innanzi a sua sorella, che non si lasciava tangere dalla fiamma di quell’incendio, che si posava bella della sua profonda virtù spirituale, fuori della legge comune, anzi, superiore alla legge comune. Laura non guardava nessuno, non pensava a nessuno, fissava il palcoscenico, seguiva i passi della De Giuli Borsi, prendeva l’occhialino per osservare un’acconciatura, così serenamente, che ella sembrava la sola creatura umana, giovane e bella, che non sentisse nè la voce interiore, nè la voce dell’ambiente. Pure, quando due volte Laura parlò ad Anna, senza che costei le rispondesse, una lievissima ombra fugace appannò quel bianco volto; ma niuno la osservò. E mentre il sipario discendeva, ed Anna, uscita del suo incantesimo, rientrava in sè, un po’ smarrita; Laura le disse, egualmente, nel tono di tutte le altre notizie mondane che le aveva date:
– Vi è Giustino Morelli.
– Ah! – fece l’altra, non sapendo reprimere la contrazione del suo viso.
Ma ebbe la forza di non domandare dove fosse. Piombata da un cielo di dolcezza alla realtà della sua esistenza, dove ancora permaneva la traccia spirituale della sua follia, reagendo, ribellandosi al passato, volendo annullarlo anche fuori di sè, poichè in se stessa era morto, Anna non chiese. Levò il bianco ventaglio all’altezza del viso, e mandò indietro due lacrime roventi, che stavano per scenderle sulle guance. Impensierita, Stella Martini la guardava, temendo di far peggio, dicendole qualche cosa. Poi trovò:
– Abbiamo fatto male a venire, Anna – le mormorò.
– Non temete – rispose costei. – Sto bene, sono felice – soggiunse, enigmaticamente.
Bussarono pian piano alla porta: entrarono Cesare Dias e Luigi Caracciolo. Con due parole il tutore lo presentò alle due sorelle. I due uomini si sedettero, Cesare Dias accanto ad Anna Acquaviva, Luigi Caracciolo dirimpetto, accanto a Laura. La conversazione, leggera, si annodò subito sullo spettacolo. Sovraneggiando il suo turbamento, Anna sola discorreva, con Cesare Dias e con Luigi Caracciolo: Stella Martini non interveniva, e Laura con le palpebre abbassate, attenta, non pronunziava una parola.
– Stagno ha un talento d’artista… un gran talento – osservava Luigi Caracciolo, col suo sorrisetto blando, passando pianamente le dita intorno alla barbetta bionda.
– E tanto cuore… tanto sentimento – soggiunse Anna.
– Il talento d’artista basta – ribattè Cesare Dias, con un accento nel quale la cortesia temperava la secchezza.
Anna consentì, col capo.
– Del resto, il numero degli artisti di canto, sul palcoscenico, si va così restringendo. Una folla di mediocrità, con qualche cima, niente altro – continuò Caracciolo.
– Ah, io ho udito i grandi… – sospirò Cesare Dias.
– Già, già, tu hai dovuto udire Fraschini, Negrini, Nourrit… ai suoi tempi – disse sorridendo Luigi Caracciolo, con la fatuità di chi ha ventisei anni, e che crede debbano durare eternamente.
– Ero ragazzo, quando li ho uditi, è vero… il che non toglie che adesso io sia vecchio – terminò di dire Cesare Dias con quella velatura di malinconia che era così bizzara in lui.
– Che contano, gli anni? – riprese subito Anna. – Altre cose contano, più profonde, più intime, non gli anni, che sono un fatto esteriore e fallace.
– Grazie di questa affettuosa difesa, mia cara! – esclamò, ridendo, Cesare Dias – ma essa è dovuta alla vostra bontà d’animo.
– La gioventù irradia – disse Luigi Caracciolo, inchinandosi, per sottolineare il complimento.
Anna rimase interdetta, agitata. Nulla più le faceva perdere l’equilibrio che la conversazione mondana, basata sullo spirito spicciolo e sulla frivola galanteria.
– Non abbastanza – riprese Cesare Dias, per ispiegare il complimento e per dare sfogo alla sua filosofia. – Per quanto io stia spesso con queste mie due fanciulle, Luigi, che sono due fiori di gioventù, io non mi sento meno vecchio. Credo di aver cento anni, per lo meno. Quanti cambiamenti di governo ho visto? Otto o nove forse. Ho più di un secolo sicuramente, cara Anna.
E si rivolse a lei, con quel lieve, ironico sorriso che adoperava contro gli altri e contro se stesso.
– Perchè dite queste cose? Esse sono così tristi… – mormorò Anna.
– Diamine, si sa che sono tristi; la giovinezza è il solo bene che si rimpianga di tutta la vita.
– Ma non lagnarti, caro Cesare, sii giusto! Non vale più la sapienza che la prima ignoranza; non è meglio aver l’esperienza autunnale, che il naufragio nelle sciocchezze primaverili? Tu sei il maestro di noi tutti: noi lo veneriamo, signorina – e accentuò leggermente la frase, rivolgendosi ad Anna.
Sul volto di Anna passò un’ombra ed ella lasciò cadere il discorso.
– E voi che ne dite, saggia e tranquilla Laura? – domandò Cesare Dias, riprendendo la conversazione. – È meglio la gioventù o la vecchiaia? È meglio sapere, o meglio ignorare? Qui si sottopongono alla vostra ragionevolezza, cara Minerva, i problemi più ardui. Siete fanciulla, ma siete anche Minerva. Illuminateci. Debbo essere contento di essere il maestro, o è più felice il mio scolaro Caracciolo?
Laura pensò un minuto, co’ begli occhi intenti, poi rispose:
– Meglio sarebbe esser giovani e sapienti.
– Il problema è risoluto – pronunziò Cesare Dias.
– E l’intervallo è finito: tutto viene a tempo. Buona sera, buona sera: ciao, Cesare.
Così si licenziò Caracciolo, correttamente, senza dare la mano che a Dias, il quale si era levato: parve avesse compreso, o sapesse che Dias restava.
Anna che aveva spalancato gli occhi, aspettando ansiosa, li riabbassò, tranquillizzata. La porta si richiuse senza rumore.
– Un grazioso giovane – osservò Cesare Dias.
– Grazioso – confermò Stella Martini, per cortesia, e perchè le era permesso di dare il suo parere.
– Nella mia qualità di centenario, resto qui – disse Cesare Dias, sedendosi di nuovo accanto ad Anna, nella penombra, mentre dirimpetto, accanto a Laura, vi era Stella Martini.
– Starete male, per vedere lo spettacolo – disse costei.
– Non voglio vedere; mi basta udirlo, questo quarto atto.
Anna non aveva risposto nulla, lei. Adesso, per cortesia, non si voltava tutta verso il teatro, per non dare le spalle assolutamente a Cesare Dias, e perchè le metteva un senso d’imbarazzo addosso, sentirselo lì dietro lei. Temeva di muoversi! le due sedie erano vicine e i due vestiti, il vestito nero, moderno ed elegante uniforme dell’uomo di società, così austero e così galante nella sua nerezza, e il vestito di seta bianca, la candida stola della fanciulla che va in società, si sfioravano. Ella aveva paura di urtare, col braccio destro, il braccio di Cesare Dias che teneva in mano il cappello piegato: ella non aveva mai più raccolto il suo ventaglio di pizzo bianco, caduto, per non obbligare Cesare a raccoglierlo. Ogni tanto, cautamente, col fazzolettino si toccava le labbra rosee, un po’ riarse, quasi che la batista le rinfrescasse. Mentre Saint-Bris, agitato dal furore fanatico, narra ai signori cattolici gli eccessi degli Ugonotti e ne eccita con le fiere parole il furore, mentre il nobile Nevers, il marito di Valentina, si ribella all’idea dell’eccidio, mentre nel silenzio del teatro, agli orecchi della folla affascinata il gran poema musicale di odio, e di collera, di generosità, di amore, di pietà, si andava altamente svolgendo, Anna rabbrividiva, pensando che lo sguardo di Cesare Dias si fissava ogni tanto sui suoi capelli, sulle sue labbra, sulla sua persona, parendole di essere spettinata, di aver le labbra smorte, di essere mal vestita, goffa, in tutto quel bianco che l’anneriva; brutta brutta infine… Non era mille volte più bella la contessa d’Alemagna, la bruna dagli occhi azzurri, delizioso contrasto di fisonomia fra l’ingenuità infantile e la seduzione muliebre, la contessa d’Alemagna che Cesare Dias era andato a visitare, prima di venire nel loro palco, e che egli seguitava a guardare talvolta? Non erano tanto più belle le persone della loro società, che si mostravano in teatro quella sera, pensose fanciulle, spose sorridenti, donne a cui la piena maturità dava un’attrazione di più, e su cui Cesare Dias, ogni tanto, posava lo sguardo o puntava l’occhialino? Non più bella era forse, non più verginalmente bella e più poeticamente acconciata sua sorella, la savia Minerva? E non bionda forse, bionda, in una delle moltissime manifestazioni della biondezza, mentre si è bruna a una sola maniera? E Cesare Dias non l’aveva graziosamente chiamata Minerva, per il suo puro profilo, per la serenità del volto, per tutto l’incanto, che viene dalla bellezza senza emozione?
Anna chinava il capo quasi oppressa dal caldo e dalla musica, ma era invece un disdegno della propria persona che la umiliava. Lo specchio era alle sue spalle: si pentiva di non avervi dato neppure un’occhiata, entrando nel palco; le sembrava di aver dimenticato la propria fisonomia, e fantasticamente si raffigurava bruna e scarna, con un pallore terreo sulle guance, in quel bianco vestito che finiva di rovinarla. Giurava a se stessa che si sarebbe sempre vestita di nero, ormai: solo le bionde, le bianche, possono vestirsi di bianco.
Ah, già urlava la congiura scoppiante dai petti dei frati, delle donne, dei gentiluomini crocesegnati, quando Anna si sentiva affranta dalla malinconia delle persone umili, che riconoscono la miseria della loro figura o del loro carattere, una di quelle interiori mortificazioni di amor proprio, che i forti e i vanitosi non conosceranno giammai, e che sono il retaggio delle anime buone e semplici.
– Avete perduto il ventaglio – disse Cesare Dias, chinandosi a raccoglierlo.
E glielo porse: la guardava ridandoglielo, mentre una lieve punta di sorriso gli rialzava la bocca già stanca, sempre bella malgrado la stanchezza.
– Grazie, – rispose ella, prendendo il ventaglio.
Ma quell’atto, quelle poche parole, quel sorriso l’avevano così colpita, che dovette, dopo un minuto, posare il ventaglio di merletto sulla sedia, in mezzo: le dita le tremavano. Allora con un gesto distratto, Cesare Dias riprese il ventaglio, lo schiuse, e se lo agitò sul volto per aver meno caldo. A quel movimento di ala bianca parve fuggissero dalla fantasia di Anna tutti i biechi fantasmi di dolore, tutti gli umilianti confronti: ed ella seguiva il moto del ventaglio, sottecchi, palpitando come esso palpitava. Adesso Cesare Dias aveva appoggiato, per un minuto, il ventaglio al viso, fiutandolo.
– Che odore è? – chiese ad Anna.
– Eliotropio…
– Mi piace – disse.
E posò il ventaglio. Mentre ella fremeva dal desiderio di prenderlo, lei, per toccare quello che egli aveva toccato, non osò: d’altronde il pubblico romoreggiava, chiedendo la replica del tetro, terribile finale della congiura; dai palchi anche si applaudiva, l’orchestra ricominciava, tutti si muovevano, si accomodavano meglio al loro posto, assaporando di nuovo quello scoppio truce di ira fanatica, preparandosi al successivo duetto di amore, che solo la fantasia di Meyerbeer poteva tentare, dopo il magistrale pezzo della congiura. Anche Cesare Dias si era rivolto un poco alla scena, muto e attento; pur tenendosi correttamente al suo posto, era così vicino ad Anna, che a lei pareva di udire il suo respiro. Da se stessa, dal suo cuore, dall’ambiente saturo di arte e di passione in cui trascorreva la sera, tale una lenta ebbrezza le saliva al cervello, che Anna non intendeva più nulla: e tutto il mondo dell’amore, vasto, incommensurabile, era raccolto, riassunto in quella compagnia così prossima, in quella vicinanza così immediata: e nell’anima estasiata segretamente, chiudente in sè il prezioso novello tesoro, nasceva l’illusione divina che, mirabilmente, i battiti del proprio cuore fossero i battiti del cuore di Cesare. No, Anna nulla conosceva più dell’ora presente, dell’ora avvenire, di gioventù, di vecchiaia, di bellezza, di seduzione, di teatro, di arte: Anna era immobile, con gli occhi bassi, affascinata, parendole di vivere ormai circonfusa in una gran luce, luce calda e carezzosa per tutti i sensi ammaliati, dove le giungessero vagamente all’orecchio le voci di una passione irruente e straziata; e tutto questo vagamente, confusamente, sentendo con precisione, con nitidezza una sola felice impressione: quella vicinanza. I suoi occhi erano chiusi allo spettacolo del palcoscenico, della gente, finanche alla visione di sua sorella Laura e di Stella Martini; un’eco lontana, ora flebile, ora grave era la musica: e ogni sua forza, ogni sua volontà si concentrava in quell’estasi, nel profondo desiderio che non finisse mai. Ella temeva di fare un gesto, di dire una parola, quasi che tutto quello fosse un sogno, e che si potesse dileguare al suono della voce: l’attimo era così bello, così intensamente bello, che la fanciulla, inconscia, pregava perchè esso si arrestasse. In quel novello entrare nel paese della passione, subitamente, col trasporto delle anime generose, che, quando hanno finito di amare, ricominciano ad amare, con l’abbandono magnanimo dei cuori destinati fatalmente all’amore, ella sentiva bene che un minuto divino era sospeso sul suo capo, divino minuto con la sua estasi nascosta, con la sua ingenua incoscienza di ogni male, con la sua cieca fiducia, con la sua folle speranza; e mentre, in una visione, il cavaliere ugonotto s’inginocchiava innanzi alla dama cattolica, bianco vestita, dai bruni capelli mezzo disciolti sulla nuca, dicendole dolcissimamente quanto l’amava, con una languida cantilena ogni tanto più forte, più vibrata, quando la innamorata Valentina disse anche lei il suo amore, mentre nel silenzio il duetto d’amore colpiva tutti i nervi, tutte le fantasie, tutti i cuori, Anna sentì lo struggimento supremo, la consumazione dell’anima che per sempre si è data.
– Potessi morire, adesso… – pensò.
Sentiva che sarebbe morta, così, in un divino momento, quando la passione, giovane ma forte, ancora non aveva subìto tutti i dolori, tutte le vergogne, tutte le infamie terrene: morire in pieno vigore, sì, ma in piena illusione: morire nel colmo della giovinezza, è vero, ma senza veder decadere il proprio ideale: morire, finire, amando, ma non veder finire, morire, l’amore.
Anche Raul, anche Valentina, tormentati da una passione irrefrenabile e impossibile, chiedevano al Cielo di morire, in quel divino minuto d’amore. Anna, torcendo lo sguardo dell’anima da un nero avvenire, ricolmo di lotte, di incertezze, di lacrime, sentì, nel massimo minuto dell’amore, il fascino della morte. Involontariamente guardò Cesare. Egli la guardò e sorrise: ella, come se fosse il suo fedele specchio, sorrise. Null’altro. E il sublime desiderio della morte disparve innanzi alla realtà di un misterioso sorriso, fiorito così, forse a caso. Ella provò la sensazione di essere bene legata alla terra, vincolata anima e corpo, incapace di staccarsi più dalle cose umane dell’amore. Cercò il suo sguardo di nuovo, come si cerca il sole dal fiore innamorato, ma non lo trovò più: egli era intento, pari a tutti, alla scena. E adesso mentre Raul si dava alla disperazione, volendo partire, mentre desolatamente, come un fantasma bianco e dolente, Valentina, stendendogli le braccia, pregando, buttandosi alle sue ginocchia, lo scongiurava a non partire, Anna sentiva dilatarsele l’anima in quelle voci d’artisti passionali, che così bene esprimono tal fiamma e tal combattimento. Il pubblico, stupefatto, ogni tanto tentava con un applauso di esprimere anch’esso la propria emozione, ma l’applauso era soffocato sul nascere da coloro che non volevano perdere una sola nota di quella fremente esplosione di affanno e di amore. Alle spalle di Anna, Cesare Dias, come se le parlasse all’orecchio, come se parlasse tra sè, disse:
– Quanto è bello!
– È bello – mormorò lei, come se rispondesse a lui, come se parlasse a se stessa, chinando il capo.
Non le era forse sembrato che la voce sempre metallica di Cesare Dias fosse un po’ velata? Che aveva? Quale commozione sgorgava da quel cuore gelido, pieno di cenere, incapace di entusiasmo? Chi tentava nuovamente le porte di quell’anima, volendole far aprire col motto magico? Anna chiedeva a sè tutte queste cose, confusamente, senza darsi risposta, sentendo che quei momenti erano troppo preziosi per perderli in un’analisi. Che importava poi? Chi dà la sua vita alla patria, a una nobile causa, aspetta forse un ricambio, una riconoscenza? Chi dà la sua esistenza alla passione, chiede forse, prima di donarsi, se sarà amato, se divamperà l’anima sorella, o se i ghiacci del polo l’avvolgeranno? Pensare, giudicare, riflettere, a che? Ella era giovane e amava, non da quella sera, dal fatal giorno in cui aveva inteso nel freddo albergo di Pompei, dove giaceva abbandonata e morente, la voce di Cesare Dias dirle povera figliuola e la sua mano carezzarle lievemente i neri capelli: lo amava forse da prima, infine lo amava così, perchè questo era il suo destino: non doveva domandare, non doveva sapere, doveva amare. Ah, il minuto si prolungava così bello, avente adesso tutte le sue seduzioni umane e divine, sfiorando la terra, toccando il cielo. Che drammatiche strida desolanti uscivano dal petto di Valentina per fermare l’audace amante, che smarrimento di dolore in costui, che profonda disperazione in ambedue, e che palpito represso opprimeva la folla ascoltante! E non avevano anch’essi, Raul e Valentina, gittato la loro vita per il minuto divino? Oh, anni di sofferenza, per Anna, non avrebbero mai equilibrato la delizia di quel tempo, seduta accanto a lui, parendo dover così trascorrere tutta la lunga esistenza, silenziosa, godendo intensamente tutta la dolcezza della cara presenza, assaporando tutta la umana e celestiale felicità della vicinanza, socchiudendo gli occhi, non vedendo più niente e pure intendendo che in quel focolare di passione che era il San Carlo di quella sera, tutti gli amanti, speranzosi o disperati, morsicati dal dubbio o nobili di fiducia, tetri o lieti, avevano in cuore il medesimo sentimento di alta felicità, sorto dall’amore istesso, sviluppato dall’ambiente, elevato dall’arte ad altezza ideale. Un ultimo bacio, un ultimo grido e il bianco fantasma che si agitava sulla scena cadeva esanime; l’amante si precipitava nella battaglia cercandovi la morte. A un tratto, la musica tacque: un istante di silenzio nel pubblico attonito: poi, salì al cielo del teatro un applauso lungo. E vi fu come una fuga di tutta la gente dalla platea, dai palchi. Anna, stupefatta, sentiva che il minuto era finito.
– Avete la carrozza? – domandò Cesare Dias a Stella Martini.
– Sì, per le dodici – rispose la damigella.
– Se mi aspettate, vado a prendere il soprabito.
Le signore, in piedi nei palchi, indossavano i mantelli. Anche le Acquaviva si erano levate, quando Cesare Dias entrò, con la pelliccia già messa, e il cappello sugli occhi.
Aiutò prima Stella Martini, cortesemente, a mettere il mantello, poi aiutò Laura; in ultimo Anna.
Le fanciulle avevano certe mantelline di lana bianca orlate di piuma di cigno, fioccosa, alitante a ogni mossa, e sul capo dei veli di garza bianca, avvolti strettamente, messi all’orientale. Egli si fermò un momento a guardarle, quasi fosse un pittore.
– Dovreste farvi un ritratto così, care figliuole – disse. – Vi assicuro che state bene. Ve lo dice un centenario.
Laura sorrise, Anna abbassò gli occhi, turbata. E il suo turbamento aumentò quando vide che Cesare Dias, cortesemente e correttamente, offriva il braccio a Stella Martini. Che pazza speranza le era venuta di poter andar con lui? Egli aspettava che le fanciulle passassero innanzi; Anna prese, sospirando, il braccio di Laura e si avviò lentamente.
L’uscita da San Carlo, alla fine dello spettacolo, è sempre fatta mollemente, con brevi pause di aspettativa; non so quale stanchezza abbatte la folla, che va piano, portando in giro delle occhiate distratte e indifferenti. Le donne, scendendo, tutte imbacuccate, hanno perduto la svelta impazienza dell’arrivo; sembra che discendano, un po’ malinconicamente, dal paese dei sogni in quello amaro della realtà. Abbassano il capo: il loro splendido sorriso è caduto; la fittizia lietezza è fuggita; ognuna ha ripreso il carico della sua pesante esistenza e lo sente di nuovo aggravarsi sulle spalle; in carrozza, a casa, lo troverà insopportabile. E coloro che le vedono passare, stando fermi in doppia ala, aspettandole, anch’essi nervosi e tristi, mordicchiando la sottile sigaretta, raccolgono un pallido sguardo, un pallido sorriso: essi stessi, amanti troppo felici che già sentono morire l’amore, amanti gelosi a cui un marito è tortura insoffribile, innamorati corrisposti ma contrastati da crudeli parenti, amanti non corrisposti, tutti, tutti, anche i gaudenti, anche gli scettici, anche gli esseri dalla brevissima vita sentimentale, sentono che un’ora cara è fuggita per sempre, e che quello è l’addio.
Sì, l’addio: la moglie va via col marito, la fanciulla va via col padre, tutte se ne vanno coi parenti, con chi ha diritto di accompagnarle: e chi ama e non ha diritto d’andare, resta sulla scala, a prendere lo sguardo smorto di addio, invidiando la carrozza che fugge, invidiando chi ha la felicità di passare la notte sotto lo stesso tetto, o nella stessa camera della donna che egli ama. Ah, si ha un bell’essere forti, saldi, contro le piccole e grandi traversìe, ma nulla più trafigge che il desiderio insoddisfatto, anche il più altamente spirituale. Talune donne, pietose, intendendo l’amarezza di questo addio, prolungavano di qualche momento il saluto, aspettando nel salone; altre, non reggendo alla nervosità, cercavano subito la carrozza, vi entravano rapidamente, senza volgersi indietro. Tutto questo si faceva correttamente e il dramma poteva parere anche una commedia, e la tristezza si poteva anche attribuire a stanchezza: solo chi amava, uomo o donna, sapeva. Le fanciulle Acquaviva, giusto, in piedi nel salone, aspettavano che il tutore trovasse la loro carrozza: egli tornò subito, aveva incontrato il servitore, la carrozza era lì, innanzi alla porta della sala.
Col cappello in mano, corretto sempre, egli aiutò a salire, Stella Martini, poi Laura, poi Anna; poi rinchiuse lo sportello. Nell’ombra, Anna si fece bianca come se svenisse. Tutto era finito, il minuto divino moriva, nella realtà; appariva già come ricordo, nella memoria.
– Fo una passeggiata, è una bella sera – spiegò lui. – Felice notte, signorine.
E si arrestò per far passare la carrozza. Nell’ombra una mano guantata di bianco si agitò, salutando debolmente. Mentre la carrozza correva, Anna ebbe un tale smarrimento, perchè egli non era venuto con loro, che si mise a baciare, nell’ombra, il ventaglio che egli aveva toccato. E la bella voce armoniosa di Laura, le chiese:
– Hai visto Giustino Morelli?
– No, non vi era – disse sordamente Anna.
– Come, non vi era?
– Per me, non vi era. È morto Giustino Morelli.
Laura fece una risatina breve. Anna aveva spiegato il ventaglio e lo teneva appoggiato sul viso, chiusi gli occhi, perduta nel sogno.

V.

Cesare Dias proteggeva le assiduità del suo giovane amico Luigi Caracciolo, presso la sua pupilla Anna Acquaviva. Le proteggeva correttamente, con quella fine e giusta misura che egli adoperava in tutte le cose, senza aver l’aria del padre che vuole assolutamente maritare una sua figliuola e che accarezza il fantasima di qualunque matrimonio.
In verità, cresceva in lui il desiderio di maritarla, di togliersi l’increscioso pensiero di quella sorveglianza, di affidare ad altri, a chi ne avesse più diritto, a chi potesse esercitarla molto meglio, di cedere a un marito, infine, la protezione di quell’anima debole e fragile, già infranta nel dolore una prima volta e minacciante sempre di ricadere in un dolce errore. Per tanti sintomi che non isfuggivano al suo occhio sagace, lo teneva una continua segreta inquietudine sulle rivoluzioni che potevano accadere nel cuore di Anna. È vero, però, che ella, tenuta continuamente da lui in un ambiente di pace e di freddezza, sempre corretta da lui ogni volta che la morbida fantasia, che il generoso cuore la facevano dare in un’esclamazione, in una frase, in un singhiozzo subito represso, sempre dominata col sarcasmo, con lo sguardo severo di chi si meraviglia e si dispiace che una malattia morale sussista ancora, sempre respinta da una parola mordente, da un cenno di disdegno che la sola pietà temperava, è certo, dunque, che Anna aveva molto cangiata la sua apparenza, il suo modo di vivere, tutta la manifestazione del suo pensiero e del suo sentimento.
Un senso di tenera obbedienza, una rassegnazione senza dolore, una umiltà affettuosa trapelava da qualunque cosa ella facesse o dicesse.
Si vedeva che ella spiava tutti i modi per riescire gradita, pur sacrificando tutto quello che era stato, un tempo, la sua idolatria; si scorgeva che ella studiava la forma e la sostanza del proprio discorso, e che si immergeva nel silenzio, quando proprio le tranquille e perverse teorie di Cesare Dias la ferivano mortalmente. Questo, egli chiamava darle un cuore di bronzo, avvezzarla a tutte le asprezze, a tutte le delusioni, elevare il suo spirito in una regione alta e sterile, dove fosse finito ogni entusiasmo, ma fosse anche finita ogni sofferenza: e bene spesso, quando egli faceva l’esperimento di sentirla vibrare unisonamente a quanto le diceva, Cesare Dias si gloriava dell’opera propria come un novello creatore, come colui che ha trasformato il metallo più indocile, più refrattario, quello dell’anima umana. Ma non era tranquillo. Tanta docilità, tanta obbedienza, espressioni passive di una volontà piegata, domata, gli davano sospetto: e si metteva a chiedere a se stesso, se la fanciulla non fosse un mostro d’iprocrisia, se ella non fingesse da mattina a sera, chi sa perchè, bruciando dentro, mentre era placida e calma di fuori, nascondendo Dio sa quale disegno, mentre di fuori misurava finanche le parole.
Ma non era stata sempre un tesoro di lealtà, la sua vita? Ma non aveva ella peccato di troppo oblio, di troppa magnanimità? No, non era possibile. Cesare Dias conosceva assai bene la natura umana, quella cattiva e quella buona, per credere che si potesse cangiare l’intima essenza di uno spirito, e che potesse diventare ipocrita chi non aveva mai mentito. Eppure, non poteva essere tranquillo. Quale ragione profonda, potente, che egli ignorava, di cui egli dubitava, a tratti, quale causa segreta e fortissima aveva indotto Anna Acquaviva a piegare il suo temperamento, il suo carattere, a vincere l’entusiasmo, a velare il tono della voce, a frenare le lagrime che volevano sgorgare, a dir di sì, sempre sì, sempre, anche quando le più semplici o le più care idee, sue del passato erano contraddette? Quale mano invisibile, lentamente, ogni giorno aveva cancellata una riga dal libro del passato, fino a che ella niente più vi potesse leggere, e che dovesse cifrare la sua novella vita dal giorno in cui era fuggita a Pompei?
Ah no, no, Cesare Dias non era rassicurato; conosceva la forza della propria volontà, sapeva quale era il proprio dominio sopra altrui, misurava anche tutte le speciali condizioni di dolore, di vergogna, di infermità fisica in cui aveva ricominciata l’educazione di Anna Acquaviva: ma non bastava. Vi era qualche altra cosa.
Di Laura non si preoccupava: la bellissima e saggia Minerva si sarebbe maritata, se voleva, dopo, quando le piaceva, con chi le piacesse: egli era certo che Laura avrebbe fatta da sè una buona scelta. Egli era del parere di tutti gli uomini di quarant’anni, che quando vedono una fanciulla di venti, dicono: bisogna maritarla. Ma Anna Acquaviva era un carico così pesante d’anima, che solo il matrimonio poteva dare al tutore la libertà.
Così, gentilmente, sempre che poteva farlo senza dare nell’occhio, Cesare Dias portava Luigi Caracciolo dalle ragazze. Qualche volta, in teatro: qualche volta, quando le incontrava, passeggiando a piedi, alla Villa, dov’egli sapeva che esse andavano e dove si faceva trovare così per combinazione; insieme qualche volta, in un concerto o in qualche rara festa, dove le fanciulle intervenivano se una loro lontana parente, una marchesa Sibilia, una siciliana, le poteva accompagnare. Coglieva l’occasione sempre: appena Cesare Dias si accostava alle fanciulle Acquaviva, in pubblico, si poteva esser certi che dopo due minuti appariva il biondo e bello Luigi Caracciolo. Era, certo, una tacita intesa fra quei due, una cosa forse neppure detta, ma fatta così semplicemente, così naturalmente, che non si prestava a pettegolezzi. E d’altronde non era lodevole Cesare Dias, di voler bene maritare una sua pupilla?
Anna aveva l’aria di non accorgersene. Quando il suo tutore appariva, presentandosi alle ragazze con quella fine eleganza di modi che era una delle sue seduzioni, ella lo accoglieva con un sorriso luminoso, stendendogli la mano, fissandolo con gli occhi brillanti di gioia, stando a sentire quello che ei diceva, e da tutto il suo contegno trapelava una benevolenza umile, di essere inferiore, che un incontro, un saluto rendono felice. E quando arrivava Luigi Caracciolo, francamente essa gli stendeva la mano, parlava con lui un poco, conservando, senz’alterigia, una grande distanza. Anche lui trattandosi di signorine che conosceva da poco, si teneva riservato, pur volendo mostrare, come aveva, un certo spirito, una certa coltura: e si scorgeva, osservando finamente, che egli portava Anna su certi soggetti favoriti, dove egli poteva sfoggiare quello che sapeva, e dove Anna poteva dirgli la sua opinione in proposito. Ma le conversazioni, anche, erano così brevi! Al teatro in un intervallo: alla Villa, in una passeggiatina su e giù, di dieci minuti; in un ballo, la durata di una quadriglia; e sempre presente o Laura, o Stella Martini, o la zia Sibilia; e sempre presente, o sorvegliante da lontano, il tutore Cesare Dias. Il discorso non diventava mai molto serio, restava nei limiti della graziosa frivolezza mondana. La relazione fra Luigi Caracciolo e Anna Acquaviva era quella comune alla gente aristocratica, che salvo casi eccezionali, salvo rari amori prepotenti, si fonda sopra la mutua convenienza e sopra una incipiente simpatia. La rigorosa regola nobiliare inibisce ogni colloquio, ogni intimità, ogni abbandono dello spirito, ma bene spesso, se non è un inganno il valore della fortuna annunziata, è un inganno reciproco, una reciproca inconscia illusione, in buona fede, sul proprio carattere. Ma anche le donne di gran sangue hanno più modo di sopportare la freddezza coniugale: han la forma levigata, che le salva dal mostrare le loro tragedie: hanno soccorsi ed aiuti morali dalla ricchezza, dalle distrazioni. La corte di Luigi Caracciolo ad Anna Acquaviva era dunque fatta come tutte le altre, nel loro principio, vale a dire in una forma così mite, così poco noiosa che poteva esser tollerata anche se non piaceva, e che poteva esser subito dimenticata, se il presunto fidanzamento non accadeva.
Lentamente, però, nel carnevale, la corte di Luigi Caracciolo si venne così accentuando, che egli ebbe proprio l’aspetto dell’uomo innamorato: compariva dovunque andassero le ragazze, immancabilmente; non si scompagnava da loro, che quando non era più possibile di starvi insieme; e pareva che inventasse tutte le combinazioni per poter vedere quasi ogni giorno le due fanciulle.
Volontario o involontario, Cesare Dias era complice di Luigi Caracciolo. Costui, adesso, s’ingegnava di entrare più in intimità con Anna: se ella parlava di un libro, glielo mandava, con un bigliettino, e segnava col lapis alcuni brani più sentimentali del libro e, dopo, ne domandava il parere alla fanciulla: se ella nominava un’amica d’infanzia, egli voleva sapere tutti i particolari di quell’amicizia con quell’interessamento che tutti gli innamorati prendono per le più semplici cose della donna che amano: e in fondo a tutto, poi, vi era una pungente curiosità di conoscere qualche cosa del primo amore di Anna Acquaviva. Egli aveva inteso dire, così, vagamente, che ella aveva avuto una grande passione infelice e che, dopo, una malattia l’aveva messa in pericolo di morte.
E di fatti a certi pallori che improvvisamente egli vedeva diffondersi sulla faccia di Anna, a certe intonazioni di voce mentre parlava, a certe parole che, pronunziate da qualcuno, pareva la facessero partire per il paese dei sogni, egli vedeva che una immensa scossa aveva subìto l’anima, avean subìto i nervi di Anna. Ah, ella aveva avuto il suo segreto, con quegli occhi così pieni di visioni, con quell’istantaneo e fugace tremolìo delle labbra, con quel suo silenzio profondo. No, non voleva discorrerne e il bel Caracciolo, che aveva molto spirito e molta finezza, ci si ostinava, ci si irritava, quando si nominava l’amore: e il suo animo si rivelava, allora solo si vedeva che egli era innamorato, non molto, alla sua maniera, ma innamorato. In quanto ad Anna, qualunque accenno al passato, massime se fatto in presenza di Cesare Dias, la turbava, la faceva trascolorare. Spesso si allontanava, quasi che non potesse reggere a un’impressione troppo forte: o se era lieta, la sua allegrezza scompariva, una tetraggine invincibile vi succedeva, o se l’allusione era troppo trasparente, gli occhi le sfavillavano di sdegno, tutto il suo viso si serrava chiuso nell’offesa, e non era possibile più di strapparle una parola. Ma se era invece Cesare Dias che faceva allusione a un amore, a una delusione, al crollo di una speranza, alla follia della passione, allora essa, chinando gli occhi, taceva, ascoltando tutto, rassegnatamente, senza dar segno di dolore, di collera. S’intendeva che ella considerava Cesare Dias come il suo giudice naturale e che da lui solo, in qualunque ora della vita, avrebbe tutto sopportato.
Luigi Caracciolo, che era acuto, vedeva bene tutto questo e, tormentato dalla curiosità, talvolta, aveva lealmente chiesto a Dias di che si trattasse. Costui, con quel suo sprezzo di tutte le sciocchezze umane, gli aveva ripetuto, che sì, sì, Anna Acquaviva aveva avuto dell’interesse – è la parola degli uomini corretti – per un giovane, un bravo giovane, che del resto si era condotto come se fosse un gentiluomo. E perchè non era stato possibile il matrimonio? Il giovane era povero. E la ragazza lo aveva molto amato? Mah… un’esaltazione, una fantasia, ciò succede alle ragazze un po’ vivaci, intelligenti. E adesso, lo aveva dimenticato? Sì, perfettamente dimenticato.
Questo dialogo, per poco, appagava Luigi Caracciolo: ma sentiva che non era quella tutta la verità, e che solo Anna Acquaviva gliel’avrebbe detta, chiedendola. L’aveva apprezzata leale. E quando si trovavano insieme, sempre, veniva in mente a Luigi di chiederle del suo amore passato: la domanda gli bruciava le labbra. Ma, per riguardo, la respinse sempre.
Però, con tutto questo, le assiduità di Luigi Caracciolo erano diventate così chiare e Cesare Dias aveva tanto il contegno di un vecchio parente che, sempre serbando la massima dignità, favorisce un fidanzamento di fanciulla, che non riesciva più ad Anna fingere di non saperne nulla. Talvolta, quando il suo tutore si presentava, a braccetto di Luigi Caracciolo, Anna diventava nervosa, fissava Cesare Dias con un’espressione vivissima di interrogazione, quasi volendogli dire: ma perchè fate questo? Egli aveva l’aria di trascurare questa muta domanda di Anna: egli sentiva bene che per arrivare al suo scopo, gravi sarebbero stati gli ostacoli da superare e che convincere Anna a sposare Luigi Caracciolo era voler prendere una fortezza inespugnabile. Ma con la sua ostinata volontà contava di vincere. Non vedeva forse l’umiltà di lei? Non la vedeva chinar gli occhi e abbassar la voce, non era forse anche il cuore che s’inchinava così? Non sembrava adesso ella fatta di una docile cera, dove la mano dello scultore potesse mettere la sua impronta imperiosa? Soltanto… egli non era certo che Anna avrebbe obbedito in questione di amore, di convenienza matrimoniale. Ella si sarebbe certo ribellata; anzi, già si ribellava. Con una irritazione latente, intravvedendo le intenzioni di Luigi Caracciolo, fremendo di collera interna quando vedeva che queste intenzioni erano approvate da Cesare Dias, ella si sfogava trattando Caracciolo con quella scortesia che è sempre pronta all’attacco, che non ammette difesa e con cui le donne crudelmente avvelenano quelli che esse non amano. Lo contraddiceva, spesso, per partito preso: se egli parea sentimentale – egli era spesso sentimentale, alla sua maniera, con un fondo di sensualità, – ella diventava ironica, diceva dei paradossi contro il sentimento, prendeva a prestito dal suo tutore il lieve, ma pur doloroso flagello del sogghigno: la voce si faceva aspra ed ella sembrava cattiva. Sempre amabile, Luigi Caracciolo finiva col darle ragione, ma si vedeva che lo faceva obbedendo a un senso interno di affetto. Egli aveva l’aria di sentire il torto di lei e di darle ragione, solo perchè era donna, perchè era una cara persona che gli piaceva moltissimo.
– Voi approvate per compiacenza: che debolezza! – diceva lei, arrabbiata, come si arrabbiano ingiustamente e scortesemente le donne, con gli uomini che esse non amano.
E il piccolo sorriso del bel Luigi Caracciolo che diceva esser vero ciò e che soggiungeva esser graziosa la debolezza con le persone a cui si vuol bene, la seccava assai. Come tutte le anime che portano in sè una gran parola segreta, Anna desiderava che tutto intorno ad essa si armonizzasse col suo pensiero dominante; e quando tutto intorno le era contrario, un profondo rancore la faceva diventare tetra, e la persona che riassumeva in sè questa contraddizione, colui che con la sua presenza, co’ suoi discorsi combatteva, inconscio, l’eterna idea di Anna, le diventava odioso. Costui era Luigi Caracciolo. Pareva ritrosia di fanciulla; ma poteva anche sembrare, a volte, una vivace antipatia. Finì per osservare Cesare Dias, che aveva l’occhio acuto, e che, senza darlo a divedere, sorvegliava la coppia: due o tre volte quando Anna aveva cercato di evitare la più semplice conversazione o un ballo di più, trattando Caracciolo con assai scarsa cordialità, egli aveva notato ciò, e solo un piccolo aggrottamento di sopracciglia aveva indicato la sua noia. Un giorno però, che ella aveva voltato le spalle a Caracciolo, in un concerto, Cesare Dias, uscendo le disse:
– Avete trattato assai male Caracciolo, Anna.
– Non mi pare – diss’ella, fremendo pel tono duro delle parole e più pel senso che contenevano.
– Pare a me – disse lui, recisamente. – Vi prego di non farlo più.
– Obbedirò – mormorò ella.
Ma per varii giorni fu di un umore atroce. Laura, che seguitava a dormire nella stanza di lei, udì che ella sospirava, la notte, anche nel sonno. Due o tre volte, un po’ inquieta, le aveva chiesto che avesse: e malinconicamente, intenerita dalla domanda, Anna aveva risposto:
– Non ho niente, niente: dormi in pace.
Quando rivide Caracciolo, lo trattò con una esagerata dolcezza, in cui quasi quasi si rivelava lo sforzo di essere amabilissima. Egli prese tutto per moneta contante: ma Anna, ogni tanto, si voltava a Cesare Dias come se egli fosse il suo suggeritore, per prenderne la parola. E dopo tre o quattro incontri, in cui ella aveva caricato le tinte della sua cortesia, ne chiese a Dias trionfalmente:
– Va bene così?
– Di che? – domandò lui, distratto.
– Il modo come tratto Caracciolo.
– Avete bisogno di approvazione? – chiese lui, meravigliato. – Quello è un obbligo di cortesia.
– Siccome mi avevate detto… – balbettò lei, umilmente.
– Vi ho detto qual era il dovere di una fanciulla costumata, ecco tutto.
Ella chinò il capo, contrita. Aveva fatto quello sforzo di dolcezza per piacere a lui, Cesare Dias, e Cesare la trattava così male! E non potendo contro lui aver neppure un minuto di collera, neppure un minuto di reazione, tutta la sua antipatia nascente per Luigi Caracciolo crebbe e si sviluppò in poco tempo. A farlo apposta – non era forse un motto d’intesa? – tutti quanti ne elogiavano la simpatia, la posizione, e quel senso più profondo d’intelligenza che lo rendeva superiore ai giovani della sua classe. Luigi Caracciolo pensa questo, Luigi Caracciolo dice quest’altro, Luigi Caracciolo viene oggi: perchè non è venuto Luigi Caracciolo? Sua sorella istessa, così taciturna ed estranea a tutte le vicende umane, Stella Martini, la zia marchesa Sibilia e quanti altri pochi ella vedeva, infallibilmente, le parlavano di lui. Ella levava le spalle, senza rispondere. Taceva, il suo silenzio era una concessione; ma tacendo si capiva che pensava delle cose spiacevoli. Però quando era il suo tutore che nominava Caracciolo, vantandone l’eleganza, non solo, ma anche una certa serietà di condotta, allora ella diventava nervosissima; lo guardava meravigliata che potesse dire bene di un personaggio volgare e antipatico, e sorrideva d’ironia, vedendo che Dias ne seguitava a parlare con gravità. E un giorno, presa da una vivace impazienza, non sopportando più questa lenta imposizione che le veniva fatta, ma non sopportando specialmente che Dias, a lei proprio, proprio lui, le vantasse un altr’uomo, volle dire qualche cosa:
– Ma lo prendete proprio sul serio? – chiese a Dias.
– Chi? Caracciolo?
– Già, Caracciolo.
– Io prendo sul serio ogni uomo, quando lo merita: e me ne intendo, ve lo assicuro.
– Non voglio contraddirvi: – diss’ella pianamente – ma non è questa la mia opinione.
– Voi avete un’opinione, in proposito? – egli riprese, con una velatura di disdegno.
– Sissignore, ne ho una anch’io.
– E perchè?
– Mah… così.
– Le opinioni delle ragazze non contano, mia cara. Siete molto intelligente, non vi è dubbio: ma non capite niente.
– Ma insomma – esclamò ella, turbata assai – volete persuadermi che Caracciolo è una persona di talento?
– Sì – disse lui.
– Che è una persona di cuore?
– Sì – replicò lui, seccamente.
– Che è simpatico, infine?
– Sì – egli ribattè per la terza volta.
– Ebbene, ebbene – ella disse, sconvolta – io lo trovo sciocco di mente, arido di cuore e spesso ridicolo nei modi. Nessuno mi convincerà del contrario. Quello è una bambola, non un uomo. Così fosse un uomo. Queste cose le intende anche un ignorante.
– Trovo inutile d’insistere su ciò, mia cara – disse Cesare Dias, diventato un po’ pallido, ma serbando una apparenza glaciale. – Io non ci entro. Io non ho bisogno e non m’importa affatto di convincervi, su nulla. Pensate quel che volete, di chiunque; non è compito mio di raddrizzare la vostra fantasia. Vi avverto che ho ancora, a vostra disposizione, una quantità d’indulgenze per molte stravaganze; ma che, fra tanti, un gran difetto trovo imperdonabile: l’ingratitudine. Avete inteso? Io detesto gl’ingrati.
– Ma che volete dire? – esclamò lei, angosciata.
– Null’altro: buona sera.
Voltò le spalle e se ne andò. Stette dieci giorni senza riapparire in casa Acquaviva. Non aveva mai mancato per tanti giorni, quando stava in Napoli. Stella Martini, non vedendolo, ingenuamente, mandò a chiedere sue notizie. Cesare fece rispondere dal suo cameriere, senza neppure scrivere lui una riga di risposta, che egli stava benissimo in salute, che ringraziava della premura. In realtà era furioso che nella prima scaramuccia con Anna a favore di Luigi Caracciolo, costei lo avesse battuto; furioso non solo per il suo amor proprio offeso, ma perchè quel piano di matrimonio si andava dileguando. Ma andate a giuocare di finezza, con una giuocatrice di audacia e di abbandono, come Anna Acquaviva! La sua collera era mescolata di vivaci sospetti, ancora confusi, ma sempre più vivaci, poichè era impossibile che la condotta di Anna non avesse un movente segreto; ed egli arrivò persino a dubitare, che ella fosse ancora innamorata di Giustino Morelli.
Intanto, saggiamente, si asteneva dall’andare in casa Acquaviva, sapendo che con tutte le donne, tranquille o stravaganti, il metodo dell’astensione è sempre efficace. Difatti Anna si era immediatamente pentita di quello che aveva detto, non perchè non fosse la verità, ma perchè sentiva di aver offeso Cesare Dias, forse assai profondamente. Ma come poteva fare, come poteva fare, Signore? forse che ella non aveva capito qual’era l’intenzione del discorso di Cesare Dias, forse che ella poteva tollerare da lui, proprio da lui, una simile intenzione? Fino a che aveva potuto, per non dispiacergli, per non dargli di sè ancora una pessima impressione, ella aveva sopportato quel Luigi Caracciolo. Ma ora! Ma ora che aveva dovuto udire dalla bocca di Cesare Dias istesso l’elogio di Luigi Caracciolo, ora che per costui ella aveva dovuto litigare con la sola persona innanzi alla quale si sarebbe inginocchiata, anima e corpo, ora non pareva più possibile affidarsi al tempo e tutto doveva decidersi subito.
Pure, l’assenza sprezzante di Cesare Dias le cagionò una cocente amarezza. Il suo pentimento, la sua mansuetudine si mantennero profondi nei primi giorni, in cui egli non si lasciò vedere, sentendo, riconoscendo ella di aver avuto torto, nella forma. Avrebbe dovuto tacere, quando aveva udito nella sua voce fremere lo sdegno: e invece, incauta, superba, aveva levato la testa e la parola, per offenderlo! Nei due primi giorni, massime nelle lunghe ore di veglia notturna all’oscuro, soffocando i sospiri, perchè Laura sua sorella non udisse, mille volte ella pensò di scrivergli due parole per chiedergli perdono, ma subito dopo pensava che forse lo avrebbe così irritato maggiormente; e intanto, mentalmente, si umiliava innanzi a lui, gli domandava quel perdono, sempre, come fanno i bimbi, nel pianto. Credeva, sperava che sarebbe ritornato e calcolava di andargli incontro, mentre entrava, di stringergli la mano e di dirgli una leale parola di scusa: non aveva ancora misurato, che cosa potesse essere la silenziosa vendetta di lui.
Egli non venne. E allora in Anna un sordo dolore si sovrappose alla sua contrizione, il dolore continuo dell’assenza che punge come un tribolo e che niente viene a calmare, poichè tutte le cose umane ricordano quell’assenza: un sordo dolore che finì per convertirsi in una smania segreta, che la faceva trasalire a ogni rumore di campanello, a ogni vettura che si fermava nella strada. Ella non aveva più requie. In se stessa lo accusava d’ingiustizia, nè osava dire altro. Perchè era così ingiusto con lei, che viveva soltanto, dal fatale giorno di Pompei, per ubbidirgli, anima devota, anima schiava? Perchè punirla così, lei che aveva riconosciuto solo la nullità di un Luigi Caracciolo? Ogni ora che trascorreva aumentava le sue tribolazioni, tanto più che non aveva un cuore in cui sfogarsi, un petto su cui piangere: e nel riserbo in cui si manteneva, non osava neppure osservare, che Cesare Dias non veniva da varii giorni. Solo Stella Martini, due volte disse:
– Il signor Dias non si vede… sarà occupato.
– Forse – rispose distrattamente Laura.
– Forse – rispose con voce fievole Anna.
Ma null’altro. E dentro intanto si sentiva consumare dall’inquietudine, dalla pena, dal sospetto, dalla gelosia. Sì, dalla gelosia! Non aveva mai pensato che anche la vita di quell’uomo doveva avere il suo segreto d’amore, lungo o breve, frivolo o profondo, come lo ha ogni uomo, per un mese, per un anno, per dieci anni: come lo deve avere specialmente un uomo ricco, disoccupato e forte, come Cesare Dias; non ci aveva mai pensato, ingenua, sciocca, quasi che le altre donne non esistessero, quasi che molte non meritassero di essere amate, quasi che egli non fosse degno della più bella! Adesso, nell’amarezza dell’assenza che non ha conforto, questo pauroso pensiero era sorto, e nelle agitate cogitazioni si ripresentava così cruccioso, in certi momenti, che le pareva insopportabile.
Era mai possibile che in quel mondo di belle donne eleganti e disoccupate, egli non avesse una donna che amava, ove forse andava a passare le ore di cui non dava conto, dove forse, oh Dio, passava queste intere giornate, in cui non si lasciava più vedere? In capo ad una settimana il movimento psicologico di Anna era così tumultuario, vi si agitavano turbinosamente tanti sentimenti, che ella sentì di nuovo che la sua testa si smarriva, come quando aveva voluto fuggire con Giustino Morelli. Come allora!… Più di allora!
Allora non aveva mai conosciuti i brucianti affanni della gelosia, che guastano per sempre ogni purissima gioia dell’amore; allora colui che ella amava, aveva per lei una devozione così assoluta, che ella non aveva mai il senso della gelosia, amaro come il fiele, di cui coloro che amano veramente, non si guariscono mai. Ma chi era, dunque? Di quale donna si trattava? Quale era la persona che lo attraeva così profondamente da fargli dimenticare la sua fanciulla? La contessa d’Alemagna, forse! non ne aveva Anna inteso parlare, così, riservatamente, qua e là, ma sempre con una vaghezza di notizie? Ma doveva esser lei, proprio lei, la bruna vivace con degli occhi azzurri, dalla carnagione fiorente di giovinezza, dai vestiti eleganti nell’originale audacia, lei, una incantatrice irresistibile! Ahimè, la povera Anna, negli otto giorni di assenza di Cesare Dias, conobbe tutte le fasi della ingenua speranza e della ingenua disperazione, della gelosia torturatrice che avvilisce e che esaspera, tutti i combattimenti di chi è prima in lotta con se stesso, poi con le cose che lo circondano e con le persone che sembrano nemiche, come le cose. Egli non veniva, non veniva, forse non sarebbe venuto più. Glielo aveva detto: egli detestava gli ingrati. Ingrata, lei! Ma doveva dunque ringraziarlo, poichè egli voleva maritarla a Luigi Caracciolo? Ingrata, lei, è vero? Tre o quattro volte si era seduta al tavolino per scrivergli una lettera, dicendogli di ritornare: ora scriveva un semplice bigliettino, tutto timido, ora una lunga lettera passionale, piena di bizzarrie e di contraddizioni, dove la parola amore non era certamente scritta, ma dove si leggeva in qualunque altra parola: ora era una lettera d’amore, breve e rude: ma tutte queste varie forme, in cui si sfogava la sua passione e il cruccio di non vedere Cesare Dias, finivano per sembrarle o sfacciate, o frivole, o inefficaci: ed ella lacerava tutto, disperata, non sapendo più che mezzo adoperare per ricondurlo in casa Acquaviva. Fu ella che suggerì candidamente a Stella Martini, che mandasse da Dias a chiedere notizie: e la secca risposta che Dias era in Napoli e che stava bene, la fece gelare; fu ella che cercò di uscire, di andare in qualche posto, dove potesse incontrare Cesare Dias. Laura preferiva, spesso, restare a casa, leggendo un libro, o lavorando a una bellissima tovaglia di altare, di trina che imitava l’antica, od occupandosi del governo di casa, ciò che faceva da quando era stata malata Anna: e Anna usciva sempre con Stella Martini, quasi fosse stata presa, a un tratto, da una feroce smania di veder gente. Giusto, in un pomeriggio di febbraio, incontrarono Dias, a piedi, per il marciapiede di via Caracciolo. Ella si fece pallidissima e si fermò, decisa a non lasciarlo passare avanti.
– Oh come state?… bene, nevvero? – gli chiese, tremando.
– Benissimo – disse Cesare Dias, con un lieve sorriso.
– Non vi abbiamo visto più – soggiunse Stella Martini che lo rispettava profondamente, perchè egli le usava una quantità di riguardi.
– … non mi pare – disse lui, con aria sbadata.
– Mancate da varii giorni – mormorò Anna, guardandolo negli occhi.
– Varii?
– Otto giorni.
– Otto? Sono proprio otto? Ne siete sicura?
– Li abbiamo contati – ella soggiunse, voltando la testa in là, come se volesse guardare il mare.
– Grazie della cortesia – e s’inchinò galantemente.
Ella si sentì punta dalla parola e dal gesto.
– Non è per cortesia, è per affetto…, è per gratitudine – aggiunse, fissandolo.
– Bene – approvò lui, con finezza. – Vi mettete sulla buona strada. Verrò domani a trovarvi.
E con la sua solita correttezza, si allontanò, non volendosi fermare per molto tempo con quelle signore. Stella Martini e Anna proseguirono verso Mergellina, camminando un po’ più presto, quasi quell’incontro avesse loro ridata l’allegria. Ella andava vivamente, guardando il mare, con un indefinito sorriso sulle labbra, con un lieve colorito che le saliva alle guance pallide, ravvivandole. Stringeva le mani nel manicotto: non aveva egli stretto una di quelle mani, prima di separarsi da lei? Non parlavano, ma giunte a Mergellina, tornarono indietro, pian piano, poichè ella sperava d’incontrarlo un’altra volta: era l’ora della passeggiata. Difatti lo incontrarono di nuovo, ma in carrozza; era salito sopra l’alto carrozzino di fabbrica viennese, elegantissimo, che Luigi Caracciolo guidava maestrevolmente.
Anna Acquaviva li vide venir da lontano, rapidamente: salutò e sorrise, ad ambedue, con un sorriso così luminoso di persona felice, che Luigi Caracciolo lo prese per sè e sferzò più lietamente i due alti cavalli che facevano la trottata, quasi danzando: e Cesare Dias ne fu contentissimo, perchè quel sorriso gli parve il compimento delle parole dette da Anna. Ed essa, quando Stella Martini, arrivate che furono al largo della Vittoria, le chiese se voleva ancora passeggiare, rispose di no, che voleva ritornare a casa. Lo aveva visto, gli aveva detto che lo aveva aspettato con ansia, aveva ottenuta da lui la promessa che sarebbe andato a casa Acquaviva il giorno seguente: lo aveva incontrato di nuovo, gli aveva sorriso; questo doveva bastarle, non doveva chieder troppo alla Provvidenza, in un sol giorno. Anna se ne andava a casa, contenta quasi che avesse riacquistato un tesoro: eppure egli era stato freddo, disdegnoso, Cesare Dias! Ma che importava ad Anna Acquaviva? Lo aveva riacquistato: ecco tutto. E purchè ella potesse godere un’altra volta della cara presenza, purchè ella potesse udire la sua parola, sedendo presso a lui, interrogarlo, rispondergli, purchè egli venisse ogni giorno, a quella tale ora ed ella potesse fingere a se stessa, che quell’ora le fosse personalmente consacrata, non importa, non importa! Certamente era stato un caso averlo incontrato, e se quel caso benedetto non fosse avvenuto, potean forse passare quindici giorni, senza che egli riapparisse: certamente, Cesare Dias, non vi aveva messo nulla di suo, a passeggiare per via Caracciolo, giusto in quell’ora che Anna vi era: certamente lei e Stella Martini lo avevano quasi pregato di ritornare: ma tutto questo gli rassomigliava tanto, era così tutto lui in quella condotta, che Anna si contentava, pensava che era già una gran fortuna aver procurato quella pace, senza bisogno di lettere.
Ella benediceva il caso, e la giornata, e la dolcezza di quel pomeriggio di febbraio, in cui lo aveva riveduto, anche se aveva dovuto udire la stessa voce un po’ sarcastica, puntata dallo stesso sarcastico sorriso. Stella Martini le parlava; ma ella rispondeva a monosillabi, sorridendo, chinando il capo, simile a colui che si porta in sè una felicità segreta e sorride dell’inconscio mondo.
Così Anna discendeva, nell’amor suo, in quello stato crescente di adorazione, in cui basta la sola persona amata, per far trasalire di gioia un’anima: stato di adorazione in cui la persona amata può esser tutto, cattiva, perversa, indifferente, disprezzante; può avere nel suo aspetto, nella sua voce anche l’odio, non importa, non importa, purchè venga, purchè si degni di farsi vedere, purchè si degni di farsi adorare! E quando un’altra voce, ahimè, molto fioca, le andava ripetendo, quasi a intorbidarle la felicità di quell’ora, che, infine, egli era molto disdegnoso, molto indifferente, preso da altri interessi morali, non dando nessun peso alle sofferenze taciturne di Anna, anzi disprezzandole, ella crollava il capo, già vinta, già legata per sempre, mormorando fra sè la parola della dedizione:
– Egli è così.
Egli era così e così bisognava accettarlo, poichè nulla al mondo lo avrebbe mutato e poichè sarebbe forse male che si mutasse. Egli era così, assai diverso da quanti ella aveva conosciuti, tipo solitario, pensante e vivente un pensiero e una vita morale opposta a quella di Anna. Accettarlo così: o perderlo.
– Stava bene, il signor Dias – disse Stella Martini. – Verrà domani…
– Domani, sì – soggiunse Anna sorridendo.
– La sua assenza mi dispiaceva tanto.
– … anche a me.
– Voi gli volete bene, è vero? – domandò ingenuamente Stella Martini.
– … sì – fece Anna, dopo una esitazione.
– Egli è buono… in fondo… malgrado quelle cose che dice… – osservò la damigella di compagnia, nella sua bonarietà.
– Egli è così – mormorò Anna, con un gesto della mano che accennava al fatto compiuto.
Quando rientrarono a casa, Laura osservò subito l’aria raggiante e umile, nel medesimo tempo, di Anna. Costei andava e veniva, senza posare il manicotto e il cappello, non potendo star ferma. Poi, a un tratto, si fermò, e disse a Laura:
– Sai, abbiamo incontrato Dias…
– Ah! – fece Laura, senza interessarsi.
– Sta benissimo.
– Era naturale.
– … e verrà domani.
– Bene – conchiuse Laura.
E si allontanò con la sua aria di vergine saggia che conosce tutto, che apprezza tutto e che non si meraviglia più di nulla. Pure, l’indomani, mentre Anna, subitamente intimidita, udendo il campanello che annunziava Cesare Dias, se n’era fuggita nella propria stanza, fu Laura che gli andò incontro, col suo bel sorriso di persona tranquilla.
– Oh savia Minerva! – l’interpellò Dias, stringendole la sottile mano bianca. – Voi state bene, è naturale, perchè voi non potete essere inferma: e voi non avete affatto contato i giorni della mia assenza. Io v’intendo. Io sono savio come voi: anzi come tutti i sette Savii della Grecia.
Ella rispose con un sorriso: Cesare Dias la guardò con ammirazione. Poi venne Anna: era un po’ imbarazzata, e il pallore e il rossore si alternavano sul suo viso. Parlava a scatti, subitamente inquieta: gittava delle occhiate scrutatrici a Cesare Dias, il quale, invece, conservava tutta la sua superiorità di animo, arrovesciandosi sulla sedia, chiacchierando con la solita familiarità, quasi non fosse mai mancato un minuto da quella casa. Ebbe anche lo spirito di non nominare affatto Luigi Caracciolo, e Anna, che aveva aspettato questo nome per poter mostrare a Dias la propria docilità, fu delusa. La questione sorta fra loro e che si era chiusa con quell’amaro rimprovero d’ingratitudine di Dias parve dimenticata; la persona che l’aveva provocata era sparita nel nulla. Anzi Dias ebbe il contegno magnanimo dell’uomo che non ha neppure rammentato la causa dell’offesa, per delicatezza; e Anna si vide più che mai confusa da quell’alterezza generosa. Durò qualche giorno tale astensione: poi, vedendo che Anna per farsi perdonare quella prima scaramuccia, cedeva a ogni cosa che egli dicesse, assai felice di potersi mostrare docile con Dias: pian piano Luigi Caracciolo rientrò in campo, riprese terreno e finì per diventare di nuovo e più di prima un personaggio importante di quel gruppo. Egli riapparve, discretamente incoraggiato da quel sorriso che aveva ricevuto in via Caracciolo, fantasticando di un qualche lento o improvviso mutamento nell’animo di Anna: e le sue maniere avevano acquistato, in quel periodo di assenza, come una novella tinta di dolcezza; egli trattava adesso la fanciulla con un ossequio di anima devota, che vive la sua vita alle ginocchia della persona amata. Ella non aveva potuto frenare un movimento di repulsione, quando lo aveva riveduto, perchè non gli potea perdonare di averla fatta litigare con Cesare Dias: ma Luigi non se n’era accorto, ed ella si era subito rimessa, decisa a trattarlo bene, fino a che poteva. Però mentre ella, per piacere a Cesare Dias, s’inebbriava di sacrificio, con gli occhi chiusi per non vedere il suo pericolo imminente, dentro si consumava sentendo che le sue transazioni erano vigliacche e che l’avrebbero condotta a un dolore più profondo. Si comprometteva con Luigi Caracciolo, senza volerlo, ogni giorno di più: vale a dire, come si compromette una ragazza che si deve maritare con un giovane, prendendone i fiori, rispondendo a un biglietto, accettandone la conversazione che gira intorno intorno all’amore, udendone i complimenti che hanno entità di dichiarazione amorosa, ascoltandone i racconti del passato e i progetti dell’avvenire: e alla sera, quando si trovava sola, ella, riassumendo quello che aveva fatto nella giornata, fremeva di collera, di disprezzo per la propria debolezza, poichè tanti passi aveva fatto sulla via del pericolo. Ma la paura di vedere sparire, per otto giorni, ancora una volta, Cesare Dias, la paura che egli andasse di nuovo a passare gli otto giorni del rancore presso la contessa d’Alemagna, o presso un’altra qualunque donna che egli amasse, la rendeva così vile, che ella seguitava a transigere, non sapendo più dove si sarebbe fermata, sentendo di giungere presto a una delle terribili giornate della sua vita. Cesare Dias, un po’ tranquillato sul conto di Anna, si mostrava soddisfatto, paternamente, e pareva quasi che egli attendesse una imminente occasione propizia, per lanciare la grande parola. Anna quasi gliela vedeva apparire sulle labbra, questa parola suprema, e impallidiva di spavento. Adesso l’umore di Anna era diventato così variabile, così nervoso, che ella passava dalla tristezza al pianto in un minuto e che, talvolta, mentre fioriva la conversazione intorno a lei, ella si concentrava in un pensiero profondo, tetro, donde non si scuoteva, come se tutta l’anima sua fosse presa.
– Che avete? – le diceva Cesare Dias.
– Nulla – mormorava lei, passandosi una mano sugli occhi.
E riappariva sorridente: egli capiva di aver fatto un piccolo miracolo. Ma era uomo assai acuto e comprendeva che il tempo stringeva, che bisognava prendere Anna in questo momento d’immensa dolcezza, o giammai più. Luigi Caracciolo si faceva più pressante: egli amava Anna e glielo diceva in ogni sguardo, in ogni parola: Luigi Caracciolo chiedeva di essere amato con ogni sguardo, con ogni parola; e Anna si arretrava, piena di una grande vergogna, come se tutto quell’amore offerto e richiesto fosse una grave offesa al suo pudore. E il tempo stringeva! Tutte le persone che incontravano Anna, si congratulavano del suo prossimo matrimonio ed invano ella rispondeva no, che non era vero; la gente crollava il capo, sorridendo, dicendo che ella doveva rispondere così: e allora interrogavano Stella Martini che sorrideva, vagamente, senza dire nè sì nè no, il che confermava, infine, tutte le dicerie di matrimonio. Il cerchio intorno ad Anna si veniva sempre stringendo, sempre più; ed ella si sentiva la voglia di gridare, di urlare che non era vero, che ella non avrebbe sposato Luigi Caracciolo, che ella amava un altro uomo.
Fu in un giorno di primavera, giusto un anno dopo la grave malattia che ella aveva superata, che fra lei e Cesare Dias avvenne la spiegazione. Nel pomeriggio del giorno innanzi, pallida, esasperata dalle insistenze di Luigi Caracciolo, che pretendeva assolutamente una risposta a una lettera che le aveva scritta, ella si era accostata a Cesare Dias che parlava con Laura, e gli aveva detto, sottovoce:
– Vorrei parlarvi.
– Giusto! – disse lui, voltandosi vivamente – anch’io.
– Allora, domani – ripetette ella, sempre pallida.
– Domani, nella mattinata; aspettatemi.
Ricominciò il suo discorso con Laura. Anna si andò a sedere nel vano di un balcone; la testa le girava. Pensava che bisognava aver coraggio, molto coraggio, e ripeteva fra sè questa parola, con la insistenza delle persone che temono di smarrire la ragione. Cesare Dias se ne andò, con la sua solita disinvoltura, mentre ella restò la sera e la notte come una sonnambula, vegliando, addormentandosi in brevi sonni agitati, in cui mormorava le monche frasi che avrebbe dovuto dire l’indomani a Cesare Dias; e le pareva che egli le rispondesse vittoriosamente, che tutti i suoi argomenti fossero ribattuti da lui e che ella si affannasse, non trovando più parole e più fiato per convincerlo, soffrendo l’incubo di quella discussione. Oh! ella era inquieta, assai più della sera innanzi, in quella lieta mattinata di primavera, e la teneva un interno tremore, quasi le dovesse cogliere una sventura; era inquieta, e il sole allegro che entrava dal balcone non giunse nè a vincere il tremore delle sue fibre, nè a dissipare l’inquietudine del suo spirito. Con gli improvvisi entusiasmi mistici delle anime passionali, ella avrebbe voluto andare in chiesa, quella mattina, nella vasta e pacifica chiesa dei Gerolomini, così piena di fresche e carezzanti ombre, dove è così dolce il pregare; ma fu vinta dal rispetto umano, si vergognò di rivelare così il suo turbamento. Ogni tanto, fra sè, mentre aspettava Cesare Dias, andava dicendo, monotonamente:
– La Madonna mi deve aiutare.
Però, quando vide apparire Dias, così corretto e sereno nel medesimo tempo, quando lo udì intavolare una breve conversazione con Laura e Stella; quando, per la millesima volta, ella ebbe l’impressione di quella indifferenza, sì, di quella indifferenza, Anna si rinfrancò un poco e pensò che, forse, tutto si sarebbe accomodato, almeno per allora, senza dover dire la gran parola. Laura e Stella, discretamente, quasi avvertite, si allontanarono: ella ebbe un brivido, vedendo che Cesare Dias aspettava, in silenzio, diventato un po’ grave. Allora Anna, sentendo di non potere più dare indietro, mise la mano in tasca e cavò la lettera di Luigi Caracciolo, offrendola a Cesare Dias perchè la leggesse. Egli ebbe una fugace espressione di meraviglia in viso: poi le domandò permesso di leggere, con un galante saluto. Lesse: tacque; e, silenziosamente, restituì la lettera piegata ad Anna.
– Che ne dite?
– Mah!… – fece lui, che non voleva pronunciarsi. – Vi sembra una lettera seria?
– Sì: è seria.
– È facile che m’inganni – ella disse, con accento profondo: – per questo ho domandato consiglio a voi. Voi… ne capite…
– Un poco – disse lui, sorridendo.
Parlavano piano, seduti accanto, senza guardarsi in faccia. Ogni volta che ella riprendeva il discorso, però, le si velava la voce.
– Non vi pare… audace?
– Caracciolo, per quella lettera?
– Sì.
– Non mi pare: gli innamorati scrivono sempre. Talvolta… non mandano lettere, ma scrivono.
– È vero – ella mormorò, enigmaticamente.
– Costui vi ama: dunque vi scrive.
– Mi ama? – ella domandò, fremendo.
– Già.
– Ne siete certo?
– Certissimo.
– Ve lo ha detto?
– Me lo ha detto.
– E che gli avete risposto?
– Io? Nulla. Non mi domandava nulla. Mi raccontava un fatto, così. È da voi che vuol sapere qualche cosa…
– Da me? – esclamò lei, arretrandosi.
– Ogni lettera chiede risposta, dalla persona a cui è indirizzata.
– Io non risponderò – ella soggiunse, piano.
– E perchè? – diss’egli, mostrando una certa sorpresa.
– Perchè non ho nulla da dirgli.
– Non lo amate?
– No.
– Neppure un poco? Non vi è neppure simpatico?
– Non lo amo e non mi è neppure simpatico.
– Non mi pareva… – osservò lui, già diventato serio, innanzi all’ostacolo che egli vedeva insormontabile.
– Vi siete ingannato…
– Vedevo che lo ricevevate bene, che gli parlavate con cortesia, che ascoltavate i suoi complimenti con piacere; questo è molto, per una ragazza – e aggrottò un poco le sopracciglia.
– Per farvi piacere: perchè era amico vostro – gridò lei, stendendo le mani, volendosi giustificare.
– Grazie – disse seccamente.
Un silenzio si fece: egli continuava a scherzare con la moneta antica che pendeva dalla catenella dell’orologio, e teneva gli occhi bassi.
– Sicchè – egli riprese, volendo andare sino in fondo – sicchè voi non sposereste Luigi Caracciolo?
– No: mai.
– È un bravo giovane, però: ha un bel nome; una bella fortuna; e vi ama, poi.
– Io non l’amo e non voglio sposarlo.
– Non serve l’amore, pel matrimonio – osservò Cesare freddamente.
– Per altri, forse: per me, serve – gridò lei, sgomentata sino nel fondo del cuore da quell’assioma.
– Non conoscete la vita, mia cara. Un matrimonio d’amore e uno di convenienza hanno ugualissime le probabilità di felicità e d’infelicità: e allora, a che vale la passione? A nulla.
Ella chinò il capo, non convinta, ostinata nella sua fede, ma rispettandolo nelle gelide sue idee, di uomo invecchiato anzi tempo.
– Se non volete Luigi Caracciolo, dovrete cercare di non vederlo, è vero?
– Lo sfuggirò.
– Vi cercherà lui.
– Non escirò.
– Vi scriverà.
– V’ho detto che non gli rispondo.
– Egli si ostinerà, lo conosco: e la cosa che chiede è abbastanza importante, perchè non si ostini.
– Voi gli direte che questo matrimonio non è possibile.
– Ah no, poi, mia cara: queste disgraziate ambasciate io non le porto – disse lui, con voce già iraconda.
– Non siete… non siete il tutore? – mormorò lei, tremando.
– Sì, sono il tutore, ma avrei preferito, mia cara, che Francesco Acquaviva non me lo avesse lasciato, questo incarico. Francamente, preferirei non esservi niente.
– … sono… così cattiva? – chiese ella, supplichevole, con le lagrime agli occhi.
– Io non so se siete buona o cattiva: non perdo il tempo a fare delle definizioni, io. So soltanto che vi è un bravo giovane, bello, ricco, che vi vuol bene, e che voi, senza una ragione al mondo, voi lo rifiutate. So che costui vi vuole sposare, anche se non lo amate, con tutta la vostra… sì, diciamo la parola, la vostra stravaganza… e voi lo rifiutate. Scusate, cara Anna, ma io vorrei domandarvi: se credete sia facile, che un altro uomo vi sposi?
– Come sarebbe a dire?
– Dico: credete facile che un altro vi chiegga?
– Spiegatevi, non vi capisco – ella domandò, pallida ad un tratto, perchè aveva capito.
– Mia cara, voi avete dunque dimenticato il passato – disse, gelido.
– Che passato? – gridò ella, fieramente.
– Niente altro che una fuga da casa, mia cara, niente altro che questo; e una giornata passata a Pompei, con un giovanotto.
– Oh Dio! – e si nascose la faccia fra le mani.
– Non esclamate, Anna, questo è un momento serio, state in voi; rammentatevi che quanto faceste, una fanciulla onorata non lo fa; che Luigi Caracciolo non sa, o sa appena; ma chiunque lo sapesse, lui, un altro, non vi sposerebbe, mia cara. È duro, è doloroso, ma ve lo debbo dire. Sposatelo, sposatelo. È il consiglio di un amico, di un vero amico, sposate Luigi Caracciolo.
– Io ho errato – ella disse, con voce sorda; – ma non mi avevate, voi e Laura, perdonato?
– Sì, sì; ma i mariti, i fidanzati non perdonano queste cose. Con che gelosa cura io l’ho tenuto nascosto, questo segreto! Neanche un padre per una figliuola; e voi disprezzate l’occasione, la lasciate sfuggire, senza pensare che non ritornerà mai più. Ma un altro uomo innamorato e cieco come Caracciolo, dove lo troverete?
– Io ho commesso un errore, è vero – diss’ella, ritornando sempre alla stessa idea – ma non mancai all’onore.
E lo guardò in volto.
– Ma disgraziata, non ci sono che io che so questo! – gridò lui, ormai esasperato.
– A me basta – diss’ella, semplicemente.
Egli si scosse. Ma non voleva lasciar passare quell’ora, senza dire tutto.
– Anna, Anna, voi siete una fanciulla folle, ecco quello che siete. V’innamorate di un poveretto, e contrastata da noi, scappate di casa, arrischiate l’onor vostro, vi salvate per un miracolo: dopo, vi ammalate, guarite, avete dimenticato il poveretto, e una simpatica persona vi vuole, voi la rifiutate! Questa è una pazzia, Anna, sposate Luigi Caracciolo, ve lo chieggo io.
– Non potete chiedermi questo – mormorò.
– L’amore è una chimera: sposate Caracciolo.
– Non posso.
– Ma perchè? Non basta la ragione di non amarlo!
– Cercate l’altra ragione – ella disse, misteriosamente.
– La troverò.
Cesare Dias aveva detto queste parole con un tono di minaccia, insolito in lui. Ma era insolita in lui anche la collera; e più di tutto, insolita l’asprezza della forma, con cui aveva assalita la fanciulla. Era una delle due o tre circostanze della sua vita, in cui egli era giunto all’esasperazione, sentendo tutta la sua forza spezzarsi contro un ostacolo misterioso o invincibile; e che lui, uomo esperto, uomo sagace, a quarant’anni, capace di riescire nelle più difficili posizioni, pronto a tutto, pur di ottenere il suo scopo, si facesse vincere da una debole e stravagante fanciulla, gli dava una collera intensa. Ella stava seduta, sbiancata nel volto, tutta tremante, pensando solo che egli le aveva rinfacciata la sua fuga, ripetendo a se stessa la crudele frase che ciò le rendeva impossibile il matrimonio, con qualunque uomo lo sapesse. E un’amarezza la invadeva, avvelenandole il sangue; per la prima volta ella intendeva il peso del rimorso e si pentiva profondamente dell’errore commesso. Ah, se avesse potuto annullare il passato, se avesse potuto lacerare quel foglio dal libro della sua vita, se avesse potuto fare, che quel fatale giorno di Pompei non fosse!
– Voi siete innamorata di un altro, è vero? – egli le chiese, con un sorriso sarcastico.
Anna non rispose, con le mani prosciolte in grembo e gli occhi smarriti. Come camminava dritto alla verità, Cesare, e come ella tremava, ormai, che egli sapesse la verità!
– Perchè non mi rispondete? Siete ancora innamorata, è vero?
– Ancora, come? – esclamò lei, trasalendo.
– Dicevo, che per rifiutare Luigi Caracciolo, dovete avere in cuore un altro uomo. Voi altre fanciulle credete all’eternità della passione, alla fedeltà fino alla tomba, a una quantità di fisime simili. Voi amate ancora Giustino Morelli?
– Ah, insultatemi meglio, non mi avvilite, non mi calpestate! – gridò lei, in preda a una convulsione di pianto, di singhiozzi.
– Calmatevi – disse lui, guardandola con una fredda curiosità, mentre ella piangeva.
– Per carità, non mi fate più quell’affronto, ve ne prego: ditemi tutto, me lo merito, ma non quello, non quello!
– Calmatevi – replicò Dias, fissandola sempre curiosamente. – Parleremo di ciò un altro giorno.
– Sentite, sentite – ella riprese, esaltandosi, fiammeggiando nel volto – non ve ne andate ancora, perdonatemi prima, se ho disturbato un vostro progetto, rifiutando Caracciolo! Ma non posso, vedete, proprio non posso… Non potrò mai… Voi sorridete della mia parola mai, è vero? Avete ragione di sorridere, il cuore umano è così fallace! Perdonatemi, ma vedrete… vedrete poi, che non avevo torto… e che non avrete nessun fastidio, nessuno, da me, mai più… Io sarò così docile, così umile, per tutto quello che vorrete… innanzi a voi, mi sento così piccola, così meschina, così povera cosa!
E piangeva adesso, dirottamente. Senza che quasi se ne accorgessero, le persone di Giustino Morelli che era il passato e di Luigi Caracciolo che era l’avvenire, erano sparite dalla discussione; e solo loro due, Cesare Dias e Anna Acquaviva, restavano in causa, ella pregandolo e scongiurandolo come una creatura infelicissima scongiura il signore della propria vita, egli ascoltandola con una crescente curiosità, quasi gli si squarciasse un velo innanzi agli occhi e gli si rivelasse uno spettacolo non inaspettato, ma sempre meraviglioso. E se nella prima battaglia era stato sconfitto, il suo orgoglio di uomo intendeva di essere stato il vincitore: un fugace sorriso gli rianimò la fisonomia.
– Non piangete – disse.
– Ah lasciatemi piangere… io sono una creatura così infelice: così misera… io ho giuocato così follemente la mia vita… ma non sapevo… ve lo giuro, che non sapevo nulla… adesso, adesso tutto è finito… io sono una donna perduta…
– Non esagerate…
– Oh, voi lo avete detto, voi avete ragione, le fanciulle oneste, che han caro l’onore, gelose della reputazione, non lasciano la casa, non si gittano nelle braccia di un uomo, che per combinazione è un galantuomo… Quanto avete ragione, voi solo, sempre, voi che siete così saggio! Ma se sapeste… se sapeste che è questa follia che mi sale dal cuore al cervello… se sapeste come io perdo la testa, quando la passione m’infiamma… avreste pietà di me.
– E non piangete più – disse, a bassa voce.
– Ah il pianto di una esistenza non cancella il passato – ella disse, dolorosamente, quasi questo lamento le fosse strappato dal cuore.
– Addio, Anna – disse egli, levandosi.
– Non ve ne andate – e gli prese le mani – non vi ho detto niente, non vi ho potuto spiegare… ve ne andate in collera con me… o piuttosto, sì, è meglio finire, oggi non ho più la forza di resistere a questo colloquio, sento che impazzisco… e poi voi vi annoiate… avete ragione; le donne che fanno le scene, annoiano… ma dovete sapere, dovete… Vi scriverò, vi scriverò tutto… me lo permettete, è vero?… dite che me lo permettete… io non posso stare senza scrivervi tutto…
– Scrivete – egli disse, piano, voltando la testa in là.
– E mi perdonate? – ella disse, accostando il suo volto a quello di lui.
– Io non ho nulla da perdonarvi – e si arretrò vivamente, – scrivete. Addio, Anna.
Ella si era seduta affranta, come precipitata nel sonno, da una incommensurabile altezza. Dias se ne andò, un po’ pensoso, salutando distrattamente Laura e Stella nel salone. Le due donne entrarono nel salottino, a raggiungere Anna.
– Ebbene, è fatto questo matrimonio? – chiese tutta lieta Stella, senza vedere gli occhi rossi, il pallore, il turbamento di Anna.
– No – disse costei – nè ora, nè mai.
E Stella, colpita, rientrata nel suo riserbo di povera damigella di compagnia, trovò un pretesto per lasciar sole le due sorelle. Laura si era messa a lavorare a quel merletto mirabile, per la sua tovaglia di altare; Anna stava seduta allo stesso posto, con gli occhi coperti dalla mano, sospirando ogni tanto. Così passò un’ora. Laura levò la testa e col suono di voce più limpido, domandò:
– Tu sei innamorata di Cesare Dias?
– Sì – disse semplicemente Anna.
Laura, abbassate le tenui palpebre, lavorava di nuovo.

VI.

La lettera di Anna a Cesare Dias, diceva così:
“Non so che nome darvi, se il vostro così fiero e così dolce, se il nome di un amico che tutto dice e nulla dice: non so se io debba scrivere qui la parola che il rispetto m’impone, o quella che più fortemente m’impone il cuore. Forse non dovrei darvi nessun nome; forse, non dovrei lottare contro questa ineluttabile volontà superiore, che mi travolge. Ma sono anche una creatura così miserabile, così priva di qualunque forza morale, che gran parte dell’anima mia è inconscia di quello che fa, e quando tento di reagire, sono già vinta? Ah, non un’ora di nobile battaglia feconda nel mio cuore! Solamente una profonda ignoranza dei sentimenti e delle cose, un cieco abbandono alle dolcezze dell’affetto, e infine la perdita di ogni pace e di ogni speranza. Quanto voi dovete disprezzarmi! E siete giusto, se disprezzate una creatura fragile, una donna il cui cuore è sempre aperto, la cui fantasia è sempre pronta ad accendersi, la cui mobile mente giammai non posa, e le cui vene, malgrado sieno guarite dalla gran febbre, ardono ancora, di nuovo, quasi questo ribelle sangue non sapesse altro che bruciare! Se mi disprezzate – i vostri occhi, la vostra voce, il vostro contegno me lo dicono – fate bene, poichè io non capisco mai di aver torto nella vita, e quando mi accorgo di aver avuto torto, è troppo tardi per riparare alla mia infelicità e a quella altrui; ah, disprezzatemi, disprezzatemi, voi avete ragione di farlo: io mi piego al vento che soffia, simile a una debole canna: io mi arrovescio nell’aquilone, spezzata, poichè non so nè combattere, nè morire. Disprezzatemi, nessuno lo può fare, nessuno ha il diritto di farlo come voi. Che cosa valgo io, più di una canna che ondeggia, che si piega e che finisce per giacere infranta, non morta!? Quando siete lontano da me, io posso pensare a voi con un certo coraggio, fidando sulla vostra bontà, sulla vostra indulgenza, per farmi perdonare la mia mancanza di forze; quando siete lontano, a me pare di essere più donna, più resistente, più coraggiosa, e posso sognare di starvi, non a paro, no, mai questo, ma accanto, di seguirvi nelle cose dell’anima. Sogni, sogni! Quando siete vicino, ogni mia fiducia in me stessa, ecco, si smarrisce; e mi sembra di essere così sciocca, così stravagante, così incoerente, che giammai più, giammai penso di poter ottenere la vostra indulgenza. Io ripenso la vita mia passata – giustamente e crudelmente, me l’avete rimproverata – e ci trovo tale un cumulo di puerili illusioni, un criterio così falso dell’esistenza e dell’amore, un abbandono così ingiustificato di tutte le tradizioni del decoro femminile che le fiamme della vergogna mi salgono al viso. Non lo avete visto? Prima di quel fatale giorno di Pompei – il primo della mia vera vita! – io aveva tutto un tesoro di sensazioni, d’impressioni, d’idee mie, personali, che regolavano, forse sregolavano la mia esistenza; esse crollarono, esse furono distrutte, esse sparvero dalla mia anima, per sempre, da quel giorno. E innanzi a voi che inneggiate a quanto fu il mio odio, innanzi a voi che calpestate tutto quello che ho amato, io chino la testa e più inchino l’anima e vi do ragione, e dico che voi solo avete ragione; e vorrei versare nelle mie parole, nei miei atti tesori di umiltà, per convincervi che io vedo la verità, che voi appunto siete la verità, e che l’anima mia vuole venire dietro la vostra, come le pie donne di Gerusalemme andavano dietro a Gesù Cristo. Ah datemi un po’ di forza, voi che siete forte, voi che non avete mai errato, voi che avete vinto voi stesso e il mondo! Datemi della forza, voi che mi apparite come il modello della serenità e anche della giustizia, superiore alla sventura, perchè avete forse saputo soffrire in silenzio, superiore alla gioia umana, perchè ne avete apprezzata la vacuità, superiore all’amore, perchè sapete che sia: e intanto facile all’indulgenza, facile al perdono, perchè anche siete uomo, e non dimenticate di essere uomo. Voi mi disprezzate, certo, poichè tutti i forti disprezzano i deboli; ma, certo, voi avete anche pietà di me, così sbattuta nell’uragano della vita, senza bussola, senza stella, ora in cima a un maroso, ora in un abisso profondo. Io sono già il frammento di un primo naufragio, io vi ho lasciati anni di salute e di speranza, io vi ho veduto finire tutta la lieta e balda fede della mia gioventù; e temo di perdermi nuovamente, per sempre, se voi non mi salvate. Ditemi pure tutto: fate di me quel che volete, ingiuriatemi, dopo avermi disprezzata, ma non mi lasciate alla mia debolezza, alla mia fragilità, non mi togliete la vostra forza, che è il mio solo sostegno. Come debbo chiamarvi? Amico? Sì, amico, io mi perdo se voi non mi salvate, se non lasciate che l’anima mia cammini accanto alla vostra, sentendo tutto l’effluvio magnetico, potente, della vostra forza, se non mi soccorrete della vostra spirituale compagnia, se non mi date la leva per sorreggere la mia esistenza. Amico, amico, amico, non mi respingete: dite tutto, fate tutto, ma non mi scacciate da voi, se no, io debbo morire. Ah la carità dell’anima è grande più di quella materiale e costa assai meno, si elargisce così facilmente e soccorre così prontamente! La carità dell’anima la possono fare i ricchi di forza spirituale, come voi. Io, la poverella, batto alla vostra porta”.
La lettera di Anna a Cesare Dias continuava, dicendo così: “Voi mi avete profondamente addolorata, dicendomi che è forse Giustino Morelli, l’uomo che mi ha fatto rifiutare le nozze con Luigi Caracciolo. Non posso udire il nome di Morelli, senza essere assalita da un fremito di sdegno. Credete che io sia in collera con lui? No, no. Egli non è, per me, che la vana ombra di una persona morta; e la sera degli Ugonotti al San Carlo – ahimè, quella musica mi canta nell’anima indimenticabile – egli era colà, io non lo vidi, non volli vederlo, senza dolore e senza curiosità. Io non l’odio: io non sono sdegnata contro lui. Egli non ha colpa di nulla: era un povero innocente, sciocco e meschino, onesto, sì, onesto – voi lo diceste tale – ma così piccolo di cuore e di mente!… ed è per questo, che il mio sdegno è contro me stessa, che ho elevato quell’infelice sino all’immensa altezza della mia idea amorosa, che ne ho fatto una figura ideale, che ho creato un idolo, così per prostrarmi, per adorarlo. Dio, Dio, come mi sono potuta ingannare così? Come ho potuto imporre il dramma dell’amore a un disgraziato tanto limitato d’ingegno e di sentimento, che solo udendomi parlare allibiva, si sgomentava? Quando ci penso, mi torco le mani per la disperazione, poichè veramente io ho abbruciato il primo, purissimo incenso del mio cuore a un essere nullo: perchè è permesso di amare un pazzo, un dissoluto, un poveretto ignoto, ma non è permesso amare uno sciocco pauroso, che va a denunciare al tutore la pupilla che vuol fuggire con lui! Che errore! Non me lo perdonerò giammai: e sembra che sia un errore irrimediabile, poichè tutti gli amori lasciano tracce nell’anima che non si cancellano, poichè non si ama impunemente, poichè l’abbandono del cuore non si dimentica, poichè ha un bel disciogliere, il tempo, questi matrimonii dell’anima, tutto non si può scordare: e io ho amato uno sciocco timido, una creatura che mi baciava le mani, come il mendicante ad una signora benefica, sentendo la propria povertà di spirito, mentre, io avevo tanto amore da farne una ricchezza! Non ho veduto nulla allora, non ho compreso nulla, ho amato anche io come una infelice creatura stupida, che ama un individuo senza ragione al mondo, che dà tutti i tesori del proprio cuore, stupidamente, per vederli dispersi nella inanità e nella miseria spirituale. Ah, io non l’odio, Giustino Morelli, che era quello che era, quello che è adesso, quello che sarà sempre: una persona mediocre piena di timidità, conscia della propria mediocrità, e che ha finito per rifiutare, per paura, sì, per paura! Perchè dovrei odiarlo, se io ho voluto amarlo, per forza, se io ho voluto fuggir via di casa, con lui, mentre egli non voleva! Io sono la colpevole in tutto e per tutto; io porto questa macchia sulla coscienza, d’aver messo l’ideale e l’amore in così mediocre persona, io ho deturpata tutta la mia giovinezza, cercando di soffiar la vita in faccia a una statuetta di creta: io non posso che odiare me stessa, la mia cieca fede, la mia cieca ostinazione, la mia folle superbia, tutta la mia pazza illusione. Non posso dunque rammentare il passato, e non posso guardare l’avvenire, senza sentirmi invadere da un’amarezza senza confine: e ho il senso di qualche cosa, che non è più riparabile: un fantasma si mette fra me e la felicità, è il fantasma del mio amore morto, che non è stato una vergogna, ma è stato mia decadenza d’anima. E quando adesso mi si dice che io amo ancora quel povero Giustino Morelli, adesso che gli occhi del mio cuore hanno spezzato il loro mistico suggello, adesso che io vedo la forza e la debolezza dove si trovano, adesso che io so le ragioni alte e segrete dell’amore, io non posso far a meno di fremere, di gridare, di non tollerare che mi si ingiurii. Poche ore di vita bastano per una conoscenza acuta del bene e del male, ore tormentose ed intense, in cui la verità solleva tutti i veli delle cose, e ci soffoca dolorosamente, con la sua troppo luminosa presenza, a cui i nostri occhi non reggono! Le ore che ho trascorse a Pompei in uno strazio crescente, mi hanno detto tutto, battendo sul mio cuore, battendo sul mio cervello, abbruciando le mie vene e dando la suprema sapienza delle cose umane alla mia anima. Adesso… io non posso ingannarmi più. Io sono sempre quella debole persona, che deve amare così, fatalmente, intensamente, con una dedizione assoluta di se stessa, poichè l’amore, per essa, è il vero stato dell’anima: ma io ho messo l’ideale mio, dove esso merita di stare, in un cuore alto e forte; io ho appoggiato il mio vacillante spirito a chi non ha mai vacillato. Mi sono pentita, profondamente, del mio primo amore: ho recitato il mea culpa della passione, ogni giorno, ogni ora: ho invocato, non so quale spirituale lavacro, per purificare il mio cuore dalla mediocrità del suo primo amore: ho sentito che solco lascia nel suo passaggio qualunque amore, anche il più lieve: ma adesso non mi pentirò più, poichè il lungo viaggio, il pellegrinaggio lungo che fanno le anime attraverso le sfere del pensiero e del sentimento, per cercare colui che debbono veramente amare, per sempre, ecco, è compiuto per me. Il mondo non è, per chi conosce la passione, che un malinconico vagabondaggio, alla ricerca di chi si deve amare: ed anche un cieco brancolare nell’ombra e nel vuoto; ed è un pericolare ad ogni passo, e talvolta cadere in un abisso, giacendovi lungamente, rialzandosene con le ossa frantumate, medicando alla meglio le ferite, riprendendo il cammino, fino a che, ancor sanguinando, si ritrova finalmente l’Eletto. Anche io vengo di lontano, dunque: e la mia vita è stata assai aspra, senza più lume di stelle che mi rischiarasse, senza voce amica che m’incoraggiasse, senza una mano che mi sostenesse: e già sono caduta, lacerandomi la faccia e le mani ai triboli del cammino, rilevandomi col sangue che mi accecava, mescolandosi alle lacrime: andando innanzi di nuovo alla mia sorte, che non era quella del mio amore, ma era quella del mio secondo amore; anche io ho trovato l’Eletto. Poveretta anima martoriata, credo di poter rivivere conservando la malinconia della prima delusione, non potendo assolvermi da un peccato che io sola ho il diritto di rimproverarmi, ma sentendo che il focolare fiammeggiante deve accogliermi, non potendo lasciarmi morire nel gelo della campagna e della notte: e chieggo soccorso, poichè nulla in me si è mutato tranne l’ignoranza giovanile, che è sparita, poichè io ho acquistato la scienza, ma non ho acquistato la forza, poichè io conosco tutto, ma sono sempre una misera esistenza tremante di sgomento, desiderosa dell’amore e invocante la grande benedizione umana. Io mi prostro e con la fede, non del neofita, ma del martire che ha già sofferto la tortura, io prego il Signore, perchè mi conceda la divina palma che i martiri hanno meritato. Io mi prostro e prego, perchè anche io abbia la mia parte di gioia, poichè finora non feci che piangere, su me stessa e sugli altri; io prego, inginocchiata, perchè non mi fallisca anche questa speranza, ora che ho trovato il sicuro porto delle grandi calme. Iddio non può respingermi: voi, amico, non potete respingermi. – Anna”.
Cesare Dias lesse molto attentamente questa lettera un paio di volte. Poi uscì di casa e badò ai suoi affari e ai suoi piaceri: ritornando in casa, ritrovò la lettera, la rilesse per la terza volta e scrisse subito questo biglietto che mandò ad Anna.
“Cara Anna – Tutto quello che mi dite, sta bene: ma io non ho capito chi è l’uomo che amate. Saluti cordiali – Cesare Dias”.
Ella ricevette questo biglietto, lo lesse e sopra un foglietto bianco, senza data, senza apostrofe, scrisse questo:
“Amo voi – Anna Acquaviva”.
Cesare Dias stette un giorno senza rispondere e non si fece neppur vedere. Poi rispose di nuovo:
“Cara Anna – Sta bene: e poi? – Cesare Dias”.
Ella rimase esterrefatta. Aveva dato un gran passo nella esaltazione della sua passione, sapendo bene che arrischiava così tutto il suo avvenire, superando la ritrosia e la vergogna di un amore confessato così, in un abbandono doloroso: e credeva di dover fare su Cesare Dias una impressione profonda, forse di odio, forse di antipatia, forse di noia. Credeva che egli le avrebbe scritto una lettera irritata, che le avrebbe annunziato una sua partenza; e invece ella riceveva un bigliettino qualunque, nè freddo nè caldo, senza importanza, come per un fatto qualunque. Stupefatta, esterrefatta, quella che le si parava innanzi era la soluzione peggiore. Cesare Dias non era nè arrabbiato, nè lusingato: era indifferente. E non lo pungeva che una semplice curiosità, mentre ella fremeva di ansia. Per lei, la passione era, ancora una volta, una tragedia: ma per Cesare Dias era, ancora una volta, un qualunque fatto umano, quotidiano, niente altro.
Immutabile, immutabile. Cesare Dias: questa era la idea saliente, nella gran confusione della mente di Anna: immutabile innanzi all’amore, innanzi al dolore: spirito che nulla poteva turbare: anima, il cui metallo non temeva acido corrosivo. Ella, buttata sul letto, con la faccia nascosta nei cuscini, sussultava, torcendo le lenzuola con le dita nervose, pensando che ella gli aveva detto tutto e che Dias era restato indifferente, padrone del proprio cuore. Che fare, adesso? Non lo sapeva. Ma vi sono dunque cuori così gelidi, che nessuna vampa di amore giunge mai a riscaldare? Ma quello che è tragedia in tante esistenze, per alcune altre non è, dunque, che un miserabile fatto di cronaca? Che cosa fare? mio Dio, che cosa fare? Non aveva egli chiesto, con la più disinvolta curiosità: e poi? voleva sapere il poi di quell’amore. Cesare Dias, con la mite curiosità di un lettore di romanzo, che anela di conoscere la risoluzione dell’istoria: la interrogava, così, forse per cortesia, mentre ella aveva tremato di sgomento, aprendo i due biglietti che egli aveva scritti e che ella aveva riposti sotto il capezzale. Ma che uomo era dunque costui, che a quell’impeto di passione, così profondo, così leale, sgorgante dall’anima, qual grido di chi invoca soccorso sentendosi perdere, avente tutta l’umiltà, tutta la purità spirituale, chi era dunque costui, che a tale immensa prova di amore, non domandata e che nulla, poi, domandava, restava indifferente?
Ella, soffocando i suoi singhiozzi nel cuscino, in quella notte lunga di veglia, ebbe costantemente una impressione di gelo, di vuoto, pensando a quello che era il cuore di Cesare Dias: le parve di trovarsi innanzi a una montagna altissima di ghiaccio, dal sentiero stretto e ripido che ascendeva fra due pareti di ghiacciai, nel bianco accecante della neve, senza che voce umana palpitasse in quel candore, senza che raggio di sole arrivasse a disciogliere quella eterna neve. In quella visione febbrile si vedeva sola, camminando lentamente per la via di montagna, muovendo i passi stanchi e pesanti, sentendosi aggravare la testa e opprimere il respiro per quel freddo, per quel biancore, per quella desolazione di silenzio e di morte: le pareva che le sue forze si esaurissero, rapidamente, che giammai sarebbe giunta alla meta, donde si potesse vedere il chiarore consolante del firmamento: le pareva che il suo combattimento contro quel gelo, contro quel mortale biancore, contro quel soffio esiziale che veniva dalla montagna, era perduto, e che ella non sarebbe giunta viva nelle altitudini. Anzi in quel vivace delirio della sua fantasia, ella ebbe lo spettacolo di un corpo giacente fra le nevi, con le palpebre livide, con le braccia violacee, con le mani abbandonate lungo la persona morta: e le sembrò, nella fantasia inorridita, di ravvisare la propria figura, morta, prima di aver toccato la cima del suo ideale desiderio. Un urlo di terrore le uscì dal petto.
– Che hai? – le chiese Laura, svegliandosi.
– Non ho nulla, dormi in pace – ella aveva risposto, tremando ancora, coprendosi gli occhi con le mani.
Ma poichè le più tranquille ore dell’alba si erano approssimate, il suo delirio si era quietato, man mano, e la voce dell’amore era diventata più forte di ogni visione. Sentendosi nel cuore una passione indomita, ella diceva che questa passione doveva, sì, doveva fare il miracolo di commuovere Cesare Dias: e che tutti coloro che amano piamente, umilmente, con la fede e con la devozione dell’amore, finiscono per essere amati, in un’ora, in un giorno. Se la volontà ha il suo fluido magnetico, l’amore ha un effluvio, un fascino così prepotente, che non vi resiste nessuna indifferenza. Lo amerò tanto, lo amerò tanto – ella pensava fra sè – che egli non potrà mai sentire la violenza di questo amore. Ella ricominciava a sperare nel solo talismano che possiedono certe anime, e che è il loro amore; ella voleva adoperare la preziosa reliquia, i cui miracoli non si contano più, per iscongiurare il freddo demonio della indifferenza. Chi sa! Egli aveva quarant’anni, ma le dolci e tenere lusinghe di un affetto infinito non avevano, forse, mai carezzato quel cuore: cuore inaridito, prima ancora di aver conosciuto la sorgente delle più soavi lacrime. Chi sa! Son così forti, certi uomini, solo perchè vissero solitari e schivi, perchè non vollero cedere alla tenerezza: e forse l’amore tardivo è destinato a crear loro una seconda gioventù, una novella vita più umana, più bella, più festosa.
Nel cervello di Anna si delineava e s’ingrandiva l’ideale di una missione di devozione immensa, di sacrificio amoroso, di profonda aspettazione della passione, che ella dovesse compiere, perchè Cesare Dias, forse ignaro della grande fiamma, intendesse, un giorno, tutta la dolcezza che si ha, amando ed essendo amati. Le pareva di esser eletta, come un apostolo delle Passione, a questo lavoro sentimentale, lungo, silenzioso e pur costante e ostinato, sino a che in quelle ceneri spente si ritrovasse la divina favilla della divina fiamma: le pareva ormai di aver trovato la causa e il mezzo e il fine della sua vita. Ella doveva amarlo: ecco tutto. Amarlo attraverso il tempo, attraverso lo spazio, da vicino e da lontano, fino alla tomba e più in là, fin dove l’anima vive: amarlo senza speranza immediata, con un lontanissimo, altissimo bagliore di speranza: amarlo, con la fedeltà e l’abbandono di chi ha riposto tutto e nulla vede oltre l’orizzonte del sentimento: amarlo con la semplicità e la modestia delle anime giovanili, cui non morde nè la vanità, nè l’ambizione: amarlo, infine, così bene, così intensamente, che egli vivesse in un ambiente saturo di amore, che egli lo respirasse nell’aria, che se ne sentisse a poco a poco egli stesso invaso, egli stesso dominato. Se l’amore fa ancora di questi miracoli, Anna lo avrebbe compiuto: e se ella non avesse ottenuto il santo premio del suo abbandono, ebbene, ella sarebbe morta, contenta di aver consacrato la sua esistenza all’amore. Una fede ardente, adesso la rialzava e le dava una novella vita di coraggio. Ella sperava di vincere: e si gloriava anche di perdere, purchè potesse amare.
Ella si metteva in cammino, forte della sua missione, tenendo gli occhi fissi a un luminoso ideale, tendendo le braccia a quella vetta fulgente, non curandosi nè dei triboli della vita, nè della morte che avrebbe potuto coglierla prima di giungere alla meta. I grandi ideali hanno bisogno di questa profonda abnegazione: ella si sentiva, a un tratto, come sollevata da una potenza ulteriore, spinta da una ragione morale che la trasformava, la rendeva ferma e fiera nel segreto della sua fierezza. Piena di questo concentrato entusiasmo, ella scrisse questa lettera a Cesare Dias:
“Perchè mi domandate il poi dell’amore? Io non lo conosco. E non l’ho mai chiesto a Dio, che ha permesso che io amassi una seconda volta: non l’ho chiesto a me stessa, in quella divina sera, in cui mi accorsi che il mio cuore era risorto e che vi amavo. Io ignoro quello che avverrà poi: questo è il misterioso motto del destino, che si rivela a noi sempre troppo tardi, quando i nostri falli sono irreparabili. Io non ho imparato che una sola verità, limpida e schietta: vi amo. E voi, forse, lo sapevate, poichè non è possibile che i miei occhi, che la mia voce, che la genuflessione delle mie parole, dove l’anima mia si genufletteva, non vi avessero detto che vi amavo. Non mi avete vista piegar ogni giorno il mio capo altero e insofferente di giogo, a voi, che per tanto tempo mi faceste ribrezzo? Sì, lo confesso, avevo ribrezzo quando mi davate la misura della vostra glaciale scienza umana e mi sembravate un essere demoniaco, condannato a un mefistofelico sogghigno. Non vi rammentate? Ero una creatura ribelle, indomita, ostinata nelle proprie idee, stravagante nelle sensazioni e nelle impressioni, solitaria nella mia collera e nelle mie tenerezze; e mentre voi mi guardavate con diffidenza e con disprezzo, io vi guardavo con superbia e con isdegno. Ma attraverso la mia alterigia, la mia ostinazione e la mia debolezza, è passata la catastrofe del mio primo amore, che mi rivelò tutta l’inanità delle mie speranze, tutto il disordine delle mie idee, tutta la vacuità delle mie illusioni; e nell’ora suprema, quando colui che era la Passione, per me, era fuggito vigliaccamente, poichè non amava, o, almeno non amava abbastanza, colui che era l’indifferenza, era accorso a perdonare, a soccorrere, a far rivivere. Nella febbre, che mi ha riarsa nella sera della mia fuga, tornando da Pompei, io ho cominciato ad amarvi, perchè, veramente, voi solo eravate la saggezza e la forza. Dopo… tutta l’anima mia, trasformata, non poteva che legarsi alla vostra, per sempre, sapendo la propria fragilità, cercando l’ombra della vostra figura per ricoverarvisi. E questo cerco ancora. Io non vi chieggo di amarmi. Forse siete legato da amori passati, presenti; forse non volete amare adesso, come non avete amato mai; forse non vi piaccio, spiritualmente e materialmente. Che accade nell’anima vostra? Chi sa! Io intendo solo che siete forte, che siete savio, che non vi piegate e che non vi spezzate, che infine, proseguite la vostra bella strada, tranquillamente, fra il pacifico trionfo della vostra superiorità. Avete amato, amerete? Chi sa e che importa, poi? L’unica cosa che m’importa, l’unica che io voglio, è che voi vi lasciate amare, senza annoiarvi, senza che troviate necessario di allontanarvi, senza impormi il terribile castigo della vostra assenza: voglio che mi promettiate di volermi bene non come una pupilla, non come una sorella, ma come una povera fanciulla che vuol dare tutto il suo amore e tutta la sua vita al suo amore. Rassicuratevi, non vi chiederò nulla. So che non sacrifichereste una delle consuetudini della vostra esistenza, a nessuno: so che tenete massimamente a non turbare neppure l’apparenza della vostra vita: so che non volete aver noie. Ebbene, nulla mi è più sacro di un vostro desiderio, di una vostra abitudine, di un vostro pensiero: e non sarà mai che io voglia darvi un sol fastidio, una sola noia. Vivete come avete vissuto, sempre; soltanto rammentatevi, che in un angolo di Napoli vi è una persona, vi è un cuore che in voi mette tutta la sua ragione di vivere e continuate a dargli qualche minuto della vostra presenza. Vi amo profondamente, teneramente, non spero mai di essere amata da voi: quest’assoluta mancanza di speranza, quest’assoluta mancanza d’illusioni, fanno sì che non avrete da me nessuna noia. Il mio amore sarà sempre intorno a voi, ma non ne avvertirete mai il peso: ma sarà una compagnia silenziosa: ma la passione mia preferirà l’ombra. Io debbo amarvi così, col rispetto, con la gratitudine, con la immensa riconoscenza della persona morta che è risorta. Così Lazzaro che era stato quattro giorni, morto, nel sepolcro, udì la vivificante voce del Redentore, e sorrise e seguì dovunque Gesù Cristo che gli aveva ridata la vita. E, d’altronde, non dovete dimenticare mai che io vi amo così intensamente, che per una parola vostra andrei alla morte, senza dolore, anzi ebbra di entusiasmo. Perchè io sono una indegna. Lo riconosco e me ne dolgo, e la mia disperazione soltanto m’induce a questa forma solitaria e desolata dell’amore. Io sono una indegna; io ho amato troppo presto e male; io ho strappato i fiori primieri del mio spirito e li ho dispersi, foglie e petali, al vento; io ho sprecato stupidamente il mio amore; e voi, voi, voi, siete stato testimone della mia miserabile tragedia; voi mi avete raccolta esanime sulla spiaggia, dove ero stata abbandonata, simile ad Arianna. Probabilmente, se voi foste stato il mio primo ed unico amore, se io avessi potuto offrirvi il candidissimo fra i cuori, se io avessi potuto dedicarvi tutta la splendida fioritura dei miei sogni, il dono avrebbe avuto per voi la seduzione delle cose innocenti, ma io sono una rovina d’amore: attraverso la mia anima, un ciclone morale è passato e dalla grande mestizia di questo disastro, pallido, roseo crisantemo che sboccia sopra un sepolcro, il secondo amore è germogliato. Io sento che voi non potete trovare in me, alcuna poesia, come non hanno poesia le vedove nella cui anima vaga un fantasma: e voi meritate una donna assai più forte e assai più bella. Vi dico questo, malinconicamente, per spiegarvi la ragione della mia umiltà, per farvi vedere che voi veramente mi fate una grazia lasciandovi amare da me. Credo che sarete così generoso. Credo che non vorrete infierire contro una creatura, che fu già colpita una volta e che adesso non resisterebbe più: credo che la pietà alligni nel vostro cuore, malgrado lo studio che mettete a nasconderla.
“Non siete voi dunque colui che mi disse, con la voce tremante di compassione, in quella stanza oscura e deserta del Diomede, mentre mi pareva di morire, povera figliuola, povera figliuola? Non siete voi colui che nel fantastico viaggio verso Napoli, mentre io ardeva di febbre, appoggiava la sua mano carezzevole sulla mia fronte? Ah, voi siete pietoso: sì, sì, io lo so: è per la vostra pietà, appunto, che io vi amo: è per la pietà vostra, appunto, che voi mi lascerete il diritto d’amarvi sino alla morte, sino a che l’anima vive, in questo mondo, o nel mondo degli spiriti. Eccolo, il poi, il poi dell’amore: è l’amore istesso: per sempre, per sempre, niente altro che l’amore. Che debbo dirvi di più? Scrivendovi questa lettera, assai audace, eppure piena di umiltà, io vi ho lealmente confessato tutto lo stato dell’anima mia.
“Voi avete, adesso, la misura della mia passione e sapete perchè ho ricominciato ad amare, dopo aver finito d’amare: voi conoscete la mia assoluta sfiducia in me stessa e nel mio avvenire, e vedrete che ogni piccola gioia, invocata sempre, sarà per me considerata quale una grazia del Signore, quale una grazia fattami da voi. E questa lettera non chiede risposta. Che dovreste dirmi? Nulla che possa piacermi: e tutte le spiacevoli cose, io le so, io le suppongo. Voi non mi amate, questo è il gran fatto: probabilmente non avrete per me neppure della simpatia, mai: probabilmente voi mi trovate di un ridicolo perfetto: probabilmente questa lettera vi susciterà un movimento d’ira e vi bisognerà tutta la vostra pazienza e tutta la vostra bontà per sopportarmi. Io… non potrei leggere una lettera in cui vi fosse dell’indifferenza, dello sdegno, della incredulità, una decisiva sentenza, per me, di morte – ah, io non esagero in questo momento, credetelo – senza tremare, senza soffrire immensamente. Non mi scrivete nulla, poichè voi siete così lontano e così diverso da me, che mi ferireste, senza neppure intenderlo. Quante cose che dite, mi fanno rabbrividire di dolore! Quante ore vostre di cui non conosco il segreto, quanti vostri desiderii, che, saputi da me, m’immergerebbero nella disperazione! Non mi scrivete nulla, nè sul serio, nè per ischerzo: ho paura. Voi, naturalmente scettico, non potete che farmi del male, parlando di questa passione che non dividete, che non dividerete mai, che forse disprezzate: e non potete calcolare l’effetto di una vostra parola, scritta sopra una carta a me diretta. Io ho baciato devotamente, come si baciano le reliquie dei santi, quei due biglietti che mi avete scritto: ma la serenità di spirito che vi regnava, quando io era immersa nel più profondo turbamento, mi ha fatto passare due orribili notti di veglie e di visioni paurose, in cui la distanza fra me e voi mi è parsa incommensurabile. E se penso che vi devo subito rivedere, dopo di avervi mandato questa lettera, io tremo di vergogna e di sgomento: se io penso alle prime parole che mi dirigerete, dopo di averla ricevuta, io mi metto le mani sulle orecchie, per un moto istintivo. E ancora una volta, per tutto questo che vi ho detto, io vi scongiuro ad aver pietà di me, a trattarmi come una creatura malata di spirito, di cuore, che ha bisogno di tutta la compassione della gente sana: non mi dite niente, non mi mortificate, lasciatemi solitariamente alla mia passione, ricordatevi che una parola, che un cenno può aprire una ferita insanabile; abbiate per me la indulgenza che avreste per un bimbo che, scherzando con una rivoltella, si è messo un colpo nella testa. Non mi sgridate, io soffro e non voglio mostrare di soffrire, perchè la mia sofferenza m’inebria. Ah come vi amo, quanto vi amo! – Anna Acquaviva”.
Malgrado che egli prevedesse il contenuto di questa lettera, Cesare Dias diventò molto pensoso dopo averla letta. La stessa ritenutezza con cui era scritta, l’umile riserbo che vi reprimeva ogni sfogo di passione, in una persona così altera e così impetuosa qual’era Anna, gli facevano una maggiore impressione, che se vi fosse il lirismo più esagerato. E se il suo amor proprio di uomo quarantenne, a cui è bastato dir due parole soltanto e carezzare una fronte infuocata dalla febbre, per essere amato da una donna, era soddisfatto e lusingato, se l’orgoglio maschile che alberga specialmente in tutti gli animi superiori, aveva un trionfo non chiesto e non sperato, in fondo all’anima vi era una preoccupazione. L’amore di Anna lo metteva in grande imbarazzo: ed egli sapeva per prova che era la donna dei partiti estremi, la donna che sa soltanto amare ed obbedire all’amore. Per adesso, ella si mostrava genuflessa, con la testa china, senza speranze, e senza desiderii: per adesso, ella si piegava, domata da un sentimento di lei più forte e diceva che non voleva nulla, che non chiedeva nulla. Ma poteva durare tutto questo? Cesare Dias era un uomo di grande esperienza e non gli sfuggiva nessuno degli inconsci, ma astuti procedimenti dell’amore; e capiva bene che tutto non era detto nella lettera, e che Anna doveva avere la sua idea.
Certo l’amore di una bella e appassionata fanciulla di venti anni aveva qualche cosa di molto carezzevole per il suo vecchio cuore inaridito e gli dava un afflato di novella giovinezza: bisogna stare in guardia contro questi tranelli del sentimento, bisogna badar bene, perchè tutto si paga a questo mondo, massime le glorie, anche non cercate, della vanità. Lasciarsi amare, forse può esser dilettevole, anzi è certamente grazioso, quando l’uomo ha quarant’anni e la donna ne ha venti, ed è bella, e si prostra innanzi all’uomo, quasi innanzi all’immagine del suo Dio: ma quanto tempo può durare un simile stato di cose? Fino a quando la passione solitaria può servire di pascolo a se stessa? Non viene l’istante della ribellione, il gran minuto in cui qualunque asceta dell’amore vuol essere amato, come il mistico, nelle preghiere, implora e vuole dal Signore il divino dono della Grazia? Certamente, tenendola in quel riservo della sua prima lettera, Cesare Dias era sicuro che ella sarebbe restata in quello stato di ascetismo: ma l’ora sarebbe giunta in cui Anna, per la ragione dell’età, del carattere, del temperamento, per la ragione istessa dell’amore avrebbe voluto essere amata da Cesare Dias. L’amore non corrisposto è una chimera di breve durata: l’amore ha bisogno d’amore. Che avrebbe egli fatto, quando Anna avrebbe voluto essere amata?
Così la sua mente positiva di uomo che non può essere ingannato, nè da se stesso, nè da altri, gli aveva subito rivelato dove era il grave imbarazzo della sua situazione. Questo pensiero un po’ tormentoso, lo accompagnò dovunque andasse, anche in mezzo ai piaceri e alle sue consuetudini mondane; mentre era distratto dalla conversazione, dal giuoco, dallo spettacolo teatrale, un’idea gli attraversava il cervello dicendogli: bada, ella ti ama e un giorno vorrà essere amata. Questo era il fatto: tutto il resto era un cumulo di parole. E infine, egli a furia di sillogismi, arrivò a scartare anche questa segreta piccola tortura: non aveva fatto proprio nulla per far nascere quell’amore, e probabilmente queste grandi passioni, viventi nel vuoto, non durano molto tempo. Anna, forse, avrebbe dimenticato. Egli era un uomo assolutamente refrattario alla infelicità e quando qualche cosa lo tormentava, egli trovava, nelle risorse della sua mente, una formula per consolarsi di quello che gli accadeva. Egli diceva con un poeta che il cor del saggio poco si allegra e poco si addolora. Bisognava lasciar fare al tempo. Forse Anna avrebbe obliato. Non aveva dimenticato Giustino Morelli?
Cesare Dias finì per iscuotere tutta quella poca inquietudine che lo aveva colto; e non gli restò in fondo all’animo, che la tranquilla soddisfazione di una bella conquista, fatta involontariamente. Era un uomo, infine: ed essere amato, a qualunque uomo, fa sempre piacere. Dopo… al dopo avrebbe provvisto con la sua fredda saviezza, man mano che si presentassero gli avvenimenti.
Non rispose, dunque. Fra le altre cose egli era nemico delle lettere di amore, meschina vanità dei giovinotti e degli uomini maturi, che ebbero pochi successi d’amore: lettere di amore che dicono molto più dell’amore, che non provano nulla dell’amore, e che sono destinate ad essere disperse, a capitare in cattive mani; a essere lette da chi non deve leggerle. E che le avrebbe potuto scrivere? Nulla. Egli non l’amava. Essa lo aveva bene indovinato, che egli non aveva nulla da dirle. Anzi, per affrontare subito le difficoltà, mancando da due giorni da casa Acquaviva, vi si recò alla sua solita ora, verso le due, a piedi, col suo passo elastico che era una delle attrazioni della sua maturità, fumando un eccellente sigaro, contento, alla fine, del mondo e di se stesso. E il suono del campanello, che annunziava la sua venuta, squillò nel cuore di Anna. Da che aveva scritto quella lettera, in cui aveva messo il suo segreto, dopo l’ora di spossatezza che succede a questi sforzi spirituali, ella aveva ricominciato a dubitare. Col pensiero aveva seguito quella carta bianca, in cui ella aveva scritto e firmato col suo nome la confessione del suo amore, e la vedeva giungere nelle mani di Cesare Dias, vedeva il sorriso di lusinga, ma anche di scherno, di costui, e impallidiva quasi fosse presente alla scena, e non fosse quella una visione della sua fantasia. Egli, forse, aveva lacerata irosamente quella carta dove la mano di Anna si era posata con tanta tenerezza: e la sua immaginazione era così vivace, che udiva il rumore fischiante della lettera lacerata in mille pezzi, vedeva cadere i pezzi minuti nel cestino delle carte vecchie e dei vecchi giornali che servono ad accendere il fuoco nel caminetto; ed ecco Cesare Dias, annoiato, sdegnato, si metteva alla scrivania per scriverle un biglietto freddo ed aspro, per dichiararle che ella era un’audace, una pazza, per dirle una di quelle ingiurie quiete e gentili nella forma, brutali nella sostanza. Già s’incamminava il servitore di Dias, a portare quella sciagurata sentenza ad Anna: ed ella sussultava, nascondendosi la faccia fra le mani, arrossendo di scorno innanzi ad un semplice sogno. Era così agitata, così distratta, così assorbita nei suoi pensieri, così fuori della vita reale, che Stella Martini la guardava, crollando il capo, temendo che i brutti tempi della malattia di Anna fossero ricominciati: e sua sorella Laura, ogni tanto, sorrideva con un po’ d’ironia, ella che sapeva bene di che si trattasse.
– Ma che ha? – le chiedeva Stella parlando di Anna.
– Non so, non so – rispondeva tranquillamente Laura.
Ma una volta, forse stanca delle affettuose domande della damigella di compagnia, glielo disse:
– Credo che sia tormentata dalla passione – e quest’ultima parola quasi fischiò fra le rosse e fresche labbra della savia Minerva.
– Nuovamente? – ridomandò Stella, un po’ angustiata sebbene avesse già immaginato qualche cosa di simile.
– Già; nuovamente – replicò la bellissima bionda dagli occhi bigi.
– E per chi?
– Non mi ha detto di dirvelo – soggiunse subito Laura, uscendo dalla stanza per troncare la discussione.
Ma a Stella Martini era parso che il volto così chiaro e sereno di Laura si fosse oscurato facendo quel discorso. E di nuovo fece a se stessa i più amari rimproveri, poichè avrebbe dovuto essere la più cara confidente delle due fanciulle, e invece Anna non diceva nulla, chiusa nei suoi misteriosi dubbi, sopportando solitariamente il proprio dolore: e Laura non pronunciava parola, non faceva atto, così impenetrabile, come fanciulla non fu giammai. Ella si pentiva di non mostrarsi premurosa, di non interrogare ogni giorno il cuore delle fanciulle, di non essere più materna, infine. Ma invero tutta la sua vita era sfiorita, ella era un essere senza tetto, senza famiglia, senza pane, obbligata a vivere presso coloro che le pagavano i suoi servigi, in modo che la naturale sua timidità cresceva, e le due ragazze finivano per ispirarle soggezione. Ella capiva che non faceva tutto il suo dovere, accompagnandole a passeggio, in chiesa, in teatro ed alle visite, assistendole quando erano malate, e aiutandole nel governo della casa; vi era qualche cosa di più amoroso, di più intimo, che avrebbe dovuto stabilirsi fra le fanciulle e lei. Giusto, in quel giorno, dopo aver avuto quella recisa risposta da Laura, ella si era recata immediatamente nella stanza delle ragazze, dove aveva trovata Anna che pregava, inginocchiata innanzi a un’immagine della Madonna; non aveva voluto disturbarla e si era ritirata discretamente. Era tornata una seconda volta; Anna era ancora inginocchiata, ma aveva piegata la fronte sul velluto dell’inginocchiatoio, e si udiva, talvolta, un profondo sospiro sollevarle il petto. Stella si accostò e la toccò pian piano sulla spalla; Anna levò il capo, fissandole in volto gli occhi trasognati.
– Che avete? Soffrite? Perchè mi scacciate dai vostri dolori? – giunse ella a dire, superando la sua timidità di persona servile.
– Se soffro, la colpa è mia; e non può consolarmene che Dio – mormorò Anna, levandosi dall’inginocchiatoio.
– Pur troppo, a ognuno di noi, miseri, è dato di far qualche male – soggiunse Stella, semplicemente – ma ci è dato anche di far qualche bene. Il vostro cuore è assai turbato?
– Assai – disse con voce profonda Anna.
– Voi avete messo le vostre speranze dove non possono realizzarsi, ancora una volta?
– Ancora una volta.
– E perchè, mia cara, procurarvi tale tortura?
– Perchè è forse questo il mio destino.
– Siete giovane, bella e ricca: dovreste essere padrona del vostro destino. Lasciate ai poveri, ai solitarii, subire la fatalità di una triste sorte.
– Ah, io sono più misera della mendica disfatta, dagli anni e dalla povertà, che stende la mano al viandante! – scoppiò a dire Anna, smorta, con gli occhi accesi dalla febbre.
– Non parlate così, voi non sapete, – mormorò dolcemente Stella, prendendole le mani, obbligandola a sedersi.
– Non posso raccontarvi, non posso, è più forte di me – disse Anna, con tale voce angosciata, che parea soffocasse.
– Non mi raccontate nulla, mia cara, io intendo, io non sono qui che una povera mercenaria, ma vi voglio tanto bene! E voglio dirvi, Anna, che non vi sono dolori irrimediabili…
– Se la Madonna non mi aiuta, il mio dolore è irrimediabile.
– Solo alla morte delle persone che amiamo, non vi è rimedio – disse Stella, crollando la testa. – Lo vedrete… poi…
– Preferisco morire se debbo vivere così – disse cupamente Anna.
– Ma è proprio disperato, il caso? Non avete un barlume di speranza?
– Forse… – disse Anna.
– È un uomo, da cui dipende la speranza?
– Sì.
– Io lo conosco?
Ma Anna si mise un dito sulle labbra, accennandole di tacere. Un campanello era squillato. E Stella Martini udì sgorgare dal petto di Anna, dalle sue labbra convulse, allo squillo di quel campanello, un’esclamazione straziata:
– Oh Dio!
– Che avete? – disse l’altra trasalendo.
– Nulla, nulla – mormorò Anna, smarrita, passandosi il fazzoletto sul volto, quasi a dissiparne l’emozione. – Andate pure di là…
– Vi debbo lasciar sola?
– Ve ne prego, lasciatemi, sono troppo confusa: un solo momento di pace…
– E verrete… di là? – disse Stella, esitando ancora.
– Verrò… verrò quando potrò… tanto da ridiventar calma.
Stella Martini se ne andò pianamente. In salotto, Cesare Dias mostrava a Laura, molto attenta, le vignette del Figaro illustrato e ambedue sfogliavano lentamente le grandi pagine nere e colorate del fascicolo. Dias salutò e domandò:
– E Anna?
– Ora viene – disse Stella, che era ancora inquieta.
– Sta bene?
– Così… così.
– Non sta bene, forse? – chiese lui alzando la testa.
– Non mi pare: ma vedrete voi, adesso.
Quei due ricominciarono a guardare le incisioni, che erano assai belle. Stella li lasciò, silenziosamente, volendo celare quello che sentiva e temendo che non le riuscisse. Mentre Cesare Dias e Laura Acquaviva commentavano con una parola le illustrazioni, entrò Anna, con un passo leggerissimo. In verità, ella sentiva battere precipitosamente il suo cuore e i suoi polsi, e non ebbe neppure la forza di salutare. Si sedette, dall’altra parte della tavola, senza far rumore, passandosi con un moto consueto dei suoi minuti di assorbimento, gli anelli della mano destra alle dita della mano sinistra, guardandosi le mani attentamente, come se le vedesse per la prima volta, come se vi scorgesse certe misteriose lettere tracciate sull’epidermide. Coloro non si accorsero di nulla: finirono di vedere il Figaro illustrato, e Dias, riponendolo sul tavolino, disse:
– È proprio grazioso.
– Grazioso, proprio – soggiunse Laura, approvando.
Allora videro Anna. Dias la salutò, con un sorriso amabile, e le chiese:
– Come state?
– Bene – ella rispose, con una voce un po’ debole.
– La signora Martini mi diceva che non vi trovava bene…
– È il suo affetto… ma sto benissimo – mormorò ella, mortificata di quella premura in cui si vedeva solo la pietà, nient’altro. – Sono un po’ nervosa…
– È la temperatura: lo scirocco – spiegò Dias, diventato subito freddo.
– Sì, lo scirocco – ripetette Anna parlando come una sonnambula.
– Guarirete col sole.
– Guarirò col sole… forse – replicò ancora ella macchinalmente.
Laura che non aveva interrotto quel dialogo, chetamente, come era il suo solito, si levò e se ne andò. Anna vide bene che restava sola con Cesare Dias e fece una mossa, a trattenere Laura. Ma la voce non le uscì dalle labbra, e la mano ricadde sul tavolino. Tremava. Cesare Dias la guardava, sorridendo un poco: ella teneva le palpebre chine, non reggendo a quello sguardo e a quel sorriso. Non si può negare che egli vedesse quell’emozione, tutta quanta, e che non ne godesse un poco. Però, disse fra sè, che quella scena muta non si potea prolungare: tanto che, facendo un cenno che parea riassumesse un discorso passato, pronunziò con tono leggero, dove non mancò un velo di gaiezza:
– Dunque, dicevamo che mi amate?
Essa lo guardò, sbarrando gli occhi e senza poter parlare: fece un gesto che indicava un’affermazione larga, di cosa fatale.
– Sarei curioso di sapere il perchè – osservò lui, sempre con la stessa intonazione, giocando con la medaglia antica sospesa alla catenina del suo orologio.
Essa gli rivolse un’occhiata di sorpresa: ma non disse nulla.
– Già, il perchè – soggiunse Dias. – Vi deve essere una ragione, quando si ama una persona, e non un’altra. Ditemela perchè io ho forse qualche virtù di cui non mi sono mai accorto…
Anna, confusa, pallida, lo supplicò tacitamente con lo sguardo: non lo aveva scongiurato di non burlarsi di lei, di non adoperare lo scherno contro la sua passione? Egli intese e immediatamente:
– Scusate, Anna: ma ho la cattiva abitudine di non prendere sul serio molte cose, che sembrano serie agli altri: smetterò, poichè vi fan male i miei scherzi. Ma non dimenticatelo: un giorno o l’altro me lo direte, il perchè mi amate.
– Perchè siete voi e non un altro – ella disse, piano.
– La ragione è acuta e profonda – osservò Dias, con un fuggevole sorriso, – ma ha bisogno di molte ore di meditazione per essere compresa. E mi amerete naturalmente, sempre?
– Sempre – ella disse, a voce molto bassa.
– Posso dirvi una cosa, che vi farà dispiacere? – domandò lui, fra lo scherzo e la serietà.
– Ditela – ella sospirò.
– Mi pare, senza farvi offesa, che siate un po’ volubile… non è vero? Anche un anno fa, credevate di amar qualcun altro… sempre. Convenite che lo avete perfettamente dimenticato. E fra un anno fa, questo altro sempre, il mio sempre, diciamo così, chi sarà?
Ma si arrestò. Con un pallore terreo che le aveva rese violette persino le labbra, con gli occhi pieni di lacrime, ella pareva lì lì per isvenire, tanto quello scherno l’aveva straziata. Egli se ne accorse: se gli poteva dare una certa soddisfazione il vedere che ella vibrava sotto le sue parole quasi corda sonora, non era Dias un uomo perverso e non faceva male a nessuno, senza ragione.
– Vi ho fatto troppo dispiacere, è vero? Nulla annoia tanto, quanto la verità… Non è neppure la verità? Allora, come voi volete. Ma sorridete un poco, solo un pochino: non credete che solo le lacrime sieno interessanti. Siete graziosa, anche quando sorridete.
E la infelice, dominata da quella voce, da quella superiorità d’animo che trapelava da ogni parola, fra le lacrime che le velavano lo sguardo, sorrise, stentatamente, ma sorrise.
– Dunque, amore eterno – egli riprese. – E che farete con questo?
– Null’altro che amarvi.
– E vi basta?
– Mi deve bastare – rispose Anna, fermamente.
– Vi contentate con facilità – soggiunse lui, con una certa lentezza. – E sarete sempre così modesta nelle vostre speranze?
– L’avvenire è nelle mani di Dio – disse lei, non avendo il coraggio di mentire.
– Ah… ecco, volevo dire. Dall’avvenire voi sperate qualche cosa: altrimenti non vi contentereste, anzi non vivreste. L’avvenire, bel fatto! Cioè fra venti anni: io sarò decrepito e avrò bisogno, come quel truce Amenofi, re di Egitto, solamente di una tomba. Ci avete mai pensato alla vecchiaia?
– Non m’importa – ella disse – per me siete giovane.
– E dovrei amarvi, nevvero? Questo è quello che desiderate da me! – egli domandò, con un’ironia finissima.
– Io non vi ho chiesto nulla: non mi umiliate – ella soggiunse semplicemente e fieramente.
Egli s’inchinò, un po’ sconcertato. E volle tentare di consolarla, per compassione, in un altro modo. Mise la mano nella tasca interna del suo soprabito e ne cavò fuori un portafoglio rosso di bulgaro. Lo aprì e ne prese le tre lettere che essa gli aveva scritte:
– Ho pensato – disse lentamente – di portare con me queste lettere. Si disperdono così facilmente le lettere, e tanto facilmente le leggono gli estranei. Dunque, siccome io so quello che contengono, e voi dovete aver piacere di riprenderle: ve le restituisco.
E gliele porse, guardandola, credendo di averle detto una cosa graziosa e gentile. Ella, però, non riprendeva le lettere, non distendeva la mano, disperata all’idea che, a lui, proprio, non gliene importasse niente di conservare quelle carte, dove ella gli aveva confessato di amarlo. Sono un così caro tesoro, queste lettere, quando si ama! E invano ella tentava di armarsi contro la indifferenza di Cesare Dias, invano, poichè le sembrava una sofferenza insopportabile: e quella lotta le s’impresse sulla fisonomia.
– Ma come! – esclamò lui – non vi fa piacere di aver queste lettere? Ma tutte le donne non desiderano altro, quando le hanno scritte, che di riaverle!
– Laceratele voi – ella mormorò, decisa di sopportar tutto, per tentare di diventar più forte.
– È una villania, lacerare le lettere…
– Laceratele, laceratele – ella soggiunse, amaramente.
– Come volete – disse lui, lacerando le lettere.
Ella chiuse gli occhi, un minuto secondo. Poi, con un pallido sorriso, gli disse:
– Ecco, è sicuro che non mi amate.
– Rispetto la vostra opinione – disse lui, galantemente.
E le stese la mano, per salutarla. Ella gli diede una mano sottile, fredda, restante immota in quella di lui. Lo vide sparire. Lentamente, rientrò nella stanza da letto e si sedette a capo letto, appoggiando il gomito sul capezzale e la fronte alla mano. Così la trovò Stella Martini: calma, in apparenza. Le parlò; Anna non rispose, quasi non avesse udito. Poi, ad un tratto, levando il capo, le disse, parlando come in sogno:
– Vi rammentate, Stella, di quel giorno in cui vi ho abbandonata, nella chiesa di santa Chiara?
– Sì, me ne rammento.
– Ebbene, oggi vi dico questo e non ve lo scordate mai, mai: in quel giorno, Stella, io ho scritto la mia sentenza di morte.

VII.

La villa Caterina dava sul mare. Veramente essa era fabbricata sull’alto scoglio a picco, donde la bianca Sorrento, sorgente fra i boschetti di aranci in fiore, si affaccia al profondo e azzurro mare. La villa aveva, dal lato della città e della campagna, uno di quei giardini italiani, folti di alberi ombrosi, dove le bianche statue occhieggiano tra le foglie e dove le acque cantano, ricadendo in pioggia nelle conche delle fontane; e bisognava attraversare il gran viale di mezzo del giardino, per giungere alla villa. Si accedeva al bianco edificio, salendo i tre gradini di un peristilio a colonne e ci si trovava subito in un grande salone terreno, le cui porte-balconi davano tutte sul giardino. Ivi la famiglia Acquaviva si raccoglieva, di giorno e di sera, nelle giornate in cui il mare era tempestoso e in cui non si poteva stare nell’altro salone, quello chiarissimo, soleggiato, che dava, dall’altra facciata, sull’ampia terrazza che ogni villa sorrentina possiede sul mare. Così, la villa aveva due stagioni: da giugno ad agosto si abitava sul mare, che è sempre calmo e lieto, in quei tre mesi: da settembre alla fine di ottobre si prendevano i quartieri autunnali, riparati, tiepidi, sul giardino, profumati e pur chiari nelle belle giornate settembrine. Al pian terreno, dunque, vi erano i due saloni, due salotti, anticamere e stanza da pranzo; al primo piano le camere delle ragazze e di Stella Martini, quella della zia marchesa Sibilia quando le piaceva di venirvi, le stanze da vestirsi, la guardaroba e uno studietto dove le fanciulle lavoravano.
Al secondo piano dormivano le cameriere, i servi e il cocchiere. La casa di Sorrento era più ampia e più ricca di quella di Napoli: vi era più libertà e più lusso; certo, più allegrezza che in quel malinconico palazzo dei Gerolomini; le ragazze avevano ognuna una stanza: ed esse, solo a Sorrento, si sentivano padrone di casa e avevano il senso della loro ricchezza. Il padre, Francesco Acquaviva, teneva assai a quella villa Caterina, a cui aveva posto il nome della sua bella e buona moglie, morta così presto; e ci aveva passato tutte le stagioni estive della sua breve vita coniugale, da quella della luna di miele, a quella in cui Caterina Acquaviva era morta: tanto che la bianca casa baciata dal sole, ravvolta tra le brezze del colle e della marina, era diventata sacra per lui. E anche le fanciulle, che avevano della loro povera madre una memoria viva ma lontana, e che ne avevano intraveduto la dolce e passionale anima nelle parole del padre, venivano volentieri a villa Caterina, poichè essa era piena della poesia dei ricordi, poichè la soave ombra materna, effondente tenerezza, parea che abitasse ancora la camera nuziale serbata intatta, con la sua tappezzeria di raso azzurro pallido, fatto ancora più smorto dal tempo e dal sole, coi suoi merletti bianchi, lievemente ingialliti, col suo profumo di violetta, che ancora emanava dagli armadi, dai cassetti, da tutti gli oggetti minuti e delicati che erano appartenuti alla giovane sposa, alla giovanissima madre morta prima di varcare il confine della giovinezza.
Non nel tetro palazzo dei Gerolomini, ma a Sorrento, in quel chiaro e molle e lieto ambiente, Laura ed Anna Acquaviva celebravano la religione delle memorie materne, senza acuto dolore, ma con un persistente rimpianto della loro giovinezza senza i baci della madre, rammentando la cara figura e adorandola nella immaginazione. Certo, il tempo e la moda avevano trasformato villa Caterina al gusto moderno, empiendola di fiori, di palme, di chiari arazzi nei suoi saloni e nei suoi salotti, empiendola di mobili elegantissimi, di tende d’oltremare, di ninnoli esotici; e le fanciulle vi si trovavano più felici, apprezzando la bellezza delle cose, insieme con la immensa bellezza del paesaggio: ma la loro piccola chiesa era bene la antica stanza nuziale di Francesco e di Caterina Acquaviva, coi suoi toni di azzurro semispento, con la sua grazia intima, sentimentale delle camere, dove una gentile donna ha vissuto, leggiadra e buona. Vi entravano ogni giorno, restandovi un poco, aprendo le finestre che sporgevano sul mare, camminando pianamente sul tappeto di un bigio delicato disseminato di azzurri miosotidi, toccando tutte le cose che aveva toccato la madre loro e pregando innanzi a quella immagine della Madonna della Seggiola, davanti alla quale la giovane Caterina Acquaviva si era inginocchiata a pregare. Poi si ritiravano rinchiudendo le finestre e le imposte, perchè il vivido sole meridionale non divorasse quel morente azzurro del raso e dei nastri. Questa devozione del loro cuore si manifestava quasi segretamente senza che ne parlassero fra loro; Laura sempre serena, ma minuziosa e precisa, tenendo ella la chiave della stanza e di tutti gli armadi: Anna istessa, taciturna, ma presa sempre da una soffocante emozione, sentendo sopra di sè la fatalità di un padre e di una madre morti troppo giovani, mentre ancora adoravano la vita, mentre ancora non l’avevano goduta, mentre lasciavano due belle e care figliolette, orfane, sole, senz’amore, senza sostegno. Ella sentiva la fatalità di queste esistenze che muoiono con un profondo rancore, per non aver avuto il tempo di amare molto, di essere molto amate, che muoiono senza rassegnazione, straziate e taciturne nella grande ingiustizia onde sono colpite.
E questa fatalità le pesava addosso come un presentimento; e nella stanza di un così mite azzurro, le pareva ancora vedere il giovanile e delicato volto di sua madre, chiuso in un supremo scontento; le pareva di vedere il bruno e bel volto di suo padre, contratto dalla dolorosa idea della vita non compiuta: ambedue morti prima del tempo, la madre a venticinque anni, il padre a trentacinque. Eppure ella amava questa emozione: e amava villa Caterina, come il nido familiare, cercando di recarvisi appena l’estate cominciava, cercando di trattenervisi sino all’estremo limite dell’autunno.
Ma dopo la stagione d’inverno in cui il suo amore per Cesare Dias si era rivelato, dalla primavera ella cominciò a parlare di Sorrento. La vinceva una grande nostalgia che le fiaccava le forze; e la dimora di Napoli le era diventata troppo amara. Credeva, Anna, partendo, di cangiar anima: credeva che la gran luce, la cantilena del mare e tutta la pace intorno le avrebbero almeno procurato una quiete dei nervi. Ogni tanto, assorgendo dalle sue cupe meditazioni, ella diceva, a chi le domandava che cosa avesse: vorrei non esser qui. Lo aveva detto tante volte a Laura, a Stella Martini, con un’espressione così forte di desiderio, che esse avevano bene inteso che bisognava portarla via. Napoli la faceva soffrire, intensamente. Era una sofferenza silenziosa divorata nella segretezza del cuore che non vuol dire il proprio dolore: ma di cui Laura e Stella conoscevano bene la parola; erano alternative di esaltazioni, in cui tutta la esuberanza della sua vitalità si riversava in sorrisi, in canti, in risate, in lieto chiacchierìo, con lunghi momenti di tetraggine, in cui ella pareva ormai disinteressata d’ogni cosa umana, invocante soltanto l’estrema risoluzione della morte; ed era, anche, una sempre crescente prostrazione d’anima, in cui tutte le forze spirituali e materiali s’illanguidivano, sfiorate, impallidite, decadenti in un torpore che sgomentava. Ah ella non diceva nulla, della sua nascosta tortura, ma se la teneva stretta al cuore lasciandosi rodere, sentendosi morire a poco a poco, ma non osando chiedere soccorso, anzi non sperando da nessuno un soccorso! E a misura che il giorno in cui essa aveva confessato a Cesare Dias di amarlo, si allontanava, i suoi minuti di eccitamento, di fittizia giocondità giovanile, si andavano facendo più rari, più rari: e su ogni cosa, per lei, si distendeva il bigio velo del distacco, la gran nebbia sonnifera dei dolori che si fanno monotoni, poichè niuna gioia viene più a dar loro vivacità. Ella languiva, assorbita in lunghe ore di contemplazione, con l’occhio vago, trasalendo quando le parlavano, guardando trasognata il suo interlocutore, quasi ella arrivasse da un lontano paese di visioni. In verità, la sua decadenza morale e materiale non appariva che agli occhi di coloro che le volevano bene; poichè essa, ormai, restava in casa, incapace di recarsi più alle passeggiate, ai teatri, ai ritrovi, poichè tutte le cose che un tempo le erano piaciute, ormai non la scuotevano più. E questa prostrazione, però, non faceva che aumentare la sua forma di affetto, di tenerezza per coloro che la circondavano, quasi che ella volesse, con un sorriso, celare tutto l’interno strazio. Era diventata così buona, così indulgente, senza nessuno dei suoi antichi scatti violenti, che nessuno la riconosceva; e con Cesare Dias aveva una tenerezza repressa, una costante dolcezza, e talvolta un silenzio pieno di pensiero. Molto spesso, a quello che Cesare le diceva, ella non rispondeva: lo guardava in viso, con gli occhi pensosi, carichi di una tale espressione di malinconia, che solo l’anima arida e dura di Dias vi reggeva. Ella preferiva il silenzio, ella, già trasformata, già perfettamente diversa dalla impetuosa creatura che era stata.
Nelle dolci giornate di primavera che più la prostravano con la loro soffocante dolcezza, attraverso il mortale languore che ne addormentava tutte le vitalità, ella aveva però un’ora della mattina o della sera, in cui restata sola, si raccoglieva nell’intenso pensiero dell’amor suo e non poteva impedire a se stessa, malgrado i lunghi e ostinati combattimenti, di scrivere a Cesare Dias. Era l’unica, solitaria manifestazione di una passione che la consumava: era un gran conforto e, nel medesimo tempo, una gran tortura, poichè se la lettera dà sfogo a tutti i crucci infiniti dell’amore non corrisposto, fissa e determina certe idee, certe impressioni, che allo stato latente tormentano vagamente, mentre, allo stato determinato, sono insopportabili. Ella scriveva a Cesare Dias lungamente e confusamente, con quel disordine e con quella monotonia delle anime convulse, le cui frasi hanno il ritornello lugubre delle preghiere degli agonizzanti: e mentre scriveva, spesso le accadeva di ripetere ad alta voce le frasi scritte, quasi che egli fosse presente ed Anna gliele dirigesse, aspettandone una risposta: ma guardandosi intorno, vedeva nella mattinata gioconda danzare i pulviscoli nel raggio del sole, o, nella serata, l’ombra addensarsi negli angoli della stanza vuota, ma egli non vi era, non vi era; mentre scriveva, talvolta, oppressa dall’emozione, a una parola pietosa, da lei stessa messa sulla carta, le lacrime le scendevano lungo le guance, le cadevano sulle mani ed ella si fermava, accecata, dovendosi levare dalla piccola scrivanietta da fanciulla, passeggiando su e giù per la stanza, non osando di rileggere l’ultima parola che l’aveva fatta scoppiare in singhiozzi; mentre cominciava a scrivere quelle lettere d’amore, ella vibrava di passione, di entusiasmo, e il sangue saliva a colorarle le gote: le idee si arruffavano impetuose, precipitose, e alla fine si fermava stanca, spossata, quasi felice. Ma quando la lettera era partita per la sua destinazione, tutto quello che ella aveva scritto le ritornava in mente, e le sembrava così meschino, freddo, buffo, grottesco e nello stesso tempo così doloroso, che ella malediceva l’ora e il momento in cui aveva posata la penna sulla carta bianca, e cento volte avrebbe voluto richiamar indietro il messaggero, per lacerare quel foglio, così pieno di ridicolo e di pianto. E pentita di quel che aveva detto un giorno a Cesare Dias, il giorno seguente si contraddiceva, volubilmente: e talvolta scriveva con fierezza, non sopportando più quel ridicolo, chiedendo scusa, dopo, umiliandosi: e spesso vaneggiava nella gelosia, non sapendo bene su qual nome fissare i suoi sospetti e intendendo bene di non aver il diritto di esser gelosa: e ritornando sempre alla stessa idea, che quell’amore la faceva morire giorno per giorno, ora per ora. Cesare Dias non rispondeva.
E perchè avrebbe risposto? Dalle prime lettere da lui ricevute e che così crudelmente aveva lacerate in sua presenza, ella stessa gli aveva tolto l’obbligo di rispondere: ed egli ne profittava. E ogni volta che stando a casa, o rientrandovi, una lettera di Anna gli era offerta dal suo servitore, egli aveva un moto d’impazienza. Non si dispiaceva, no: ma quella tumultuaria forma di passione così irruente e così instancabile nella sua irruenza, offendeva tutti i suoi ideali di correttezza, di finezza, di riserbo. Le lettere di Anna, vibranti di affetto esaltato, erano lette da un giudice tranquillo, che si dilettava ad analizzarle in tutto quello che contenevano di rettorico, secondo lui; ed egli ne raddrizzava ogni frase scomposta, ne commentava freddamente ogni affanno di pensiero, e quasi quasi, talvolta, gli veniva la voglia di redarguire quella folle fanciulla, che si abbandonava così generosamente alla sua follia. Ma a che fare una polemica erotica? Le persone che amano, non credono mai di aver torto: ed è inutile di dimostrar loro che hanno torto.
Egli non rispondeva. Così, dalle lettere ricevute e che adesso leggeva con una vivacissima curiosità, egli non ricavava che piacere; e quando veramente, attraverso la dilatazione cerebrale di Anna, come egli diceva, trovava l’impronta di una disperazione inconsolabile, egli, arrivando in casa Acquaviva, non faceva altro che trattenere un po’ di più la mano di Anna nella sua; sapeva che questa sfumatura di pietà e fors’anche di tenerezza era notata da lei, immediatamente; sapeva con ciò di darle un conforto, che l’aiutava a vivere ancora, a non morire ancora.
Invero, egli andava meno spesso in casa Acquaviva, ma senza far notare le sue assenze, facendole capitare di tempo in tempo; e quando vi andava, nei colloqui regnava, in tutti quanti, un segreto imbarazzo che raffreddava la cordialità e faceva fuggire qualunque lietezza. Specialmente in certi giorni, Anna appariva così pallida, con gli occhi così smorti, con le labbra chiuse e come sigillate, perchè non lasciassero sfuggire un sospiro dal suo petto: ella si sedeva in un angolo, senza che avesse l’aria di vedere o di udire quello che accadeva e che si diceva, tanto che tutta la conversazione cadeva innanzi a quel dolce e penoso fantasma di donna, a cui tutte le cose umane, tranne una, erano diventate indifferenti. Egli stesso, che non perdeva mai la sua superiorità di spirito, non sapeva più che dire innanzi a quel volto da cui fuggiva ogni espressione di interessamento, innanzi a quella figura lenta che si trascinava per la casa stanca prima di aver camminato. Due o tre volte, quando si erano trovati soli – adesso, ambedue evitavano di trovarsi soli, con molta cura – egli le aveva fatto delle rimostranze:
– Ma che avete? Perchè fate questo?
– Che volete che faccia? – aveva ella risposto, fievolmente.
– Vorrei che foste allegra, che rideste…
– Non è… non è possibile – aveva replicato Anna, voltando la testa in là, per celare il pianto che le velava gli occhi,
E Dias, temendo uno scoppio di singulti, aveva taciuto. Aveva un grande imperio su lei, ma non gli sarebbe mai riescito di farle sopportare pazientemente un amore non corrisposto. Ella stessa, nelle prime lettere, si era ingannata sulla propria forza di rassegnazione. Aveva creduto di poter subire la mala sorte in silenzio, divorando il proprio dolore, come tante timide e buone donne, eroine oscure dell’amore, della famiglia, del lavoro; aveva sperato di poter essere una martire inebbriata di martirio, come tutte le donne che amarono, che invocarono, che desiderarono un ideale inaccessibile; aveva sperato di poter vivere d’infelicità, come tante donne ne vivono. Ah, non lei, non lei era fatta per questo! Era un temperamento vivido e ardente a cui l’esistenza appariva con tutte le sue seduzioni, con tutte le sue lusinghe, con tutte le voci incantevoli, coi vincoli dei suoi piaceri morali; era un carattere violento, insofferente di ostacoli, incapace di piegarsi, e a cui il conseguimento di ogni desiderio era una necessità spirituale: era una donna a cui non bastava di amare, e di piangere, e di scrivere una lettera al giorno, senza averne mai risposta: ella voleva essere amata, ella aveva bisogno di essere felice. Vi sono temperamenti e vi sono caratteri muliebri che sembrano indecisi e molli: a questi possono essere di pascolo lunghi giorni d’infelicità e anni di lagrime segrete: queste donne si fanno del dolore uno stato d’anima permanente, immanente, non sapendo e non volendo ribellarsi, elevando la morbida rassegnazione ad altezze supreme. Non lei, non lei! Quelle nel dolore si macerano e si affinano, e la loro anima è, come la pelle di Ester che era macerata e impregnata nei profumi, tutta satura di pianto, ormai fatta angelica; Anna invece restava donna, restava umana, non sapendosi distaccare dall’intenso, inestinguibile desiderio di essere amata.
Era una donna, in tutta la umana estensione della parola; e mentre le vette sublimi dell’abnegazione ne tentavano lo spirito ardente, tutti i legami terreni la tenevano, straziandola coi loro nodi troppo stretti, in cui invano ella si divincolava, cercando di librarsi alle sfere del sacrificio. E quando ad Anna stessa, nelle tristi cogitazioni delle sue notti senza sonno, fra la preghiera e il vaneggiamento, in un momento di luminosa chiaroveggenza, era apparsa la gran verità, quando ella aveva detto a se stessa che senza amore sarebbe morta, un subitaneo sgomento l’aveva fatta ricadere sul guanciale, chiudendo gli occhi, disperata ormai, anche del proprio cuore. Aveva creduto di poter essere grande e forte, di poter salire ad altitudini inesplorate pei cieli della sofferenza, ma in verità non era che una misera creatura, limitata, consumandosi per l’amore che le mancava. E fu un giorno, nel cadere del maggio, in cui ella, convinta ormai che tutto era perduto, scrisse a Cesare Dias una lettera lunga di addio. Non voleva scrivergli più, poichè tutto era inutile, poichè egli non la avrebbe amata giammai, poichè era finito tutto, tutto, e non esisteva attorno a lei che il deserto arido e bruciante. Lo salutava: non sapeva che avrebbe fatto, ella stessa si smarriva, pensando all’indomani, ma se ne andava, intanto, a Sorrento, a villa Caterina, dove sua madre aveva amato ed era morta. Lo salutava, con una incoerenza di linguaggio, vera immagine della confusione in cui si trovava, non credendo più neppure in se stessa; voleva partire, partire, andare dove egli non fosse, così buono e così crudele anche, ma non abbastanza buono da volerle un po’ di bene, e crudele, certo, inconsciamente! La lettera era convulsa, male scritta, sconvolta finanche nella calligrafia.
Da più giorni ella aveva pregato Laura e Stella Martini, perchè si partisse per Sorrento; e in quel giorno ella pregò con tanta insistenza, ella fece intendere tanto che villa Caterina era necessaria a dar pace alla sua anima, che le due donne, abituate ormai a regolare la loro vita sull’umore di Anna, cedettero. Veramente Stella Martini ne scrisse una parola a Cesare Dias parendole necessario che vi fosse il suo permesso. Egli rispose immediatamente, di rimando: andassero subito perchè il cambiamento d’aria sarebbe stato utilissimo ad Anna, la cui crescente debolezza lo impensieriva. Egli non poteva venire ad augurare il buon viaggio, perchè era occupatissimo, ma mandava gli augurii per lettera e sarebbe capitato presto a villa Caterina, a trovare le sue care figliuole.
Espansiva più del solito, la lettera: ma non era venuto! Non voleva lasciar partire sconsolata Anna, la cui lettera gli aveva fatta una certa impressione, sebbene egli sapesse che la parola addio non è mai definitiva per chi ama veramente: ma voleva evitar la scena del distacco. Egli odiava tutte le scene. Stella Martini conservò questa lettera, non osando farla vedere. Pure ella osservò che la povera fanciulla, attaccando le sue speranze a un filo sottile, si lusingava che Dias venisse a salutarla e che per questo prolungava i preparativi della partenza; e la buona donna, edotta ormai di tutto, tremava di doverle dire che egli non sarebbe venuto. Ma, a un certo punto, Anna pareva caduta in tale stato di sonnambulismo, nella morbosa ansietà dell’attesa, che Stella Martini si fece coraggio:
– Dias mi ha scritto… – disse.
– Quando? – disse l’altra, trasalendo.
– Ieri… scrive che non può venire a salutare… è tanto occupato.
– Naturalmente… così occupato… – mormorò Anna. – Mi volete dare la lettera?
– È molto affettuoso – soggiunse Stella, porgendogliela timidamente. Osservò che le dita di Anna tremavano, sul foglio di carta. Ella non lo restituì a Stella: e soggiunse, desolatamente:
– Dias è molto pietoso.
Niente altro. Se ne andarono da Napoli, l’ultimo giorno di maggio, Anna odorando un fascio di rose di maggio che aveva comperato da un ragazzo, andando alla stazione; Laura, serena e graziosa nel suo vestito di crespo di seta bianca, coperto da un leggero e largo mantello di lana bianca; Stella, occupandosi dei bagagli: i servi erano partiti un giorno innanzi. Durante tutto il tragitto, in carrozza e nel treno, e di nuovo, poi, nella carrozza, Anna si assorbì ne’ suoi pensieri, col volto chino, dietro il velo di garza grigia del suo cappello da viaggio: andava macchinalmente, nelle stazioni, salendo, scendendo, con i movimenti di persona, che non ha perfetta conoscenza di sè. Laura le diceva: vieni, andiamo, ed ella si muoveva, obbedendo come un fanciullino. Lei, guardando in se stessa, si sorprendeva di non essere più straziata, dando le spalle a Napoli, dove lasciava Cesare Dias: ma sentiva anche che le sue forze spirituali erano molto abbassate, e che si soffre quanto si può: poco ella poteva di più. In verità, dopo la gran decisione di andarsene, in cui aveva sciupato l’ultimo suo impulso di energia, l’abbattimento l’aveva vinta e non aveva che il desiderio profondo e inespresso di un riposo, di un sonno dell’anima, di un letargo che la conducesse, senza spasimi, dalla vita alla morte. A Sorrento, in quella villa Caterina, dove la gioventù di sua madre aveva subìto una esiziale decadenza ed era discesa alla morte, ella avrebbe trovato quella pace, che è foriera di un’assai più lunga êra di tranquillità. La stanchezza infinita l’aveva colta: ella aveva raggiunto il limite estremo, in cui lo spirito ancora combatte col dolore come Giacobbe con l’angelo, e si era data per perduta: adesso non vi era in lei che una grande distesa di acque morte, coprenti tutta la rovina delle sue speranze naufragate. Anelava di arrivare presto, per potersi sdraiare in un languore senza fine, dove fosse pur sempre scomparsa ogni cosa, dove nulla più sussultasse in lei, dov’ella potesse dormire un lunghissimo e profondo sonno, al soffio molle e letale della gran palude. Due o tre volte, unico segno d’interesse, mise la testa allo sportello per vedere se si giungeva finalmente, e quando la carrozza attraversò, al tintinnìo de’ suoi sonaglietti, la piazza dove Sant’Antonio, protettore di Sorrento, eleva la sua bruna statua, quando essa imboccò il viale già verde, già fiorito, e si arrestò innanzi al peristilio di villa Caterina, Anna ebbe il senso di qualche cosa che si fosse, ormai, per sempre compiuta, le parve che il piccolo volume della sua vita avesse avuta la parola: fine.
Le due sorelle andarono immediatamente nella stanza della loro madre, quasi a sciogliere un voto, ancora coi mantelli e coi cappelli da viaggio, portando dei fiori freschi. Laura schiuse le due finestre che davano sul mare e la gran luce entrò, mentre ella girava intorno, a veder se vi fosse polvere sui mobili, a raddrizzare qualche nodo azzurrino delle tendine di ricco merletto ingiallito, a fare, insomma, una rassegna di massaia accurata. Anna, invece, si era subito buttata sull’inginocchiatoio di legno scolpito, dal cuscino di raso azzurro con una croce di argento, ricamata sopra; e innanzi alla Madonna della Seggiola, innanzi alla piccola e gentile miniatura di sua madre, depose in offerta le belle e odoranti rose di maggio, aveva abbassato il capo sulle mani guantate. Laura, finito il suo giro, si accostò alla sorella e le disse:
– Tu resti?
Quella non rispose, non si volse nemmeno.
– Quando vieni via, riportami la chiave – soggiunse la savia Minerva, dagli occhi chiari.
E se ne andò, chiudendo pianamente l’uscio con la sola maniglia. Stella Martini, che già si era cambiata d’abito, le venne incontro:
– E Anna? – disse.
– È ancora di là.
– Che fa?
– Piange, o prega, o pensa. Non ho potuto veder bene.
– Povera Anna – mormorò Stella, con un sospiro.
Quanto tempo restò innanzi alle sue immagini, Anna Acquaviva? Nessuno osò disturbarla in quella sacra religione del ricordo, che era in lei tanto profonda, in quell’abbandono della persona e dell’anima. Se quando fu giunta lì, per un minuto mille pensieri tumultuanti l’avevano sconvolta, subito la prostrazione di chi ha compiuto il suo ultimo viaggio, di chi è arrivato al porto dell’estrema calma, era sopraggiunta. Nel giro adesso lentissimo delle sue idee, roteanti in un vortice così molle, che appena appena ella ne distingueva il movimento, riapparivano queste due piccole frasi che erano una preghiera indistinta, una invocazione senza impeto, monotona, continua, come di coloro a cui sono mancate, o più non servono tutte le altre parole umane: Madonna mia, mamma mia. Ella balbettava in se stessa, i due nomi, egualmente dolci, e talvolta le pallide labbra giungevano a ripeterli con un lieve tremolio. La Vergine nel cielo e lo spirito della madre, nelle celestiali sfere dove ancora vivono i buoni, si confondevano nella sua mente, ed ella, più che chiedere da loro soccorso, ne diceva ancora i nomi, così, simili al bimbo che parla ad alta voce nell’oscurità, per darsi coraggio. Il sole che entrava dalle finestre, gaiamente, venne declinando nel bel tramonto, già lungo tramonto di maggio: e lei, che si era quasi assopita in quell’immenso languore, vide attraverso le palpebre chiuse, che impallidiva la luce del giorno, e sentì la stanchezza delle braccia e delle ginocchia. Fu allora che si levò e baciò, con le fredde e aride labbra, la immagine della madonna e la delicata miniatura di sua madre, salutandole quasi fossero persone vive, promettendo loro di ritornare subito a viver con loro, in quella stanza che era il tempio della gioventù, dell’amore, della morte. Quando venne via, dopo aver chiuso le finestre, dopo aver girata due volte la chiave nell’uscio, era così pallida e bianca, che Stella Martini le disse:
– Siete stata tanto tempo colà… ciò vi ha fatto male.
– No, no – ella rispose – mi sento benissimo; sto proprio assai bene. Avevo bisogno di venir qui, di vivere qui.
E nella sua voce vi era qualche cosa d’infranto, parlava lentamente e a riprese, come se il respiro le si arrestasse nel petto. Stella Martini non credette dunque alle parole rassicuranti di Anna; la sorvegliava affettuosamente, preoccupata più di quell’accasciamento, che di qualunque scatto violento di passione. Adesso Anna dormiva in una stanzetta, sola, fra la stanza di Laura e quella di Stella. La damigella di compagnia, dopo di averle salutate, alla sera, non andava subito a dormire; scriveva qualche lettera a sue lontane parenti, a sue amiche d’infanzia; diceva lungamente le sue orazioni, vegliava ancora, infine. E in quelle ore la inquietudine per Anna si faceva più viva; talvolta ella usciva dalla sua stanza ed andava ad origliare a quella di Anna. Vi regnava sempre un silenzio profondo, ma il lume era sempre acceso. Quella luce e l’assenza d’ogni rumore l’agitavano anche più: due o tre volte, non reggendo, aveva schiusa la porta ed era entrata. Aveva trovato Anna distesa sul letto, col capo appoggiato alle due mani congiunte dietro la nuca e affondato nei guanciali, cogli occhi chiusi, con un movimento della respirazione appena percettibile, cerea nel volto; il lume ardeva tristemente. Lo aveva spento Stella andandosene, in punta di piedi.
– Perchè non spegnete il lume? – aveva, un giorno, domandato ad Anna.
– L’ombra mi fa paura – ella rispose.
Stella le aveva dunque preparato una lampadetta di cristallo di un vetro opalino; così Anna si assopiva a quella mitissima luce, e sul pallido volto, sui capelli bruni, disciolti, sulla bianchezza delle lenzuola pioveva un chiarore glauco che dava loro l’aspetto di una visione notturna, in fondo ad una grotta marina. Adesso, Stella veniva quasi ogni notte a vedere se riposasse tranquillamente, e quella figura giacente, al poco lume verdino, aveva l’aspetto di una naufraga, dormiente l’ultimo sonno nel fondo del mare. Talvolta, udendo il cheto passo di Stella, Anna schiudeva gli occhi, e riconoscendola sorrideva; poi si riassopiva. Non era un sonno, era un torpore. Stella ritornava alla sua stanza niente rassicurata. Quello che anzitutto tormentava la buona donna, era la quotidiana, lunga dimora, che Anna faceva nella camera di sua madre morta. Villa Caterina, in quell’inizio dell’estate era deliziosa, nel suo giardino odoroso, nelle sue liete stanze terrene ricche di luce, di beltà, di eleganza, nei suoi saloni, dove tutte le finezze del lusso si armonizzavano in un ambiente di seduzione, nel suo immenso e divino paesaggio del mare; vi affascinava da tutte le finestre, da tutti i balconi a mezzodì, in quelle mattinate fresche e profumate, in quelle serate così palpitanti di stelle, che parea il cielo avesse dei fremiti luminosi: ma Anna non vedeva più nulla di questo, cogli smorti occhi il cui sguardo vagava, con l’attrazione sempiterna alla delicata stanza, dove l’azzurro si faceva bianco, divorato dalla luce, dal sole, dove il profumo di violetta era così sottile e antico, che faceva venire le lagrime agli occhi, dove tutto era l’emblema di una giovinezza spenta nel suo fiore. Anna vi passava delle ore, inginocchiata accanto al letto, o seduta presso una finestra che dava sul mare, taciturna, senza che nessuna impressione si disegnasse sul suo volto. Talvolta, Stella, insospettita, si fermava innanzi alla porta e chiamava:
– Anna, Anna!
– Eccomi – rispondeva ella, uscendo dal suo sogno.
– Venite via: è tardi.
– Adesso.
Ma sostava ancora. Bisognava chiamarla due o tre volte. Quelle dimore la esaurivano; ne usciva con gli occhi sottolineati di nero, con le labbra bianche, con la linea del profilo assottigliata, stirata.
Vedendola così, Stella era presa da una pietà immensa, da un immenso desiderio di salvarla: e tentava di strapparla alle lunghe prostrazioni in quella stanza, la cui delicata malinconia funeraria finiva d’immergere Anna nelle lugubri contemplazioni.
– Non restate tanto tempo, colà; vi fa male…
– No, no – le rispondeva Anna – se sapeste che pace, là dentro…
– Ma una giovane come voi, deve cercare la vivacità dell’esistenza, non la pace…
– Non vi sono più fiori per Margherita – mormorava l’altra, andando a una finestra, a guardare il mare.
In tutto il mese di giugno, dolce mese sorrentino che ha le mattinate già calde e le serate fresche, Anna non fece che declinare moralmente e materialmente. Laura e Stella rispettavano la sua volontà; ma incombeva su loro la tristezza di quella decadenza. Il tormento di Stella era diventato materno, e quando vedeva quella bruna fisonomia che si assottigliava, quelle mani che si facevano trasparenti, una voce le gridava dentro, una voce materna, che bisognava far qualche cosa per quella povera creatura. Aveva tentato un giorno di rincorarla, dicendole:
– Il signor Dias ci aveva promesso di venir qui… ma tarda un poco… chissà, lo avremo per l’apertura della stagione balneare…
– Vedrete che non verrà – le aveva risposto Anna, i cui occhi si eran subitamente velati di lacrime.
– È buono tanto: ha promesso, verrà.
– Io non lo credo – aveva replicato pianamente Anna, con la tranquilla desolazione delle cose finite.
Infatti, egli non veniva e non scriveva. Tutta la prima quindicina di luglio passò; la stagione balneare era già inaugurata; tutte le terrazze di Sorrento erano piene di gente, nella sera, nella notte, e da ogni balcone, da ogni finestra, dai saloni dei grandi alberghi illuminati venivano suoni e canti, trilli di mandolini e risate di tutta una musicalità lieta e appassionata estiva. Le ville avevano distese contro il sole le loro tende a fasce bianche e azzurre, ma il ponente nelle ore pomeridiane faceva battere le tele, come se navigassero per l’ampio mare cerulo: alla notte la luna bagnava dei suoi biancori nivei la campagna, le case e il mare. Anna in tanto esaltamento di gioventù, di salute, di bellezza, di paesaggio, intorno ad essa, sentiva più profondo, più invadente in sè il desiderio del dissolvimento, e adesso appena appena si trascinava da una stanza all’altra, ombra leggera. Alla sera, quando Laura e Stella uscivano per qualche visita nelle ville, dove fanciulle e signore si raccoglievano, o per una piccola festa aristocratica nei saloni del Victoria o del Tramontano: ella andava sulla grande loggia a mare di villa Caterina, dove erano sedie e poltrone, fra le piante e i fiori, e si sdraiava, con gli occhi fissi nel cielo, dove tremolava di luce la via Lattea; invano passavano pel mare sorrentino le barchette cariche di gente, cantanti le belle canzoni napoletane; invano i due o tre yachts aristocratici accendevano fuochi di bengala e mandavano razzi luminosi nel cielo; invano le mille voci delle magnifiche notti di estate, create per la gioia, create per la passione, giungevano fino ad Anna. Ella non udiva e non vedeva. Neppure, in quei giorni, ella scorse sul viso di Stella un’espressione di tenerezza sagace, che ha indovinato: ella non avvertì nel bacio che Stella le dette, prima di uscire in quella sera del diciassette luglio, un senso di maggior amore. Era di domenica, e Laura e Stella andavano al Victoria, a un ballo familiare.
– Siate forte e sarete felice – le aveva detto Stella, licenziandosi con un bacio, guardandola, quasi le volesse comunicare una buona novella.
Ma la languente fanciulla non capì. Prese quelle parole per una di quelle vaghe consolazioni che si offrono alle anime inconsolabili, e il cui suono soltanto è una carezza; crollò il capo, abbozzando un sorriso. Tutta ravvolta nei suoi veli bianchi, bellissima in quel candore, Laura anche era venuta a baciarla: ed ella aveva udita la carrozza allontanarsi. Attraversando il salone Anna uscì sulla loggia. La notte plenilunare era così luminosa che si sarebbe potuto leggere un caro libro al morbido chiarore: e il paesaggio aveva qualche cosa di divino, dall’orizzonte a tutta la curva del cielo, dalla dolce collina degli olivi e degli aranci del mare. E nella immensa soavità delle cose, ella intese nuovamente tutta l’amarezza della sua vita perduta invaderle le vene, e il cervello, e il cuore, con un fiotto così velenoso, che ne sentiva quasi l’acre sapore sulle labbra. Ah sarebbe certo venuta la sua ultima ora, in quella consunzione di tutte le sue forze, ma sempre, sempre, attraverso la rassegnazione, ella avrebbe avuto delle ore di ribellione contro quella immensa ingiustizia che ella subiva, ma fino all’ultimo suo giorno, ella avrebbe avuto quell’amarezza delle esistenze che mancarono il loro scopo, per propria colpa o per derisione del destino; ella avrebbe chinato il capo alla morte, cupa, tetra, non avendo accettato, non accettando la fatal legge che si compiva contro lei.
Una notte profonda di beltà, di luce le era intorno, ma ella era, veramente, un atomo doloroso nella gioconda danza delle cose; e distesa nella poltrona, con le mani abbandonate lungo la persona, ella teneva chiusi gli occhi: quella sera odiava anche il cielo.
– Buona sera – le disse Cesare Dias, giunto presso a lei.
Ella aprì gli occhi, ma nessun suono potette uscire dalla sua bocca: non poteva che guardarlo, con tale una espressione di felicità desolata che lui, immediatamente, pensò: Questa donna mi ama veramente. Egli appariva pensoso. Prese una sedia e le sedette vicino.
– Siete sorpresa di vedermi, Anna? Non vi avevo promesso di venire?
– Credevo… che lo aveste dimenticato… è così facile dimenticare…
– Io mantengo sempre le mie promesse – egli soggiunse.
Quando lo aveva inteso parlare così con quel tono di voce, quando? In quel periodo della sua malattia, allorchè credevano che ella morisse. Era adunque la pietà della morente, che lo aveva indotto a venire a Sorrento: era dunque la pietà, che ammolliva la durezza ironica della sua voce.
– L’aria di Sorrento non vi ha guarita – osservò lui, chinandosi un po’ a guardarla.
– Non mi ha guarita; di nessuna malattia. Credo che… non guarirei, in nessun paese del mondo.
– Gli è che il solo medico di voi stessa, siete voi stessa – e cavando il suo astuccio d’argento prese una sigaretta e l’accese.
Ella guardò vacillare la piccola fiamma; tacque un momento.
– È facile dire questo – soggiunse, poi, fievolmente. – Ma sapete che sono un essere debole; gli è per questo, che avete tanta compassione di me. Io non posso guarire, Cesare.
Ed era così disperata la sua affermazione che vi disparve la familiarità di chiamarlo per nome, d’un tratto.
– Ne siete certa?
– Certa. Ho tentato. Ciò che provo, è più forte di me; questa passione mi spezza: il mio cuore non la può sostenere.
– E tutti quei bei progetti spirituali – egli disse, guardando nell’aria chiara della notte involarsi la breve nuvolina di fumo della sigaretta – tutto quell’edificio di abnegazione, di devozione, di amor solitario, non corrisposto! Tutto il piano del vostro avvenire che avete concepito, con tant’altezza di sacrificio, è dunque fallito?
– Fallito, fallito! – ella esclamò, con un lamento, guardando l’alto cielo stellato, quasi a rimproverargli la propria disfatta. – Tutto quello che io vi avevo scritto, era una fallace, passeggera illusione; tutto il mio piano era campato sull’assurdità. Forse esistono, anzi, esistono, delle creature perfette talmente, che possono contentarsi di amare solamente, senz’essere amate; felici e nobili creature che vivono per gli altri, che sono la purità stessa. Ah, io sono una miserabile egoista, niente altro, e ho presunto troppo di me, e muoio di questo egoismo, e di questa superbia, vedete!
Ella si era sollevata sulla poltrona, stringendo nervosamente con le mani i bracciuoli, scuotendo il bel capo affilato dal dolore. Egli taceva: aveva buttato via la sigaretta spenta: e taceva. La dolcezza del plenilunio era immensa.
– Sono così terrena! – ella disse. – Ho invano invocato, nelle preghiere, un cuore angelico, distaccato dagli umani desiderii, che vivesse solo per amarvi, senz’altro; mi sono macerata nelle orazioni e nel pianto, per non pensare più che non mi potevate amare; ho proibito a me stessa la infinita consolazione di scrivervi, me ne sono andata lontana da voi, che eravate, che siete la mia luce! Invano. Qui, ho passato delle giornate a pregare mia madre e la Madonna, perchè mi svincolassero da questi terribili, tremendi legami terreni, che mi levassero dall’anima questo desiderio dell’amore, che mi fa morire: ah, niente, niente, non sono stata esaudita; io sono uscita da queste strazianti preghiere con un ardore più cupo, con una nostalgia più mordente! Sono donna, ecco; donna che non sa elevarsi, che non sa librarsi, che femminilmente e volgarmente vuole essere amata, e che non si consolerà giammai, giammai dell’amore che le manca!
Detto questo, ricadde con la testa appoggiata sulla spalliera, con gli occhi chiusi, di nuovo, con quella contrazione sdegnosa delle labbra, di chi nutre in cuore la collera suprema. Egli taceva: la fronte gli si annuvolava di pensieri.
– E che volete fare, Anna? – domandò, uscendo da una lunga concertazione.
– Niente – ella mormorò, non aprendo neppure gli occhi.
– Niente?
– Non vi è più da fare: tutto è finito. Anzi, nulla è mai cominciato – ella soggiunse, gelidamente, rabbrividendo tutta.
– Anna, vi assicuro che mi duole di vedervi soffrire…
– Grazie: ma che potete farci? La follia è stata mia. Convengo di essere squilibrata, stravagante; lo so. E pago il mio errore così caramente, con una espiazione così dura! Errore mio, errore soltanto. Tutti siete buoni con me, tutti quanti: ma io ho peccato, io debbo espiare.
– Ma che accadrà? – gridò lui, scosso.
– Sapete quale sarebbe la miglior soluzione?
– Quale?
– La mia morte. Ah, che riposo, pensate, che riposo lungo, infinito, sotto terra, nella buona bara inchiodata.
– Non dite questo; di passione non si muore.
– Già; è vero. Non vi è propriamente una malattia letale, che si chiami passione; i medici antichi e moderni non la conoscono, non l’hanno mai trovata, facendo l’autopsia del cadavere. Ma la passione è così sottile ingannatrice, che ella è in fondo di tutte le malattie mortali. Essa è nella tisi che fa agonizzare per anni coloro che amarono troppo, che non furono abbastanza amati; essa è nei mali del cuore, in quel cuore che si dilata sotto l’onda dell’emozione passionale, che si serra nella disperazione; essa è nelle lunghe anemie, che distruggono il corpo umano, fibra per fibra, gelandone l’epidermide, spezzandone ogni energia; essa è nella nevrosi che fa tremare di freddo e divampare in un calore insopportabile, che attacca ora il cervello, ora lo stomaco, che fa battere i denti per freddo mortale e che torce tutti i nervi in un crampo che fa impazzire. Oh, si muore prestamente, lentamente, di tante cose, con nomi così diversi, con fenomeni così bizzarri! Ma in verità, non si muore di tisi, di anemia, d’ipertrofia, di nevrosi; si muore, veramente, per una sola ragione, una soltanto: perchè non si può amare più, perchè non si è amati. Chi saprà mai il vero nome della malattia che mi porterà via? Il medico scriverà la parola scientifica sopra una carta, per dare una ragione della mia scomparsa, a mia sorella, a voi, a Stella: ma voi lo sapete, almeno voi, che anche questa volta la passione sarà riescita nel suo inganno, e che io sarò morta, perchè voi non mi amate.
– Calmatevi, Anna.
– Io sono calma. Non ho più l’ombra di una speranza: ma sono calma, credetelo. Debbo dirvi queste cose perchè mi sgorgano dall’anima esse sole, per volontà propria. Sono una donna assolutamente disperata: ma calma, ormai. Non mi raccomandate nulla: tutto quello che mi potete dire, io lo aveva già detto a me stessa. Tutto è finito; perchè mi agiterei più?
– Ma che avete sperato? – chiese lui, con una certa curiosità.
– Oh Dio! – esclamò lei – che mi domandate!
Un sordo singhiozzo le ruppe il petto, pensando al tempo in cui aveva sperato di essere felice.
– Ditemelo, Anna. Vedete che ve lo domando con interesse… con vivo interesse.
– Ma voi non vi rammentate più che cosa sia l’amore, se mi domandate quali sieno le sue speranze! – esclamò ella, senza badare al modo come le aveva parlato Cesare Dias. – Tutto si spera, quando si ama. Dalla prima volta in cui udendo la vostra voce ho tremato, da quando la vostra mano che stringeva la mia, mi ha dato un fremito di delizia, da quando ogni parola vostra, dura o soave, di scherno o di amichevole affetto mi si è scolpita nell’anima, da quando, infine, io ho sentito che ero vostra per la vita, io ho sperato che voi mi amaste. Il mio sogno da quel giorno è stato che con lo stesso mio ardore, con lo stesso mio cieco abbandono, con la dedizione totale della vostra esistenza, con la trasformazione di tutti i vostri sentimenti, con l’assorbimento, con la concentrazione di ogni forza e di ogni potenza, vale a dire come vi amavo io, voi mi amaste. Questa sublime cosa, la passione corrisposta, ho sperato! Cioè la forma più alta, la forma infinita, che non somiglia a nulla, che nessuna cosa umana può agguagliare, un’armonia divina che risuona fin nelle sfere celesti! Questa fiamma, questo entusiasmo, questo delirio, questa vertigine degli altissimi pinnacoli, io ho invocato!
– È stata una illusione, – egli disse, piano, guardando il gran mare scintillante, sotto l’argenteo riflesso della luna.
– Lo so: perchè me lo ripetete ancora? E perchè facciamo questi discorsi? La mia anima si assopiva in un torpore doloroso, ma senza strazio: ora sento sanguinarmi di nuovo il cuore, come se in questo momento vi fosse aperta la gran ferita. Non mi dite più che non mi amate: lo so, lo so!
– Anna, Anna, non vi tormentate così…
– È da tanto tempo, che so tutto! La mia immensa speranza è decaduta a poco a poco, ogni giorno, quando vi ho visto da me così diverso e così lontano, quando ho inteso che mi avevate metà in disdegno e metà in compassione, quando ho capito che vi erano certamente stati, vi erano dei segreti nella vostra esistenza che non mi era dato conoscere, quando ho compreso che la differenza di età e di gusti portava anche una differenza di sentimenti. In tutti i modi, volontari e involontari, me lo avete detto, che la passione non era per voi, o che non l’avreste mai più provata, o che non l’avreste mai provata per me: io ho visto fiammeggiare la mia sentenza, in caratteri di fuoco, al mio orizzonte. Eppure, vedete, malgrado queste martellate della fatalità sul mio cervello, io non mi sono ancora rassegnata: io ho detto infine, che una donna giovane e appassionata non poteva perdere così miseramente se stessa e il suo amore: io ho pensato che una via di salvezza vi doveva essere, via secondaria, via umile, ma che avrei percorsa pazientemente. Ve lo dissi, l’altro mio sogno…
– Ditemelo ancora – soggiunse Cesare.
– Ebbene, io aveva sognato, che voi mi avreste permesso di unire la mia debole e combattuta giovinezza alla vostra calda e serena maturità virile, così superiore a tutte le tempeste umane: in tal modo avreste compiuto più profondamente, più intimamente, l’opera di protezione, che Francesco Acquaviva vi affidava, morendo; così la salvazione che voi faceste di quest’infelice, quando mi raccoglieste morente a Pompei, sarebbe stata sanzionata da un supremo atto di devozione. Il mio secondo sogno, semplice, modesto, era di potervi amare con tutte le mie forze, ma silenziosamente: di vivere accanto a voi, amandovi, seguendovi sempre, ombra affettuosa; di potere in ogni ora, in ogni minuto, offrirvi una prova taciturna, ma eloquente, del mio amore; di girarvi intorno, nella vostra orbita, satellite assorbito dalla folgorante luce dell’astro maggiore; di potervi amare, infine, operosamente, efficacemente, adoperando tutta la potenza di questa passione non corrisposta, a procurarvi anche un istante di felicità, se mi era dato; e in questa nobile e pura opera che non chiedeva gratitudine, che non chiedeva compenso, trascorrrere la mia vita, sino all’ultimo mio giorno, benedicendovi, esaltando la vostra bontà che mi avea permesso di poter vivere vicino a voi e di potervi amare in pace. Che visione! era degno di me, questo sacrifizio di ogni personale aspirazione; era degno di voi, elevare questa poveretta sino alla felicità della vostra quotidiana presenza, nella vostra casa, col vostro nome…
– Voi volevate che io vi sposassi? – chiese Dias.
– Moglie, amante, amica, serva, ciò che voi mi avreste permesso, mi sarebbe bastato: pur di essere dove voi siete; pur di finire la mia esistenza vicino a voi…
– Io sono vecchio – egli disse, freddamente, amaramente.
– Io sono giovane, ma muoio, Cesare!
– La vecchiaia è una triste cosa, Anna: essa gela il cuore e il sangue.
– Che importa? Io non vi domando di amarmi: debbo amarvi io.
– Voi non me lo chiederete giammai?
– Giammai.
– Promettetelo.
– Lo prometto.
– Per quanto avete di sacro, lo promettete?
– Per il Signore che mi sente nei cieli, per le benedette anime di mia madre e di mio padre che mi guardano, per il bene che porto a mia sorella Laura, per il più santo elemento del cuore, cioè per la passione che vi porto, io lo prometto, io lo giuro, io non vi chiederò giammai di amarmi.
– Voi non vi lagnerete di me e della mia freddezza?
– No, non mi lagnerò: io vi riterrò come il mio più grande benefattore.
– Voi mi lascerete vivere come voglio?
– Voi siete il padrone: disporrete della vostra vita e della mia.
– Voi mi lascerete partire, ritornare, ripartire, senza pianti, senza recriminazioni?
– Io aspetterò, pazientemente, l’ora felice del vostro ritorno.
Egli tacque un minuto: esitava a fare un’altra domanda. Ma con gli occhi ardenti, con le mani tese e invocanti, ella aspettava che egli parlasse ancora.
– Voi non mi tormenterete con la gelosia? – domandò egli, ancora, dicendo così la grande condizione.
– Oh Dio, Dio! – disse ella, torcendosi le braccia, battendosi la fronte con le mani – è mai possibile, anche questo?
– Come volete – egli osservò freddamente – vi offendo e vi dispiaccio, lo vedo. Vi chieggo cose superiori alle vostre forze. Tronchiamo il nostro colloquio.
E fece per levarsi, per andarsene. Ella si slanciò a lui, e gli prese le mani.
– No, no, non ve ne andate! Per carità, restate ancora un minuto, parliamo, ascoltatemi! Che io non sia gelosa? Non sarò gelosa: non vedrete la mia gelosia, mai. Volete ch’io vegga la donna che vi piace, o quella che avete amato, o quella che amate? Volete che io le accolga bene tutte quante, che diventi la loro amica? Farò tutto, subito. Cercate una prova terribile e io la supererò: domandate sino a quali confini possano arrivare l’anima e il corpo, e io vi giungerò, per voi!
– Chieggo di esser libero di cuore, niente altro – disse lui, fermamente.
– Come oggi, come sempre, voi sarete libero del vostro cuore.
– Uditemi, Anna, e intendetemi bene. Voi dovete, per un momento liberarvi della vostra personalità, dimenticare che siete voi, che mi amate: per un momento solo giudicate freddamente, serenamente il presente e l’avvenire. Anna, io sono vecchio e voi siete giovane, e la differenza della età che ora non vi sembra grande, sarà terribile fra dieci anni, perchè io non posso che declinare, mentre voi sorgete alla vita; voi vi siete fatto, nella vostra fantasia, un concetto ideale di me, che non corrisponde alla verità, e che l’avvenire, certo, correggerà con vostro dolore; i nostri caratteri, i nostri temperamenti hanno fra loro un dissidio profondo, non sappiamo se l’avvenire comporrà mai questo dissidio; infine, se io, lo confesso, compio un sacrificio, dicendovi quel che vi dico, è certo che voi ne farete uno lungo e triste accanto a me. Pensateci, pensateci! Pensate a questa vecchiaia, a questa illusione vostra che deve necessariamente sfiorire, a questa disunione immensa, a questo mutuo sacrificio. Anna, è tempo ancora!
Ella lo guardò, sgomenta di udirlo parlare in modo così agitato, mentre era solito a dominare qualunque proprio turbamento. Egli era veramente commosso, una ruga gli segnava la fronte, dove Anna leggeva per la prima volta una secreta cura; gli sguardi che volgeva attorno, sulla gran terrazza fiorita, bagnata dalla luce lunare, sul golfo ormai tutto chiaro nella notte plenilunare, aveano qualche cosa di smarrito. E a lei parve, in quell’istante, di vederlo disceso da quell’altezza glaciale in cui si era tenuto sempre, da quella forte e serena superiorità d’animo che lo rendeva vincitore in tutte le battaglie; le parve che egli fosse più debole, sì, ma più umano, ma più rassomigliante a tutte le infinite creature umane, che soffrono e che piangono.
– Anna, Anna – egli soggiunse incalzando con la voce – spogliatevi di ogni egoismo e di ogni passione, e giudicate voi, voi sola, se io debbo acconsentire a quello che voi desiderate. Io vi ho detto, crudelmente, brutalmente quello che voglio da voi in cambio del mio sacrificio; io vi ho ripetuto, due o tre volte, che cosa vi è di grave in quello che facciamo. Cara fanciulla, vincetevi, giudicate voi.
Ella si appoggiava con le due mani al parapetto della terrazza e teneva gli occhi bassi.
– Ma perchè… – chiese lentamente a bassa voce – perchè voi… che siete così saggio… così freddo… che disdegnate tanto la passione, volete fare questo sacrificio?… Chi vi ha persuaso?… chi vi ha vinto?…
– Perchè voi mi avete detto che non vi è altro mezzo di salvarvi; perchè Stella Martini mi ha scritto che debbo salvarvi, perchè io stesso sento che debbo salvarvi così.
– Per pietà, dunque, volete far questo? – domandò Anna, ansando.
– Lo avete detto – rispose evasivamente lui, non volendo ripetere la dura parola.
– Che Dio vi benedica, per la pietà vostra – ella disse, umilmente incrociando le mani, come se pregasse.
Un silenzio profondo regnò. Egli stava col capo abbassato, pensando, aspettando che ella parlasse: ella guardava il cielo, quasi che in esso volesse leggere il motto del suo destino. Ma nel suo cuore e nella sua mente, ma dalle sfere spirituali e dal divino paesaggio, intorno, ella non udiva altro che un motto solo.
– Ebbene, che dite?
– Perchè mi domandate ancora? – diss’ella, semplicemente. – Io vi amo e senza voi mi aspetta la morte. Tutto è meglio della morte, tutto; e voi siete la vita.
– Siate dunque la mia sposa e la mia amica – egli disse risolutamente.
– Grazie, amore – e piegò le ginocchia come innanzi al suo Dio.
. . . . . . . . . . . . .
Quando egli si fu allontanato, ella, devotamente, si chinò a baciare il muretto del terrazzo, dove si era appoggiata, parlandogli: si chinò a baciare la spalliera della seggiola rustica, ove egli aveva appoggiato il suo capo; poi dai grandi vasi che giravano intorno intorno alla loggia, e che vi formavano dei boschetti, colse tutti i fiori, tutte le rose, tutti i gelsomini, tutte le passiflore, tutte le gaggie, e l’odorosa menta, e i fiammanti geranii, e le sottili felci fiorite: un grande fascio di fiori che ella si strinse al seno, teneramente, poichè quei fiori avevano udito il loro colloquio. Prima di rientrare in casa, salutò ancora una volta, coi brillanti occhi pieni della suprema felicità, il gran paesaggio del mare, del cielo e quell’immenso candore che pioveva dalla luna: e attraversò l’appartamento, cercando qualcuno cui parlare. Ma in casa, tutti dormivano: e la sola cameriera che attendeva il ritorno di Laura e di Stella, dal ballo, sonnecchiava in anticamera. Anna si vide tutta sola e il cuore le scoppiava di dolcezza! Allora tacitamente, attraversando la casa, bianca ombra leggiadra, trovando la sua strada al chiarore del raggio lunare che penetrava da tutte le finestre, ella giunse innanzi alla porta della stanza di sua madre, vi mise la chiave nella serratura e la schiuse. Un’oscurità profonda vi regnava: ma Anna, assetata di luce, andò alla finestra, al balcone, e li aperse lasciando che la morbida luce plenilunare vi entrasse. E lo smorto azzurro del raso, nelle tende, nei parati, nei mobili, a quel chiarore argenteo, diventò bianco, simile al vestito candido di una sposa: e i merletti antichi ingialliti dal tempo, apparvero bianchi come una spuma, e fin la spera dello specchio scintillò, quasi vi fosse battuto sopra il raggio del sole. Era dunque, tutto intorno ad Anna, un candore ed una dolcezza che la struggevano di emozione: le cose conservanti il ricordo, il profumo di sua madre, sembravano tenderle le braccia maternamente.
Ella fece il giro della stanza materna, dove era stato il nido di un puro e profondo amore che solo la morte aveva infranto e che, forse, neppure la morte aveva infranto; ella si fermò a ogni mobile dove, certo, la mano, la fronte di sua madre si era appoggiata e la sua mano ne carezzò il legno, il metallo, quasi fosse la benamata fronte materna; ella si sedette, un momento, innanzi alla piccola scrivania dove, certo, sua madre si era seduta a leggere, a scrivere, a pensare; e nascosta la faccia tra i fiori colti sulla terrazza, tra i fiori testimoni dell’amor suo, anche ella pensò: e la tenerezza delle cose ambienti la invase sempre più, come in un’onda di affetto benedicente. L’ora della notte era avanzata e la luna era ormai altissima sul cielo, ma il suo chiarore sembrava più puro, più limpidamente luminoso, entrando dalle finestre spalancate. Anna si levò e restò ferma in mezzo alla stanza, tutta penetrata da una letificante sensazione: spalancava bene gli occhi per veder meglio, e la bocca le si schiudeva a un sorriso profondo, intimo. A un tratto, innanzi a sè, sul bianco capezzale guarnito di merletti, le sembrò di scorgere un delicato volto ovale e due occhi neri, pensosi, dolci, che la carezzavano, guardandola. Ella tremò, dalla testa ai piedi, a quella visione, fece tre passi e cadde con le braccia tese verso quel capezzale dicendo:
– O mamma, mamma, voi avreste fatto così.

FINE DELLA PRIMA PARTE.

PARTE SECONDA

I.

Avvolta nella rosea vestaglia di morbida lana, dal gran colletto aperto e arrovesciato alla marinara, che lasciava nudo il bel collo rotondo e pallido di un pallor caldo come l’avorio, dalle grandi maniche monacali che lasciavano vedere i bei polsi rotondi e pallidi e il principio delle nude e perfette braccia, coi capelli neri rialzati sul sommo della testa, in un grosso nodo forte, con tre o quattro forcinelle di bionda tartaruga, con la fronte scoperta e la nuca scoperta, coi neri occhi nuotanti in un fluido di giovinezza e d’amore, Anna schiuse la porta della sua stanza. Aveva guardato l’ora ad un orologetto da tavolino, incappucciato di velluto azzurro e sottilmente fregiato di argento, che Cesare le aveva donato nel suo viaggio di nozze e che ella non lasciava mai: erano già le undici. Nella sua stanza entrava il sole di aprile, vivido, lieto, vivificando il chiarore tenue delle stoffe chiare, e infiammando tutti i punti metallici della coppa di bronzo ove essa gittava, la sera, i suoi gioielli, della lampada di antico ferro battuto veneziano che pendeva dal soffitto, della cornice di argento del suo grande specchio, dando una vitalità ai miosotidi larghi, quasi mostruosi, che azzurreggiavano sul tappeto dal fondo bianco. Erano le undici, e sua sorella Laura, dall’altro lato dell’appartamento dove occupava due o tre stanze con Stella Martini, le aveva mandato a chiedere a che ora si sarebbe andato al Campo di Marte: Anna le aveva fatto rispondere dalla cameriera, che, certo, la partenza sarebbe stata subito dopo mezzogiorno e che si preparasse, intanto. Per un momento, era restata in piedi, in mezzo alla stanza, indecisa se andare dove i piedi sottili, inarcati nelle pianelle nere ricamate di perle nere, la solevano portare, quasi involontariamente. Poi aveva schiusa la porta. Un breve corridoio separava la sua stanza da quella di suo marito: ma la stanza di suo marito aveva anche un’altra porta, sopra un salotto, per cui egli poteva uscire dalla sua camera e dalla casa, senza che ella lo sapesse, senza che neppure ella ne udisse il passo. Quel breve spazio fu percorso da lei, con una certa lentezza: e si fermò innanzi alla porta chiusa, non ad origliare, ma come se non osasse ancora di bussare. Infine, pian piano, con le nocche delle dita, ella bussò due volte. Vi fu un minuto di silenzio, dentro. Giammai ella avrebbe osato di bussare la seconda volta, pentendosi già di esser venuta ad annoiare il suo signore e padrone. Ma una voce fredda, quieta, di dentro, chiese:
– Chi è?
– Sono io, Cesare – disse ella, piegandosi, quasi a metter le parole nella serratura.
– Aspetta un minuto, scusa.
Pazientemente, con la bella mano gemmata distesa e appoggiata sulla maniglia, con lo strascico della rosea vestaglia che le si ammucchiava intorno ai piedi, ella attese. Egli non la lasciava mai entrare immediatamente, quando ella andava a bussare a quella porta, quasi gli piacesse di prolungare e di domare così l’impazienza di colei che aspettava. Infatti, dopo un minuto, egli venne ad aprire, già pronto per andare al Campo di Marte, nel perfetto vestito del gentiluomo amatore delle corse.
– Oh cara donna – egli disse, inchinandosi con una fine galanteria, che regolava tutte le sue parole e i suoi gesti, quando si dirigeva a una signora – non sei ancora vestita?
E nel dir questo, la guardava, con quell’occhio di sagace ammirazione che egli aveva, innanzi alla bellezza e alla simpatia femminile. Ed essa era così giovane, fresca, vivida, con quelle belle braccia nude uscenti come fiori dalle larghe maniche claustrali, con quel bel collo rotondo uscente dal grande colletto arrovesciato, con quei piedi sottili nelle pianelle nere, che egli la prese per mano, attirandola a sè, e la baciò sulle labbra. Un solo bacio: ma gli occhi di lei balenarono dolcemente e le rosse labbra restarono schiuse. Egli si era tornato a sdraiare nella sua poltrona, vicino alla sua scrivania e fumava una delle sue sigarette; la gran camera da scapolo che egli occupava, portava in tutto il suo mobilio scuro, austero e pure elegante, quel profumo di sigaretta di cui s’impregnano gli ambienti, dove vivono i fumatori solitarii. Anna si era seduta in bilico, sul bracciuolo di un seggiolone di cuoio di Cordova, e dondolava un piede sospeso, battendo nello strascico della vestaglia che pendeva: e guardava intorno, sempre meravigliata di quella vasta stanza un po’ triste, nelle sue felpe color oliva, nelle sue armi, nelle sue librerie dove anche i libri, pochi libri, avevano una legatura, bruna, mentre, qua e là, il biancore di un avorio scolpito, la nota vivace di una cravatta, si rilevavano, e nell’aria fluttuava il profumo della sigaretta. Il letto lungo e stretto, dalla spalliera anteriore di legno scolpito, non aveva spalliera posteriore, e una antica coltre di broccato cadeva sino sullo scalino, coprendolo, confondendosi con certi antichi tappeti di Smirne, che Cesare Dias aveva riportati da un suo viaggio in Oriente. Sulla spalliera bruna, intagliata alla maniera del Cinquecento, vi era un grande crocifisso di avorio, vecchia opera d’arte, ingiallito; e tutto ciò dava un’aria severa alla stanza, dove l’uomo mondano, l’uomo galante parea riprendesse tutta l’austerità delle ore di riflessione nella solitudine, nelle ore in cui la coscienza riprende il disopra e dice che la vita è anche, e sovra tutto, una cosa seria. Anche la scrivania aveva pochi ninnoli: ma i suoi profondi cassetti, sempre chiusi, dovean contenere lunghi e bizzarri segreti, certamente.
Ella li aveva spesso guardati, quei profondi cassetti, con l’occhio fisso e ardente di chi vuole penetrare l’intima essenza delle cose; ma non aveva neanche il coraggio di accostarvisi, temendone il segreto. Solo, ogni giorno, quando suo marito era uscito, dopo colazione, ella metteva nel bel vaso giapponese di Satzuma, nella cui creta teneramente gialla correvano degli smorti fili d’oro, un mazzolino di fiori freschi, odoranti, e la grande scrivania austera ne era giovenilmente poetizzata. Egli aveva, a proposito di questi fiori, quella indifferenza sua consueta: talvolta, ne prendeva uno e lo portava all’occhiello una giornata, talvolta aveva l’aria di non accorgersene, per una settimana, e le giunchiglie succedevano alle viole, nel bel vaso di Satzuma dove strani disegni si pingeano, le rose prendeano il posto della reseda, senza che Cesare li degnasse di uno sguardo. Quella mattina, però, portava all’occhiello un bocciolo di rosa thea, un po’ appassito, preso dal solito mazzolino: ed ella, teneramente, aveva sorriso, vedendo quel fiore.
– A che ora si va alle corse? – ella domandò, risovvenendosi della ragione per cui era venuta in quella stanza.
– Fra un’oretta – egli rispose, levando gli occhi da un taccuino, dove segnava qualche cifra, con una matita.
– Tu vieni con noi, è vero? – ella soggiunse, con una certa ansietà.
– … sì. Avremo l’aria di un’arca di Noè… Quasi quasi me ne andrei con Giulio, sullo stage.
– No, no, vieni con noi… – ella mormorò. – Lassù te ne andrai… dove vorrai…
– Naturalmente – egli disse, mettendo ancora una cifra sul taccuino.
Ella lo guardava, con gli occhi balenanti di dolcezza, con la bocca schiusa, arrovesciata di fianco sul seggiolone antico, incantevole di gioventù e di seduzione. Ma egli continuava i suoi calcoli di probabilità sul cavallo outsider, e non vi badava. Solo le disse:
– Non vai a vestirti?
– Sì… sì – ella rispose, piano.
E, lentamente, scivolò dal seggiolone, se ne andò lentamente, trascinando i piedini sottili che non volevano partire, trascinando il roseo lembo della vestaglia.
Ma nell’uscire da quella camera, il cui profumo acuto di sigaretta aveva il potere di carezzarle il cervello più del mite olezzo di un fiore, non si distaccò da quello che era l’elemento essenziale del suo pensiero e di ogni sua vitale azione. Mentre la cameriera l’aiutava a indossare il suo vestito da corse, di lana color nocciuola, una grossa lana chiara di gusto assolutamente inglese, ella dubitava che gli sarebbe piaciuta, non osando mai chiedere quali fossero i suoi gusti, cercando d’indovinare; prima di vestirsi, Anna si assicurò al collo il reliquiario antico, di argento, sospeso a una catenella, dove ella, in vece di una sacra reliquia, portava, minutamente piegati, i soli due bigliettini d’amore che egli le avesse scritti e che l’avevano resa così infelice quando li aveva ricevuti; e andando e venendo, nella sua camera, sempre più calda pel sole primaverile, ella dava ogni tanto un’occhiata al piccolo ritratto di Cesare, chiuso nella sua cornicetta di platino, sopra un tavolinetto da scrivere. Ella portava al braccio destro sei cerchiolini sottili di oro, con una perla sospesa a ogni cerchio e, sopra ogni cerchio, incisa una lettera del nome di Cesare, e mentre la mano destra era fulgente di anelli gemmati, la bianca mano sinistra si gloriava solo, nel suo anulare, del cerchio di oro coniugale.
Quando ebbe aggiustato la veletta quasi invisibile al cappellino inglese di feltro, adorno di ali di rondinelle, ella si guardò nello specchio e restò indecisa: non gli sarebbe piaciuta, in quel vestito così semplice, certo troppo semplice, degno di una passeggiata a piedi, di mattino. E subito, la porta si schiuse e Laura comparve. Era vestita, come sempre, di bianco e la molle lana si adattava al corpo, con un insieme di grazia e di candore: il suo gran cappello era coperto di piume bianche, volitanti al menomo soffio, e nelle mani un fascio di rose thea fresche, bellissime.
– Oh quanto sei cara! – esclamò Anna. – E chi ti ha dato queste belle rose?
– Cesare – disse la sorella, con la sua voce armoniosa.
– Dammene una, dammela – disse, stendendo le mani.
Se la passò, dolcemente, all’occhiello del vestito, tutta felice di quel fiore che egli aveva portato in casa e donato a sua sorella. Laura, in quell’anno del matrimonio di Anna, si era completata nel suo tipo, fine, delicata e luminosa negli occhi, mentre l’aureola bionda dei suoi capelli, sulla fronte e sulle tempia, sembrava tutta scintillante di oro. Ella aveva accettato il matrimonio di Anna senza gioia; giammai, aveva espresso la sua opinione in proposito; ma spesso aveva sorriso, con quel sorriso bizzarramente scettico, su quelle labbra rosee di fanciulla innocente; ma spesso, dicendo una frase, una delle sue brevi frasi, aveva vibrato nella sua voce l’ironia di chi molto pensa e poco dice; ma la sua serenità, adesso, sembrava un fatto tutto materiale, poichè, talvolta, gli occhi le si velavano di un lungo pensiero che giammai, giammai trovava la parola per esprimersi. Quando Stella, gli amici, le amiche, quando la stessa Anna le diceano che era tempo di maritarsi, ormai, ella aveva un lieve moto di spalle, così sprezzante, che nessuno gliene continuava a parlare: e quando, una volta, gliene parlò, scherzando, Cesare Dias, ella dette in una risata così offensiva per il matrimonio e per l’amore, una risata così sanguinosa nella sua limpidità, che egli la guardò con un’ammirazione profonda, e non gliene disse più nulla. Però Anna, quando per poco si levava il suo eterno pensiero, osservava sua sorella e le pareva, per un senso di delicatezza, di non dover mostrare troppo l’amore per Cesare. Le pareva di essere un’egoista, non essendo mai giunta a vincere il cuore della propria sorella e ad ottenerne la confidenza: le pareva di aver troppo pensato a se stessa, al proprio amore, esclusiva, acciecata, presa da una sola passione dominante. Vivevano nel medesimo grande appartamento, in piazza Vittoria, dopo il matrimonio: ma Laura e Stella erano a un capo della casa e spesso si vedevano solo nell’ora del pranzo, e a teatro: ed Anna badava allora molto a non dar segno di passione, esagerando la sua delicatezza, perchè in fondo ella sentiva che Laura aveva visto male tutto quello che ella aveva fatto, dall’amore per Giustino, alla passione per Cesare Dias e al suo matrimonio. Non ne avevano mai detto una parola, insieme; ma Anna sentiva che era un giudice severo per quanto taciturno. Però le relazioni erano diventate più familiari fra Cesare e Laura, si davano del tu ed egli non mancava mai di trattarla con quella cortese galanteria, che le donne belle e giovani gli ispiravano sempre, e una cordialità, spesso, migliorava questa cortesia. Ma tutti dicevano che Laura ormai si doveva maritare: salvo, che ella non ne voleva udir a parlare.
– Quando l’hai visto, Cesare? – domandò Anna prendendo il taccuino di seta su cui era ricamato Anna Dias, di traverso, e cercando l’ombrellino.
– Non l’ho visto: mi ha mandato questi fiori in camera.
– È buono, Cesare – disse Anna, guardandone il ritratto.
– Buono – ripetette la sorella, facendo da eco.
Se ne andarono nel salone, aspettando Cesare, per uscire. Egli venne con un certo ritardo, infilandosi i guanti, un po’ annoiato di questa uscita in famiglia e per la prima volta alle corse, quando vi era sempre andato da scapolo, sopra lo stage di qualche amico o in phaéton, solo, per poi raggiungere la sua comitiva al Campo. Tutte le rappresentazioni familiari lo seccavano segretamente: e non tanto segretamente, che non trapelasse un po’ del suo malumore.
– Ah ecco la leggiadra Minerva – disse vedendo Laura. – Come stiamo bene! Un vestito primaverile, bene, bene. Andiamo ora.
Anna anche attendeva la sua parola, ma non l’ebbe. Cesare aveva visto l’abito di lana nocciuola, ma non lo aveva trovato degno di attenzione. Per un momento tutta la poesia della calda mattinata di aprile si ottenebrò agli occhi rattristati di Anna ed ella discese le scale a rilento. Ma fuori era così piena di luce e di gaiezza la città, e le vie erano così affollate di pedoni e di equipaggi, e i balconi erano così pieni di donne in vestiti chiari, dai grandi ombrellini foderati in rosso, e tale scintillio di atomi era nell’aria, che Anna pensò di prender in pazienza il suo errore, per quel suo brutto vestito. Laura era rosea sotto la falda bianca del cappello, le sue piume volitavano dolcemente, il fascio delle rose thea le posava sulle ginocchia; e infine, Anna era felice che sua sorella fosse così bella e che tutti si voltassero a guardarla con ammirazione.
– Avremo un caldo del diavolo – disse Cesare, quando l’equipaggio imboccò Toledo, dove la folla si assiepava, per veder passare le carrozze.
– Le tribune sono coperte: ci metteremo a un buon posto – disse Anna.
– Ah… io vi lascio, lassù – ripetè lui, ancora una volta, poichè era il suo pensiero fìsso, di terminare quella scena di famiglia, marito, moglie e cognatina – tanto più – soggiunse, per temperare la scortese premura, con cui aveva annunziata la sua prossima fuga – che debbo lasciare il campo libero agli spasimanti di Laura. Io dò soggezione, perchè sono vecchio.
Laura sorrise.
– Così, Anna, ti lascerò ai tuoi doveri materni. Ti raccomando specialmente Luigi Caracciolo… specialmente…
– Che vuoi dire? – domandò Anna preoccupata.
– Nulla, cara.
– Credevo… – ella mormorò senza finire.
Le scappellate, i saluti, i sorrisi piovevan da tutte le parti. Una quantità di conoscenze s’incontravano a piedi, in carrozza: e Cesare internamente si seccava di quel terzo posto coniugale, volgare, che egli occupava: e salutava con un segreto rimpianto i lieti stages dalle cornette suonanti, che passavano, carichi di gentiluomini e di signore.
Ma il rimpianto più forte fu quando passò, accanto alla daumont coniugale di Cesare Dias, lo stage di Giulio Carafa, elegantissimo, su cui, accanto al brioso e corretto guidatore dei quattro morelli, sedeva la contessa d’Alemagna. La snella bruna dagli occhi azzurri si era vestita primaverilmente, di molle seta gialla pallidissima, coperta da un grande e lieve mantello di merletto bianco, che temperava anche più la tenerezza di colore di quel giallo: e sul cappello largo di paglia le molte piume color crema, leggere, come una nuvola, come una spuma, volanti al ponente di primavera. La leggiadra donna portava nelle mani un fascio di lillà, delicati e profumati fiori che vivono un giorno solo nell’ardente clima meridionale, ma il cui profumo è inebbriante. Tutti i gentiluomini dello stage di Giulio Carafa fecero, passando, dei grandi saluti a Cesare Dias, e la contessa d’Alemagna sorrise, agitando il suo fascio di lillà; e il suo cuore di mondano, di uomo galante, che adora il piacere del momento, fu morso da un acuto desiderio di andar con loro nel sole, nella polvere, al trotto gaio dei quattro buoni cavalli, fra le risate di Clara d’Alemagna, che rideva, invero, divinamente facendosi invidiare dai pedoni. Si sentì, invece, così triste di essere in quella borghese e volgare carrozza di famiglia, con quella moglie che impallidiva e arrossiva a un suo sguardo, che non aveva il coraggio d’interrogarlo, che si era vestita modestamente, con una modestia inglese assai male intesa, con Laura che era carina, è vero, ma di cui egli aveva l’aria di esser padre, anzi con l’aria di un vecchio che ha sposato una giovane, e che ha adottato l’altra sorella: infelice, infine, di tutto questo! E sebbene nulla avesse detto, il suo silenzio fu immediatamente interpretato da Anna. Gli occhi le si velarono di lacrime. Egli vide anche questo: e la seccatura diventò più profonda.
– Ebbene? – egli domandò, guardandola con la sua freddezza dominatrice.
– Niente – mormorò ella voltando la testa in là, per far passare quel minuto di emozione.
Quella domanda e quella risposta equivalsero a una di quelle lunghe e tempestose spiegazioni, che accadono fra marito e moglie. Fra loro non ne accadevano giammai: tutta la loro esistenza era regolata da quel patto scambiato nella notte plenilunare, innanzi al mare di Sorrento: e se ella ne subiva le condizioni, dolorando, fremendo in ogni fibra, se quel modo di salvarla, le sembrava, ora, un mezzo di morire più lentamente, egli non aveva l’aria di accorgersene; il patto era stato sottoscritto: egli aveva mantenuto la sua parola, ella mantenesse la sua. Soltanto, quando l’intimo dolore di Anna troppo traspariva, egli trovava una parola, un tono di voce per ricondurla alla sua promessa, ed ella, immediatamente, obbediva. Erano brevissime, anzi fugaci tempeste, di cui non si vedeva che il riflesso del lampo: il tuono si allontanava nei cieli delle anime e tutto parea subito ridiventato tranquillo. Solo, lui, per la millesima volta si pentiva dell’errore commesso, e malediceva, in cuor suo, la sua generosità. A che quella debole e folle donna era stata più fine, più astuta di un uomo ragionevole e calmo come lui!
Tutta la via, fra Toledo e il Campo di Marte, fu passata in silenzio, e lo spettacolo intorno, irrorato di luce bionda, era così lieto, così bello, che giustificava anche la mancanza di discorsi. Verso il Reclusorio passò, guidando un tandem, a cui erano legati due cavalli, uno dietro l’altro, Luigi Caracciolo: egli era assai bello quel giorno, e aveva un’aria di giovinezza irresistibile, coi suoi occhi lionati e scintillanti, colla sua barbetta bionda e leggermente ricciuta, col mazzolino di violette all’occhiello, guidando con molta grazia, sopra un legnetto snello e rapido che ondeggiava a ogni passo. Malgrado che dovesse tenere ben ferme le redini dei due cavalli, passando accanto a Dias, egli salutò, con quel saluto cordiale e rispettoso insieme; che si fa alle persone non di semplice conoscenza, ma con cui si è in relazione di amicizia: il tandem fine e leggero si allontanò, nel sole, come una freccia. Anna aveva abbassato gli occhi; Laura sorrideva ancora del sorriso che aveva diretto a Luigi Caracciolo.
– Che bel giovane! – esclamò Dias con una vera ammirazione da mondano a mondano.
– Assai elegante – soggiunse Laura, che diceva sempre il suo parere sui giovanotti, liberamente.
– Ti piace, eh? – chiese con un risolino, Cesare.
– Mi piace – completò Laura, con la stessa libertà, con la stessa indifferenza.
– Peccato che non sia mai andato a genio ad Anna – soggiunse Cesare con una enigmatica ironia.
– Io detesto i bei giovani – ella rispose con una certa fierezza.
– Non saresti quella passionale donna che sei, mia cara, se non detestassi quello che tutti gli altri amano. Abbiamo una creatura passionale in famiglia, Laura – e la voce ebbe proprio un’espressione vivida di scherno.
– Già – disse la crudele sorella.
Un debole sorriso si disegnò sulle smorte labbra di Anna: e ancora una volta, nella sua fantasia, tutto il paesaggio vacillò, nell’ombra, nel freddo di una sera d’inverno. La rosa thea, che ella aveva tolta dalle rose offerte a sua sorella da Cesare, ora si sfogliava, all’occhiello del suo vestito: i petali erano caduti sul tappeto della vettura, ed ella si vergognava di raccoglierli. Ne prese uno che era caduto sulle sue ginocchia e lo nascose nell’apertura del guanto, sulla palma della mano: all’occhiello non era restato che il gambo senza foglie e senza petali. Adesso anelava di giungere al Campo di Marte, così sarebbe finita quella tortura per tutti. Guardava la campagna, fissamente, come se vi scorgesse delle cose che gli altri non vedeano; e giusto in quel momento, la strada poetica e bella che portava al Campo di Marte, rasentava la bella e poetica strada che portava a Poggioreale, al Camposanto. La voce del dolore umano che parla in tutti i cuori profondi e sentimentali, disse anche a lei, mentre si avviava a quel ritrovo di piacere, di lusso, di eleganza, la parola inconsolabile: beati i morti, beati i morti. Alla porta d’ingresso del campo delle corse, entrando trovarono ancora tre o quattro equipaggi d’amici, e chi salutava Cesare da una parte, chi dall’altra; la contessa d’Alemagna che si apprestava a scendere, anche salutò, facendo un grazioso sorriso ad Anna Dias e a Laura Acquaviva.
Debolmente, Anna sorrise: ma Laura rispose freddamente, senza sorridere.
– Non ti piace la contessa d’Alemagna? – le domandò Cesare, mentre accompagnava la moglie e la cognata alla tribuna dei soci.
– No, affatto – disse limpidamente Laura.
– Hai torto – osservò il cognato, dopo averne scrutato gli occhi chiari e sereni, con uno sguardo acuto.
– Sarà, ma mi è antipatica – insistè l’ostinata fanciulla.
– È simpatica – disse fievolmente Anna.
Adesso salivano per le scalette, alla tribuna, già piena di molte signore e di signori. Cesare trovò loro due posti, innanzi: consegnò due occhialini, alcuni mantelli e gli ombrellini, con la pazienza e la galanteria del marito napoletano. Poi sollevato, contento, disse ad Anna:
– State bene, eh?
– Benissimo – disse lei.
– Non vi occorre nulla?
– Nulla.
– Io tornerò per la terza corsa; vado a scommettere: a rivederci.
E se ne andò col suo passo elastico di uomo liberato. Anna lo vide scendere nel prato verde e allontanarsi verso il recinto del peso. D’altronde la tribuna era piena di conoscenze e la conversazione divenne generale. Come tutte le giovani spose, Anna era molto circondata: la società la conosceva ancora poco, ma un riflesso delle simpatie che godeva Cesare Dias irradiava la sua persona. La trovavano interessante, co’ suoi occhi neri e bistrati di una donna passionale, col puro ovale del volto bruno, dove la bocca rossa e fresca attraeva irresistibilmente: e mentre ella si piegava sulla ringhiera a guardare se scorgesse suo marito, vide bene che Luigi Caracciolo si dirigeva verso la tribuna delle signore, cercando di distinguere le fisonomie, volendo orientarsi, per dirigersi sicuramente. Dias era sparito, laggiù, laggiù, dove vi erano gruppi di signore e di signori, dove i bookmakers gridavano la quota.
Ma invece Luigi Caracciolo saliva alla tribuna, fermandosi a chiacchierare ora con un amico, ora in un gruppo di signore, ridendo, mostrando i bianchi denti, sviluppando tutta l’eleganza della bella e sana persona: facendo tutto questo con la disinvoltura di chi ha lo spirito tranquillo. Eppure, a un fine osservatore che avesse concentrato su lui tutta la sua attenzione, non sarebbe sfuggito che in quel suo vagabondare, egli aveva in mente un punto di arrivo, a cui tendeva pazientemente. Difatti, sempre discorrendo qua e là, scambiando saluti e sorrisi, egli attraversò la metà della tribuna e capitò, come per caso, accanto ad Anna Dias e a Laura Acquaviva.
– Cesare vi ha abbandonate? – egli chiese alle due donne in via di scherzo.
– È laggiù che scommette: tornerà presto – soggiunse subito Anna, abbassando gli occhi.
– Scommette con la contessa d’Alemagna – disse Laura con uno di quei sorrisi perversi, così contrastanti colla purità del suo volto.
– Allora non torna tanto presto – finì di dire Luigi Caracciolo, che si era adesso seduto, raggiunta la meta del suo desiderio.
Anna tacque: scherzava col suo occhialino di tartaruga, su cui scintillava il suo monogramma in brillanti, e guardava attentamente tutte le piccole e grandi manovre che accompagnano una corsa, mentre laggiù, al sole, la folla ondeggiava lietamente, ed un confuso clamore si elevava al cielo azzurro.
– Non avete mai visto le corse, è vero? – domandò Caracciolo, con la sua voce sonora e dolce, piena di una toccante armonia.
– No, non le ho mai viste – rispose Anna.
– È uno spettacolo assai noioso – disse lui arricciandosi i bei mustacchi biondi, che metteano sulla fresca bocca una nota aurea di giovinezza.
– È bello il paesaggio, la gente. – Anna rispose.
– È sempre la folla che forma la beltà di tutto – disse lui, con quella profondità d’intonazione, con cui diceva delle cose perfettamente semplici.
Laura si era disinteressata della conversazione. Aveva preso l’occhialino e guardava l’andirivieni dei soci sul prato, dalla tribuna dei soci al recinto del peso. A un tratto, disse:
– Ecco Cesare.
Infatti Dias camminava lentamente, accanto alla contessa d’Alemagna, che si portava dietro altri due cavalieri; ed ella era più bella ancora, con quel suo vestito chiaro che rasentava l’erba rada, con quell’ampio e lieve mantello di merletto che l’avvolgeva in una nuvola, con quel gran cappello, sotto il quale i suoi occhi acquistavano lo scintillio di due purissimi zaffiri orientali. E accanto a tal fiore di bellezza e di freschezza, in quel biondissimo sole che aveva preso tutto il campo di Marte, Cesare Dias pareva quel che era, ancora bello, ma consumato dall’età e dall’esistenza; pareva una maturità conscia di sè, che conservasse ancora, preziosamente, qualche attrazione della gioventù, insieme colla sapienza dell’età più avanzata. Egli parlava alla contessa con interesse, ma non troppo, con quella misura che non lo abbandonava mai, ed ella gli rispondeva chinando il capo: anche gli altri due signori prendevano parte alla conversazione. Passando sotto la tribuna, Cesare levò la testa e salutò, con un galante saluto, sua moglie e sua cognata. Anna rispose sorridendo, con quel suo sorriso di cui le era impossibile nascondere lo sforzo e la stanchezza; Laura si voltò indietro, quasi casualmente, per non rispondere. E finemente, Luigi Caracciolo, fingendo di non aver notato quel passaggio, disse ad Anna:
– Avete un graziosissimo vestito oggi: è indovinato.
– Vi pare? – chiese Anna, con uno sguardo di riconoscenza.
– Sì. Io preferisco questi abiti inglesi. Trovo che le nostre signore fanno male a vestirsi per le corse come se andassero a ballare, di estate, in un giardino: non è elegante.
E scherzando, si mise a carezzare il pomo di argento dell’ombrellino di Anna, che era appoggiato a una sedia. Lentamente la sua mano guantata carezzava l’ombrellino, sul metallo, sul bastone di ebano, sulla seta nera, come i suoi occhi carezzavano il volto della donna che guardavano, come la sua voce carezzava i nervi della donna a cui parlava. Poi, lesse il motto inciso sull’argento.
– Attendre pour atteindre… Questo è il vostro motto? – chiese ad Anna.
– Sì.
– Non ne avete avuto mai altro?
– Mai.
– È un motto sagace – osservò lui. – Difatti tutto accade a chi sa aspettare…
– Ah non tutto, non tutto – mormorò lei, malinconicamente.
E si piegò sulla ringhiera, guardando suo marito che tornava indietro sempre in compagnia della contessa d’Alemagna, di Giulio Carafa, e di Marco Paliano. Ma questa volta, tornando, Cesare Dias non levò neppure la testa a guardare la tribuna: ed Anna si rigettò indietro, pallida, silenziosa, con la bocca amara.
– Non tutto, non tutto – ripetette ancora vagamente, non vedendo e non udendo più nulla, di quello che le accadeva intorno.
Ma gli applausi scoppiavano, perchè la seconda corsa, che era d’importanza, era stata vinta dal favorito, un cavallo di scuderia napoletana: e vi era folla intorno ai bookmakers, per liquidare il valore delle scommesse.
– Cesare avrà vinto, forse; parlava sempre di Amarilli – disse Laura, che si interessava ormai totalmente del campo delle corse.
– È costume di vincere per Cesare – disse con cortesia, ma con intenzione, Luigi Caracciolo.
– Non si chiamerebbe Cesare per nulla – rispose Anna, con un moto di superbia.
– E come il divo Giulio, tutte le sue vittorie furono fatte dopo i quarant’anni, anche quelle in Alemagna.
E dopo d’aver detto quella doppia malignità, col suo bel sorriso di uomo ventottenne, abituato ai trionfi della irresistibile gioventù, egli si levò e se ne andò promettendosi in cuor suo di ritornare più tardi. Se ne andava sempre, dopo un motto spiritoso, grazioso, per lasciare di sè una certa impressione. Egli non era uno sciocco, per niente; ma tutto il talento che Dio gli aveva dato e che restava inoperoso, poichè egli era ricco, lo applicava alla soddisfazione dei suoi desiderii di amore, di piacere, di vanità. Il rifiuto di Anna, di cui egli era stato molto innamorato, lo aveva prima addolorato assai: poi gliene rimaneva un bruciore nella vanità offesa, e un continuo vivace legame di simpatia per essa, che non aveva voluto sapere di lui. Realmente, sino allora, nulla vi era di premeditato nel contegno da lui serbato, verso la giovane sposa: ma egli già applicava a lei le sue formole di giovane gentiluomo che ha il suo metodo con tutte le donne.
Ma Anna era così lontana da tutto questo! Dal giorno in cui aveva amato Cesare Dias, un velo era disceso fra lei e il mondo, e il rumore della vita, e la vita stessa arrivavano a lei come un’eco indistinta, come un vago movimento di ombre che si agitano in un sogno.
Di quella lunga e sapiente conversazione tenuta con Luigi Caracciolo, ella non si ricordava che la gentile frase che le aveva detta per il suo vestito, perchè essa rispondeva ad una delle malinconie di quella giornata: ma chiunque l’avesse detta, avrebbe avuto da lei quella gratitudine. Adesso ella si tormentava, perchè non si compiva presto la terza corsa, poco interessante; e tutti quei suoni di campanella, quei numeri issati sulle alte tabelle, su tutti i lati della pista, perchè il pubblico potesse bene leggere il numero dei cavalli che correvano, quelle bandiere che si alzavano e si abbassavano, tutto ciò le faceva una gran ridda nella fantasia, mentre ella invocava la presenza di suo marito. Intanto aveva l’aria di prendere un interesse grandissimo a quanto avveniva sulla pista; e le signore che stavano più indietro, le domandavano delle notizie che ella forniva, distrattamente, macchinalmente. A un tratto, si trovò innanzi Cesare Dias, senza che ella lo avesse veduto venire: era salito da un’altra scala.
– Ti piace tutto questo, Anna? – le chiese lui, cortesemente, per indennizzarla di quel lungo abbandono, in cui l’aveva lasciata.
– Sì, mi piace – ella rispose.
– E a te, Laura?
– Oh moltissimo – disse quella freddamente.
– Vuoi venire a vedere il recinto del peso?
– Sì – disse subito Laura, prendendo il suo originale sciallo di crespo bianco e il suo ombrellino bianco.
– Non posso condurre te – disse Cesare Dias alla moglie, che lo fissava con certi occhi desolati – perchè sarebbe ridicolo.
Ma ella non si poteva consolare così presto, dopo di aver tanto sperato la sua presenza.
– Saremmo ridicoli – replicò lui imperiosamente. – Che diamine, non siamo sempre in viaggio di nozze, per fortuna!
Mentre quei due se ne andavano, ella sentì una così orribile stretta al cuore, che le parve di morire. Per qualche tempo, con gli occhi socchiusi, tenendosi bene alla ringhiera per non cadere, non intese più nulla, perduta nel suo gran malore fisico e morale. Pure, in fondo a quella immensa confusione dolorosa, un’idea le si precisava maggiormente; ed era che suo marito aveva ragione. Ella, ella mancava al patto segnato, chiedendo, volendo, esigendo quello che egli non poteva dare, quello che egli aveva dichiarato non poterle dare, giammai. Non aveva ella vilmente, sì, vilmente acconsentito? Non aveva ella accettato quella infelice, disgraziata combinazione dove tutto di lei soffriva, l’amore, la delicatezza, l’amor proprio, la dignità?
Capiva di essere una creatura pretensiosa ed ingiusta, capiva di aver preso una mala strada, anche questa volta, e questa volta irreparabilmente; aveva torto, sempre incoerente e folle dal principio della sua vita sino alla fine. E capiva anche di appartenere a una categoria di donne che gli uomini moderni, nel loro sottile prepotente egoismo, che non vuole aver fastidi, chiamano esaltate, o, semplicemente, seccatrici; capiva bene che ella non giungeva ad ispirare a Cesare l’odio, il disprezzo, ma che l’annoiava, cosa più grottesca e più grave, nello stesso tempo. Non la sua collera, dunque, nè il suo disdegno, perchè collera e disdegno sono grandi sentimenti: era la sua noia che la feriva e la umiliava: la noia, un sentimento mediocre, latente, continuo, invincibile. Ah, non vi sono catastrofi nella vita: – così diceva Cesare, ed aveva ragione, sempre, poichè ella stessa, col suo gran dramma nel cuore, non aveva avuto catastrofe, e la risoluzione quotidiana del suo dolore era meschina e gretta. Mentre pensava tutto questo, in preda a un’amarezza senza confine, si era rigettata indietro alla ringhiera, perchè non voleva vedere più niente: ma udiva, confusamente, che laggiù si gridava allegramente, in quella caduta di bella giornata primaverile, che nel prato si chiacchierava e si rideva, e che intorno a lei, essendosi ritrovati, quasi per caso, gli uomini e le donne che si cercavano, tutti chiacchieravano a bassa voce, ad alta, tutti ridevano un poco, molto, e alcune di quelle coppie, forse, si amavano profondamente e forse il loro amore era costato loro molte lacrime; altre di quelle coppie s’incamminavano sulla via che porta alla sventura e alla morte; altre si davano alla frivolezza dei capricci di un giorno – ma tutti quanti in quella cara, soave giornata di aprile, in quell’ambiente luminoso e dolce, all’aria aperta, fra il lusso degli equipaggi e l’eleganza delle donne, nella campagna, innanzi alla nobile festa dei cavalli, si inebbriavano di gioia, ridevano, ridevano, poichè infine la vita ha poche belle ore, e il nostro cuore non deve avvelenarle.
Le signore ridevano, eccitate, con una fiammolina sulle guance già pallide, mostrando i candidi denti, ed esaltandosi lietamente delle proprie risate: le fanciulle sorridevano appena, con gli occhi umidi e lucenti, anch’esse già vinte dall’ora, piena l’anima di luce e di giovinezza: e gli uomini intorno, sentivano tutta la molteplice seduzione delle cose, il fascino irresistibile del femminile. Certamente anche laggiù, dove la bianca figura di Laura si era allontanata con Cesare Dias, la saggia e bellissima Minerva doveva sorridere e dovea certo sorridere anche lui, Cesare, lontano. Solo Anna, fra tutta quella gioia, un po’ intima, un po’ esteriore, un po’ sensuale, un po’ sentimentale, rappresentava l’anima chiusa nelle sue dolorose contemplazioni, che nulla arrivava a schiudere al sorriso; essa si sentiva sola, perduta, avendo smarrito per sempre la via della felicità. E certo, poichè è impossibile che mille persone subiscano lo stesso inganno, poichè tutta una folla non può errare, nella effusione di un sentimento, tutti coloro che godevano quell’ora, che ridevano in quell’ampia campagna verde, per la beltà delle donne e per l’effluvio della giovinezza, avean ragione di fare così, rubando la felicità all’attimo fuggente, mordendo delicatamente nel frutto della vita, assaporandone tutta la limpida dolcezza: ella sola, tormentatrice tormentata, profondava sino alle amarezze dormienti nel fondo, ed era attossicata per sempre. Che era dunque venuta a far lì, fra tutta quella gente felice o che credeva di esser felice, il che vale lo stesso, mentre la sua infelicità era inguaribile, poichè veniva dalla medesima essenza dell’anima sua? Perchè non restava nella sua casa, nella sua stanza a pregare il Signore che le cangiasse il cuore, perchè col suo cuore non avrebbe che sofferto, sempre, o fatto soffrire, sempre?
– Eccovi sola – disse, accanto a lei, la voce di Luigi Caracciolo.
Era ritornato, con quella sua arte squisita d’amore, che dava una forma artificiale a un sentimento sincero. Si sedette, anzi. Ella lo guardò trasognata, come se non lo riconoscesse.
– Sola – mormorò, poi, a se stessa.
– Che avete? – egli chiese, con la sua voce armoniosa, dove l’interesse prendeva toni assai carezzevoli.
– Che volete che io abbia? Mi annoio; e chi si annoia, sente di annoiare – disse, con un accento di malinconia, Anna.
– Annoiamoci insieme, signora Dias: deve essere divertentissimo. Io ho sempre voluto annoiarmi con voi, lo sapete.
Ella, fece un cenno, come per dire di non alludere al passato.
– Rifiutate anche adesso? Quale ostinazione!
Per non rispondergli, ella prese l’occhialino e guardò il campo delle corse.
– Giacchè mi dovete trattar così male, mandatemi via – mormorò lui, con una certa emozione nella voce.
– La tribuna è libera – ella disse torturata dal pensiero che venisse suo marito e sospettasse che ella si compiacesse a quella conversazione.
– Ma siete un Domiziano in gonnella! – esclamò lui, un po’ scherzando, un po’ addolorato. – Voi altre donne, che donne! Quando non potete soffrire un uomo, lo demolite, addirittura.
Niente, niente, ella non udiva: o udendo, non capiva. Le parole di Caracciolo le ronzavano nell’orecchio, indistintamente, e non penetravano nella sua comprensione. Egli vide bene che essa pensava ad altro: e si rammentò del tempo in cui la voleva sposare, quando non aveva mai potuto conoscere il segreto del suo passato. Anche adesso, ella si serrava nel mistero della sua passione: tutta Napoli, è vero, diceva che essa era stata per morire d’amore pel suo tutore e che costui l’aveva dovuta sposare per forza: ma gli uomini non credono mai completamente alla passione di una donna per un altr’uomo. Egli la guardava: e malgrado che non fosse molto fantastico, gli pareva di vedere in quel puro ovale di donna bruna, quelle facce umane di sfingi, di granito, lucide, impenetrabili e che pure sembrano chiudere in sè un segreto di fiamma.
– Voi siete una donna troppo alta, per me – soggiunse Caracciolo, con una sincera, ma non ingenua ammirazione; – farvi discendere al mio livello, sarebbe una cosa impossibile e anche indegna: salire io, al vostro, è semplicemente impossibile.
– V’ingannate – ella rispose, senza guardarlo, quasi rispondesse a una vaga voce della propria coscienza – io non sono un essere superiore affatto; io sono una donna, umana, terrena, come tutte le altre… più di tutte le altre…
– E allora, perchè soffrite? – chiese con un candore non finto.
– Perchè l’amore è assai amaro – ella mormorò, chiudendo gli occhi, quasi quell’immensa amarezza la soverchiasse.
– Quale amore?
– Tutto l’amore: è assai più dell’aloe, amaro più del fiele, amaro nella vita e nella morte.
Un gran movimento si fece intorno, dopo un’ultima, debole eco di applausi. Le corse di quel primo giorno erano finite. Già si formavano i gruppi per la partenza, sulle tribune semi-vuote; già in piedi, Anna cercava di vedere se suo marito giungeva; egli giunse dopo un momento, sempre dando il braccio a Laura, che era bellissima, tutta rosa nel volto scintillante, nei chiari e lucidi occhi e che odorava, continuamente, quasi nervosamente, il suo gran fascio di rose, un po’ sfiorato.
– Tu lasci tua moglie nella più orribile solitudine, Cesare – disse ridendo Luigi Caracciolo.
– Ero sicuro che saresti tornato a farle compagnia: sei tanto amico mio! – disse, ridendo, Cesare Dias, mentre tutti scendevano dalle tribune, Caracciolo dando il braccio ad Anna, Cesare dando il braccio a Laura.
– A ogni modo, non sarebbe per renderti servigio – osservò Caracciolo, inoltrandosi sempre più in quei discorsi scabrosi ed eleganti, che amano gli uomini mondani.
– Conosco la tua fede, Luigi – soggiunse ironicamente Cesare.
– Tu sei mio maestro, anche in questo – disse Luigi, inchinandosi, con una certa esagerazione di ossequio.
Le due donne non dicevano nulla, sorridendo ambedue, così, per accompagnare quella scabrosa conversazione. Anna non si dava che al conforto di aver riveduto Cesare, di andar via con lui, di portarselo a casa. Egli aveva l’aria eccitata, felice, come quella di chi aveva saputo godere dell’attimo fuggente, senza analizzarne la frivolezza e la vacuità: egli si era molto divertito, nel suo consueto ambiente, dimenticando la sottile, ma continua noia del suo matrimonio: era lieto, mostrava la sua lietezza, scherzava con Caracciolo, con Laura, finanche con Anna, il che, poi, era il colmo dell’allegrezza. Ed ella era assai contenta, di portarselo via in questo momento, stanca di quella lunga giornata vuota e tormentosa, sentendo già il calore morale dell’amata presenza, che facea dileguare dal suo spirito il freddo glaciale dell’abbandono. Fu con una certa difficoltà che trovarono la loro carrozza, ma Cesare, ormai riconciliato con l’esistenza, non s’impazientì. Caracciolo neppure cercava la sua, tranquillo, facendo il suo dovere cavalieresco fino all’ultimo: ambedue aiutarono le due signore a salire in vettura, e Cesare, senza salire, si mise ad accomodare gli scialli, gli occhialini, con la cura del marito modello, mentre scambiava qualche parola, ancora, con Caracciolo. Ambedue erano ritti presso lo sportello aperto, Caracciolo aspettando per licenziarsi. A un tratto, Cesare chiuse lo sportello e disse al cocchiere, restando egli ritto sul prato:
– Va a casa.
– Tu non vieni con noi? – domandò a bassa voce Anna.
– No. Vi è un posto, per me, sullo stage di Giulio Carafa. Arriveremo a Napoli più presto: gli stages possono trottare fuori di fila.
– Ah, è divertentissimo lo stage – disse Caracciolo, stendendo la mano a stringere quella delle due donne, per andarsene.
– Pranzeremo tardi? – chiese Anna, guardando l’orizzonte, che si scolorava nel tramonto.
– Non mi aspettate a pranzo; vado a pranzo dalla contessa d’Alemagna, con Giulio Carafa e Marco Paliano.
– Va bene – disse Anna.
Vide che Cesare Dias e Luigi Caracciolo si allontanavano avendo acceso delle sigarette. Allora, anch’essa, disse al cocchiere:
– Andiamo a casa.
Le due sorelle, durante quel lungo tragitto, non si dissero una parola. Erano abituate a rispettarsi, nelle loro ore di silenzio. Erano entrambe un po’ pallide, colpite forse dalla freschezza del tramonto dolcissimo: forse le rendeva attente e pensose quello spettacolo del ritorno dal Campo di Marte, in un bel crepuscolo primaverile; con quelle carrozze piene di gente che ancora portava sul volto i segni della felicità, in una bella giornata di sole all’aria aperta, fra le mille lusingatrici civetterie dell’amore, del capriccio: con quelle belle donne alcune coperte freddolosamente dai mantelli e sempre carine, alcune ancora tutte accaldate e tutte vibranti, malgrado l’ora calante; con quel senso di piccola ebbrezza spirituale e sensuale che era in fondo agli occhi di tutti, anche a quelli che si erano leggermente annoiati sul principio, e che avevano finito per subire l’ambiente. Per le vie era una folla immensa popolana e borghese, che si fa una festa di questo spettacolo del ritorno; e su per i balconi, in fila, un’altra folla ondeggiava curiosa, un po’ eccitata anch’essa, da tanti colori, da tanti volti, dal continuo flutto di carrozze che scendeva verso il centro della città, dallo schiocco delle fruste, dal rullìo degli eleganti stages, dal suono delle cornette sempre vivaci. I nomi dei guidatori, delle signore, il prezzo degli equipaggi, delle carrozze, correva di bocca in bocca, ammirato, commentato variamente, ma sempre bonariamente, poichè la folla napoletana non ha mai astio contro il ricco e adora lo spettacolo del lusso. L’equipaggio dove erano Anna Dias e Laura Acquaviva andava fra questo ultimo delicato e delizioso trionfo di una primavera naturale e umana.
Le due sorelle, taciturne, serie, parea che nulla più vedessero del dolce e vivido spettacolo che le circondava. All’altezza di via Foria, Anna si chinò e prese un mantello cercando d’indossarlo.
– Hai freddo? – domandò brevemente Laura, aiutandola.
– Sì – disse Anna.
Anche Laura si avvolse strettamente nel suo bizzarro scialle di crespo bianco: aveva freddo anche lei, pallidissima, con certi occhi dove si approfondiva un ignoto pensiero. Il tandem di Luigi Caracciolo, guidato con infinita grazia dal biondo giovinotto, sorpassò il loro equipaggio, filando lietamente verso Toledo: ma Caracciolo perdette il suo saluto, soltanto Laura lo vide e gli rispose. Quando le due sorelle giunsero in piazza S. Ferdinando, Anna disse a Laura:
– Vuoi fare ancora un giro? – e la voce quasi le mancava.
– No, – disse la fanciulla seccamente – torniamo a casa.
Quando giunsero in piazza Vittoria, innanzi alla loro casa, si accendevano i lumi, per le vie, e le più fini tinte di viole salivano dalla terra al cielo, dietro la collina del Vomero e quella di Posillipo: i lampioni avevano una fioca fiammella, in quel bigio soave della sera; la gran palma del giardino nella piazza, stava immobile, e non un soffio muoveva le sue ricchissime foglie. Anna saliva lentamente le scale di casa, appoggiandosi al cordone rosso che passava fra gli anelli di ottone: ella si fermava a ogni scalino quasi le mancasse il respiro: Laura che andava innanzi si attardava ad aspettarla.
– Ci vediamo a pranzo – mormorò Laura, nell’anticamera, dividendosi da lei, per andarsene nel suo appartamento.
– Non vengo, ho mal di capo – rispose Anna che non ne poteva più.
Finalmente sola. Nella propria stanza, strappò dalla testa il cappello, lacerandone la veletta, le caddero in terra l’ombrello, il piccolo taccuino, il fazzoletto: ella si buttò in una poltrona, in una crisi di singhiozzi e di lacrime. Dal piccolo tavolino, a capo letto, nel suo ritratto, Cesare parea che beffardamente sorridesse ai fiori che gli erano offerti innanzi, come se egli fosse la Madonna. Levando gli occhi, ella fissò la bella e nobile figura che gli anni avevano sfiorito, ma che parea si ridesse dell’amore e della vita. Quella vista fece nuovamente sussultare il suo cuore in un impeto di passione, e prendendo il ritratto, e baciandolo, e bagnandolo delle sue lacrime ella esclamava continuamente:
– Amor mio, amor mio, perchè mi fate questo? Ah io non so che amarvi, e voi mi uccidete!
Le ore passarono, sul suo capo, senza che ella se ne accorgesse; erano venuti a chiederle se volesse dei lumi; aveva risposto di no, desiderando che la grande ombra le si addensasse intorno. Ma sul tardi, un bagliore le ferì gli occhi. Una figura alta e bianca, che riparava con la bianca mano la fìammella di una candela, le apparve. Il volto di Laura era perciò rischiarato di basso in alto e sembrava così tramutato, che spalancando gli occhi, Anna appena la riconobbe, uscendo dal suo letargo. La sorella posò il lume e si piegò verso lei. Allora soltanto e per la prima volta nella vita Anna vide che gli occhi di Laura erano velati di lagrime: e invece di ricevere conforto da Laura, fu ella che le chiese, desolatamente:
– Tu piangi, tu? E perchè piangi?
– Così – disse l’altra, con un gesto largo.
E insieme, piansero.

II

In quel giorno, rientrando, verso le sei, Cesare Dias aveva portato a casa un grande buon umore. Durante il pranzo, egli aveva trovato tutto eccellente, mentre il segnale della sua seccatura, era sempre di trovare il pranzo cattivo: e aveva mangiato di buon appetito, narrando una quantità di storielle, che egli riserbava per le sue buone giornate. Aveva scherzato con Laura, con Anna, aveva persino fatto i complimenti a sua moglie, per una elegante vestaglia, che ella metteva quel giorno, la prima volta. Infine la sua allegria si era comunicata anche alle due donne, che si mettevano subito all’unisono con lui. Anna lo guardava con quei suoi occhi umili e teneri, che non si sapevano staccare da Cesare, attirati da un fascino amoroso: e ogni volta che egli sorrideva, macchinalmente sorrideva anch’essa per riflesso, quasi che ormai non vivesse più di vita propria.
Laura, è vero, parlava poco, ma tutta la sua fisonomia conservava quella vivacità, quell’animazione che ne aveva rinnovellata l’espressione, da qualche tempo: ed ella approvava, chinando il capo, quello che diceva Cesare. Dopo pranzo, quasi tutti passarono nel salotto di Anna: era una serata pari del mese, e la signora Dias riceveva qualche visita, in quella serata, qualche amico, così, alla spicciolata, tanto per avere il pretesto di restare in casa, – ella ormai rifuggiva dai pubblici ritrovi dove non si sentiva intonata con la frivola gaiezza delle persone del suo mondo. E vedendo tanti fiori odorosi, sparsi un po’ dappertutto – era il giugno, giusto un anno dopo il loro colloquio di Sorrento – vedendo il samowar d’argento sopra il tavolino, egli domandò:
– Hai gente, stasera, Anna?
– Qualcuno: forse nessuno.
– Ah ecco, perciò ti sei fatta così bella!
– L’avevi presa per te, quella vestaglia, Cesare? – disse scherzando Laura.
– Sono un po’ presuntuoso; tutti i presuntuosi hanno delle grandi delusioni. Scommetto che viene Luigi Caracciolo, il tuo fedelone…
– Ma… non lo so – disse Anna, con indifferenza.
– Finge, Anna – continuò a scherzare Laura.
– Finge, finge; – ripetette, ridendo, Cesare – ci giurerei, che la ostinata fedeltà di Caracciolo ti ha commossa. È ammirabile; ti ama da un centinaio di anni, mi pare…
– Oh Cesare, non scherzare così! – supplicò Anna, messa alla tortura.
– Lo vedi, Laura, ci si turba.
– Si turba; è vero… – confermò Laura.
– Siete due cattivi – mormorò ella, candidamente. Erano aggruppati in un cantuccio del salotto, dove intorno alla sedia lunga di riposo, di raso nero a bottoni gialli cui soleva mettersi Anna, erano tante sedie e sedioline, e sgabelli, e tavolinetti, e una gran fioriera, alle spalle; Cesare stava sdraiato in una poltrona, col capo arrovesciato, con la cera beata di chi ha ben pranzato e di chi sta digerendo tranquillamente, in un perfetto equilibrio di stomaco: Laura sopra una sediolina bassa, giuocava coi fiocchi di seta bianca del cordone che le stringeva alla vita, il suo abito bianco, un po’ monacale: e Anna, seduta sulla sua sedia di riposo, con lo strascico di raso lillà ammucchiato intorno ai piedi, e mordicchiando il gambo di un fiore, cercava di dominare un po’ l’inquietudine nervosa. Cesare, adesso, aveva aperta la scatola di argento russo, dove conservava le sue sottili sigarette, e ne aveva offerte, per ischerzo, alle due donne.
– Io non fumo, lo sai – disse Laura.
– Perchè non impari?
– Il fumo fa male ai denti – e mostrò i suoi, che scintillavano, simili a quelli di Beatrice, nella novella di Edgardo Poë.
– Hai ragione, bella Minerva. Fuma tu, allora, Anna…
– Neanche io, fumo – diss’ella, con un dolce sorriso.
– Devi imparare, tu: ti sta bene, sei bruna, hai il tipo spagnuolo e il papelitos completerebbe la tua figura.
– Imparerò, Cesare – aderì ella, vinta subito.
– Tanto più che il fumo calma i nervi. Non puoi credere che effetto di stupefazione. Niente è meglio, per calmare i piccoli dolori…
– Dammi una sigaretta, allora – diss’ella immediatamente.
– Hai dei piccoli dolori?
– Chissà! – disse ella, buttando via la sigaretta.
– Tu non hai piccoli dolori, Laura? – chiese Cesare.
– Nè piccoli, nè grandi.
– Chi si può vantare di non aver mai pianto? – disse Anna, col suo accento malinconico.
– Se sprofondiamo nel sentimento, me ne vado un’ora prima…
– No, no, non te ne andare – pregò Anna.
– Ti faccio osservare, che dobbiamo passare tutta la vita insieme – disse ironicamente Cesare, scuotendo la cenere della sua sigaretta.
– Tutta la vita e più in là – Anna disse, pensando.
– Anche più in là? La cosa diventa grave. Ci penserò, mentre mi vesto, questa sera.
– Dove vai? – e la moglie pareva distratta, facendo questa domanda.
– In giro – disse egli levandosi senz’altro.
– Perchè non resti? – osò pregare lei.
– Non posso: debbo andare in giro.
– Ritorni presto, almeno? – ribattè ella, avendo dimenticata la presenza della sorella.
– …presto sì – concluse Cesare, dopo una brevissima esitazione.
– Ti aspetto, Cesare – disse Anna, insistendo.
– Sì, sì… buona sera.
Era partito. Laura aveva udito questo dialogo, con occhi socchiusi e mordendosi le labbra, come faceva da qualche tempo: non aveva detto nulla. Quando sua sorella e suo cognato scambiavano qualche parola affettuosa – veramente Cesare non faceva che rispondere alle affettuosità di Anna – ella assumeva quel suo contegno di statua, che non sente, non ode, non vede: oppure, scivolava fuori della stanza, senza far rumore. Spesso, Anna sorprendeva sulle labbra di Laura quel riso beffardo che era l’antitesi del suo purissimo volto, l’ironia di una vergine glaciale, che non ignora la falsità e la vacuità dell’amore. Quella sera, quando Cesare fu andato via, le due sorelle restarono ancora insieme, qualche minuto: ma troppo le anime loro erano assorbite in un profondo pensiero, perchè la più semplice conversazione potesse annodarsi. Anna si era sdraiata sulla sua sedia di riposo, da cui lo strascico di raso lillà pendeva per terra; e appoggiava la bruna testa, a cui i nerissimi capelli formavano un casco alla guerriera, alle due mani congiunte, guardando il soffitto. Laura teneva il suo posto nella sediolina bassa, chinato il capo, annodando, snodando, riannodando i cordoni della sua veste bianca, talvolta tirandone i capi, quasi volendoli spezzare.
– Me ne vado: buona sera – disse a un tratto.
– Perchè te ne vai, Laura? – chiese Anna, uscendo dai suoi pensieri.
– Sarebbe inutile restare: ora verrà gente.
– Appunto per questo: mi aiuterai a sopportare le visite.
– Oh, è fatica superiore alle mie forze – soggiunse freddamente la bionda e bellissima Minerva. – Eppoi… vengono a trovar te, mia cara.
– Ti mariterai anche tu! – disse scherzosamente Anna, che era ancora di buonumore, per il buonumore di Cesare, per la promessa di ritornar presto che Cesare le aveva fatta.
– Chissà! buona sera – e si levò per andarsene.
– Ma che fai ora?
– Leggo un poco: poi dormo.
– E che leggi?
– Le mot de l’enigme, della signorina Paolina Craven.
– Un romanzo mistico? ti vuoi far monaca?
– Chissà! Buona sera.
Anche Anna aveva preso un libro, dopo partita Laura. Era l’Adolphe di Beniamino Constant, che aveva trovato, un giorno, sulla scrivania di suo marito, e dalle cui fredde eppure ardenti pagine usciva il fascino delle storie vere, sgorgate dal cuore in un solo e straziante grido di dolore. Anna aveva letta la storia di quell’atroce impotenza spirituale, due o tre volte: ne ricominciava ancora la lettura, attratta bizzarramente. Ma non lesse a lungo. Due o tre visite vennero: la marchesa Sibilia sua zia, accompagnata da Gaetano Althan, che aveva la predilezione di accompagnar sempre le vecchie; il commendatore Gabriele Mari, un vecchio sessantenne e poi il principe di Gioioza, il bel calabrese della Calabria di Reggio, la Calabria azzurra, un gentiluomo finissimo e intelligente. La conversazione, naturalmente, ebbe quel miscuglio di frivolezza e di serietà che hanno sempre questi piccoli circoli, dove si tiene a non esser troppo gravi e si vuol avere l’aria di essere paradossali. Anna, per lo più, non faceva che prestarsi gentilmente, con un movimento tutto esteriore del suo spirito: ma quella sera trattenne di più i suoi visitatori, poichè voleva non accorgersi troppo delle ore che dovevano passare, sino al ritorno di Cesare; li trattenne, con una repressa letizia, poichè aveva in cuore una divina speranza. Quando il principe di Gioioza, restato ultimo, se ne fu andato, erano le undici passate.
– Non verrà più nessuno – ella pensò.
Ma talvolta, qualche amico passava per piazza Vittoria, tornando dal San Carlo, o da qualche circolo, e vedendo le finestre dell’appartamento illuminate, saliva a passar mezz’ora presso la signora Dias. Ella non era precisamente alla moda, poichè non era entrata ancora nel turbine mondano: però aveva intorno non so quale indefinita aureola di romanzo, una storia poco conosciuta, e che aveva tutte le seduzioni del mistero: tutti, poi, sapevano che ella aveva amato Cesare Dias sino a volerne morire, tutti sapevano che egli aveva rinunciato al suo dolcissimo celibato, per questa passione che aveva ispirata. E queste leggende danno sempre un carattere di simpatia strana alle loro eroine: così, malgrado non fosse una regina alla moda, Anna Dias aveva già un gruppo di conoscenze, che avean per lei quella cordialità amichevole, che le relazioni mondane consentono.
– È tardi: non verrà più nessuno – pensò ella di nuovo.
Ma s’ingannava. Il servo annunziò Luigi Caracciolo, e il bel giovane entrò, con la sua correttezza inglese che temperava la vivacità della sua bionda gioventù. Era in marsina, portando il suo fior di mughetto all’occhiello: e il vestito serale del gentiluomo modellava benissimo la sua persona. Anna gli stese la mano, amichevolmente: le gemme scintillarono sotto la luce della gran lampada che rischiarava tutto il salotto.
– Mano stellata – egli disse, inchinandosi nello stringerla lievemente.
– Donde venite? – chiese ella, con quella curiosità cortese che non implica un vero interesse.
– Da San Carlo – rispose lui, sedendosi sopra uno sgabello, accanto alla sedia di riposo, dove Anna si era seduta di nuovo.
– E che si dava?
– Gli Ugonotti: sempre quelli.
– Sempre così belli – ella mormorò pensosa.
– Vi rammentate? – egli chiese, con la sua tenera voce che carezzava sempre. – Si cantavano Gli Ugonotti, la sera in cui vi fui presentato.
– Sì, sì, mi rammento quella sera – ella disse, a un tratto immalinconita.
– Quanto vi dispiacqui, eh, quella sera? non vi è altro paragone, che nella piacevole impressione che mi faceste.
– Che dite! – disse lei, cortesemente.
– E quella vostra prima impressione continua, non è vero?
– Il che, poi, supposto che sia, non vi rende molto infelice – disse ella, mettendosi sulla stessa nota di quella conversazione frivola e pur seria.
– Che ne sapete, voi? Quando mai voi altre belle donne, ammirate e amate, sapete niente? – disse lui, con un certo impeto.
– Avete ragione: infatti, noi non sappiamo nulla.
Ma egli vide bene che la sua anima, ogni tanto partiva per un paese di sogno, assai lontano: egli sentiva la distanza che li divideva improvvisamente.
– Quando sarete ritornata dal vostro viaggio, mi avvertirete, per darvi il benvenuto – le disse con la sua soave voce carezzatrice.
– Quale viaggio? – disse ella, trasognata.
– Mah!… se sapessi dove se ne vola il vostro spirito, mentre io vi parlo, se potessi venir con voi, nelle vostre fantasie, come vi seguirei!… Invece, io vi parlo e voi non mi ascoltate… io vi dico delle cose gravi, in tono di scherzo, e voi non intendete nè la gravità, nè lo scherzo… e mi lasciate qui, tutto solo, mentre voi vagabondate, chi sa dove… e a me, umile mortale senza sogni e senza fantasie, non resta che aspettare il vostro ritorno, cara signora mia…
In verità, se le sue lente parole avevano una certa poesia, la gran poesia della dolcezza, della tenerezza, era nella sua voce. Egli parlava, seduto dirimpetto a lei, guardandola negli occhi, quasi che non si potesse distrarre da quella contemplazione. Ella, spesso, chinava gli occhi, o si voltava in là, o fissava, senza vederla, una pagina dell’Adolphe, che le era restato fra le mani. Pure, se quello sguardo di persistente ammirazione la metteva in un imbarazzo, che cercava dissimulare, la voce di Luigi Caracciolo, toccante, le calmava ogni ribellione dei suoi nervi eccitati, quasi assopendone la squisita sensibilità. Ella si sorprendeva ad ascoltarla, talvolta, senza bene capire il senso delle parole: e si scuoteva sorridendo vagamente, come a una musica che si dilegua.
– Non vi annoiate di aspettare?
– Io? No, mai qui. Capirete, quando si hanno questi spettacoli innanzi agli occhi…
– Quali spettacoli? – chiese ella, ingenuamente.
– La persona vostra, cara signora…
– Ma non mi vedete sempre – diss’ella, ridendo, tentando sempre di volgere allo scherzo la conversazione, che si faceva troppo tenera.
– Questo è il fatale errore… come si dice nei romanzi… Io dovrei passare la vita presso a voi, è vero? E invece la passo fra una quantità di persone che mi sono indifferenti. Che errore!… un grande errore…
– Non è colpa vostra – osservò ella, con un debole sorriso.
– Certo. Ma questo non mi consola. La facciamo, questa cosa di passare tutta la vita insieme? Gli errori si possono correggere. Tutta la vita: sono moltissimi anni…
– Ma io sono maritata… – diss’ella, sentendo che si era ingolfata in una pericolosa via di parole da cui non poteva ritirarsi più.
– Ma che! – egli disse con una vivace negazione.
– Caracciolo, credo che abbiate trovato il mezzo di non vedermi più – ella gli disse, lentamente. – Che volete da me?
– Niente, signora mia, niente – rispose egli subito, con una desolazione vera nella faccia e nella voce.
– Non bisogna arrischiare così le proprie amicizie – ella rispose, lentamente. – Che avrebbe detto Cesare, se vi avesse udito, da mezz’ora a questa parte?
– Oh nulla, poichè egli non avrebbe potuto udirmi, lo sapete. Egli non è mai qui.
– Qualche volta, vi è – diss’ella superando una improvvisa emozione.
– Mai, mai, non dite delle bugie pietose.
– Egli, però, vi è sempre.
– Nel vostro cuore, lo so. È un domicilio assai gradito, tanto più che se ne possono avere degli altri, identici, un po’ dovunque…
– Che dite?
– Una delle solite volgarità inevitabili. Vi dico male di vostro marito.
– Tacete allora – diss’ella con una certa imperiosità.
Ma per temperare l’ordine dato con tanta recisione, ella gli stese la scatola delle sigarette.
– Grazie dell’elemosina – egli disse, quasi confortato.
E si mise a fumare, fissando una delle scarpette di raso lilla ricamato di argento, che usciva dai flutti dello strascico. Ella aveva appoggiato un gomito al tavolino che era presso la sua sedia di riposo e pensava. Era mezzanotte, ormai. Fra pochi minuti Caracciolo se ne sarebbe andato: e certo, non molto Cesare poteva tardare, al più un’oretta.
E quasi indovinasse il suo pensiero, Luigi Caracciolo disse:
– Dopo questa sigaretta, vi lascio. Temo di non avervi dato una grande idea del mio spirito.
– Io detesto gli uomini di spirito.
– Meno male. Credete che io abbia cuore?
– Lo credo.
– Tanto meglio, dunque. Un giorno o l’altro ripenserete a quello che vi ho detto questa sera e lo intenderete.
– Forse – ella disse, vagamente.
– Avete avuto una felice idea di vestirvi in lilla. È un assai tenero colore. Sono tinte che si vedono nei crepuscoli, a Venezia… Siete mai stata a Venezia?
– No, mai.
– Peccato! È un paese pieno di soavi lacrime: se ne fa provvisione per tutta la vita. Colà gli amori frivoli si fanno profondi e i forti amori diventano indissolubili. Buona notte, dunque.
– Buona notte – e gli stese la mano sottile che sorgeva come un fiore dai merletti bianchi e folti delle sue maniche di raso.
Egli appoggiò appena le labbra su quella mano sottile, fulgida di anelli, e se ne andò. Anna rimase pensosa. Giammai un minuto, durante la conversazione con Luigi Caracciolo, le era uscito di mente suo marito: e tutte le cose che il bellissimo giovane le aveva detto che non erano l’amore, ma che contenevano, intimamente, l’intenzionalità dell’amore, dopo averle carezzata l’anima con la musicalità toccante con cui erano state dette, l’avevano riportata al suo eterno pensiero, che era Cesare. Anzi, adesso ne rammentava tutte le frasi nitidamente, con la loro affettuosità celata nelle apparenze della leggerezza, con quell’indefinito seducente delle cose spirituali che mentre hanno in sè il calore, prendono le gelide e leggiadre forme della frivolezza; e ognuna di esse la riportava a Cesare Dias, poichè ella aveva nell’assolutismo della passione, la candida, sentimentale abitudine di far convergere tutte le cose e tutte le figure, a lui! Era la mezza dopo mezzanotte: si levò, suonando il campanello, e la sua cameriera comparve. Ambedue lasciarono il salotto e andarono nella stanza da letto di Anna, dove una delle grandi lampade coperte da un roseo paralume di seta leggera che Anna prediligeva, illuminava la stanza.
La cameriera l’aiutò a spogliarsi, credendo che andasse a letto: ma a un certo punto, Anna le chiese la sua vestaglia di crespo crema e si vestì di nuovo, come se volesse vegliare. Aveva disfatto il bruno elmo dei suoi capelli, riducendoli in una sola grossa treccia nera: ed era più attraente, con quell’incanto che dà alla donna il vestito che ella porta nel segreto della sua stanza, per un uomo solo.
La cameriera chiese se poteva andare a letto. Anna le rispose di sì. Cesare aveva stabilito, seguendo la consuetudine della sua vita da scapolo, che nessun servo lo attendesse, la notte. Aveva una chiavettina inglese, bizzarramente lavorata, attaccata all’anello dell’orologio e che apriva tutte le porte di casa sua. Così poteva rientrare, a qualunque ora della notte, senza essere visto e udito, soddisfatto di quella assoluta libertà, trionfando in queste quotidiane vittorie del suo delicato e ostinato egoismo. Anna era stata la prima a ubbidire e quando ella non usciva con lui, a mezzanotte, tutti, padroni e servi, erano ritirati nelle loro stanze, e tutti i lumi erano spenti. Pian piano la cameriera si ritirò, chiudendo la porta della camera di Anna e costei, che si era seduta nella poltrona, accanto al proprio letto, tenendo sempre in mano il volume dell’Adolphe, quasi si disponesse a una lunga lettura, udì che la donna andava chiudendo finestre e porte, fino a che il rumore si allontanò; poi tutto tacque. Allora Anna si levò, andò ad aprire la porta della sua stanza, passò nel corridoio, e nell’ombra, schiuse la porta anche della camera di suo marito: vi regnava un’oscurità completa. Poi ritornò in camera: avrebbe potuto udire, adesso, appena suo marito rientrava. Non poteva tardar molto, ed ella, socchiusi gli occhi, col capo appoggiato alla spalliera, con le mani abbandonate sui bracciuoli della poltrona, tendeva l’orecchio; Cesare le aveva promesso formalmente, sapeva che ella lo attendeva, era già il tocco, sarebbe mancato pochissimo al suo arrivo. E come in tutta la serata, ma con più concentrazione, con più forza, con una intensità che si accresceva dalla solitudine e dall’ora, ella si mise a desiderare la presenza dell’amor suo: non, dunque, tutto era deserto e tutto era senza dolore, quando egli non vi era? Quella sera, poi, dopo averlo visto così lieto e cortese, dopo quella graziosa promessa che nell’animo di Anna diventava una parola solenne, un tremolìo di emozione l’agitava; e tutta la soavità della notte di primavera, nel suo tiepido soffio la turbava nei suoi nervi, esaltandoli.
Ella, seduta nella sua poltrona, chiusi gli occhi, sognava solo l’arrivo di Cesare, e provava una necessità ardente di essergli accanto, di tenere la mano di lui fra le sue, di appoggiare la testa sul suo petto, nella più dolce e più profonda calma, udendo il suo respiro, udendo il battito del cuore, sentendo la forza del suo braccio sostenitore, sentendo le sue labbra sfiorarle i capelli, le palpebre, le labbra… un sogno di amore, vivido e languido, pieno di ardore delicato e di malinconica voluttà. Ella si sorprese, in sussulto, a dire sommessamente il suo nome, chiamandolo, invocandolo, come faceva in tutte le ore, ma in quest’ora con una passione umana, femminile, che la visione di quel bacio rendeva più acuta. – Cesare, Cesare – ella diceva, stringendo con le mani i bracciuoli della poltrona, tremando di amore al suono della propria voce. Ecco, fra un minuto, fra dieci minuti sarebbe giunto, il dolcissimo amor suo, la cui carezza le dava l’esaltazione di tutto il suo cuore, ed era l’inno di ogni sua facoltà, di ogni sua forza. Ella aspettava, fremente, tremante, con quella commozione che ogni cuore appassionato ha provato, almeno in un’ora della sua vita, commozione grande quanto l’amore stesso: e la imminenza stessa di quell’arrivo le confondeva le idee in un lento e caldo turbine.
A un tratto, le parve di udire qualche rumore nella stanza di suo marito; egli doveva essere tornato. E rapida come un’ombra fugace, attraversò il corridoio e guardò. Ancora l’ombra, ancora il silenzio; Anna si era ingannata. E un po’ di sudor freddo le imperlò la fronte, a quella delusione: si sentì fiacca, con le gambe spezzate. Si appoggiò allo stipite della porta, che era di quercia scolpita: stette un lungo minuto colà, per riaversi. Poi, lentamente, a capo chino, se ne tornò in camera sua, pensando che a un nottambulo come Cesare, il presto non potea significare che le due dopo mezzanotte. Era questo: Cesare sarebbe ritornato alle due, bisognava aver pazienza ancora: e riprese Adolphe, volendo distrarsi nella lettura, supponendo di poter così annullare la propria impazienza. La sua stanza, nelle sue tinte chiare, nei suoi arazzi smorti, era assai chiara in quella luce rosea della lampada, quell’aspetto le ridiede la fede. Riaprì coraggiosamente il libro, verso il mezzo, quando già il truce e passionale combattimento fra Ellenore e Adolphe si svolge, in tutta la sua dolorosa manifestazione: e da quelle parole secche e precise, da quello stile duro ed efficace, da quella narrazione breve e austera, tale grido di strazio si levava, era tale lo spasimo di quell’anima d’uomo rôsa dallo scetticismo, arida, impotente, che Anna n’ebbe una impressione di sgomento. Ah che nella sincera e vivace fede giovanile, ella aveva orrore di quella malattia moderna, che è la corruzione dello spirito, che è la depravazione cosciente e dolente delle più nobili forme dell’anima! Che sapeva ella, povera donna ignorante e semplice, la cui sola fede, la cui sola legge, la cui sola speranza era la passione, delle infinite morbosità spirituali di chi ha troppo vissuto, di chi ha troppo amato, di chi ha abusato, infine, del purissimo tesoro che è il sentimento? Che poteva conoscere, ella, in quelle desolanti torture dell’anima che non crede nè alle altre, nè a se stessa, che ha perduto l’ultimo sorriso dell’ideale, e che in se stessa, ancora non è giunta a spegnere la nostalgia dell’ideale? Ella ignorava tutto. Eppure un terrore l’assalse. Forse, come quella di Adolphe, che non poteva più esser felice, giammai più, e che giammai più poteva dar la felicità ad alcuno era l’anima di Cesare. Ebbe un brivido di orrore, e gittò il libro. Il suo turbamento era immenso. Un orizzonte funebre le si era aperto dinanzi: ed ella ne torceva lo sguardo. Si levò automaticamente, e prese dal suo tavolino, presso il suo letto, un rosario di legno di santal, portatole da Gerusalemme, da un frate missionario.
Ella non era mai stata molto devota, poichè la sua fantasia era troppo fervida, e il misticismo la invadeva a intervalli, come una tempestosa raffica di amor divino. Meridionale, ella non aveva l’abitudine costante, placida e pacificatrice della preghiera; ma pregava quando una forte ansietà, quando una forte pena la tormentava, buttata in ginocchio innanzi al Signore, solo quando tutti gli scampi terreni erano spariti, dimenticando poi di pregare, nei giorni giocondi, assaporando, sorbendo la vita, come tutti i meridionali, senza più pensare all’Inconoscibile. Spaventata da una visione tetra, nella duplice commozione di quell’attesa e di quella lettura, sentendo che vi erano intorno a lei degli ignoti pericoli, cercando di pacificare l’anima nelle sante orazioni dell’infanzia, ella si appoggiò il rosario alle labbra, e si mise a dire lentamente, lentamente la lunga e poetica fila di preci che Domenico de Guzman dedicò alla Vergine. Ingenuamente, mentre si raccomandava alla Madonna, ella pensava che il tempo sarebbe passato, sino alle due, l’ora in cui, certamente, Cesare sarebbe arrivato. Ma tentava invano di concentrarsi nelle orazioni: l’anima sua si distraeva e andava incontro al suo Diletto, e le labbra mormoravano ancora le parole dell’Ave e del Pater, mentre ormai gliene sfuggiva il senso e l’espressione. Due o tre volte si fermò: un intervallo di tempo passò: ella riprese la preghiera, confusa, chiedendo perdono al Signore della sua poca attenzione, ma quel rosario fu finito alla meglio. Erano le due giuste. Adesso, Cesare sarebbe venuto.
Ma non resistette alla nervosità: prese la gran lampada della sua stanza, e quasi volesse abbreviare la distanza fra sè e Cesare, se ne andò nella camera di lui, posando il lume sopra la scrivania, sedendosi in uno di quei grandi seggioloni di cuoio, sospirando di sollievo. Le pareva di essere giunta in porto. Nell’austera stanza, la luce rosea, assorbita da quei legni scolpiti, da quel cuoio bruno, da quegli arazzi cupi, da quei velluti tetri, non si diffuse molto; ma ella si sentì più tranquilla, in quell’ambiente severo, dove tutto le diceva, che l’animo di suo marito era più profondo di quegli sterili e frivoli piaceri, in cui egli aveva già perduto la metà della notte. Nuotava nell’aria, sempre, quell’acuto odore di sigaretta, e qua e là, nella lama snudata di una sciabola, sul calcio di una rivoltella, sopra una coppa di metallo lavorato a cesello bisantino, una scintilla di luce brillava: ed Anna sentiva di nuovo la gran seduzione personale di Cesare invaderle l’anima, salirle al cervello, col turbamento della gioventù che ama bene, intensamente, che chiede l’amore a tutte le cose della vita. Sopra un tavolino era buttato un paio di guanti, portati nella stessa giornata, perchè parea quasi che conservassero la forma della mano, posati così, con la curva delle cose viventi. Ella prese quei guanti e li baciò con un impeto folle di passione, come se fossero le labbra di Cesare: poi, intenerita, li passò a metà, nell’apertura del vestito, fra il petto e il molle crespo della vestaglia. Ma dove era dunque Cesare? Il fastidio del suo ritardo si fece acuto ed ella si mise a passeggiare su e giù, nella vasta stanza, con la coda dell’abito che la seguiva, fluttuando come una bianca onda. Perchè non tornava? Era tardi, infine, assai tardi, e che ella sapesse, non vi erano balli, in quella notte, e non vi era nessun circolo di gentildonna che si prolungasse fino a quell’ora.
Dov’era, dunque, Cesare? Ogni tanto, cercando domare quell’impeto dei suoi nervi, si gettava nuovamente sul seggiolone, chiudendo gli occhi, volendo calmarsi per forza: ma immediatamente le pareva che Cesare fosse già giunto, che venisse a lei annoiato delle ore perdute, e tutto lieto di trovarla sola, che le prendesse le mani, che la baciasse teneramente, e il sogno d’amore, per lei che non dormiva, aveva tutta l’ardente evidenza della realtà. Ah Cesare, Cesare, Cesare, il caro amore, dove era, dove era? Si doveva levare, di nuovo, mossa da una forza ignota, passandosi le mani sulla fronte che bruciava, scuotendo un po’ la grossa treccia dei capelli neri, che le si appesantiva sul capo. In una delle sue giravolte di anima in pena, dai cristalli di un balcone vide, lontano, delle finestre e dei balconi illuminati: erano quelli del club che frequentava Cesare. E subito, ebbe un senso di pace nell’anima. Cesare doveva essere colà a giocare, a chiacchierare, trattenuto dalla compagnia degli amici, dimentico dell’ora. Le consuetudini di tanti anni sono così difficili a vincersi! Ed ella non si mosse più da dietro i cristalli di quel balcone, fissando i balconi del club, dalle grandi tende rossastre, avendo in quella luce la stella polare del suo cuore: fissando con un’intensità profonda, quasi il suo sguardo dovesse varcare col suo fluido quel breve spazio, attraverso la notte o attraverso le cose, per giungere sino al cuore del suo caro amore, che la dimenticava. Due o tre volte le parve di vedere delle ombre che si agitassero dentro quell’ambiente, ma la distanza non le permise di distinguer bene. E presto lo spasimo dell’aspettazione essendo giunto ad uno stadio acutissimo, non potendo più levarsi da quel posto, ma rodendosi di una suprema impazienza, ella schiuse il balcone e uscì fuori. Così avrebbe visto venire più presto Cesare, che doveva solo attraversare, sopra un lato, la piazza della Vittoria. Profondo era il silenzio, intorno. Ella si era messa a un angolo del balcone, per veder meglio, sicura ormai che egli fosse colà e che fra breve lo avrebbe visto apparire. Difatti, poco tempo dopo, due uomini uscirono dal portone del club; ella distinse bene uno piccolo e uno grande, ambedue in cappello a cilindro. Chiacchierarono un minuto innanzi al portone, poi se ne andarono ambedue, passo passo, per la strada di Chiaia. Ella si scoraggiò, un minuto: ma riprese speranza, pensando che ormai la gente se ne andava dal circolo, e che anche Cesare sarebbe finalmente venuto via. Così, dopo altri dieci minuti, in cui ella restò colà, non sentendo il fresco abbastanza pungente della notte, ella vide uscire altri quattro gentiluomini, insieme: anch’essi chiacchierarono sulla soglia, poi si divisero, due se ne andarono per la Riviera di Chiaia, due sparvero subito, avendo infilato la via Vittoria. Adesso, adesso, certo. Cesare sarebbe venuto: ed ella acuiva il suo sguardo, quasi avesse voluto avere la forza della lince che vede attraverso le muraglie. Una persona sola, questa volta, apparve sotto il portone del circolo e senza esitare rasentò il giardino di piazza Vittoria: ad Anna crebbe, crebbe la speranza, ella si spenzolò sulla ringhiera e vide bene che quell’uomo guardava in alto…
– Buona notte, signora Anna – disse la voce toccante di Luigi Caracciolo.
– Buona notte – mormorò ella, smarrita, colpita bizzarramente, prestando orecchio all’eco del suo nome, vibrante ancora dolcemente, nella notte. Essa vide bene che Caracciolo si era fermato, appoggiato al cancello del giardinetto, guardando in su, e quasi quasi le parve scorgere la luminosità di quegli occhi azzurri, che carezzavano così dolcemente, guardando. Ma ella si gittò indietro, quasi volesse sottrarsi a quella carezza: e ancora una volta, più dolcemente, la invescatrice e tenera voce disse:
– Buona notte, Anna.
Anna non rispose. Caracciolo si decise ad andarsene, ma lentamente, voltandosi, fermandosi un minuto all’angolo di via Partenope. Ella riportò gli occhi sui balconi del club: non vi si vedeva più luce, le imposte erano sbarrate. Caracciolo era dunque stato l’ultimo frequentatore. Cesare non vi era. Ella provò un freddo orribile alla testa, al cuore; rabbrividiva: i suoi denti battevano. Rientrò nella stanza tremando, ebbe appena la forza di chiudere i cristalli: cadde sul seggiolone, esausta, morta. In quel momento suonavano, all’antico orologio sullo stile di Luigi XVI, le tre e mezzo.
Ma in quell’accasciamento che aveva seguito la tensione dei suoi nervi, in quell’esaurimento di ogni speranza, ormai un’idea vivace si fece strada, prima con la imprecisione delle fantasie scorate che non hanno più forza di sognare, poi con la nitidezza della inevitabile verità. Non vi erano nè balli, nè ricevimenti, nè clubs, nè caffè che trattenessero i più accaniti nottambuli, sino a quell’ora alta della notte. Dovunque si chiacchierava, la conversazione era finita: dovunque si mangiava e si beveva, eran finite le cene, e l’ultimo ritardatario era andato via: dovunque si giuocava, il giuoco era finito: la vita di notte, ardente e opprimente, che esaltava e che istupidiva, era cessata, dovunque, e i più ostinati nottambuli si erano rassegnati a ritornare alle loro case, attraversandone tacitamente le stanze, non volendo svegliare la placida gente di famiglia, che dormiva da quattr’ore. Dunque, Cesare Dias, suo marito, era presso una donna. E l’acuto morso della gelosia le fece sanguinare il cuore, nuovamente. Presso una donna, era certo. Questa verità le abbruciava l’anima, simile a sole meridiano di agosto. Non si sta, a quell’ora, che presso una donna. I mariti amorosi presso le loro mogli: gli amanti appassionati presso le loro amanti: gli esseri depravati, presso colei che eccita tutta la morbosità dei loro sensi: e infine tutti, anche i più brutali, presso una donna, presso una donna. La verità risuonava nel suo cuore, con un clangore di tromba. Macchinalmente, quasi fosse un sogno, si turò le orecchie, per non udire quel clamore: presso una donna, presso una donna. Ma qual donna? E che ne sapeva lei, del cuore di suo marito, dei sensi di suo marito? Che conosceva lei, moglie, compagna, dei suoi amori passati, dei suoi amori presenti? Non era lei forse un’estranea, tollerata, compatita da lui, e che non giungeva neanche ad occupare il posto di confidente, di amica?
Era colei che rappresentava un legame annoso, reso invincibile dalla consuetudine, dai doveri della riconoscenza, o qualcuna che rappresentava la vampa passeggera delle estreme ore di fuoco? Un legame antico, stracco ma pur forte, o il breve nodo del capriccio? Quale donna, quale donna? Invano ella tentava, in quel suo delirio dell’ora alta notturna, mettere un nome, dare una forma vivente muliebre alla sua gelosia; poichè ella vagabondava con l’accesa fantasia, coi nervi vibranti di una passione e di un dolore senza nome, in questa tenebra, per distinguervi qualche fioco lume lontano che le desse la parola di quel segreto: e col corpo proteso in avanti, coi due gomiti puntati sul piano della scrivania, con la fronte appoggiata alle dita intrecciate, ella aveva l’aspetto concentrato e disperato, di chi si trova innanzi al più terribile problema dell’esistenza. Quale donna, quale donna? Oh certamente, non una signora, non una dama, poteva trattenere nella propria casa un uomo, quando anche fosse il suo amante: nessuna signora, nel suo paese, nella sua casa, può disporre così della propria vita, può disonorarsi così innanzi ai suoi servi, col pericolo di esser sorpresa dal marito, dai parenti; non la contessa d’Alemagna, certo, poichè ella affettava ed aveva veramente, in pubblico, una grande libertà di contegno, ma la dicevano rigorosa e guardata a vista in casa: e nessun’altra: nessun’altra: una gentildonna, anche folle, anche perduta d’amore, non fa questo, non trattiene il suo amante sino a quell’ora! Doveva essere un’altra donna, di quell’altro mondo, dove la sola legge è il piacere, dove il solo dominatore è il capriccio, dove sono sciolti tutti i vincoli sociali, dove ogni rispetto sparisce, dove gli uomini possono mostrare il loro animo, senza le finzioni della morale, del dovere, della convenienza: solo una di queste seducenti e invincibili donne poteva trattenevo Cesare Dias, l’uomo fine ma corrotto, l’uomo che adorava la femminilità elegante, ma che in fondo disprezzava la donna: l’uomo che odiava tutte le esaltazioni della passione, del sentimento, della gelosia. E quando Anna ebbe quest’idea, immediatamente uno spiraglio di luce le apparve; il problema le sembrò risoluto. Si rigettò indietro, invasa da un ribrezzo profondo. A che cercare il nome e la fisonomia? Tutte queste donne si valgono, bionde e brune, giovani e mature, taciturne e chiassone, appartengano al teatro o recitino l’amore nel loro salotto. Che le poteva importare un nome? Il fatto era quello, innegabile. Suo marito non era rientrato: era presso una femmina qualunque. Questo era il fatto. Non doveva cercare altro. Avesse la parrucca bionda, gli occhi tinti d’azzurro, le labbra crudelmente tinte in rosso, o fosse una di quelle creature pallide e tranquille, senza cipria e senza gioielli, in cui il contrasto è più piccante, che cosa importava? Un fatto solo esisteva: quella notte passata fuori del tetto coniugale, accanto a un’altra donna.
E il ribrezzo le inondò l’anima. Ma che è dunque l’uomo, che uomo era dunque suo marito, di freddamente pervertito, di glacialmente corrotto, di perfidamente brutale, per abbandonare una moglie, una giovanetta, che vi adora con tutte le forze del suo cuore, con tutto l’abbandono della sua giovinezza, con tutto il candore della sua fede, per passare le notti accanto a un essere dalla falsa bellezza, dalla falsa gioventù, senza cuore e senza onore, senza amore e senza lealtà? Ma questo, dunque, è l’uomo, quest’uomo era dunque Cesare Dias, che per piacergli, per attrarlo e vincolarlo, bastava essere una creatura vile in cui la seduzione fosse un’arte e l’amore un mercato? E così, forse, erano tutti gli uomini; e per la prima volta, nella sua vita, ella apprendeva la profonda brutalità dell’istinto che predomina e del capriccio che deturpa; per la prima volta, ella sentiva che per esser felici, non per esser amate, per avere almeno le apparenze della felicità e dell’amore, non serve l’onestà, non serve la gioventù, non serve la purezza, non serve tutto il sacrificio di un’esistenza; per la prima volta ella intese, nell’uomo che ella adorava come un Dio, tutta la incommensurabile perversità del cuore umano, tutto l’abbassamento dello spirito, del carattere, in legami senza dignità e senz’amore, in dedizioni senza coscienza e senza rimorsi.
Ah che in quel momento, la suprema desolazione che può colpire un cuore amante, cioè il ribrezzo per la persona che ama, la fece scoppiare nei più amari singhiozzi che le avessero mai spezzato il petto: ella pianse su se stessa, sulle sue illusioni falciate dal temporale, ella pianse sopra Cesare, il cui ideale le si era per sempre intorbidato nell’anima. Non doveva essere la prima notte, certo, in cui egli non rientrava a casa: ed egli continuava così i costumi della sua vita dissoluta di scapolo! e mentre ella si addormentava nella stanza solitaria dove egli l’aveva freddamente relegata, mentre ella profferiva il suo nome, sommessamente, prima di dormire, per poter sognare di lui, dormendo, Cesare passava le sue notti accanto alla sconosciuta di ieri, o alla sconosciuta di oggi, passando di sconosciuta in sconosciuta, vilipendendo il purissimo amore di Anna. Quanto tempo ella pianse? Chi sa! Lentamente i singhiozzi si chetarono, le lagrime si vennero asciugando sulle calde guance, e un chiarore e un freddo la colpirono. Levò la testa. Era giorno. Una luce verdina, livida, entrava nella stanza. E nello stesso tempo, stridette la maniglia della porta. Cesare entrò, era pallidissimo: con gli occhi stanchi e smorti, un mozzicone di sigaretta spenta in un angolo delle labbra violette, il bavero del soprabito alzato e le mani in tasca. Fissò la moglie, con indifferenza, con freddezza: parve che non la riconoscesse. Ella si era levata, sbiancata, senza emozione, senza voce, come una creatura che non abbia più nulla nè da dire, nè da ascoltare.
– Che fai qui? – egli le chiese, con una voce infranta dalla stanchezza.
E intanto aveva gettato il suo mozzicone di sigaretta in una ceneriera: si era tolto il cappello. Quanto pareva vecchio e consumato, coi capelli disordinati sulla fronte e le guance scavate dall’insonnia!
– Ti… aspettavo – ella disse, a occhi bassi, senza staccarsi dalla scrivania cui stava appoggiata.
– Tutta la notte?
– Tutta la notte.
– Ci vuole una bella pazienza – osservò lui, togliendosi il soprabito e buttandolo sopra un divano.
Era in marsina. Ma la cravatta bianca, in lui che era così corretto, era risalita verso la spalla, e tutto il vestito aveva le spiegazzature delle notti di veglia. Egli la guardò con un’aria interrogativa, quasi volesse domandarle che cosa faceva ancora lì. Ella non rispose, non battè palpebra. Allora Cesare fece una stretta di spalle, da uomo seccatissimo, e andò a chiudere le imposte dei due balconi. Si fece notte di nuovo: ma la gran lampada rosea languiva. Egli accese una candela, la portò sul tavolino presso il suo letto e spense la lampada.
– Buon giorno, Anna – egli disse, voltandosi a lei.
– Buon giorno, Cesare – ella rispose, staccandosi dalla scrivania.
E sbiancata, muta, ella se ne andò.

III.

Alla metà di giugno, cioè nella prima estate del suo matrimonio, Cesare Dias accompagnò sua moglie Anna e sua cognata Laura a villa Caterina, a Sorrento. Le accompagnò soltanto, poichè egli aveva bisogno di una ventina di bagni di Vichy, e quando questa cura fosse finita, tornando in Italia si sarebbe trattenuto un pochino in Isvizzera, nell’Engadina, in quel Saint-Moritz, dove vanno tutti quelli che vogliono aver freddo nell’estate, e che sono i medesimi che vogliono aver caldo nell’inverno, e vanno a svernare a Nizza. Il segreto, vivissimo desiderio di Anna, sarebbe stato di accompagnare suo marito in questo viaggio, anelando di restar sola con lui, lontana dal solito ambiente, lontana dalle solite persone, ma non le riuscì.
Da quella notte in cui ella lo aveva atteso invano sino all’alba, crudelmente tormentata e infine disillusa, con un esaurimento di fede che le aveva prostrate tutte le forze morali, fra marito e moglie era sorta una freddezza. Sì, Cesare non aveva tardato a riprendere il predominio sopra Anna, non dandole delle spiegazioni chiare, ma dicendo vagamente, distrattamente, che un uomo può passare una notte fuori di casa ed essere stato trattenuto dagli amici, da una partita di carte, da una qualunque sciocca ragione. Anna aveva teso l’orecchio, afferrando avidamente la spiegazione, non rispondendo, poichè aveva una paura orribile di impegnare una discussione con suo marito: e si era accontentata di quelle dichiarazioni poco precise, buttate lì con un certo disprezzo, accettando ad occhi chiusi tutto quello che egli dicea: non soddisfatta certo.
Erano indimenticabili, per lei, le ore di quella notte, in cui ella aveva bevuto un calice amarissimo e aveva visto il fondo della malvagità umana, la prima volta: e tutta la gran dolcezza del suo devoto amore ne era stata attossicata. In quanto a Cesare, egli ne era stato annoiatissimo di quella notte di aspettazione, che gli parea fosse una delle forme stravaganti della opprimente passione di Anna: annoiatissimo di essere stato sorpreso in quell’alba, in quel ritorno, dove egli appariva brutto e vecchio: annoiatissimo, di aver dovuto dare delle spiegazioni: annoiatissimo, infine, dal pensiero che tali scene desolanti si potessero rinnovare. Oh quanto egli detestava le donne tragiche e le loro tragedie! Dopo averle odiate per una vita intera, queste donne, con le loro lacrime e i loro svenimenti, gli era dovuto capitare giusto di sposarne una, per sua disgrazia: e il rancore della sua inconcepibile debolezza, ancora una volta si era rivolto contro Anna. Ella, triste nell’essenza dell’anima, umile ma scorata, aveva inteso bene tutte le impressioni di Cesare, e cercava di farsi perdonare, a furia di devozione, di tenerezza, di squisita gentilezza femminile, il peccato di averlo atteso, quella notte. Cesare, con la indulgenza un po’ affettata delle persone superiori, aveva avuto l’aria di perdonare, un giorno in cui Anna si era mostrata più dolente e più teneramente rassegnata nel dolore, in cui ella aveva fatto miracoli di cortesia; ed ella aveva preso questo perdono, come lo schiavo prende il sorriso dopo la frustata, ridendo con le lacrime agli occhi, felice ancora che Cesare non l’avesse punita, della colpa che aveva commesso lui.
Ma in verità, egli era un uomo e non un angelo: aveva perdonato, ma volle anche punire. A nessun patto volle condurre Anna con sè, a Vichy e a Saint-Moritz. Le fece intendere che il loro viaggio di nozze era ormai compito, che essa non poteva lasciar sola, per due mesi, sua sorella Laura con la damigella di compagnia, a Sorrento; che, in famiglia, egli non avrebbe mai voluto viaggiare, come Giuseppe Prudhomme; e infine, in tanti modi le fece capire che voleva andar solo, che ella preferì restare a Sorrento, anzi che ostinarsi a partire con lui, contro la sua volontà. Si lusingava, poveretta, che questo atto di obbedienza, così grave al suo cuore, l’avrebbe messa in grazia del suo signore. Difatti egli partì assai lieto, quasi ringiovanito: l’idea della libertà assoluta, di quella libertà che egli si era giuocata così scioccamente, lo entusiasmava. Egli raccomandò alle sue donne – così, per ischerzo arrischiato, le chiamava – di non fare le monachelle, di uscir di casa, di ricevere, di divertirsi come volevano. Anna aveva udito queste raccomandazioni, senza rispondere, a occhi bassi, pallida; Laura le aveva udite con un bizzarro sorriso sulle labbra, guardando negli occhi suo cognato, pallida e muta.
Dopo che egli fu partito, un gran silenzio triste invase villa Caterina. Le due sorelle erano sempre pensose, e nessuna confidenza si stabiliva fra loro: anzi, talora parea che si sfuggissero. Del resto, quella giovanile, irresistibile serenità della bionda Minerva si era dileguata, e il bianco viso si era chiuso in una cogitazione di ignote cose. Erano nella stessa villa, ma per un certo periodo di tempo si videro poco.
Anna scriveva a Cesare due volte al giorno, delle assai lunghe lettere, dove gli narrava tutto quello che le avveniva, dove raccontava tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sogni, con la effusione che dà la forma epistolare alle anime passionali a cui spesso, per timidità, manca la parola parlata, nel colloquio d’amore. Scrivendo, glielo poteva dire a Cesare, quanto lo amava, che la sua anima e la sua persona gli appartenevano, in un abbandono non imposto dalla legge, ma per propria elezione. Veramente, Cesare le scriveva un paio di volte per settimana e non a lungo: ma nelle sue lettere vi era sempre, se non una frase d’amore, una frase gentile, sulla quale Anna viveva tre o quattro giorni, sino alla prossima lettera: egli si divertiva, stava già meglio, sarebbe quindi ritornato presto – questo egli scriveva – ed arrivava sino ad aggiungere, talvolta, che desiderava la presenza di Anna per farle ammirare un paesaggio, per ridere con lei di qualche viaggiatore originale. Anna, ogni volta che arrivava una lettera di Cesare, dava i suoi saluti a Laura e le leggeva la parola cortese, che vi si trovava sempre per sua sorella.
– Grazie – diceva Laura, senz’altro.
Però, anche Laura scriveva molto, da qualche tempo. Che scriveva? A chi scriveva? Era nella sua stanzetta sulla sua scrivania da fanciulla, in certi grandi fogli di carta bianca che ella scriveva, col suo carattere chiaro e fermo: e quando qualcuno entrava ella cessava di scrivere, e senza far vista di nulla, metteva sullo scritto il foglio di carta asciugante; e restava a occhi bassi, silenziosa, giuocherellando con la penna. Più di una volta, era entrata Anna. Allora, quietamente. Laura aveva raccolto le sue carte e le aveva chiuse, a chiave, nel cassetto, con un colpo secco; e con uno sforzo, il turbamento della sua fisonomia si era dileguato.
– Che scrivi? – le domandò un giorno Anna, vincendo la timidità per un misterioso impulso.
– Nulla che t’interessi – aveva risposto l’altra.
– Come puoi dire questo? – le aveva replicato, con tenerezza indulgente, la maggior sorella. – Tutto che ti piace e ti commuove, m’interessa.
– Nulla mi piace e nulla mi commuove – Laura aveva soggiunto a occhi bassi.
– Neanche quello che scrivi?
– Neanche quello che scrivo.
– Come sei chiusa! Come nascondi i segreti del tuo cuore! Ma perchè li nascondi? – aveva insistito affettuosamente Anna.
– Così – aveva concluso Laura, levandosi, uscendo dalla stanza, portando seco la chiave del cassetto.
Mai più Anna aveva parlato di ciò che Laura scriveva, lettera o giornale. Nel luglio erano arrivati a Sorrento tutti i bagnanti, tutti i villeggianti, e malgrado la riservatezza malinconica di Anna e il costante pensiero che velava gli ormai intorbiditi occhi di Laura, non riusciva loro di sottrarsi alla vita mondana sorrentina. Le due sorelle erano troppo graziose ed eleganti, perchè la società aristocratica del Victoria e del Tramontano non le desiderasse e con mille lusinghe non le trascinasse, nel giro dei suoi divertimenti estivi.
Uno dei primi a comparire era stato Luigi Caracciolo che andava, veramente, ogni anno a Sorrento, ma solo nella seconda metà di agosto e trattenendovisi solo quindici giorni, disprezzando un poco Sorrento, egli che aveva viaggiato tutta l’Europa. Ma quell’anno, nella prima settimana di luglio, egli si era trovato colà, senza che nessuno si potesse meravigliare della sua presenza: e si era installato, per restarvi, sino a che fosse restata a Sorrento Anna Dias. Egli ne era fortemente innamorato. A suo modo, è naturale: vale a dire con quella raffinata sensualità che rassomiglia assai al sentimento nella sua apparenza, con quella tenerezza amorosa che è la forma esterna del desiderio cocente, con quella carezza della voce, degli occhi, dei saluti, di ogni parola che è la prerogativa dei grandi seduttori, che sono alla lor volta i grandi sedotti delle donne. Anche quella specie di mistero che avvolgeva il cuore di Anna, nel passato, e quel suo amore per Cesare Dias, amore che Luigi Caracciolo intendeva essere inappagato, gliela rendevano più cara. Egli era innamorato, è vero, ma come tutti coloro che molto hanno amato, e che molto debbono amare, così, perchè questo è il loro destino: Luigi Caracciolo perdeva un po’ la testa accanto ad Anna, ma non la perdeva tanto, da non rimanere padrone del suo metodo per farsi amare da una donna. La stessa sua forte inclinazione amorosa, inconsciamente, come tutte le forti volontà che tendono a uno scopo piccolo o grande, era efficace di per sè; e quella levigatura di sentimentalità, che copriva l’amor suo, serviva mirabilmente a farsi tollerare da Anna.
Ella non gli permetteva, specialmente a Sorrento, dove era sola e dove era molto triste, di parlarle mai di amore: ma non poteva evitarne qualche visita, a casa, a villa Caterina, nè poteva evitare d’incontrarlo dovunque dentro Sorrento, ai bagni, alle scampagnate, ai balletti della sera. E Cesare, da Saint-Moritz raccomandava che lei e Laura si divertissero, si divertissero molto, che andassero dovunque, perchè egli detestava le reclusioni. Ogni tanto aggiungeva scherzosamente qualche parola per Luigi Caracciolo, chiamandolo il cavalier servente di Anna, ed ella per un senso di delicatezza, aveva taciuto queste frivole espressioni a Caracciolo. Costui non affettava troppo la corte, l’intimità: ma non si allontanava mai dal posto dove era Anna, ma le gironzava una sera intorno, per trovare, poi, il minuto per sederlesi accanto: usciva con lei, e col pretesto di fare due passi, al chiarore della luna, accompagnava le due donne, sino al cancello di villa Caterina. Era insistente, con una insistenza lenta, continua, instancabile, che non si faceva vincere dai silenzi, dalle malinconie di Anna, dalle sue profonde distrazioni, da quella lontananza d’anima che si faceva ogni minuto fra lui e Anna. Ella gli parlava così spesso di Cesare, con tale una emozione nella voce, che egli ne impallidiva, ferito nel suo amor proprio, deluso nel suo desiderio, eppure non disperato, poichè è sempre bene che una donna ami, anche se ne ama un altro. Allora, la sola, immensa difficoltà, ma la sola, è quella di cambiare la figura dell’uomo amato, per un giuoco di prestigio sentimentale o nervoso.
Tutto questo egli faceva cautamente, per varie ragioni; anzi tutto, perchè questo raffinato in amore, non era di quelli che godono di affiggere sulle muraglie il loro desiderio e il fiasco del loro desiderio; poi, perchè temeva che Anna, allarmata da una corte troppo stringente, non lo mettesse alla porta; ed anche perchè temeva molto la sorveglianza taciturna di Laura. La bionda e bellissima Minerva e il bel giovane non si erano mai potuti intendere e spesso si erano scambiati delle frasi pungenti, assai strana manifestazione in Laura, che parlava poco e diceva delle brevi frasi incolori. Ella aveva per lui un palese disprezzo, solo nel modo come lo squadrava, quando appariva con un nuovo vestito, solo nel modo con cui gli diceva, talvolta, cominciando, concludendo un discorso: voi che siete un bellissimo giovane. Ciò era alquanto arrischiato, per una ragazza, ma Laura aveva passato i venti anni, ma le due Acquaviva passavano per essere due creature buone, ma originali: originali ma buone come la loro madre Caterina Acquaviva, che era morta così presto, come il loro padre, Francesco Acquaviva, che era morto prima del suo tempo. Anche Luigi Caracciolo lo pensava, spesso, che quelle due donne erano stravaganti, ognuna nella propria espressione, ma la stravaganza di Anna gli sembrava adorabile e quella di Laura lo insospettiva. Aveva paura sempre, che un giorno o l’altro, Laura denunziasse a Cesare l’amor suo per Anna. Le vedeva un così sarcastico sorriso, talvolta, sulle labbra! La udiva, talvolta, ridere nell’ombra di un viale, fuori una terrazza, e in quel riso cristallino passava lo scherno di un sogghigno: egli fantasticava le più bizzarre cose, sul conto di Laura, e ne aveva una gran paura.
– Quanto è strana, questa vostra sorella… – diceva talora ad Anna, quando si trovavano soli.
– È buona però – osservava ella, pensosamente.
– Vi pare buona?
– Sì.
– Voi non sapete niente, voi siete una ingenuona. Essa è, probabilmente, un mostro di perfidia – diceva lui con dolcezza.
– Perchè mi dite questo, Caracciolo? Non sapete che anche lo scherzo mi dispiace?
– Se vi dispiace, non parlo più. Ma conservo la mia opinione: un giorno, mi direte che ho ragione.
– Zitto, Caracciolo, voi mi rattristate.
– Quanto è meglio non farsi delle illusioni, per non perderle, signora!
– Quanto è meglio perdere delle illusioni, anzichè non averle avute mai!
– Che cuore profondo, avete! Come mi ci annegherei volentieri! Lasciatemi naufragare nel vostro cuore, Anna…!
– Non mi chiamate così, per nome – diceva ella cortesemente, mostrando di aver udito solo l’ultima parola.
– Obbedisco – egli diceva, con umiltà.
– Voi anche siete buono – ella mormorava distratta.
– Io sono pessimo, signora – egli soggiungeva, indispettito.
Ella crollava il capo, bonariamente, con un indulgente sorriso di persona fiduciosa che, a malgrado le delusioni avute, non può credere alla malvagità della natura umana: e più Luigi Caracciolo, in certi giorni, si ostinava nella sua figura di uomo perverso, sprezzatore convinto di ogni nobile forma dello spirito, più ella si mostrava mite, semplice, mostrando la sua fede nell’ideale principio, che regge tutte le anime candide e buone. Egli si stringeva nelle spalle, e talvolta, arrabbiato, le domandava:
– Tutti sono buoni, secondo voi? Anche vostro marito Cesare è buono?
– Anche: più di tutti, anzi. È buonissimo – proclamava ella, con la voce velata di emozione, il che le avveniva sempre, quando parlava di Dias.
– Quello che vi lascia qui, sola, dopo pochi mesi di matrimonio?
– Ma io non sono sola – soggiungeva lei, semplicemente.
– Non siete sola, ma siete male accompagnata – diceva lui sempre più nervoso.
– Vi pare? Non me ne accorgo.
– Non si potrebbe dirmi con più grazia, che io sono uno sciocco. Ma lui, lui, che è lontano, che, certamente, ve ne fa di tutti i colori, potete dire che è buono?
– Cesare non me ne fa di tutti i colori – mormorava lei, diventando un po’ pallida.
– Chi ve lo dice? Lui? E gli credete?
– Non mi dice niente. Io ho fede in lui – seguitava a dire, la poveretta, fattasi terrea in volto, a vedere espressi così i suoi quotidiani timori.
Caracciolo la fissava, nervosissimo. Solo a udire nominare suo marito, si capiva che Anna Dias lo adorava: e Luigi Caracciolo era troppo esperto di anime muliebri, per non apprezzare quei pallori, quell’emozione, quel turbamento. Egli non lo sapeva, ma immaginava benissimo che Anna scriveva a suo marito ogni giorno e che Cesare Dias le rispondeva di rado, con brevità; egli sapeva bene che le lunghe ore di solitudine, in quella verdezza e in quell’azzurro di campagna sorrentina, erano pesanti e tristi per Anna, la quale non invocava che la presenza del suo marito; egli capiva perfettamente che ella si torturava di gelosia, in segreto, e che significava farla soffrire crudelmente, provocare i suoi sospetti con una parola, con una insinuazione: ella era così ingenua, così intera nell’amor suo, che egli leggeva in quel cuore come in un libro aperto. Ma appunto per questo, ma per questa passionalità profonda che emanava da ogni parola di Anna, ma per questa vibrazione dello spirito e dei nervi che rendeva quella figura muliebre così interessante, egli se ne innamorava sempre più e non disperava di riescire, un giorno, a vincere quell’ostacolo insormontabile. È il vecchio metodo dei seduttori, quello di demolire il marito assente, il vecchio metodo antico quanto il mondo, ma sempre di effetto sicuro, quando la donna ha il candore e la profondità vera del cuore; Luigi Caracciolo lo adoperava con quella grazia e con quella astuzia delle persone che sono innamorate, ma che non hanno perduto la testa.
Certo, ogni volta che egli, delicatamente, accennava a qualche amore passato di Cesare, a qualche relazione che durasse ancora, poichè era impossibile che il matrimonio la spezzasse, ogni volta che egli accennava a questo abbandono della giovane sposa, fatto con una disinvoltura così crudele da un marito che era vecchio al confronto, egli vedeva che Anna si tramutava in viso, per l’angoscia che le rinasceva in cuore: ed egli stesso, che ne era innamorato, si tormentava di vederla fremere, di vederla tremare, per amore di un altro; e il suo vecchio metodo era un’arma a due tagli, feriva profondamente lei, ma faceva sanguinare anche lui. Che importava! Egli continuava, torturando Anna e se stesso, sapendo, supponendo che alla fine di una di quelle scaramucce di conversazione, donde usciva, tramortita in faccia, con gli occhi vaganti nel vuoto, l’immagine di Cesare Dias era scrollata, un poco, dall’altare dove Anna le consacrava la sua adorazione. Adesso, egli andava anche più in là, raffinando l’antico metodo della demolizione del marito; vale a dire, pronunciando una qualche frase così, che offrisse ad Anna il destro di poter parlare lei di Cesare. E la semplice donna, a cui la gran corruzione umana era apparsa in una sola notte, come visione di orrore e che la scacciava naturalmente da sè nella rettitudine della sua coscienza, si lasciava prendere a questo tranello, così comune, che ogni uomo tende sempre, a una donna innamorata di un altro: farla parlare di quell’altro, parlare spesso, perchè egli potesse delicatamente, finemente combattere quell’assente, con un’occhiata, con un gesto, con un motto solo. Anna ci capitava, sempre: poichè l’amore le sgorgava dall’anima, poichè aveva bisogno di parlare con qualcuno di Cesare, poichè nella bontà grande del suo cuore, dimenticando, volendo dimenticare che Luigi Caracciolo l’aveva amata e che l’amava ancora, nell’acciecamento della sua passione per Cesare, ella fantasticava che Caracciolo potesse diventare un eccellente amico, un confidente sicuro. Oh, il metodo per Caracciolo era doloroso, poichè egli vedeva bene di quale fiamma ardeva Anna: ma non si ottengono le grandi cose, senza molta pazienza, e senza molto dolore. Quando Anna, involontariamente, ricominciava a parlare di Cesare, egli aveva un sogghigno amaro.
– Noi siamo in tre – egli mormorava. – Buon giorno, Cesare – continuava a dire, rivolgendosi a una figura immaginaria.
Ad Anna si velarono gli occhi di lacrime per quel saluto.
– Scusate, scusate – continuava lui, amaramente – ma vi avverto, che di questo passo, saranno tante le torture che m’infliggerete, che io mi guadagnerò la mia parte di paradiso. Andiamo, via, sono già legato al cavalletto, stringetemi pure il cuore in una morsa di ferro… carnefice gentile…
E lei, prima timidamente, poi con l’abbandono dei caratteri aperti e generosi, parlava di Cesare. Dove era, che faceva, quando sarebbe tornato? Ella se lo domandava: e dopo averla udita vaneggiare, senza dirle nulla, egli la interrompeva, con una piccola risposta gelida, dicendole che forse, a quell’ora, Cesare era sul Righi con la contessa di Béhague, una sua antica passione francese, con cui si ritrovava, ogni anno, in Isvizzera: oppure che Cesare non sarebbe tornato subito, poichè spesso aveva trascurato la società di Sorrento, per tutta la stagione, ricomparendo a Napoli, solo alla fine di ottobre.
– Non credo, non credo – diceva lei, con gli occhi smarriti.
– Non lo credete? Perchè quest’anno dovrebbe fare diversamente?
– Ma tiene me, adesso…
– Ah cara Anna, cara Anna, vi tiene così poco!
– Non mi chiamate a nome – diceva sempre lei facendo un cenno con la mano, per farlo tacere.
– Se lo sapesse Cesare, gli dispiacerebbe, eh?
– Lo immagino – ella rispondeva, abbassando gli occhi.
– Lo sperate, cara signora, il che è una cosa diversa. Ma egli non è geloso.
– Non è neppure geloso – ripeteva lei, pianissimo, perduta nelle sue dolorose contemplazioni – ma che uomo è, dunque?
– È un uomo che ha fatto il piacer suo, sempre.
– Triste, triste! – soggiungeva lei, sottovoce.
Ma pure intendendo quanta maggior delusione le sarebbe venuta da una maggior conoscenza della vita anteriore di suo marito, ella era giunta, per la gran sete che aveva di una più profonda ma crudele sapienza, a interrogare Luigi Caracciolo, sulle avventure di Cesare Dias. Ah, come si vergognava di domandare! Se ne vergognava, poichè le pareva di violare un sacro segreto, non suo, deturpando l’idolo che si ergeva, sempre solitario, nell’altare del suo cuore; se ne vergognava, poichè la più santa condizione dell’amore è il segreto, ed ella parlava troppo di questo suo amore, con un altro uomo che l’amava. Pure, non le era possibile di resistere più, ormai: e cautamente, con qualche domanda suggestiva, ella cercava di sapere da Caracciolo qualche fatto, qualche episodio, un particolare, un nome, una data: ne chiedeva fingendo di non avervi, poi, molto interesse, facendo la donna di spirito senza riescirvi, poveretta, poichè ella era una donna di cuore. Caracciolo capiva subito e si faceva un poco pregare, per la forma, ma come vinto, come se trionfasse della propria riluttanza solo la volontà di Anna, le diceva qualche cosa, un fatto, una data, un episodio, un nome, condendo il racconto con qualche sua osservazione, commentando con una parola la condotta di Cesare senza dirne male, è vero, senza nessuna volgarità, ma sottolineandone la continua manifestazione di durezza di cuore, ma facendone rilevare l’aridità, ma dicendole sempre che Cesare Dias non aveva mai avuto una passione, un forte amore. Che dolorosa sapienza, le veniva ad Anna, da quei racconti smozzicati, detti sbadatamente, senza darvi troppo peso, in fondo, ma da cui ella desumeva, ahimè, ahimè, che il cuore di Cesare era stato sempre troppo freddo e arido! E come in quei particolari gelidi, di abbandoni, di partenze, di capricci cominciati senza impeto e finiti senza catastrofi, ella vedeva che tutto era inutile, che quell’uomo era restato sempre il medesimo, che nulla varrebbe a mutarlo, mai! Tante volte, nauseata, stanca, con un gesto della mano, ella pregava Luigi Caracciolo di interrompere quel discorso: e restava muta, pensosa, con la ferita sanguinante dell’anima, su cui ella stessa aveva voluto versare un acido corrosivo. Talvolta a questa conversazione era presente Laura, la bellissima fanciulla bianco vestita, dagli occhi belli e velati: ed ella ascoltava Luigi Caracciolo, con un’attenzione immensa, col suo misterioso sorriso sulle labbra verginali. Di quando in quando, Luigi Caracciolo, poichè vi era una fanciulla presente, si fermava; ma Laura aveva allora, negli occhi che non conoscevano il male, un cattivo sguardo d’interrogazione, ardente sguardo che meravigliava Caracciolo, come una bizzarra e ignota manifestazione. Ma anche questo ricordare della vita di Cesare Dias, questa morbosa ricerca di fatti che in fondo portavano sempre una nota dolorosa, avevano, sì, avvelenata la villeggiatura di Anna Dias, ma non avevano fatto avanzare di un passo l’opera di seduzione di Luigi Caracciolo.
Egli era un innamorato pieno di pazienza, pieno di fiducia nel proprio metodo; egli sapeva che una forte passione o un forte desiderio, finiscono per vincere, un giorno, gli ostacoli più insormontabili: ma aveva dei minuti di grande scoraggiamento. Come lo amava Cesare Dias, quella donna! Questi amori dove la differenza dell’età è grande, dove la differenza dei caratteri è immensa, diventano dolentissimi per il contrasto: e quella bella giovane, fresca, appassionata, non chiedente altro che di essere amata, sopportava l’abbandono di quell’uomo che aveva passato i quarant’anni, che era sciupato dall’età e dalla vita che aveva fatta, e il cui cuore non aveva un palpito più rapido di un altro, per la sua giovane moglie. Talvolta, Luigi Caracciolo arrivava alla conclusione che le donne sono degli esseri stravaganti, incoerenti, capaci di tutto, e che era meglio non curarsi di loro. Ma, infine, era innamorato. Si era messo al giuoco, volendo sposare Anna: e l’aver perduta la prima partita, lo aveva fatto accanire alla seconda. Infine, infine, alla sua maniera, era innamorato.
Un giorno, senz’avvertire, improvvisamente Cesare giunse. E al pallore della moglie che fu lì lì per isvenire, a quel tremore che ella non potè domare, neanche un’ora dopo il suo arrivo, Cesare intese quanto fosse stato amato nella sua assenza. In verità, egli fu assai buono con lei, molto galante, molto tenero: l’abbracciò e la baciò varie volte con effusione, le disse che le aveva portati dei doni dalla Francia e dalla Svizzera: era di buonissimo umore, ed ella non faceva che ridere, nervosamente, con gli occhi pieni di lagrime, sentendo bene, ancora una volta, che il solo, l’unico segreto della sua vita era Cesare, standogli seduta accanto, prendendogli la mano, ogni tanto, chinata verso di lui, umile, innamorata, come una povera sciocca sublime. Erano restati in un salotto, accanto alla camera nuziale, a chiacchierare, e due o tre volte Cesare aveva domandato:
– E Laura?
– Sta bene: ora verrà.
– Non ha trovato ancora marito?
– Non ne vuole.
– Tutte le ragazze dicono così.
– Laura è ostinata: non vuole proprio. La gente ha anche detto che si voleva fare monaca.
– Sciocchezze!
– Lo strano è che, una volta, quando gliel’ho chiesto, mi ha risposto di no.
– È una curiosa fanciulla – osservò Cesare, fattosi un poco pensieroso.
– Io non la capisco.
– Eh via, tu capirai poco, in generale – disse il marito, facendo una lieve carezza ai capelli della moglie, per temperare l’impertinenza.
– Oh veramente, pochissimo – ella rispose, con un sorriso di persona estatica. – Io sono una scema.
Ma Laura non veniva, sebbene fosse stata chiamata; Anna rimandò la sua cameriera. La signorina veniva subito: si vestiva. Difatti, si fece aspettare qualche altro minuto: e quando comparve sotto l’arco della porta, vestita di quella nobilissima, leggerissima batista bianca, che pare orientale tessuto di seta, coi biondi capelli rialzati in un grosso nodo sul capo, coi biondi riccioli che le aureolavano d’oro fino la fronte e le tempia, coi chiari e limpidi occhi diventati un’altra volta sereni. Anna le gridò:
– Laura, è venuto Cesare!
Cesare si alzò e si avanzò verso la cognata: essa gli diede la mano, che egli baciò: ma vide anche che Laura gli aveva offerto il volto, ed egli allora l’abbracciò, baciandola sulla guancia tenue come il petalo di una camelia. Ciò era accaduto in un minuta solo: ma ad Anna sembrò che quel minuto durasse troppo lungamente, ed ebbe un istintivo moto di repulsione, quando Laura, un po’ rosea in viso, bellissima, fulgida di gioventù e di freschezza, venne ad abbracciare anche lei. Istintivo era il movimento di Laura, facendosi baciare dalla sorella: istintivo fu il movimento di repulsione di Anna, ma subito represso. Non era stato neanche un cattivo pensiero; era stato uno di quei brividi lunghi che assalgono le pure coscienze, le quali attingono dalla massima purità della loro anima, la chiaroveggenza delle cose spirituali. Era piuttosto un senso di fastidio, una pena sottile, niente altro. E ogni tanto ella guardava la guancia di sua sorella, dove, lei presente, le labbra di suo marito si erano posate.
Ma quel giorno, nella quiete della villa Caterina fatta per la pace, per la meditazione, per l’amore, cominciò una vita un po’ febbrile, un po’ esteriore, dove Cesare, Anna e Laura erano travolti in un turbine grazioso di visite, di scampagnate, di balletti estivi, di gite sui yachts che erano ancorati a Sorrento. La stagione era allegrissima, quell’anno, a Sorrento, poichè vi erano capitati molti forestieri, fra cui due o tre americane indiavolate, che nuotavano, remavano, giuocavano al crocket, al lawn tennis, erano seducentissime e avevano una forte dote: così che, quell’anno, a Sorrento, corse il motto, fra gli uomini, di fare la corte alle ragazze, il che, nella società mondana, è un costume assai raro. Cesare, ogni tanto, diceva ad Anna che quella era una buona stagione per lanciare Laura, anch’essa molto seducente, con una bella dote, ma la cui posatezza non reggeva al paragone della vivacità, della diavoleria delle americane: e di sera o di mattina, senza stancarsi, con un brio veramente da giovanotto, accompagnava sua moglie e sua cognata, dovunque. Tutti facevano la corte alle ragazze, quell’anno, decisi, quei celibi ostinati, a fare una bella fine: ma Luigi Caracciolo, apprezzando il matrimonio solo per il prossimo suo, continuava a farla ad Anna. Con quella sfioritura di cinismo che prende le apparenze della raffinatezza di spirito, Cesare aveva subito chiesto, in casa, se Luigi aveva fatto il dover suo di cavalier servente, e Anna aveva voluto troncare, con la sua riservatezza, questo discorso che la feriva: ma Laura, intonandosi meravigliosamente al sarcasmo gentile di Cesare, aveva subito narrato che Luigi aveva fatto miracoli di fedeltà, che si era visto difficilmente, nei tempi moderni, un esempio di tanta costanza.
– E la dama, che dice? – aveva domandato Cesare, arricciandosi i neri mustacchi, ancora belli, ancora dalla curva elegantissima.
– Spietata, Cesare – aveva risposto Laura, sorridendo a sua sorella, a cui questi scherzi davano il martirio.
– Nobile dama: ma spietata – aveva ripetuto Cesare.
– Ti piacerebbe, che io avessi pietà? – avea chiesto Anna, vivissimamente, guardando negli occhi suo marito.
– No, non mi piacerebbe – era stato pronto a dire lui.
Malgrado questa sentenza tagliente, in cui il marito con tutta la freddezza, con tutto lo scetticismo, rivelava il suo diritto invincibile alla fedeltà, malgrado che Cesare, senz’averne l’aria, sorvegliasse l’andare e il venire di Luigi Caracciolo, egli scherzò apertamente col corteggiatore di sua moglie, con quel vocabolario arrischiato che viola i segreti del cuore e che deturpa tutte le idealità:
– Bè, come va la corte, Luigi? – gli disse un giorno.
– Male, Cesare: non potrebbe andar peggio – rispose l’altro, assumendo un tono malinconico, che era mentito solo per metà.
– Eppure, ti avevo lasciato libero il campo…
– Sì, sei generoso come un Cesare; ma quando hai preso una provincia, te la tieni, da lontano o da vicino.
– La gente della nostra età fa sempre così, Luigi.
– Ah voi avete un’altra tradizione – mormorò il giovanotto, quasi inconsciamente.
– Quale tradizione?
– Voi non amate…
– E che, amate voi, forse? – chiese Cesare, con un lievissimo, quasi impercettibile aggrottamento di sopracciglia.
– Alle volte, sai, facciamo questa sciocchezza…
– Errore di metodo, mio caro, errore grave. Spero che tu non te ne sia reso colpevole…
– Io non ne so niente – disse Luigi, fingendo il misterioso – e il tuo mi sembra un interrogatorio troppo geloso. Non ti dirò più una parola. Qui accade una tragedia.
– Non credo – concluse con una risatina, Cesare.
– Ma tu vuoi la mia disperazione, Dias? Non vedi che questa tua fiducia mi tortura? Fammi la grazia di esser geloso, perdio!
– Tutto per te, caro, salvo questo: io non sono mai stato geloso, di nessuna donna che mi abbia appartenuto.
– E perchè?
– Per questo: un giorno o l’altro te lo dirò – e lo prese a braccetto, ridacchiando ancora, conducendolo seco nel salone dell’hôtel Victoria. Ma ogni tanto, quel discorso ritornava, sempre scherzoso, da parte di Cesare, ironico e tranquillo, da parte di Luigi agrodolce, e spesso aspro. Nei ritrovi, nelle festicciuole di villeggiatura, Cesare accompagnava sempre Laura, perchè trovava supremamente ridicolo che un marito accompagnasse sua moglie: ed Anna, dopo due minuti di solitudine, in un salone, in un giardino, ai bagni, era subito raggiunta da Caracciolo. Quando Cesare tornava e li trovava, o discorrendo, o ballando, faceva un cenno d’intelligenza a Caracciolo, ridendo su quell’assiduità.
– Consegna rispettata rigorosamente, eh? – gli diceva il sarcastico marito.
– Almeno me l’avesse data lei, questa consegna! – diceva tristamente il corteggiatore.
– Ma insomma, Anna, tu vuoi far morire il più bel giovane della cristianità – esclamava il marito.
– Se si morisse d’amore, quanto migliore sarebbe il mondo – mormorava Anna, senza guardare i suoi interlocutori.
– Aforisma sentimentale – concludeva Cesare, con uno di quei sorrisi di tagliente ironia.
E si allontanava di nuovo, per figurare nei lancieri, di fronte a Laura, mentre fra Anna e Luigi si prolungava un penoso silenzio. Le era impossibile di sopportare, senza soffrire, quegli scherzi: e l’idea che suo marito potesse parlare, così leggermente, di un altro amore, l’idea che egli considerasse come una frivolezza mondana, l’assedio quotidiano fatto al suo cuore da Luigi Caracciolo, la martirizzava. Ella non era dunque niente per quest’uomo, che la lasciava corteggiare così? Neanche le apparenze della gelosia, apparenze che lusingano il cuore della donna, anche quando essa le riconosce per una certa finzione! E s’indignava egualmente contro Cesare, come contro Luigi.
– Voi scherzate troppo sui vostri sentimenti, perchè nessuna donna vi prenda mai sul serio – gli disse una sera, dopo una delle solite scenette, mentre udivano un concerto di mandolini e di chitarre.
Era la prima volta che gli rispondeva direttamente, che gli faceva un rimprovero: egli capì tutto e impallidì di emozione.
– Avete ragione – disse Caracciolo. – Ma sono stato serio, una volta: e mi hanno rifiutato egualmente.
Era triste, dicendo ciò. Sempre quel rifiuto di sposarlo lo amareggiava, più ancora, forse, della indifferenza con cui lo accoglieva adesso. Rifiutare un bello e ricco giovane, intelligente e grazioso, per un uomo che aveva passato i quarant’anni, che aveva sciupato la sua vita e il suo cuore, in tutti gli attriti nobili e volgari: che non amava prima, e che, per premio, non amava neppure dopo! E adesso, messa in giro misteriosamente, non si sa bene da chi, correva la voce della perfetta sfortuna di Luigi Caracciolo presso Anna, come fidanzato prima, come amante, poi: e il suo duplice rifiuto, del passato e del presente, massime, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti, era commentato a maggior gloria di quel trionfante Cesare Dias, che aveva così completamente innamorato quella bella giovane. E a Sorrento, fra gli altri quattro o cinque romanzi d’amore di cui si discuteva, man mano che se ne assentavano gli eroi, il romanzo della passione di Anna per Cesare, di quella di Caracciolo per Anna, riappariva nelle conversazioni, sempre per venire alla conclusione che Cesare Dias era un grande affascinatore: che egli aveva l’arte suprema di accattivarsi il cuore degli uomini e di prendersi il cuore delle donne, e che tutti, veramente, avevano ragione di volergli bene e di adorarlo. E quando un nuovo arrivato, a corto di notizie, constatava la passione di Luigi Caracciolo, tutti crollavano le spalle. Era la storia di un insuccesso, quella.
Lo strano era che Luigi Caracciolo, mosso da non so quale istinto di lealtà, o di raffinata vanità, o di calcolo sottile amoroso, accettava ed esagerava questa parte di innamorato infelice. Giammai più il suo sorriso orgoglioso di giovinotto bello e felice, era apparso sulle sue labbra: e giammai più si era mescolato a una di quelle riunioni di giovanotti, dove spesso era stato l’anfitrione, o almeno uno dei protagonisti. Si vedeva, che egli viveva solo nell’aspettazione di Anna, quando si trovava in un salone, in un teatro, e che era inquieto, nervoso, sino a quando ella arrivasse: si vedeva il tramutarsi del suo volto, quando ella entrava, lo salutava, gli stendeva la mano: si vedeva la sua partenza precipitosa, quando ella se n’era andata: e la sua preoccupazione di ogni momento, tutti la vedevano, e tutti vedevano la sua pensosa malinconia. Forse egli amava che tutto questo si vedesse. Anna era una creatura assai diversa dalle altre; giammai sarebbe riuscito, con lei, il metodo della freddezza esteriore e dello scetticismo. Era troppo freddo e scettico Cesare Dias, il marito a cui egli voleva prendere il posto, perchè lui, l’amante ideale, diventasse come Dias. Quella creatura semplice e passionale che era Anna, doveva simpatizzare coi volti pensosi dove si legge la misteriosa traccia di un dolore, poichè ella godeva ogni sera e ogni mattina il tranquillo volto di un indifferente. Luigi Caracciolo amava, è vero: Luigi Caracciolo soffriva, è anche vero, ma il suo amore e il suo dolore erano adoperati assai finemente, con un metodo psicologico assai giusto.
Pure, malgrado la sua perspicacia, nell’autunno, egli vide che Anna era di nuovo agitata, distratta in altri pensieri; e tutta la bella gioia del ritorno di Cesare era svanita. Anna si chiudeva in un silenzio profondo, pallida, con quei segni lividi sotto gli occhi, che accrescevano la seduzione del suo viso, leggermente consumato. Egli capiva bene che quel poco di pietosa simpatia che Anna aveva avuto per lui, svaniva, scacciata da un’ignota ragione d’inquietudine. Egli la interrogò, un giorno, in una gita che avevano fatta, sul Deserto, una montagnola sorrentina dove sorge un convento.
– Avete qualche cosa che vi preoccupa? – egli le chiese, dandole il braccio per uno di quei lunghi corridoi claustrali freschi e chiari.
– Sì – diss’ella lealmente.
– Volete dirmi che cosa è?
– No, non voglio – ella soggiunse, con eguale lealtà.
– Non sono degno della vostra confidenza?
– Non posso dirvelo, non posso; è una cosa orribile – ella mormorò, con un tono così spaurito e desolato, che egli tacque, temendo che gli altri si accorgessero della sua emozione.
La interrogò ancora dopo. Non ottenne nulla. Anna si turbava: e sembrava che avesse ella medesima, orrore del suo pensiero e del suo sentimento. Luigi fece tutti i sospetti: dal più gradevole, che Anna si fosse innamorata di lui, al più sgradito, che Anna si fosse innamorata di un altro, di qualche incognito personaggio. Ma intese subito che erano ubbie, che ella non aveva cessato un minuto di amare Cesare Dias, e che la sua segreta tortura veniva sempre da quell’amore.
Suo marito era stato tenero e cortese, non altro, per lei, solo la prima settimana del suo arrivo; dopo, quasi avesse saldato il conto arretrato di tenerezza e di cortesia, aveva a poco a poco ripreso quella disinvoltura, per cui egli stava il meno possibile in compagnia di sua moglie, senza esagerare l’abbandono, ma abbandonandola costantemente. Aveva trovato una nuova forma, adesso: cioè quella di andare con Laura, dovunque, con la scusa che essa era troppo grande per essere accompagnata da una damigella di compagnia, e con la più forte scusa che egli doveva necessariamente maritare quella ragazza, posto che ne era il cognato. Talvolta Anna, per non perdere di vista il marito, andava anche lei, in tutti quei ritrovi mondani dell’estate e dell’autunno, sforzandosi di mettersi all’unisono, cercando di dissimulare l’interesse amoroso, che la conduceva ai bagni, alle regate, alle gite, ai ricevimenti campestri: ma, appena giunti, essa perdeva di vista suo marito e sua sorella; Cesare pareva ridiventato un giovinotto di ventidue anni, che ballasse la sua prima quadriglia; egli si dichiarava capace di qualunque sacrifizio e di qualunque miracolo, visto che era il cognato di Laura e che doveva sposarla necessariamente. Spesso, dinanzi ad Anna i due cognati scherzavano su questo matrimonio.
– Ma insomma, quanti sono i tuoi corteggiatori? – domandava Cesare Dias, con una gravità burlesca.
– Quattro dichiarati: e altri tre o quattro, ancora incerti – rispondeva Laura, con un risolino.
E ridevano insieme. Anna si sentiva esclusa da quella intimità e tentava invano di penetrarvi: qualche cosa, una parola, un’occhiata, una sfumatura di gesto, la respingevano indietro. Un assai acuto ma tacito tormento le cresceva dentro; aveva confusamente il senso di una grande ingiustizia che le si usasse: ma se scendeva ai particolari, analizzando tutto quello di anormale che le accadeva intorno, vedeva bene che erano delle puerilità. Era una puerilità, sicuramente, quella spiacevole impressione che ella riceveva quando Cesare e Laura si davano del tu, lei presente. Si eran dati del tu, sempre, Laura e Cesare, dal giorno in cui Cesare, lasciato il grave posto di tutore, aveva preso quello più familiare di cognato; ma Anna non ci si poteva abituare; ogni volta che essi ricominciavano a darsi del tu, lei presente, ella riceveva lo stesso urto nervoso, una sensazione sgraditissima. Una puerilità, di cui ella si vergognava, anche innanzi a se stessa; e che nulla avrebbe mai detto a Cesare, a Laura, per nulla, mai.
Ma non reggeva a una lunga conversazione che facessero suo marito e sua sorella, così familiare, così intima: doveva lasciare la stanza, non osando gridar loro di tacere, di finirla, se non volevano farla morire. Tante volte, si levava ed usciva, temendo che qualche parola le sgorgasse dalle labbra, suo malgrado. Poi, si pentiva. Si sentiva puerile, meschina, talvolta folle. Cercava di far forza a se stessa, per non udire, per non vedere. Sì, anche per non vedere. Qualunque atto di cordialità fosse scambiato fra sua sorella e suo marito, la facea trasalire, in tutte le fibre di donna giovane e sensibile. Se suo marito offriva il braccio a sua sorella, per entrare in un salone, o per la via, allontanandosi, ella aveva l’impeto di raggiungerli, di staccarli violentemente, di portarsi via Cesare; se suo marito dava la mano a sua sorella, per discendere dalla carrozza, per entrare in barca, ella voltava gli occhi in là, per celare il lampo del suo sguardo; se Cesare, quasi per celia, baciava la mano di Laura, inchinandosi galantemente, Anna chinava gli occhi a terra, avendo paura che tutto le si leggesse, in quegli occhi, il pensiero dell’anima sua. E quasi, quasi, come per torturarla, quei due erano familiari, familiari molto: Cesare si occupava dei vestiti di Laura, dei suoi cappellini, le annodava una sciarpa, le dava dei fiori per completare la sua toilette, le faceva cambiare la foggia della pettinatura. Anna fremeva: e dopo si pentiva di questi fremiti, di questa sensibilità morbosa. Diceva a se stessa:
– Io sono vigliacca e perfida, perchè suppongo delle perfidie e delle vigliaccherie.
Si pentiva amaramente della gelosia, in ogni momento; ma niuna potenza, umana o divina, le poteva distruggere nell’anima la gelosia. Essa sorgeva dall’essenza medesima della sua passione, cieca gelosia, ma imperiosa, gelosia distinta, ma sottile e tagliente come una sega che si esercitasse crudelmente sulla carne e sui muscoli: gelosia che non osa mettere un nome, che non ha il coraggio di assodare la verità di un fatto, ma che freme di tutto, di una mano stretta, di un braccio sfiorato, di due sedie messe accanto, di una parola scambiata sottovoce, di uno sguardo più lungo dell’usato. Ella s’imponeva il silenzio per punirsi di questa novella forma di follia, ella s’imponeva di lasciare le stanze dove erano suo marito e sua sorella, per far penitenza della propria viltà, ella s’imponeva di dare la massima libertà alle relazioni di suo marito e di sua sorella, per frustare il proprio sangue indomito, per punirsi, per punirsi! Ah ella era una creatura abietta, con l’anima ormai deturpata da tutti i più sacrileghi sospetti, ella faceva orrore a se stessa, quando immaginava che una innocente e casta fanciulla come Laura, che un onest’uomo come Cesare, potessero commettere questo tremendo peccato! Venivano dei minuti, in cui ella stessa si sentiva così colpevole contro loro, che avrebbe voluto chieder loro perdono, se li offendeva così, turpemente fantasticando sul loro casto amor fraterno. Si accorgeva, Cesare, di quest’ansietà segreta, di questi fremiti, di queste morbose e tormentose fantasie in cui avvampava la passione di Anna? Forse. Ogni tanto, senz’averne l’aria, egli la fissava nel volto, volendo scrutarne l’intimo, divorante pensiero, ed ella impallidiva, sgomenta, quasi che lei, poveretta, si trovasse in pericolo. E Cesare si era anche fatto, in quel periodo, marito più affettuoso, più tenero: tanto che ella talvolta, quando Cesare le dava un bacio, si metteva a tremar tutta, con un singhiozzo sordo, ma senza lacrime.
– Che hai, che pensi? -: le chiedeva Cesare con una certa ansietà repressa.
– Niente, niente – diceva ella, smorta, con gli occhi chiusi, cercando di farsi baciare ancora.
– Che hai? – insisteva il marito, con la sua dominante voce.
– Non mi domandare, non mi domandare – esclamava lei, affannosa, mettendogli una mano sulle labbra.
Ma una sera, quando eran soli, glielo disse, tremando, non potendo guardarlo in viso, come una donna che ha errato.
– Ti amo tanto, Cesare, tanto ti amo!
– Lo so – mormorò Cesare, con un lieve sorriso. – Ma non è questo, cara Anna.
E le arruffò, quasi per scherzo, i neri capelli sul collo.
– Hai ragione, non è questo, Cesare: io sono gelosa di te.
– E di chi, Anna? – chiese lui, diventato freddo freddo a un tratto, imperioso.
– Di tutte. Se tu tocchi una mano di donna, Cesare, io mi sento dilaniare.
– Di qualunque donna?
– Di qualunque donna.
– Di nessuna, in particolare?
Ella esitò un minuto secondo: una esitazione fugacissima.
– … di nessuna, in particolare.
– Fisime, ubbie – egli disse, arricciandosi i mustacchi, il che era un suo movimento di soddisfazione.
– È amore, amore – ella disse. – Ah, se tu ne ami un’altra, amore, io mi uccido!
– Non credo che morirai di morte violenta – soggiunse lui, ridendo.
– Pensaci, amore, io mi uccido.
– Morirai a ottant’anni, di morte naturale – concluse Cesare, ridendo ancora.
Ed ella prese questi scherzi per una promessa, per un conforto. Fu rassicurata, per qualche giorno: ma la prima volta che ella volle provare le sue forze e lasciò uscire sua sorella e suo marito per andare a prendere un gelato, a Sorrento, la scusa per fare una passeggiatina, ella fu ripresa dal suo male e soffrì atrocemente. D’allora la sua condotta fu stravagante, bizzarra: a volte si sforzava a essere ilare, i suoi nervi si eccitavano, il suo riso diventava stridente, e tutto questo finiva in una malinconia profonda, in un silenzio tetro, da cui nessuno poteva trarla. A volte ella trattava Laura con una umiltà, con una tenerezza senza pari, abbracciandola, baciandola: e nella medesima giornata, senza causa apparente, ella si faceva aspra, la sua voce si velava di rancore, ed Anna finiva per andare a chiudersi in camera sua, dove restava delle ore, per domare la tempesta che le tumultuava nel core.
Era però singolare che Laura, vedendosi ora accarezzata, ora maltrattata, non domandava mai spiegazioni delle carezze e delle asprezze: soltanto sorrideva, bellissima, ridiventata rosea, luminosa negli occhi, coi capelli biondi dove scintillava, qua e là, dell’oro. Più di una volta, in qualche minuto che eran sole, le due sorelle, Anna si era scolorata quasi le urgesse una grave domanda, ma nel vedere sua sorella Laura così serena in ogni suo sguardo, nella trasparenza della sua carnagione, in tutta l’espressione della sua fisonomia, le era caduto ogni coraggio di parlare. Pure, per lei, le cose voltavano alla peggio: l’autunno e la campagna concedevano tanta libertà ai villeggianti, che gli amori, i capricci, i corteggiamenti germogliavano con un rigoglio così prepotente, che non valea nessuna gelosia di marito, di fratello, di amante abbandonato a soffocarli. Tutti si divertivano, tutti si volean bene, e si piacevano, con un trasporto, con un impeto fra giocondo e amoroso, che era accresciuto dalla idea della prossima partenza. Ad Anna tutto questo faceva male al cuore. Si trovava in contraddizione col suo ambiente. Ella amava e non si sentiva amata: ella era gelosa, e questo delicato e gran tripudio dell’anima ora la faceva dolorare nuovamente, più acutamente. Per una settimana si mescolò anche lei, nervosa, alterata, sempre seducente, anzi più seducente che mai, in quella fittizia esaltazione, e trovandosi sempre alle spalle Luigi Caracciolo, il pensoso amatore infelice, provava un’amarezza grande per quella stagione estiva, perfettamente perduta per il suo amore. Egli sentiva però, che qualche cosa si andava infrangendo, giorno per giorno, nel cuore di Anna: e Caracciolo conservava quella sua consegna di uomo che aspetta, senza chiedere, ma sperando sempre. Ma Anna non resistette più di una settimana a quella vita tumultuaria; e disperata di non potersi consolare in nessun modo, disperata di portare in pubblico le sue malinconie, si chiuse in villa, fino al termine della stagione. Diceva di star male. Stranamente, insisteva presso Laura perchè andasse, perchè si divertisse: e quando era restata sola a villa Caterina, quando non vi era più nessuno che badasse a lei, ella si buttava in ginocchio nella stanza dove era morta sua madre, chiedendo la grazia dei suoi tormenti. Ah ella peccava, peccava, sospettando, e trovava la sua punizione nello stesso ribrezzo, che le facevano i suoi sospetti. Il marito e la sorella, spinti da lei stessa, partivano, tornavano, dopo quattro o cinque ore di assenza nella giornata, tornavano a ora avanzata nella notte: con quale sguardo scrutatore, tetro, ella li accoglieva, ma senza dire nulla! Laura girava sui tacchi delle scarpette, e se ne andava, tutt’avvolta nel suo fresco e molle scialle di crespo bianco: Cesare dava una crollata di spalle e accendeva una sigaretta. Anna taceva: riprendeva il libro, di cui non aveva letto una linea; o chiudeva gli occhi come se dormisse.
Ma il grido del cuore, represso, soffocato, sgorgava prepotente:
– Quando ce ne andiamo, da questa Sorrento, quando?
La domanda pareva diretta a se stessa, tanto che Cesare la lasciò cadere, due o tre volte. Spesso sua moglie discorreva ed egli trattava quel discorso come un soliloquio. Ella si accorse che suo marito voleva prolungare il suo soggiorno, fingendo di non avvedersi della sua impazienza: allora glielo disse apertamente:
– Andiamo via, Cesare, te ne prego!
– Così presto? Napoli è ridicola, in questa stagione; non vi è nulla da fare, avremo l’aria di provinciali.
– Non importa, andiamo via, Cesare.
– Ti secchi, qui, nel più bel paese del mondo?
– Il paese è bellissimo, ma me ne voglio andare.
– Come vuoi – egli disse, cedendo subito, ma diventato freddissimo. – Dà pure gli ordini della partenza.
E per vendicarsi di lei, negli ultimi tre o quattro giorni, l’abbandonò totalmente, portando sempre seco la sua cognata, glorioso di quella bella giovane, serena creatura, che portava al suo braccio, che aveva lo stesso carattere e lo stesso umore di lui, che sorrideva nel medesimo modo leggiadramente sarcastico e che non diceva nessuna frase di melodramma: felice di lasciar a casa quella stravagante seccatrice di sua moglie, che le inventava tutte per seccarlo, mentre gli aveva così formalmente promesso di non esser seccante. E questa nota che egli aveva, andandosene, e il modo trionfale come si portava via Laura, Anna vide e intese perfettamente, poichè ella, nel silenzio, aveva imparato a leggere nel cuore di suo marito. Una profonda oppressione la vinse: e giammai come in quei tre giorni, ella ebbe il senso della sua disfatta. Mai più, mai più avrebbe riannodato la sua vita; mai più, mai più, avrebbe potuto trasformare se stessa. Fu in questo stato di abbattimento che la trovò una sera Luigi Caracciolo, alla vigilia della loro partenza per Napoli. Egli veniva per il saluto di congedo. Si era alla metà dì ottobre, ma anche lui si era trattenuto oltre l’usato, nutrendo la vaga, ma insistente speranza degli uomini che conoscono l’arte di aspettare. Soltanto, anche egli era triste: il suo amore, di quelle tinte dolci dell’autunno, prendeva un po’ di carattere sentimentale. Anna stava nel salotto, poichè quell’anno aveva avuto freddo prima del tempo e aveva subito abbandonato il giardino e la terrazza, appena finito il settembre; sceglieva alcuni oggettini suoi, da portar via, certi vasellini di fiori, uno stracciacarte, un portalibri che aveva sempre seco.
– Buona sera, signora Dias – disse lui, entrando, e queste assai comuni parole avevano un’intonazione melanconica.
– Buona sera. Non ballate al Victoria, voi, per l’addio?
– No, io non ho che da dare a voi l’addio.
– Addio, dunque – diss’ella venendosi a sedere presso a lui.
– Addio – egli mormorò, sorridendo, guardandola negli occhi. – Ma ci rivedremo presto, fra una quindicina di giorni.
– Non so, Caracciolo, se riceverò così presto: non so neanche se riceverò – diss’ella tristamente, lentamente.
– Mi volete scacciare? – domandò lui, un po’ pallido.
– Non è per voi, è per tutti. Non sono fatta per il mondo, io sono una spostata, sono una stonata. Mi vale meglio la solitudine.
– Vi languirete di tristezza… – egli mormorò. – Invece, venendo qualcuno… qualche amico devoto… chissà… potrete anche distrarvi.
– Le mie cure sono troppo profonde – ella disse, sottovoce.
– Non vi pare di essere un po’ egoista? Anche qualcun altro soffre, e voi non ci badate, signora. E volete togliergli anche la rara dolcezza di potervi vedere? Ma non sapete che il male che si fa, anche senza saperlo, si paga? Non siate egoista, signora.
– È vero; sono forse egoista. Ma chi di noi non è capace di male? L’essere più puro, più innocente, senza volerlo, vi può trafiggere il cuore, mentre sorride.
Egli la guardò, indagando, intuendo che si trovava di fronte al segreto di Anna, al fenomeno spirituale che la esaltava e l’accasciava, da due o tre settimane. Ma Caracciolo non chiese nulla, direttamente. Forse, ella avrebbe parlato, così, per naturale confidenza.
– Sorrento vi ha annoiata, è vero?
– Non annoiata, precisamente: vi ho sofferto.
– Più di Napoli?
– Più di Napoli.
– E perchè?
– Così. Porto meco la mia infelicità.
– Credevate che Sorrento trasformasse la persona che amate?
– Speravo…
– Nulla potrà trasformare quell’uomo, mai. Egli non è cattivo, poi; ma è come è.
– È vero – ella annuì, smorta, simile a chi vede uno spettacolo improvvisamente lugubre.
– Perchè, poi, cercate l’impossibile? – disse lui, difendendo anche se stesso, in quella difesa di Cesare.
– E voi, non cercate l’impossibile? – replicò ella.
– … già, ma mi contento di desiderarlo. E vedete, come sono ragionevole. Voi siete assai triste, assai triste, Anna, non per causa mia, per un altro: eppure io sarei così contento di esservi di conforto in qualche modo, in qualche forma…
– Grazie, grazie – ella rispose, commossa.
– Credo che vi attendono dei brutti giorni a Napoli: non ve lo auguro, cara Anna, ma lo credo.
– Io ne son certa – e una subitanea disperazione le disfece il viso.
– Ebbene, volete trattarmi da amico? In un minuto di dolore mi rammenterete?
– Sì, vi rammenterò.
– Ricorrerete a me?
– Ricorrerò a voi, come ad un fratello.
– Sentite, Anna. Io abito ufficialmente con mia madre, a via Tribunali, nel vecchio palazzo di famiglia. Ma la mia casa vera, è al Chiatamone, nel villino Rey; si entra dalla strada interna. Vi giuro, Anna, che vi dico questa cosa, come se la dicessi alla carissima fra le mie sorelle. Fra quindici giorni da oggi, ricordatevi, ricordatevi che ogni giorno, sino alle quattro pomeridiane, io aspetterò un vostro messaggio, una vostra lettera, una parola. In quella casa non vi sarò che io, io solo, Anna, aspettando che ci venga, se vuole, la donna che io più rispetto sulla terra, o un suo ordine: aspettando che mi si chieda un servigio, il più grave, il più duro. Obbedirò con entusiasmo. Anna, Anna, quando vedrete scorrere le ore, ricordatevi che io aspetto: quando avrete bisogno di un amico, di un cavaliere, di un servo, ricordatevi che la mia giornata passa, aspettandovi.
– Ma perchè volete dare la vostra vita, così? – ella chiese, sorridendogli amichevolmente.
– Perchè è bello, darla così. Voi, amando, non fareste come me?
– Farei come voi… Gitterei la mia vita.
– Vedete! Ma dimenticate la parola d’amore che ho pronunziato, adesso: essa è sfuggita involontariamente. Non è l’innamorato, non è l’uomo che vi adora, ma è l’amico devoto, ma è il fratello che vi rammenta: Ogni mio giorno è vostro. Giuro che nessun impuro desiderio mi muove.
– Lo credo – diss’ella, credendogli veramente.
E gli stese la mano; egli la baciò, per confermare il doppio giuramento che aveva fatto. Egli era sincero, in quel minuto: la menzogna esisteva, forse, nel fondo dell’anima, ma egli non l’avvertiva.

IV.

Infatti, tornata a Napoli, Anna si rifugiò in una solitudine e in un silenzio grande, non ricevendo nessuno, non facendo alcuna visita, vivendo molto nella sua stanza; uscendo alla mattina per lunghe passeggiate a piedi, cercando di stancarsi, evitando di parlare, vivendo in una specie di sonnolenza morale, in cui i suoi dolori si facevano meno gravi. Sua sorella e suo marito, guardandola, ogni tanto, in atto di compassione, considerandola malata, continuavano a godere di quella libertà che avevano goduta a Sorrento: ella li lasciava, consumandosi nei sospetti, e nel rimorso dei sospetti. Anna aveva tentato invano di ricorrere alla religione, per calmare tutte le amarissime dubbiezze del suo spirito: ma il suo misticismo si dileguava subito, nuvola fantastica, al contatto di quella passione terrena che la vincolava con tutti i suoi legami. Aveva cercato del suo confessore, per dirgli tutto: ma quando fu inginocchiata innanzi alla grata di metallo, ella non osò accusare, a un estraneo, sua sorella e suo marito. Parlò confusamente, senza poter dire quale chiodo le si fosse conficcato nel cuore, soffocando le grida che le sgorgavano dall’anima: e il buon confessore non potette che darle delle consolazioni vaghe, parlando contro la gelosia che deturpa l’amore e avvilisce le anime innamorate: vaghe consolazioni, di cui svanì subito la traccia. Ella si abbandonava a un abbattimento morale così intenso, come se veramente tutta la fatalità del suo destino le si aggravasse adesso sul capo e la spingesse al naufragio. Anna usciva, camminando a guisa di sonnambula, per lunghe ore, fermandosi distrattamente a guardare le vetrine dei magazzini, salutando gli amici e le amiche che incontrava, rispondendo alle loro domande, se si fermava con loro, assai correttamente, ma con l’anima assente. Rientrava in casa molto stanca e passava varie ore della sua giornata, distesa sulla sedia di riposo, o buttata addirittura sul letto, leggicchiando, pensando, sonnecchiando e mancando spesso alla mensa familiare, con una scusa, con un pretesto qualunque.
– La signora è rientrata da mezz’ora e dorme – diceva il cameriere di Cesare al padrone.
– Sta bene, non la disturbate – diceva subito Dias, liberato da una preoccupazione.
– La signora ha mal di capo, non viene a colazione – diceva la cameriera di Anna a Laura.
– Va bene: state attenta, se chiedesse nulla – rispondeva Laura, imperturbabile, serena.
E Cesare e Laura riprendevano lietamente la loro vita in comune, senza neppur pensare più a lei che acutamente soffriva, in tutta l’essenza dell’anima sua, in tutte le fibre del suo organismo. La gelosia imprime violenti spasimi fisici e contrazioni nervose che danno lunghi fremiti e stringimenti di cuore, per cui sembra che si muoia. Tutto questo, Anna soffriva. E sempre, in fondo a tutto il suo lungo dubbio crudele, ella si trovava indegna per tale dubbio, ella si biasimava per i suoi tormenti, ella si credeva, certamente si credeva, la più ingiusta fra le donne. Sua sorella che era stata sempre la purità istessa, suo marito che non aveva mai commessa una mala azione, erano creature superiori, degne di adorazione ed ella le vilipendeva, ogni giorno, le gittava moralmente nel fango. Quante volte avrebbe voluto buttarsi al collo di Laura e piangere su quel seno tutte le lacrime del suo, pentimento: ma temeva tanto di offendere il candore di sua sorella! Quante volte, nei rari minuti di espansione che adesso le concedeva il marito, ella sentiva il suo cuore struggersi nella pena e avrebbe voluto narrargliela in tutta la sua crudeltà, quella pena d’amore: ma ormai, suo marito la intimidiva, con le sue arie di compatimento, ed ella arrivava a domandarsi, se veramente quella gelosia non fosse una fissazione della sua mente inferma. E una illusione, infine, era stata quella precipitosa partenza da Sorrento, sperando di trovare a Napoli una pace, che Anna aveva perduta per sempre; poichè ella capiva ormai, che la sua tortura era tutta interiore, e che avrebbe dovuto strapparsi dall’anima quella passione, per guarire. D’altronde, mentre ella si accasciava nelle sue tormentose riflessioni, e fuggiva la presenza di suo marito e di sua sorella, non potendo sopportare più di vederli insieme, seduti accanto, sfiorandosi col braccio, stringendosi la mano, guardandosi, sorridendosi, mentre ella si allontanava dalla casa, come da un luogo d’inferno, o si rinchiudeva nella sua camera, chiedendo l’isolamento al suo dolore, ella si accorgeva bene dell’indifferenza di Cesare e di Laura, per la sua assenza. Capiva, anzi, che le sue malinconie erano un sollievo per loro, perchè evitavano loro l’aspetto di una pallida e triste donna, che non parlava, che era sempre in uno stato di sogno e per cui tutte le cose sembravano scolorate; capiva di esser loro di peso.
– Essi sono lieti: e io li secco – pensava fra sè.
Due o tre volte, però, Cesare, un po’ preoccupato di questo inguaribile stato di tristezza di sua moglie, aveva cercato di scuoterla; e ne erano seguite delle scene, in cui Anna, spaventata dai sarcasmi, dalla fredda collera di suo marito, non aveva voluto dire il suo segreto.
Un giorno, irritato, Cesare Dias le aveva dichiarato che egli non le dava il diritto di atteggiarsi a vittima, che ella non era una vittima, e che tutte queste fisime sentimentali lo seccavano immensamente.
– Io ti secco dunque? Ti secco? – aveva chiesto Anna, frenando a stento i singhiozzi.
– Sì, moltissimo. E spero che finirai di seccarmi un giorno o l’altro, è vero?
– Dovrei morire, sarebbe meglio – mormorava Anna, smarrita.
– Ma come, non puoi vivere ed essere meno noiosa? È un compito, una missione, quella che ti sei assunta, di seccare?
– Meglio morire, meglio morire – singultava lei.
Egli se ne era subito andato, maledicendo la propria sorte e il proprio errore, poichè aveva sposato quella folle creatura; ed ella, che avrebbe voluto chiedergli perdono, non lo trovò più. Ah che ella non poteva mai, mai, aver ragione con lui! E dopo, nella giornata, anche sua sorella Laura la trattò con un certo disprezzo, stringendosi nelle spalle, al vederne gli occhi rossi. Per reazione, Anna volle uscire da quello stato di desolazione in cui si venìa profondando, volle rivivere, cercare di essere, almeno nelle apparenze, come tutte le altre donne del suo ceto, tranquilla e felice. Cominciava la bella stagione invernale napoletana: ella andò dalla sua sarta, si fece fare otto o dieci vestiti, decisa a diventare una persona frivola e vuota. Adesso, quando usciva alla mattina, incontrava sempre Luigi Caracciolo, dovunque ella andasse, quasi ella gli avesse comunicato il proprio itinerario: invece egli lo indovinava, con quella felice intuizione degli innamorati che ritrovano sempre la persona che amano. Ma non si fermavano, scambiavano un saluto: niente altro. Ella gli sorrideva. Non era un cattivo amico e col suo amore non le aveva dato nessun fastidio. Ma nel modo come egli la guardava, ansiosamente, nel saluto che egli le faceva, ella leggeva, ancora una volta, l’appuntamento:
– Ricordatevi: ogni giorno: sino alle quattro.
Anna sorrideva, benevolmente, con una benevolenza tutta esteriore, e continuava la sua strada, dimenticando subito l’incontro. E giammai, nella tortura della sua passione e della sua gelosia, esaltandosi e languendo per un uomo come Cesare Dias, ella aveva pensato, ella pensava, giammai, che le sarebbe stato assai meglio sposar quel biondo e bel giovanotto, che le aveva voluto bene, e gliene voleva, a suo modo, che gliene avrebbe voluto molto, anche nel matrimonio, almeno per un certo tempo, e che infine era giovane, e tutte le corde dell’entusiasmo d’amore vibravano ancora in lui. Giammai ella aveva pensato a paragonare Cesare Dias, cuore arido e sdegnoso, temperamento raffinato e quasi esaurito, uomo in cui nulla più vibrava che il piacere fantastico di un minuto, anima senza entusiasmo e senza emozione, creatura disperante, poichè era come il fuscello di legno secco e fragile che si spezza fra le mani e che non ricorda neppure lontanamente il fiore di primavera: giammai, dunque, ella aveva pensato a paragonarlo con Luigi Caracciolo, bello, sano, intelligente e in cui, un’anima sentimentale, poteva anche cancellare tutta la influenza corrompitrice della vita galante. Quando mai ella aveva fatto tal paragone? il suo cuore era preso, la sua anima era presa, i suoi sensi erano presi del vecchio, dell’uomo freddo e disprezzante, più disprezzante ancora perchè le ultime potenzialità andavano a sparire in lui, ella era presa di lui, inguaribilmente, sino alla morte. Ella chiedeva alle occupazioni dei vestiti, delle visite, dei teatri, quello stordimento superficiale, quella ebbrezza degli occhi e delle orecchie che svia l’anima, per successivi minuti, e talvolta la deprime fino all’abbattimento. Cesare Dias incoraggiava questo annegamento di Anna nelle cure frivole ed esterne della mondanità, lieto di avere una donna che si occupasse di cappelli, di ricevimenti, di teatri, di mode, che si facesse far la corte, ma non tanto, sino a certo punto, che avesse dei corteggiatori, ma un amante mai, e che infine, soddisfatta nel suo amor proprio, trionfante nella sua vanità, carezzata in tutti i suoi istinti femminili, ella conservasse il suo amore per suo marito, ma che non lo seccasse: ecco! Vedendo che Anna si metteva, almeno per un tentativo, per quella strada, egli era ridiventato galante con lei, osservava minutamente tutti i suoi vestiti, le dava dei consigli, sapienti consigli dell’uomo che conosce tutta la gamma dell’eleganza muliebre; e quando la vedeva bella, attraente, le dava un bacio sulle labbra, o sopra una spalla che usciva dal busto scollacciato, e la mandava con Dio, o col diavolo – egli diceva fra sè. – E in fondo dell’anima di Anna vi era una collera contro se stessa che si avviliva in tal modo, che diventava una bambola vestita ogni giorno di nuovi cenci, che trascinava per le feste e per i teatri un cuore trangosciato, curvando la bruna testa, sotto il diadema scintillante che Cesare le aveva donato il giorno del suo matrimonio, agitando nelle delicate mani il ventaglio di piume bianche e sentendosi struggere e soffocare. Ah, ella non avrebbe mai travato un rimedio al suo dolore; quello così volgare di diventare una donna alla moda, quel rimedio così facile a una donna bella, di trasformarsi in una stella del firmamento muliebre, non la confortava, e le faceva spesso orrore. Talvolta, assorta in malinconiche riflessioni, vedendo tante altre donne ornate come lei, cariche di gemme sorridenti, con gli occhi lucidi, ella si chiedeva, se non tutte quelle donne avessero una ferita sanguinante per cui non vi era balsamo, per cui perdevano la forza e avrebbero perduta la vita: se non tutte quelle creature risplendenti come idoli ieratici, non avessero come lei un cuore straziato chissà quanto, chissà! Coloro che incontravano Anna Dias, dovunque, dicevano che ormai ella era una gran mondana; ma i più fini vedevano bene, ogni tanto, sulle sue labbra, la morte del sorriso, quando ella non aveva più la forza di sorridere; i più fini vedevano bene i suoi improvvisi pallori, e le nebbie torbide che, a un tratto, coprivano gli occhi belli, i più fini vedevan bene che, in un momento, mentre pareva che si divertisse tanto, ella chiedeva il suo mantello, e se ne partiva senza volger la testa, sparendo, andandosi ad immergere nella solitudine della sua stanza. E coloro che erano osservatori, dicean bene che la signora Dias era una donna attraentissima, ma che un giorno o l’altro ella avrebbe fatto una corbelleria.
– Quale corbelleria?
– Mah!… qualche cosa di molto stravagante…
Una sera, verso la fine di gennaio, Anna doveva andare al San Carlo; era una serata di prima rappresentazione. Durante il pranzo, ella aveva chiesto a Laura se volesse accompagnarla.
– No, non vengo – aveva risposto Laura, distrattamente.
– E perchè?
– Debbo levarmi presto, domattina: ho da confessarmi.
– Ah! Sta bene. E tu mi accompagni, Cesare? – disse Anna, rivolgendosi al marito con uno sguardo interrogativo, scrutatore.
– … Sì – disse questi distratto.
– Viene la zia Sibilia – soggiunse Anna.
– Allora, se mi permetti, verrò al secondo atto – e sorrise a sua moglie così gentilmente, che ella trasalì.
– Hai qualche cosa da fare?
– Sì: ma torneremo insieme – e pronunziò questa frase, con una intonazione di galanteria perfetta.
Ella arrossì e impallidì. Suo marito la trattava come un’amante a cui si è fatto, o si vuol fare qualche torto, e verso la quale si aumenta di amabilità.
E che importava? Purchè le volesse bene, in una forma o in un’altra, purchè fingesse di volerle bene, tutto era guadagnato di fronte al disprezzo e alla indifferenza; e quell’idea di ritornare insieme, dal teatro a casa, in carrozza chiusa, la inebbriava come un convegno di amor proibito. Suo marito l’adeguava, forse avvilendola, alle sue innamorate illegali; ma non gli aveva ella giurato, sulla terrazza di Sorrento, che voleva essere la sua serva, la sua schiava? Andò a vestirsi pel teatro. Mise per la prima volta un vestito di broccato azzurro, con un lungo strascico, vestito audace per il colore che è adattato alle donne bionde, ma la cui tinta era così indovinata, che la carnagione di avorio di Anna ne aveva un risalto magnifico. Il busto del vestito era screziato, qua e là, di piccole e grandi stelle di brillanti, lembo di cielo in una notte stellata: e nei capelli bruni di Anna, rialzati sul capo, erano fissate tre stelle di brillanti, tremolanti sullo stelo, meravigliose. Ella non portava nessun braccialetto: aveva al collo un sol filo di perle. Quando ebbe finito di vestirsi, mandò a chiamare suo marito. Non dunque lei era una qualunque vilissima amante, che spera solo nel brutale trionfo della sua bellezza, per affascinare un minuto il suo volubile signore? Egli venne. Era ancora in abito da casa. E sua moglie gli piacque subito.
– Stai benissimo – disse.
Le prese le mani, le baciò: poi le baciò il bel braccio nudo, che usciva dai veli azzurri; e infine, la baciò sulle labbra. Ella ebbe un lungo fremito e abbassò il capo.
– Ci vedremo – egli disse, in forma di promessa, per consolarla – e torneremo insieme – soggiunse confortandola come un’amante tradita a cui si riaccorda, per bontà d’animo il favore di un convegno.
Ella accettò, poichè doveva accettare tutto da lui. Uscì, senza aver salutato Laura, che si era ritirata nelle sue stanze, e andò a prender la zia Sibilia, che abitava adesso nella loro antica casa di via Gerolomini, dove ella aveva tanto amato e tanto sofferto. La zia era pronta. Andarono al teatro. Ma per Toledo, trovarono una quantità di carrozze che tornavano indietro; le due donne non ne intesero la ragione che sotto il portico del San Carlo, dove un cartellino rosso era attaccato sul cartellone bianco. Per una indisposizione improvvisa della prima donna, non vi era più spettacolo quella sera al San Carlo: per l’ora tarda, era stato impossibile apprestarne un altro. Così, piccoli coupé che racchiudevano un marito e una moglie che probabilmente non avevano scambiata una parola durante il tragitto, o grandi landaux di famiglia, dove due genitori si trascinavano dietro tre o quattro figliuoli, o carrozzelle da nolo, tutti gli equipaggi, dopo essere stati fermi un pochino, tornavano indietro, lentamente. E nelle carrozze, tutto, era un malumore subitaneo, manifestato col broncio taciturno delle ragazze, colla nervosità delle giovani spose, coi sospiri delle madri; ed erano mille cose guastate, mille progetti andati a male, un dispetto, un rancore, una collera di tutti coloro che avevano perduto un trionfo della vanità, dell’amore, per quella serata perduta. Anche Anna ebbe un vivacissimo moto di dispetto, piegandosi fuori del coupé, a leggere il cartellino rosso origine di tante delusioni; e quando si vide innanzi allo sportello, Luigi Caracciolo che aspettava lì, sicuro che ella sarebbe arrivata, si tirò indietro, quasi non volesse salutarlo.
– Marchesa mia, avete una nipote veramente feroce – diss’egli, scherzando, baciando la mano guantata della vecchia, appoggiata allo sportello. E salutò Anna, con tale sguardo che diceva, sempre, l’eterna idea:
– Rammentatevi: vi aspetto: ogni giorno.
Ella crollò il capo, nell’ombra. Era tristissima per la sua serata perduta, mentre sarebbe stata sola in palco con Cesare, sola con lui, certamente, nel coupé, sola con lui, a casa, e tutto questo svaniva, e il suo bel vestito azzurro era perfettamente inutile! Malinconicamente, domandò a sua zia che cosa volesse fare: e costei la pregò di riaccompagnarla a casa; era una serata perduta, non voleva più andare in nessun posto.
– E tu che fai? – aveva chiesto, a sua volta, la zia Sibilia.
– Niente, vado a casa – aveva tristamente risposto Anna, stringendosi nel suo gran mantello di velluto azzurro zaffiro, foderato di una pelliccia bianca morbidissima.
Pure, aveva una certa speranza di trovare a casa Cesare, di passare almeno mezz’ora con lui prima che uscisse. Egli mettea molto tempo a vestirsi: e non aveva costume di affrettarsi, neppure quando gli urgeva un appuntamento. Forse, lo avrebbe trovato ancora in camera sua, dietro ad annodarsi la cravatta bianca, dietro a mettersi la gardenia all’occhiello, con molta attenzione. Bisognava far presto. Difatti, il coupé filò rapidamente dal San Carlo, un’altra volta al largo di Gerolomini: ella si licenziò in fretta da sua zia e disse al cocchiere di tornare immediatamente a casa. Ma per quanto filasse la lieve piccola carrozza, era passata quasi un’ora da che Anna era uscita di casa: e tornando ella chiese subito al portiere se il signore era già uscito. No, non era uscito. E vedendo che il portiere metteva la mano al cordone della campana, per suonare un colpo, ella, istintivamente, gli disse di non suonare. Voleva fare una sorpresa a suo marito. Difatti, ella si mise un dito sulle labbra, sorridendo, quando apparve innanzi alla cameriera stupefatta, e attraversò la casa senza far rumore, arrivando sino alla porta della stanza di Cesare, a quella porta dove egli sempre entrava, non a quella che era in comunicazione col corridoio della camera di Anna. Questa porta, innanzi alla quale ella si fermò, era chiusa con la maniglia, non con la chiave: ella la schiuse, pianissimamente, sempre con l’intenzione di fare una lieta sorpresa a suo marito. Ma dopo aver aperto il battente, si trovò ancora in penombra, poichè, Cesare, di dentro, aveva abbassato le due portiere di pesante velluto oliva. Una forza interiore, improvvisa, impedì ad Anna di sollevare la portiera e di farsi vedere: ed ella restò là dentro, perfettamente nascosta, all’oscuro, ma vedendo benissimo, dalla linea di apertura delle portiere, tutta la stanza di Cesare illuminata, udendo tutto quello che vi diceva e non respirando più, per non farsi udire. Cesare era già vestito, in marsina, con l’inappuntabile panciotto bianco, la catenina dell’orologio che andava dalla taschina del panciotto alla tasca dei calzoni, con una bellissima gardenia di un bianco avorio all’occhiello, coi bei mustacchi neri arricciati e la sua aria profondamente soddisfatta. Egli era seduto in uno dei suoi grandi seggioloni di cuoio, appoggiando la bella testa alla spalliera bruna, e il pallore del suo volto consumato spiccava in un modo seducente. Egli non era solo.
Laura, tutta vestita di quella morbidissima lana bianca, che pareva appositamente tessuta pel suo corpo molle e flessuoso, con un fascetto di rose bianche d’inverno, passato nella larga cintura di amoerro che le girava due volte, senza costringerlo, intorno al bel busto, coi biondi capelli avvolti artisticamente intorno al pettine di tartaruga, e formanti quel nimbo d’oro alla fronte e alle tempie, che era la gloria della sua beltà muliebre, Laura, era nella stanza di Cesare. Ella non era seduta in una di quelle poltrone di velluto oliva, sparse qua e là; nè su qualche sgabello di legno scolpito, di cui la camera era provvista; nè sul seggiolone di cuoio, dirimpetto a Cesare; nè sull’altro seggiolone di cuoio, accanto a Cesare; ell’era seduta, alla meglio, sul bracciuolo del seggiolone, dove Cesare era sdraiato: seduta di fianco, alla birichina, e un piedino appariva, calzato da una scarpetta nera tutta ricamata di perline e da una calza di seta nera traforata, un piedino irrequieto, che dondolava.
Un suo braccio era allungato sulla spalliera del seggiolone di Cesare: ed ella, stando più in alto, s’inchinava a parlare sul volto di Cesare, sorridendo, con un sorriso profondo, folle, mai visto su quel purissimo e rosso arco delle labbra. Cesare col viso levato la guardava, e ogni tanto le prendeva la mano abbandonata lungo la persona, e la baciava, la baciava con una lentezza, con una lentezza, mentre la bellissima creatura impallidiva di emozione. Quando Cesare baciava la mano di Laura, ella taceva: e dopo, tacevano ambedue, non melanconici o pensosi, ma come se assaporassero intimamente quel silenzio, quella solitudine, quella libertà, quella amorosa compagnia, quel bacio che veniva dopo tanti altri, e che precedeva tanti altri. Giusto, Anna era capitata dietro alla tenda, in un momento in cui le labbra di Cesare si posavano delicatamente, lungamente sulla mano di Laura; mentre quei due si guardavano negli occhi, presi, vinti, nel gran mutismo delle ore sublimi. E Anna non sentiva, in quel silenzio, che il battito tumultuoso del suo cuore: un battito che saliva, tumultuoso, sino sotto la gola, tumultuoso, tumultuoso.
Ma la mano bianca e fine di Laura era restata in quella di Cesare, mollemente abbandonata: poi, quasi non bastasse il contatto delle palme, quasi a chiudersi in modo stretto, indissolubile, le dita di Cesare, ad una ad una, si erano intrecciate alle dita di Laura. La fanciulla, che non distoglieva gli occhi da quelli di Cesare, in quel momento sorrise con un sorriso tutto languore, come se tutta la sua anima fosse in quella mano, unita per sempre alla mano di Cesare: un sorriso lungo, fatto del languore di un’anima vinta e domata, ma fatto anche di trionfo, per la presa di possesso dell’altra anima. Non dicevano nulla: ma la loro istoria era in quelle persone amorosamente ravvicinate, era in quelle dita congiunte con la forza spirituale e nervosa che nulla potrà mai infrangere, era in quello sguardo lungo, che niente poteva distrarre, in cui la espressione si tramutava dall’uno all’altro polo dell’amore. Anna vedeva le persone ravvicinate, in quell’irresistibile necessità che ha l’amore di annullare lo spazio fra i due che si amano, vedeva le due mani vincolate, vedeva che, guardandosi, essi passavano dalla passione alla tenerezza, dalla voluttà spirituale all’affetto pietoso; lucidamente, in ogni suo particolare, ella aveva la riproduzione visiva ed implacabile di quella silenziosa scena d’amore. Ma era anche così forte il tumulto del suo sangue che batteva al cuore, alle tempia e ai polsi, era tale la vibrazione dei suoi nervi, che ella disse, fra sè:
– Adesso sto sognando.
E immobilizzata, simile a coloro che fanno un orribile sogno, e la cui volontà non è abbastanza forte per destarsene, incapace di aprire la bocca per cacciare un suono, di levare una mano per ischiudere le tende, incapace di muovere un piede per avanzarsi, schiacciata e irrigidita sotto l’incubo, non le restava che l’acutissimo senso della visione, per cui ogni linea di quel gruppo, ogni sfumatura del volto di Cesare e di quello di Laura, le si ripercuotevano nel cervello, in una precisione tagliente, esagerata. Nel cuor suo spasimante, non discerneva che una preghiera muta, continua, infantile: non veder più quello che vedeva, liberarsi da quella scena, liberarsi da quel sogno. E tutti i suoi sforzi interiori di volontà, erano per poter chiudere i suoi occhi a quello spettacolo, per poter abbassare le palpebre schiuse e immobilizzate, per mettere un velo fitto fra sè e la sua visione. Preghiera inesaudita! Invincibilmente presi, i suoi occhi spalancati, ipnotizzati, dovevano vedere.
Adesso, Laura aveva preso dalla sua cintura di amoerro bianco, il fascetto di bianche rose invernali che vi era passato dentro, sempre guardando Cesare e sempre sorridendogli: due o tre volte, con uno scherzo d’amore, aveva battuto con le rose sulla spalla di Cesare. Poi aveva portato le rose alla faccia chinandosi sovra esse, volendo assorbire in una sola aspirazione tutto il loro sottile e delicato profumo, baciandole lungamente, volendo dar loro, in quel bacio, tutta la morbidezza e il profumo delle sue labbra di donna. E sorridendo, guardando Cesare con un’intensità amorosa profonda, gli aveva offerto le rose da baciare, ed egli aveva quasi ricercato con le labbra, il bacio lungo di Laura sulle rose. Dopo di che, Laura aveva ribaciate le rose, con un movimento convulso, arrovesciando la testa. Gli occhi di Cesare e di Laura avevano lampeggiato. Mentre per la seconda volta Cesare aveva baciato le bianche rose, la testolina bionda della fanciulla, affascinata, si era inchinata, inchinata, a baciare quei fiori, mentre Cesare li baciava. E lentamente, sulle rose invernali, bianche e fredde, ma dal profumo fine e inebriante, le labbra di Cesare e di Laura si erano congiunte insieme, in un bacio. Vicine erano le persone, congiunte e vincolate le due mani, vicine le teste, e le labbra unite, finalmente, in un bacio: e gli occhi che avevano lampeggiato di passione, erano adesso velati, morenti.
– Io, forse, sono pazza – disse fra sè Anna, udendo i colpi folli che le dava il sangue al cervello.
E nel dubbio della follia, credendo, volendo credere a una allucinazione della sua vista, inferma di pazze visioni, invocando la fine di quell’incubo mortale, ella desiderò che almeno una parola uscisse dalle bocche di Cesare e Laura, perchè fosse distratto il malefico incanto di quello spettacolo. Quelle due persone si guardavano, si muovevano, agivano, ma come in una fantasmagoria: non un suono usciva dalle loro labbra: forse erano degli spettri che si amavano e si baciavano, per farla morire. Poichè ella era colpita dalla grande stupefazione, poichè non poteva nè parlare, nè muoversi, per rompere il maleficio, poichè ella sentiva dilaniarsi le fibre, ad una ad una, poichè intendeva che, fra un minuto, non avrebbe resistito più a quello che vedeva, ella pregava, perchè parlassero, perchè quei fantasmi le dessero una prova della loro esistenza.
– Signore, Signore, una parola! – ella diceva a Dio, nel suo cuore, mentre gli occhi stralunati non si toglievano da quel gruppo, mentre il senso dell’udito le si faceva più acuto, quasi per afferrare l’impercettibile rumore, che doveva darle l’ultima prova.
Ella udì, infatti, un profondo sospiro. Era uscito dal petto di Laura, dopo il bacio: e la fanciulla, bruscamente, era scivolata dal seggiolone, dove stava seduta, aveva sciolto la sua mano da quella di Cesare e aveva fatto qualche passo, allontanandosi, restando in piedi in mezzo alla stanza. Adesso era più vicina ad Anna: Anna la vedeva a dieci passi di distanza, perfettamente. Il volto di Laura era sconvolto. Una fiamma era salita ad abbruciarle le guance, i capelli erano arruffati, mentre nessuna mano era venuta a disordinarli ed ella, nervosamente, distrattamente, con un moto vago, inconscio della mano, li sollevava dietro le orecchie. Le labbra erano schiuse, stirate da un convulso sorriso che scovriva i denti candidissimi: e lo sguardo vagava, fiero e melanconico nello stesso tempo: l’altra mano stringeva il mazzolino delle rose bianche. Cesare vedendo allontanarsi Laura, non aveva fatto nessun gesto per trattenerla, non l’aveva seguita, non si era levato neppure. Ma veramente, anche lui, inchiodato nel suo seggiolone, era turbatissimo, nel suo pallore crescente, nello sguardo diventato un po’ duro, nel nervoso modo con cui arricciava il suo mustacchio: due o tre volte, quasi volesse soffocare la sua collera, si morsicò le labbra. Egli fissava Laura, di lontano, richiamandola a sè imperiosamente. Ella fece ancora qualche passo, esitando, vacillando, incerta, affascinata. Nella sua allucinazione, Anna avrebbe voluto, se avesse potuto parlare, muoversi, dare a Laura la forza di togliersi da quel fascino della passione, liberarla, e liberar sè da quella magìa.
– Dio, Dio, dàlle la forza, dammi la forza… – pregò ancora Anna, nel suo sogno, nella sua follìa.
Ma Laura non ebbe la forza di andar via. Una contrazione dolorosa le stirò le braccia, quasi ella facesse uno sforzo per vincere un inesorabile impulso: subito dopo, le linee del bellissimo e chiaro volto si distesero e si ammollirono: la passione trasformò nuovamente, con la sua fiamma, quel candore, quella purità. Ella tornò verso Cesare, guardandolo, sorridendogli: giunta proprio innanzi a lui ella gli scivolò ai piedi, levando la testa, tendendogli le mani, adorandolo. Ed allora Cesare, i cui occhi si erano velati di lacrime, vedendola ritornare, baciò quelle labbra, in una furia di baci. E Anna, che non aveva mai visto gli aridi e freddi occhi di quell’uomo bagnati dalle lacrime, sotto la tortura di una novella emozione, in quel vorticoso turbine che era diventato il suo cervello, disse fra sè:
– Cesare non sa piangere; questi sono spettri: e io sono pazza.
Ma mentre un orribile calore le saliva dal cuore alla testa, e la faceva vacillare come nel massimo grado di temperatura febbrile, mentre ella diceva ancora che quella era follia, a un tratto, un freddo brivido le percorse il corpo, ne calmò il sangue e ne ricompose la mente. Ella aveva udito. Quegli spettri avevano parlato: parlavano. Erano un uomo e una donna, non due vane ombre. Erano suo marito Cesare e sua sorella Laura. Parlavano. Laura si era sciolta da quei baci furiosi di Cesare, si era rialzata e stava ritta innanzi a lui, mentre Cesare, sempre seduto, le teneva le due mani: si guardavano, si sorridevano:
– Mi vuoi bene? – aveva chiesto Cesare.
– Ti voglio bene – aveva risposto Laura.
– Quanto me ne vuoi?
– Tanto, tanto.
– Ma quanto?
– Tutto.
– E per quanto tempo me ne vorrai, Laura?
– Per sempre.
Adesso Anna tremava di freddo: tutte le sue facoltà, da quelle voci, da quelle parole, erano rientrate nel loro assetto: la realtà la faceva tremare: ella non si credeva più pazza, non pensava più che quella fosse una visione. Batteva i denti, nel suo abito scollacciato, nude le spalle, nude le braccia; batteva i denti malgrado il gran mantello di velluto azzurro zaffiro, foderato di una molle e calda pelliccia. Non aveva che un freddo atroce, quasi ogni sorgente di calore, di vitalità si fosse allontanata per sempre dal suo organismo: non osava fare un gesto, per rialzarsi sulle spalle la pelliccia cadente: e un terrore la prendeva di essere scoperta là come se ella fosse in peccato. E il tempo le parve così interminabile, lungo, che era forse un secolo, da che ella spiava suo marito e sua sorella, che si baciavano. E nel suo tremore, in cui i denti le battevano, nel suo terrore della catastrofe in cui si aggirava, vacillando, agonizzando, da pochi minuti, ella ebbe il primo, il più alto, il più forte senso che colpisca gl’infinitamente sventurati: l’insopportabilità della sventura. Non poteva sopportare quel fatto, non poteva sopportarlo. Ma di nuovo, mentre ella si portava il grande ventaglio di piume azzurre alla bocca, per soffocare le sue grida di ribellione, le sue maledizioni a Dio, all’amore, al tradimento, ai traditori, ella udì parlare, di nuovo. Era Laura questa volta che, allontanandosi da Cesare, un poco, graziosamente, amorosamente, sempre guardandolo, sempre sorridendogli, gli domandava:
– Mi vuoi bene?
– Sì: ti voglio bene.
– Quanto me ne vuoi?
– Quanto è in me, Laura.
– Da quanto tempo?
– Da… sempre.
– E per quanto tempo?
– Per sempre.
Insopportabile, insopportabile. Una collera impetuosa, adesso, prendeva Anna, di entrare come una furia, in quella stanza, strappando la tenda, gridando, urlando per la insopportabilità di quel fatto. Ma Cesare, pian piano, aveva detto a Laura, con una voce velata di emozione:
– Vattene via.
– Perchè, amore?
– Vattene, vattene; è tardi; debbo andare.
– Ah cattivo amore, cattivo.
– Non dirmi questo, non guardarmi così, vattene, Laura.
E amorosamente, con la forza dell’uomo che conosce la misura della propria forza, egli si era rialzato, e avendo passato un braccio attorno alla cintura di Laura, la conduceva verso la porta, per farla andar via. Ella si faceva portare un poco, riluttante, appoggiando la testa alla sua spalla, guardandolo di sotto in su, così teneramente, che la espressione fiera e dura, che era forse quella della passione repressa, riapparve sulla faccia di Cesare. Sulla porta essi si baciarono di nuovo, sulle labbra, e malgrado la distanza, Anna udì chiaramente le loro voci:
– Addio, amore – disse Laura.
– Addio, amore – disse Cesare.
La fanciulla, abbassando il capo, uscì. Anna vide ritornare Cesare verso la scrivania: egli era così disfatto che pareva morente. Pure, con la consueta presenza di spirito, egli prese una sigaretta e l’accese: si guardò intorno, stralunato, quasi non sapesse più dove si trovasse.
Allora Anna, rattenendo il respiro, senza lasciare il suo strascico che aveva tenuto rialzato tutto il tempo, indietreggiò, passò da quel vano di porta nel salotto attiguo, attraversò la stanza da fumare, si trovò nel salone, e di là, sempre senza aver trovato nessuno, si precipitò in camera sua, richiudendone la porta alle sue spalle. Aveva fatto tutto questo con rapidità, senza un minuto d’incertezza, con l’istinto animalesco della povera bestia già ferita, che sente ancora il cacciatore dietro a sè, e che vuol morire in pace, nella sua tana. In camera sua avrebbe voluto gridare, tanto le stringeva il petto la soffocazione, tanto la insopportabile scena del tradimento la schiacciava e la esaltava. Ella aveva lasciato cadere ai suoi piedi il gran mantello azzurro, dalla forma regale, e si strappava dal collo il filo delle perle, buttava tutto intorno a sè, morendo di sdegno e di dolore, con un impeto cieco di distruzione. La cameriera venne a bussare alla porta, chiedendole se volesse essere aiutata. La rimandò, senz’aprire. Ma mentre ella strappava il cordoncino azzurro che stringeva il busto di broccato azzurro, ella udì bussare, di nuovo.
– Anna, Anna – disse la voce di Cesare, tranquilla.
– Che vuoi? – ella rispose, subito, appoggiandosi a una sedia, per non cadere: la voce era sorda.
– Non vi era spettacolo? O ti sei sentita male? – chiese lui senz’avvertire nulla.
– Non vi era spettacolo – ella soggiunse, chiudendo gli occhi, quasi svenendo.
– Quando sei tornata, adesso? – e invero, una lievissima esitanza si notava nella domanda.
– … adesso – mentì ella, arrossendo anche di questa menzogna, ella che era innocente.
– E Vostra Altezza non è visibile? Io ossequierei volentieri l’Altezza vostra – disse lui con quella voce seduttrice, a cui ella non aveva mai resistito.
Ma tale un ribrezzo l’assalse, che ella strappò coi denti un nastro annodato del vestito, per non gridargli il suo tradimento, per non rinfacciargli l’atroce domanda che adesso le faceva.
– No – rispose con voce soffocata.
– Addio, amore – gli disse graziosamente, attraverso la porta, per salutare.
– Ah infame, infame! – gridò ella, furente, slanciandosi verso la porta.
Ma egli si era già allontanato e non udì.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Era tardi quando Anna si levò dal letto di dolore, nel cui bianco origliere ella aveva soffocato, mordendolo, i gridi della sua collera e i singhiozzi della sua disperazione. Tremava di freddo, malgrado la gran coperta di piume che si era tirata addosso, in una delle convulsioni, in cui la sua carne e il suo spirito si ribellavano furiosamente nell’insopportabile fatto, visto e udito: era quel tremore che l’aveva vinta, dietro la tenda, quando il sogno fatale le era apparso, diventato una realtà fatale: un tremore che aveva, ormai, nelle ossa e nei nervi, e che nessuna fiammata di caminetto, nessuna pelliccia calda e profumata, e neanche il meridiano sole di agosto sarebbe mai giunto a vincere: un tremore sottile e interiore che ogni tanto, crescendo, le faceva battere i denti. Scendendo dal letto, si guardò intorno: nella sua stanza regnava un gran disordine; il disordine delle ore tragiche in cui tutte le cose assumono, quasi per influsso di simpatia, l’aspetto dell’irrefrenabile sentimento che anima le persone. Il lieve ventaglio di piume azzurre, buttato sopra una poltrona, si era schiuso, pendeva sino a terra, col gran fiocco di nastro azzurro che trascinava sul tappeto; il mantello regale, quello che parea destinato a coprire le belle e orgogliose spalle di una donna felice, formava un mucchio di velluto e di pelliccia per terra; il corsetto del vestito di broccato azzurro, strappato, coi veli laceri, giaceva sul letto aperto con quella linea disperata di vestiti smessi, che pare rimpiangano la persona assente: per terra i lunghi guanti, vuoti, quasi fossero stati tolti alle braccia di una morta: e sul tavolino, sulle mensole, lanciate alla rinfusa, le stelle di brillanti che avevano adornato la testa e il petto di Anna Dias in quella serata: lanciato via il filo di perle, che si era strappato violentemente dal collo: sull’origliere un mucchietto bianco, il fazzoletto di batista e merletti, tutto molle di lacrime. Ella crollò il capo, vedendo quella gran miseria di cose che, malgrado la loro beltà e la loro ricchezza, non erano valse a salvarla dalla sventura: e apparve a sè, seminuda, coi capelli disfatti sul collo, tremante di freddo, curva, camminante fra gli avanzi naufragati della sua bellezza e del suo amore. E allora, assai lentamente, con gli occhi ormai senza lucentezza, perduti in una nebbia che ne aveva spento ogni vivacità, ella indossò una veste di velluto nero, di foggia antica, con grandi maniche, un abito in cui ella sparve tutta: poi, come un automa, senza che una sola espressione apparisse sul volto terreo, ella ripose in ordine i gioielli, i guanti, il vestito, con una cura minuziosa, quasi fosse una donnina elegante e assestata, che tenesse immensamente agli adornamenti suoi mondani. Solo ogni tanto, un lungo brivido la percorreva; le mani quasi lasciavan cadere quello che portavano, non arrivavano a chiudere un astuccio di gioielli: ella si fermava, smemorata, in mezzo alla stanza, ombra nera in cui nulla più brillava, nè sorriso, nè sguardo; e dopo un minuto di assorbimento, di vuotaggine di pensiero, ella riprendeva il suo piccolo lavoro. Chiuse i suoi cassetti e il suo armadio: il rumor secco delle chiavi la scosse. E quando ebbe preso sull’origliere il suo piccolo fazzoletto, su cui aveva pianto tanto, ancora due lacrime lunghe, silenziose, le discesero dagli occhi rossi per le guance, cadendo sul velluto nero della veste. Di nuovo, si fermò, quasi raccogliesse le sue idee confuse: poi suonò il campanello. La cameriera giunse, mezzo addormentata.
– Che ora è? – chiese Anna, non pensando di avere a due passi, sul tavolino da notte, l’orologetto che le aveva donato Cesare.
– È l’una – rispose la cameriera, dopo avervi gittato uno sguardo.
– Così tardi! – mormorò la padrona, monotonamente. – Andate pure a letto.
– E Vostra Eccellenza? – osò di chiedere la donna, vedendo il viso terreo e udendo la voce infranta di chi ha lungamente singhiozzato.
– Non mi serve nulla – mormorò l’altra, abbassando gli occhi, vergognandosi di aver mostrato il suo dolore.
Ma quella adesso rifaceva il letto disordinato: la mano sentì l’origliere bagnato di lagrime: e scuotendo il capo, con una espressione di rassegnazione, osò di dire, con la familiarità affettuosa delle domestiche napoletane.
– Chi è buona, sempre soffre.
Ah, in quel minuto, quella pietà di una serva le franse il cuore, sentendo tutta la infinita miseria della propria esistenza, tutto l’orribile abbandono, tutta l’acutezza del tradimento. E forse quella serva sapeva tutto, poichè la cieca non era stata che lei; e quella miseria, quel tradimento, quell’abbandono eran commentati da tutti i servi: ed ella era l’oggetto della loro pietà. Chi è buona, sempre soffre; la parola della dolorosa fatalità, considerata umilmente, nell’abbattimento di qualunque speranza, dinanzi al fatto compiuto.
– Buona notte e buon riposo a Vostra Eccellenza – disse la povera cameriera, guardando quelle palpebre arrossite, che probabilmente non si sarebbero chiuse al sonno, in quella notte.
– Grazie: buona notte – disse Anna, a testa bassa.
Sola, di nuovo. Non aveva avuto il coraggio di chiedere se suo marito fosse rientrato: ma certo egli era ancor fuori, col suo tenace vizio mondano che gli aveva preso i nervi e il cuore. Ma quando una mezz’ora fu trascorsa, di scatto, ella si levò dalla poltroncina, dove aveva aspettato che il tempo passasse. Nella sua camera era acceso il grande lume, dal paralume roseo; ma la cameriera aveva preparata e accesa anche una lampadina da notte, di bronzo pompeiano, una piccola lampada pagana che serviva, certo, nell’antichità, a rischiarare i dolci sonni amorosi delle donne di Pompei. Anna prese questa lampadetta, dalla luce tremolante, e con un passo lievissimo, uscì dalla sua stanza: tutto nell’appartamento era ombra e silenzio. Passando davanti al grande specchio del salone, ebbe un minuto di spavento, vedendo apparirvi una figura nera, dal volto pallidissimo, che tenea nella mano una lampada sepolcrale, mal rischiarante i suoi passi; ebbe paura di se stessa e forse di quello che andava a fare. Ma tutto era inutile ormai, paura e pentimento; ella obbediva a un fatto irreparabile, a una volontà inflessibile. Attraversando l’appartamento, si diresse verso la stanza di Laura: e rapidissimamente, le passò in mente quella notte, quando era salita attraverso le tenebre, sulla terrazza, per proporre a Giustino Morelli di fuggire insieme. Giustino Morelli? Chi era costui? Un’ombra fugace, un morto, certo: una di quelle cose finite, una di quelle persone finite per sempre, attorno a lei. Fuggire? Quando aveva voluto fuggire? A che serve fuggire? Forse che si sfugge al proprio destino? Quel che deve accadere, accadrà. Ella si arrestò un istante, innanzi alla porta della stanza di sua sorella, tal quale come in quella prima notte, poichè ella temeva di violare la santa innocenza di Laura, coll’aspetto folle della propria passione: adesso… adesso tutto era irrimediabile, tutto. Schiuse la porta senza fare nessun rumore, e guidata dalla lampadina di bronzo, giunse presso il letto bianco e verginale di Laura. Come dormiva placidamente, la bellissima Minerva! Le palpebre chiuse avevano la tenuità di un petalo di fiore: tutto il bianco volto, purissimo, era soffuso di un roseo mite: dalle labbra schiuse usciva il calmo respiro, simile a quello di un fanciullo, e appena appena anelava il petto sotto il biancore delle coltri. Una gran serenità si diffondeva in quella leggiadra figura dormiente. Anna, levata la lampada, guardava il sonno quieto di sua sorella.
Guardava quel sonno giovanile, che nessuna delle segrete preoccupazioni quotidiane veniva a turbare, che nessun sogno di tentazione, di sgomento, agitava. E quasi involontariamente piegandosi a guardare quel puro volto dalla carnagione alabastrina che il bel sangue tranquillo e lieto della gioventù coloriva delicatamente, ella riparava con la mano la fiammella della lampadina, perchè non ferisse gli occhi di Laura. Ma ad un tratto, sulle labbra di quella dormiente apparve un sorriso acuto, ineffabile, che le diede ancora una volta, una espressione d’intensa felicità: e Anna rivide tutta la orribile scena, in un minuto secondo di visione; una collera dolorosa le tumultuò, nuovamente, nell’anima quasi atonizzata.
– Laura – disse, soffiando la sua voce soffocata e il suo alito caldo, in volto alla dormiente, – Laura.
La bionda sorella ebbe solo un lieve moto delle labbra, ma non si svegliò.
– Laura, Laura – proruppe la voce affannosa di Anna.
Allora, la bionda sorella si destò. Si vide innanzi una figura tutta nera, in cui solo il pallore livido del volto spiccava: una figura che pareva alta, alta, avvolta di tenebre, con quella faccia di fantasma che usciva da tutta quell’ombra. La fiammella, nella lampadina, vacillava: e i grandi occhi neri di Anna avevano la fissità vaga e quasi senza sguardo dei morti. E in Laura, levatasi sull’origliere, puntando le mani chiuse sul letto, vi fu un’indicibile contrazione di paura. Non disse nulla: restò stupefatta, immobile. Poi, con uno sforzo supremo di coraggio interiore, la sua fisonomia si ricompose, ed ella guardò sua sorella, senza baldanza ma senza sgomento.
– Sono io, Laura – disse Anna, posando la lampadina sopra una mensola.
– Ti vedo bene – rispose, con voce chiara e ferma la bionda sorella.
Un silenzio profondo. Ritta, in piedi presso il letto, ammantata nella sua bruna veste, terrea come una agonizzante, Anna non distoglieva gli occhi da Laura: e costei, seduta sul letto, senz’abbassare le palpebre, sopportava quello sguardo, e le sue bianche mani si distendevano sui merletti del candido letto, senz’aver un fremito.
– Levati e vieni – disse duramente Anna.
– Perchè?
– Levati e vieni, Laura – replicò Anna, con maggior durezza.
– Dove, Anna?
– Levati e vieni, Laura – disse, implacabilmente, Anna.
Laura ebbe un battito di palpebre: poi, superbamente, soggiunse:
– Io non voglio obbedirti.
– Oh tu verrai! – esclamò, con un sogghigno imperioso, Anna.
– T’inganni, non verrò.
– Tu verrai, Laura.
– No, Anna.
– Tu dunque, hai molta paura? – ed ebbe tale uno sprezzo, dicendo queste parole, che esse colpirono Laura come uno schiaffo.
– Eccomi: vengo dove vuoi – disse orgogliosamente la bionda sorella, scivolando dal letto, infilando le pianelle, e cominciando a vestirsi subito.
Anna, in piedi, aspettava. Assai pacatamente, Laura si finiva di vestire: ma quando giunse al vestito di lana bianca, quando si avvolse ai fianchi la cintura di amoerro bianco, Anna ebbe un accesso di collera, così impetuoso, così pazzo, che si prese la testa fra le mani per non vedere. Quattro ore prima, non più di quattro ore prima, in quella veste, Laura era stata baciata da Cesare, sotto i suoi occhi, e più dolce cintura avevan fatto a quel corpo snello le braccia di suo marito – sotto i suoi occhi! Ora, la sorella le riappariva, in quella veste, vivente immagine del tradimento; era lei il fatto, atroce e insopportabile: e quasi che quella divina creatura, nella sua anima infernale, avesse inteso quel tormento novello che ella infliggeva alla donna che aveva tradito, quasi che una bizzarra intuizione le procurasse il piacere di una ingiusta e crudele vendetta, Anna la vide piegarsi e cercare qualche cosa, sotto il guanciale.
– Che fai? – gridò Anna, comprendendo.
– Cerco qualche cosa.
E infatti cavò di sotto il guanciale un fascetto di rose bianche invernali, già col fiore abbandonato sullo stelo, quasi appassite: le rose galeotte, che avevano unite, nel peccato di un bacio, le labbra di Laura e di Cesare.
– Gitta quei fiori! – gridò Anna.
– E perchè?
– Gitta quei fiori, Laura, Laura!
– No – disse quella, fieramente.
– Per la Vergine dei Dolori, te ne scongiuro, Laura, gitta quei fiori!
– Tu mi hai minacciata: non hai più diritto di pregarmi – rispose pacatamente Laura, passando il fascetto delle rose nella cintura, allo stesso posto dove le aveva quattr’ore prima.
– Oh Dio! – fece Anna, comprimendosi le tempia disperatamente, cercando di riconquistare la propria volontà.
Vi fu, di nuovo, un gran silenzio. Le due figure, una tutta nera, spettrale nel volto, una tutta bianca e serena nella faccia, si trovavano di fronte. Laura aveva intrecciate le mani, quieta, in un’attitudine di riposo: ed Anna fissava quelle mani, che erano state intrecciate così amorosamente, soltanto quattr’ore prima, a quelle di suo marito – sotto i suoi occhi! Ma capiva così bene, che si fissava sui capelli biondi come l’oro di sua sorella, che Cesare aveva baciati, sulle labbra rosse e fresche di sua sorella, che Cesare tante volte aveva baciate, su quegli occhi chiari e sereni di sua sorella, dove le labbra di suo marito si erano posate, capiva che avrebbe smarrito, nel furore sempre rinascente della gelosia, ogni volontà e ogni forza. Anna si irrigidì contro quest’allucinazione gelosa, che le ripresentava, nella figura di Laura, il fatto insopportabile: e decisamente, disse:
– Andiamo – senz’altro.
Prese la lampadina pompeiana e si avviò, avanti: ma le spalle erano curve e la testa si piegava sul petto, attraversando quell’appartamento oscuro e silenzioso. Dietro a lei, senz’aver chiesto altre spiegazioni, veniva Laura, snella e leggiadra figura candida, il cui passo aveva un seducente ritmo leggerissimo. Quelle due ombre passarono per tutta la casa, senza scambiare una parola: Anna schiuse la porta della propria camera, e ferma sulla soglia, accennò a sua sorella di entrare. Laura passò, senz’esitare: ma quando udì lo stridore della chiave, due giri, con cui Anna si chiudeva dentro, con lei, ebbe soltanto un battito di palpebre: e la grande emozione non trovò altro segno, nella fiera creatura. Poteva essere il preannunzio della morte, quel giro di chiave: ma ella non tremò. E poi, la stanza di Anna, in ordine perfetto, col suo gran lume che la illuminava in tutti gli angoli, con la sua aria di stanza di donna felice, le diede di nuovo un equilibrio morale.
– Siedi – disse Anna, tornando a lei senza guardarla.
Temeva, Anna, vedendo quei capelli, quelle labbra, quelle mani di nuovo, l’allucinazione furiosa della gelosia: reprimeva a stento un moto istintivo di collera, vale a dire di strappare dalla cintura di sua sorella, quelle rose già morte, dopo essere state complici del peccato! Erano sedute, adesso: Laura sulla poltroncina accanto al letto, le braccia abbandonate lungo i bracciuoli, tranquillissima: Anna sulla sponda del suo letto, poco distante.
– Io aspetto – disse Laura.
– Tu non sai niente, dunque? – chiese, sogghignando, Anna.
– No, non so nulla.
– Non immagini neppure?
– Non ho immaginazione.
– E il tuo cuore, nulla ti dice? Laura, Laura, niente ti dice la tua coscienza?
– Niente – disse l’altra, quietamente, sollevandosi i riccioli biondi dietro l’orecchio.
Oh quel gesto, che Anna aveva veduto nella stanza di Cesare e che la faceva inorridire, di nuovo!
– Laura, tu sei l’amante di mio marito! – proclamò Anna, levando le braccia al cielo.
– Tu sei pazza, Anna.
– L’amante di mio marito, Laura.
– Va al manicomio, va, sorella: che sei pazza.
– Oh bugiarda, bugiarda creatura, sleale e vigliacca donna che non ha neppure il coraggio del suo amore! – gridò Anna, levandosi in piedi, fiammeggiando dagli occhi.
Pallida, mordendosi le labbra per reprimere la propria collera, anche Laura si era levata: rispose sdegnosamente:
– Bada, Anna, bada, la rettorica, in questo momento, è un grave pericolo. Di’ quel che devi dire, chiaramente, limpidamente, senza insultare per esaltazione, per istravaganza. Non insultare, così, per la eccitazione della tua fantasia malata, capisci?
– Oh Vergine santa! – esclamò Anna, levando le braccia al cielo.
– Ma lo vedi, che sei pazza? Lo vedi che non puoi dire nulla, per giustificare le tue ingiurie?
– Oh Madonna, Madonna, datemi voi la forza – pregò Anna, disperata, torcendosi le mani.
– Lo vedi? – ribattè Laura, in atto di sfida. – Tu mi hai chiamata qui, per vilipendere una innocente!
– Laura – disse piano, con voce soffocata e tremante, la povera Anna, – Laura, non mi è stato riferito che tu eri l’amante di mio marito, no; non l’ho neppure letto in una denunzia anonima, no; non è stata la delazione di un servo, no. In tutti questi casi, davanti a un peccato atroce, mostruoso, si ha il diritto di non credere nè a una denunzia senza nome, nè a una delazione interessata. Si preferisce non togliere la stima, l’onore, a una persona cara…
– Ebbene, Anna?
– … Ma io ho visto, io – disse Anna, in preda a una emozione così vivace, che pareva la stessa del primissimo momento, in cui aveva visto il tradimento.
– Che hai visto? – chiese impetuosamente Laura.
– Orribile, orribile! – esclamò Anna, ripresa dalla sua allucinazione.
– Che hai visto? – replicò Laura, scuotendo il braccio di Anna.
– Oh che cosa atroce, che cosa atroce! – disse Anna, nascondendo la faccia fra le mani.
Ma Laura, arsa adesso anche lei di collera e di dolore, le tolse le mani dal volto e le disse, sommessamente, ma con una durezza di persona decisa a tutto:
– Ora, in questo momento stesso, devi dirmi che hai visto. Capisci?
E l’altra, a quell’impeto, a quel tono minaccioso, rientrò in sè, divenne livida: e con una freddezza strana in lei, le disse:
– Tu vuoi sapere che cosa ho visto, Laura? E me lo chiedi, con la rabbia della innocenza offesa, della virtù calpestata? Sei in collera, Laura? In collera tu? Che diritto hai di essere in collera e di parlarmi così? Non hai paura? Neppure un minuto di paura, di sospetto, niente? Mi minacci, dici che sono pazza? Tu vuoi sapere che cosa ho visto, e sei così altera, perchè ti credi sicura, perchè mi credi una donna esaltata. Ma per essere sicuri, bisogna chiudere le porte, nei convegni di amore: per essere sicuri, parlandosi di amore, baciandosi, bisogna chiudere le porte, chiudere, Laura, chiudere, per essere sicuri…
– Io non ti capisco – mormorò Laura, fiocamente, pallidissima.
– … questa sera, alle nove, quando… tu eri nella stanza di Cesare… io sono rientrata improvvisamente… non mi aspettavate… eravate soli, sicuri… e ho visto, da una porta…
– … e che? – disse l’altra, a capo basso.
– Quanto si può vedere e udire. Ricordati.
Laura cadde sulla poltroncina e abbandonò le mani lungo il corpo. La istessa sua umiliazione desolava Anna, più acutamente. Ella fece un giro per la stanza, concitatamente, poi ritornò verso Laura. Quella aveva già rialzata la testa, e pensava: solo, il pallore sul volto persisteva.
– Perchè hai fatto questo? – domandò Anna, brevemente.
Laura non rispose: non alzò neanche gli occhi verso sua sorella.
– Non osi rispondere? Ma vedi, che sei vile? Ma vedi, che sei la perfidia istessa? Ma che donna sei tu, dunque? Perchè hai fatto questo?
Quella, che trasaliva a ogni ingiuria, rispose solo:
– Perchè amo Cesare.
– Oh Signore, Signore! – gridò Anna, scoppiando in singulti disperati.
– Non lo sapevi? I tuoi occhi non hanno forse visto, le tue orecchie non hanno udito? Forse che una donna come me, va nella stanza di un uomo senz’amarlo? Forse che si lascia baciare, lo bacia, senz’amarlo? E che chiedi ancora? Io amo Cesare.
– Taci, taci, taci – replicò Anna, nella immensa confusione della sua ragione.
– E Cesare mi ama – concluse Laura.
– Taci, taci, tu sei mia sorella, tu sei una fanciulla, non proclamare così questa infamia! Taci, non dire, che tu e Cesare siete infami!
– Tanto, l’hai visto: io amo Cesare ed egli mi ama – disse implacabilmente la fierissima fanciulla.
– Infamia, infamia!
– Sarà infamia: ma è così.
Anna aveva rasciugate le sue lagrime: e quella voce di sua sorella, fiera del suo peccato, quelle parole orgogliose del peccato, le facevan perdere i lumi.
– Ma non hai inteso quel che facevi? Non senti che è una infamia? Non capisci quante cose, quante persone hai offese? Non sono io, tua sorella, che tu tradisci?
– Io amavo Cesare, da prima: tu mi hai tradita – rispose tranquillamente Laura.
– Scuse dell’infamia! Io amavo e amo Cesare; tu mi tradisci, amandolo.
– Tu lo ami male e lo secchi: io so amarlo bene.
– Egli è uomo ammogliato…
– Si è ammogliato per forza, Anna.
– Infine, è mio marito.
– Oh molto poco!
– Laura! – esclamò Anna, ferita al vivo, essa che era tutta una ferita.
– Io sono una ragazza istruita – disse tranquillamente Laura – e mi rendo conto della posizione.
– Ma la tua coscienza? Ma la religione che offendi? Ma il pudore femminile, macchiato da così atroce peccato?
– Io non sono l’amante di tuo marito, lo sai tu stessa…
– Ma lo ami! Ma fremi alla sua stretta di mano, ma lo baci! Ma gli dici di amarlo!
– Ebbene, questo appunto significa non esser l’amante di tuo marito.
– Il peccato è uguale.
– No, non è uguale, Anna.
– È un peccato mortale, solo ad amare l’uomo altrui.
– Ma non ne sono l’amante; sii esatta.
– Varietà di vocabolo: non varietà di colpa.
– Anche le parole hanno la loro importanza: sono il segno del fato.
– È una infamia – proclamò Anna.
– Anna, non ingiuriare.
– Ingiuriare? E forse che questo tuo bel volto così sereno, così puro, è capace di arrossire più, sotto l’insulto? Forse che questa fronte castissima può turbarsi più, per un’ingiuria? Tu hai calpestato l’innocenza ed il pudore, tu, figlia di mia madre: tu hai straziato il cuore di tua sorella, tu figlia della stessa madre, e io t’ingiurio, ecco!
– Tu non hai il diritto d’ingiuriare – soggiunse Laura, abbassando le palpebre sopra il perverso lampo dei bellissimi occhi.
– Non ho il diritto dinanzi al tradimento? Non ho il diritto dinanzi al disonore?
– Se ti rammenti bene, non ne hai il diritto – replicò Laura, con un sogghigno.
– Che mi debbo rammentare? – chiese impetuosamente Anna.
– Un sol fatto. Tu, fanciulla, come me, hai abbandonato la casa paterna, sei fuggita con un uomo che amavi, una persona qualunque, una creatura povera e oscura. Tu hai, allora, ingannato me, Cesare e tutti quanti: tu hai, con quella fuga, disonorato le tombe di tuo padre e di tua madre, tu hai disonorato il tuo nome, che è anche il mio…
– Oh Dio, oh Dio, oh Dio… – andava mormorando Anna, a ogni nuova accusa.
– Tu hai passato una giornata intera, fuori di Napoli, in un albergo di Pompei, sola, per una giornata intera, con l’uomo che tu amavi, sola, in una stanza chiusa…
– Io non sono stata l’amante di Giustino Morelli! – gridò involontariamente Anna, il cui sguardo prendeva il colore della follia.
– Già: e neppure io di Cesare Dias – ribattè ridendo malvagiamente Laura.
– Io non sono stata l’amante di Giustino Morelli! – ripetette l’altra, sentendo la follia sconvolgerle le ultime facoltà spirituali.
– Io non ero dietro la porta, come te, per sapere la verità – concluse, perversamente ridendo, Laura.
– Oh crudele e perversa, crudele e perversa! – disse l’altra, con tristezza e con sdegno, principiando a girare per la stanza, di nuovo, simile a una leonessa chiusa in gabbia.
– E se ti vuoi rammentare bene, per la giustizia, Anna, in quel giorno, Cesare Dias corse a salvarti; caritatevolmente, senza dirigerti una sola parola di rimprovero, semiviva, egli ti ricondusse alla casa che avevi abbandonata, caritatevolmente, senza ingiuriarti, senza rimproverarti, io ti ho tese le mie braccia di sorella: e caritatevolmente, nella tua lunga infermità, ti abbiamo assistito: e non ti rimproverammo giammai! E lo vedi, lo vedi, tu non sei altro che una creatura ingiusta e sconoscente.
– Ma tu mi hai ferita nel mio amore, Laura! Ma io adoro Cesare, ma io sono orribilmente gelosa di lui, ma io non resisto all’idea di questo amor tuo, io non posso ricordare quei tuoi baci, senza sentire la pazzia salirmi al cervello! Oh Laura, Laura, tu che eri così pura e così bella, tu che eri degna di un uomo giovane bello e ricco, come hai potuto gittare la tua gioventù, il tuo onore, per Cesare?
– E tu non lo hai amato così, forse? E tu non sei giovane e non lo hai amato forse, e non volevi morire forse, per lui, se Cesare non ti sposava? Io ti ho imitata, ecco. Come tu lo ami, io lo amo, Anna. Siamo sorelle e una istessa passione ci brucia il sangue.
– Non dire questo, non dirlo. Il mio amore durerà quanto la mia vita, Laura.
– Ed il mio anche.
– Non dire, non dire.
– Fino alla morte, Anna.
– Non dire!
– Il mio sangue è simile al tuo, i miei nervi sono simili ai tuoi nervi, il mio amore è ardente come il tuo, la mia anima è inebbriata di passione come la tua, noi siamo figlie di Francesco Acquaviva e di Caterina Acquaviva: ebbene, Cesare ha affascinato te, e Cesare ha affascinato me.
– Oh Madonna mia, Madonna mia, io debbo uccidermi, dunque? Debbo dunque morire?
– Che! – fece Laura, con moto di sprezzo.
– Io mi ucciderò, Laura.
– Chi lo dice, non lo fa.
– Puoi ingannarti, creatura sprezzante e perversa!
– Chi lo dice, non lo fa – replicò ridendo amaramente Laura.
– Ma tu capisci, che io non posso sopportare questa idea del tradimento? Capisci che debbo amare Cesare io sola, che Cesare è mio, e che non lo voglio cedere a nessuna? Capisci che io non ho scampo, non ho conforto, non ho consolazione che in quest’amore? Non vedi che non ho altro?
– Luigi Caracciolo ti ama, però… – disse sorridendo Laura.
– Ma che mi dici?
– Tu potresti amarlo… – soggiunse, sempre sorridendo.
– Tu mi proponi una infamia – disse gravemente Anna.
– Ma Cesare ama me e non te, ma io amo Cesare, ma Caracciolo ti ama: ebbene, perchè non amarlo?
– Perchè è una infamia, e perchè sono sette ore che tu mi fai ribrezzo, Laura – disse gravemente Anna.
– Tu ricominci a insultare, Anna. La notte è alta, io me ne vado.
– Non andartene ancora, Laura, pensa che terribile notte è questa per me. Senti, Laura, e chiama in aiuto tutta la tua bontà. Ti ho insultata, è vero, ma tu non puoi sapere che cosa è la gelosia, non puoi immaginare quale insopportabile tortura sia la gelosia! Chiama in aiuto la tua bontà, Laura. Pensa che lo stesso seno ci ha generato, che le stesse mani materne ci hanno accarezzato, pensa che abbiamo camminato insieme, nella vita, Laura, Laura, sorella mia! Vedi, tu mi hai tradita, tu mi hai offesa, io ho sofferto in queste sette ore quanto umanamente si può soffrire, tu non sai che cosa è la gelosia! Non fare atto d’impazienza, ascoltami, siamo nell’ora nostra più terribile, non sorridere, io non esagero, ascoltami bene. Laura, quanto hai fatto io lo dimentico, io ti perdono, senti, ti perdono come Cristo perdonava ai suoi flagellatori, senza però spetrarne il cuore: ma il tuo cuore è essenzialmente buono, tu sentirai tutta la tenerezza, tutta la umiltà che vi è nel mio perdono.
E quasi che ella stessa dovesse chiedere pietà per una sua colpa, le sue ginocchia si piegarono, innanzi alla colpevole sorella; ella ne prese le mani, carezzandole, baciandole, bagnandole delle sue lacrime. Quella ebbe un minuto di pallore intenso, vedendosi inginocchiata, davanti e plorante, quella donna che aveva offesa così crudelmente; e chiuse gli occhi come se svenisse. Ma tanta era la forza di quell’animo, che seppe vincere subito la commozione. Lasciò sua sorella inginocchiata, abbandonò a quelle lacrime e a quelle carezze le sue mani, senza parlare, per un poco. Poi, piano piano, venendo alla risoluzione suprema della loro esistenza, ella domandò:
– Che cosa chiedi, in cambio di questo perdono? – ed ebbe l’aria di accordare una grazia.
– Laura, Laura, tu devi essere buona e grande, poichè io ti ho perdonato…
– E che domandi per questo perdono?
– Tu non devi amare più Cesare. Devi coraggiosamente strapparti dall’anima questo impuro amore che la deturpa: devi non amarlo più. E allora, non solo il mio perdono sarà completo, assoluto, ma tu troverai in me la più amorosa, la più tenera fra le sorelle; io non farò che esaudire il mio voto ardente, da anni, di poterti dimostrare quanto ti voglio bene; io sarò accanto a te il cuore più devoto e più efficace, nel desiderio di vederti felice. Ma devi essere buona e forte, Laura, devi ricordarti che mi sei sorella, devi dimenticare Cesare.
– Anna, non posso.
– Ascolta, ascolta, non deciderti ancora, non dire la parola ultima, la parola tremenda. Pensaci, Laura, è il tuo avvenire, la tua vita che giuochi, a questo amore: tetro avvenire, se persisti, fatale idea di morte, se persisti! E invece, se dimentichi, se un sorriso d’amore innocente, casto, buono, viene a illuminare la tua esistenza, vedrai che pace, vedrai che serenità. Si troverà, certo, si troverà un’anima di uomo che sia alla tua altezza, che intenda, che ti renda felice, che tu possa amare pienamente, nella santità del dovere compiuto. Tu sarai una moglie felice, l’uomo che ti sposerà sarà un marito felice, tu sarai madre, avrai dei figlinoli… tu li avrai, tu! Ma non devi amare più Cesare.
– Anna, non posso.
– Laura, non deciderti ancora, per carità, odimi, bisogna trovare una via, uno scampo: tu andrai a fare un viaggio, sì, un lungo viaggio, all’estero, ciò ti distrarrà, pregherò la zia Sibilla di accompagnarti, essa non ha nulla da fare, è vedova, verrà; tu viaggerai, non puoi credere che assopimento di dolori è il viaggio: tu vedrai dei paesi nuovi, dei paesi belli, dove il tuo spirito assorgerà dalle miserie quotidiane ad elevate sfere. Laura, Laura, vedi come ti prego, vedi come ti imploro, abbiamo lo stesso sangue nelle vene, siamo creature della stessa madre, tu non devi amare più Cesare.
– Anna, non posso.
Anna si slanciò contro la sorella, ma quando fu faccia a faccia con lei, ebbe un moto d’orrore e si arretrò: andò fin verso il vano del balcone e vi si fermò, quasi guardasse nella via, nella grande ombra della notte. Quando ritornò presso sua sorella, il suo volto era chiuso, freddo, austero. Venne a Laura; e a costei parve leggere una minaccia nel nero sguardo.
– Questa è la tua decisiva parola?
– Questa.
– Non credi di poterti pentire, di cambiare?
– No, non lo credo.
– Sai tu quello che fai?
– Lo so.
– Ed affronti questo estremo pericolo?
– Dov’è il pericolo? – chiese Laura, levandosi.
– Non temere, non temere – riprese Anna, portandosi il fazzoletto alla bocca e mordendolo. – Ti chiedo, se non ti sembra un estremo pericolo, che due donne, come me, Anna Dias, come te, Laura Acquaviva, debbano vivere insieme con lui, nella stessa casa, e amarlo, con la stessa passione?
– È certamente, un estremo pericolo – disse con lentezza Laura, in piedi, guardando sua sorella negli occhi.
– Lasciami mio marito, Laura, – gridò Anna, impetuosamente.
– Riprendilo, se ne hai la forza. Ma tu non l’hai mai avuto, mai.
– Tu sei un’infame, vattene – disse Anna, stringendo i pugni fino a ficcarsi le unghie nella carne.
– Tu m’hai chiamata. Sono venuta per mostrarti che non ho paura, per nulla.
– Vattene, infame, infame, infame!
– Ah uccidimi, ma non dire più questa parola – gridò Laura, arrivata alla disperazione.
– Meriteresti che io ti uccidessi, è vero? Lo meriteresti, per tutte le anime dei nostri morti che ci ascoltano, per la Madonna, che, con loro, inorridisce nel cielo, lo meriteresti!
– Ma Cesare mi piangerebbe assai – disse Laura, di nuovo padrona di sè.
– È vero – soggiunse Anna glacialmente. – Vattene, dunque, vattene una volta!
– Addio Anna.
– Addio Laura.
Senz’affrettarsi, ma senz’avere neppure l’aria di persona stanca, voltò le spalle alla sorella e se ne andò, diritta e snella nella sua veste bianca, quasi non facendo rumore, col suo bel passo ritmico. La mano sicura fece girare la chiave nella serratura: ma sulla soglia ella si fermò e guardò sua sorella, quasi involontariamente. Anna stava ferma in mezzo alla stanza, le braccia prosciolte lungo la persona, il capo chino, senza colore sulle guance, senza espressione nello sguardo, violacee e un po’ schiuse, in espressione di stanchezza, le labbra. La esitazione di Laura fu fugacissima. Ella uscì, dando le spalle a quel dolore e richiuse la porta riprendendo nell’ombra il cammino della sua stanza. Anna, nella sua immobilità non ebbe l’aria neppure di aver udito quella chiusura di porta. Era sola, ormai. Fra sè, diceva una preghiera, mentalmente, a parole confuse e smozzicate; ringraziava la Madonna che l’aveva salvata da una sventura, in quella notte. Poichè, nell’accasciamento immenso che adesso la prostrava, le restava, della terribile scena avuta con sua sorella, solo un ricordo pauroso. Quando aveva pregato sua sorella, chiedendole la grazia di non amare più Cesare, offrendole in cambio tutti i beni dello spirito e del corpo, tre volte Laura, ostinatamente, ciecamente, le aveva risposto: non posso. Ebbene, alla terza volta, quelle parole, quella voce che le pronunciava, quelle labbra da cui uscivano, quella gola bianca che si gonfiava di orgoglio, profferendole, tutto ciò le aveva ridestato tale un morboso furore di gelosia, che aveva visto una gran nuvola rossa innanzi agli occhi, parendole che tutto quel sangue sgorgasse da una gran ferita, aperta da lei nel collo bianco di sua sorella, un fiume rosso, un fiume di sangue che lasciasse la bianca creatura esangue, esanime, impedendole di poter dire mai più, mai più che ella amava Cesare e che non voleva finire di amarlo. Ah un minuto, un minuto l’omicidio aveva soffiato il suo alito in quella povera anima conturbata ed ella aveva voluto uccidere la figliuola di sua madre! Adesso, con gli occhi spenti, pure sentendosi perduta, morente, in fondo a un abisso, ella faceva una profonda preghiera di ringraziamento al Signore, poichè Egli aveva diradata quella nebbia rossa, poichè le aveva permesso di soffrire senza vendicarsi. Pian piano, cadde sulle ginocchia, e congiunte le mani, ridisse tutte le antiche, ingenue preghiere della sua infanzia, le sante preghiere dell’innocenza: pregando il Signore anche una volta, che nel resto del suo disperato viaggio, attraverso i desolati paesi senza speranza, attraverso tutte le insoffribili spine che le laceravano il volto e le mani, ella potesse essere sempre quella miserabile creatura che era stata, capace di sopportare tutto il male, incapace di farne. E in quel desiderio di soffrire senza vendicarsi, ella ebbe come un approfondimento di anima, tanto che le parve di entrare nella regione degli estremi distacchi.
Quando ella tentò di rialzarsi da quella disperata preghiera, in cui tutta la sua infinita bontà e la sua infinita debolezza muliebre si erano confuse, nell’abdicazione della vendetta, ella non ebbe la forza di sollevarsi dall’umile giacitura, in cui aveva ringraziato Iddio di non aver ucciso sua sorella. Uno sfinimento succedeva alla violenza per cui ad Anna era parso, parlando con Laura, di vivere dieci volte di collera, di gelosia, di amore, di disperazione, in una vita sola; e nella mancanza di ogni forza, ormai, e di ogni volontà, ella mormorava, quasi senza più intenderle, le sacre parole delle orazioni. A stento, vincendo con un grave sforzo la vertigine che la faceva vacillare, ella potette trascinarsi sino al suo letto, e giacervi distesa, con l’abbandono di un corpo morto. Non trasaliva, non sussultava, tutte le sensazioni che avevano fatto vibrare altamente il suo sangue e i suoi nervi, erano ormai spente: nella profonda atonia di ogni fisica volontà, solo il pensiero vigilava, inguaribile tortura. Ed ella, giacendo semiviva sul suo letto, chiusi gli occhi, pensava, veramente, che sua sorella Laura l’aveva atterrata. Adesso riudiva nelle sue orecchie tutto quel lungo e concitato dialogo, passante dalle lagrime all’ira, dalla gelosia alla pietà fraterna; rivedeva quella scena, rivedeva il volto bianco, bello e pure austero di sua sorella, e il sorriso cinico che ne deturpava le purissime labbra, e la impassibilità di quella figura innanzi a ogni emozione, di compassione, di paura, di vergogna: e sentiva che sua sorella l’aveva atterrata. Anna era andata a lei, forte del suo diritto calpestato, forte del suo amore offeso, forte per la malvagità del tradimento subito, e avrebbe dovuto vedersi piegare innanzi, rossa di umiliazione, quella fronte superba; avrebbe dovuto veder tremare quelle mani, chiedendo perdono a lei, avrebbe dovuto udire dalla bocca della traditrice, la parola del pentimento e del ravvedimento. E per uno strano mistero, per un mistero dolorosissimo, la peccatrice non aveva avuto la punizione del suo peccato, essa aveva avuto l’audacia di difendere il proprio peccato, essa aveva avuto il feroce coraggio di non cedere, ferma nella sua infamia, invocando col suo altero contegno, una lotta fraterna, una catastrofe. Anna intendeva che ogni sua frase, buona o irosa, non aveva trovato nessuna eco di generosità o di affetto nel cuore di sua sorella: Anna capiva che, dal principio alla fine, ella aveva sbagliato tutto, anche questa volta, e non aveva saputo nè bene punire, nè bene perdonare.
– Io non l’ho uccisa: ed ella mi ha vinto – pensava ogni tanto, in preda a un disperato pensiero.
Disperato pensiero, poichè infine, la ragione del giusto e dell’onesto è unica, poichè ella, Anna, era nella verità, nella giustizia e nell’onestà, amando suo marito sino alla follia e volendo essere amata da Cesare; poichè Laura era fuori di ogni legge umana e morale, amando un uomo non libero, amando il marito di sua sorella, quasi un fratello: poichè, infine, lei, Anna, aveva ragione, innanzi a Dio e innanzi alla coscienza degli uomini, innanzi a Cesare e innanzi a Laura, ella aveva ragione, Anna, e se avesse punita l’infame, tutti i tribunali, umani e divini, le avrebbero dovuto dare ragione. Il suo amore per Cesare era così grande e sincero, e il peccato di Laura feriva così ogni legame di affetto e di decoro, che Anna vedeva giganteggiare in sè il concetto del proprio diritto. L’avesse uccisa quando ella rifiutava di dimenticare l’amore di Cesare, nessuno avrebbe potuto, umanamente, darle torto.
– Eppure io non l’ho uccisa ed ella mi ha vinto – pensava disperatamente.
Cercava la bizzarra, ignota causa di questa immensa disfatta, la cercava, in preda alla disperazione delle anime buone e giuste che vedono trionfare la malvagità e la ingiustizia, e non trovava nulla, no, nulla, poichè non si capovolgono le sante leggi della coscienza, non vi sono transazioni col peccato, poichè Anna soltanto aveva ragione, secondo il cuore e secondo la legge. Nella prostrazione delle sue forze, dentro di sè, rinasceva l’idea atroce della insopportabilità di quel dolore, assai più forte di prima, quando ancora non aveva parlato con Laura. Prima, ella aveva una idea, così tumultuaria del fatto ed era anche tanta la sua stupefazione, che non aveva potuto giudicare l’entità dell’offesa, non aveva potuto analizzare tutta la infamia del tradimento. Ma ora… in un abbattimento del suo fisico, senza singhiozzi, senza lacrime, senza scoppii d’ira, ella vedeva perchè il tradimento era insopportabile, ella soffriva con una perfetta coscienza di quello che era la sua ferita, ella sapeva la larghezza e l’inguaribilità della piaga.
Prima di parlare con Laura, ella era nell’ebetismo di un colpo sul cervello, e, in fondo a tutto, viveva anche una speranza: ma ora… ora il tradimento era veramente, realmente atroce, insopportabile, poichè sarebbe durato, questa notte, domani, sempre, senza rimedio, senza pietà per la tradita. Ah certo nel cuore di Laura la passione aveva portato uno sconquasso, tanto da farle perdere ogni senso fraterno, ogni gentilezza muliebre, ogni delicato pudore di fanciulla, tanto che si era vista innanzi, implorante, la donna tradita, e il suo cuore non si era infranto di tenerezza: certo in quell’anima di donna che non aveva mai nè pianto, nè dubitato, nè sofferto, nè amato, la furiosa passione doveva rumoreggiare, nel fragore della tempesta: certo in quel cuore chiuso, in quel cuore freddo e scettico, la passione aveva fatto germogliare tutti i sentimenti di orgoglio, di ambizione femminile, di vanità, tutta una volontà di vivere e di trionfare contro la felicità e contro l’amore di tutti, lottando per la propria passione.
– Vinta, vinta, vinta – pensava Anna, avendo lo strazio incommensurabile degli esseri perduti, a cui non isfugge più nessuna delle amarezze della loro perdita.
Una feroce ingiustizia, dunque, si consumava, così, ed ella non aveva trovato, in se stessa, la forza morale per reagire: per la terza volta, nella sua vita, quando si era trattato di salvare la propria esistenza da una tragedia spirituale, ella aveva ceduto, fragile canna che il vento della bufera abbatteva. Nella fatale giornata di Pompei, adorando Giustino Morelli, e mentre egli l’amava con tutte le sue forze, ella non aveva trovato tanta volontà da non farsi abbandonare da lui, sola, perduta, semiviva, in una stanza d’albergo, avendo tutte le apparenze della colpa: ed ella aveva ragione in quel giorno, perchè amava, ed era innocente, ed era bella! Nella sera fatale di Sorrento, quando Cesare Dias, glacialmente le aveva offerto il mefistofelico patto, per cui ella rinunciava all’amore, alla dignità femminile, a ogni manifestazione di affetto, a ogni diritto di donna e di moglie, in quella sera ella non aveva avuto tanta volontà di vincere quel fascino, ella non aveva osato di respingere quel patto di perversità e di corruzione, ella aveva detto di sì, ciecamente, bestialmente, giuocando il suo avvenire e la vita: ed anche allora, essa era la creatura più appassionata, più entusiasta, essa amava con un abbandono supremo, ed aveva dalla sua la immensa ragione della passione – e a Sorrento come a Pompei, ella era stata vinta, vinta da chi aveva torto, da Giustino Morelli che non sapeva amare, da Cesare Dias che non voleva amare.
E in quella notte terribile, per la terza volta, avendo dalla sua parte il più alto grido della coscienza offesa, avendo per sè tutte le più pure forze dell’anima violate, essendo una moglie innamorata e una sorella devota, tradita da suo marito e da sua sorella, potendo vendicarsi senza timore di esser punita, essendo nella ragione, infine, per la terza volta, ella non aveva indotta Laura a pentirsi del peccato, a fuggire il peccato. A Napoli, come a Pompei, come a Sorrento, ella era stata vinta da Giustino Morelli che non sapeva amare, da Cesare Dias che non voleva amare, da Laura Acquaviva che non doveva amare. Sempre, ella aveva avuto ragione, contro loro: ma, in verità, l’avevano vinta sempre.
– Ma perchè, ma perchè? – si chiedeva ella, nella desolazione di tanta sconfitta.
Non sapeva. Tutto ciò era così contrario alla legge dell’amore e della vita, era così contrario a ogni idea di rettitudine e di morale, era tale un crollo d’ogni santo principio di equità, che ella non sapeva. Ella vedeva soltanto il fatto, lucido, crudele, inesorabile, attraverso gli anni, le persone, le passioni: la disfatta, sempre la disfatta per lei, che amava, che si dava, che chiedeva solo l’amore. E sulla loggia di Sorrento, quando Cesare le aveva detto la parola della felicità, non era stato quello suo un miserabile e vigliacco trionfo, una vittoria pagata a prezzo delle più sublimi rinunzie? E a che serviva cercare le cause dell’irreparabile fatto? Era così schiacciante nella sua monotonia questo fatto terribile, era così veramente implacabile nella sua fissità, che ella preferiva credere a una fatalità.
Era destino. Una forza arcana combatteva contro lei, contro ogni suo sforzo di passione. Nulla le sarebbe riescito, giammai, amando, anche in altri paesi, in altri ambienti, con altre persone; ella portava in sè, avvinghiata alla propria vita, quella fatalità; ella l’avrebbe trascinata dovunque, al glaciale polo, negli ardenti tropici, fra la gente dal cuore frivolo, fra la gente dal cuore profondo. Era destino che ella dovesse esser vinta. A che indagare? E il suo abbattimento diventò simile a un torpore, come coloro che sulle altissime nevi, circondati dai pericoli delle bufere, delle valanghe, dei precipizi, si addormentano nel letale sonno che dà il ghiacciaio. Sarebbe inutile resistere alla fatalità delle vette incommensurabili dove, se non vi uccide la tormenta, vi ucciderà la caduta nell’abisso, o vi adagerete nel letargo mortale, mentre l’altra neve candidissima viene ad adagiarsi su voi, e vi ricopre, e vi soffoca. Anna aveva, adesso, il senso dell’ineluttabile. E nel suo segreto, annullata ogni volontà, straziata sotto il peso dell’arcana forza, ella pregò, perchè l’ultima parola le fosse detta; pregò con tanto ardore, invocò la liberazione con tanta intima passione, che ne rimase estenuata.
E solo dopo un’ora, macchinalmente, quasi obbedisse a una voce ch’ella sola udiva, si levò dal letto.
– Cerchiamo l’ultima parola – pensava.
Ogni tanto, nelle sue mosse di statua che camminava, si fermava indecisa, quasi non rammentasse più quel che doveva fare: poi si riaveva, d’un tratto, come se le rotelline interiori di quel meccanismo ricominciassero a girare. Così, andò prima a vedere che ora fosse: erano le quattro del mattino, la notte d’inverno era altissima e fredda. Si fermò rammentandosi una notte d’inverno in cui era andata, fra l’ombra e il freddo, sulla loggia di piazza Gerolomini a parlare d’amore con Giustino Morelli. Quanti anni! Quattro anni, quaranta anni, quattrocento anni, da allora, ma sempre perduto, l’amor suo e il suo dolore, sempre. Automaticamente, andò presso la scrivanietta, si sedette, e appoggiata la faccia alle mani, ebbe un lungo minuto di stordimento, non sapendo più che cosa fosse venuta a fare, lì vicino. Poi prese un fogliettino di carta e vi scrisse qualche parola, sopra: poi rileggendolo, le dispiacque, essa lacerò il foglietto e lo buttò via. Finalmente, dopo avere scritti e lacerati altri due o tre foglietti, ella versò dell’arena d’oro su queste linee:
“Cesare, debbo dirti qualche cosa, subito: appena avrai lette queste parole, in qualunque ora della notte, della mattina, vieni in camera mia – Anna”.
Chiuse la letterina in una busta e vi scrisse su l’indirizzo a suo marito. Uscì dalla sua stanza nel corridoio e andò a quella di suo marito. Era chiusa a chiave, la porta. Non si vedeva lume, attraverso le fessure: non si udiva rumore, là dentro.
Si appoggiò un minuto alla porta, sentendosi svenire. E pensò di nuovo: mentre cercava riunire le scarse sue forze fisiche, e un’altra notte simile, in cui piena di giovanile passione, con l’ardente impazienza dell’amore, ella era venuta nella stanza dell’amor suo, qui, in questa stanza ad aspettarlo, col palpito della felicità imminente: ed ella aveva consumate le ore lunghe, fremendo e desolandosi in quell’infinita attesa, per vedere rientrare al mattino, sfinito, esausto, quel simulacro d’uomo, che è un uomo al ritorno di una veglia di giuoco o di amore. Anche quella notte, cominciata con le più balde speranze di vittoria, era finita, per lei, con una disfatta.
– Ho sempre perduto – pensava ancora con una desolazione che non aveva più confine, ma che non poteva strapparle più nè una lacrima, nè un sospiro.
Adesso, egli chiudeva addirittura quella porta contro lei, trattandola come una estranea, quando, dieci ore prima, aveva lasciato tutte le porte aperte, per dire a sua sorella che le voleva bene e per baciarla sulle labbra. Un fatto così inesorabile, quella disfatta nelle piccole e nelle grandi cose, negli struggimenti quotidiani, come nella catastrofe! Ma poichè ella doveva inchinarsi a una forza ignota, poichè ella doveva sapere da altri, non da se stessa, il motto decisivo del proprio destino, ella cavò dalla cintura il bigliettino che aveva scritto a Cesare e piegandosi, lo passò sotto la fessura della porta, spingendolo molto, perchè egli potesse vedere quel biancore, sul tappeto.
– Cesare deve dirmi l’ultima parola – pensò.
Ancora un istante, spaurita da uno sgomento oscuro, all’idea che tutto, tutto era nelle mani di Cesare, restò presso quella porta serrata, immagine di un cuore chiuso per sempre: se ne staccò a forza, consumando le sue ultime, miserabili forze, a ritornare nelle sue stanze. Ivi, ancora, rientrando, ebbe un altro ricordo, ma questa volta vicinissimo, il ricordo della scena che aveva avuta, con sua sorella, fra il pianto e le grida, fra le preghiere e le minacce: e in ultimo non aveva ella tre volte scongiurata sua sorella, a non amar più suo marito? E tre volte ella aveva risposto, ineluttabilmente, che non poteva, non poteva, non poteva: lì dentro, due ore prima, non era un sogno, era un fatto, nella sua implacabilità, nella sua ineluttabilità.
– L’ultima parola – pensava Anna.
Si distese sul letto, senz’aver potuto svestirsi del suo lungo abito, che la copriva come una coltre funeraria. Cominciava per lei una veglia lunga, nel gelo, nella solitudine, nella gran ruina di quel che aveva amato, mentre ancora alta, in lei, ardeva la vampa immortale della sua passione. Ed ebbe come un desiderio più profondo di desolazione, un desiderio più acuto di dissolvimento, anche nell’ombra. Spense il lume: e le tenebre circondarono, col loro annientamento, quel corpo di dolori, quell’anima agonizzante.

V.

Quante volte aveva fissati gli ardenti occhi al balcone di cui aveva lasciato socchiuse le imposte, aveva visto una fascia di luce scialba allungarsi nella stanza, una luce bigia e triste che non si effondeva e che pareva quella di una lunghissima e gelida alba, dove il sole non veniva a metter gaiezza. Era morto, dunque, il sole? Anna si levò dal letto, d’un tratto solo, meravigliata di trovare le sue forze fisiche ringagliardite da quelle ore, in cui ella aveva giaciuto, vegliando nell’ombra: andò ad aprire il balcone, ansiosa del sole. Ma la mattinata era bigia, nel cielo e nel mare: le nuvole lente si abbassavano sulla collina di Posillipo, tingendosi del color del piombo e un grave vento sciroccale soffiava. Parea che su tutto il paesaggio napoletano, il vento fastidioso avesse cosparso della cenere. Nella piazza della Vittoria erano rari i viandanti e laggiù, nei viali della Villa, si vedeva appena qualche solitario passeggiatore. Tutto il mare sembrava una vastità di cenere morta. La palma del giardino, in mezzo alla piazza, muoveva i suoi lunghi rami languenti, dalle foglie morte nel freddo invernale. Anna si trasse indietro, subito. Le bruciavano gli occhi, dalla insonnia: e intanto un peso di piombo le si aggravava sulle palpebre: era il solo segnale della stanchezza, in lei. Passò nel suo spogliatoio e immerse la faccia nell’acqua fredda, tenendovela, sentendo il grande ristoro di quel fresco, sulla pelle, nel cervello. E lentamente, senza quasi guardare, con una incertezza di movimenti da sonnambula, ella pettinò i suoi lunghi capelli neri che non aveva mai affidati alla mano di una cameriera, e li raccolse in una grossa treccia, sulla nuca, passandovi dentro un grosso spillone d’oro, per reggerli meglio: e così, man mano, si spogliò di quella veste di velluto nero, che ella aveva trascinato sul suo povero corpo tormentato, per tutta una notte di dolori, e si vestì di un abito di lana nera, tutto ricco di perline nere scintillanti, un abito per uscire a piedi, di mattina. Voleva uscire, forse? Ella non ne sapeva nulla, non pensando, non volendo niente. Si era vestita, così, per quel bisogno istintivo femminile di occuparsi, in certe ore, della propria persona. Non sapeva se sarebbe uscita o se sarebbe restata in casa. E quando andò a chiudere il goletto del suo vestito nero, col suo ricco e grosso spillo, un trifoglio formato da tre perle nere, un dono fattole pel suo matrimonio, da sua sorella Laura, ne trovò una mancante, di perle. Il beneaugurante trifoglio era deturpato: e il suo fascino era spezzato.
– Che importano i trifogli e i fascini… – ella disse, fra sè.
E se fino a quel momento ella non aveva pensato, bastò quella perla perduta e la sua triste riflessione per ricondurla alla sua desolazione notturna. Fiaccata, come da un colpo di martello sul capo, dovette sedersi. In quel momento suonavano le undici al suo orologetto e si bussava discretamente alla porta. Ella non trovò voce da rispondere, guardando con gli occhi stralunati quella porta, dove si bussò per la seconda volta.
– Avanti – ella disse, fiocamente.
Cesare entrò, riposato nel volto, sereno, pronto anche lui per uscire, anzi portando il cappello e la mazzettina di ebano in mano.
– Buon giorno: esci? – le domandò, con la sua voce tranquilla.
– No… non so – ella rispose, con un gesto vago. Di nuovo, come nella sera innanzi, tutti i nervi di lei tremavano, guardando il nobile e consumato volto del traditore, un volto così quieto e quasi ridente!
– Volevi dirmi qualche cosa? – egli chiese, con un lievissimo corrugamento della fronte.
– … sì.
– Son rientrato tardi… e non ho voluto disturbarti – egli disse, prendendo una sigaretta e chiedendole con gli occhi il permesso di accenderla.
– Non mi avresti disturbata – ella soggiunse, con una certa fermezza.
– Non sarà cosa di grande importanza, credo, – ribattè lui, ma senza dare nessuna espressione alla sua voce.
– È cosa di grande importanza, Cesare.
– Al solito – egli disse, con un’ombra di sorriso.
– Ti giuro sulla memoria di mia madre – gridò ella – che niente è più importante!
– Perdio! – esclamò lui, ironicamente – atto terzo, scena quarta.
– Scena ultima – diss’ella, sordamente, strappando qualche perlina del suo vestito e frantumandola fra le dita.
– Meno male, che siamo alla catastrofe: il dramma era lungo, cara – egli disse, battendo la sua mazzettina di ebano sulla gamba.
– Abbreviamo, Cesare. Ti debbo chiedere una grazia. Vuoi farmela?
– Chiedete, o bella dama: e malgrado che ieri sera mi abbiate chiusa la vostra porta, eccomi pronto.
– Che dici? Voglio una grazia, Cesare.
– E chiedila, dunque, che debbo uscire.
– Voglio fare un viaggio di un anno, con te.
– Una seconda luna di miele? Non si è mai visto.
– Un viaggio di un anno, intendi? Mi porterai come un compagno, come un amico, come un servo, per un anno, lontano di qui, lontano assai.
– Portando con noi la sorella, la istitutrice, il cane, il gatto e tutto il serraglio delle belve?
– Noi due, soli – ella disse, recisamente.
– Ah! – disse lui, senz’altro. Ma pensava.
– Che decidi?
– Ci penserò.
– No: devi decidere subito.
– Quanta fretta! Ci minaccia qualche epidemia?
– Decidi, adesso.
– Decido di no – egli disse, senz’altro.
– E perchè? – chiese ella, di nuovo orribilmente pallida.
– Perchè, no.
– Dimmi la ragione.
– Non ho voglia di viaggiare.
– Ti è sempre piaciuto.
– Adesso non più. Sono stanco, sono vecchio, resto a casa mia.
– Io te ne prego, andiamo via, lontani assai.
– Ma perchè vuoi andare via?
– Ascolta, non domandarmelo; e dimmi di sì.
– Perchè vuoi andar via, Anna?
– Così: voglio andare: fammi questa grazia.
– La signora fugge qualche pericolo della sua virtù? Qualche amore infelice?
– È in pericolo qualche cosa di più che la mia virtù: e io fuggo un amore infelice, Cesare – disse ella, gravemente, chiudendo gli occhi.
– Cielo! E io vorrei mettermi in queste tragiche complicazioni? No, Anna, no: io non mi muovo.
– Per qualunque preghiera io ti facessi, tu diresti sempre di no, è vero?
– Direi sempre di no.
– Neanche se io te lo chiedessi sul punto di morire?
– Per fortuna, stai benone in salute – e la sogguardò, sorridendo un poco.
– Tutti possiamo morire, da un minuto all’altro – ella disse, semplicemente. – Andiamo via insieme, Cesare.
– Ti ho detto di no: ed è no, Anna. Non cercare di piegarmi, sai che è inutile.
– Allora fammi un’altra grazia. Questa, me la farai!
– Sentiamo.
– Andiamo a stare soli, ai Gerolomini.
– In quella brutta casa?
– Restiamo qui, soli, allora.
– Soli, come?
– Noi soli, noi due.
– Senza Laura?
– Senza Laura.
– Ah! – egli fece, soltanto.
Ella lo guardava, ansiosamente, e nei bruni occhi egli avrebbe dovuto leggere la dolorosa verità. Ma egli non aveva la carità delle anime amorose, che risparmiano queste amarissime confessioni: e forse gli piaceva, per misteriose ragioni, che Anna le dicesse tutte.
– Sii leale – riprese Cesare, con una nuova gravità nella voce. – Tu vuoi separarti da tua sorella?
– Sì.
– E perchè? Dimmi la ragione.
– Non posso dirla. Voglio separarmi da Laura.
– Quando?
– Subito, oggi stesso.
– Nientemeno! Avete litigato? Farò io da paciere.
– Non credo – ella disse, con un bizzarro sorriso.
– Se mi dici la ragione della lite, io vi metto d’accordo.
– Ma perchè tante domande e tante offerte? Io voglio separarmi da mia sorella, ecco tutto.
– E io, no – ribattè lui, guardando glacialmente sua moglie negli occhi.
– Tu non vuoi separarti da Laura? – ella gridò, sentendosi mancare sotto i piedi la terra.
– Non voglio, affatto.
– E allora me ne andrò io! – gridò ella, col cervello scombussolato dalle allucinazioni della follia.
– Fa quel che ti piace – egli rispose tranquillamente.
– Oh Madonna mia! – ella disse, sottovoce, vacillando, mancandole ogni forza.
– Adesso avremo lo svenimento – soggiunse Cesare, dominandola con lo sguardo imperioso, col sorriso sarcastico. – E così finirà questa scena di stolta gelosia.
– E che gelosia? Chi ti ha parlato di gelosia? – ella chiese, fieramente.
– Ti avverto che non fai altro, da mezz’ora; ti avverto, che tu mi sembri avere smarrito quel poco di senno che ti restava; e ti avverto, in ultimo, che io non mi renderò ridicolo, per tua causa.
– Tu vuoi restare con Laura? – ella domandò, con l’anima fissata su quella idea.
– Non io, soltanto: anche tu. Di fronte al mondo e anche di fronte a noi, non possiamo abbandonare questa fanciulla, che è affidata alla nostra protezione: sarebbe uno scandalo e io non ti permetterò di farlo. Si soffrono mille morti, ma non si fa uno scandalo. Hai capito?
Ella lo guardò, trasecolata, sentendo che le fuggiva l’estrema speranza.
– E poi – egli soggiunse – io non conosco la ragione, per cui tu non vuoi vivere più con tua sorella. Essa è buona, è saggia, è seria, e non ti dà nessuna noia, tu non hai diritto di farle rimprovero. Deve essere un tuo capriccio, il desiderio di essere infelice che tu hai, sempre. A ogni modo, dunque, anche questo stupido capriccio sarà soddisfatto, fra poco. Laura si mariterà presto…
– Tu speri che Laura si mariti? – chiese ella, indagando.
– Lo spero, vivamente.
– E ne saresti contento?
– Contentissimo – egli concluse, con un sorriso.
Ah nei bei giorni della sua semplicità muliebre, quando il suo cuore non aveva avuto le atroci rivelazioni del tradimento, ella non avrebbe inteso il valore di quella parola e di quel sorriso; la sua anima, adesso, conosceva tutto l’umano fango. Ella intese, immediatamente: ed ebbe un moto di ribrezzo. Egli sorrideva ancora, alla propria idea, a una immagine, forse: e si arricciava il bel mustacchio bruno. Anna perdette la testa.
– Tu sei, dunque, più infame di Laura – ella disse, col viso sconvolto dalla collera e tremando di commozione, poichè inveiva contro suo marito, per la prima volta.
Egli sorrise.
– È il vocabolario di Otello – disse, con calma. – Ma tu lo sai, è dimostrato che Otello era epilettico.
– E uccise Desdemona – disse sordamente Anna.
– Ti pare che io abbia la figura di Desdemona?
– Non tu, non tu – ella soggiunse, trucemente.
– E chi dunque? – domandò Cesare.
– Laura – ella finì, tetramente.
– La tua pazzia diventa pericolosa, Anna.
– Imminente, invincibile pericolo, Cesare.
– Per fortuna, che tu non fai tutte le cose che dici – egli conchiuse, sorridendo.
Ella strinse una mano contro l’altra in un moto disperato.
– Questa notte, Laura ha dovuto la sua vita a un miracolo.
– Ma che è accaduto, qui? – egli esclamò, agitato infine, levandosi in piedi. – E dove è Laura?
– Oh non temere, non temere per lei. Non le ho fatto nulla. È viva. Sta bene: sta certo, benissimo. Nessuna ruga turba la sua bellezza, nessuna preoccupazione turba il suo spirito. Non temere. È una persona sacra: sacra per l’amor tuo. Senti, Cesare, ella è stata qui, questa notte, chiusa con me, eravamo sole, e io aveva su lei diritto di morte, datomi da Dio, datomi dagli uomini, e non l’ho uccisa!
Cesare era un po’ pallido, niente altro: era come il domatore di fronte alla leonessa inferocita, di cui gli è sfuggita l’obbedienza: e che ha intraveduta la strage.
– E se è lecito, parlando secondo la vostra fastidiosa rettorica, chi vi dava questo diritto di morte? – egli chiese, lentamente, guardando il pomo della sua mazzettina di ebano, e sottolineando il disdegnoso voi.
– Laura, mi tradisce, amandoti.
– Nientemeno, che Laura mi ama! Sono lieto di apprenderlo. Voi, lo sapete? Questo è un fatto importante, per il mio amor proprio. Ne siete certa?
– Non ti burlare di me, Cesare, tu non sai quello che fai, non sorridere così, non spingermi agli estremi!
– Siete in due, ad amarmi; poichè credo che voi mi amiate ancora, non è vero? Deve essere un male di famiglia; e probabilmente, se mi adorate in due, io non ne ho colpa.
– Cesare, Cesare!
– E pensare che non ho fatto nulla per sedurvi, confessatelo.
– Tu mi tradisci, Cesare, amando Laura.
– Ne siete certa?
– Certa, Cesare.
– Badiamo che le cose certe sono poche, a questo mondo. Io m’interrogo, da qualche minuto, per vedere se avessi nell’anima una delittuosa passione per Laura. Forse sono pazzo di lei, senza saperlo: voi che siete una donna amorosa, lo sapete. Abbiate la cortesia di spiegarmi, o passionale signora Dias, come io vi tradisca, amando vostra sorella. Descrivetemi tutta la nerezza del mio tradimento. Ditemi in che consiste la mia… infamia, non avete voi detto infamia? Sono poco esperto, nel dizionario della passione.
– Oh Dio, oh Dio – diceva Anna, col viso nascosto fra le mani, avendo orrore di quello che udiva e della faccia di Cesare, fredda faccia implacabile nel sarcasmo, nel disprezzo.
– Ah non passeremo mica la nostra mattinata a invocare il Signore, la Madonna e i santi, spero. Tutti costoro non si curano della tua follia, Anna, e fanno bene. Non dovrei curarmene neppure io, e farei benissimo. Ma la tua rettorica diventa assai nociva agli altri, e questo non è permesso. Vi prego, signora Dias, fate la cortesia a vostro marito di precisare le vostre accuse; dimostrategli tutta l’atrocità della sua condotta. Ecco, io piego le braccia, seduto su questa sedia, che è il mio banco dei rei. Aspetto, soggiungendovi che avete consumata molta della mia pazienza.
– Ma Laura nulla t’ha detto?
– Nulla, mia cara signora.
– E dove è?
– È andata a messa, m’hanno detto.
– Così, quietamente?
– Credete che tutte le donne danzino convulsamente sulla corda del sentimento, signora Dias? No: per fortuna degli uomini. La nostra cara e savia Minerva è andata a messa, perchè oggi era domenica.
– Con quell’orribile peccato sulla coscienza! Ma ella crede di poter mentire anche al Signore? Ma dunque ella è anche una sacrilega?
– Vogliamo recitare un dramma mistico, adesso? Cara signora, veggo che non avete nulla da dirmi e vi saluto.
Fece per uscire. Ella gli sbarrò il passo, decisa a dir tutto, decisa a udir tutto, abbandonandosi anima e corpo alla bufera.
– Non te n’andrai, Cesare. Non mi sfuggirai. Devi udire dalle mie labbra che tremano di orrore, pronunziandole, le parole della vostra infamia. Le ripeto a te, oggi, come le ho dette a Laura, questa notte: e vorrei che vi abbruciassero il cuore, come hanno abbruciato il mio. Ah tu ridi, tu hai il coraggio di ridere; tu scherzi, quasi ti trovassi a una frivola conversazione: tu osi burlarti della mia collera! Tu vorresti esser lontano, io ti annoio, la mia voce ti dà fastidio, e quel che ti dico, potrebbe forse far salire alle tue guance di uomo corrotto l’ultimo rossore della vergogna, ma tu non te ne andrai, tu sei qui inchiodato, tu devi darmi conto del tuo tradimento. Ah non sogghignare, non sogghignare, questo non ti serve più a nulla, nessun sogghigno può farmi deviare dalla mia strada: io non ti lascerò partire! Rammentati, Cesare, quello che hai fatto ieri sera, rammentati e abbine la vergogna delle grandi infamie, rammentati quanto è stato crudele, e colpevole, e atroce quello che è accaduto ieri sera, fra te e mia sorella! Sotto i miei occhi, Cesare, e per lunghi minuti, perchè nessun dubbio mi rimanesse, chissà mi fossi impazzita! Io ho visto tutto, le mie orecchie hanno udito le tremende parole, e il rumore dei baci, lungamente, perchè io non potessi dubitarne neppure un minuto secondo. Oh che orribile cosa, per chi ama, il minuto che vi dà la prova del tradimento, che capacità di dolore vi si apre nell’anima, che ignoravate! Oh che mi hai fatto tu, Cesare, mentre ti adoravo, che mi ha fatto Laura, mia sorella!
E buttata sulla sedia, ella si stringeva le tempia fra le mani, senza poter piangere, senza poter singhiozzare, parlando con tale una voce che avrebbe commosso il più duro cuore.
– Avete la consuetudine di ascoltare alle porte? Non è di una perfetta educazione – osservò Cesare, glacialmente.
Ella lo guardò, perduta.
– Ma tu vuoi farmi morire, dunque, Cesare? Ma come hai potuto dimenticare che ti amo, che ti ho dato la mia gioventù, la mia bellezza, tutto il mio cuore, tutta la mia anima, che ti adoro, in tutti i momenti, che tu solo hai il segreto della mia esistenza? Hai dimenticato questo, tu hai dimenticato che Anna vive solo per te, amor mio, lo hai dimenticato?
– Questi sentimenti vi onorano, ma sono alquanto esagerati. Comprate un galateo e leggete, che non si ascolta alle porte.
– Era mio diritto di ascoltare, intendi? Difendo il mio bene, il mio amore, la mia felicità: e il terribile spettacolo che ho visto ha distrutto, per sempre, ogni mio bene.
– Hai visto un così terribile spettacolo? – chiese egli sorridendo.
– Campassi mille anni, nessuno me lo leverebbe dalla mente! Oh io morirò, morirò, per non ricordarlo più!
– Tu soffri di dilatazione cerebrale, mia cara. Non si trattava che di una qualunque, naturale scenetta di innocente galanteria; una frivolezza, Anna.
– Laura ti ha detto che ti voleva bene, io l’ho udito.
– Naturalmente: le ragazze credono sempre di voler bene – disse lui, sorridendo.
– Ella ti ha baciato, Cesare: io l’ho visto.
– E si sa: le ragazze baciano facilmente, ciò non fa danno.
– Ella è stata fra le tue braccia, Cesare, per tanto tempo che mi parve un secolo!
– Non è mica un cattivo posto, voi lo sapete, signora Dias – rispose lui, sorridendo.
– Oh che infamia, che infamia, Cesare, tu le hai detto di volerle bene e io l’ho udito!
– Si vuol bene sempre, un poco, alla donna che si ha accanto. Non potevo mica dirle che la odiavo, sarebbe stata una scortesia. Conosco il galateo, io, Anna. Almeno ve ne è uno, in famiglia, che sa i precetti dell’educazione.
– Cesare, tu l’hai baciata!
– Sfido a fare diversamente. Tu non sei uomo, tu non capisci queste cose.
– Sulle labbra, Cesare.
– È la mia consuetudine: nè l’ho inventata io, questa consuetudine. È assai antica. Probabilmente risale ad Adamo ed Eva.
– Ma è una fanciulla, una fanciulla innocente, Cesare!
– Le ragazze sono meno innocenti di prima, Anna. Ti assicuro che il mondo è assai cambiato.
– È mia sorella, Cesare!
– Questo è un fatto assolutamente senza importanza. La parentela non fa ostacolo: anzi!
Ella lo fissò, con una espressione d’intenso disgusto.
– Tu, dunque, Cesare – ella riprese – non hai neanche la grandezza della tua infamia. Almeno lei, l’altra infame, Laura, ha impallidito, si è turbata, ha avuto dei fremiti di passione e di terrore, nelle sue fibre. Tu, no. Tu sei qui, da un’ora, imperturbabile, e sulla tua faccia di bronzo non soffia alito di emozione, la tua voce non si muta: tu non hai nè paura, nè amore, nè vergogna: tu non ti meravigli neppure. Quella, almeno, ha rabbrividito, ha gridato, è di casa Acquaviva, quella! Dinanzi alla mia collera, dinanzi alla mia disperazione, l’altra infame, la grande infame, non ha avuto, è vero, un minuto di pietà, un minuto di tenerezza, ma la passione, almeno, rifulgeva nel suo duro animo, ma ella aveva un sentimento, una forza, una volontà. Tu no. Potrei io qui piangere tutte le mie lacrime, potresti vedermi contorcere nella più insopportabile tortura, non avresti pietà di me: ma la tua durezza non viene dalla passione, no, no, tu non hai in cuore che la glaciale indifferenza, tu sei la pietra istessa sepolcrale. Almeno quella, la fanciulla, ha il coraggio, ha l’audacia, ha la sfrontatezza della sua infamia, e dichiara che ti ama, che ti adora, che non vuole lasciare d’amarti, che ti adorerà sempre; è mia sorella, ha al cuore lo stesso cancro di cui, lei ed io, moriremo. Tu, no. Che amore! Che passione! Neppure per sogno. Una scenetta di galanteria innocente, niente altro; mezz’ora di divertimento amoroso, senza conseguenza. Ma che è, dunque, dire di voler bene? Queste bugie si dicono a tutte le donne. Ma che è un bacio? Un fugace contatto delle labbra, che si scorda subito. Tante volte si mente, dicendo di voler bene! Tanti baci falsi si danno, durante un giorno e durante una notte! Sciocchezze, frivolezze, robette da nulla; è una mala educazione spiarle, è una esagerazione dire che sono una cosa infame, è una follia esserne gelosi. E il peccato che hai commesso, così, discende dalla sfera di passione, dove doveva trovare la scusa delle invincibili catastrofi spirituali, e tu lo riduci a una quotidiana volgarità, a una laidezza mediocre, e mia sorella diventa una volgare civetta, tu diventi un volgare insidiatore di virtù malferme, e io divento una gelosa volgare, sbraitante la sua morbosa gelosia; tutto va nel fango; l’amore colpevole di mia sorella, il tuo capriccio, e la mia disperazione, tutto nel fango, fra le più nauseanti laidezze umane; dove non è luce d’anima, dove non è grido di dolore, dove si perdono, senza dignità e senza grandezza, i cuori e i sensi, dove l’uomo finisce e la bestia trionfa. Sai che sei, tu, Cesare?
– Non lo so. Ma se voi me lo favorite, vi sarò obbligato.
– Tu sei veramente un uomo senza cuore e senza coscienza, un’anima senza grandezza e senz’entusiasmo, una fibra esausta dai piaceri senza dignità e da capricci morbosi: tu sei una rovina, nel cuore, nella mente, nei sensi, tu appartieni alla grande classe degli uomini putrefatti, tu mi fai ribrezzo e pietà, intendi? Io non lo sapevo, mio Dio, mio Dio, d’aver dato la mia mano a un cadavere di un uomo tutto profumato di eliotropio, di aver unita la mia vita a una mummia di gentiluomo, i cui sensi disfatti non potevano, no, esser lusingati dalla vicinanza di una moglie giovane, bella e innamorata, ma dovevan insidiare la persona che non s’insidia, che non si dovrà mai avere, mia sorella, la creatura purissima, l’adorata figura di castità della mia casa! Ma hai tu amato un giorno, mai, Cesare, Cesare, hai mai sentito la immensità della passione, mai mai? Ma se tutto ha sempre taciuto, in te stesso, che essere maledetto sei tu dunque, che ti sei fatto del tuo egoismo un idolo senza grandiosità! Ma che creatura senza viscere, senza palpiti, senza impeti, sei tu, corrotto, pervertito, depravato, sino a tradire tua moglie che ti adora, per sua sorella che non ami? Ah tu sei vigliacco, un vigliacco, ecco quello che sei, vigliacco!
E gridava, si torceva le mani, si batteva le tempia; disperata, girando per la stanza come la pazza che si aggira nel suo casotto, ma non le usciva dagli occhi una lacrima, ma non le spezzava un singhiozzo il petto. Egli non si era mosso dal suo posto; inchiodato da quella voce, da quelle parole: ma niente si leggeva sulla sua faccia impenetrabile, dove le appassionate ingiurie di sua moglie non arrivavano a far salire un po’ di sangue: non una contrazione di sopracciglia, niente, niente. Quando Cesare vide che ella si era buttata sopra la lunga sedia di riposo, sfinita di forze, ma con gli occhi sempre accesi di una collera appassionata, ma con le labbra tremanti di commozione, egli le disse:
– Adesso che mi avete favorito così amabilmente la mia definizione, permettete che io vi faccia la vostra.
E il tono era così gelido, la parola era così lenta, che Anna intese bene che egli le preparava un tremendo insulto. E istintivamente, obbedendo alla sua cieca ira d’amore, ripetette ancora:
– Tu sei un vigliacco, ecco quello che sei, un vigliacco!
– Mia cara, voi siete una seccatrice, ecco quello che siete.
– Che dici? – chiese ella, non intendendo.
– Siete una seccatrice, mia cara.
E veramente, l’insulto era così atroce, per lei, che per la prima volta, in quella scena, le si velarono gli occhi di lacrime, e un lamento le uscì dalle labbra violette, simile a quelle di un bimbo morente. Ma non pianse ancora, sebbene avesse inteso qualche cosa infrangersi per sempre, nel suo cuore.
– Non altro che una seccatrice. Non adopero parole grosse, io: dico la verità, voi siete una seccatrice.
Un altro lamento, sommesso, uscì dal petto di Anna, un lamento d’insopportabile dolore fisico, come se le dure sillabe della parola seccatrice le segassero, stridendo, i vivi muscoli.
– Voi vi lusingate di essere una donna a grandi passioni – egli riprese, dopo aver guardato il suo orologio, con un lieve atto di meraviglia sull’ora trascorsa. – No? Tanto peggio, vuol dire che agite d’istinto, che siete convinta di essere una donna fatale, una donna dalle tragiche catastrofi, e che per soddisfare questa convinzione, voi complicate, imbrogliate, impasticciate la vostra esistenza, seccando a morte tutti quelli che vi circondano. Purchè possiate fare della rettorica, piangere, singhiozzare, disperarvi, scrivere delle lettere sconclusionate, avere la faccia verde e le labbra bige, secchereste il Padre Eterno nel cielo!
Egli finse di non vedere i supplichevoli occhi che, subito, caduta l’ira, gli chiedevano pietà, e proseguì:
– Ricordatevi tutte le incoerenze che avete commesse, da quattro o cinque anni a questa parte, e le relative seccature avute da noi. Eravate una bella giovane, ricca, con un bel nome: potevate sposare, magari volendogli bene, un gentiluomo della vostra condizione, della vostra età: questa era la regola, è vero, sarebbe stata nell’ordine, sareste stata felice, per quanto è possibile. Ma che, felice, Anna Acquaviva, una eroina drammatica? Sarebbe stato un non senso: ed ecco che v’immaginate di amare uno straccione, che non potete sposare.
Ella fece un gesto, quasi a difendere Giustino Morelli.
– Lo amavate veramente? Grazie del complimento: siete gentilissima, stamane. Passione, contrasto della famiglia, dramma, fuga in Egitto, fortunatamente senza il bambino… scusate la sconvenienza, ma mi è sfuggita. Morelli è onesto, Morelli scappa via, poveretto, e la nostra eroina qua si procura la felicità di una malattia mortale, e noi che eravamo stati seccati, Laura, tutti i parenti, io, dalla fuga, siamo seccati dalla malattia. La lezione era stata dura, e qualunque donna si sarebbe per sempre guarita, insieme con la purpurea, della tentazione di fare il dramma – ma non Anna Acquaviva! Non importa che avesse arrischiato la sua riputazione, il suo onore, non importa che si fosse fatto giuoco del nome della sua famiglia; anzi, questo non faceva che eccitarle la fantasia. Ed ecco che comincia il secondo romanzo, o il secondo dramma, o la seconda tragedia, come vi esprimete voi, passionalmente, ed entra in campo, per esser seccato a morte, il signor Cesare Dias.
– Oh Vergine santa, aiutatemi – mormorava ella, a capo chino, stringendosi le tempia fra le mani.
– Amore drammatico, dicevamo, per Cesare Dias che è vecchio, che non ha mai fatto passioni, che non ne vuol fare, che si annoia di questi fastidi spirituali: e Anna Acquaviva si dà alla passione non corrisposta, uno dei più strazianti fatti dell’anima – è una frase che ho letto in una vostra lettera. Strazio, tortura, spasimo, disperazione, desolazione, amarezza, tutte queste parole, sono adoperate da quella donna fatalizzata che è Anna Acquaviva, per dipingere a se stessa e agli altri la sua vita, in modo da non aver seccature, di nessun genere. Cesare Dias che è una persona comune, mediocre, niente altro che mediocre, felice di questa mediocrità, ecco, senza volerlo, diventa un eroe, senza volerlo! Egli è l’uomo del mistero, l’uomo che non vuole amare o che ama altrove, l’uomo superiore, l’uomo vicino alle stelle e intanto, è trovata la scusa per seccarlo…
– Ah Cesare, Cesare, Cesare – ella diceva implorando compassione.
– Sciocco, dovete aggiungere al nome di Cesare: e sarà questo l’aggettivo che più merito. Solo uno sciocco – sono stato per mezz’ora – poteva cedere alle vostre immaginazioni sentimentali e io fui quello sciocco. Ma vi lasciavate morire, per completare la tragedia dell’amore non corrisposto…
– Ah perchè non mi avete lasciato morire, allora! – ella disse, levando le braccia al cielo, in un impeto di desolazione.
– Credo che sarebbe stato bene per tutti quanti. Quale conforto, per voi, eroina cara, morire consumata dalla passione! Gaspara Stampa, Properzia de’ Rossi e altre illustri gentildonne dell’antichità, di cui mi avete spesso favorito i nomi, nelle vostre lettere, che avrebbero trovata un’emula. Sono sicuro che sareste morta benedicendomi.
Reclinato il capo, ella mise un profondo sospiro, come se morisse veramente.
– Invece di lasciarvi morire, io ho fatto la solenne corbelleria di sposarvi: e vi giuro che me ne sono pentito in tutti i minuti in questi due anni, dal minuto seguente a quello in cui avevo fatto quella sciocca proposta. Eh… sono momenti d’inesplicabile debolezza, li ha ogni uomo, e si pagano caramente. Bisogna anche dire che perfino nel matrimonio, che non è poi una burletta sentimentale, voi avete portato tali pretensioni di passione, di amore, di adorazione mutua, che avete finito per seccarmi molto di più di quello che credevo…
– Ma che è dunque il matrimonio per te? – ella gridò, cercando di rialzarsi dopo quei colpi di frusta, che le avevano insanguinata l’anima, mortalmente.
– Un contratto seccantissimo, quando si sposa una donna come voi…
– Avresti preferito mia sorella? – ella chiese, esasperata.
Ma si pentì subito di questa volgarità, a cui l’aveva spinta l’atroce dolore di morte che la teneva. Egli la punì, subito.
– Sì, avrei preferito vostra sorella. Non è seccante, affatto, anzi è una creatura molto divertente per me.
– Ti amava da prima, confessa lei; peccato che non te l’abbia detto: – esclamò ella, sentendo bene come si avviliva parlando così.
– Un peccato: l’avrei sposata, ve lo assicuro.
– Ah, va bene – ella disse, con gli occhi perduti in un profondo pensiero.
Ma levando gli occhi sopra suo marito, verso quella cara persona che adorava, in quell’ora, sovra ogni cosa, il coraggio di Anna cadde, ella gli andò vicino, gli prese le mani, gli disse:
– Ah Cesare, Cesare, tu hai ragione, ma io ti amavo, ma io ti amavo, e tu mi hai tradita con mia sorella!
– Signora Dias, voi avete un’assai labile memoria – egli rispose, glacialmente, sciogliendo le sue mani, da quelle convulse di sua moglie.
– Che dici? – diss’ella, diventando livida, poichè sentiva venire l’ultimo, crudele colpo di scudiscio.
– Dico che dimenticate presto. Stiamo faccia a faccia, non potete mentire. Vi ho mai detto che vi amavo?
– No, mai – ella confessò, con gli occhi socchiusi, agonizzando a questa confessione.
– Vi ho promesso di amarvi?
– No, mai.
– Ebbene, secondo la legge dell’amore, io non vi ho tradita, cara Anna. Il mio cuore di uomo innamorato non vi è mai appartenuto, dunque non vi è stato tolto. Io nulla ho promesso: io nulla dovevo mantenere.
– È vero, tu hai ragione, Cesare – ella disse, assaporando lentamente questa nuova, sapiente amarezza che egli le distillava.
– Voi forse mi parlerete della legge coniugale. Sissignora, il sindaco, unendoci, ha detto che dobbiamo serbarci una reciproca fedeltà; secondo il sindaco, io vi avrei tradito. Ma neanche questo è vero. Fate uno sforzo di memoria, Anna, e ricordate i patti che io vi misi, quella sera a Sorrento, prima che commettessi la grande corbelleria. Dissi che volevo essere assolutamente libero, come da scapolo: voi accettaste il patto; è vero, o non è vero?
– È vero, accettai il patto.
– Dissi che voi non avreste mai avuto nessuna ingerenza nei miei affari di cuore; e voi accettaste, ricordatevelo, Anna, voi accettaste, mentre mi amavate; è vero, o non è vero?
– È vero – ella disse, sentendo di cadere lentamente in un abisso.
– Dissi che avessi anche amato altrove, voi non avreste avuto diritto di farmi rimprovero; Anna, voi accettaste questo patto, dite la verità, lo accettaste.
– Sì, lo accettai – ella disse, precipitata nell’estremo abisso morale.
– Vedete bene, Anna, che nè secondo la legge dell’amore, nè secondo quella del matrimonio, io vi ho tradita. E se avete coscienza, per parlare come voi parlate, se avete lealtà, dovete convenire qui, con me, subito, che io non vi ho tradita. Voi accettaste tutto il patto: io sono un uomo libero del mio cuore e delle mie azioni, io non vi ho tradita. Convenitene.
– Cesare, Cesare, sii umano, sii cristiano, non obbligarmi a dire questo!
– Le tragedie sono una cosa e la verità è un’altra cosa, Anna. Mi preme di assodare che non vi ho tradita, affatto, mia cara. Tutto quel che è potuto accadere iersera… o in altra sera del passato, quel che potrà accadere… in altre sere dell’avvenire… voi sola lo avete permesso. Convenitene, Anna.
– Non posso dir questo, capisci? – ella gridò – Oh come hai ragione, sempre, tu, nella tua vita: da che ti ho conosciuto fin oggi, come hai saputo metterti dalla parte della ragione! Tu hai ragione nel tuo egoismo, nella tua perfidia, nella tua perversità, nella tua paurosa corruzione, come hai avuto ragione, offrendomi quel patto vergognoso che io non ho avuto onta di accettare e che tu mi rinfacci tanto giustamente, tanto a proposito oggi! Ma io credeva che amare, che adorare un uomo come ti ho amato, come ti ho adorato, credevo che fosse un secreto mirabile per vincere: e ho perduto, perchè tu sei più forte, perchè l’indifferenza è più forte dell’amore, perchè l’egoismo è più forte della passione, perchè non vi ha generoso abbandono che vinca il calcolo raffinato dell’uomo corrotto. Io ho torto, io sola, ne convengo, mentre io ti amo sino a morire, mentre credevo che questo bastasse, mentre avevo nell’anima una divina speranza di vincere, perchè amavo. Io ho torto, confesso, sì, confesso, io non so nè amare, nè odiare, nè vincere: io sono null’altro che una seccatrice, che un essere superfluo, noioso, è vero, è vero, ripetilo ancora!
– Se mi ci forzate, lo farò – disse lui, spietatamente, offeso di nuovo da quel novello impulso di collera.
– Hai ragione, hai ragione sempre: io ho sbagliato tutto, io stessa mi sono buttata in questa disperazione obbedendo alla folle inclinazione del mio cuore: io sono fuggita di casa, io non ti dovevo amare e ti ho amato, io ti ho amato e ti ho seccato, e vedi, io stessa, con la mia stessa volontà, in una notte fatale, ti ho permesso il tradimento. Senti, tu sei l’uomo più freddamente vizioso che io conosca, tu sei senza la nobiltà di un pensiero senza la bontà di un sentimento, tu mi fai ribrezzo; tu hai commesso, sotto il tetto dove tua moglie alberga, un peccato orribile, che farebbe fremere di disgusto gli uomini più rotti alla vita – e io non posso punirti, perchè ho consentito a ciò, perchè io ho umiliato la dignità del mio amore innanzi a te, perchè io sono, veramente, una creatura vigliacca e infame. Vedi, come ti do ragione. Tu hai peccato, ma verso me sei innocente; io sono infame e vigliacca, perchè dovevo morire e non accettare il patto del tradimento. Perdonami se ti ho chiamato infame, chiederò perdono, anche a Laura: nessuna creatura umana si è macchiata di una infamia simile alla mia, perdonami!
Egli, forse, sentì in quelle parole la confusione della follia, vide il lampo della follia in quegli occhi: ma non s’intenerì! Era una donna che gli aveva fatto commettere una corbelleria, che lo aveva seccato, che assai più lo voleva seccare, adesso, e in avvenire. Egli non s’intenerì. In fondo, era soddisfatto di aver debellato la sua avversaria, in quella lotta, dove ella aveva tutti i punti per vincere. Non s’intenerì. E pensò che era tempo di andar via.
– Addio, Anna – disse, levandosi.
– Non te ne andare, non te ne andare! – esclamò ella, slanciandosi verso lui follemente.
– Credi che questo duetto sia piacevole? – chiese Cesare, infilandosi i guanti. – Del resto, ci siamo detto tutto. M’immagino che tu non abbia altre ingiurie da favorirmi!
– Tu mi odii, è vero? – ella gli domandò, interrogandolo con gli occhi folli.
– Io non ti odio affatto – egli concluse, con tale glacialità che ella rabbrividì, nella sua follia.
– Non andartene, non andartene – ella mormorò, macchinalmente. – Io debbo dirti una cosa assai grave…
– Addio, Anna – egli ripetette, avviandosi alla porta.
– Cesare, se te ne vai, io commetto qualche infamia! – ella gridò convulsamente, con le mani nei capelli.
– Tu ne sei incapace; per essere infame, bisogna aver talento: e tu sei una sciocca – egli disse, sogghignando ironicamente, schiaffeggiandola con quell’aggettivo.
– Cesare, se te ne vai io muoio! – La voce si strangolava, le labbra s’irrigidivano.
– Va là, che non muori! Per morire ci vuole troppo coraggio – egli finì, aprendo la porta e uscendo.
Ella corse sino alla soglia. Cesare si era già allontanato, ella udì chiudere la porta di casa. Così, ella stette in piedi, tre o quattro minuti sulla soglia, senza pensare più, senza sentire più nulla. Non faceva un passo, temendo istintivamente di crollare al suolo. Restò così, quasi facesse allontanare, a poco a poco, l’impressione di un dolore tutto fisico, nel capo che le si abbandonava sul petto. Poi, macchinalmente, sedato il male fisico, ella rientrò nella sua stanza e si appressò allo specchio, dove con una lenta cura, rialzò i suoi capelli sulla nuca, in un grosso nodo, mentre prima, nella sua convulsione, si erano disciolti: ricercò e trovò per terra lo spillone d’oro, e lo passò nel nodo dei capelli. Aveva ripreso quella rigida esattezza dei movimenti che aveva, nella mattina, prima del colloquio con Cesare. Quasi fosse una bella ed elegante signora decisa a farsi ammirare, nella passeggiata che va a fare, ella mise un leggiadro cappellino di velluto nero, tutto ricamato di giaietto nero, con una veletta nera, che le scendeva sino alle labbra, quasi lieve ombra: e infilò una giacchetta di lontra, tutta esoticamente profumata. Non dimenticò nulla, con una precisione di dama squisita: il fazzoletto era ficcato nel manicotto di lontra, il portabiglietti di vecchio avorio giapponese scolpito, era stretto in una mano: ella cercò ancora, se qualcosa le mancasse per compire la sua passeggiata. Così, automaticamente, girò ancora due volte per la stanza, aprendo o richiudendo quietamente i cassetti, guardando fra le sue carte e i suoi libri, fissando le pareti, quasi volesse ricordarsi. Poi, si risolvette ad uscire dalla sua stanza, e dopo avere dato un’altra occhiata intorno intorno, ne richiuse la porta pian piano.
Passò davanti alla stanza di suo marito e vi entrò; giusto, in quel momento, il cameriere di Dias finiva di metterla in ordine: appena vide la padrona, salutò ed uscì. Ella restò sola, in quella vasta camera, tutta brunastra, tutta austera, tutta tetra, in quella luce bigia dello sciroccale giorno d’inverno: e, per un minuto secondo, ebbe sulla faccia un’espressione di terrore infantile: ma fu una contrazione fugacissima. Fatta di nuovo sicura, tranquilla, ella andò alla scrivania di suo marito e come se volesse scrivere qualche cosa, si sedette nel gran seggiolone. Ma dopo aver pensato un poco, non scrisse nulla: tirò un cassetto che era sempre aperto, ne prese qualche cosa che nascose in tasca subito. Dopo, si levò, la bella manina guantata di capretto nero raggiunse l’altra manina, nel profumato manicotto, ed ella se ne andò, col suo solito passo, senza voltarsi indietro più. La cameriera, i servi, la salutarono al suo passaggio ed ella rispose, chinando il capo. Discese le scale piano, senza voltarsi indietro, più. Quando fu in piazza della Vittoria le batterono le palpebre, in quella fastidiosa luce triste, piovuta dalle nuvole, dietro le quali si nascondeva il sole: non passava quasi nessuno: solo ogni cinque minuti, laggiù, sbucava il tram, dal rumore sordo. Ella attraversò la piazza ed entrò nella Villa, camminando col suo passo solito, col piccolo strascico della nera veste di lana che si trasportava, frusciando, qualche foglia secca. Ogni tanto, nel gran viale di sinistra ella incontrava qualche raro passeggiante, in quella giornata così melanconica: attraversò gli alberi, ella guardava il cielo, spesso con un’espressione d’inquietudine, come se temesse la pioggia, qua e là le nuvole si addensavano, si facevano più oscure: e dovunque era una tinta di cenere sulle colline e sulle case, sulle vie e sul mare, quasi che per molti giorni, sul paesaggio tutto verde, tutto vivido di colori, tutto fiorito, fosse piovuta la cenere che copre, che affoga, che distrugge il verde e i fiori, e la beltà delle cose. Presso la fontana delle anitre, dei bimbi garrivano, ed ella si fermò un istante a guardarli. Gli occhi le si velarono di lacrime, udendo quelle liete voci, ma le lacrime non sgorgarono ed ella tirò innanzi, tutta raccolta nella sua nera vesta, nella sua giacchetta di pelliccia, con gli occhi bassi dietro la veletta nera, con le mani strette nel manicottino. Anna camminava, camminava, senza stancarsi e attraversò due volte la Villa, in su e giù, come una creatura che ha bisogno di quel moto per regolarizzare i suoi pensieri, per fiaccare le sue forze.
Poi, alla terza volta, quando fu arrivata a quella parte della Villa che si chiama il boschetto, dove i grandi viali laterali si spezzano in otto o dieci sentieri, ella guardò il piccolissimo orologio, che era graziosamente incastrato nell’angolo del suo portabiglietti. Prese un sentieretto e andò a sedersi sopra un banco di legno rustico, che è in mezzo a una rotonda, tutta chiusa da grandi alberi. Non vi era un’anima, non si udiva nè una voce, nè un passo di uomo: non un gorgheggio di uccelletti sui grandi alberi. La rotonda era come segregata dal mondo e la luce vi cadeva anche più fioca, attraverso gli alberi. Il terreno era umido, giallastro, coperto di foglie morte, alcune rossastre, alcune brune. Anna scacciava da sè, con la punta del piede, certi piccolissimi sassolini: e ancora guardò il cielo, diventato tutto plumbeo. Un silenzio profondo era intorno. I bimbi che erano alla fontana, forse erano andati via, paurosi della pioggia, annoiati forse da quella solitudine: un silenzio eterno. Ella fissò gli occhi sulle sfere dell’orologetto, minutissime, sottili come le zampette di un ragno e camminanti in giro, a distruggere il tempo; vi tenne gli occhi fissi alacremente, con le labbra un po’ schiuse, quasi dicesse tra sè misteriosi numeri: e non poteva udire il tic-tac dell’orologio, era un rumore impercettibile. Ella stessa, forse, contava i minuti secondi, nella sua mente, tenendo sollevato il portabiglietti presso gli occhi, quasi leggesse lì dentro una storia lunga e sconosciuta: l’altra mano giaceva in grembo, nel manicotto. A un tratto, ella abbassò il portabiglietti e mise la mano in tasca, cercandovi quello che vi aveva nascosto.
Ma la piccola mano guantata non prese nulla dalla tasca: ne uscì vuota, per ficcarsi quasi freddolosamente nel manicotto. Anna si levò di scatto risolutamente, e venne fuori del boschetto, mettendosi pel gran viale di mezzo. Erano le due precise. L’aria si era fatta più bigia, più triste, come se già imbrunisse: una nuvola nerastra, molto bassa si appesantiva sulla collina di San Martino. Anna se ne andava dalla Villa, senza voltarsi indietro. Ora non vi s’incontrava più nessuno: il soffio umido dello scirocco aveva qualche cosa di desolante. Ma ella continuava la sua via, con un passo deciso: quando fu verso piazza Vittoria, invece di attraversarla direttamente, ella piegò a dritta e prese il marciapiede di via Caracciolo, verso il mare che pareva immobile, sotto una crosta di cenere. Guardò, di lontano, le finestre e i balconi della sua casa. Quelli della stanza di Cesare erano chiusi, come ella li aveva lasciati: il balcone della sua stanza era spalancato; un vuoto nero, di lontano, questo le parve: un buco profondo e pauroso. Un lieve brivido le corse per la pelle ed ella fissò gli occhi sul mare, mentre si allontanava verso il Chiatamone: ma il mare, anche, aveva qualche cosa di funerario, nel riflesso del funebre colore del cielo. La guardia doganale che passeggiava sul marciapiede, presso quel triste monumento dei morti a Mentana, di cui si erge sul mare solo il bianco pedestallo marmoreo, guardò questa solitaria viandante, che sfiorava il muro, con lo sguardo vagante sul lugubre mare. E con una precisione di movimenti automatica, arrivata alla seconda traversa Partenope, Anna si volse, e lasciato il marciapiede, risalì dalla nuova grande via del Chiatamone, alla piccola vecchia via, diventata con le nuove costruzioni, stretta, affogata, malinconica. I bei palazzi nuovi della via Chiatamone hanno le loro porte alle spalle sulla vecchia strada: e così aveva anche la sua porta stretta e lunga, di bronzo scolpito, la palazzina Rey, fatta di due soli piani senz’altri inquilini che il bel Luigi Caracciolo. A questa porta bizzarra, come tutta l’architettura della palazzina, si accedeva da due scalini: e su questi scalini, prima di bussare, Anna si fermò un minuto. Una contrazione le attraversò il pallido volto, che sino allora era restato senza nessuna espressione: uno strazio indescrivibile ne scompose tutte le linee, e quella faccia umana parve già disfatta nella angosciosa smorfia della agonia. Ma risolutamente, la piccola mano guantata sollevò l’anello di bronzo che serviva da martello, e un colpo risuonò nel vuoto della scala: ella aveva appoggiata la fronte al freddo metallo della porta, non reggendosi più. Subito, uno dei battenti si schiuse, ella ascese gli scalini di marmo rosa della breve scala, udendo risuonare dietro a sè la porta che si richiudeva. Luigi Caracciolo era in alto sulle scale: e malgrado la sua forza d’anima, la sua sorpresa fu così profonda, che fu un uomo smorto, dalle mani tremanti che accolse quella smorta donna, dalle tremanti mani. Non dissero nulla. Egli aveva preso delicatamente la piccola mano guantata e se l’era passata sotto il braccio; ella si appoggiava poco, e aveva gli occhi bassi.
Così attraversarono due anticamere adornate bizzarramente di arazzi medioevali, di armi antiche e moderne, e di certi grandi vasi porcellana di Delft donde sorgevano delle palme verdi, che salivano sino al soffitto, e un salottino da fumare, assai stranamente mobiliato in quei leggeri e leggiadri legni rustici scolpiti, svizzeri, fragile arte di artefici della montagna. Le stanze attraversate erano in penombra, poichè sui cristalli delle finestre, oltre le doppie, profonde portiere, scendevano delle tendinette di raso giallo: ma il gran salotto dove Luigi Caracciolo si era fermato, con Anna, aveva le imposte sbarrate, come se fosse notte e vi ardevano due grandi lampade arabe, dai cristalli verdi nei delicati intagli di ferro.
Questo salotto era tutto coperto, sulle mura e sul soffitto, da quei tappeti di Kharaman di un rosso introvabile in Europa, tanto è cupo e intenso, e le cui fasce hanno una così esotica riunione di tinte orientali. Questi tappeti, lunghi e stretti, rialzati da grossi cordoni, formavano cupola, formavano tenda, e sul loro fondo uniforme, tutte le squisite bellezze dell’arte antica italiana, nei suoi mobili, nelle sue statue, nei suoi quadri, tutte le singolarità dell’arte orientale, tutte le squisite stranezze dell’arte, nei paesi del Sol Levante, bronzi, porcellane ed avorii, tutta la nobile bellezza delle cose belle e nobili, rifulgeva misteriosamente.
E quella notte improvvisa, in pieno giorno, e quel sottile profumo che veniva dai bellissimi fiori, sparsi per tutto il gran salotto, grandi rose fuori stagione, di una ricchezza stravagante di petali, e fasci di candide, inebbrianti cardenie, e fini steli di mughetti raccolti nella conca verde di una foglia, e quel silenzio di Caracciolo che la fissava, estatico, fecero vacillare Anna, che dovette sedersi in una gran poltrona; ella restò così, a occhi bassi, così pallida dietro la veletta, come Caracciolo non l’aveva vista giammai. Egli rimase in piedi, ancora tutto pieno di meraviglia: e gli occhi suoi carezzavano quello smorto volto, teneramente, appassionatamente. La medesima emozione che era in tutta la persona di Anna, nei suoi occhi vaganti che sembravano sfuggire quelli di Luigi Caracciolo, nelle labbra schiuse, stirate in un convulso sorriso, nella testa un po’ abbassata, lo stesso tremore di quella persona che egli indovinava, lo turbavano, come giammai in presenza di nessun’altra donna e per l’emozione di nessun’altra donna.
E non le aveva ancora detto nulla, egli stesso vinto dalla commozione, temendo di disturbare, con una parola troppo volgare, o frivola, o vanitosa, la profonda intimità passionale di quell’incontro. Andò a un tavolino e da un esile vaso di Murano, madreperlaceo, iridato, prese un fascio di nivee rose dal cuore roseo, fini rose dal profumo quasi inafferrabile, e le diede ad Anna, mettendogliele sulle ginocchia. Ella levò gli occhi e lo guardò: poi sollevò il fascio di rose al viso e vi nascose la faccia. Caracciolo lesse tale spasimo in quello sguardo, tale spasimo in quel gesto, che non seppe dire altro, a bassa voce:
– Cara Anna, caro amor mio…
Udendosi chiamare per nome, così, un po’ di sangue salì a colorarle le guance smorte: poi, ad un tratto, odorando un’altra volta le rose bianche, ricercandone avidamente il profumo introvabile, la visione di quelle altre rose bianche le riapparve, e la fatalità di quel tradimento di cui ella moriva, quella fatalità che si ripresentava, nella medesima forma di beltà e di profumo, come un’infamia allora, come un’infamia adesso, le impresse uno spavento tale, tale un novello strazio di agonia, che egli ne fu sconvolto. Le si sedette accanto, sopra uno sgabello arabo, le prese la piccola mano guantata che si abbandonò fra le sue, inerte, le carezzò teneramente quella piccola mano, e con la sua voce più dolce, velata da una infinita tenerezza, le domandò:
– Che avete? Ditemelo, Anna cara…
– Non mi parlate così – ella disse, con uno sforzo, quasi avesse riunito, per parlare, tutto il suo coraggio.
– Vi offendo, Anna? Non credo di offendervi, non posso offendervi, io, che ho per voi la tenerezza più profonda, una devozione invincibile…
E le aveva preso anche l’altra piccola mano guantata, tenendola fra le sue, parlandole assai da vicino, ma con una intonazione così umilmente affettuosa, così dolcemente carezzevole, che ella non poteva ancora scorgervi nè l’impeto dell’amore, nè il tumulto della passione, che egli reprimeva nel cuore. E la parola d’amore ancora non era comparsa in quelle morbidissime frasi che egli le veniva mormorando, sottovoce, continuamente, simili a un’onda di tenerezza che avvolge, che avvolge e addormenta, con il suo dolcissimo fluttuare.
– È oscuro, qui – ella disse, a un tratto, con un movimento di pena.
– La giornata è così triste, fuori – egli mormorò. – E vi ho aspettata tante ore, Anna, invano…
– Sono venuta, vedete – ella rispose. E per quanti sforzi facesse, in quella sua agonia, non le riescì di sorridere.
– Grazie di esservi rammentata del vostro fedel servo – e delicatamente le baciò la piccola mano guantata, due o tre volte: brevi baci lievi lievi, che aveano la tenuità di un soffio; ma era inerte, sempre, la piccola mano.
– Perchè non aprite un poco? – ella chiese, parendole già di essere entrata in una tomba.
A lui doleva staccarsi da lei, lasciare quella manina senza vita che si dava alle sue, come abbandonata. Ma si levò, sebbene a malincuore, e schiuse le imposte dei due balconi; una tristissima luce del color della cenere entrò nella stanza. Anche Anna si era levata ed era venuta a mettersi dietro i cristalli, guardando quel mare morto, quel cielo morto, quella morta via del Chiatamone.
– Anna, Anna, venite via, potrebbero vedervi…
– Non importa – ella disse.
– Non posso permettere che vi compromettiate, Anna, vi voglio troppo bene…
– Sono venuta per compromettermi – ella disse, profondamente. E per la prima volta i suoi smorti occhi, su cui parea fosse passato un fiume di lacrime e li avesse appannati, fiammeggiarono di passione.
– Mi amate dunque un pochino? – egli le chiese, cercando di attirarla lontano dal balcone.
Ella non rispose: si sedette nel seggiolone, di nuovo, con le mani incrociate in grembo, in posa, in attenzione.
– Ditemi se mi amate un poco, Anna – e domandandoglielo, era seduto così basso innanzi a lei, che quasi parea genuflesso.
– Non vi amo – ella proclamò, con voce limpida, guardando il cielo della stanza, con una disperazione che parea passione.
– Cara Anna, cara Anna… – egli mormorò, con la carezzevole voce e non potendo distogliere lo sguardo inebbriato da quel volto pallido e da quegli occhi profondi – come posso credervi… se siete qui… ditemelo, sono tre anni che aspetto questa parola; cara Anna, dolce Anna, voi sapete che vi adoro, da tanto tempo… Anna, Anna…
– Tutto quel che deve accadere, accade – ella disse, monotonamente.
– Anna, ti scongiuro, dimmi se mi vuoi bene…
Udendosi dare del tu, ella ebbe un fremito di orrore; ma si vinse, ancora.
– Mi vuoi bene?
– Non so… non so nulla… – ella rispose, smarrita.
– Cara, cara… – mormorò ancora lui, tremando di speranza, in un immenso trasporto dell’amore.
E sollevandosi dolcemente sino a lei, la baciò con timidezza, sfiorandole appena la guancia. Ah, che un grido di dolore sgorgò dal petto ad Anna Acquaviva, ed ella si levò, in preda allo sdegno, all’orrore, al terrore, tentando uscire.
– No, per carità, perdonami, non andartene ora, Anna. Anna, perdonami, se ti ho offesa, io ti amo tanto, se te ne vai ora, mi fai morire…
– Non si muore per così poco – ella disse, abbassando le palpebre, non dando segno di aver perdonato.
– L’amore fa morire – disse Caracciolo con la sua dolce voce lusingatrice, con un sorriso malinconico e voluttuoso.
– Già: ma ci vuole coraggio, per morire.
– Non parliamo di queste lugubri cose, più, amor mio, esse ti contristano; la tua bella faccia adorata, ecco, è sconvolta: dimmi che mi perdoni; è vero, che mi perdoni?…
– Vi perdono – ella rispose, così.
– Io non ti credo – egli soggiunse, con infinita tristezza. – Tu non mi perdoni: e ne ami un altro…
– No, no, nessun altro.
– E Cesare?
Ma appena le tre sillabe del fatale nome furono pronunciateate, egli si accorse dell’errore. Gli occhi di lei fiammeggiarono, nuovamente, di corruccio, di passione: ella tremò tutta, in una convulsione di tutti i nervi, ed egli capì bene che adorava quella donna, se aveva potuto commettere il fallo di nominare il marito, nel primo colloquio d’amore.
– Sentite – ella proruppe, affannando – se avete cuore, se avete pietà, se volete che io ancora resti qui con voi, non lo nominate più… non lo nominate…
– Hai ragione – egli rispose. E con la mala tortura dell’amore, egli soggiunse: – Eppure tu lo hai amato… tu lo ami sempre…
– No – diss’ella, sordamente – non amo più nessuno.
– E perchè non m’hai voluto, quando t’ho chiesta?
– Così.
– Perchè hai sposato quel vecchio?
– Così.
– Ed ora perchè gli vuoi bene? – egli disse, tendendole un tranello spirituale – perchè gli vuoi bene?
– Non so – ella disse, cadendo nel tranello.
– Vedi bene, che lo ami veramente! – egli gridò desolato.
– Oh Dio, oh Dio! – fece ella, non reggendo a quello strazio di agonia.
– Oh sono uno sciocco, perdonami, perdonami, ma che vuoi, ho perduto la testa, ti amo, e sono disperato, ho bisogno di sapere, tu lo amerai sempre, è vero?…
– Fino alla morte – diss’ella, con un accento strano, fissandolo negli occhi, stranamente.
– Ripeti.
– Fino alla morte – ella ripetette, con la sua bizzarra intonazione.
Tacquero. Un silenzio grave. Luigi Caracciolo le passò un braccio intorno alla cintura e l’attirò a sè, con un moto assai lento. Ella, fissando il vuoto, con gli occhi stralunati, non si accorgeva, adesso, di essere nelle braccia di lui, non sentiva i baci lievissimi che egli le metteva sui capelli, sul bianco collo profumato, sul roseo orecchio che la veletta nera non copriva. Anna era così assorta in una desolata contemplazione, così già distaccata da tutte le cose umane, che quei crescenti baci che giungevano dai capelli, dal collo alla faccia, agli occhi, alle labbra, non la facean più fremere. Ma sentì, ad un tratto, la possente stretta di quelle amorose braccia che la stringevano al petto, con la suprema passione giovanile delle fibre esaltate: ma udì, a un tratto, la voce di Luigi Caracciolo non più tenera, non più carezzevole, ma fervida della tumultuosa passione umana, dirle le confuse parole che l’uomo balbetta nel delirio di tutte le sue facoltà, della vibrazione di tutti i suoi nervi. Minutamente, guardandolo coi fiammeggianti occhi quasi per vincerlo, ella cercò di sciogliersi da quella stretta; ma troppo egli l’amava, troppo era giovane e innamorato, per lasciarsi sfuggire dalle braccia il suo caro tesoro. Eran soli, in quell’ambiente creato per l’amore, senza ostacoli, senza paura, ed egli era un uomo, infine, e non voleva lasciare fuggire quell’ora, non voleva. Egli la tenea fra le braccia, stretta al suo petto, dicendole confusamente che l’adorava, che era la sua cara signora, la sua cara donna adorata, adorata, baciandola negli occhi, sulle labbra, mentre ella tentava di svincolarsi, in preda all’ultima, orribile disperazione.
– Lasciatemi – ella disse, fremendo, cercando sciogliere il vincolo delle amorose braccia.
– Anna, Anna, ti voglio tanto bene, da tanto tempo… – ripeteva la calda, ardente voce dì Luigi.
– Lasciatemi, lasciatemi – ella pregò, sgomenta, presa da un terrore pazzo.
– Tu sei la mia adorata, l’adorata sovra tutte le cose…
– Lasciatemi, voi mi fate orrore – ella gridò, avendo veramente tale orrore nella voce e nella faccia, che egli la lasciò, subito, diventato di gelo.
No, non era civetteria di donna che vuole ritardare la sua caduta: non era soltanto la ribellione del pudore muliebre: era qualche cosa di più profondo, di più forte che aveva ispirato quello straziante grido di orrore. Se ne intendeva di resistenza femminile, Luigi Caracciolo: sapeva le false, le provvisorie, le preconcette, tutte le resistenze passeggere, fugaci, ma sapeva le vere, quali erano, come erano, le vere, le invincibili. Così era la resistenza di Anna: vera, invincibile. Ella era restata in piedi, presso il tavolino, rimettendo la sua veletta caduta; Luigi la guardava, sentendo quale abisso era fra loro, sebbene ella fosse venuta colà. E per quanto il suo cuore di giovane felice ma innamorato poteva soffrire, egli soffriva. Era pallido, adesso: si sentiva ridicolo, grottesco, innanzi a quella donna che lo aveva visto delirare di passione e che non aveva voluto saperne di lui.
– Perchè siete venuta, allora? – egli le chiese, dolorosamente.
– Per commettere una infamia – ella rispose a voce bassa.
– Anna, Anna, tu mi uccidi!
Ella lo fissò, stralunata. Non capiva quello che egli dicesse. Appoggiata al tavolino, ella sembrava vedesse qualche imminente, terribile visione. Ed egli comprese bene che quella visita, che quella bizzarria di parole, di atti, di sguardi racchiudevano ben altro segreto che la soddisfazione di un capriccio, che il trionfo di una vanità.
– Ma che avete, Anna? Vi è qualche cosa che non mi volete dire e che vi tortura? Povera amica mia, voi siete venuta qui, con un’angoscia in cuore volendovi sfogare, volendo piangere, ed io sono stato così villano, così brutale…
– Voi siete buono – e gli stese la mano. – Mi ricorderò di voi…
– No, non ve ne andate, ditemi prima che avete, eravate venuta per questo… ditemi, cara Anna…
– È troppo lungo, è troppo lungo – disse ella, come in sogno, passandosi sulla fronte la mano – e poi debbo partire, sapete? Partire…
– Restate, parlatemi, piangete, vi farà bene, Anna.
– Non posso.
– E perchè?
– I miei minuti sono contati – ella disse, con gli sguardi smarriti. – Saprete un altro giorno… domani… ora debbo partire.
– Anna, come posso lasciarvi andare così? Siete venuta per conforto e vi ho trattata come un perverso… perdonatemi…
– Voi non avete colpa, nessuna – ella disse pianamente.
– Ma chi vi mette in quest’angoscia, Anna? Chi vi tortura, povera anima amorosa? Di chi è la colpa? Chi ha il massimo torto, nella vostra disperazione, poichè voi siete disperata? Cesare, è vero?
– No – diss’ella semplicemente. – Io ho torto, io soltanto.
– È Cesare, non lo negate.
– No – ella ripetette, semplicemente.
– Cesare è un infame, lo so – egli esclamò, poichè veramente egli sapeva tutto.
– Io sono infame – ella disse, guardando il cielo della stanza.
– Non lo crederò, non lo crederà nessuno, Anna.
– È necessario che io sia infame – ella disse, a bassa voce. – Perchè tutti sieno felici, è necessario… e debbo partire.
– Tornerete? Domani? Anna, voi siete così triste, così sconvolta, io non vi lascio andare…
– Nessuno potrebbe trattenermi, nessuno…
– Veramente? Anna, dimenticate che vi ho parlato d’amore.
– L’ho scordato. Addio, dunque…
– Non ve ne partite così, siete troppo agitata…
– No, sono calma. Sentite, volete farmi un favore? Voi mi avete detto dei versi, una sera, a Sorrento, dei versi francesi?
– Sì, di Baudelaire, harmonie du soir – gli rispose, sorpreso di questa domanda, inattesa, impensata.
– L’avete quel volume?
– Sì.
– Prendetelo: copiatemi quella poesia. Dopo… vi dirò: Addio!
Meravigliato, egli passò nel suo studietto e prese Les fleurs du mal dalla sua piccola biblioteca. Tornò e si sedette a una scrivanietta di legno rosa, fatta proprio per scrivervi su dei bigliettini amorosi. Guardò Anna, quasi per chiederle se volesse ancora quella. Ma quale immenso dolore, dunque, spirava da quegli occhi, da quelle labbra? Tale intenso, intenso dolore che egli sgomento, chiese:
– Debbo scrivere?
Ella accennò di sì col capo. Mentre egli scriveva il primo verso, Anna gli volse le spalle. Aveva messo la mano nella tasca e ne aveva tratto il piccolo gioiello luccicante di avorio e di acciaio. A bassa voce, egli ripetette il verso che scriveva:

Valse mélancolique et langoureux vertige:

scattò il grilletto e rimbombò il colpo, la nuvoletta di fumo salì al cielo della stanza. Anna si era colpita al cuore: roteò, cadendo al suolo: il cappellino si staccò dalla testa, ed ella restò con la faccia coperta dalla veletta. La piccola mano guantata era raggricchiata sul piccolo revolver, che ella aveva preso nella scrivania di suo marito, prima di uscire. Morta, subito. E nella stupefazione terribile di quel minuto, Luigi Caracciolo non faceva niente, esterrefatto, avendo ai suoi piedi, giacente sul tappeto, quella morta, chiusa nella sua negra veste e con la faccia velata di nero, credendo a un incubo, a una pazzia.
Qualche goccia di sangue, adesso, sgorgava dalla breve ferita, sul vestito nero, con una macchia rossa che si dilatava, lentissimamente. Egli, macchinalmente, s’inginocchiò accanto ad Anna, quasi non osando di sollevarne il bel corpo, non chiamando soccorso, inebetito: ne rialzò la testa riversa, vincendo il ribrezzo di fissare il cadavere di una persona amata. Egli vide qualche cosa di orribile, in quel volto di donna morta. Poichè non vi era, in quel giovane viso, quella serenità augusta della morte, che han quelli che compirono il loro fato, senza ribellioni, che dettero il corpo alla terra e lo spirito a Dio, quietamente, consumato il loro corso. La bocca di Anna era contratta dolorosamente, come se ancora dovessero uscire voci, parole da quelle labbra violette: gli occhi erano appena socchiusi, quasi che ancora volessero vedere lo spettacolo dell’universo; in tutta quella figura vi era ancora il dolore immenso, che ella portava seco nella tomba: vi era il dolore di coloro che vissero troppo poco, mentre adoravano la vita; il dolore di coloro che non furono amati, mentre il loro segreto era l’amore: il dolore di coloro che erano la Passione e che furono uccisi dall’Indifferenza.
Così morì Anna Acquaviva, innocente.

FINE.