Matilde Serao – All’erta, sentinella!

I.
Nella luminosa e calda ora pomeridiana, il paesaggio napoletano aveva dormito assai, deserto, silenzioso, immobile sotto il leonino sole di agosto. Nella lunga siesta, da mezzogiorno alle quattro, nessuna ombra d’uomo si era veduta, apparendo e sparendo, sulla gran pianura verde dei Bagnoli; sulla larga via bianca, a sinistra, che viene da Posillipo, rasentando l’ultimo spalto di quella collina che è anche un capo, larga via che è la delizia di quanti amano Napoli, stranieri e indigeni, non una carrozza, non un carretto; non una carrozza, non un carretto sulla dritta via, chiamata di Fuorigrotta, e che ai Bagnoli trova il suo primo angolo, voltando per andare a Pozzuoli, a Cuma, a Baia; non una nave sul mare, che sorpassasse il bellissimo capo di Posillipo, per andarsene lontano, linea nera filante, sormontata da un vago piumetto di fumo; non una vela bianca nel canale di Procida; non una barchetta intorno alla verde isola di Nisida, che prospetta, in tutta la sua lunghezza, la spiaggia dolce dei Bagnoli. Durante la siesta, il piccolo stabilimento di bagni marini, sulla spiaggia, era rimasto deserto, lasciando vedere, dalle porticine spalancate e battenti al ponente, i camerini vuoti; l’osteria dei Bagnoli, ritrovo di buontemponi, di duellanti, di amanti, aveva sbarrate tutte le sue finestre, sbarrate tutte le porte delle sue terrazze. Non un canto giungeva, non un grido, non una voce; il mare stesso, luccicante al sole, pareva immobilizzato nel grande sonno degli uomini e delle cose. Solo il ponente aveva soffiato, per qualche tempo, dal mare alla terra, sollevando dei turbini di polvere sulle due strade di Posillipo e di Fuorigrotta, piegando e sollevando i fitti papaveri delle coste verdi, facendo roteare delle picciole trombe di arena bigiastra della spiaggia, facendo agitare le persiane sospese delle case bianche e sfrondando le passiflore sui pergolati delle terrazze, nell’osteria dei Bagnoli. Ma il ponente, si sa, serve a cullare col suo rombo il paesaggio napoletano che dorme, è la canzone che concilia il sonno delle persone, delle case e degli alberi.
Ma l’ora pomeridiana declinava nel lungo crepuscolo estivo, diffondendo una grande dolcezza intorno. Una moglie di marinaio, alta, bruna, magra, dalle gambe color bronzo e dai piedi nudi, uscì dallo stabilimento dei bagni e si mise a raccogliere, dai pali di legno donde pendevano, le lenzuola che il sole aveva asciugate. Portava sul capo una larga paglia bagnata e sfondata, guarnita da un nastro rosso: e cantava allegramente:

E lacce songh’e seta
E buttune songh’e velluto
E o primmo nnamurato
M’a lassato e se nn’è ghiuto!

Ogni tanto, mentre andava raccogliendo un carico di lenzuola, sotto cui scompariva la sua lunga figura, guardava verso la villa Carrano, come se aspettasse. Infatti dalla villa uscì una torma di fanciulletti e di fanciullette, bellissime creature inglesi, condotte dalla governante e dalla cameriera, cariche di sacchi, di provvigioni, di borsette. La marinara si fermò, facendo solecchio con una mano, avendo buttato sopra una spalla tutto il carico delle lenzuola, e i bimbi che l’avevano raggiunta, la circondarono, saltando sulla piattaforma di legno; scuotendo i bei capelli biondi pioventi sulle spalle; sgambettando, malgrado le ammonizioni inglesi della governante, mentre la marinara rideva con la sua larga bocca, dai grossi denti rigati di nero: tre o quattro camerini si chiusero, e dopo dieci minuti, tutta la torma dei fanciulletti e delle fanciullette se ne andava nuotando, fra la dolce spiaggia dei Bagnoli e l’isola di Nisida, coraggiosamente, soffiando, gridando con certe curiose voci gutturali, tendendo le manine, perchè la marinara buttasse loro le ciambelle dall’alto della piattaforma di legno. Tutta la spiaggia parea ridesse, con la marinara e coi ragazzi.
Dalla via di Fuorigrotta qualche carretto giungeva, andandosene a dritta, verso Pozzuoli: carretto di ortolano, vuoto, che aveva venduto in Napoli tutti i pomidoro e tutte le molignane di cui era arrivato carico, al mattino: carretto di vinaio dalle botti vuote, che aveva deposto il suo carico di vino del Monte di Procida, in città; e i carrettieri, seduti sopra uno stretto angolo anteriore del carretto, con le gambe sospese, la giacchetta buttata sopra una spalla, andavano trottando, col carro vuoto che trabalzava e il fischiettìo allegro della loro canzone, che accompagnava il leggero trotto. Passò anche un lungo carro stretto di anfore panciute, rotonde, di creta, chiuse da un tappo di sughero, le mummare napoletane, che erano ancora umide e odoranti acremente dell’acqua minerale, che avevano portata in città: il carrettiere era in camicia e calzoni di tela bianca, scalzo, con un berretto scuriccio e lungo, una corta pipetta da marinaio fra le labbra.
Anche dalla via di Posillipo qualche veicolo compariva: ma erano carrozze cariche di provinciali venuti in Napoli a fare i bagni e che visitavano scrupolosamente i dintorni, non pigliandovi nessun piacere, ma volendo aver l’aria di forestieri: il cocchiere si fermava sulla spiaggia, spiegando che quello era il poligono dei Bagnoli, dove la mattina, all’alba, i soldati venivano a fare le esercitazioni e che quell’isola si chiamava Nisida, Niseta.
– Bella, bella – esclamavano i provinciali, guardando l’isola verde che leggiadramente si specchiava nel mare, già diventato color di acciaio.
Il cocchiere crollava le spalle camminando avanti, voltando per la via di Fuorigrotta, portando i suoi provinciali sotto la grotta. Ovvero era qualche equipaggio padronale che spuntava dalla via di Posillipo, conducente qualche signora bella ed elegante restata a Napoli per combinazione, o per dispetto, o per capriccio, rinunziando ai piaceri del viaggio estivo; e il cocchiere andava lentamente, mentre l’ombrellino grande, bianco, foderato di rosso, circondava della sua aureola una testa pensosa: anche questa carrozza si fermava sulla spiaggia, per guardare la bella isola di Nisida, e mentre la carrozza continuava lentamente il suo giro, verso Fuorigrotta, per ritornare in città, la signora fantasticava che fosse quel punto luminoso, luminosissimo che i suoi buoni occhi acuti avevano scoperto fra il verde, sulla cima dell’isola di Nisida.
Tutte le finestre dell’osteria, adesso erano spalancate, sul mare, sulla pianura dei Bagnoli, sulla via di Fuorigrotta; e sulla grande terrazza coperta dal pergolato delle passiflore, due camerieri assai rustici, ancora sonnacchiosi, tiravano delle tavole greggie, dai piedi dipinti di nero, dove stendevano le tovaglie, mettevano la saliera in mezzo e dei bicchieri di grosso cristallo verdastro, capovolti. A una finestra, due guardavano il mare: una donna giovane, bionda, bianca e delicata, vestita di un semplice abitino di tela azzurra scura, e un uomo sui quarant’anni, bruno, bello, pensoso.
Due volte la donna si chinò verso l’uomo, chiedendogli qualche cosa, con un sorriso, poggiandogli lievemente la mano sul braccio, ed egli parve rispondere vagamente, come pensando ad altro. La donna lo abbandonò alla finestra, senza che egli dicesse nulla, e comparve sulla terrazza, guardando i bimbi inglesi che strillavano allegramente nell’acqua, strappando dal pergolato un largo fiore di passiflora, di cui tirava i petali, coi dentini; ma come affascinata, ritornò a lui, alla finestra, parlandogli sottovoce, indicandogli l’isola di Nisida, lungamente, mentre egli ascoltava, crollando il capo, sorridendo un poco, come consentendo al racconto bizzarro di un sogno.
Anche il mare, nella molle ora del crepuscolo estivo, parea si fosse risvegliato dal sonno della siesta pomeridiana: presso a riva strideano le voci dei fanciulli che si bagnavano, ridendo e schiamazzando, mentre la marinara, rivolta verso la spiaggia, chiamava a distesa: Aniello, Aniello! Adesso tre paranze avevano passato il canale di Procida e venivano verso Pozzuoli, seguendosi, filando sotto la brezza della sera che si levava, senza che si vedesse il moto continuo con cui lasciavano andare in mare la sciabica, la grande rete di quelle fratellanze marinare e pescatrici che sono le paranze. A un tratto, dietro a due lavandaie che tornavano da Napoli per la via di Fuorigrotta, portando sul capo due grossi fardelli di biancheria, si udì il trotto sordo di un cavallo che levava i piedi in misura; veniva anche esso da Napoli, per la strada diritta e polverosa. Era una carrozza nera nera e lunga; un forgone tutto chiuso, che non rassomigliava nè a quello delle Regie Poste, col piccolo coupé innanzi, nè al forgone dove si conducono i soldati convalescenti: era un forgone nero nero, tutto serrato, con gli sportelli di legno sollevati, un forgone che somigliava al carrettone municipale, che porta al camposanto i morti in tempo di epidemia e che la buona gente napoletana non vede passare di giorno, non ode passare la notte, senza segnarsi, senza mormorare sottovoce una preghiera, o senza borbottare uno scongiuro. Ma non era il carrettone dei morti. Il forgone passò rapidamente sotto la villa Carrano, sotto l’osteria dei Bagnoli: una vecchia miss che leggeva sulla porta della villa, aspettando i nipoti che ritornavano dal bagno, inforcò meglio gli occhiali per vedere la negra carrozza; la donnina bionda alla finestra si tirò indietro, come sgomenta, ma la curiosità la vinse, si piegò di nuovo, seguendo con gli occhi la tetra carrozza, ma avendo infilato il suo braccio a quello del suo innamorato come per bisogno di protezione: la negra carrozza passò innanzi al picciolo stabilimento di bagni, dove la marinara, adesso, spazzava la viottola di legno innanzi ai camerini, e la meraviglia la fece restare immobile, col grosso bastone della granata fra le mani: i fanciulli che si erano sdraiati, nei loro vestitini da bagno, di maglia, sull’arena calda, si levarono su, sorpresi. Il negro forgone si era fermato sull’arena, poco lontano da loro; la porticina di dietro, l’unica sua porta, si era aperta, ne era sceso un carabiniere, poi un altro; nella penombra cupa del forgone si scorgeva un altro pennacchio rosso. Pazientemente i carabinieri aspettavano, fermi sull’arena, sogguardando cautamente, ogni tanto verso Nisida: uno di essi, l’appuntato, si piegò verso la porticina aperta sempre, come per discorrere con coloro che stavano ancora dentro il forgone; parlamentò per due o tre minuti, col capo abbassato nel vano nero, poi si scostò un poco. Un altro carabiniere discese; e infine discese un uomo, un giovane, con un salto solo senza toccar la predella, restando diritto, immobile e taciturno tra i tre carabinieri che formavano, intorno a lui, uno stretto triangolo. Dalla villa Carrano, dall’osteria, dalla via di Posillipo, di Fuorigrotta, dai bagnetti si guardava intensamente. Alla comparsa dell’uomo, improvvisamente, fu un grande silenzio intorno: e un pallore mortale scolorò tutte le cose sulla terra e sul mare, come se il gran paesaggio e i suoi abitanti fossero stati vinti da un profondo brivido di emozione.
Egli era un giovanotto di venticinque anni, alto, forte, un po’ curvo di spalle: il suo volto era bianchissimo, di una bianchezza fitta, opaca, di latte, la muliebre bianchezza di coloro che hanno i capelli rossi: e nel bianco volto, dalla pelle intatta, senza un pelo, appena appena macchiata di qualche rara lentiggine, egli aveva un paio di occhi azzurri, di un azzurro tenerissimo, occhi grandi e sereni e quasi candidi, come quelli di un fanciullo innocente. Vestito di un vecchio calzone verdastro, tutto macchie e sfilacciato all’orlo, di una vecchia giacchetta di lanetta marrone, attraverso cui si vedeva la camicia bianca, non avendo egli panciotto, con un berrettino nero bisunto che lasciava vedere la criniera rossa, fulva, egli restava tranquillo sotto quella ignobile livrea della miseria, respirando fortemente la brezza marina, come se fosse felice di quell’aria. Solo le sue mani erano incatenate: non già con le manette, che si chiamano in volgare della polizia castagnole e che stringono i due pollici, non già con le semplici manette che uniscono i polsi, ma incatenato con una vera e propria catena, che girava due volte intorno ai polsi, e si chiudeva in un grosso lucchetto, una specie di gioiello lugubre carcerario. E tutti gli occhi di coloro che guardavano questa scena, vecchi e fanciulli, donne e uomini, invariabilmente si volgevano a quella catena. Pure, egli non pareva soffrirne; non si guardava le mani, non cercava di sollevarle, quieto, dandosi evidentemente al piacere di respirare, egli che veniva da un carcere di pietra, chiuso e soffocante. Se quella catena non fosse stata, forse, tutti intorno non lo avrebbero guardato più: mentre quel giro di ferro, solidamente saldato, che ne avvinghiava i polsi, affascinava tutti quanti. Poteva essere un uomo, come tutti quanti, libero, contento, venuto colà per qualche affare di carcere, coi carabinieri, poteva essere un impiegato, o un liberato, o un testimone, o un parente di qualcuno che abitasse colà. Ma la catena che lo legava nei suoi invincibili anelli di ferro, era la sua qualità, il suo nome, la sua storia; la catena che è la condanna, la catena che è la parola dell’orrendo mistero. Ah invano egli era forte, giovane, dal volto bianco e delicato, dagli occhi azzurri qual bimbo che ignora il male; invano se ne stava tranquillo senza guardare la gente e senza sfidarla, vinto dalla dolcezza del gran paesaggio; invano egli avea l’aria semplice e pacifica, sogguardando ogni tanto con ingenua curiosità l’isola di Nisida – invano, poichè quella catena era il dramma truce, sanguinolente, quella catena diceva a tutti che egli era un essere pernicioso, malvagio, condannato dalla giustizia degli uomini, condannato dalla legge.
La catena, la catena! Era quella che faceva tacere, in un profondo silenzio, le risa dei fanciulli, la voce grossa della marinara, il richiamo allegro dei pescatori, le parole d’amore della donnina bionda alla finestra, lo scoppiettìo della frusta dei cocchieri avviati a Pozzuoli, la canzone dei carrettieri di passaggio. La catena! Era l’incubo di tutti, quel ferro implacabile che immobilizzava l’uomo; e l’uomo era un ladro, un micidiale, forse. E tutta la gran campagna verde e fiorita, intorno, tutto il bel mare profondo e colorito che circonda Nisida, come un lago poetico, e l’isola istessa sorgente dalle acque come un fresco boschetto di verde e di fiori, sembravano, nella improvvisa tristezza che li aveva colpiti, soffrire l’oppressione di quel ferro incatenatore; e le cose sembravano da quell’apparizione della perversità, della crudeltà, deturpate, violate nella loro innocenza, per sempre turbate, per sempre corrotte dalla presenza infame di un micidiale.
Ma una barca si distaccò dalla riva dell’isola fiorita e venne vogando verso la spiaggia dei Bagnoli: la conducevano due barcaiuoli vestiti di un turchiniccio scuro con berretti neri. Quieti, taciturni, i due barcaiuoli si piegavano sui remi che aprivano le onde, quasi senza rumore; e approdarono presto, con un urto sordo. Imbarcarono prima due carabinieri, poi il condannato con passo sicuro e con aria disinvolta, poi il terzo carabiniere: appena la barca si distaccò dalla spiaggia dei Bagnoli, il nero forgone che aveva aspettato l’imbarco voltò e sparve rapidissimamente per la via di Fuorigrotta, verso Napoli. Ora la barca, col suo carico, se ne andava a Nisida: più lentamente andava, mentre più profondamente si chinavano i barcaiuoli sui remi, come se assai pesante, assai pesante fosse il carico. Per quel mare bello, sospiro di amanti e di poeti, felicità dei marinari dei pescatori, per quel bel mare che è la lietezza dei fanciulli e dei poveretti, la barca del condannato andava, tetra, silenziosa, più tetra e più silenziosa che se portasse un cadavere. I carabinieri fedeli, seduti intorno a lui, non gli levavano un minuto l’occhio di dosso, più attenti, più zelanti, temendo di quel pericoloso tragitto di mare, sopra una barca, donde egli, forse, poteva tentare di buttarsi in mare: lo guardavano negli occhi, quasi che la pratica avesse loro insegnato, a quei semplici soldati, che la più nascosta volontà dell’uomo ha sempre un rapidissimo fulgore negli occhi. Ma il condannato, certo, non pensava a fuggire: sul mare conservava la sua tranquillità, come quando era sceso dal forgone. Anzi, si guardava intorno, con un certo piacere, come se fosse contento di quel viaggio per mare, all’aria libera, in quel cullante moto della barca. Teneva in grembo le mani incatenate, così, come se le avesse incrociate per un moto naturale: solo, taceva, fra il silenzio dei carabinieri e dei barcaiuoli del carcere. Ogni barca che attraversa il bel mare, barca di diporto rossa, per le cupole fiammanti degli ombrellini muliebri, o rude barca di lavoro, è piena di voci gioconde, di donne, di fanciulli, di pescatori; solo questa, cupa, taceva, portando con sè il condannato e la sua scorta, muta, tetra, portante via al castigo una tragedia umana.
– Eccoci – disse come fra sè, il condannato.
La barca aveva urtato contro il piccolo approdo di pietra dell’isola: i barcaiuoli la tenevano ferma, tenendola stretta a un forte piuolo dell’approdo. La scorta scese, sempre nell’ordine come era salita, tenendo fra sè il condannato.
– Fra poco – disse l’appuntato al primo barcaiuolo.
– Va bene.
E la salita all’isola cominciò, sopra la larga via saliente fra gli alberi, un gran viale ombroso, pieno del canto degli uccellini al tramonto. Mentre giù, all’approdo, già imbruniva, come salivano in su, in su, continuamente, trovavano ancora la luce delle sfere superiori. Il condannato levava il capo come se tutte quelle voci della natura lo inebbriassero. La via era lunga ma saliva senza sforzo all’alta sede dell’isola, saliva con dolce ascensione, come il largo viale di un parco, come se conducesse a un castello, sede del lusso e dei piaceri. Solo, ogni tanto, fra i boschetti d’alberi e le siepi delle rose, qualche cosa luccicava, ma il condannato non lo vedeva, guardava innanzi a sè, felice di quella lunga passeggiata, nella campagna, egli che aveva tanto girato, fra quattro pareti di pietra, come una bestia in gabbia. Solo, a un certo punto, come egli andava, quasi senza curarsi della scorta, udì un lieve movimento fra gli alberi: l’orecchio acuto del prigioniero lo colse, indovinò che fosse: ed egli impallidì, intendendo che era una sentinella, intendendo che quel luccicare era la canna di un fucile. Impallidì mortalmente e crollò il capo, come se gli fosse sfuggita una grande illusione. Forse, un momento, malgrado la catena, malgrado la scorta, ingannato da quel paesaggio campestre, aveva creduto di essere libero: un istante.
Nè più potette rifare questo sogno. Erano giunti a un muro di cinta, a una grande porta di ferro, sbarrata, guardata da una sentinella. L’appuntato mostrò un foglio: la sentinella depose il fucile e andò aprendo tutti i grandi catenacci della porta di ferro: essa si schiuse con un sibilo metallico, si richiuse pesantemente, dietro la scorta e dietro il condannato. Ora si trovavano in una piazzetta, circondata da piccole case a un piano, gli uffici del Regio Bagno Penale di Nisida. L’appuntato, che era pratico, si diresse verso una casa del centro a due piani, questa, ed entrò in un ufficio al pianterreno. Era magramente mobiliato, con due scrivanie, un divano, qualche sedia, il crocifisso, il ritratto del Re. Uno scritturale scarno, pallido, con la testa già spiumata, vestito miseramente, scriveva in un suo grande registro.
– Non vi è il direttore’? – chiese l’appuntato.
– Ora viene – rispose lo scritturale.
E riprese a scrivere, senz’aver degnato neppure di uno sguardo il condannato. Entrò il direttore. Era un uomo sui quarant’anni, forte, alto, con una fisonomia bonaria ma seria. I carabinieri fecero il saluto militare. Egli salutò, diede un’occhiata di sfuggita al condannato e andò a sedersi alla seconda scrivania. L’appuntato gli diede il foglio di consegna.
– Come vi chiamate’? – chiese il direttore al condannato, per la verifica.
– Rocco Traetta, – rispose colui a voce bassa.
– Non avete un soprannome’?
– Mi chiamano Sciurillo.
– Di dove siete’?
– Di Napoli.
– Anni?
– Ventisei.
– Del fu? – disse il direttore, levando il capo.
– Del fu Gennaro – disse, senza tremare, il condannato.
– Condannato per parricidio – soggiunse il direttore, chinando un po’ il capo, come se avesse rabbrividito.
Rocco Traetta non rispose. Aspettava qualche altra domanda. Intanto lo scritturale aveva registrato questo nuovo galeotto.
– In vita? – chiese lo scritturale al direttore, con indifferenza.
– In vita, – costui rispose brevemente.
– Numero 417, berretto rosso – scrisse sopra un suo foglio lo scritturale.
Il direttore suonò un campanello. Un uomo vestito di grigio, con un berretto nero, si presentò.
– Alla vestizione – gli disse il direttore, consegnandogli un foglio e indicandogli il condannato.
Rocco Traetta uscì dietro il carceriere: i carabinieri restarono in direzione. Ora era solo col carceriere, ma questo andava innanzi, leggendo il foglio, quasi non curandosi del condannato. Passavano fra le strade del Bagno, strade larghe, coi marciapiedi e con qualche albero di acacia, già fiorito. Da una parte e dall’altra sorgevano degli edifici di uno o due piani, non più alti. Finestre adorne di qualche vaso di fiori, dietro le graticciate di ferro. Voltarono due o tre volte, il carceriere sempre dinanzi. Alla fine entrarono in un camerone già scuro, dove, in fondo, un gran fuoco di cucina ardeva e due fabbri battevano sopra una incudine. Un altro carceriere sedeva sopra certi sacchi. La vestizione di Rocco Traetta fu fatta in un momento: camicia grossa di tela, calzoni, panciotto, giacca di un filato color mattone scuro, berretto di un rosso vivo, tutto ciò stampigliato al numero 417. Gli avevano, per vestirlo, levata la catena dalle mani e l’avevano buttata in un cantuccio. Ma la saldatura della catena di galeotto, al collo del piede, fu un affare lungo piuttosto. Accovacciato per terra, i due fabbri martellavano il ferro caldo alternativamente.
– Non è stretta? – chiese uno di loro, a Rocco
– No, è giusta – disse lui, che già si sentiva un peso insopportabile.
La catena era lunga più di un metro.
– Mi legheranno con un altro? – chiese lui fingendo indifferenza.
– No – gli rispose il carceriere. – La catena puoi sospenderla alla cintura.
Difatti vi era un uncino nella cintura dei calzoni: pure, sospesa così, la catena pesava molto e il suo anello di ferro, saldato intorno al piede, dava un senso acuto, continuo d’intolleranza.
Quando suonò il silenzio, alle nove, sopra l’isola di Nisida e il mare, era una profonda e molle notte stellata. Quella folla di galeotti a cui Rocco Traetta si era mescolato macchinalmente lo aveva accolto con una invincibile diffidenza, scostandosi da lui, non rispondendo a qualche sua rara domanda, guardandolo biecamente; alcuni lo avevano accolto con una gelida indifferenza: le due grandi note istintive di quelle folle di colpevoli, le due note bestiali, brutali sono appunto la paura, una paura vaga, indistinta, grande, di tutto, di tutti, e un egoismo basso, cupo, crudele. Egli era andato con loro alla cappella, una grande chiesa nuda, imbiancata di fresco, dove quella folla si era messa su certe panche di legno: e metà di essi, in vero, pregavano, alcuni con un fervore di fede, levando talora la voce, come se li premesse una emozione soverchiante, alcuni con un ardore d’ipocrisia, che si leggea sui volti pallidi, sulle bocche sottili, negli sguardi obliqui. Nella chiesa i berretti verdi e i berretti rossi, con quel numero cucito in bianco, che è il solo nome del galeotto, erano tutti via, e le prime ore della sera cadevano su quelle centinaia di difformi teste di delinquenti. Ma i custodi, malgrado la misticità del luogo e dell’ora, stavano ritti sogguardando così acutamente, temendo sempre la sorpresa: e nel grande silenzio, alla sottile voce del prete vecchio, che dava la benedizione, si udiva unirsi solo il mormorio di quelli che pregavano, e uno scricchiolìo monotono, incessante, quello delle catene smosse ogni momento, rialzate penosamente, alle volte cadenti con un gran rumore di ferro.
Raggricchiato in un angolo, Rocco Traetta era stato vinto da una grande timidità: e senza pregare, senza parlare, non sentiva altra sensazione acuta che il peso insopportabile di quell’anello di ferro, al collo del piede, e per non fare stridere la sua catena, per non udirne il tormentuoso suono, teneva la mano alla cintura dove l’aveva sospesa. Una oppressione crescente scendeva sulla fibra di quel giovane tranquillo e forte, che era stato così felice di lasciare il carcere di S. Francesco di Napoli, un carcere di pietra, per essere condotto in un’isola fresca, aperta, ridente. Che gli importava di quella preghiera? Acutamente lo feriva soltanto il rumore di tanto ferro scosso; sentiva che ogni galeotto era oppresso da quella che era parte della sua vita, indivisibile; sentiva che ogni galeotto si muoveva, tormentato da quel peso, quasi ad alleviarne la pena; e preso da un gran dolore ignoto, Rocco Traetta, il parricida, stava immobile, inabissato nell’accasciamento, non udendo del suo corpo giovane e robusto che il collo del piede legato dal ferro. A un tratto, dopo due o tre minuti di silente aspettativa, il prete levò su il Santissimo Sacramento, a benedire quei ladri e quei micidiali: e i galeotti tutti si buttarono giù, inginocchiati. Fu tale un fracasso di ferro, come se rovinasse una forgia, e, trascinato dal movimento, Rocco Traetta si buttò giù anche lui, e la catena, ribattendo, cadde su lui, sulla gamba, sul fianco, pesante, fredda. Ah no, non era fantastico Rocco Traetta, era una creatura primitiva e crudele, ignorante e feroce; ma mentre il Salvatore, dalla sua spera scintillante d’oro, girava nelle mani tremanti del prete, egli si sentì coperto da quella catena, preso, vinto, tutto, sempre, sino alla morte. E la imperante idea della fuga, quella idea che è in fondo a tutte le coscienze, anche dei più disperati, gli sgorgò dall’anima come una preghiera.
Perchè no? Mentre andavano alla cena, nel grande camerone, mentre mangiavano avidamente quelle patate bollite nel pomodoro, prese dal grande mastello nelle scodelle di latta, avidamente, come tante bestie affamate, egli pensava che avrebbe dovuto fuggire, necessariamente, trovare un mezzo, una astuzia, nella notte, e buttarsi giù, nel mare, fuggire. Le vie di Nisida pareano così poco guardate, e il senso dell’altezza gli era sfuggito, in quel primo giorno, tanto che il sogno della fuga gli andava crescendo nella mente, come se non potesse essere difficile a lui giovane e forte, a lui astuto, tentare, con l’audacia e la furberia, la liberazione. Preso dal suo ardente desiderio, mentre passeggiavano, dopo la cena, in un grande cortile, egli andava attorno attorno, trascinando la sua catena, senz’accorgersi della sua furiosa passeggiata, divorato dalla sua visione di fuga. In alto, sul cortile, brillava la molle notte stellata; e lui vi volgeva gli occhi, sentendo più acuta, più folle la smania della libertà.
Suonava il silenzio. Per isquadre, attraversando le deserte vie di Nisida, guardando la campagna dai Bagnoli e Pozzuoli tutta brillante di lumicini, i galeotti tornavano ai loro dormitorii. Giusto, il grande camerone, dove aveva avuto assegnati una pancaccia, uno strapunto e due grosse lenzuola, Rocco Traetta, aveva un finestrone largo, donde si vedeva il cielo stellato e il mare fosforescente; un finestrone, che restava sempre aperto, troppo essendo insopportabile, col caldo, l’odore di quei corpi umani. Come il gas fu abbassato, come fu suonata la campana seconda del silenzio e già molti dei galeotti di quel camerone russavano, Rocco Traetta guardava quel pezzo di cielo e di mare, dal suo letto. Stridevano, come sempre, a ogni movimento dei galeotti, le catene, le indivisibili catene, glaciali compagne di letto, e il loro rumore eccitava la fantasia di Rocco Traetta. Come sarebbe stato facile fuggire, da quel finestrone.
Ma, ad un tratto, da lontano lontano, una voce si udì, fievole, ma precisa:
– All’erta, sentinella!
Meno lontano, dopo un minuto, un’altra voce disse:
– All’erta, sentinella!
Ancor meno lontano, una terza voce, sonora, forte, chiamò:
– All’erta, sentinella!
Prossimamente, una voce chiamò:
– All’erta, sentinella!
E infine la voce scoppiò sotto il camerone dove non dormiva Rocco Traetta, e dopo se ne udirono delle altre, più lontane, più fioche, facenti il giro dell’isola. E di nuovo, per la risposta, e voci si rimandarono, sonoramente, questa risposta
– All’erta sto!
Poi, tutto tacque. Rocco Traetta, avvilito, andava riordinando i lembi lacerati del suo sogno. Ma non appena aveva cercato, nella notte, di riprendere coraggio, dopo quindici minuti, di lontano lontano la prima voce ricominciò:
– All’erta, sentinella!
E le lunghe, sonore, quiete voci si andarono alternando, passarono di nuovo sotto il finestrone di Rocco Traetta, si allontanarono; di lontano, dopo aver fatto il giro dell’isola, la risposta risuonò, chiara, squillante:
– All’erta sto!
Ogni quarto d’ora, ogni quarto d’ora. Come un incubo. Quando quelle voci si chiamavano e si rispondevano, si udiva il rumore delle catene, i galeotti si agitavano, nel sonno, sui duri letti loro. Ma Rocco Traetta non dormiva, no; trabalzava ogni quarto d’ora. Le buone voci fedeli dei soldati dicevano: – Noi vegliamo, noi siamo qui, armati, pronti, con l’occhio acuto; noi non faremo fuggire nessuno, mai; noi vegliamo, nulla può far tacere la nostra voce. Egli fremeva, nella notte, di collera impotente: l’incubo l’opprimeva. Ogni quarto d’ora, era terribile. Nella notte stellata, sul mare, le voci si prolungavano, chiare, forti, fedeli. Egli non sarebbe fuggito mai, mai. E a metà della notte, vinto, prostrato, udendo di nuovo, sempre, le voci, il duro cuore del micidiale, del parricida, si spezzò, ed egli pianse.

II.

Sdraiato nella sua poltrona, dopo pranzo, il direttore del Bagno penale leggeva il giornale, attentamente, da cima a fondo, con tanta lentezza come se volesse imprimerselo nella mente: lo leggeva, assaporandolo e meditandolo, come fanno quelli che vivono lontano dai grandi centri, isolati ma non indifferenti, relegati da qualunque società, ma curiosi di qualunque movimento della vita. Ogni tanto, però, il buon direttore, sulla cui onesta faccia, in famiglia, si dileguava la freddezza e restava la naturale grande bontà, crollava il capo, come se leggesse delle cattive nuove. Egli era stato un patriota ardente, un soldato valoroso, e il suo coraggio, il suo entusiasmo rimanevano sempre vivi, in quel bagno penale dove lo avevano mandato ad occupare la sua energia: quei giorni, dopo le due fatalità di Lissa e di Custoza, erano molto cattivi per l’Italia, la cui stella pareva tramontare. Egli crollava il capo, malinconico, poichè non aveva potuto battersi nel 1866 come si era battuto nel 1860, pensando che tutto fosse buono per servire il suo paese, anche il vivere fra i galeotti, ma avrebbe preferito mettere la vita sul campo, questa volta, per la patria, anzi che fremere di collera magnanima ed impotente nell’isola di Nisida. Malinconico, come tutti quelli che sono nati per la guerra, candidamente e ferocemente innamorati di essa, e che debbono vivere fra le memorie marziali o fra le speranze lontane.
– Cattive nuove? – chiese la moglie, che, presso il balcone del salottino, lavorava a una camiciuoletta di bimbo.
– Cattive – rispose il marito, senz’altro.
Ella chinò il capo sul lavoro, senza domandare. Aveva chiesto così, non perchè s’interessasse alla politica o alla guerra, ma per rivolgere una parola d’interesse al buon marito, per spezzare quel silenzio che durava da troppo tempo. Era una giovanetta dal volto ovale e pensoso, un po’ impallidito dalla maternità; dal corpo sottile nel semplice vestito di lana nera: ogni tanto sogguardava teneramente verso il bambino che stava seduto in terra, sopra un pezzo di tappeto, tagliando quietamente le incisioni dell’Emporio Pittoresco. Era un pallido bimbo di tre anni, dai molli e ricciuti capelli castani, dall’aria dolce e pensosa come quelli di sua madre, assai tranquillo, innamorato delle immagini, felice quando poteva intagliarne qualcuna, con le sue piccole forbici, assai nitidamente, senza guastare le figurine, senza punzecchiarsi le dita. Restava quieto per ore intiere, solo, seduto in terra, circondato dai fogli sparsi dei giornali illustrati.
– Mario? – chiamò il padre, dopo averlo guardato un po’ con una affettuosa curiosità.
– Papà mio? – rispose il piccolo figlio, levando sul padre i suoi grandi occhi castani, lucenti di bontà.
– Che tagli?
– Certi soldati.
– Sono belli?
– Belli, papà.
– Vieni a darmi un bacio.
ll bimbo si levò subito: era grande per la sua età, ma sottile, sottile come suo padre. Venne a suo padre e gli tese le braccia per abbracciarlo; poi, disciolto, gli appoggiò la testa sulle ginocchia, come se fosse stanco o volesse dormire: il piccolo volto bianco posava, con la leggerezza di un fiore.
– È ammalato? – chiese il padre alla madre.
– No, no – disse lei, subito.
– Fallo uscire – suggerì lui. – Perchè non esci ogni giorno? Gennaro Campanile ha aggiustato la carrozzetta di Mario?
– Sì, sì – disse lei, con voce fioca.
– E ha portata la scansia dei libri, che doveva fare da tanti giorni?
– L’ha portata.
– Non la vedo.
– Grazietta e io non abbiamo avuto la forza di sollevarla e di sospenderla al muro. Non siamo mica molto forti – soggiunse lei, con un pallido sorriso.
– Potevate lasciar fare a Gennaro Campanile, che è abile assai. Egli aveva fatta la scansia, egli la poteva mettere a posto.
La moglie guardò intensamente il marito e una vampa di rossore le salì alla fronte. Egli stesso la guardava, non intendendo.
– Cercheremo di metterla su noi – mormorò poi, come se fosse mortificata della sua trascuranza e del suo rossore.
– Ti stancherai inutilmente, figliuola – disse il marito, con paterna bontà. – Manda a richiamare Gennaro Campanile, oggi stesso: verrà subito e metterà la scansia, là, a destra.
– No, no, – disse lei, precipitosamente: – preferisco stancarmi io.
Egli la guardò, intendendo adesso, e una tristezza gli si diffuse sul volto affettuoso.
– Ti dispiace aver un galeotto per casa? – chiese poi, lentamente.
Ella gli rivolse gli occhi supplichevoli, come per farsi scusare di questo suo ribrezzo.
– Vengono sempre – mormorò con voce fioca, la giovinetta.
– Ti fanno ribrezzo?
– Sì – disse, anche più fiocamente.
– Hai poca carità – disse lui, facendo uno sforzo per parlarle severamente.
– È vero – replicò lei, abbassando il capo, umiliata.
– Sono uomini, sono cristiani, Cecilia.
– Hanno rubato, hanno ucciso!
– Sono uomini e sono cristiani – replicò lui, fermamente.
Ella tacque. Cuciva febbrilmente per celare la nervosità delle dita: e un rossore sottile come una vampa le abbruciava le guancie. Il bimbo, in quel levò la testina, guardò il padre e la madre, tese le braccia per attirare a sè la testa del padre e baciarlo.
– Anche tu odii i galeotti? – gli chiese il padre subitamente commosso, carezzandogli i capelli.
Il figliuoletto lo guardò, candidamente, non intendendo la domanda.
– I galeotti sono dei poveretti – gli disse il padre, sottovoce.
– Poveretti – ripetè il bimbo, con una intonazione di pietà.
Ora il padre aveva piegato e chiuso il giornale, rimettendolo al suo posto, metodicamente, come tutti quelli che fanno una vita isolata e monotona. Con una spazzola si spazzolava il soprabito: era l’ora di andare in ufficio. Il bimbo, macchinalmente, lo seguiva. Egli si accostò alla moglie per abbracciarla ed ella gli disse, precipitosamente:
– Fa pure venire Gennaro Campanile; fallo venire subito, per la scansia.
– No, no, se ti dispiace, cara – disse lui carezzandola come una fanciulla.
– Non mi dispiace, ti assicuro che non mi dispiace – soggiunse Cecilia, facendo un grave sforzo su sè stessa.
– Lascia stare, lascia.
– Uscirò, uscirò col bimbo per l’isola, e solo Grazietta lo vedrà.
– Bene, bene disse lui andandosene.
Ma quando il buon marito affettuoso se ne fu andato al suo penoso dovere, a vivere di nuovo, egli onesto e puro, fra quei ladri e quei micidiali, ella piegò il capo su quello del suo piccolo figlio, bagnando il collo del bimbo col suo pianto. Raro pianto: poche e brucianti lagrime. Quella vita di sposa, di madre, in quell’ambiente singolare, dove la solitudine profonda si alternava colla compagnia folta dei malvagi, ella l’aveva cominciata assai coraggiosamente. Infine, era una povera ragazza, senza parenti e senza dote, che viveva lavorando in casa di una vecchia zia, guadagnando assai scarsamente il proprio pane; e il capitano Gigli l’aveva sposata così, per lei, per affetto pietoso, perchè egli aveva un cuore grande. Non lo sapeva forse che sarebbe andata a vivere in un’isola, fra i galeotti? Lo sapeva, aveva accettato, pensando che si sarebbe isolata, che si sarebbe stretta a quell’uomo buono e generoso, che l’avrebbe consolata di tutto. Era un temperamento sensibile e delicato di donna, che fremeva subitamente di dolore e di tenerezza; ma aveva anche una forza spirituale nell’anima, la forza che hanno le anime, semplici e buone. Era venuta incinta, in quell’isola, negli ultimi mesi: e si era chiusa in casa immediatamente, per sottrarsi a una vista che le faceva ribrezzo. Ma nessuna chiusura di porta o di finestra aveva potuto liberarla dalle voci notturne delle sentinelle che vegliavano. Quante notti senza dormire, udendo quel lungo richiamo, lungo richiamo che si ripetea di quarto in quarto d’ora, insistente, continuo, immancabile! Nella sua casetta, che ella aveva adornata con un gusto semplice, nelle ore della sera, quando, tendendo l’orecchio, ascoltava il rumore del mare, ella poteva immaginare di essere in un’isola, proprio nella bella isola che abitava, fra il cielo e il mare, tra i fiori degli spalti e i profumi che salivano dalle rive: ma una voce, insistente, immancabile, disperdeva il suo sogno, dicendole:
– Bada, questo è un carcere.
Che notti! Mentre il capitano Gigli dormiva placidamente, nel riposo dell’uomo che ha molto lavorato, ella vegliava, con gli occhi aperti, aspettando il richiamo delle sentinelle, guardando la fioca luce della lampada che le disegnava confusamente le più paurose visioni. Fu in una notte di queste, lunga, lunga, che il piccolo Mario era nato: un piccolo figlio gracile che portava in sè tutta la delicatezza del temperamento di lei e nel pallore tutte le tracce degli incubi, dei terrori notturni che ella aveva sofferti. E una parte della poesia che un figlio porta nella casa, fuggiva: il piccolino nasceva in un bagno penale, fra i galeotti: quando si buttava a baciarlo, la madre, vi era qualche cosa di desolato nei suoi baci, come se avesse voluto consolarlo di questo triste ricordo, di questo carattere doloroso! E invano, invano ella aveva cercato d’isolarsi, invano ella aveva studiato ogni mezzo per sottrarre sè e il fanciullo alla vista e al contatto dei galeotti. La culla dove Mario dormiva, era uscita dalla officina di falegnami dove quei disgraziati lavoravano; le prime scarpette, le benedette prime scarpe che fanno vibrare di tenerezza il cuore di ogni madre, erano uscite, le scarpette, dall’officina dei calzolai-galeotti. Come fare? Il capitano non aveva un grande stipendio e non li poteva mandare a Napoli, ogni momento; la roba, dalle officine, costava almeno il terzo di quello che spendeva a Napoli. E lei, per delicatezza, cercava nascondere, con grande premura, il suo ribrezzo, il suo scoramento, le sue paure. Quando di dietro i cristalli ella sorrideva a suo marito che se ne andava e lo vedeva a un tratto circondato da un gruppo di galeotti, che andavano da lui per qualche reclamo, ella aveva uno schianto al cuore, stringeva fra le braccia il suo figliuolino, convulsamente. I galeotti guardavano in volto il direttore, ansiosamente, implorandone la indulgenza, conoscendolo il migliore di tutti, freddo ma dolce, severo ma crudele mai, ed ella in quegli occhi leggeva la minaccia, il furore. Ahi, nulla poteva persuaderla che quegli uomini avessero persa l’abitudine del sangue, nulla la convinceva che non avessero un coltello nascosto nella manica! Non lasciava uscire il suo bambino con Grazietta, mai: le pareva sempre che per vendetta di essere carcerati, per desiderio bestiale di sangue, per l’istinto dell’omicidio, uno di quelli assassini, un giorno, glielo avrebbe ucciso. Usciva, portandoselo in collo, lei, come un’umile madre popolana, senza sentire stanchezza: e quando incontrava qualche galeotto, chinava gli occhi. Costoro la salutavano, cavandosi il berretto, fermandosi a guardare il bel piccolino, obbedendo all’istinto dolce paterno che è nel cuore dei più perversi. Ma ella affrettava il passo, intimidita, quasi fuggiva via col bimbo suo. Uno che incontrava sempre sulla sua strada, era un grande giovanotto robusto, dal volto bianco e dagli occhi azzurri molto femminili, dai capelli rossi: lo incontrava sempre, questo condannato in vita, dal berretto rosso. Parea quasi ch’egli la aspettasse, la giovane madre col bambino: e quando la vedeva passare, guardava, guardava il grande galeotto, coi suoi occhi teneri, guardava, fermato, finchè ella avesse svoltato l’angolo della lunga via. E il tempo che passava aveva potuto mitigare i suoi terrori, vincerli mai. Gracile, pensierosa, ella cercava di vincere con la dolcezza la sua malinconia e il marito trovava in casa una persona sempre affettuosa, sempre paziente. Ella si vergognava di palesare il suo disgusto, aveva vergogna della sua paura: temeva che fossero un rimprovero al buon uomo generoso che l’aveva tolta sì, alla miseria, all’avvenire incerto, ma per buttarla in un carcere. Egli intravedeva, talvolta, un senso di questo ribrezzo e cercava di vincerlo, addolorato, con un vago rimorso. Così il cuore di sua moglie si chiudeva, come soffocato.
Solo in qualche ora, Cecilia veniva assalita da un vago rimorso. In verità, ella era una creatura molto buona, devota piamente al suo dovere, compassionevole a tutti i mali, e quando arrivava a vincere il suo ribrezzo, la sua paura, chiedeva a sè stessa conto della propria ingiustizia, della propria crudeltà. Erano creature umane anche i galeotti, e ogni tanto quel cuore giusto di suo marito che era cosi severo con loro, diceva a lei dolcemente questa verità: erano uomini e cristiani, forse più disgraziati che colpevoli. E piena di dolore e di pentimento, Cecilia si decideva a sopportare pacatamente la loro vista, quando passeggiava nell’isola, e rendere il saluto quando si cavavano il berretto. Per poco, ahimè, solo per poco! Se sugli spalti erbosi, dove metteva a sedere sul prato il picciolo bimbo che tirava le margherite da terra con le manine innocenti ed ella s’incantava a guardare la vasta distesa di mare, mentre Mario ogni tanto dava in uno strilletto allegro perchè aveva trovato un insetto: se, in quest’oblio di sogno, improvvisamente compariva un uomo vestito di rosso mattone, trascinando penosamente una pesante catena, ella comprimeva un grido di spavento, tratta bruscamente dalla sua pace, dai suoi sogni, impallidendo come a un pericolo di morte, togliendo rapidamente da terra il fanciullo, portandoselo via. E quella campagna, quel mare, quei fiori, tutto quel paesaggio, improvvisamente infamati dalla presenza di un assassino, le facevano orrore. Che fare? Era più forte di lei. Solo, in presenza di suo marito, quanto più poteva, frenava le sue impressioni, sentendo di essere ingrata, sentendo di offenderlo indirettamente: lo venerava come la stessa forma della bontà e della giustizia, ma era una debole e povera donna, una povera donna senza coraggio, carcerata, chiusa in quell’isola, in quel paese di vergogna, di dolore, di punizione, dove tutto si deturpava per la terribile compagnia, il paese e la casa, il suo amore di sposa e il suo amore materno.
Ma quel giorno, proprio, ella era piena di rimorso più di ogni altra volta: innanzi a suo marito era stata sconoscente, quasi rinfacciandogli il suo beneficio. Egli le aveva parlato senza severità, ma seriamente. Quanto era migliore di lei! Le sue rare lacrime brucianti, lacrime di pentimento, avevano bagnato il collo del picciolino, e lui abituato a questi sfoghi solinghi di madre, egli stesso bimbo gracile e melanconico, andava ripetendo sottovoce, carezzandole il viso con le piccole mani fresche:
– Non piangere, mammà; non piangere, mammà.
– No, non piango, – diss’ella, asciugandosi gli occhi, levandosi su. – Ora la mamma sua conduce Mario a passeggiare.
– In carrozza, mamma, in carrozza, – gridò il bimbo attaccandosi alle gonnelle di Cecilia.
– Sì, figlio, in carrozza – rispose ella, reprimendo un sospiro.
Poichè era una grossolana carrozzetta da bimbo, fatta rozzamente da quei galeotti-falegnami e fabbri-ferrai più ferro che legno, stridente, con le catene che essi portavano attaccate alla caviglia del piede e alla cintura, una carrozzetta che era pesante e difficile a spingere e che ogni momento si guastava. Quando era lì dentro, il picciolo Mario era così felice, che non avrebbe mai voluto levarsene: era magro e un po’ debole di gambe, era felice di sdraiarsi su quei cuscini, che la madre stessa aveva imbottiti per renderli morbidi. Era felice di farsi portare in carrozza, per ore intiere, per tutta la vasta isola, socchiudendo gli occhi, sonnecchiando nel suo cappellino di feltro che gli dava caldo alle orecchie. La madre, gracile, dopo un certo tempo si stancava; ma il bimbo si svegliava subito, dal suo dormiveglia, e gridava:
– Spingi, mamma, spingi!
– Un momento, Mario – faceva ella, respirando profondamente.
E restava appoggiata con le mani alla barra di ferro, riposandosi; ma subito, con voce supplichevole, il bimbo ricominciava:
– Spingi, mamma, spingi, ti prego, ti prego.
Ella si rimetteva in cammino, coraggiosamente, senza sospirare. Non avrebbe mai osato mandare a passeggiare Mario solo, in carrozza, con Grazietta la serva; e andare in due ad accompagnarlo, non era possibile:
vi era bisogno di lavoro, in casa, e anche temeva vagamente di lasciar sola la casa. Così, quel giorno, come tanti altri, ella si fece trasportare giù per le scale, innanzi alla porta, la pesante carrozzetta dove il bimbo entrò con un salto allegro, dove si buttò a sedere con un senso di delizia. La madre si era messo il cappellino e i guanti: aveva buttata una copertina sulle ginocchia del bimbo. Grazietta, una serva di quarant’anni, silenziosa, stava a guardare.
– Verrà Gennaro Campanile, a mettere la scansia – disse la padrona, con uno sforzo. – Sta attenta, sta attenta.
La serva abbozzò un lieve sorriso: conosceva i terrori della padrona. Era la moglie di un galeotto, Grazietta, di un omicida in rissa: e fedele tacitamente a lui, lo aveva seguito dovunque, da Portolongone a Ischia, da Ischia a Nisida, facendo l’impossibile per mettersi al servizio nella stessa isola, riuscendoci sempre bizzarramente, per un miracolo della volontà e dell’ostinazione. Così, quello che guadagnava, serviva per darlo a suo marito: così due grosse parti del suo cibo andavano a suo marito, e questo sacrificio era compito in silenzio quasi nascostamente, tanta era la paura di esser mandata via dall’isola. Il galeotto, un uomo tarchiato, dall’aria feroce, veniva cautamente alla ferriata terrena della cucina, portava via un piatto coperto, del pane, delle frutta, e se ne andava in un cantuccio a divorare voracemente. Ella rientrava, tutta felice, contenta del suo quasi digiuno; e quando la padrona, involontariamente, le mostrava la sua paura dei galeotti, Grazietta crollava il capo, come donna d’esperienza, compatendo la timida gioventù della signora, convinta che gli omicidii sono disgrazie e non colpe, convinta che questa disgrazia può capitare a tutti.
– Dove vuoi andare? – disse la madre al figliuolo, prima d’incamminarsi.
– Là, là – fece il bimbo, indicando innanzi a sè.
Le vie di Nisida erano larghe come quelle di una piccola città, coi marciapiedi sterrati, ombreggiati qua e là da alberi di acacie che in ottobre erano ancora verdi. Le case, dimore degli impiegati, dei fornitori, dei capifabbrica, dei carcerieri, a un piano, a due piani, avevano l’aria graziosa di piccoli, civettuoli nidi di provincia; il gran corpo del Bagno penale, dormitorii, refettorii, gallerie, infermerie, carceri, restava in mezzo, alto, bruno, come una rocca che dominava tutti quei villini. Ogni tanto a un gomìto della strada che circonda Nisida, fra le case e gli alberi, si aveva la lunga visione del mare soleggiato: una visione di sorriso e di freschezza. Il bimbo, disteso sulla carrozzetta, spalancava gli occhioni, quasi ridendo, e mormorava, vagamente:
– Là, là…
La madre spingeva lentamente la carrozzetta, presa da un infiacchimento, da uno sfinimento, che le veniva da una soverchia eccitata sensibilità; salutava macchinalmente qualche moglie di impiegato, qualche figliuola di fornitore, le sei o sette signore che abitavano l’isola, insieme alle mogli degli ufficiali e passava avanti sempre lentamente, guardando anch’ella il mare che era il sogno del suo bambino. Ogni tanto anche qualche soldato passava: e passava qualche galeotto, di quelli che circolavano liberamente. Ella rispondeva al saluto, chinando un poco il capo: il bimbo, sorridendo, salutava con la mano. Ma ad un certo punto, proprio, il suo sfinimento la vinse: dovette lasciare la sbarra della carrozzetta, sedersi sopra un banco di pietra, pallida, quasi svenuta. Era un posto quasi deserto, dove le case finivano e cominciava la campagna di Nisida. ll bimbo guardava la madre, dal volto sbiancato, dagli occhi socchiusi, e appena osava mormorare, un po’ intimidito, un po’ spaurito:
– Spingi… mamma… spingi.
– Ora… ora… – diceva ella a voce così bassa che pareva un soffio, e il figliuolino non la udiva.
– Vostra eccellenza, posso spingere io la carrozzetta – disse una voce maschia, ma umile.
Donde era sorto quel galeotto dal volto bianco e dai teneri occhi azzurri, così, improvvisamente? Che chiedeva, che voleva? Essa lo guardò, trasognata, sgomenta, come se egli fosse una visione.
– Il piccerillo pesa – mormorò più umilmente il galeotto – la carrozzetta pure. Vostra eccellenza, posso spingere io.
Ella capì, allora. E, pallida di nuovo, con le labbra strette, disse:
– No.
Egli la guardò, tacque per un momento, poi riprese, umilmente, ostinatamente:
– Non è fatica per le vostre mani. Lasciatelo portare a me, questo piccerillo:
– No – disse lei, ancora, incollerita.
– Scusate, scusate l’ardire. Io lo saprei portare senza fatica, il piccerillo. Non abbiate paura – finì di dire con tale tenerezza che la voce pareva piena di lacrime.
– Io non ho paura di niente – disse lei seccamente, levandosi. – Ma non voglio che portiate il piccerillo.
Si alzò, risolutamente, ricominciando con uno sforzo eroico, a spingere la carrozzetta. Egli fece un gesto largo con le braccia; la catena sospesa alla cintura tintinnì sinistramente, ma egli tacque guardando allontanarsi la madre e il figlio. Ella fremeva ancora di collera, come se la medesima umiltà con cui quel galeotto le aveva offerto i suoi servigi, le fosse d’ingiuria. Adesso erano in piena campagna, in una viottola fra i prati, dove venivano a pascere i cavalli di due o tre ufficiali e quelli delle carrette che servivano a trasportare i viveri, dalla spiaggia in su.
– Mamma – disse il bimbo riflettendo.
– Che vuoi?
– Perchè hai detto di no a quel galeotto’?
– Perchè così.
Il bimbo tacque sentendo che la voce di sua madre era turbata.
– Ora sei stanca di spingere la carrozzetta, mamma – osservò lui dopo un poco.
– No, caro.
– Levami su, mamma, fammi scendere.
– Resta, caro, resta; andiamo più innanzi, mi riposerò più innanzi.
Camminarono ancora un pezzetto in silenzio; avevano già passate due o tre garitte di sentinella. Il bimbo guardava sempre i soldati, sorridendo loro.
– Mamma – disse il bimbo.
– Che vuoi, caro?
– Quel galeotto voleva portarmi attorno, lontano, sai?
– Sì, sì.
– È un poveretto – osservò il fanciullo, guardandola in volto.
– Chi ti ha detto questo?
– Papà, lo ha detto – rispose lui, trionfalmente.
Ella abbassò il capo, senza ribatter nulla.
– Anche i soldati sono dei poveretti, mamma? – chiese il bimbo, dopo aver pensato, di nuovo.
– I soldati sono galantuomini – rispose subito lei.
– Ecco – disse il piccolo – i galeotti sono poveretti e i soldati sono galantuomini. Io che sono, mamma? Il piccerillo.
– Il piccolo figlio caro caro – disse lei, abbracciandolo, baciandolo, teneramente.
Erano giunti in un campo tutto verde, tutto fresco, tutto fiorito: un muretto che saliva a mezza persona lo divideva da un altro campo, accanto. La madre si fermò e irrimediabilmente stanca si buttò a sedere sull’erba. Il bimbo guardava l’erba e i fiori e il mare, come pensando, troppo pensoso, troppo serio, per la sua età. Un acuto odore di rose era nell’aria, quelle rose delle quattro stagioni che germogliano in un giorno, intensamente vivono per un giorno solo, insieme a un odore di menta, l’erba selvaggia che più si trovava nell’isola di Nisida. Cecilia si rinfrancava dalla stanchezza, mentre il bimbo, in carrozza, quasi sonnecchiava.
– Che profumo di fiori – diss’ella, come fra sè.
Ve ne erano in quel campo, dove stavano, ma più ve ne dovevano essere in quel campo accanto, da cui un muretto la divideva: era forse un orto, che ci avevano messo una divisione? Presa dalla curiosità, si levò su. E ai suoi occhi prima meravigliati, poi sgomenti, uno spettacolo prima doloroso, poi terribile si offrì.
Era un grande campo in declivio: malamente lo chiudeva un muretto di fabbrica, qua e là rovinato e diventato un monticello di sfabbricina, mangiato dall’erba che vi si abbarbicava, corroso dalla pioggia, battuto dal vento, infine una barriera miserabile che si opponeva più al passaggio degli uomini e degli animali e che forse non segnava neppure più il confine di quel campo. Nel campo l’erba cresceva a cespugli ineguali, sul terreno bizzarramente ineguale; un terreno che qui si gonfiava, altrove si abbassava, con ondulazioni come di mare in collera; fra l’erba crescevano a fasci le rose delle quattro stagioni, dopo che vi si erano appassiti i papaveri estivi, lasciando sullo stelo sottile la bacca nera e crocchiante della soporifera. Acuto profumo di erba selvaggia, di rose selvaggie: il profumo violento dei campi abbandonati, dove nessuno va, da mesi e da anni, dove la vegetazione s’inasprisce e si espande solitariamente, morendo, rinascendo, illanguidendosi di nuovo, libera, dimenticata, abbandonata, forse maledetta. Con gli occhi meravigliati Cecilia guardava, cercando bene, cercando meglio, volendo indovinare il mistero di quel campo bizzarramente mosso, come le onde del mare, circondato da un muro, ma pure abbandonato dagli uomini. Vide: vide che ogni tanto, in quattro o cinque punti del campo abbandonato, sorgeva una piccola croce di legno che era stato nero, ma che il tempo e le intemperie avevano scolorito, contorto; alle croci, ad alcune, era attaccato un cartellino giallastro, sporco, su cui eran scritte a mano, con grossi caratteri, incerti, due iniziali e una cifra, quella che il morto aveva portato da vivo, la cifra che la giustizia degli uomini gli aveva dato, in cambio del suo nome. Le croci parevan gettate alla rinfusa, così, come per il capriccio del vento o per l’oblìo degli uomini; forse, caduta una volta, trovate per terra, erano state piantate a caso, dove forse non esisteva più il corpo che dovevano coprire della loro piccola ombra sacra.
Ma Cecilia guardava ancora, come se un ignoto presentimento di dolore, di terrore le dicesse che ancora altro doveva vedere. Ebbene, aguzzando gli occhi, ella vide, vide precisamente, fra il giallore del terreno e il verde dell’erba, biancheggiare, come pezzo di avorio, qualche osso umano. Mal seppelliti, mal coperti di terra, nelle loro casse disgiunte, per il movimento naturale del terreno che germoglia, per il movimento terribile della decomposizione, quei morti uscivano di nuovo sulla terra e le bianche ossa dei morti scintillavano al sole. Il camposanto dei galeotti non aveva becchini. Accanto alla fioritura odorosa della menta selvaggia, fra le rose larghe, a petali cadenti, delle quattro stagioni, germogliavano quegli strani sterpi umani; nè pietosa vanga li ridonava alla terra, se ne vedevano qua e là, un po’ dappertutto, così prepotenti che parevano aver bucata la terra di violenza, così soverchianti che l’occhio spaurito temeva quasi vedersi disegnare e sorgere dalla terra l’intiero scheletro. Cecilia guardava, con gli occhi sbarrati, questa orrenda vegetazione dei morti, questo castigo del mondo che punisce anche dopo la morte, che non concede al cadavere dell’assassino neppure la pietà della tomba profonda, neppure la cura che si ha di qualunque altro cadavere, neppure il riposo estremo alle ossa che hanno spogliato la loro carne. Il camposanto dei galeotti non aveva neppure l’opera di un galeotto ortolano, i cadaveri erano messi giù in fretta, fra quattro assi disgiunte, e nessuno ci veniva a lavorare, a pregare: i morti venivano fuori, quasi che un ultimo, acre desiderio di libertà fosse rimasto in quelle ossa di forzati. E a Cecilia, insieme alla pietà più straziata, un’orribile visione apparve in quella solitudine, la visione di sè, di suo marito, del suo bimbo, morti, seppelliti in quel campo che parea maledetto da Dio, e dagli uomini, seppelliti senza pietà e senza cure, fra la selvaggia vegetazione, in quella terra battuta dal sole e dal vento, la visione di tre cadaveri abbandonati, che risorgevano, portando le loro ossa alla luce fra quelle dei ladri e degli assassini. E un altissimo grido di dolore, di paura le si formò nel petto, ma non uscì, strozzato: ed ella cadde giù, di piombo, lungo il muretto, col viso fra l’erba.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Quando si riscosse e aprì gli occhi, fra il gran silenzio udì solamente un fruscio. Il suo bambino era sempre disteso nella sua carrozzetta, ma aveva aperto gli occhi e sorrideva, dagli occhi e dalle labbra sorrideva a quel galeotto grande, alto, dai capelli rossi e dal volto bianco, che sdraiato per terra, gli agitava sul volto, per fargli fresco, per cacciarne le mosche, una larga foglia di vite. Come la foglia di vite passava, il fanciulletto socchiudeva gli occhi e li riapriva, facendo un risolino silenzioso. Due volte, guardando sua madre, lungo distesa, aveva detto:
– Zitto! mamma dorme.
E più piano il galeotto aveva agitato la foglia larga innanzi al volto del bambino, per non far rumore. Quel grande corpo vestito di tela rossastra, sdraiato sull’erba, pareva quello di un colosso bonario, infantile; più lontano, fra i fiori, era buttato il berretto rosso che portava il numero 417 e pareva un papavero, un grosso papavero in ritardo.
Cecilia non sentiva altro, svegliandosi, che una immensa debolezza; appoggiata sul gomito, guardava suo figlio e il galeotto, senza collera, senza paura. Rocco Traetta si era levato su, in piedi, e restava imbarazzato, rotolando la foglia di vite fra le dita. Il ricordo di ciò che aveva visto, le ritornò integralmente, ma senza farla tremare; solo un lieve brivido le passò sulla pelle.
– Andiamo, – disse, levandosi.
E con un garbo dolce indicò la carrozzetta a Rocco; egli raccolse il suo berretto, rapidamente, e si mise a spingere la carrozza, allegramente. Ella andava dietro, fiaccamente, lasciandosi andare, vinta, domata.

III.

Lentamente, parlando sottovoce fra loro, il capitano Gigli, direttore del R. Bagno penale di Nisida e il regio ispettore carcerario Colonna, se ne andavano per le vie dell’isola, in quel pomeriggio di novembre. L’ispettore stava da tre o quattro giorni a Nisida, alloggiato nella medesima casa del direttore: era un piemontese di una cinquantina d’anni, assai metodico, assai scrupoloso e che compiva quell’ufficio un po’ burocraticamente, con molta minuzia, informandosi di tutto, volendo ragionare di tutto, analizzando le più piccole cose. Tranquillo, paziente, ossequioso a una volontà che egli rispettava profondamente, il capitano Gigli non abbandonava mai l’ispettore, dandogli tutte le notizie, tutte le spiegazioni desiderate, fornendogli registri e conti, perchè la relazione su Nisida potesse essere un lavoro completo.
– In generale, mi pare che siate soddisfatto – osservò l’ispettore con quel suo accento gutturale, che ha anche la sua simpatia.
– Abbastanza, commendatore. Tutto sembra meno difficile, quando si fa con devozione.
– Restate qui volentieri, dunque?
– Finchè mi ci lasciano – mormorò lui, un po’ vagamente.
– Credo che la vostra signora non ci stia egualmente bene – osservò il Colonna.
– È vero, poverina – rispose Gigli, con una tenerezza di voce – è un po’ gracile di salute, un po’ fantastica e l’ambiente, capite, sul principio, le era insopportabile.
– Adesso si è abituata?
– Un poco, mi pare. Certo mi è impossibile modificare un carattere naturalmente malinconico; ora mi sembra più triste, ma si è rassegnata, poveretta. È un cuore pieno di bontà.
– Bisognerebbe forse mandarla a Napoli – soggiunse l’ispettore, senza rispondere a quelle parole che rivelavano una emozione.
– I miei mezzi non lo permettono – disse brevemente il capitano Gigli. Tacquero. Erano giunti a una piazzetta dove stava sorgendo un nuovo edificio, fabbricato dai galeotti stessi. Essi andavano, venivano portando secchi di calce, curvandosi sotto le pietre, salendo vivamente le scale.
– Lavorano volontieri? – disse il Colonna.
– Non tutti. Ne ho una cinquantina, i più indomiti, i più pericolosi, a cui mi è stato impossibile di far lavorare.
– Avete adoperati i mezzi coercitivi?
– Li ho adoperati: li hanno inaspriti, ma non domati.
– Quali saranno le cause? Le potete immaginare?
– Sono quei condannati che hanno sempre fatto una vita da vagabondi, vivendo di furti, di rapine. Per loro il lavoro è una cosa insopportabile. Ne chiamerò uno.
E volgendosi a un galeotto, seduto sopra un sasso, che sbocconcellava un tozzo di pane, lo chiamò.
– Calamà?
Quello non si voltò neppure; neppure alla seconda chiamata. Gigli represse un piccolo moto d’impazienza:
– Ingannalamorte?
Allora il galeotto si levò. Era piccolo e grosso, con un ventre prominente e le gambe ignobilmente corte: aveva una grossa testa dal naso camuso, dai capelli simili a una criniera di spazzola, piantati diritti sulla fronte, e gli occhi biancastri. Teneva il berretto sul capo e continuava a mangiare, per nulla intimidito dalla presenza di Gigli e di Colonna.
– Come vi chiamate! – domandò severamente l’ispettore.
– Ingannalamorte – disse con voce rauca, il galeotto.
– Non avete un altro nome?
– Quello non conta – fece l’altro con disprezzo.
– Perchè non volete lavorare?
– Ingannalamorte non ha mai lavorato.
– Però la legge vi ha condannato ai lavori forzati.
– La legge può farmi stare qua dentro, non ci è che fare… Ma deve finire, Cristo?
– Non bestemmiate. Avete l’obbligo di lavorare.
– Stare qui, bè, non vi è da fare; portare la catena anche, questo è l’orologio che ci regala Vittorio. Ma faticare, perdio, no, mai
Queste parole erano dette con un tetra energia.
– Potrebbe essere un buon titolo, per voi, il lavorare – disse l’ispettore Colonna.
– Che titolo! Sempre venti anni ho da fare. Ma chi sa se li faccio… – soggiunse, in aria di sfida.
– Come?
– Oh, tante cose possono succedere. Posso morire; e posso pure scappare..
– Da Nisida non si scappa – gli disse assai dolcemente, ma con fermezza, il capitano Gigli.
– Si scappa, si scappa – disse trionfalmente il galeotto o si muore. Ma uno, vedete, eccellenza, è scappato.
L’ispettore interrogò con lo sguardo il direttore: costui disse di sì con gli occhi.
– Uno solo, è vero – continuò il fiero galeotto – ma dove uno è passato, passa l’altro. Tutto sta a non essere una carogna, come sono tutti qua dentro, a fare il gran salto. E poi.., e poi… ci deve star sempre questa legge, ci deve star sempre questo governo?
– Basta – gli disse l’ispettore severamente.
– Prenderò nota della vostra insubordinazione.
Quello si strinse nelle spalle e si allontanò.
– Indomabile, indomabile disse Gigli. – Ne ho cinquanta, almeno, così.
– Non si sono mai rivoltati?
– Una volta.
– Una soltanto?
– Si credono tutti grandi uomini, sprezzatori della legge e della condanna: e fra loro ognuno vuole avere il primato, tanto che si mettono difficilmente di accordo. Ciò mi dà un’arma contro di essi.
– Pure si sono rivoltati?
– Sì.
– Fu subito domata la ribellione?
– Non subito.
– Si ebbero delle conseguenze?
– Fui ferito da un colpo di pietra, alla testa.
– Scendeste fra i rivoltosi!
– Sì – disse semplicemente il capitano.
– Come cedettero?
– Parlai loro, li lasciai parlare. Volevano vedere le loro famiglie più spesso, una volta al mese, invece di ogni due mesi. Era una domanda giusta, l’accordai.
– Faceste bene. E vengono spesso, queste famiglie?
– Poche e rare. Ci sono colpevoli appartenenti alle provincie lontane che non ricevono mai una visita: altri di Napoli, vedono i loro ogni sei mesi. Altri… sono stati micidiali proprio in famiglia, e nessuno viene, capite. Vi è qui Rocco Traetta, detto Sciurillo, che ha ucciso suo padre; un galeotto tranquillo, giovine, che scrive continuamente a sua madre supplicandola di venirlo a trovare. Passano per le mie mani, le lettere. Sono talvolta strazianti.
– Ed è venuta, la madre?
– No, mai. Non ha neanche risposto alle lettere del parricida.
– Era naturale, – disse il rigido piemontese.
– Chissà, – disse Gigli, pensando. – Le madri sono così bizzarre e talvolta mostruose, nel loro amor materno. Ho creduto anche io, un poco, che sarebbe venuta. Suo figlio lo crede ancora: suppone che le sue lettere si siano smarrite, o che la madre abbia da lavorare e non possa venire; o che non abbia denari da venire a Nisida: o che sia lì lì per venire.
– Le dice a voi, queste cose, il Traetta?
– Al mio bimbo, – rispose Gigli, sorridendo.
– Al bimbo?
– Si. Traetta gli è sempre attorno, con la fedeltà e l’amore che hanno per i bimbi i grossi cani.
– E lo lasciate con lui?
– Sì. Credo che valga sempre meglio trattarli da uomini e da cristiani. Chi può far male ad una creaturina innocente? Anche il bimbo diventa più umano. È una maniera di dargli coraggio.
– Avete delle idee strane – osservò l’ispettore con un sorriso d’incredulità.
Erano giunti a una porta del grande edificio del Bagno. Dovevano visitare l’infermeria che era all’ultimo piano. Mentre salivano, incontrarono ancora dei galeotti, tenendo dei bicchieri e dei piatti.
– Li adibisco al servizio degl’infermi del piccolo ospedale.
– Credete che sia bene?
– Fra loro s’intendono meglio. La presenza dei carcerieri, continua, esaspera i più tranquilli. Agli ammalati, la evito.
– Spesso avrete dei falsi ammalati.
– Spesso. Ma è un inganno facile a sventare.
L’ospedale dei galeotti era formato da un solo stanzone grande, con quattro finestroni aperti sul mare; il pavimento era di terra battuta nera nera; le mura erano imbiancate semplicemente alla calce: ma i letti erano migliori di quelli dove dormivano i sani: non era il solito sacco a righe azzurre e bianche, gonfio di crocchianti foglie di granoturco, ma un materasso sottile di lana e delle lenzuola meno grossolane. Otto o nove galeotti erano ammalati, immobili e silenziosi nei loro letto, pallidi, guardanti il mare che si vedeva da tutte le finestre con certi occhi sognanti. Uno di essi, scarno, giallastro, chiamò il direttore con voce fioca.
– Direttore, direttore, perchè non mi fate fare la carità di un pezzo di carne? Non ne mangio da tanto da tanto tempo!
– L’avrai se il medico l’ha prescritta.
– Fatemi un’altra carità, fatemi piazzare di contro al mare, perchè io possa vederlo; qui gli volto le spalle e mi sento un’oppressione, un’oppressione!
Si lamentava con una piccola voce sottile, gemendo, sospirando, ripetendo le preghiere, ripetendo le parole, dimenando la testa smagrita. Gli altri ammalati che tacevano, lo guardavano con certi occhi meravigliati e infastiditi. L’ispettore, taciturno, girava intorno ai letti, guardando tutto, mentre ancora il galeotto piagnucoloso cercava qualche cosa, con insistenza.
– Ah, non poter neppure fumare la pipa, per digerire quelle quattro fave che ci danno, neppure fare una pipata, con questa bell’aria di mare!
– Non hai tabacco? – gli domandò, con grande pazienza, il capitano Gigli.
– E chi me lo dà? chi me lo vuoi dare, a me poveretto? Se avessi anche la buon’anìma di mia moglie, quella ci penserebbe a mandarmi qualche soldo…
– Se ti porti bene, se non ti lamenti sempre come fai, dalla mattina alla sera, quando stai bene e quando stai male, io ti pagherò del tabacco.
– E non ho ragione di lamentarmi, eh, direttore? – continuò a gemere il galeotto – voi siete buono, non c’è che dire, ma vi pare vita da cristiano questa? e questa catena che non ci possiamo mai levare, mai, anche quando il Signore ci castiga, facendoci stare ammalati: oh questa catena, questa catena, venisse un angelo e me la levasse!
Gemeva sempre: ma come ebbe nominata la catena, un profondo sospiro uscì da tutti quei petti, che avevano sulle loro carni il freddo contatto di quel ferro.
– È fastidiosissimo – disse il capitano Gigli, – ma è sempre ammalato, gli fo qualche concessione per questo.
– Gli è morta la moglie mentre era qui? – domandò l’ispettore, mentre scendevano le scale per andarsene.
– L’ha uccisa lui. Era un venditore di neve di Caserta; lo chiamavano Ciccio il nevaiuolo. Costoro, per spezzare il masso di neve, adoperano una larga e tagliente ascia, con cui battono a colpi ripetuti. Con quell’ascia ha quasi tagliato il capo a sua moglie.
– Per gelosia?
– Sì, di un caporale. Lo arrestarono subito, seppe dopo che era morta, piangeva come un bambino. Anche qui piange talvolta, e grida che avrebbe fatto meglio a perdonarle, che le perdona, che la vorrebbe risuscitare e stare sempre insieme.
– Deve essere noiosissimo – osservò l’ispettore, riprendendo la via per tornare agli uffici di direzione.
Tacevano, camminando piano. Una gran dolcezza crepuscolare era intorno e il giorno bigiastro di novembre si attenuava nella sua ultima ora.
– Quanti finestroni sul mare! – disse come fra sè l’ispettore Colonna – e tutta l’isola istessa pare così facile all’arrivo e così facile alla partenza. Com’è che questi galeotti non pensano alla fuga?
– Ci pensano tutti – disse sottovoce il capitano Gigli. – I più tranquilli, i più laboriosi, i più indifferenti, i più distratti, i più ipocriti, ci pensano continuamente. Capite, pare loro di essere liberi, poichè li faccio andare e venire, poichè circolano dappertutto. Ne trovate sempre di costoro che s’incantano a guardare il mare, e io indovino dal loro assorbimento, dalla concentrazione delle ciglia, che calcolano mentalmente la distanza, la profondità dell’acqua, quanto vi è da qui ai Bagnoli, quanto vi è da qui a Procida.
– Eppure sembra poco custodita l’isola.
– Sembra – rispose sorridendo il direttore – ma venite a guardare l’altezza.
E guidandolo lo condusse, dopo aver attraversato due strade, sino al ciglione. L’altezza faceva venire le vertigini, il mare, sotto, pareva un abisso.
– Così intorno, intorno – disse – e a ogni cento passi di notte e di giorno, vi è una sentinella. Di notte, le sentinelle crescono. Ogni quarto d’ora fanno il richiamo. L’evasione sembra la cosa più facile a questi disgraziati, sino a che arrivano al ciglione, donde debbono buttarsi in mare. Hanno troppa paura del salto. Una volta ne hanno trovato uno svenuto fra l’erba.
– Pure sono state tentate delle evasioni.
– Certo. Otto o dieci, delle quali almeno la metà sorprese dalle sentinelle prima che giungessero a buttarsi giù; e le altre quattro, consumate fino all’ultimo, ne ebbero una sola di riescita.
– Non lo riprendeste?
– No, era un marinaio di Napoli, di Santa Lucia, di quelli che vanno da bimbi in fondo al mare, a raccogliere la monetina da un soldo. Sono palombari dall’infanzia, li chiamano sommozzatori. Non lo riprendemmo mai. Deve esser espatriato, su qualche nave mercantile, all’estero.
– E gli altri tre?
– Sono morti tutti tre. Mi diceva una sentinella che il grido udito, mentre uno di essi andava giù, fu così straziante, che intese subito esser morto colui che evadeva. Difatti li abbiamo sempre ritrovati, il giorno seguente, sugli scogli, morti.
– Ciò sarà stato di esempio salutare agli altri.
– Abbiamo riportato i corpi sfracellati: ciò ha fatto un gran terrore. Ma che importa, sognano sempre l’evasione! Quello con cui combattono è appunto la paura della morte. Hanno orrore di morir qui, tutti nella galera. Bisogna dire che il nostro cimitero fa spavento. Malgrado tutti i miei sforzi, non ho trovato nè un galeotto, nè un soldato che volesse assumersi la custodia del piccolo camposanto. È caduto in parte il muretto, non uno dei galeotti muratori ha voluto riattarlo. Li ho puniti: inutilmente Anche ai soldati fa ribrezzo. Già sono malinconici di questa vita di carcerieri che fanno qui: non voglio obbligarli a più tristi bisogne. Vorrei essere autorizzato, dai miei superiori, a far la spesa d’un custode, un qualunque cittadino. Ma non ho mai avuto risposta alle mie lettere, su tale rapporto. Vi assicuro, signor ispettore, che il solo vedere quest’orribile camposanto, fa passare, per poco, le velleità dell’evasione ai galeotti. Voi dovreste interessarvene, nella relazione.
– Vedrò, vedrò – rispose il Colonna vagamente.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sulla terrazzina della casa, donde, fra due edificii dirimpetto, si vedeva un angolo di mare, avevano distesa una provvida tenda di tela, per ripararla dal sole e dalla umidità. Quando il piccolo Mario era preso da quella grande indolenza che veniva dalla sua debolezza, nelle ore in cui rifiutava tutto e non voleva nè giuocare, nè passeggiare, nè dormire, nè andare in carrozzetta, e s’incantava nella contemplazione malinconica, taciturna, di cose che neanche la madre indovinava, allora lo portavano, con la poltroncina, coi giocattoli, coi libri delle immagini, sulla terrazzina dove fiorivano, nei vasi, i garofani screziati, le viole del pensiero, i geranii rossi fiammanti, la maggiorana odorosa e l’odoroso basilico. Potevano anche lasciarlo solo, il bimbo, sulla terrazzina, per ore intiere, egli non chiamava nessuno. Restava tranquillo, sfogliando ogni tanto, con le mani candide, quasi trasparenti, il suo libro d’immagini, guardando il mare, muto, immobile. La pallida madre, allora, fissava con gli inquieti occhi il mesto bambino e talvolta, presa da una strana paura, si veniva a inginocchiare innanzi alla sua poltroncina, lo circondava con le sue amorose braccia materne, lo interrogava ansiosamente:
– Che hai?
– Niente, mamma.
– Ti senti male?
– No, mamma.
– Proprio, non ti senti male?
– No, mamma – rispondeva il piccolo figlio, sorridendo con una pazienza angelica, rassomigliando a un ragazzo grande, saggio e affettuoso.
– Sei contento, Mario?
– Contento.
– Vorresti andare a Napoli, nevvero?
– Sì, mamma.
– Oh figlio mio, figlio mio – diceva ella baciandolo desolata.
– Ma anche qui è bello, anche qui è bello – ripeteva il bimbo abbracciando sua madre, poggiandole la guancia sulla spalla.
– Povero figlio, povero figlio – mormorava ella, come se una immensa pietà di quel bimbo le struggesse l’anima.
– È bello, è bello, qui – diceva lui macchinalmente come un buon piccolo fanciullo ragionevole, che non vuol dare dispiacere a nessuno.
Ma la madre non si convinceva, no. Ogni volta che vedeva suo figlio pallido, silenzioso, un dolore acuto la invadeva e pensava sempre:
– È questa galera, è questa galera!
Ah niente, niente poteva difenderla contro quest’orribile pensiero. Per sempre la sua gioventù, la sua gaiezza, le sue illusioni oramai sfiorate, disperse: non avrebbe mai goduto più un’ora d’inebbriante felicità, l’ora semplice e grande che è concessa ai più umili destini, l’ora della giovinezza vibrante. Ma di sè, oramai che le importava? Il suo strazio era per quel piccolo figlio, fiore delicato, nato nell’ambiente di una galera, cresciuto fra quella immane perpetua tragedia di centinaia d’uomini incatenati, povero fiore per sempre deturpato dalla immonda compagnia. Certo, il bimbo indovinava, sapeva di trovarsi fra i ladri e gli omicidi; e la sua malinconia, così triste in un bimbo, lo sfiorimento della sua salute avevano questa causa.
È la galera, è la galera – pensava fra sè la madre.
Pure, poichè suo marito lo voleva, poichè il bimbo stesso, in quel momento, ci si divertiva, essa lasciava che Rocco Traetta spingesse la carrozzella, che tenesse compagnia al bimbo sulla terrazzina, che cercasse di accomodargli i giocattoli spezzati. Silenzioso, umile, Rocco Traetta scivolava per la casa, tenendo stretta la catena alla gamba per non farla stridere, facendosi piccolo, evitando la presenza di Cecilia di cui sentiva il ribrezzo, andando sempre dietro al piccolino, come un’ombra, guardandolo negli occhi così fissamente e teneramente, che pareva, il suo, lo sguardo di una donna, di una madre. Ogni giorno, venendo alla casa del direttore, si fermava sulla porta, senza entrare, senza bussare, aspettando, come un cane a cui si deve buttare un osso e che non osa cercarlo e fida sulla memore pietà degli uomini. Talvolta passava Grazietta e gli diceva:
– Entrate.
Talvolta, nessuno passava ed egli stava un’ora là, fermo, come una statua. Ben felice se Cecilia, affacciandosi al balcone, vedendolo lì, sapendo che ci stava da un pezzo, come in orazione, gli diceva, superando il naturale disgusto:
– Salite pure.
La commoveva l’implorante sguardo di quel giovanotto forte, che chiedeva mutamente, come una grazia, di vedere il piccolo figlio, di potergli stare vicino. Quando aveva sentito quella parola, il galeotto arrossiva di gioia, saliva prestamente senza rumore, le passava accanto col berretto in mano, chinando gli occhi, trovava subito il bimbo, lo levava su, in aria, mentre quello ridacchiava.
Passavano le ore fuori quella terrazza. Il galeotto sedeva per terra, la catena giaceva accanto a lui: e una bizzarra conversazione si stabiliva fra Mario e Rocco Traetta, interpolata da lunghi silenzii:
– Chi te lo ha fatto questo vestito, Sciurillo?
– Il governo.
– E pure questa coppola? (berretto).
– Sissignore.
– È buono il governo – diceva il ragazzo.
Il galeotto lo guardava, tacendo. Se il ragazzo avesse detto, in un’ora del meriggio, che era notte, egli avrebbe mormorato: sì, è scuro. Poi dopo un intervallo, il bambino incominciava:
– Che ti hanno dato da mangiare, Sciurillo?
– Fave nel brodo, signorì.
– E per secondo piatto?
– Pure fave nel brodo.
– E per frutta?
– Le fave – diceva ridendo il galeotto.
Ora ridevano ambedue. Il ragazzo a un tratto divenne pensoso:
– Io ho mangiato i maccheroni, Sciurillo – diceva riflettendo.
– Salute a voi! – dicea ridendo Sciurillo
– Ti piacciono a te, i maccheroni?
– Sissignore
– Un’altra volta ne mangerò meno, te ne conserverò un piattino.
– Non importa, signorì – diceva il galeotto intenerito.
– Sì, si, tu li mangerai – gridava il ragazzo un po’ arrabbiato.
– Sissignore, sissignore, non vi prendete collera – rispondeva subito Rocco Traetta, spaventato.
Il bambino, annoiato, sfogliava il suo libro d’immagini.
– Leggi qua sotto – diceva a Sciurillo, indicandogli una leggenda sotto una figurella.
– Non sai leggere? Oh quanto sei scemo!
– Se sapessi leggere, non starei qua – disse, dopo aver pensato, malinconicamente, Rocco Traetta.
– Tu stai qua, perchè sei un birbante, – disse ridendo il bimbo.
– Sissignore – mormorò il galeotto – ma chi sa leggere, non va in galera.
– Tu sei un birbante e ti hanno messo in galera – insistette, arrabbiato, il ragazzo.
– Sissignore, sissignore, – mormorò umilmente Sciurillo.
Tacevano. Il fanciullo guardava i garofani screziati che fiorivano ancora, malgrado il novembre, tanto era soleggiato il terrazzino. Uno strato di polvere copriva tutte le piante.
– Debbo innaffiare? – domandò il galeotto indovinando il pensiero del ragazzo e levandosi su.
– Sì: ma non buttare molt’acqua, Sciurillo.
Il galeotto, sempre con quel suo fare silenzioso, scivolò nell’appartamento e andò in cucina a riempire l’innaffiatoio.
– Ci sono le casseruole di rame da strofinare – disse Grazietta che volentieri si scaricava della fatica sul galeotto.
– A un altro poco: ora il signorino vuole che innaffi le piante – disse pazientemente Sciurillo.
Fuori il terrazzino, con molta delicatezza egli faceva piovere l’acqua sulla terra un po’ bruciata dei vasi; il bimbo seguiva con molta attenzione l’operazione.
– Innaffia anche un poco le foglie, Sciurillo.
– Sissignore.
Era rimasta un po’ d’acqua nell’innaffiatoio. Sciurillo la buttò sulla terra del terrazzino in giro, per rinfrescarla.
– Dammi un garofano, Sciurillo.
Il galeotto spiccò delicatamente un garofano e lo diede a Mario.
– Questo lo voglio dare a mamma – disse pensando il ragazzo.
– Sissignore.
– Vaglielo a portare tu.
Il galeotto guardò il bimbo, con una cera spaurita.
– Va – comandò il ragazzo.
– Signorino… – disse lui, esitando – perchè non glielo date voi?…
– Perchè?
– Sarà meglio, sentite, signorino che glielo date voi, questo garofano. Da voi le fa piacere, signorino.
Gli tremava talmente la voce che anche il bimbo comprese la sua emozione. Mario lo guardava, fisamente.
– La madre vostra non ci può soffrire – disse il galeotto perchè siamo tanti birbanti. Ha ragione – soggiunse umilissimamente.
– Ha ragione – replicò il bimbo.
E levandosi su sulle gambucce un po’ deboli, tanto erano sottili, rientrò nella casa, gridando:
– Mamma, mamma!
Si udì come un grande schiocco di baci e come fra sè il galeotto sorrise. Ora levava le foglie secche alle piante, e pensava che Grazietta gli aveva detto di strofinare il rame, in cucina. Ma il bimbo riapparve sulla porta del terrazzino, venne di nuovo a buttarsi, con ciera stanca, sulla sua poltroncina, sfogliando il suo libro d’immagini, con mani lente, con gli occhi vagamente fissi di chi non vede. Poi, dalle ginocchia, il libro gli cadde per terra: il galeotto accorse a raccoglierlo.
– Non lo voglio – disse il bimbo, disgustato.
– Che volete, signorino?
– Niente, niente – fece il bimbo, crollando il capo.
– Volete che vi racconti una storia?
– No, sono brutte.
– Volete che vi canti una canzone?
– … sì canta – fece il bimbo sorridendo.
E il galeotto cominciò allegramente:

Si iesco da ccà dinto carcerato
Voglio fa venì nu serra-serra,
Voglio fa nchiude tutto lu Mercato,
Voglio mette a revuoto mare e terra.

Cantava sottovoce, ma allegramente, la minacciosa canzone del carcerato, che vuol mettere a fuoco e fiamme, quando è uscito di carcere.
– Questa è troppo allegra. Cantane un’altra – disse languidamente il bambino.
E il galeotto, piano piano ricominciò a cantare una vecchia canzone triste, che sapeva fin da Napoli, dal carcere di San Francesco dove aveva aspettato due anni la sua condanna. Canzone triste, lunga, sopra un metro bizzarro, con rime fantastiche:

A San Francisco
Già ssona la sveglia,
Chi dorme e chi veglia,
Chi fa nfamità!

Sottovoce cantava, tenendosi i ginocchi con le mani, crollando il capo col berretto rosso. Il bimbo ascoltava, socchiudendo gli occhi.

E a San Francisco
Ce stanno e’ccancelle,
E’ninne chiù belle
Llà stanno a penà.
Ma vì che m’ha fatto
Stu rillicato e’Ppuorto
Me vo’ vedè muorto.
. . . . . . . . .

Il bimbo aveva due o tre volte chinato il capo alla bizzarra lentissima cantilena. E il galeotto riprese la strofa, quella che invoca la liberazione:

Ma se mme passa
Sta scjorta de tossa
La coppola rossa
I’ voglio abbruscià

Il bimbo dormiva. Il galeotto canticchiava ancora la triste canzone del carcere, per cullarne il sonno innocente.

IV.

Tutta la notte il capitano Gigli era stato molto agitato. La moglie, che aveva il sonno lievissimo e che non poteva mai riposare profondamente per quella voce delle sentinelle, che si chiamavano ogni quarto d’ora, aveva inteso subito che il marito si voltava e si rivoltava nel letto, che, talvolta, sospirava profondamente come un uomo oppresso.
– Ti senti male? – gli aveva chiesto due o tre volte, schiudendo gli occhi nell’ombra.
– No, no – aveva detto lui con premura. – Dormi tranquilla, sto bene; non ho sonno.
Ella aveva piegato il capo, ubbidiente, cercando di riaddormentarsi in quel leggero riposo dei suoi nervi scossi: ma così, fra veglia e sonno, ella aveva sempre udito che il marito era agitato. Il capitano Gigli, al mattino, si era alzato prestissimo, appena spuntata l’alba, e alla moglie che lo guardava con gli occhi spalancati, meravigliata, egli aveva detto:
– Dormi, dormi, poverina: io vado a fare una passeggiata, una lunga passeggiata.
All’ora di pranzo era tornato un po’ pallido, silenzioso, nervoso. Andava su e giù, si accostava alla finestra, guardava nella via che saliva a Nisida dalla riva, guardava alla spiaggia dei Bagnoli, se qualche barca si staccasse dalla riva. Poi si mise a pranzare, distratto, taciturno. A un certo punto, domandò:
– Ne abbiamo sei di novembre, è vero?
– Sei di novembre – rispose la moglie.
– Perchè, papà, perchè? – chiese il bimbo, che domandava sempre, ostinatamente, con la insistenza di curiosità dei ragazzi, che è la loro intelligenza.
– Te lo dirò più tardi, piccolo figlio – disse il padre rientrando nel silenzio.
Dopo pranzo, verso le tre pomeridiane, si fece portare tutti i giornali dei giorni scorsi, li rilesse febbrilmente. Ma improvvisamente la sua agitazione si calmò: un fattorino del telegrafo, proveniente da Napoli, era entrato e aveva consegnato a Gigli un telegramma. Le mani di Gigli tremavano, aprendo il dispaccio, tanto che la signora Gigli, tremante di una ignota emozione anch’essa, stentò a firmare la ricevuta.
– Ci è l’espresso e la barca – disse il fattorino.
– Quanto è? – chiese la signora.
– Due lire e settanta.
Ella numerava i denari, sogguardando il marito: il capitano Gigli era pallido come un morto, teneva gli occhi fissi sul telegramma, malgrado che non leggesse più, pareva impietrito.
– Ecco lo due lire e settanta – disse la signora.
– Dagli cinque lire, Cecilia, e dagli da bere un bicchier di vino, a questo giovanotto, disse il capitano Gigli, con voce così tramutata che fece fremere sua moglie. – Egli ha portato una buona notizia, una buonissima notizia.
La signora diede il denaro, poi suonò il campanello per chiamar Grazietta; la serva condusse il fattorino a bere in cucina. Attaccato alle ginocchia del padre, il bimbo diceva:
– Papà, dammi il telegramma, il telegramma.
– Ora, ora – disse il padre dolcissimamente.
E siccome erano soli marito, moglie e figliuolo, il capitano Gigli si avanzò verso Cecilia, gravemente, le prese una mano e le disse, con lentezza:
– Cecilia, questo telegramma porta una grande notizia, una grandissima notizia: stamane Vittorio Emanuele è entrato a Venezia. Venezia è nostra, Venezia è italiana.
Tacque. Era un soldato: ma la pelle bruna che si era oscurata e indurita al sole e alle intemperie, era coperta da un mortale pallore e i fieri occhi che avevano contemplato allegramente i campi di battaglia, erano velati di lagrime. La moglie ammirando quel cuore, quel coraggio, quella nobilissima emozione, non gli diceva nulla, pallida anche essa.
– Venezia è italiana – disse, di nuovo, il capitano Gigli.
– Venezia è italiana – ripetette una vocina sottile di piccolino.
Il padre levò su, nelle braccia, il ragazzo e lo baciò freneticamente.
– Venezia è italiana, Venezia è italiana – strideva il piccolo figlio, ridendo, baciando il padre, dibattendosi come convulso di gioia.
– Benedetto figlio, benedetto figlio – diceva il padre, stringendo nervosamente fra le braccia il ragazzo.
La madre contemplava questa scena, sorridendo. Ella provava un minuto di purissima gioia, sentendo che palpito agitava il cuore di quel soldato, di quell’italiano. Da quel momento il capitano Gigli non ebbe più pace: andava, veniva per la casa, dando ordini a Grazietta, pregava la moglie di far la tal cosa, la tal altra, ripeteva, distrattamente, tre o quattro volte la stessa frase, alzava su nelle braccia il bimbo che ogni volta si metteva a strillare con la sua vocina allegramente:
– Venezia è italiana.
Il capitano Gigli scese in ufficio e per un paio di ore vi fu un viavai, un andirivieni di gente che ricevevano ordini, che partivano correndo, che correndo tornavano indietro. Due barche andarono e vennero, varie volte; da Nisida alla spiaggia dei Bagnoli e viceversa. Nell’isola si propagò un gran movimento.
Dappertutto, nell’isola, i lavori dei galeotti parevano abbandonati; la forgia non faceva più udire il suo martellare continuo le fabbriche erano restate deserte e dappertutto si formavano dei capannelli di galeotti e di soldati. In un momento che il capitano Gigli rientrava nella sua stanza di direzione, il suo bimbo comparve sul balcone e gli gridò, ridendo, agitando il fazzoletto:
– Venezia è italiana.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alle quattro un rullo di tamburo si era udito per tutta l’isola, e dal quartiere, dalle case, dagli stanzoni di ordinanza, dalla così detta fureria, soldati e ufficiali si erano tutti portati sulla larga piazza, innanzi alla casa del direttore. Soldati e ufficiali erano in tenuta di gala, come nel giorno dello Statuto: e ne arrivavano sempre alla spicciolata, che avevano perduto tempo, i soldati, a lustrare la fibbia del centurino, a rimettere i bottoni alle ghette. Un gran chiacchierio vivace si udiva dappertutto. Poi lentamente, a squadre, due per due, arrivarono i galeotti condotti dai capi-squadra e dai carcerieri. Come arrivavano, sulla grande piazza, si andavano disponendo a scaglioni, regolarmente: e man mano, sospinti un po’ innanzi, i soldati formarono un quadrato, innanzi alla casa del direttore, tenendo in mezzo gli ufficiali. Dietro i soldati, si distendevano le lunghe file dei galeotti, dai berretti rossi e dai berretti verdi, dalle facce scialbe, dalle facce colorite da un sangue viziato che neanche l’esistenza della galera e la vita all’aria aperta arrivava a castigare. I galeotti parlavano sottovoce, fra loro, ma animatamente e lo scricchiolio delle catene si elevava nell’aria, sottile ma acuto, quello scricchiolio ferreo che è il rumore caratteristico del bagno penale. A un tratto, fra i soldati e i galeotti un grandissimo silenzio si fece e il quadrato dei soldati, spinto dai galeotti impazienti che volevano avvicinarsi per veder meglio, per udir meglio, si restrinse un poco.
Era comparso il capitano Gigli, vestito in uniforme, il che gli dava un’aria più forte, più robusta, più severa. Sul petto portava tre medaglie: una al valor civile, l’altra al valor militare, la terza era la medaglia commemorativa della campagna 1859-60. Il capitano Gigli teneva in mano un telegramma e coll’altra conduceva il suo bimbo, il suo piccolo figlio, vestito di bianco, coi capelli ricciuti che gli uscivano dal berretto di lana bianca. Quando il bimbo aveva visto il padre in uniforme, gli si era attaccato alle ginocchia, strillando, perchè voleva andare a forza con lui, e il buon padre, in quell’ora di contentezza, di tenerezza, non gli aveva detto di no: la madre aveva dovuto vestirlo in fretta e in furia, col suo bel vestito bianco che dava un’aria festevole al volto gentile, col berretto bianco di cui il fanciulletto era tanto fiero. Il fanciulletto si era trionfalmente attaccato alla mano del padre, e ogni tanto lo guardava, con certi occhi lucenti di amore, orgoglioso di essere condotto per mano, così vestito, come se fosse un piccolo uomo. La madre le cui mani tremavano, mentre lo vestivano rapidamente, tanto quell’ora solenne la turbava, prima di vederlo uscire, attaccato alla mano del padre, gli aveva dato un bacio in fronte, fra i ricciolini castani, un bacio che pareva un pensiero dato dalla madre alla mente del figlio. Poi, mentre il marito e il figlio discendevano dalla scala nella piazza, ella schiuse le persiane del balcone e vi si nascose dietro, per vedere lo spettacolo non vista. Ebbe come una scossa, quasi traendosi indietro, per un senso di sgomento.
La vasta piazza, la maggiore di Nisida, era piena, e la gente traboccava sino sugli spalti verso i Bagnoli.
Nel mezzo, il quadrato dei soldati si era ristretto sempre più e formava una striscia azzurro-scuriccia, dai cappotti dei soldati; poi, attorno attorno vi era la gran popolazione dei galeotti, la gran folla dai vestiti di grossa tela, in tutte le gradazioni del rosso mattone, più forte, più cupo, più sbiadito; e ancora, tutti gl’impiegati dell’isola, tutti i fornitori della galera, tutti quelli che vivevano nel bagno penale e pel bagno penale, e in un cantuccio, cercando d’isolarsi da quella folla bizzarra, un gruppo di donne, le mogli degli ufficiali, dei fornitori. E mentre dalla piazza si elevava l’indistinto brusìo delle grandi folle riunite, si indovinava, si sentiva che il resto dell’isola, tutto quanto, città e campagna, case e carceri, strade e piazzette, era deserto, senza un’anima; si sentiva che la concentrazione della vita di Nisida era in quella piazza e che tutto il resto era un gran paese abbandonato.
Alla comparsa del capitano Gigli fu un silenzio universale: il quadrato si allargò un pochino ed egli vi entrò, sempre tenendo per mano il suo bambino; e vi restò, isolato, guardando in faccia tutta la folla, mentre gli ufficiali, i soldati, i galeotti, tutti quanti, galantuomini e colpevoli, facce oneste e facce criminose, tutte erano volte verso di lui, come improvvisamente sbiancate, nell’attesa di una grande cosa. Egli fece un cenno; il portabandiera uscì dalla fila e si venne a mettere alla sua sinistra; la bandiera italiana fu spiegata e un po’ sollevata. Il capitano Gigli, prima di parlare, si volse ad essa e la salutò, portando la mano al berretto; i galeotti, dai berretti verdi e dai berretti rossi, si scoprirono il capo: e restarono così, a capo scoperto, vecchi e giovani innanzi alla bandiera italiana che una lieve brezza sollevava. E per ultimo, il bimbo, lentamente, guardando negli occhi suo padre, si levò il berretto bianco di lana, restando a capo scoperto in mezzo al quadrato. Un grande soffio di emozione era passato su tutta quella gente e il volto del capitano Gigli divenne pallido, mentre schiudeva le labbra per parlare. Tutti lo guardavano, tutti.
Dal suo balcone, vedendo che suo marito cominciava a parlare, Cecilia si ritrasse un momento. Quella gran folla di gente che guardava con tanta insistenza il capitano, quella profonda siepe di galeotti a capo scoperto che premeva e incalzava il picciolo quadrato dei soldati, e più si stringeva, si stringeva, e il bambinetto in mezzo a essi che metteva una breve macchia candida, tutto questo la fece rabbrividire. Ma più di tutto il grandissimo silenzio, il profondissimo silenzio.
– Ufficiali e soldati, – cominciò a dire con voce forte, ma leggermente velata, il capitano Gigli – oggi, all’isola di Nisida, come in ogni città d’Italia, è arrivata una grande notizia. Il nostro re, il nostro generale, il capo del nostro esercito, Vittorio Emanuele, oggi è entrato in Venezia. Venezia è nostra.
Al tremore della sua voce sonora, alla sua emozione, un grande grido rispose, uscito dalle bocche dei soldati e degli ufficiali; era una sola parola che si ripeteva, distinta, precisa, fra altre confuse, una parola che ritornava sempre:
– Venezia, Venezia!
– Abbiamo ragione di essere commossi, tutti, – riprese il capitano Gigli, come il rumore si fu chetato, poichè il grande sogno della unità italiana, per cui migliaia di uomini dettero il loro cuore e la loro intelligenza, per cui migliaia di uomini misero la vita sul campo di battaglia, per cui tutti noi la daremmo ancora, tutti, tutti, i superstiti e i nuovi, i vecchi e i giovani, poichè questo grande sogno dell’unità, ecco, si va avverando, con una nuova e più forte realtà! Oh, Venezia, Venezia! Eravate il dolore della patria che vi piangeva, non morta, ma rubata, eravate il suo cruccio, voi bella, voi grande, voi gloriosa, voi miracolo dell’arte e della fortezza italiana, nelle mani del nemico! Nessuno vi poteva nominare senza piangere nell’anima, tutti i cuori volavano a voi, e le nostre donne portavano sul petto le collane di perle nere che si chiamano lacrime di Venezia! E oggi nessuno pensa a voi, senza fremere di tenerezza, nessuno dice il vostro nome, Venezia, senza sentirsi profondamente felice di esser soldato, di esser italiano!
Un grandissimo mormorio di approvazioni corse fra gli ufficiali e i soldati. La bandiera si agitò nelle mani del portabandiera. I galeotti guardavano, a capo scoperto, taciturni, pensosi, come se aspettassero.
– Io credo, – riprese a dire il capitano Gigli, più lentamente, – che voi tutti, impiegati civili, funzionarii, voi che lavorate oscuramente, ma degnamente per la nostra patria, voi che non sdegnate, poichè ogni servizio nobilmente inteso è nobile, di stare agli ordini della giustizia punitiva, credo che voi, patriotti, italiani, venuti da tutte le provincie italiane, in questo eremo che è anche un luogo di pena, io credo che voi tutti gioite perchè Venezia è nostra. Il telegramma che mi annunzia la lieta novella, soggiunge: che l’entrata di Vittorio Emanuele è stato uno spettacolo commovente e magnifico, che gli uomini veneziani gridavano e piangevano di emozione, che le donne veneziane tendevano i bambini al Re d’Italia, a Vittorio Emanuele, perchè li benedicesse. Che gran cosa, amici miei, è questa che è accaduta oggi. Voi, certo, non potete udirla, senza che un lieto orgoglio vi mandi le lagrime agli occhi.
Tutti gli echi, dintorno, risuonavano di applausi. Cecilia, dietro le persiane, attaccata al legno per non cadere, teneva il fazzoletto sulla bocca, come per soffocare i sospiri. Vi fu un momento di pausa e come una grande ondulazione fra la folla: i soldati e gli ufficiali pareva si fossero ristretti intorno al capitano Gigli, e pareva che i galeotti si sospingessero innanzi, muti, con gli occhi sbarrati, fissi sul direttore del Bagno penale. Costui li guardava; anzi con una sola occhiata in giro li guardò tutti, come se volesse indovinare il segreto delle loro anime.
– O galeotti, – egli disse con voce sonora, che ebbe una vibrazione in tutte le orecchie, in tutte le anime – galeotti, ho voluto che, innanzi alla bandiera italiana sapeste anche voi che Venezia è nostra. Dovunque, nelle città e nei villaggi, nei paeselli e nelle borgate, nelle capanne dei contadini e nella casetta dei cantonieri, dovunque è un italiano, povero o ricco, vi sarà una gioia, oggi: e nei lontani paesi di Europa, nei lontanissimi paesi di America e di Australia, presso il polo e sotto il tropico, dovunque, dovunque ci è un cuore italiano, perduto sui mari, errante nei deserti, quando giungerà la notizia che Venezia è nostra, vi sarà una gioia
O galeotti, io non ho voluto escludervi dalla comune legge di felicità! Voi siete dei micidiali e dei ladri; avete ucciso, col ferro o col veleno, avete incendiato, avete rubato, avete cambiato il vostro cuor di uomini negli istinti biechi del bruto. Saggiamente la legge d’Italia, nel nome del suo re e del popolo, per mezzo dei suoi magistrati, vi punisce, togliendovi dalla società dei galantuomini; vi punisce avvinghiandovi col ferro; vi punisce isolandovi; vi punisce condannandovi al lavoro: saggiamente, cercando con la punizione il pentimento. Ma dove la legge di Stato finisce, comincia la legge umana e cristiana: una legge di indulgenza e di misericordia. Severi noi siamo, non spietati. La penitenza purifica: il pentimento purifica. Ogni giorno di più che voi passate in questa galera, lavorando e soffrendo, cancella una linea del vostro peccato. Molti di voi usciranno di qui, fra tre anni, fra dieci anni, fra quindici, e porteranno, vinto dalla dura penitenza, vinto dalla abitudine del quotidiano pentimento, un cuore umano e pietoso. Io così credo. Io credo che tutti possiate diventare buoni: lo credo anche per quelli che dovranno restar qui tutta la vita. È stato grande il loro peccato: ma la misericordia divina, la misericordia umana sono così grandi! Credo che la potenza del bene sia così forte da trasformarvi: credo a tutti i miracoli del sentimento. Ebbene, oggi, io dimentico il passato, lo dimentica la legge, lo dimentica la dura condanna. Non vi debbono essere cuori scontenti, qui, oggi. È un gran giorno, oggi. Dimenticate il passato e il tetro peccato vostro; dimenticate che siete fuori della legge, fuori della società; dimenticate il vostro rimorso e la vostra penitenza. Pensate che oggi è una festa della patria, una festa del paese vostro, una conquista della terra dove nasceste. Voi anche siete italiani. Ricordatevi solo di questo. Italiani, italiani tutti.
Tacque – e nel profondo silenzio si udì un ansare, di cento petti, si udì il singhiozzare di alcuni che piangevano, col capo abbassato. Dietro le persiane Cecilia piangeva, silenziosamente, a grosse lagrime calde. Con un gesto vago, il capitano aveva finito di parlare, guardando adesso la bandiera, fisamente. Ma sopra l’affanno dei petti commossi, sopra i singhiozzi irresistibili, sopra ogni altro rumore di quella invincibile emozione, una piccola voce fioca, sottile, gridò:
– Viva Venezia!
Era il piccolino che gridava accanto al padre agitando il suo berretto di lana bianca. Col breve volto sbiancato, coi grandi occhioni rilucenti, alzandosi in punta di piedi, per farsi vedere, per farsi sentire, agitando le braccia, il bimbo vestito di bianco aveva detto la parola. E tutti quanti, soldati e ufficiali, impiegati e funzionari, tutti quanti galeotti, condannati a vita o a tempo, giovani o vecchi, micidiali, ladri, incendiarii, tutti i galeotti gridarono insieme al piccolo figlio vestito di bianco, gridarono con l’anima, con un rumore di tuono, che si diffuse per tutta l’isola e parve la scuotesse dalle fondamenta:
– Viva Venezia!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Come le prime ore della sera discesero sull’isola di Nisida, cominciò l’illuminazione. Erano lampioncini di carta trasparente, piccoli, con un lumicino dentro: alcuni erano di tre colori, bianco, rosso e verde; altri, a gruppi di tre, uno rosso, uno bianco, uno verde, formavano i colori nazionali. Ve ne erano dappertutto a strisce, a festoni, a grappoli: lungo le ringhiere dei balconi, sospesi agli sporti delle finestre, sotto gli archi delle porte, alle cornici dei portoni; ve ne erano attaccati ai rami delle acacie, lungo le strade di Nisida e pendevano finanche dalle sbarre di ferro delle finestre del carcere, dove i galeotti erano mandati in punizione dalla parte dell’isola che guarda i Bagnoli.
Attaccata a un alto palo era stata formata, a tre colori, tutta di lampioncini, la stella d’Italia. Ci erano volute due o tre ore di lavoro, per mettere al posto l’illuminazione e i galeotti coi soldati avevano fraternizzato, salendo sulle scale, comparendo nei vani delle finestre, arrampicandosi come scoiattoli, portando in giro le tavole lunghe coperte di lampioncini già accesi, tirando su, dai secondi piani, le canestre piene di lampioncini. Non si udivano che allegri gridi di richiamo, che risate lunghe, quando un galeotto o un soldato scivolava o cadeva, lungo l’arco di un portone; un frastuono giocondo che finiva in un grande scoppio di applausi, quando tutto un lato di una casa compariva illuminato. Alle otto di sera tutta l’isola scintillava come un gioiello sorgente dal mare: e pareva una immensa galleggiante che se ne andasse placidamente per il golfo, in una serata di festa, tutta luminosa, nei patriottici colori che gittavano le loro chiare tinte vivaci e liete sul biancore degli edifici e sulla nerezza della campagna; una galleggiante luminosa donde uscivano, nel silenzio della notte, canti e suoni.
Difatti la musica era incominciata alle otto: era la musica dei soldati residenti a Nisida: mancavano cinque o sei musicanti, ma li avevano richiamati da Napoli, dal quartiere di Pizzofalcone, appositamente, per quella sera.. La musica si era messa sulla piazza, dove intorno a essa si erano aggruppati soldati e galeotti. Tutti erano in libertà quella sera: il capitano Gigli aveva fatto dispensare doppio rancio ai soldati, doppia razione ai galeotti: la consegna degli ufficiali e dei carcerieri era di sorvegliare, ma di lasciar che si divertissero galeotti e soldati. Appena la musica comparve sulla piazza, cominciarono i gridi allegri:
– Marcia reale, marcia reale!
– Inno, inno!
E per una ventina di volte la marcia reale così vibrante nei suoi primi squilli di tromba, che sembrano un richiamo di guerra, così crescente d’impeto nella ripresa, fu alternata con l’inno di Garibaldi, così inebbriante, così entusiasmante. Ogni volta che scoppiavano dalle trombe e dai tromboni la marcia reale o l’inno di Garibaldi, un immenso urlo usciva da quei petti che si diffondeva fragorosamente per tutta l’isola. Talvolta gridavano:
– Viva Vittorio!
Oppure con un rombo simile al tuono, era l’altro grido:
– Viva Garibaldi!
E il rombare ricominciava, con le centinaia di bocche che gridavano:
– Viva l’Italia!
Solo dopo un’ora di musica, per la stanchezza, la fanfara potè finir di suonare la marcia reale e l’inno di Garibaldi; e cominciò a suonare pezzi concertati sui motivi popolari di canzonette fra guerresche e popolane, allora molto alla moda. E per gruppi, seguendo la musica che intuonava la Bella Gigogin, o Fenesta che lucivi, i soldati e i galeotti si mettevano a cantare, tutti insieme, alcuni cercando finanche di fare sfoggio di voce; e quando si arrivò alla ancora famosa Addio Rosina, addio, vi fu un concerto in piena regola, con le voci in minore e in maggiore, con quelli che cantavano gutturalmente, senza dire le parole, come se facessero l’accompagnamento.
– Ancora, ancora! – gridavano quando volevano sentire di nuovo un pezzo.
Ogni tanto, uno dei musicanti scompariva ed entrava silenziosamente nella casa del direttore Gigli, in cucina, dove Grazietta gli dava un bicchiere di vino: e il musicante ritornava in piazza, a suonare con più forza. Non vi era stato vino, pei soldati e pei galeotti, ma essi erano tutti eccitati dai lumi, dall’aria aperta, dalla musica, dai canti, dalle loro voci stesse: parevano in preda a una grande ebbrezza. A un tratto la musica suonò una polka.
– Prendimi su, prendimi su – disse il bimbo a Sciurillo.
Attaccato alla mano di Rocco Traetta, il bambino aveva seguito tutti i progressi della illuminazione, battendo per la consolazione le piccole mani innanzi alla stella d’Italia, illuminata nei tre colori. Senza stancarsi aveva girato per l’isola, tornando ogni tanto sotto il balcone di mamma sua. Ella appariva e lui gridava, da basso:
– Mamma cara, mamma cara!
– Vieni su?
– No, no, vado via, mi porta Sciurillo.
– Non dubitate, non dubitate – diceva il galeotto.
Ogni tanto, mentre lo portava in giro, Rocco Traetta, gli domandava:
– Signorì, non avete freddo?
– Ho caldo – diceva il ragazzo.
Quando avevano cantato in piazza, anche lui, levando il capo, con la sua sottile vocina, aveva ripetuto il ritornello della Bella Gigogin e L’armata se ne va. Ma quando intese il suono della polka, egli cominciò a dire, con insistenza:
– Sciurillo, Sciurillo, levami su.
Rocco Traetta, credendo che fosse stanco, lo levò su, nelle braccia poderose, posandolo sopra una spalla, in alto, dove il bimbo rideva e gli batteva i piedini sul petto.
– Fammi ballare, Sciurillo.
Allora cercando di farsi largo coi gomiti, tenendo sempre alto il ragazzo, Rocco Traetta cominciò a girare lentamente, lentamente, al suono della polka. Questo fu il segnale. Delle coppie di soldati si formarono subito. Si tenevano stretti stretti, per la vita; alcuni afferravano il cappotto del compagno nel dorso, e lo stringevano nel pugno; ballavano con lentezza sapiente, con le gambe un po’ allargate, coi berretti buttati indietro, sulla fronte, con il mento sulla spalla del compagno. Sul principio i galeotti si astennero guardando: ma come Rocco Traetta portava sempre in trionfo il bimbo che rideva, rideva, qualche coppia di galeotti si formò, strisciando curiosamente la polka. Alcuni erano giovanotti di malavita, napoletani, e sapevano ballar bene; non si curavano della catena che pesava e strideva; niuno udiva il ferreo scricchiolìo. Altri galeotti avevano formato dei circoli e giravano a tondo, ridendo, gridando, ballando, rialzandosi, mentre la musica affrettava sempre più le sue misure. Sulle teste di tutti girava il bimbo, tenuto alto nelle braccia di Sciurillo e il fanciullo biancovestito dava dei colpi leggieri sui capelli rossi di Sciurillo, ridendo, nel clamore, nella luce di quella notte.

V.

Nella penombra della stanzetta, di cui erano quasi chiuse le imposte, chinandosi sul lettuccio del piccolo ammalato, parlando sottovoce, con un soffio di voce solamente, la mamma gli diceva una storia di fate. Il piccolino infermo ascoltava con gli occhioni spalancati e ardenti di febbre, con le vivide labbra secche, un po’ tumefatte, socchiuse, da cui faticosamente fischiava il respiro; da cinque giorni la difterite gli stringeva la gola infiammata, cosparsa di bianche pustole maligne. Due volte al giorno e talvolta anche tre il dottor Caracciolo veniva a visitare il bambino, gli dava il valerianato di chinino per abbassare il grado acuto della febbre e procedeva alla causticazione, asportando le pellicole bianche, strappando delle grida dolorose al piccolo paziente. Pallida, muta, rigida, la madre assisteva all’operazione, e mordevasi le labbra per non gridare. Ogni tanto solamente, diceva, con un pietà immensa nella voce:
– Figlio mio, figlio mio, figlio mio!…
Ma un’ora dopo l’operazione, passato alquanto il bruciore della causticazione, il bimbo respirava più liberamente, la febbre discendeva di calore, egli sonnecchiava senza quel fischio del respiro, che straziava l’anima della madre; chiedeva da bere, chiedeva da mangiare con ansietà e gli davano dei forti brodi con uova battute, gli davano dei bicchieri di marsala, poichè la nuova terapia diceva che nelle alte infezioni del sangue, bisogna sostenere vivaci le forze del corpo. La madre si consolava, vedendolo mangiare con voracità, vedendolo bere con una sete divorante; e come si assopiva dopo, ella appoggiava il capo sull’origliere bianco dove dormiva anche il suo piccolino. Egli dormiva per un’ora abbastanza tranquillo, con la madre che contava i minuti di quel sonno riparatore, beandosi che durasse a lungo, parendole quasi che un quarto d’ora, una mezz’ora di più fosse l’indizio di una guarigione. A un tratto, placidamente il bimbo riapriva gli occhi e la manina cosparsa di sudore, cercava il volto della madre:
– Eccomi, figlio, eccomi. Come ti senti?
– Bene – rispondeva quello invariabilmente, sorridendo un poco.
Poi tacevano. La madre asciugava con un fazzolettino di battista la fronte madida del bimbo, gli asciugava, le manine, carezzandole, baciandole lievemente. La piccola mano restava nella mano della madre, a lungo, e un silenzio profondo era nella stanza.
– Raccontami una storia, mamma, – diceva il bimbo, fiocamente.
E pian piano, chinandosi sul lettuccio, la mamma gli raccontava una fiaba, cambiando sempre, inventandone talvolta nella sua accesa fantasia di madre inquieta, trovando delle bizzarre combinazioni di reucci e di vecchie fate, di reginelle e di fate, che gli facevano spalancare gli occhi, al piccolo ammalato, e lo divertivano immensamente. Talvolta, mentre la madre raccontava la fiaba al suo figliuolo, arrivava il padre. Entrava chetamente e si veniva ad appoggiare alla spalliera del letto, cercando di abituarsi alla oscurità; il suo figliuolo gli sorrideva tacitamente nella penombra, lasciando che la madre terminasse il racconto. Anche il padre ascoltava quella meravigliosa storia che non osava interrompere e assuefatto oramai all’oscurità guardava negli occhi il suo piccolino ammalato. Col trionfo della bellezza e della virtù, con la punizione della bruttezza e della perversità, la fiaba finiva e il bimbo crollava la testa soddisfatto, contento.
– Come sta? – diceva il capitano Gigli a sua moglie.
– Bene – rispondeva il fanciulletto, prima ancora che sua madre rispondesse.
– Dice sempre così, poverino – mormorava la madre, carezzandogli i capellucci madidi – lo dice per farci coraggio.
– – Ma non sta bene? – chiedeva il padre, ansiosamente, più turbato nell’anima di quel che paresse.
– Così, così – dicea la mamma, accomodandogli i cuscini.
E rimaneva taciturna, malinconica. Il marito, angosciato, indovinava una parte delle sue angosce.
– Vorresti portarlo via, nevvero? – le chiedea, per trarla da quel silenzio, in cui ella appariva più abbattuta, più accasciata del bimbo infermo.
– Sì – rispondeva ella.
– Il medico dice che non si può – soggiungeva timidamente il marito.
– Non si può, non si può – ribatteva ella, aprendo le braccia, disperatamente.
– Io sto bene, qui, mamma – diceva il povero figliuolino.
– Poverino, poverino – diceva il padre. E sottovoce, andando accanto al marito, Cecilia gli diceva:
– Promettimi, promettimi…
– Ti prometto tutto, Cecilia mia…
– Promettimi che appena sta meglio, che appena lo possiamo trasportare, mi lasci andare con lui a Napoli. Promettimi.
– Sì, cara, sì – diceva il marito, accarezzandola come accarezzava il bimbo.
– Prometti?
– Sì, sì.
Poichè egli intendeva che in questa fiera malattia del fanciullo, l’invincibile orrore per la galera le era rinato in cuore. La sera, infatti, come tutti gli infermi di malattie acute o di malattie lente, il bimbo peggiorava. La gola gli si stringeva, il respiro diventava affannoso, egli aveva un caldo, un’irrequietezza, un’agitazione continua. Di nuovo, sulla rossa mucosa della gola, ricomparivano le macchie bianche, formantisi lentamente, dopo la causticazione della sera. Appena aveva un momento di requie e la madre respirava, la voce delle sentinelle che vegliavano, che si chiamavano e che si rispondevano, faceva trasalire il piccolo corpo arso dalla febbre. E lei aveva l’incubo, di nuovo, di queste voci, che, immancabilmente, turbavano il silenzio della notte, turbavano il riposo delle persone stanche, turbavano il lieve riposo degli ammalati; e arrivava, quando presentiva l’all’erta, sentinella, arrivava fino a mettere le mani alle orecchie del piccolino, per non fargli udire.
– Non importa, non importa – egli diceva, voltandosi, rivoltandosi, non avendo requie.
– Oh questa galera, questa galera! – diceva ella, come fra sè.
– Non importa – insisteva il bimbo, sventolando le lenzuola intorno al suo corpicciuolo ardente.
Ma le notti erano così cattive e così lunghe! Cecilia non voleva abbandonare di una linea il lettuccio del suo figliuolo.
Malgrado che il marito la pregasse, la supplicasse di lasciarlo vegliare lui, malgrado che Grazietta si offrisse ripetutamente di vegliar lei: niente, Cecilia non si lasciava smuovere: tutta la sua vita era concentrata in quel lettuccio di bimbo malato. Pallida, muta, con la vestaglia scura attaccata alla cintura da un cordone monacale, in pianelle per non far rumore, ella restava seduta presso quel letto, senza rispondere alle preghiera del marito e di Grazietta.
– Dormo qui – rispondeva soltanto, nell’indicare l’origliere bianco del ragazzo.
Bisognava lasciarla. Se ne andavano crollando il capo, il marito sconvolto nel suo cuore paterno, la serva con quella istintiva materna pietà femminile. Ma quali notti! La febbre cresceva; e ogni tanto il bimbo soffocando chiedeva d’essere alzato. La madre lo avvolgeva nelle coperte e nei lenzuoli, lo levava su ritto, nelle braccia e lui respirava meglio, appoggiando la testa sulla spalla di sua madre. Ella lo portava su e giù, così, canticchiando, poveretta, come canticchiano le madri desolate che cercano invano di far quietare un bimbo ammalato; talvolta il bimbo, sempre tenuto in braccio, si assopiva leggermente.
Malgrado che lo vedesse assopito, non osava ancora posarlo sul letto e continuava a passeggiare lentamene su e giù, mentre il bimbo le si appesantiva sulla spalla.l Poi, temendo che farlo dormire così, ritto, in una posizione disagiata, gli facesse male, pian piano si accostava al letto, si inclinava per deporlo, ma al primo movimento, nel sonno lieve, il bimbo faceva udire un lamentio.
– No, no – diceva lei, rialzandolo, ricominciando la passeggiata.
Qualche volta arrivava a posarlo, con una grande delicatezza, sul letto, e il bimbo lasciava andare la testa sul cuscino, sempre con gli occhi chiusi, con tale abbandono che la madre ne rabbrividiva di terrore quasi a una terribile immagine. Se continuava a dormire, ella abbassava anche più la lampada, e tornava al lettuccio, appoggiando la testa sul cuscino, estenuata. Non dormiva, no: era un sonnecchiamento affannoso, che il grido delle sentinelle interrompeva, sonnecchiamento ripreso a sbalzi. Frattanto il bimbo, inquieto, si svegliava; ma vedendo che la madre dormiva, non diceva nulla, rimaneva taciturno, con gli occhi sbarrati, guardando le ombre del soffitto. Solo quando la soffocazione si faceva sempre più forte, egli cominciava a lamentarsi, a sollevarsi sul letto come per bere l’aria che gli sfuggiva. Subito, ella si svegliava, angosciata, credendo di aver dormito troppo, quasi chiedendo scusa a suo figlio.
– Figlio mio, figlio mio…
Non sapeva dire altro, per consolarlo, per sollevarlo. Quanto erano lunghe quelle notti! Ella desiderava l’alba con tutte le sue forze, perchè finisse quel lungo tormento di suo figlio e il suo tormento, perchè finissero quelle voci lugubri dei custodi di quel carcere. L’aria si raffreddava, verso le cinque del mattino, qualche spiraglio di luce cominciava a delinearsi, dietro le imposte, e il bambino cadeva in un profondo torpore. Ella stava a guardarlo, fiso, quasi magnetizzandolo, perchè dormisse calmo, perchè dormisse più a lungo, e a questa fissità la sua volontà e le sue pupille materne si stancavano, ella piegava il capo: si riscuoteva ancora, due o tre volte, trasalendo, come se avesse inteso piangere il suo bambino; ma fra veglia e sonno lo vedeva ancora riposare profondamente e lei stessa cadeva in un sonno profondo, nero, intenso, di chi ha eccezionalmente consumate le sue forze fisiche e morali.
Quando, alle otto, veniva il dottor Caracciolo, per la visita del mattino, trovava che la madre e il figlio dormivano, vicini, pallidi entrambi.
– Come ha passato la notte? – chiedeva il dottore mentre faceva i suoi preparativi per la causticazione.
– Male – diceva la madre.
– Dormiva, ora.
– Sì, ma è stato male sino alle cinque.
Il dottore piegava un po’ il capo, preparando il pennellino.
– È questa galera, – diceva la madre desolata.
– Ma no, ma no – le andava ripetendo il medico – anche a Napoli vi è la difterite.
Che le importava? Ella dava la colpa di tutte le sue angosce alla galera: tanto che, dal primo giorno della malattia di Mario, aveva proibito a Grazietta di fare entrare nessun galeotto in casa, proibito con tale impeto di collera e di dolore che Grazietta se ne era sgomentata e per dare un po’ di pranzo a suo marito, il galeotto, gli aveva detto di non venire alle ferriate della cucina, come al solito, ma di aspettarla, a un certo punto dell’isola, dove ella gli andava a portare da mangiare in un piatto coperto.
– Nè suo marito, nè Gennaro Campanile, nè Rocco Traetta, nessuno, nessuno – aveva gridato Cecilia, come se temesse il mal occhio.
Pure, Rocco Traetta, dal giorno in cui era cominciata la malattia del ragazzo, gironzava continuamente intorno alla casa. Aveva tentato di entrare, il primo giorno, ma recisamente e duramente Grazietta gli aveva detto:
– La signora non vuole galeotti per casa.
Egli restava sulla soglia, colpito.
– Ma come sta, come sta, questo peccerillo aveva domandato con un pianto nella voce.
– Male. Preghiamo Dio che lo faccia sanare.
– Preghiamo Dio – rispose umilmente Rocco Traetta.
E dalla mattina alla sera, sfuggiva sempre al lavoro che gli assegnavano, si aggirava intorno alla casa del bimbo, aspettando che ne uscisse qualcuno per domandare. Gli piovevano sul capo punizioni sopra punizioni, egli non se ne curava, dimentico del mangiare e del dormire, pur di poter guardare quel balcone dalle imposte socchiuse, il giorno, donde la sera filtrava un raggio di luce.
– Come sta, come sta? – diceva a Grazietta, ogni volta che la poteva incontrare.
– Ora sta meglio, ora sta peggio, non si può capire; speriamo nella Madonna.
– Speriamo nella Madonna.
Un giorno affrontò anche il medico Caracciolo. Non era mai stato ammalato, Rocco Traetta, e il medico dell’ergastolo non aveva avuto occasione di curarlo. E di botto, Rocco gli si piantò davanti, e a bassa voce:
– Come sta quel peccerillo, come sta?
– E a voi che ve ne importa? – disse il dottore che era un po’ burbero e che era abituato a trattar ruvidamente i galeotti.
– Io ero il servitore, signor professore, ero il servitore di quel peccerillo.
E, veramente, nel dirlo, era così umile e appassionato, che il medico lo squadrò, poco avvezzo a scorgere questi sentimenti nei galeotti.
– Sta così e così – disse poi, borbottando.
– Ma si sana? Voi lo dovete far sanare, signor professore.
– Cosi speriamo – disse il medico passando avanti. Ma il gran cruccio di Rocco Traetta era di non poter entrare in casa. Ogni volta che la signora Cecilia appariva dietro i cristalli del balcone, egli appariva all’angolo della piazza, si avanzava, cavandosi il berretto rosso, salutandola due o tre volte, rivolgendole un tale sguardo supplichevole che avrebbe commosso qualunque persona indifferente. Ma ella non lo vedeva, o non voleva vederlo, perchè voltava il capo dall’altra parte, si ritirava subito, come chiamata dall’interno. Egli si allontanava lentamente, come se facesse la guardia intorno alla casa. Un giorno, il terzo o il quarto, non potendone più, egli era entrato nell’ufficio di direzione, dove il capitano Gigli scriveva. Era pallido, il capitano Gigli, e scriveva nervosamente. Rocco Traetta, col berretto fra le mani, attese che il capitano finisse di scrivere: e quello continuò, per qualche tempo, mettendo da parte le lettere che scriveva, senza levare gli occhi. Alla fine, il capitano Gigli, avvertendo che qualcuno era nella stanza, smise di scrivere.
– Siete voi, Rocco Traetta? Che volete?
– Volevo sapere, Vostra Eccellenza – mormorò il galeotto – voleva sapere,.. del peccerillo.
– Poverino piccolino – disse il padre, commosso – ha una malattia crudele. Soffre assai.
– Oh Madonna, oh Madonna! – esclamò dolorosamente Rocco Traetta.
– Poverino, è tanto paziente – disse il padre, a voce più bassa, come se parlasse fra sè – e la madre, sempre vicino a lui.
– Ma si sana presto? Quando si sana?
– Ci vorrà qualche giorno, qualche giorno ancora.
Il galeotto restava muto, confuso, si vedeva che voleva dire qualche cosa e non osava. Poi, giacchè era venuto là per quello, disse:
– … e non può veder nessuno?
Il capitano Gigli levò gli occhi su quella faccia di colpevole e la vide impressa di un grande desiderio, di una grande ansietà:
– … per ora, no – rispose, dopo aver pensato, il capitano Gigli. – È nervoso, povero piccino, e la presenza delle persone lo infastidisce.
– … una volta, quando stava con me, si divertiva.
– È vero, ma bisogna aspettare per vederlo, lo ha detto anche il medico.
– …già… aspettare… domani o dopodomani forse.
– Di più, di più. Ci vuole il riposo, – disse vagamente Gigli, di fronte alla ostinazione di Rocco Traetta.
Di nuovo, il silenzio. Rocco Traetta girava fra le mani il berretto rosso, non decidendosi ad andarsene, dovendo ancora dire qualche cosa. Il capitano Gigli, imbarazzato, non sapendo che rispondere a quelle premure, voleva licenziarlo, aveva piegato il capo e scriveva nuovamente.
– Eccellenza, voi che siete tanto buono da sopportarmi, volete farmi una carità’?
– Dite – fece Gigli un po’ infastidito.
– Me lo salutate, quel peccerillo: gli dite che Sciurillo lo saluta assai assai. Sciurillo, Eccellenza, non ve lo scordate.
– Va bene – disse il capitano. – Glielo dirò, certamente.
Il galeotto mormorò grazie a Vostra Eccellenza e se ne uscì lentamente seguito dallo sguardo del capitano Gigli. Nulla poteva meravigliarlo, da sei o sette anni che viveva in quel Bagno penale, nè la eccessiva ferocia, nè la eccessiva umiltà, nè il bene, nè il male; ma ogni tanto la natura umana gli si rivelava così bizzarramente, che egli trasaliva. Rocco Traetta aveva ucciso il padre, di un colpo solo, per quistioni d’interessi: era il parricidio più terribile nelle cause, pel tempo, per tutte le circostanze. Eppure quest’uomo, che per dieci minuti della sua vita era stato più micidiale di una belva, tremava di dolore, parlando di un piccolo fanciullo ammalato. Lo sapeva, il capitano Gigli, come sapeva tutto quello che accadeva nell’isola, che Rocco Traetta gironzava intorno alla casa, tentando di entrare; ma sapeva anche che quel fragile fiore che era l’anima di sua moglie, diventava implacabile, di fronte a quegli aspetti odiosi. Non voleva galeotti per casa. Lo aveva detto a Grazietta, anche davanti al capitano. E nessuno entrava, no, nessuno. Quando le si nominava Nisida, la galera, i galeotti, per combinazione, naturalmente, ella socchiudeva gli occhi come a celare un lampo di collera, per non dire quello che il cuore le diceva e si chinava sul lettuccio del suo bimbo, baciandone le guancie magre e calde, carezzandone i molli capelli, dicendo con quella infinita pietà che aveva nella voce:
– Figlio mio, figlio mio…
Così, neppure il capitano Gigli, intimidito, scosso, desolato internamente dalla malattia del fanciullo e dalla muta disperazione della moglie, neppure lui osò rammentarle che intorno alla casa vi era un’anima in pena. Silenzioso, cercando di non farsi udire, cercando di non farsi vedere, col fare di un vero malfattore, Rocco Traetta passava la sua giornata nei vicoletti intorno alla piazza, camminando come vedeva comparire qualcuno, sedendosi in terra quando restava solitaria, gironzando distrattamente, scappando dal cortile dove mangiavano, col suo tozzo di pane dove aveva messo sopra il companatico. Egli si ribellava, tacitamente, a qualunque ammonizione, a qualunque punizione dei carcerieri, non gridava, non litigava, ma scappava via sempre, appena che poteva, studiando tutte le malizie, subendo tutte le minacce e tutti i castighi, quando rientrava, muto, purchè lo lasciassero star fuori. Due notti scappò fin anche dal dormitorio, dove era così vigile la sorveglianza, e passò la notte sotto il balcone fiocamente illuminato. Rientrato all’alba, senz’aver dormito, fu incontrato proprio dal carceriere che lo cercava allarmato; e un rapporto fu fatto al capitano Gigli. Pareva quasi che tentasse l’evasione, Rocco Traetta – diceva il carceriere nel rapporto. Il Capitano Gigli gli rispose che non credeva a questi tentativi di evasione, e che lo trattassero con una certa dolcezza, Rocco Traetta. Il suo cuore era doppiamente impietosito, pel bimbo sofferente e anche un poco per quel miserabile tormentato che non aveva pace.
Ma nel cuore di Cecilia Gigli, nel materno, profondo cuore di Cecilia, non viveva che una sola pietà, quella pel suo bambino. Ella nulla vedeva e sentiva di quello che le accadeva d’intorno, altro che il cruccio di quella gola ammalata, rossa d’infiammazione, bianca di pustolette che si riproducevano sempre implacabilmente.
Aveva scacciato il mondo fuori di quella stanzuccia e se ne rammentava: del mondo in cui viveva solo per odiarlo, solo per crederlo causa della malattia del bimbo; se ne rammentava nelle lunghe ore notturne, quando la voce delle sentinelle impediva il riposo di suo figlio e le ricordava che abitava una galera. Ma fuori di questo, la sua tenerezza, la sua bontà, tutti i più forti suoi sentimenti di donna e di madre erano riassunti nel figliuolo suo. Nulla le importava di chi si potea aggirare, inquieto sulla sorte del bimbo, nulla di chi chiedeva pietosamente di lui, nulla di chi potea struggersi dal desiderio di vederlo. Fra il suo mondo e il bimbo, vi era lei, la madre, misticamente dotata, la cui forza magnetica, il cui amore impetuoso, la cui volontà ardente solo avrebbe potuto salvarlo. La sua anima era immersa in una continua, disperata preghiera, ella era tutta una invocazione a Dio. Niente altro. Dio – e nessun altro.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Il bambino aveva alternative di bene e di male da otto giorni. Talvolta l’infiammazione della gola si mitigava, il suo rossore si scoloriva, le bianche pustolette, portate via dalla pennellazione, non si riproducevano; e il grado della febbre che consumava il povero bambino, diminuiva, diminuiva, egli pareva sulla via della guarigione. Il cuore della madre si apriva subito a una grande speranza. Solo la faccia del medico Caracciolo restava sempre la stessa, non turbata, ma seria; e il metodo di cura continuava in tutta la sua durezza, con le causticazioni due o tre volte al giorno, con le forti dosi di chinino, con un nutrimento forte. Gli è che i peggioramenti venivano improvvisi. Ricominciava, come per una improvvisa fatalità, quell’apparizione nella gola di grandi pustole corrodenti e soffocatrici, la febbre si accendeva più dura, più ardente, e il bimbo smaniava, smaniava, portando le manine alla gola, volgendo gli occhi disperati nel pallido volto disfatto. La madre restava stordita, confusa dal subitaneo peggioramento, perdendo in un minuto tutto quel tesoro di speranze, essendo ripresa, improvvisamente, da un terrore nero: balbettava, chiamandolo a nome, ripetutamente, chiedendogli come si sentisse; tremava, sollevandolo nelle braccia, per cuIlarlo e per quietarlo; la voce soffocata non poteva più canticchiare la solita canzoncina. Così di giorno in giorno, di notte in notte, il suo cuore trabalzava dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione. Il marito, spesso, nella notte, corroso da una mortale inquietudine, non dormiva e passeggiava u e giù nella sua vedova stanza:
Ogni tanto, attraversava le due stanze; in punta di piedi, apriva chetamente la porta della cameretta e sogguardava. Ben felice, se potea sorprendere sua moglie e suo figlio in uno di quei brevi momenti di assopimento, se ne andava quietamente, un po’ racconsolato pensando che quel riposo era un conforto, per i due martiri. Ma spesso, nella cameretta, l’ombra stanca della madre andava su e giù, tenendosi nelle braccia il bimbo che si lamentava, affagottato nelle coperte, lasciando vedere un piccolo volto stanco ed emaciato.
– Sta male? – chiedeva lui sottovoce.
– Così, così – rispondeva lei, sullo stesso tono, continuando a passeggiare.
– Povero figlio – diceva il padre a bassa voce sempre.
E dopo aver contemplato un momento quel quadro doloroso se ne andava. Non poteva più riposare neppure lui pensando a quella desolata ombra materna che si agitava nella cameretta. Il dodicesimo giorno, specialmente, fu un po’ cattivo: neanche la causticazione della sera, fatta lungamente dal dottor Caracciolo, con un’attenzione scrutatrice, con una cura massima, alleviò molto il bimbo. Chiedeva sempre da bere; poi difficilmente poteva inghiottire e si lamentava, piangeva, sì, piangeva di dolore, squarciando il cuore di Cecilia. Gli dava dei pezzetti di ghiaccio che lo refrigeravano un minuto, ma l’ardore, il bruciore, ricominciava, la smania di quel gracile corpo era invincibile. Il dottore era andato via pensoso, come sempre, ma non turbato.
Nella serata, mentre Cecilia era seduta accanto al letto e il capitano appoggiato alla spalliera, il ragazzo cominciò a chetarsi un poco.
– Come ti senti? – domandò il padre.
– Meglio – disse il bimbo, con la sua piccola voce.
Dopo un silenzio, egli schiuse gli occhi e guardando il padre e la madre, domandò loro:
– Voi mi volete bene?
Ambedue ebbero una scossa, per questa domanda; e si guardarono in volto muti.
– Mi volete bene? Mi dovete voler bene, papà e mammà – disse lui, richiudendo gli occhi.
– Figlio mio, figlio mio – disse la madre frenando appena le lagrime.
– Tanto bene, tanto bene – mormorò il padre, che soffocava anche lui.
Ma il principio della notte fu migliore; il bimbo era pallido, accasciato, ma non smaniava, non si sentiva soffocare, come durante la giornata. Anzi, ogni tanto, si addormentava quetamente, con la testa abbandonata sul cuscino e le braccia distese lungo il corpo. Si risvegliava, ma senza inquietudini, guardava attorno tacitamente.
– Non sta tanto male, mi pare – disse il marito alla moglie sul tardi.
– Pare che riposi – mormorò ella; – va a dormire.
– Tornerò – disse lui.
Infatti, verso le due egli tornò, pian piano. Il sonno del fanciullo si era fatto più grave e il respiro fischiava nella gola: alle volte aveva un suono gutturale di rantolo. Ma, del resto, riposava. La madre, con la guancia appoggiata a una mano, vegliava.
– Dorme… – disse il padre, come un soffio.
– Dorme… – ripetette la madre.
Di nuovo, egli andò via. Cecilia piegava la testa al sonno, quando la risvegliò un soffio, la voce del bambino
– Mamma, la lampada.
– È troppo forte, debbo abbassarla? – chiese piegandosi sul letto.
– No: non la vedo.
Ella non intese bene; intese che fosse poca la e andò a voltare la lampada in modo che la luce colpisse negli occhi.
– Sta bene così?
Egli sorrise lievemente, accennò di sì col capo e chiuse gli occhi come per riaddormentarsi. Ella un poco, sempre inquieta per quel rantolo così profondo: ma poi il sopore della stanchezza la vinse e piegò il capo a dormire. Verso le quattro il piccolo figlio riaprì gli occhi e si guardò attorno, come smarrito, quasi che fosse rimasto solo; ma con uno sforzo, levando un po’ il capo sul cuscino, si accorse che madre era sempre là, riposante. Egli guardò la madre, coi suoi bei occhioni larghi, allargati dalla febbre, poi ricadde con la testa sul guanciale, come estenuato dallo sforzo. La lampada illuminava in pieno il piccolo volto consumato da cui usciva con pena il respiro.
Egli non chiamò, non disse parola: solo levò una manina e lievemente l’appoggiò sulla guancia della madre. Ella forse, ne sentì il tocco, e senza schiudere gli occhi, disse:
– Figlio mio…
Ancora egli fece un cenno col capo a questa materna parola e chiuse gli occhi. La manina rimase sulla guancia della madre come per carezza e come per riposo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Egli era lassù.

VI.

Fu bussato lievemente alla porta. Il capitano Gigli che sedeva presso il tavolino, solo, col volto fra le mani, levò la faccia lagrimoso e disse:
– Avanti.
Entrò Grazietta e silenziosamente consegnò al padrone un foglio bianco. Egli lo aprì e vi lesse scritto a lapis, da una calligrafia convulsa:
– Ricordati la promessa.
Era la moglie che scriveva, senz’altro. E nella mente confusa del capitano Gigli non ritornava questo ricordo. Guardò Grazietta, trasognato, come se le volesse domandare. Ella aprì le braccia, con atto d’ignoranza.
« Ricordati la promessa ».
Così aveva scritto la madre dal letto di morte del figlio. Che poteva desiderare, chiedere la madre disperata? A un tratto, fra la faraggine dei cupi pensieri, nella mente del padre balenò il ricordo. E non potendo resistere, disse a Grazietta
– Dille che vengo, vengo da lei.
Difatti dopo pochi momenti egli attraversò il piccolo appartamento, dalle porte spalancate, ma silenzioso. Arrivò alla porta della stanzetta dove era il bimbo: ne usciva un debole odore di erba e di fiori, ne usciva un fioco chiarore di cerei. E il soldato dell’indipendenza, quello che aveva visto la morte sui campi di battaglia e negli ospedali senza tremare, non osò entrare nella stanzetta del fanciullo. Aspettò un poco, poi chiamò:
– Cecilia’?
Lentamente, nel suo vestito nero di lana, con le mani abbandonate lungo la persona, la madre comparve. Un pallor livido le copriva le guance e aveva gli occhi erranti di chi cerca invano di fermare il suo pensiero.
Stette immobile, sulla soglia, voltandosi ogni tanto, come se la chiamassero.
– Anima cara… – fece lui, mettendole una mano sul capo.
Ma non potè resistere più oltre e grosse lagrime rigarono le guance brune.
– Non piangere, non piangere – disse lei, con voce monotona, dove non entrava più espressione. – Io non piango. Vuoi mantenere la promessa?
– Adesso?
– Adesso – fece lei ostinatamente.
Egli la guardò, non osando interrogarla.
– Voglio portare via il bambino – disse lei duramente
– Portarlo via? Così?
– Così – disse lei duramente. – È nato in galera ed è morto in galera. Voglio portarlo a Napoli, non ci sono galeotti…
– A Napoli!
– Al cimitero di Napoli, dove non ci sono galeotti fra i morti buoni e onesti.
Egli la guardò e le prese la mano.
– … vi saranno delle difficoltà – disse.
– Dovessi portarlo in braccio, lo porto via, il bambino – disse lei, ostinatamente, duramente.
– Hai ragione – disse lui, vinto, convinto.
– Tutto da Napoli, Luigi, tutto da Napoli, hai capito? – disse lei supplichevolmente. – Per carità di lui, niente di qui, hai capito, niente.
– Niente, anima cara, niente.
Ella se ne tornò a vegliare il fanciullino morto con gli stessi occhi vaganti che non arrivavano più, dopo lo sforzo fatto, a fissare il proprio pensiero. E al dolore profondo del padre fu data una occupazione: tutte le immense difficoltà di un trasporto, da Nisida a Napoli, i permessi, le autorizzazioni. Ma per tutta la giornata fu uno scambio di telegrammi fra Pozzuoli, Napoli e Nisida, fu un partire e un giungere di messi, una febbrile attività, in cui il dolore del padre trovava un pascolo, uno sfogo. Quelli che andavano e venivano, avevano l’aria triste di chi fa a malincuore, solo per affetto o per dovere, una triste bisogna e dicean solo quanto serviva, parlando sottovoce, come se temessero di turbare il riposo di qualcuno. Il padre ascoltava, un po’ distratto, un po’ confuso e ringraziava, con uno sguardo: se una nuova difficoltà sorgeva, si metteva subito, di nuovo, a dare ordini, a scrivere, a telegrafare. Ma tutto questo nel suo ufficio. Nella casa dalle porte aperte vi era un profondo silenzio: e solo Grazietta vi andava e veniva, in punta di piedi, asciugandosi ogni tanto gli occhi col grembiale di cotonina azzurra. Preparava frettolosamente qualche cosa. Dalla piazza si vedeva nella stanzetta del bimbo il pallido chiarore dei ceri. E in ufficio era una sfilata di gente, uomini e donne, che chiedevano sottovoce, al padre, se era possibile vedere il bimbo. Questo era il costume meridionale. Quando vi è un morto, si aprono tutte le porte e la folla entra: quando poi è un morticino vengono tutti, anche per raccomandarsi, poichè piamente credono che il bimbo possa portare tutte le preghiere a Dio. Ma il padre rispondeva a tutti:
– Più tardi, più tardi.
Poichè due volte, quando aveva chiamata Cecilia per dirle questo, essa aveva risposto di no, ostinatamente.
– Non voglio – aveva detto cupamente.
– Oh Cecilia, lascia, lascia che preghino per lui.
– … il bimbo è lassù, non gli servono preghiere.
E la seconda volta, un po’ scossa dalle istanze del marito, aveva detto:
– Non adesso, non adesso… dopo.
Tutti se ne andavano, persuasi di ritornare più tardi. Solo Rocco Traetta restava in un angolo dell’ufficio seduto sopra un banco di legno dell’anticamera, tenendo il berretto fra le mani, col capo abbassato. Dalla ferriata della cucina, al mattino, aveva chiamata Grazietta per sapere notizie del peccerillo, e quella scoppiando in pianto, nascondendosi la testa nel grembiale, aveva detto:
– Il peccerillo è andato in paradiso.
Traetta era rimasto come istupidito.
– Il peccerillo, il peccerillo – diceva.
E da quell’ora era entrato nell’anticamera dell’ufficio, senza domandare nulla, rincantucciato in un angolo. Due o tre volte, passando, il capitano Gigli lo aveva visto, ma non si era fermato, imbarazzato dalla presenza di Traetta. Solo, la terza o quarta volta, Traetta si era levato e gli aveva detto
– Vostra Eccellenza, questa carità di farmi vedere il peccerillo…
– Più tardi, più tardi – aveva detto il padre, in fretta.
– Ditelo alla signora, diteglielo che non sono mai entrato quando era malato, perchè non mi ci voleva: diteglielo che questa carità, adesso, me la deve fare.
– Glielo dirò.
Si allontanò: ma dopo un’ora egli era a capo nell’anticamera dell’ufficio, aspettando, con la pazienza invincibile dei cuori affranti. Infine, verso la sera, stanco, il capitano Gigli uscendo di ufficio, risalendo alla sua casa, gli disse:
– Domani mattina, prima della partenza.
Il galeotto lo guardò, meravigliato: poi crollò il capo:
– Grazie, Eccellenza.
Sopra, il capitano Gigli fece chiamare sua moglie nel corridoio. Sempre la medesima, sempre con quell’improvviso voltarsi indietro, come se la chiamassero.
– Tutto è fatto – disse il capitano, penosamente.
– Per quando
– Domani, a mezzogiorno.
E solo quando quell’ora fu pronunziata, solo quando quella parola definitiva, ultima, la chiusura, la fine, fu detta dal padre, a bassa voce, solo allora quella donna dal cuore diventato di pietra, vacillò; un orribile singulto parve le lacerasse il petto e cadde nelle braccia di suo marito, gridando, piangendo, in preda a una convulsione di dolore, sconquassata, nome un albero che tremi dalle radici, con tale un furore doloroso che l’uomo, il soldato ebbe paura, e la tenne nelle braccia silenzioso, sgomento, esterrefatto, pensando che ella sarebbe morta, in quell’ora, e che non si poteva far nulla per salvarla.
E fu in una mattinata di novembre che nella casa del capitano Gigli, dalle porte spalancate, cominciò sfilata di coloro che venivano a salutare il bimbo morto. Da Napoli erano venuti i grossi cerei che ardevano simbolo dell’anima cristiana che si consuma nella fede, da Napoli il fascio di fiori freschi, di cui il suo lettuccio la sua stanza, la casa, financo le scale erano cosparse; da Napoli il vestitino bianco e le scarpette con cui il piccino faceva l’ultimo suo viaggio; da Napoli, l’ultimo suo letto, la cassa foderata di raso. Il primo a entrare nella stanzetta del piccolino fu Rocco Traetta, pian piano, quasi scivolando sul pavimento. La madre era seduta, un po’ staccata dal letto, tenendosi le ginocchia con le mani, nerovestita, coi capelli un po’ sciolti sul collo; guardò il galeotto, come se non lo vedesse, coi suoi occhi che non avevano più nessuna espressione. Rocco Traetta, pian piano, s’inginocchiò accanto al lettuccio, appoggiando la fronte sulla sponda del letto: e stette lì, così, per tanto tempo, senza piangere, senza parlare. Cautamente prese una manina cerea del piccolo, la baciò e vi mise qualche cosa, dentro. La madre stava immobile; a un certo punto, guardò il galeotto, gelidamente, come se lo cacciasse via. Egli si levò e uscì dalla stanza, ma restò nel corridoio, ritto, nella penombra, vedendo passare innanzi a sè una quantità di gente, donne, bimbi, soldati, ufficiali, tutti coloro che per sentimento di pietà, per senso malinconico curioso della morte, entravano e uscivano dalla odorosa stanza, dove il piccolo morto giaceva. Nessuno chiedeva che fosse quella carta che il bimbo aveva fra le dita, chiusa e suggellata come una lettera. Quando un fanciulletto muore, nelle provincie meridionali, coloro che vanno a visitarlo o i parenti stessi gli mettono fra le mani, nella cintura, nelle pieghe del vestito, qualche letterina: è quasi sempre una preghiera rivolta al Signore o alla Vergine, per chiedere una grazia che il bambino porta con sè, nella tomba e in paradiso. Così Rocco Traetta aveva messa fra le dita del peccerillo una lettera diretta alla Madonna Addolorata, chiedendole che gli facesse la grazia. Vedeva passare la gente, Rocco Traetta; entravano, s’inginocchiavano, pregavano, senz’aver coraggio di dire nulla a quella tetra figura femminile di madre irrigidita. Nè lei tremò, quando il capitano Gigli, chiamatala fuori, tremando tutto, le disse:
– Dobbiamo andare.
– Andiamo, – diss’ella, risolutamente, macchinalmente avviandosi alla sua stanza, per prendere un mantello e un cappello.
Avrebbero accompagnato a Napoli il bimbo morto: e certo lo strappo era meno straziante che se avessero dovuto vederlo portar via, restando in casa. Uscivano, andavano insieme: questo lugubre viaggio avrebbe mitigato lo strazio. ll marito cercò di trattenere la moglie nella sua stanza, per non farle sentire il rumore della cassa che si chiudeva; erano i soldati che facevano questa operazione, delicatamente, senza far rumore. Ella non vide e non udì nulla. Rocco Traetta e Grazietta, erano presenti: la serva piangeva, silenziosamente, vedendo il piccolo cadavere acconciato nella cassa come in un lettuccio, la testina appoggiata sul raso del cuscino. Il galeotto, muto, non piangeva, ma aveva gli occhi rossi ardenti come se vi fosse corso un flusso di lagrime sanguigne. E nella bara, sopra la bara, fiori, dappertutto. Altri soldati, dietro, portavano altre corone. Fu portata giù, silenziosamente, e intorno alla bara, nella piazza, si misero quelli che volevano accompagnarla, almeno sino alla porta di ferro. Vi erano gli ufficiali, le loro mogli, gli impiegati, e coperta di fiori, portata sulle spalle dai soldati, la bara stava in mezzo a loro, come un gran fascio odoroso di fiori. La madre e il padre scesero poco dopo. Ella aveva un velo nero al cappello, ma la piena luce e la piccola folla la sgomentarono. Cercava con gli occhi la faccia del suo bimbo e trovò solo la bara.
– Luigi, Luigi, – disse, come pregando – sta là dentro, è vero?
– Sì.
– Ma lo vedrò ancora? A Napoli, me lo farai vedere?
– Sì, cara, a Napoli.
A piedi, lentamente, il corteo si mosse. Subito dopo la bara, venivano il padre e la madre fra gli ufficiali: ella camminava, appoggiata al braccio di suo marito, con gli occhi fissi sulla bara, che ondulava alla discesa. Anche Rocco Traetta, ultimo, andava dietro. Il paesaggio era diventato un po’ brullo, ma un sole tepido lo illuminava, nel pomeriggio. E la comitiva pareva che andasse via, abbandonando per sempre l’isola, senza voltarsi indietro. Alla grande porta di ferro vi fu il saluto. Tutti stringevano la mano al capitano Gigli dicendogli qualche parola di conforto. La porta di ferro si spalancò e si rinchiuse: di là continuarono la discesa i due soldati con la bara, il padre e la madre del morticello, due ufficiali, due impiegati civili: di qui, risalendo all’isola, tutta la piccola folla e Rocco Traetta. Ma egli, senza che nessuno lo notasse, restò fermo sullo spalto erboso, guardando il corteo che appariva e scompariva, fra le piante, discendendo sempre, guardando i vividi colori dei fiori che coprivano e cadevano giù dalla piccola cassa, guardando il peccerillo che se ne andava, per sempre.
A un tratto, un gomito della strada che scendeva alla piccola spiaggia, gli nascose il corteo e stette per qualche tempo senza vederlo. Ma pazientemente aspettò: forse lassù, nell’isola, cercavano dappertutto di lui, ma egli era dimentico di tutto, egli aguzzava gli occhi per vedere se il corteo ricompariva. Infatti, riapparve, sulla riva. La grande barca che lo stava aspettando non aveva nessun segno di lutto: anzi, aveva dei fiori nel fondo, buttati sulle panchine. I due marinai salutarono, levando i remi: in un momento la barca fu carica di corone e in mezzo fra i fiori sciolti e le corone fu posata la bara: e non si vedevano che fiori. A prua sedettero, la madre e ll padre, pallide figure vestite di nero; accanto a loro quelli che li accompagnavano, formando un gruppo. Così la barca andò, carica di fiori, per l’azzurro del mare, lentamente, come se conducesse un felice corteo; così la vide andare Rocco Traetta, colorita, e odorosa, scivolando sulle chete onde, con un movimento indistinto. Sulla spiaggia deserta dei Bagnoli, in quella mattinata di novembre, apparivano solo i profili di due carrozze: nessuno si fermava a vedere la barca carica di fiori che si avanzava, lentissimamente, forse obbedendo a una parola della madre. Così se ne andava, per sempre, il fanciullo, tra i fiori, sopra l’azzurro; se ne andava dal carcere, se ne andava dalla galera, se ne andava alla libertà. Così lo vedeva partire Rocco Traetta, che non lo aveva potuto vedere, che non lo aveva potuto salutare, vivo, e che ora lo salutava, morto, lo salutava sottovoce, come se gli parlasse, come se il fanciullo potesse ancora udirlo, chiamandolo il peccerillo, il peccerillo bello e raccomandandogli la grazia che voleva dalla Madonna, raccomandandogli la lettera che gli aveva messo nelle mani e che avevano chiuso nella bara. Il fanciullo era lontano, sbarcava ora: lo mettevano nella carrozza, sempre fra i fiori, vi salivano il padre e la madre: e gli altri salivano nell’altra. Era lontanissimo, il fanciullo: le carrozze filavano, rapidamente, erano scomparse sulla via di Fuorigrotta. Tutto era finito. Il fanciullo era morto, sparito.

VII.

La notte era senza luna. Il sottile velo di nebbia autunnale che aveva coperto il cielo, durante il giorno, era diventato, nel crepuscolo della sera, uno strato scuro di nuvole. E la nerezza del cielo incombeva sulla nerezza del mare sulla oscurità profonda dell’isola di Nisida. Ma non si presagiva nè la bufera, nè la pioggia; anzi era grande la quiete dell’aria e delle cose, intorno: tanto che le sentinelle ferme sotto l’arco delle loro garitte interrogavano distrattamente quelle tenebre. Qualche sentinella in fondo alla garitta aveva accesa una lanternina, poichè tutti i fanali dell’isola erano spenti: ma la fiochissima luce era mascherata dal corpo del soldato, che si teneva fermo innanzi al suo casotto di legno o di ferro. Ombra profonda e profonda quiete. Solo, come sempre a ogni quarto d’ora la voce di richiamo cominciava da un capo dell’isola e si propagava, lentamente, precisamente sino all’altro capo, per ritornare indietro, intorno intorno, con la risposta.
– All’erta, sentinella!
– All’erta sto.
La voce della domanda era più viva, suonava come una sveglia, mentre la voce della risposta era tranquilla, pacata, quasi serena nella fiducia della sorveglianza. La quiete era così profonda in quella notte! Solo, verso le due, nel colmo cioè della notte, la sentinella che guardava l’angolo più acuto dell’isola, verso Pozzuoli, trasalì. Essa non aveva inteso rumore, ma, come una scossa elettrica le aveva detto che la solitudine, intorno, era percorsa da un uomo o da un animale. Talvolta, in una camera oscura, o in un cortile o in una strada, o in una campagna dove siete perfettamente certo di esser solo, si acquista, di un tratto, la certezza materiale che vi è qualcuno, intorno: non vedete, non udite nulla, ma sentite che uno spazio vuoto è ora occupato da un corpo. Così la sentinella. Aguzzò gli occhi, sull’ombra, ma non scorse nulla. Credendo che fosse la sentinella del posto vicino, che venisse a chiedergli un fiammifero per accendere la pipa, disse, assai sottovoce:
– Chi va là?
Non ebbe nessuna risposta. Crollò il capo, credendo di essersi ingannato. Ma era un calabrese avvezzo a camminare di notte, per cattive strade, guardandosi dalle sorprese; e continuò a sorvegliare facendo qualche passo, cautamente, intorno alla garitta. Di nuovo, una quiete profonda. Ma non era passata mezz’ora, che per la seconda volta, precisamente, ebbe la nozione di qualcuno che si muoveva, a trenta passi di distanza, verso giù, in una fratta che copriva uno scaglione dell’isola. E invece di rispondere alla parola di domanda che risuonava, allora: all’erta, sentinella, egli puntò il fucile e sparò. Immediatamente furono intesi due lunghi gridi, strazianti, e intorno intorno, per tutta l’isola, dovunque era una sentinella, la parola violenta, tumultuosa, urlante:
– All’arme, all’arme, all’arme, all’arme! Tre o quattro colpi di fucile risonarono, insieme, e propagandosi, intorno all’isola, fu un fuoco circolare di fucili che si abbassavano, sparando, verso il mare, ciecamente, perchè la consegna era di sparare in giù, dove i fuggitivi si dirigevano, gli ignoti fuggitivi. Fu una corona di fuoco e di fumo, intorno all’isola, nella notte, e subito fra il tumulto dell’ergastolo risvegliato, dei soldati comandati da un ufficiale che correvano alla ricerca, si udì il secco scattare dei fucili ricaricati. Tumultuariamente, nei dormitorii, i carcerieri facevano l’appello dei galeotti, per vedere chi mancasse, mentre una staffetta correva velocemente in basso all’isola, per far partire le due barche, alla ricerca. Dappertutto furono riaccesi i lumi, tutta Nisida era in piedi: semivestito, pallido, spaventato della sua responsabilità, il vice-direttore, che suppliva Gigli nella sua assenza, dopo esser passato dal corpo di guardia, assisteva all’appello dei galeotti, nei dormitorii. Costoro, vestiti già, sbalorditi, non udivano l’appello, non rispondevano a tempo, ed era un urlare, un bestemmiare dei carcerieri, un gridare dei galeotti, un piovere di punizioni. A ogni dormitorio che si trovava completo, il pallido vice-direttore respirava di sollievo. Chissà, forse non mancava nessuno; era forse un falso allarme della sentinella verso Pozzuoli. Ma fuori, ogni tanto, risuonava un colpo di fucile isolato e un marciare di persone, e un chiamarsi e il secco scattar dei fucili, ricaricati. L’appello nell’ergastolo continuava, e al suo nome, talvolta, un galeotto rispondeva malinconicamente:
– Io ci sto, ci sto, beato chi è scappato!
Sì, tutti invidiavano gli ignoti che erano fuggiti. Si vedeva dalle facce, dai dialoghetti sottovoce, dai sorrisi maliziosi. I carcerieri erano furibondi. E fu solamente all’ultimo dormitorio, dove erano sessanta galeotti, che ne furono trovati cinquantotto: il carceriere, disperato, rifece l’appello tre volte, temendo di essersi sbagliato ma erano cinquantotto, sempre cinquantotto, ne mancavano due. Voltandosi al vice direttore che era diventato terreo, gli disse:
– Due sono fuggiti.
– Chi sono
– Giacomo Calamà, detto Ingannalamorte.
– E l’altro?
– Rocco Traetta, detto Sciurillo.
– Giovani?
– Giovani.
Il vice-direttore si morsicò le labbra, per reprimere una bestemmia, poi se ne andò, frettolosamente, a organizzare meglio le ricerche. In tutta l’isola i due nomi Ingannalamorte e Sciurillo, si andavano propagando di bocca in bocca, ripetuti, commentati da tutti. Vi erano lumi che correvano, tra le fratte, tra i burroni, ve ne erano al basso dell’isola che andavano e venivano; risuonavano dappertutto le sciabole degli ufficiali. Qualche lume si accese finanche sulla spiaggia dei Bagnoli dirimpetto. Solo dopo un’ora potettero mettersi in moto le barche. Le loro grandi lanterne lasciavano come una traccia sanguigna di luce sul mare, e andavano lentamente intorno, esplorando ogni grotta, entrando in ogni picciolo seno dell’isola. Nelle barche scintillavano le canne dei fucili dei soldati, riflettendo la luce rossa delle lanterne. E ogni tanto, per qualche allucinazione di sentinella vegliante si udiva un colpo di fucile – e il vice-direttore che andava e veniva, agitatissimo, si fermava come se quello fosse il segnale che avessero ripreso i fuggitivi. Tutti i galeotti erano stati rimandati a letto, ma nessuno di essi dormiva, chiacchieravano, era impossibile farli tacere; alcuno di essi, ad alta voce, faceva voti, perchè gli evasi non fossero ripresi. Ma il tumulto e le ricerche non si fermarono che al mattino, quando al vice-direttore fu fatto il verbale dell’evasione. Si erano trovate le due catene dagli anelli nettamente segati, fra l’erba della fratta, dove la sentinella calabrese aveva sentito la presenza dei fuggitivi. Giacomo Calamà, detto Ingannalamorte, non era stato possibile ritrovarlo, nè vivo, nè morto, nè per mare, nè per terra, nè ai Bagnoli, nè a Pozzuoli, nè in alto, in nessun posto; dichiarato: evaso. Rocco Traetta, detto Sciurillo, era stato ritrovato, disteso sugli scogli, col cranio sfracellato, morto.