Matilde Serao – Il Palazzo di Donn’Anna

Il bigio palazzo si erge nel mare. Non è diroccato, ma non fu mai finito; non cade, non cadrà, poiché la forte brezza marina solidifica ed imbruna le muraglie, poiché l’onda del mare non è perfida come quella dei laghi e dei fiumi, assalta ma non corrode. Le finestre alte, larghe, senza vetri, rassomigliano ad occhi senza pensiero; nei portoni dove sono scomparsi gli scalini della soglia, entra scherzando e ridendo il flutto azzurro, incrosta sulla pietra le sue conchiglie, mette l’arena nei cortili, lasciandovi la verde e lucida piantagione delle sue alghe. Di notte il palazzo diventa nero, intensamente nero; si Serena il cielo Sul suo capo, rifulgono le alte e bellissime stelle, fosforeggia il mare di Posillipo, dalle ville perdute nei boschetti escono canti malinconici d’amore e le monotone note del mandolino: il palazzo rimane cupo e sotto le sue vòlte fragoreggia l’onda marina. Ogni tanto par di vedere un lumicino passare lentamente nelle sale e fantastiche ombre disegnarsi nel vano delle finestre: ma non fanno paura. Forse sono ladri volgari che hanno trovato là un buon covo, ma la nostra splendida povertà non teme di loro; forse sono mendicanti che trovarono un tetto, ma noi ricchi di cuore e di cervello, ci abbassiamo dalla nostra altezza per compatirli. E forse sono fantasmi e noi sorridiamo e desideriamo the ciò sia; noi li amiamo i fantasmi, noi viviamo con essi, noi sogniamo per essi e per essi noi moriremo. Noi moriremo per essi, col desiderio di vagolare anche noi sul mare, per le colline, sulle rocce, nelle chiesette tetre ed umide, nei cimiteri fioriti, nelle fresche sale dove il medioevo ha vissuto.
Fu una sera e splendevano di luce vivida quelle finestre; attorno attorno il palazzo, sul mare, si cullavano barchette di piacere adorne di velluti che si bagnavano nell’acqua, vagamente illuminate da lampioncini colorati, coronate di fiori alla poppa; i barcaiuoli si pavoneggiavano nelle ricche livree. Tutta la nobiltà napoletana, tutta la nobiltà spagnuola, accorreva ad una delle magnifiche feste che l’altiera Donn’Anna Carafa, moglie del duca di Medina Cœli, dava nel suo palazzo di Posillipo. Nelle sale andavano e venivano i servi, i paggi dai colori rosa e grigio, i maggiordomi dalla collana d’oro, dalle bacchette di ebano: giungevano continuamente le bellissime signore, dagli strascichi di broccato, dai grandi collari di merletto, donde sorgeva come pistillo di fiore la testa graziosa, dai monili di perle, dai brillanti che cadevano sui busti attillati e seducenti; giungevano accompagnate dai mariti, dai fratelli e qualcuna, più ardita, solamente dall’amante. Nella grande sala, sulla soglia, nel suo ricchissimo abito rosso, tessuto a lama d’argento, con un lieve sorriso sulla bocca, il cui grosso labbro inferiore s’avanzava quasi in atto di spregio, inchinando appena il fiero capo alle donne, dando la mano da baciare ai cavalieri grandi di Spagna di prima classe come lei, stava Donna Anna di Medina Cœli. L’occhio grigio dal lampo d’acciaio, simile a quello dell’aquila, rivelava l’interna soddisfazione di quell’anima fatta d’orgoglio: ella godeva, godeva senza fine nel vedere venire a lei tutti gli omaggi, tutti gli ossequi, tutte le adulazioni.
Era lei la più nobile, la più potente, la più ricca, la più bella, la più rispettata, la più temuta, lei duchessa, lei signora, lei regina di forza e di grazia. Oh poteva salire gloriosa i due scalini che facevano del suo seggiolone quasi un trono; poteva levare la testa al caldo alito dell’ambizione appagata che le soffiava in volto. Le dame sedevano intorno a lei, facendole corona, minori tutte di lei: ella era sola, maggiore, unica.
In fondo al grande salone era rizzato un teatrino destinato per lo spettacolo. Tutta quella eletta schiera d’invitati dovevano dapprima assistere alla rappresentazione di una commedia ed a quella di una danza moresca; poi nelle sale si sarebbero intrecciate le danze sino all’alba. Ma la grande curiosità della rappresentazione era che gli attori, per una moda venuta allora di Francia, appartenessero alla nobiltà. Donn’Anna Carafa di Medina disprezzava i facili costumi francesi che corrompevano la rigida corte spagnuola, ma scrutatrice dei cuori e apprezzatrice del favore popolare com’era, s’accorgeva che quelle molli usanze piacevano ed erano adottate con trasporto. Solo per questo ella aveva consentito che Donna Mercede de las Torres, sua nipote di Spagna, sostenesse una parte nella rappresentazione. Donna Mercede, giovane, bruna, dai grandi occhi lionati, dai neri capelli, le cui trecce le formavano un elmo sul capo, era una spagnuola vera. Ella rappresentava nella commedia la parte di una schiava innamorata del suo padrone, una schiava che lo segue dappertutto, e lo serve fedelmente sino a fargli da mezzana d’amore, sino a morire per lui d’un colpo di pugnale destinato al cavaliere da un padre crudele. Ella recitava con un trasporto, con un tale impeto che tutta la sala si commuoveva allo sventurato e non corrisposto amore della schiava Mirza: tutti si commuovevano, salvo Gaetano di Casapesenna che faceva la parte del cavaliere. Ma così dal poeta era stata ispirata ogni parola del cavaliere, ed egli, freddo, indifferente, inconscio, non faceva che rimaner fedele al carattere che rappresentava. Solo, alla fine della commedia, quando la sventurata Mirza ferita a morte, s’accomiata con parole d’affetto da colui che fu la sua vita e la sua morte, allora, egli, cui appare finalmente la verità qual luce diffusa meridiana, preso dall’amore, s’abbandona in ginocchio dinanzi al corpo della poveretta morente e copre di baci quel volto pallido d’agonia. Invero, egli fu così focoso in tale slancio, così patetica ed improntata di dolore la sua voce, così disordinato ogni suo gesto, che veramente parve superiore ad ogni vero attore, e parve che la verità animasse il suo spirito, sino al punto che la sala intera scoppiò in applausi.
Sola, sul suo trono, tra le sue gemme, sotto la sua corona ducale, Donn’Anna impallidiva mortalmente e si mordeva le labbra. Non era lei la più amata.
Le due donne s’incontravano nelle sale del palazzo Medina; si guardavano, Donna Mercede fremente di gelosia, l’occhio nero covante fuoco, smorta, rodendo un freno che la sua libera anima aborriva; Donna Anna, pallida di odio, muta nella sua collera; si guardavano, impassibile e fredda Donn’Anna, agitata e febbrile Donna Mercede. Scambiavano rade ed altere parole. Ma se la gelosia scoppiava irresistibile, l’ingiuria correva sul loro labbro:
– Le donne di Spagna sono esse le prime ad abbandonarsi all’amante – diceva Donn’Anna, con la sua voce dura e grave.
– Le donne di Napoli si gloriano del numero degli amanti – rispondeva vivamente Donna Mercede.
– Voi siete l’amante di Gaetano Casapesenna, Donna Mercede.
– Voi lo foste, Donn’Anna.
– Voi obliaste ogni ritegno, ogni pudore, dandoci vostro amore a spettacolo, Donna Mercede.
– Voi tradiste il duca di Medina Cœli, mio nobile zio, Donn’Anna Carafa.
– Voi amate ancora Gaetano Casapesenna.
– Voi anche lo amate ed egli non vi ama, Donn’Anna.
Vinceva la bollente spagnuola e Donna Anna si consumava dalla rabbia. Ma egualmente l’odio glaciale della duchessa contro cui s’infrangeva ogni slancio di Donna Mercede, tormentava la spagnuola. Esse avevano nel cuore un orribile segreto; esse portavano nelle viscere il feroce serpente della gelosia, esse morivano ogni giorno di amore e di odio. Donn’Anna celava il suo spasimo, ma Donna Mercede lo rivelava nelle convulsioni del suo spirito e del suo corpo. La duchessa agonizzava sorridendo; Donna Mercede agonizzava, piangendo e strappandosi i neri capelli. Fino a che ella scomparve d’un tratto dal palazzo Medina Cœli e fu detto che presa da improvvisa vocazione religiosa, avesse desiderato la pace del convento e fu narrato del misticismo ond’era stata presa quell’anima, e delle lunghe giornate passate in ginocchio dinanzi al Sacramento, e del fervore della preghiera e delle lagrime ardenti: ma non fu detto né il convento, né il paese, né il regno dove era il convento. Invano Gaetano di Casapesenna cercò Donna Mercede in Italia, in Francia, in Ispagna ed in Ungheria, invano si votò alla Madonna di Loreto, a San Giacomo di Campostella, invano pianse, pregò, supplicò. Mai più rivide la sua bella amante. Egli morì giovane, in battaglia, quale a cavaliere sventurato si conviene.
Altre feste seguirono nel palazzo Medina, altri omaggi salutarono la ricca e potente duchessa Donn’Anna; ma ella sedeva sul suo trono, con l’anima amareggiata di fiele, col cuore arido e solitario.

Quei fantasmi sono quelli degli amanti? O divini, divini fantasmi! Perché non possiamo anche noi, come voi, spasimare d’amore anche dopo la morte?

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