Matilde Serao – Trenta per cento

I.

Il professore Alessandro de Peruta aveva finito la sua mattinale lezione di storia, nella terza ginnasiale del primo reale educandato. Alfonsina Barracaracciolo, la maestra di guardia, una pallida anemica e taciturna, lo aveva riaccompagnato per il lungo corridoio ad archi, che fiancheggia il giardino sino alla grande anticamera conventuale dai banchi di quercia e dal largo tavolone nero: ivi lo aveva salutato a bassa voce e se ne era andata, lisciando con le magre dita della mano sottile i capelli di un biondo tenuissimo. Ritto presso il tavolone, chinando la contorta persona di rachitico, chinando la grossa testa dal viso giallastro il professor Alessandro de Peruta firmava lentamente il registro di presenza, mentre Barbarella la custode, continuava a far la calza. Ma mentre passava la carta rossa asciugante sulla firma sgorbiata, che la scarna mano cadaverica aveva tracciata, sopraggiunse la maestra dei lavori Clorinda Fasulo una grossona alta e ridente, dalle grosse guancie lucide e colorite, dal vestito di lana stretto tanto che pareva crepitasse, a ogni minuto, a ogni movimento delle spalle rotonde, a ogni movimento delle braccia rotonde come pali.
– Buongiorno, professore, buongiorno – disse ella, allegramente – potete trattenervi un minuto?
– Volentieri – disse lui, guardandola rispettosamente il piccolo e meschino professore, in ammirazione davanti a quella forte grassezza.
– Dovreste farmi un favore. Conoscete la banca Ruffo-Scilla?
– Nossignora, non la conosco – disse lui con un vago sorriso – non conosco nessuna banca.
– Non importa, qui vi è l’indirizzo. Credo che sia sulla vostra strada. Ora, se non vi dà fastidio, dovreste mettere sulla banca queste settecento lire. Trecento lire a nome di Elisabetta Fasulo che è mia sorella e quattrocento a nome di Clorinda Fasulo.
– È una cassa di risparmio? Debbo avere un libretto? Due libretti?
– No, professore. Margherita Lombardi, che ci ha messo centocinquanta lire, due mesi fa, ha avuto una semplice ricevuta, ma col timbro della banca e cinque o sei firme. Così anche Teresina Farnese, nostra economa, così Filomona Scognamiglio la maestra delle piccole. Una ricevuta, una semplice ricevuta. In capo al mese, dal deposito si hanno dodici lire sopra cento.
– Dodici lire sopra cento ogni mese? – fece lui sgomentato.
– Già, dodici lire – disse lei ridendo clamorosamente, facendosi più rossa e più lucida per la risata.
– Non mi pare possibile, – egli soggiunse.
– Margherita Lombardi, Teresina Farnese e Filomena Scognamiglio le hanno avute, – disse trionfalmente Clorinda Fasulo.
– È un imbroglio, allora, signorina Fasulo – mormorò timidamente il professore, che non pronunziava mai ad alta voce una opinione recisa.
– Ma che! Ruffo-Scilla è un signore, è un galantuomo, ha qui dentro delle nipoti.
– Ma come può dare un interesse così favoloso?
Clorinda Fasulo tacque per un momento, poi guardandosi attorno, disse quasi all’orecchio del professore Alessandro de Peruta:
– Ruffo-Scilla fa affari con Rothschild: sono denari di Rothschild.
– Ah – fece quello, profondamente.
Pure nella sua coscienza rigida di equità, egli tentò un’ultima prova:
– Perchè non li portate voi, signorina Fasulo?
– Perchè usciamo sempre di domenica, da questa casa, e di domenica la banca è chiusa. Peccato! Ci deve essere sempre una gran folla, a questa banca: chi volete che non profitti? Noi ci abbiamo messo le nostre economie di due anni; capite che con le trenta e le quaranta lire che abbiamo di mesata, mia sorella e io, non ci è molto da fare economia. Come volete che non si mettano i denari alla banca Ruffo-Scilla?
– Vi servirò, – disse lui, – sebbene avrei preferito veder fare a voi il deposito. Potete pentirvene, può succedere qualche guaio..
– Quando ci è quella persona lì, – disse ella ammiccando maliziosamente al barone di Rothschild lontano, – si può stare sicuri.
– Vi servirò, ripetè lui, infilando i guanti di lana e volendo, a ogni modo, procurarsi delle amicizie nell’educandato.
Pure, passando la grande porta di quercia che Barbarella la custode aveva schiusa, tutta pensosa, il professore Alessandro de Peruta sentì subito il tormento di quei quattrini che aveva presi da Clorinda Fasulo. Quando aveva portato addosso settecento lire, il povero professore? Non le aveva mai possedute e mai portate: era un miserabile professore di storia, un incaricato, neanche un titolare, che con due scuole e un paio di scolari arrivava a combinare centosettanta lire al mese con cui viveva lui, a Napoli, sua madre e sua sorella a Giffoni Vallepiana, nel Cilento. Non aveva mai visto settecento lire, il gramo professore, che viveva in una stanzuccia mobiliata, alla via Concordia, a quel palazzo Cariati che corrisponde anche sul Corso Vittorio Emanuele, e che è un’immensa riunione di gente povera e di gente ricca. Mentre se ne andava, a piedi, dovendo fare un’enorme distanza e risparmiando anche i tre soldi dell’omnibus il professore tastava ogni momento la tasca del soprabito, dove nei portafoglio largo, sdruscito, di pelle nera consumata, stavano chiuse le settecento lire delle sorelle Fasulo.
Poteva perderle, poteano rubargliele al solo pensarci, ogni tanto, impallidiva, cioè diventava più giallo nella cartapecora del suo volto di trent’anni. Avrebbe voluto andare subito alla banca, deporre subito quel danaro che gli dava un fastidio enorme: ma non aveva il tempo di arrivare al palazzo Faucitano, a Toledo, al largo della Carità, dove risiedeva la grande banca Ruffo Scilla; doveva prima dare la sua lezione alle alunne del secondo corso, alla Scuola Normale, in via del Gesù. E macchinalmente, preso da una costante paura di perdere quei quattrini, teneva la mano sulla tasca, anche quando entrò dal libraio scolastico Gambardella, in via Trinità Maggiore, a prendere un volume di storia, del Muratori, in prestito, come faceva spesso. Il libraio Gambardella, mentre faceva dei pacchetti di grammatichette dello Scavia, ascoltava le parole di un giovanotto alto e biondo, vestito con una certa eleganza:
– Ora vado a portarci cinquemila lire di don Antonio, – disse il giovanotto, soggiungendo il nome di un celebre medico.
– Don Antonio può metterci questo e altro – soggiunse un vecchietto, un pensionato delle antiche intendenze di finanze borboniche, che passava sempre due o tre ore nella libreria di don Filippo Gambardella, immobile, silenzioso, dicendo una frase ogni mezz’ora.
– Voi non ci mettete niente, don Filippo? – disse il giovanotto, con voce insinuante.
– Io vendo libri, – fece l’altro. Ma pure, la voce era malsicura.
– Scommetto che domani vi decidete, – disse ridendo Gaetanino Starace. – Volete che venga domani?
– Ma che siete banchiere anche voi? – disse don Filippo Gambardella.
– No, ma sono amico di Ruffo-Scilla, – rispose l’altro con finezza. – E poi il piacere lo fo a voi, e non a lui.
– Eh già, eh già – mormorò il pensionato, prendendo tabacco. – Dodici lire sopra cento, è un bell’affare.
– Troppo bello, – mormorò don Filippo che esitava sempre.
– Non ci è paura, non ci è paura, – gridò allegramente il giovanotto, – sono denari inglesi, sono denari che vengono dall’Inghilterra.
– Me lo date, questo Muratori? – disse de Peruta, scosso, colpito dalle due versioni che lo ripiombarono nei suoi sospetti.
– Un minuto di pazienza e sono con voi – disse don Filippo Gambardella.
Gaetanino Starace uscì, ridendo, e promettendo sempre di ritornare l’indomani.
– Ci metterete qualche cosa sulla banca Ruffo-Scilla, voi? – domandò il professore, mentre il libraio gli cercava il volume del Muratori.
– Chissà – fece quello, scendendo dalla scaletta.
– Ci metterò forse una piccola somma.
– Non vi pare un azzardo?
– Anche il lotto è un azzardo: e lo fa il governo e tutti ci giuocano, – osservò il pensionato. – Vorrei tener denaro, io
– D’altronde, sono speculazioni inglesi, – mormorò il libraio, – quella gente d’Inghilterra fa denari con la pala.
– Inglesi? Mi avevano detto che era Rothschild – osservò, dubitando sempre, il professore de Peruta.
– Rothschild? Tanto meglio dunque: stiamo a cavallo. Vedete che questo Ruffo-Scilla sa fare…
Il professore se ne andò, poco convinto, mentre il pensionato pensava che era assai curioso che a loro si desse una rendita e non un capitale: a quest’ora, se possedesse il capitale della sua pensione, con Ruffo-Scilla si sarebbe arricchito.
Il professore de Peruta saliva lentamente per le scale della Scuola Normale, umide e scure, in quella mattina di fine novembre. Nervoso come era, in quel suo malaticcio temperamento di uomo difforme, ora sembrava che il portafoglio nero, con le settecento lire, gli pesasse enormemente sul petto, come un pezzo di piombo. Certo avrebbe fatta una cattiva lezione di storia, egli che era così laborioso, così coscienzoso, che prendeva molto sul serio quel suo incarico tanto malamente retribuito. Nella sala della Direzione, umida, scura e polverosa, come le altre sale, vide il professore di letteratura, un pretonzolo barese grasso e piccolo, parlottare vivamente col direttore della Scuola, un prete lungo lungo, magro, piemontese. Era una fissazione o anche lì dentro aveva inteso sibilare il nome di Scilla, il pericoloso nome di uno scoglio fatale? Passò avanti, salutando, senza fermarsi, poichè sapeva di non essere nè ricercato, nè amato. Era un’allucinazione, o in quei discorsetti sottovoce, fra le alunne distratte che non ponevano mente alla lezione, in quei bigliettini passati da banco a banco e che erano letti, sorridendo, ridacchiando, cercando di reprimere il riso, era un’allucinazione, o qualche cosa che riguardava la banca Ruffo-Scilla agitava quelle ragazze?
Erano esterne, venivano dalle loro case alle otto della mattina, e, certo, varie di loro, in casa, nella strada, nelle visite, avevano udito dire. Invano egli pregava che si facesse silenzio, ora con cortesia, ora arrabbiandosi, cedendo alla sua nervosità di essere infelice e infermo: quelle ragazze erano indomite nella chiacchiera e in fondo non lo temevano poichè egli era nervoso, ma buono come un fanciullo, poichè timido, e malaticcio, e sofferente, non sapeva farsi rispettare da quelle ragazze popolane, impertinenti. Egli non vedeva l’ora che la lezione finisse, per andarsene, per correre al palazzo Faucitano, per depositare quel denaro delle sorelle Fasulo, per non udire più parlare di quella banca, la cui audacia finanziaria, la cui equivoca avventura turbavano la rigidità di una coscienza, che non aveva mai mancato, che non aveva mai transatto.
Ah fu ben felice, quando suonarono lo undici e le fanciulle, vedendolo alzarsi, si alzarono tumultuosamente, salutando in coro, con un altro pretesto per far chiasso:
– A rivederla, professore! A rivederla, professore!
Ora correva per la via, sentendosi opprimere da quel portafoglio nero, sentendosi come perseguitato da quel denaro malaugurato. L’ampiezza del cortile, nel palazzo Faucitano, e la bella scala lo rincorarono. Era giunto in porto e fra dieci minuti sarebbe liberato da quel tormento, avrebbe potuto fare una passeggiata, tranquillamente, per poi andare a studiare alla Biblioteca Nazionale per una sua critica della storia, un lavoro duro, difficile e lungo, che era l’ideale della sua vita di scienziato. Ma vide che altre persone salivano, con lui, le scale: e altre ne incontrò che scendevano. La banca era popolatissima era un gran salone lungo diviso in due parti da una grande divisione di legno acero, biondo, nella quale si aprivano gli sportelli degli impiegati. Vi erano tre sportelli per i depositi e tre per i pagamenti degli interessi ma la gente si assiepava innanzi agli sportelli dei depositi, mentre vi erano solo tre o quattro persone a quelli degli interessi. La parte della sala adibita al pubblico era ammobiliata, con bancaria eleganza, di velluto azzurro scuro, con una frangia oro ed azzurro a grossi fiocchi. Dei fattorini di banca facevano il servizio, in livree azzurro scuro, filettate di giallo; portavano: Banca Ruffo-Scilla. E la gente si affollava innanzi agli sportelli di deposito, stringendosi l’uno all’altro, tenendo sollevata la mano dove avevano il denaro, carte gialle, carte azzurre, carte bigie, a fascetti, a pacchetti, alcune nuove come se fossero uscite allora da sotto il torchio litografico, altre unte e bisunte come se fossero passato per mille sporchissime mani. Non si vedevano, sulle teste, che delle braccia alzate, tenendo il denaro levato in alto.
Il professor de Peruta ebbe un minuto di sgomento:quello che gli era parso un fatto isolato al mattino, come le ore passavano, passavano, gli sembrava che si sviluppasse. si estendesse, si allargasse sempre più, con un movimento rapidissimo. Quella folla lo spaventava: sì ritirò in un cantuccio, si voltò verso li muro, e cavò dal portafoglio le settecento lire delle sorelle Fasulo contandole ancora una volta, dividendole in un gruppo di trecento lire e in un altro di quattrocento lire, mettendosele in mano, divise, mettendosi anche lui alla coda della processione che avanzava lentamente. Pure, l’operazione di deposito era così semplice! Un elegantissimo impiegato, giovane, dai capelli lucidi di brillantina, dai mustacchi arricciati col ferro, che portava alla cravatta una magnifica perla nera e al dito mignolo un grosso brillante legato in oro massiccio, smaltato come se fosse ferro, scriveva rapidamente la cifra del deposito in un piccolo libro, così detto a madre e figlia donde staccava la piccola ricevuta, che, dopo averla bollata, consegnava al depositante. E nel medesimo tempo, con voce forte, per far udire a tutti, gittava il nome del depositante e la cifra del deposito a un altra impiegato, dietro il cancello di legno, un altro impiegato che scriveva in un altro piccolo registro. E i nomi cadevano, così:
– Francesco Jadicicco, quattrocentotrenta!
– Pasquale Foderaro, duemilasettecentosettanta!
– Salvatore Apricena, centoventi!
– Barone Costanzo Vasaturo, settemilanovanta! Rapida operazione, che seguita acutamente da Alessandro de Peruta, lo riempiva di meraviglia. Anche qualcun altro si meravigliava di quella semplicità, quella lestezza, forse avrebbe desiderato maggiori formalità bancarie; ma non osava lire nulla, vedendo che gli altri se ne andavano, allegri, felici, come se fossero liberati da un grave peso, contenti di essersi sbrigati così felicemente.
Come la cifra era più grossa, la gente più indietro avanzava il collo, per scorgere il fortunato che potea mettere sulla banca Ruffo-Scilla delle migliaia di lire mentre essi stringevano timidamente le loro poche centinaia di lire, e sospiravano, pensando ai grossi e rapidi interessi che si sarebbero potuti realizzare con molte migliaia di lire. Ah come li invidiavano, i piccoli depositanti, quelli che potevano portare al miracoloso Ruffo-Scilla, al benefico Ruffo-Scilla, tanti denari, per averne poi, in fine mese molti, e in fine trimestre moltissimi! Il professore de Peruta vedeva tutto questo, e la sua sorpresa cresceva, cresceva. Si rizzava in punta di piedi, piccolo com’era per guardare dallo sportello nell’interno del salone.
E il professore si rammentava bene in quel momento, per una bizzarra legge di ravvicinamento, una impressione avuta, tre o quattr’anni prima, alla capitale d’Italia, a Firenze. Era andato colà in cerca di un po’ di protezione, per il posto che aveva poi avuto, nella Scuola normale. Si ricordava che un giorno, specialmente, esaurita la sua pratica, come si dice in linguaggio burocratico, aveva cercato di un amico, un napoletano impiegato alla Banca Nazionale. Non conoscendone l’indirizzo, timido, sopraffatto dalla bellezza e dall’animazione delle vie di Firenze, era andato a cercarlo alla Banca stessa. E tutta la solenne impressione avuta da quei grandi saloni chiari, nitidi e riscaldati dai caloriferi, da quel grande silenzio dove il passo dei frequentatori si faceva cauto, da quelle profonde cortine di reps verde, da quei tavoloni neri, lustri, massicci, da quel lusso di stucchi o di marmi, legni costosi e pesanti, da tutta quella severità, da quella maestà medesima della Banca, gli ritornò. Dietro il grande cancello di legno in un salone, il suo amico gli era apparso fra tanti impiegati che lavoravano, dietro il cancello, seduti sopra certe poltrone alte, scrivendo in immensi registri, lentamente silenziosamente, mettendosi ogni tanto la penna dietro l’orecchio, per verificare in un’altra pagina del registro, una cifra. E dietro il grande cancello era tutta una serie di scaffali profondi, di armadii, che arrivavano al soffitto, di scrivanie larghe e alte, innanzi alle quali lavoravano i taciturni impiegati. Egli era rimasto profondamento colpito e aveva parlato sottovoce al suo amico, dandogli un appuntamento per la sera, per pranzare assieme prima di partire, ma con un po’ di confusione, tanto il suo amico gli pareva ingrandito, poichè era una ruota di quell’ingranaggio cosi ampio e così potente. La sera lo trattò con grande rispetto, e ogni tanto si mettevano a parlare lentamente, a bassa voce, della Banca, come di una grande e potente persona assente, come di una deità piena di forza, che li metteva in uno stato di sgomenta ammirazione.
Tutto gli ritornava in mente, ora, fra quel vocio assordante, fra quella gente bizzarra, miseramente vestita, o pomposamente elegante, ma pallida, preoccupata, affaccendata che piegava la sua cartolina di ricevuta e scappava via, commossa, come quando si scappa via dalla bisca; gli tornava in mente sbirciando dietro il cancello, dove non v’erano che due o tre sedie spaiate, o un tavolinetto su cui scriveva quell’impiegato sotto la dettatura di quello che stava allo sportello. Niente: nè uno scaffale, nè un armadio, nè una cassa, nè una scrivania, un vuoto assoluto che gli produsse una impressione di freddo.
– Carlotta Bencivenga, ottocentonovanta!
– Rosario Fuortes, centoventi!
– Gaetano Amirante, dodicimilasettecento!
L’impiegato prendeva i denari di quest’ultimo, che era un grosso uomo panciuto, con un soprabito giallastro e un cappello di feltro giallo, un provinciale evidentemente, e si metteva a contarli. Erano delle carte unte, sporche, ed era anche un sacchetto di piastre, come non se ne vedevano in circolazione, da tempo, monete di Ferdinando secondo di Borbone; era tutto un campionario di carte-valori e di monete d’argento; vagamente, distrattamente contandole, l’impiegato sorrideva. Il provinciale, dietro il quale stava il professore Alessandro de Peruta, seguiva con l’occhio il suo denaro, a ogni moneta a ogni carta, avidamente.
– Dodicimilasettecento, – disse l’impiegato, cominciando la ricevuta.
Aveva messo da parte il denaro, insieme all’altro già depositato, ed era un grande fascio di carte-valori, e un mucchio di monete, d’oro e d’argento. Evidentemente non avevano, lì, dietro il cancello, neppure un cassetto da riporlo. E a malincuore il provinciale se ne separò definitivamente: se ne andò pian piano, dondolandosi sulla persona grassa, come un’oca troppo gonfia.
– Lire settecento, – disse il professore Alessandro de Peruta, – per Elisabetta e Clorinda Fasulo.
– Elisabetta e Clorinda Fasulo, settecento, – strillò l’impiegato dello sportello.
E mise da parte il denaro, accingendosi a scrivere la ricevuta.
– Non lo contate? – disse il professore colpito.
– Per le piccolo somme, mai – rispose nettamente l’impiegato, il cui anello di brillanti scintillava magnificamente.
Elegantemente staccò la ricevuta e la porse.
– Vi siete ingannato – disse gelidamente il professore – dovete iscrivere trecento lire per Elisabetta Fasulo, e quattrocento per Clorinda Fasulo.
L’impiegato represse un piccolo moto d’impazienza.
– Si può correggere la ricevuta – disse – datemela indietro.
E presa la carta, ci faceva sopra delle aggiunzioni a caratteri minuti.
– Nossignore – osservò il professore – questa non è una ricevuta regolare. Ne dovete fare due, in perfetta regola, per le due depositanti.
– Voi avete tempo da perdere, ma noi no – disse con insolenza il bel giovane.
– Mi duole per voi, ma mi darete due ricevute, come vi avevo detto.
– Non vi sarete bene spiegato – fece l’altro, levando le spalle. – Basta, ve ne farò due.
E sospirando d’impazienza, dopo aver lacerata la prima ricevuta, se ne mise a rifare due, compitando le sillabe dei nomi, per dimostrare la sua noia. Poi le staccò:
– Sta bene?
– Bene.
– E passiamo avanti, signor mio.
– Ma nel libro ci lasciate una dichiarazione di deposito sbagliata? – osservò glacialmente il professore, senz’andarsene.
– Oh si fa presto! – disse il bel giovanotto con grande noncuranza.
Voltò la pagina, e con un gesto rapido lacerò dal dorso la ricevuta sbagliata, facendone una pallottolina.
– Voi lacerate un libro commerciale? – domandò il professore terrorizzato.
– Bè? – chiese l’impiegato, con impertinenza.
– Niente – fece il professore, per andarsene.
Allora l’impiegato cacciò il capo dallo sportello e disse voce chioccia:
– Prego questi signori per cinque o sei minuti di pazienza. Ora ritorno.
Vi fu un mormorio di malcontento. E fu visto da tutti il bel giovanotto spiegare sul tavolino il suo fazzoletto di battista, profumato, dall’orlo trapuntato a giorno, e mettervi dentro, alla rinfusa, tutte le cartevalori, inzeppandole, stringendole, mentre quelle sbucavano da tutti gli angoli.
Gliene caddero tre o quattro per terra, e lui o non se ne accorse, o finse di non accorgersene, andandosene. Intanto, l’altro impiegato, in uno strofinaccio grande ma sporco, riuniva tutte le monete, oro e argento, lasciando quelle di rame, disprezzate, in un cantuccio. I due impiegati scomparvero dietro una porta: parve fossero inghiottiti loro e il tesoro dei depositanti. De Peruta li vide sparire: e se ne andò, disperato per quel denaro scomparso, inabissato, sparito.

II.

La bionda signora veniva pel Corso Vittorio Emanuele, camminando sul marciapiede di sinistra lungo quel poggiolo da cui si discopre tutta Napoli. Ma, o indifferente o distratta, non aveva uno sguardo per quel seducente paesaggio di mare, di campagna, di città che si svolgeva alla sua sinistra; e camminava prestamente, tutta raccolta o stretta nel caldo mantello invernale, con gli occhi bassi dietro la sottile veletta nera, con le piccole mani guantate di capretto nero e ficcato dentro il bruno manicotto. Non guardava nè il paesaggio, nè i passanti, guardava solo il selciato su cui prestamente, prestamente camminava. Pure, ebbe il senso di un’ombra che le si parava innanzi, e levò i profondi occhi neri, carichi di dolcezza.
– Buongiorno, signora Eleonora – le disse il giovanotto, a bassa voce, ma guardandola fisamente negli occhi, come se non potesse staccarseno.
– Buongiorno, signor Paolo – fece ella, come per salutarlo o per licenziarsi tirando avanti per la sua strada.
– Non permettete che vi accompagni un minuto? – fece lui, supplicando – sono pochi passi soltanto.
Ella abbassò il capo, e sul candido quasi trasparente pallore del volto un’onda di sangue apparve. E camminarono insieme, più piano, senza dire nulla.
– Perchè mi aspettate sempre? – chiese ella, improvvisamente, con un corruccio pieno di malinconia.
– Perchè non posso fare diversamente – disse lui, come mortificato, piegando la testa.
– Mi fate dispiacere mormorò la bionda signora, e parea che le lacrime avessero velata la sua voce e i suoi begli occhi dolci e profondi.
– Non dite questo, non lo dite – pregò lui come soffocando. – Per non darvi un dispiacere, morirei.
E urgeva nella sua voce bassa e tremula, urgeva la forte e disperata passione. Ella lo guardò e si tacque, cercando di affrettare il passo. Per fortuna, a quell’ora, in quella fredda mattinata d’inverno, erano pochi i passeggiatori del Corso: la bella via sopra Napoli era percorsa da venditori di frutta e di erbaggi, da operai e operaie, gente affaccendata, gente preoccupata, frettolosa, che correva al suo lavoro, alle sue cure, senza badare a quella pallida coppia di passeggiatori, che si parlavano senza guardarsi in viso e i cui occhi avevano l’espressione di un ardente dolore.
Egli prese dall’occhiello un mazzolino di pallide e fredde violette, un po’ rosicchiate dal gelo, cercò di metterlo nel manicotto di lei, pian piano. Ella si sentiva così addolorata e così debole, che non osò respingere quel tenue dono, dal profumo sottile, e tirò il mazzolino entro il manicotto.
– Me lo ha dato una ragazzina scalza e morta di freddo; era il primo che vendeva – narrò lui, come per distrarsi da un pensiero dominante, – mi ha detto, tremando o battendo i denti, che io le avrei forse portato fortuna.
– Il mondo è pieno d’infelici – fece ella, vagamente, guardando l’orizzonte.
– Voi avete pianto, stamane, signora Eleonora.
– No, no – rispose subito ella.
– Sì, avete pianto – ribattè lui, guardandola amorosamente, disperatamente.
– Perchè avrei dovuto piangere? Vi assicuro di no – fece la bionda signora, guardando verso il mare, per fuggire l’inchiesta di quegli occhi disperati.
– Perchè volete nascondermi quel che soffrite, signora Eleonora? Forse che io non indovino tutto? Forse che io non so tutto, così fatalmente? Non lo sapete che io vi amo?
– Vi avevo detto di non pronunziar mai questa parola, signor Paolo – disse ella, severamente. – Lasciamoci, vi prego.
– Bene – mormorò lui – non dirò più questa parola, se essa tanto vi offende. Ma mi avevate permesso, come ad amico, come al più umile, al più sconosciuto dei vostri amici, d’interessarmi a voi onestamente, candidamente. Non mi levate anche questo, sarebbe una ingiustificata crudeltà.
– Scusate, – ella disse ravveduta, – ma sono realmente così infelice, così abbandonata, così solitaria, che oramai tutti i soccorsi umani mi danno sospetto e mi offendono. Mi pare che tutto, che tutti vogliano aumentare i miei tormenti, coloro che mi odiano, coloro che mi abbandonano e coloro che mi amano. Sono ingiusta, lo so. Credo che non avrò più nessuno, fra poco.
– Per lasciarvi, dovrei morire, – ribattè lui, fermamente.
– Non parlate di morto, – fece ella, come spaventata.
– Perchè avete pianto? – domandò lui, di nuovo, ostinato.
– Ero andata in chiesa, – disse lei, – e ho pregato molto, molto. La preghiera è una cosa straziante e dolce, nel medesimo tempo. Mai sentiamo tanto il peso dei nostri mali, come quando preghiamo il Signore di darci la liberazione, la liberazione anche con la morte. Ciò mi ha fatto piangere, lo scavare nelle ceneri del mio cuore ma ciò mi ha anche molto consolata.
– Egli vi ha maltrattata, di nuovo? – diss’egli, andando al fatto, rozzamente.
– No, no, – rispose ella, con voce dolente, – non mi ha punto maltrattata.
– Allora… – domandò lui, illividendo di collera gelosa – allora… il contrario?
– Niente, niente, – sussurrò ella, con la stessa voce dolente, come se fosse infranta per sempre.
Ma erano arrivati assai più avanti della scaletta che dal Corso conduce al palazzo Cariati, dove abitava la signora Eleonora. Avevano finanche oltrepassato l’hôtel Bristol e l’hôtel Bellevue e si trovavano in un lato del Corso assai campestre, assai deserto. Ella fu la prima ad accorgersene:
– Torniamo indietro, vi prego – supplicò, guardandolo coi suoi occhi timidi e dolci.
– Torniamo, – fece lui, vinto. – Ma mi direte che cosa egli vi ha fatto, per farvi piangere.
– Nulla, nulla.
– Ditemelo, signora Eleonora, ditelo al vostro migliore amico.
– Egli non è rientrato, stanotte. È da ieri mattina che non ritorna a casa, – scoppiò ella a dire, con un lamento di persona straziata.
Egli la guardò tacendo.
– Ma dove sta? – riprese ella, come se parlasse a sè stessa, come se continuasse ad alta voce un discorso interiore. – Che cosa fa? Perchè non torna a casa? Ha perduto ogni amore, ogni coscienza, ogni senso di pudore? O è forse in pericolo? Se sapessi almeno dove va? Ma non so niente, io, proprio niente. Sono una misera donna ignorante e debole, che non lo posso nè difendere, nè salvare!
Le parole le uscivano dalle labbra convulsivamente, come se dovessero affogarla: ella parlava a scatti, con improvvisi scoppi di voce, come se fosse sola, nel suo salotto, e non nella pubblica via, accanto a un uomo che l’amava senza speranza.
– Voi amate sempre vostro marito, signora Eleonora, – disse lui gravemente.
– Sempre, – rispose ella con fermezza. – Io gli debbo amore e rispetto.
Egli non rispose nulla, ma si tramutò di colore e la signora Eleonora potè vedere che gli occhi di quell’uomo forte e coraggioso erano pieni di lacrime.
– Il dovere… – disse lei, vagamente come per sua scusa.
– Egli non compie con voi nessuno dei suoi doveri, – riprese colui che l’adorava.
– Che importa? Se si amasse solo per essere ricambiati…. sarebbe un troppo lieto mondo.
– È vero – sospirò lui.
– E poi, chi sa! Da qualche giorno egli mi pare così turbato che non oso rimproverarlo; non oso neppure interrogarlo. A volte si siede in un cantuccio della nostra grande terrazza e tace, fumando per ore intere.
– Lo vedo; – disse il signor Paolo – dalla finestra della mia stanza si vede tutto.
– … a volte è di un folle buonumore, come se volesse stordirsi, dimenticare. Oh signor Paolo, certo egli è in pericolo! Non è mai stato una notte senza tornare a casa.
– Io l’ho visto, ieri sera, – e il signor Paolo, pronunziò queste parole, freddamente o distrattamente.
– Oh per carità, ditemi dove? – fece ella, congiungendo le mani, in atto di preghiera.
– Perchè dovrei dirvelo? – ribattò lui, con un po’ di durezza. – Sono forse il custode di vostro marito?
– Avete ragione – e chinò li occhi un po’ umiliata. – Io vi sono di gran tormento. Almeno… per rassicurarmi.
– Oh potete rassicurarvi — foce lui, sorridendo ironicamente – vostro marito non corre alcun pericolo.
E continuò a sorridere ironicamente. Ella era diventata tutta timida, intravedendo la verità, non osando domandar nulla.
– Lo vidi ieri sera – fece lui, distrattamente – a quel teatro che chiamano il Giardino d’inverno. Non ci siete mai stata?
– No: non vado in nessun posto.
– La mia domanda era sciocca, scusatemi. Il Giardino d’inverno non è fatto precisamente per le signore oneste.
Ella aveva chinato gli occhi e impallidiva. Ma egli aveva sofferto troppo e lo teneva come un piacere acuto della sua sofferenza e dell’altrui. Continuò, fiacca niente, come se narrasse un fatto poco interessante:
– Il Giardino d’inverno è un po’ teatro, un po’ café-chantant, un po’ trattoria dove si cena allegramente dopo lo spettacolo. È il ritrovo di giovinotti galanti, di mariti indipendenti e di signorine galanti e indipendenti…
– Ho inteso, ho inteso, – fece ella, affrettando il passo, come per non udire più.
– Ora che pare sia venuto un tempo di grande prosperità per Napoli – continuò lui, deciso ad andare sino in fondo, – poichè tutti quelli che credono in queste banche sono diventati ricchi, e sono diventati ricchissimi i banchieri, il Giardino d’inverno, ogni sera, è pieno di gaudenti. Quanto denaro corre! Vostro marito, ieri sera, faceva risuonare i suoi napoleoni d’oro innanzi agli occhi dipinti di Lidia Gioia.
Ella non osò più dire nulla; ma le fiamme della vergogna le erano salite al volto delicato. Stava quasi per arrivare alla sua casa, quando un dubbio ricominciò a crucciarla.
– Mio marito è mescolato in queste banche? – domandò.
– Pare, col banchiere Costa.
– Ed è una cosa pericolosa?
– Chissà! Per ora tutti ci credono…
– Lo so, è una follia di tutti.
– Ma anche una catastrofe potrebbe avvenire – mormorò lui.
– Una catastrofe?
– Tutte le coscienze oneste si ribellano a questa singolare fantasmagoria…
– E dite che mio marito vi è seriamente mescolato?
– Seriamente: pare, almeno.
Ella ebbe un moto di ribrezzo, mentre scendeva la scaletta che conduce dal corso Vittorio Emanuele alla discesa delle Colonne Cariati. Si fermò nella stradetta, come se volesse licenziare il giovanotto.
– Sentite – gli disse, – voi mi avete rassicurata, ma mi avete fatto molto male, molto male con la vostre notizie.
– Siete così buona da esser gelosa di vostro marito?
– No, disse lei, fermamente – non sono gelosa. Solamente quest’affare di banche, di denari altrui, questo giuoco che voi dite così pericoloso, mi dà una grande inquietudine. Volete essermi veramente amico? – soggiunse con quella dolcezza che lo affascinava.
– Ordinate.
– Vediamo di salvare insieme mio marito. Ve l’ho detto, non sono gelosa: ma vivo nella sua casa: porto il suo nome. Il suo disonore mi disonorerebbe: la sua catastrofe ricadrebbe su me. Vedete d’informarvi minutamente, profondamente, che cosa vi è di vero in questo imbroglio; fate una inchiesta: cercate di sapere la verità, come se foste un giudice d’istruzione. E se vi è un pericolo serio, lontano o vicino, se vi è semplicemente un pericolo, venite a dirmelo, francamente, duramente.
– Lo farò, – disse lui, soggiogato.
– lo, allora, parlerò a mio marito. Egli mi sente, talvolta. Questa volta la mia voce avrà tale ardore, che spero di salvarlo.
– Siete una santa – mormorò lui, – ma non credo che questo miracolo vi riesca.
– Credete mio marito assai compromesso? – diss’ella, spaventata.
– Non so, – disse lui, imbarazzato, – m’informerò, credetelo, come se si trattasse di un mio amico, – soggiunse amaramente.
Ma cominciava a passar gente che guardava curiosamente quella coppia, indovinando forse qualche cosa. Era proprio vicino a casa sua, la signora Eleonora, non doveva che girar l’angolo del giardino Cariati. Gli stese la picciola mano calzata finemente dal guanto nero, ed egli la trattenne un minuto fra le sue:
– Addio, – ella disse, – debbo andare, tutti ci guardano.
– Abbiamo sempre parlato di lui… – diss’egli malinconicamente.
– È la nostra salvaguardia – mormorò lei, – così mi pare di esser meno colpevole. Addio, signor Paolo.
– Dite: a rivederci.
– A rivederci… non so quando.
– Appena avrò le notizie.
E la guardava così amorosamente che ella sentì tutto il suo debole cuore consumarsi di pietà…
– Perchè andate anche voi, la sera, al Giardino d’inverno? – chiese, con un lieve sorriso.
– Così, per distrarmi – mormorò lui rosso di gioia.
– Ma eravate solo, nevvero? – gli domandò, con una fiducia profonda.
– Solo, sempre solo, cara – disse lui, inebbriato.
– Non ci andate più, – gli gettò lei, scappando via con un sorriso incantevole.
Egli la vide fuggire, figura snella e bruna, con un passo più leggero, e voltar subito l’angolo del giardino Cariati. Anche lui abitava nell’immenso palazzo Cariati, al terzo piano, mentre ella stava al secondo. Ma non osò seguirla, non osò ritornare anche lui a casa, per paura dei mille vicini che abitavano in quell’alveare. Risalì sul Corso, portando macchinalmente alle labbra la sua mano, quella che aveva tenuta la mano della bionda signora Eleonora.
Sotto l’ampio portone del palazzo Cariati la signora Eleonora Triggiano incontrò il suo vicino, il professore de Peruta, che usciva per un altro giro di lezioni. Ella gli sorrise benevolmente, poichè era sempre buona con quel povero lavoratore, timido e infelice, a cui un sorriso di donna era una grazia speciale: e immediatamente il povero professore, affascinato da quella benevolenza muliebre, si fermò innanzi alla signora. Per il freddo di quella mattina egli aveva indossato un certo suo cappottone marrone chiaro, grosso di pelo, come tutto gonfio per la flanella che lo foderava, e portava un paio di guanti di lana, molto grossi, dalle dita enormi, ma che per essere troppo corti, gli lasciavano scoperti i polsi e portava, pel freddo, il cappello abbassato sugli occhi. Era assai grottesco: ma fermò la signora, come facea sempre per scambiare con lei due o tre parole imbarazzato, confuso:
– State bene, signora? – chiese, con un’ansietà precipitosa, come s’ella fosse stata ammalata per qualche tempo. Invece era per covrire il suo imbarazzo.
– Bene, grazie – disse lei – e voi, professore, sempre al lavoro?
– Sempre. È per me un gran conforto – soggiunse vagamente, pensando che era meglio andarsene, ma non sapendo come licenziarsi.
– E la vostra famiglia, sta bene – diss’ella, per dire qualche cosa, per essergli cortese.
– Grazie, grazie – disse lui, commosso. – Ieri ho ricevuto una lettera, una lunga lettera di mia sorella. Mi domandano.. mi domandano di quelle banche.. – mormorò, come improvvisamente preoccupato.
– Anche loro? laggiù? – fece ella meravigliata, non potendo dominare un lieve pallore.
– Pare.., n’è giunto il rumore in provincia. E poi… – soggiunse stentatamente – le donne di provincia sono curiose… vogliono saper tutto da noi… credono che noi sappiamo tutto…
– Ma vogliono forse fare anch’esse qualche affare di banca? – ribattè lei, con un po’ di sgomento nella voce.
– Non credo, non credo, – continuò a dire lui, stentatamente, come se non potesse inghiottire un boccone. Non hanno denaro, non possono averne, lo sapete siamo assai poveri.
– Meglio così, forse, – diss’ella, lentamente. – avete loro risposto?
– Si, subito. Ho scritto loro che queste banche non erano che una truffa, non potevano esser altro che una truffa. Così staranno in guardia.
– Ma se dite che non hanno… da perdere?
– Faranno stare in guardia gli altri – disse lui, sempre stentando a parlare.
– Buongiorno, professore, – disse lei, improvvisamente, andandosene assai pallida, come se un freddo mortale l’avesse colpita.
Egli la guardò ancora inoltrarsi nel cortile, e cominciare a salire le scale: e se ne andò al suo lavoro preoccupato da quella lettera ricevuta, dove la sorella gli chiedeva con molta premura notizie delle banche, dicendo che le chiedeva per curiosità, per sapere, niente altro; ma al fratello era parso di scorgere una certa ansietà in quella lettera. Non avevano nulla, nulla, sua madre e sua sorella; ma perchè tanta curiosità?
In quanto alla signora Eleonora Triggiano, salendo lentamente per le scale, come se fosse stanca, sentiva aggravarlese sulle spalle tutto il peso delle sue cure.
Appena entrò in casa la cameriera lo consegnò un biglietto di suo marito, scritto col lapis e datato dalla stazione centrale. Diceva semplicemente cosi:
«Cara Eleonora – Vado a Salerno, per affari della banca Costa: vi è da guadagnare una quantità di denaro. Ritornerò fra tre o quattro giorni. A rivederci – Carlo.»
Non una parola di affetto, non una parola per lei; sempre questa banca, sempre questo denaro. E forse non era andato solo! Forse, quella donna… come l’aveva chiamata il signor Paolo?… quella Lidia Gioia, giusto, un nome falso sicuramente, era con lui. Buttò via il cappello e il mantello, senza rispondere alla domanda della cameriera che le chiedeva se volesse far colazione, e si sdraiò sulla poltrona stringendosi la fronte e gli occhi sotto le mani intrecciate. Non era più gelosa, no: aveva detto la verità a Paolo Collemagno. Ma sembrava che le pesasse sulla vita una catastrofe imminente: aveva uno di quei momenti di dissoluzione assoluta, quando pare tutto crollante intorno e non un punto di appoggio per la povera anima pericolante. Era sola. Candidamente, onestamente aveva affidato il suo cuore e la sua vita al marito, a Carlo Triggiano: costui aveva disprezzato questo cuore e staccata a sua esistenza da quella di sua moglie, pur restando indissolubilmente uniti innanzi alla legge e alla società, Non aveva nè figliuoli, nè parenti, nè amici, nessuno. Anzi, aveva un amico solo: ma Paolo Collemagno l’amava di amore, da due anni, senza rimedio, senza salvezza, ed ella pensando al povero e buon giovane, di cui era la sola ragione della vita, pensando a quella invincibile passione, sentiva innanzi a sè un altro abisso, una perdizione. Ella era veramente virtuosa e buona, con l’orrore del male, con l’orrore del peccato: ma tante resistenze del suo animo erano cadute innanzi alla pietà.
La pietà, la pietà! Chi aveva pietà di lei, nella solitudine, nell’abbandono? Stava sdraiata in una stanza silenziosa, nella penombra di una giornata fredda e bigia d’inverno, e tutta la sua casa era silenziosa, come lo era tutt’attorno, quel vastissimo palazzo Cariati, alto tre piani dalla parte del Corso, alto sei dalla via della Concordia, con due scale grandi, tre più piccole e due di servizio, con ventiquattro fra appartamenti piccoli e grandi. Qual solitudine! Dove era il marito? A Salerno, complicandosi in quei terribili affari che le davano tanto spavento, e che lo avrebbero forse condotto alla catastrofe del suo onore: a Salerno, in compagnia di quella donna dagli occhi dipinti, di Lidia Gioia, che mangiava allegramente i napoleoni d’oro, guadagnati illecitamente. La solitudine! Ma dove era dunque Paolo Collemagno? Oh certo quello era poco lontano, nella sua stanza del terzo piano, scrivendole una di quelle lettere profondamente commosse, a cui ella non aveva mai risposto, ma che non osava respingere, per pietà. O forse era In cerca di notizie precise, per quell’ardente preghiera che ella gli aveva fatta, per salvare suo marito: e questo significava ancora amarla, amarla così bene, così eroicamente, che ella si sentiva turbata nell’anima, sentendosi legare da un vincolo di gratitudine profonda. Ma giusto colui che l’amava, che sarebbe accorso a lei con passione, che non l’avrebbe lasciata mai, giusto Paolo Collemagno ella non poteva chiamarlo a sè: la solitudine era la purità, quella compagnia sarebbe stata il peccato. Sola, sola, sola.
E quando entrò la cameriera a dirle che donna Concettina, la bizzoca volea dirle qualche cosa, pur di uscire da quella solitudine, pur di uscire da quella desolazione, pur di liberarsi da quella cappa di pensieri dolorosi che la opprimeva, disse di sì. La conosceva poco, questa donna Concettina, la bizzoca, l’aveva solamente incontrata nel cortile qualche volta essendo vicini: donna Concettina abitava nella terza scala, al secondo piano: e andava sempre poveramente vestita, sempre taciturna, con gli occhi bassi o il passo così cheto, che pareva avesse le scarpe con la suola di feltro. E così cautamente la vide entrare. Era vestita di lana nera con un grosso scialle anche nero e un cappello di crespo nero legato sotto il mento: le mani giallastre, malgrado il freddo, stringevano una di quelle vecchie borse di tappezzeria, su cui è ricamato un gallo che canta, a colori più stinti.
E tutto il volto di donna Concettina, la bizzoca, era di un pallor cereo, uguale, come se non vi scorresse, sotto, una sola goccia di sangue: le palpebre un po’ scuricce coprivano sempre lo sguardo cauto e le labbra sottili erano di un color di rosa pallidissima.
– Sia lodato Gesù e Maria! – disse con voce bassa.
– Oggi e sempre, – rispose la signora Eleonora che conosceva la giaculatoria.
– Non vi disturbo? – chiese la beghina, guardandosi attorno e incrociando le mani di un pallor cereo, tutto eguale, sulla borsa,
– No, per niente; – rispose la signora Eleonora cercando di sottrarsi ai suoi tetri pensieri.
– Voi mi dovete fare una carità, – mormorò donna Concettina.
– Volontieri, per quanto posso, – rispose la signora Eleonora, che non era molto ricca, ma aveva il cuore ai poverelli.
– Io so che voi siete un buono spirito, una santa persona e ho pensato che non mi avreste detto di no. Sarà proprio una grazia particolare.
– Dite, dite, – ribattè pazientemente la bionda signora non volendo dimostrare la sua noia per tanti preliminari.
– Dovete sapere che io e mia madre siamo così povere, così povere, che se non avessimo quell’arte di rammendare le calze di seta e i merletti antichi, proprio non sapremmo come vivere. Ah signora mia, com’è duro, com’è difficile vivere onestamente – soggiunse con un sospiro, come se uscisse da lotte terribili, dove la sua virtù era per naufragare.
– È vero, è assai difficile – osservò la signora Eleonora, con un profondo sospiro.
– Chi non ha i suoi tormenti? – riprese la beghina, gittando uno sguardo scrutatore sul bel volto di Eleonora. – La vita è una milizia. Chi combatte molto, chi poco, ma tutti combattono. Mia madre ed io siamo state in una continua guerra. Ora solamente, pare che ci sia un filo di speranza.
– In che modo? – chiese distrattamente la signora Eleonora che quelle omelie annoiavano, senza giungere a distrarla dalle sue cure.
– Con queste banche, – mormorò la beghina, dando ancora uno sguardo attorno.
– Le banche? – esclamò Eleonora profondamente meravigliata. – Già. – Tutti profittano di questa pioggia d’oro, di questa manna che il Signore fa piovere dal cielo; è una vera benedizione che si spande sulla città di Napoli, che proprio non se la sarebbe meritata, per i suoi peccati. Perchè noi poverelle non ne dobbiamo profittare, un poco? Non siamo anime di Dio, anche noi? Abbiamo tanto sofferto perchè non dobbiamo essere confortate anche noi?
– Ma come? – fece Eleonora, sempre più sorpresa.
– Io, in verità, – continuò la beghina, senza badare alla domanda, – mi sono consultata prima con don Teofilo, il nostro santo parroco. Mammà ed io non facciamo un passo, senza domandare consiglio a lui. Quel buon sacerdote, quando gli ho esposto le nostre necessità, mi è stato a sentire, a sentire, poi m’ha detto che quanto facevo non era contrario alla volontà di Dio. Non muove foglia, che Dio non voglia! Dunque il Signore ha permesso che queste banche esistano; dunque non si fa peccato ad averne vantaggio.
– Ma come, come? – chiese per la terza volta Eleonora, al massimo della curiosità.
– Io sono venuta da voi, – riprese la beghina, indicando che veniva al fatto, – perchè il marito vostro don Carlo, è tutta cosa del signor Costa, quel gran banchiere, quel benefattore di Napoli; il signor Carlo può fare assai, per mammà e per me. Lo volete pregar voi che siete la moglie?
– Donna Concettina, voi non mi avete detto che cosa desiderate dal banchiere Costa. Mio marito, sì… credo che lo conosca…
– Altro che lo conosce, è collettore…
– Come sarebbe?
– Collettore.
La signora Eleonora ebbe come un colpo al cuore, da questa parola misteriosa. Non disse nulla. La beghina aveva immersa la mano nella borsa, dove era ricamato in tappezzeria il gallo e cercava nel fondo. La signora Eleonora credè di vederne uscire la supplica con cui donna Concettina, anche a nome di sua madre, cercasse un piccolo sussidio al grande banchiere Costa. Ma non ne uscì una carta piegata di lungo, come è l’abitudine di scrivere le suppliche a Napoli; ne uscì, invece, un portafogliaccio di cartapecora gialla, proprio gialla, qua e là scuoiato e tenuto stretto da uno spago.
La beghina lo teneva preziosamente nella mani, toccandolo come se fosse un oggetto sacro, e deponendolo sulle ginocchia, dopo aver posato la borsa a terra, che si afflosciò come un cencio molle, aprì il portafogliaccio.
– Noi vogliamo mettere le nostre misere economie sulla banca Costa, – disse la beghina con quel suo occhio felino, scrutatore.
– Ah! – fece Eleonora stupefatta.
– È una somma assai piccola, riunita in trent’anni di stenti, di privazioni. Certo, qualche volta abbiamo fatto un piacere a un amico, prestandogli una sommetta, ed egli ci ha compensate. Ma i tempi sono tristi – soggiunse con un sospiro, – e non abbiamo mai potuto avere più del quindici, del venti per cento all’anno, nientemeno, signora mia. Ora che Costa dà il quindici e il diciotto per cento, al mese, capite, abbiamo ritirato queste poche lire, da tutti quelli che ci dovevano. Che ci ha voluto! Quante preghiere abbiamo dovuto fare al Signore! Ci sono dei debitori così ostinati, cosi ostinati, che vogliono, sì, pagare l’interesse, ma restituire il capitale, niente! Ci ha aiutate il Padre Eterno e un buon uomo di usciere, Gaetano Falcone che non vi è l’eguale, per esigere, un sant’uomo scrupoloso. Infine abbiamo potuto riunire tutto e dopo essermi consigliata col parroco, ho portato tutto a voi perchè lo consegniate a vostro marito.
Intanto contava il denaro pian piano, carta per carta, lentamente. Eleonora, immersa da capo nelle sue crudeli ansietà, sentendo sempre più intorno a sè la fitta rete d’interessi sordidi e infami che la circondava e la traeva alla perdizione: – Qual è la somma? – chiese macchinalmente, credendo, come era naturale, che si trattasse di qualche centinaio di lire.
– Poco, poco, sfortunatamente, – disse la beghina, continuando a contare con le cifre che le sibilavano fra le labbra. Pazientemente, appoggiando la fronte a una mano, coprendosi gli occhi come per non vedere un orribile spettacolo, la signora Eleonora aspettava che la beghina avesse finito di contare. E ciò durò un pezzetto. Quietamente la beghina, avendo trovato il suo conto, ripiegò i denari e ne fece un rotoletto, tendendolo alla signora bionda.
– Sono quarantamila lire, – disse nettamente la beghina.
– Che?
– Quarantamila lire, – replicò.
– Vostre?
– Fatiche nostre.
– E volete metterle alla banca?
– Già, ma vogliamo, per favore, il venti per cento al mese.
– Per favore?…
– Vostro marito ce lo deve fare, questo favore. Che gli fa, a Costa? Il diciotto, il venti, per lui che ne guadagna tanti è la stessa cosa.
– Con chi credete che li guadagni?
– Non lo sapete? È il marito vostro che lo dice. Sono denari di Franceschiello.
– Chi, Franceschello?
– Francesco secondo, il Borbone. È lui che vuol fare la carità al suo popolo napoletano e dopo, quando avrà beneficato tutti, tornerà qui, e tutti lo accoglieranno a braccia aperte. Lasciamo fare a Dio dice il parroco quando sente questi discorsi. Sapete la canzone che servirà di avviso, per il ritorno di Franceschiello?
– Ma, non so niente, – rispose la signora con una cupa disperazione.
– Arapite port’ e ffeneste ca chill’amico è leste. Significa che si può far festa, che Borbone sta per entrare. Ma noi vogliamo il venti per cento capite? Ci siamo fatti certi conti, mammà ed io, per tanti mesi di deposito.
– Questi sono i denari, – disse dopo una breve pausa di silenzio, la beghina, tendendo un’altra volta il fascicoletto alla signora Eleonora. Ma… ci siamo bene intese eh? Venti per cento: se no ci teniamo queste poche lire e ne faremo un altro uso.
– Tenetevele, – disse freddamente la signora Eleonora.
– Come?
– Io non le prendo.
– E perchè? Perchè abbiamo chiesto il venti, invece del diciotto? Ah signora mia, signora mia, siamo così povere, così povere e il mondo è tanto tristo! Vi assicuro che se non avessi quella vecchia di mia madre, non ci penserei neppure; ma quando si è in miseria, si deve far d tutto per non essere tanto miserabili. Noi abbiamo fatto i nostri conti: questo venti per cento ci serve, non ci possiamo rinunziare.
– Sarà quel che volete, donna Concettina: non posso prendere il vostro denaro.
– E perchè?
– Perchè io non so nulla di queste banche non voglio saperne, nè adesso… nè poi.
– Ma avete qualche dubbio?
– Io? no, – soggiunse glacialmente la signora. – Ma preferisco non mescolarmi in questioni di denaro.
– Allora, perchè non mi fate parlate con vostro marito?
– Non è qui: è a Salerno.
– Torna presto?
– Non so: tra tre o quattro giorni, credo.
– Lo aspetterò, allora: sebbene perdere questi giorni di interesse, mi dispiaccia assai. Capite siamo gente povera.
– E perchè non portate voi il denaro a Costa?
– Ci è tanta folla, ogni giorno, a quella banca, e alle altre! Chi non vuole profittare della grazia di Dio? Io mi vergogno della folla. E poi… a me non aumenteranno l’interesse, se lo cerco senza una raccomandazione. Aspetterò vostro marito.
– Siete sicura che ve lo farà questo favore?
– Sicurissima, – disse la beghina in aria trionfale. – Sono tanti giorni che, quando m’incontra per le scale, mi parla di queste banche, mi dice di metterci il mio denaro e quello dei miei amici.
– Sta bene, – ribattè la signora Eleonora, crollando le spalle, come se si scaricasse di un peso, aspettate lui.
– Voi mi tenete il segreto? – chiese la beghina, rimettendo i denari nel portafogliaccio. – Non vorrei che si sapesse, di queste piccole economie nel palazzo! Ci sono tanti malintenzionati e in questi tre o quattro giorni un furto è presto fatto. Siamo donne sole. Mi raccomando assai.
– Non veggo nessuno, non dirò nulla a nessuno.
– La Madonna v’illumini, – fece la beghina, alzandosi per andarsene.
– La Madonna vi accompagni, – rispose piamente la signora Eleonora.
Rimasta sola, ella si sentì come profondamente stordita. Di nuovo, la cameriera le venne a chiedere se volea far colazione: era tardi, la ragazza parea ella stessa di avere una certa premura. E straccamente la bionda signora andò nella solitaria stanza da pranzo, a mangiar sola, in fretta, e servita in fretta dalla cameriera.
– La signora mi dà libertà, per dopo colazione? – chiese, a un certo punto.
– Sì, ma tornate presto. Sono sola.
– Ci vorranno due o tre ore, certo – disse la cameriera versando il caffè. – Ho da fare due cose molto importanti
E si vedea, al modo come guardava la signora, che volea dirlo tutto. Costei, mentre si alzava per andarsene di nuovo nel suo salotto, con lo strascico della sua vestaglia che le frusciava dietro come una tonaca monacale le disse di parlare, con lo sguardo, Tutto quello che la poteva sottrarre alle sue preoccupazioni che poteva immergerla sempre più in un completo stato di oblioso stordimento, l’attraeva.
– Vostra Eccellenza sa che io debbo maritarmi fra tre o quattro mesi, e che per le mie economie o per tanti bei regali che la mia signora mi ha fatti, io ho potuto mettere insieme della biancheria dell’oro e anche un po’ di rame, per la cucina, Anche Totonno, il mio fidanzato, ha fatto delle spese. Ora siamo restati senza nulla, proprio senza nulla per le speso del matrimonio.
– Vi darò qualche cosetta, per quel giorno, – disse la padrona, leggendo distrattamente la copertina di un romanzo francese.
– Vostra Eccellenza è così buona – fece la cameriera, commossa. – Ma ci vuole una somma, dobbiamo pagare tre mesi di affitto di casa e tutte le spese. Cosi, abbiamo combinato, ieri con Totonno di portare tutto al Monte di Pietà, biancheria, oro, rame, tutto quello che si può impegnare insomma: ce lo lasceremo per tre mesi e tutto quello che ne abbiamo ricavato lo porteremo alla banca. In tre mesi signora mia si ha quasi una somma eguale a quella che s’è consegnata: è una bellezza. Con trecento lire, per esempio, se ce ne danno trecento al Monte, abbiamo… abbiamo in tre mesi centottanta lire d’interesse. Si spegnano le cose impegnate, e le centottanta lire restano. Oh abbiamo fatto i nostri calcoli, Totonno e io.
– Povera Raffaella – disse la signora Eleonora, con un lieve sospiro.
– E che povera? Quando ci è la roba e ci è la salute, nessuno è povero; e le banche, signora mia, non fanno più esser povero nessuno.
La signora, chino il capo, leggeva.
– Me le date, Eccellenza, queste tre ore di libertà? Dobbiamo andare al Monte e dopo alla banca. Al Monte ci è sempre folla. Tutti vogliono metter denaro sopra le banche e tutti impegnano. Daremo anche bei materassi di lana, per fare la somma più grande. Genovieffa, la portinaia, si è impegnata finanche una santa Genovieffa tutta di argento, che quello è un vero sacrilegio….
– Va, va, povera Raffaella!… – mormorò dolcemente la padrona.
– Non vi serve niente?
– No, niente.
– Buongiorno, Eccellenza.
– A rivederci.
E restò sola, di nuovo. Ora l’asprezza delle sue pene si era perfettamente attutita. Le parea senza dolore, di aver sopportato l’acuto spavento di un naufragio, di aver sentito l’orribile disperazione del perdersi, di aver provata la sensazione mortale dell’onda che le passava sul capo, sommergendola. Ma adesso, l’orrendo minuto era passato. Era sommersa. Le parea di stare distesa in fondo all’immenso mare, sull’arena e sull’alghe, mollemente assopita, nella stanchezza invincibile che vien dopo una di queste lotte. Le pareva di non potersi salvare mai più, annegata, finita, nella suprema inazione della rovina, con mille atmosfere d’acqua che le pesavano sul corpo e sul capo. Che poteva più fare? Era sommersa. La fatalità, l’aveva vinta: tutti avevano rappresentato contro lei la fatalità. Era stata una debole donna, vinta, prima di combattere: e dagli acuti strazii della suprema ora mortale, le era rimasta solamente una malinconia di rimpianto, per quanto aveva perduto, intorno a sè e in sè stessa. Macchinalmente, come un fantasma, avvolta nella vestaglia di lana marrone che era stretta alla cintura da un cingolo, col bianco volto delicato che emergeva da quelle tinte oscure, ella si recò a un balcone della sua stanza da letto che dava sul giardino di palazzo Cariati. A una finestra a muro di fianco, al terzo piano, dietro i cristalli, stava il fido volto amoroso di Paolo Collemagno. E dopo un lieve sorriso, di dietro i cristalli, si guardarono a lungo, si guardarono senza muoversi, senza dire nulla, assorbiti. Passavano le ore, declinando la giornata e dietro a quei cristalli, ella si sentiva sommersa, perduta.

III.

La settimana che precedette il Natale, quell’anno, fu improvvisamente dolce. La fiera tramontana che aveva fischiato per tutte le vie di Napoli nella prima metà di dicembre, sgomentando e infelicitando singolarmente i napoletani che non sopportano il freddo, la cruda tramontana, che fa impallidire le labbra e arrossa gli occhi, cadde: e un dolcissimo scirocco avvolse la città adoratrice dello scirocco. Erano state forse le preghiere della povera gente, massime dei venditori di ogni genere, dal più caro al più meschino, che, in quella settimana di baldoria, temono egualmente la pioggia come il soverchio freddo, e mettono ad ardere dei ceri, poveretti, perchè faccia buon tempo, perchè la gente esca di casa, tutta la gente, e compri quello che vende l’immenso mercato.
Nella settimana che precede la Pasqua, come in quella che precede il Natale, è un volgere gli occhi al cielo, è un sospirare, un pregare perchè esca il sole anche disinteressati, perchè sanno che sono settimane benedette, per i poveri, per gli umili, poichè tutti aiutano, tutti soccorrono, tutti comprano e, meraviglioso a dirsi, la gente meno agiata ha sempre una sommetta da spendere. E quell’anno, proprio, era stato il Bambino Gesù, u bammeniello, che aveva fatto la grazia di cangiare la tramontana in scirocco e di permettere che tutta Napoli diventasse un immane mercato. Il tumulto era cominciato presto e saliva su, su, sui quartieri popolari sino a Toledo, dove diventava immenso, visto che a Toledo vi erano le bancarelle, centinaia di piccole botteghe ambulanti, e da Toledo saliva ai quartieri popolari dell’alto, sino al corso Vittorio Emanuele, sino alle colline verdi, mettendo tutta Napoli in un rombo assordante, intenso, continuo, che parea la gran voce del Vesuvio.
Eleonora Triggiano, fino a che il gran freddo gelava le vie della città, restò in casa, solitariamente, avendo fatto accendere il fuoco nel caminetto, assopita dal gran calore della vampa, in quello stato di atonia malinconica che sempre più l’avvinceva. Il marito era tornato da Salerno, sempre più allegro, sempre più verboso, fumando, ciarlando, come se fosse in preda a una continua esaltazione, ma il pallido volto pensoso della moglie lo scovava. Le aveva donato un paio di orecchini di brillanti, molto belli, molto costosi, ma ella li aveva accolti con uno smorto sorriso e a stento li aveva portati per mezza giornata; le aveva proposto due volte una scampagnata, a Sorrento, adesso che era di moda andarci anche d’inverno, ma ella aveva distrattamente rifiutato mettendo a protesto che si sentiva poco disposta, che aveva freddo.
Il marito si staccava da lei volentieri, le usava estreme cortesie, quasi per obbedire ad alcuni vaghi scrupoli di coscienza, e quando la vedeva annoiata, restia, crollava le spalle e se ne usciva di casa, allegramente, la sigaretta ai denti, canticchiando un’arietta. Due volte il marito non rientrò la notte: e alla terza volta non ebbe neanche il pensiero di spiegarle la sua assenza, come aveva sempre fatto. Ella scuoteva il capo, ricadeva in quelle sue lunghe ore di meditazione, accanto al fuoco. Non usciva. Non aveva più parlato con Paolo Collemagno non voleva parlargli; quei dialoghi, anche nella via, la indebolivano singolarmente. Solo, di dietro ai cristalli, seduta in una poltroncina, fingendo di leggere, ma non leggendo affatto, teneva gli occhi su quel pallido volto che appariva alla finestra del terzo piano, ansioso, desolato; e nelle ore della sera, mentre il marito cenava al Giardino d’inverno o conduceva Lidia Gioia in un palco di seconda fila, a San Carlo, ella leggeva delle lunghe lettere che le arrivavano quotidianamente, fedelmente; non si potea difendere da quella contemplazione e da quella lettura.
Il pallido volto si facea cereo e gli occhi, sottolineati di nero, avevano le traccie delle insonnie, delle veglie. Ma il giorno in cui il molle scirocco abbracciò Napoli, Raffaella spense il fuoco nel caminetto e aperse i balconi. Levandosi, Eleonora Triggiano battè le palpebre, a quella dolce luce di sole. Non potea più a quel chiarore, a quel calore che entrava dalle finestre, a quel lieto tumulto, mettersi in un cantuccio scuro della casa, leggicchiando, pensando, sonnecchiando; il torpore che l’aveva vinta, svaniva a quella giocondità esteriore che fluisce per diradare tutti i dolori dei napolitani.
– La signora non va a fare spese? chiese la cameriera Raffaella, che le girava intorno.
– Non ho nulla da comperare – fece la padrona indecisa.
– Ed anche se doveste farlo, per carità, comperate qualche cosa, signora mia – disse la cameriera, andando a prenderle un vestito nuovo che la sarta aveva portato, da quindici giorni, ma che per pigrizia la signora non aveva mai indossato.
Era assai gentile la signora in quel vestito di panno azzurro cupo, orlato di sottili galloncini d’argento, scintillanti, con una giacchetta snella a grandi bottoni artistici che le dava un’aria più giovanile del solito. Sul gran cappello di feltro azzurro cupo fremevano le piume lunghe e molte, e arieggianti quegli antichi cappelli del sedicesimo secolo francese: e la falda gettava un’ombra sul volto candido e sotto le piume cadenti la grossa treccia bionda si ammassava, luminosa. Raffaella le porse il manicotto, il portafoglio, il portabiglietti e il candido fazzolettino.
– Ora, se la signora avesse un peccerillo, andrebbe a comperare i giocattoli e il bambinello di cera… – mormorò Raffaella, con quella confidenza servile napoletana che parrebbe sfacciataggine se non fosse bonarietà.
– Non parlate di queste cose, Raffaella – disse sottovoce la padrona, abbottonandosi i guanti di camoscio.
– Vuol dire che non ci fu la volontà di Dio… – soggiunse Raffaella, che voleva dire tutto.
E lentamente, verso le due, dopo quindici giorni di reclusione, Eleonora Triggiano uscì di casa. Non aveva direzione: non aveva nulla da fare e macchinalmente risalì sul corso Vittorio Emanuele, per andare nella chiesetta dove era solita pregare, accanto al monastero di San Pasquale. Anche sul Corso vi era una cert’animazione, e i salumai riboccavano, dalle botteghe, di salami, di prosciutti, di caciocavalli, di pezze rotonde di cacio sardagnolo, e di immense pezze di cacio di Cotrone, mentre gli erbivendoli e i fruttivendoli avevano messo sulla strada per tutto il marciapiede, le ceste delle mele o delle pere, le piramidette delle arance e i trionfini dei mandarini: i cavoli bianchi, i broccoli di rapa, la cicoria, le rape, si ergevano a mucchi, a montagne, fresche, grosse, di un verde richiamante la gioia. Già si comperava, lassù, e per camminare un po’ liberamente, la signora Eleonora dovette scendere dal marciapiede o andarsene in mezzo alla via, alla sua chiesa sperando di trovar là quella solitudine e quella malinconia che era d’accordo con la tranquilla desolazione del cuor suo. Ma nella piccola chiesa, per la novena di Natale, avevano fatto una gran ripulitura degli argenti, messo il messale nuovo dalla fodera di un rosso vivo, cambiato il bianco lino all’altare con uno finissimo da cui pendeva un ricco merletto antico: vi erano finanche dei fiori freschi, rose chiare delle quattro stagioni, nei vecchi vasi che il sagrestano aveva detersi dalla polvere. Varie persone pregavano a quell’ora: e umilmente la signora Eleonora aveva piegato le ginocchia innanzi a un banco di legno scuro, il banco dei poveretti che non hanno un soldo per pagare la sedia di paglia.
Cercò di raccogliersi, cercò di pregare: ma più di ogni altro momento, sentì allora nell’anima il crudele scetticismo che l’aveva condotta all’apatia. Mai più, mai più il marito sarebbe ritornato a lei, lo sapeva: nessuna preghiera lo avrebbe cangiato. E anche se tale miracolo fosse avvenuto, egli avrebbe trovato il cuore della moglie gelido per sempre. E l’altro… ah non volea pensarci, in chiesa, era un peccato, un orribile peccato. Pure non trovò in sè la scusa di detestare quel pensiero, non trovò quelle belle ribellioni della purezza, quelle di una volta: e si alzò dal freddo marmo, insoddisfatta, malcontenta, non avendo saputo nè piangere, nè pentirsi, nè pregare.
Ma uscendo dalla chiesa, con quel volto stanco delle persone che, malgrado lo sforzo della volontà, non giunsero a raccogliere i tormentosi pensieri erranti, ella ebbe un brivido di terrore. Se camminava ancora un poco per il Corso, avrebbe sicuramente incontrato Paolo Collemagno: l’aspettava sempre là Paolo, ed ella temeva da un minuto all’altro di vederselo sorgere accanto. Fece pochi passi incerta cercando uno sbocco per scendere giù, a Toledo: e trovò la via un po’ angusta, un po’ disselciata che ha cento gradini, tutti sbocconcellati e che si chiama delle Cento gradette. Le popolane sedute sul gradino della loro porta, si voltavano a guardare questa signora elegante, i cui galloni di argento luccicavano: ma ella affrettava il passo, sempre scendendo, per la via dei Sette Dolori, come se fuggisse proprio un pericolo. E come scendeva alla Pignasecca, il gran quartiere popolare alto, il vocìo di Natale si faceva più grande, più grande, ed ella si trovò, a poco a poco, travolta nella folla. Già erano cominciate lo contrattazioni del pesce, sulle pietre di marmo, e sulla ricchezza del mare napoletano; sui canestri pieni di alighe e di pesci semivivi, spruzzati di acqua, si elevava l’urlìo allegro.
– Sette lire, sette lire, questa spinola!
– Sei lire – gridava un cuoco.
– Niente, sette – gridava il venditore, allegramente.
– Sei e cinquanta
– Niente, sette.
– Dammela: hai ragione che ci sta Ruffo-Scilla – strillava il cuoco passando le sette lire.
– Evviva evviva Scilla – esclamava il venditore.
– Evviva Scilla – esclamava la folla.
Eleonora Triggiano fra quegli odori così morbidi di acqua marina, di ariguste e di anguille guizzanti, di triglie rosse tutte contorte in quello scirocco pomeridiano, così tepido, si sentiva soffocare. Ma la gente che comperava, massime la gente minuta, massime la povera gente era tanta e le contrattazioni così lunghe, cosi tumultuarie, che ella avanzava lentissimamente, spinta, urtata, stretta da tutte le parti.
– A ventiquattro soldi, a ventiquattro – strillava il venditore delle alici.
– Tre lire, tre chili, – strillava più di lui, un compratore. E il dibattito ferveva, acuto, sopra un soldo, sopra due, e alla fine il compratore o il venditore facevano atto di generosità, buttando via sei soldi.
– Te le voglio dare per queste sante giornate – esclamava il pescivendolo, incartando le alici.
– A tre lire, a tre lire – strepitava il venditore di anguille, buttando grandi spruzzi di acqua sulle pance bianche e opache delle anguille.
E tutta l’animazione, tutta la febbre napoletana era in quel flusso e riflusso di persone intorno alle tavole di marmo, intorno agli enormi canestri, sotto i grandi ombrelloni di tela nera intorno alle grandi panche coperte di cestellini, intorno ai catini donde i polipi vivi, nel fondo biancheggiavano. Un fanciullo traversava a stento la folla, levando in alto un grosso gambero scuriccio, dalle zampette minacciose accanto alla mamma carica di altre provvigioni, una fanciullina camminava, portando quattro anguille sospese per un vimine alla sua piccola mano. Sul suolo era una melma che odorava di fango marino, e l’aria sciroccale era piena di sentori tra fetidi e acuti, e una umidità glauca parea fosse intorno a tutte le persone e a tutte le cose.
Eleonora Traggiano portava ogni tanto il fazzoletto alla bocca per respirare un po’ d’ireos che profumava la battista: ma in quella gran baraonda, dalle parole udite qua e là, da lembi di frase, da grida di gioia, da dialoghetti scambiati fra marito e moglie, e dalla stessa espressione generale di tutti i visi ella aveva la percezione ben chiara ben precisa che per Napoli gran denaro era corso, che tutte lo tasche più umili ne possedevano, che quel Natale sarebbe stato lieto per tutti che quella festa così poetica risolventesi in un immenso banchetto di Gargantua, avrebbe assunto in quell’anno proporzioni colossali.
Pare l’urdemo juorno che se magna, diceva il poeta, parlando della festa di Natale; ma realmente la lieta prospettiva del cibo, del gran cibo, del cibo delicato, dell’interminabile cibo, dava ai napoletani un febbre fantastica di allegrezza, tutto un sogno d’isola di cuccagna, con montagne di maccheroni, montagne di broccoli strascinati, enormi piatti di anguille in fricassea, marinate, fritte, arrostite, con l’aceto, con l’uovo, con la foglia di lauro, insalate di cavoli, coperti di acciughe, mescolate con le uova dure, con il tonno sott’olio, polli arrosto, polli in guazzetto, polli alla conserva di pomidoro, polli al forno. Isola di cuccagna quell’anno, poichè il denaro delle banche, il grasso interesse correva dappertutto, dalle tasche dei principi a quelle dei maggiordomi, da quelle dei borghesi ricchi a quelle delle serve, dalle tasche delle persone pietose e generose alle tasche dei poverelli: correva dappertutto il denaro, un denaro venuto da tutte le parti, ma specialmente dalla provincia, denaro che arrivava da dovunque e dovunque si spargeva largamente, largamente per la gran cuccagna napoletana di Natale. I sensi di Eleonora Triggiano si erano come acutizzati, dopo quei quindici giorni di solitudine e di meditazione e attraverso le voci, attraverso i colori, attraverso gli odori, ella sentiva una verità più acuta, più morale, più profonda, questo grande sfrenamento di una città meridionale, abitualmente sobria, abitualmente povera, che improvvisamente si trova ad aver denaro, si trova a poter mangiare quello che vuole in un paese dove si vendono il miglior pesce, i migliori erbaggi, le migliori frutta. E una gran mollezza la vinceva, fra tanto denaro sgorgante da tutto le tasche, fra tanta roba da mangiare, fra tanta felicità di quelli che avevano da comperare il mangiare, che sognavano di già, portandosi via il pollo, l’erba, il pesce fresco, un gran pranzo, due pranzi, senza fermarsi che per dormire e per passeggiare. Ella andava, spinta dalla folla, avviandosi verso Toledo; solo si dovette fermare verso il venditore di pasta e di frutta secca, all’entrata della Pignasecca. Costui, con i suoi banchi, con le sue casse aperte, coi suoi canestri aveva invaso, non solamente il marciapiede, ma anche la strada. Castagne secche bianche e castagne secche dentro il guscio, noci bianche, nocciuole, mandorle cotte, fichi secchi di Calabria, uva passa di Sicilia, prugne secche coperte da uno strato di zucchero biancastro, piccole ciliegie secche tutte rughe: e pasta fina, pasta grossa, maccheroni di tutto le dimensioni e tutto ciò coperto di fiori artificiali di carta colorata, di festoni dorati, ad archi, a cascate, un vero immenso baldacchino quadrato, sotto cui, fra le casse, le panche, lo canestre, la gente si affollava.
E sotto l’arco della bottega, un gran cartello scendeva, oscillante, urtato dai cappelli di coloro che entravano ed uscivano: sopra, a vividi colori, gialli, azzurri e rossi, vi era dipinto un grosso Pulcinella, che mangiava con le mani un piatto di maccheroni al pomodoro di un rosso scarlatto, accecante, e accanto al Pulcinella la scritta:

A chiunque viene a comprare
Un chilo di pasta voglio regalare,
Vera pasta della Costa.
Viva viva la banca Costa!

Volea dire che da tre giorni, il venditore di pasta, di frutta secche, di sciosciole, a chiunque entrasse in quel magazzino per comperare dei fichi secchi o delle noci, dell’uva passa o della pasta, donava un chilo di grossi maccheroni detti di zita. Un chilo di quei maccheroni un po’ nerastri costava mezza lira: ed erano preparati, in fondo alla bottega, questi cartocci di pasta. Era pasta della Costa Vesuviana, come lo annunziava il venditore, ma di qualità inferiore: pure quel regalo, quella munificenza, quella generosità natalizia sembrano una cosa deliziosa alla popolazione napoletana e da tre giorni circolando la voce, la bottega non si vuotava mai, tutti ci venivano a comperare e i versetti sul cartello erano ripetuti allegramente: viva viva la banca Costa. E a leggenda del pastaiuolo della Pignasecca, varia, curiosa, fantastica, girava per tutta Napoli: chi diceva che il pastaiuolo aveva guadagnato trentamila lire di interessi con la banca Costa: chi diceva che Costa gli aveva regalato diecimila lire di contanti e cinquantamila di pasta per elargirla al popolo napoletano, gli altri banchieri e i loro amici e i collettori mordendosi le labbra per quella réclame, che pareva ingenua ed era potentissima, cercavano di denigrarla. Ma la bottega non si vuotava mai di compratori e se quelli che compravano sei soldi di pastina, ci guadagnavano un chilo di maccheroni di mezza lira, quelli che spendevano oltre una lira, scontavano un guadagno al venditore. Che importa! La bottega era sempre piena e coloro che spendevano tre, cinque, dieci, venti lire, portavano via trionfalmente il loro chilo di maccheroni come se avessero preso un terno. Ferma, Eleonora Triggiano guardava quell’affollamento vagamente sorridendo, ancora un po’ affogata dagli odori di pesce, di salami, di formaggi, di conserve acetose, di erbe odorose. Ed ella respirò, uscendo a Toledo, al lago de]la Carità.
Era da quel punto che cominciava la vendita dello cosidette bancarelle per finire a Santa Brigida. In piazza della Carità, per terra, da una parte stava un venditore di canestri di vimini, di tutte le forme, dai panierini che i piccoletti portano alla scuola con la merenda dentro, ai cestoni per la biancheria: e altro segmento lo occupava, sempre per terra, uno stagnino con le sue caffettiere, le sue padelle, lo sue marmitte e i suoi secchi.
– Na caffettera quindici soldi, scialate scialate! – declamava lo stagnino.
– A nu soldo, u panariello p’a criatura – strillava il canestraio.
Ma la signor Eleonora non si fermò: un distributore, di manifestini a mano, manifestini gialli, rossi e verdi, gliene aveva posato uno sul manicotto. Ella lo leggeva macchinalmente: era un manifestino della banca Ferrero e compagni, sita in via San Giacomo – dirimpetto al Banco di Napoli, la quale avvertiva chiunque avesse denari disponibili che essa offriva il venti per cento al mese in oro, su deposito di carta, il che faceva salire l’interesse anche più su del venti per cento: la banca era aperta dalle dieci alle cinque e prometteva la massima sollecitudine e puntualità nelle operazioni. Niente altro: era come il manifestino di un dentista, di un calzolaio, di un vinaio: non portava un nome; faceva solo una promessa di denaro e dava un indirizzo: e parea che questo bastasse, poichè tutti leggevano attentamente il manifestino, lo piegavano in quattro o lo conservavano. Infatti, intorno al distributore non vi erano manifestini per terra, come succede sempre per qualunque altra offerta: la gente, dopo aver letto sul pezzo di carta, si affretta a buttar via questo pezzo di carta, sdegnosamente, facendone una pallottola. E anche Eleonora Triggiano lo conservò, il suo biglietto giallo, cacciandolo dentro il manicotto. Si mise per Toledo: dove lungo i due marciapiedi la fiera ferveva acuta schiamazzante. Avrebbe dovuto comperare qualche cosa, tanto perchè era una carità comperare, ma vagamente s’infastidiva di caricarsi di quella meschina robetta: bicchieri di cristallo grossolano, spazzole da cucina, cravatte da settantacinque centesimi, portafogli di una lira e venticinque, macinini da caffè arrugginiti e tubi per lumi a petrolio.
E poi, tanta gente comperava quest’anno, e tanta gente era felice di vendere: e contrattazioni sulla strada, fra gli urti delle persone frettolose, erano così forti che la sua piccola carità le pareva assai inutile. Accanto a ogni bancarella vi era un ragazzetto che dava la voce, instancabile col capo arrovesciato, con la bocca spalancata, pieno del piacere di poter urlare a piena voce:
– Tre fazzoletti una lira!
– Na scopetta quindici soldi!
– Lacci per lenti e orologi, a un soldo, a un soldo!
– Sei bicchieri una lira, una lira sei bicchieri!
– Sparate, sparate! – urlava, sopra tutti, il venditore di bombe-carta, di trictrac, di fuochi di bengala, di fruvoli pazzi.
Quelli che più comperavano erano i provinciali. Quando mai, di Natale, i provinciali erano venuti a Napoli? Per lo più tengono a celebrare la festa del Bambino al loro paese, a Santamaria a Venafro, a Potenza, a Nocera, a Cassino, a Teano a Cotrone; eppure quest’anno nell’inverno erano venuti, certamente per andarsene la vigilia di Natale, ma rendendo Napoli più piena, più ingombra. Erano venuti, a frotte, con l’arciprete alla testa, con le donne vestite interamente da contadine o metà da signorinelle: erano venuti i grossi proprietarii con le figlie da marito, col ragazzo uscito di collegio; i notai panciuti e i medici tabaccosi: i piccoli avvocati magri e rabbiosi coi maestri elementari scarni e sparuti; coloni in grossi stivaloni in giacchetta di velluto marrone e cappello, alla brigantesca: i venditori di cereali e i loro furbi compari. Tutti erano sbarcati coi treni di Foggia di Benevento, di Reggio, di Eboli, avevano inondato i provinciali alberghi dei Fiori ai Fiorentini, del Cappello rosso a San Tommaso d’Aquino, dell’Allegria in piazza Carità, di Villa Borghese ai Guantai Nuovi: i più danarosi si erano spinti sino all’Hôtel Centrale in via Fontana Medina e all’Hôtel de Saint-Petersbourg in piazza Municipio: e tutto il giorno lo passavano andando, in su e in giù, stanchi, rifiniti, le donne coi cappelli di tre anni prima buttati indietro, gli uomini trascinando le grosse scarpe paesane fermandosi a ogni bottega, anzi, a ogni bancarella, contrattando a lungo, a lungo, tutti insieme, donne, fanciulli, arciprete e coloni, disprezzando la roba, offrendo il terzo, il quarto della domanda, ostinandosi, tollerando le ingiurie dei venditori che li chiamavano cafoni e che talvolta, anzi quasi sempre, finivano per mettersi di accordo. E si capiva alle loro grosse scarpe, ai pesanti vestiti di panno, ai fioccagli d’oro, alle cannacche a tre fili di palline d’oro, ai laccetti d’oro, alle loro labbra sottili, agli sguardi obliqui e furbi, al bizzarro colore della loro carnagione; a tutto si capiva che erano venuti a Napoli per le banche, per quel grosso interesse, per portare le loro piastre, i loro ducati, i loro napoleoni, perfino i colonnati di Spagna, una moneta antichissima, conservata nei vecchi cofani ferrati di provincia. Quando mai, a Napoli, si era visto tanto argento, tant’oro, una moneta luccicante e sonante? Erano loro, i provinciali che attratti dal terribile interesse venivano a portare in Napoli il loro tesoro, gelosamente nascosto, per anni, non avendo fiducia nella rendita italiana, non credendo alla Banca Nazionale, non contentandosi di quello che dava la cassa di risparmio: venivano con la certezza di triplicare, in pochi mesi, il loro denaro, con la sordida avidità del guadagno rapido, fantastico, illecito.
Lo vedeva bene, Eleonora Triggiano, poichè camminando per Toledo, ogni tanto, bisognava si arrestasse: la circolazione era impedita innanzi ai portoni delle banche: una folla di persone composta specialmente di cafoni, di provinciali e in qualche parte di cittadini napoletani, si assiepava procedendo lentamente. I provinciali ci si avviavano per gruppi, l’arciprete con le donne e i nipoti, il proprietario coi figliuoli e le figliuole, il grasso colono col suo compare, tutti insieme, come se andassero a compiere qualche cosa di solenne. Ma l’occhio acuto di Eleonora Triggiano che scrutava curiosamente quella folla, vedeva che quasi ogni gruppo aveva una guida, un giovanotto elegante con la spilla di perla alla cravatta, con le dita piene di grossi anelli di brillanti, magari con una magnifica pelliccia: e i provinciali seguivano la loro guida, docilmente l’ascoltavano in silenzio, e l’elegantissimo continuava a perorare, vivamente con la parlantina propria dei napoletani, con quella festevolezza che allarga il cuore. Erano i collettori.
Erano coloro che portavano alla banca i restii, che eccitavano i timidi, che levavano le difficoltà alle persone imbarazzate, che abbreviavano le operazioni per gli impazienti. Erano i collettori. Giovanotti senza professione, figli di famiglia scapati che non avevano voluto imparare niente e che erano prima la desolazione delle loro case; studenti che non avevano potuto continuare i loro studii; commessi di negozio che avevano lasciato i loro modesti magazzini; agenti di cambio che non poteano comparire nella Borsa, non avendo pagato le loro differenze; giocatori che orano stati radiati dai circoli, dove non avevano pagato i loro debiti di giuoco; impiegati mal retribuiti che non andavano in ufficio o vi andavano solo per trovare qualche depositante. Chi non era collettore? Tutti potevano esser tali. A parte quelli che esercitavano apertamente tale curiosa professione, dalla mattina alla sera, nei caffè e nei teatri, nello birrerie e nelle passeggiate, nelle visite, finanche nei balli, dovunque, perorando, declamando i vantaggi della banca Scilla, o della banca Costa, o della banca Ferrero, o della banca de Cunctis, o di quella Lopez Bianchini, chiunque fosse presentato agli sportelli, dicendo: – Un mio amico vuoi deporre diecimila, ventimila lire, per mio mezzo, voglio il tanto per cento, come collettore – subito aveva il suo tanto per cento e diventava collettore. Tutti potevano essere tali, purchè accettassero, in buona fede o in mala fede, la complicità col banchiere, purchè entrassero come parte principale: il seduttore, in un tale bizzarro dramma. E pensando che suo marito portava, come quei giovanotti, la perla nera alla cravatta e i brillanti alle dita, pensando ai brillanti di cui aveva coperta, come tutti dicevano, Lidia Gioia, pensando ai brillanti che le aveva offerti, a lei, producendo una ferita mortale alla sua delicatezza, pensando alla loquela nervosa, quasi da uomo inebbriato, di suo marito, ella abbassava gli occhi sotto l’ampia falda del suo cappello, poichè il rossore le saliva alle guancie.
Ma che importava tutto questo? tanto denaro circolava, per Napoli, tanta gente scialava, come dice il pittoresco verbo, il magnifico verbo napoletano! Metà dei napoletani vendeva; l’altra metà comperava, e a volta a volta, si scambiavano le parti. Il cristallaro ambulante, vicino alla Madonna delle Grazie, faceva furore, con certi bicchieri e certe bottiglie di un cristallo azzurrino, mentre da Barberio, da Miccio, i grossi negozianti di lanerie, di seterie, non si poteva entrare; la piccola bancarella di tipografia dove si stampavano cento biglietti da visita, per due lire, era circondata da intiere famiglie che volevano il loro biglietto da visita: vi era gente finanche presso i grandi gioiellieri, dove la solitudine è sempre cosi profonda! E su tutte le parole, su tutte le voci, su tutti i cantoni di strada, Chianche della Carità e Corsea, vico Nunzio e Chiostro San Tommaso d’Aquino, vico Teatro Nuovo e strada Fiorentini, Taverna Penta e San Giacomo, da tutti i cantoni, dai casotti dove si vendevano le bombe-carta, i tricche tracche, i fruvoli pazzi, i fuochi di bengala, partiva la gran voce meridionale, la gran voce di gioia che incita alla gioia, il fracasso che eccita al fracasso, l’urlo della gente inebbriata di rumore e di urli:
– Sparate, sparate!
A San Giacomo consegnarono a Eleonora Triggiano un altro manifestino, rosso, questa volta. Vi era dipinta su, assai grossolanamente, una Fortuna bendata, che sfiorando appena la sua ruota, lascia cadere sugli umani una pioggia di napoleoni d’oro da una cornucopia. E accanto una grossa cifra, ripetuta due o tre volte così:

22 per 100

Ventidue per cento

22 0/0 – proprio, ventidue per cento.

E seguitava: «… da la banca Palmieri, via Santa Brigida, numero 114, primo piano, dalle 10 alle cinque.» Niente altro. Dopo cento passi in Toledo, l’interesse della banca era salito già del due per cento, dal venti al ventidue. Intorno al distributore dei manifesti vi era una piccola folla che glieli strappava di mano, mentre appena appena egli riesciva a staccarli l’uno dall’altro perchè erano umidi. Eleonora Triggiano serbò anche quello, macchinalmente nel suo manicotto. Dopo Santa Brigida il movimento popolare si calmava un poco, la fiera delle bancarelle cessava lì: ma i grandi magazzini, i bei magazzini avevano esposto le più belle cose, dai diamanti alle sete, dai pasticci di fegato grasso ai dolci finissimi. La folla diventava più lenta, più elegante, più aristocratica. Ancora un gruppo si fermava innanzi a un gran manifesto attaccato al muro, da poco, dove la banca Costa dichiarava che per la riuscita di alcune sue operazioni all’estero, si trovava nel caso di favorire i suoi depositanti del ventitrè per cento in oro e del venticinque per cento in carta. Il cartellone era ampio, i caratteri grossi e era firmato: Banca Costa e Compagnia. Aveva un’aria più decorosa e quel venticinque per cento, in carta, faceva certo un effetto mirabile su quanti leggevano poichè restavano fermi, attoniti, leggendo una seconda volta. Dove la folla ricominciava era innanzi ai nuovi magazzini del dolciere Caflisch, tre magazzini smaglianti di cristalli, di marmi di bomboniere variopinte, di dolci d’ogni specie: una folla che entrava ed usciva dalle due botteghe e risaliva nelle carrozze, nelle carrozzelle, carica di cartocci, di bottiglie incartate, di canestrini, di cassette di legno greggio. Un andirivieni, come al palazzo Faucitano, alla banca Ruffo-Scilla.
Eleonora Triggiano era entrata per comperare dei dolci: voleva regalarne alla sua gente di servizio, alla portinaia, a certi poveri bimbi del vicinato, come faceva ogni anno, rendendo felice tutta questa piccola gente. Ma le convenne aspettare, tanta era la folla nei tre magazzini: prese uno sgabello di ferro e sedette pazientemente, come varie altre signore erano sedute. La maggior golosità napoletana, la maggior ricerca era per i dolci natalizi il sosiamello fatto di una pasta lucida giallo-bruna, assai dura, dove entravano il miele e le mandorle, in quantità; il mostacciuolo fatto di fior di farina, di cioccolatte, di conserva di frutta, duro all’apparenza, morbido in sostanza e liquefacentesi in bocca; per l’aristocratica, la pasta reale, rosea, verde, bianca, fatta di mandorle e di amarena, di mandorle e pistacchio, di mandorle e zucchero fitto bianco: questi dolci assumevano tutte le forme geometriche, rotonde, a rombo, a quadrilatero, a forma di panini, a cuore, a rettangolo, di tutti i colori, promettenti tutte le dolcezze: se ne faceva un consumo enorme, gli ordini per mandarne delle cassette in provincia erano presi da due commessi, che non cessavano di scrivere nei loro registri. Ma anche i pasticcini, i pasticcini francesi, di tutte le forme, tutti i colori, con tutte la creme, chiare, brune, gialle, bianche, rosee, anche questi pasticcini, che formano la delizia dei napoletani, erano messi a piramidi, a castelli, nei grandi doppi fogli di carta; e anche le chicche francesi, dai nomi francesi, dalle pralines ai fondants, dalle dragées alle langues de chat, scomparivano nelle scatole da confetti di raso, di trina, di paglia, di maiolica, di metallo cesellato; ma anche i biscotti, la cosidetta pasticceria secca, ma anche la più comune schiacciata, la pizza dolce, avevano le loro grandi richieste.
Faceano il servizio tutti i commessi di casa Caflisch, tutti svizzeri, giovanotti dalla pelle bianca e rosea, dagli occhi azzurri, dai capelli biondi, dai grandi grembiali candidi. Servivano rapidamente, in silenzio, nati a quel mestiere pulito, elegante, tranquillo. Cartocci enormi uscivano dalla bottega, portati dai facchini nelle carrozzelle. La gran celebrazione del Natale era proprio là, in quella bottega, il Natale di tutti i napoletani, di quelli che hanno pochi soldi e che non sanno privarsi dei dolci, come quelli che ne hanno molti e comperano i dolci anche per i poveri, anche per i miserabili. Anche dentro Caflisch i collettori entravano trascinando colà lo persone non convinte, offrendo loro generosamente delle paste, del Malaga, dei vini dolci e forti che stordivano i loro invitati, pagando tutto loro, continuando a chiacchierare della mirabile banca Ferrero, della meravigliosa banca de Cunctis. Con lo sguardo Eleonora Triggiano cercò di affrettare uno dei commessi, e mentre costui, gentile, premuroso, come tutti gli svizzeri, prendeva la sua annotazione nel libro di registro, ella disse:
– Che folla!
– Sono giornate di quarantamila lire – mormorò il commesso che la conosceva.
– Tutti comprano dolci… – ripetette essa, rispondendo più a sè stessa.
– Sono le banche che ci fanno vendere i dolci – conchiuse argutamente lo svizzero.
Uscendo di là, si trovò di nuovo scontenta, annoiata. Perchè era uscita, perchè camminava? Che gliene importava di tutta quella gente, di tutta quella roba da mangiare? Che le faceva il Natale? Per lei non vi era nè Natale, nè Pasqua, nè nessuna festa, di nessun genere. La giornata declinava e lo scirocco si tramutava sempre più in umidità. Verso San Ferdinando non vi era più quell’urlìo, ma sempre da tutti gli angoli dei vicoli, Berio, Campane, Sergente Maggiore, Carminiello, Vico Rotto, Nardones, la voce formidabile scoppiava, in coro, a distesa, incitando a comperare le bombe-carta, le rotelle, i fruvoli pazzi, i tricche-tracche, i fuochi di bengala, tutto lo spariatorio, una voce instancabile, invincibile, che superava, che vinceva tutte le altre
– Sparate, sparate!
E lo spariatorio di Natale, invano proibito dalle ordinanze della questura – che però ne aveva permessa la vendita – invano perseguitato dalle contravvenzioni delle guardie, lo spariatorio cominciò verso il tardi, alla fine del pomeriggio, dopo il gran pranzo di magro della vigilia di Natale, che dura dalle due alle cinque. Dopo i vermicelli con l’olio, l’aglio e le acciughe, i napoletani avevano mangiato le anguille e il capitone cucinati in fritto, in arrosto, in fricassea; dopo di che avevano mangiato due o tre insalate, una di broccoli, una di cavoli fiori, una cosidetta di rinforzo, composta di sottaceti; dopo di che avevano mangiato molti dolci, molte frutta, fresche e secche, e bevuto una quantità di rosolio, dopo aver bevuto una quantità di vino; dopo di che, alle cinque, nella strada, nelle piazze, nei vicoli, nei chiassuoli, nei cortili comuni, nei cortili interni cominciò lo spariatorio. Il napoletano adora il fuoco d’artificio, ma più di ogni altro le botte, il gran rumore di bomba che scoppia; la terziola, che saltando scoppia rumorosamente tre volte; il tricche-tracche che scoppietta meno rumorosamente, ma dieci o quindici volte; il fruvolo pazzo, che, lanciato, percorre una curva di fuoco facendo fuggire i viandanti, scompigliando i gruppi di donne; la rotella, che gira, gira, come una rotonda fontanina di fuoco; il fuoco di bengala, che dà la luce rossa, o verde, o azzurra, o violacea, piangendo lagrime di fuoco.
Alle sette pomeridiane Napoli pareva in preda a un fuoco di moschetteria, sulle colline e sul mare, nelle strade aristocratiche e in quelle popolari. Mentre dalle strade si faceva la domanda con le bombe, dai balconi cadevano le terziole e i tricche-tracche, per risposta; ogni finestra aveva il suo fuoco di bengala. Gruppi di monelli, dopo avere dato fuoco a una botta, fuggivano in un angolo, gridando. Sulle terrazze degli ultimi piani uscivano i buoni borghesi e sparavano in aria il loro fucile carico a polvere: e queste salve erano regolari, il tempo di ricaricare il fucile e di uscire sulla terrazza. Le donne, un po’ sgomentate, un po’ allegre si rifugiavano nei portoni; i cavalli delle carrozze si rifiutavano di circolare; i cocchieri si ritiravano filosoficamente alla stalla. Rumori sordi e rumori gravi, scoppi aspettati o scoppi improvvisati, vicini e lontani, sulla propria testa o alle spalle, e un puzzo acuto di carta bruciata, di polvere bruciata, un fumo che faceva tossire i pochi e coraggiosi viandanti.
– Sparate, sparate! – gridavano i venditori dello spariatorio, avendo rifornito le loro vuote bottegucce.
Allo dieci di sera, certe piazze al Mercato, agli Orefici, a Santa Maria la Nuova, a Montecalvario, alle Baracche, parevano campi di battaglia: ventiquattro tra giovanotti e monelli erano andati all’ospedale dei feriti, ai Pellegrini, con le mani arse, le faccie squarciate, le dita asportate. Ma non finiva il fuoco di moschetteria, tutta Napoli era illuminata da quei lumi colorati, da quei razzi volanti, da quelle fontanine di fuoco. Era impossibile dormire, impossibile riposare, impossibile udire. Lo spariatorio era formidabile. Eleonora Triggiano, che aveva pranzato sola, quel giorno, non potendo dominare i suoi nervi, aveva nascosto la testa fra i cuscini; ma tutti i dintorni del palazzo Cariati e il palazzo stesso erano pieni di spariatorio; pareva dovesse crollare, tanto era il rumore di quella popolare artiglieria. Da anni non si era udito nulla di simile, a Natale; Napoli aveva mandato in fumo molte migliaia di lire delle sue banche.

IV.

La cameriera entrò verso le otto nella stanza di Eleonora Triggiano. Alla poca luce che entrava, dalle imposte socchiuse, la signora in quell’ora mattinale leggeva, con una faccia smorta e gli occhi sbattuti come se non avesse mai lasciato di leggere dalla sera prima. E distrattamente, con la sua bella voce indifferente, dove pareva spento ogni senso di gioia e di dolore, ella chiese a Raffaella:
– È tornato il signore?
– No – disse quella, con un sospiro – neppure stamane è tornato.
Il marito mancava dalla casa da quattro giorni, senza mandare una sola notizia di sè: non aveva mai fatto così. Ogni mattina quando vedeva entrare Raffaella nella sua stanza, ogni pomeriggio quando rientrava in casa dalla passeggiata, la signora Eleonora chiedeva monotonamente:
– È tornato il signore?
– No, non è tornato – mormorava la cameriera, voltando il capo in là, mortificata di dover dare una risposta dispiacevole. E la grande abitudine della vita solitaria si faceva intorno a quella melanconica esistenza di donna. Ella non chiedeva più niente nè a Dio, nè a suo marito, nè al mondo; e viveva così, alla giornata, all’ora, non fermandosi a considerare il suo stato. Aveva bisogno di non riflettere, di non pensare, di non chiedere a sè stessa la ragione della sua vita; temeva che una improvvisa disperazione la conducesse a qualche stravaganza.
Giovane, bella, con una ricchezza di sentimento nel cuore, con l’anima piena di nobili ideali, ella era abbandonata nel vasto mondo, così, senza appoggio, senza soccorso, senza una sola persona che le camminasse accanto. Non voleva pensarci.
Viveva cosi, leggendo assai, passeggiando assai, passando ore intiere assopita in una preghiera, nella chiesa, senza scosse, senza sussulti, dandosi allo conversazioni esteriori, interessandosi a una quantità di piccoli fatti esteriori, per sfuggire al grande fatto che le si svolgeva nell’anima:
– Chissà dove sarà, il signore? – chiedeva ogni tanto Raffaella, che non potea resistere a quella idea di un tale abbandono.
– È attorno pei suoi affari – rispondeva vagamente Eleonora.
Ma come le domande della premurosa cameriera si facevano più fitte, un giorno, seccamente, le disse:
– Vi prego, Raffaella, di non occuparvi di queste cose.
Così, nessuno più le parlava di suo marito; e niente più poteva trarla dal grande letargo spirituale dove il suo dolore non aveva più acutezza, Domandava di lui, così, per una curiosità vaga, senza spavento, senza gioia.
– Forse verrà oggi, – soggiunse quella mattina a cameriera, aiutando la signora a vestirsi.
– Forse… mormorò Eleonora Triggiano. Ma un improvviso scroscio di pioggia interruppe i loro discorsi. La primavera precoce napoletana si annunziava con quelle grandi dolcissime pioggie che cadevano con gran rumore, dissipando il freddo dissipando la tramontana, lasciando l’adito ai molli soffi che turbarno i nervi, perchè sono come carezze lievi di mani innamorate.
– Piove, peccato! – disse Eleonora.
E intravvide tutta una lunga giornata nel suo grande appartamento deserto; e non sapea più che fare, che leggere, di che occuparsi, un po’ sgomenta, temendo sempre l’improvviso risveglio del suo cuore. E tante giornate, tante giornate, una dopo l’altra, come questa, sarebbero venute, monotone, solitarie, senza speranze e senza desiderii, che il conto lungo, immenso, le faceva paura e la vita le pareva insopportabilmente lunga, insopportabilmente vuota. Scrosciava la pioggia di primavera sopra i cristalli delle finestre e un gran velo bigio si era disteso sulla città; dietro quel temporale si intuivano le mollezze primaverili e i fiori rinascenti, e tutta la bellezza rifiorita del gran paese meridionale; era una pioggia confortante e per la via, lasciandosi bagnare il capo scoperto, i monelli correvano, scalzi, ridendo, strillando.
– Piove, piove!
Ma nulla poteva a lei importare che con quella pioggia finissero i rigori invernali: nè la tiepida stagione, che si annunziava imminente, aveva lusinghe per lei. Oramai passavano indifferenti, sul suo capo indifferente, le stagioni; nessuna di esse poteva arrecarle nulla di nuovo, la sua esistenza era una lunga stagione solitaria, senza fiori, senza frutti.
– Ecco una lettera, – disse la cameriera rientrando nella stanza dove la signora passava distrattamente il pettine ne’ suoi biondi capelli.
– Una lettera? – fece quella, sempre distratta.
– L’hanno portata a mano e il servitore attende la risposta.
Ella aprì. Le scriveva Paolo Collemagno.
La breve lettera diceva:
«Signora Eleonora. L’incarico che mi deste è compiuto. La persona che amate è in grave pericolo. Voi sola potete salvarla. Ditemi dove posso vedervi oggi, subito. Non oso chiedervi di ricevermi in casa vostra. Dite voi: io obbedirò. Credete alla mia profonda devozione. Paolo Collemagno.»
Ella guardava la lettera e pensava. La persona che amate! Quale persona? Ella sentiva di non amare più nessuno nè sè stessa, nè gli altri. Nessuno, nessuno. Ma se si chiedeva a lei un ultimo sacrificio, in nome del suo passato, lo avrebbe fatto. Portava il nome di quell’uomo, lo avrebbe salvato: avrebbe cercato di salvarlo, poichè si sentiva scoraggiata, un po’ indifferente, infastidita di esser tratta dal suo torpore. E lentamente, scrisse, per la prima volta, queste parole a Paolo Collemagno:
«Se più tardi uscirà il sole, aspettatemi nel parco di Capodimonte, nel primo viale. Vi sarò. Grazie – Eleonora Triggiano.»
E mandò questo vago, indeciso appuntamento all’uomo che l’adorava. Forse, tutto il giorno vi sarebbe stata la tempesta, ed ella avrebbe evitato quel colloquio in cui tutti i suoi dolori avrebbero ripreso le loro acuzie, in cui tutti i pericoli della sua vita le sarebbero sorti innanzi, implacabili, spaventosi e attraenti, per la pietà. Temeva quel colloquio. Vi avrebbe inteso cose terribili, certo: e avrebbe dovuto rivivere, avere una volontà, andare contro la sventura. E anzi tutto avrebbe dovuto rivedere Paolo Collemagno, il bel volto onesto e fedele: avrebbe dovuto sentire quella voce che le andava al cuore, commossa, e che la facea fremere di pietà, di tenerezza. Aveva chiesto tanto al Signore di seppellirla sempre più in quell’oblio di ogni cosa, in quell’atonia, aveva domandato di non pensare, di non sapere, di non vivere che in continua dormiveglia: ed ecco una voce la traeva dal suo sepolcro, una forte voce le ingiungeva di alzarsi e di camminare. Oh avesse piovuto tutto il giorno, si fosse inabissato il mondo sotto la pioggia, per evitare la sua dolorosa risurrezione! Che volevano da lei, gli egoisti? Perchè la risvegliavano Perchè la volevano buttare un’altra volta nella lotta, essa poveretta, senza forza, senza coraggio? Che cosa chiedevano al suo cuore martoriato? E mentre il rumore della pioggia decresceva, decresceva sulle vetriate e nella via, il suo cuore rinasceva ai dubbii, ai contrasti, ai tormenti di una esistenza combattuta. Ella andava e veniva, nella sua stanza, già soffocando nella sua monacale vestaglia di lana marrone, poichè dietro la pioggia vi era il calore primaverile, poichè nelle sue vene gelide ricominciava ad ardere il sangue: andava e veniva, agitata, commossa, pensando che cosa fosse questo imminente, gravissimo pericolo, immaginando le più orribili cose, combinando l’assenza prolungata del marito con quel biglietto di Paolo Collemagno. Decresceva, decresceva la pioggia, nella mattinata di febbraio ma ella perduta nelle sue tristi visioni, non si avvedea di nulla. Ah, era fuggito per sempre il sonno di pace, di tranquillità, di dimenticanza, ella era nuovamente immersa negli sconforti e nelle angoscie di una vita infelicissima. Dove poteva essere suo marito, in quell’ora? Quale pericolo correva? Come si poteva ancora salvarlo? E ne avrebbe avuta la forza, lei? Ahi, che il suo cuore era vivo, adesso vivo al sospetto, alla paura, all’improvvisa debolezza, alle improvvise esaltazioni! E le ore passate in agitazione, girando nel suo appartamento deserto, concentrate nei suoi foschi pensieri, non avevano il senso del tempo per lei: ella era rinata alle angoscie dei disperati, che non sanno più che cosa è il tempo. Era l’una, quando un sottil raggio di sole battè sulle sue finestre. Ella guardò macchinalmente fuori. Bisognava andare. Ella doveva sapere: ella doveva salvare suo marito, il suo nome, e forse, chissà, la vita dell’uomo che aveva amato. L’uomo che amate, aveva scritto umilmente e dolorosamente Paolo Collemagno. No, no, ella non amava, non voleva amare, ma era risuscitata ai dolorosi doveri della sua esistenza, di nuovo le responsabilità della vita le pesavano, gravi, imponenti.
– Andiamo – disse.
Quando salì in carrozza, fuori, tutto il cielo di febbraio aveva una delicata tinta azzurrina, quella che si diffonde dopo i lunghi temporali. Un umidore regnava ancora nella via e nell’aria, un umidore dolce, dagli odori sottili. Pure, per nascondere la sua agitazione, ella aveva fatto prendere una carrozza chiusa, un coupé e malgrado la lieve umidità dei cristalli, molti, dalla strada, si voltavano a guardare questo pallido, esangue volto di donna bionda che nel vestito nero scintillante e dietro la sottilissima veletta nera aveva un aspetto strano. Ella avrebbe voluto che la carrozza corresse, tanta era adesso la sua esaltazione: ma non era possibile: la strada era sdrucciolevole per il fango che si era formato e tutta in salita. Il coupé, ascendeva lentamente per Toledo, la strada tutta tappezzata di cartelloni rossi, gialli, verdi, tutti cartelloni di nuove e vecchie banche, dove si offriva il ventiquattro, il venticinque, financo il ventotto per cento, al mese; ma Eleonora Triggiano guardava tutto questo, senza vedere, fissandovi sopra gli occhi imbambolati. Ella, ogni tanto, affacciava la smorta faccia dietro i cristalli, come mossa da un impulso interiore, come se non potesse resistere in fondo alla sua scura vettura; e spiava attentamente come se la faccia delle persone che passavano, come se tutte le cose, intorno, dovessero dirle il segreto della sua angoscia. Non arrivava mai.
La salita di Santa Teresa era fatta al passo, tanto era malagevole pel fango: invano due o tre volte, tirando il cordone, Eleonora Triggiario aveva detto al cocchiere di affrettare. E allora ella si ributtava indietro, nel fondo del coupé, appoggiando la testa alla spalliera imbottita, chinando gli occhi, come se volesse non sentire, non vedere, come se volesse dimenticare anche di esser viva. Finalmente, dopo uno di quei lunghi minuti di accasciamento, riaprendo gli occhi, riaffacciandosi dietro i cristalli per interrogare la via, vide che erano già in campagna, che cominciavano a girare intorno al tondo di Capodimonte, alla bizzarra strada dove la fatal villa del prete, la villa tetra dove il prete dagli occhiali fu assassinato, metteva una maggior nota di malinconia nel gran paesaggio verde, che si sprofondava nella valle.
Era un’ora tranquilla e un paesaggio perfettamente deserto: la via di Capodimonte che mena al Real Castello, è molto frequentata, solo di estate, per le molte ville, e nell’inverno non vi è nessuno, è un ritrovo troppo lontano, anche per gli amanti che ricercano la solitudine. Ella guardava i grandi alberi sfrondati della via, mentre la carrozza rasentava, a sinistra, la gran meraviglia del parco reale, donde una vegetazione sempre verde sempre fresca si elevava; e un po’ di serenità le veniva da quel deserto, da quella campagna ancora stillante di pioggia, da quelle ville che avevano sbarrato le porte e le finestre, da quell’immenso silenzio campestre invernale. Il coupé si fermò innanzi alla porta grande del Real Parco e il portinaio, che la conosceva, guardò appena appena il permesso che Eleonora Triggiano esibì. Ella andava spesso lassù, in quei grandi viali ombrosi profumati, taciturni e solitari, ella si compiaceva di quella grande estensione di via, lontana, lontana, sotto gli alberi. Andava lentamente, lentamente appoggiandosi sul manico alto di avorio del suo ombrellino, quando vide venire a sè, fedele, immancabile, Paolo Collemagno. Era un’illusione o le parve più scarno, dagli occhi più profondi e più ardenti? Si salutarono solamente con gli occhi, senza stendersi la mano, senza dirsi una parola e si misero a camminare lentamente, uno accanto all’altra, con gli occhi abbassati, come se fossero oppressi dai loro pensieri.
Lasciarono a sinistra il grande edificio del palazzo, circondato dalle aiuole verdi del giardino inglese e piegando a destra, passando sotto un arco di pietra, dove il custode forestale dalla soglia della sua casetta li salutò, cavando il berretto dall’arma reale, entrarono nel parco profondo. La sottile ghiaia del viale coperta ancora di foglie gialle dell’inverno, ancora tutta umida di pioggia, non strideva neppure; e già i larghi prati in discesa, già gli alberi nudi si coprivano di una verdura tenue, chiara, già un sottile odore di violette si mescolava a quello fresco, umidiccio dei rosei anemoni, i fiorellini glaciali dei boschi oscuri dove non penetra sole. Andavano. Ella accanto a lui, man mano sentiva placarsi quelle sensazioni forti e fugaci di disperazione che dalla mattina avevano schiantato a intervalli il suo cuore risuscitato e una rinascente speranza di bene sorgeva, fresca, ingenua come la prima verdura dei boschi, come quella piccola flora della foresta, innocente e gelida. Egli, che non la vedeva da vicino da molto tempo, si lasciava andare al puro diletto di contemplarla, nei suoi abiti neri scintillanti di giaietto, bianca e bionda, con un’aria giovanile, come una giovanetta che allora si affaccia alla esistenza. Andavano. Ora ella sentiva staccata da sè la sua pena: ma sentiva freddamente, serenamente, che aveva da compiere un dovere, uno stretto dovere verso suo marito che era in pericolo. L’ultimo dovere – pensava e questa parola ultimo, bizzarra, fatidica, a lei ancora inesplicabile, le ritornava continuamente alle labbra, come se fosse la parola della sua esistenza.
– Dite, Paolo, – mormorò a bassa voce, arrivando a un rustico banco di legno e lasciandovisi cadere.
Ma non avendogli ella detto di sederlesi accanto, egli, obbediente, rimase in piedi davanti a lei, staccando con la punta della mazzettina dei ciottolini di ghiaia e buttandoli in qua, in là, macchinalmente.
– L’incarico che mi avevate dato, era assai difficile, signora Eleonora, – egli cominciò, pronunciando il nome di lei, con grande dolcezza, – ma io avevo promesso! Tutta la città, lo sapete e ora tutta la provincia sono in preda a questa crescente follia e in un paese meridionale, caldo, ardente nella fantasia come il nostro, è così difficile guardarsi dall’esaltazione e dalla follia!
– Ma voi avete trovata la verità, nevvero? – chiese ansiosamente ella, guardandolo come se egli solo potesse saperla, come se egli stesso fosse la verità.
– L’ho trovata, con molti stenti, – riprese lui, chinando di nuovo gli occhi, – facendo come una inchiesta per mio conto personale, facendo per mio conto da giudice istruttore; ora potrei fornire tutti gli elementi a quello che dovrà istruire questo grande processo.
– Processo? – esclamò lei, impallidendo, – che processo?
– Signora Eleonora, – egli soggiunse, con una certa grave solennità, – queste banche sono un immenso furto; banchieri, amministratori, impiegati e… collettori sono altrettanti ladri.
Ella si morse le labbra e un velo di lacrime – le ultime lacrime – le offuscarono la vista; il bosco le comparve intorno.
– Nessuna delle leggende inventate è vera, – riprese lui, come se desse a sè stesso delle spiegazioni, – nè Rothschild, nè la banca d’Inghilterra, nè il papa, nè Francesco secondo, nè il Brasi!e hanno mai dato un soldo a questi banchieri. Mai il denaro ha potuto dare il dieci, il dodici, il quindici, il venti per cento al mese, nella più fortunata, nella più audace delle pubbliche speculazioni. Ma costoro, Ruffo-Scilla, Costa, Ferrero e tutta la innumerevole caterva dei minori, non erano, nè banchieri nè giuocatori di borsa, nè speculatori: non sono che dei ladri del pubblico denaro. Ladri, niente altro. Davano l’interesse, prelevandolo dal capitale, o mangiando il resto, una gran parte essi e una minor parte i loro impiegati e i loro collettori. Davano questo interesse, levandolo dal capitale, vivendo giorno per giorno allegramente, sapendo che fra tre mesi, fra un mese, fra dieci giorni sarebbe capitato loro un disastro; ma non pensandoci, non volendoci pensare, calcolando sulla gran folla meridionale, su questo rinascente sogno dell’isola di cuccagna; e dimenticando il pericolo imminente, sicuro, immancabile, implacabile, fra tutti i piaceri di un lusso sfrenato, donne, cavalli, carrozze, viaggi, scampagnate, gioielli, tutte le pazzie umane per godere del minuto che fugge…
– Tutti erano ladri? – chiese macchinalmente la signora Eleonora.
– Tutti, non uno escluso. Chi per una donna, chi per una pariglia di cavalli, chi per un palco a San Carlo, chi per pranzare lautamente e per cenare delicatamente, tutti sono stati complici nel furto. Il denaro entrato alle due pomeridiane in una banca ne usciva dopo due o tre ore, per sparpagliarsi nelle tasche dei banchieri, degli impiegati, dei collettori, finanche degli uscieri, dei servitori, per sparpagliarsi, nella sera stessa, dovunque si mangia, si beve, si giuoca, si spende in un minuto il denaro. È certo.., l’avidità spingeva i depositanti a mettere il loro denaro a un frutto così usuraio, certo è la grande ingordigia del guadagno illecito che ha corrotto le più rette coscienze; ma pure, nella gran catastrofe, quante piccole e intanto terribili catastrofi di piccole somme strappate alla piccola economia, quanti tesoretti preziosi che sono naufragati e che porteranno con sè un avvenire di miseria.
– La catastrofe? – chiese ella, levandogli timidamente gli occhi in volto.
– Sarà fra tre o quattro giorni. Tutte le fila dell’immensa truffa sono già nelle mani del procuratore del re. Banchieri, collettori, impiegati, tutti saranno arrestati sotto l’accusa di associazione di malfattori. Ma forse verrà ammessa solamente la bancarotta fraudolenta e la truffa. Non possono avere meno di cinque anni di carcere. A ogni modo sono perduti.
– Credete che mio marito sia seriamente compromesso? – domandò lei, come se già fosse la moglie di un colpevole.
Egli esitò un momento:
– … lo credo, – disse poi, dopo uno sforzo.
– Ne siete certo? – insistè lei con una certa durezza.
– Ne ho le prove, – mormorò egli, nella rettitudine della sua coscienza.
– Queste prove, dinanzi alla giustizia, possono farlo apparire colpevole, complice, possono farlo condannare? – ribattè lei, ostinata, volendo andare sino al fondo di quella rovina.
– Sì, – disse lui, – esistono ricevute, carte, registri dove il suo nome appare. Bisogna distruggerle. Certo vi saranno molte testimonianze di chi gli ha consegnato il denaro, per metterlo sulla banca: ma distrutte le carte, le deposizioni verbali non varranno.
– Oh – fece lei, come offesa da queste transazioni.
– Non si può fare diversamente. La colpa è commessa, bisogna cercare di cancellarne le prove. E… bisognerebbe partire…
– Egli dovrebbe fuggire? – chiese lei, meditando.
– Sì il codice dei malfattori prescrive anzitutto di non lasciarsi mettere in prigione. Dopo… tutto può accomodarsi.
– L’onore è perduto, per sempre, – disse lei, freddamente.
– Quello sì, – rispose lui.
– E che posso fare, io? – domandò ella.
– Convincere vostro marito del pericolo, persuaderlo a distruggere le prove, persuaderlo a fuggire. Avrà denaro…andrà via…
– E io? – chiese lei.
– Voi siete forte e buona, – rispose lui, teneramente, – subirete il contraccolpo, in nome dell’uomo che amate.
– Io non lo amo, – disse ella, chiaramente.
Egli la guardò: e sul pallore del suo volto consumato dalla passione una fiamma salì. Ma anche la passione aveva purificato il suo nobile cuore: e non disse altro che questo:
– Non importa dovete salvarlo.
– Tenterò, – disse lei, chinando il capo.
– Tentatelo subito, – fece lui. – Intendete il pensiero che mi muove? Capite che insistendo per la sua salvezza, cerco salvare voi, il nome vostro, il vostro avvenire?
– Io non ho più avvenire, Paolo, – diss’ella, tristamente, con la sua bella voce infranta.
– Non ditelo, Eleonora. Possono ritornare i giorni belli per voi..
– No, no. Tutto è perduto, lo sapete.
– Promettetemi che farete di tutto, per scongiurare una parte della catastrofe.
– Come farò? – diss’ella, volgendo attorno lo sguardo smarrito. – Egli manca di casa da quattro giorni.
– Non sapete dove è?
– No: prima lo diceva: ora non lo dice più.
– Tornerà, forse…
– Chissà! – fece ella, sempre più turbata.
– Sentite, – soggiunse, con uno sforzo Paolo Collemagno – io penso a voi, sempre, in questa catastrofe. Se egli non distrugge le prove, se non parte, oltre all’onta di saperlo in prigione, oltre all’orribile rimorso della disperazione altrui, avrete tutto il peso della sventura: i carabinieri che lo cercheranno in casa vostra, l’ispettore della questura che verrà a perquisire le vostre carte, il giudice istruttore che vi chiamerà a testimone, tutto, tutto un dettaglio pauroso, disonorevole. O Eleonora, angiolo santo, come potrete sopportare ciò?
– Oh Dio, oh Dio – faceva ella, torcendosi le mani la disperazione.
– E pensare che non avete neppure dove ricoverarvi! – disse lui, disperato.
– Nessuno, nessuno.
– Povera cara, – fece lui, prendendole pietosamente una mano e trattenendola fra le sue.
Ella arrossì, come una fanciulla al suo primo colloquio d’amore. E trangosciata, trasalendo al pensiero dell’orribile avvenire che l’aspettava, sentendo la sua vita legata per sempre a quella di un furfante, sentendo il disonore che la colpiva in faccia, si levò, risoluta:
– Vado, – disse a Paolo Collemagno, guardandolo francamente negli occhi. – Vado a quest’ultimo dovere. Ma prima, Paolo, lasciate che ve lo dica: il mio cuore è umiliato dinanzi alla vostra grandezza d’animo. Siete così forte, saggio, buono, misericordioso, che io di fronte a voi mi sento sciocca, misera, vile. Io vi ho tormentato, – soggiunse, con la voce tremante di emozione, – e non ero degna di darvi un sol pensiero di pena. Perdonatemi, ve ne prego. Ditemi che mi perdonate.
– Oh cara, cara, non dite questo… – mormorò lui, con voce semispenta.
– Sì, sì, non ero degna. Sono una creatura debole e meschina. Vi ho fatto soffrire. Perdonatemi. Non posso andarmene di qui, senza il vostro perdono.
– Dio vi benedica, anima cara, – disse lui, solennemente toccandole la fronte, – per il bene che mi avete fatto.
E camminarono di nuovo insieme, accanto, senza darsi il braccio, senza toccarsi la mano, senza parlare. Se ne andavano al loro destino doloroso, anime oneste, castigate per le colpe altrui, curvando il capo sotto il peso del loro destino.
Andavano piano, come per prolungare quei momenti di dolce compagnia, in tanta amarezza. Ma l’ora fuggiva, e presto furono in vista dell’arco di pietra, dove volevano separarsi. Egli comprese che ella voleva andare e si fermò, per le ultime parole:
– Sentite Eleonora, – le disse, tenendo la mano di lei fra le sue, come per comunicarle forza e mansuetudine, – io non sono amico di casa vostra, non ho diritto di venire da voi. Ma da questa sera in poi, per qualunque cosa, per ogni soccorso, di persona, di consiglio, pensate che io sono a casa mia, aspettando una vostra parola, sempre pronto a tutto. Non vi considerate mai sola, mai abbandonata, qualunque dolore vi piombi sulla testa! Avete un amico, il più devoto fra gli amici. Scrivetemi, mandatemi a dire una parola: farò quello che volete, tutto quello che volete. Non lo dimenticate. Sono lassù, nella vostra stessa casa, come una sentinella fedele. Fatemi questa grazia. Non mi dimenticate, nelle vostre ore cattive.
– Non lo dimenticherò, – disse ella profondamente turbata. – Penserò a questo, sempre.
Si allontanò rapidamente, senza voltarsi indietro, come se avesse paura d’intenerirsi, come se la spingesse una fatalità di risoluzione. Ora, buttandosi nel coupé, si lasciò andare col capo sulla spalliera, con gli occhi chiusi, accasciata e pur viva nella sua angoscia, invocando da Dio la forza per muovere il cuore di suo marito. Ahi che non aveva speranza. Era un essere frivolo e frivolmente vizioso, un meridionale chiacchierone o bugiardo, allegro e grossolano, che quando l’aveva amata, aveva finto tutte le delicatezze del sentimento: breve finzione amorosa dopo la quale era venuta prestissimo una delusione profonda. Come lo avrebbe colpito, commosso, poichè egli non conosceva più la dolce influenza della virtù e della onestà, poichè avendo denaro, ne aveva voluto ancora, ancora, molto, troppo, strabocchevolmente, rubandolo, truffandolo, essendo complice necessario della truffa, del furto? Quale parola altamente onesta avrebbe risvegliata la coscienza del giocondo malfattore? Ahi che ella non aveva speranza e tutto le pareva irremissibilmente perduto! Cercava, in quel lento viaggio dì discesa verso Napoli, di fare un piano, un piano pratico ma tutto le pareva svanisse innanzi alla lieta sfrontatezza di suo marito. E non era povero, no: il delitto era anche più grave, così. Che dire a un uomo simile?
Era assai tardi, quando arrivò a casa: e senza discendere dalla carrozza, chiamò a sè il portinaio, e gli chiese se per caso fosse ritornato suo marito. No, non era tornato. Era venuto nessun dispaccio, nessuna lettera? Niente. Ella crollò il capo, sentendo sempre più quella gravezza del destino piegarle il coraggio. Non potette resistere a salire in casa, così, ad aspettare: la mordeva un bisogno di muoversi, di agitarsi, di cercare suo marito anche inutilmente. Diede l’ordine al cocchiere di portarla alla banca Costa, ma arrivò che chiudevano i cancelli: quel giorno per raccogliere il molto denaro che veniva portato in deposito avevano tenuta aperta la banca un’ora più tardi. Non osò domandare nulla a quegli impiegati che discendevano chiacchierando, ridendo e fumando, felici di quella liberazione, con la parola alta e il riso sonoro che le ricordò quello di suo marito: e li guardò soltanto, sgomenta, pensando che fra tre o quattro giorni, non avrebbero riso più.
Discendendo di là, a caso, per sfogare la sua angoscia andò girando da un posto all’altro, dove probabilmente o chimericamente poteva trovare suo marito: al circolo che soleva frequentare, al caffè, in un paio di case d’amici, così, come presa da una follia di ricerca. Non usciva dalla carrozza, perchè temeva che tutti le leggessero in volto la disperazione; ma mandava su, dentro, il cocchiere, con un’ambasciata precisa, ma frettolosa; e aspettava nelle penombre della sera già discese, stringendo le dita incrociate, come una trangosciata preghiera le unisse. Il cocchiere lentamente faceva l’ambasciata e lentamente ritornava, perchè era vecchio e flemmatico metteva il capo dallo sportello nella carrozza, e diceva alla signora che al circolo, al caffè, in casa degli amici non avevano visto il signor Triggiano da quattro o cinque giorni. Ella dava un nuovo indirizzo, a caso; e la via crucis ricominciava. Alla fine, quando non poteva cercarlo in nessun posto, a meno che non lo volesse cercare nella via, pensò:
– Egli deve essere da Livia Gioia.
E nel suo furore di salvezza lo avrebbe cercato anche da quella svergognata; ma non conosceva dove abitasse.
Allora, perduta ogni speranza, nella sera che si avanzava, disse al cocchiere di tornare a casa. Mentre lo pagava, il portiere le disse:
– Il signorino è tornato un’ora fa.
– Ah! – fece ella con un profondo sospiro.
E salì rapidissimamente. Raffaella venne ad aprirle la porta.
– Il signorino è tornato, aveva pranzato e ora dorme. Ha detto di non svegliano che alle nove.
– Aspetterò – mormorò ella a sè stessa.
Si tolse il mantello scintillante di perline nere, si levò cappello, si sfilò lentamente i guanti, consegnando tutto alla cameriera Raffaella che la guardava in silenzio. Poi sedette in una poltrona, abbassando la fronte sulla mano, in atto di paziente aspettativa.
– Il pranzo è pronto – disse Raffaella senza andarsene.
– Sta bene, più tardi, – mormorò ella.
– Vostra Eccellenza si rovinerà la salute, in questo modo.
– Non importa, andate, Raffaella. Avvertitemi solamente quando il padrone è svegliato.
Ma dovette aspettare qualche tempo, almeno due ore, seduta nella sua poltrona, immobile, col viso immerso nel largo cerchio di penombra che diffondeva il grande paralume di seta sulla lampada. Suo marito aveva il sonno pesante, come tutti quelli che riposano da profonde fatiche intellettuali o materiali, da profonde agitazioni dello spirito. Si capiva che era tornato a casa estenuato, niente che a udire lontano due stanze, il suo respiro forte o duro. Pure ella attese pazientemente, senza muoversi, ora che il Signore le aveva fatto la grazia di ricondurlo a casa, anche per un giorno soltanto. Si avanzava sempre più la sera, quando un lungo squillo di campanello elettrico risuonò, e nella sua stanza Carlo Triggiano cominciò il suo solito allegro chiasso del risveglio parlando con Raffaella, parlando con sè stesso, canticchiando aprendo e chiudendo rumorosamente i cassetti, rumoreggiando con le sue scarpe di elegante, nuove e scricchiolanti. La signora Eleonora non si alzò, non andò nella stanza di lui, come soleva fare, aspettandolo nel salotto. Egli uscì dopo un pezzo in marsina, con la pelliccia aperta, che lasciava vedere il petto candido della marsina e il gibus sul capo. Fischiettava un’arietta. Ma innanzi alla moglie, con cui serbava qualche forma ancora, tacque e si tolse il cappello.
– Scusa, sai, – credette di dire, – se non ti ho dato mie notizie. Gli affari non mi hanno dato un minuto di pace…
– Non importa non importa, – disse ella guardandolo con una bontà fatta di pietà.
– Anche questa sera debbo andar via, subito, – diss’egli. – Abbiamo una riunione di banchieri, la nostra posizione diventa sempre più importante.
– Io debbo parlarti, – diss’ella fermamente.
– Bene, avremo il tempo, domani, a colazione. Tanto, per ora, non parto.., e stasera, non potrei..
– Non domattina, stasera, – ribattè lei con lo stesso tono.
– Allora, stanotte, quando rientro, – cercò di accomodare lui, mettendo una più breve dilazione.
– Non questa notte, stasera, – ripetette lei, ostinata.
– Ma io debbo andare… – fece lui cominciando a impazientirsi, – Ho affari urgenti.
– La cosa che ti debbo dire è urgentissima.
– Dite sempre così, voi donne, – borbottò lui – e poi si tratta di frivolezze. Se ti pregassi, mi faresti il favore di rimettere a domani questo colloquio?
– No, – ripetette ostinatamente, – debbo parlarti questa sera, adesso. Ti ho aspettato cinque giorni, senz’aver tue notizie: ti ho cercato tutto il giorno, ieri, dovunque. Ora ti prego io a restar qui, ad ascoltarmi.
E la sua attitudine era così tranquilla la sua voce così ferma, che al marito produsse una impressione forte. Era stato sempre abituato a trovarla graziosa, umile, dolce e sentiva i suoi torti, sentiva che ella aveva ragione di esser mutata, aveva ragione di parlare così.
– Ti ascolto, – disse sedendosi dirimpetto a lei, ma senza lasciare il cappello e il bastone, come se fosse in visita.
– Carlo, – ella cominciò, dopo un minuto di pausa, – – la tua buona fede è stata sorpresa; tu sei stato ingannato; la tua amicizia per il banchiere Costa ti ha messo in un cattivo affare. Da quattro mesi tu lavori per gente che tutte le persone oneste dichiarano dei ladri; e tu vivi fra queste persone che domani possono comparire in corte di assisie.
Egli si era fatto mortalmente pallido, alle prime parole ma come lei continuava, tranquillamente, egli si era rimesso dalla sua emozione Solo arricciava i suoi mustacchi, nervosamente come se il discorso lo annoiasse un poco. Ella lo guardava negli occhi, e proseguì:
– Ti hanno mentito, Carlo. Tu sei un galantuomo, sei dunque stato folle; non conosci, dunque, per la tua bonarietà, per la tua onestà, in quale abisso ti hanno trascinato. Tu, l’onesto, tu il galantuomo, tu, nella cui mano ho messa la mia, con orgoglio, puoi domani se non pensi a salvarti, esser travolto in una rovina di disonore. Credo…, spero, – soggiunse con uno sforzo – che tu possa ancor salvarti. Puoi ancora distruggere quanto esiste di prova contro te: lacerare, bruciare le carte, le lettere, le ricevute, tutto; puoi staccarti da Costa, subito; e partire, fare un viaggio…
Egli la guardò ancora e scoppiò in una larga risata.
– Non ridere, non ridere, – diss’ella, come se le si squarciasse la voce per l’angoscia.
– Rido per queste frottole che ti hanno raccontato. Costa è uno dei più forti speculatori di Europa: è una testa finanziaria potentissima. Ti assicuro che ti sei fatta corbellare.. – soggiunse lui, con un tono di sprezzante pietà.
– Costa e tutti gli altri saranno deferiti fra tre giorni al potere giudiziario. Tutte le carte sono nelle mani del procuratore del re, – disse ella, frenando a stento la sua indignazione.
Egli rise ancora, mentre ella diventava smorta come se svenisse.
– Ti hanno burlata, mia cara. Questa è una notizia che gira da quattro mesi. Sono i nemici di Costa che mettono in giro la voce.
– Io ne sono sicura, come se fosse la stessa verità, – esclamò lei, levando la mano, quasi, per giurare. – Saranno tutti arrestati, come associazione di malfattori.
– Follie, – disse lui levandosi, – Follie, io non ci penso neppure.
– Oh Carlo, Carlo, tu non vuoi dunque satvarti?
– Ma da che? Ma che vai avvolgendo nella tua mente fantastica? Io non ho bisogno nè di consigli nè di preghiere. Sono socio di Costa dal principio, continuerò ad esserlo, diventeremo ricchi quanto lui.
– È denaro rubato, – disse lei, duramente.
– Eleonora, tu perdi la testa! – gridò lui in collera.
– Ti dico che è denaro rubato, e che tu sarai preso come ladro, e che io sarò considerata come la moglie di un ladro!
– Taci, – disse lui digrignando i denti, – taci, pazza che sei!
Ella aveva chiuso gli occhi, con le labbra bianche, con una grande contrazione sui volto; parea che morisse.
– Del resto, – riprese lui sogghignando, non vi è paura. Giudici, presidenti, procuratori del re sono tutti amici nostri. Il denaro può molto. Che cosa non si compra col denaro?
– Carlo, Carlo! – fece lei rabbrividendo.
– Non farmi l’innocentina, e non credere che noi altri siamo sciocchi. Abbiamo combinato le cose ammodo; gl’interessi che si legano a noi sono tanti, che non possiamo crollare; crollerebbero con noi troppe persone. Rassicurati: siamo abbastanza furbi.
E a questo discorso così cinico, spietato, in cui egli non profittava neppure della pietosa bugia di sua moglie, che fingeva di crederlo in buona fede, in cui egli confessava la sua complicità e se ne vantava, ella sentì in sè stessa come una immensa rovina e come un grande silenzio di morte.
– Tu dunque sai che queste banche sono una truffa, un furto? – chiese ella glacialmente.
– Piano, piano; un’audace speculazione, un vantaggiarsi della ingordigia e della bestialità. Noi diamo l’interesse..
– Levandolo dal capitale – esclamò lei, sempre glaciale.
– Eleonora, questi affari non ti riguardano, – fece lui, con egual freddezza, reprimendo la sua collera. – Le donne non debbono entrare negli affari.
– Tu dunque non mi credi? – chiese ella angosciosamente.
– No, non ti credo.
– Non cercherai di salvarti, di bruciare le carte, di partire?…
– Neppur per sogno.
– Resterai qui?
– Si. Non sono così sciocco da andar via ora che vi è da guadagnare tanto denaro.
– Oh Dio! – fece ella torcendosi le mani per la disperazione.
– Non far rettorica, – disse lui, sprezzantemente.
– Neanche se ti prego, se ti scongiuro, poi nostro nome, pel nostro onore, pel… nostro amore passato?
– Rettorica, rettorica, – ripetette lui.
– Carlo, Carlo, lasciati commuovere, non ti perdere, vedi come ti prego, vedi che dolore mi agita, te ne scongiuro, brucia tutto e parti.
– No, – fece lui, sempre più duramente.
Ella abbassò il capo sul petto, come se pensasse. Quando lo rialzò, ogni traccia di emozione era scomparsa.
– Ho inteso, – ella disse. – Voi non valete meglio tutti gli altri: voi, come loro, avete bisogno del denaro altrui, per la vostra vita disordinata, viziosa. Ho creduto di sposare un galantuomo, sono la moglie di un furfante….
– Eleonora, – gridò lui furente.
– Mi salgono alla faccia le fiamme della vergogna quando penso che porto il vostro nome… quando penso che voi mettete le mani nel denaro altrui, nel denaro dei poveretti, che non hanno altre risorse… Almeno foste povero, affamato, voi! Almeno aveste la miseria per iscusa! Ma è l’avidità, è il desiderio di maggior denaro, di molto denaro per darne a quella… voi lo sapete bene… a Lidia Gioia…
– Ebbene, sì, che vuoi? – esclamò lui, in preda a un infrenabile accesso di collera.
– Oh santa Vergine, soccorretemi voi! – diss’ella levando lo mani al cielo.
– Credevi che sarei stato tutta la vita a contemplare tuoi occhi morti? – gridò lui, arrivato al colmo della brutalità. – Credevi che sarei stato venti anni a dire il rosario insieme con te? Ho un capriccio; me lo pago. È denaro tuo, forse?
– Oh Madonna, Madonna, illuminatemi! – esclamò di nuovo ella, come se pregasse mentalmente.
– Non hai tutto quello che vuoi, forse? Ti lascio mancare niente? Non sei libera? Lasciami libero, non seccarmi.
– Oh Maria Vergine, Maria Vergine, illuminatemi! – fece ella per la terza volta.
– Non annoiare con queste scene, con questi gridi, con queste rettoricate. Non ti accorgi che esse servono a staccare sempre più l’uomo dalla casa? Vuoi che me ne vada addirittura?
– Andrai a stare con lei, nevvero?
– Con lei, con un’altra, con nessuno, salvo che con una donna piagnucolosa, perfida e che si permette d’ingiuriare la gente onesta, a cominciare da suo marito! Con tutti, salvo che con te – urlò lui ripetendo tre o quattro volte questa frase, non potendosi più padroneggiare.
– Posso andar via, io – diss’ella, lentamente, pallidissima.
– Liberissima, – esclamò lui. Non so bene dove potrai andare, ma io non te lo domanderò neppure.
– Tutte le creature umane trovano ricovero, buono o cattivo, – mormorò ella, levando gli occhi al cielo.
– Fa quel che ti pare, – disse lui che oramai era stanco e voleva andarsene.
– Debbo partire? – chies’ella, ansiosamente, come se conservasse ancora un filo di speranza.
– Vattene pure, – disse lui duramente, cercando di riaccendere il suo sigaro.
– Carlo rammentalo. Sei tu che mi mandi via, sei tu che mi obblighi a partire. Rammentalo.
– Non farmi tragedie. Non siamo destinati a stare insieme. Vattene via.
– Addio, Carlo.
Gli voltò lo spalle, senza dare segno di emozione.
Erano sopra una poltrona il suo mantello ricamato di giaietto, il cappello, i guanti che vi aveva posati, rientrando da quell’affannosa ricerca di suo marito: ma ella non pensò neppure a prenderli. Se ne andò così, senza cappello, vestita di nero, con la testa abbassata sul petto come se la piegasse sotto il poso della fatalità.
Meccanicamente per un semplice atto di curiosità macchinale, il marito la segui, mordendo il suo sigaro; ma ella non si rivolse più indietro; camminò per la casa, attraversandola tutta come una sonnambula. Egli la vide schiudere la porta di entrata spalancarla e uscire sul pianerottolo; ma dalla soglia, ove egli si era fermato, la vide che non discendeva al primo piano, per andarsene, ma che lentamente saliva su al terzo piano.
E innanzi agli occhi dello stupefatto marito che guardava, non intendendo, la moglie bussò alla porta del terzo piano, appoggiandosi un momento alla ringhiera, come se vacillasse. Subito la porta si schiuse ed ella, senza dire neppure una parola, scomparve. Sempre fumando il suo sigaro, il marito rientrò in casa e chiamò Raffaella.
Questa, che aveva udito e visto tutto, arrivò subito, pallida, tremante:
– Chi abita lassù, al terzo piano? – chiese lui, fingendo indifferenza.
– Il signor Paolo Collemagno, – balbettò ella, abbassando gli occhi.
– È l’amante della signora, non è vero? – disse lui, con una voce che gli fischiava fra i denti, mentre faceva fischiare la sua mazzettina.
E la cameriera, malgrado la sua ignoranza delle parole, disse subito:
– Nossignore, nossignore. Era uno che le voleva bene.
– Ah – fece egli, torcendosi nervosamente il mustacchio.
Ma se ne andò, col passo un po’ incerto, e un po’ di pallore sulle guancie.
Lassù, quando ella aveva bussato, come se Paolo Collemagno avesse aspettato, venne ad aprire egli stesso. Quando fu entrata nella penombra dell’anticamera, un soffio le usci dalle labbra:
– Eccomi.
Egli s’inginocchiò e piangente le baciò l’orlo della veste, piamente, santamente.

V.

Al giorno 10 di febbraio il numero delle banche era salito a centodieci, diffuse per tutte le strade di Napoli; e se le prime venti, a imitazione della banca Ruffo-Scilla e della banca Costa, avevano serbato molta decenza negli appartamenti e nel personale, affettando un certo lusso che voleva parere grandioso, consecutivamente, tutte le altre che erano sorte, erano sdrucciolate nella meschinità, nelle strade equivoche, nei portoni oscuri, dove gente di brutto aspetto, mal vestita compiva goffamente le poche e semplici operazioni di deposito e pagamento degli interessi. Bastavano due stanzette e un primo piano scuro dei Guantai Vecchi, del vicolo Stufa San Giorgio, del vico Campane, per crearne una banca, dopo averci messo dentro due figure esose, mal vestite, due scrivanie zoppicanti, due registracci di cartone grosso e quattro sedie di paglia.
Alcune di questo nuove banche erano sorte in quei palazzi di via Tribunali, di Vico Nilo, di via Mercanti, di vicolo Mezzo Cannone, dove ci è di tutto, famiglie borghesi, famiglie di operai, fabbriche di fiori artificiali, ricamatori di oggetti sacri, levatrici, case di povere donne prigioniere del disonore, bigliardi clandestini, alberghi a vil prezzo e agenzie di pegni; anzi, dovunque ci era una agenzia, al piano superiore o all’inferiore, come un rigoglio naturale, sorgeva una banca: e le facce degli impiegati di banca parevano le stesse di quelle che strozzavano il popolo; vi erano delle misteriose affinità nei mobili, nei registri, negli stessi cancelletti di ferro o di legno. Era roba vecchia, unta, puzzolente, quella delle nuove piccole banche, come quella dell’agenzia di pegni e spegni, e gli impiegati avevano gli stessi soprabiti bisunti, le stesse camicie sfilacciate, le stesse cravatte arrossite che lassù nella tetra agenzia. Però, malgrado l’indecente miseria di tutte queste nuove banche, l’interesse era venuto crescendo precipitosamente, come una pallottolina di neve che rotolando dai ghiacciai eterni delle Alpi diventa una valanga. Già il colpo di dare l’interesse anticipato era stato fatto a metà gennaio, tanto che dopo aver consegnato i propri denari a uno sportello, si passava all’altro per aver l’interesse qualche cosa di mai visto, come fantasmagoria, come fulmineità commerciale. E anche questo interesse anticipato aumentò sino al trenta per cento, nella prima diecina di febbraio, tanto che i depositi pioventi da tutta Napoli, da tutte le provincie più vicine e più lontane, assunsero in quei dieci giorni una forma favolosa.
Chi non aveva denaro, se ne faceva prestare: le signore impegnavano i brillanti, l’argenteria, vendevano le ricche vesti; i pensionati impegnavano la loro cartella di pensione; i postieri, tenitori di banco di lotto, che dovevano consegnare il denaro a otto giorni a quindici giorni, lo impiegavano alle banche, per otto giorni per quindici giorni; tutti quelli che facevano delle esazioni per conto altrui, i più onesti, i più scrupolosi, arrischiavano il denaro, solo per poco, naturalmente, come dicevano alla propria coscienza; i proprietari di provincia vessavano i loro coloni, per esigere, per mettere il loro denaro sulle banche: dovunque era un ritrovo di persone, un circolo, una grande famiglia, un padiglione militare, un convento di monache, un ritiro di oblate, un educandato di ragazze, un convitto di ragazzi, dovunque, dovunque, nella prima decade di febbraio la passione del denaro si sviluppò tanto da indurre i più restii, i più poveri, i più economici, i più guardinghi a mettere il loro denaro a una di queste banche al trenta per cento… al mese.
I depositi erano piccoli, ma moltissimi e dal cameriere di caffè alla stiratrice che aveva centoventi lire di economie, dalla pinzochera al capitano dell’esercito borbonico in ritiro, dalla educanda alla sua maestra, dal portinaio al padron di casa, tutti misero del denaro in queste banche. Non già che non vi fosse in molti un sospetto, una vaga paura, come un brivido di diffidenza, non già che non vi fossero delle voci prudenti che annunziavano il crollo di tutta la baracca; non già che non vi fossero, dovunque, delle furiose discussioni fra gli scettici, gli indifferenti e gli esaltati, ma questa paura vaga, questo sospetto, questa diffidenza eccitavano la mente o davano come un pascolo alla fantasia dei depositanti, la gran fantasia meridionale, che ha bisogno di entrare dovunque, anche negli affari di commercio. Quelli che si dibattevano disperatamente, erano gli esaltati, i difensori delle banche a ogni costo, e costoro, insieme agli interessati, facevano una guerra violenta contro un giornale della sera, il Pungolo, coraggioso, onesto, che sin dal principio aveva attaccato banche e non aveva dato loro quartiere, mai. Però, come tutte le cose buone hanno il loro rovescio, erano sorti, come funghi, giornali ligii a queste banche: e tutto ciò portava un grande turbamento. Si era fatto un duello e un innocente era stato ucciso le banche erano già macchiate di sangue. Il Pungolo continuava la sua campagna, malgrado le minacce, lo lettere anonime, le lettere minatorie: e la gran paura di tutti gli interessati non era per l’opinione pubblica, già presa, già vinta, ma era per l’impressione che ne poteva avere il governo, la magistratura la Camera di Commercio.
Pure, freneticamente i depositi crescevano come se un furore di rovina avesse oramai travolto i più umili cervelli, e le più piccole borse si sguernirono di quanto avevano, nei giorni otto, nove, dieci, undici febbraio. Nel pomeriggio del giorno undici febbraio l’interesse, che era restato per dieci giorni fisso al trenta per cento anticipato, fu portato da due nuove banche al quaranta per conto dalla prima o al sessanta per cento dalla seconda.
Ma esse non arrivarono ad avere depositanti, perchè sorte nel pomeriggio del giorno 11: il giorno 12 febbraio, nella mattinata, crollarono le banche, tutte quante, come un castello di carta. E fu così: il giorno prima dallo stesso Pungolo fu annunziato che il procuratore del re, l’indomani, avrebbe spiccato mandato di cattura contro banchieri, collettori impiegati che sarebbero state sequestrate le somme in deposito e apposti i suggelli. Bisogna dire che nessuno ci credette. La notizia era già stata data due o tre volte e poteva essere, anzi fu dichiarata, un pio desiderio del giornale. Non ci credettero neppure gli interessati, che nella notte prima del loro disastro, si mostrarono dappertutto, a San Carlo e al Giardino d’inverno, nelle grandi trattorie e nelle grandi bische, nei balli e nei caffè, con le loro donne, coi loro amici, coi loro parassiti.
Ma alle otto della mattina cominciò il panico: si seppe sicuramente che nella notte Guglielmo Ruffo-Scilla, non potendo più far fronte ai suoi pagamenti, schiudendo gli occhi nell’abisso dove si era lasciato travolgere un po’ involontariamente, un po’ per fatalità e molto per miraggi fantastici di guadagni, si seppe che Ruffo-Scilla aveva promesso di costituirsi, nella mattinata, al questore e che difatti, si seppe più tardi, immediatamente dopo avvenuto il fatto, Guglielmo Ruffo-Scilla si era costituito nelle mani del questore di Napoli. Notizia fulminea che sgominò tutta la città. Le operazioni di arresto, di sequestro, di apposizioni di suggello cominciarono dopo le dieci, fra la folla piangente che assediava gli uffici, i portoni, tutte le strade innanzi alle banche. Quali facce tutte erano pallide come se le avesse toccate, passando, la mano della morte: ma alcuni erano pallidi e taciturni, alcuni pallidi e convulsi. Quel fallimento per molti era la rovina completa, la miseria implacabile, un disastro di cui non osavano, in quel primo minuto, misurare tutta l’ampiezza, ma di cui già sentivano il peso tremendo; ma per molti quel fallimento era il disonore: avevano preso il denaro altrui, sperando di restituirlo, ed ecco il denaro era loro tolto, senza speranza di restituzione e sarebbero stati accusati di ladrocinio. Costoro erano gli esterrefatti. Si aggiravano fra la folla, smorti, con gli occhi stralunati, non vedendo, non sentendo, non udendo più nulla, pensando solamente che erano perduti. Tnnanzi al palazzo Faucitano un postiere, tenitore di banco lotto, che aveva arrischiato tre giorni prima molte migliaia di lire, appartenenti al Governo, non voleva credere al disastro, e dopo, quando ne fu certo urlava, piangeva, rideva, farneticava dimenandosi come un folle, sgomentando con la sua improvvisa forma di pazzia, quella folla già sgomenta, atterrita! Le guardie lo dovettero condur via, a forza. Ma non fu una scena soltanto, furono tante scene lugubri strazianti. Un vecchio che gridava: Figli miei, figli miei, uccidetemi, sono un assassino; un giovane scialbo che mormorava: non ci è che ammazzarsi, ammazzarsi, e ripeteva continuamente la parola come se fosse impazzito anche lui; un altro vecchio, con gli occhi rossi donde erano sgorgate le ultime rade lacrime della vecchiaia, andava balbettando, come se un urto nervoso gli avesse tolto l’uso regolare della favella. Lo straziante era di coloro che non sapevano ancora nulla e che entravano fra la folla, vinti da un cattivo presentimento:e in quaranta, in cinquanta, tutti si affrettavano a dar loro la cattiva notizia, gridando, strillando, piangendo, imprecando; colui che non sapeva ancora nulla e che apprendeva in così malo modo la dolorosa notizia, diventava a sua volta pallido come un morto, le palpebre gli battevano come se gli occhi non reggessero più alla luce: taluno vacillava, mancandogli il terreno sotto i piedi. Ma il più desolante spettacolo lo presentavano le donne. Dappertutto dove vi era una banca, alla Trinità degli Spagnoli e a Santa Brigida, al vico Tofà e ai Guantai Vecchi, a Toledo e a San Ferdinando, nelle vie grandi, nei vicoletti, nei portoncini, per le scale oscure, per le tetre anticamere, dovunque si vedevano accorrere da tutte le parti le donne, di tutte le condizioni, popolane in baschina e scapigliate, cameriere col grembiule bianco annodato di traverso, mezze popolane con lo scialle pendente da un lato, impugnatrici, mezze signore, e le signore stesse, che avevano preso il primo cappellino capitato e che dietro la veletta mostravano lo stesso pallore, la stessa collera convulsa delle popolane. Straziante spettacolo di mani tremanti, di occhi disperati di’ labbra violacee che invano tentavano di reprimere i singhiozzi. Alcune più deboli, più infinitamente desolate, non sapevano frenarsi e piangevano, lì, nella strada, in un cantuccio di strada, alcune a grosse lacrime silenziose che si disfacevano sulle guance, altre a scoppi di calde lagrime fluenti, nervosamente disperate, come sono i bambini, nei loro grandi dolori. E quel pianto continuo, incessante, che finiva solo in un angolo per ricominciare in un altro, quel pianto di donne desolate, piangenti tutte le loro lacrime sulla rovina di ogni fortuna, di ogni economia, di ogni speranza, quel pianto femminile, in pubblico, nella strada, per le scale, nei portoni, un pianto a cui nessuno sa resistere, era la nota acuta della mattinata lugubre di gennaio.
Ma la scena cambiava di aspetto, quando, finite le operazioni di perquisizione, di sequestro, di apposizione, di suggelli, scendevano per le scale gli ispettori, i delegati, le guardie, in uniforme o travestite, portandosi via i libri, i registri e portando in arresto i banchieri, gli impiegati, i pochi collettori che avevano avuto l’imprudenza o l’impudenza di presentarsi ancora. Allora, a quella specie di lento convoglio funebre, a quel trasporto di cose e di uomini, la folla maschile e femminile sentiva bene che tutto era finito, che tutto era perduto, che non avrebbe mai più riavuto il suo denaro. Un gran clamore fatto d’imprecazioni di lamenti, di urli, di truci bestemmie di pianti muliebri, un clamore, dove mettevano il loro strillo disperato anche i ragazzi tenuti nelle braccia materne, accoglieva la forza pubblica che si portava via i colpevoli; e i più furenti si gettavano contro le guardie volendo toglier loro di mano gli arrestati per bastonarli, per ucciderli, per massacrarli. In alcune banche, ai Tribunali, a Foria, l’ispettore, il delegato dovettero cingere la sciarpa, parlare alla folla furente, per salvare i colpevoli: in altre, ai Mercanti, a Santa Maria La Nova fu chiesto rinforzo ai carabinieri, ai soldati, per impedire che la folla facesse giustizia sommaria dei banchieri. Era impossibile sciogliere gli attruppamenti, impossibile persuadere la gente che era inutile aspettare nella strada, aspettare, aspettare niente. Che! Sotto l’urto di una disperazione invincibile, uomini, donne, giovanotti, non avevano la forza di restare nelle loro case: ne uscivano, correvano alla banca, con una speranza vaga, così, per istinto, per vedere la strada, le mura, le pareti, dove il loro denaro era stato travolto.
Nei circoli, nei monasteri, negli educandati, negli uffici, nelle scuole, nei padiglioni, la notizia del disastro arrivò verso le due: si dovettero sospendere le lezioni, il lavoro; nessuno pensò più nè a leggere, nè a scrivere, ma a uscire, ad andarsene, per correre alla banca, per sapere: e chi non lo aveva questo permesso, se lo prendeva da sè, così, nel gran disordine dello spirito, buttando via ogni riguardo, ogni ritegno, non pensando che a correr via. Verso le tre la folla si venne aumentando, dovunque, di tutti costoro che avevano saputo più tardi la notizia. Monache di casa, maestre, professori, impiegati, operai, vedove di militari, magistrati che allora uscivano dai tribunale: un nuovo elemento vivo di dolore stupefatto.
Ma quelli che sopraggiungevano, alle tre, alle quattro, ansiosi, frementi, trovavano una folla oramai taciturna, nell’oppressione, stanca d’aver troppo parlato, gridato, pianto, bestemmiato, accasciata dal peso di un’aspettativa inutile o che pure restava, attonita, inebetita incapace di rientrare nelle case desolate. Le scene ricominciavano, e tutti quelli che erano colà, dal mattino, e che non avevano neppure più la forza di desolarsi, crollavano il capo, silenziosi, come se volessero dire che la disgrazia propria era più grande di quella di tutti gli altri. Questo nuovo contingente di dolore trovava una folla di anime che si chiudevano in una stupefazione, come se una improvvisa stupidità le avesse tutte colpite. E mentre le deserte officine, le scuole, gli uffici, tutti i luoghi di ritrovo, di vita comune, di convivenza, deserti, si chiudevano, un nuovo tumulto nasceva, un tumulto fatto dai nuovi arrivati fra un lugubre, taciturno coro di coloro che da sette ore assaporavano tutta l’amarezza della loro sventura e ne avevano inondate le vene. E già, coi treni successivi, da Salerno, da Caserta, da Foggia, da Campobasso, cominciavano ad arrivare i provinciali, quelli che erano stati più colpiti nella gran fallita, terribili facce sconvolte, alcune magre e terree, alcune cosi rosse nella grassezza, con gli occhi così iniettati di sangue, che parea dovessero morire di apoplessia in quel momento. Nota curiosa, bizzarra, i provinciali tacevano, non dicevano neppure una parola, guardandosi attorno con occhio diffidente, pauroso: avevano avuto sempre in gran sospetto Napoli e i napoletani: e Napoli, come un bollente crogiuolo di denaro dove tutto si squagliava, spariva, diventava cenere fredda. Ecco, ci erano capitati alla perdizione e si erano perduti: avevano voluto lasciare il loro paese, portar via dalle fide casse il denaro, nascosto da anni, a Napoli: i napoletani si erano pappata tutta quella grazia di Dio, quella bella grazia che essi non avrebbero visto mai più. I provinciali non ci credevano allo facce disperate, alle grida, ai pianti dei napoletani non ci credevano che un solo napoletano avesse perduto una sola lira; credevano così, vagamente fantasticamente, a una grande commedia giuocata da tutti costoro, di Napoli, che avevano mangiato il loro denaro che forse ne portavano ancora in tasca una parte, mentre si disperavano piangendo e gridando. Cupi, tetri con le labbra strette, con le spalle curve di chi ha avuto un forte colpo e si rannicchia in sè stesso, con certe occhiate oblique di sospetto, i provinciali si aggiravano tra la folla, salivano alle banche, trovavano le porte sbarrate e chiuse coi suggelli, scendevano crollando il capo ironicamente: molti in carrozzella come pazzi, andavano dal questore al procuratore del re, da costui al presidente del tribunale di commercio, aspettavano ore intiere, nelle anticamere popolate di facce simili alle loro, entravano infine, e malgrado la naturale freddezza del ricevimento, si sfogavano in parole amare contro Napoli e i napoletani. Pazientemente le autorità li ascoltavano, dicevano loro che non vi era nulla da fare, per il momento, che bisognava aspettare il rapporto dei periti o quello dei sindaci del fallimento. E i provinciali avevano l’aria di crederci, a queste parole che erano la stessa verità, ma non ci credevano, non ci credevano, uscivano ghignando, sentendo che vi era una trama per rimandarli al paese, loro, provinciali, truffati e gabbati.
Infine le ombre della sera scesero sopra Napoli e lentamente la folla si andò disperdendo: erano come dolorosi fantasmi che sparivano a malincuore, portando seco tutto il peso della propria sciagura, temendo più di tutti l’ora della rientrata a casa, l’ora del comune dolore, l’ora del rimorso. Napoli parve morta, in quella prima notte, dopo il disastro. Il teatro San Carlo e il Giardino d’inverno tennero chiuse le loro porte: tanto, nessuno ci sarebbe andato. I caffè rimasero deserti. E intanto una quantità di ombre solitarie si aggiravano nelle strade più remote, sino a tarda notte: erano tutti quelli che colpiti da una mortale debolezza, non potevano, non potevano rientrare nella loro famiglia. I piccoli alberghi oscuri di Porto, di Pendino, accanto alla ferrovia, ricoverarono una quantità di questi miserabili, tormentati dalla loro coscienza o dal loro dolore. E dovunque il capo di famiglia, o il figlio, o il fratello, o la madre, era rientrato, nelle ore della notte fu un lungo pianto, un lungo gemito; e i bimbi che non sanno, i bimbi che dovrebbero sempre ridere, vedendo quel pianto, udendo quel gemito si mettevano a piangere anche essi, disperatamente, senza sapere, senza capire, non volendosi mai più chetare. Un gran pianto, per tutte le case di Napoli, nei quartieri poveri, nei quartieri ricchi, nelle case più lontano dal centro, dovunque, dovunque: nessuno poteva dormire, nessuno aveva pensato a riposare: tutti ci erano cascati e un po’ da per tutto mancava un padre, un figliuolo, un fratello, arrestati, portati a quel duro carcere che è San Francesco, il terrore dei napoletani, a San Francisco, la parola tremenda. E dove non si piangeva, nel gran colpo della fallita, nella perdita del denaro, fra padre e figlio, fra marito e moglie, fra fratello e sorella sorgeva la lite dell’interesse offeso, nascevano, dai rimproveri crudeli, le crudeli offese, e tutto il fango di tante esistenze veniva rimosso, risaliva a galla: dovunque erano gridi, urli, bestemmie invano soffocate. In nome dell’interesse, nel tumulto dell’ora trista, i più cattivi risentimenti, i più cattivi istinti si palesavano, nudamente, crudamente: e i sacri vincoli del sangue si allentavano, i nodi più indissolubili avevano il colpo fatale che li doveva per sempre spezzare. In vari posti, chiamate dai gridi soffocati, accorsero le guardie notturne, quando già brillavano le rivoltelle e i coltelli: nè in qualcuno di questi posti fu impedito di sparger sangue. Notte d’inverno, lunga, piena di pianto, piena di disperazione, o pure tetra nel silenzio di un inconsolabile dolore. Alla mattina si seppe che erano accaduti quattro suicidii; che erano avvenute molte risse e cinque o sei ferimenti; coi treni della sera, con quelli dell’altra, una quantità di gente era partita fuggendo innanzi alla rovina, fuggendo innanzi al disonore, espatriando, abbandonando casa e famiglie. E già si mormoravano le cifre della fallita, qualcosa di curioso, il modo come salivano queste cifre, ora in ora, con un crescendo spaventoso. Dieci milioni, dodici, quindici; e infine la cifra precisa. Venti milioni la banca Ruffo-Scilla, dieci milioni la banca Costa, quattro milioni e mezzo le altre piccole banche, in tutto una fallita di trentaquattro milioni e mezzo. Colui che non aveva avuto la forza nè di uccidersi nè di fuggire, era il povero Alessandro de Peruta, il gramo e infermo professore. La mattina del 12 febbraio, alle otto, prima che uscisse di casa pel solito giro delle sue lezioni, egli aveva ricevuta una lunga, confusa, straziante lettera di sua sorella, da Giffoni Vallepiana. La madre e lei avevano commesso un grave peccato. Stordite, imbambolate dalle chiacchiere che erano arrivate da Salerno, ripetute mille volte dai varii depositanti di Giffoni, allettate dalle promesse di un collettore che era giunto finanche nel loro paesello, con la speranza, con l’ambizione di raddoppiare, di triplicare in poco tempo la loro piccolissima fortuna, una casetta e un orto, avevano venduto questa casetta e questo orto, per duemila lire, sperando, con l’interesse della banca Costa, di comperare una casa più grande, una masseria: speravano, cosi, di essere meno a carico del povero figlio, del povero fratello, del buon Alessandro che lavorava come un cane, a Napoli, per farle vivere. Avevano venduto, ahimè – la casa a Francesco Sorgente che la desiderava da gran tempo, ma che ne aveva dato un prezzo vile, visto la premura che avevano del denaro la madre e la sorella di Alessandro de Peruta.
Le duemila lire erano stato mandate a Napoli, per mezzo di un collettore di nascosto – ahimè, – dal fratello, ma le due donne avevano avuto la cartella di ricevuta. Poi, un po’ inquiete del peccato che avevano commesso, avevano scritto, fingendo di niente, al fratello e figliuolo, per sapere qualche notizia sulle banche. Costui aveva risposto – se ne rammentava – una lettera piena di brutalità ed esse erano restate esterrefatte, non sapendo come fare per confessare il loro peccato, per riparare il male fatto. Infine… dopo aver molto pianto, molto pregato, esse, sapendo che fra due giorni avrebbero dovuto lasciare la casa e il giardino a Francesco Sorgente, si erano decise a mandare a lui la cartella, esigesse il denaro con l’interesse di un mese, che scadeva giusto in quei giorno, e mandasse loro qualche soldo per venire a stare un paio di giorni a Napoli: con duemila settecento lire avrebbero combinato qualche cosa. Pure, desolate del peccato commesso, per averlo così ingannato, gli chiedevano perdono, in ginocchio, a lui, il giusto, il buono che non conosceva nè inganno, nè bugia.
E così, anche Alessandro de Peruta, in quel giorno fatale di febbraio, andò girando per Napoli, livido, morsicandosi le labbra per reprimere i singulti, andando dalla banca Costa alla questura, dalla questura al procuratore del re, e al tribunale di Commercio, e poi di nuovo alla banca Costa, trascinandosi a piedi come inebetito dal dolore. Ahi, che il destino era stato più forte di lui! Povero, infermo, senza mai una lira disponibile, con una famiglia povera quanto lui, egli malgrado i suoi vaghi presentimenti, si era creduto al sicuro dalla disgrazia delle banche; e aveva tremato per altri, il poveretto!
Più forte, più forte il destino, che accecava quelle le sante donne di sua madre e di sua sorella: e toglieva loro il tetto, la vecchia casetta di famiglia il ricovero sicuro. Lo guardavano con pietà, dovunque, questo spettro di uomo piccolo, malaticcio e miserabile, ovunque si poteva ancora aver pietà; e appena appena osavano dirgli che i depositanti della banca Costa erano i più malaugurati di tutti, che non vi era niente, niente dei dieci milioni. Quel giorno egli non andò alle sue lezioni, non andò a colazione, non andò a pranzo e tormentato soltanto da una sete ardente, stanco, ma incapace di rientrare nella sua stanzetta di palazzo Cariati, girava, girava, bevendo ogni tanto, macchinalmente, dall’acquaiolo, un gran bicchiere d’acqua, senza sciroppo, che pagava due centesimi. Qual notte egli passò, lassù, nella piccola stanza, fredda, solo, solo, solo! Aveva cercato di Eleonora Triggiano; ma ella era lontana lontana, avendo portato altrove, insieme a Paolo Collemagno, il suo amore e il rimorso quotidiano del suo peccato; aveva cercato di Carlo Triggiano, il collettore della banca Costa, ma costui, all’alba, aveva preso il diretto per Torino e Parigi, e non solo, dicevano i maligni del palazzo Cariati, ma portandosi via una donna e il danaro della povera gente; e il professore, a mezzanotte, era rientrato stanco affranto, immergendosi nel freddo, nella solitudine, nel pianto, sentendo che cosa avrebbero sofferto, le due povere donne, a Giffoni, quando avrebbero saputo che avevano perduto tutto, la casa e il denaro, mentre l’indomani Francesco Sorgente sarebbe venuto a scacciarle dalla loro casa. E nell’angelico cuore del poveretto, invece della collera, invece dello sdegno, nasceva una pietà, una pietà infinita per le due donne disgraziate; non poteva immaginare la faccia benedetta di sua madre, il sereno volto di sua sorella, senza esser preso da un gran tremore di compassione. Mentre l’ira pel denaro perduto e il terrore della miseria, un po’ dappertutto, disuniva i cuori e svincolava i nodi più stretti, egli sentiva l’amore per la famiglia diventare più profondo nella sventura, sentiva all’affetto mescolarsi un culto pietoso, un’adorazione fatta di protezione, qualche cosa di più alto, di sublime. E nella notte egli pregò il Signore di misurare la tempesta a quei deboli, ingenui cuori femminili pregò il Signore di dargli forza, perchè egli potesse, in questa disgrazia, fare il suo dovere di figlio amoroso; pregò il Signore, perchè dalla sua bocca e non da altro, le sue donne sentissero la fiera novella. E con sforzi inauditi, il giorno seguente, il professore Alessandro de Peruta potè mandare a sua madre e a sua sorella il denaro per il viaggio, scrivendo loro che venissero immediatamente, e ogni momento che passava, raccomandandosi a Dio, perchè non sapessero la trista notizia a Giffoni o in viaggio. La madre era vecchia e stanca, la sorella così semplice e buona; un tal colpo poteva annientarle. E pieno di un novo coraggio, meraviglioso in quel piccolo infermo dalla testa grossa e dalle guancie floscie e gialle, egli andò a prenderle alla stazione, fremendo di ansietà, guardandole in volto con tale intensità, che pareva voler loro legger nell’anima. Erano smorte e stanche, ma dal dispiacere di aver lasciato la vecchia casa, dalla stanchezza di un viaggio insolito. Due o tre volte, dopo averlo abbracciato, esse vollero parlare del denaro, della loro unica risorsa, ma egli, con un cenno della mano, fece loro intendere che ne avrebbero parlato più tardi. Quelle tacevano, pensose, mentre lui cercava di farsi un cuore di leone, per dire tutto. E quando furono seduti nella piccola stanza mobiliata, soli, egli, col volto coperto da un pallore mortale, baciò la mano rugosa di sua madre che aveva tanto lavorato, e le disse:
– Mamma, mamma, voi non avete più che me.
Erano donne di provincia, povere donne ingenue e semplici, ingannate, tradite, facilmente ingannate e tradite, ma intesero subito la terribile verità. E mentre la sorella gridava di disperazione, la vecchia voleva inginocchiarsi davanti al figliuolo per chiedergli perdono di averlo rovinato.
– O mamma, – fece lui, tremando di dolore, – voi avete me, avete me, non temete.
E piansero insieme, nella più profonda familiare pietà.