Olindo Guerrini – Prefazione alle “Rime di tre gentildonne del secolo XVI”

Le rime delle tre poetesse italiane che nel loro secolo furono reputate e tuttora paiono le migliori, escono alla luce unite per la prima volta in volume di prezzo mitissimo. Del che, siamo certi, ci saranno grati, non solo i numerosi e benevoli che hanno dato sì buona fortuna a questa Collezione Classica, ma ancora le donne, l’educazione delle quali va oggi crescendo di coltura, e non isdegna ricordare, ammirare ed oramai seguire, gli illustri esempi del passato.

Vittoria Colonna, prima per fama tra le poetesse italiane, nacque nel 1490 dal celeberrimo Fabrizio e da Agnese di Montefeltro figlia di Federigo duca d’Urbino. Nulla dovea mancarle di quel che rende felici le donne di animo volgare. Nobiltà quasi regia di natali, bellezza rara, ingegno acuto, educazione squisita, omaggi, onori, ammirazioni ed adulazioni, tutto insomma quel che è tenuto degno d’invidia da chi nelle cose vede solo la scorza, tutto le abbondò, tutto le fu prodigato dalla fortuna. Ma la felicità del cuore, quella appunto che alle donne è prima, le dovea mancare. Non aveva ancor raggiunto il quinto anno che il padre, seguendo il costume signorile del tempo in cui le donne erano date ad uno sposo o a Dio senza il consenso loro e per diritto ferreo di patria potestà, la fidanzò a Ferrante Francesco figlio di Alfonso d’Avalos marchese di Pescara, spagnuolo male italianizzato e sostenitore valoroso e potente dell’armi e delle pretese spagnuole in Italia. Il Colonna, che aveva abbandonata la parte francese per darsi, corpo ed anima, alla spagnuola, stringeva così sempre più i vincoli che a questa parte lo legavano, sigillava col sangue de’ suoi i nuovi patti coll’Impero, senza nemmen pensare che da quegli infantili sponsali potesse venire un giorno l’infelicità della figlia, o, pensandolo, senza curarsene. La dea che presiedette alle nozze fu la Ragion di Stato, quella stessa che presiede alle nozze dei principi, e ai padri europei di quel secolo pareva dea buona e propizia abbastanza se prometteva loro buoni interessi. Di quel che potesse accader poi tra le due vittime, nel segreto de’ cuori mercanteggiati, nelle anime chiuse violentemente ad ogni più cara illusione, ad ogni dolcezza di affetto vivo e condiviso, nessuno se ne occupava allora tra i grandi, come nessuno oggi tra i prìncipi se ne occupa. In verità che all’amore più si convengono l’uguaglianza e le leggi della democrazia.
E Vittoria, così invidiabilmente felice al di fuori, non potè sfuggire alla infelicità del cuore. Se ella non avesse amato il marito, avrebbe forse sofferto meno; ma lo amò e fu peggio. Gli sponsali dell’infanzia divennero giuste nozze nel 1509 quando Vittoria ebbe raggiunto l’anno decimonono. Le feste splendide non le alleggerirono il dolore dell’abbandonare la casa paterna, ma ben presto le delizie di Napoli e d’Ischia, la pienezza dei gaudi con impazienza desiderati, valsero a consolarla. Fu questo il breve periodo della felicità sua che, se avesse durato, ci avrebbe tolto forse l’opera del suo ingegno; e dopo tre anni di quel paradiso convenne al marchese di Pescara seguir Fabrizio Colonna al campo della Lega.
Non è qui luogo da ricordare le guerre infelici di quel tempo, quando l’Italia, giunta oramai al sommo della coltura intellettuale, cadeva nel più basso dell’abiezione politica. Nicolò Machiavelli, poco men che solo, sognava una Italia una e forte, fosse pure, come aveva già fantasticato, sotto la ferrea mano di Valentino Borgia. Solo, precorrendo i tempi, raccomandava milizie italiane, levate, ordinate, istruite in casa per difendere la patria. E l’Italia, in tanta fioritura d’ingegni, in tanto splendore di coltura e di eleganza, lasciava solo col suo forte pensiero il gran Segretario, cercando un equilibrio precario tra i dominatori stranieri che la percorrevano tutta, opponendo un esercito spagnuolo ad un esercito francese, gli svizzeri a tedeschi, re Francesco all’imperator Carlo, senza mai pensare ad opporre sè stessa agli invasori. I principi cercavano salute e stabilità nelle armi forastiere, nelle alleanze presto fatte e più presto disfatte, odiandosi cordialmente tra loro, quando l’unirsi sarebbe stato dovere, fortuna, gloria. E il papa, questo assiduo e scellerato nemico d’Italia, soffiava nelle discordie, imbrogliava tutte le fila preparate a tesser le paci e nella ruina di tutti impinguava sè, la famiglia ed i bastardi.
E tanta fu la infelicità dell’Italia che la stessa coscienza de’ migliori fu pervertita. Certo non è da giudicare la storia italiana del secolo XVI coi criteri dominanti nel secolo XIX, e da vituperare gli uomini di quel tempo perchè non intesero la politica come noi e non ebbero chiara l’idea dell’unità come il Mazzini. Ma ad ogni modo le vergogne di quel secolo sono troppe per supporre che tutte dovessero essere indifferenti agli uomini retti e ingegnosi. Non tutti possono esser scusati come Vittoria, alla quale le bende dell’amore non lasciarono discernere le pecche del marito e della parte che difendeva un giorno col valore e l’altro col tradimento. Alla donna innamorata era lecito insuperbire delle gloriose ferite toccate dal marito nella giornata di Ravenna, ma è strano come nessuno s’avvedesse delle ferite toccate dall’Italia. Bisogna veramente che ogni idea italica fosse caduta dalla coscienza degli Italiani e che l’altezza degli animi fosse in ragione inversa dell’altezza degli intelletti.
Il cancelliere Morone, politico astuto e di poca fede come tutti i colleghi suoi di quel tempo, stretto dalla rovina prossima del ducato milanese, concepì e propose il disegno di una lega italica che assicurasse l’indipendenza de’ principi e quindi l’integrità del ducato a Francesco Sforza. Fidò il disegno al Pescara, salito in gran nome dopo la battaglia di Pavia e disgustato con Carlo V per non averne ottenuto compensi uguali alla propria superbia ed avarizia. Nel disegno del Morone al Pescara doveva toccare la corona di Napoli e pare che ci fosse un momento in cui l’ambizioso marchese prestasse davvero orecchio compiacente alla tentazione. L’idea era bella, grande, santa e per ciò doveva finire come finì. Mentre il Morone proponeva al Pescara questa congiura contro Carlo V, pare che ne desse sentore allo stesso Carlo per tenersi aperta una ritirata in caso di mala riuscita. Dall’altro canto il Pescara, ricevute le proposte, dopo breve esitazione, non ebbe altra premura che di tradire il Morone. Così la santa idea della indipendenza d’Italia non fu che il tranello in cui due traditori cercarono di assassinarsi a vicenda. È vero, ripetiamo, che i fatti di ieri non si giudicano bene coi criteri dell’oggi, ma quel mercato e quel tradimento a proposito di cosa sacra, furono infami allora, lo sono oggi e lo saranno finchè la virtù non sarà quel nome vano che il secondo Bruto pensò nella disperazione della sua causa.
Ma di questo che importava a Vittoria? Il marito suo aveva tutto quel che può rendere superba e felice una donna. Beltà, nobiltà, valore personale attestato da cicatrici onorande, coltura non mediocre, fama, potenza, tutto. I difetti che poteva avere non reggevano sulla bilancia dell’amore; forse l’innamorata appena li discerneva. Poteva ella posporre il marito alla utopia di una Italia secondo Petrarca? Ella si contentava di seguire quanto le fosse possibile il bello stile del cantore di Laura per celebrare le glorie del marito, ma non poteva certo levarsi sino a quegli ideali di indipendenza e di repubblicanesimo latino che vivificano l’opera pensata di messer Francesco. Non che debolezza di sesso le togliesse vigore per ciò, ma perchè amore glielo toglieva. E non sarebbe giusto il chiedere a gentildonna allevata in casa di Fabrizio Colonna l’acume politico di Nicolò Machiavelli. Se l’educazione e l’amore l’acciecarono sui pregi e sui difetti del marito, l’educazione e l’amore sono la sua scusa. Se oggi alla prima gentildonna d’Italia sarebbe colpa e peggio, il non odiare il nemico d’Italia, fosse pur il pontefice, allora alla prima gentildonna d’Italia non potè esser colpa il porre il marito sopra una patria della quale non conosceva che il nome per tradizione di retori. Ogni tempo ha le sue idee, ogni età i suoi errori, ed ogni tempo ed ogni età debbono trovare o l’assoluzione per ignoranza o la condanna per malvagità, nella giustizia della storia.
Ma il marchese di Pescara aveva appena compiuto il suo tradimento dal quale senza dubbio si riprometteva quei premi che dopo la battaglia di Pavia gli erano mancati, allorchè la morte lo raggiunse nel fiore della fortuna e nel trentesimoterzo anno di vita.
La sua morte fu un colpo terribile per la sposa innamorata, e da quel giorno non la vediamo più che ospite di monasteri che promettono la pace del cuore nelle contemplazioni ascetiche, e qualche rara volta ospite di principi o di pontefici che nella mesta vedova onorano la gentildonna colta, pia e virtuosa. Frequentava assiduamente le prediche, e le cronache bolognesi ce la mostrano prostrata innanzi a tutti i pergami e a tutti gli altari al suo ritorno da Ferrara. Sembra proprio che ella cercasse in buona fede l’anestesia del cuore nella religione.
Se non che a quel tempo non si poteva essere religiosi davvero senza sospetto di eresia. Vittoria fu anzi accusata da alcuni storici di essersi data segretamente alle opinioni della Riforma, benchè l’accusa non abbia che qualche debole fondamento di apparenza e sia smentita da tutte le rime sacre che abbiamo della poetessa e che sono in questo volume. Per rompere i confini del cattolicesimo le mancavano la educazione adatta e la forza dell’animo. Ella, nata in Roma da famiglia che contava parecchi papi nell’albero genealogico, avvezza alla fede cieca del romanesimo, non cercava nella religione la quiete del raziocinio, ma la quiete del cuore. Certo il lungo figgere la mente nelle meditazioni ascetiche l’avrà indotta a discutere seco stessa o con altri intorno ai problemi religiosi che affaticavano il suo tempo. Forse anche, sedotta dalla ragione e dalla ragionevolezza, avrà qualche volta approvato un discorso, una idea, una proposizione eterodossa; ma senza conoscere la eterodossia delle massime: o se pure qualche dubbio veramente si agitò in lei, se pure la sua fede per qualche ora vacillò, la tradizione, l’educazione, il bisogno del riposo interno, la ricondussero subito nel sentiero antico, nel tramite cattolico romano, troppo felice se l’intimo riposo compensava le legittime ripugnanze della ragione. E quanti ancora oggi non osano affrontare la discussione di certi problemi per tema di perdervi la pace dell’anima, la sonnolenza tranquilla della coscienza, e preferiscono credere alle stupidità di un miracolo che avventurarsi nelle lotte dolorose dell’esame!
Ma se l’educazione romana le tolse di rinnovare con maggior fortuna e seguito il tentativo riformista di Renata d’Este; se l’educazione stessa le faceva amare e cantare un uomo poco stimabile purchè in lui si personificasse quel certo ideale dell’eroe ariostesco caro alle donne d’allora, pronto a menar le mani, fedele alla dama, a Dio ed al buon Carlomano qualche volta, ma assolutamente ignorante del nome e dell’idea di patria; se questa educazione non solo le faceva vedere nel marito un eroe, ma in Fabrizio Maramaldo un uomo pieno di virtù, sincerità e fede, secondo scrisse al principe di Oranges; non si può però negare che, per quel che riguarda alla coltura, più virile che femminile come conveniva alle gentildonne di quel tempo, ella sia prima tra tutte ed esempio di raro uguagliato e meno ancora superato. E la consuetudine coi migliori ingegni del suo tempo dovette affinarle l’ingegno e il gusto, poichè mal si saprebbe pensare una mente che fosse rimasta serrata e ottusa presso il Bembo, il Sadoleto, il Molza, il Castiglione, l’Ariosto, l’Alamanni, Bernardo Tasso, il Dolce, il Guidiccioni, i cardinali Polo e Contarini e cento altri i cui nomi impallidiscono davanti a quello del divino Michelangelo.
Sino a qual grado d’intimità giungesse questa amicizia pura e platonica tra la illustre vedova e il divino artista, non è facile conoscere con precisione. Certo però tra le due anime era molta affinità, e le tendenze si rassomigliavano anche per quel misticismo, nato dal nuovo agitarsi delle quistioni religiose e cresciuto, nel Buonarroti, sotto l’influsso delle roventi prediche del Savonarola, e nella Colonna, per la frequentazione del Vermigli, del Carnesecchi e dell’Ochino. Ma si conobbero quando nessuno dei due poteva più abbandonare la via da lungo intrapresa e farne una via sola, se pure la disparità delle condizioni, i pregiudizi e la virtù forte in entrambi, avessero consentito che in mezzo al secolo XVI potesse aver conclusione un romanzo così meraviglioso.
Vittoria Colonna morì in Roma nel 1547, pianta e lodata senza fine. Allora ed oggi fu giustamente tenuta come il tipo della perfetta gentildonna dell’epoca, ed i giudizi di tutti concordano cogli entusiasmi de’ suoi numerosi biografi.

Ben diversa fu la vita di Gaspara Stampa. Nata in Padova nel 1523 da illustre famiglia milanese, fu anch’ella fornita di quella educazione intellettuale più da maschio che da femina cui dobbiamo le numerose scrittrici del secolo XVI. Da Padova andata a Venezia, si trovò in mezzo ad una società gaia, colta, spensierata e parecchio viziosa. Già i gaudenti di tutta Italia avevano cominciato a far di Venezia il Monaco splendido e libertino che durò sì lungo tempo nei vizi leggiadri e nella indifferenza di tutto quel che non era piacere, come la sospettosa oligarchia desiderava. Ivi la bella fanciulla, giunta all’anno vigesimosesto, innamorò perdutamente di Collaltino, conte di Collalto e signore di Treviso. Era costui giovane di belle forme, animoso, colto, perfetto cavaliere e rispondente insomma a quell’ideale dell’eroe ariostesco che, come dicemmo, fu lo spasimo delle donne di quella età. Per qualche anno gli amori procedettero abbastanza bene, tra le consuete alternative di gelosie e di paci, inseparabili da ogni amore giovanile e carnale. Ma il Collaltino, appunto perchè cavaliere ariostesco ed anche per tradizione famigliare e desiderio di fortuna, si recò in Francia a militare per Enrico II. L’amarissima partenza consigliò alla Gaspara questo canzoniere dove consegnò ai posteri le proprie pene, petrarcheggiando un poco, ma piangendo assai. Il bel cavaliere che aveva probabilmente giurato, come tutti gli amanti, fedeltà a tutta prova, distratto da nuove bellezze, diede una nuova sanzione al proverbio lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Gaspara si sfogava in rime e in lettere che non ottenevano risposta, o le risposte erano troppo fredde per lei.
Finalmente Collaltino tornò e, per quanto ne fosse svogliato, una specie di dovere lo costringeva a non romperla in pubblico e subito con una amante così fedele. Gaspara però, assorta nelle dolcezze di questa rifioritura d’affetto, si abbandonò alle nuove delizie e dimenticò, non solo i dolori passati, ma perfino il convenzionale platonismo petrarchista e inneggiò apertamente alla notte fida ministra delle sue gioie, augurandosela lunga come quella che Giove raddoppiava per Alcmena (Sonetto CI). Ma l’inno della gioia durò poco. Cominciarono le gelosie vere o finte di Collaltino (Sonetto CIX), vennero i pettegolezzi, le malignità dei mettimale, gli sdegni, forse mentiti, dell’amante stanco (Sonetto CXXV e seguenti), insomma tutti quei segni, tutto quell’ingiallir di foglie che annunzia l’autunno di un amore.
Collaltino infatti ruppe il nodo e prese moglie. Egli aveva tolto alla povera Gaspara il fiore della gioventù, il vanto dell’innocenza, il cuore, la salute, tutto, ed ora l’abbandonava tranquillamente. Che potea fare l’abbandonata se non piangere? E pianse amaramente, brancolando cieca nel suo dolore, senza guida e senza speranza. Quel che sia avvenuto in lei non si sa bene, ma pare che stesse incerta tra novelli amori e tra la religione, solito rifugio delle amanti abbandonate. Verso il Sonetto CC e più innanzi, si veggono chiari gli accenni a nuovi amori. Più in là, nei Sonetti XXXVII, XXXVIII, LIII, ecc., delle Varie, respinge le proposte d’innamorati, e finalmente si volge a Dio e intuona le Rime Sacre, ma con una certa tiepidezza o almeno con ardore minore assai di quel che mise nelle rime amorose. Si vede chiaro che l’anima sua era veramente la navicella petrarchesca, abbandonata nel gran mare, senza sarte, senza timone, senza stelle, incerta tra la virtù e il vizio, tra il mondo e Dio. Ella si trovava in questo tristissimo stato e la bellezza sua oramai sfioriva, allorchè morte la colse, sui trentun anni, nel 1554. Si sospettò di veleno, si susurrò che Collaltino stesso fosse l’assassino, ma non è da credere. Ad ogni modo morì giovane, infelice, compianta da molti, lasciandoci nel canzoniere l’impronta di un ingegno vigoroso, di una coltura grande e di un sentire squisito.

La vita intima di Veronica Gàmbara è invece calma, e grigia, quanto luminosa e tormentata quella della povera Gaspara. Nacque nel 1485 in Pratalboino, feudo della famiglia sua nel bresciano. La madre fu una Pio dei principi di Carpi, e l’educazione di Veronica fu veramente principesca. Giunta alla età nubile sposò Giberto X, signor di Coreggio e principe di bella fama, non tutta immeritata, e n’ebbe due figli Ippolito e Girolamo. La Colonna ebbe sterili nozze, la Stampa non n’ebbe, ed ecco la sola tra le più celebri poetesse che abbia conosciuto le gioie ed i dolori di madre, ed ecco altresì una vita informata ad aspirazioni ben diverse. Mentre nella Colonna il sentimento, che a poco a poco traligna nella religiosità esagerata, tiene il primo posto; mentre nella Stampa predomina così violentemente la parte sensitiva, quasi dicemmo sensuale, dell’anima; mentre insomma nelle due poetesse che dell’amore conobbero le delizie e gli strazi, ma non i frutti, regna sovrano solo e incontrastato un ideale quasi romanzesco incarnato malamente in una persona viva, nella Gàmbara scorgiamo invece una tendenza più pratica, una maggior cura delle cose di questo mondo, una assenza più evidente, nella vita e nelle opere, del platonismo elegante e vacuo che enfiò le rime di quel secolo. Le altre scrivono per sfogo d’affetto e per ottenere un sorriso dall’amante; la Gàmbara scrive quasi con calcolo e per amicarsi i grandi e gli illustri a servigio dei figli. Vive tutta per questi, solo per questi, e la poesia non è per lei che un istrumento di più per fabbricare la felicità dei figli. Come aveva reso omaggio a Leon X ed a Francesco I di Francia in Bologna nel 1515, così quindici anni dopo rese omaggio a Carlo V e tanto fece, valendosi anche della lontana parentela tra i Coreggeschi e casa d’Austria, che lo condusse a Coreggio prodigandogli feste ed ottenendone privilegi ed onori. Vedova dopo dieci anni di matrimonio, fu insieme padre e madre ai figli: il resto per lei non fu più nulla.
Chiusa nel castello di Brescia aveva visto l’orribile saccheggio dato alla sua città natale dai soldati di Gastone di Foix e il Baiardo ferito sulla breccia. Non sbigottì dunque agli assalti di Galeotto Pico e da buona bresciana chiamò il suo popolo all’arme e respinse l’invasore. A una donna di simil tempra usa oramai alle furberie poco stoiche della politica de’ suoi tempi, nulla doveva calere di una consuetudine epistolare anche con Pietro Aretino, purchè il potente libellista non mettesse la penna temuta al servigio degli avversari. Ma i pietosi istinti della donna vincevano spesso le fierezze scaltre della principessa regnante, ed i suoi popoli, afflitti dalla peste o dalla carestia, trovarono in lei maggiore umanità che allora non usasse tra i principi. Non si contentava di scrivere al suo confidente De Rossi «mi risolvo, e per debito e per pietà, s’io dovessi impegnar me stessa, di soccorrere questi miei uomini» ma il soccorso non fu di sole parole.
Ebbe la fortuna di veder bene spese le sue cure materne. Girolamo era in via di diventar cardinale ed Ippolito era già illustre nelle armi quando ella, nel 1550, morì tranquillamente nel suo palazzo di Coreggio, circondata dall’amore del popolo e volgendo forse gli occhi ad una di quelle sublimi madonne che Antonio Allegri dipingeva per lei.

Le rime delle tre poetesse nostre hanno, come la vita delle autrici, caratteri assai diversi.
Veramente è da procedere con molta prudenza nel dire delle rime della Colonna. Non pare che ella vedesse volontieri le proprie cose date al pubblico, e le edizioni che, lei vivente, se ne fecero, non ebbero certo l’assistenza e le correzioni dell’autrice. Per ciò gli errori e le storpiature di senso e di lettera furono tali nelle prime edizioni, che spesso le rime non sono intelligibili, nemmeno a discrezione. Il Dolce, gran correttore delle cose altrui ed anche sfacciatamente di quelle dei grandi, mise le mani ancora nelle rime di Vittoria, senza però migliorarle e, certo, tradendo qua e là il concetto della poetessa. Gli stranieri ci rimproveravano d’incuria verso sì grande e ingegnosa gentildonna e le opere sue, quando nel 1840, andando a nozze la principessa Teresa Colonna col principe Alessandro Torlonia, il noto letterato ed archeologo P. E. Visconti curò l’edizione delle rime secondo manoscritti ed autografi romani. L’edizione di gran lusso, impressa su carta portante in trasparenza gli stemmi delle due case, a pochi esemplari e fuori di commercio, fu riprodotta nel 1860 dal Barbèra a Firenze e divenne così più universalmente conosciuta; ma ciò non toglie che, a parer nostro, molto sia da fare intorno queste rime, tuttavia in gran parte di non facile intelligenza. L’edizione romana non porta correzioni alle edizioni vecchie, ma le muta radicalmente, tanto che si può dire che le rime non sono più quelle. Basti riportare qui la prima quartina del primo sonetto, così impressa nelle edizioni vecchie:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Ch’al cor mandar le luci al mondo sola
E non per giunger luce al mio bel Sol
Al chiaro spirto, a l’onorata spoglia.

dove il secondo verso non è certo di facile intelligenza. L’edizione romana muta così:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Di che si pasce il cor, ch’altro non vuole,
E non per giunger lume al mio bel Sole
Che lasciò in terra sì onorata spoglia.

e così da per tutto. La quartina si capisce bene così mutata e gli editori (poichè il Visconti non fu solo, ma ebbe con sè un illustre purista che pizzicava di poesia) protestano che si deve legger così, perchè così è scritto nei manoscritti. E sia, benchè qua e là sorga spontaneo il sospetto di qualche rabberciatura modernissima, ma ad ogni modo anche nell’edizione romana sono delle oscurità, delle arruffature, degli indovinelli non così felicemente corretti come nella quartina qui sopra. Ci pare dunque che un lavoro accurato sul testo delle rime sia oramai necessario, e che lo si debba fare con maggior severità e diligenza che non si usasse quarant’anni addietro anche dai migliori. Intanto è forza contentarci di quel che abbiamo.
Le rime migliori della Colonna sono le sacre. Il petrarchismo è troppo sfoggiato e un po’ affettato nelle rime in morte del marito, mentre invece gli affetti religiosi fortemente e profondamente sentiti dalla poetessa sono resi con più caldo ed efficacia. A questi giorni pochi hanno il coraggio di legger seriamente una raccolta di rime spirituali, e davvero non sapremmo dar torto a chi cerca di meglio. Ma quando la religiosità non è di quella ipocrita o vigliacca che ora si maschera da cristianesimo senza esser altro che o romanismo retrogrado o superstizione imbecille; quando si tratta di cercare l’aspetto intero di un’anima come quella della Colonna o di un secolo come il XVI, si leggono anche rime spirituali. Così oltre ai pregi letterari dell’opera si discerne anche l’imagine vera dell’autrice e del suo secolo.
Gaspara Stampa ci spiega la sua poetica dicendo:

… se talvolta vo spiegando in carte
Oscure e basse qualche mio martire,
Amor che me lo dà, dammi anche l’arte.

parafrasi incosciente del dantesco io mi son un che quando, ecc., ed espressione vera dell’arte della nostra poetessa. L’imitazione petrarchesca non soffoca quasi mai il calore dell’affetto che troviamo vivace anche quando cambia il modello dell’imitazione, anche quando, nel capitolo III ad esempio, la poetessa ricorda le eroidi ovidiane. Gli è che l’amore della Stampa non era un platonismo trascendentale, ma carne della sua carne e sangue del suo sangue. Dice quel che sente, con poca arte, ma molta efficacia, e la naturalezza e la verità sono le sue doti maggiori. Qualche volta rade con le ali il suolo, di rado si leva a voli sublimi e lontani, ma si libra sicuramente nell’aere suo, che vibra di affetto e di passione. Alle volte i suoi sonetti paiono lettere amorose nelle quali si duole (Sonetto CXXXIX) di non ricevere risposta e null’altro; ma c’è sempre un palpito di vita che non hanno mai i frigidi petrarchisti suoi contemporanei. La stessa audacia del concetto del canzoniere è mirabile, e da Saffo a lei, nessuna giovanetta aveva osato cantare liberamente un amore privo della consacrazione sacramentale. La stessa fiacchezza delle poche rime sacre fa risaltare vie più il calore, la sincerità delle amorose; e crediamo di non andar molto lungi dal vero stimando che, in queste ultime, la Stampa superi d’assai le altre poetesse.
Della Gàmbara poche rime ci restano, ma sufficienti ad attestare del suo ingegno. Delle tre è forse quella che possedette meglio l’arte, nè mai procede involuta come la Colonna o bassa come la Stampa. Meno soggettiva delle altre, rende con facilità le impressioni esterne e con chiarezza le riflessioni di una filosofia piana e melanconica. Le sue migliori rime sono le ottave, dove veramente è qualche cosa della limpidezza cristallina dell’Ariosto, qualche alito della freschezza del Poliziano. Se nella sua vita ordinata ed intesa alle cure del principato e, più che tutto, alla fortuna de’ figli, fosse entrata qualcuna delle tempeste che agitarono il cuore della Stampa, se in lei più che la ragione avesse dominato la passione, forse nessuna poetessa e pochi poeti avrebbero potuto agguagliarla.
Tutte e tre queste autrici sono veramente eccellenti tra quelle del tempo loro e ben degne della fama che ottennero. Unite qui assieme, parlano ora alle nostre donne ammonendole che non è vero quel che si dice della inferiorità femminile. Il cattolicismo ebbe bisogno di un Concilio, quello di Macon ricordato da Gregorio di Tours, per riconoscere che la donna appartiene alla specie umana. La società moderna non avrà bisogno che d’ispirare alla donna la pertinacia e la tenacità al lavoro intellettuale per farne l’uguale del maschio anche nel sudato campo delle lettere.

Uniamo alle rime delle tre gentildonne anche quelle d’altri a loro dirette, o che, come quelle di Collaltino, di Vinciguerra da Collalto e di Baldassare Stampa, hanno stretta attinenza col contenuto del libro. Il quadro riesce così più completo e non dubitiamo che i lettori e le lettrici, alle quali specialmente ci dirigiamo con buona speranza, vorranno sapercene grado.