Giovanni Boccaccio – Conclusione della giornata settima del Decamerone

Zeffiro era levato per lo sole che al ponente s’avvicinava, quando il re, finita la sua novella né alcuno altro restandogli a dire, levatasi la corona di testa, sopra il capo la pose alla Lauretta, dicendo:

– Madonna, io vi corono di voi medesima reina della nostra brigata; quello omai che crederete che piacer sia di tutti e consolazione, sì come donna, comanderete; – e riposesi a sedere.

La Lauretta, divenuta reina, si fece chiamare il siniscalco, al quale impose che ordinasse che nella piacevole valle alquanto a migliore ora che l’usato si mettesser le tavole, acciò che poi adagio si potessero al palagio tornare; e appresso ciò che a fare avesse, mentre il suo reggimento durasse, gli divisò.

Quindi, rivolta alla compagnia, disse:

– Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse delle beffe che le donne fanno a’ mariti; e, se non fosse ch’io non voglio mostrare d’essere di schiatta di can botolo che incontanente si vuol vendicare, io direi che domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno alle lor mogli. Ma, lasciando star questo, dico che ciascun pensi di dire di quelle beffe che tutto il giorno, o donna ad uomo, o uomo a donna, o l’uno uomo all’altro si fanno; e credo che in questo sarà non men di piacevol ragionare, che stato sia questo giorno; – e così detto, levatasi in piè, per infino ad ora di cena licenziò la brigata.

Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente, de’ quali alcuni scalzi per la chiara acqua cominciarono ad andare, e altri tra’belli e diritti alberi sopra il verde prato s’andavano diportando.

Dioneo e la Fiammetta gran pezza cantarono insieme d’Arcita e di Palemone; e così, vari e diversi diletti pigliando, il tempo infino all’ora della cena con grandissimo piacer trapassarono. La qual venuta e lungo al pelaghetto a tavola postisi, quivi al canto di mille uccelli, rinfrescati sempre da un’aura soave che da quelle montagnette dattorno nasceva, senza alcuna mosca, riposatamente e con letizia cenarono.

E levate le tavole, poi che alquanto la piacevol valle ebber circuita, essendo ancora il sole alto a mezzo vespro, sì come alla loro reina piacque, in verso la loro usata dimora con lento passo ripresero il cammino; e motteggiando e cianciando di ben mille cose, così di quelle che il dì erano state ragionate come d’altre, al bel palagio assai vicino di notte pervennero. Dove con freschissimi vini e con confetti la fatica del picciol cammin cacciata via, intorno della bella fontana di presente furono in sul danzare, quando al suono della cornamusa di Tindaro e quando d’altri suoni carolando.

Ma alla fine la reina comandò a Filomena che dicesse una canzone, la quale così incominciò:

Deh lassa la mia vita!
Sarà giammai ch’io possa ritornare
donde mi tolse noiosa partita?

Certo io non so, tanto è ‘ disio focoso
che io porto nel petto,
di ritrovarmi ov’io lassa già fui.
O caro bene, o solo mio riposo,
che ‘l mio cuor tien distretto,
deh dilmi tu, ché domandarne altrui
non oso, né so cui,
deh, signor mio, deh fammelo sperare
sì ch’io conforti l’anima smarrita.

I’ non so ben ridir qual fu ‘l piacere
che sì m’ha infiammata,
ché io non trovo dì né notte loco,
perché l’udire e ‘l sentire e ‘l vedere,
con forza non usata,
ciascun per sé accese novo foco;
nel qual tutta mi coco,
né mi può altri che tu confortare,
o ritornar la virtù sbigottita.

Deh dimmi s’esser dee, e quando fia,
ch’io ti trovi giammai,
dov’io baciai quegli occhi che m’han morta.
Dimmel, caro mio bene, anima mia
quando tu vi verrai, e, col dir – tosto, – alquanto mi conforta.
Sia la dimora corta
d’ora al venire, e poi lunga allo stare,
ch’io non men curo, sì m’ha Amor ferita.

Se egli avvien che io mai più ti tenga,
non so s’io sarò sciocca,
com’io or fui, a lasciarti partire.
Io ti terrò, e che può sì n’avvenga;
e della dolce bocca
convien ch’io sodisfaccia al mio disire.
D’altro non voglio or dire.
Dunque vien tosto, vienmi ad abbracciare
che ‘l pur pensarlo di cantar m’invita.

Estimar fece questa canne a tutta la brigata che nuovo e piacevole amore Filomena strignesse; e per ciò che per le parole di quella pareva che ella più avanti che la vista sola n’avesse sentito, tenendonela più felice, invidia per tali vi furono le ne fu avuta. Ma poi che la sua canzon fu finita, ricordandosi la reina che il dì seguente era venerdì, così a tutti piacevolmente disse:

– Voi sapete, nobili donne e voi giovani, che domane è quel dì che alla passione del nostro Signore è consecrato, il qual, se ben vi ricorda, noi divotamente celebrammo, essendo reina Neifile, e a’ ragionamenti dilettevoli demmo luogo, e il simigliante facemmo del sabato susseguente. Per che, volendo il buono essemplo datone da Neifile seguitare, estimo che onesta cosa sia, che domane e l’altro dì, come i passati giorni facemmo, dal nostro dilettevole novellare ci asteniamo, quello a memoria riducendoci che in così fatti giorni per la salute delle nostre anime addivenne.

Piacque a tutti il divoto parlare della loro reina, dalla quale licenziati, essendo già buona pezza di notte passata, tutti s’andarono a riposare.

Finisce la settima giornata del Decameron

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Giovanni Boccaccio – Due sanesi amano una donna comare dell’uno; muore il, compare e torna al compagno secondo la promessa fattagli, e raccontagli come di là si dimori

Restava solamente al re il dover novellare, il quale, poi che vide le donne racchetate, che del pero tagliato che colpa non avea si dolevano, incominciò.

Manifestissima cosa è che ogni giusto re primo servatore dee essere delle leggi fatte da lui, e se altro ne fa, servo degno di punizione, e non re, si dee giudicare; nel quale peccato e riprensione a me, che vostro re sono, quasi costretto cader con viene. Egli è il vero che io ieri la legge diedi a’ nostri ragionamenti fatti oggi, con intenzione di non voler questo dì il mio privilegio usare; ma soggiacendo con voi insieme a quella, di quello ragionare che voi tutti ragionato avete; ma egli non s solamente è stato raccontato quello che io imaginato avea di raccontare ma sonsi sopra quello tante altre cose e molto più belle dette, che io per me, quantunque la memoria ricerchi, rammentar non mi posso né conoscere che io intorno a sì fatta materia dir potessi cosa che alle dette s’appareggiasse; e per ciò, dovendo peccare nella legge da me medesimo fatta, sì come degno di punizione, infino ad ora ad ogni ammenda che comandata mi fia mi proffero apparecchiato, e al mio privilegio usitato mi tornerò.

E dico che la novella detta da Elissa del compare e della comare, e appresso la bessaggine de’ sanesi, hanno tanta forza, carissime donne, che, lasciando stare le beffe agli sciocchi mariti fatte dalle lor savie mogli, mi tirano a dovervi con tare una novelletta di loro, la quale, ancora che in sé abbia assai di quello che creder non si dee, nondimeno sarà in parte piacevole ad ascoltare.

Furono adunque in Siena due giovani popolari, de’ quali l’uno ebbe nome Tingoccio Mini e l’altro fu chiamato Meuccio di Tura, e abitavano in porta Salaia, e quasi mai non usavano se non l’un con l’altro, e per quello che paresse s’amavan molto; e andando, come gli uomini vanno, alle chiese e alle prediche, più volte udito avevano della gloria e della miseria che all’anime di coloro che morivano era, secondo li lor meriti, conceduta nell’altro mondo. Delle quali cose disiderando di saper certa novella, né trovando il modo, insieme si promisero che qual prima di lor morisse, a colui che vivo fosse rimaso, se potesse, ritornerebbe, e direbbegli novelle di quello che egli desiderava; e questo fermarono con giuramento.

Avendosi adunque questa promession fatta, e insieme continuamente usando, come è detto, avvenne che Tingoccio divenne compare d’uno Ambruogio Anselmini, che stava in Camporeggi, il qual d’una sua donna chiamata monna Mita aveva avuto un figliuolo.

Il qual Tingoccio, insieme con Meuccio visitando alcuna volta questa sua comare, la quale era una bellissima e vaga donna, non ostante il comparatico, s’innamorò di lei; e Meuccio similmente, piacendogli ella molto e molto udendola commendare a Tingoccio, se ne innamorò. E di questo amore l’un si guardava dall’altro, ma non per una medesima cagione: Tingoccio si guardava di scoprirlo a Meuccio per la cattività che a lui medesimo pareva fare d’amare la comare, e sarebbesi vergognato che alcun l’avesse saputo; Meuccio non se ne guardava per questo. ma perché già avveduto s’era che ella piaceva a Tingoccio. Laonde egli diceva: – Se io questo gli discuopro, egli prenderà gelosia di me; e potendole ad ogni suo piacere parlare, sì come compare, in ciò che egli potrà le mi metterà in odio, e così mai cosa che mi piaccia di lei io non avrò. –

Ora, amando questi due giovani, come detto è, avvenne che Tingoccio, al quale era più destro il potere alla donna aprire ogni suo disiderio, tanto seppe fare, e con atti e con parole, che egli ebbe di lei il piacere suo; di che Meuccio s’accorse bene; e quantunque molto gli dispiacesse, pure, sperando di dovere alcuna volta pervenire al fine del suo disidero, acciò che Tingoccio non avesse materia né cagione di guastargli o d’impedirgli alcun suo fatto, faceva pur vista di non avvedersene.

Così amando i due compagni, l’uno più felicemente che l’altro, avvenne che, trovando Tingoccio nelle possessioni della comare il terren dolce, tanto vangò e tanto lavorò che una infermità ne gli sopravenne, la quale dopo alquanti dì sì l’aggravò forte che, non potendola sostenere, trapassò di questa vita.

E trapassato, il terzo dì appresso (ché forse prima non aveva potuto) se ne venne, secondo la promession fatta, una notte nella camera di Meuccio, e lui, il qual forte dormiva, chiamò.

Meuccio destatosi disse:

– Qual se’ tu?

A cui egli rispose:

– Io son Tingoccio, il qual, secondo la promession che io ti feci, sono a te tornato a dirti novelle dell’altro mondo.

Alquanto si spaventò Meuccio veggendolo, ma pure rassicurato disse:

– Tu sia il ben venuto, fratel mio; – e poi il domandò se egli era perduto.

Al qual Tingoccio rispose:

– Perdute son le cose che non si ritruovano; e come sarei io in mei chi, se io fossi perduto?

– Deh, – disse Meuccio – io non dico così ; ma io ti domando se tu se’tra l’anime dannate nel fuoco pennace di ninferno.

A cui Tingoccio rispose:

– Costetto no, ma io son bene, per li peccati da me commessi, in gravissime pene e angosciose molto.

Domandò allora Meuccio particularmente Tingoccio che pene si dessero di là per ciascun de’ peccati che di qua si commettono; e Tingoccio gliele disse tutte. Poi gli domandò Meuccio s’egli avesse di qua per lui a fare alcuna cosa. A cui Tingoccio rispose di sì, e ciò era che egli facesse per lui dir delle messe e delle orazioni e fare delle limosine per ciò che queste cose molto giovavano a quei di là, a cui Meuccio disse di farlo volentieri.

E partendosi Tingoccio da lui, Meuccio si ricordò della comare, e sollevato alquanto il capo disse:

– Ben che mi ricorda, o Tingoccio: della comare, con la quale tu giacevi quando eri di qua, che pena t’è di là data?

A cui Tingoccio rispose:

– Fratel mio, come io giunsi di là, sì fu uno, il qual pareva che tutti i miei peccati sapesse a mente, il quale mi comandò che io andassi in quel luogo nel quale io purgo in grandissima pena le colpe mie, dove io trovai molti compagni a quella medesima pena condennati che io; e stando io tra loro, e ricordandomi di ciò che già fatto avea con la comare e aspettando per quello troppo maggior pena che quella che data m’era, quantunque io fossi in un gran fuoco e molto ardente, tutto di paura tremava. Il che sentendo un che m’era dal lato, mi disse: – Che hai tu più che gli altri che qui sono, che triemi stando nel fuoco? – – Oh, – diss’io – amico mio, io ho gran paura del giudicio che io aspetto d’un gran peccato che io feci già. – Quegli allora mi domandò che peccato quel fosse. A cui io dissi: – Il peccato fu cotale, che io mi giaceva con una mia comare, e giacquivi tanto che io me ne scorticai. – Ed egli allora, faccendosi beffe di ciò, mi disse: – Va, sciocco, non dubitare; ché di qua non si tiene ragione alcuna delle comari; – il che io udendo tutto mi rassicurai.

E detto questo, appressandosi il giorno, disse:

– Meuccio, fatti con Dio, ché io non posso più esser con teco; – e subitamente andò via.

Meuccio, avendo udito che di là niuna ragione si teneva delle comari, cominciò a far beffe della sua sciocchezza, per ciò che già parecchie n’avea risparmiate; per che, lasciata andar la sua ignoranza, in ciò per innanzi divenne savio. Le quali cose se frate Rinaldo avesse saputo, non gli sarebbe stato bisogno d’andare sillogizzando quando convertì a’ suoi piaceri la sua buona comare.

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Giovanni Boccaccio – Lidia moglie di Nicostrato ama Pirro, il quale, acciò che credere il possa, le chiede tre cose, le quali ella gli fa tutte; e oltre a questo in presenza di Nicostrato si sollazza con lui, e a Nicostrato fa credere che non sia vero quello che ha veduto

Tanto era piaciuta la novella di Neifile, che né di ridere né di ragionar di quella si potevano le donne tenere, quantunque il re più volte silenzio loro avesse imposto, avendo comandato a Panfilo che la sua dicesse. Ma pur, poi che tacquero, così Panfilo incominciò.

Io non credo, reverende donne, che niuna cosa sia, quantunque sia grave e dubbiosa, che a far non ardisca chi ferventemente ama. La qual cosa quantunque in assai novelle sia stato dimostrato, nondimeno io il mi credo molto più, con una che dirvi intendo, mostrare, dove udirete d’una donna, alla qua le nelle sue opere fu troppo più favorevole la fortuna, che la ragione avveduta; e per ciò non consiglierei io alcuna che dietro alle pedate di colei, di cui dire intendo, s’arrischiasse d’andare, per ciò che non sempre è la fortuna in un modo disposta, né sono al mondo tutti gli uomini abbagliati igualmente.

In Argo, antichissima città di Grecia, per li suoi passati re molto più famosa che grande, fu già uno nobile uomo, il quale appellato fu Nicostrato, a cui già vicino alla vecchiezza la fortuna concedette per moglie una gran donna, non meno ardita che bella, detta per nome Lidia.

Teneva costui, sì come nobile uomo e ricco, molta famiglia e cani e uccelli, e grandissimo diletto prendea nelle cacce; e aveva tra gli altri suoi famigliari un giovinetto leggiadro e adorno e bello della persona e destro a qualunque cosa avesse voluta fare, chiamato Pirro; il quale Nicostrato oltre ad ogni altro amava e più di lui si fidava.

Di costui Lidia s’innamorò forte, tanto che né dì né notte in altra parte che con lui aver poteva il pensiere; del quale amore, o che Pirro non s’avvedesse o non volesse, niente mostrava se ne curasse, di che la donna intollerabile noia portava nell’animo. E disposta del tutto di fargliele sentire, chiamò a sé una sua cameriera nomata Lusca, della quale ella si confidava molto, e sì le disse:

– Lusca, li benefici li quali tu hai da me ricevuti ti debbono fare a me obediente e fedele; e per ciò guarda che quello che io al presente ti dirò niuna persona senta giammai se non colui al quale da me ti fia imposto. Come tu vedi, Lusca, io son giovane e fresca donna, e piena e copiosa di tutte quelle cose che alcuna può disiderare; e brievemente, fuor che d’una, non mi posso rammaricare, e questa è che gli anni del mio marito son troppi, se co’ miei si misurano, per la qual cosa di quello che le giovani donne prendono più piacere io vivo poco contenta; e pur come l’altre disiderandolo, è buona pezza che io diliberai meco di non volere, se la fortuna m’è stata poco amica in darmi così vecchio marito, essere io nimica di me medesima in non saper trovar modo a’ miei diletti e alla mia salute; e per avergli così compiuti in questo come nell’altre cose, ho per partito preso di volere, sì come di ciò più degno che alcun altro, che il nostro Pirro co’ suoi abbracciamenti gli supplisca, e ho tanto amore in lui posto, che io non sento mai bene se non tanto quanto io il veggio o di lui penso; e se io senza indugio non mi ritruovo seco, per certo io me ne credo morire. E per ciò, se la mia vita t’è cara, per quel modo che miglior ti parrà, il mio amore gli significherai e sì ‘l pregherai da mia parte che gli piaccia di venire a me quando tu per lui andrai.

La cameriera disse di farlo volentieri; e come prima tempo e luogo le parve, tratto Pirro da parte, quanto seppe il meglio l’ambasciata gli fece della sua donna. La qual cosa udendo Pirro, si maravigliò forte, sì come colui che mai d’alcuna cosa avveduto non s’era, e dubitò non la donna ciò facesse dirgli per tentarlo; per che subito e ruvidamente rispose:

– Lusca, io non posso credere che queste parole vengano dalla mia donna, e per ciò guarda quel che tu parli; e se pure da lei venissero, non credo che con l’animo dir te le faccia; e se pur con l’animo dir le facesse, il mio signore mi fa più onore che io non vaglio; io non farei a lui sì fatto oltraggio per la vita mia; e però guarda che tu più di sì fatte cose non mi ragioni.

La Lusca, non sbigottita per lo suo rigido parlare, gli disse:

– Pirro, e di queste e d’ogn’altra cosa che la mia donna m’imporrà ti parlerò io quante volte ella il mi comanderà, o piacere o noia ch’egli ti debbia essere; ma tu se’ una bestia.

E turbatetta con le parole di Pirro se ne tornò alla donna, la quale udendole disiderò di morire, e dopo alcun giorno riparlò alla cameriera e disse:

– Lusca, tu sai che per lo primo colpo non cade la quercia; per che a me pare che tu da capo ritorni a colui che in mio pregiudicio nuovamente vuol divenir leale, e, prendendo tempo convenevole, gli mostra interamente il mio ardore e in tutto t’ingegna di far che la cosa abbia effetto; però che, se così s’intralasciasse, io ne morrei ed egli si crederebbe esser stato tentato; e dove il suo amor cerchiamo, ne seguirebbe odio.

La cameriera confortò la donna, e cercato di Pirro, il trovò lieto e ben disposto, e sì gli disse:

– Pirro, io ti mostrai, pochi dì sono, in quanto fuoco la tua donna e mia stea per l’amor che ella ti porta, e ora da capo te ne rifò certo, che, dove tu in su la durezza che l’altrieri dimostrasti dimori, vivi sicuro che ella viverà poco; per che io ti priego che ti piaccia di consolarla del suo disiderio; e dove tu pure in su la tua ostinazione stessi duro, là dove io per molto savio t’aveva, io t’avrò per uno scioccone. Che gloria ti può egli esser maggiore che una così fatta donna, così bella, così gentile e così ricca, te sopra ogni altra cosa ami? Appresso questo, quanto ti puo’tu conoscere alla fortuna obligato, pensando che ella t’abbia parata dinanzi così fatta cosa, e a’ disideri della tua giovinezza atta, e ancora un così fatto rifugio a’ tuoi bisogni! Qual tuo pari conosci tu che per via di diletto meglio stea che starai tu, se tu sarai savio? Quale altro troverai tu che in arme, in cavalli, in robe e in denari possa star come tu starai, volendo il tuo amor concedere a costei?

Apri adunque l’animo alle mie parole e in te ritorna; e ricordati che una volta senza più suole avvenire che la Fortuna si fa altrui incontro col viso lieto e col grembo aperto; la quale chi allora non sa ricevere, poi, trovandosi povero e mendico, di sé e non di lei s’ha a rammaricare. E oltre a questo non si vuol quella lealtà tra’servidori usare e’signori, che tra gli amici e pari si conviene; anzi gli deono così i servidori trattare, in quel che possono, come essi da loro trattati sono. Speri tu, se tu avessi o bella moglie o madre o figliuola o sorella che a Nicostrato piacesse, che egli andasse la lealtà ritrovando che tu servar vuoi a lui della sua donna? Sciocco se’ se tu ‘l credi: abbi di certo, se le lusinghe e’prieghi non bastassono, che che ne dovesse a te parere, e’vi si adoperrebbe la forza. Trattiamo adunque loro e le lor cose come essi noi e le nostre trattano. Usa il beneficio della Fortuna; non la cacciare, falleti incontro e lei vegnente ricevi, ché per certo, se tu nol fai, lasciamo stare la morte la quale senza fallo alla tua donna ne seguirà, ma tu ancora te ne penterai tante volte che tu ne vorrai morire.

Pirro, il qual più fiate sopra le parole che la Lusca dette gli avea avea ripensato, per partito avea preso che, se ella più a lui ritornasse, di fare altra risposta e del tutto recarsi a compiacere alla donna, dove certificar si potesse che tentato non fosse; e per ciò rispose:

– Vedi, Lusca, tutte le cose che tu mi di’io le conosco vere, ma io conosco d’altra parte il mio signore molto savio e molto avveduto, e ponendomi tutti i suoi fatti in mano, io temo forte che Lidia con consiglio e voler di lui questo non faccia per dovermi tentare; e per ciò, dove tre cose ch’io domanderò voglia fare a chiarezza di me, per certo niuna cosa mi comanderà poi che io prestamente non faccia. E quelle tre cose che io voglio son queste: primieramente che in presenzia di Nicostrato ella uccida il suo buono sparviere; appresso ch’ella mi mandi una ciocchetta della barba di Nicostrato; e ultimamente un dente di quegli di lui medesimo de’ migliori.

Queste cose parvono alla Lusca gravi e alla donna gravissime; ma pure Amore, (che è buono confortatore e gran maestro di consigli, le fece diliberar di farlo, e per la sua cameriera gli mandò dicendo che quello che egli aveva addimandato pienamente fornirebbe, e tosto; e oltre a ciò, per ciò che egli così savio reputava Nicostrato, disse che in presenzia di lui con Pirro si sollazzerebbe e a Nicostrato farebbe credere che ciò non fosse vero.

Pirro adunque cominciò ad aspettare quello che far dovesse la gentil donna; la quale, avendo ivi a pochi dì Nicostrato dato un gran desinare, sì come usava spesse volte di fare, a certi gentili uomini, ed essendo già levate le tavole, vestita d’uno sciamito verde e ornata molto, e uscita della sua camera, in quella sala venne dove costoro erano, e veggente Pirro e ciascuno altro, se n’andò alla stanga sopra la quale lo sparviere era cotanto da Nicostrato tenuto caro, e scioltolo, quasi in mano sel volesse levare, e presolo per li geti, al muro il percosse e ucciselo.

E gridando verso lei Nicostrato: – Ohimè, donna, che hai tu fatto? – niente a lui rispose; ma, rivolta a’ gentili uomini che con lui avevan mangiato, disse: – Signori, mal prenderei vendetta d’un re che mi facesse dispetto, se d’uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. Voi dovete sapere che questo uccello tutto il tempo da dover essere prestato dagli uomini al piacer delle donne lungamente m’ha tolto; per ciò che, sì come l’aurora suole apparire, così Nicostrato s’è levato, e salito a cavallo col suo sparviere in mano n’è andato alle pianure aperte a vederlo volare; e io, qual voi mi vedete, sola e mal contenta nel letto mi sono rimasa; per la qual cosa ho più volte avuta voglia di far ciò che io ho ora fatto, né altra cagione m’ha di ciò ritenuta se non l’aspettar di farlo in presenzia d’uomini che giusti giudici sieno alla mia querela, sì come io credo che voi sarete.

I gentili uomini che l’udivano, credendo non altramente esser fatta la sua affezione a Nicostrato che sonasser le parole, ridendo ciascuno e verso Nicostrato rivolti che turbato era cominciarono a dire:

– Deh! come la donna ha ben fatto a vendicare la sua ingiuria con la morte dello sparviere! – e con diversi motti sopra così fatta materia, essendosi già la donna in camera ritornata, in riso rivolsero il cruccio di Nicostrato.

Pirro, veduto questo, seco medesimo disse: – Alti principii ha dati la donna a’ miei felici amori; faccia Iddio che ella perseveri. –

Ucciso adunque da Lidia lo sparviere, non trapassar molti giorni che, essendo ella nella sua camera insieme con Nicostrato, faccendogli carezze, con lui cominciò a cianciare, ed egli per sollazzo alquanto tiratala per li capelli, le diè cagione di mandare ad effetto la seconda cosa a lei domandata da Pirro; e prestamente lui per un picciolo lucignoletto preso della sua barba e ridendo, sì forte il tirò che tutto del mento gliele divelse.

Di che ramaricandosi Nicostrato, ella disse:

– Or che avesti, che fai cotal viso per ciò che io t’ho tratti forse sei peli della barba? Tu non sentivi quel ch’io, quando tu mi tiravi testeso i capelli.

E così d’una parola in una altra continuando il lor sollazzo, la donna cautamente guardò la ciocca della barba che tratta gli avea, e il dì medesimo la mandò al suo caro amante.

Della terza cosa entrò la donna in più pensiero; ma pur, sì come quella che era d’alto ingegno e Amor la faceva vie più, s’ebbe pensato che modo tener dovesse a darle compimento.

E avendo Nicostrato due fanciulli datigli da’ padri loro acciò che in casa sua, per ciò che gentili uomini erano, apparassono alcun costume, dei quali, quando Nicostrato mangiava, l’uno gli tagliava innanzi e l’altro gli dava bere, fattigli chiamare amenduni, fece lor vedere che la bocca putiva loro e ammaestrogli che quando a Nicostrato servissono, tirassono il capo indietro il più che potessono, né questo mai dicessero a persona.

I giovanetti, credendole, cominciarono a tenere quella maniera che la donna aveva lor mostrata. Per che ella una volta domandò Nicostrato:

– Se’ti tu accorto di ciò che questi fanciulli fanno quando ti servono?

Disse Nicostrato:

– Mai sì, anzi gli ho io voluti domandare perché il facciano.

A cui la donna disse:

– Non fare, ché io il ti so dire io, e holti buona pezza taciuto per non fartene noia; ma ora che io m’accorgo che altri comincia ad avvedersene, non è più da celarloti. Questo non ti avviene per altro, se non che la bocca ti pute fieramente, e non so qual si sia la cagione, per ciò che ciò non soleva essere; e questa è bruttissima cosa, avendo tu ad usare con gentili uomini; e per ciò si vorrebbe veder modo di curarla.

Disse allora Nicostrato:

– Che potrebbe ciò essere? Avrei io in bocca dente niun guasto?

A cui Lidia disse:

– Forse che sì; – e menatolo ad una finestra, gli fece aprire la bocca, e poscia che ella ebbe d’una patte e d’altra riguardato, disse:

– O Nicostrato, e come il puoi tu tanto aver patito? Tu n’hai uno da questa parte, il quale, per quel che mi paia, non solamente è magagnato, ma egli è tutto fracido, e fermamente, se tu il terrai guari in bocca, egli guasterà quegli che son da lato; per che io ti consiglierei che tu nel cacciassi fuori, prima che l’opera andasse più innanzi.

Disse allora Nicostrato:

– Da poi che egli ti pare, ed egli mi piace; mandisi senza più indugio per un maestro il qual mel tragga.

Al quale la donna disse:

– Non piaccia a Dio che qui per questo venga maestro; e’mi pare che egli stea in maniera, che senza alcun maestro io medesima tel trarrò ottimamente. E d’altra parte questi maestri son sì crudeli a far questi servigi, che il cuore nol mi patirebbe per niuna maniera di vederti o di sentirti tra le mani a niuno; e per ciò del tutto io voglio fare io medesima; ché almeno, se egli ti dorrà troppo, ti lascerò io incontanente, quello che il maestro non farebbe.

Fattisi adunque venire i ferri da tal servigio e mandato fuori della camera ogni persona, solamente seco la Lusca ritenne; e dentro serratesi, fece distender Nicostrato sopra un desco, e messegli le tanaglie in bocca, e preso uno de’ denti suoi, quantunque egli forte per dolor gridasse, tenuto fermamente dall’una, fu dall’altra per viva forza un dente tirato fuori; e quel serbatosi, e presone un altro il quale sconciamente magagnato Lidia aveva in mano, a lui doloroso e quasi mezzo morto il mostrarono, dicendo:

– Vedi quello che tu hai tenuto in bocca già è cotanto.

Egli credendoselo, quantunque gravissima pena sostenuta avesse e molto se ne ramaricasse, pur, poi che fuor n’era, gli parve esser guarito; e con una cosa e con altra riconfortato, essendo la pena alleviata, s’uscì della camera.

La donna, preso il dente, tantosto al suo amante il mandò; il quale già certo del suo amore, sé ad ogni suo piacere offerse apparecchiato. La donna, disiderosa di farlo più sicuro, e parendole ancora ogn’ora mille che con lui fosse, volendo quello che profferto gli avea attenergli, fatto sembiante d’essere inferma ed essendo un dì appresso mangiare da Nicostrato visitata, non veggendo con lui altri che Pirro, il pregò per alleggiamento della sua noia, che aiutar la dovessero ad andare infino nel giardino.

Per che Nicostrato dall’un de’ lati e Pirro dall’altro presala, nel giardin la portarono e in un pratello a piè d’un bel pero la posarono; dove stati alquanto sedendosi, disse la donna, che già aveva fatto informar Pirro di ciò che avesse a fare:

– Pirro, io ho gran disiderio d’aver di quelle pere, e però montavi suso e gittane giù alquante.

Pirro, prestamente salitovi, cominciò a gittar giù delle pere; e mentre le gittava cominciò a dire:

– Eh, messere, che è ciò che voi fate? E voi, madonna, come non vi vergognate di sofferirlo in mia presenza? Credete voi che io sia cieco? Voi eravate pur testé così forte malata; come siete voi così tosto guerita che voi facciate tai cose? Le quali se pur far volete, voi avete tante belle camere; perché non in alcuna di quelle a far queste cose ve n’andate? E’ sarà più onesto che farlo in mia presenza.

La donna, rivolta al marito, disse:

– Che dice Pirro? Farnetica egli?

Disse allora Pirro:

– Non farnetico no, madonna; non credete voi che i veggia?

Nicostrato si maravigliava forte, e disse:

– Pirro, veramente io credo che tu sogni.

Al quale Pirro rispose:

– Signor mio, non sogno né mica, né voi anche non sognate; anzi vi dimenate ben sì che, se così si dimenasse questo pero, egli non ce ne rimarrebbe su niuna.

Disse la donna allora:

– Che può questo essere? Potrebbe egli esser vero che gli paresse ver ciò ch’e’dice? Se Dio mi salvi, se io fossi sana come io fu’già, che io vi sarrei suso, per vedere che maraviglie sien queste che costui dice che vede.

Pirro d’in sul pero pur diceva, e continuava queste novelle; al qual Nicostrato disse:

– Scendi giù; – ed egli scese; a cui egli disse: – Che di’ tu che vedi?

Disse Pirro:

– Io credo che voi m’abbiate per smemorato o per trasognato; vedeva voi addosso alla donna vostra, poi pur dir mel conviene; e poi discendendo io vi vidi levare e porvi così dove voi siete a sedere.

– Fermamente, – disse Nicostrato – eri tu in questo smemorato, ché noi non ci siamo, poi che in sul pero salisti, punto mossi, se non come tu vedi.

Al qual Pirro disse:

– Perché ne facciam noi quistione? Io vi pur vidi; e se io vi vidi, io vi vidi in sul vostro.

Nicostrato più ogn’ora si maravigliava, tanto che egli disse:

– Ben vo’vedere se questo pero è incantato, e che chi v’è su vegga le maraviglie; – e montovvi su. Sopra il quale come egli fu, la donna insieme con Pirro s’incominciarono a sollazzare; il che Nicostrato veggendo cominciò a gridare:

– Ahi rea femina, che è quel che tu fai? E tu Pirro, di cui io più mi fidava? – e così dicendo cominciò a scendere del pero.

La donna e Pirro dicevano:

– Noi ci seggiamo – e lui veggendo discendere, a seder si tornarono in quella guisa che lasciati gli avea. Come Nicostrato fu giù e vide costoro dove lasciati gli avea, così lor cominciò a dir villania.

Al quale Pirro disse:

– Nicostrato, ora veramente confesso io che, come voi diciavate davanti, che io falsamente vedessi mentre fui sopra ‘l pero; né ad altro il conosco se non a questo, che io veggio e so che voi falsamente avete veduto. E che io dica il vero, niun’altra cosa vel mostri, se non l’aver riguardo e pensare a che ora la vostra donna, la quale è onestissima e più savia che altra volendo di tal cosa farvi oltraggio, si recherebbe a farlo davanti agli occhi vostri. Di me non vo’dire, che mi lascerei prima squartare che io il pur pensassi, non che io il venissi a fare in vostra presenza. Per che di certo la magagna di questo transvedere dee procedere dal pero; per ciò che tutto il mondo non m’avrebbe fatto discredere che voi qui non foste colla donna vostra carnalmente giaciuto, se io non udissi dire a voi che egli vi fosse paruto che io facessi quello che io so certissimamente che io non pensai, non che io facessi mai.

La donna appresso, che quasi tutta turbata s’era levata in piè, cominciò a dire:

– Sia con la mala ventura, se tu m’hai per sì poco sentita, che, se io volessi attendere a queste tristezze che tu di’che vedevi, io le venissi a fare dinanzi agli occhi tuoi. Sii certo di questo che qualora volontà me ne venisse, io non verrei qui, anzi mi crederrei sapere essere in una delle nostre camere, in guisa e in maniera che gran cosa mi parrebbe che tu il risapessi giammai.

Nicostrato, al qual vero parea ciò che dicea l’uno e l’altro che essi quivi dinanzi a lui mai a tale atto non si dovessero esser condotti, lasciate stare le parole e le riprensioni di tal maniera, cominciò a ragionar della novità del fatto e del miracolo della vista che così si cambiava a chi su vi montava.

Ma la donna, che della oppinione che Nicostrato mostrava d’avere avuta di lei si mostrava turbata, disse:

– Veramente questo pero non ne farà mai più niuna, né a me né ad altra donna, di queste vergogne, se io potrò; e perciò, Pirro, corri e va e reca una scure, e ad una ora te e me vendica tagliandolo, come che molto meglio sarebbe a dar con essa in capo a Nicostrato, il quale senza considerazione alcuna così tosto si lasciò abbagliar gli occhi dello ‘ntelletto; ché, quantunque a quegli che tu hai in testa paresse ciò che tu di, per niuna cosa dovevi nel giudicio della tua mente comprendere o consentire che ciò fosse.

Pirro prestissimo andò per la scure e tagliò il pero; il quale come la donna vide caduto, disse verso Nicostrato:

– Poscia che io veggio abbattuto il nimico della mia onestà, la mia ira è ita via; – e a Nicostrato, che di ciò la pregava, benignamente perdonò, imponendogli che più non gli avvenisse di presummere, di colei che più che sé l’amava, una così fatta cosa giammai.

Così il misero marito schernito con lei insieme e col suo amante nel palagio se ne tornarono, nel quale poi molte volte Pirro di Lidia, ed ella di lui, con più agio presero piacere e di letto. Dio ce ne dea a noi.

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Giovanni Boccaccio – Un diviene geloso della moglie, ed ella, legandosi uno spago al dito la notte, sente il suo amante venire a lei. Il marito se n’accorge, e mentre seguita l’amante, la donna mette in luogo di sé nel letto un’altra femina, la quale il marito batte e tagliale le trecce, e poi va per li fratelli di lei, li quali, trovando ciò non esser vero, gli dicono villania

Stranamente pareva a tutti madonna Beatrice essere stata maliziosa in beffare il suo marito, e ciascuno affermava dovere essere stata la paura d’Anichino grandissima, quando, tenuto forte dalla donna, l’udì dire che egli d’amore l’aveva richesta; ma poi che il re vide Filomena tacersi, verso Neifile voltosi, disse:

– Dite voi.

La qual, sorridendo prima un poco, cominciò.

Belle donne, gran peso mi resta se io vorrò con una bella novella contentarvi, come quelle che davanti hanno detto contentate v’hanno; del quale con l’aiuto di Dio io spero assai bene scaricarmi.

Dovete dunque sapere che nella nostra città fu già un ricchissimo mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, il quale scioccamente, sì come ancora oggi fanno tutto ‘l dì i mercatanti pensò di volere ingentilire per moglie, e prese una giovane gentil donna male a lui convenientesi, il cui nome fu monna Sismonda. La quale, per ciò che egli, sì come i mercatanti fanno, andava molto dattorno e poco con lei dimorava, s’innamorò d’un giovane chiamato Ruberto, il quale lungamente vagheggiata l’avea.

E avendo presa sua dimestichezza e quella forse men discretamente usando, per ciò che sommamente le dilettava, avvenne o che Arriguccio alcuna cosa ne sentisse, o come che s’andasse, egli ne diventò il più geloso uom del mondo, e lascionne stare l’andar dattorno e ogni altro suo fatto, e quasi tutta la sua sollicitudine aveva posta in guardar ben costei; né mai addormentato si sarebbe, se lei primieramente non avesse sentita entrar nel letto; per la qual cosa la donna sentiva gravissimo dolore, per ciò che in guisa niuna col suo Ruberto esser poteva.

Or pure, avendo molti pensieri avuti a dover trovare alcun modo d’esser con essolui, e molto ancora da lui essendone sollicitata, le venne pensato di tenere questa maniera: che, con ciò fosse cosa che la sua camera fosse lungo la via, ed ella si fosse molte volte accorta che Arriguccio assai ad addormentarsi penasse, ma poi dormiva saldissimo, avvisò di dover far venire Ruberto in su la mezza notte all’uscio della casa sua e d’andargli ad aprire e a starsi alquanto con essolui mentre il marito dormiva forte. E a fare che ella il sentisse quando venuto fosse, in guisa che persona non se ne accorgesse, divisò di mandare uno spaghetto fuori della finestra della camera, il quale con l’un de’ capi vicino alla terra aggiugnesse, e l’altro capo mandatol basso infin sopra ‘l palco e conducendolo al letto suo, quello sotto i panni mettere, e quando essa nel letto fosse, legarlosi al dito grosso del piede.

E appresso, mandato questo a dire a Ruberto, gl’impose che, quando venisse, dovesse lo spago tirare, ed ella, se il marito dormisse, il lascerebbe andare e andrebbegli ad aprire; e s’egli non dormisse, ella il terrebbe fermo e tirerebbelo a sé, acciò che egli non aspettasse: la qual cosa piacque a Ruberto, e assai volte andatovi, alcuna gli venne fatto d’esser con lei, e alcuna no.

Ultimamente, continuando costoro questo artificio così fatto, avvenne una notte che, dormendo la donna e Arriguccio stendendo il piè per lo letto, gli venne questo spago trovato; per che, postavi la mano e trovatolo al dito della donna legato, disse seco stesso: – Per certo questo dee essere qualche inganno. – E avvedutosi poi che lo spago usciva fuori per la finestra, l’ebbe per fermo; per che, pianamente tagliatolo dal dito della donna, al suo il legò, e stette attento per vedere quel che questo volesse dire.

Né stette guari che Ruberto venne, e tirato lo spago, come usato era, Arriguccio si sentì, e non avendoselo ben saputo legare, e Ruberto avendo tirato forte ed essendogli lo spago in man venuto, intese di doversi aspettare, e così fece.

Arriguccio, levatosi prestamente e prese sue armi, corse all’uscio, per dover vedere chi fosse costui, e per fargli male. Ora era Arriguccio, con tutto che fosse mercatante, un fiero e un forte uomo; e giunto all’uscio e non aprendolo soavemente come soleva far la donna, e Ruberto che aspettava sentendolo, s’avvisò esser quello che era, cioè che colui che l’uscio apriva fosse Arriguccio; per che prestamente cominciò a fuggire, e Arriguccio a seguitarlo.

Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui non cessando di seguitarlo, essendo altressì Ruberto armato, tirò fuori la spada e rivolsesi, e incominciarono l’uno a volere offendere e l’altro a difendersi.

La donna, come Arriguccio aprì la camera, svegliatasi e trovatosi tagliato lo spago dal dito, incontanente s’accorse che ‘l suo inganno era scoperto; e sentendo Arriguccio esser corso dietro a Ruberto, prestamente levatasi, avvisandosi ciò che doveva potere avvenire, chiamò la fante sua, la quale ogni cosa sapeva, e tanto la predicò, che ella in persona di sé nel suo letto la mise, pregandola che, senza farsi conoscere, quel le busse pazientemente ricevesse che Arriguccio le desse, per ciò che ella ne le renderebbe sì fatto merito, che ella non avrebbe cagione donde dolersi. E spento il lume che nella camera ardeva, di quella s’uscì, e nascosa in una parte della casa cominciò ad aspettare quello che dovesse avvenire.

Essendo tra Arriguccio e Ruberto la zuffa, i vicini della contrada, sentendola e levatisi, cominciarono loro a dir male; e Arriguccio, per tema di non esser conosciuto, senza aver potuto sapere chi il giovane si fosse o d’alcuna cosa offenderlo, adirato e di mal talento, lasciatolo stare, se ne tornò verso la casa sua; e pervenuto nella camera adiratamente cominciò a dire:

– Ove se’tu, rea femina? Tu hai spento il lume perché io non ti truovi, ma tu l’hai fallita.

E andatosene al letto, credendosi la moglie pigliare, prese la fante, e quanto egli potè menare le mani e’piedi, tante pugna e tanti calci le diede, che tutto il viso l’ammaccò; e ultimamente le tagliò i capegli, sempre dicendole la maggior villania che mai a cattiva femina si dicesse.

La fante piagneva forte, come colei che aveva di che; e ancora che ella alcuna volta dicesse: – Ohimè, mercé per Dio; oh, non più; – era sì la voce dal pianto rotta, e Arriguccio impedito dal suo furore, che discerner non poteva più quella esser d’un’altra femina che della moglie

Battutala adunque di santa ragione e tagliatile i capegli, come dicemmo, disse:

– Malvagia femina, io non intendo di toccarti altramenti, ma io andrò per li tuoi fratelli e dirò loro le tue buone opere; e appresso che essi vengan per te e faccianne quello che essi credono che loro onor sia, e menintene; ché per certo in questa casa non starai tu mai più.

E così detto, uscito della camera, la serrò di fuori e andò tutto sol via.

Come monna Sismonda, che ogni cosa udita aveva, sentì il marito essere andato via, così, aperta la camera e racceso il lume, trovò la fante sua tutta pesta che piagneva forte; la quale, come poté il meglio, racconsolò, e nella camera di lei la rimise, dove poi chetamente fattala servire e governare, sì di quello d’Arriguccio medesimo la sovvenne che ella si chiamò per contenta.

E come la fante nella sua camera rimessa ebbe, così prestamente il letto della sua rifece, e quella tutta racconciò e rimise in ordine, come se quella notte niuna persona giaciuta vi fosse, e raccese la lampana e sé rivestì e racconciò, come se ancora al letto non si fosse andata; e accesa una lucerna e presi suoi panni, in capo della scala si pose a sedere, e cominciò a cucire e ad aspettare quello a che il fatto dovesse riuscire.

Arriguccio, uscito di casa sua, quanto più tosto potè n’andò alla casa de’ fratelli della moglie, e quivi tanto picchiò che fu sentito e fugli aperto. Li fratelli della donna, che eran tre, e la madre di lei, sentendo che Arriguccio era, tutti si levarono, e fatto accendere de’ lumi vennero a lui e domandaronlo quello che egli a quella ora e così solo andasse cercando.

A’ quali Arriguccio, cominciandosi dallo spago che trovato aveva legato al dito del piè di monna Sismonda, infino all’ultimo di ciò che trovato e fatto avea, narrò loro; e per fare loro intera testimonianza di ciò che fatto avesse, i capelli che alla moglie tagliati aver credeva lor pose in mano, aggiugnendo che per lei venissero e quel ne facessero che essi credessero che al loro onore appartenesse, per ciò che egli non intendeva di mai più in casa tenerla.

I fratelli della donna, crucciati forte di ciò che udito avevano e per fermo tenendolo, contro a lei inanimati, fatti accender de’ torchi, con intenzione di farle un mal giuoco, con Arriguccio si misero in via e andaronne a casa sua. Il che veggendo la madre di loro, piagnendo gl’incominciò a seguitare, or l’uno e or l’altro pregando che non dovessero queste cose così subitamente credere, senza vederne altro o saperne; per ciò che il marito poteva per altra cagione esser crucciato con lei e averle fatto male, e ora apporle questo per iscusa di sé; dicendo ancora che ella si maravigliava forte come ciò potesse essere avvenuto, per ciò che ella conosceva ben la sua figliuola, sì come colei che infino da piccolina l’aveva allevata; e molte altre parole simiglianti.

Pervenuti adunque a casa d’Arriguccio ed entrati dentro, cominciarono a salir le scale. Li quali monna Sismonda sentendo venire, disse:

– Chi è là?

Alla quale l’un de’ fratelli rispose:

– Tu il saprai bene, rea femina, chi è.

Disse allora monna Sismonda:

– Ora che vorrà dir questo? Domine, aiutaci. – E levatasi in piè disse:

– Fratelli miei, voi siate i benvenuti; che andate voi cercando a questa ora quincentro tutti e tre?

Costoro, avendola veduta a sedere e cucire e senza alcuna vista nel viso d’essere stata battuta, dove Arriguccio aveva detto che tutta l’aveva pesta, alquanto nella prima giunta si maravigliarono e rifrenarono l’impeto della loro ira, e domandaronla come stato fosse quello di che Arriguccio di lei si doleva, minacciandola forte se ogni cosa non dicesse loro.

La donna disse:

– Io non so ciò che io mi vi debba dire, né di che Arriguccio di me vi si debba esser doluto.

Arriguccio, vedendola, la guatava come smemorato, ricordandosi che egli l’aveva dati forse mille punzoni per lo viso e graffiatogliele e fattole tutti i mali del mondo, e ora la vedeva come se di ciò niente fosse stato.

In brieve i fratelli le dissero ciò che Arriguccio loro aveva detto, e dello spago e delle battiture e di tutto.

La donna, rivolta ad Arriguccio, disse:

– Ohimè, marito mio, che è quel ch’io odo? Perché fai tu tener me rea femina con tua gran vergogna, dove io non sono, e te malvagio uomo e crudele di quello che tu non se’? E quando fostù questa notte più in questa casa, non che con meco? O quando mi battesti tu? Io per me non me ne ricordo.

Arriguccio cominciò a dire:

– Come, rea femina, non ci andammo noi iersera al letto insieme? Non ci tornai io, avendo corso dietro all’amante tuo? Non ti diedi io di molte busse, e taglia’ti i capegli?

La donna rispose:

– In questa casa non ti coricasti tu iersera. Ma lasciamo stare di questo, ché non ne posso altra testimonianza fare che le mie vere parole, e veniamo a quello che tu di’, che mi battesti e tagliasti i capegli. Me non battestù mai, e quanti n’ha qui e tu altressì mi ponete mente se io ho segno alcuno per tutta la persona di battitura; né ti consiglierei che tu fossi tanto ardito che tu mano addosso mi ponessi, ché, alla croce di Dio, io ti sviserei. Né i capegli altressì mi tagliasti, che io sentissi o vedessi; ma forse il facesti che io non me n’avvidi: lasciami vedere se io gli ho tagliati o no.

E, levatisi suoi veli di testa, mostrò che tagliati non gli avea, ma interi.

Le quali cose e vedendo e udendo i fratelli e la madre, cominciarono verso d’Arriguccio a dire:

– Che vuoi tu dire, Arriguccio? Questo non è già quello che tu ne venisti a dire che avevi fatto; e non sappiam noi come tu ti proverrai il rimanente.

Arriguccio stava come trasognato e voleva pur dire; ma, veggendo che quello ch’egli credea poter mostrare non era così, non s’attentava di dir nulla.

La donna, rivolta verso i fratelli, disse:

– Fratei miei, io veggio che egli è andato cercando che io faccia quello che io non volli mai fare, cioè ch’io vi racconti le miserie e le cattività sue, e io il farò. Io credo fermamente che ciò che egli v’ha detto gli sia intervenuto e abbial fatto; e udite come.

Questo valente uomo, al qual voi nella mia mala ora per moglie mi deste, che si chiama mercatante e che vuole esser creduto e che dovrebbe esser più temperato che uno religioso e più onesto che una donzella, son poche sere che egli non si vada inebbriando per le taverne, e or con questa cattiva femina e or con quella rimescolando; e a me si fa infino a mezza notte e talora infino a matutino aspettare, nella maniera che mi trovaste. Son certa che, essendo bene ebbro, si mise a giacere con alcuna sua trista, e a lei destandosi trovò lo spago al piede e poi fece tutte quelle sue gagliardie che egli dice, e ultimamente tornò a lei e battella e tagliolle i capegli; e non essendo ancora ben tornato in sé, si credette, e son certa che egli crede ancora, queste cose aver fatte a me; e se voi il porrete ben mente nel viso, egli è ancora mezzo ebbro. Ma tuttavia, che che egli s’abbia di me detto, io non voglio che voi il vi rechiate se non come da uno ubriaco; e poscia che io gli perdono io, gli perdonate voi altressì.

La madre di lei, udendo queste cose, cominciò a fare romore e a dire:

– Alla croce di Dio, figliuola mia, cotesto non si votrebbe fare; anzi si vorrebbe uccidere questo can fastidioso e sconoscente, ché egli non ne fu degno d’avere una figliuola fatta come se’tu. Frate, bene sta!; Basterebbe se egli t’avesse ricolta del fango. Col malanno possa egli essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole di un mercantuzzo di feccia d’asino, che venutici di contado e usciti delle troiate, vestiti di romagnuolo, con le calze a campanile e con ]a penna in culo, come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de’ gentili uomini e delle buone donne per moglie, e fanno arme e dicono: – I’ son de’ cotali – e – quei di casa mia fecer così. – Ben vorrei che’miei figliuoli n’avesser seguito il mio consiglio, ché ti potevano così orrevolmente acconciare in casa i conti Guidi con un pezzo di pane, ed essi vollon pur darti a questa bella gioia, che, dove tu se’la miglior figliuola di Firenze e la più onesta, egli non s’è vergognato di mezza notte di dir che tu sii puttana, quasi noi non ti conoscessimo; ma, alla fè di Dio, se me ne fosse creduto, se ne gli darebbe sì fatta gastigatoia che gli putirebbe.

E, rivolta a’ figliuoli, disse:

– Figliuoli miei, io il vi dicea bene che questo non doveva potere essere. Avete voi udito come il buono vostro cognato tratta la sirocchia vostra? Mercatantuolo di quattro denari che egli è! Ché, se io fossi come voi, avendo detto quello che egli ha di lei e faccendo quello che egli fa, io non mi terrei mai né contenta né appagata, se io nollo levassi di terra; e se io fossi uomo come io son femina, io non vorrei che altri ch’io se ne ‘mpacciasse. Domine, fallo tristo: ubriaco doloroso che non si vergogna!

I giovani, vedute e udite queste cose, rivoltisi ad Arriguccio, gli dissero la maggior villania che mai a niun cattivo uom si dicesse; e ultimamente dissero:

– Noi ti perdoniam questa si come ad ebbro; ma guarda che per la vita tua da quinci innanzi simili novelle noi non sentiamo più, ché per certo, se più nulla ce ne viene agli orecchi, noi ti pagheremo di questa e di quella; – e così detto, se n’andarono.

Arriguccio, rimaso come uno smemorato, seco stesso non sappiendo se quello che fatto avea era stato vero o s’egli aveva sognato, senza più farne parola, lasciò la moglie in pace. La qual, non solamente colla sua sagacità fuggì il pericol sopra stante ma s’aperse la via a poter fare nel tempo avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più aver del marito.

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Giovanni Boccaccio – Lodovico discuopre a madonna Beatrice l’amore il quale egli le porta; la qual manda Egano suo marito in un giardino in forma di sé, e con Lodovico si giace; il quale poi levatosi, va e bastona Egano nel giardino

Questo avvedimento di madonna Isabella da Pampinea raccontato fu da ciascun della brigata tenuto maraviglioso. Ma Filomena, alla quale il re imposto aveva che secondasse, disse.

Amorose donne, se io non ne sono ingannata, io ve ne credo uno non men bello raccontare, e prestamente.

Voi dovete sapere che in Parigi fu già un gentile uomo fiorentino, il quale per povertà divenuto era mercatante, ed eragli sì bene avvenuto della mercatantia, che egli ne era fatto ricchissimo, e avea della sua donna un figliuol senza più, il quale egli aveva nominato Lodovico. E perché egli alla nobiltà del padre e non alla mercatantia si traesse, non l’aveva il padre voluto mettere ad alcun fondaco, ma l’avea messo ad essere con altri gentili uomini al servigio del re di Francia, là dove egli assai di be’costumi e di buone cose aveva apprese.

E quivi dimorando, avvenne che certi cavalieri, li quali tornati erano dal Sepolcro, sopravvenendo ad un ragionamento di giovani, nel quale Lodovico era, e udendogli fra sé ragionare delle belle donne di Francia e d’Inghilterra e d’altre parti del mondo, cominciò l’un di loro a dir che per certo di quanto mondo egli aveva cerco e di quante donne vedute aveva mai, una simigliante alla moglie d’Egano de’ Galluzzi di Bologna, madonna Beatrice chiamata, veduta non avea di bellezza; a che tutti i compagni suoi, che con lui insieme in Bologna l’avean veduta, s’accordarono.

Le quali cose ascoltando Lodovico, che d’alcuna ancora innamorato non s’era, s’accese in tanto disidero di doverla vedere, che ad altro non poteva tenere il suo pensiere; e del tutto disposto d’andare infino a Bologna a vederla, e quivi ancora dimorare, se ella gli piacesse, fece veduto al padre che al Sepolcro voleva andare; il che con grandissima malagevolezza ottenne.

Postosi adunque nome Anichino, a Bologna pervenne, e, come la fortuna volle, il dì seguente vide questa donna ad una festa, e troppo più bella gli parve assai che stimato non avea; per che, innamoratosi ardentissimamente di lei, propose di mai di Bologna non partirsi se egli il suo amore non acquistasse. E seco divisando che via dovesse a ciò tenere, ogn’altro modo lasciando stare, avvisò che, se divenir potesse famigliar del marito di lei, il qual molti ne teneva, per avventura gli potrebbe venir fatto quel che egli disiderava.

Venduti adunque i suoi cavalli, e la sua famiglia acconcia in guisa che stava bene, avendo lor comandato che sembiante facessero di non conoscerlo, essendosi accontato con l’oste suo, gli disse che volentier per servidore d’un signore da bene, se alcun ne potesse trovare, starebbe. Al quale l’oste disse:

– Tu se’dirittamente famiglio da dovere esser caro ad un gentile uomo di questa terra che ha nome Egano, il quale molti ne tiene, e tutti li vuole appariscenti come tu se’: io ne gli parlerò.

E come disse così fece; e avanti che da Egano si partisse, ebbe con lui acconcio Anichino; il che quanto più poté esser gli fu caro. E con Egano dimorando e avendo copia di vedere assai spesso la sua donna, tanto bene e sì a grado cominciò a servire Egano, che egli gli pose tanto amore, che senza lui niuna cosa sapeva fare; e non solamente di sé, ma di tutte le sue cose gli aveva commesso il governo.

Avvenne un giorno che, essendo andato Egano ad uccellare e Anichino rimaso a casa, madonna Beatrice, che dello amor di lui accorta non s’era ancora quantunque seco, lui e’suoi costumi guardando, più volte molto commendato l’avesse e piacessele, con lui si mise a giucare a’ scacchi; e Anichino, che di piacerle disiderava, assai acconciamente faccendolo, si lasciava vincere, di che la donna faceva maravigliosa festa. Ed essendosi da vedergli giucare tutte le femine della donna partite, e soli giucando lasciatigli, Anichino gittò un grandissimo sospiro.

La donna guardatolo disse:

– Che avesti, Anichino? Duolti così che io ti vinco?

– Madonna, – rispose Anichino – troppo maggior cosa che questa non è fu cagion del mio sospiro.

Disse allora la donna:

– Deh dilmi per quanto ben tu mi vuogli.

Quando Anichino si sentì scongiurare – per quanto ben tu mi vuogli – a colei la quale egli sopra ogn’altra cosa amava, egli ne mandò fuori un troppo maggiore che non era stato il primo; per che la donna ancor da capo il ripregò che gli piacesse di dirle qual fosse la cagione de’ suoi sospiri. Alla quale Anichino disse:

– Madonna, io temo forte che egli non vi sia noia, se io il vi dico; e appresso dubito che voi ad altra persona nol ridiciate.

A cui la donna disse:

– Per certo egli non mi sarà grave, e renditi sicuro di questo, che cosa che tu mi dica, se non quanto ti piaccia, io non dirò mai ad altrui.

Allora disse Anichino:

– Poi che voi mi promettete così, e io il vi dirò; – e quasi colle lagrime in sugli occhi le disse chi egli era, quel che di lei aveva udito e dove e come di lei s’era innamorato e come venuto e perché per servidor del marito di lei postosi; e appresso umilemente, se esser potesse, la pregò che le dovesse piacere d’aver pietà di lui, e in questo suo segreto e sì fervente disidero di compiacergli; e che, dove questo far non volesse, che ella, lasciandolo star nella forma nella qual si stava, fosse contenta che egli l’amasse.

O singular dolcezza del sangue bolognese! Quanto se’tu stata sempre da commendare in così fatti casi! Mai né di lagrime né di sospir fosti vaga, e continuamente a’ prieghi pieghevole e agli amorosi disideri arrendevol fosti. Se io avessi degne lode da commendarti, mai sazia non se ne vedrebbe la voce mia!

La gentil donna, parlando Anichino, il riguardava, e dando piena fede alle sue parole, con sì fatta forza ricevette per li prieghi di lui il suo amore nella mente, che essa altressì cominciò a sospirare, e dopo alcun sospiro rispose:

– Anichino mio dolce, sta di buon cuore; né doni né promesse né vagheggiare di gentile uomo né di signore né d’alcuno altro (ché sono stata e sono ancor vagheggiata da molti) mai potè muovere l’animo mio tanto che io alcuno n’amassi; ma tu m’hai fatta in così poco spazio, come le tue parole durate sono, troppo più tua divenir che io non son mia. Io giudico che tu ottimamente abbi il mio amor guadagnato, e per ciò io il ti dono, e sì ti prometto che io te ne farò godente avanti che questa notte che viene tutta trapassi. E acciò che questo abbia effetto, farai che in su la mezza notte tu venghi alla camera mia; io lascerò l’uscio aperto; tu sai da qual parte del letto io dormo; verrai là, e, se io dormissi, tanto mi tocca che io mi svegli, e io ti consolerò di così lungo disio come avuto hai; e acciò che tu questo creda, io ti voglio dare un bacio per arra; – e gittatogli il braccio in collo, amorosamente il baciò, e Anichin lei.

Queste cose dette, Anichin, lasciata la donna, andò a fare alcune sue bisogne, aspettando con la maggior letizia del mondo che la notte sopravvenisse. Egano tornò da uccellare, e come cenato ebbe, essendo stanco, s’andò a dormire, e la donna appresso, e, come promesso avea, lasciò l’uscio della camera aperto.

Al quale, all’ora che detta gli era stata, Anichin venne, e pianamente entrato nella camera e l’uscio riserrato dentro, dal canto donde la donna dormiva se n’andò, e postale la mano in sul petto, lei non dormente trovò; la quale come sentì Anichino esser venuto, presa la sua mano con amendune le sue e tenendol forte, volgendosi per lo letto tanto fece che Egano che dormiva destò, al quale ella disse:

– Io non ti volli iersera dir cosa niuna, per ciò che tu mi parevi stanco; ma dimmi, se Dio ti salvi, Egano, quale hai tu per lo migliore famigliare e per lo più leale e per colui che più t’ami, di quegli che tu in casa hai?

Rispose Egano:

– Che è ciò, donna, di che tu mi domandi? Nol conosci tu? Io non ho, né ebbi mai alcuno, di cui io tanto mi fidassi o fidi o ami, quant’io mi fido e amo Anichino; ma perché me ne domandi tu?

Anichino, sentendo desto Egano e udendo di sé ragionare, aveva più volte a sé tirata la mano per andarsene, temendo forte non la donna il volesse ingannare; ma ella l’aveva sì tenuto e teneva, che egli non s’era potuto partire né poteva.

La donna rispose ad Egano e disse:

– Io il ti dirò. Io mi credeva che fosse ciò che tu di’e che egli più fede che alcuno altro ti portasse; ma me ha egli sgannata, per ciò che, quando tu andasti oggi ad uccellare, egli rimase qui, e quando tempo gli parve, non si vergognò di richiedermi che io dovessi, a’ suoi piaceri acconsentirmi; e io, acciò che questa cosa non mi bisognasse con troppe pruove mostrarti e per farlati toccare e vedere, risposi che io era contenta e che stanotte, passata mezzanotte, io andrei nel giardino nostro e a piè del pino l’aspetterei. Ora io per me non intendo d’andarvi; ma, se tu vuogli la fedeltà del tuo famiglio cognoscere, tu puoi leggiermente, mettendoti indosso una delle guarnacche mie e in capo un velo, e andare laggiuso ad aspettare se egli vi verrà, ché son certa del sì.

Egano udendo questo disse:

– Per certo io il convengo vedere; – e levatosi, come meglio seppe al buio, si mise una guarnacca della donna e un velo in capo, e andossen nel giardino e a piè d’un pino cominciò ad attendere Anichino.

La donna, come sentì lui levato e uscito della camera, così si levò e l’uscio di quella dentro serrò.

Anichino, il quale la maggior paura che avesse mai avuta avea, e che quanto potuto avea s’era sforzato d’uscire delle mani della donna e centomila volte lei e il suo amore e sé che fidato se n’era avea maladetto, sentendo ciò che alla fine aveva fatto, fu il più contento uomo che fosse mai; ed essendo la donna tornata nel letto, come ella volle, con lei si spogliò, e insieme presero piacere e gioia per un buono spazio di tempo.

Poi, non parendo alla donna che Anichino dovesse più stare, il fece levar suso e rivestire, e sì gli disse:

– Bocca mia dolce, tu prenderai un buon bastone e andra’tene al giardino, e faccendo sembianti d’avermi richiesta per tentarmi, come se io fossi dessa, dirai villania ad Egano e sonera’mel bene col bastone, per ciò che di questo ne seguirà maraviglioso diletto e piacere.

Anichino levatosi e nel giardino andatosene con un pezzo di saligastro in mano, come fu presso al pino e Egano il vide venire, così levatosi come con grandissima festa riceverlo volesse, gli si faceva incontro. Al quale Anichin disse:

– Ahi malvagia femina, dunque ci se’venuta, e hai creduto che io volessi o voglia al mio signor far questo fallo? Tu sii la mal venuta per le mille volte!; – e alzato il bastone, lo incominciò a sonare.

Egano, udendo questo e veggendo il bastone, senza dir parola cominciò a fuggire, e Anichino appresso sempre dicendo:

– Via, che Dio vi metta in malanno, rea femina, ché io il dirò domatina ad Egano per certo.

Egano avendone avute parecchie delle buone, come più tosto poté, se ne tornò alla camera; il quale la donna domandò se Anichin fosse al giardin venuto. Egano disse:

– Così non fosse egli, per ciò che, credendo esso che io fossi te, m’ha con un bastone tutto rotto, e dettami la maggior villania che mai si dicesse a niuna cattiva femina; e per certo io mi maravigliava forte di lui che egli con animo di far cosa che mi fosse vergogna t’avesse quelle parole dette; ma, per ciò che così lieta e festante ti vede, ti volle provare.

Allora disse la donna:

– Lodato sia Iddio, che egli ha me provata con parole e te con fatti, e credo che egli possa dire che io comporti con più pazienzia le parole che tu i fatti non fai. Ma poi che tanta fede ti porta, si vuole aver caro e fargli onore.

Egano disse:

– Per certo tu di’il vero.

E, da questo prendendo argomento, era in oppinione d’avere la più leal donna e il più fedel servidore che mai avesse alcun gentile uomo. Per la qual cosa, come che poi più volte con Anichino ed egli e la donna ridesser di questo fatto, Anichino e la donna ebbero assai più agio, di quello per avventura che avuto non avrebbono, a far di quello che loro era diletto e piacere, mentre ad Anichin piacque di dimorar con Egano in Bologna.

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Giovanni Boccaccio – Madonna Isabella con Leonetto standosi, amata da un messer Lambertuccio, è da lui visitata; e tornando il marito di lei, messer Lambertuccio con un coltello in mano fuor di casa ne manda, e il marito di lei poi Leonetto accompagna

Maravigliosamente era piaciuta a tutti la novella della Fiammetta, affermando ciascuno ottimamente la donna aver fatto, e quel che si convenia al bestiale uomo; ma poi che finita fu, il re a Pampinea impose che seguitasse. La quale incominciò a dire.

Molti sono, li quali, semplicemente parlando, dicono che Amore trae altrui del senno e quasi chi ama fa divenire smemorato. Sciocca oppinione mi pare; e assai le già dette cose l’hanno mostrato; e io ancora intendo di dimostrarlo.

Nella nostra città, copiosa di tutti i beni, fu già una giovane donna e gentile e assai bella, la qual fu moglie d’un cavaliere assai valoroso e da bene. E come spesso avviene che s sempre non può l’uomo usare un cibo, ma talvolta disidera di variare; non soddisfaccendo a questa donna molto il suo marito, s’innamorò d’un giovane, il quale Leonetto era chiamato, assai piacevole e costumato, come che di gran nazion non fosse, ed egli similmente s’innamorò di lei; e come voi sapete che rade volte è senza effetto quello che vuole ciascuna delle parti, a dare al loro amor compimento molto tempo non si interpose.

Ora avvenne che, essendo costei bella donna e avvenevole, di lei un cavalier chiamato messer Lambertuccio s’innamorò forte, il quale ella, per ciò che spiacevole uomo e sazievole le parea, per cosa del mondo ad amar lui disporre non si potea. Ma costui con ambasciate sollicitandola molto, e non valendogli, essendo possente uomo, la mandò minacciando di vituperarla se non facesse il piacer suo. Per la qual cosa la donna, temendo e conoscendo come fatto era, si condusse a fare il voler suo. Ed essendosene la donna, che madonna Isabella avea nome, andata, come nostro costume è di state, a stare ad una sua bellissima possessione in contado, avvenne, essendo una mattina il marito di lei cavalcato in alcun luogo per dovere stare alcun giorno, che ella mandò per Leonetto che si venisse a star con lei, il quale lietissimo incontanente v’andò.

Messer Lambertuccio, sentendo il marito della donna essere andato altrove, tutto solo montato a cavallo, a lei se n’andò e picchiò alla porta.

La fante della donna, vedutolo, n’andò incontanente a lei, che in camera era con Leonetto, e chiamatala le disse:

– Madonna, messer Lambertuccio è qua giù tutto solo.

La donna, udendo questo, fu la più dolente femina del mondo; ma, temendol forte, pregò Leonetto che grave non gli fosse il nascondersi alquanto dietro alla cortina del letto, in fino a tanto che messer Lambertuccio se n’andasse.

Leonetto, che non minor paura di lui avea che avesse la donna, vi si nascose; ed ella comandò alla fante che andasse ad aprire a messer Lambertuccio: la quale apertogli, ed egli nella corte smontato d’un suo pallafreno e quello appiccato ivi ad uno arpione, se ne salì suso. La donna, fatto buon viso e venuta infino in capo della scala, quanto più potè in parole lietamente il ricevette e domandollo quello che egli andasse faccendo. Il cavaliere, abbracciatala e baciatala, disse:

– Anima mia, io intesi che vostro marito non c’era, sì ch’io mi son venuto a stare alquanto con essovoi. – E dopo queste parole, entratisene in camera e serratisi dentro, cominciò messer Lambertuccio a prender diletto di lei.

E così con lei standosi, tutto fuori della credenza della donna, avvenne che il marito di lei tornò; il quale quando la fante alquanto vicino al palagio vide, così subitamente corse alla camera della donna e disse:

– Madonna, ecco messer che torna: io credo che egli sia già giù nella corte. La donna, udendo questo e sentendosi aver due uomini in casa, e conosceva che il cavaliere non si poteva nascondere per lo suo pallafreno che nella corte era, si tenne morta. Nondimeno, subitamente gittatasi del letto in terra, prese partito, e disse a messer Lambertuccio:

– Messere, se voi mi volete punto di bene e voletemi da morte campare, farete quello che io vi dirò. Voi vi recherete in mano il vostro coltello ignudo, e con un mal viso e tutto turbato ve n’andrete giù per le scale, e andrete dicendo: – Io fo boto a Dio che io il coglierò altrove; – e se mio marito vi volesse ritenere o di niente vi domandasse, non dite altro che quello che detto v’ho, e montato a cavallo, per niuna cagione seco ristate.

Messer Lambertuccio disse che volentieri; e tirato fuori i coltello, tutto infocato nel viso tra per la fatica durata e per l’ira avuta della tornata del cavaliere, come la donna gl’impose così fece. Il marito della donna, già nella corte smontato, maravigliandosi del pallafreno e volendo su salire, vide messer Lambertuccio scendere, e maravigliossi e delle parole e del viso di lui, e disse:

– Che è questo messere?

Messer Lambertuccio, messo il piè nella staffa e montato su, non disse altro, se non:

– Al corpo di Dio, io il giugnerò altrove; – e andò via.

Il gentile uomo montato su trovò la donna sua in capo della scala tutta sgomentata e piena di paura, alla quale egli disse:

– Che cosa è questa? Cui va messer Lambertuccio così adirato minacciando?

La donna, tiratasi verso la camera, acciò che Leonetto l’udisse, rispose:

– Messere, io non ebbi mai simil paura a questa. Qua entro si fuggì un giovane, il quale io non conosco e che esser Lambertuccio col coltello in man seguitava, e trovò per ventura questa camera aperta, e tutto tremante disse: – Madonna, per Dio aiutatemi, ché io non sia nelle braccia vostre morto. – Io mi levai diritta, e come il voleva domandare chi fosse e che avesse, ed ecco messer Lambertuccio venir su dicendo: – Dove se’, traditore? – Io mi parai in su l’uscio della camera, e volendo egli entrar dentro, il ritenni, ed egli in tanto fu cortese che, come vide che non mi piaceva che egli qua entro entrasse, dette molte parole, se ne venne giù come voi vedeste.

Disse allora il marito:

– Donna, ben facesti: troppo ne sarebbe stato gran biasimo, se persona fosse stata qua entro uccisa; e messer Lambertuccio fece gran villania a seguitar persona che qua entro fuggita fosse.

Poi domandò dove fosse quel giovane.

La donna rispose:

– Messere, io non so dove egli si sia nascoso.

Il cavaliere allora disse:

– Ove se’tu? Esci fuori sicuramente.

Leonetto che ogni cosa udita avea, tutto pauroso, come colui che paura aveva avuta da dovero, uscì fuori del luogo dove nascoso s’era.

Disse allora il cavaliere:

– Che hai tu a fare con messer Lambertuccio?

Il giovane rispose:

– Messer, niuna cosa che sia in questo mondo; e per ciò io credo fermamente che egli non sia in buon senno, o che egli m’abbia colto in iscambio; per ciò che, come poco lontano da questo palagio nella strada mi vide, così mise mano al coltello, e disse: – Traditor, tu se’morto. – Io non mi posi a domandare per che cagione, ma quanto potei cominciai a fuggire e qui me ne venni dove, mercé di Dio e di questa gentil donna, scampato sono.

Disse allora il cavaliere:

– Or via, non aver paura alcuna; io ti porrò a casa tua sano e salvo, e tu poi sappi far cercar quello che con lui hai a fare.

E, come cenato ebbero, fattol montare a cavallo, a Firenze il ne menò, e lasciollo a casa sua. Il quale, secondo l’ammaestramento della donna avuto, quella sera medesima parlò con messer Lambertuccio occultamente, e sì con lui ordinò, che quantunque poi molte parole ne fossero, mai per ciò il cavalier non s’accorse della beffa fattagli dalla moglie.

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Giovanni Boccaccio – Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni notte; di che mentre che il geloso nascostamente prende guardia all’uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo amante, e con lui si dimora

Posto avea fine la Lauretta al suo ragionamento, e avendo già ciascun commendata la donna che ella bene avesse fatto e come a quel cattivo si conveniva, il re, per non perder tempo, verso la Fiammetta voltatosi, piacevolmente il carico le ‘mpose del novellare; per la qual cosa ella così cominciò.

Nobilissime donne, la precedente novella mi tira a dovere io similmente ragionar d’un geloso, estimando che ciò che si fa loro dalle loro donne, e massimamente quando senza cagione ingelosiscono, esser ben fatto. E se ogni cosa avessero i componitori delle leggi guardata, giudico che in questo essi dovessero alle donne non altra pena avere constituta che essi constituirono a colui che alcuno offende sé difendendo; per ciò che i gelosi sono insidiatori della vita delle giovani donne e diligentissimi cercatori della lor morte.

Esse stanno tutta la settimana rinchiuse e attendono alle bisogne familiari e domestiche, disiderando, come ciascun fa, d’aver poi il dì delle feste alcuna consolazione, alcuna quiete, e di potere alcun diporto pigliare, sì come prendono i lavoratori dei campi, gli artefici delle città e i reggitori delle corti; come fece Iddio, che il dì settimo da tutte le sue fatiche si riposò; e come vogliono le leggi sante e le civili, le quali, allo onor di Dio e al ben comune di ciascun riguardando, hanno i dì delle fatiche distinti da quegli del riposo. Alla qual cosa fare niente i gelosi consentono, anzi quegli dì che a tutte l’altre son lieti, fanno ad esse, più serrate e più rinchiuse tenendole, esser più miseri e più dolenti; il che quanto e qual consumamento sia delle cattivelle quelle sole il sanno che l’hanno provato. Perché, conchiudendo, ciò che una donna fa ad un marito geloso a torto, per certo non condennare ma commendare si dovrebbe.

Fu adunque in Arimino un mercatante, ricco e di possessioni e di denari assai, il quale avendo una bellissima donna per moglie, di lei divenne oltre misura geloso: né altra cagione a questo avea se non che, come egli molto l’amava e molto bella la teneva e conosceva che ella con tutto il suo studio s’ingegnava di piacergli, così estimava che ogn’uomo l’amasse, e che ella a tutti paresse bella e ancora che ella s’ingegnasse così di piacere altrui come a lui. E così ingelosito tanta guardia ne prendeva e sì stretta la tenea, che forse assai son di quegli che a capital pena son dannati, che non sono da’ pregionieri con tanta guardia servati.

La donna, lasciamo stare che a nozze o a festa o a chiesa andar potesse, o il piè della casa trarre in alcun modo, ma ella non osava farsi ad alcuna finestra né fuor della casa guardare per alcuna cagione; per la qual cosa la vita sua era pessima, ed essa tanto più impaziente sosteneva questa noia, quanto meno si sentiva nocente.

Per che, veggendosi a torto fare ingiuria al marito, s avvisò, a consolazion di sé medesima, di trovar modo (se alcuno ne potesse trovare) di far sì che a ragione le fosse fatto. E per ciò che a finestra far non si potea, e così modo non avea di potersi mostrare contenta dello amore d’alcuno che atteso l’avesse per la sua contrada passando, sappiendo che nella casa la quale era allato alla sua aveva alcun giovane e bello e piacevole, si pensò, se pertugio alcun fosse nel muro che la sua casa divideva da quella, di dovere per quello tante volte guatare, che ella vedrebbe il giovane in atto da potergli parlare, e di donargli il suo amore, se egli il volesse ricevere; e se modo vi si potesse vedere, di ritrovarsi con lui alcuna volta, e in questa maniera trapassare la sua malvagia vita infino a tanto che il fistolo uscisse da dosso al suo marito.

E venendo ora in una parte e ora in una altra, quando il marito non v’era, il muro della casa guardando, vide per avventura in una parte assai segreta di quella il muro alquanto da una fessura esser aperto; per che, riguardando per quella, ancora che assai male discerner potesse dall’altra parte, pur s’avvide che quivi era una camera dove capitava la fessura, e seco disse: – Se questa fosse la camera di Filippo – (cioè del giovane suo vicino) – io sarei mezza fornita. -E cautamente da una sua fante, a cui di lei incresceva, ne fece spiare, e trovò che veramente il giovane in quella dormiva tutto solo; per che, visitando la fessura spesso, e, quando il giovane vi sentiva, faccendo cader pietruzze e cotali fuscellini, tanto fece che, per veder che ciò fosse, il giovane venne quivi. Il quale ella pianamente chiamò; ed egli che la sua voce conobbe, le rispose; ed ella, avendo spazio, in brieve tutto l’animo suo gli aprì. Di che il giovane contento assai, sì fece che dal suo lato il pertugio si fece maggiore, tuttavia in guisa faccendo che alcuno avvedere non se ne potesse; e quivi spesse volte insieme si favellavano e toccavansi la mano, ma più avanti per la solenne guardia del geloso non si poteva.

Ora, appressandosi la festa del Natale, la donna disse al marito che, se gli piacesse, ella voleva andar la mattina della pasqua alla chiesa e confessarsi e comunicarsi come fanno gli altri cristiani.

Alla quale il geloso disse:

– E che peccati ha’tu fatti, che tu ti vuoi confessare?

Disse la donna:

– Come! Credi tu che io sia santa, perché tu mi tenghi rinchiusa? Ben sai che io fo de’ peccati come l’altre persone che ci vivono, ma io non gli vo’dire a te, ché tu non se’prete.

Il geloso prese di queste parole sospetto e pensossi di voler saper che peccati costei avesse fatti e avvisossi del modo nel quale ciò gli verrebbe fatto; e rispose che era contento, ma che non volea che ella andasse ad altra chiesa che alla cappella loro; e quivi andasse la mattina per tempo e confessassesi o dal cappellan loro o da quel prete che il cappellan le desse e non da altrui, e tornasse di presente a casa. Alla donna pareva mezzo avere inteso; ma, senza altro dire, rispose che sì farebbe.

Venuta la mattina della pasqua, la donna si levò in su l’aurora e acconciossi e andossene alla chiesa impostale dal marito. Il geloso d’altra parte levatosi se n’andò a quella medesima chiesa e fuvvi prima di lei; e avendo già col prete di là entro composto ciò che far voleva, messasi prestamente una delle robe del prete indosso con un cappuccio grande a gote, come noi veggiamo che i preti portano, avendosel tirato un poco innanzi, si mise a stare in coro.

La donna venuta alla chiesa fece domandare il prete. Il prete venne, e udendo dalla donna che confessar si volea, disse che non potea udirla, ma che le manderebbe un suo compagno; e andatosene, mandò il geloso nella sua malora. Il quale molto contegnoso vegnendo, ancora che egli non fosse molto chiaro il dì ed egli s’avesse molto messo il cappuccio innanzi agli occhi, non si seppe sì occultare che egli non fosse prestamente conosciuto dalla donna; la quale, questo vedendo, disse seco medesima: – Lodato sia Iddio, che costui di geloso è divenuto prete; ma pure lascia fare, ché io gli darò quello che egli va cercando. – Fatto adunque sembiante di non conoscerlo, gli si pose a sedere a’ piedi.

Messer lo geloso s’avea messe alcune petruzze in bocca, acciò che esse alquanto la favella gli ‘mpedissero, sì che egli a quella dalla moglie riconosciuto non fosse, parendogli in ogn’altra cosa sì del tutto esser divisato che esser da lei riconosciuto a niun partito credeva.

Or venendo alla confessione, tra l’altre cose che la donna gli disse, avendogli prima detto come maritata era, si fu che ella era innamorata d’un prete, il quale ogni notte con lei s’andava a giacere.

Quando il geloso udì questo, e’gli parve che gli fosse dato d’un coltello nel cuore; e se non fosse che volontà lo strinse di saper più innanzi, egli avrebbe la confessione abbandonata andatosene. Stando adunque fermo domandò la donna:

– E come? Non giace vostro marito con voi?

La donna rispose:

– Messer sì.

– Adunque, – disse ‘l geloso – come vi puote anche il prete giacere?

– Messere, – disse la donna – il prete con che arte il si faccia non so, ma egli non è in casa uscio sì serrato che, come egli il tocca, non s’apra; e dicemi egli che, quando egli è venuto a quello della camera mia, anzi che egli l’apra, egli dice certe parole per le quali il mio marito incontanente s’addormenta, e come addormentato il sente, così apre l’uscio e viensene dentro e stassi con meco, e questo non falla mai.

Disse allora il geloso:

– Madonna, questo è mal fatto, e del tutto egli ve ne conviene rimanere.

A cui la donna disse:

– Messere, questo non crederrei io mai poter fare, per ciò che io l’amo troppo.

– Dunque, – disse il geloso – non vi potrò io assolvere.

A cui la donna disse:

– Io ne son dolente: io non venni qui per dirvi le bugie; se io il credessi poter fare, io il vi direi.

Disse allora il geloso:

– In verità, madonna, di voi m’incresce, ché io vi veggio a questo partito perder l’anima; ma io, in servigio di voi, ci voglio durar fatica in far mie orazioni speziali a Dio in vostro nome, le quali forse vi gioveranno; e sì vi manderò alcuna volta un mio cherichetto, a cui voi direte se elle vi saranno giovate o no; e se elle vi gioveranno, sì procederemo innanzi.

A cui la donna disse:

– Messer, cotesto non fate voi che voi mi mandiate persona a casa, ché, se il mio marito il risapesse, egli è sì forte geloso che non gli trarrebbe del capo tutto il mondo che per altro che per male vi si venisse, e non avrei ben con lui di questo anno.

A cui il geloso disse:

– Madonna, non dubitate di questo, ché per certo io terrò sì fatto modo, che voi non ne sentirete mai parola da lui.

Disse allora la donna:

– Se questo vi dà il cuore di fare, io son contenta; – e fatta la confessione e presa la penitenzia, e da’ piè levataglisi, se n’andò a udire la messa.

Il geloso soffiando con la sua mala ventura s’andò a spogliare i panni del prete, e tornossi a casa, disideroso di trovar modo da dovere il prete e la moglie trovare insieme, per fare un mal giuoco e all’uno e all’altro. La donna tornò dalla chiesa, e vide bene nel viso al marito che ella gli aveva data la mala pasqua; ma egli, quanto poteva, s’ingegnava di nasconder ciò che fatto avea e che saper gli parea.

E avendo seco stesso diliberato di dover la notte vegnente star presso all’uscio della via ad aspettare se il prete venisse, disse alla donna:

– A me conviene questa sera essere a cena e ad albergo altrove, e per ciò serrerai ben l’uscio da via e quello da mezza scala e quello della camera, e quando ti parrà t’andrai a letto.

La donna rispose:

– In buon’ora.

E quando tempo ebbe se n’andò alla buca e fece il cenno usato, il quale come Filippo sentì, così di presente a quel venne. Al quale la donna disse ciò che fatto avea la mattina, e quello che il marito appresso mangiare l’aveva detto, e poi disse:

– Io son certa che egli non uscirà di casa, ma si metterà a guardia dell’uscio; e per ciò truova modo che su per lo tetto tu venghi stanotte di qua, sì che noi siamo insieme.

Il giovane, contento molto di questo fatto, disse:

– Madonna, lasciate far me.

Venuta la notte, il geloso con sue armi tacitamente si nascose in una camera terrena, e la donna avendo fatti serrar tutti gli usci, e massimamente quello da mezza scala, acciò che il geloso su non potesse venire, quando tempo le parve, il giovane per via assai cauta dal suo lato se ne venne, e andaronsi a letto, dandosi l’un dell’altro piacere e buon tempo; e venuto il dì, il giovane se ne tornò in casa sua.

Il geloso, dolente e senza cena, morendo di freddo, quasi tutta la notte stette con le sue armi allato all’uscio ad aspettare se il prete venisse; e appressandosi il giorno, non potendo più vegghiare, nella camera terrena si mise a dormire.

Quindi vicin di terza levatosi, essendo già l’uscio della casa aperto faccendo sembiante di venire altronde, se ne salì in casa sua e desinò. E poco appresso mandato un garzonetto, a guisa che stato fosse il cherico del prete che confessata l’avea, la mandò dimandando se colui cui ella sapeva più venuto vi fosse.

La donna, che molto bene conobbe il messo, rispose che venuto non v’era quella notte, e che, se così facesse, che egli le potrebbe uscir di mente, quantunque ella non volesse che di mente l’uscisse.

Ora che vi debbo dire? Il geloso stette molte notti per volere giugnere il prete all’entrata, e la donna continuamente col suo amante dandosi buon tempo. Alla fine il geloso, che più sofferir non poteva, con turbato viso domandò la moglie ciò che ella avesse al prete detto la mattina che confessata s’era. La donna rispose che non gliele voleva dire, per ciò che ella non era onesta cosa né convenevole.

A cui il geloso disse:

– Malvagia femina, a dispetto di te io so ciò che tu gli dicesti; e convien del tutto che io sappia chi è il prete di cui tu tanto se’innamorata e che teco per suoi incantesimi ogni notte si giace, o io ti segherò le veni.

La donna disse che non era vero che ella fosse innamorata d’alcun prete.

– Come! – disse il geloso – non dicestù così e così al prete che ti confessò?

La donna disse:

– Non che egli te l’abbia ridetto, ma egli basterebbe, se tu fossi stato presente, mai sì, che io gliele dissi.

– Dunque, – disse il geloso – dimmi chi è questo prete, e tosto.

La donna cominciò a sorridere, e disse:

– Egli mi giova molto quando un savio uomo è da una donna semplice menato come si mena un montone per le corna in beccheria; benché tu non se’savio, né fosti da quella ora in qua che tu ti lasciasti nel petto entrare il maligno spirito della gelosia, senza saper perché; e tanto quanto tu se’più sciocco e più bestiale, cotanto ne diviene la gloria mia minore.

Credi tu, marito mio, che io sia cieca degli occhi della testa, come tu se’cieco di quegli della mente? Certo no; e vedendo conobbi chi fu il prete che mi confessò, e so che tu fosti desso tu; ma io mi puosi in cuore di darti quello che tu andavi cercando, e dieditelo. Ma, se tu fussi stato savio come esser ti pare, non avresti per quel modo tentato di sapere i segreti della tua buona donna, e, senza prender vana sospezion, ti saresti avveduto di ciò che ella ti confessava così essere il vero, senza avere ella in cosa alcuna peccato.

Io ti dissi che io amava un prete: e non eri tu, il quale io a gran torto amo, fatto prete? Dissiti che niuno uscio della mia casa gli si poteva tener serrato quando meco giacer volea: e quale uscio ti fu mai in casa tua tenuto quando tu colà dove io fossi se’voluto venire? Dissiti che il prete si giaceva ogni notte con meco: e quando fu che tu meco non giacessi? E quante volte il tuo cherico a me mandasti, tante sai quante tu meco non fosti, ti mandai a dire che il prete meco stato non era. Quale smemorato altri che tu, che alla gelosia tua t’hai lasciato accecare, non avrebbe queste cose intese? E se’ ti stato in casa a far la notte la guardia all’uscio, e a me credi aver dato a vedere che tu altrove andato sii a cena e ad albergo.

Ravvediti oggimai, e torna uomo come tu esser solevi, e non far far beffe di te a chi conosce i modi tuoi come fo io, e lascia star questo solenne guardar che tu fai; ché io giuro a Dio, se voglia me ne venisse di porti le corna, se tu avessi cento occhi come tu n’hai due, e’mi darebbe il cuore di fare i piacer miei in guisa che tu non te ne avvedresti.

Il geloso cattivo, a cui molto avvedutamente pareva avere il segreto della donna sentito, udendo questo, si tenne scornato; e senza altro rispondere, ebbe la donna per buona e per savia; e quando la gelosia gli bisognava del tutto se la spogliò, così come, quando bisogno non gli era, se l’aveva vestita. Per che la savia donna, quasi licenziata ai suoi piaceri, senza far venire il suo amante su per lo tetto, come vanno le gatte, ma pur per l’uscio, discretamente operando, poi più volte con lui buon tempo e lieta vita si diede.

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