Gianni Alfani – Ballatetta dolente

Ballatetta dolente,
va’ mostrando il mi’ pianto
che di dolor mi cuopre tutto quanto.
Tu te ne andrai imprima a quella gioia
per cui Fiorenza luce ed è pregiata;
e quetamente, che non le sie noia,
la priega che t’ascolti, o sconsolata;
poi le dirai affannata
come m’ha tutto infranto
il tristo bando che mi colse al canto.
S’ella si volge verso te pietosa,
ad ascoltar le pene che tu porti,
traendo guai dolente e vergognosa,
lei pingi come gli occhi miei son morti
per li gran colpi e forti
che ricevetter tanto
da’ suoi nel mi’ partir, ch’or piagne in canto.
Po’ fa’ sì ch’entri ne la mente a Guido,
perch’ egli è sol colui che vede Amore,
e mostrali lo spirito ch’un strido
me trã d’angoscia del disfatto core;
e se vedrà ‘l dolore
che ‘l distrugge, i’ mi vanto
ched e’ ne sospirrà di pietà alquanto.

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Gianni Alfani – Quanto più mi disdegni più mi piaci

Quanto più mi disdegni, più mi piaci,
e quan’ tu mi di': «Taci»,
una paura nel cor mi discende
che dentro un pianto di morte v’accende.
Se non t’incresce di veder morire
lo cor che tu m’ha’ tolto,
Amor l’ucciderà ‘n quella paura
ch’accende il pianto del crudel martire,
che mi spegne del volto
l’ardire, in guisa che non s’assicura
di volgersi a guardar negli occhi tuoi:
però che sente i suoi
sì gravi nel finir che li contende,
che non li può levar, tanto li ‘ncende.

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Gianni Alfani – Donne, la donna mia ha d’un disegno

Donne, la donna mia ha d’un disdegno
sì ferito ‘l me’ core,
che se voi non l’atate e’ se ne more!
Ella l’ha disdegnato così forte
perch’i’ guarda’ negli occhi di costei,
che ha ferito un mio compagno a morte;
e sol per questo la miraro i miei.
Ond’i’ vi dico ch’i’ m’ucciderei,
se ‘l su’ dolce valore
non avesse pietà del mi’ dolore.
Questa mia bella donna che mi sdegna,
legò sì stretto il meo cor quando ‘l prese,
che non si sciolse mai per altra insegna
che vedesse d’Amor: tanto l’accese
d’una fiamma del su’ piacer, che tese
lo su’ arco ad Amore,
col qual ne pinge l’anima de fòre.

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Gianni Alfani – Guato una donna dov’io la scontrai

Guato una donna dov’ io la scontrai,
che cogli occhi mi tolse
lo cor, quando si volse
per salutarmi, e nol mi rendéo mai.
Io la pur miro là dov’ io la vidi,
e veggiovi con lei
il bel saluto che mi fece allore;
lo quale sbigottì sì gli occhi miei,
che li ‘ncerchiò di stridi
l’anima mia che li pingea di fòre,
perché sentiva in lui venir umìle
un spirito gentile
che le diceva: «Omai
guata costei! Se non, tu ti morrai».
Amor vi vien colà dov’ i’ la miro,
amantato di gioia
ne li raggi del lume ch’ella spande;
e contami che pur conven ch’i’ moia
per forza d’un sospiro,
che per coste’ i’ debbo far sì grande,
che l’anima smarrita s’andrà via.
Ah, bella donna mia,
sentira’ tu che guai!
Che te ne ‘ncresca quando li udirai!
Tu se’ stata oggimai sette anni pura,
danza mia nova e sola,
cercando ‘l mondo d’un che ti vestisse;
ed hai veduto quella, che m’imbola
la vita, star pur dura
e non pregare alcun che ti coprisse.
Però ti conven gire a lei pietosa
e dirle: «I’ son tua cosa,
madonna; tu che sai,
fa ch’i’ sia ben vestita di tuo’ vai.»
« Se tu mi vesti ben questa fanciulla,
donna, uscirò di culla.»
«E saprò s’i’ serrai
alcuna roba vaia, sì l’avrai.»

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Paolo Lanfranchi – Quattr’omin son dipinti ne la rota

Quattr’ omin son dipinti ne la rota
per la ventura dello esemplo dato:
e l’altro sta di sopra incoronato,
e l’uno in su valentemente nota.
E ‘l terzo se tien le mani a la gota,
ed è villanamente trabucato,
e’l quarto sta di sotto riversato,
e d’ogni estremità li dà sua dota.
Io fui quel che là su andai montando
intorno intorno la rota girata,
e fui di sopra a tutto il mio comando;
poi la testa mi fo incoronata.
Or son caggiuto d’ogni ben in bando,
nel finimento de la mia giornata.

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Paolo Lanfranchi – L’altrier, pensando, mi emaginai

L’altrier pensando mi emaginai
mandare Amore a la donna mia;
ed a lui piacque per sua cortesia
andar a léi; tanto ne ‘l pregai.
Poi retornò e disseme:«Che fai?
tutta l’ho misa ne la tua bailìa:
I’ti so a dire, ch’ell’è a mezza via,
e vien a te, se tu a lei non vai.»
Po’ me venn’un penser da l’altro lato,
e fortemente me represe e disse:
«Amico meo, tu hai folle pensato.
Or credi tu ch’ella con te venisse?
E tu anderesti a lei? Se’ tu in istato?»
Parveme allor che l’alma se partisse.

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Paolo Lanfranchi – Dimme, Amore, vorestù tornare

«Dimme Amore; vorestú tornare
da la mia parte a la donna mia?»
«Sì, se tu vogli, ma ell’è follia:
ché talor nòce lo troppo adastare.»
«E lo meo core vi vol pur andare,
e ti demanda en sua compagnia.»
«Di presente me meterò en via
dapo’ ch’eo veggio ch’a lui e te pare.
Or me di’ ciò che tu vòi che gli dica:
che tu non fini clamare mercede?
Perzò non è bisogno andarne mica,
per aventura ch’ella non ti crede.»
«Sì fa'; che di me vive e se nutrica;
e ‘l cor non pò durar, se no’ la vede.»

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