AFRICA/ETIOPIA – L’Auditorium dell’ospedale di Wolisso dedicato a don Luigi Mazzucato

Wolisso – Si è appena tenuta la cerimonia di intitolazione dell’Aula Magna/Auditorium dell’Ospedale di Wolisso alla memoria di don Luigi Mazzucato, storico direttore di Medici con l’Africa Cuamm. “Era l’ospedale che tanto amava. Uno dei pochi costruito interamente dal Cuamm, che di solito si affianca a strutture già esistenti, governative o diocesane, per rimetterle in pista” si legge nella nota inviata all’Agenzia Fides.
L’Ospedale di Wolisso è stato fin dall’origine una grandissima sfida portata avanti con caparbia determinazione dall’allora direttore del Cuamm don Luigi Mazzucato in uno sforzo condiviso con la Chiesa cattolica etiope. È proprio per questo che a don Luigi oggi viene intitolata l’Aula Magna/Auditorium dell’Ospedale, per fare rivivere quella determinazione proprio nei luoghi per cui si è speso. L’Ospedale St. Luke di Wolisso, con i suoi 192 posti letto è il più importante ospedale non governativo dell’Etiopia. Costituisce la struttura di riferimento per la Regione dell’Oromia. I beneficiari dei servizi forniti dall’Ospedale sono le 1.175.000 persone che vivono nella Provincia. La struttura fornisce servizi di medicina, pronto soccorso, ortopedia, visite ambulatoriali, ed è dotato di reparti di pediatria, ostetricia, malnutrizione, dipartimento di salute materno-infantile, sala di attesa per le donne ad alto rischio nel parto. La scuola ostetriche e infermieri collegata, operativa anch’essa dal 2000, forma infermieri generici, ostetriche e assistenti sanitari. Nella zona vi sono 20 centri di salute e 53 community health posts, interessati dal progetto di sanità pubblica che raggiunge il territorio. Solo nel 2016 ha garantito 11.337 visite ambulatoriali, 5.552 vaccinazioni, 4.557 visite prenatali, 9.389 parti assistiti e 10.826 screening per la malnutrizione su bambini sotto i 5 anni. E’, inoltre, una delle dieci stazioni del nuovo progetto del Cuamm “Prima le mamme e i bambini. Mille di questi giorni” che mira a garantire interventi a sostegno della mamma e del piccolo nei primi 1.000 giorni, cioè il tempo che va dall’inizio della gravidanza fino ai due anni di vita, incluso il parto gratuito e sicuro e il trattamento della malnutrizione acuta e cronica.

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AMERICA/PERU’ – Si apre oggi l’VIII Forum Sociale Panamazzonico (FOSPA)

Tarapoto – Si apre oggi, 28 aprile, l’VIII Forum Sociale Panamazzonico a Tarapoto, Perù. Il FOSPA è un luogo privilegiato per presentare proposte e alternative promosse all’interno della società civile PanAmazzonica. Temi fondamentali come territorialità, diritti umani, sovranità alimentare, megaprogetti o città, tra gli altri, saranno discussi dalle organizzazioni sociali della regione, sempre da una prospettiva pan-amazzonica.
A questo ottavo FOSPA hanno da tempo confermato la loro partecipazione diverse realtà ecclesiali, alcune giurisdizioni ecclesiastiche dell’Amazzonia, congregazioni religiose e operatori pastorali, molti dei quali appartengono già alla rete REPAM. L’obiettivo è di condividere con molte altre organizzazioni sociali questo spazio pubblico, contribuendo con l’esperienza della particolare presenza della Chiesa nell’Amazzonia.
Il Forum si concluderà il 1° maggio, ed è stata preparata anche una piattaforma digitale per poter seguire l’evento. Maggiori informazioni su http://www.forosocialpanamazonico.com.

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AMERICA/BOLIVIA – Aperta l’Assemblea dei Vescovi: si prega per il Venezuela e si prepara la visita Ad Limina

Cochabamba – Con una solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Mons. Oscar Aparicio, Arcivescovo di Cochabamba e Vicepresidente della Conferenza Episcopale Boliviana , si è aperta ieri, 27 aprile, la 103 Assemblea Plenaria della CEB. Durante l’omelia l’Arcivescovo ha sottolineato: “Viviamo nella sofferenza la tragica situazione del popolo venezuelano, ferito a morte da interessi di potere e ideologie che seminano la morte e la sofferenza”.
Durante il discorso inaugurale, inviato all’Agenzia Fides, il Presidente della CEB, Mons. Ricardo Centellas, Vescovo di Potosi, ha detto: “Nel mese di settembre andremo a Roma, per la Visita Ad Limina, per rinnovare il nostro spirito di comunione con il Successore di Pietro e riavvivare la nostra missione profetica. Papa Francesco ci ricorda con insistenza la necessità di una trasformazione missionaria che coinvolge tutte le strutture ed i servizi della Chiesa”.
Padre José Fuentes, Segretario aggiunto della CEB, aveva spiegato in precedenza che l’Assemblea dovrà discutere temi di importanza nazionale, quindi preparerà il rapporto da presentare a Papa Francesco, un documento che riassuma il lavoro di evangelizzazione in Bolivia da tutte le prospettive: sociale, economica, politica, ecc. “Oltre a questo, ci sono temi fondamentali della nostra realtà – ha aggiunto padre Fuentes -, come il tema della pubblica istruzione e dell’educazione cattolica in Bolivia”.
Un altro tema importante che coinvolge tutta la Chiesa nel paese, è la preparazione del V Congresso Missionario Americano che si svolgerà nel 2018 nel paese. L’Assemblea si chiuderà il 2 maggio con un Messaggio al Popolo di Dio da parte dei Vescovi.

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Rule and Exercises of Holy Dying, The by TAYLOR, Jeremy

Written by a Church of England clergyman in the time of Cromwell, this work is praised for both its style and content. Taylor’s work was much admired by John Wesley, the founder of Methodism, for its devotional quality; and by Samuel Taylor Coleridge, Thomas de Quincey, and Edmund Gosse for its literary qualities.

Holy Dying is meant to instruct the reader in the “means and instruments” of preparing for a blessed death, written in a time when death was a constant companion to life and not to be encountered without being ready for it. It assumes illness and a death-bed, with recommended meditations and prayers for the sick, the family, and the clergyman attending to the dying one. (Summary by TriciaG, with help from Wikipedia)
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Trump e la controrivoluzione fiscale

di Michele Paris

Con l’avvicinarsi del traguardo dei primi 100 giorni alla Casa Bianca e viste le crescenti inquietudini di Wall Street per un’amministrazione fin qui inconcludente sul fronte economico, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha presentato questa settimana una proposta molto approssimativa di riforma fiscale destinata ad abbassare drasticamente il livello di tassazione degli americani più ricchi, a cominciare da egli stesso e dalla sua famiglia.

Il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, e il direttore del Consiglio Nazionale per l’Economia, Gary Cohn, sono stati protagonisti di una conferenza stampa alla Casa Bianca nel pomeriggio di mercoledì per spiegare i punti fondamentali della proposta di Trump in ambito fiscale.

Con particolare entusiasmo, i due membri multimilionari ed ex Goldman Sachs del gabinetto Trump hanno elencato i principali cambiamenti proposti alle regole del fisco americano che, se implementati, allargheranno in maniera smisurata il deficit federale e il debito pubblico degli Stati Uniti per consentire ai redditi più elevati e alle grandi imprese di accumulare ulteriori ricchezze.

La misura più consistente e significativa avanzata dal presidente USA è la riduzione della tassa nominale sulle imprese dall’attuale 35% al 15%. Molte grandi corporation americane non pagano nemmeno lontanamente la quota attuale, grazie a espedienti più o meno legali, sottraendo già ingenti risorse pubbliche spesso “parcheggiate” in paradisi fiscali o in paesi che offrono regimi fiscali più vantaggiosi.

Secondo alcuni studi citati dai media americani, l’implementazione di questo taglio alle tasse delle aziende private determinerebbe mancati introiti per le casse federali per almeno duemila miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.

La Casa Bianca e i sostenitori dell’abbassamento del carico fiscale sulle imprese continuano a proporre la favola della necessità di liberare risorse a favore di queste ultime per creare posti di lavoro, in modo che la crescita economica così stimolata possa compensare il diminuito gettito fiscale.

Come ha già dimostrato la storia di questi ultimi anni, in gran parte i profitti extra delle corporation non vengono in realtà destinati agli investimenti ma sono piuttosto distribuiti agli azionisti o impiegati nel riacquisto delle proprie azioni.

Comunque, anche ammettendo per vera questa fantasia neoliberista, gli stessi economisti conservatori avvertono in molti casi dell’impossibilità di far fronte interamente al buco di bilancio provocato dai tagli alle tasse per i più ricchi attraverso il margine di crescita economica che simili iniziative dovrebbero generare, tanto più in scenari precari come quelli attuali.

Ad esempio, la presidente del “Committee for a Responsible Federal Budget”, che si batte per il rigore delle finanze pubbliche negli USA, in un’intervista al New York Times ha calcolato che l’intera riforma fiscale di Trump ridurrebbe le entrate federali per una cifra compresa tra i tremila e i settemila miliardi di dollari in dieci anni, così da richiedere, per compensazione, un tasso di crescita economica annua del 4,5%, vale a dire più del doppio di quello previsto.

Il costo enorme della riforma fiscale proposta da Trump è determinato anche dall’abolizione della tassa di successione, oggi applicata solo alle fortune superiori ai 5 milioni di dollari, e alla cosiddetta “Alternative Minimum Tax” (AMT), ovvero una sorta di tassa supplementare sul reddito che va a compensare esenzioni e riduzioni dell’aliquota di quella tradizionale di cui beneficiano spesso e per vari motivi i contribuenti più benestanti.

Queste due misure finirebbero per favorire in modo sensibile proprio il presidente Trump e la sua famiglia, nonché molti membri facoltosi del suo gabinetto. Per quanto riguarda la prima, gli effetti sono di per sé evidenti, mentre per la seconda ciò si evince dalla recente pubblicazione da parte del presidente della sua dichiarazione dei redditi per l’anno 2005. In essa era emerso come Trump avesse pagato 38 milioni di dollari di tasse invece di 5 proprio in base alla AMT.

Inoltre, dietro alla pretesa di razionalizzare il complesso sistema di tassazione americano, la Casa Bianca ha inserito un ulteriore regalo ai più ricchi. Le aliquote riservate ai contribuenti individuali passeranno da sette a tre, ma quella più alta scenderà dal 39,6% al 35%. La sovrattassa sui “capital gains” del 3,8%, introdotta da Obama per finanziare la legge sul sistema sanitario del 2010, dovrebbe essere infine eliminata.

Nella proposta di riforma ci sono anche alcune iniziative rivolte ai contribuenti delle classi medie. Una di queste è il raddoppio delle deduzioni fiscali consentite a singoli e famiglie, anche se gli effetti benefici potrebbero essere annullati dallo stop ad altre detrazioni solitamente previste negli Stati Uniti, come quelle per le tasse pagate a livello statale e locale o per l’assistenza sanitaria offerta dai datori di lavoro.

Le reazioni del panorama politico di Washington alla bozza di riforma fiscale proposta da Trump sono state particolarmente rivelatrici. I vertici del Partito Democratico hanno denunciato il colossale regalo ai ricchi americani che essa comporterebbe, ma più che altro hanno espresso critiche nei confronti del presidente a causa dell’esplosione del debito pubblico che questi tagli alle tasse provocherebbero.

Molti giornali hanno poi descritto il presunto travaglio dei conservatori all’interno del Partito Repubblicano, i quali dovranno decidere se appoggiare una riforma che intende realizzare uno dei principi cardine del loro programma politico – un carico fiscale irrisorio per i più ricchi – pur correndo il rischio di allentare la presa sulla riduzione del debito pubblico, considerando anche che il gigantesco bilancio militare USA continua a risultare non solo intoccabile ma in costante crescita.

In effetti, le dichiarazioni di svariati “falchi” del debito federale in questi giorni non hanno mostrato particolari apprensioni o dilemmi e ciò perché il taglio delle tasse per i redditi più alti e per le grandi aziende sarà compensato con un vero e proprio assalto alla spesa sociale, da tempo oggetto di sforzi bipartisan e, soprattutto, del partito che oggi governa a Washington.

Anzi, proprio l’allargamento del buco del bilancio americano e del debito pubblico attraverso la riduzione del carico fiscale per i più ricchi faciliterà il compito di quanti chiedono una riforma complessiva dei cosiddetti “entitlements”, vale a dire i programmi pubblici di assistenza come Medicaid, Medicare e Social Security che assorbono una fetta consistente della spesa federale e svolgono spesso una funzione letteralmente vitale per gli americani più poveri.

Per quanto riguarda il Partito Democratico, nonostante le critiche a Trump di questi giorni è probabile che almeno una parte di esso sarà alla fine disponibile a qualche compromesso. Già l’amministrazione Obama aveva infatti proposto la riduzione delle aliquote riservate a individui e aziende, sia pure non ai livelli prospettati da Trump, mentre anche molti Democratici al Congresso hanno mostrato in più occasioni di condividere con i colleghi Repubblicani la teoria dello stimolo all’economia tramite l’abbattimento del carico fiscale.

La proposta di Trump presentata mercoledì è ad ogni modo solo il primo passo di un processo che prevederà lunghe discussioni e trattative prima del necessario voto del Congresso. Determinante, in questo quadro, sarà capire se la maggioranza Repubblicana intenderà procedere per conto proprio o se si cercherà di coinvolgere almeno una parte dell’opposizione Democratica.

Infatti, per essere introdotti in maniera permanente, i tagli alle tasse dovranno essere approvati da una super-maggioranza al Senato di Washington, cosa che richiede l’appoggio di almeno otto membri Democratici. Questa opzione obbligherà quasi certamente i leader Repubblicani e la Casa Bianca ad attenuare alcune misure più estreme.

Se, invece, questi ultimi dovessero respingere ogni compromesso e procedere secondo la linea tracciata da Trump, una volta superate le resistenze interne potrebbero comunque votare un pacchetto fiscale con una maggioranza semplice. Secondo le regole del Senato, tuttavia, in questo caso i tagli alle tasse durerebbero solo per dieci anni e dovrebbero essere poi eventualmente prolungati da un nuovo voto dell’aula.

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Detecting the impact of temperature on transmission of Zika, dengue, and chikungunya using mechanistic models

by Erin A. Mordecai, Jeremy M. Cohen, Michelle V. Evans, Prithvi Gudapati, Leah R. Johnson, Catherine A. Lippi, Kerri Miazgowicz, Courtney C. Murdock, Jason R. Rohr, Sadie J. Ryan, Van Savage, Marta S. Shocket, Anna Stewart Ibarra, Matthew B. Thomas, Daniel P. Weikel

Recent epidemics of Zika, dengue, and chikungunya have heightened the need to understand the seasonal and geographic range of transmission by Aedes aegypti and Ae. albopictus mosquitoes. We use mechanistic transmission models to derive predictions for how the probability and magnitude of transmission for Zika, chikungunya, and dengue change with mean temperature, and we show that these predictions are well matched by human case data. Across all three viruses, models and human case data both show that transmission occurs between 18–34°C with maximal transmission occurring in a range from 26–29°C. Controlling for population size and two socioeconomic factors, temperature-dependent transmission based on our mechanistic model is an important predictor of human transmission occurrence and incidence. Risk maps indicate that tropical and subtropical regions are suitable for extended seasonal or year-round transmission, but transmission in temperate areas is limited to at most three months per year even if vectors are present. Such brief transmission windows limit the likelihood of major epidemics following disease introduction in temperate zones.
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The potential economic burden of Zika in the continental United States

by Bruce Y. Lee, Jorge A. Alfaro-Murillo, Alyssa S. Parpia, Lindsey Asti, Patrick T. Wedlock, Peter J. Hotez, Alison P. Galvani

Background

As the Zika virus epidemic continues to spread internationally, countries such as the United States must determine how much to invest in prevention, control, and response. Fundamental to these decisions is quantifying the potential economic burden of Zika under different scenarios.

Methodology/Principle findings

To inform such decision making, our team developed a computational model to forecast the potential economic burden of Zika across six states in the US (Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, and Texas) which are at greatest risk of Zika emergence, under a wide range of attack rates, scenarios and circumstances. In order to accommodate a wide range of possibilities, different scenarios explored the effects of varying the attack rate from 0.01% to 10%. Across the six states, an attack rate of 0.01% is estimated to cost $183.4 million to society ($117.1 million in direct medical costs and $66.3 million in productivity losses), 0.025% would result in $198.6 million ($119.4 million and $79.2 million), 0.10% would result in $274.6 million ($130.8 million and $143.8 million) and 1% would result in $1.2 billion ($268.0 million and $919.2 million).

Conclusions

Our model and study show how direct medical costs, Medicaid costs, productivity losses, and total costs to society may vary with different attack rates across the six states and the circumstances at which they may exceed certain thresholds (e.g., Zika prevention and control funding allocations that are being debated by the US government). A Zika attack rate of 0.3% across the six states at greatest risk of Zika infection, would result in total costs that exceed $0.5 billion, an attack rate of 1% would exceed $1 billion, and an attack rate of 2% would exceed $2 billion.


Tratto da: www.plos.org.
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We are not Charlie and we will never be.