Paola Drigo – Tango

I.

Le tre figlie della contessa Sparavieri erano convenute insieme a passare qualche giorno nella villa materna prima di partire per Roma. Era un ottobre grigio, umido e giallo, pieno di pioggia e di vento, e nella vastissima sala a pianterreno del vecchio palazzotto sperduto fra le praterie si accendeva già il fuoco e si chiacchierava intorno ai ceppi. C’era una visita: in anticamera si vedeva un cappello a tre punte col cordone violetto.
– Dunque, se ne vanno proprio tutte e tre?… Lasciano il Friuli? – chiese Monsignore accostando alle labbra un bicchierino di Cipro. – Se ne vanno davvero?
– Mi abbandonano – sorrise la vecchia contessa Sparavieri dal fondo della sua poltrona, e guardò le figliole sedute accanto a lei intorno al caminetto.
– E lei non si lagna? non protesta?
– Non può protestare! – esclamò ridendo la vedova marchesa Ottavia, la maggiore delle figlie. – Del resto mammà lo farebbe…. e come!… Ma abbiamo tutte dei troppo buoni motivi…. Non è vero, mammà?
– Ottavia, porta il figliolo al Collegio Ghislieri…. – spiegò affabilmente la vecchia dama rivolgendosi a Monsignore. – Maria ha quest’anno suo marito al Parlamento….
– Ed è lei che l’ha mandato! – interruppe la vivace e irrequieta contessa Maria, piacentissima ad onta del lungo naso, retaggio di casa Sparavieri. E puntò l’indice accusatore verso il prelato.
– E Paolina?… – chiese questi con furberia guardando al disopra degli occhiali la minore delle Sparavieri, che sedeva ai piedi della madre su di una bassa seggioletta. – E Paolina?…
Egli l’aveva vista fanciulla e la chiamava famigliarmente col nome di battesimo.
– A Paolina l’ho consigliato io stessa – disse la madre. – Gerardo vuol prendere parte alle caccie, quest’inverno…. Che farebbe Paolina tutta sola a Udine? È meglio che l’accompagni…. non pare anche a lei, Monsignore?
– Certo! certo!… Saggio consiglio, contessa Marianna. Del resto lo impone anche la legge: «La moglie deve seguire il marito.» E immagino che la contessina Paolina non si sarà fatta troppo pregare…. Roma è una città così bella, così interessante….
– Ma Paolina avrebbe seguito Gerardo in capo al mondo, anche in una landa selvaggia, anche al Polo Nord! – interruppe ancora la contessa Maria. – Paolina è un esempio raro, Monsignore!… Ma sa che dopo un anno e mezzo di matrimonio è ancora innamorata paz….
La biondissima Paolina Sparavieri balzò dalla sua seggioletta e turò colle due mani la bocca della sorella.
– Vuoi tacere, chiacchierona?
– ….Innamorata pazzamente, perdutamente, ciecamente! E aggiunga quanti altri avverbi vuole, Monsignore, e che sieno lunghi, e che finiscano in ente! Non dirà mai troppo! – continuò l’incorreggibile.
Il prelato sospirò.
– Bella cosa, bella cosa, contessina Paolina!… L’amore rende più intense le gioie, e meno crudeli i sacrifici. Beato chi ha nella vita questa scorta e questa difesa!… E lei, contessa Marianna, conta di raggiungere le fuggitive alla capitale?
– Ah no! Sono troppo vecchia, sarei d’impiccio a me e agli altri. Io resterò qui: mi hanno promesso di scrivermi spesso, di raccontarmi tutto; sarà la mia distrazione…. se manterranno.
– Avrai una lettera ogni giorno, mammà; – asserì la contessa Maria. – A Roma la vita è così varia, così brillante, che offre sempre argomento per scrivere…. Ti daremo ragguaglio di ogni cosa. Io conto di non perdere un ballo, una caccia, un thè, un ricevimento…. voglio divertirmi come una forsennata, e ballare, ballare!… Terrò alta la fama di noi friulane che siamo già celebri come ballerine….
– Allora, ballerà anche il Tango?… – chiese Monsignore con un fine sorriso.
– No purtroppo!… Le pare che la moglie di un leader cattolico possa ballare il Tango? Andrei a rischio di far perdere il collegio ad Alvise. Se non fosse per questo!…
– Del resto, non è mica un ballo indecente, sa, Monsignore; – osservò la marchesa Ottavia – tutto dipende dal modo di ballarlo; ha, in questo senso, una fama usurpata.
– Per conto mio, – disse la madre – se fossi giovane, non mi lascerei assolutamente trascinare dalla moda. È inutile, sarò una provinciale, ma trovo che ci sono delle cose, benchè innocentissime, che una vera signora non deve fare…. Ai nostri tempi, ci si divertiva egualmente, ma con maggior buon gusto e…. come dire?… con più stile…. Ma, ripeto, sono una vecchia provinciale, e voi farete a modo vostro.
– Ma scusa, mammà, riguardo a questo, mi pare che potresti dormire fra due guanciali!… Credi che il conte Gentiloni permetterebbe a Maria?… E quanto a me, ti pare che, con un figlio di sedici anni e colla mia corporatura, potrei arrischiarmi in un ballo simile? – disse la marchesa Ottavia, ancora bella, dai lineamenti fini e regolari, ma enormemente grassa, come la madre, nei suoi attillati abiti. – Paolina poi….
– Trallalà! Trallalà!… Per Paolina possiamo giurare, Monsignore! – esclamò la contessa Maria. – Paolina non ballerà mai il Tango…. per non dare il cattivo esempio a Gerardo!
– Macchè! – oppose la giovane donna arrossendo lievemente. – Non è per questo. Non lo ballerò perchè non mi piace.
– E perchè non ti piace?
– Perchè non mi piace.
– Allora per pruderie?… Ma via!… che queste idee le abbia mammà, si capisce; ma tu, a diciott’anni?… Confessa, confessa, che il Tango non piace a Gerardo!
– Sia per una ragione o per l’altra, di lei mi fido più che di voi due! – disse la madre posando sulla testa bionda della minore delle figlie uno sguardo pieno di tenerezza.
– Il conte Alvise arriverà presto? – chiese Monsignore a donna Maria.
– Alvise sarà qui stasera e verrà subito da lei – rispose ella con premura.
Fra i due s’iniziò una conversazione nella quale «Sua Eminenza» e il «Conte Gentiloni» parevano tenere gran parte.
Infine il prelato si alzò per congedarsi. La marchesa Ottavia e la contessa Maria uscirono ad accompagnarlo fino ai cancelli dove la carrozza nera attendeva. Nella vastissima sala cadde un improvviso silenzio.
– Dunque, sei contenta di partire, Paolina?… – chiese dopo qualche tempo la madre alla figlia.
Paolina balzò dalla sua seggioletta ed abbracciò impetuosamente sua madre.
– Mammà, perdonami! Non dovrei dirtelo, ma sono proprio felice! – esclamò ella.
– Avevo tanta paura che Gerardo partisse solo!… Certo, sarei stata contenta anche qui con te…. – corresse in fretta, arrossendo un po’, e ricominciando ad abbracciare sua madre.
– Non scusarti, cara; – disse la contessa Marianna – è giusto che sia così. Io non vorrò lagnarmene!
– Pensa, mammà, pensa!… Avremo una palazzina nei Quartieri Ludovisi, piccola piccola, ma graziosa, cinta da un giardinetto. Gerardo dice che è un amore. E l’arredo sarà elegantissimo: l’ha scelto lui stesso, e tu sai il suo buon gusto. Ma non me ne scrive nulla: vuol prepararmi una sorpresa. Saranno mesi d’incanto; faremo gran vita; vedrò le cacce, andrò ai balli, alle ambasciate, sarò presentata alla Regina… Per me, capisci, per me che non sono mai uscita di qui, che non ho mai visto nulla di nulla, tutto questo sembra un sogno, un sogno troppo bello!… Soltanto…. – mormorò ella a voce bassissima posando la testa sulle ginocchia di sua madre, e parve che un’improvvisa timidezza le impedisse di continuare.
– Soltanto?… – ripetè la contessa Marianna accarezzando colla sua pallida mano i capelli di lei.
– Ho quasi paura, mammà.
– Di che, bambina?
– ….Che Gerardo mi trovi brutta e goffa in mezzo a quelle dame romane così eleganti, così belle, così sicure, in mezzo a quelle affascinanti straniere. Ottavia e Maria non fanno che parlarmene. Qui tutti mi vogliono bene e sono indulgenti per me, ma laggiù… Credi che laggiù potrò sembrare a Gerardo…. almeno passabile?
– Mi fai dire delle cose che non dovrei dirti – esclamò la madre sollevandosi sulla poltrona e avvicinando il suo volto al fresco volto della figliuola. – Bambina, bambina! Guardati nello specchio: non torturarti. Va, e divertiti; sii tranquilla; non diffidare di te. Non badare alle tue sorelle.
– Hai ragione, mammà – disse Paolina sorridendo. – Ottavia e Maria si divertono a farmi disperare.
Infatti le sorelle la trattavano ancora come una bimba; la bersagliavano continuamente di piccole frecciate, la spaventavano con racconti esagerati e fantastici, e sopratutto si divertivano a stuzzicarla sul suo «folle amore» per il cugino Gerardo Sparavieri che ella aveva sposato appena uscita di collegio, e innanzi a cui, – dicevano esse, – dopo un anno e mezzo di matrimonio, continuava a restar genuflessa in atto di adorazione e di ammirazione perpetua.
– Il primo vagito di Paolina fu una dichiarazione d’amore per Gerardo – diceva la contessa Maria.
– Gerardo si accorse di essere irresistibile dagli occhi di Paolina – diceva la marchesa Ottavia.
E Paolina si lasciava punzecchiare. Era tanto dolce per lei la vita! Sembrava una bambina veramente: alta e svelta, colla testina aureolata di capelli biondissimi, con quei suoi grandi occhi cangianti nel viso espressivo, con quella sua grazia un po’ timida e quasi verginale.
E anche l’amore aveva inghirlandato di felicità la sua fresca giovinezza, la sua bellezza si era fatta quasi luminosa: era bontà e sorriso, gioia di vivere, gratitudine e abbandono completo e fiducioso di tutto il suo essere.
La contessa Marianna la seguiva talvolta con uno sguardo trepido e commosso.
Ella amava Paolina, giunta ultima a distanza di dieci anni dalle figlie maggiori, di un’appassionata tenerezza; per non staccarsene, per scongiurare il pericolo di separarsene un giorno, aveva acconsentito a legarla così presto al nipote orfano che ella stessa aveva educato e cresciuto nella sua casa come un figlio. Ma talvolta se ne accusava e se ne rimproverava come d’un atto egoistico e imprudente. La dedizione assoluta di quella bambina ignara della vita, che si era abbandonata tutta all’amore con cieca fede, e di esso aveva fatto il suo universo, la sua unica ragione di essere, la spaventava. Ella conosceva Paolina, e, più che conoscerla, la indovinava; la sentiva profondamente diversa dalle sorelle; ne intuiva, sotto la serena e infantile apparenza, la sensibilità acuta, la rettitudine adamantina, la volontà ancora sopita, ma ferma. E un fremito d’inquietudine le attraversava il cuore per quella creatura incompleta e squisita, che si affacciava all’avvenire sorridendo ingenuamente.
Madre e figlia tacevano, immerse entrambe nei loro pensieri.
Faceva quasi scuro; la sala era avvolta nella penombra; solo qua e là la fiamma dei ceppi, guizzando volubilmente, colorava di rosso la doratura di un vecchio mobile, le borchie degli alti cassettoni, le sagome delle travi alla Sansovina. Era un’ora dolce, e il silenzio, più ancora.
– Che fate qui all’oscuro?… Che state congiurando?… È arrivato Alvise! – esclamò la contessa Maria irrompendo gaiamente nella sala seguita da una bianca levriera.
– È arrivato lo zio Alvise! è arrivato lo zio Alvise! – ripetè battendo le mani dietro a lei Giampaolo Ottoboni, l’unico figlio della marchesa Ottavia.
Dal cortile saliva il teuf-teuf d’un’automobile e un festoso abbaiar di cani. I servi entrarono ad accendere i lumi.

II.

Paolina s’inchinò profondamente davanti all’altare, attraversò la chiesa ed uscì.
Fuori di Santa Trinità la grande automobile bianca attendeva, ma la giovane donna congedò con un cenno il meccanico, e s’incamminò a piedi verso la palazzina.
Non erano ancora le nove del mattino e già le strade incominciavano ad animarsi; dagli alberghi uscivano frotte di forestieri; comitive di ragazze inglesi e americane che ridevano e parlavano ad alta voce; grandi breaks carichi di tedeschi; qualche passante si voltava a guardare la giovanissima signora bionda tutta impellicciata di zibellino, due russe coi capelli corti la seguirono per qualche passo ammirando e commentando la sua semplice eleganza.
Dopo un’interminabile settimana di pioggia, il sole ritornava finalmente a sorridere su Roma; rideva alto, sui tetti umidi, da un gran cielo sparso di fantastiche nuvole. E Piazza di Spagna piena di fiori beveva e rimandava ondate di profumo e di gaiezza, e Via Condotti si pavoneggiava tutta, luccicante di vetrine e di gioielli nel fresco mattino. Gli elci dell’Accademia di Francia tremavano leggermente al soffio del vento; su per la gradinata del Bernini saliva quasi correndo una rossa teoria di preti.
Paolina camminava svelta nel sole e involontariamente sorrideva.
La piccola mendicante della chiesa, la vecchietta sbilenca e rattrappita sulle stampelle, che la vedeva arrivare ogni giorno da due settimane e sprofondarsi nella preghiera dinanzi all’altare votivo, quella mattina le si era accostata timidamente, le aveva toccato il vestito.
– Che cosa domanda?… Ricchezze?… Onori?… No?… Un bambino?… Oh, ma allora è la grazia più facile da ottenere!… Il buon Dio concede facilmente grazie di bambini…. e lei è così bella!…
Involontariamente, Paolina sorrideva ripetendosi quelle ingenue parole di conforto, e tutta la sua giovinezza, in quel dolce sole già tiepido della veniente primavera, si abbandonava superstiziosamente alla speranza:
– Forse ella sa… Gli umili sono più vicini a Dio….
In Piazza di Spagna un fanciullo si staccò correndo dalle gradinate, le si appressò, le offerse un ramoscello fiorito. Ella l’accolse, e, fatti pochi passi, indugiò un attimo dinanzi a una vetrina per guardarlo allontanarsi felice colla sua monetina d’argento. Nuovamente tutta l’anima di lei ed il suo sangue palpitarono del trepido desiderio che era divenuto la vita della sua vita stessa.
– Così mattiniera, contessa Paolina? È permesso ossequiarvi? – chiese una bella voce maschile alle sue spalle.
La giovane donna si voltò vivamente e represse a stento un moto di contrarietà. Al suo fianco, agile e svelto nella fiammeggiante divisa dei corazzieri, stava Don Falconello Sirmienti, il bellissimo, in atto di deferente saluto.
– Ho telefonato ieri più volte a casa vostra – diss’egli, baciando la mano della signora – ma mi fu sempre risposto che eravate uscita. Avevo un’ambasciata da farvi.
– Un’ambasciata?… – chiese ella, distratta, riprendendo il cammino.
Egli le si pose al fianco e l’accompagnò.
– Sì; ho visto ieri Donna Lavinia. Mi ha comunicato il risultato del sorteggio delle coppie per l’ultima figura del suo cotillon. Il mio nome ha avuto l’insperata fortuna di uscire insieme al vostro: ero incaricato di recarvi questa bella notizia.
Paolina tuffò profondamente il volto nel manicotto per nascondere il rossore che le aveva imporporato le gote.
– Non so se verrò a quel ballo…. – disse freddamente, dopo una pausa di silenzio.
– Ma come?… Se c’è vostro marito, e la marchesa Ottavia, e Donna Maria?… Se vi è già arrivato il costume?… È inutile che protestiate; Donna Lavinia me l’ha detto, e mi ha detto anche, ciò che era perfettamente inutile, che sarete adorabile, quella sera, tutta in rosso…. Non è così?… Vedete che si sa già tutto, e che non riuscite a farmi disperare! – concluse egli, in tono comicamente tragico. – Ma volete proprio spingermi al suicidio?
– Voi vi troverete un’altra dama e camperete fino ai cent’anni – disse la signora, senza poter trattenersi dal sorridere. – Non contate su di me.
– Io non cercherò altra dama che voi, e vi aspetterò, – oppose Don Falconello, improvvisamente serio, abbassando la voce, e fissandola intensamente. – Sono sicuro che verrete, contessa; – continuò, riprendendo tosto il tono leggero che gli era abituale – sarà il ballo più brillante della stagione, di una deliziosa originalità…. Ma pensate!… Una gara di Tango, nel cuore della campagna romana, d’inverno, in una vecchia rocca papale!… Non c’è che Donna Lavinia per idear cose simili. Ella è già alla villa da una settimana. A Roma non si parla d’altro. Dicono che un cotillon meraviglioso sia arrivato direttamente da Parigi, e Gerardo lo dirigerà insieme alla padrona di casa. Voi verrete!
– Non so…. – ripetè Paolina con voce stanca.
– Verrete, verrete. Ditemi che verrete. Promettetemelo solennemente. Non vi lascio finchè non avrete promesso.
– Vi telefonerò…. – rispose la giovane donna sfuggendo, e si arrestò in atto di congedo.
– Promessa?
– Di telefonarvi?… Sì. Ma adesso lasciatemi! – rise ella, porgendo la mano al bacio del giovane. Si separarono; Paolina riprese lentamente il cammino verso casa.
Un’invincibile malinconia le afferrò l’anima, si frappose come un velo di nebbia fra lei e il bel sole, e la chiara dolcezza del mattino.
Ah, che miseria, che miseria, che stanchezza!… Quell’eterna schermaglia, quell’elegante vanità di parole e di pensiero, quell’incessante corsa al piacere con cui si tentava invano di mascherare il nulla di una vita oziosa e febbrile!
Il suo entusiasmo per la capitale, per la vita brillante, era già da gran tempo svanito; ma mai come in quel giorno si sentiva più profondamente, più irrimediabilmente straniera….
L’incontro con Don Falconello, strappandola bruscamente al rifugio di speranza dove l’anima sua si appartava secretamente da qualche tempo, aveva risvegliato dal profondo il disagio insanabile, l’inconfessata avversione. Come, come spiegare neppure a sè stessa, di che soffriva, a che si ribellava? Quante volte ella si era sentita violentemente urtata e turbata da qualche cosa che non sapeva ben definire, cui non sapeva dare nessun nome, che era, quasi, nell’aria, e che le toglieva il respiro!… Eppure tutto intorno a lei era bello, elegante, raffinato, gentile: tutti le facevano feste e le prodigavano lodi e carezze. Avrebbe dovuto esser felice! Svanita la puerile apprensione di esser brutta e impacciata nel nuovo ambiente, avrebbe potuto assidersi in quel mondo come una piccola regina, troneggiare nella società nera, come Ottavia, od avere un salotto politico, come Maria. Non occorrevano virtù preclare per diventare di moda: spesso bastava l’opposto delle virtù, o, più semplicemente, un’affettazione, uno snobismo qualunque, un’eccentricità un po’ ardita….
Paolina non era attratta nè lusingata da quel miraggio. Era già così stanca! Il suo posto le sembrava già così vano!… Sempre la stessa commedia; gli stessi attori; le stesse anime; gli stessi caratteri; sotto le penne variopinte, un unico modello raffinato e banale, un’elegantissima inconsistenza, un’esasperante monotonia. Ella si guardava ormai intorno senza più curiosità, nè simpatia, nè interesse: sentiva soltanto la noia, la noia: grave, opprimente, ogni dì più profonda, montare, montare, come la marea che cresce…. Chi erano quelle donne che la baciavano e le davano del tu, quegli uomini che la guardavano con occhi curiosi ed accesi?… Erano i suoi amici, le sue amiche!… Strana parola…. I suoi amici? E parlavano tutti un linguaggio che le sarebbe stato sempre straniero, agitati tutti – anche i migliori – da passioni e da vanità che non la toccavano, e tutti – anche i migliori – rosi, come da una lebbra, dalla libidine del successo.
L’estrema giovinezza di Paolina, incapace di discernere posatamente e di scegliere, tingeva tutto e tutti dell’istesso fosco colore: eccessiva e impulsiva nei giudizi, profondamente sincera nelle preferenze e nelle simpatie, non conosceva ancora l’amabile filosofia, lo scetticismo indulgente dello spettatore mondano incanutito nei salotti; la sua inesperienza ignorava i mezzi termini: era attratta, o respinta; amava, o si ribellava – per un oscuro istinto, – e, gettata nel mondo senz’altra guida che un’acuta sensibilità, al primo urto colla vita usciva disorientata e delusa.
Gerardo invece era allegramente e completamente afferrato e travolto dall’ingranaggio mondano. Giunto a Roma, aveva dato a Paolina un piccolo «vademecum» colla lista delle signore «che bisognava conoscere» e di quelle «che bisognava ignorare»; l’aveva munita degli indirizzi della sarta e della modista più in voga; poi l’aveva presentata nei salotti aristocratici, ed aveva incominciato fedelmente a scortarla in società. Ma ben presto si era accorto che quella parte di marito incatenato, di «sorvegliante di servizio», non era fatta per lui, ed oltre ad essere ridicola e noiosa, era, sopratutto, inutile.
Paolina non aveva nessun bisogno di essere sorvegliata; era anche troppo tranquilla; teneva anche troppo ai suoi pregiudizi di collegiale; si ritraeva anche troppo nell’ombra; i suoi decolletés erano sempre troppo timidi; nei balli non si spingeva più in là dell’innocentissimo boston, non sapeva che cosa fosse flirt, ed era così infantilmente semplice e fredda da scoraggiare ogni audacia. Così docile, inoltre, alla volontà di Gerardo, che egli era sicuro che, in sua assenza sopratutto, ella si sarebbe scrupolosamente attenuta anche a distanza di anni, alle sentenze inappellabili che di tratto in tratto egli lanciava a caso, fra una boccata di fumo e l’altra, senza farvi troppa attenzione.
«Perinde ac cadaver». Aveva ragione Donna Lavinia quando la chiamava «la nostra piccola educanda» …. Aveva forse ragione anche quando diceva, senza del resto alludere a lei, che «certe donne, pur graziosissime in un ristretto circolo, sono perfettamente insignificanti nel gran mondo: da catalogarsi nella lista delle «non pericolose».
E Gerardo aveva affidata a cuor leggero Paolina alle cognate, e aveva spiccato il volo verso più liberi orizzonti.
Egli era sempre fuori: alle caccie, alle corse, al club, ai veglioni, ai balli e altrove…. Era un bel ragazzo, uno sportman irreprensibile, un ottimo ballerino, una specie di arbíter elegantiarum; le signore se lo disputavano, i gentiluomini non organizzavano partita di cui Sparavieri non facesse parte; e quella vita, anzichè saziarlo, agiva su di lui come un eccitante terribile, pareva aizzarlo con uno sperone furibondo. Paolina lo vedeva appena: frettoloso, distratto; ma, troppo fiduciosa per sospettare, troppo fiera per lagnarsene, lo scusava anzi in cuor suo, era contenta che, almeno lui, si divertisse, trovava giusto che fosse un po’ libero, e il suo cuore innamorato, difeso come da una corazza dalle sue illusioni e dalla sua cieca fede, non riusciva a formular neppure un rimprovero. Certo, era un po’ triste che la loro cara intimità fosse così interrotta e turbata, ma si trattava ancora di pochi mesi, poi egli le sarebbe tornato, più tranquillo, più suo….
Docilmente, ella si era affidata alla protezione delle sorelle, e, non senza un’ombra di malinconia, diceva a sè stessa che, dopo tutto, la società aveva pure qualche qualità non detestabile, dacchè ella vi andava per incontrarvi Gerardo….
Ma da qualche tempo vi incontrava invece più spesso il Sirmienti.
Don Falconello aveva immediatamente notato Paolina al suo debutto nei salotti romani; quella freschezza quasi acerba, quella grazia un po’ timida, quella «virginità» d’apparenza e di modi, quella «novità» insomma, l’avevano incuriosito e colpito. Ma, audace abitualmente fino all’impertinenza, avvezzo, per la sua bellezza, per il suo gran nome, a conquiste assai pronte, e, spesso, ad esser sedotto, più che a sedurre, quella bambina lo disorientava: non mostrava neppure di accorgersi di lui, nè di essere per nulla lusingata dalla sua preferenza: era indifferente e gentile…. così lontana!
La fatua sicurezza del giovane s’inaspriva e si accaniva a quel contegno; ormai di quella conquista egli aveva fatto veramente una fissazione, e la considerava come una specie di «giudizio di Dio» da cui la sua fama d’irresistibile doveva uscire confermata o intaccata.
Costretto a misurar prudentemente le sue mosse per non perder tutto in un momento solo, con insolita pazienza si era fatto inseparabile amico del conte Alvise, andava a trovare il figlio della marchesa Ottavia al Collegio Ghislieri, frequentava, senza capire una nota di musica, i concerti all’Augusteum, e in questo modo era riuscito a diventar l’ombra di Paolina, ad incontrarla, per caso, ad ogni passo.
Le amiche di lei cominciavano già a chiacchierarne, un po’ invidiose, un po’ curiose, un po’ ironiche.
– Don Falconello ha preso una cotta seria, questa volta! Per quella piccola provinciale!
Oppure:
– Dov’è il Sirmienti?
– Cercate la contessa Sparavieri!
La buona società si divertiva allo spettacolo, astenendosi a fatica, per un estremo resto di pudore, dall’azzardare scommesse.
Ora Don Falconello aveva raccolto tutte le sue speranze sul gran ballo di Donna Lavinia Ruffo: l’ultima figura del cotillon doveva essere una specie d’immenso tableau vivant dove le coppie erano state scelte e riunite dalla padrona di casa con sapiente chiaroveggenza; e dopo il cotillon veniva finalmente la tanto discussa e tanto attesa, gara di tango.
Era il battesimo della danza argentina nel salotto più elegante di Roma, il suo ingresso ufficiale nel gran mondo, il riconoscimento del suo diritto di vivere conferito da un tribunale senza appello in una cornice di buon gusto e di fasto impareggiabili.
L’avvenimento mondano aveva assunto una tale importanza e incuriosiva talmente gli spiriti disoccupati, che partecipare o non partecipare a quel ballo equivaleva a «to be or not to be».
Paolina aveva promesso a Donna Lavinia di non mancare; Don Falconello ne traeva ottimi presagi, e si era imbaldanzito tanto fino ad osare di attenderla al suo uscire dalla chiesa.
Era troppo. La giovane donna ne era seccata ed offesa; fino a quel giorno aveva potuto non vedere, tollerare, sorridere, ma ora!… Era troppo; bisognava finirla; il sorteggio dei nomi l’aveva spiacevolmente sorpresa, a lei ripugnava anche l’apparenza di una tacita complicità.
Donna Lavinia avrebbe dovuto evitarglielo…. Che fare?… Parlarne a Gerardo?… Sarebbe stato sciocco e pericoloso. Alle sorelle?… E che poteva mai aspettarsi dall’ironica leggerezza di Maria, dall’indifferenza bonaria di Ottavia?… Erano sorelle, è vero; cresciute insieme; si vedevano ogni giorno; eppure fra loro non esisteva, come purtroppo talvolta avviene fra persone del medesimo sangue, nessuna intimità, nessuna omogeneità profonda.
– Ti scandalizzi per nulla – le avrebbe detto Ottavia.
– Sei una piccola provinciale – le avrebbe detto Maria.
Una piccola provinciale!… Era vero. Maria aveva ragione. Ella sognava la raccolta intimità di una casa, il suo amore, un bambino…. non voleva altro. Sogni da piccola provinciale, ristretto orizzonte da borghesuccia…. Ah, ma anche Gerardo se ne sarebbe accontentato, se il bimbo, il tanto atteso, fosse arrivato finalmente, se due piccole manine lo avessero stretto e tenuto!…
Di non aver ancora saputo dargli un figlio, Paolina si incolpava e si torturava, fino a credere di leggergli negli occhi un tacito rimprovero, una mal dissimulata freddezza….
– Dio mio, fate, fate, che un giorno sia vero! – sospirò ella.
L’imagine importuna del prossimo ballo le si riaffacciò molestamente al pensiero.
– Non ci andrò – si disse con fermezza. – Non ci andrò più. Troverò un pretesto. Avvertirò Lavinia. Pregherò Gerardo di scusarmi; gli parlerò oggi stesso, al suo ritorno dalla caccia. Purchè egli non si irriti! Ha una grande deferenza per Lavinia, ed io le avevo promesso….
Era giunta intanto alla palazzina.
Tutta inghirlandata di geranei rossi, in un fresco sfondo di verzura, essa pareva un nido, un rifugio: il rifugio della felicità.
Oltrepassando il cancello, ed entrata nell’atrio, Paolina fu sorpresa di vedere in fondo al giardino due uomini di scuderia intenti a spingere nel garage l’automobile da corsa. Altri due servi, in un angolo, parlottavano fra loro con aria di mistero, e all’apparire della signora si dileguarono in fretta.
– Non è uscito il conte? – chiese ella, un po’ inquieta, al portiere accorso.
– Non ancora, signora contessa; – rispose il vecchio uomo rispettosamente. – Ha licenziato il meccanico…. ci sono state delle parole…. – aggiunse a bassa voce, spalancando la porta dello scalone.
Paolina si affrettò su per la scala, raggiunse correndo l’appartamento di suo marito.
– Che è avvenuto, Gerardo? – chiese ella entrando un po’ ansante e tutta impellicciata nel fumoir.
– Quel mascalzone dice che c’è un guasto al motore, ed ha aspettato ad accorgersene al momento di partire – diss’egli rabbiosamente, gettando la sigaretta nella cineriera. – Mi ha fatto perdere un’ora, e sono certo che l’ha fatto apposta.
– Allora non vai più?… – chiese la giovane donna timidamente, pur non sapendo reprimere un impercettibile moto di gioia.
– Sì, vado, vado! Ho telefonato per una automobile alla Fiat, ma ritarda!…
– Potevi prendere la mia…. – mormorò Paolina, delusa.
– E tu allora? Non devi servirtene per domani a sera? hai dimenticato che c’è il ballo? – oppose egli nervosamente, passeggiando su e giù per il salotto.
– Ma…. non torni oggi?
– Oggi? Non so. Sono a colazione da Donna Lavinia con tutta la caccia, poi mi ha pregato di aiutarla a combinare ancora gli ultimi dettagli del cotillon, non so se farò in tempo di tornare stasera. Se non ti avessi vista, ti avrei telefonato di là. In ogni modo tu mi raggiungerai con Maria e con Ottavia, se vieni….
– Già, se vengo…. – ripetè precipitosamente Paolina, arrossendo fino agli orecchi. – Io volevo appunto dirti, Gerardo, che preferirei…. che preferirei non venire. Mi dispiace per Lavinia che contava su di me…. mi ero impegnata formalmente, è vero; ma ti assicuro…. sono così stanca anche oggi…. così stanca e infreddata…. che non mi sento proprio in caso di affrontare la fatica di un gran ballo…. Io vorrei proprio, se non ti dispiace, vorrei proprio restare in casa…. riposarmi un po’.
Ella mandò un respiro di sollievo. Aveva fatto il lungo discorso tutto d’un fiato, balbettando alquanto, come chi non sa mentire, ed ora guardava timidamente Gerardo coll’aria d’un bimbo che teme di esser colto in fallo.
Ma Gerardo non si mostrava irritato nè sorpreso; e continuava a passeggiare su e giù per il salotto gettando in aria bianche nuvole di fumo.
– Donna Lavinia teneva assai alla tua presenza – disse finalmente, arrestandosi di fronte a lei. – Di’ la verità, sei infreddata davvero, oppure ti scandalizzi per la gara di Tango?
– Già…. Anche per questo – disse risolutamente Paolina. – Tu una volta hai detto che non ti piaceva…. non piace neppure a me. Del resto non saprei ballarlo.
Egli si strinse nelle spalle.
– Piuttosto che ballarlo come una collegiale, è meglio restare a casa! Ma, se stamattina non mi trovavi ancora qui, per un puro accidente, come avresti fatto a disimpegnarti con Donna Lavinia?
– Le avrei scritto o telefonato.
– Non saresti venuta in ogni modo?
– Non sarei venuta.
Il giovane ebbe un impercettibile sorriso.
– Bene. Ma quest’automobile che non viene ancora!… Il portinaio ha telefonato da un tempo interminabile!
Paolina gli si avvicinò e gli posò carezzevolmente una mano sulla spalla.
– Non sei in collera?…
– Perchè?
– Perchè non vengo al ballo….
– Io ho per massima – esclamò Gerardo sentenziosamente – che, sopratutto in questo genere di cose, ognuno ha il diritto di far quello che crede. Tu sei infreddata? E sta a casa! Io sto bene, e vado. Nulla è più caro che la libertà.
– Allora scusami bene con Lavinia, ti prego; – sussurrò ella – dille anzi una piccola bugia…. dille che, se mi sentirò meglio, verrò…. E raccontami tutto….
– Ecco finalmente l’automobile! – esclamò Gerardo tendendo l’orecchio e afferrando il berretto. – Addio! addio! Riguardati bene, e arrivederci!
La baciò leggermente sui capelli, e se ne andò in fretta, colle ali ai piedi, ridivenuto gaio e allegro come se il rombar del motore gli avesse accelerato il sangue nelle vene. Paolina udì la sua voce che impartiva vivacemente alcuni ordini, udì la macchina che si allontanava rapida strombettando e sbuffando.
– Machiavelli! – si disse ella, sorridendosi infantilmente davanti allo specchio. – Sono un secondo Machiavelli. Gerardo non ha dubitato di niente. È così buono, così fiducioso! Gerardo non vede il male in nulla. Non è come me…. – sospirò un po’ mortificata. – Del resto ho fatto bene. Bisognava finirla. Non potevo in nessun modo lasciar passare e lasciar continuare…. La mia assenza metterà a posto le cose. E poi fra non molto ce ne andremo. Dio, che gioia, che gioia, quando sarò ancora lassù!
Chiuse gli occhi, e, con un fremito di nostalgia, si rivide: seduta sulla sua bassa seggioletta, colla testa sulle ginocchia di sua madre, nella gran sala aperta sulla pianura friulana, mentre il tramonto tingeva di viola i monti lontani e i servi indugiavano ad accendere i lumi.
– Adesso bisognerà far telefonare al Sirmienti…. – pensò ella scotendosi. – Che seccatura!….
Mosse pigramente verso la porta, e intravide in anticamera la famigliare figura del vecchio portiere che si dissimulava timidamente presso alla finestra, incerto se avanzarsi o partire.
– Siete voi, Giovanni? – disse Paolina gentilmente, accennandogli di entrare. Ella amava quel servo, il più vecchio e il più fedele, che li aveva seguiti dal Friuli, e che le pareva una pietra della sua casa paterna.
– Mi perdoni se la disturbo…. Volevo chiederle una grazia, signora contessa…. – disse il vecchio uomo appressandosi. – Il meccanico che il signor conte ha licenziato mi ha supplicato di far questo passo, di venire da lei…. Vorrebbe parlarle…. dirle soltanto due parole….
– Che potrebbe dirmi, Giovanni? Se il conte l’ha licenziato, io non posso cambiare in nulla le sue decisioni.
– Ha tre bambini, signora…. Piange…. Assicura che le vuol dire soltanto poche parole…. Vorrà raccomandare le creature al suo buon cuore….
– Ebbene, fatelo passare!
Un minuto dopo, l’uomo entrò. Era un bel tipo romano, dai lineamenti forti e risentiti, coi capelli e i baffi bruni, accuratamente sbarbato. Era pallidissimo: gli occhi gli scintillavano febbrili nel viso olivastro.
– La signora contessa è sempre stata tanto buona con me – incominciò egli con voce tremante – che mi son fatto coraggio di presentarmi a lei per dirle come stanno le cose. Io ho la coscienza di aver servito sempre con premura e con fedeltà; se un guasto si è verificato stamane all’improvviso nella macchina, la colpa non è mia, e il signor conte non doveva licenziarmi senza voler neppure ascoltare le mie giustificazioni. Ma lei….
– Il conte non vi avrà licenziato senza motivo – disse Paolina con dolcezza. – Sarà difficile purtroppo cambiare quello che è stato deciso.
– Oh, lo so che non c’è più da sperar nulla!… Ma è un’ingiustizia e una crudeltà! – esclamò quegli eccitandosi via via che parlava. – Gettarmi sulla strada con quattro creature, da un momento all’altro…. Il conte non sa che cosa voglia dire per noi essere disoccupati: è la miseria, la fame….
– Mettetevi calmo; – consigliò la giovane donna impietosita – troverete presto un altro servizio; io, se posso, vi aiuterò….
– Chi vuole che mi prenda, signora contessa, dopo che sono stato scacciato così sui due piedi? Come se a Roma non si sapesse tutto!… Il conte mi ha svillaneggiato sulla strada in presenza di terzi, ha rifiutato di darmi il ben servito; mi ha trattato come un cane…. È male, è male; ed egli potrebbe pentirsene…. Viene il giorno per tutti in cui si sconta il male che si è fatto….
– Se continuate su questo tono, mi fate rammaricare di aver accondisceso ad ascoltarvi, – interruppe vivamente Paolina. – Mettetevi calmo, vi ripeto; andate a casa dai vostri bambini, e chi sa che non si possa….
– Oh, lei non ha sentito il conte!… È inutile che mi faccia delle illusioni. Non ho più speranza. Sono rovinato. Devo andarmene. Ma prima, voglio dirle che, dopo tutto, il pane che mangiavo qui mi pareva amaro…. Oh, non per lei, signora contessa!… Lei è un angelo! Ma perchè il servizio che si esigeva da me mi ripugnava, mi pareva un tradimento che ella non meritava. Quando si ha un angelo di signora come lei, e ci si fa accompagnare ogni terza notte da un’altra, non si ha il diritto di esser tanto severi. Dica al conte che io non gli ho guastato la macchina apposta, ma che avrebbe meritato…. sì!… avrebbe meritato, che glielo facessi!
Paolina aveva udito, tentando dapprima inutilmente d’interrompere quel torrente di parole, poi un po’ inquieta, cercando cogli occhi il campanello, infine colpita, agghiacciata, atterrata, come se una mano villana l’avesse schiaffeggiata in faccia.
– Basta, basta! – comandò infine duramente, con voce che colui non le conosceva.
– Inventate per vendetta, e non fate del male che a voi. Andatevene, o suono.
– Io non invento, tutta Roma lo sa! – ribattè l’uomo, convulso fra il dolore e la collera. – Tutta Roma, fuori che lei!… – e stava per aggiungere altre parole, ma la fissò in volto, e si arrestò di botto.
Una strana espressione di timidezza e di rimorso gli passò sulla faccia sconvolta.
– Mi perdoni…. – mormorò indietreggiando, e inchinandosi profondamente. Si avviò verso l’uscio; sulla soglia esitò un attimo. La sua anima plebea cercava per lei, senza trovarla, una parola di consolazione.
Uscì.
Paolina rimase sola, nel mezzo del salotto, guardandolo allontanarsi, con occhi annebbiati.
– ….Che ha detto? che ha detto?… – ella ripeteva smarritamente a sè stessa.
E a un tratto una voce, quella voce che non si sa di dove venga, forse dal più oscuro istinto, forse dal misterioso destino, le rispose:
– La verità.
Convulsamente, ella si tolse i guanti, la toque, e gettò tutto sul divano, uscì di corsa dal fumoir, attraversò la biblioteca, raggiunse la camera da letto di suo marito.
C’era nella stanza una dolce penombra, la luce penetrava mitigata attraverso alle tende di merletto; mobili, tappeti, stoffe erano un’armonia di grigio c d’oro. Sul tavolino presso alla finestra stava socchiusa una scatola piena di sigarette, un libro ancora aperto, il frustino col pomo d’argento ch’ella gli aveva regalato.
Paolina si guardò intorno esitando, colpita dall’aspetto tranquillo e gentile delle cose, da quell’ordine, da quel silenzio, da quella pace. L’impassibile fisonomia delle cose, indifferenti in mezzo alle nostre tempeste; immobili; ieri come oggi, oggi come domani, mentre tanto di noi muta, soffre, muore, o si disperde….
Ed ogni oggetto diceva Geràrdo ed ogni oggetto portava l’impronta della sua mano, rivelava un’abitudine, una preferenza, un’ora della sua vita materiale, ma nulla, nulla, che rivelasse la sua anima nascosta, nulla che rispondesse con una verità sicura, all’altra verità che l’ignota perversa voce dal profondo ripeteva implacabilmente alla donna:
– Tutta Roma lo sa…. fuori che lei.
Ella si gettò attraverso al letto, affondò la testa nei guanciali e si mise a singhiozzare.
Ma si sollevò tosto, balzò in piedi, mosse convulsamente per la stanza.
– Bisogna che io sappia, bisogna che io sappia. Vivere così, non è possibile. È peggio che morire.
I suoi occhi velati di lagrime si posarono ancora sui libri, sui ritratti, sui trofei d’armi sospesi sopra il caminetto, si arrestarono come affascinati sul grande stipo intarsiato di madreperla. Le belle maniglie finemente cesellate, i delicati intarsi, tutte le rughe di vecchiezza di quel mobile caro erano a lei ben conosciute, ma non l’interessavano più…. Bisognava sapere, bisognava sapere….
Tese le mani macchinalmente a toccar gli sportelli. Erano chiusi: chiusi a chiave: e le chiavi non c’erano.
Allora una certezza assoluta, assurda, la soggiogò.
– Se c’è una lettera, un ritratto, una prova qualsiasi, deve essere qui.
Pallida e violenta ella strappò dalla catena d’oro che portava alla cintola un minuscolo tagliacarte, l’introdusse a forza nella serratura, ne ritorse e contorse due volte la lama, e la molla scattò.
. . . . . . . . . . . . . . . .
….Lavinia!… quella donna che le dimostrava tanto affetto, che la colmava di adulazioni e di gentilezze, che affettava di proteggerla amabilmente, quella donna già quasi vecchia, dalla chioma rossa dipinta, le labbra miniate, giovanilmente acconciata con artificio, quella donna che poteva esser sua madre….
Lavinia?!…
Una frase di Gerardo, dei primi tempi del loro soggiorno a Roma, le martellava il cervello con feroce ironia.
– Donna Lavinia?… Un bel restauro!
Ed era lei, era lei…. Come era avvenuto?.. Perchè?…
Ma l’esser «lei», invece di un’altra, non diminuiva l’ambascia, anzi aggiungeva dolore a dolore.
Come l’aveva amata dunque Gerardo, di qual fiacco e vuoto sentimento, se ora, senza esitazione, senza rimorso, le preferiva quella donna dalla bellezza sfiorita, dall’anima frivola? Perchè? Perchè?…
Eppure, come «ella» lo dominava! Con qual sicurezza, anche in presenza di Paolina, lo attirava e lo respingeva, e lo scherniva amabilmente, o ne lusingava con poche abili parole la vanità!
Ora, ora Paolina rammentava: ora: improvvisamente; con un fremito di sprezzo e di disgusto. Ed anche nelle lettere; anche nelle lettere…. Pareva di sentirla ridere e cinguettare nel suo salotto, con quella sua vocetta un po’ stridula, rovesciando indietro la testa e mostrando i denti, come una bambina…. Oh, non erano lettere infuocate!… Se non vi fosse stata qua e là qualche frase di un convenzionale e banale romanticismo, si avrebbe potuto quasi dubitare….
Non un grido di passione; non un fremito di sincerità: era l’amore mondano: piccoletto, agghindato e civettuolo come l’ultimo mannequin parigino; le labbra miniate, la faccia artefatta e dipinta….
Vanità, vanità…. Ma la tortura non si faceva per questo men grave.
Paolina, curva sulle carte, cogli occhi velati di lagrime, leggeva e rileggeva, senza pietà per sè stessa.
….Finchè ella si tormentava, attribuendo la freddezza di Gerardo al dispiacere di non avere un bimbo, finchè ella consumava i ginocchi davanti agli altari, e accendeva lampade alla Vergine perchè le facesse la grazia…. egli si faceva condurre a Rocca Lavinia, e, al ritorno, poteva ancora baciarla, sorriderle, parlarle tranquillamente senza ombra di rimorso….
Un impeto di disprezzo e di ribellione la scosse tutta, la fece balzare in piedi, pallida e decisa.
Partire. Lasciarlo. Via, via, da quella ignobile fiera di bassezze, da quell’umiliante commedia!….
– Mamma, mamma mia!…
Ella si passò il fazzoletto sulla fronte, raccolse con mano tremante le lettere sparse sul tappeto, le cacciò alla rinfusa nel cassetto dello stipo ancora aperto.
Un foglietto grigio che non aveva ancor visto la colpì. Gli occhi le caddero sulla data: era recente: del giorno prima. Una frase la fece trasalire. Parlava di lei.
«….verrete domani con tutta la caccia, vi tratterrete col pretesto di ultimare il cotillon; poi se la vostra piccola prude non verrà al ballo (ne sono quasi sicura) potrete trattenervi anche la notte dipoi, e ripartire quando ripartiranno gli altri ospiti…. Va bene così, mio insaziabile ed esigente caro?»
….Colei era «sicura» che ella non sarebbe andata al ballo?… Perchè?…
Fulmineamente, Paolina ricostruì nel pensiero il sorteggio dei nomi, l’ambasciata del Sirmienti, il tranello teso sapientemente ai suoi piedi perchè ella dovesse rifiutare….
Ma quella donna aveva giocato con lei come il gatto col topo, aveva speculato bassamente sulla sua onestà, e la conosceva così bene che l’aveva fatta muovere a suo talento, come il burattinaio, tirando un filo, fa muovere le sue marionette!…
Ah, come colei doveva ridere, come doveva ridere, della sua ingenuità!
E Gerardo? Era a parte dell’astuzia? Era possibile che si fosse prestato all’ignobile gioco di avvicinare il suo nome a quello del Sirmienti?
Tutta l’anima di Paolina, tutto il suo amore, si ribellarono a quel sospetto. Ma a un tratto il cuore le si fece grave come una pietra che sta per toccare il fondo.
Che sa mai l’amore?…
Conosceva ella Gerardo?… Non gli era ella vissuta accanto, adorandolo, senza comprenderlo?
Come se fosse d’un’altra razza e d’un’altra patria…. uno sconosciuto, che la sua fantasia aveva adornato di tutte le perfezioni, a cui il suo amore aveva concesso tutti i diritti….
Ecco, ecco a che serviva l’amore!
Una benda le cadeva oggi dagli occhi…. Attraverso alle lagrime ella non poteva ancora discerner ben chiaro, ma di una cosa sola era certa: che l’amore non è una dolcezza che si assapora serenamente senza tortura, non è un premio, che risponda alla fedeltà, alla dedizione assoluta, all’abbandono di tutto un essere; ma una preferenza capricciosa ed ambigua, che bisogna attirare coll’astuzia, conquistare coll’audacia, e difendere con tutte le armi….
Di un’altra cosa ancora, pur attraverso alle lagrime, era ben certa: che amava Gerardo tuttavia, comunque fosse; malgrado tutto; più di prima; disperatamente; e che perderlo voleva dire per lei morire.
Partire?… No: restare. Combattere con tutte le armi….
Si mosse. Un alto specchio la riflettè tutta, coi biondissimi capelli scompigliati, le guance infiammate, gli occhi umidi e ardenti. Raccolse sul tappeto una forcina di tartaruga, se la riappuntò macchinalmente nelle trecce, si passò la mano sulla fronte, come in sogno. Poi all’improvviso, ritornata bruscamente in sè stessa, come se si vedesse per la prima volta, fissò la sua imagine nello specchio. La fissò a lungo, attentamente, minutamente, ansiosamente, interrogandosi con uno sguardo nuovo ed acuto. E il cuore le si dilatò in petto con un impeto di sollievo e quasi di gioia. Era bella, era bella, era bella! Erano belli quei suoi grandi occhi, azzurri come un cielo di primavera; belli, quei suoi capelli d’oro pallido che, la notte, quando li scioglieva, le toccavano in lunghe molli e morbide onde fin quasi ai ginocchi; era bello il suo bianco giovane corpo flessuoso, e le sue mani gracili, fine, espressive come un volto; dove pareva passare tutta la sua più dolce e più femminea sensibilità…. Era bella, era bella; era tutta bella!
Paziente e fredda, trasfigurata nel volto e negli atti, ella rimise a posto le lettere, raddrizzò il tagliacarte contorto, lo introdusse nuovamente nella serratura, e, dopo ripetuti tentativi, riuscì a chiudere lo stipo. Tutto era all’ordine.
– Ora, telefonare al Sirmienti.
Si avviò verso lo scrittoio e tese la mano a premere il bottone elettrico per darne incarico al cameriere. Ma si pentì, e tornò sui suoi passi. Un amaro sorriso le increspò le labbra.
– Telefonerò io.
. . . . . . . . . . . . . . . .
– 842…. Pronti…. Sì?… Siete voi, Don Falconello?… Volevo dirvi…. per la gara di Tango…. Per accordarci bene…. per ballarlo discretamente…. bisognerà prendere prima qualche lezione insieme…. Non c’è che un giorno di tempo…. Volete venire, oggi alle quattro, alla sala Pichetti?…
….E mentre il giovane, trionfante, al capo opposto di Roma, si profondeva in ringraziamenti, al suono di quella voce Paolina sentiva vacillare la sua volontà, e tutto il suo orgasmo cadere sotto il peso di una mortale tristezza.
Quante altre, come lei, avevano incominciato così, per riconquistare un cuore infedele, per rianimare un agonizzante amore, per dominare tenacemente una capricciosa volubilità!…
E le pareva di dare addio a qualche cosa di sè, di umiliare senza riscatto ciò che le era stato più intimo e caro, di incominciare da quel giorno a discendere, con grazioso passo di danza, una china che non si risale mai più….
La zia e Tonet.

Giunto l’ordine, i soldati avean levate fulmineamente le tende, e dagli accampamenti sparsi un po’ qua un po’ là sotto i filari di viti, sotto gli olivi della collina, eran discesi nella strada che costeggiando il Brenta discende e sale serpeggiando verso il confine. Erano passati ininterrottamente per due giorni e per due notti: uomini, cannoni, carri, muli e cavalli, sollevando nuvoli di polvere, riempiendo la valle di tumulto, d’ordini e di canzoni.
Durante quei due giorni, dai casali arrampicati in alto lungo il Canal di Brenta, remoti fra le cave, accovacciati fra le piantagioni di tabacco, i paesani erano calati a frotte nella borgata pedemontana che le truppe dovevano attraversare.
Gli accorsi erano quasi tutti vecchi, donne e fanciulli, e facevano ala agitando cappelli e fazzoletti, cercando cogli occhi i parenti, gli amici; qualche ardito si insinuava anche nelle file, accompagnava i conoscenti per un breve tratto di cammino; le ragazze, più timide, sorridevano e gettavano fiori dalle finestre, dalle minuscole altane.
Al tramonto della seconda giornata erano passate le ultime batterie: erano scomparse, al galoppo, ad una svolta della strada, come ingoiate dalle montagne nere.
E tosto i crocchi si erano sciolti; il vocìo era cessato; le contrade, le piazze, si eran fatte deserte.
Nelle osterie molta gente era entrata, ma si beveva poco e vi si parlava sommessamente, senza discussioni, senza litigi, quasi per non turbare la serenità di quegli altri, di quegli altri, che se n’erano andati, cantando, nella notte, verso il destino.
E alle dieci s’incamminarono tutti, vecchi, donne e ragazzi, chi di qua chi di là alle loro case.
Non tirava alito di vento; lenta ed alta sul Brenta si era levata la luna; le piantagioni di tabacco, i vigneti, gli olivi, immobili come sotto un incantesimo, guardavano il fiume eternamente scorrere.
Coll’ombra della sera, dopo l’orgasmo e il tumulto festoso degli addii e degli evviva, un improvviso silenzio, un’improvvisa malinconia, eran discesi sulla valle.
Dopo essersi assicurata che nel locale non restava nessuno, Teodora Zampiè, comunemente chiamata zia Teodora, chiuse accuratamente le finestre, sbarrò la porta dell’osteriuccia.
Era una zitella piccola, magra, senza età, dalla figura piatta, dal viso olivigno e come disseccato. Vestita di nero, con un corpetto attillato, una gonna larga a pieghe rigide e fitte, un grembiale color pulce, tutta la sua piccola persona, dalla testa ai piedi, – viso, capelli, mani e vestito, – sarebbe apparsa come intagliata nel legno, dura, angolosa, se non fosse stata ammorbidita e addolcita dalla mansuetudine degli occhi azzurri, timidi, ingenui, pieni di bontà.
Ella si affacciò all’uscio della stanza accanto, deposito di botti, di utensili e di vecchiumi, e chiamò:
– Tonet!
Dalla penombra del magazzino sbucarono fuori un fanciullo ed un gatto.
Il fanciullo poteva avere dodici anni ed era un po’ zoppo, bruttino, pallido, coi capelli rossi e il viso lentigginoso. Dietro a lui veniva il gatto, nero, dal mantello lucido e fine.
– Che fai, Tonet? È ora di dir le preghiere.
I due passarono nella cucinetta dove, su di un altarino festonato di carta, un Cristo giallo, spettrale, tutto chiodi spine e magrezza, grondava sangue fra due palme di fiori finti.
Zia Teodora s’inchinò profondamente, si fece il segno della croce, s’inginocchiò sulle nude pietre: Tonet accanto a lei.
La donna pregava intensamente, curva sulle pietre, ripiegata su sè stessa, e come annientata dinanzi al crocefisso. Pregava con un cieco abbandono e una cieca offerta di tutto il suo essere, così inabissata nella preghiera e nella fede, che tutto, tutto quanto la circondava, era per lei momentaneamente abolito e scomparso.
Ripeteva i gesti, le parole, gli atti abituali, ogni sera, da anni ed anni, collo stesso profondo asservimento, colla stessa profonda rassegnazione. Gli avvenimenti non mutavano le parole della sua preghiera, come non turbavano il fervore della sua fede.
Il bimbo invece, che di solito pregava distratto, biascicando insonnolito uno storpiato latino, quella sera, inginocchiato, ma eretto, fissando il Cristo con due occhi ardenti, gli si rivolgeva come a persona viva, gli indirizzava tutto un discorso suo, in dialetto: lungo, veemente, appassionato:
– Bisogna che Tu li protegga, bisogna che Tu li faccia vincere, che Tu li faccia tornare….
Quei due esseri, così vicini, pregavano Iddio in modo profondamente diverso.
Ma la zia Teodora non sapeva chiedere, ella che aveva sempre rinunciato. In paese, dove la sua storia era conosciuta, dicevano: – È una santa….
In fatto, non era forse che una povera buona creatura senza volontà.
Da bimba aveva sofferto, come di una malattia, di una timidezza atroce, di quelle timidezze che si turbano per uno sguardo, per un saluto, per una persona nuova; ragazza, – giallina, triste, senza sorriso, – aveva dovuto vivere nell’ombra della bellezza della sorella, una bionda turbolenta e procace che la dominava e la tiranneggiava: quando la sorella se n’era andata – a quel modo, dietro un operaio di passaggio! – aveva dovuto sostituirla nell’osteria, girar fra i tavoli, servir gli avventori, lei, che arrossiva e balbettava se le rivolgevano la parola, lei, che avrebbe voluto farsi monaca…. Ma non aveva osato neppur dirlo, neppur dirlo, finchè erano vissuti i genitori…. Rimasta finalmente zitella e sola a sessant’anni con un po’ di ben di Dio, aveva creduto giunta l’ora di dispor di sè stessa e aveva fatto «passi» per cedere l’osteria ed incominciare il noviziato. Macchè!… Alla vigilia di entrare in convento, aveva ricevuto un telegramma, era dovuta partir per Milano, – vestito nero, corpetto attillato e grembiale color pulce che non erano mai andati al di là di Vicenza, – e a capo di una settimana ne era tornata portando seco qualche cosa di ben straordinario: un fanciullo ed un gatto.
E addio convento.
In paese avevano detto:
– Il bambino?… il gatto?… Dovevano essere l’eredità della sorella, morta chi sa dove, chi sa come.
Ma da Teodora, neppure una sillaba. E nessuno aveva osato interrogarla: inconsciamente il suo silenzio ispirava rispetto.
Addio convento!… Ella aveva tenuto il bimbo con sè: un bimbo gracile, malaticcio, bisognoso di mille cure; gli aveva voluto bene, e aveva voluto bene anche al gatto. Aveva sempre fatto così, zia Teodora; aveva sempre accettato tutto da Dio, senza chiedere perchè, senza ribellarsi.
E così un bel giorno aveva accettato anche l’improvvisa irruzione di venti, trenta, quaranta bersaglieri nell’osteriuccia. Oh, non senza una scossa!… In vita sua, anzi, in tutta la sua vita, ella non aveva mai sentito nell’anima una scossa simile, un urto più violento.
Ella non leggeva giornali; sapeva appena appena che c’era una gran guerra. E, da tempo, teneva l’osteria aperta per modo di dire, la teneva ancora aperta, non sapeva neppur lei perchè, forse per forza d’inerzia, forse per bontà, per non far dispiacere a quei tre o quattro vecchiotti rimasti fedeli.
Ma non veniva quasi più nessuno, d’inverno specialmente, in riva al Brenta, con quel freddo e quel vento, senza stufa, senza belle servotte…. E zia Teodora che aveva di che vivere egualmente, in fondo era contenta di essersi sbarazzata così a poco a poco degli avventori, senza bisogno di una decisione definitiva, di un atto di volontà. Le rimaneva più tempo per pregare.
Ed ora?…. C’era una gran guerra; sì, l’aveva sentito dire anche lei, come si sente dire: C’è il colèra in Asia…. Ma che la guerra arrivasse fin là, che venisse a turbarla fin nel suo rifugio, che i soldati si accampassero proprio nel suo poderetto, che andassero e venissero per la casa come se fossero in casa loro, che riempissero di voci, di canti, il silenzio la solitudine del cortiletto, questo no, no, non l’aveva neppur lontanamente pensato.
La guerra: quella cosa orribile mostruosa iniqua inumana, repugnante alla sua anima mansueta come un castigo di Dio, come un flagello del demonio; dover toccarla con mano, averla sotto gli occhi; incoraggiarla, servirla, personificata in quei soldati che sedevano alla sua tavola, che bevevano nei suoi bicchieri, e parlavano ridendo di bombe, di granate e di mitraglia…. Oppure discutevano…. sì! discutevano sui mezzi migliori per massacrare la gente.
A lei, toccava sentirli: a lei! che non aveva cuore di torcer l’ala neppure a una mosca, che aveva rimorso se inavvertitamente schiacciava una formica, tutte creature del buon Dio….
Non potevano andare in un’altra osteria? No, non potevano, perchè a quelli accampati al di qua del Brenta non era permesso di passare il ponte. Da lei dovevano restare!
E intanto continuavano a chiamarla, col miglior buon umore del mondo, chi di qua, chi di là, come fossero in casa da cent’anni:
– Zia Teodora! Zia Teodoraaa!…
Oh, se ella avesse avuto la capacità di formulare e di esprimere pensieri energici, avrebbe risposto:
– Vergognatevi, belve feroci, gente senza Dio.
Ma nella sua timidezza, nella sua innata mansuetudine, si limitava a servirli senza un sorriso, senza uno sguardo di benevolenza.
E li osservava, talvolta, con un terrore misto a sorpresa: quei feroci, quegli assetati di sangue, armati fino ai denti per massacrare, nelle sere piovose, sotto la lucernetta, giocavano a carte o scrivevano a casa; il mattino, quando non c’eran manovre, zappavano e inaffiavano una minuscola aiola dove avevano piantato quattro violeciocche.
Ma era avvenuto intanto un fatto imprevisto. Un soldato siciliano, un giovanottone biondo, gigantesco, si era avvicinato un giorno quasi esitando a zia Teodora, l’aveva pregata sottovoce:
– Zia, volete farmi un gran favore?… C’è mia madre che si dispera perchè crede che tutto il Veneto sia «il fronte», e si è messa in testa che io sia ferito: a quello che scrivo io, non vuol credere. Potreste scriverle voi, zia, che siamo qui, sani e salvi, in piena pace, accampati su una bella collinetta, e che per ora non ci battiamo? Quando vedrà una calligrafia di donna, crederà.
Zia Teodora, pur riluttando, non aveva osato rifiutare, e da quel giorno era entrata in funzione di segretaria.
Non passava quasi pomeriggio, ormai, che uno di quei ragazzi non la pregasse, di rassicurare la mamma, la sorella lontana. Ed ella scriveva, docilmente, sentendo a poco a poco svanire la sua diffidenza; scriveva, colla sua calligrafia che rassomigliava alla sua persona: tracciando le parole umili, precise, piccoline; colla sua ortografia di veneta che sopprimeva tutte le doppie. E nella sua bontà trovava le espressioni più adatte per consolidare, per rasserenare, per convincere. Quell’anima semplice aveva l’istinto della carità.
Dalla Sicilia, dalla Calabria, dall’Abruzzo, dal Lazio, le donne sconosciute rispondevano: lettere ingenue, appassionate e riconoscenti; la ringraziavano, la benedicevano, la chiamavano «sorella»: alcune di esse mandavano anche una piccola immagine, un santo miracoloso da consegnare al «ragazzo»….
E a forza di far da intermediaria fra madre e figlio, di penetrare nella toccante intimità dei loro cuori, zia Teodora si era ammansata, si era famigliarizzata coi soldati e colla guerra: li guardava, li vedeva con occhio diverso.
Non potevano esser feroci quei ragazzi che avevano in cuore tanta tenerezza, tanto sentimento per la loro mamma lontana, non potevano essere senza Dio…. Alcuni di essi erano tanto giovani!… Avevano delle facce rosee lisce e dolci come fanciulle…. Avevano raccolto un passerotto ferito che il vento aveva gettato mezzo morto nel cortiletto e lo curavano e lo imbeccavano….
E la guerra?… Ella l’aveva quasi dimenticata, ma, se vi pensava, era con una stretta al cuore, con un brivido d’inquietudine.
La guerra ormai non rappresentava per lei altro che il pericolo di quei figlioli, il dolore di quelle che li aspettavano…. Le conosceva adesso; conosceva i loro nomi, le loro case, perfino il loro volto…. Di talune aveva visto il ritratto; ed erano vecchie quasi quanto lei, e stanche, e povere, con tre o quattro figli sotto le armi….
L’istinto materno, latente anche nelle più fredde anime femminili, si risvegliava anche in lei, povera creatura, che non aveva mai conosciuto l’amore, che non aveva mai pensato ad un figlio suo, che mai fino ad allora aveva neppure compreso…. A Tonet aveva voluto bene, sì, ma con una tiepida tenerezza…. E questo era un sentimento nuovo, egualmente puro, ma più vivo, più forte: forse perchè sbocciato così, sul limite dell’incerto domani, forse perchè corso da un fremito d’angoscia….
Essi cantavano ogni sera, dopo cena, nel cortiletto in riva al Brenta. Cantavano talvolta una canzone amorosa, appassionata, piena di malinconia; ma più spesso un’allegra e spavalda invettiva contro «Cecco Beppe», in cui ricorreva un ritornello ardito che sollevava immancabilmente un’esplosione d’applausi e d’ilarità.
Nei primi tempi zia Teodora era sulle spine durante quel canto; si torceva e si contorceva sulla sedia, non osando nella sua timidezza intervenire, e sentendosi in peccato mortale se tollerava. Anche ora, quando cantavano così, il cuore le dava un balzo, si ritirava e si richiudeva tutto come la sensitiva, ma diceva a sè stessa:
– Lasciali cantare, Teodora, lasciali cantare!… Come sono venuti – improvvisamente – improvvisamente possono andare…. E andar dove!… Dove, non si sa; ma dove certo ci sono i cannoni, le mine e la mitraglia, e forse…. Lasciali cantare, Teodora, lasciali cantare!…
Ed essi cantavano, sereni, in riva al Brenta; e dall’altra sponda altri soldati rispondevano; gli accampamenti si gettavano l’un l’altro le canzoni, e tutta la valle era corsa da un fremito di giovinezza.
Se zia Teodora si era lasciata conquistare lentamente, attraverso alla dura scorza degli anni, dei pregiudizi, del bigottismo, la conquista di Tonet era stata immediata e fulminea.
Fino ad allora il bimbo aveva vissuto una vita oppressa e senza gioia; era come un alberetto venuto su senz’aria, senza sole; striminzito fra la muffa di vecchi muri; per paura dei raffreddori, delle correnti d’aria e dei cattivi compagni, la zia non aveva voluto mai mandarlo alla scuola, l’aveva sempre tenuto chiuso in quelle due camerette, gli aveva messo in mano una Vita dei Santi. Con quel libro aveva imparato a leggere e a scrivere da solo. Il gatto era il suo unico amico, il suo unico confidente; ma era vecchio, anche quello, era un gatto triste, aveva forse cent’anni….
– ….Non prendere freddo, Tonet! Non correre, Tonet! Tonet, vieni a dir le preghiere!…
E così il bimbo era cresciuto chiuso e taciturno; non sapeva giocare, non sapeva quasi neppur ridere.
Ora, appariva trasfigurato. Quella gioventù, quella gaiezza, quella corrente viva e sana improvvisamente apparsa nella sua vita, l’avevano elettrizzato. Si moveva più rapidamente, con mosse più ardite e più vivaci; si era fatto espansivo, ciarliero; gli occhi, intelligenti e neri, gli brillavano nel visetto pallido. Era divenuto subito l’amico dei soldati, il loro galoppino, il loro commesso, il portalettere, il segretario galante. Oh, non per messaggi illeciti! Ma molti soldati, fra i meridionali, erano analfabeti, e avendo intuito la pudibonda coscienza di zia Teodora, quando volevano scrivere alle fidanzate, laggiù al paese, non si rivolgevano a lei, ma a Tonet.
Era buffo vedere quel piccino, alto come un soldo di cacio, colla testina rossa curva su di un foglio ornato di una colomba o di un cuore trafitto, scrivere sotto dettatura:
– «Angelo mio adorato…. Bruna fanciulla dei miei pensieri…. Idolo mio….»
E scriveva adagio, colle labbra strette, intingendo appena appena la penna per non far sgorbi, con una tal religiosa attenzione, che per una lettera impiegava due ore; ma quando l’aveva finita i soldati facevano cerchio intorno a lui, battevano le mani, dicevano:
– Che vuoi per premio? Che vuoi, professò?…
Per premio egli voleva che gli permettessero di fare una passeggiatina per l’accampamento. Quell’accampamento aveva per il fanciullo un fascino straordinario. Ormai ne conosceva le tende ad una ad una, sapeva il nome di chi ci stava….
Com’erano belle, piccole e grige sotto gli olivi!… A una certa distanza non pareva che ci fossero, si confondevano col colore delle foglie; ma poi, avvicinandosi, si scopriva che erano là, le minuscole casette, tutte eguali, di un’estrema pulizia; e ognuna di esse racchiudeva per Tonet un mondo di sorprese; e ognuna di esse, pur essendo tutte eguali, aveva qualche cosa di diverso, di speciale, secondo il carattere e il paese del soldato che l’abitava.
I lombardi, i piemontesi, avevano quasi tutti qualche libro, qualche giornale, magari vecchio di due mesi, che leggevano e rileggevano fino all’ultima parola; ma i meridionali non avevano bisogno di leggere: parlavano: raccontavano le cose, gli episodi di guerra come se li avessero visti, come se vi avessero assistito, con un linguaggio immaginoso e pittoresco, sottolineando il racconto coi gesti vivacissimi, con tutta la mobilità delle loro persone, dei loro volti, dei loro occhi belli e ardenti.
Tonet, per i soldati, si sarebbe fatto tagliare a pezzi. Li amava; li ammirava. A lui, così piccino e delicato, sembravano giganti, esseri soprannaturali a cui tutto doveva riescir facile, tutto possibile. Amava in loro la forza, la gioventù, l’allegria, che egli non aveva, che non avrebbe avuto forse mai…. E anch’essi gli volevano bene. Gli mettevano in testa per gioco uno dei loro cappelli a lunghe piume che gli andava giù fino agli orecchi, poi fingevano di cercarlo, di qua, di là, sotto un sasso, sotto una foglia, dicevano:
– Dov’è Tonet?
Erano più bambini di lui. Oppure:
– Tonet, vuoi venire con noi? Vuoi farti soldato?
Oh, se avrebbe voluto!… In capo al mondo, sarebbe andato, con loro, senza paura. Ma non avrebbe potuto mai esser soldato, lui, povero zoppetto.
Quando la tromba suonava il silenzio, la sera, con quelle poche note lunghe lente malinconiche, una disperata umiliazione gli serrava l’animo a quel pensiero.
Ed ora se n’erano andati.
Tonet, inginocchiato, ma eretto, fissando il Cristo con due occhi ardenti, pregava:
– Bisogna che Tu li protegga; bisogna che Tu li faccia vincere, bisogna che Tu li faccia tornare…. Guai a te….
E la zia umilissimamente:
– Sancta Maria …. Sancta Virgo Virginum…. Sancta Dei Genitrix….
Bussarono. Due colpi leggeri. Tonet balzò in piedi.
– È uno di loro che torna….
– Aspetta – mormorò la zia. – Aspetta, caro. È forse il vento.
E, fattosi il segno della croce, prese la lucernetta che aveva deposto per terra accanto a sè, si alzò esitando sulle ginocchia indolenzite, e stette in ascolto.
Bussarono nuovamente. Uno, due, tre colpi, ancora leggeri, ma fermi, coll’insistenza di chi vuole assolutamente farsi sentire. Non era il loro modo di bussare. Chi poteva mai essere a quell’ora?
– Apro – insistette il fanciullo, impaziente.
– Va a guardar prima dallo sportellino…. – consigliò zia Teodora un po’ preoccupata.
Tonet salì di volo la scala. Si udì l’aprirsi e il chiudersi dello sportello; il passo di lui discendere più lento.
– È una donna – annunciò con espressione delusa e rannuvolata.
Non è raro nelle campagne venete che un passante chieda ospitalità per una notte in una casa sconosciuta per riprendere all’alba il cammino verso la sua mèta. Ed è raro invece che gli si rifiuti un pane, un giaciglio.
– Apri, apri – disse zia Teodora caritatevolmente.
E la donna si affacciò.
Era bassa e tarchiata; chiusa in uno scialle scuro; un fazzoletto di colore, annodato sotto il mento all’usanza delle vecchie contadine venete, le nascondeva anche parte del volto. Doveva venir di molto lontano perchè aveva le scarpe, la gonna, tutte inzaccherate e sporche di polvere e di fango come chi abbia fatto molto cammino, e per sentieri abbandonati. Aveva l’aspetto di una mendicante.
– Deo gratias….
Zia Teodora le si fece incontro con gentilezza. Ma non le chiese nè di dove venisse nè dove andasse: davanti ai poveri la sua anima semplice preferiva la profonda bontà, la profonda pietà del silenzio.
Seduta a tavola fra la vecchietta e Tonet, l’ospite curva sul piatto mangiava avidamente. Non si era tolto il fazzoletto dal capo, si era sbarazzata soltanto dello scialle scuro; e si moveva goffamente, con delle mosse brusche, a scatti, e pur con impaccio. Doveva essere un’affamata, a cui la tavola e la compagnia, pur così modeste e primitive, incutevano soggezione.
Zia Teodora evitava perfino di guardarla perchè mangiasse con maggior libertà; il fanciullo invece, con una inopportunità insolita in lui, per quanto la zia cercasse di distrarlo, non le toglieva gli occhi di dosso.
Il piccolo aveva, come molti fanciulli cresciuti in solitudine, un’acuta sensibilità, un acuto spirito di osservazione; e quella donna l’attirava e lo respingeva inesplicabilmente.
Era cenciosa come una mendicante, ma non gli pareva una povera; aveva un modo strano di portare il cibo alla bocca: ingordamente, eppur quasi di soppiatto; e quella bocca era grande, nerastra, livida nei contorni, senza labbra. Tonet guardava l’ospite con poca simpatia.
La cena consisteva in tre uova e un po’ di formaggio, ben poca cosa in verità; a un certo punto zia Teodora pensò che quel poco forse non poteva bastare alla fame della poveretta, e si alzò per cercare una bottiglia di vin dolce, del frizzante vin bianco della collina.
Ella e Tonet non bevevano che acqua, ma l’ospite, sì, doveva accettare un bicchiere, magari per inzupparvi dentro un pezzo di pane: non aveva altro da offrirle: quel giorno, colla partenza dei soldati, l’osteriuccia aveva dato fondo a tutte le riserve.
L’ospite ringraziò, bevve, e si animò. Già…. i soldati. Aveva anche lei un figlio soldato, che combatteva al fronte dalle parti dell’Isonzo. E un altro era qui fra i bersaglieri. Ella era venuta a piedi dal suo paese per salutarlo, ma era arrivata troppo tardi, poichè, giunta a Carpenè, aveva saputo che i bersaglieri erano già tutti partiti. E per dove erano partiti? Ah, se avesse potuto raggiungere il figlio suo!…
Tonet si era avvicinato vivacemente alla donna sconosciuta. Non ne vedeva più la faccia nerastra, gli occhi inquieti, la bocca senza labbra.
Aveva un figlio tra i bersaglieri?… Com’era questo suo figlio?… Come si chiamava?… Egli li conosceva tutti, i soldati del suo accampamento. Francesco?… Si chiamava Francesco?… Ce n’erano tre di quel nome: uno così e così, l’altro così e così, il terzo…. No, nè l’uno nè l’altro nè l’altro ancora, era quello che la donna cercava. Forse negli altri accampamenti… Ma avrebbe fatto certo in tempo di raggiungerlo, l’indomani. Dove fossero andati, proprio, non si sapeva; non lo sapevano neppur loro, o non avevano potuto dirlo, ma press’a poco…. Tonet conosceva tante scorciatoie per arrivare al confine! Gliele avrebbe insegnate, l’indomani all’alba.
Seguitarono così a chiacchierare un bel pezzo animatamente, dimentichi dell’ora.
La donna, che, parlando, aveva vuotato tutta la bottiglia, doveva voler molto bene a quel suo figliolo bersagliere, e si interessava ai minimi particolari della vita dei soldati: della loro disciplina, delle loro munizioni, dell’equipaggiamento, e quanti cannoni avevano, e se erano contenti, e se facevano la guerra volentieri…. E per l’acqua come facevano?
Tonet raccontava. Trasportato dal suo affetto e dal suo entusiasmo, raccontava. Aveva le guance infiammate; gli occhi lucenti; tutta la piccola persona vibrante di commozione e di tenerezza.
L’altra, immobile, colla faccia tra le mani, seguiva attentissima le parole del fanciullo.
All’improvviso egli si fermò, di botto, nel bel mezzo di una frase; impallidì violentemente. Aveva posato gli occhi sulle mani dell’ospite, e, con un sussulto, per la prima volta le aveva viste: vellose, aspre, quadrate: due mani d’uomo.
Sorpresa dell’improvviso silenzio, zia Teodora disse:
– Hai sonno, Tonet?
Egli accennò di sì, col capo, macchinalmente.
– Il sonno viene sempre così ai bambini, tutto di un colpo. Andiamo a letto, caro.
Egli, come un automa, si lasciò scivolar giù dalla seggiola, si lasciò prendere per mano dalla zia, s’incamminò.
– Mi dispiace, buona donna, – si scusò zia Teodora con sincero rammarico, – di non avere un letto da offrirvi…. Ma non abbiamo che una stanzetta per noi due. Qui però, nella stalla, c’è del fieno soffice, tagliato di fresco; potrete riposare alla meno peggio.
– Dio ve ne renda merito: è anche troppo! – ringraziò la donna mellifluamente.
La stalla era vuota e aveva un’unica finestrella colle inferriate che guardava giù verso la gola fresca del Brenta, e quella sera lasciava intravedere un quadratino di cielo stellato, un lembo del paesaggio mite e sereno. Subito al di là della stalla, era la cucinetta, col suo altarino festonato di carta, col suo Cristo spettrale dinanzi a cui ardeva perennemente una fiala ad olio; e al primo piano, un po’ discosto, sopra il magazzino, l’unica stanza da letto che serviva per la zia e per Tonet.
La zia dal suo lettuccio che era separato con una tenda bianca – pudicamente – da quello di Tonet, stette in ascolto meravigliata.
Di solito, spogliandosi, il fanciullo girava su e giù per la camera, gettava le scarpe di qua, la giacchettina di là, con un disordine e un tramestìo che gli attiravano sempre i rimbrotti della zia così precisa e metodica in tutte le sue cose.
Quella sera invece nella stanzetta si sarebbe sentita volare una mosca. Zia Teodora, già a letto, striminzita in un giubbetto color tabacco, senza treccia finta, colla cuffietta annodata sotto il mento, sporse il capo dalla sua tenda.
– Tonet?… dormi?
Ma non si era neppure spogliato!… Era ancora là, seduto sulla sponda del letto, colle braccia penzoloni, gli occhi sbarrati nel vuoto.
– Che fai, Tonet? Perchè non ti spogli?… Suvvia, suvvia, svelto; che è tardi.
Il fanciullo balzò giù dal letto in mezzo alla camera.
– Ho dimenticato di dar da mangiare al gatto – disse risolutamente – lasciatemi scendere, zia.
Ella, poco persuasa, stava per dir di no, ma lo guardò, e lo vide stravolto, pallido, turbato; pensò che fosse così per gli avvenimenti della giornata e non trovò il coraggio di contrariarlo.
– Va adagio per le scale. Bada che l’ultimo gradino è sconquassato. Te ne vai senza la lucernetta?
Quando egli tornò, dopo parecchio tempo, la zia sonnecchiava già, nel suo giubbetto color tabacco, nella sua cuffietta inamidata: aveva il viso così piccino, scuro e rugoso che sembrava una susina, e soffuso di una gran dolcezza: nelle mani teneva la corona: si era addormentata dicendo il rosario.
Egli le si gettò addosso, anelando, tremando: la scosse, la chiamò; le parlava così accosto che la sua bocca toccava quasi il vecchio volto di lei, e le parole erano un soffio, senza voce, ma così rotte, angosciose e imperiose che sembravano singhiozzi e comandi.
– Zia, zia. Presto. Quella là è un uomo. È un uomo travestito. L’ho visto. L’ho spiato dal buco della serratura. È una spia. È qui per avvelenare i pozzi, per seguire i soldati e tradirli. Presto, zia, presto. Dovete vestirvi, dovete scendere.
E senza aspettare che ella si riavesse dallo stupore, dalla paura, già l’aveva afferrata per le braccia, e le gettava la gonna, il grembiale, la treccia finta, le infilava il corpetto, glielo abbottonava tutto di traverso, la sospingeva fuori del letto. Era scalzo, livido, sudato e freddo, arruffato e fremente: non pareva più Tonet, ma un altro, con un’altra voce, un altro viso.
– Presto, presto, zia. È un uomo, è una spia. L’ho visto. E noi gli abbiamo detto tutto!… e noi gli abbiamo detto tutto!…
L’esaltazione, la disperazione e l’angoscia del fanciullo erano tali, che la vecchietta, attonita, esterrefatta, pur senza afferrar compiutamente quel suo discorso sconnesso e violento, pur senza capir bene che cosa dovesse fare, perchè dovesse vestirsi, obbediva.
Egli continuava a incalzare, convulso:
– Presto! presto! presto!…
E le comunicava così la sua ansia, il suo orgasmo, la sua febbre.
Ella si affrettava, docile, spaventata; pur non dimenticando nella sua toccante timidezza, di dissimulare la sua scarna nudità agli occhi di lui che non la vedeva.
– No, le scarpe no! Soltanto le calze, per non far rumore. Presto!…
Quando la zia fu finalmente vestita, alla meglio, e traballando mosse i primi passi per la stanza, Tonet parve calmarsi. Prese le mani della vecchia, le serrò con tutta la sua forza nelle sue piccole mani arse e brucianti.
– Sentite, zia. State bene attenta. Io corro ad avvertire le guardie di finanza. Voi restate qui in sentinella.
– Vuoi lasciarmi sola…. con lui?… – gemette ella.
Tonet non rispose; non sembrava neppure che avesse udito.
– Ma non bisogna assolutamente che vi scappi. L’ho chiuso a catenaccio dalla parte della cucina, ma l’uscio è così debole! Ho accatastato accanto all’uscio due mucchi di strame. Finchè io torno, voi starete là, in cucina, di guardia. Ma per nessuna ragione, per nessuna ragione al mondo, dovete aprirgli. Avete capito, zia? Guardatemi: avete capito? Ora russa, ma se per caso si destasse, se si accorgesse che noi l’abbiamo scoperto…. al primo atto, al primo movimento, al primo tentativo di scappare, date fuoco.
Atterrita, a bocca aperta, zia Teodora tremava come una foglia e pareva invecchiata improvvisamente di dieci anni, fatta cadente, devastata, decrepita.
– Figlio mio, figlio mio, Tonet…. – implorava – che dici?… Io dovrei?…
– E volete dunque che vi scappi, che li avveleni, che li tradisca? – proruppe il fanciullo a voce bassa e veemente. – Voi non sapete; ma ce ne sono state altre di queste carogne, che si sono vendute così, che hanno fatto tanto male ai nostri soldati, che hanno insegnato i nostri posti ai tedeschi e ci han fatto assassinare…. Voi non sapete; ma essi mi han raccontato tutto…. E se ci scappa, succede così, succede così…. – singhiozzò egli, in un impeto d’esaltazione selvaggia.- Succede così, succede così, se gli aprite, se lo lasciate fuggire….
– No, no….
– Sentite, zia. Dovete giurare. Giurate sull’anima dei vostri morti. Se dorme, lasciatelo dormire, ma se si sveglia, giurate!… se tenta di uscire, di buttar giù la porta, fuoco! Avete capito? Date fuoco. Giurate. Presto. Giurate.
Ed ella balbettò:
– Giuro.
– Ed ora venite – comandò il fanciullo.
– No: senza lucerna! Bastano i fiammiferi. E non fate rumore!
Ella discese brancolando la scala, si accoccolò tremula dinanzi all’altare. L’altro russava poderosamente. Tonet socchiuse cauto la porta, dalla soglia si rivolse un’altra volta verso la zia.
– Avete giurato – ripetè, fissandola.
E si slanciò fuori, nella notte.
Il maresciallo, un pancione, svegliato di soprassalto nel bel mezzo del sonno, dai colpi, dai calci frenetici che Tonet aveva sferrato alla porta della caserma, lo seguiva ansimando su per il viottolo.
C’era voluto del buono e del bello a convincerlo, a trascinarlo fuori del letto: era incredulo: da qualche tempo i paesani avevano l’ossessione, la mania delle spie, ne vedevano da per tutto. E intanto le povere guardie di finanza!… Finalmente, trascinato dalla sicurezza disperata di Tonet, si era deciso: si era mosso con sei uomini. Ma si arrestava ad ogni passo, trafelato; si asciugava il sudore e borbottava:
– Benedetto figliolo!… Tu sei zoppo, ma corri più di un dritto!… Come si fa a tenerti dietro?
E Tonet supplicava:
– Presto, presto, presto, per l’amor di Dio!…
Un’improvvisa lucidità era subentrata al suo orgasmo. Ora, egli sentiva il terrore, la responsabilità di quello che aveva detto, che aveva imposto alla zia. Se l’altro si era svegliato, se, accortosi di essere in trappola, aveva tentato in qualche modo di fuggire, di scardinare la porta…. al primo movimento, non c’era dubbio…. La zia aveva giurato. Ed egli aveva dimenticato di dirle: – Date fuoco e scappate. – Le aveva detto invece: – Restate qui fin che torno.
E la poveretta era rimasta, per non mancare al suo giuramento: certo; Tonet la conosceva: ed era forse già abbrustolita, arrostita tra le fiamme insieme allo spione….
– Presto, presto, presto! – implorava Tonet correndo come un pazzo. E l’altro dietro, colla sua gran pancia, affannoso:
– Uhm!… Ma sei proprio certo che sia una spia?…
Il fanciullo non rispondeva. Coi capelli irti sul capo, vedeva già la casetta in fiamme, sentiva già gli urli e le bestemmie dell’uomo, e la zia, la zia….
– Presto, presto, per carità!
Ma quando invece, sbucati fuori dalle piantagioni di tabacco, furono più in alto, sul Brenta argenteo, respirò. La casetta era là, tacita e tranquilla, tutta chiusa, col suo cortiletto ben spazzato, colle sue quattro violeciocche. La luna la bagnava tutta di una luce bianca, mite, serena; le montagne intorno facevano la sentinella.
– Auff!! – fece il maresciallo.
– Si entra? – chiesero gli uomini sottovoce.
Seguì un breve conciliabolo.
– A entrare in tanti – disse il maresciallo, che non era un leone – si fa rumore, si va a rischio di dare l’allarme. È meglio agir con prudenza; evitare le colluttazioni. Facciamo un accerchiamento: due uomini entrino di sorpresa dall’abbaino e s’impadroniscano della spia finchè dorme, gli altri circondino la casa. Ssst!… Senza rumore.
Così fu fatto. Pochi minuti d’attesa lunghi come secoli; poi si udì il tonfo di due corpi, un urlo, un breve parapiglia, delle imprecazioni. Una voce gridò:
– Acciuffato!
Il maresciallo e gli altri irruppero baldanzosi nella stalla.
Era tutto buio, ma, quando fu acceso un lume, si vide l’uomo: un uomo quasi vecchio, dalla faccia avvizzita e volgare, ignobile nei suoi cenci femminili, colla testa nuda, una testa rapata, spennacchiata, quasi calva…. Faceva vergogna e pietà.
E non tentava neppure di svincolarsi, di difendersi; guardava qua e là, impotente, coi suoi occhi falsi, come una belva presa al laccio, all’agguato: era brutto e vile.
Lo legarono come un salame, fu consegnato a quattro soldati che gli montarono la guardia colle baionette inastate.
Tutto si era svolto in una mezz’ora. Tonet era senza respiro: allibito e raggiante.
– Ed ora stendiamo il verbale – disse il maresciallo.
Ma non aveva ancora varcata la soglia della cucinetta, pettoruto, levando alta la lucerna, che si voltava indietro, gridava a tutta gola.
– Ohe, ohe!… È venuto un accidente alla siora Teodora!
Col suo vestito nero, il suo corpetto attillato, il suo grembiale color pulce, zia Teodora giaceva infatti, riversa, immota, davanti all’altare.
Nella mano destra rattrappita stringeva la scatola dei fiammiferi, nella sinistra teneva il rosario….
E i timidi mansueti occhi azzurri, sbarrati verso il Crocefisso, lo guardavano ancora: vitrei, senza chiedere, rassegnatamente.