Paolo Bettoni – Il gentiluomo mendico

Lungo un mio viaggetto pedestre nel Tirolo italiano m’incontrai al di sopra di Rovereto in un giovane artista, che viaggiava egli pure colla vettura di San Francesco. Due individui presso a poco della medesima età, che hanno entrambi una valigia dietro le spalle ed un bastone in mano, che portano una blouse ed un berretto, e che vanno per la medesima strada, sono obbligati di salutarsi e di entrare in discorso, giusta le leggi dell’attrazione umana e della fratellanza universale. Queste leggi si fanno sentire principalmente nella solitudine delle montagne, lungo i cammini disastrosi, vicino ai burroni e alle cascate d’acque, e più ancora dove non si vedono che nibbi e falchi svolazzanti, da una roccia all’altra, e capre pascolanti sulle aeree punte dei precipizi. Bisogna dunque assolutamente che i due individui così ravvicinati dal caso si facciano dei complimenti, e si chiamino fortunati di camminare in compagnia, a meno che uno di essi, o tutti due, non siano ceffi paurosi, o misantropi selvaggi. Nè l’uno nè l’altro di noi si trovava in queste condizioni antipatiche, e perciò fu subito aperta la conversazione, e dato luogo alle debite confidenze. Egli si dilettava di dipingere paesaggi, e peregrinava per copiare le bellezze della natura montuosa. Io aveva la smania di fare un erbolajo, e andava errando per raccogliere ciò che mi pareva nuovo o raro nel regno della vegetazione tirolese. Ah! vivaddio, che botanica follia, che delirio delle verdure scientifiche mi aveva invaso in illo tempore! Ora ne sono guarito da un pezzo, e rido pensando a quella farragine di erbe e di pianticelle di cui aveva piena una camera, quasi fosse stata un fienile. Non dico poi dei libroni che contenevano tra foglio e foglio le mie conquiste classificate e diseccate. Il mio compagno imitava le produzioni della natura, ed io toglieva alla natura le sue produzioni medesime. Ognuno vede che il mio lavoro era molto più facile e meno pregevole del suo. Ad onta però della distanza dei meriti noi diventammo amici, e per otto giorni facemmo vita insieme. Intanto che egli disegnava una rupe od una grotta, io strappava dai crepacci dello scoglio qualche tesoro vegetale ignoto alla mia scienza. Un giorno egli mi trasportò a colpi di matita e mi fece figurare come macchietta in un suo abbozzo, mentre io prendeva d’assalto una specie di cardo singolare che sorgeva nella frana d’un dirupo, audace ed eroica impresa. Questo tratto di bizzarria artistica e d’inspirazione confidenziale mise il colmo alla nostra amicizia. Era una ragione più che bastante per fare di noi un Pilade ed un Oreste.

Alla sera dello stesso giorno ci trovammo in un piccolo villaggio ai piedi della montagna, dove esisteva un’osteria insperata e miracolosa, alla quale domandammo alloggio e cena. O santa ospitalità, io ti benedico e ti esalto anche quando sei vendereccia e mungi la borsa ai pellegrini; anche quando imbandisci loro non altro che pane secco, pomi di terra e cacio pecorino; anche quando li metti a giacere sopra letti di equivoca nettezza e di durizia incontrastabile, esigendo nondimeno il prezzo che valgono i delicati mangiari e le morbide piume. Un tale trattamento è preferibile pur sempre al digiuno e alla stazione sotto la cappa dei cielo. Fortunatamente che vicino al male si trova il bene, e l’assioma si manifestò vero per la millionesima volta. Noi avemmo un compenso al nostro disagio. Mentre stavamo in cucina affrontando il gramo pasto, e pensando al giaciglio ancor più gramo da affrontarsi dappoi, ecco nella camera attigua un violino e un contrabasso che principiano a stridere confusamente colla buona intenzione di montarsi al medesimo diapason. Erano come due amici che gridano e contrastano più in apparenza che in sostanza, per fare quindi la pace e camminare d’accordo nella stessa faccenda. A questo miagolio disarmonioso tenne dietro una monferina tutta brìo da mettere in gongolo un piagnone, e snodare le gambe d’un paralitico. Potenza degli Dei, sarebbe mai vero che qui succede una festa da ballo? Era vero come il magro pasto che avevamo finito, e come il duro letto che ci aspettava. Noi balzammo in piedi, e il passare dalla cucina al teatro delle danze fu un volo. Quattro coppie di ballerini erano già in moto, e il sesso forte sgambettava e faceva salti da dare il capo nel solajo. Altri giovinetti e altre forosette sopraggiungevano mano mano finchè la camera fu piena. Quel giorno si era fatto uno sposalizio, e l’oste aveva prestato il locale per la celebrazione di una festa in onore di Tersicore montanina. I due orfei stavano sopra l’eminenza di una tavola collocata in un angolo, e di là diffondevano torrenti d’armonia, frase che io tolgo in prestito da una gazzetta teatrale. Colui che dava vita al violino era il sarto del villaggio; l’animatore del contrabasso era il sacristano della parrocchia, due genj sorprendenti, due personaggi meravigliosi che sapevano unire i talenti più disparati. Voi che ridete, trovatemi voi due uomini che trattano gli strumenti di Sivori e di Bottesini colla stessa disinvoltura con cui tirano l’ago e accendono le candele. Noi pigliammo parte al divertimento con una lena straordinaria in chi si è arrampicato tutto il giorno su pei monti. Ma la gioventù non sente fatica quando si tratta di ballare. Quell’idea di stringere la mano ad una fanciulla, di allacciarla mediocramente ai fianchi, di condurla in giro, e di specchiarsi nel suo visetto, è un potente rimedio contro ogni stanchezza. Ma qui non erano visetti pallidi e delicati che miravamo, nè personcine smilze e fragili che cingevamo, come succede nei balli sontuosi e profumati delle città. Erano pezzi di fanciulle rigogliose e massiccie, coi volti parte brunotti e parte impastati di rosa e latte, cogli occhi neri scintillanti, piene tutte di floridezza e di vigore, tipi insomma della bellezza alpigiana. Questo era per noi un’attraente novità, che aggiunta alla fortuna di lasciar vedovo per molte ore il nostro letto ci rendeva al sommo contenti. Noi ballammo lungamente e con tutte quelle care napee, compresa la bella sposa, che non faceva smorfie nè ritrosìe vere o affettate, ma che palesava una schietta letizia, velata alquanto dalle sue commozioni misteriose, e dal contegno pudibondo di chi è fanciulla per l’ultimo giorno. Una sorella di lei era per me la regina della festa, e aveva la preferenza nelle mie attenzioni e ne’ miei omaggi di galanteria. Io le custodiva il posto da sedersi, e con premura la serviva di birra, il solo genere di rinfreschi circolanti nella sala da ballo. In fede mia quella ragazza mi avrebbe fatto fare pazzie, quando avessi continuato a vederla per molti giorni. Era fiera ed imponente come Diana, della quale aveva un poco i gusti e le abitudini silvestri. Tuttavia non mancava di mansuetudine, e rideva graziosamente mostrando un tesoro di denti bianchissimi, e facendo due pozzette che nulla di più vezzoso. Aveva nome Bettina, e ballava la forlana che era un incanto. Il mio compagno non si divertì meno di me, e inoltre come pittore e mezzo poeta ebbe delle idee e delle inspirazioni che a me non vennero. Quella rustica camera illuminata da quattro candele di sego, quel fermento dei giovani ballerini, quella lieta tranquillità dei vecchi spettatori, quelle voci di allegria miste ai suoni di quell’orchestra singolare, gli facevano l’effetto di un quadro animato di Van-Dick o di Rembrand. Io ebbi invece dei momenti di raccoglimento per fantasticare intorno ad un vecchio vestito di abiti signorili, ma logori e macchiati fino all’indecenza, che tutti chiamavano il signor conte, che mostrava infatti una fisionomia e modi distinti, che aveva ballato due volte con molta degnazione e allegramente come un giovinetto. Per mancanza di agio, di motivi sufficienti, e di persone di confidenza per farmi fare la sua biografia, rimasi per allora colla mia curiosità in corpo. Il divertimento durò fin oltre la mezzanotte, e quindi ognuno se ne andò a casa sua. Una camera qualunque, dove si è fatta una festa da ballo, appena rimane deserta, fa male all’immaginazione, ed inspira tristi e filosofici pensieri. Io stetti un poco sulla soglia in atteggiamento di meditazione a guardare quella camera vuota e silenziosa, che un momento prima echeggiava di suoni, ed era il campo di tanta gioja rumorosa. Fu allora che principiai ad accorgermi della fugacità e insufficienza dei piaceri umani, e mi sentii alquanto sconfortato. Ah, non è a ventidue anni che si fanno di queste gravi e barbute riflessioni. In gioventù quando un piacere fugge, ne intravediamo un altro nel domani, e ci consoliamo. La vera cagione del mio sconforto era Bettina, che non avrei più veduta, e che mi andava girando nella fantasia. Il mio compagno intanto mi chiamò dall’alto della scala di legno che conduceva al nostro dormitorio, il quale era una specie di granajo dove in mezzo ai fagiuoli, alle fave e alle patate sorgeva il nostro letto di Procuste. Il diavolo non è brutto come si dipinge. Una volta entrati fra le lenzuola, spento che fu il lume, e voltati che ci fummo cinque o sei volte sui fianchi, discese sopra di noi il sonno benigno, e quando si dorme ogni letto è buono. La mattina per tempo noi uscivamo dal villaggio, allorchè un ostacolo per parte mia venne a ritardare alquanto il proseguimento del nostro cammino. Io aveva le scarpe molto rotte. Questa disgrazia mi era nota da due giorni, ma il male era allora nel primo stadio, e si poteva sopportarlo. Un moralista qui direbbe: Noi dobbiamo riparare un male, qualunque sia, appena si manifesta, affinchè non diventi maggiore col trascurarlo. Un economo soggiungerebbe: Quando si rompe un punto ad una scarpa, correte subito al rimedio, altrimenti una piccola fessura si convertirà presto in uno squarcio. Mille grazie all’uno e all’altro, ma i saggi avvisi non sempre si possono mettere in pratica. Nel caso mio un pronto rimedio era impossibile, perchè al manifestarsi del guasto io non avrei saputo dove trovare un calzolaio. Eccomi giustificato della mia apparente incuria. Del resto niente di più naturale che il rompere le scarpe allorchè si viaggia a piedi tutto il giorno, e che per giunta si balla tutta la sera come disperati. Coloro che viaggiano in carrozza sono sottoposti al malanno di avere una ruota spezzata, ma è un caso molto più raro dell’altro, e perciò se potessi io vorrei sempre viaggiare in carrozza. Dunque come si fa quando le scarpe sono rotte? Quando non se ne hanno portate seco delle altre da sostituirvi? Diamine, la cosa è chiara per sè medesima, bisogna comperarne un pajo di nuove, oppure far rattoppare le vecchie a meno che non vogliate tirare innanzi così, e farvi credere un giramondo pezzente. Vi è anche la ragione di conservarsi i piedi asciutti, e di chiudere la via ai sassolini che entrano pei buchi a darvi fastidio. Lasciamo stare le scarpe nuove, io dico fra me pensando all’economia, e facciamo mettere le mezze suole a queste qui, che hanno ancora un buon tomajo. E poi dove trovare in questi luoghi delle scarpe che non sieno di materia e di fattura grossolane, e di peso enorme? Io mi guardo attorno, e vedo una botteguccia di ciabattino che ha per insegna due forme infilate ad una corda e penzolanti in aria. L’indicazione era equivoca, anzi del tutto falsa, poichè invece di fabbricare scarpe, sembrava che là dentro si fabbricassero forme. Suvvia, non andiamo a cercare la logica nè l’esattezza dei simboli sopra le insegne delle botteghe. Il barbiere tiene inalberato sulla sua tre piattelli di stagno o di ottone, e ciò non vuol significare che egli sia artefice di quella sorta d’utensili. Io entro dal ciabattino, e intanto il mio compagno va a copiare la chiesetta del villaggio, bellamente situata sopra un’altura, e poi un mulino a vento che sorgeva poco discosto di là, e che egli non prese per un gigante, come avrebbe fatto Don Chisciotte di piacevole memoria. Il ciabattino era un vecchiotto di circa sessant’anni, grasso, rubicondo e colla bontà dipinta in faccia. Aveva una di quelle fisonomie che si guardano volentieri, e per le quali si prova subito simpatia. Egli mi disse, toccandosi la berretta, che m’avrebbe servito nel mio bisogno, ma che non ci voleva meno di due ore a fare la fattura come andava fatta. Vi era in quella bottega un odor di pece e di cipolle che non rallegrava l’olfatto, ma i viaggiatori pedestri non debbono essere schizzinosi, nè cadere in deliquio al più piccolo disgusto dei sensi. Nondimeno, se avessi avuto un altro pajo di scarpe, sarei andato volentieri a passeggiare e respirare liberamente. Non potendo uscire di là, mi sedei sopra uno sgabello di paglia, e stetti a guardare l’opera e l’operajo. Maestro Giacomo (si nominava così) aveva principiato a battere il cuojo colla solita armonia dei ciabattini, quando entrò in bottega il conte che io aveva veduto alla festa da ballo. Il racconciatore delle mie scarpe si alzò premurosamente, e tutto ossequioso lo invitò a seguirlo in una stanza vicina. Colà si trattennero due o tre minuti, ed io senza volerlo intesi qualche cosa di quel breve colloquio, tenuto non abbastanza sommessamente. Maestro Giacomo chiamava illustrissimo il suo interlocutore, e gli dava non so quale danaro, scusandosi che fosse poco. L’illustrissimo diceva che era anche troppo, faceva i suoi ringraziamenti, e si protestava obbligato di tanta bontà. Quindi ricomparvero in bottega, e Giacomo, sempre riverente, accompagnò il visitatore fino all’uscita sulla strada. Allora io notai che il calzolajo era zoppo, e che rimettendosi a sedere aveva preso un’aria di tristezza mal confacente al suo volto sereno e gioviale. Egli tornò a battere il cuojo, ma con misura concitata e precipitata, non dicendo parola, e mandando qualche sospiro. Ecco l’occasione, io pensai, di cavarmi la mia curiosità di jeri sera, curiosità cresciuta infinitamente dopo ciò che aveva allora inteso e veduto.

«Galantuomo, voi siete turbato da qualche dispiacere, dissi rompendo il silenzio, e gettando via un ritaglio di pelle che io aveva foracchiato colla lesina come per baloccarmi.

«Non signore, soggiunse egli richiamando sul volto la serenità di prima. Io per me sono lontano da ogni fastidio, perchè ho buona salute, mezzi da vivere, e tranquillità di coscienza. Alle volte però mi dolgo dei mali altrui, e penso con rammarico a certe vicende umane…. Ha ella veduto quel personaggio di poco fa?

«L’ho veduto, e credo anzi che vi siate disturbato per causa sua.

«Intanto che lavoro, se vuole ascoltarmi, io le racconterò la storia di quell’uomo, ed anche un poco la mia insieme.

«Molto volentieri, giacchè le storie sono la mia passione. Narrate pure, chè io vi ascolto senza perdere una sillaba.

Per difendermi i piedi dal freddo, li cacciai provvisoriamente in un pajo di grosse scarpe da montanaro, che stavano li disoccupate e malconce, aspettando anch’esse il rimedio alle loro ferite. Quindi mi rassettai sullo sgabello, e delle tre o quattro posizioni convenienti all’ascoltatore, presi quella che denotava maggiore attenzione. Maestro Giacomo principiò a dire così:

«Quando io era giovane faceva il cacciatore di professione, e circa il tirar giusto, pochi altri mi stavano al confronto. Non lo dico per vantarmi, ma io trapassava un cappello collocato sopra un ramo d’albero a cinquecento passi di distanza. Più di dieci volte riportai il premio al tiro del bersaglio. Se avessi poi in un cumulo tutto il selvaggiume che ho ucciso, basterebbe a riempirne…. che so io?…. la nostra chiesa parrocchiale fin sotto la vôlta. Ella ride? In verità, non l’ho detta grossa. Il prodotto delle mie caccie è stato assai grande, e d’altra parte la nostra chiesa parrocchiale è piuttosto piccola.

«Io credo benissimo al prodotto assai grande delle vostre caccie. Solo io rideva all’idea di una chiesa riempita di selvaggiume.

«Ah ah, sicuro, la cosa è proprio da ridere. Ma io non trovava subito un altro recipiente un po’ vasto…. Dio mi perdoni la mescolanza delle cose sacre colle profane. Un giorno d’inverno io stava cacciando in un bosco del nostro distretto, quando, sulla strada che lo costeggia, si fecero udire dei gridi umani e degli urli di fiera. Presentendo qualche disgrazia, io corro sul luogo e vedo uno spettacolo terribile e meraviglioso insieme. Un cavallo ed il suo cavaliere erano assaliti da un lupo smisurato e rabbioso per fame. Benchè fossero due contro uno, l’assalto pareva più forte e impetuoso della difesa, e senza il mio ajuto chi sa come l’affare sarebbe terminato. Io lo terminai nel miglior modo possibile, cioè traforando il collo a quel demonio di lupo con una palla di piombo scoccata dalla mia carabina. Il cavallo tremava in tutte le membra come preso da convulsione, e sbuffava dalle narici un vapore di fuoco. Il cavaliere era più morto che vivo, ed ebbe appena fiato di dirmi il suo nome, e d’invitarmi pel domani al suo castello di Belvedere, che sorgeva a tre miglia del luogo della scena. L’uomo che io trassi da quel pericolo era niente meno che il conte Roberto G. di Trento, un gran signore che possedeva dei beni in diverse parti del Tirolo. Tutti gli uomini sono eguali, e le loro vite hanno indistintamente il medesimo prezzo. Ciò è vero senza dubbio, e quello che io ho fatto pel signor conte e pel suo bel cavallo, l’avrei fatto egualmente per un carbonajo e per la sua povera mula. Nondimeno io provai un piacere ed una soddisfazione che probabilmente non avrei provato nel supposto caso del carbonajo. Sono io perciò degno di biasimo?

«No, galantuomo. Giacchè confessate l’eguaglianza degli uomini, e le vostre disposizioni a soccorrere tanto il grande come il piccolo, io non vedo alcun male nella parzialità delle vostre compiacenze. Sapendo di aver salvato un conte, vi brillò nella mente la speranza di un premio, e la lusinga che il mondo avrebbe parlato con lode della vostra azione, la quale ove si fosse trattato di un carbonajo, sarebbe rimasta senza ricompensa, e quasi ignorata. La ricompensa di una buona azione sta nel pensiero d’averla operata, come dicono quelli che praticano la morale, e quelli che la predicano soltanto, in ciò siamo d’accordo; ma anche una ricompensa materiale non è da disprezzarsi, e l’idea di ottenerla ci fa essere contenti. insomma voi avete sentito secondo la natura umana, che, riguardo al nostro amor proprio e al nostro interesse, ci parla assai vivamente.

«Così è infatti. Egli pare che vostra signoria mi veda nell’animo, e sa spiegare la cosa come farebbe un libro stampato. Il giorno seguente io mi presento al castello di Belvedere, dove il conte m’accoglie con molte dimostrazioni di benevolenza, mi regala una somma di danaro, e vuole assolutamente che vada a star sempre con lui. Io gli espongo le mie difficoltà di acconsentire all’ultimo articolo. Il rinunciare alla libertà e all’abitudine di girare le selve per fare la vita del servitore, e sia pure del servitore favorito, era una risoluzione che non mi piaceva gran fatto. Ma il conte insistette fermamente, dicendo fra le altre cose, che il mio mestiere di cacciatore era pericoloso, e che egli aveva bisogno di vedere ogni giorno colui che gli aveva salvata la vita. Sicchè io mi lasciai piegare alla sua volontà, e mi posi al suo servizio in qualità di cameriere a condizioni molto vantaggiose. Io guadagnava assai più che facendo il cacciatore, e poteva così provveder meglio alla sussistenza de’ miei vecchi genitori. Ma le mie armi e la mia vita libera e avventurosa mi stavano sempre nel pensiero. Io aveva venticinque anni quando lasciai il mio primo stato, e ci volle del tempo per accomodarmi al nuovo, e per cambiare la mia rozzezza nativa colle maniere garbate e proprie del servitore. Il conte però era con me la stessa bontà, e tollerava le mie goffaggini senza dar segno di avvedersene, o tutt’al più facendo un certo sorriso piacevole, che esprimeva il compatimento e l’indulgenza. Questo suo modo di sopportare la mia inettitudine mi spronò ad impiegare tutto lo zelo e tutta l’attenzione di cui era capace, e finii col diventare un abile servitore come qualunque altro. Il conte era vedovo con un figlio unico, da lui amato ciecamente, vale a dire di quell’amore che non lascia vedere i difetti della persona amata e ne crea in lei di nuovi. Questo suo idolo era cresciuto fino ai venti anni trascurato nell’educazione, e avvezzo a fare la propria volontà quasi sempre capricciosa e irragionevole. Egli era caparbio, impetuoso, amico dell’ozio e del darsi bel tempo. Ad onta di ciò, suo padre non cessava di carezzarlo e di compiacerlo in ogni desiderio. Qualche rara volta gli volgeva un’ammonizione od un consiglio, che tanto valeva come il farne risparmio. Pare impossibile che un uomo di senno su tutto il resto, fosse poi così imbecille su questo particolare. Eppure se vi è cosa importante nella quale si debba adoperare il proprio senno, è appunto nell’allevar bene i figli. Non è egli vero, signore?

«Anzi verissimo, e questo conte al quale voi attribuite del senno, io penso che non ne avesse punto se non vedeva, o vedendoli, non correggeva i cattivi andamenti di suo figlio.

«Mi rincresce che vostra signoria abbia tirato questa sfavorevole conseguenza, che d’altronde potrebbe essere giusta in generale. Io però debbo credere che il signor conte fosse debole e inavveduto come padre soltanto, perchè considerato come uomo, io ho mille prove del suo retto giudizio. E poi, come dice il nostro dottore, vi sono dei misteri e delle contraddizioni inesplicabili nella condotta e nelle affezioni degli uomini.

«Bravo il vostro dottore, e bravo anche voi che ripetete la sua giusta osservazione. Andate avanti.»

«Il conte aveva tolta di collegio e presa in casa sua nipote orfana, colla mira di maritarla un giorno a suo figlio, che viaggiava allora per divertimento in Inghilterra ed in Francia. Questa giovane era piena di bellezza, di grazia e di bontà, e credo che sulla terra non vi fosse una creatura più perfetta di lei. Donna Ernestina (la chiamavano così) non aveva più veduto il cugino dal giorno che ora entrata in collegio a undici anni, e ne contava allora diciotto compiti. Essa ignorava pure i difetti e la poco lodevole condotta di lui. Sapendo di essergli destinata in moglie, se lo dipinse nel pensiero come adorno d’ogni virtù, e dietro le reminiscenze della fanciullezza, bello di volto ed elegante di forme. In ciò aveva indovinato, perchè il contino Federico era, come si dice, un beniamino della natura. Quindi sulla fede di questa prevenzione essa lo amò anticipatamente, e quando lo vide tornato in patria, dopo venti mesi di assenza, ne rimase colpita, e il suo amore andò di galoppo. Anche il contino parve tocco amorosamente dalla vista di lei. Questo incontro ebbe per testimonio un personaggio, che badando al contegno dei due giovani, ricevette egli pure nell’anima un colpo improvviso, ma d’un genere tutto diverso. Qui io debbo dire che il contino aveva fatto amicizia con un certo cavaliere Giordano, uomo di trenta anni, senza beni di fortuna, ma capace d’ogni mala industria per procurarsene. Era costui di aspetto e di maniere piacevoli, abile parlatore, scaltro, simulato, e profondo nell’arte di adulare e di sostenere i più opposti caratteri. Al conte padre era gradito perchè divideva le sue opinioni politiche, giuocava con lui agli scacchi, e lusingava la sua passione per le anticaglie. Il contino lo aveva carissimo e non poteva vivere lontano da lui, che era, senza parerlo, il fomentatore ed il compagno delle sue sregolatezze. Io dico senza parerlo, perchè il briccone sapeva fare in modo che invece di seduttore compariva come sedotto. Guai allorquando un uomo di questa natura si mette al fianco di un giovane ricco, inesperto, e già inclinato alla dissipazione. Egli è perduto senza rimedio, come la preda che il serpente attortiglia nelle sue spire. Dio sa quale profitto avrà ricavato il contino, e quali divertimenti avrà gustati ne’ suoi viaggi con un tale furfante che lo accompagnava! Tornato dunque in patria, come dissi, e vista la bella e graziosa cugina, egli ne restò incantato di ammirazione. Il cavaliere comprese subito il pericolo che il contino potesse innamorarsi seriamente di lei, e farla sua sposa. Ciò accadendo, si sarebbe cambiata la faccia delle cose, e lo scapolo disordinato avrebbe probabilmente preso la condotta di un savio marito. Questa idea spaventava il cavaliere, che vedeva così perduta la sua influenza e rovinati i suoi interessi. Bisognava dunque impedire questo matrimonio, e si pose all’opera con tutte le sue arti sopraffine. Vi era in Trento una donna famosa per le sue galanterie e civetterie, chiamata la Flora. Sebbene non fosse della prima gioventù, conservava ancora tanta bellezza e tanto brio da sedurre gli uomini ed allacciarli nelle sue reti. Il cavaliere era stato nel numero de’ suoi amanti, e sussisteva ancora fra loro un certo legame che non saprei come qualificare. Era quell’abitudine di vedersi con indifferenza dopo gli amori dileguati, quella famigliarità ora satirica ed ora scherzosa di due tristi che si conoscono e si disprezzano a vicenda. Il cavaliere si concertò con lei, ed un giorno le condusse in casa il contino Federico, il quale morse all’amo e cadde nel trabocchetto. Sugli uomini viziosi e corrotti possono più, io credo, i vezzi artifiziosi d’una sirena, che le schiette attrattive d’una giovane innocente. Il contino non badò più alla cugina, e tutti i suoi pensieri furono rivolti alla Flora. Il padre non sapeva nulla di questa tresca, e vanamente andava sollecitando il figlio perchè si disponesse al divisato matrimonio. Dopo avere con varj pretesti menato la cosa per le lunghe, il contino dichiarò che non amava la cugina, e che ricusava di sposarla. Il padre montò sulle furie, e fu quella l’unica volta che io lo vidi seriamente in opposizione col figlio. Ma era troppo tardi per destarsi e far valere la sua autorità. Anche in questa occasione egli dovette cedere e sacrificare le proprie speranze. Donna Ernestina volle andare a nascondere in un monastero il suo infelice amore e l’umiliazione di vedersi rifiutata. Lo zio tentò indarno di distoglierla da tale proponimento, e di confortarla colla promessa che le avrebbe trovato un altro e più splendido partito. La povera signorina fu inconsolabile, e molte volte io la sorpresi che sospirava e aveva gli occhi rossi dal pianto. Ferma nel suo divisamento, essa entrò nel monastero della Visitazione, vi prese l’abito e pronunziò i voti delle suore professe. Certamente la è una bella cosa il consacrarsi a Dio, ma io avrei desiderato che donna Ernestina si fosse data pace del suo mal collocato amore per accenderne un altro più degno di lei, che era fatta per formare la felicità di qualunque uomo egregio. Il disperarsi poi e l’abbandonare il mondo a cagione di un poco di buono, è stata una stravaganza che io non le ho mai perdonata. È ben vero che dopo qualche anno diventò abbadessa del convento, ma io ripeto, che avrebbe fatto meglio a diventare sposa di un signore virtuoso, e madre di cinque o sei figli che somigliassero ai genitori. Dico io bene, signor mio?

«Dite benissimo, maestro Giacomo. Le belle e savie fanciulle devono maritarsi e procreare dei figliuoli per adempire ai voti della natura, ed ai bisogni della società. Vadano nei monasteri le difettose di corpo, e quelle che per vocazione speciale sono chiamate alla vita ritirata e contemplativa.

«Ho piacere che siamo d’accordo nella massima. L’anno medesimo della monacazione di donna Ernestina venne a morire il conte Roberto per un attacco violento di podagra alla quale era soggetto da qualche tempo. Per amore della verità debbo dire che, durante la sua malattia, il contino mostrò tutte le sollecitudini di un figlio affettuoso. Per quindici o venti giorni egli fece tregua colle sue sregolatezze. Poche volte usciva di casa onde rimanere presso il letto del padre, dando segni di tristezza quando il male imperversava, e rallegrandosi quando appariva qualche indizio di miglioramento. Questa dimostrazione d’amore figliale voglio credere che fosse sincera, e avrà servito a confortare gli ultimi giorni del vecchio conte, il quale spirò fra le braccia di lui, che lo pianse amaramente. Ciò mi conferma nella credenza che non avesse un cuore cattivo, e di più sono persuaso che in quella occasione egli si sarebbe convertito al bene, se invece del cavaliere avesse avuto per amico un uomo di proposito da consigliarlo saviamente. Ma dominato da quel pessimo arnese, non che convertirsi, andò sempre più ingolfandosi nel vizio. Anche il trovarsi padrone di una ricca sostanza e libero dalla soggezione paterna contribuì non poco a fargli rompere il freno alle sue voglie. Il lusso, il giuoco, le orgie e le donne fecero un gran guasto nella sua fortuna. La sola Flora gli cavò di mano la bontà di venti e più mila scudi, la qual somma io non ho scrupolo di dire che venne divisa col cavaliere. Costui aveva poi altre frodi e gherminelle per estorcere danaro dal suo zimbello. Per esempio lo barava al giuoco, andava d’accordo cogli usurai e coi fornitori di generi per giuntarlo, e fingeva bisogni e disgrazie onde mettere a contribuzione la sua liberalità. La casa del contino era il convegno di tutti i buontemponi e gli scapati della città. Ivi succedevano canti, suoni, feste da ballo, splendide cene, ed ogni sorta di divertimenti più o meno sbrigliati. La si figuri che spese rovinose per andare innanzi con queste corti bandite. Al contrario degli altri servitori, io non era ben veduto dal contino, perchè col mio silenzio e colla mia serietà io disapprovava la sua brutta e scandalosa maniera di vivere. Una sera lo incontrai che montava lo scalone colla persona in disordine e barcollando per ubbriachezza. Viva il cielo, egli avrà bevuto dello Sciampagna o del Lacrimacristi, ma era ubbriaco nientemeno di un plebeo che avesse bevuto del vino a dodici soldi ai boccale. Quello spettacolo vergognoso mi fece torcere lo sguardo e brontolare qualche parola di disgusto, che per mala sorte venne da lui intesa. Chiamatomi da vicino, mi disse due o tre parolacce poco degne della sua nobiltà, e poi mi congedò con un urtone, molto men degno ancora. Io perdetti l’equilibrio e caddi a rotolone giù per la gradinata. Dopo questo bel tratto egli entrò nelle sue stanze, ed io rimasi senza potermi alzare, finchè vennero i miei compagni di servizio ad ajutarmi. Il fatto sta che aveva una gamba rotta, e per coronar l’opera il chirurgo ignorante me l’aggiustò in modo che riuscì quattro dita più corta dell’altra. È ben vero che il contino si mostrò dolente della sua brutalità, e che volle riparare il danno con una borsa di danaro, ma io ricusai la sua offerta, e abbandonai il suo servizio, maledicendo il giorno che mi persuasi ad indossare una livrea. Collocarmi in un’altra casa per seguitare la stessa vita, era cosa che io non voleva fare. D’altronde, chi avrebbe voluto prendere un servitore zoppo, quando pure fosse stato dieci volte più galantuomo di un altro colle gambe dritte come fusi? I servitori delle gran case debbono essere svelti, appariscenti, e senza alcun difetto visibile.

«Sicuramente. Se hanno poi delle magagne nascoste, se sono furbi, immorali e maldicenti dei padroni non importa. Basta che facciano bella mostra delle loro persone, e che lusinghino per tal modo la vanità di chi li paga.

«Io presi dunque il partito di tornarmene qui nel mio villaggio, e di occuparmi in qualche altro mestiere. Alla caccia non bisognava più pensarci, perchè oltre al buon occhio, ci voleva ancora buona gamba, e poi i begli anni della gioventù erano andati. Laonde io misi nel cappello due pezzetti di carta rotolati, sull’uno dei quali era scritta la parola sarto, e sull’altro la parola calzolajo, e ne tirai uno a sorte. Così fu che diventai calzolajo, come sarei diventato sarto se la mano fosse caduta sull’altro pezzo di carta. Mi si dirà che per esercitare un mestiere bisogna averlo imparato a tempo debito, e che da un giorno all’altro non si acquistano le cognizioni. Io ne convengo, ma con un poco d’ingegno e di entratura si riesce presto in certe piccole faccende. Non si trattava già di trasformarmi in medico nè in avvocato. Dopo un mese di studio e di pratica sulle mie proprie scarpe, io fui in grado di racconciarne e farne di nuove ai miei compaesani, che per verità non sono di molto difficile contentatura. In seguito poi ho potuto perfezionarmi così che i miei lavori non temettero più confronti, e persino il sindaco ed il curato mi diedero la loro clientela. Guardi mo’ se dico esagerazioni e millanterie. Una delle sue scarpe è finita; esamini un po’ che solature coi fiocchi sa fare maestro Giacomo,

Egli mi porse la scarpa da esaminare. O amor proprio ingannatore! O cieca stima di noi medesimi! O ignoranza delle nostre dappocaggini! Quella scarpa era aggiustata orribilmente. Il nuovo non combaciava col vecchio, i punti erano lunghi e disuguali, la suola mal ritagliata e sporgente qua e là dal tomajo, un lavoro insomma da guastamestieri. Quella scarpa mi fece dubitare dell’antica perizia di Giacomo cacciatore. Non pertanto bisognava dire: va bene, tanto più che egli stava lì colla faccia ridente in aspettazione d’una parola di lode. Sebbene un poco stizzito, io non volli lamentarmi, nè distruggere la confidenza che egli aveva nella propria abilità. Io gli dissi dunque: Va bene, maestro Giacomo, in riguardo se non altro del piacere che mi procurava il suo racconto. Soddisfatto della mia approvazione, benchè non troppo ammirativa, egli continuò a dire.

«Io voleva avere un’occupazione; non tanto per guadagnarmi il pane quanto per fuggir l’ozio che è il padre dei vizj, giusta un proverbio colla barba. Grazie a’ miei risparmj e alle liberalità del defunto conte, io aveva già comperato questa casetta con un pezzo di terra che vi è unito. Ah, così avessi potuto soddisfare un altro mio desiderio, che era quello, di sposare una giovane da me grandemente amata. Quando costei mi vide tornato al paese con questa mia imperfezione, cominciò a raffreddarsi nella corrispondenza, e finalmente non volle più saperne de’ fatti miei. Guardi un po’ che tristanzuola! Quasichè il zoppicare mi dovesse impedire di volerle bene e di essere un buon marito. Ella sposò uno che non zoppicava fisicamente, ma pur troppo nel senso dei buoni costumi. Così ebbe a passare con lui delle tristi vicende, e dopo tre anni di matrimonio morì di afflizione. Io non ho mai potuto dimenticarla, e anche adesso, vecchio come sono, me ne ricordo sempre con un misto di amore e di compassione. Ma io debba raccontare, più che la mia storia, quella del contino Federico, il quale d’ora in poi lo chiamerò conte a motivo della sua virilità incominciata. Io non era più con lui per vedere da vicino le sue follíe, ma la voce pubblica s’incaricò di farmele sapere. Ora si parlava d’una gran somma di danaro perduta alle carte, ora di un convito come quello di Baldassare, ora di due cavalli fatti venire dell’Inghilterra, ed ora d’una collana di diamanti regalata ad una ballerina. Un giorno si vociferò che avesse avuto un duello per un intrigo amoroso, e che fosse rimasto ferito in una spalla. Tutto ciò era la pura verità. Intanto il cavaliere diventava ricco a misura che il conte si rovinava. Quel mariuolo aveva già comperato delle possessioni, e collocato delle somme sopra la Banca dello Stato. Allorquando vide che l’amico si riduceva a mal partito, e che poco o nulla poteva più rubargli, andò a viaggiare in Germania sotto pretesto di qualche affare, e lo piantò. Un colpo di fortuna inaspettato rifece al conte le ricchezze che aveva dilapidate. Un suo vecchio zio materno, che abitava in Baviera, venne a morire, lasciando un solo figlio celibe di circa trent’anni. Costui, rimasto appena senza padre, cadde un giorno da cavallo e perdette sull’istante la vita. Non avendo fatto testamento, i suoi molti beni furono ereditati dal conte, che era il solo suo parente. Non sarebbe stata questa una bella occasione di aprire gli occhi sui proprj disordini, e di mettere giudizio? Ah, quando le male abitudini sono radicate, non si dismettono più! Egli incominciò a divertirsi come prima, anzi più di prima per compensarsi delle strettezze e delle privazioni in cui aveva vissuto forzatamente per qualche tempo. Il cavaliere, avendo saputo il fatto dell’eredità, fece ritorno dalla Germania e si rimise al suo fianco per pelarlo di nuovo. Così in pochi anni andò al diavolo anche il milione ereditato, e allora il cavaliere disparve per sempre. Ecco il conte ridotto quasi al verde, abbandonato dai parassiti e dalle donne, beffeggiato da tutti, e per giunta malandato di salute. Egli poteva ancora cogli avanzi della sua fortuna vivere mediocremente, ritirandosi dal mondo e contentandosi del poco. Ma questa buona idea non gli passò neppure pel capo. Al contrario gliene venne un’altra delle più stolide che si possano immaginare, e la pose in effetto. Vedendosi al limitare della vecchiaia e malaticcio, si persuase che non gli restavano tutt’al più che tre anni di vita. Quindi egli divise in tre parti le ottantamila lire che ancora possedeva, onde mangiarsele anno per anno, sperando che la morte verrebbe a coglierlo quando fosse rimasto senza un soldo. I tre anni passarono, e le ottantamila lire furono esattamente consumate, ma la morte non comparve. Anzi durante quell’epoca il conte ricuperò la salute, e già da cinque anni vive prosperoso nella miseria. Egli è quel personaggio che venne qui poco fa.

«Io lo aveva indovinato. E perchè in capo ai tre anni non andò egli a gettarsi in un fiume? Quando si assegna con tanta sicurezza il termine della propria vita, bisogna fare che la morte dipenda dalla nostra volontà.

«Oibò, il suicidio è un peccato, e il conte non avrà voluto commetterlo, sebbene per verità ne abbia commessi tanti altri. Non so se ci voglia più coraggio a uccidersi, o a vivere una vita infelice come la sua. Non c’è pitocco nel nostro villaggio che non stia meglio di lui. Almeno il pitocco non ha le memorie del passato splendore, non ha i rimorsi di aver dissipato un’immensa sostanza, e mangia il pane della carità senza arrossire.

«Ma questo conte sarebbe egli ridotto a limosinare?

«Qualche cosa di somigliante. Qui nei dintorni egli aveva un palazzo, al presente trasformato in una filanda, nel quale il compratore gli lascia godere due camerette finchè vive, non so se per contratto o per compassione. Il povero diavolo va a desinare ora dal parroco, ora dal sindaco, ed ora da qualche altro benevolo possidente. Alle volte riceve un soccorso di danaro da certi suoi amici di Rovereto e di Trento, che si ricordano di lui.

«E come sopporta la sua miseria?

«Piuttosto coll’indifferenza dello spensierato, che colla rassegnazione dell’uomo mortificato e pentito che conosca i proprj torti. Mi dispiace il dirlo, ma io sono persuaso che se gli toccasse per miracolo un altro milione, tornerebbe da capo a divorarlo. L’inclinazione ai piaceri, e dirò anche ai vizj, è in lui irresistibile. Non potendo far altro, guarda le donne con occhio bramoso, giuoca all’osteria un boccale di vino col primo che gli capita, e si reca come spettatore ai balli campestri che succedono per nozze, o per altre occasioni di allegria. Lo crederebbe? Egli è capace perfino d’immischiarsi nelle danze.

«Come appunto ha fatto nella festa di jeri sera. Egli non ha dunque nessuna dignità, nessun sentimento della propria nascita e del proprio decoro.

«La poca educazione, le male pratiche, e la scompigliata sua condotta lo hanno degradato e avvilito per sempre.

«Quantunque vi abbia rotta una gamba, voi gli fate del bene, maestro Giacomo. Io ho udito testè, senza volerlo, come un ricambio di parole fra il benefattore e il beneficato.

«In quanto alla gamba rotta, io gli ho già perdonato da un pezzo, e non me ne ricordo più. Circa il fargli del bene, io non sono in grado di dar molto, ma pure di quando in quando gli do un pajo di fiorini, o presso a poco. Inoltre gli aggiusto le scarpe rotte, e gliene regalo un pajo di nuove a Pasqua e a Natale. È un tributo che io gli pago in riguardo alla memoria del suo buon padre. Per lui medesimo è poco degno di essere beneficato, ma forse otterrebbe egualmente il mio piccolo beneficio. Se si dovessero soccorrere soltanto quelli che meritano, una gran parte dei bisognosi morrebbero di fame. Il conte è infelice, e tanto basta. La sua indifferenza potrebbe essere studiata per non dare altrui lo spettacolo della sua tristezza, e per parere un filosofo che sa portare in pace l’avversità. Quando si trova solo nelle sue squallide camere, deve pensare, voglia o non voglia, alla sua misera condizione. Egli deve confrontare il passato col presente, e, viva il cielo, non si scappa ai tormenti di questo paragone. Sicchè io lo compiango, e lo ajuto come posso. Quando poi lo vedo all’osteria con quelle sucide carte in mano giuocare colla gentaglia, io dico fra me per cacciare la stizza, che egli ha la testa matta, o che si comporta così a fine di stordirsi sui proprj mali.

«E come avete cominciato a beneficarlo? La vostra carità è domandata o spontanea?

«Ecco qua il fatto. Un giorno egli venne a chiedermi in prestito otto lire, dicendo che me le avrebbe restituite alla fine del mese. Passato questo tempo, egli ricomparve, non già per fare la restituzione, ma per domandarmi un’altra piccola somma, aggiungendo che mi avrebbe rimborsato il tutto entro la settimana. Allora io gli risposi che non voleva nessuna restituzione, e che anzi, se si degnava di accettare, io gli avrei fatto di tempo in tempo qualche dono secondo che permettevano le mie deboli forze. Egli non ricusò, ed io da quattro anni e mezzo non manco alle mie promesse.

«Voi siete un uomo di buon cuore, da quanto ho veduto; voi trattate ancora con ogni riguardo questo conte, che se ne mostra così poco degno.

«Io sono stato suo servitore, ed ho l’abitudine di praticargli queste rispettose esteriorità. Noi piccole genti non possiamo spogliarci mai di quella riverenza, e direi quasi venerazione, che c’inspirano i nobili ed i ricchi, quando pure non pregevoli per sè medesimi, o sieno decaduti dalla loro altezza di fortuna. Hanno un certo prestigio di superiorità imponente. Io ho un bel dirmi che il conte non è punto stimabile, e che io sono dieci volte più ricco di lui, ma non per tanto io potrei permettermi una parola od un atto che indicasse confidenza o dispregio. Non so capire il perchè di questa forza prepotente che mi domina mio malgrado.

«Ve Io dirò io il perchè. Quando vedete il conte, voi vedete insieme gli stemmi della sua nobiltà, e i ritratti de’ suoi avi collocati in ordine sulle pareti. Voi vedete i mobili sontuosi, le argenterie, le dorature, il lusso e lo splendore del suo palazzo. Voi vedete i suoi cavalli e le sue carrozze, il suo scrigno, le sue ville, e quanto insomma formava la corona abbagliante della sua grandezza. Tutto ciò è dileguato, ma non importa; voi lo vedete ancora cogli occhi dell’immaginazione. Voi non potete separare il passato dal presente, nè l’uomo dalla cosa. Voi credete che sia il conte che v’impone riverenza, e invece non è altro che la sua passata fortuna, da voi incarnata nella sua persona.

«Per bacco, sono persuaso che il fatto sta come lei dice. Queste idee esistevano in confuso nella mia testa, ma io non avrei saputo disbrogliarle nè esprimerle debitamente. Ecco quello che ha guadagnato il conte trascurando la sua educazione, dandosi ai cattivi compagni, e battendo la strada dei vizj e dei piaceri. Egli non ha mai ottenuto nè stima nè amicizia presso i buoni, ha disonorato la nobiltà della sua stirpe, ha mandato in malora un ricchissimo patrimonio, e dopo una vecchiaja trista e deserta morirà probabilmente all’ospedale, ultimo rampollo della sua illustre casa. Laddove, se avesse pensato e agito da vero gentiluomo, si sarebbe sposato ad una degna fanciulla sua pari, avrebbe avuto dei figli che seguitassero le sue virtù, sarebbe stato utile e distinto nelle società, e finalmente sarebbe morto lasciando a’ suoi posteri un nome onorato, e le ricchezze avute in retaggio da’ suoi maggiori. Quando penso a quest’uomo, mi vengono cento buone inspirazioni sulla virtù e sulle regole della vita.

«Da bravo, maestro Giacomo, fatemi udire qualcuna delle vostre buone inspirazioni. Io sono avido d’imparare.

«Bella avidità veramente, ma qui non è ad una scuola da poterla saziare. Io sono maestro soltanto di calzoleria.

«E di morale ancora meglio. Voi siete capace di fare un sermone come un pajo di scarpe.

«Vostra signoria mi burla, non è vero? Ella sì che debb’essere un sapiente, sebbene in giovane età. Se non m’inganno, ecco un semplicista, una sorta di medico, uno che conosce la virtù delle erbe e ne compone dei rimedii salutari.

«Nulla di tutto questo. Io raccolgo erbe come un altro raccoglierebbe conchiglie, pel solo piacere di conservarle diseccate fra le pagine dei libri. Io non m’impaccio della loro virtù medicinale.

«Allora, mi scusi, non si può faticare nè perdere più inutilmente il tempo, che è tanto prezioso.

«L’ho detto io che siete un buon moralista! Suvvia, tirate qualche conseguenza istruttiva dal vostro racconto. Quali lezioni se ne possono ricavare?

«Ella mi stuzzica non altro che per farmi dire, giacchè sa meglio di me ciò che insegna la storia del conte. Prima di tutto i padri debbono imparare che un cieco e malinteso amore pei figli è sommamente dannoso e fatale alla loro buona educazione. Guai a quei padri che così amano i figli, poichè senza saperlo si fanno fomentatori, e direi quasi complici delle loro sregolatezze. Quando si avvedono del male, non sono più in tempo di ripararlo, e non giovano a nulla i pentimenti nè i rimorsi della coscienza. Il vero e utile amore paterno è quello che veglia continuamente, onde incoraggiare le buone e combattere le cattive inclinazioni che si manifestano nei figli. Se opera altrimenti, il padre è colpevole dinanzi a Dio ed agli uomini d’aver tradito il più sacro de’ suoi doveri. La gioventù impari come sia importante la scelta degli amici. Se la mia condotta è biasimevole, un vero amico può raddrizzarla co’ suoi consigli e col suo esempio, ma un falso amico, di traviato che io era, mi rende tristo e mi rovina del tutto. Veda la gioventù a quali estremi conduce una vita principiata e proseguita nell’ozio e nell’ignoranza, una vita senza freno e dedita non altro che ai sensuali piaceri. Veda la miseria, i mali, il disprezzo e l’abbandono che aspettano l’uomo vizioso. I nobili sopra tutto imparino a vivere saviamente ed esemplarmente, perchè hanno maggiori obblighi degli altri, e perchè la voce dell’onore deve farsi sentire in essi più vivamente. Un nobile che calpesta la sua dignità e quella de’ suoi antenati, che s’ingolfa nel fango dei vizj, e si riduce infine mendico, mi pare una mostruosità, il colmo dell’abbiezione umana. Ecco, signore, che ho terminato di moralizzare e insieme di aggiustare l’altra sua scarpa.

Maestro Giacomo diede a tutte due una politura colla spazzola, come si pratica dai calzolaj per coronar l’opera di un rattoppamento qualunque. Io le calzai, e mi parve di essere ingrandito di un pollice, tanto le suole erano grosse e favorevoli al mio innalzamento. La racconciatura, come ho detto, era mal fatta, ma il prezzo fu discretissimo e degno del lavoro. Non avvenne come all’osteria, dove si mangiò e si ebbe ricovero pessimamente, e si pagò in ragione inversa del trattamento. Infilate le braccia nelle cinghie della valigia, ed il bastone nel fagotto delle erbe, salutai maestro Giacomo, e andai a raggiungere il mio compagno.

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