Paolo Valera – Alla conquista del pane – Edizione Liber Liber

CARA SIGNORA,

Le belle, deliziose serate che passammo! Io entrava nel vostro salotto solferino-pallido, le guancie imporporate di timidezza, il cuore commosso, sfiorando i ricchi tappeti per sorprendervi il pensiero che mi chiamava alla sfuriata dei baci. Voi, spruzzata da un bagliore crepuscolare, inchinata sulla tastiera, le pupille lampeggianti nella dolcezza lattea, sprigionavate un sospiro che era tutta una promessa e, colle bianche manuccie che affoltavate nel mucchio dei miei capelli selvaggi, mi soffocavate la bocca sulla bocca. Quale sorgente inesauribile misteriosa di voluttà. Voi suggevate perdendovi e io vi rimanevo perduto. Vi ricordate signora? Mi chiamavate, premendomi al seno che ansava, il vostro fanciullo e tremavate di non trovare l’amante. Le belle deliziose serate che passammo!
Io mi risospingo a quel tempo felice, come il vecchio crivellato dagli anni e dalle battaglie che si compiace spaginare il libro vissuto. Vi dispiace, mia bella signora? Non vi mettete paurosa la mano gentile dove io nascondevo folleggiando i trasporti. Sono troppo gentiluomo per passare col piede sulle reliquie di una passione che scaldammo insieme. Mia cara, come ci amavamo, come ci adoravamo allora! Io coll’entusiasmo dei vent’anni, voi coll’anima trionfante e assetata dei ventotto. Io cercando nelle vostre braccia morbide l’obblio dell’obblio patito, voi il poeta e l’atleta che vi facesse trasognare nei poderosi abbracciamenti. Guardiamoci indietro, Bianca. Un cumulo di cenere fredda. Frughiamola colle stesse molle. Nessun sussulto. Addio ebbrezze credute eterne. Noi non viviamo più del vostro foco. Ve lo sareste immaginato, mia superba Signora, quando ci sorrideva la fede, quando l’uno viveva dell’altra? Eppure tutto è stato sciupato. Una notte, vi rammentate? Il fogliame del vostro giardino bisbigliava agitato dalla vivezza dell’aria che civettava nei vostri riccioli scomposti sulla fronte. Io, coi gomiti sui cuscini di seta, smarrito dietro un corteggio di nubi che si sbocconcellava pel cielo, aspiravo una delle vostre cigarelle profumate. Pensavo a voi, pensavo al fascino dei vostri occhioni bagnati di piacere, a quell’ora piena d’ansia in cui mi gettai ai vostri piedi implorando il perdono di amarvi. Che ragazzo! mi diceste con una voce che traduceva la vostra emozione. Credetti di impazzire. Vi presi la mano, ve la copersi di baci e li lagrime e vi dissi parole incomprensibili. Erano degli anni, sapete, ch’io non provavo tanta tenerezza. ma che degl’anni? Era la prima volta che balbettavo l’amore. Perchè non mi avete lasciato alle mie evocazioni, perchè mi avete strappato alle fantasticherie con una frase brutale, una frase scellerata, una frase che ancora non mi so divellere dalla mente?
– Dunque è vero! – mi ingiuriaste con una inflessione satanicamente beffarda. – Voi non siete che un miserabile, un ladro che si è introdotto carpone nel seno di una donna indegna di voi. Vi scaccio!
Mi serrai la gola colle dita convulse.
Voi, indietreggiando, piantata sulla vestaglia festeggiata dai nastri colorati alla bottoniera, minacciosa come la vendetta, mi additaste la vetrata e ricami. Quale coltellata nel cuore! Nol nego. Il mio pensiero fu di avventarmisi e contendervi l’amore che schiantavate crudelmente con un gesto. Ma voi, la bella faccia coperta di collera, mi agghiacciaste il sangue coll’imperiosità delle dita che fremevano colle vostre labbra.
Quanto male mi avete fatto, Bianca, quanto! Ma non vi rimprovero, sapete. Oh no! Avrei paura di macchiare la pagina intessuta col sangue migliore delle vostre vene.
Sì, è vero, ho mentito. Vi aveva dato un nome qualunque per nascondervi il mio bruttato di miseria. Ma credete voi che non l’abbia fatto per conservarmi il posticino sulla vostra spalla di neve? Dite; se vi avessi detto: “Bianca, colui che carezzavate, che regalavate di baci e di confidenze e di estasi non è che un Giorgio – un pitocco che basiva ieri sul lastricato, mendicando la pietà di un crostino di pane.” Francamente, non vi sareste drizzata sui fianchi che tante volte cinsi, per insegnarmi la via che chiude il romanzo? Non mi date la risposta. Riaprireste la cicatrice e mi fareste lacerare questi fogliolini inzuppati d’inchiostro – per farvi sapere quello che non ho avuto il coraggio di narrarvi sul guanciale, ove tante volte gustai secovoi la frenesia degli amplessi inenarrabili.
Leggete, mia buona Bianca. Sono tutti pezzi di carne lasciati e raccolti sui dirupi ove io cadevo estenuato. Facendone un volume, non ho pensato che a riabilitarmi in faccia a voi, prima ed unica che mi insegnaste la grandezza dell’amore e a vendicarmi di una società grassa che mi ha condannato alle durezze della vita, quando io mi attendeva da lei i conforti dovuti alla gioventù.

GIORGIO

ADORATA MAMMA.

Pazienza e vedrai che Iddio è con noi. Il signor Gerolamo è troppo compreso della mia posizione per mentire. Egli ha giurato davanti a Marta, sua moglie, che il mio impiego è cosa sicura. Sai, lui è uomo influente e conosce un mucchio di personaggi quali lo riveriscono con degli inchini e gli fanno delle scappellate. Ieri, mentre passavamo la via San Giuseppe, l’ho udito buttare dall’altra parte del marciapiede un “ciavo, cavaliere” a un signore tutto richiuso in un abito nero a petto risvoltato. E quegli agitò la mano inguantata e sparò un sorrisetto graziosissimo. Dev’essere, mamma, una grande consolazione il sentirsi amato dai propri concittadini. Sta dunque tranquilla. Non è che questione di giorni. Forse neanche. Poichè per una predilezione speciale verso il signor Gerolamo, mi si accetterà “in via affatto provvisoria.” In seguito – appena si aprirà il concorso – farò gli esami o naturalmente, andrò a “soldo.” Dove, in qual ramo? È anche per noi un mistero.  Quello che so di certo, è che diventerò impiegato “d’ordine.” Mi pare di vederti, sulla tua seggiola, la calza in mano, mandare un grande sospiro. Sì, il tuo sogno, il sogno che hai accarezzato lungamente, studiosamente, sta per diventare una realtà vera. Io sarò impiegato. Potrai dire: mio figlio è impiegato del governo! Forbisciti la bocca. La nuova in paese farà chiasso. E lo speziale? Quel gianfrullone che s’ostinava a credermi un poco di buono? Creperà dalla bile. Lui già non è che un pessimista. Un repubblicanone che, sparla degli uomini, delle istituzioni, dei sistemi, ti ricordi? Ma perchè allora continua a fare l’ufficiale di posta governativo? Chiacchere. Mamma, sei contenta? E io? Ah, io non vivo che per i tuoi desideri. Avrei amato una posizione libera, indipendente, per rifare me stesso, per conquistarmi il posto sociale a furia di lavoro e di studio. Ma tu, mamma, hai soffiato troppo sui miei ideali perchè insista. Quando si è costretti a pensare al pane, il resto diventa un’ubbia. A dirtela, l’ignoto alla mia età non mi sarebbe spiaciuto. Vivere di desiderî, di urti, di febbri…. Ma sì, saremmo stati disgiunti per sempre. Invece, appena avrò la mesata sicura, tu lascierai la casuccia e verrai qui, ad abitare col tuo povero Giorgio che ti vuol tanto bene. Vivremo l’uno per l’altra. Io ti racconterò le mie speranze, i miei disinganni, le mie gioie, i miei dolori e tu mi conforterai, mi carezzerai, mi consiglierai e dividerai meco quel po’ di fortuna che Dio vorrà mandarci. Il signor Gerolamo e la sua signora ti ricambiano i saluti e tuo figlio ti bacia in fronte. Addio.
Abbracciami Ortensia.

ADORATA MAMMA.

Mi ci perdo fra una maraviglia e l’altra. Veicoli di ogni foggia – dal brougham al tiro a quattro – che s’inseguono, si urtano, si rasentano sterzando; gente affacendata che si rincorre muta per ingropparsi, sparpagliarsi, perdersi in una scantonata; avvisi sesquipedali a caratteri saltimbancheschi, che perseguitano il cittadino dalle muraglie, dalle porte, dagli assiti. Una réclame incubo. Distese di diamanti che riscintillano e faccettano e troneggiano in un lago di rubini, di smeraldi, di topazi, dì berilli – tutta una famiglia che attrae, abbaglia e dà le vertigini. E qua bacheche a far disperare le fanciulle sì e no pubescenti. Colonne di seta, tempi romani di stoffe, architravi di tele, prati di fazzoletteria, pareti di calze, soffitti di mantili, casuccie intere di maglie, di cravatte, di guanti. Lo credi? Mi è venuto voglia di cacciarvi la mano e rubarvi una cravatta scozzese e un paio di guanti color marrone. Ah, un paio di guanti! Come ci devono star bene le dita in quella pelle fine! Dappertutto uno sterminio di ninnoli. Ortensia, se ci fosse Ortensia, diventerebbe pazza. Le hai tu vedute queste cose mamma? Se non le hai vedute non puoi averne idea. Ti ci smarriresti dietro per quarti d’ora, incantata, imbambolata, senza dartene ragione. Guarda questa vetrina femminile Ricche vesti imbottite che ti si drizzano davanti cariche di merletti, di blande, di gale; pieghettate, sgonfiate, orlate, che lasciano già delle code lunghe, a piazzali, superbe come i tacchini. Cappelli che ti mettono il tittillìo pei tessuti dorsali. All’Ugonotte, alla Rembrandt, alla Mousquetaire. E che piume, mia cara. Piume che sono un soffio, un alito, un sospiro. Importazione dal Canadà, dal Mississipì, dal Centro dell’Africa. Rosse, aranciate, verdi, gialle, turchine, azzurre, violette e qualche volta l’iride insieme. Uccellucci piccini, che spuntano dalle ali o mettono fuori le testoline dai cespugli messi lì con garbo o restano soffermati sulle gambucce, colla graziosità aristocratica del pavone. Quali manine dilicate hanno dato vita a quella gazzarra di monellucci? E tuttavia quale differenza tra l’ornitologia naturale e artificiale? Quali più belli, questi o quelli dei nostri campi? Non c’è confronto. I nostri, appartengono alla natura che li nutre. Volano, pispigliano cinguettano, intuonano melodiose canzoncine che vanno proprio al cuore. Se mi ricordo del chiaccherìo che gustavo in fondo al bosco, sdraiato sotto al vecchio pioppo, nelle splendide giornate! Vi udrò ancora o piumati amici, o unici compagni della mia giovinezza? A questi invece manca il soffio. Hanno l’occhiolino di vetro, il becco inzafardato di giallo o i piedini che paiono ragni accidentati. Ma dunque il Creatore è egli assente quando la mano dell’uomo tenta di detronizzarlo? No. Perchè è lui che ha dotato gli esseri delle facoltà necessarie di farli. Dunque Dio è anche nelle cose apparentemente morte. Bada che parlo colla bocca del curato. È lui che insegnandomi la dottrina cristiana, traeva queste conseguenze. E poichè ho toccato del curato, permettimi di snebbiarti un altro punto. Ti rammenti delle paure che ti venivano tutte le volte che si parlava della mia partenza? “Vedrete! là è un luogo di eretici. Tutti i giorni dell’anno ci sono ammazzamenti, furti, ribalderie.” Niente di più sbagliato. Certo che il numero dei delitti non ha riscontro cogli zeri del paesuccio in cui viviamo. Ma credi tu per questo che la popolazione non sia tranquilla quanto la nostra? Se assassinassero un uomo sul nostro mercato, per esempio, se ne parlerebbe per chissà quanti anni e le donnicciuole almanacherebbero sopra le più strampalate conclusioni per chi sa quanti secoli. Mentre qui, poche ore dopo, una giornata al più e amen. Chi se ne ricorda? Domani un altro coltello fa dimenticare quell’altro. E neppure sono eretici. Vuoi che te lo provi? Ieri era l’onomastico di Don Giuseppe – un sant’ uomo, che deve essere amato da tutti i fedeli della chiesa di S.Satiro. Lo si leggeva, sul frontone a caratteri d’oro. Fin cui potresti malignare sullo zampino dello stesso sacerdote. Ma e i davanzali e i balconi pavesati e i mazzi e le corbe di fiori freschi che gli hanno inviati? Non è spontaneità religiosa questa, non è il rispetto, la venerazione per l’Altissimo, transustanziato nella persona del suo ministro? Ci saranno dei miscredenti dei figli del diavolo, non dico di no. Ma e da noi? Beppe, quel cocciuto che, non mette mai piede in chiesa, non è egli un dannato dal cielo? In qualunque prato è la gramigna. Ma di chi la colpa? Date al fanciullo una buona educazione, una educazione che s’insinui per le maglie dell’organismo e vedremo. Vengano pure dopo i falsi profeti a tentare, di svellere ciò che gli è germinato nel cuore. Mugghiano i venti intorno all’arboscello. Egli vi rimarrà abbarbicato e morrà avviticchiato alle sua fede – la fede eterna – la fede, dei santi padri – la fede di tutta la umanità. Leggi a Don Peppino queste ultime righe che morrà di piacere. Di nuovo nulla. Un bacio e addio.

ADORATA MAMMA.

Ma perchè disperi, perché dubiti? E puoi credere che io me ne starei qui a zonzo, se non avessi la certezza di nicchiarmi nella società burocratica? Mettiti nella testa ch’io sto ai panni del mio Protettore colla tenacità direi quasi dell’ostrica. Non lo secco, non lo martirizzo con delle domande inutili, ma gli sto davanti il più che posso come un terribile punto interrogativo. Egli ha promesso e da uomo d’onore manterrà, diavolo! Lo so anch’io che noi abbiamo fretta, che il bisogno ci stringe tutti i giorni ma come dirglielo? I signori, lo sai, non pensano neanche che un giovine possa avere i bocconi di pane contati. Mancherebbe! in mezzo agli affari di borsa, alla politica, alle cariche amministrative, è molto se si ricordano che alle undici la colazione è preparata e che alle cinque, la minestra è in tavola. Sono almeno quieti nelle ore dei pasti? Neppure. Il signor Gerolamo, che è, come ti ho detto, un personaggio, apre le lettere o scorre i giornali tra una cucchiaiata e l’altra. Non fa complimenti nè alla moglie, nè alla figlia. Continua a sprofondarsi nel Diritto, nel Fanfulla, nella Perseveranza, senza punto accorgersi, credo, dei piatti che mano mano gli vanno scambiando. Adesso fanno pressioni per nominarlo deputato. Immaginati allora che galera per quell’eccellente galantuomo. Sua moglie, mi diceva una di queste sere, ch’ella è una donna defraudata. Perchè le hanno dato marito se questi doveva essere più degli altri che suo? Fino in letto, essa se lo vede circondato di fogli e di lettere e di suppliche. E guai a interrogarlo quando la sua mente è imbevuta degli interessi cittadini. Ti guarda con tali occhiate che non ripeti il gioco una seconda volta. Siamo giusti, non è ammirabile? Egli è scrupoloso e sa valutare il mandato che gli hanno affidato i concittadini. Il suo dovere avanti tutto e prima di tutto. Ora, secondo me, il torto è della signora Marta che non sa, col sagrificio, innalzarsi fino a lui. Che te ne pare, mamma? Del resto io non sciupo. Da questo lato puoi vivere tranquilla. Mangio appena il necessario. Una zuppa alla mattina, una minestra a mezzogiorno e una rostita alla sera con un quinto di vino e dieci centesimi di pane. Colla lettera consegno al corriere la biancheria sporca. Mandami a volta di corriere qualche paio di calze e dei fazzoletti da naso. Un bacione a Ortensia e voglimi bene.

CARISSIMO ARTURO,

Non illuderti, non abbandonarti alle maliarde chimere se non vuoi pentirti domani. Lo so. A starsene in piazza a fanfalucare su ciò che può avvenire lontano una trentina di miglia, a scaldarsela sulle pagine dei romanzi e dei poeti, a lasciarsi civettare dai giornali che capitombolano nella bottega del buon speziale – il cervello diventa un focolaio. L’ambiente soffoca, i ciottoli delle straduzze a anguilla sembrano lime che raspano i piedi, e le povere case scalcinate, rottami accumulati. Tutto viene a noia. Il silenzio dei viali, il tramonto del sole, il vento che mugge attraverso gli alberi, la capinera che gorgheggia di lassù dal pioppo, il gregge che pascola belando, la contadinella che tira via i pugni sui fianchi poderosi. E la verzura lussureggiante, appare uno stupido verde che stanca la vista e la chiesa ove tante volte pregammo ginocchioni, un ricettaccolo di menzogne. Si galoppa dietro a un sogno accarezzato dalla mente giovanile, cullato dalle aspirazioni, sorretto dalle speranze. Ma quando usciamo dall’involucro, quando ci troviamo in mezzo a questa gente che si urta e si scarnifica e si tende la mano, quando ci sentiamo stretti dallo passioni che divampano senza trovar modo di soddisfarle, allora la desolazione piomba grigia sul cuore e gli occhi sbendati guardano storditi la rovina dell’edificio. Vorrei vederti, Arturo, quando scampana nell’anima la lugubre agonia dell’ideale! Lo so. Tu sei artista, hai delle idee che ti turbano i sonni, dei fremiti che ti rimescolano, del sangue che battaglia col tuo sangue e vorresti finirla colle quattrocento lire che ti consumano in una scuola ove insegnando incretinisci. Vorresti dare un calcio al comune, al bi a ba e al bi u bu e a tutta la scolaresca sbracata che urla o piange e ti costringe a smoccolarle il naso e a rinsaccarle il lembo sporco e giallo della camicia. Ma poi! Volgiti indietro. Una schiera lunga, interminabile di spostati che fanno ressa sull’uscio della tua scuola? Un esercito alla conquista di quel pane che tu buttasti allegramente dalla finestra prima di averne ghermito un tozzo più abbondante. E non crederli, veh! tutti tamburini della guardia nazionale. No, mio caro. Fra loro trovi dei giovani che come me o come te hanno amoreggiato colla gloria, che come me e come te hanno intravveduto la California e l’Eldorado. Vedili un anno, due anni dopo. Scarmigliati, laceri, smagriti, affranti. Colla fronte corrugata, cogli occhi incassati, colle guancie rientrate. Poveri giovani, poveri illusi. Vuoi tu aggiungere un’unità alle migliaia di migliaia? Vuoi tu provare la irritazione del digiuno, la miseria di un pranzo che non viene mai? Guardati dalle fole. A pancia vuota non si dipinge, non si scolpisce, non si scrive. T’impigrisci nello svogliataggine, t’indebolisci nei desideri e diventi l’inerzia che cammina. Il calore che ti entusiasmava – che ti rendeva orgoglioso – che ti faccettava il banchetto si perde nei piedi spedatì e a poco a poco esso non sa più neppure riscaldarti. Non parlo per invidia, nè tradisco i proponimenti filati nelle dispute che facevamo sotto al pergolato – sazî di letture. Voltati dalla mia parte. Non ti sembro un documento? Sono due mesi che gironzolo intorno a un uomo il quale è forse l’unico ad aver fede nel mio avvenire. Egli vede in me un futuro…. un cane grosso. Ed io ripeto queste fandonie alla mamma perchè, poveretta, ne ha bisogno. È vecchia ed io sono il suo albero. Guai se le mancassi. Dovrebbe provare anch’essa le torture…. Ma il cielo non sarà così crudele – non vorrà costringere una madre dai capelli bianchi a stendere la mano…. Dio, Dio, quali pensieri negreggiano la mia mente…. Via Arturo, calmati e aspetta che la mia esperienza giovi almeno alla tua causa.

CARISSIMO ARTURO,

Da quando ti scrissi, la mia posizione se non è peggiorata non è neppure migliorata. Dal signor Gerolamo non vado che una volta ogni quindici giorni. Cosa vuoi, fino a che i miei abiti mantenevano il colore, e non sentivano dell’affezione accanita, non provavo titubanze. Ma ora che me li vedo sbiaditi, lucidi alle articolazioni, coi pilucchi ribelli ai malleoli: ora che le scarpe piegano sull’asfalto e il cappello suda la scandellatura, subisco delle revulsioni e non arrivo sul suo uscio se non dopo una viva lotta. Non mi vinco che quando vedo la mia povera mamma. È per lei – per lei che vive in buona fede – per lei che vede nel prossimo tanti santi – che violento me stesso e subisco umiliato la risposta che mi vien data dal suo servitore: “Il padrone ha lasciato detto che c’è niente di nuovo.” Quante volte mi sale il sangue alle guancie e quante volte sono lì lì per scoppiare in una bestemmia: buffoni! La pazienza veramente non è una delle mie doti. Ma a chi non scapperebbe? Tu sai in quali condizioni io sono venuto a Milano e perchè ci sono venuto. Se avessi avuto un pezzo di pane da rodere, avrei lasciato il nostro paesuccio il quale per quanto arido, per quanto angusto, racchiude memorie care, ricordi indelebili – esseri che amerò per tutta la vita? Ma io sono forse ingiusto. Per qual motivo il signor Gerolamo, che mi ha mostrato tanto interessamento, dovrebbe volere il mio male? Lui riverito, lui scodinzolinato, lui fatto segno alle compiacenze di quanti lo conoscono? O piuttosto non sarà anch’egli addolorato per non essere riuscito a incastrarmi in una pubblica azienda? Amo credere e credo che sia così. Non dir nulla a mia madre del contenuto di questa lettera. A lei scrivo roba dell’altro mondo: che sto bene – che il mio impiego è sicurissimo – e che sono occupatissimo per prepararmi agli esami. Figurati quante frottole. Ma giova spesso anche la menzogna. L’ho pure pregata di ridurmi la pensione da cinquanta a trenta lire. Una somma da stare allegro, quando tu sappia che spendo dieci lire solo per il letto. Un letto che vive in compagnia di molti altri popolati di pidocchi. Te lo confesso. È la cosa, che mi dia più fastidio. Non avere mai un minuto a sè. Essere costretto ad udire le chiacchiere più scipite, le narrazioni più banali…. Ascoltare quando pisciano, quando peteggiano e ne fanno sai! – quando russano. Vederti spalancate le finestre quando le vuoi chiuse, il chiaro quando ami il buio o viceversa è il massimo dei supplizî. Per leggere, esco da una delle dodici porte – m’insinuo pei sentieri e lungi dai rumori cittadini e dalle genti, mi rifaccio e mi inebrio di solitudine. Addio.

CARISSIMO ARTURO,

Non era più possibile. Anche le volontà di ferro si frangono dinanzi all’impotenza fisica e materiale. Io era stremato di tutto. Continuavo a prostrarmi nelle disillusioni e negli eterni va e vieni ingoiando amarezze e amarezze. Che fare? Mi presentai agli uffici di collocamento – vere fogne sociali ove la miseria ha ancora il pudore di lasciarsi truffare. Ma d’altronde, quando ci si trova soli in questa incommensurata caldaia e non si ha il coraggio di battere a tutti gli usci, di passare di casa in casa, bisogna di necessità ricorrere a quella canaglia che non ci registra tra i concorrenti se prima non abbiamo pagato la tassa d’iscrizione. I più sprecano i denari. Ma io mi sono fatto iscrivere dappertutto e dappertutto m’ebbi promesse da ringiovanirmi. Tuttavia, sapendo con quali sanguisughe avevo a che fare, ho aggiunto carne alla carne esibendo loro la prima mesata di stipendio. Baie, mio caro. Sono passati due mesi. E non accusarmi di poltroneggiare. Tutte le mattine, alle nove incominciavo il giro. Entravo, sedevo sulle panche dove altri emaciati dalla fame pisolavano sulla nuova cucina che non veniva mai, me ne stavo lì per un quarto d’ora, per una mezz’ora, aspettando il momento opportuno per farmi alla scrivania a domandare con voce lagrimosa: e così? “Lasciatevi vedere domani.” Domani, domani, sempre domani. E all’indomani mi trovavo corbellato come gli avventori che leggono sulle pareti dei trattori “domani si fa credenza.” La bugia che feconda la bugia inchiodandoti sulla bugia. Qualche sensale, andava più in là. Si faceva serio, sfogliava il mastro delle “Ricerche” alzava le spalle o agitava la mano farfugliando a mezza voce: “Ecco qua. Non sono posti per lei. Ho bisogno di sei guatteri, di due facchini di studio, di otto serve e quattro domestici. Ma non sono posti per lei.” Ma credi tu che gli mancassero guatteri, servitori e facchini? Il birbaccione me lo diceva sommesso appunto perchè l’anticamera era tutta piena della gente che cercava. Ai servitori, ai guatteri e alle serve, esibiva il posto di ragioniere in case ricchissime o quello di corrispondente inglese in una grossa casa commerciale. Finalmente, a furia di dar retta al precetto evangelico, una bella mattina, uno di questi matricolati, mi chiama in disparte e con certa solennità mi annuncia che mi ha trovato il posto. Mi si imporporarono le guancie. – Ci sarà da fare qualche sagrificio, sapete. – Quale? E con un giro lungo, tortuoso di parola condizionate, venne a concludere che siccome il posto gli veniva di “seconda mano” bisognava pagassi trenta lire anche a “quell’altro.” Chi quell’altro? La mia mano corse spaventata al portamonete quasi temesse un’agressione. Soffocando lo sdegno che mi provocava quell’uomo in panciotto arabescato, su cui batteva petulante una grossa catena d’oro a ciondolo brillantato, dissi che avrei compiuto il sagrificio qualora il posto fosse stato di mia soddisfazione. – Altro. Per la fine del mese occuperete la “piazza” di scritturale d’avvocato. Un posto che in questi tempi di carestia, vale un tesoro. Massime per voi che non avete nè “benserviti” nè conoscenze che possano garantire di voi. Non faccio per offendervi. Ma è così con tutti. Bisogna pagare l’alunnato. In seguito cercherò di accomodarvi meglio. Dopo tutto, andate con un uomo che vi andrà  a “genio.” Una cara persona che difende i poveri gratis, un repubblicano che morirebbe piuttosto che disertare la bandiera. È uno dei “nostri” e basta. – Il posto di copista non mi andava troppo ai versi, ma aveva tempo di scegliere? Possedevo un capitale di trentasei lire e centesimi ottanta. Sborsai il sagrificio e rimasi con sei e ottanta. Nota che ne avevamo sedici e che il mese era uno di quegli sgraziati che si dilungano fino al trentuno. Quanti studi, quante addizioni, quante sottrazioni su quella somma ridicola. Ridicola? Lo sapremo più tardi. Per ora non occorre che ti faccia la enumerazione dei piatti quotidiani. La cifra è tutta una storia. Nell’intervallo venni presentato al mio futuro “principale.” Un’aria da ispirato. Biondo di capelli e di barba, fronte alta, occhio celeste, bocca che filetta un sorriso quando va incontro a qualcuno. Mi squadrò dai piedi alla testa, mi domandò nome e cognome, se avevo padre e madre, se ero celibe o ammogliato – a 15 anni! – e dopo una pausa di riflessione mi presentò una carta e una penna. “Un po’ affagottata. Le s più slanciate, questo p un po’ più sentito alla coda, l’e un po’ più occhialuto. Ma vi farete coll’esercizio. Dello stipendio non si fiatò. Restammo d’accordo che ci saremmo provati un mese a vicenda. La cosa era naturalissima. Ma che diresti se dopo trenta giorni di sgobbamento in cose che ti dirò in altra mia, e se dopo aver sciupato le fantasticherie copiando della brutta prosa avvocatesca e delle elucubrazioni letterarie da far venire il tifo, quell’onesto repubblicano, ti mettesse sul palmo venticinque lire? Venticinque lire coll’obbligo di essere onesto e di pagare i fogli di carta bollata che per accidente la tua penna sgorbiasse? Le cellule facciali mi si strinsero nella rabbia convulsa e poco mancò che non m’avventassi su quel miserabile che mi aveva veduto rosicchiare i crostini di pane che egli dimenticava sulle carte colazionando. Ma che ne sarebbe avvenuto? Misi in tasca la mesata ed uscii per non rientrarvi più. Avevo dunque ragione, caro Arturo, di spruzzarti d’acqua gelata, quando ti strapregavo, ti supplicavo di non muoverti? Non dir nulla a mia madre di tutto ciò. Essa mi creda sempre “impiegato” come crede che mi guadagni passabilmente il vitto. Poveretta!

CARO ARTURO,

Ascolta il mio apprentissage di copista. Appena sull’ultimo scalino del secondo piano, tiro un cordone a gnocchi che traduceva l’opulenza e aspetto quasi un quarto d’ora.
– Tu?
– Sissignore.
Lui, il mo principale, un’arringa nè salata, nè affumicata, due randelli malsagomati nelle mutande slacciate, un magruzzo di stomaco nella camicia da notte, gli occhi ingarbugliati dalla cispa, riunisce le labbra a culo di gallina e a piedi nudi, prende la rincorsa per un’altra stanza. Attendo gli ordini in una specie di anticamera a gomito, scurotta, che riceveva la luce cobalto da una finestruola a mezza ruota – ingombrata da un tavolo e una scranna. Un’ora dopo, odo la voce dell’avvocato – una voce chioccia – che gargarizzava – che bastava essa sola a perdere una qualunque causa.
– Giovanotto! giovanotto! Lo vedo rovesciato sul ventre, attorcigliato come cadavere nelle coperte, le braccia imbracciate sul guanciale e la faccia nelle braccia.
– Come ti chiami?
– Giorgio.
– Giorgio! Intanto che hai niente da fare, puliscimi le scarpe. Le baldanze giovanili mi si risollevarono nel seno come un fascio d’aspidi da un cumulo di foglie. Lustrare le scarpe!
– Guarda che sono lì nel salotto vicino al canapè. Stetti in forse tra l’ubbidire e l’andarmene.
– Il lucido e le spazzole li troverai nell’angolo dell’anticamera. La fronte mi gocciolava di vergogna.
– Bada di non insudiciarmi gli elastici, sai?
Parlava come se il mio assentimento fosse stato inutile. Rientrato che fui colle scarpe, sdrucciolò dallo coltri e là, in un catino d’acqua abbondante, si risciaquò i membri proibiti, gesticolando e risucchiando nel brividìo come quando si va sotto alla doccia.
– Dammi una spazzolata ai calzoni. Brrr, che freddo!
– Ero copista o servitore? Coi calzoni vennero necessariamente il gilet e lo stifelius. Ti confesso che ogni spazzolata era un fiotto di rabbia che masticavo.
– Giorgio, versami un po’ d’acqua. Quando fu attillato, profumato, cincischiato, passammo nello studio.
– Va dabbasso dalla portinaia a vedere se ci sono lettere.
Le porto disopra e ricevo un cencio per spolverare la poltrona a schienale rotondo, la scrivania dai piedi di leone e una scrivania a intarsi vecchia. Scendo di nuovo dal caffettiere di contro a ordinargli la colazione e mentre lui taglia la bistecca e sbocconcella la micchettina al burro, mi fa leggere l’articolo di fondo della Perseveranza. Tre colonne e alcune righe a digiuno!
– Incubo.
– Incùbo.
– Ma se ti dico che si pronuncia incùbo!
– Scusi, signor avvocato, vuole che apra il vocabolario?
– Non ha bisogno di quegli arnesi, io. Incùbo.
Fortunatamente si scampanellava Vado, spalanco l’uscio e annuncio il signore. Un usuraio che pretendeva provocasse un mandato d’arresto contro un debitore.
– Un ladro! un furfante!
– Che ora è?
– Le undici.
– Intanto che corro alla Corte d’Appello mi copierai le pagine segnate in rosso.
Erano i Ricordi di Massimo d’Azeglio. Che sia egli un mattoide il mio principale? Ne trascrissi quarantadue. Quando gliele presentai gli feci vedere un ne di troppo nel libro.
– Asino, copia pure gli errori di questo gigante che ti metterai qualcosa nella zucca. Hum, che calligrafia! Hai bazzicato nelle sagrestie. Lo indovino da queste zampate di mesca. Porci i preti, non sanno nulla. Neppure il loro latino, sta sicuro. – “Ma per chi mi piglia quest’animale?”
– Un ne! È un pleonasmo. Tu non capisci queste finezze grammaticali. I fogli vennero incastrati nella cartella etichettata: I grandi del Risorgimento. Un centone di tutto ciò che il suo fiuto letterario trovava splendido. Aveva il debole per le tirate, per le sentenze, per i precetti. Quando leggeva, sparpagliava dei fogliolini sui quali noterellava la dizione, la frase, i modi di dire, i francesismi, i lombardismi, i fiorentinismi -talvolta confondendo questi per quelli. Come gli andavano a sangue i riboboli e come inveiva contro i combinatori, quando incespicava in una lettera capovolta o in una virgola che secondo lui non era a posto!
– Imbecilli! Ecco cosa sanno fare i nostri operai. Si suona ancora, Giorgio. Qualche seccatura. Mandala al diavolo.
– È un prete. Don Giuseppe.
– Che entri, che entri.
Si stringono affettuosamente la mano o seggono dopo avermi chiuso fuori. Prima d’andarsene a pranzo, il mia padrone repubblicano, mi consegnò la seconda chiave dell’uscio per entrare alla mattina senza svegliarlo.
– Fammi il letto, vôtami l’orinale, riempimi il vaso della tavoletta, dà una mano alla polvere e poi vattene. Ciao. Avevo mangiato due micchette nostrane ed ero debolissimo. Non mi sentivo neanche la forza di ribellarmi. Feci scorrere il tirante di ferro dell’uscio e là, solo colla mia ambascia, col mio patéma, mi gettai boccone sul letto. Quante fanciullaggini! Piansi, singhiozzai, lambî, annegai nel caldo delle lagrime. Un pianto che disgorgava abbondante, che discendeva bisciato sulle guancie come olio sulla carne che bruciava. Era il dolore ammucchiato che rompeva la diga, la tenerezza sventurata che saliva dalle viscere, la mestizia coagulata che si rifrangeva ed usciva a consolare. Mamma, mamma, povera mamma. – Ecco le speranze incanocchiate nelle fredde sere davanti al favillìo dei ceppi che crepitavano: ecco i risultati dei tuoi sagrifici! Ed io, io ho potuto permettere che tu rinunciassi al pane della vecchiaia per mandarmi a scuola! A scuola, quando il destino mi dava in mano un pitale! Arturo, era il mio mondo che nabissava con me, l’avvenire che andava giù rotolato lentamente dalla villania d’un piede. Mi risollevai spossato ma calmo. Avevo però sete. Un’arsura in gola, un secco sulla lingua, un fuoco nello stomaco. Trangugiai d’un fiato un bicchier d’acqua che mi trasmise il freddo per la schiena. Mi pareva d’essermi sgravato d’un gran peso. Le ubbìe se ne erano andate travolte colle lagrime. Presi coperte e lenzuola, picchiai cuscino contro cuscino, rovesciai su sè stesso il materazzo, lo riaddattai, lo ricopersi e il letto era fatto. Che c’era di male in fin dei conti? Pensavo cha uomini illustri si erano acconciati a fare lo spaccalegna, a girare la ruota come il cavallo cieco, a spazzare le vie, a strebbiare il rame… Pure, quando m’ebbi il secchiello in mano, ricaddi sulla sedia e nel pianto. Una passione intensa che riboccava mio malgrado. Dovevo sfidare gli occhi della portinaia, le risa di qualche fanciulla, le beffe di qualche domestico. Via, era troppo! Disfatto, molle, pieno di malessere, scesi a balzelloni, pompai a precipizio e risalii sempre come uno smemorato che non vedeva che un grande macchione nero. Meno male che la latrina era in casa. Riassettai, spolverai, risciaquai con una certa cura e con una certa fretta. Lo crederesti? M’assalirono dei timori. Sarà egli contento, non lo sarà? Misi la candela e gli zolfanelli e felice notte. Fu questa la mia prima giornata di lavoro – una giornata che porto col pesante fardello delle brusche giornate. Domani ti dirò il resto. Addio.

CARO ARTURO,

Una mattina,appena i miei passi sfrusciano nello studio, la voce sorda, la voce che pare esca sempre dal fondo di una cantina, mi si insinua per le orecchie: Giorgio! Giorgio! Batto colle nocche all’uscio.
– Va a prendere due caffè e portaceli. Portaceli? O che adesso il mio signor padrone parla anche in plurale? Strada facendo mi commossi. Pensai che l’avvocato, per un sentimento generoso, volesse favorirmene una tazza. Brineggiava a tagliarmi la faccia. E le mie budella gelate provavano anticipatamente la gioia dal riscaldo.
– È permesso?
– Avanti, grullo. Apro o richiudo più che in fretta.
– Vieni avanti, sornione, Chiudevo gli occhi e mi saliva l’acceso alle guancie.
– Diavolo, hai paura delle donne? Tutti così i seminaristi.
Ma chi gli ha mai conficcato nella testa ch’io sia un seminarista? La signora, sentone, colla camicia che le discorreva dal seno, i capelli sciolti per le spalle nude, mi incoraggiò con un sorriso intraducibile.
Era la prima volta che vedevo una donna in quella acconciatura. Allungò due braccia pozzettate, rosee, che avevano della colonnetta, prese la tazza o con delle frignature la sorseggiò.
– Grazie
M’inchinai. L’avvocato, sbattuto, gli occhi discigliati che piangevano dall’orlo rosso, la guardava di sottecchi.
– Fa freddo?
Si soffia sulle dita. I vetri della stanza erano appannati e l’acqua cha avevo versato nel catino fumava.
– Accendici il fuoco – va bene Giulietta?
Entrambi ringuainarono naso contro naso. L’uno beveva il fiato dell’altra. Io accostavo legna e dava il fuoco. In pochi minuti la fiamma divampava e rifletteva il giallo sul dorsale del letto che si rifrangeva dorato sulla coppia.
– Ci sono lettere?
– Sissignore.
– Leggile.

ONOREVOLE SIGNORE,

Scusi tanto. Io sono quel povero diavolo di Giovanni Sandretti da lei così valentemente difeso davanti ai signori della Corte d’Assise. Ho finito i due anni e da otto giorni mi trovo nella triste condizione d’invidiare il posto che ho lasciato…. Sono spossato dai digiuni e non so a qual uscio picchiare. La questura mi ho dato quindici giorni per trovarmi un posto. La mi pare un’ironia…
– Altro! Continua.
…. Dal momento che nessuno vuol saperne di un galeotto, vuol ella, onorevole signore, venirmi in aiuto….
– Stupido, non sono suo padre.
….Iddio glielo rimeriterà in tanto bene. Alle due….
– Brucia la lettera e chiudi a doppio catenaccio alle due; è anche troppo che io abbia difeso un ladro. C’è davvero un bel gusto a strapparli al bagno!

ILLUSTRISSIMO SIGNOR AVVOCATO,

“Vedova con quattro figli, non ho di che dar loro da mangiare….
– Non so che cosa farci.
“Il mio è uno strazio senza nome. Ho ricorso alla Congregazione di Carità. Ma non mi si è voluto dar nulla perchè mio marito era un repubblicano.
“Ella è tanto buono….
– Brucia, brucia che ne ho abbastanza. Quando si ha bisogno non si fa il politicante.

EGREGIO CITTADINO ED AMICO,

– Chi è questo mascalzone?
“Mia figlia, Luigia Cáppula, è stata battuta l’altra notte da suo marito ubriaco. Queste scene si ripetono da un pezzo, ed io, suo padre non posso più tollerare che si maltratti il mio sangue in quella guisa Gli è perciò….”
– Dimmi il nome.
– Angelo Strocchi.
– Non ci sono mai per Angelo Strocchi. Ricordatelo. Fanne una fiammata.

ILLUSTRISSIMO SIGNORE,

“Ella è stata nominata d’ufficio a difendere quattordici detenuti….
– Ma che cosa ho fatto di male al buon Dio per infliggermi anche questa penitenza? Ma perchè questa penitenza non la danno mai ai Mosca e compagnia? O che noi repubblicana siamo proprio gli avvocati di tutti gli spiantati?
“I loro nomi….
– Basta, basta. La metterai sul mio scrittoio. Fortuna che la difesa è stereotipata. Se no si starebbe freschi.

CARO AVVOCATO,

“Inchiudo le trecento lire per il seguito della procedura….”
– Come si chiama questo galantuomo?
– Filippo Lomazzi.
– Peccato che sia destro.
– C’è altro?
– Un bigliettino con su personale.
– Di’, miccino, mi comperi il manicotto?
– Pittigry? Ringrazia il mio cliente.
Si scambiarono due baci lunghi, lunghi.
– È di là un signore che ha urgente bisogno di parlarle….
– Mandalo a quel paese. Digli che sono assente.
– Gli ho già detto che era qui a letto.
– Bestia. Il suo nome?
– Commendatore Rassali.
– Il commendatore Rassali? Va a dirgli che vengo subito subito. Fallo sedere nella sedia a bracciuoli e pregalo di tenersi il cappello in testa. Ti aspetto.
Gli dò i calzoni e le scarpe, lo spazzolo mentre si pettina, ed esce dicendo:
– Giulietta, serviti di lui se ti occorre qualcosa. Dopo faremo colazione. Addio Mimì.
– Miccino…. ciao.
Mi sentivo a disagio. Me la vedeva lì colla gola in aria che ansava e le braccia che lasciavano nude le ascelle.
– Ti chiami Giorgio?
– Sissignora.
– Bel nome.
– Piccino, fammi sotto la coltre. Dovevano piacerle i diminutivi. Miccino, piccino, carino.
– Fa proprio freddo stamattina?
– Freddissimo. S’inghiottì fino agli occhi, due brillanti che lampeggiavano sulle coperte.
– Ti piacerebbe essere in letto? Non ebbi il coraggio di rispondere. Allora si rovesciò piatta sulla schiena e come soffocata si scoperse di nuovo fino al ventre. La temperatura le marmorizzava la carne.
– Piccino, dammi lo specchio.
Si guardava nel cavo delle mammelle, ne premeva i capezzoli con delle aspirazioni di fiato e con ambo la mani le riuniva pelle contro pelle quasi a gustarne la satollità.
– Guarda, guarda cosa mi è venuto su, un furuncoletto.
– Sei buono di spremerlo senza farmi male?
Ero impigliato come un pulcino. Giravo le mani a destra e a sinistra senza entrarvi.
– Uh, come sono gelate! Mi provocava? Ti confesso che ho pensato alla storia di Giuseppe alle prese colla moglie di Putifarre. Ero deciso a non lasciarmi sedurre. Mi pigliò per un altro verso. Hai ancora la mamma.
– Se l’ho! Mi tramulò la voce.
– Le vuoi tanto bene?
– Più che a me stesso.
Vagolò cogli occhi sul soffitto come per ribere una gocciolina che voleva imperlarle il ciglio e si stiracchiò la persona a mani giunte. Che la passava per la mente? La mamma? “Dammi una cigaretta.” Gliela porsi con un cerino acceso. Mi sorrise o parmi mi sorridesse. Ma in un altro modo. Di mezzo a quei suoi dentini ghiotti, serrati, aguzzi, che mettevano la voglia di sentirsi a morsicare, ci si leggeva un non so che di rincrescimento, un po’ di mestizia. Si buttò indietro un mazzo di capelli neri come la notte e discese fumando. La camicia le scappava da tutte le parti e la sottoveste lunga, inamidata ondeggiava gentilmente. Quando fu seduta davanti al fuoco, mise i piedini imbabucciati sugli alari, in guisa da costringere il calore a passare per il viottolo delle sue coscie. Abbrustolita, si alzò, girò sui fianchi adagio adagio, come un’anitra sul girarosto, a soffermò colle mani sulle reni a sentirne il bruciore, poi risedette. La cigaretta fumava l’ultimo sospiro. Doveva essere superstiziosa. Una buffata di fuoco le mise dell’allegria.
– Buon segno.
Avviluppata da quei bagliori, era divinamente superba.
– Dammi le calze. Non hai mai calzato alcuna donna?
– Nossignora.
– Ebbene, provati. Arrossii di nuovo fino alla punta dal naso.
– Quanti anni hai?
– Quindici.
– Sei molto indietro.
Il molle della carne sotto ai polpastrelli, mi procurava delle sensazioni che in allora non sapevo spiegarmi. Io ammattivo e lei mi lasciava fare.
– Su, accarezzamele fino al ginocchio.
Finito di allacciargliele, mi tirò brutalmente sulle ginocchia e mi schiacciò sulle labbra un bacio eterno. Ero infiammato come un tacchino.
– Signora!
– Ti ho fatto male?
E come se le avessi detto di continuare, mi prese tra le gambe, mi tirò sul ventre e mi applicò la bocca sulla mia, suggendomi con delle aspirazioni da sanguisuga. Mi sottrassi con un urto. Il tacco dell’avvocato rumoreggiava.
– Ti sei annoiata Giulietta? Non ho mai potuto mandarlo in pace. Con quella gente, ci vuole un po’ di piega. Sono loro che fanno la pioggia e il bel tempo. La prese per le spalle e la baciò.
– Hai fame? Facciamo colazione?
– Bravo Giorgio, va giù a ordinarci la colazione per due. Vino di Borgogna e panini al burro.
Parola d’onore, io mi son messo nella testa che quella signora dimenticò un po’ della sua bistecca per farmela assaggiare. Le sono anche adesso riconoscente.
Dal mio sfogliazzo.

Che mestizia rabbiosa quando piove! Un velo bigio che ondeggia alla superficie dei tetti, un umidaccio che invade lo vie, le botteghe, le case, gli abiti, le ossa. Una cappa plumbea sulla testa e nella testa, una carrata di nebbia, una indefinibile tristezza dappertutto. E la piovana mi flagella da tre giorni come un castigo di Dio! Sono una spugna dai capelli ai piedi. Macero, cotto, in dissoluzione. Le scarpe squinternate, scalchignano e fanno acqua. Il più crudele dei malanni che possa capitare ad un povero diavolo. Dacchè vivo di miseria, ho sempre sentito dire che val meglio essere a stomaco vuoto che a scarpe rotte. Sentenza che fa strada tra gli affamati. Come mi farebbe bene una fiammata di saggini! Mi ricordo di una giornata in cui fummo colti dal temporale. Eravamo io, Arturo, e il figlio dello speziale. Con una bracciata di fusti di meliga, accendemmo un falò che andava su in alto a sfidare le colonne che vi si rovesciavano sopra. Torno, grondanti, illuminati da un fuoco attizzato, che dirigeva le sue lingue al cielo incollerito, spiegavamo le dita a ventaglio e fumavamo come biancheria in crociera. Tempi!
L’unico, il solo asilo che mi accogliesse senza reticenze si è chiuso ieri. Santo Iddio! Ma perchè non fanno le riparazioni d’estate, quando gli uccelli scorribandano per l’aria in mezzo alla luce d’oro che disperde il sole e la vita è dovunque a sorsate per tutti? Se sapeste o signori impiegati, quanto male fate ai poveri, colle vostre riparazioni fuori di tempo. La Biblioteca per un poveraccio senza casa, è quello che si suol dire un nido, una capanna, un seno caldo. Vi sono distese delle stuoie pulite, è accesa una stufa che manda calore fin che se ne vuole, ci sono dei tavoli, dei calamai, dei lembi di carta, delle penne d’oca e dei libri da saziarsi. Si va là, si passa il tempo leggicchiando o fingendo, e se per caso avete dovuto riandare per forza dolorose storie sotto le stelle, potete adagiare le vostre guancie sulla guancia del libro e dormigliare le ore perdute. La consegna – si intende – è di non russare.
Alle cinque il campanello dà fuori come un pazzo per avvertirci che è l’ora del pranzo. Qualche volta mi prende voglia di strozzare il portiere. Ma lui là, sul margine, rubicondo, tondo, v’incalza: andiamo signori! Venite via coi topi di libreria, coi casellari ambulanti, colle biblioteche portatili, cogli affamati che andranno in cerca di un altro ricovero. Gli ultimi sono anche i primi. Alle nove meno un quarto della mattina, battono coi piedi la generale. Passeggiano impazienti sul pianerottolo o giù in galleria e si dilungano in catene sulle scalinate, come gente sospesa, che non ha tempo da perdere. Strofinano le mani, bubbollano di freddo, si soffiano il naso e si scaldano le mani in saccoccia. Che cosa studiano, cosa vanno a fare in Biblioteca quelle barbe bianche, quei capelli brizzolati, quei vecchioni scarni, dagli occhi orlati come se avessero vegliato l’intera notte sulle dotte carte? A vederli, si direbbe che sono loro che buttano la scintilla pel mondo. Scartabellano volumi sopra volumi, scribacchiano centinaia di pezzettini di carta che numerizzano con lena e portano sotto al panciotto come autografi preziosi. Rovistano, consultano, postillano, fanno lo orecchie ai tomi, mandano gli amanuensi fin su negli ultimi angoli a cercare l’edizione tale dell’epoca tale del tale editore! E quel povero martire di cataloghista come lo fanno disperare. Ma che cosa ammassano, cosa cercano quegli affacendati occhialuti, quelle sdruscite carcasse che hanno un piede e mezzo nella fossa? Chi lo sa. Forse sono pazzerelli ai quali i libri non hanno saputo che far rasentare la pazzia. Questa mane davanti all’editto che li bandiva per otto giorni, provarono l’ambascia di chi si sente perduto. Non esser più fra i loro tomi! Mentre per noi senzacasa, c’era addirittura appiccicata la galera. Condannati per otto giorni al passeggio forzato – piova o tempesti, nevichi o geli.

CARA SORELLA,

Fa pure che Dio ti benedica. Ma non dir nulla alla mamma. Tu sai che essa non ha bisogno d’altre emozioni. Se io avessi il necessario per risparmiare a voialtre quest’altro dispiacere, o se avessi speranza di averlo, pregherei direttamente il signor Romazzi di pazientare. Ma sono fuori di questione. Non sono stato che un illuso. Ho creduto che venire a Milano colla volontà di guadagnarsi il morsello della vita, fosse un requisito sufficiente. Ho cercato, ho pregato, ho tempestato, ho annoiato la gente. O non si ha bisogno o mi si manda in santa pace perchè non ho documenti che mostrino ciò che ho imparato o fatto. I documenti di scuola? Poveretta! Mi ridono sul muso e torcono via la testa come se presentassi loro qualcosa di puzzolente. Venire a casa? A che fare, buona Ortensia? Non vi tocca vendere quella lingua di terra che ci dava un po’ di verzura senza ritenere quotidianamente alla saccoccia, per pagare quella ventosa che ci ha succhiato tutto senz’essere sazia? Sapessi zappare, fare il villano, eh, manco male. Quello lì è mestiere che dà un tozzo di pan di meliga anche al nostro paese. Ma invece mi si è insegnato tutte cose che allontanano dai lavori paesaneschi. Non ho più l’età per addattarmi e per farmi accettare come apprendista. Se avessi speso il tempo in un’officina, credi tu che adesso non avrei almeno due o tre franchi al giorno? Ma i nostri genitori avevano delle ambizioni. E il papà poi! Volevano che il loro figlio c’entrasse per qualche cosa nel mondo ufficiale. Senza pensare che congiuravano contro l’avvenire del loro figlio. Impiegato! Orpello e null’altro. Li vedo bene questi tapini. Tirano via dietro le muraglie, con degli abiti patiti come le loro faccie e non si fanno vivi altrove. La loro vita dev’essere ufficio e casa, casa e ufficio. E in casa! Mi piacerebbe vedere i loro appartamentini. Catapecchie e miseria. Querele tra moglie e marito e vagiti o pianti dei parassiti che crescono. Belle seduzioni. No, no, che il cielo mi scampi dalle agiatezze ufficiali. Occhieggia invece gli operai. Non hanno esigenze e si trovano bene dappertutto. Sdigiunano nostranamente al sole, seduti in terra, colle maniche rimboccate e il petto aperto, ma di gusto. Mettono appetito. All’officina, s’irrobustiscono tanto che digerirebbero il granito. Affezioni di petto, nevrosi, emicranie, fiacchite non sono da loro conosciute. Ritornano in seno alle loro famiglie stracchi morti, mangiano un boccale di minestra in quattro cucchiaiate e a letto. Non hanno pensieri per la testa, non hanno gli stimoli della gente raffinata, non ambiscono nulla. Alla festa un po’ di baldoria. Del manzo inchiodaiolato di spicchi d’aglio, qualche pinta di vino e che la vada! Non ti parlo delle allegrie che godono in compagnia delle loro donne, nelle osterie suburbane. Sono ritrovi speciali ove ciascheduno si trova al proprio posto e gusta il riposo del settimo giorno.
Dal mio sfogliazzo.

Che tempo ladro! Nevica, nevica, nevica. Ne vedo i batuffoli calare a piombo, sospendersi, precipitarsi, ingarbugliarsi, azzuffarsi per ritornare perpendicolarmente lunghi dal cielo alla terra. La sento gravitare sulle ardesie della mia soffitta piena di una malavoglia nebbiosa. Me la sento sulla testa, sulle spalle, nei piedi. Come godeva quand’ero piccino. M’avvoltolavo nel candido lenzuolo, m’infarinavo, battagliavo secolei e me ne faceva delle pallottole cha scaraventavo sui paesani che scorgeva qua e là dispersi nel polverìo bianco. E che gusto ad ammucchiarla, a scuoterla dagli alberi, a rotolarla, a farne dei paracarri, con dei buchi sgarbati che volevano essere occhi o dei solchi traversali che dovevano rappresentare la bocca. Le mani diventavano di fuoco, la faccia di brace, i piedi un forno. E mi entusiasmava correndo sotto ad abboccarne i fiocchi che mi accecavano. A sei anni di distanza, ahimè! tutta quella ovatta che faceva la delizia della mia fanciullezza, mi è diventata una implacabile nemica. Mi riempie di tetraggine, mi soffia pei vani della vita una malinconia gelata. Vedendola turbinare, ne provo anticipatamente gli orrori dell’aria che mi taglierà la pelle e mi ghiaccerà il fiato sulle labbra. Prevedo i candelotti che dalle tettoie segneranno i gradi sotto lo zero. E già maledico al remollo, al guazzo giallastro delle vie, ai goccioloni lipemaniaci delle grondaie che mi percoteranno le orecchie, che mi sdruccioleranno per la schiena, che mi passeranno nella carne. Presentisco la noia di un sole scialbo, freddo, che andrà a liquefarmela in saccoccia, nelle scarpe, sul naso, nella camicia. La neve d’allora mi ringalluzziva, mi procurava allegre fiammate accanto al babbo che pipava o nel grembiule della mamma che mi ninnolava o mi raccontava le bizzarrie di qualche fata. Quella d’oggi, invece, mi prepara un lungo castigo a fianco a una miseria ancora più lunga.

*
*   *

Sono disceso a comperarmi mezza libbra di pane di mistura cotto da due giorni e me lo basoffio in fretta senza perderne bricciola. Se avessi due dita di brodo, che zuppa eccellente. Dio santo! Mi rifocillerebbe, mi scalderebbe tutto. E chi sa, chi sa quante famiglie avranno del brodo inutile nelle scodelle che domani le serve vôteranno nel lavandino. Quante zuppe perdute pei poveri diavoli. Ma a loro forse non passa neppure per la mente che vi siano dei poveretti così poveri. A casa, guai! Non poteva ingollare un boccone di pane duro. Mi faceva scappare l’appetito, mi restava sulla lingua, mi andava tra i denti, lo sputavo fuori. Mio padre si stizziva. Povero vecchio! Lui era stato militare a sapeva bilanciare il companatico col valore del pane. Una volta un pugno di pane muffo, lo aveva dovuto pagare due fiorini. “Il pane, figli, più è stantio e più è sostanzioso. Sono vecchi proverbi che capirai un giorno, Giorgio.”. Fu tristamente profeta. Nevica sempre, fa sempre freddo. I miei piedi sono due pezzi di marmo. Non li sento più. Oh domani, domani finalmente mi si riapre il paradiso. Domani la Biblioteca mi saluterà come un vecchio amico, e la stufa ricomincierà il suo lavorio di respirazione. Mi butterà in faccia, di dietro, sul collo, dappertutto le sue buffate ardenti. Che giornata domani. Voglio starci dalle nove alle cinque.
Dal mio sfogliazzo.

Potevano essere le nove e il pubblico affollava sotto il porticato della Corte d’Assise. Il delitto era abbominevole. Una donna che aveva fatto del frutto delle sue viscere un pugno di melma. Ma era egli possibile, possibile che una madre rifiutasse ciò che Dio le aveva dato, ciò che tante povere madri implorano invano ginocchioni, le mani giunte, le lagrime agli occhi? Senza averla mai veduta, io sentivo già di odiare quella scellerata. Me la figuravo brutta come un mostro. Faccia sbiadita, occhi gialli lì per sdrucciolare fuori dall’orbita, tozza, con un porro sul naso, una bocca sguaiata che dava a chiunque l’orrore delle gengive sparecchiate. Mano mano che la gente infittiva, il cicaleccio si faceva sempre più distinto. Gli accusatori volontari, narravano a tetri colori la ferocia con cui la disgraziata soffocava i primi vagiti del neonato. E allora sfogo alla indignazione. – Ai lavori forzati per tutta la vita! – A morte! – Era una voce sola. A tutti faceva raccapriccio; tutti la volevano condannata. I giurati entravano alla spicciolata, gravi, rabbuiati, guardando alla sfuggita la tabelletta ove era stampato il loro nome e si perdevano nell’anticamera dei passi sciupati. L’ora incalzava e parecchi si avviavano con passo svogliato nella sala comune. Ma i più rimanevano a fare dei confronti. I vecchi giuravano sui loro capelli grigi, che in tanti anni non avevano udito nulla di più atroce. I giovani imbracciavano le mani o assentivano colla testa. – Il presidente! – L’attenzione divenne generale. Gli si fece largo e taluni lo salutarono inchinandosi e togliendosi il cappello. Dovevano essere i soliti abbonati alle rappresentazioni gratis! Che aspetto severo in quell’uomo. Era la giustizia in persona. Rigido, coi calzoni neri, il gilet nero, il surtout nero, la cravatta nera, i guanti neri, gli occhi neri. Aveva egli anche l’anima nera? Brrr! Quando me lo vidi passare davanti impettito, accigliato, provai un non so che di freddo al cuore. Perchè? Non aveva io forse, come tutti quei fannulloni, scagliato la pietra su colei che aspettava il minuto per trovarsi faccia a faccia col suo delitto evocato, faccia a faccia coi suoi giudici?
La gentaglia ansiosa, curiosa, pettegola, era tutta stivata, immagazzinata nello spazio che aveva qualcosa del sotterraneo.
Incombeva su tutti un’ombra fredda che rammentava ai più baldanzosi la maestà del luogo. Inchiodato come ero alla parete, non vedevo che il profilo di Cristo in croce e la piccionaia popolata di signore e di signorine. Colle idee ortodosse che avevo bevute, non esitai ad ammucchiarle per di quelle femmine…. Oh se ci fosse stato in un angolo il mio curato, lui che non parlava delle donne se non per maledirle o dir loro qualche ingiuria. – Senti, mi diceva, cosa lasciò scritto San Giovanni Crisologo: “La donna è causa di tutto il male che ci affligge, l’autrice del peccato, la pietra della tomba, la festa dell’inferno, la fatalità delle nostre miserie.” –  E Sant’Antonino? – Ascolta: “Testa del delitto, arme del diavolo. Quando voi vedete una donna, credete di avere davanti non un essere umano e neanche una bestia, ma il demonio in persona. La sua voce è il fischio del serpente.” – E mentre riandavo le sentenze di questi due sapienti padri della chiesa, pareva mi aleggiasse nell’orecchio il fiato caldo del buon piovano. Poveri ricordi! Voi soli siete rimasti nel mio cuore a ringiovanirmi e a rammentarmi il bel tempo felice.
– Entra la Corte!
Quella voce passò su quel mare agitato di teste come un comando: Ssss… Silenzio! basso! tasii.
Come ho detto, io ero soffocato tra il muro umano e la parete, ma sentivo benissimo.
– Accusata, alzatevi. Come vi chiamate?
– Maria Alferozzi.
– Quanti anni avete?
– Quindici.
Quindici anni! A quindici anni già tigre! Il mio odio cresceva.
– Sapete di qual delitto siete accusata?
Dappertutto si udì come un bisbiglio d’orrore.
– Maria Alferozzi, sapete perchè siete stata arrestata?
Io e con me tutta la platea, aspettavamo la risposta rattenendo il respiro. I più alti drizzarono la testa e si reggevano sulla punta dei piedi. Non udimmo che un singhiozzo. Un singhiozzo mal soffocato, ma un singhiozzo che era tutta una storia, un singhiozzo che mi rompeva l’odio accumulato in un’ora e mi faceva dimenticare che io era lì per gioire della sua disgrazia. Le signore, commosse, avevano la pezzuola agli occhi e qua e là tra gli uomini, luciccava qualche lagrima. Soltanto i giurati, soltanto i giudici erano rimasti impassibili.
– Poiché non volete parlare, ve lo dirò io. Nella notte del ventiquattro aprile, voi vi siete sgravata di una bimba, l’avete strozzata e dispersa nella latrina.
Il pubblico si muove come per scuotere il freddo dalle ossa.
– Lo confessate?
Il singulto dell’accusata diventa pianto dirotto.
– Carabiniere, fatela tacere, State attenta, poiché non siamo mica qui per vedere le vostre smorfie. Maria Alferozzi, confessate di avere, nella notte del 24 aprile, strangolata….
Si senti un sì precipitato, quasi avesse volute non ascoltare e troncare la parola del presidente.
Salto gli interrogotorii dei testimoni perchè suonavano tutti a un modo.
– La parola è al Pubblico Ministero.
– Signori! La famiglia è il perno principale ed indistruttibile del consorzio umano. La famiglia è il fascio che ci unisce davanti al domestico focolare e ci congiunge indissolubilmente ai più sacri affetti. Padri, madri, spose sorelle, fratelli, tutti legati da un’idea santa, da un’idea grande che ci rende buoni e affettuosi con noi e cogli altri. Guai dunque alla mano che attenta a questa istituzione. Essa diventa sacrilega, essa commette il misfatto più grave ch’io mi conosca. Quella mano va recisa.
Quest’ultima frase mette un fremito nel pubblico.
– Le vicende politiche possono perturbare per un momento l’ordine senza intaccare per nulla la società. Ma, o signori, una perturbazione nel sacrario dalla famiglia può portare lo scompiglio e il dissolvimento. Ecco perchè io padre, io cittadino, io magistrato, torco gli occhi davanti a quella… infanticida, che ha stordito e spaventato gli onesti. Il vizio l’ha strascinata nelle braccia degli uomini….
– Oh, non è vero!
L’accusata doveva essersi drizzata in piedi come una pantera, perchè alla violenza della frase, sentimmo il punto ammirativo del piede.
-…. la corruzione la trasse alle Assise! Era il filo invisibile di Dio, che s’attorcigliava intorno al collo di colei che credeva impunemente sfuggire alla sua collera. Oh, io non ho parole abbastanza roventi per tradurre lo sdegno che ho provato all’indomani del delitto e la mia mente si perde a evocare il lugubre dramma. Ve la figurate là colle mani intrise nelle viscere dalle sue viscere, in mezzo al buio, sostando coll’orecchio teso per riprendere poscia con più accanimento la sua creatura e strozzarla? Ve la figurate cogli occhi orribilmente dilatati palparla e ravvolgerla in un lurido cencio, va la figurate cercare a tentoni l’uscio, mentre stringe sotto l’ascella il fagotto della sua opera, gli avanzi della sua libidine? Ve la figurate ancora più spaventevole, curva su una buca puzzolente, colle braccia giù nella canna, intente a far scomparire il testimonio inesorabile delle sue nefandezze? Oh spose, oh madri, ditelo voi il nome che s’addice a questa svergognata, a questa miserabile che disonorerebbe il genere amano, se la virtù delle nostre donne non facesse dimenticare i mostruosi aborti che la natura attraverso i secoli genera!
Pausa di qualche minuto. L’uditorio è compreso dallo spavento provocato dall’oratore della legge. Io approfitto per farmi largo verso la steccata. Ma rimango ancora imprigionato tra i petti e le schiene altrui.
– Io penso, o Signori, alla desolazione di quella povera madre….
L’accusata scoppia in singhiozzi rumorosi che schiantano il cuore.
-….quella povera madre che ancora metterebbe la mano nel fuoco, per provare che sua figlia è innocente. Penso alle sue torture, alle sue notti passate coi fantasmi nella mente, ad occhi aperti, nel silenzio sepolcrale della sua stanza…. Penso alle sue lagrime, alle sue smanie, al suoi deliri. E coll’animo lacerato, il mio pensiero commosso, si raddolcisce e bacia riverente la fronte di quella santa e pia donna.
È come se si sentisse un lagrimone sospeso sull’uditorio. Tutti hanno bisogno di un movimento per non piangere coll’infanticida.
– Ma penso anche che ove questa povera madre riuscisse a convincersi, che sua figlia rea e confessa, è veramente l’autrice di sì abbominevole misfatto, queste madre, dico, si alzerebbe con noi tutti, asciugandosi le ciglia, a ripudiare e a invocare su lei la giustizia di Dio e degli uomini.
– No! no!
È la voce della Maria. Quanto strazio in quelle due negazioni.
– Il mio compito è terminato. Voi sapete più di me, che una società senza costumi, è una società per lo meno in decadenza. Come sapete che i grandi delitti perdonati, segnano il grado morale in cui si trovano le nazioni. Davanti a voi avete una tigre. Essa ha incominciato col gettare al primo che chiese, ciò che vi ha di più caro e di più inviolabile per le fanciulle ed ha terminato col mettere sotto ai piedi il frutto dei suoi trascorsi, per legare il nome alla pagina più esecrata degli annali giudiziari: l’infanticidio. La donna che uccide sè stessa.
“Compulsando la vostra coscienza, ricordatevi che siete padri, che avete delle figlie e che la società aspetta da voi, suoi rappresentanti, un verdetto che la liberi da una belva e che la vendichi del massimo degli oltraggi inflittole.”
La superficie capelluta dell’accusatore, ch’io vedevo appena, scomparve e il pubblico sbalordito avrebbe applaudito, se il presidente non avesse minacciato di far sgomberare la sala.
Un po’ coi gomiti e un po’ urtando riuscii a sbucare e a uncinarmi alla sbarra. Finalmente io era a due passi dalla gabbia Cercai immediatamente l’infanticida.
Avviluppata nell’ombra che le buttava addosso l’ampio tendone a sinistra, vestita di nero fuliggine, con un gran velo che le andava giù aggraziato, colla manuccia bianca che premeva continuamente agli occhi, pareva la statua del dolore. Non potendola vedere in faccia, guardai le forme. Non avevo mai contemplato tanta bellezza. La dovizia della carne superbamente modellata, metteva un interrogativo nei sensi anche a me cha non conoscevo le donne che di nome. Ma dunque era lei la fanciulla-mostro, la donna percossa, battuta, la madre dileggiata, subissata dall’oratore del codice?
La sfuriata del campanello rifece il silenzio.
– L’avvocato difensore ha la parola.
Maria mandò un lungo sospiro. Rincominciava la tortura della seconda edizione del dramma.
L’avvocato le vedevo benissimo. Si alzò come uomo sicuro del fatto suo. Girò gli occhi sui giudici, sui giurati, sulle signore, accompagnando il movimento ottico coll’accarezzatura de’ favoriti. Indi, con voce commossa, lanciò nel vuoto la frase comune: Signori Giurati!
“Il P. M. ha toccato due momenti: il momento del delitto e il momento della madre nella disperazione. Prima, egli vi ha terrificati con un quadro spaventevole, poi, vi ha inteneriti, evocando il dolore di una povera vecchia il cui nome non avrebbe mai dovuto risuonare in quest’aula. Ma egli lo ha fatto apposta. Egli ha voluto sorprendere il vostro animo già conturbato. Ha voluto sbigottirvi schiacciando le natura, soffocando il palpito vostro col palpito della madre dell’accusata. Diciamolo addirittura: non poteva essere più abile, come non poteva rivelarsi più crudele.
– L’avverto, signor avvocato, ch’io non permetto si insulti l’oratore della legge.
– Io non insulto. Affermo dei fatti.
– Rifacciamo insieme o signori, la storia di questa grande peccatrice e vedremo che cosa resterà di tutto ciò che abbiamo pazientemente ascoltato.
A tredici anni Maria si sente donna senza sapere il perchè si diventa tale. Idolatrata dalla mamma, adorata dal babbo, cercata dalle amiche, festeggiata dai parenti, essa diventa malinconica. Che mai poteva passare per la mente di una bambola? Non vi spaventate o signori. Quella fanciullona che sente ancora dell’acerbo, ha già avuto dei desiderî, dei desiderî che non andavano al di là di un giovanotto pallido, coi calzari medioevali, il berretto a fettuccia e la mandóla al collo. Le faccenduole della casa, i lavori dell’ago, le distrazioni della campagna, non riescono più a ridarle la gaiezza perduta. I suoi pensieri galoppano dietro agli ideali della sua fantasia, e giorno per giorno, le edificano un mondo che ahimè! doveva in una splendida giornata tramontare col sole. Chi era il colpevole che le aveva trasmesso quel bisogno precoce di amare, di amare immensamente, grandemente, a ogni costo? Tutti e nessuno. Tutti perché l’universo è un palpito incommensurabile. Nessuno perchè l’amore è un movimento dei sensi e dell’anima. A quattordici anni essa ha trovato il suo Paolo. Non è bello, ma la sua immaginazione accesa glielo dipinge più superbo di un Dio. Lo ama con un’ascensione che rasenta il delirio. Maria non vede che lui, non sogna che lui e non trema che davanti a lui. Una sera in cui l’amico manca all’appuntamento, essa scrive sul memoriale: “Mio Fernando, mio buon Fernando, perchè non sei venato e perchè non sei qui, ai miei piedi, a parlarmi di te, e del bene che ci vogliamo? O che non sai forse, ch’io non posso più vivere senza le tue carezze, senza i tuoi baci, senza i tuoi occhi, senza la tua voce che mi ripete sempre e poi sempre la stessa parola: ti adoro? Non è per te che da parecchi mesi fuggo i teneri abbracci della mia povera mamma che amo più di me stessa, non è per te che la inganno ogni ora, ogni minuto, non è per te che mi sono data volontariamente al disonore? Col tuo amore, al tuo braccio, sul tuo seno, io mi sento capace di sfidare il mondo e le sue ipocrisie. Senza di te invece, non sono più che un tronco stroncato dalla bufera. O mio Fernando, o mio Fernando, come è desolante la solitudine!…”
E questa, o signori, è la ragazza che il P. M. chiama un mostro! E fosse pur tale, chi lo ha generato? Io cerco un reo. È la società, è l’ambiente? In alto, in alto dobbiamo salire per trovare il complice, anzi l’autore.
Voi sapete già come avvenne la catastrofe. Un bel giorno il nostro bellimbusto, che aveva, nè piú nè meno, considerato Maria un oggetto di consumazione, scompare per non farsi più vivo.
Ve la figurate, per usare una frase favorita dal mio egregio avversario, questa quindicenne quasi madre, sola, colla rovina nel cuore e nel cervello, senza un conforto, senza un’anima cui confidare il segreto che cela nel seno, col pancino ingrossato, che sale a spaventarla, a surrecitarla, a rubarle la pace e il sonno? Ve la figurate, questa povera martire dell’amore, disillusa nel sogno di donna e di amante, sbattuta a terra dal disprezzo, mentre sono in lei la vita, la gioventù, la bellezza, che protestano e anelano alla grandezza degli amplessi? Ve la figurate tremante, smarrita davanti alla realtà di un importuno in via di maturazione, mentre i suoi occhi vedono uscire dall’ombra la mamma, i parenti, gli amici, il vicinato, i conoscenti per avventarlesi contro colla maledizione sulle labbra? Ve la figurate ancora scarmigliata, col lenzuolo tra i denti, contorcersi nei dolori spaventevolmente spasmodici, mentre il piccino nasce, senza che le sia permesso di gridare, di chiamare al soccorso, di domandare due goccie d’acqua per le sue labbra che bruciano, per le sue tempia che cuociono? Ma chi vi assicura, o signori, che non sia stato il vagito primo che abbia infuriato la mano della delirante sull’innocente? Chi vi assicura che il delitto non sia stato consumato senza la volontà della puerpera, anzi malgrado la puerpera – vale a dire quando la ragione aveva lasciato il posto al deliquio? O voi, signore, che siete state almeno una volta madre, dite a questi uomini, qual’era il vostro stato e quali erano gli indicibili spasimi che pativate dando alla luce una creatura! È egli possibile essere in possesso delle facoltà normali? So la vostra risposta, o signori Giurati, o signori Giudici. Voi avete le terribile prova fornita dal medico. Buon Dio! Egli ha constatato le tracce delle dita sul feto! Un dottore che faceva davvero il suo mestiere. Ma ho io bisogno di dirvi che non assisteva al parto la levatrice?
Una mano alla coscienza. Ho accennato a un reo impalpabile, che sfugge alle indagini degli uomini. Ma se colpevole ci deve essere in questo brutto dramma quell’uno è egli davanti a voi, siede egli al posto degli accusati? No. Voi sapete meglio di me che Maria Alferozzi non poteva essere che la forma. L’artista, o signori, dov’è egli? E badate, Io non accuso di vigliaccheria l’uomo che si sottrae agli abbracciamenti più sentiti, perchè se non conosco come si compongono e si decompongono le passioni, so che devono avere il loro periodo di soddisfazione – vale a dire la decrescenza e la sazietà. E anche perchè i miei ideali non sono quelli contenuti nel codice dell’etica borghese. Ma poichè qui si tratta di delitti e di accusati, mentre forse noi non dovremmo trovare che degli sventurati, pare a voi giusto che colui che ha diviso il tripudio delle gioie, l’autore unico di tutta questa tragedia, non abbia a dividere anche le conseguenze? Pare a voi candido come una colomba l’uomo che fa di una fanciulla una delinquente e di una delinquente una…. Ma io non voglio neanche pensare fin là. La mia mente rifugge dal credere che dei padri di famiglia, possano con un sì, con un semplice monosillabo, disonorare per sempre una povera fanciulla che non ha per difendersi che le lagrime. Pensiamo, e signori, a ciò che ha sofferto, a ciò che soffre. E pensando a lei, pensiamo a quella povera donna che prega genuflessa, perchè voi le abbiate a ritornare il suo tesoro, il conforto ai suoi capelli bianchi. Pensiamo ai quindici anni della derelitta che singhiozza sommessa…. Pensiamo che condannandola faremo della figlia un numero e della madre un cadavere.
Il ghiaccio era rotto – l’impressione profonda che aveva suscitato il P. M. era forse vinta – il pubblico era forse guadagnato, ma i giurati rimasero di bronzo.

*
*   *

Un’ora dopo il capo, con voce imperturbabile, lesse:
Quesito unico: È egli vero che Maria Alferozzi, nella notte del 24 aprile, si rese colpevole d’infanticidio – strangolando la propria creatura appena nata?
Sì, a maggioranza. Non ci sono circostanze attenuanti.
L’accusata cadde riversa sulla panca.
Il pubblico che susurrava, fu salutato con un’altra sfuriata di campanello.
Io qualche volta, penso ancora a quella povera fanciulla e a quella povera madre.
Chissà che entrambe non siano morte.
Dal mio sfogliazzo.

Lungo la nullaggine delle vie spopolate, un giorno, quando mi aspettavo tutto all’infuori di un’amica, mi sento toccare la spalla.
– Giorgio?
Divenni rosso come un gambero cotto. Una giovane agghindata, coi guanti di Scozia, che aveva il sangue freddo di chiamarmi sorridendo – io che non valevo due soldi vestito! Balbettai un scusi….
– Ma che scusi d’Egitto! Dammi del tu come una volta.
Meravigliando, cercavo nella memoria, frugavo nei ricordi, nella vita da fanciullo, senza trovar faccia che le rassomigliasse.
– Rina.
– Rina!
– Già, io in persona. E che c’è di strambo? Contami su. E la mamma, e Ortensia? Stanno bene?
Da qualche tempo i miei affetti dormicchiavano seppelliti dalla miseria. Ma quei nomi amati, idolatrati, benedetti, mi fecero sentire un’angoscia che mi andava su fino al gorguzzúle. Oh io vorrei saper scrivere ciò che si prova, quando si è disperati come Giobbe, a udire il nome di coloro che furono e sono ancora tutto per noi – specie se non avete perduta una bricciola di quelle sante illusioni – cresciute vicino al grembiale della mamma o portate come reliquie nel cuore. Vi viene uno stranguglione che vi rigonfia gli occhi e non vi lascia piangere. Rina, non so se commossa, mi diede un buffetto sulla guancia come se avesse voluto stornarmi le lagrime. Avvenne invece il contrario. Mi misi a singhiozzare come un fanciullone.
– Ma sta zitto che passa la gente.
Piansi ancora più forte. Era l’ambascia che mi usciva liquefatta – era il martirio delle mie giornate negre, spietate, che riceveva il suo crisma. E poi ho a dirla? Quei goccioloni che mi passavano in bocca e mi sdrucciolavano per il collo caldi, mi facevano bene, mi sollevavano l’animo a una mestizia ineffabile e mi rendevano migliore in faccia a me stesso.
Vedendo che non aveva il fazzoletto, mi porse il suo.
– Grazie.
Voltammo giù per un viottolo che sbucava in via del Macello. Non appena mi fu possibile articolare qualche parola, le domandai dove si andava.
– A casa mia.
Indossavo una giacca consumata e lacera e avevo in testa un cappellaccio bisunto dall’ala mezzo strappata.
– Mi permetta di venire un’altra volta.
Vicini che fummo ad una porta imbiancata, senza portinaia, ingombra di cavalletti, mi prese pel braccio e mi tirò dietro fino al secondo piano.
Le due stanze a dir vero, non erano in armonia cogli abiti ch’essa indossava. Nella prima c’erano delle scranne nuove di lisca, un tavolo di abete greggio, una madia dello stesso legno, malamente pennellata di vernice e un pugno di legna nell’angolo. Nella seconda, un baule pezzato di lastre di latta ruggine, un letto col pagliericcio e coi cuscini di piuma, salvaguardato da una madonna a fianco, che contemplava dalla muraglia quella poverezza con immensa rassegnazione. Qua e là cianciafruscole, cipria, cavastivalucci, allacciaguanti e il resto della suppellettile femminile.
Stordito e postrato com’ero, lì sui due piedi, non mi venne neanche un’idea. Ma all’indomani, per quanto innocente, per quanto grossolano, mi ero domandato il perchè di quella medaglia a due faccie. La seta dell’abito e il filugello ruvido e campagnolesco della coperta del letto: le calze finissime a maglia, serpeggiate da colori vivissimi, e quel povero paiuolo ammaccato e sduscito, seduto sur un focolare che aggiungeva una nota misera alla miseria. Ma è stata una pura e semplice interrogazione, senza sciogliere il problema.
In un minuto si sbarazzò dell’eleganza che la circondava, indossò una veste di coltroncino inglese bianchissima, incollettata dal pizzo di Cantù e cosparsa di nastri a tre colori allo sparato, rimboccò le maniche some una massaia affacendata, rovesciò un secchiello d’acqua in una catinella di terraglia nera, scese ad attingerne un altro e rinchiuse l’uscio a catenaccio.
– Qua, Giorgio.
Non mi lasciò il tempo di discutere. Mi mise le su manine pulite addosso, mi sbottonò, mi buttò via i cenci fin dove era possibile e col solito linguaggio imperioso mi disse: lavati!
Per me che non toccavo acqua da qualche settimana, mi tuffavo e rituffavo la testa col piacere di un’anitra e mi sentivo rinascere.
– Fa a modo mio Giorgio. Levati anche la camicia che ti troverai contento.
Quel coso sconcio e sbrandellato non meritava certamente un nome tanto enfatico, ma lasciai correre. Me la tolsi e mi passai la sua che mi porse. Che buon odore di bucato, come mi sentivo fresco in quella tela fine. Mi andava giù fino alla caviglia e parevo uno spilungone lungo lungo, magro magro.
– Così.
E mi allacciò le stringhe che mi rinchiusero fin sotto al mento. Poi, con gesto da regina, mi obbligò e liberarmi dalle ciabatte scalcagnate e dai calzoni tenuti insieme non sapevo più da quale potenza misteriosa. Ma io esitava a snudarmi le parti più basse, anche perchè avevo perduto l’abitudine di portare le calze e le mutande. Replicò il gesto.
Finita la toletta, io che non avevo peli neppure quando mostravo la faccia al sole, pettinato e ripettinato da Rina, la quale si era inutilmente messa di proposito a strigliarmi i capelli arruffati, avevo della fanciulla, della collegiale – salvo, s’intende, il colore della pelle patita e l’incipienza del seno.
Non so come ma davanti allo specchietto minuscolo e quasi opaco risi del riso della buona Rina.
– E adesso? mi attentai a dire. Devo uscire in questa guisa?
– No, resterai mio prigioniero. Forse che ti dispiace appartenere al mio sesso fino a domani? Domani ci penseremo… E intanto che mi diceva questo, colla scarpa incantonava tutto me stesso, vale a dire i miei indumenti.
Mangiammo del formaggio, del salame, del pane e bevemmo una bottiglia di vino – anzi bevei – poichè dessa non faceva che mescere nel mio bicchiere colla solita imperiosità del linguaggio: bevi!
Il nostro dialogo riuscì molto asciutto e un pochino anche malinconico. Rina con una delicatezza che non possono capire che coloro che hanno dormito sul granito, mi metteva in bocca le risposte. Di modo che io non avevo da dire che dei sì e dei no, e talvolta niente, poichè il silenzio negava o affermava.
Immagazzinata quel pastone di roba malamente masticata, mi sentii una voglia inesorabile di dormire. Lo stomaco sdruscito, sorpreso da quell’abbondanza inaspettata, piegava un zinzino come il convalescente uscito dall’ospedale.
Alla mattina a ora tarda, mi risvegliai sur un materasso disteso sui mattoni. Mi sgarbugliavo gli occhi per spiegarmi quella rivoluzione nella mia vita di senzacasa, quando lì per lì, udii o mi parve di udire quattro piedi che viaggiavano verso l’uscio. Mi trovai, un momento dopo, Rina, davanti al mio letto come una statua che contempla l’opera sua.
– Rina, non era qui qualcuno?
Arcuò come un compasso, mi baciò la fronte stringendomi le spalle e ritornò nella sua stanza.
Cercai allora di alzarmi, ma non mi fu possibile. Le gambe stracche, il corpo morto, le braccia pesantemente adagiate, il pensiero indolenzito, mi trattenevano giù inchiodato. Mi riaddormentai per non so quante ore.
– Rina? Rina?
Nessuno. I miei occhi ammattivano in cerca di lei, ma non vedevano che buio pesto. Era dunque notte?
– Rina! Rina!…. Rina! Rina! Rina!
Preso da indicibile paura, replicai colle stessa fretta cinque o sei volte il suo nome senza che nessuno si facesse sentire. O dunque dove era andata? Un po’ piangendo, un po’ nascondendomi sotto la coltre, un po’ dibattendomi coi fantasmi che popolavano il mio letto, riuscii a due desideri: se avessi uno zolfanello? Se sapessi da qual parte è la finestra? Rina! Rina! Rina! Con questa ultima urlata fui vinto, Spossato dalla fame, affranto dal pianto, ricaddi nella sonnolenza – in quella sonnolenza vaga che non è nè la veglia nè il sonno – poichè non vi lascia la forza di ripiegare le palpebre e non vi permette di dormire.
Non mi alzai che all’indomani alle cinque – quando il giorno era già alto.
Rina non era rientrata. Il suo letto era lì intatto, la sua veste veniva giù allungata dall’attaccapanni, le sue babbuccie erano in terra vuote di piedi. Quantunque solo, il sole che inondava liberamente il cielo, mi metteva della vita nei pensieri. Per un momento io non pensavo più che alla natura, all’azzurreggiatura di quel panorama che io aveva visto tante volte dalle colline del mio paesuccio senza saziarmi mai.
Risospinto verso Dio, cogli occhi immersi nello spazio il mio pensiero pregava. Come sei buono, o signore! E quanto siamo piccini noi davanti alla tua onnipotenza, quanto miserabili davanti alla magnanimità dei tuoi perdoni!
Me la trovai alle reni.
– Che paura m’hai fatto, Rina!
Non mi sorrise e non mi rispose. La sua faccia era sbattuta come se ritornasse da un’orgia: labbra scolorate, guancie smorte, occhiaie bruciate.
– Ti senti forse male?
Si mise un dito sulla boccuccia come per dirmi: taci! Poi premette fortemente le tempia, quasi la sua testa contenesse un incendio. Che cosa poteva avere la piccina?
– Mangia, mi disse, additandomi il tavolo, e lasciami dormire fino a mezzogiorno.
Sedetti al desco e divorai tutto: mezza libbra di pane, un pezzo d’arrosto – una fetta di non so qual pasticcio, dei bomboni e una bottiglia di vino che m’inaffiò generosamente le budella.
Mano mano che trangugiavo un boccone e che tracannavo un bicchiere di barolino, respirava in me un’aria di vita che mi confortava dai lunghi e forzati esaurimenti. Ma avevo così da ingoiare per rifarmi delle assolute astinenze. Povero Giorgio! Oh io ti compiango sai, e ti compiango ora che scrivo senz’appetito. Qual peccato avevi tu commesso perchè ti si facesse tanto pitocco da invidiare la catena e il pasto al cane da guardia?
A mezzogiorno si bussò all’uscio. Chiamai immediatamente Rina.
Era un piccolo fattorino che portava la mia scarcerazione. Rina aveva pensato a tutto.
Ma quando e come potrò pagarti, buona Rina? Mi allungò la fronte e gliela baciai teneramente.
– Grazie, mi disse sospirando. Tu mi hai strapagata.
Festeggiammo l’abito in un’osteria del sobborgo di P. Magenta.
Ritornando, io le davo il braccio e lei vi si abbandonava sopra con piacere. Cominciavo a volerle del bene che volevo a mia madre. Sulla porta mi diede la chiave dall’uscio.
– Va a letto che io verrò più tardi.
Insistei perchè la mi permettesse di andare con lei.
– Dove vuoi andare sola a quest’ora?
– Lo saprai quando sarai uomo.
In letto cercai inutilmente la soluzione. Quando sarò uomo?
Infatti due anni dopo, seppi che io ero stato vestito, mantenuto e calzato per tre mesi coi guadagni che essa faceva prostituendosi.
Povera e buona e generosa Rina!
Dal mio sfogliazzo.

Mentre faceva il facchino in una fabbrica di liquori in fondo al sobborgo di porta Tenaglia – mi era stato affittato un canile da una famiglia che abitava sul Terraggio di Porta Magenta.
L’appartamento di quella buona gente, che adesso ricordo con un senso di commiserazione, consisteva in una stanzaccia affumicata fino ai travicelli e salnitrata torno torno al margine della parete.
Nel letto più largo, rappresentato da quattro panche, e un lurido saccone sventrato che perdeva quotidianamente la paglia trita, dormivano la moglie e il marito colle due figlie nicchiate ai loro piedi; nel più piccolo, composto di due panche e un saccone ancora più sucido, dormivano io e Giovanni, testa e piedi.
Per quel gramo giaciglio che dividevo col loro figlio, pagavo una lira a venti centesimi alla settimana. Alcuni centesimi più che non alla locanda Berrini, compensati dalla certezza di non venire brutalmente svegliato dalla questura.

*
*   *

In casa, quantunque mi vi andassi famigliarizzando, non mi ci fermavo che alla festa. Mi alzavo con tutto il vicinato alle quattro del mattino e non rientravo che a sera fatta, quando tutto il vicinato era fuori sulle ringhiere, se d’estate, o lì per andarsene a letto, se d’inverno. Tuttavia mi si voleva un po’ di bene. Dico un po’, perchè tra i poveri non sono possibili l’entusiasmo e la passione. Si è troppo presi dalla necessità della vita. Si lavora tutto il giorno, si arriva a casa più morti cha vivi, si mangia una tazzina di minestra condita con dieci centesimi di lardo, e si cade supini sul pagliericcio.
Se giungevo nel momento in cui rovesciavano il grosso culo di polenta sul vechio tagliere, il  marito diceva: Maria dagliene una fetta intanto che è calda. E non c’era verso di rifiutarla, poichè anche le figlie mi piccavano con una frase: Lascia, dicevano alla mamma, è segno che ha schifo di noi.
Il diavoleto era al sabbato.
Il padre era un ottimo spaccalegna nella sostra a due passi dalla porta, che proietta la sua facciata sul naviglio. Guadagnava, come me, una e venti al giorno. Ma aveva un difettaccio maledetto, di non saper consegnare alla moglie l’intera settimana. Il buon Giuseppe, appena si sentiva i quattrini in coccia, entrava dal tabaccaio, caricava la genovese e trac un pif-puf e l’altro, trincava dieci o dodici cicchetti di acquavite, ch’egli chiamava uccellina. E siccome negli altri sei giorni non beveva che acqua pura, così gli toccava spesso di barcollare sulle gambe. Che scene appena compariva ubbriaco! La moglie gli andava sopra coi pugni, gli strappava febbrilmente il resto dalla tasca e gli menava da manrovesci quanti erano i bicchierini che aveva bevuto.
– Gaijnon vecc e senza giudizi! Bell’esempi che te ghe dee ai tœi fiœu!
Non so mica per qual ragione, ma lo compativo.
– Lu ch’el faga piasè de intrigass in cà soa. Mi sont bonna mi, de coreggi. Se de no el sa come va faa. Lu el po’ andà!
E colle figlie? A volte per un nulla dava loro dei potentissimi schiaffi.
– Sont mi chi inscì che comanda. E mi sont bonna de tegniff in gamba, vel disi mi, s’el savì no. Oo imparaa de mia mader. Con lee no gh’era de sbrottà ona malarbetta.
Tolta questa sua furia manesca che si impadroniva di lei, appena qualcuno la contraddiva, era un’ottima donna.
Quando dall’osteria, in cui andava a lavare i piatti dalle sei alle dodici e dalle quattro alle otto per sette lire al mese, portava a casa gli avanzaticci, ne dava a tutti tranne che a lei.
Ma il più indiavolato dei sabbati, era quello in cui Gigia ed Elena lavoracchiavano per la domenica. L’una lavava nel secchione la calze che l’altra aveva appena rattoppate. L’una cuciva gli stivaletti che scompisciavano dalle risa e l’altra rammendava la veste impossibile o il corpetto che non aveva più forma. E il busto? Quante volte non le ho vedute impazientite, rovinare gli occhi e sciupare delle ore, per rintanare una stecca ribelle, una stecca che puntava nella pelle, una stecca scellerata che si ostinava a domandare grazia per amore o per forza, quando occorreva loro per domani una fascetta per sorreggere se non altro il seno? In qual momento di disperazione, che non avrebbero dato per due lire e cinquanta centesimi – il prezzo di un busto?
Era allora che io prendeva l’uscio e apparivo sul ballatoio.
Che vivaio di persone, cha canzoni stonate, cha susurro confuso e quanti lumicini attraverso i vetri e gli usci aperti. E quanta bambinaia, irrequieta, chiassosa, giù sparsa pel cortile, o lungo le scale o addosso ai muri o tra le gambe degli inquilini.
Io li conoscevo quasi tutti.
A sinistra del pianterreno, c’erano dodici stanze e dodici famiglie, sei delle quali erano mendicanti di professione. Una razza storta, gobba, nana, guercia, con delle cicatrici, delle piaghe, delle ulceri, Una classe sudiciona che mangia più volentieri colle mani che col cucchiaio e che spetazza senza reticenze, mangi o passi alcuno. Gente che non siede che in terra e che è perennemente in compagnia dei pidocchi. D’estate, quando il calore la stana come i grilli, tu vedi delle mani che grattano febbrilmente la schiena, lo stomaco, le ascelle, le coscie, il deretano, liete di schiacciare sotto le unghie i pidocchi più grassi e argentini e le pulci più rosse, o i cimicioni pigri che ammorbano l’aria.
Ho notato che gli accoppiamenti riproducono fedelmente la stirpe. Per esempio, un marito cieco e una moglie monocola, avevano tre maschi completamente orbi e una femmina esuberantemente scrofolosa. Un padre malandato, zoppo, con un braccio che aveva dello stinco e che si assottigliava fino alla mano come la coda d’una biscia, e una madre sguisata in modo da non saper dire dove incominciava la donna e terminava il mostro, avevano due cosi, due mostriciattoli, due scherzi della natura. Una coppia che concubineggiava in barba al matrimonio divino e legale e che rassomigliava piuttosto alla scimmia arrabbiata, avevano tre scimmiotti che davano dei punti in bruttezza ai genitori.
Io non voglio rubare il pane ai legislatori, ma non posso tacere una considerazione. O non vi paiono delitti questi mostruosi incrociamenti che accrescono il popola deforme – il popolo obbligato a stendere la mano e mostrare le proprie laidezze per vivere? Non vi pare un patricidio, permettere a degli sgorbi umani, di fecondare creature sconcie, creature destinate ai più crudeli patimenti fisici e morali, creature che domani non sapranno provocare che l’orrore, il ribrezzo, la nausea? Il cielo mi guardi dal dire villanie alla sventura. Ma non è, dite, pietà amputare la gamba in cancrena, recidere il braccio addentato dalla ruota che non perdona, mozzare le orecchie assalite dalla lue? Ora perchè questa bugiarda commiserazione, questa parvenza di libertà individuale, se il male è infinitamente maggiore del bene? Io non voglio che vi mettiate a ripristinare il rogo per distruggerle o che abbiate a scaraventarle dalla rupe come a Sparta, o segar loro le parti generative, – perchè i tempi della barbarie non possono uscire dalla tomba. Ma se si impedisse che lo sgraziato mettesse al mondo degli altri più sgraziati, non vi parrebbe di risparmiare a tanti innocenti di maledire alla loro nascita e a chi li ha messi al mondo e alla collettività un parassita immondo che passa nelle viscere a infettare tutto il corpo sociale? Per me lo confesso. Io non amo che la salute – perchè la salute è le grandezza dell’anima e la robustezza del corpo. E anche perchè io amo, dove è il marciume, essere preceduto dall’inaffiatoio e dalla scopa.

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Dalla parte opposta, altre dodici stanze e di conseguenza altre dodici famiglie – delle quali dirsi come al solito, la verità cruda – perchè a me preme di dare un documento di ciò che ho veduto, provato e sentito – vivendo della vita della plebe, più povera e più cretina di Milano.
Comincierò dunque dal classificarle per mestieri: tre maritate, lavandaie di colore; due tessitrici, una solettista infaticabile – quattro, al servizio di non so quanti padroni; – poichè desse appartengono alle così dette “donn de gross”. Vale a dire che alla mattina vanno a dare una mano alla camera e al pitale dell’impiegato a mille e due; a mezzogiorno corrono nelle case dalla gente per bene ad attingere sette od otto secchi d’acqua – a portar giù dalla legnaia le fascine, a dar di frego al pavimento – a lavar piatti, ecc.; – a sera in qualche altro sito, – specialmente nelle osterie di seconda classe – a pulire cazzeruole, padelle – terraglie e altro.
Uomini: due vedovi uno con figli, l’altro no; il primo ciabattino per conto proprio; il secondo portiere provvisorio municipale – impiego che lo faceva passare per il nababbo della casa e gli permetteva il lusso di portare delle scarpe che lo annunciavano dal marciapiedi del corso. Uno imbianchino a tempo perduto. – Giovanni, gli dicevano i suoi avventori, vuoi venire a darmi una mano di bianco al soffitto della cantina o alla facciata della bottega? Ma il più delle volte era in prigione. Quella benedetta sorveglianza, non sapeva rispettarla. Era capace di tirar diritto tre mesi e poi traccheta! o non entrava all’avemaria della sera, o andava fuori dalla cinta daziaria prima d’averne ottenuto il permesso dalla questura. Uno, secchionaio tirolese, che aveva lasciato da parecchi anni l’aria viva e fresca dei suoi monti per la cisterna cittadina. Tre, girovaghi, di quelli che si perdono pei mercati e le fiere di provincia a vendere la polvere topicida o la radice incartocciata che i villani in buona fede, comperano per calmare il dolore dei denti. E per ultimo, tre cenciaiuoli che vanno vociando pei vicoli e pei cortili dalla poveraglia: strascee! Questi due ai facevano notare per la gelosia di mestiere. Non si salutavano e non si dicevano un ette per qualunque bisogno avessero. Entrambi, alla mattina, quando non pioveva, sedevano sul gradino del loro uscio, vôtavano i sacchi, accendevano la pipa, e in mezzo al nugolo di fumo separavano le pezze bianche dalle nere. Chi ne ammontichiava di più, traduceva il trionfo con una fregatina di mani.
Una sera i ragazzi del più vecchio, tornati dal lavoro, trovano il loro padre disteso in mezzo alla stanza, cogli occhi spaventati, i pochi capelli indiavolati, il pugno sinistro serrato come una minaccia. Il primo pensiero che balenò nella testa di quegli infelici, fu che Beppe fosse l’assassino. Col pestalardo uscì uno di loro a gridare:
– Ven de fœra che te tajôm i canei de la gola!
Invece Beppe era a pochi passi, che veniva pian pianino, col suo bottino sulla spalla, gridando la eterna nenia: strascee!
La minutaglia maschia e femmina era anch’essa numerosa. Non erano meno di ventotto o trenta tra gli uni o le altre. Pure non è possibile classificarla per questa semplicissima ragione: che da una settimana all’altra cambiano mestiere. Un garzone di tornitore diventa in subito il tiramantice del maniscalco o il bagnazuppe di qualche fabbrica. La portatrice di scatoloni della scuola di cappelli, o di sarta, da un lunedì all’altro, passa a portar sopressi nella stiraria Benelli, per esempio: Come la zolfonellista – o la ingommatrice – puoi vederla in una sartoria occhiellare o dietro un banco d’orefice fare la pulitora.
Quello che importa ai genitori è che non vengano a casa la sera del sabbato senza la settimana.
Quasi nessuno di loro sapeva leggere o scrivere. La più bruna, una ragazzotta dagli occhi profondi come il mare, capiva o meglio stentava a leggiucchiare le canzoncine popolari, ch’essa comperava dai torotela che venivano al mercoledì d’ogni settimana a dare il loro diabolico concerto al popolino del numero****, sul Terraggio di porta Magenta. Ma non incolpiamone i genitori. O che! Forse che quella gente ha tempo da pensare ai figli e pane da mandarli a scuola? Ma tiro via, perchè mi sono promesso di trattare dei diversi problemi sociali nel volume Battaglie.

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Una scena alla quale ho assistito, darà l’idea del come la sbracheria che si moltiplica colla stessa incoscienza per cui basisce, mette in piazza i “segreti” di famiglia.
La lavandaia del quarto uscio aveva tre figlie: due in fiore e l’altra lì per sbocciare. Elena e Giovanna erano già…. emancipate. Avevano già i loro ganzi – nelle persone di due forti dal calzone a campana e dal gruppo al collo. Ma per queste la mamma non aveva pensieri. Secondo la sua espressione, aveva già buttate loro le briglie alle spalle. Le sfuriate per dei minuti di ritardo, erano tutte per Maria.
– Guarda che te strozzi! Guarda che vui minga che te faghet la slandra come quij alter.
Tuttavia, una sera, Maria non compare. Dalla fabbrica usciva alle otto. Alle otto e mezzo, secondo la prescrizione, doveva essere in casa. Passano le nove, passano le nove e mezzo, passano la dieci, ma dessa non viene. La povera donna, ora vuotava il sacco delle bestemmie, ora andava sulla porta, in mezzo alla piazzetta, coi pugni sui fianchi, guardando da destra a sinistra, senza che la sottana a quadretti di Maria scantonasse. Allora le lottiste, quelle che trovano sempre un ambo nei fatterelli del vicinato, lì in crocchio a malignare e a prendere parte alla disperazione della madre, corrono agitate alla supposizione di qualche disgrazia.
– Teresa, a se le fosse capitata un accidente? Ci sono le macchine…. denti di ferro. Non si sa mai.
L’orrore produce un immediato bisogno di sapere. Escono in tre, volano alla fabbrica Binda in porta Romana, battono alla porta e domandano ansanti: si è fatto male qualcuna?
– Nessuna.
– Ma allora, Maria? Non sapete niente di Maria?
– Ma di che Maria? Nello stabilimento ce ne saranno per lo meno trecento di Marie.
– Io vi parlo della mia, disse la madre.
– E io vi dico che non c’è nessuno!
E chiuse loro lo sportello in faccia.
Durante l’assenza, la madre non lasciava passare occasione per maledirla.
– La vœuj pù in cà mia. Che la vaga in dove l’è stada finna adess.
Ma poi, dallo sdegno implacabile, passava alla tenerezza – per quanto poteva essere possibile a quella donna di intenerirsi.
– La trovarà l’uss de legn. Oh oo de vedella anca mì!
Alla terza sera ero lì per coricarmi, quando sento la voce di Teresa che rivibrava per la strettoia del nostro brevissimo corridoio. Allungo il collo dalla ringhiera. Teresa era giù in corte, che con una mano stringeva la figlia e coll’altra all’aria le additava la porta.
– Va, va, che noo vœuj pù vedet denanz ai me œucc! Porca d’ona vergognascia! A dì che voreva no che la diventass ona slandra de casott e che oo vosà de stufim, tutt i sir…. Va, va, che se no, mi me ven ona certa roba de strangolatt senza nanca lassat dì Jesus!
Ma appena dessa accennava ad andarsene, la madre le stringeva sempre più il braccio e la respingeva con violenza verso il muro.
Mercè la madre, nessuno della numerosa vicinanza ignorava, da quel momento, che Maria aveva perduto il giocattolo della verginità.

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La due ringhiere racchiudevano il grosso. La prima che si distendeva in due lunghissime braccia infisse nel muro aveva poveri più poveri della sorella al secondo piano – escluso l’uscio in fondo del subaffittuario. Subaffittuario, così per dire, poichè lui non era che incaricato di riscuotere gli affitti(1).
Un bel tipo del resto. Alto, con due mustacchi lunghi che attorcigliava continuamente e una pipa boema a fiori che non toglieva dalla bocca se non per mangiare.
Viveva solo e ostentava una rigidezza croata. Non parlava che difficilmente coi “sudditi” rispondeva al saluto – anche quando gli si diceva: “reverissi, sior Piero.” E se diceva qualcosa, lo diceva in tono così brusco e in termini così imperativi, da far scappare la voglia un’altra volta. Secondo lui, “la confidenza fa perdere la riverenza.”
Alla domenica, appena spuntava il giorno, incominciava il giro col libretto in mano e la lunga borsa di frustagno.
Era il suo grande lavoro – la giornata più trepida delle sue settimane. Si fermava sugli usci, domandava meccanicamente e militarmente il nome e cognome dell’intestato o dell’intestata, riceveva, registrava e passava. Guai agli usci chiusi. Si voltava addirittura col calcagno: pun! pun! senza pietà pei poveretti che dormivano. “Poltronacci!” Guai a coloro che gli si facevano innanzi a mani vuote. Qui non voleva scuse. Montava su tutte te furie e se ne andava suggellando lo sdegno con una frase invariabile: lassee stà de ciappà la ciocca o porchi de strascioni! Ma se tu lo solleticavi istigandolo a parlarti delle sua imprese militaresche, gli vedevi spianarsi la fronte come un mare che ridiventava calmo. Una volta, trovandomi vicino a lui, lo salutai con un fare, direi quasi, di protezione.
– Come la va, il nostro veterano.
Mi portò fuori la scranna e mi fece sedere.
– Grazie.
Aspirò larghe boccate di fumo, le buttò via con una soffiata e mi guardò in faccia.
– Quanti anni hai, sbarbatello?
– Quasi sedici.
– Li ho avuti anch’io. Bella età, ma hai ancora da mangiarne della polenta.
– Lo credo.
Mi guardò, seguì coll’occhio la nuvolaglia che faceva uscire dalla canna ciliegia della sua diletta “Grisa,” mise la mano sul mio ginocchio scuotendomelo fortemente e con un sospiro che pareva gli venisse su dai profondi recessi del ventre, mi disse:
– Sai, alla tua età io era già caporale.
– Caporale! Sono dunque davanti a un generale? gli domandai simulando la celia e alzandomi di scatto in piedi.
– No, mio buon ragazzo, rispose egli tergendosi la fronte imperlata di sudore. Tu non sei che davanti a un caporale!
Pareva gli si staccasse lo stomaco. In questa frase, che doveva racchiudere parte della sua storia, ci mise tutta la commozione che gli permetteva la sua voce brontolona.
– E perchè?
– Perchè? Perchè non ho mai saputo imparare una parola di “taliano” e di tedesco.
– Possibile! Ma che cosa scrivete alla domenica quando avete il lapis tra le dita?
– Delle cifre. Mi sono abituato a vedere negli inquilini tanti numeri. So appena scarabocchiarli. Ma non c’e dubbio, sapete, che me ne sfugga uno. Io li ho qui tutti. E in così dire puntava un dito alla fronte.
– A sedici anni avevate tempo da imparare.
– Mein herr cap….
– Parlate anche il tedesco?
– Come si fa a non sapere mein herr, quando si è stati a Víenna? Il mio capitano, che mi voleva bene, mi castigò parecchie volte ai ferri in stokhaus e mi fece dare perfino venticinque nerbate, ma io rimasi eternamente caporale. Senti questa. Una notte io era di guardia a Spielberg. Sai che cosa è Spielberg?
– No.
– Un forte dove si seppellivano i più pericolosi politicanti dell’epoca. Vi era allora Pellico Maroncelli, Andryane, Confalonieri, Pallavicino. Di guardia si restava vestiti e si tenevano incrociati sul petto le larghe cintole bianche della giberna e della baionetta come in tempo di guerra. Ero sdraiato sulla panca, cogli occhi chiusi che pencolavo tra il sonno e la veglia – a rischio di buscarmi venticinque di quelle nerbate che t’ho detto, per chiappa. Era mia madre che pregava in quel momento pel povero Pieruccio? Non te lo saprei dire. Quello che so è che il silenzio era profondo e che in quel vasto edificio che aveva del sepolcrale, non si udiva che il passo cadenzato di qualche sentinella.
– Ebbene?
– Non interrompermi e ricordati che io era ad occhi chiusi. Colle palpebre giù inchiodate, vedo o mi pare di vedere un’ombra che passa via leggera come velo portato dal vento. Io non schiudo “le luci,” ma la mia bocca dà inconsapevolmente l’allarme.
– Uno spettro.
– Era il prigioniero 998 che si era posto dietro la garretta per svignarsela appena fosse capitata la ronda ufficiale. Invece di essere fucilato fui fatto caporale. Lo credi? È il mio fantasma notturno. Tutte le notti mi desto davanti al numero 998, che mi protende i denti e le pugna…. Ah perchè non mi sono lasciato bastonare!…
Il subaffittuario mi minacciava della continuazione. Ma fortunatamente il campanile della chiesa del Monastero Maggiore, sperdeva nel buio dieci mestissimi colpi.
– Buonanotte, caporal Piero.
– Buonanotte.

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Passando al primo piano, mi dimenticava del sottoscala – due ampi stanzoni che si piegano in fondo – schiacciati dall’immensa mole che sorreggono sulla testa. Hanno della caverna e il pavimento d’asfalto. Torno torno, è una negrezza da carbonaia, perchè il fumo del camino invece d’andarsene per la cappa, fa delle soste e non esce dall’uscio. La luce è scarsisima e non vi entra che di sbieco dalle feritoie che trafiggono il lungo pietrone della ringhiera. I coabitatori di ciascuna, non sono mai meno di una ventina. I pagliericci pezzati e sporchi, si rasentano – tanto l’uno è addosso all’altro. Per pitale hanno negli angoli due secchie, nelle quali di notte, ciascuno, fa le proprie occorrenze, senza darsi pensiero che del proprio bisogno.
Tranne le due “intestate” che, sono le affittaletti – la classe che si distingue è proprio quella dei merciaiuoli ambulanti, ed in ispecie dei figurinai. Quasi tutti lucchesi, essi vi si fermano cinque o sei e talvolta perfino otto mesi dell’anno. La loro comunanza rammenta qualcosa del patriarcale. È tutta una catena di parenti ingarbugliata, i cui anelli si perdono nell’atavismo più lontano Si congiungono e si moltiplicano – senza intorbidare i rigagnoli del loro sangue. Tanto è ciò vero, che è necessario uno studio profondo solo per distinguere la cognata dal nipote, lo zio dal padre o la matrina dalla moglie.
La loro forza è l’unione. Ciascun membro, non può e non deve avere una testa propria. Il più anziano, che è il capo, è lui che fa tutto. Lui che pensa al gesso, ai colori, agli arnesi per la lavorazione. Lui che segue gli avvenimenti funebri. Muore Cavour? Distribuisce tanta materia per 30,000 Cavour. Muore Vittorio Emanuele? Inonda la Lombardia del re che non è più. Quando invece non ci sono morti illustri – fa copiare le statue più in voga e preferibilmente quelle un po’ scollacciate.
– Il nudo è più ricercato.
Il cibo quotidiano è alternato. Dopo la minestra viene la polenta e dopo la polenta viene la minestra. Io mi ricordo quando avveniva la distribuzione della cena. Se era la sera del gran minestrone di fagiuoli, verze, carote e patate, due uomini portavano fuori in corte la caldaia appesa per le orecchie ad una bacca di ferro. La massaia che si succedeva per “giro,” le braccia ignude, il corsetto slacciato fin dove spunta la linea mammellaria, curva sulla capace buca, in mezzo al fumo che si squagliava sotto alla grondaia, il mestolo nella mano, dava a ciascuno in ragione della età la propria parte. Se invece era la serata della polenta, il capo, dopo che gli altri l’avevano menata e rimenata sul focolare e rovesciata come un immenso blocco giallo sul tavolo, si faceva innanzi col filo di ottone, la tagliava per diritto e per traverso e ne dava un fettone su ogni mano – senza che mai qualcuno dei membri si dolesse del più e del meno.
Quasi tutti seduti in terra, silenziosi come monaci, divoravano la cena in mezzo alla nebbia, rotta dalla fosca luce di un lampadino campagnolesco sospeso alla funicella della parete.
Ingoiata, satolli, si inginocchiavano a ringraziare Dio dei “benefici ricevuti nella giornata” e a suffragare le anime dei morti con dei requiem eternam che non finivano più. Mezz’ora dopo, di tutta quella gente, non si sentiva che un immenso greve respiro che saliva saliva gemendo.

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Tra di loro i matrimonî avvengono spesso per simpatia, ma più spesso per ordine del capo il quale osserva rigidamente la regola degli antecessori. Vale a dire che i maggiori si devono congiungere coi maggior e i minori coi minori, colla sola differenza che quest’ultimi non possono unirsi se non dopo l’unione dei primi. Per economia di tempo e di danaro, gli accoppiamenti si fanno a tre e anche a cinque per volta. Del resto per loro, il matrimonio, non è un grande avvenimento. Abituati a vedersi fino dall’infanzia, colla certezza di aver poppato agli stessi capezzoli, perchè è comune tra quelle donne di scambiarsi il servigio, anche per necessità di mestiere, dove volete che trovino tanto entusiasmo? L’avvenimento è proprio tutto nelle funzioni generatrici.
Per quanto io ne sapessi allora di cose carnali, ero certo che nelle famiglie povere, pei contatti del letto comune, avveniva quasi involontariamente l’incesto, cioè a dire il padre colle figlie e il figlio colla madre e colle sorelle. E dico quasi involontariamente, perchè nessuno di quella gente sapeva di commettere un delitto. Alla mattina si guardavano in faccia senza allibire, senza provare la benchè minima ripugnanza. Il caso faceva tutto. Mentre in quella dei figurinai, il sentimento del matrimonio e il rispetto ai costumi sono nei singoli soci così immedesimati e così alti, che io credo che nessuno di loro abbia mai contratto, tranne che colla persona legale innanzi al signore e al codice.

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Gli altri avventizi, erano per lo più vecchi masciadri che gironzavano nei sobborghi o nei paesucoli che circondano Milano. Andavano via prima che spuntasse il sole colla corba delle stringhe, delle forcelle, degli zolfanelli o colla baracca di legno dei santi, delle corone, degli agnusdei e degli spilli e non ritornavano che a sera stracchi e impolverati. Di loro non rammento che un buon vecchio, dalla barba prolissa che gli copriva lo stomaco. Egli che mi sapeva facchino fuori di porta Tenaglia, due o tre volte alla settimana, mi dava l’incarico di comparargli quattro grosse di zolfanelli nella fabbrica del Lonati – la quale stava al Medici come adesso il Bocconi al Prandoni. Per compenso egli me ne regalava tre mazzi. Povero vecchio! Mi ricordo la mattina in cui discendendo le scale, ascoltai le donnicciuole cercare il terno sul suo cadavere. Non ho voluto andarmene senza vederlo. Era là disteso sullo sdraio, colle mani piatte su quella specie di coperta di un colore irreperibile, colla barba bianca che pareva il padre eterno addormentato.
Nella notte gli era venuto…. che cosa gli era venuto? Nessuno ha saputo dirmelo. Quando il compagno lo scosse per svegliarlo, era già freddo.
Il pasto i merciaiuoli non lo facevano in casa. Ciascheduno per conto suo, mangiava la minestra o la polenta dai fittabili. Nelle grandi masserie, è costume di non negar mai il pagliaio e la cena agli eterni pellegrini della fame che vanno a battere al loro granaio.

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L’uscio bollato col numero 43, al primo piano, era abitato da una famiglia la quale, in quel mondo di cenceria sbrancicata dai pidocchi, dalle cimici e dalle pulci, passava per una “che stava bene.” Era vero? Da quarant’anni, lungo tre generazioni, non aveva mai potuto sloggiare dallo stanzone per mancanza di quel certo aumento di benessere. Tuttavia dessa era la sola che potesse dire: io mangio tutti i giorni. Mercè la nonna, un lanternone che resisteva al tempo, nessuno della casa Beretta aveva ricorso al giaciglio dell’ospedale e nessuno si era mai coricato col vento nello stomaco. E tutto il mistero stava nella nonna. Questa vecchia carcassa, cogli occhiali a cavalcioni di un rimasuglio di naso, inchiodata dall’impotenza sul seggiolone fracido a schienale alto, non aveva mai cessato o non cessava d’essere lei la padrona assoluta o come la chiamavano, la regiora.
Delle tre generazioni, che a quanto narrava la cronaca, erano state numerose, io non ho conosciuto che i due maschi e la femmina sciancata e scema della nonna e un figlio e una figlia di Giovanni, il vedovo. Della scema e del giratore di ruota nella stamperia Reale, non ho nulla a dire – perchè la vita di entrambi era tutta compendiata in quattro parole: lavoravano, mangiavano, dormivano e si vestivano. Il loro cuore dev’essere rimasto inattaccabile e la loro verginità dev’essere ritornata in grembo al Signore. Mi attengo quindi al soggetto principale che è il vedovo, figlio della nonna e padre di Gigia e Ferdinando.
Giovanni non era un Adone nel vero senso della parola. Ma preso in blocco, era un bell’uomo. Barba alla nazarena che gli accarezzava le guancie un po’ pallide, una salva di capelli neri fini arricciolati che metteva voglia di soffocarvi le dita, occhioni neri come il temporale che avevano degli incendi e dei lampi, due spalle quadrate dalle quali uscivano la forza e la salute.
Tagliapietre in una delle sostre lungo il naviglio dei Fate-bene fratelli di porta Nuova, appena raggiunse la giornata di un franco e sessanta, si permise di innamorarsi di una trovatella e di sposarla. Come ho detto, io non ho conosciuta la morta, poichè dessa morì quando io litigavo ancora collo speziale e il curato del mio paese. Ma Gigia, quando mi parlava di lei colle lagrime nella voce, mi diceva sempre: Se sapesse com’era bella la mamma! E difatti doveva esserla, se il superbo tipo che le sopravvisse aveva qualche po’ di rassomiglianza. Gigia a quattordici anni, aveva già della donna, cioè a dire era una fanciulla precoce. La ricchezza di due grosse trecce di capelli giù per la schiena, una faccia tonda, paffuta, rosea che rubava i baci, una boccuccia socchiusa come un anello schiacciato di corallo e un tronco poderosamente sviluppato che portava la bella testa e mostrava la rotondità di un seno pieno di promesse. Nando, bruneggiato da quel non so che di maschio, era la metà del pomo. Il trionfo della forma scorretta. E dico scorretta non per burla, perchè tutti e due avrebbero potuto dare argomento ai cercatori della linea perfetta, Gigia e Nando erano di coloro che riassumono quell’insieme che strappa l’ammirazione.
Sì, ma che cosa valeva loro essere belli in quel caravanserraglio dei diseredati al forno, dove nessuno aveva coscienza dell’essere? A null’altra cha far loro sentir maggiormente il peso della poverezza. Povera Gigia, come era desolata quando aveva i piedini nelle scarpe rotte o quando le toccava andar a “scuola” senza ombrello. Senz’ombrello, mentre l’acqua si rovesciava sui poveri come una vendetta, come un’orgia celeste! Mi pare ancora di vederla. Col velo smunto che le incorniciava il viso guardava il cielo come se avesse voluto dirgli pietosamente: cessa! e colla gola serrata dall’ambascia e una lagrima che non spuntava, discendeva a balzelloni col pane ravvolto nel giornale, rasentava le grondaie prendeva la rincorsa attraverso la piazzetta e via a gambate da bersagliere fino al Bottonuto.
Un anno dopo il padre di questi gioielli, il padre sobrio, il padre astemio di liquori, il padre modello e l’operaio onesto e laborioso, diventa in poche settimane lo scandalo del Terraggio di porta Magenta. Al sabbato, alla domenica, al lunedì, non si parlava che delle sue sbornie e delle sue piazzate. Incominciava quando prendeva la settimana e non finiva che quando era al “verde”. Ciuco fatto, col fiato incandescente, si trascinava carponi fin sull’uscio, entrava in casa e si abbandonava agli eccessi. Batteva senza misericordia la vecchia, la quale non sapeva rispondere a quell’infame maltrattamento che con delle parole: “va là ch’el Signor el te castigarà, veh! Chi batt soa mader, el ga pù on minut de requia in sto mond. Ten a ment, ten! Dava calci alla sorella dicendola una mangiapane a tradimento – lei, poveretta, che era l’ordine della famiglia! Schiaffeggiava, se erano in casa, Nando e Gigia, quando non diceva a quest’ultima: va a fare la vacca e portami a casa i denari che io sono stufo di mantenerti, porca!
Quali scene, quali disperazioni, quanto pianto versato e quale fame successe in quella casa tranquilla!
La voce comune era che Giovanni fosse diventato pazzo. Ma la verità vera, credo non l’abbia mai saputa nessuno. Era innamorato di qualche donna che non poteva avere o era stanco di trascinare un’esistenza d’abnegazione continua? Chi lo sa. Quello che io posso dire è che la nonna in certi momenti in cui Giovanni era assente, diceva a sè stessa imbrancandosi sul seggiolone: tutto suo padre! Era egli una conseguenza della trasmissione paterna? Secondo me, sì. Poichè nei rari lucidi intervalli, Giovanni, ancora tutto scombussolato dai furori della ubbriacatura, si rimproverava e diceva, dandosi dei pugni nello stomaco, ch’egli era un miserabile e il traditore della sua famiglia. O perchè allora, gli ho detto una volta che mi narrava il dispiacere che provava per la “goga” data alla mamma, non resistete al demonio che vi porge l’acquavite, attaccandovi al manico della pompa?
– Lo so io? Entro in una bettola col fermo proposito di non berne che un bicchierino e non esco se non mi sento il fuoco nella gola e l’ebbrezza nei sensi.
Negai colla testa.
– Credi tu che sia una bella vita quella che faccio – dato anche che potessi farla senza togliere il necessario ai miei figli e magari senza rompermi le mani a sgrossare il granito?
Bruciato dallo spirito, colle guancie e la fronte gualcite, collo stomaco macero, con una tosse a colpetti secchi secchi, andò all’ospedale a lasciarvi le ossa. Morì come un ebreo, come un cane. I figli non lo seppero che alla domenica, quando nel letto del padre trovarono un altro. Di che malattia era morto? Di gainite acuta? No. Di etisia. Morto etico come sua moglie. O dunque, mi domandai sconcertato sulla questione ereditaria, questione che in quell’epoca si agitava al pianterreno di un giornale commerciale al quale era abbonato il mio principale? Secondo l’espressione sdegnosa della nonna, il padre gli doveva aver iniettata l’arsura inestinguibile, mentre, a giudicare dai fatti compiuti, la moglie gli avrebbe inoculato quel mal sottile che non fa pace che colla verminaia. Ora a quale dei due si doveva ascrivere lo sconcerto cerebrale di Giovanni, all’uno e all’altra? Oppure avevano tuttedue colle stesse forze, collo stesso accanimento, partecipato all’omicidio? La questione è complessa e non tocca me a risolverla. Il perchè dei miei due interrogativi, lo capirete continuando la tragedia della famiglia Berretta. Morto il padre, muore la nonna, muore la sciancata…. Tutta una famiglia che si incalza furiosamente nella foppa. Gigia, Nando e il gira-ruota nella Stamperia Reale a un franco e venti al giorno, deperiscono visibilmente. Col lutto nell’anima e nel cuore, vanno da casa a bottega e da bottega a casa – come spettri – come gente che non è già più di questa terra. Ma io speravo – poiché sapevo che i grandi dolori o uccidono come il fulmine o non sono eterni. Che debbo dirvi? Una sera incontro Nando mezzo brillo, che mi butta le braccia al collo e mi bacia bagnandomi delle sue lagrime. Io me lo strinsi al petto senza dirgli una parola. Quell’espansione subitanea, quell’abbraccio…. Oh io non so tradurre che cosa provai.
– Animo, fatti coraggio, Nanduccio. Sei un uomo in fin dei conti.
– Sono un tisico. E per convincermi tossì e sotto ai riflessi biancastri del lampione sbatacchiò sul marciapiede uno sputa di sangue della larghezza di un napoleone d’argento.
– Sarà nulla, saranno i denti, saranno le gengive, gli dissi animato da quel brivido freddo che mi corse pel dorso. Tossì e risputacchiò sangue.
Gli strinsi la mano come un fratello, ma io stesso avevo perduto ogni speranza. Senza saperlo, senza volerlo, entrammo nella prima osteria dei Due Gradini al gomito di via S. Nicolao. Tracannammo due bicchieri filati di vino di sessanta e ci guardammo in faccia. Le avevamo infiammate.
– Non è la paura di morire che mi ha fatto piangere sai. Ma quella povera tosa… E qui gli si gonfiò il ciglio.
Glie ne versai un terzo bicchiere ch’egli trangugiò colle lagrime.
– Vedrai che non sarà nulla.
– Siamo le settembre, nevvero? Arrivederci alla caduta delle foglie….
Comandai un altro mezzo litro, gridando forte.
– O senti, Nando, se si mangiasse un paio di stracchini di Montavecchia coll’olio e col pepe.
Mi fece segno con la mano che non ne aveva voglia. Ma io non desistetti. Li conciai ben bene in un bicchierotto dl linosa, ruppi colle mani la mezza libbra di pane e gli dissi bruscamente, come se io fossi stata Rina:
– Mangia.
Mangiammo e bevemmo senza curarci d’altro.
Alle undici si usciva all’aria aperta. La brezzolina, per noi che avevamo del vino in sacca, ci faceva piacere. Par allungarla, girammo dalla parte di piazza Castello e ritornammo, braccio sotto braccio, dal naviglio. Avevamo una voce discreta e ci mettemmo a cantare non so quale canzone in voga. A due passi dal ponte, Nando tossì per due minuti piegandosi sul ventre e ributtando col vino una pozza di sangue.
Le foglie cadevano e si spargevano per tutta piazza Castello e Nando moriva nella sala s. Giuseppe all’Ospedale.
– E Gigia? – Questo fiore negletto che aveva aperto i calici per bere la rugiada e darci i profumi, moriva trasparente, diafana – là sul letto della carità cittadina, due mesi dopo: morta etica, come il padre, come la madre, come il fratello. Quale strage!
Io non so se lungo questa moria ho avuto tempo di piangere. Ma ora che li ho desumati per riaverli davanti agli occhi una mezz’ora, ora spargo sulle loro fosse oscure una manata di mughetti fioriti sul mio cuore.

*
*   *

Da un mese io non vedeva più Clotilde, del secondo piano, la figlia del fruttivendolo girovaga. Ma non era una sorpresa per alcuno la scomparsa di una giovane da quel paese di miseria. Con quella ragazza avevo della dimestichezza. Alla mattina, senza darci appuntamento, ci trovavamo sulle scale e senza dirci il perchè, facevamo insieme la traversata di piazza Castello fino al margine di via Tenaglia. Talvolta ci dicevamo nulla. Lei tirava via col pane sul ventre, io colla giacca sulla spalla sinistra.
– Ci troviamo questa sera?
– No, ho paura che venga Battista.
Era il suo amante – una forlina che amava a un modo tutto suo. Quando era a denari, Batliata non sapeva farle capire che le voleva bene che ubbriacandosi. – Bevi Clotilde, bevi e te lo butto in faccia.
E alla minaccia accompagnava l’atto. E se Clotilde si metteva a piangere, Battista l’accoppava a pugni.
– Impara a fare la troia!
– Ma perchè non lo mandi a quel paese, le dicevo quando mi mostrava i morelli sul collo e sulle guancia lasciati dalle mani brutali di Battista.
– Starei fresca. Sarebbe capace di ammazzarmi.
– E tu va alla questura.
– Da quella sbirraglia? Preferisco essere accoltellata da lui.
– E allora di’ che gli vuoi bene!
– Non dico di no. Ho nessuno e mi ha veduto venir su a bocconi. Il sangue non è acqua.
Io con ho mai saputo spiegarmi queste tenerezze. Ma ho dovuto convincermi che sono sincere. Se tu avessi veduto la pena che si dava questa povera Clotilde quando lui era in prigione. Non mangiava più. Il suo da fare era di mettere assieme quanto poteva per il mercoledì e la domenica – le due giornate in cui si possono visitare e soccorrere i carcerati.
Una sera dunque, mentre cenavo colla famiglia che mi ospitava, mi venne il prurito di domandare: – Che ne è della Clotilde?
– L’innocentone!
– Vi giuro che non so mente.
La mamma mi fissò per sincerarsi che non dicevo una bugia e curvò la testa senza smettere il lavorio mandibolare.
– In giornata è meglio avere dei debiti che avere delle ragazze.
Lo due sorelle alzarono gli occhi come per dirmi: bestione!
– Voi altri genitori vi logorate la pelle per dar loro da mangiare e tirarle su all’onore del mondo. Bel compenso che ne traete. Domani, quando hanno ancora la camicia sporca, si presenta loro il primo stupido o il primo ladro, e tutto è finito. Voialtri genitori che avete patito la fame per non farle soffrire, ora che siete vecchi, adesso che speravate qualche aiuto, crepate! È la solita storia. Ma se credessen i me tosann de fa la vaianascia, se sbaglien! El disi mi che se sbaglien.
– Ma che cosa c’entra questa mezza predica colla scomparsa di Clotilde?
– Lo so io che cosa c’entra. Quel pover vecc de sôra, adess che l’è su amalaa e ch’el gavaria inscì tant bisogn de la soa tosa, el po’ morì d’on accident. Gh’è nanca on’anima che ghe porta un biccier d’acqua!
Ma dove è questa Clotilde?
– Ma se l’ho ditt: a Santa Caterinetta.
– A Santa Caterinetta? a far che a Santa Caterinetta?
La buona donna sbarrò gli occhi per vedere se davvero io scherzassi, e subito dopo alzò le mani intrecciate sul ventre.
– Adess, quella povera crista, tocca a lee. I ommen, quand’j’ hann impregnaa, ghe dan ona pesciada.
– Potrebbe darsi che ci pensasse, disse una delle figlie.
– Brava. Oh ci pensa proprio. Intratanta lee l’è là che la po’ minga vegnì fœùra, perchè l’è bona de baglì e la g’a minga i danee de pogà la baglidura.
– Mi disorientavo. Quando le ragazze si sono sgravate non possono uscire?
– Sicuro. Quello non maritate legalmente, debbono pagare trenta o quaranta lire, o prestare il loro latte alla comunanza da slattare. E siccome quasi nessuna delle ragazze ha quella somma, così rimangono prigioniere per dieci o dodici mesi.
– Una carità un po’….
– Pelosa
– Altro che pelosa. Chi è quella minchiona che con quaranta lire in saccoccia, cercherebbe il letto a S. Caterina, dal momento che ci sono le levatrici che fanno pagare cinque lire al giorno tutto compreso? E chi è di noi che sta a letto dieci giorni? Non abbiamo lo cincischiature delle signore, noi!

*
*   *

Il mio avvocato, quel tale che mi dava la spazzola, lo stivale e la scopa, doveva lungo i disperati digiuni, apparirmi come un salvatore. Quante volte ti ho rimpianto e quante volte ti ho veduto, durante le fabbri fameliche, atteggiato a un ghigno diabolico, a un ghigno che era tutt’un oltraggio alla mia indigenza. Sì, fui un ingrato. Tu eri il mio granaio, il mio benefattore e tuttavia io ho potuto lasciarti come si lascia un nemico. Ma quand’è che si capisce che si sta bene, che sì è in grassa – pur scarseggiando di pane? Quando si ha perduto tutto. Quando si è discasi ancora due o tre gradini verso il regno della miseria che uccide. Vi trovate domani senza minestra? Ricordate quella che un giorno avete dimenticato sull’uscio di casa vostra, o quella che avete gettato sdegnosamente ai polli per un semplice capriccio. Vi sentite la generale nel ventre? Invidiate la zuppa scodellata pel prigioniero. Vi vedete in gattabuia? Avete il piede irrequieto e sentite un ineffabile bisogno di slargare le braccia al sole e di aprire la bocca in mezzo all’aria, al creato. Un sentimento nuovo, continuo, una resipiscenza eterna.
Quando dunque entrai nella fabbrica di liquori, ero così disfatto, così scarno che avrei accettato il posto di vôtacessi. Mi occorreva non altro che un’áncora che mi trattenesse alla superficie. Era dunque giusto che io non domandassi a qual prezzo mi si sarebbe lasciato vivere.
Il signor Valsalina proprietario, uomo tozzo, con quattro capelli rimasti sulla superficie del cranio, appena mi vide, mi squadrò, dividendo la sua attenzione tra me e un pesatore di liquidi che sussultava dal cocchiume di una botte.
– Come ti chiami?
– Giorgio.
– Dammi quel provino. Quanto guadagni al giorno?
Non avevo preveduto l’interrogazione, ma non esitai un minuto.
– Una e cinquanta.
– Asino!
Mi voltai indietro per vedere se quell’aggettivo qualificativo toccasse e qualcuno, ma non c’era anima viva.
Poi, senza forse ricordarsi di avermi ingiuriato, tolse dallo sgabello sul quale metteva i suoi arnesi una spugna e me la scaraventò in faccia.
– Sponga.
Mi curvai sul bagnato, asciugai ben bene e corsi alla pompa a lavare la spugna. Il mio futuro principale non mi diede il tempo di rientrare. Mi saltò addosso come una vipera e mi somministrò una sfuriata di scappellotti.
– Imparerai, scalzacane maledetto, a far le cose prima di domandare. Non si butta via niente dal magazzeno, capisci? Niente!
Malgrado il modo manesco di correggere, tacqui.
– Tieni a mente, che io non voglio marmotte in casa mia. Se no, quella è la porta.
– Scusi, è la prima volta.
– La prima volta un corno. Il mio padrone la prima volta mi mandò tre giorni all’Ospedale. Ma e “schiavo!” quello era un omaccio…. Io invece non sono cattivo, io! So compatire. Ma grazie, mi sciupi lo spirito nell’acqua. È come se tu mi rubassi il danaro dalla tasca.
Rituffò il ciuffo nella damigiana che aveva davanti e versò il liquido in un lungo tubo di vetro.
– Dammi il provino.
Dimenò la testa guardando i gradi e dopo una lunga posa, ripreso il dialogo, che poteva anche essere un monologo, dal momento che non parlava che a sè.
– Ti ha mandato il mediatore Battaini?
– Si.
– Se hai voglia di far giudizio, qui è il tuo posto. Io tratto bene colla gente che lavora e che mi è fedele. La fedeltà è la prima cosa. Sei contento di una e dieci? Non voglio litigare, vada per una e venti. Ma sii puntuale, sai? Non c’è cosa che mi faccia male quanto la “linosite.” Là, stacca la camicia di forza e mettitela.
Arrovesciai colla spalla la giacca e mi copersi dalla blouse-sacco.
– Fatti su le maniche, prendi la mazzetta di legno e l’asperella e vieni fuori con me. Ne hai lavate delle botti?
Accennai di no
– Sta attento. Con due colpi di martello…. uno, due. Togli via l’usciuolo.
– Hai visto? Adesso dammi ascolto. Cava un paio di secchie d’acqua, risciaqualo, vuotalo, buttacene dentro due altre secchie, allunga la mano coll’asperella e zin e zun e zun, fimo a quando ti pare di averne “sgroppate” le doghe interne. Quando ti pare di averlo lavato ben bene, risciaqualo di nuovo con dell’acqua pulita, rovesciane addosso all’esterno quattro o cinque altre secchiate per restringerne le fessure, poi con due dita di acqua fresca in fondo, giralo sul cerchio nell’altro cortile e lascialo dove non c’è sole. Questa operazione la ripeterai colla seconda, colla terza o via fino alla ventesima. Hai capito? Ma bada di non incantarti coll’asperella. E zin e zun e zin e zun e zin e zun! Il mio padrone, buon’anima, mi ha insegnato a calci che la lavatura dei vasi è la cosa più importante di tutta la fabbricazione. E zin e zun e zin e zun e zin e zun! Siamo intesi.
Mi lasciò stordito. Il zin e zun mi ballava la mattana nella testa. Io era ancora in grazia di Dio e non avevo la croce di un centesimo. Mi feci rosso fino alle orecchie ma non indietreggiai.
– Signor padrone, la mi faccia grazia di dieci centesimi che ho lasciato a casa il portamonete.
Non si volse, non mi guardò e forse non mi credette. Non importa. Me ne diede quindici.
– In casa mia non voglio che si patisca.
La mezza libbra di pane nel sobborgo costava in allora dodici centesimi. Aggiunsi per companatico tre centesimi di ciliege ammaccate. In un quarto d’ora sbocconcellai e precipitai tutto nello stomaco affranto. Coll’ultimo boccone in bocca mi sentivo capace di pompare e di eseguire lo scellerato zin e zun tanto raccomandato.
Mi misi dietro con lena. A piedi nudi, le maniche e i calzoni rimboccati, attingevo, scaraventavo, saltavo sulle teste dei vasi, sdrucciolavo, mi ci perdevo fino alla cintola, risciacquavo, zunzunavo, riapparivo, riattingevo e ripetevo il gioco.
A sera io non sentivo più le braccia. Parava che qualcuno mi avesse legnato “alla più bella.”
Appena sul pagliericcio, mi addormentai, morto dalla fatica.

*
*   *

All’indomani discesi in cantina col principale. Un’aria gelata da sotterraneo e un buio fitto che mi lasciò incerto sull’ultimo gradino.
– Vieni avanti, marmotta.
Ma non mi fu possibile che quando mi rivolse una striscia scialba dalla lanterna cieca. A un certo punto, il fantasma che mi precedeva, accese un lampadino a cappelletta, appeso al filo di ferro che attraversava la cantina e le botti lumeggiarono di un chiaro che moriva e non moriva. Il mio padrone non lo vedevo più che per dei fili di luce che gli sgusciavano dietro la schiena.
– Giorgio, hai bevuto il grappino, questa mane?
– Nossignore.
– Lascia le cincischerie alla gente che porta i guanti. Io ho i calli sulle mani.
Trasse di tasca il bicchiere, lo mise sotto alla spina di una botterella che si perdeva nel seno di due altre colossali, scosse il liquido per abitudine, bevè e mi diede il resto.
Era la prima volta che mi mettevo nello stomaco tant’incendio. Starnutai.
– Dà lo zuccaro ai villani: starnutano!
In fondo che fummo, il padrone m’illuminò tutta una montagna di sabbia dalla quale uscivano scaglionati i colli delle bottiglie sommerse.
– Guardale come bottiglie di veleno.
Depose sullo scalotto la lanterna e la luce si proiettò in una larga coda di paone, quasi a mostrarmi la biacca gialla delle pareti e il soffitto incrostato a squama increspata dal coltello.
– Sta attento che non sono abituato a dire le cose due volte.
Ci avvicinammo alla caldaia della lambiccatura e con un certo sforzo l’aiutai a scappellarla. Presi a volo un cencio.
– Salta dentro e puliscila.
Poscia mi additò il concone della pigiatura colmo di vinaccie.
– Riempilo fin quasi all’orlo.
Colla mia corba che caricavo e scaricavo, soffocai il recipiente a cannone in meno di mezz’ora. Mi diede in spalla la brenta e mi disse di ridiscenderla piena.
Le spalliere di salice torte mi tagliavano gli omeri e le gambe mi si piegavano sotto al peso.
– Bel soldato in fede mia! Un uomo che non sa portare cinquanta litri d’acqua.
Scappucciai e me ne scappò sulla testa un’ondata.
– Accidenti, sta su ritto. Se era spirito stavi fresco.
La riversai sulle vinaccie cha si rialzarono fino al labbro.
Riprendemmo il coppello, lo rimettemmo sulla caldaia e con dell’argilla molle lo suggellammo perfettamente. Poi, per intuizione, accesi lo zolfanello, misi sotto il fiasco al lambicco e mi stropicciai le mani colla ferma convinzione che avevo sudato abbastanza.
– Bravo. Un po’ per volta e vedrai. Ti lascio qui solo. Ti piace la solitudine? Ma per carità sta attento che non esca la grappa dal fiasco. Guai a te se dai da bere alla terra. Tutte le volte che è pieno vuotalo in quel vaso. Lo vedi?
– Sissignore.
– Ti ho già detto di lasciar stare queste baggianerie. Io ho i calli sulle mani e sono uomo che lavora. Mesterasc danerasc! Capisci? Di’ su non hai mai fatto “robbiole”? Vieni qua che ti insegno. È un mestiere facile. Uno è il mucchio della “spellatura” di corame, l’altro delle vinaccie lambiccate. Ti curvi e ne fai una mistura come faccio io. Quando ero garzone, andavo matto per le “robbiole” È una ginnastica che sviluppa i muscoli e dà un’agilità a tutto l’essere da renderci contenti. Sta attento. Ne “calchi” un pugno in quella forma di ferro e le vai sopra coi piedi. Poi salta così: zin. zun. zin. zun. La “robbiola” è fatta. Eh? Sbattila là in buca. Zin, zun; zin, zun, come faccio io. Saltabecchi, digerisci e non ti addormenti.
– Mi vorrebbe favorire quindici centesimi come ieri?
– Questi sono trentacinque; sommali cogli altri e sarai sicuro che ti ho dato mezzo franco. In casa mia voglio che si mangi. Quand gh’è del fen in cassina, se lavora al doppi e pussée de gust. Va a prenderti la colazione che manderò giù el Buratton a stà attent. Te raccomandi de fa in pressa. Svelt a mangià, svelt a lavorà. Massima veggia che m’ha piccà in del coo el me padron, bon’ anima. Quel me n’ha daa de pesciad in del cuu! Pover ommasc!
Alle quattro il lambicco dava le ultime stille e io avevo fatto centoquarantacinque formelle.

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L’attività del padrone era straordinaria. Lui lavorava continuamente e non poteva capire che un garzone punto interessato, stesse lì un minuto a fiatare.
Appena di sopra, mi piantò col sedere su una delle “stanghe” del carretto perchè non andasse, come si suol dire, calle gambe all’aria.
– Ti Buratton, regordet de insegnagh polid i post e de fal cognoss de per tutt, che inscì dopo l’andarà de per lu.
– Ch’el lassa fà de mi.
– Ve raccomandi, tra tutt duu, de minga sbaglià, neh? L’amara lasciatela giù alla Gigia in Verziere; il cognac e la Francia, che sono queste due pinte… Stee attent! Sono della Giulietta in Pont Veder. A proposito, Enrichetta? Enrichetta? Varda un po’ se gh’è de là la mia tosa?
– Cossa te ghe, papà?
– Guarda la partita Giulietta. Ha pagato l’ultimo conto?
– No.
– Fach fœra la fattura. Questi sono venti litri di mistrà che porterete al Bertolla; il fiasco della menta lo sai. È della Rosa in Porta Garibaldi. Poi, quando avete finito il giro, passate da P. Nuova a prendere i fiaschi vuoti dell’offellee in sull’angol.
Legati che furono le corbe e i fianchi, Bertolla si mise dietro il carretto a puntare – Uh!
– Speciee! speciee ! Maladetto asen d’on asen, se ghe fudess minga mi…. No l’è bon de tegnì a ment on cristo!
E senz’altro prese Buratton pel ganascino e non lo lasciò che sui tre fiaschi dimenticati.
– Te vedet se te ghe giudizi? Noo l’era on alter viagg, quest chi? ma già a vialter ve ne importa on’acca. Intant che fee quest d’on mestee fee minga quell’alter. Vera?
– Uh!
Girammo mezza Milano. Io aveva fuori la lingua come i cani arsi dalla sete e il carretto cominciavo a tirarlo a zig-zag.
– Voj, di’ la verità, te pias a fa stoo mestee chi?
Rimasi un zinzino perplesso, ma pensando alla mistura del domani, risposi:
– Pœu gh’è minga mal.
– La va a abituas. Già, la caravana l’hoo fada anca mi, te de falla ti, l’han fada tutti. El bell el ven dopo. Tocca su el pass.
Mi parve un avvertimento. Difatti, la canaglia, si intascò bellamente le mancie e a me non diede che un taglio del suo sigaro e il suo corpo da trascinare a casa colla vetreria vuota.

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*   *

Non era meno faticosa la giornata nella stanza di lavorerio – l’officina della liquoreria. Mi toccava lavare e stralavare il panno dei filtri, specie di puff capovolti – dalle punte dei quali uscivano i liquori limpidi. Un lavoro di pazienza, ma noioso. Batterli, torcerli, rituffarli per batterli e torcerli di nuovo. Asciugati, appenderli ai cerchi di ferro, riempirli. Trevasare il filtrato nei cappucci più fitti, guardare attraverso i bicchierini se o no il liquore era atto alla bevitura e via via. Poi, intanto che assistevo allo stillicidio di cinque o sei capezzoli di lana, dovevo rompere la legna colla falce e incantonarla sul focolare. Appena cessava la lippemaniaca gocciolatura, accendevo un fuoco generoso, staccavo il papà dei paiuoli, vi rovesciavo dentro cinquanta chilogrammi di zucchero grasso e quasi nero e su sulla catena. Occorreva che si stesse lì addosso, a costo di bruciacchiarsi, per non lasciargli prendere l’odore di bruciato. Il mio padrone era inesorabile colla cuocitura dello zuccaro. Chi non stava attento, pagava del suo. Quando capivo dal fumo denso, che era ben bene tostato, gli vuotavo sopra una secchia d’acqua e col mestolo ne affrettavo la liquefazione. Serviva per colorire il cognac, la Francia, il caffè e altro.
Tutte le volte che attendevo alla fusione dello zuccaro coll’acqua e col melasso, mi capitava alle spalle il principale, il quale subito subito prendeva in mano il sacco, ne metteva la bocca in un cassetto, lo scuoteva furiosamente e mi diceva:
– Guarda animalaccio porco! Credi che io vada a rubarlo? Andiamo male! Chi non ha cura della roba altrui, non ha cura dalla propria. Te lo dico io, te lo dico. Sono le minuzie che conducono alla rovina. Ho visto delle Ditte andare alla malora e ne ho visto altre fiorire. Io non amo i grandi passi ma non amo neanche le soste. Avanti sempre.
E non c’era verso di fargli capire che a scuoterlo tre giorni avrebbe dato delle invisibili granuccie. Sfido a fare diversamente con uno zuccaro unto e un sacco bisunto!
L’imbuto che riceveva tutto, era quello incanalato sul fiascone dell’ “amara.” Vi si spremevano gli erbaggi fetidi destinati alla cisterna e le spugne imbevute di tutto ciò che cadeva in terra. Vi si scuoteva sopra il fondaccio del “mistrà,” della “menta,” del “persico,” dell'”assenzio,” del “triduo” e qualche volta il padrone vi faceva persino le sue pisciate.
– Tutto roba che fa bon brœud. La resta pussèe savorida. Inscì!
Come bevanda, io non saprei immaginare qualcosa di più eterogeneo e di più stomachevole che l’amara.
Un guazzabuglio che riceveva le mosche, i ragni e le zanzare.
I liquori si facevano giorno per giorno. Il padrone, coi biglietti delle “ordinazioni” e il memoriale della “fabbricazione,” sedeva sullo sgabellotto, leggeva, sfogliava, conteggiava, gestiva interrompendosi con delle esclamazioni o dando degli ordini all’uno o all’altro.
– Buratton, la Togna la vœur cinquanta litter de “forta.” Dem, Giorg, tira giò el caldaron de cinquanta e pœu ciappa la brenta e mettegh dent vinticinq litter d’acqua. Sbaglia no, succa! El rest t’el set ti, Buratton. Ventidue di spirito, e tre di acquavite. Fa prest che emm de tra insemma el mistrà per quell là su la riva de Porta Cines e per el Peppascia in di Quadronn. Te se regordet cossa ghe vœur par la brentinna? Ventiquattro di spirito, ventisei di acqua e cinquanta grammi essenza d’anice. Stoppa ben la bottiglietta che l’abbia minga de scappa via. L’è inscì cara l’essenza, che te podet minga immaginas. Cinquanta franch per on boggettin!
– Su, prest lavoree, che hin già tre or. Vun ch’el metta la sighignœula in del peston della Francia e l’alter ch’el tegna in salt la brenta.
– Giulietta, ciappa la carta e prepara i fattur.
– Adess bisogna preparà el “rinfresch” per el cafferín ai colonn de Sant Lorenz. Vinticinq litter: cinque chilogrammi di zuccaro, sette litri di spirito e tredici di acqua.
Era un va e vieni. Dalla “bastardella” (catino di rame) allo “spuntone” (puntiruolo per spillare i vasi) alla canna di gomma, al bagnomaria, ai vetri da riempire o da lavare, ai tappi, alla mazzetta e via dicendo. E appena qualcuno di noi prendeva il fiasco di Tizio per quello di Sempronio, o lasciava cadere qualche goccia di spirito o di liquore, la voce del padrone scoppiava come un uragano. Si diceva un uomo rovinato, un galantuomo in mano ai ladri e agli assassini. Mi ricordo una volta in cui Buratton andò col piede addosso a un litro di “triduo.” Il padrone divenne prima bianco come un panno di bucato, poi si rovesciò sul poveraccio con tale impeto di collera ch’io credetti lo strozzasse.
– Ma padrone? gli diss’io.
Mi ringraziò con un potentissimo schiaffo.
– Impara quand te see minga cercaa!
Quello sfacchinamento incessante, crudele, che mi profondava senza permettermi d’avere conoscenza del mio stato, mi aveva asciugato il corpo più ancora di quello che non l’avessero fatto le vuotaggini ventricolari. La metamorfosi si era completata o era lì lì per completarsi. Una faccia oblunga – ossea – dura nei lineamenti. Mi si vedevano le rientrature alle guancie – le rughe incipienti che sottolineavano gli occhi, le crispazioni visibili che incominciavano ad apparire sulla fronte e i capelli abbaruffati i quali aiutavano a dare il certificato che tutto si andava trasformando per non lasciare di Giorgio che un rachitico – cresciuto nel mondo opaco dell’ignoranza e dei patimenti.

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In dieci mesi di quella vitaccia, non mi lasciai trascinare da nessun appetito di gola. La colazione pencolò sempre dai tredici ai quindici centesimi. Quindici centesimi quando il freddo mi obbligava a mangiare la zuppa. A desinare quindici di polenta e otto di pesciolini fritti o di merluzzo; a cena invariabilmente una minestra da venticinque con mezza micca. Una spesa quotidiana di settantatre centesimi. Gli altri li distribuivo così: diciasette pel letto – tre tra biancheria e stiratura – una stiratura da far drizzare i capelli – e diciasette – salvo alcune sottrazioni festive – per l’avvenire.
Sicuro, pensavo anche all’avvenire!

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Davanti all’Ippodromo(2), quando nei dopopranzi domenicali, io assisteva alle arrighe degli attori o dei saltimbanchi allineati in una specie di balcone, col frastuono spaventevole dei piatti e dello zuffolio di meneghino o di pagliaccio, sentivo delle voglie infrenabili. Cinquanta volte mettevo la mano sui venti centesimi e cinquanta volte le gambe provavano gli spasimi d’incamminarsi verso l’entrata.
– Avanti signori! Chi ha tempo non aspetti tempo. I cavalli vanno subito a incominciare. Meneghino giù, dabbasso. Alee – alee – aleee!
Spesso mi ci trovava tra la colonna dei fortunati che entravano davvero, ma subito mi pentivo. Pensavo che venti centesimi potevano valere l’esistenza di un giovane.
– I signori militari pagano soltanto la metà dei signori borghesi. Avanti! avanti! Aleee – aleee – aleee!
– Se almeno fossi militare!?
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Ho dunque detto che ero sfinito, ma che neppure per ombra mi veniva in mente d’andarmene. Preferivo il pane di mistura all’astinenza assoluta. E poi mi andavo sempre più persuadendo che avrei trovato qualcosa di meglio. Aspettavo ogni giorno che una delle “poste” mi dicesse “ehi Giorgio, vi dispiacerebbe venire da noi? Guardate, noi si mangia qui alla buona, ma il giovine siede a tavola con noi ed è netto di biancheria. Aggiungete l’alloggio, venti franchi al mese, un po’ di mancie… Via, non starete male.” Ero la donnicciuola che divideva il terno prima dell’estrazione. Tutte le volte ritornavo a casa col mio carretto fiacco e disilluso, come qualunque ronzinante istupidito dalle cinghiate sulle orecchie.

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Un venerdì…. Maledetti i venerdì! Fin da fanciullo ho imparato a odiarli. Mi avevano insegnato di non far nulla in venerdì, perchè portano sventura. Un brutto venerdì del novembre che moriva, mentre la pioggia scrosciava in risate beffarde e i tuoni solcavano lampeggiando, distendo sulla carriuolata dei liquori la stuoia incerata, la allaccio ai quattro angoli, m’incappuccio la testa con un sacco e fuori dalla porta.
– Ti raccomando di non farmi una frittata. Va adagio! Mezz’ora più, mezz’ora meno…. Tanto dopo vai a casa.
Il cielo irruppe in una cannonata e a luce bianchiccia stralunò in mezzo al diluvio. Saltando i guazzi, cadevo nei rigagnoli gialli di poltiglia e m’inzaccheravo fino alla faccia. Sentivo i piedi nell’acqua che cercava l’uscita dal tomaio e i calzoni e la camicia molli sulla pelle, ma non rifugiavo in alcun luogo. Curvato sotto l’irruenza dei doccioni che mi inseguivano colla perfidia e l’insistenza d’un poliziotto, l’anima mia tripudiava e si levava fiera sfidando Giove Pluvio. Zuffolando, mi alzavo sulle stanghe nell’aria e godevo mezzo mondo a rifare l’altalena, puntando i piedi a terra. Era così bello vedermi solo, sotto a quel rovescio che incolleriva sempre più sull’acciottolato, mentre gli altri se ne stavano ricoverati sotto le arcate o sotto le porte, ad aspettare che il buon Dio si placasse.
Ma era deciso che doveva essermi fatale. Venerdì, io ti ho guardato e ti guarderò sempre come un coleroso!
Giungo in faccia al lotto, mentre passa una vettura. Vedo il pericolo e tento addossarmi al muro. Ma sì! la ruota dell’uno inciampa in quella dell’altra. Il carretto gira sterzando e addio liquori. Il vetturale, fulminato dalla pioggia, sacramenta con una bestemmia e un hip!, dà una frustata e riprende la corsa al galoppo. Volevo vociare, volevo gridare all’assassino, ma la gente assiepata sulla bottega dell’osteria e riparata colla sentinella sotto il portico del Palazzo di via Broletto, sgangherò dalle risa, come se io avessi fatto apposta per farla divertire. Il carretto all’aria, i vetri frantumati l’uno sull’altro, il cognac il mistrà, la menta, l’acquavite che discendevano colla pioggia nei fori del tombino, mi lasciavano stordito colle mani in mano. L’acqua sbellicava più rumorosa. Pareva che al disopra delle tettoie si azzuffasse e che dopo la collutazione si precipitasse a ondate. I più compassionevoli, ai lati, dicevano: cossa te vegnuu in di corna de andà a torna con sto temp del diavol? Il cuore mi si rompeva e le lagrime mi ritornavano in gola. Rassegnato, slacciai la cordicelle, gettai indietro la stuoia e mi trovai innanzi alla rovina. Tutto era a catafascio, tutto era andato alla malora. Scuotendo i cesti per buttarne fuori i vetri pesti, vedevo il padrone cogli occhi iniettati di sangue, i pugni stretti, che mi si avventava allo stomaco. Ladro! Dal naufragio si salvò una bottiglietta d’alkermes. Oh va! E la scaraventai contro al muro. Va! Raddrizzai il carretto, misi in ordine le corbe, scossi la stuoia, la riattaccai e punto pensando che pioveva, m’incamminai verso il corso, attraversando il Monte Napoleone, il Borgo Nuovo, la via Fiori Chiari fin a quando mi parve che il giro che dovevo fare poteva essere compiuto. Ero deciso a non dire una parola dell’accaduto. Tanto più che mi avrebbe licenziato lo stesso. Con questa aggiunta: che dicendoglielo, mi avrebbe mandato via colle ossa malconcie.
Cacciai il carretto nella rimessa, accavallai i cesti nel solito stanzino, lasciai la blouse e il grembiale nell’angolo della biancheria sporca, staccai la mia giacca e diedi, come al solito, la buonasera alla padroncina.
– Voj Giorg, t’han pagaa nissun?
Provai come un tuffo alla testa.
– No.
All’indomani, il mio compagno, il mio lettaiuolo, mi urta brutalmente: sù sù che l’è tard. Io invece mi rovescio sul ventre per sottrarmi alla luce che gia imperversava per la stanza.
– Andem, Giorg, che l’è tard.
– Lassum stà che g’oo vacanza.
Ma lui, credendo ch’io parlassi dormendo, mi tirò giù per le gambe.
– Te gh’et nanca vergogna! Hin già quasi cinq’or, vuj!
– Ma che seccada! Se ti dico che puoi andartene.
Mi ricoricai e malgrado il baccano che facevano tutti assieme nel vestirsi, mi riaddormentai più profondamente di prima. Era ormai un anno che mi alzavo alle quattro anche quando il sole sonnecchiava sotto al cumulo delle nubi, sicchè potevo bene, per una mattina, farmela anch’io col letto. O che forse è un male godersi qualche volta in dodici mesi, ciò che i signori godono trecentosessantacinque volte in un anno? Per essere vero, debbo dire che l’interrogazione mi è scappata dalla penna. In allora avevo altro pel capo che la comparazione! E poi ero troppo stroncato dalla pioggia e dalle fatiche, perchè il mio pensiero potesse sollevarsi nel campo dello domande. Piatto così com’ero, dormii forse un paio d’ore. Quanti sogni in quel secondo sonno! Rifacevo la catastrofe, ascoltavo lo sghignazzamento della folla, vedevo il carretto colle aste al cielo e provavo un bisogno di dare in un grido! Mi pareva di essere lì piegato a raccogliere dei pezzi di vetro.
– Perchè non sei venuto, cialtrone?
Lui in persona!
Cogli occhi imbambolati, perplesso, titubante, non trovo parole. Il principale, colla faccia spaventata, non aspetta del resto la risposta. Col primo manrovescio mi manda un dente labbiale sul gorguzzule.
– Te la darò io, cane d’un cane.
Mi stringe le spalle come se volesse schiantarmele, mi agita, mi ripiomba con forza sul giaciglio quasi per unire lo stomaco alla schiena, mi sputa sul naso, mi vien coi ginocchi sulle ginocchia, mi strappa le orecchie, i capelli e non contento ancora, sbuffante di collera, colle pupille illuminate dalla vendetta, mi si precipita sopra colla bocca e mangia una strappata di pelle al collo.
– E se non paghi, diceva egli asciugandosi la fronte madida di sudore, ti cavo un occhio. Parola di liquorista. Hai settanta lire? Se mi dai settanta lire puoi passartela ancora liscia….
Il sangue del naso e della bocca m’impediva, volendo, di parlare.
– Parla, marmotta. Hai le settanta lire sì o no? E nota che non ti faccio pagar tutto. Tu mi hai sciupato più di cento lire. Ma “schiavo,” io non ho il pelo sullo stomaco, io.
Dovevo piangere perchè la sua furia riscoppiò come un temporale.
– Ah tu credi che io paghi i creditori con delle lagrime, marmottone? To’, almeno piglia questo; to’, brutto sporcaccione, birbante. Almeno te ne ricorderai per un pezzo. Settanta lire! Furfante maledetto!
Coll’ultimo calcio nel fianco perdetti i sensi
Dal mio sfogliazzo.

Alloggiavo da un paio di settimane sotto il portico del Pulvinare.
– Che cosa fai? mi dissero una voce e un piede che puntava sul mio ventre.
Cercai di sgarbugliarmi gli occhi, ma ricaddi nel sonno.
– Duma! Duma!
Una mano prepotente mi afferrò pel colletto e mi piantò in piedi di peso.
– Che cosa facevi qui, plandron?
Mi allacciai l’ultimo bottone dei calzoni consumati.
– At parluma con ti, sastu, plandron? Comm’at ciami?
Stordito com’ero non mi venne il nome sulle labbra. Il più tozzo dei poliziotti mi lasciò andare una ditata sulle costole e l’altro mi strinse il braccio destro colla funicella tanto forte da farmi piegare sul fianco. Mi scappò un “ahi!”
– Sta su, ch’at la daruma noi la biava.
Dovevano essere le tre. Piazza Castello era deserta e in cielo si spegnevano mano mano le capocchie che scintillavano nel gran mare azzurro. L’eco dei nostri passi, in quel silenzio, alto come la notte, si frangeva sulle muraglie dell’Arena, come l’addio di un moribondo.
Svoltando la cantonata del corso Garibaldi, il mio angelo custode girò la cordicella su sè stessa e il sangue corse a rosseggiarmi il collo.
– Non mi facciano alcun male. Sono un povero giovine….
– Pellascia grama, va!
Si udivano gli strascichi dei badili che caricavano e il ran ran trun trun dei carrettini a navate.
Giunti che fummo nell’ufficio di via Pontaccio, venni salutato con un pugno sullo stomaco.
– Vagabondo!
Mi si slegò e con un calcio mi si urtò in uno stanzone scuro scuro che putiva di chiuso e di melma. Che c’è? Urtai in una secchia il cui liquido rovesciato mi strinse il naso. A tentoni, cercando nel vuoto, agguantai una tavola – un vero tavolazzo. Ero dunque nell’anticamera dei senzatetti. Mi butto sopra e ringrazio colla mente Iddio. Se non altro ero riparato dall’aria che fuori m’ingranchiva.

*
*   *

Dormivo forse da mezz’ora. Mi pareva di sognare. Sognavo che qualcuno mi stringeva maledettamente le natiche, senza che l’idea vaga mi desse forza di sottrarmi al sonno. Tuttavia, il dolore doveva essere vivo, poiché la mano si contraeva e tentava di agguantare. O non ero dunque solo sul tavolato? Mi spuntava l’interrogazione e mi risvegliavo con un urlo. Dio santissimo! Ma chi era? Piangete! Qualcuno mi aveva ladrescamente violentato. So d’aver vociato, d’aver pianto, d’aver chiamato in soccorso Gesù e la Madonna e le mia povera mamma, come so che non ascoltai che il catenaccio passato e ripassato stridendo e un trac! di chiave. Mi riaddormentai.
Mi si tirò fuori a mezzogiorno, mi si chiuse il pollice col pollice di un altro vagabondo nella smorza d’acciaio, ci si diede uno schiaffo per prevenire qualche movimento di fuga e “march, duma!”
A piedi, in mezzo ai due custodi, attiravamo gli sguardi. La gente si fermava, ci additava e ci diceva delle ingiurie a mezza voce, come se fossimo stati dei peggiori galeotti. Una bella signora che teneva la mano di un amoretto di bimbo, vedendoci, si curvò dicendogli: quij duu là in duu fiœu cattif, che han faa el baloss. Te vedet adess? I menen in preson.

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*   *

Il sistema di percotere nelle anticamere della giustizia armata, doveva essere comune in tutti gli uffici di polizia. Poichè a Santa Margherita, entrati nello stanzone di guardia, il brigadiere, un omaccione alto, divenuto in seguito portiere di fiducia alla Cassa di Risparmio, con dei baffacci irritati che mettevano paura, dopo d’aver presa la consegna dei malandrini e di averci registrati, ci prese pel gilet, ci urtò tre o quattro volte schiena contro schiena e ci abbandonò lanciandoci con un colpo sul muro.
– Balossaia porca, che noo l’è bonna che de fass mantegnì!
Fummo squadrati da una fila di guardie in camicia, in mutande, in abito borghese c consegnati a un tale che doveva essere il carceriere.
– Numero tredici.
Il camerotto, entrati noi, divenne popolato di cinque individui. Nudo, affumicato, sporco, con una parvenza di luce che strisciava dalla tettoia sulla ringhiera e che dalla ringhiera ci irrideva dal quadretta dell’usciolo dello spessore di quattro dita.
C’era un mendicante còlto in flagrante questua, un operaio tutto pieno di cerotti in faccia e alle mani, che aveva fatto a botte con un compagno e uno spiantato, messo in prigione, come noi, perchè senza mezzi di sussistenza.
I sacconi erano distesi sul pavimento e la secchia dell’acqua orecchiava coll’altra degli escrementi.
– La ven sta sbobba sì o no? Quant’hin sti ôr, vialter, che vegnì dent adess?
– G’avii minga el bogol? (orologio).
– L’è sonaa el mezzdì.
– Disi scià. Gh’avi de imprestamm del succher (denari)? G’oo sêt, incœu.
– Van dà la mastegada?
Alzammo le mani.
– Semper inscì quij biss de la madonna!
– Ah, ma son nanca mi, se non gh’el disi al delegaa.
– Bravo, che inscì quand te ghe borled in di ong te dann el rest. E pœu voi, el delegaa! Quell l’è bon! Se te gh’el diset el te lava la faccia senza ona gotta d’acqua. El conossi mi che pedinna che l’è!
Fummo interrotti dalla distribuzione della minestra Una minestra stomachevole. La pasta sapeva di gomma e il brodo di lavatura di piatti.
– E pur inscì veghen, i me car fiœu! ci disse il mendicante. Almanch chi se magna.
Dopo sei giorni di camerotto, venni tradotto davanti al delegato il quale mi lasciò in libertà, dicendomi che mi “dava” otto giorni per “trovarmi” uno “stabile” lavoro.
Dal mio sfogliazzo.

Portai immediatamente il mio domicilio in una cascina a tre miglia da porta Nuova – in una maniera semplicissima. Il garzone dal lattaio, che serviva la padrona della locanda Berrini, ammattiva tutti i giorni per trovarsi uno di buona volontà che gli volesse tirare il secchione a due ruote altissime.
– Che cos’è per voialtri che avete niente da fare? Vi dò due o tre golate di latte appena munto e vi lascio dormire con me nella stalla. Si stà caldi laddentro.
Ma difficilmente trovava l’uomo.
La sera che fui libero, lo aspettai e mi offersi. Mi rispose mettendomi al posto del cavallo.
– Bada di tenermi la piazza tutte le sere.
– Figurati!
Alle sei uscivamo di porta, lui dietro colla “sanguinetta” in mano, io davanti colle stanghe. Lui zuffolava delle ariette popolari o cantava a perdita di voce; io gli tenevo dietro spesso facendo nel suono il contrabasso, nel canto il basso profondo. Quando era in vena, ci fermavamo alla Cascina dei Pomi a bere un cicchetto di “bionda.” Ci mettevamo la goccia sul palmo, una fregatina e in viaggio. Il “bagol” non lo prendevo che quando avevo la cascina del ventre vuota. Il succo del fondaccio di tabacco, mi nutriva. Quando giungevamo, lui se la svignava dietro la siepe con una contadinella che doveva essere sua amante, e io mi mettevo nel sacco e mi allungavo sulla paglia che serviva all’indomani di sternitura alle bestie. Davvero, dormivo da principe; caldo come un gattuccio raggomitolato. Alla mattina, cioè no, verso l’una, mi chiamava col manico del tridente. Sù, dormiglione. Mi sgonfiavo di latte che mi passava nel canale come olio sulle piaghe infiammate, mi aggiogavo e l'”addio, mia bella, addio” a due voci spiegate, salutava l’amante e gli alberi che lasciavamo dietro le spalle. Passai così quattro o cinque mesi relativamente contento – quantunque non mangiassi che…. – Ma, aspettate, che devo dirvi come mi procacciavo il vitto.

*
*   *

Nelle settimane pesantemente oziose, come ho detto altrove, io andavo in Biblioteca di Brera a leggere e a farci su dei pisolucci, i quali pisolucci mi rifacevano dal sonno perduto e dalle cene dimenticate. Ripigliata, dopo tanta assenza, l’abitudine di andarvici tutti i giorni, elessi il mio scranno vicino alla stufa.
Allo stesso tavolo, proprio faccia a faccia, sedeva un giovanotto che aveva la precisione dell’orologio. Entrava coll’ultimo tocco delle dieci e usciva al primo delle due. Si metteva davanti una montagnola di libri in quarto, li sfogliava, noterellava, vi si fermava sopra e si buttava indietro, le mani in tasca, gli occhi al soffitto, di chi rimastica strabiliato qualche sentenza d’autore che ponza. Per l’ora d’andarsene aveva riempito il dorso d’una quarantina di stampiglie, ch’egli trafugava, come me, nel momento, in cui il distributore ci portava i libri chiesti. Quali cose scrivesse non saprei dire. So che inchinava il naso come il miope e che colla penna d’oca scriveva minuto e affrettato. Alla mania di farsi credere uno studioso sul serio, aggiungeva un’intolleranza massima. Se un crocchio di studenti bisbigliava o se qualcuno russava, era lui il primo che scuoteva la lingua per chiamare l’attenzione del portiere. Povero Villa! Quando udiva quel sibilo a denti serrati, gli toccava lasciare il tagliacarte, togliere dalla sedia quel suo pancione a mappamondo e andare là, colla sua faccia larga e serena come una pagina manzoniana, a imporre a quelli e a questi il silenzio.
Questo giovine che immagazzinava ingordamente la scienza, io l’avevo riconosciuto fino dal primo giorno. Aveva fatto con me le scuole elementari. Me lo ricordavo pei suoi occhioni bagnati in un languore viziato e pei suoi capelli lunghi e fini come seta. Stefano m’aveva anch’egli riconosciuto? Qualche volta mi codiava coll’occhio, ma erano lampi. Si rituffava subito in quel pozzo di scienza dal quale non usciva che per abbondarci.
Un giorno, non so come, gli cascò dal tavolo un libraccione che mi toccò la punta del piede. Lo raccolsi affettando una carta premura.
– Grazie.
Alle due coi libri sotto al barbazzale, strisciò nel vuoto un mezzo saluto.
Me gli inchinai.
Continuammo non so quanti giorni a salutarci con una simpatia crescente.
– Che libro legge? mi domandò egli prendendosi il volume nelle mani. Silvio Pellico? Ferrevecchio!
Per paura di prendere una cantonata non mi arrischiai a contraddirlo. Ero lì commosso sulla pagina ove è ricordata la gamba seppellita del povero Maroncelli.
– È un libro che fa nausea. La rassegnazione dallo scrittore mi ha indignato.
– E se le dicessi che mi ha rimescolato le viscere?
– Idealismo, mio caro. Siete un ragazzo che dimostrate di avere in cassa del cuore. Ma se valete ascoltare un consiglio, guardatevi dal veleno somministrato nel giulebbe. Se ne provano poscia la amarezze. Nutritevi di scienza e cominciate ad attingere nelle vasche di Büchner e Moleschott.
Ricascai nelle mie Prigioni, ma la mente era distratta. Pensavo a quel fanciullo che mi dava del ragazzo e dei consigli. Quale audacia!
Alle due uscì apparentemente solo, ma ci trovammo entrambi sulle scale.
– Scusate se vi ho detto francamente la mia opinione. Io sono d’avviso che se la gioventù avesse una guida che l’avviasse addirittura sullo stradone che conduce alla grandezza del vero, ci si risparmierebbe l’ingrato lavorìo di recere la scoria che abbiamo inghiottita coma roba buona e nutriente.
– Permettete, ma chi può dire: questa è la verità vera e questa è la verità falsa?
– Un bimbo appena svezzato. Non credete mai che a ciò che potete supporre per via di induzione o a ciò che voi o gli altri hanno potuto constatare. Poichè la verità, sappiatelo, è come l’analisi chimica. È esatta o non è. Si è col vero o contro.
La logica mi sbalordiva ma non mi persuadeva. Stefano mi frugava negli occhi – forse per sapere so sì o no approvavo lo sue parole enfatiche.
– Oh, ma sentite. Avete una strana rassomiglianza…. Cavatemi dalla curiosità. Non siete voi certo Giorgio?
– Sì, signor Stefano.
– Volevo ben dir io! Lo sai, sono fisionomista quanto Lawater. Una volta che ho veduto uno non mi scappa più. E nota che ti trovo un po’ magro.
– Di’ pure allampanato.
– Come va, di’ sù. Studî, studî? Ma lascia, caro mio, i romanzi. I romanzi sono nella letteratura quel che la donna è nella vita. Ti adescono, ti distruggono con delle fiammate che muoiono e ti lasciano prostrati e vuoti a macerarti nel rimorso. La patria ha bisogno di torsi di ferro e non di gioventù evirata. Dove pranzi di solito? Mio caro amico, io ho sempre avuta una predilezione per Béranger fino a quando non sapevo a memoria le sue ariette birichine. Mes fleurs, par exemple: Modestes fleurs, empressez-vous d’éclore. La conoscete? Déjà bien vieux, j’ai hâte de vous voir. Sentite la penultima quartina: Mais, près de vous, fleurs au tendre langage, – Si de ma mort. ici, j’atteins le jour, – Puisse un parfum, souvenir du jeune âge, – Ce jour encor me, reparler d’amour. Che gentilezza di pensieri, hein? Era un repubblicano che aveva il torto di napoleonizzar troppo. Dieu joint sa main aux mains qui vont descendre – Napoleon dans son tombeau. Ma gli perdonavo. Si sa. Anche Berchet era un vittorioemanuellista, malgrado il giallo che sapete. Ma oggi? Oggi che ho letto la Correspondance… Eh mio caro Béranger, mi sei sdrucciolato nel pantano. Mi sei uscito fuori un abile negoziante di versi. Oh sì, egli sa tacere a lungo e sa pulire con precauzione. Lui, non va punto in cerca di quel tal lumicino appiccicato al cappello che è la riputazione. Ma si contenta del benessere. È questa la ricetta stomachevole di tutta la sua vita. Dove vai a pranzare? I poeti? Puttane! Dunque?
– Al…. non posso neanche dirtelo.
– Hai paura che io ti scrocchi un pranzetto?
– Non è mica per questo,
Capi, non capi che ero al verde? Aperse il portamonete, biascicò dei numeri e lo richiuse.
– Quarantotto soldi non bastano, ma troveremo il resto. Lascia fare cui tocca. Non hai letto la Bôheme di Mürger? No? Allora hai ragione di maravigliarti.
Scantonammo dietro al Carmine.
– Aspettami due minuti.
Ridiscese con un pacco.
– Sei buono di portarlo?
Me lo caricai sulle spalle.
– Dove si va?
– Si va…. sta attento. Si va a far denari. Gli uomini di Mürger facevano così.
C’erano le Storie fiorentine del Macchiavelli, Tacito del Davanzati, la Grammatica del Puoti, i fioretti di S. Francesco, le vite dei Santi Padri, i Pensieri di Pascal, l’Eloisa di Rousseau, gli Uomini illustri di Plutarco, Paolo e Virginia e che so altro.
– Quanto mi date?
– Sei mutte.
– Ohè! Contate galantuomo che sono più che venti volumi.
– Tutta robaccia da peso.
– Datemene otto delle mutte, che vi porterò qualche altro tomo. Mi occorrono otto mutte.
– Mi fate un favore se non mi date neppure questi.
– Mariuolo! Qua queste sei mutte. Ci rimetto il 98 per cento. Tanto, mi disse uscendo dal librivendolo, gli ho dato della zavorra. Oh adesso, pensiamo al modo di spenderle bene. Da che parte prendiamo. Andiamo al Pellegrino? Mi ricordo di aver mangiato benissimo in compagnia di un amico l’anno scorso. Tu non hai idee fine, eh?
– Per esempio?
– Fagiani, tartufi, quaglie, code di gamberi?
– Eh, magari.
Al manzo Stefano mi versò il terzo bicchiere di vino.
– È un barbera coi fiocchi, te lo dico io che me ne intendo. Pigliati questa sleppa di vitello bruciato. Uhm, come è buono. Che te ne pare?
– Eccellente.
– Ed è proprio vero, senti, quello che mi racconti?
– Come è vero che sono cristiano battezzato. Te lo dicano le mie ossa i miei abiti, le mie scarpe.
Coi gomîti sulla tovaglia incrociò le dita.
– Eh, lo so ben io che cosa bisogna. Bisogna rovesciare questo vecchio mondaccio birbone. Un povero diavolo di giovine viene a Milano per trovarsi un posticino che gli dia da mangiare ed ecco in che stato me lo si riduce. Ci vorrebbe qui mio padre, lui che si ostina a dire che ho l’osso nella schiena. Ecco la verità, il documento. Voilà le naturalisme, messieurs les bourgeois! Hai tu bussato a qualche porta? Poichè sappi che c’è il pulsate et aperietur vobis.
– A tutti gli usci, a tutte le botteghe, in tutti gli opifici.
– Io non ti posso aiutare, santa madonna. Mio padre è pensionato da tre anni a mille due. E siamo in cinque a mangiarci sopra. Non ti potrei assicurare il fumo della pipa. A proposito, cameriere, portaci dai virginia. Fa così. E tu va a casa. Meglio un tozzo di pane in casa propria che bubbolare in una città grossa e grassa come questa.
– Impossibile!
– Nulla di impossibile. Quando si ha provato quello che hai provato, bisogna chinare la testa. Tua madre in fin dei conti è sempre tua madre. E io forse non sto lì a pane e coltello?
– Tu sbagli. Non sono capricci i miei, Vuoi che vada a strappare dalla bocca di quella povera vecchia l’ultimo boccone, se pure lo ha ancora? Sono le sei meno un quarto. Presto, presto che io devo andare in P. Garibaldi.
– A far che in Porta Garibaldi?
– A prendermi il carretto del lattaio Ciao, arrivederci; a domani.
All’indomani, alle dieci precise, Stefano mi faceva passare di sotto al tavolo della biblioteca, tanto quanto una mezza micca di pane.

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Alla vigilia di Natale mi si mandò sul fienile por lasciar posto alle donne di telettare. È un uso tradizionale tra i paesani – specie nel Lombardo. Alle due del mattino il sagrestano dalla camicia rosso fuoco a scancio, si appende sonnacchioso alla fune, e il tin, ten, ten, tin tin, ten ten, rompe gagliardo nell’aria, quasi voce spietata che chiami al soccorso. Gli uomini sdrucciolano nei calzoni che si cinghiano ai lombi, impagliano i piedi nelle scarpaccie a bullette fitte e via, alla chetichella, come frati minori, da Tonio il sartore e barbitonsore – la quarta o la quinta autorità campanilesca, dopo la moglie del segretario a trecentosessanta. Le paesane, colla bambinaia alle tette, la marmaglia svezzata giù per le spalle, gli indumenti sulle braccia, discendono dai ballatoi scricchiolanti, a tentoni, nello scurastro, cercando il filo moribondo sgusciante dalla fessura della stalla. Ivi, girondolate, nel fiato bianco delle giovenche, le ginocchia inchinate sulle seggiole, le mani al dorsale di esse, sboccano l’ave maria, il pater e il chirie al pianto sguaiato della minutaglia umana e ai muggiti dei ruminanti – ultima degradazione degli organi vocali.
Terminata la prece, si strigliano e si spalmano le treccie con olio di ravizzone, si danno una mano d’acqua al collo e alla faccia e a una a due, escono, le orecchie e le mani infazzolettate e vanno in chiesa a sginocchiare, a ringraziare Domineddio di aver loro lasciata un’altra giornata da vivere, e a scongiurarlo di tener sempre la “sua santa mano” sulle loro teste.

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Il batacchio impazzava per lo spazio e io incominciavo a provare un tepore morbido alla schiena e alla caviglia. Ma ce n’erano volute della ore. Il fieno vi accoglie a vi preme dappertutto co’ suoi fili flessuosi e ne trattiene il calore, ma la paglia, ah la paglia! rigida, indomabile, vi si sdraia sopra leggera leggera, barricandovi e pungendovi colle sue mille punte e lasciandone scappare dai pertugi innumerevoli, la caldezza che il vostro povero corpo manda fuori inutilmente.
– Giorgio, muoviti che mi sono “impagliato.”
E io zitto.
Giorgio, dico. Accidenti, vuoi una bastonata? Aspetta.
Sentii cadere un coso pesante sulle gambe. Doveva essere un mattone.
– Giorgio o Giorgio? Va all’inferno!
Le palpebre piegarono davanti alle esigenze fisiche o l'”addio mia bella addio,” mi giungeva da lontano come un sospiro stracciato. Io voleva violentarmi, correre dietro al mio secchione, al secchione che mi dava il latte e il fienile, ma il sonno potè più che il digiuno.
Quando mi svegliai, il cielo era tutto grigio che metteva freddo nelle reni. Le campane stornellavano dall’alto la loro gaiezza, i fumaioli scalcinati o scappellati risoffiavano il fumo a volate e in fondo all’aia, in margine alla pula dove spuleggiava il pollame e dove i tacchini facevano della coda una ventarola, i porci, nel loro steccato, si ubbriacavano nel voluttabro, tuffandovi il grifo e il deretano spelato e schifosamente grasso, ravvolgendosi colla schiena, perdendovisi con dei tru-tru di piacere.
Dal largo della tettoia, attraverso la campagna che mi distendeva la poverezza dell’inverno, spuntavano omiciattoli o donnuccie che gli alberi m’involavano o mi schiacciavano o mi tagliavano capricciosamente. Sotto i miei piedi sentivo tratto tratto gli augurii che il cascinale scambiava colla paisaneria delle case circostanti.
– Addio Peder, saludem la resgiora e la bagaia.
– Anca vu, neh?
– Ciao neh, Maria.
– Stee ben, fee i bon fest.
– A vegnii scià a trovamm stassira?
– Gavii minga Zepp, ona brasciada de melgasch per i me besti? Me rincress andà in cassina in del dì de Nàdàl.
– Figureves, Bortol!
Inghiottito fino al sottogola dalla paglia, ascoltavo e rammentavo. Una volta la mamma ammazzava l’anitra più bianca, vi sacrificava il cappone più in carne e si mangiava il manzo picchiettato di spicchi d’agli colla mostarda che portava a casa il babbo. Una volta si andava insieme alle tre messe dopo mezzanotte e in casa, in una pace patriarcale, il buon vecchio ci ricordava i gloriosi natali dei nonni e delle nonne. Una volta si pregava il Signore e ci si metteva a tavola augurandoci di trovarci tutti al Natale venturo, allo stesso posto, per bere il rosolio nello stesso bicchiere. Oh mamma, oh mamma, io ti vedo genuflessa, ti vedo piangere e ne ascolto il singhiozzo soffocato per non far piangere la sorella, la buona Ortensia. Lo so che volete bene al vostro Giorgio, al Giorgio ingrato…. No, dite al Giorgio che muore, al Giorgio che non ha il coraggio di tornare a casa, di venirvi davanti in questa guisa. Sgorga pure o lagrima. Tu sei divina…. Oh ma, chissà, povere donne, qual natale è serbato anche a voi! Lo avrete un pollo, un pezzo di pane, un bicchiere di vino, una fetta di panattone? Che lodato sia Gesù se almeno vi ha concesso questo. Il vostro Giorgio, il vostro Giorgio…. Ebbene non datevi pena, non è la prima volta che egli fa della fame…. È il primo natale, ma pei poveri non è dessa una giornata come le altre? Tacete, tacete, mi fanno male le vostre parole, mi fanno piangere. Tacete in nome di Dio. E tu buona Ortensia, scalda la mamma al seno e raddoppia di tenerezza; dille che io l’idolatro sempre, ma non dirle che digiuno in questa giornata solenne. Ma taci dunque mamma, non vedi che non posso più, che mi si rompe il cuore? Suona il tocco. Ecco, sento questa immensa mascella che tripudia, questo immenso lavatoio che gorgoglia rosso e ne ascolto il ruzzo plateale, ma discerno ancora la mamma e la sorella, l’una fra le braccia dell’altra, tutte e due unite in un’ambascia, in un desiderio, in un voto. Crudeli, ecco che piango anch’io. Disgraziate lagrime, siate voi solo compagne dei mio natale. Benedetta la vostra fonte, benedette voi che inondandomi mi aiutate a sopportare rassegnato e quasi felice l’angoscia di un natale consumato sotto un mucchio di paglia – lontano da due creature a me care più che la vita. Io non ascolto più nulla, io sono languidamente spossato. Ho dormito? Quanto ore ho dormito? Che ora è? Che tempaccio! Viene giù una spruzzaglia che stanca. Ho fame – mi sento i crampi allo stomaco. Chi mi dà un cucchiaio di brodo? Vi darò il denaro ne ho del denaro io, sapete? E tu Stefano, dove sei Stefano dell’anima? Perchè non mi porti la solita razione di pane, perché non accorri?…. Non vedi che mi muoio, non senti che le mie viscere si contorcono in un brontolío sordo, in un brontolío senza tregua? Stefano, dammi questo pane, io muoio, io non ne posso più….
Dal mio sfogliazzo.

Una famiglia inglese mi accettò in qualità di domestico.
Le venni presentato dal fattorino dell’Agenzia Taccani di via Rebecchino(3) come “individuo” che sapeva il francese a “menadito.”
Arrossii fin nel bianco degli occhi.
– What? domandò il signore alla signora.
– Che cosa dice quiell’uomo mi interrogò la signora storpiando crudelmente la lingua.
– Ha detto madama che capisco un po’ il francese.
– It is true ?
– È egli vero?
Curvai la testa.
La signora, torreggiante nella sua veste di raso lucido, con una vivezza di brillanti aggroppati nel cavo del seno, sospeso agli occhi la elegantissima lorgnette filettata di oro concentrò lo sguardo sul cristallo, mi sfogliò per le pieghe, con quell’aria tra di commiserazione e disprezzo e allungò indolentemente il braccio grassoccio e nudo fino alla fossetta.
– Voi sapete bene l’italiano, voi?
Atteggiai le labbra ad una affermazione.
– Your name? domandò il padrone sbuffando una nugolata di fumo dal trabuco.
– Il vostro nome?
– Giorgio.
– Ciorcio? A beautiful name. Capire voi francese?
– Oui, monsieur.
– Good. Give me some water. De l’eau, de l’eau!
Gli porsi la tazza che trovai sul tavolo.
– Good, very, good
Si decideva della mia sorte.
Il padrone, ravviluppato nella ricca veste de camera, le pantofole ricamate sul posapiede rosso-fiamma, sdraiato nella poltrona-letto, cercava la risposta sul labbro tumido della signora.
– And so?
– Let us take him
Mi credetti perduto.
– Andate, voi – diss’ella al fattorino. Dite, rivolgendosi a me, avete già fatto il domestico?
– No, madama. Ma so fare: pulire i mobili, ubbidire, portare lettere, lucidare gli stivali, battere i tappeti, strofinare….
– Vedremo, vedremo.
Io e la signora passammo in cucina. Il cuoco non aveva bisogno di presentazione. Inglese puro sangue. La persona affusolata, i capelli sbattuti a sinistra, pallido, linfatico, con degli occhietti bigi, senza lucidezza, con due striscie di peli rasenti l’orecchie, il grembiale candido a pettorale, le maniche di pelle incerata fino all’avambraccio. Mi guardò continuando a tritare una verza grossa come un pugno. Del loro dialogo non riuscii a  capire un ette. Sibilavano, fischiavano, divoravano le parole. Era un cinguettìo d’uccelli.
– Allora passerete, mi diss’ella nella vostra stanza con Giovanni, vi pulirete, vi metterete il grembiale e ritornerete in cucina ad aiutarlo.
Mi tuffai in un catino d’acqua, m’insaponai il collo, le braccia e le mani a m’asciugai alla presenza del cuoco, il quale continuava a gestire per farmi intendere che dovevo mutare la camicia.
– Ma se non ne ho? gli dissi dimenando il dito nel vuoto.
Si commosse, non si commosse? Aperse il baule e me ne diede una delle sue più logore.
– Grazie.
– Nothing
In cucina mi scartocciò del tripolo, mi porse uno straccio, mi additò delle padelle e delle casseruole la une sulle altre e col braccio, il movimento che dovevo fare. Quando gliele presentai fiammeggianti e asciutte, buttò del prezzemolo nel burro che scoppiò in una frenetica risata.
Alle quattro, nella sala da pranzo, Giovanni m’insegnò colla pazienza di un grammatico, il modo di disporre la tavola. In mezzo ci doveva essere il trionfo delle frutta e dei dolci. Al lato destro di ciascun coperto, una posata d’argento – più un monelluccio di coltello sdraiato piatto su cinque stuzzicadenti. Tre bicchieri per ogni commensale. Uno a calice largo filettato d’oro, l’altro a rosa dai petali che si addossavano stringendosi al labbro, il terzo esileo, a campanula, cha pareva un soffio Le saliere, le pepaiole, i panucci, il trinciante, il forchettone a posti fissi. Il difficile fu al tovagliolo. Doveva diventare un cappuccio leggiadro con una delle cocche uscenti a lingua. Giovanni, disperato, sfaceva e rifaceva il nodo con flemma inglese. Ma io non imparai che dopo due o tre giorni di esercizio. Ci capitò alle spalle la signora quando alternavamo le bottiglie d’acqua fresca al vino generoso – almeno lo dicevano le etichette.
– Per oggi voi, Giorgio, starete attento come fa Giovanni. Procurate di piacere al signore e alla zia – una barbottona incontentabile. Avete con voi il vostro baule? Toglietevi il… come si chiama?
– Il grembiale?
– Va bene, il grembiale. In inglese apron. Pettinatevi e mutatevi gli abiti. Non avete un’altro paio di scarpe? Juan, give him your shoes. Monsieur vuole molta polizia
Lo strascico della veste della signora ventava concitato sul parquet lucido, sdrucciolevole e sì smarriva in una fuga di stanze.
Giovanni non si accalorò e non diede segno di avere capito. Le sue linee facciali rimasero perfettamente rigide e le sue mani dai cordoni tesi, lavoravano flemmaticamente a ripassare col mantile i piatti di portata.
Ammonticchiò i tondi sulla stufa, riscontrò l’orologio da tasca col quadrante che batteva isocronomicamente dalla parete e con moto affrettato mi tradusse di seguirlo.
Tolse da un armadio un paio di stivaletti, li squadrò squadrandomi i piedi e me li porse. Andavano a meraviglia. Mi regalò un paio di calzoni bristol nero, un gilet bianco che non perdeva la bava, una cravattuccia bianca e una redingote che mi stringeva alle spalle. Era tanto magro quel cuoco!
– No, no, mi disse allora impadronendosi della cravatta che avevo gualcita. E con un’altra mi fece una gala-principe.
– Grand merci.
Mi parve provasse un sentimento di soddisfazione. Dico mi parve perchè vedendomi in blocco, disse a mezza bocca: good, very good. Frase che sentivo tutti i minuti e in bocca a tutti.
Ritornai in sala da pranzo agghindato come uno sposo. Vi trovai Madama più avvenente, più formidabile. Il petto inquadrato da quattro strisce di pelli di lontra, il mazzocchio sormontato da una corona di brillanti che corruscavano i lobi che fiammeggiavano della più bell’acqua le forme delineate da una stoffa inglese che le andava sulla pelle.
– Ah, così, sì. Ora siete possibile.
Mi venne venne vicino e mi ravviò gentilmente i capelli ribellatisi alla prima pettinatura.
– Tieni a memoria una frase. Tutti i giorni, quando hai messa la zuppiera in tavola, spalanca l’uscio del salone con queste parole: Dinner is on the table.
– Non così. Il the va sibilato puntando la lingua ai lebbiali.
– The.
– Non ancora, ma imparerete. Ditela tutt’assieme.
– Dinner is on the table.
– Table, l’a quasi e. Alfabetico inglese. Va là che diventerai un vero englishman.
E passava dal tu al noi non civetteria buona, nostrale, che mi faceva tanto bene al cuore.
Entrò Giovanni ed io annunciai.
– Dinner is on the table.
Risero tutti, il cuoco compreso.
Il signore alto, di una eleganza corretta, che contrastava colla protuberanza del ventricolo, con due spalle robuste, prese posto in capo alla mensa.
La zia, floscia, dinoccolata, cascante, la testa calva alla superficie, il collo inghiottito dal busto, gli occhiali al naso, la bocca che beveva le labbra, in faccia a madama.
– Good, disse Monsieur alla prima cucchiaiata.
– Giorgio, dite a Giovanni di darvi il grattugiato per la zia.
La vecchia se la informaggiò ben bene dicendo fiocamente.
– Yes, It is very good.
Portai via le fiamminghe e Giovanni entrò col prosciutto. Le ostriche erano tutte pel signore. Se ne mandò nel pancione un paio di dozzine, facendo scoppiettare la lingua a ciascuna che trangugiava.
– Dite al cuoco di portar subito il “mutton” chè non vogliamo “salato.”
Sparecchiai di nuovo e venne il cosciotto di castrato colla insalatina indivia, riccia venata biancastra. Notai che tutti e tre erano ghiottissimi del sangue di castrato. Se lo bevevano con delle aspirazioni di piacere. Mentre nessuno sapeva che farne del pane. La mollica. la spargaveno a pallottoline sul tavolo e in bocca non mettevano cha il dorato, il croquet. Comparve il pollo rosolato allo spiedo, fumante, odorante, che metteva il prurito al palato. Poi una sfilata di formaggio e una fruttiera gialla di albicocche, rossa di mele e di pesche, verde di pere e di poma cotogne, rifranto dal nero inchiostro d’una manata di ribes campeggiante nel mezzo.
– Giovanni, dammi la tettiera e portate le tazze.
Vi mise dentro un pugno di the, ve lo richiuse e mi ordinò di accendere.
– Adesso potete andare in cucina.
Non me lo feci dire due volte.
Non ti dimenticherò più o prima e saporita spanciata borghese. Io non aveva mai cibato tanta leccarderia e in tanta copia. Il cuoco, sempre calmo, sempre scialbato, mi accennò con un dito di sedere sulla sedia di contro alla sua. Egli si tagliava giù quello che voleva e poi dava il piatto a me – almeno due volte quello che mangiava lui. Assaggiai o meglio divorai di tutto. Del salume, delle ostriche, del cosciotto, del pollo, dell’insalata. Povero ventre disabusato ai cibi nutrienti, quanta gioia io ti versai con quelle carni prelibate e con quelle bicchierate di vino che pizzicava generosamente. Tirai una fiatata di soddisfazione. Mi sentivo rigonfiato, mi pareva di pesare il doppio e provavo le vampe alle guancie, negli occhi, alla testa. Che bella pacchiata, che bella pacchiata! Dio, buono cogli afflitti, misericordioso coi peccatori, grande coi poveri, mai come allora tu meritavi la preghiera mia più fervida. Ma ahimè, la sazietà, gemella del sonno, mi impiombò i sensi e non mi permise che il respiro di un sonno profondo.

*
*   *

La zia Bounfond, insaccata nella tela russa, pretenziosamente incuffiata, intenta a giulebbarsi il caffè, mi fece capire mimicamente che madama a minuti entrava nel bagno. Un grazioso bagno  venato di nero cha alzava la testiera leggiadra al disopra del blocco, in un gabinetto artistico, raccolto nel colore ambrato, caldo di reseda, sapientemente mobigliato.
L’acqua si alzava biancheggiando, sussultando, rompendosi sul marmo liscio, violentata dalla colonna ch’io faceva irrompere pompando disperatamente.
– Fate adagio Giorgio.
Chiusi istintivamente gli occhi.
– Debbo uscire, madama?
– Restate!
Me lo disse coll’imperiosità della signora che resta tale anche quando è nella teletta provocante. In piedi, i capelli lionati, giù disciolti sulle spalle paffute, l’esuberanza del seno nudata fino all’ombra del capezzolo, modellata nella vestaglia ricca di pieghe e di nastrucci di velluto bianco, le babbuccie scivolanti come due linguette.
– Basta, Giorgio.
Sturò una boccettina opaca, vi versò delle goccie che si discioglievano azzurreggiando il liquido e con un solo movimento di spalle restò lì nuda, senza arrossire, senza neanche pensare che io appartenevo all’altro sesso.
– Giorgio, ajutatemi.
Allungata fino alla cintola sul divano che strisciava il pavimento, mi porse i piedini che scalzettai.
Si immerse nella vasca bucando l’acqua senza urtarla, e vi si adagiò perdendosi fino al collo.
I capelli abbondanti, raccolti nella rete di seta rossa, poggiavano sullo zoccolo del bagno deliranti nel fulvo.
– Va a prendermi il caffè. L’ha fatto, la zia?
Ritornato, le asciugai leggermente le braccia roride e rubiconde e le diedi la chicchera.
– Dimmi, non hai mai veduto donne?
– Nossignora.
E mi avviluppò in una fiammata del suoi occhioni imbambolali di voluttà.
– Proprio, proprio?
– Proprio,
Nella tazza trasparente, leggera come un sospiro, baciata dalle sue labbra ardenti, vi lasciò metà bevanda.
– Prendete, Giorgio.
– Grazie, Madama.
– Bevi! Io non voglio essere disubbidita, capisci?
Tutta stillante, la copersi col rocchetto.
– Asciugami!
Fui obbligato a premere.
– Così più forte.

*
*   *

Due ore dopo, il paniere sul braccio, andai alla spesa con Madama.
– Siete stato qualche altra volta in Verziere?
– Ci sono passato.
Entrammo nel macellaio in S. Clemente. Madama si fermò sui quarti sanguinolenti, sugli spaccati rossi, puntando col dito, fiutando a narici aperte, come se fosse stata la più avveduta delle cuoche.
– Quello no, datemi questo. Io non mangio che gigot. Metteci un lombo di vitella per la zia.
Sotto la tettoia dell’uccellivendola, pareva in casa sua. Passava le manuccie dalle lodole ai fagiani, fino a quando le sembrava al tatto che il pennuto era veramente grassoccio. Allora se lo metteva rasente alla bocca, soffiava il bianchiccio e quasi quasi lo pesava sulle dita.
– Quanto volete di questi tordi?
– Cinquanta centesimi.
– Oh, cinquanta centesimi! Cari, cari. Quaranta bastano. E lì a tirarsi per la lesina.
– Vedi Giorgio, come bisogna fare con quelle canaglie? A sentirli ci rimettono sempre del loro.
E rideva, rideva mostrando la tastiera della sua bocca che scoppiava candida nel cinabro.
Ci trovammo nella gazzarra delle erbivendole. Pareva la regina della verzeria. Mentre il romorìo sordo usciva dagli ombrelloni e dalle baracche di legno e il polentiere si sgolava per avvertire cha era calda, appena voltolata sul tagliere, la mia signora, l’occhialino in funzione, si soffermava con delle compiacenze ad ammirare le rape nel verde del prezzemolo, le cipollette rinchiuse in un cerchio d’aglio o il crescione accanto al sedano o al cerfoglio.
– Come si chiama questa in italiano?
– Indivia.
– Lo stesso in inglese: endive.
I tartufi erano la sua gola. Entrammo dal Beppe, di fronte alla tabaccheria Saporiti.
– Ne avete dei belli? Sapete, a me piacciono bianchi.
Li guardava e li aspirava lungamente voluttuosamente socchiudendo le palpebre.
Al venerdì invece si andava alla pescheria, in piazza S. Stefano.
La signora Clara diventava una pesciaiola. Sapeva chiamarli tutti col loro nome – È fresco questo luccio? Guardate, Giorgio, quella tinca, fiata ancora. I granchi li solleticava alle tanaglie che slargavano e stringevano rabbiose o li percoteva leggermente alla schiena. E quelle anguille? Guardate. E vi ci perdeva in mezzo colle dita, movendole e irritando loro gli estremi della vita, facendole sgusciare le une sulle altre. Talvolta ne toglieva la più viva, per vederla battere la coda che ondeggiava nell’aria e slargare la bocca che cercava la sorsata.
– Giorgio, fatemi pesare una mezza libbra di locuste.
In casa erano tutti ghiotti di verdura o almeno se ne faceva un grande sciupìo. Il brodo non era buono se non quando sentiva di cipolle, di capperi, d’aglio e segnatamente di sedano. Perciò ritornavo sempre carico di carciofi, di spinacci, di piselli, di fave, di broccoli, di patate e di tutto quanto dava la stagione.
– Giorgio, fatevi dare tre finocchi.

*
*   *

In poco tempo ero diventato il Beniamino. Il Signore era tutto contento quando andava in camera o vi trovava tutto in ordine – secondo le sue abitudini. Per esempio, vicino al candeliere, doveva trovare la pipa e la scatola del tabacco turco, mentre sul cumò opposto, voleva dispiegato a mezzo il Times, un giornalone lungo a colonne interminabili, a caratteri minuscoli, serrati serrati, dalle grandi pagine. Quando gli levavo gli stivali senza obbligarlo a fare degli sforzi mi ringraziava.
–  I thank you.
Era tutto cuore senza saperlo. Mi regalava una cravatta che non aveva messo che una volta, magari neanche. Mi dava i suoi panciotti, le sue camicie, i suoi cappelli, i suoi fazzoletti. Alla mattina, se era di buon umore, mi dava pel primo il good morning, accompagnato da qualche zigaro di avana.
– For you.
Bounfond era la formica della casa. Paziente, silenziosa si faceva quasi tutto da sè, Sul suo tavolo, carico della tettiera, della caffettiera, delle tazze, dei cerini non voleva toccassi nulla. Si metteva dei pensieri per dirmi di darle una bottiglia d’acqua.
– Give me a bottle, if you please.
E subito dopo:
– Crazie, Crazie Giorcio.
Tutti poi si viveva per la signora. Madama, in casa, era il sole o la nebbia. Si respirava di lei e con lei o si crepava di noia, quand’essa stava rinchiusa per delle ore nella sua alcova. Erano le cosidette giornate nervose. Perfino Giovanni, quando la signora nevrozizzava, sentivasi a disagio e lasciava passare l’arrosto. A tavola, il signore rovesciava senza dubbio la saliera, cosa che veniva considerata come una disgrazia da Bounfond. “Misfortune!”
Quando tutti erano coricati, io andava in sala à manger a leggere il Child Arold, tradotto, che mi aveva regalato la signora o qualche altro libro in francese, che toglievo dallo stipo. Una sera, non so se per un verso di Byron o una pagina romantica del Lamartine, mi vidi davanti la mamma cogli occhi vitrei, le guancie emaciate e cadaveriche – la bocca sonata dalla morte. Potete pensare al tumulto cha mi ribolliva nel cervello. La faccia nel fazzoletto, piangevo coll’abbandono del fanciullo – soffocando i singhiozzi e le parole di dolore che mi venivano su dal cuore. Povera mamma! E senza avvedermene, senza una idea determinata, mi trovai sotto alla penna un foglio di carta.
“Caro Arturo. Ti scrivo agitato. Credi tu ai sogni, ai fantasmi, ai presentimenti, ai nonnulla insoliti, alle scricchiolature di un armadio di notte, dimmi, credi? Io sì. Tanto più credo ora che ho veduto la mia cara mamma distesa sul letto – che mi guardava colle pupille istupidite dall’eterno sonno. Mio buon Arturo, leggi tu quello che scrivo? Non è vero che sono tutte menzogne e che io sono un pazzo? Se fosse morta… Oh io sento che non saprei sopravviverle. Che mi varrebbe questa vita da servitore, quando non avessi più mia madre – lei che mi vuole tanto bene….”
Mi sentî sorpreso. Madama, la camicia che le sdrucciolava col profumo che perdeva, mi tolse tremante il foglio che avevo incominciato a sgorbiare. Mi parve che le sue guancie perdessero l’incarnato e che lo riavessero subito dopo che lesse il nome Arturo.
– Pazzerello – mi disse carezzandomi i capelli.
Più giù, leggendo “mia cara mamma” mi riaccarezzò e starei per dire che le si inumidirono le ciglia.
– Fanciullo, ma che ti è venuto in mente? Qua, vieni qua dalla tua mammuccia. Le vuoi tanto bene?
E mi strinse così teneramente al seno, ch’io ricominciai il singhiozzo. Restammo lì qualche minuto. Lei, le braccia che mi cingevano, a stamparmi un bacio sulla fronte, lungo, intenso, incancellabile. Io, le mani sui suoi fianchi, la testa sdraiata sul suo seno che divampava, a beatarmi e a perdere di vista a poco a poco il cadavere della mamma – della povera mia mamma che avevo riveduta irrigidita.
– Va, va a letto.
Mi ribaciò più lungamente, più affettuosamente, più inenarrabilmente e scappò nella sua stanza, lasciandomi lì con un subbuglio di idee più infocate e il cuore più agitato di prima.
All’indomani, risvegliandomi, durai fatica a persuadermi che non era un sogno.
I signori facevano colazione. Monsieur, insisteva sur un’ala di cappone. Bounfond, inzuppava le fettuccie nell’uovo al latte e madama si stringeva le tempia come se avesse un gran male alla testa.
– Ti senti male, le disse in inglese il marito.
Clara ninnò la testa.
– Giorgio, andate dal sarto Prandoni, che è il sarto del signore, e fatevi “misurare” un vestito chic. Voglio che abbiate un abito elegante quando avrò bisogno che mi accompagnata al passeggio.
– What? domandò sbadigliando il signore.
– Nothing.
Lungo le giornate, mi chiamava scampanellando per delle inezie.
– Giorgio, che cosa facevi?
– Asciugavo i bicchieri.
– Pulisciti le mani nel mio catino.
E veniva là lei a darmi il sapone pregno di olezzi e a versarvi le goccie odorose.
Poi mi palpeggiava le guancie con civetteria, mi suggeva gli occhi nei suoi grand’occhi vellutati, mi avviluppava nelle trine del suo collo o mi tempestava le labbra di baci caldissimi.
– Vuoi tanto bene alla tua mammuccia?
– Clara, le dissi lasciandomi trasportare, io ti amo!
– Villano, mi rispose scacciandomi dalle sue braccia e balzando in piedi come una vipera. Impara, disse a sè stessa, a dar confidenza ai lacchè.
Rimasi fulminato.
Cercai l’uscio e uscî come cane santificato dallo scudiscio del padrone.
Quale stranezza! Ma dunque l’affezione di madama era puramente materna? E io codardo l’ho abbiettata fino a credermi amato, fino a darle del tu, fino a infangarla del fango del suo servo, fino a farle sentire l’ingratitudine che si riceve a beneficare certa gente! O Giorgio miserabile, o Giorgio vile, o infame Giorgio, va, fuggi, che tu non sei degno neppure di guardarla, neppure di spazzare il tappeto che essa superbamente, romanamente calpesta.
Invece di coricarmi, dispiegazzai la biancheria, i calzoni, i panciotti, le redingotes, allineai le scarpe, i cappelli, le cravatte, come se tutta quella panneria avesse dovuto passare sulla carretta dello stracciarolo. Seduto, in faccia a quegli amici dai quali stavo per separarmi, facevo delle tristi considerazioni sulla moria delle cose. “Tutto cede, tutto passa, tutto è morituro. Anche voi, ahimè! poveri amici, che mi avete fedelmente riscaldato, state per abbandonarmi!

*
*   *

La finestra spalancata lasciava entrare una brezza che assaliva il più della volte la candela – la cui luce, sfuggiva alla morte piegando. Impara, o Giorgio, e piega, mi susurrava una voce intima Ma i serpentelli della ribellione mi si dibattevano nelle vene e il sangue agitato correva bollente al cervello. Il lacchè vibrato – inesorabile, mi rischiaffeggiava implacabilmente e mi si incideva là, sulla parete, largo – a caratteri di scatola. Mille volte la strada, la fame, che l’obbrobrio di una ingiuria sanguinosa! Mi cacciai le mani nei capelli come per dar loro aria, mi strinsi la fronte che cuoceva e incrociai le braccia. Quando mi credetti abbastanza calmo, intinsi la penna nel calamaio.

MADAMA!
Il cielo mi è testimone del come vi idolatravo. Siete stata voi, Madama, ad accogliermi poverello, a rimpinzarmi questo corpo cha si scuciva e a regalarmi o a farmi regalare una montagna di abiti, ch’io vi lascio pel mio successore. Oh io vi debbo la vita e con piacere ve l’avrei dedicata.
Siete stata voi, o Madama, ad asciugare le lagrime che il figlio versava per la madre, voi che m’avete baciato con effusione e che mi stringeste come un bimbo. Si, è a voi ch’io debbo il risveglio del cuore sul vostro concitato, a voi le ore gioconde passate sul poltroncino a ghirlanda, mentre voi, incantevolmente bella, mi narravate la storia del vostro matrimonio. Vi ricordate, signora, quando mi confidavate il vostro amoretto filato all’ombra di quattro pini che irrompevano sul cielo come una sfida? E dell’edificio crollato quando il genitore vi sagrificava al mio padrone – un eccellente signore, ma vecchio, ma podagroso, ma disusato, ma vostro padre? Parmi di vederle ancora luccicare nel madreperlaceo del vostro occhio le lagrime sbucate riandando due date – due epoche – l’una non meno memorabile dell’altra. Che momento, che trepidazione, signora! Voi mi metteste la mano nella mia, forse senza saperlo, forse pensando a una mano conosciuta. Io, vi ricordate? Intenerito, incapace di balbettare una parola di conforto, mi abbandonai inconscio, colle labbra sul molle dell’avambraccio e vi stampai lagrimando non so quanti baci. Ho commesso un delitto lasciando andare sbrigliato il cuore dietro voi, sul vostro sentiero? Ma dite, Madama, è tutta mia la colpa? Lasciandovi vedere nuda come Galatea, più superba e più vezzosa di lei, abbandonando la bocca, la leggiadra vostra bocca, dispensiera audace di follie sensualizzate, sulle mie carni, sui miei capelli, sulle mie orecchie, non m’avete voi detto di essere uomo? Quando di notte, io vicino a voi,  vi entusiasmavate e deliravate e mi dicevate parole di fuoco e parole spaventevoli – vi ricordate? Le prime alludevano a un amore insoffocabile – le seconde a un uomo cha odiavate perchè colla sua bonomia, colle sue gentilezze, col suo bene vi impediva di peccare. Quante volte, Madama, vi ho raddolcita parlandovi di scandali, di tribunali, di giudici e quante vi ho conciliata colla catena matrimoniale, quella catena che detestavate con degli slanci insuperabili! Dite, sono colpevole se ho provato delle emozioni, se ho aspirato, se ho sognato, dimenticando che io ero il domestico? Sono colpevole se il muscolo ha battuto violentemente in quel minuto che pronunciai la frase sciocca, la frase che vi ha tanto indignata? La notte che incominciava il venerdì, la testa sullo stesso guanciale – il respiro che respirava col vostro, vi rammentate? Avevo nella mano una delle vostre treccie che mi dava tanto piacere. Voi, circondata da veli trasparenti, vi siete alzata di scatto, sul braccio che vi faceva puntello e fissandomi mi diceste:
– Giorgio, se io ti comandassi di seguirmi fino a Parigi, fino in America, fino in capo al mondo?
– Io amo di essere il vostro schiavo, vi risposi, attorcigliandomi nel morbido, nel profumo dei vostri capelli che adoro.
Perchè mi tiraste a mezzo il busto e febbrilmente deliraste sul mio collo, quel collo che dicevate da torello, premendomi, ubbriacandomi, ubbriacandovi?
Io vado, madama, perchè non saprei patire i vostri sgarbi. Ma posso dirvi che me ne vado senza di voi? Oh no! Maleditemi, imprecate a voi, alla vostra generosa espansione, ma io vi porto meco nel cuore. Qui in questo sacrario, non veduta da alcuno, vi manterrò fin che l’ingratitudine – sorella agli uomini – non vi andrà sopra distruggervi.”

*
*   *

– Perche non siete a letto?
Mi alzai sconcertato e abbassai la testa tacendo. Appena la sua mano si allungò sul foglio, mi vi precipitai sopra.
– Madama!
– Avreste il coraggio…. Le persone al mio servizio non devono avere segreti.
– Madama, io non sono più al vostro servizio.
Non mi rispose. Sedette, si tirò vicino il candelliere e coll’occhialino si mise a leggere.
– Chiudete i vetri che non voglio buscarmi un raffreddore.
Non vidi sulle sue guancie alcuna emozione. Decisamente Madama era di sasso.
Finita che l’ebbe, la piegò in quattro, dicendomi:
– Poichè l’indirizzavate a me, possa tenermela, nevvero? Quando fate conto di andarvene?
– Prima che spunti l’aurora.
– Vi ci mettete della poesia? Ah! Ah!
Mi guardò un’altra volta movendo verso l’uscita.
– Dunque, volete proprio andarvene?
Accennai di sì.
– Sì?
E mi si buttò alle spalle di peso e cademmo sul letto.

*
*   *

Passammo sei mesi assetandoci e dissetandoci ogni notte in un lago di ebbrezze paradisiache, ebbrezze che nessuna lingua mortale sa ridire. Tuttavia, dinanzi alla zia Bounfond o a Monsieur, ch’essa aveva preso a tutoreggiare con qualche sollecitudine, Clara, era con me più severa di prima. Mi sgridava per delle piccolezze.
– Giorgio, guardate questo coltello? Oppure: perchè non avete consegnate subito le lettere al signore? È così che vi hanno insegnato a servire i signori?
Ma che me ne importava, se alle dieci essa mi colmava di carezze e di baci e se essa, con un abbraccio mi faceva dimenticare che la terra è popolata di servi e di padroni e che la disuguaglianza delle classi è utopia di qualche cervello malescio?… Ditelo voi supremi amplessi, ore beatizzate nella battaglia, minuti indicibili, trasporti divini e voi occhioni pieni di fosforo, suggellati tante volte dalle mie labbra ardenti! Oh amore, oh santi, entusiasmi, oh desiderî febbrili, o voi tutti sensi esagitati, ditelo, ditelo quanta felicità trovavamo là, soli, al cospetto di una lampada che proiettava sul mogano la luce rossastra, allacciati, trasfusi, muti in una idea, in un’estasi, in un delirio! Clara il tempo, gli uomini, i destini ci hanno divisi e noi non siamo morti. Ma possiamo scordare d’esserci appartenuti, di aver bevuto alla coppa del piacere, di aver dormito sotto la stessa coltre di seta e d’aver folleggiato insieme – io perdendomi nelle onde dei tuoi capelli biondi – fini – muschiosi – tu, impazzando su me stesso, giocondandomi del mele della tua bocca? Nella nebbiosa, grigiastra Londra, in Goswell Road, nel tuo palazzo dai bugnati secolari, guardando il tuo groom, dimmi le ricordi queste pazzie, Clara, senza arrossire, senza invilire quelle notturne gioie, senza bestemmiare al mio nome, senza adirarti perchè ti resi madre, io, Giorgio, il tuo footman, scacciato e ripreso? Se la petecchiale non ci avesse truffati del bimbo, frutto proibito è vero, ma legittimato, ma santificato da un amore incommensurabilmente grande, dimmi, non saresti orgogliosa, Clara, di vedertelo sulle ginocchia e di mangiucchiartelo come mangiucchiavi il padre?
Dal mio sfogliazzo.

Il sindaco del paese era riuscito a farmi pervenire, passando per la questura, la “notifica” che mi chiamava a casa per la “leva”. Facevo parte della classe 185… In allora io divideva una stanzuccia schiacciata dalle travi del tetto, con un insegnante di greco e di latino nel vicolo della Pace – il pìù povero dei quartieri milanesi ove brulica il gentame che s’incanaglia dormendo alla rinfusa nel pacciume(4).
Si chiamava Lorenzo ed era un eccellente originale. Subiva delle malinconie che lo incrudelivano per delle giornate intere. Non parlava, non salutava, non rispondeva che a periodi determinati. Il tempo imbronciato lo imbronciava fino a parlare di suicidio. Se in uno di quei terribili quarti d’ora si fermava sotto alla finestra un organetto, si sfogava stracciando il primo libro che gli capitava sotto mano – avesse avuto nome Cicerone, Omero, Svetonio, Virgilio o Senofonte. Accusava il più delle volte la questura dei suoi malanni. “L’iniqua questura che imprigionava la pitoccaglia innocua e lasciava attorno la miseraglia che seccava maledettamente gli organi.” Qualche volta faceva risalire l’incuria o l’indulgenza fino ai deputati. “Animalacci zotici – liberalonzoloni boriosi dei miei stivali.”
Umile, paziente, disinteressato con tutti, non sapeva darsi pace che io guadagnassi trentacinque lire al mese, mentre lui, dottore in belle lettere, non ne buscava che trenta.
– Lamentati, lamentati, mi diceva stralunando gli occhi. Io che mi sono frustato il cervello col Forcellini, sui testi greci e latini, per insegnare alla borghesaglia i classici, guadagno cinque lire meno di te. In giornata tutto è affarismo. Un ragionatello – uno che sappia un po’ di calligrafia – la dote degli asini – valgono assai più che un professorone che abbia sudato sui polverosi in quarto e in sedicesimo venti anni.
– Ed è giustizia, mio caro. Il ragionatello ed il calligrafo – rappresentano in società due valori. Tu invece e i tuoi colleghi un non-valore. Vale a dire che appartenete al numero dei rosicchianti, dei parassiti, degli assorbenti.
– Segui anche tu la china del secolo e verrai su un bel tomo. Non sai tu che senza di noi non ci sarebbero il telegrafo, il gaz, il vapore….
– Ci sarebbero lo stesso, sta quieto. Le scoperte non sono privative dei mangiatori di greco e latino.
– Tu sei un bestione, ed io uno stupido a discorrerla. O miei compagni, o paria dell’istruzione, che sopportate filosoficamente i motteggi della ragazzaglia ignorante, a che giova, dite, la vostra abnegazione?
– Io constato un fatto solo. Che voialtri siete inutili, noi no. Ci vuol altro che piagnucolare sugli “orrori” che commette la generazione che lavora. Bisogna produrre, farsi su le maniche e mettersi a sgobbare. Ma che mi parli tu di abnegazione? Perché mangi pane e coltello, perchè dormi con me a cinque lire al mese, perchè ti metti i piedi nei giornali che rubi al padrone di casa che finge di non accorgersi, perchè non ti fai fare un abito che nell’anno bisestile? Bagatelle, mio caro. Io non sono professore, nè dò lezioni di rosa, rosæ, oculus, oculi nè sciorino alcuna virtù e nemmanco cerco di farmi compiangere. E tuttavia ascolta se non dovrei meritare il tuo elogio. A diciannove anni, con qualche istruzione, cammino per le vie col berretto orlato di queste parole in lana: fattorino – sarta Blaquer. Porto il mio scatolone di casa in casa, accetto volontieri la mancia, scopo la scuola e il magazzeno tulle le mattine, lavo i piatti della famiglia alla sera, e, arrossisci! io giovine, vado giù dal salumaio a comperare gli avanzaticci per delle fanciulle vispe, gaie, rosee, – pazzerelle, che disperdono buffate di salute in mezzo alle risate argentine, alle canzoni allegre, alle golate di gioia.
– Qua la mano, buon Giorgio. Per noi non non c’è che la rivoluzione.
– E facciamola una buona volta!
– In due?
– I figli d’Italia si chiaman Balilla.
– Pusilli e non Balilla. Gioventù sifilitica la nostra. Gioventù ulcerata che porta sotto la suola la libertà dal pensiero, che cerca i patimenti umani in braccio alle prostitute e in fondo al bicchiere e che ha un alto disprezzo per tutto ciò che è nobile, grande, generoso. Gioventù frolla, anemica, gioventù prostrata al dio della vittoria, che non ha visceri, cha non ha palpiti, cha non ha entusiasmo se non per la bancocrazia. Baldracche in falde….
– In nome dei martiri di Mentana….
– Un pugno d’eroi che non è più.
– In nome del sonno allora? Perchè come tu or me vedi, domattina io filo La “leva” mi chiama.
– Come, come, in coscrizione? Addio mia bella addio – e l’armata se ne va – e se non partisco anch’io….
– Sarebbe una viltà.
– Un corno. Noi tuoi panni farei fagotto.
– Disertare la bandiera del re galantuomo?
– Le anime grandi non si lasciano irreggimentare: non patiscono il freno. Le loro ali starnazzano per l’universale libertà.
– In che modo?
– Valicano monti, attraversano mari – se la intendono piuttosto coi selvaggi che soffrire il giogo. Senti, io ho fatto la campagna del sessantasei con Garibaldi e vada! Quello là era Leonida e Washington. Ma ho sempre detestato la vita militare.
Alzarsi tutti a un’ora, al suono infernale di un tamburo, di una tromba, soffocare la libertà individuale sotto un’odiosa livrea, discendere al cenno di un caporale, lavarsi, muoversi, mangiare, dormire a cenno di un caporale; manovrare, spazzare, cucinare, lustrare, imbiancare, contare uno due uno due al cenno di un caporale, ah, no che ne morrei! In tempo di guerra strumenti ciechi delle passioni altrui, delle altrui lizze, degli altrui rancori. Spianare il fucile, far fuoco, inseguire il nemico, piantargli la baionetta nella schiena, passargli sopra intonando l’inno della vittoria, senz’essere stato oltraggiato, senza conoscerlo, senza sapere il perchè, ah no ch’io ne morrei! A un segnale, piombare sulle biade mature, sui campi arati, sulle colline satolle, sradicando, divellendo, schiantando quercie, vigneti, pali, boschi e tutto ciò che resiste all’impeto dell’armata! A un segnale, irrompere coi cannoni sulle capanne dei contadi, lasciando un mucchio di cadaveri e una rovina combusta. Ah no, no, che io ne morrei!

CARO LORENZO,

Dopo tanti anni e tante vicissitudini ho toccato col piede la terra che mi vide nascere. Ma perchè ci sono ritornato, o mio compagno di via della Pace? Sai tu Lorenzo, quante illusioni sfrondate con questa mia apparizione? Sono entrato straniero in mezzo a stranieri. I più intimi, non mi conobbero e non mi salutarono. Giovanna, la mia amica d’infanzia, colla quale ho gustati i tramonti del sole rotolandomi seco sui prati, è passata via, è entrata in chiesa e non mi ha detto: Giorgio! Oh ma che cosa siete voi mai giornate fredde, giornate di digiuno, spaventevoli giornate di languidezze fameliche, a petto di questa indifferenza che mi uccide nel cuore le memorie più care, più vive, più pure? Con quanto desiderio, Lorenzo, sentivo il bisogno di trovarmi sul petto della mamma. Povera vecchia, tu sola conoscerai il tuo figliolo, perchè in te parlerà il muscolo materno. E tu Ortensia, mia buona sorella – anche tu, conoscerai il tuo Giorgio, nevvero?
E a gambate, a passi, a pensieri mi trovai incuneato nella scorciatoia.
Quando vidi i due olmi piantati colle mie mani, ringagliarditi fronzuti fiorenti, provai un’effusione alla testa e un rigurgito di sensazioni al cuore. Mai patriota ritornato dall’esiglio, ha pregustato tanta commozione! Andavo innanzi barellando come un ciuco. Entrai nell’orticello, florido, pieno di verde, con una montagna di zucche sul muricciolo. E il mandorlo? Oh cielo il mio mandorlo gentile! Le conosci tu queste incertezze, queste paure, paura di trovarti in faccia al nulla? Non volevo entrare colla furia del vento. Una vecchia a settant’anni, non ha bisogno di forti emozioni subitanee. Esci dunque Ortensia, esci che è qui il tuo Giorgio. I tuoi baci e le tue carezze prepareranno la mamma all’amplesso figliale. Oh il mio cane! Ma quello non è Ugo, non è il mio barbone? Il mio Ugo mi sarebbe già al collo e non latrerebbe in quella guisa vedendo l’amico.
– Alla cuccia!
– Che cosa volete?
– Che cosa voglio? E me lo domandata? Ma non sapete chi sono io?
– Io so soltanto che qui sono in casa mia.
– In casa vostra?
– Non mi fate sfiatare; è un anno che ci abito. Da quando il signore ha avuto pietà di quella povera donna abbandonata come un cane da suo figlio.
– Morta!
Dammi tu Lorenzo una frase che esprima tutta l’angoscia. O mamma, o mamma perchè sei morta senza il tuo Giorgio, perchè te ne sei andata senza darmi il tuo bacio d’addio? Finchè tu eri, finchè ti sapevo viva, io aveva del coraggio e mi sorrideva il pensiero di arrivare un giorno alle tue braccia, colla fortuna che ti avrebbe reso meno infelice il resto dell’esistenza. Ma ora che vuoi che io faccia solo nel mondo, con nessuna speranza di rivederti? Ma o Signore, che ti avevo pregato di tenermi viva la mamma, non ho io sempre, sempre creduto alla tua bontà divina? Perchè dunque mi sottoponi a un’altra prova più crudele, disgiungendomi da lei che adoravo, da lei che era il mio Dio in terra? O va, va; io ti abbandono disgustato. Io mi sottraggo alla tua fede e mi ribello alla religione che non sa dare che patimenti e dolori e non sa dir all’uomo che due parole: soffri e taci!
Girai, smemorato, mezzo paese. Conoscevo ogni ciottolo e tutto mi era diventato indiffente. Dove sei tu andata fresca poesia dell’adolescenza? Sotto alla finestra di una casuccia che signoreggiava per una bianchezza orribilmente bianca, ascoltai il buggerio della scolaresca paesana e inquieta. Bussai! Non mi parve lui. Un giovanotto vecchio dai capelli che ingrigiavano, dalle rughe incipienti, con un occhio velato dalla stanchezza, una barba irregolare, la ferula in mano, rosso rosso come se avesse perduta la pazienza sgridando.
– Scusi ho sbagliato, cercavo del signor Arturo.
– Parli, sono io.
Lo squadrai un’altra volta e lo riconobbi pel neo peloso alla coppa.
– Quanto siamo cambiati, gli dissi porgendogli la mano.
Me la strinse titubante.
– Giorgio, gli dovetti dire.
– Giorgio!
E i due afflitti si buttarono l’uno sul petto dell’altro.
In quel minuto la fanciulleria indiavolava. Bi-a ba, bi-o bo, – a, b, c, h, uno, due, tre: ammutinando, urlando, impazzando.
Arturo mi lasciò mezzo minuto per sedare il fracasso. Sentii la bacchetta percotere sul molle e sul secco: sulla membra e sulle panche.
– Scusami sai. Non potresti venirmi a prendere fra mezz’ora?
– Io sono qui per la visita.
– Tanto meglio. Se non ti vedo vengo io al Municipio.
Erano già alla lettera p. Appena il segretario lesse il mio nome, scappò fuori in una sfuriata.
– Dovevate aspettare un po’ ancora. Le Autorità non sono qui a fare il comodo di voialtri – sbruzzaglia!
Mi si fece sbiottare in una stanzaccia e passare immediatamente in un’altra, davanti alla Commissione. Il sindaco, il comissario governativo, rappresentato da un capitano, due medici, il maresciallo dei carabinieri e uno scribacchino secco secco, macilento macilento, colla faccia che pareva satollata a farina di castagne.
Mi misurarono dall’alto al basso, mi cinsero i fianchi, lo stomaco, mi picchiarono le costole ad una ad una, mi diedero qua e là dei pugni sulla cassa che rimbombava il suono, mi piegarono brutalmente le giunture, facendo della mano coltello, mi fecero fare dei passi a testa alta, girando su me stesso e con soddisfazione pronunziarono in coro la parola omicida: abile!
– Ne faremo un bersagliere, disse il capitano puntandosi sulle mie spalle di peso.
– Facciamone un carabiniere, soggiunse il maresciallo.
– Intanto, mi permettano di far loro osservare che io patisco i crampi e che ho gravissime varicose alla coscia sinistra.
– Dio cane! disse il commissario aspirando fiorentinescamente le parole, codesto è uno sciamannato cialtrone. Un po’ di zaino, dio cane! e gli passeranno lo smorfie.
Presentai loro la gamba.
Me la tastarono. Dieci, quindici, venti dita su a stringere, a palpeggiare, a pizzicare.
– Ahi!
– Taci giù, saloppasch del boia!
– Ma signor Maresciallo?…
La fortuna fu che in quel momento mi vennero i crampi davvero. Era forse la preghiera della mio povera mamma? Mi rizzai in tutta fretta, allungai lo stinco per rattenere i muscoli irritati e contorsi gli occhi per dimostrare il dolore.
Le zucche quadrate, compresa quella del signor sindaco, piegarono davanti alla realtà.
– Quante miglia sareste capace di fare in un giorno!
– Poche, per questa vena. Non vedono come è gonfia!
Ci fu tra loro battibecco: se assolvermi o condannarmi alla riforma. Ma vinse la maggioranza.
– Inabile!
Lorenzo? Io ti rivedrò ancora! Madama Blaquer? Io porterò ancora il tuo scatolone! Fanciulle appetitose, cicciose? Giorgio vi servirà ancora, ammiccando, la colazione.

*
*   *

Il portone, sul cui frontale ondeggiava malinconicamente il cencio savoiardo, era stivato da paesani e da paesane che protendevano la bocca e le braccia impazienti e impaziente di sapere. Appena uno discendeva, gli si facevano incontro: e così? a l’è andada maa?- Pover bagaij! La madre, l’amante, le sorelle dello sventurato, si mettevano il grembiale o la cocca del fazzoletto da testa agli occhi e giù a piangere come tante fontane. Se invece al così? rispondeva un salto, una fregatina di mani, un’alzata di cappello, usciva dalla massa compatta un respiro sentito, che riassumeva contadinescamente il piacere di vederlo libero dalla catena militare. Come aveva ragione Lorenzo. Me lo figuravo lì, colla sua bella faccia a luna piena, a provarmi cha la coscrizione è una barbarie, un assassinio, un furto umano. Che legge è mai questa che sequestra la proprietà – del vecchio padre – la proprietà sua, mantenuta col suo sangue, col suo sudore, per farsi un aiuto nella vecchiaia? Legge fatta da chi? questa che spazza le piazze e le case delle forze cresciute pei campi e per le officine? O ma chi siete voi che stendete la mano rapace sulla gioventù che non è vostra? E voi povere donne che avete munto il latte, che avete perdute le notti intere, che vi siete gelate le mani d’inverno per lavare, scrostare i patelli dei vostri piccini, piangete ora che non avete più figli. Oh sì la patria, aveva ragione Lorenzo, la patria; nome enfatico, vuoto di senso, se la patria è un centauro cha distrugge le più belle speranze alla vecchiaia. Nome sciocco e crudele, se per patria si intende irreggimentazione di tutti i cervelli, di tutte le gambe, di tutte la mani, chiamate e chiamate a uccidere delle altre gambe, delle altre mani, degli altri cervelli.
La commissione si sciolse.
La brigatella, fatta schiava dalla legge di ferro che rompe la volontà personale, braccio sotto braccio, la piuma di gallina o di pavone rasente il cacume del cappello, rompendo in grida di gioia, si avvia all’osteria dei Tre Merli. Andavano via in colonna, a ondate, verso “Contrada Longa,” intonando la indegnamente celebrata canzone dei coscritti di tutti i paesi.
“Una pagnotta al giorno – una pagnotta al giorno, Pove-rami che son soldaa – pove rami che son soldaa!”
Che cosa dirti, o Lorenzo, o filosofo che piangi la morte di un ragno che io ti ho imperturbabilmente schiacciato? Tutte quelle voci confuse, salivano mestamente e discendevano con cadenza patetica, per risalire nell’aria come un addio funebre, un addio di cordoglio, che salutava i prati, il campanile, le giovenche e la Marianna del cuore; quella canzone, senza i piedi dell’euritmia scandeva per lo spazio la desolazione giocondata, e quella canzone e quelle voci mi incumbevano sull’anima e mi facevano pensare a tante poverette madri che domani all’alba, non avranno più figli.
Addio giovanotti, addio schiavi, addio voi tutti schioppi al servizio di un uomo!

*
*   *

Nella casa o meglio nella carbonaia del mio buon amico, si svolgeva la poverezza del colono. Nulla, un tavolaccio, delle sedie di lisca, una falce, un po’ di legna un paiuolo – un pagliericcio sulle panche e un cappellaccio di paglia al di sopra di un fiasco impolverato. Mi presentò a sua moglie, una contadina nata fatta. I piedi nudi, le gambe impoltigliate, una vesta di cotone sdruscita, delle mani callose, delle braccia arse dal sole, una faccia zigomata colla caratteristica della pellagrosa. Mi rispose con una smorfia. Aveva quattro figlie. Tutte femmine. Sculacciavano sull’uscio, mettendo lo loro manine nella polvere bagnata, inzaccherandosi fino alla faccia. Io non avevo bisogno di spiegazioni. Il quadro era troppo commovente.
– Abbia pazienza Giorgio. Facciamo una polentata insieme.
– Alla buona, senza preamboli, veh?
Arturo, colui che aveva bazzicato in casa delle Muse, si scamiciò, ruppe le bacchette, accese il fuoco, risciaquò il calderotto e sudò e menò la farina in mezzo alle fiammate che lo investivano e bruciavano,
– Siedi e mangiamo, Giorgio.
La madre distribuì il fettone ai figli ed uscì con loro.
Divorammo senza scambiarci una parola.
Me la sentivo al gorgozzule.
– Se si potesse avere un bicchierotto di vino. E mi tolsi dal portafoglio due lire.
– Scusa, sai, ma noi non si beve vino tranne che nel giorno di Natale – da quattro o cinque anni. Quando avevo la mia vignola…. L’ho venduta all’antivigilia del matrimonio. Un matrimonio col tridente alle reni.
– Se tu non mandi a prendere del vino io muoio strozzato.
– Corro da Tonio.
Sostai. Quanta negrezza! quanta poverezza!
– To’, bevi, Aspetta che ti lavo il bicchiere.
– Alla tua salute.
– Alla tua.
– Adesso sto meglio. Dicevi, dunque, di esserti maritato col tridente alle reni?
– Nè più nè meno. Ci si mise di mezzo il parroco, il sindaco, il segretario, i carabinieri, il vicinato, i genitori e un pochino anche le minaccie. Erano tutti contro di me.
– L’avevi? Ho capito.
– Io mi scalmanavo a dir loro che con quattrocentocinquanta franchi all’anno non potevo prender moglie. Ma il sindaco mi tappava la bocca. “Radunerò il consiglio e vi farò crescere.” Aspetto ancora. E il prete “Dovevate pensarci prima. Non si ama quando si è poveri. Si fa come noi: astinenza!”
Tracannammo due o tre bicchieri di vino d’un fato. Si capiva che cercavamo del coraggio entrambi.
– Mah!
– Beviamone un altro sorso. Giù Arturo!
– Mah!
– Adesso puoi dirmi tutto; io sono sicuro. Sfido a farmi piangere. Tuttavia aspetta che ne voglio ingoiare un altro mezzo bicchierino.
– Danne un altro a me allora. Poichè sai, un po’ di vino fa bene e mette in corpo della vigoria.

*
*   *

“Si fiutava la caldura dell’uragano. I villani, i tridenti sulle spalle, tornavano a casa col sole che discendeva a precipizio; gli uccelli, disorientati, si innalzavano gettando strida gemebonde, le vacche, inseguite dal pungolo, trotterellavano levando il muso con dei muggiti che propalavano lo spavento e la polleria, dispersa, impaurita, sbucava dalle siepi, correva sotto le arcate, penne contro penne le ali dimesse, gorgogliando a sbalzi, il becco all’insù, l’occhiolino a sghimbescio sul becchime disperso. Si aspettava. Dalla terra saliva un’afa cha metteva la tosse. Pin, pon, pin! E tutto il cielo nereggiato da fughe di nubi, parve per un fiat, infocato dall’inferno. Il Paese era tutto in casa a recitare il rosario. Se ne udiva il mormorio dalle finestre e dagli usci socchiusi. Si pregava il Signore perchè ci risparmiasse la tempesta sull’uva matura. Ma fu come se lo si fosse pregato di mandarcela. Scoppiò una tuonata che irruppe brontolando e illuminando e giù a rovescio una indiavolata di grandine. Batteva, fremendo, sui vetri, sulle tegole, sulle muraglie e si intuiva la strage che faceva sulle viti. “Poveri noi, si diceva. Addio al buon vino che si doveva bere; addio all’uva che doveva pagarci del frumentone gelato nelle viscere della terra.”
Ero lì colla moglie che filava, i bambini tra le gambe, a meditare se Iddio era sì o no giusto quando assaliva e denudava i campi arati e seminati con tanta fatica. Mi non ho avuto il coraggio di ribellarmivi. Quando si è poveri si ha paura di una disgrazia maggiore. Di fuori i diaccioli, turbinati, si avventavano su questa o quello casa o s’incanalavano nelle grondaie, farneticando di collera. Pin, pun, pan! Pon, pin, pan! Che tripudio celeste, mio ottimo amico! Preso dal convulso, andai ad appoggiare i gomiti sui mattoni di quella finestrucola. Non si discerneva che un fumo bianco attraversato dalle palle di ghiaccio che inveivano sugli ultimi pampini e sui moroni sfrondati. Basta, Signore, basta! urlai, congiungendo involontariamente le mani. La tempesta triplicò i suoi furori. Io vedevo in mezzo alla battaglia, gli olmi che piegavano le cime a terra e gli alti pioppi che si raddrizzavano perdendo rami. Ascolta, mio buon Giorgio. Tu sai che dietro questa casa è il campanile, nevvero? Raccogli il tuo coraggio. Sentii dei tocchi lenti, soffocati dalle risate della tempesta. Erano i prodromi di un’anima che passava. La buona donna, la povera vecchia, la tua adorata mamma… moriva.
Da quando presi moglie io non posi più piede in casa tua. Sai, Ortensia mi aveva amato e portava sempre il lutto nel cuore.
Ma vinsi la ritrosia. Di tettoia in tettoia, mi trovai al tuo uscio, su cui tante volte io e lei ci siamo scambiati con rincrescimento l’arrivederci e l’eterna premessa. Colle dita sul saliscendi ristetti. Mi si affacciavano delle memorie, delle tristi ricordanze, che so io? Sarei tornato indietro se il temporale non si fosse convertito in una pioggia dirotta.
La stanza metteva i brividi. Non c’era più nulla. La miseria sola, colle occhiaie orribilmente vuote, la dentiera spaventevolmente scarna, sedeva signora sul focolare.
Tua sorella, inginocchiata, la fronte sul giaciglio della moribonda, singhiozzava. Mi prosternai al capezzale colla gola grossa. Povera vecchia! Fiatava con dei rantoli che rompevano il cuore. Sulla sua faccia, non si vedeva più che una massa carnosa. La linfa che le aveva arrotondato il ventre, le era andata ratta a ingrossarle lo guancie. Mi contenni, ruminando mentalmente l’orazione pei morti. Quanta consolazione si trova ad abbandonarsi ai voleri del Signore! Pietro straziava col din! den! dan! Rintocchi funebri, che dovevano far morire più in fretta quella povera madre. Aprì gli occhi già velati dalla morte e li richiuse. La baciai, bagnandola delle mie lagrime. Ortensia! Ortensia! A quel nome la bocca della morente fece un movimento. Giorgio, fu l’ultimo. Essa moriva senza articolare una parola, senza forse perdonarmi, senza dire un addio alla sua Ortensia, senza pronunciare il tuo nome, lei che non lasciava passar giorno senza ricordarselo. Sfinito mi avvicinai a Ortensia e le presi la mano. Che mano fredda! Coraggio Ortensia! La scossi, la urtai, la chiamai, nulla, Essa rimaneva colla fronte affondata nella coltre, insensibile come la mamma. Incalzato da un presentimento, la risollevai. La sua testa penzolava come stroncata. Cacciai la mano sotto la sua fronte e misi i suoi occhi nei miei. Avevano del cristallo. Ortensia! Ortensia! Sulla sua bocca serpeggiava un risolino di scherno. Era morta!
Nella piena del dolore, la catalessi, le impiombava l’orologio della vita e ne arrestava il pendolo.
Non mi commossi, non parlai, non piansi. Versai due bicchieri di vino, li tracannai uno dietro l’altro, strinsi la mano ad Arturo ed uscii, salutato dal sole che ricompariva sulle alture.
Dal mio sfogliazzo.

Ho trovato il signor Gerolamo invecchiato d’una ventina d’anni. Non ha più la faccia arzilla, gli occhietti illuminati, la persona diritta come una volta. Vicino a lui, si sente il cimitero. Smagrato, cadente, rattrappito, terreo, con una gran voglia di quiete. Me lo sono veduto, sdraiato in una poltrona che cammina sulle rotelle, impigliato in una veste di camera saettata di soli africani. Perchè tanto incendio di raggi sul sepolcro? Patisce la gotta – un malaccio che tocca ai signori – forse a ricordar loro che hanno mangiato e goduto troppo. Per farmi riconoscere, dovetti rammentargli dall’a alla z “Ah!” E non si risovvenne che spremendosi i cavalloni della fronte.
– Caro giovanotto, ho la memoria che mi serve assai male. E dire che da giovine mi mandavo a mente dei canti interi dell’Ariosto! Sì, adesso mi ricordo. Sedete, mio bravo giovanotto. Eh, quello era un tempo ancora…. C’era la mia povera Marta. Ve la ricordate? Che donna! Uno stampo tutto antico. Un vero mosaico patrizio. Oggi? Belle donne, le donne moderne! Tutte quisquilie, tutte civetterie, smancerie, ninnollerie. In mezzo a loro, non fiuti il profumo patriarcale delle nostre matrone, ma provi il disgusto di un olezzo che dà le vertigini, e lascia amaro in bocca. Ma guai a lasciarsi scappare questa verità in pubblico. Vi buttano alla testa delle parolaccie: Fossili! Pio Albergo Trivulzio! Vecchioni! Quando ho sciorinato davanti alla moltitudine, il programma che mi proponevo di svolgere alla Camera…. Allora avevo anche di queste ubbie! Ho accennato alla questione femminile. “Signori: L’Italia è fatta, ma gli italiani sono da rifare. E a chi tocca questo altissimo compito? Alle nostre donne. Ch’esse ritornino ai focolari, alle virtù antiche, alle grandezze patrie delle donne romane….” Lo credereste? Invece di applausi, ho sentito un susurro che voleva dire: rettorica: non annoiateci! I giornali, tranne la Perseveranza, l’organo magno degli uomini più assennati del paese, mi canzonarono e scrissero che il mio discorso era “il rancidume degli imparaticci.” Fui stomacato e non volli più saperne di candidature. Ma ritorniamo a noi. Dunque dicevate mio bravo giovanotto? Ve lo ripeto, se fossi riuscito deputato, il vostro posto sarebbe stato al mio fianco. Sareste stato il mio braccio destro. Mi avreste aiutato a sbrigare la corrispondenza dei miei elettori, a tradurre a correggere, a scrivere…. sì, qualche volta vi avrei lasciato anche scrivere. A me piace la gioventù e dove posso l’aiuto. Mah! Per quanto stava in me, credetelo, ho fatto di tutto. Non ho risparmiato. Ho pagato in tanti manifesti, lettere stampate e articoli biografici, quattro e cinque mila lire…. Si poteva essere più generosi? Era meglio che le avessi date a qualche istituto di beneficenza. Almeno almeno sarei riuscito presidente onorario. Voi andate in piazza, offrite cuore e mente gratis e che cosa ricevete in compenso? Una pedata nel…. nella schiena. È così, caro giovanotto; da noi impera l’ingratitudine… Vi potrei dare una raccomandazione… Vediamo, che cosa sapete fare?
– Nulla
– Ecco la gioventù. Non vi rimprovero, sapete. Ma lasciatevelo dire. Siete anche voi del vostro secolo, Pregate, strapregate e poi quando vi si domanda: quali sono le vostre attitudini, le vostre disposizioni? Rispondete collo zero dell’alfabeto. O chi volete che vi pigli, in nome del cielo? Tocca ancora alla vecchiaia a dirvi: su, scuotetevi, guardate la strada che abbiamo percorso noi. Fate altrettanto. Ma voi ridete e crollate le spalle o….
– Ma io, signor Gerolamo…
– Lo so. Non faccio propriamente per dirlo a voi. Ma uscite tutti da una caldaia. Non v’è che dire. Puzzate tutti di progresso. Aspetta, vuoi entrare in una Assicurazione? Mi pare che si abbia bisogno di un copista. Hai migliorata la calligrafia? Io sono membro del Consiglio e potrò giovarti. È una delle più fiorenti società del bestiame. Cerca, se mai, di farti voler bene dal segretario. È lui che fa e disfa. Se ti prende sotto le sue ali, la tua carriera è fatta. To’, va immediatamente. Cerca del signor Serafino, dottore in legge. Presentagli questo biglietto, salutamelo caramente e che il cielo te la mandi buona. Addio, mio buon giovanotto. Tenete a mente che vi ho messo sulla retta via. Procurate di non farmi piangere una buona azione. E soprattutto non fate comunella con alcuno, poichè anche laddentro ci sono teste calde.

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*   *

Il complesso prometteva. Un elegante portineria dai vetri incannettati che arieggiava l’alcova e uno scalone largo, dai gradini bassi, dalla spalliera di marmo in cima alla quale sorrideva una bella mora nuda, che protendeva le mani pietosa, quasi avesse voluto provare l’abbraccio di tutti coloro che salivano. L’entrata incantava. Sul frontale, a lettere di bronzo bruneggiato, la ditta: “Assicurazione del bestiame;” di fianco un bottoncino dorato che campeggiava sull’ebano e nell’inquadratura color nocciuola, il nettapiedi fiorito d’un bonheur.
Gli uffici ampi, arieggiati, con dei mobili a legno bianco lucido, divisi da portucce calettate, che giravano sui cardini e si baciavano insieme senza l’aiuto d’alcuno. La “cassa,” metteva rispetto, pur serbando quel non so che d’artistico, disseminato per tutto l’ambiente. Si vedevano, occhieggiando dal portello dello steccato, il forziere a armadio, colle capocchie ombrellifere, che proiettava il verde sulla parete turchina e una scrivania a dorso lastricato di ottone, che si inghiottiva, piega su piega, a coperto bombeggiato. L’ufficio di segreteria era il più elegante. Aveva del salottino di grande mantenuta. Scranne di canna, puff che risospingevano, poltrone che accarezzavano al disopra dei lombi, una dormeuse che pareva fatta a bella posta per una personcina ravissante, tutta nervi e tutta baci. Le incisioni, incorniciate a legno scolpito, raggiungevano la scollacciatura raffaellesca. Quelle facciucce di paradiso, che disegnano forme di cielo, in mezzo a dei veli celestiali, lasciano qualcosa per l’avvenire, l’uomo, vedendole, si sente crescere un interrogativo sul cuore. Il resto puzzava di burocrazia governativa. L’archivio, la ragioneria, la stanza del veterinario, il piazzale dei copisti, avevano dei mobili di noce massiccio. Scaffali, leggii, tavoli, armadî, sedie, scrivanie e che so altro.
Il mio posto era quello di copista. Secondo la raccomandazione del segretario io non doveva fare che quello che mi veniva comandato da lui. Viceversa poi, avevo tanti padroni quanti erano gli impiegati. L’archivista mi diceva: faccia piacere di copiarmi questo specchietto. Le raccomando le cifre chiare. Il ragioniere: mi trascriva questo rapporto. I più esigenti, erano il cassiere e il veterinario. Il primo, un uomo foderato di grassa, con degli stivali che snodavano la sua truculenza, con dei baffi da ex sergente austriaco, con una voce che decretava, mi metteva sullo scrittoio delle lunghe tabelle che io copiavo fedelmente senza mai ricevere un grazie. Il secondo, colla petulanza delle sua laurea, passava da un ufficio all’altro, sbatacchiando usci, urtando scranne, dando ordini come un generale nell’esercizio delle proprie funzioni. Parlando con me, usava il voi.
– Scritturale, copiatemi questi tre verbali.
Aveva una calligrafia perfida. Alle volte mi ci perdevo sopra cogli occhi senza indovinare che cosa diavolo aveva scritto. Andavo da lui e lui strideva coi denti.
– Dite piuttosto che non sapete leggere. “Il cascinale bipartito.” È tanto chiaro!
Se si aveva bisogno di “collazionare” ero io la vittima.
– Giorgio, venga qua, che “collazioneremo” i prospetti del mese.
Era questa la più alta delle disgrazie. Mi toccava leggere fino alla raucedine. Mentre il più gentile era il signor Serafino, segretario. Malgrado le dicerie e le bestemmie che si dicevano dietro al suo uscio, io l’ho trovato un perfetto gentiluomo. Aveva delle delicature. Invece di adoperare l’imperativo, mi pregava.
– Giorgio mi faccia il piacere di copiare questa lettera. Oppure: mi faccia grazia della “posizione” di Angelo Picozzi di Sommacampagna.
Per regalarmi uno zigaro di virginia, mi apriva l’astuccio:
– Via, via, si serva.
Se mi tratteneva dopo le quattro per qualche suo lavoro, mi metteva in mano una lira e qualche volta due.
– Beva un caffè alla mia salute.

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Colla mia obbedienza cieca che non lasciava mai trapelare i moti convulsi che provavo internamente quando mi si brutalizzava, ero riuscito simpatico a tutti. I visi arcigni, le musonerie, le imperiosità, le bizze dei primi due mesi non esistevano più. Mi si dava il buon giorno e la buona sera con degli – arrivederci Giorgio.
Il ragioniere, un vecchio dalla fronte alta che fuggiva sotto ai capelli grigi, che aveva avuto delle velleità poetiche negli anni giovanili, quand’era ristucco di mastri e di registri, mi mandava a chiamare dal portiere.
– Venga un po’ qui. Le piace il cioccolatte? Prenda questa tavoletta che le aggiusterà lo stomaco.
Poi adagino, adagino, tirava fuori dal cassetto un certo scartafaccio ingrommato d’inchiostro. Che mi faceva venire la pelle d’oca.
– Senta come “cantavo” a diciotto anni; che versi facevo ai venti!
Era per me un supplizio dal quale non mi potevo sottrarre che lasciandomi ingozzare di ottave sdentando il suo cioccolatte. Il debole, era per una sua tragedia in cinque atti e in versi martelliani. I personaggi parlavano non meno di mezz’ora per ripresa.
– Che le sembra di questi versi?
– Splendidi.
– Ella mi vuol fare un complimento.
E dicendomi questa frase mi spiava con quel suo occhio di lince.
– Le giuro che non celio. I suoi versi suonano e creano ad un tempo.
Mi stringeva affettuosamente la mano e mi dava una altra tavoletta di cioccolatte.
– Grazie giovanotto, avete dell’intelligenza.
Un dopopranzo fu meco più crudele. Negli uffici avevamo ventidue centigradi.
– Lo chiama il signor Bergalli.
Aveva gli occhiali sur un quaderno gualcito e giallo ai margini orecchiuti.
– Che cosa desidera signor ragioniere?
– Ma se glielo detto di trattarmi in confidenza? Diavolo, siamo o no colleghi? Le pare che io sia superbo? Me lo dica, non faccia complimenti. Si sa, alcune volte le cifre fanno ammattire. Ho del burbero, lo so. Ma mi creda, ho anche del cuore. Senta. Si ricorda quando le ho parlato di un certo mio lavoro in vernacolo sulla “Cometa del 13 giugno 1859” del quale piangevo la perdita da anni parecchio?
– Sì, no, mi pare di sì; ah sì, sulla cometa!
Alla mia risposta la faccia cartapecora del buon ragioniere si colorisce e prende un’aria da ispirato.
– Indovini dove era? Gliela do in mille. In mezzo ai miei componimenti liceali. Mi doleva proprio. Non è mica un capolavoro. Ma sa, quando si sente a dar del poeta a quell’asino di Picozzi – un versaiuolo sversato – un bufonchione che vorrebbe a volte avere lo scudiscio di Giovenale e a volte la dolcezza del Grossi, senz’essere nè l’uno nè l’altro, si può uscire anche noi – lumache che han veduto una volta il sole. Vuole che gliela dica tutta, intera la mia opinione su questo poetastro pellagroso?
– Dica.
– Per me non è che un fondaccio della intelligenza altrui.
– Ma via, che cosa le ha fatto questo signor Picozzi?
– Niente. Ha avuto l’imprudenza di scrivere roba da chiodi su una mia poesia in versi sciolti. Un canto patriottico che sentiva è vero del Mercantini, ma del quale non c’era neppure una strofe. Cane! E poi senta come so verseggiare in vernacolo, io.

Che la me disa on poo, sciora cometta,
che la fà tant frecass, tant balardee,
e la fà trottà innanz i soo trombetta
Quatter mes, anzi cinq prima de lee.
Cossa gh’ala de nœuv sulla carretta?

– Scusi, ma non potrebbe leggermela domani. Ho due minute fitte, rifitte del signor segretario….
– Ascolti almeno questo distico.

Guerra, famm, terremot, pesta, bolletta,
O quai alter pastizz cott in l’asee?
– Superbi!

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A poco a poco la confidenza era diventata tale che cassiere e veterinario non facevano colazione che sul mio tavolo – un vero piazzale dove ci si poteva adagiare a digerirla senza toccare i piatti. Erano due leccardoni. Il cassiere, mangiando il risotto alla certosina, si lambiva parecchie volte i baffi e faceva sentire la soddisfazione del ventre con uno slac di lingua.
– Uh, questa costoletta è “passata!” Tonio, portagliela giù a quell’animale di cuoco e digli che io non mi chiamo Porco. Se la mangi lui.
Il veterinario invece, a tavola, era più flemmatico. Si puntava il tovagliolo cogli spilli, ripuliva la posata e si metteva gravemente all’opera. Sull’osso buco, vi lavorava come sul carcame di un cavallo e non lo lasciava se non dopo avergli succhiato ben bene il midollo.
– Tonio, va a prendermi due pesche. Sai che io le voglio con la peluria.
– E tre caffè. Giorgio, beve il caffè con noi?
Una mattina furono più generosi. Mi obbligarono a dividere la loro lauta colazione.
– Diavolo, ma lei è troppo selvatico. O vivere colla società o suicidarsi. Che ne dice dottore?
– Dico che ha fatto un errore. O come si fa a suicidarsi?
– Non mi faccia il purista quando ha sotto i denti del sodo. Risponda alla mia domanda: gli è vero che bisogna saper vivere o saper morire? Stare colla società o andarsene via?
– Ella mi dà dei problemi da sciogliere. Certo, che chi non vuol avere brighe, deve entrare da bon figliolo e sedere alla sua mensa. Ma non nego che si possa fare altrimenti. Tra noi ci sono dei partiti. E dico noi per parlare del complesso. Taluni dicono che si sta benone a che gli uomini fanno pancia. Altri invece affermano il contrario e non vedono che nero. Per questi la felicità, la virtù, la religione, la patria, la famiglia, l’amore non sono che bugiarderie inventate per gabbare….
– Non mi parli dei rossi, – malanni di tutti i paesi, zavorra di tutti i governi. Se foss’io il Governo! La legge Pica vorrei, per questa gentucciaccia. Io sono stato ufficiale giù negli Abruzzi e so come si spazzano le vie ingombrate di feccia. Ran! È l’unica risposta che darei ai turbatori dell’ordine. Che ne dice lei dottore?
– Potendo, mi ci metterei al suo fianco. Ma veda, l’umanità non tende più le braccia verso Dio e verso il re. Diventa Dio e sovrana essa stessa.
– Dunque non dico male quando invoco la legge Pica? Oh gliela vorrei far vedere io a quella becerocrazia, a quella ciurmacciaglia che mette in piazza le cose più sante del focolare domestico e delle patrie istituzioni. Ma con che diritto escono questi ciurmadori a turbare l’ordine costituito?
– Scusi, signor cassiere. Questa è grossa. Col diritto che abbiamo tutti della libera discussione.
– Non fraintendiamoci. La loro è prepotenza. Noi siamo la maggioranza, noi siamo il plebiscito e noi vogliamo le cose come sono col re legittimo alla testa. Sta a vedere che sarà permesso a quattro scalzacani di venire ad imporci la loro repubblica. Dico bene o non dico bene, dottore? Bella cosa la repubblica! Sapete che cos’è la repubblica di quella giovinottaglia sguantata? Una mannaia che decreta. Questa la libertà degli arruffoni: questo il diritto di scelta: o accettare o passar sotto. Nipoti di Marat. Brrr! Ha sentenziato bene Cesare Cantù di quest’altro miserabile: un idrofobo ingordo di vituperi e di sangue. Un mangiaborghesi! Tonio, va giù a prenderci una bottiglia di quel buono che ho secco la gola.
– Mi associo alle conclusioni dell’onorevole oratore.
– Ha capito dottore? Abbiamo al tavolo un… Come si ha a chiamare? Un ribelle, eh?…
– Non è vero. Ho voluto sottolineare una contraddizione. Ho fatto male? Già, io sono per l’eguaglianza. A ciascuno la sua parte di doveri e la sua parte di diritti.
– Non dica sciocchezze se non vuole che si vada in collera! Secondo lei, il mio portinaio…. Evvia! La mia serva…. Accidenti! Mi viene la paralisi solo a pensarci.
– Non se ne parli più e si beva. Alla salute del cassiere!
– Alla vostra. Il vino – slac – fa buon sangue. Non faccia lo smorfioso. Beva! Ne beva un altro bicchiere, via, si sbronci. Così. Ma non si lasci scalducciare dai tribuni della piazza. Si troverà contento. Glielo dice un uomo che ha cinto la spada del gran re. Evviva il re! Su trincate: evviva il re!… A proposito, domani lo condurremo con noi, non è vero Carcano? Si va a Codogno a visitare e a redigere il verbale sulla bergamina Pinza – affetta dal carbonchio. – Tanto l’amministrazione, ci farà le spese per tutti e tre. Non è vero ottimo dottore?
– Verissimo.

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Io ero tra i rustici colonnati del portico del cascinale, seduto a tavolino, che scrivevo sotto dettatura, mentre il veterinario ed il cassiere visitavan capo per capo il bestiame.
– Scriva: il bue dal mantello bianco, picchiettato di nero, dal corno finissimo smussato contro…. contro che cosa Signor Pinza? Contro una muraglia, del peso di tre quintali, bollato col numero 392, è stato colpito dal carbonchio. Valore quattrocento lire.
– Ma se le dico che ne vale seicento.
– Le dico di no.
– Io protesto e faccio fare un’altra perizia.
– Facciamo cinquecento, eh?
– Vada per cinquecento, poichè lo ha detto il cassiere. Ma creda che è caro.

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Da quello che io poteva capire copiando le minute del segretario, che era l’anima di tutto, la sucietà cercava un puntello tutti i giorni. Si era sempre a secco di quattrini, A quelli che domandavano il pagamento delle bestie morte, si rispondeva che il loro credito era stato debitamente registrato “e che si aspettava la riunione del Consiglio per spiccare i mandati di pagamento.” Ma questo benedetto Consiglio non si radunava mai. Chi erano i membri del Consiglio? L’ingegnere direttore, il segretario Serafini, un avvocato dai denti canini e tre o quattro fittabili – ignoranti come le loro mucche assicurate – che firmavano e approvavano tutto. Mentre a coloro che dovevano i semestri e le annate d’assicurazioni,  non si lasciava un momento di tregua. Il sistema di carteggio era questo: prima si invitavano, poi si diffidavano, poi si minacciavano e infine si passava la posizione a quel tale avvocato, membro del famoso Consiglio.
L’annata fu anche terribile. Il “carbonchio” fece strage tra il bestiame. Non passava giorno che il veterinario non fosse chiamato telegraficamente in questa o quell’altra stalla a constatare le vittime del morbo. Ora le spese di “trasferta” che ammontavano quasi sempre dalla due alle trecento lire, mangiavano tutto. Quando il medico bestiale andava alla cassa colla nota delle spese, Gigi mandava mille accidenti.
– Ma se non ho più denari? Lei fa bello lei! Io seguito a pagare e non riscuoto mai. Creda, glielo dico, il mio forziere non è il pozzo di S. Patrizio.
Un giorno siamo stati sorpresi dalla rivoluzione. I più grossi creditori si diedero convegno negli uffici per provocare l’assemblea e verificare i registri. Tonio, mano mano che venivano, gli immagazzinava nel mio stanzone il quale pareva trasformato in una fiera di bestiame. Quando non ci furono più scranne sedettero sul tavolo.
– È tempo di finirla di menarci per il naso!
– Perchè si continua a far gli atti contro i “morosi” se la società non paga un centesimo?
– Bisognerebbe cominciare a mandare a spasso tutti questi mangiacarte.
– Canaglie! Mi hanno fatto pagare le due mila lire semestrali, venti giorni prima che mi morisse la “stalla rossa” e non mi hanno restituito un centesimo. Ma l’avrete a che fare con me dovessi vendere l’ultima vacca, dovessi!
– Io parlo chiaro. Qui si truffa.
– Io sono più spiccio. Denunciamoli all’autorità giudiziaria. Se si mette in prigione un povero diavolo che ruba un marengo, perchè si devono lasciar fuori queste birbe in marsina?
Il conciliabolo diventava sempre più caldo.
– Guardate, sono già le dodici e mezzo, ma l’ingegnere “marameo!”
– L’è minga on coijon, l’è.
Io copiavo e tacevo. Tuttavia sentivo che si soffocava. La stanza era impregnata d’un odore di stalla e di fienile che mi metteva nausea. Apersi la finestra – malgrado il mese di gennaio.
– Lasci chiuso. Se ha caldo esca. In i noster danee che paga, chi chi inscì.
– E semm nun i padron!
Ha trillato il campanello e io respiro. È il direttore accompagnato dal segretario. L’ingegnere Belchamè, lungo e magro come una pertica. Ha del cadavere e dal convalescente. Vestito di nero e inguantato di nero, mette tra gli ammutinati un po’ di silenzio. Si leva il cappello a tuba e parla con voce fioca fioca.
– Signori, sono uscito dal letto or ora…. eh! eh! eh! perchè mi spiaceva questo fatto…. Eh! eh! eh!…. Perdonate, ho la tosse: il segretario vi dirà il resto…. Eh! eh! eh!
Il segretario era lì trasformato. Non era più l’omettino curvo sulla scrivania che affrettava, affrettava la penna d’oca, infilzando righe via righe senza mai cancellare una parola. Ma spiccava in lui il tribuno, l’uomo dai colpi audaci, il Wellington della battaglia burocratica.
– Signori soci. Dirvi il dolore che proviamo per questo malinteso non è possibile – perchè i grandi dolori sono muti come Laooconte nello spire dei serpenti. Ma credetelo, gli è crudele, sapersi onesti, avere la coscienza tranquilla, essere sicuri di avere adempiuto con zelo al proprio dovere e vedersi tacciati di… Ohimè! io non dirò la parola davanti all’ammalato. Io che fui e sono testimonio dei costanti sagrificî fatti da quest’onorando uomo che la vostra foga ha strappato al letto, io che ho dato vita a quest’istituzione, a quest’istituzione che gli anni faranno florida e che so, come la madre, le notti vegliate per slattarla e darle una esistenza rigogliosa, davanti a voi, davanti alle vostre minaccie, mi sento afflitto – dell’afflizione del padre che vede percosso il figlio. Ma se da queste miserie terrene io mi sollevo fino al vertice della questione, allora, o signori, o soci carissimi, mi sento riconsolato. Nostra è la colpa se la piccina che abbiamo plasmata col concorso delle vostre… mani, cammina sorretta dalle dande? Perchè non triplicate il capitale, perchè non le date forza, perchè non mettete in circolazione una nuova emissione di azioni? Nostra è la colpa se la maggioranza dei soci ci fa spendere in carte bollate e avvocati, il doppio delle quote dovute alla società – a quella società che dovrebbe scattar come un solo uomo quando uno dei membri contravviene allo statuto? Avuto voi letto Rousseau? Leggete, o signori, il Contratto sociale e proverete nell’adempire i vostri doveri una gioia ineffabile. Nostra forse è la colpa se la malattia – questa malattia bubbonica che non perdona, si diffonde in tutti i paesi e entra in tutte le stalle assicurate? O signori, voi avete un bel dire, voi, perchè non sapete per quali ragioni il listino di borsa sale o discende. Ma addentriamoci nelle viscere e palpiamole. Quella è la ragioneria. Squaderniamo i suoi libri – che sono gli oracoli sociali. Che cosa vi leggiamo o signori? Troviamo che la società deve ai propri membri un complessivo di lire ottantamila. Non rabbrividite. Questo è il dare. Leggiamo, di contro, l’avere. I soci devono in tanti arretrati centoventimila. Respiriamo. Un avanzo netto di quarantamila lire in sei anni – non tenuto calcolo del mobilio e degli stipendî e dei pagamenti fatti. È dunque disperata la causa sociale? A me pare di no. La vita della società è nelle vostre mani o colendissimi amici. Voi potete decretare la sua morte seduta stante. Ma badate! Non è delitto soltanto assassinare il vostro simile. È delitto ancora più nefando trucidare barbaramente le istituzioni appena svezzate; istituzioni come queste, che aspettano il loro sole che le riscaldi per maturare i frutti promessi. E dicendovi così vi capovolgo la questione. Se invece di assalir noi con tanto accanimento, noi che siamo i cooperatori di questa vostra nave che condurremo a Dio piacendo in porto sicuro, non assalite i debitori – i veri nemici – i veri carnefici? Affrontate o signori, i delinquenti, convinceteli e la nave navigherà col vento in poppa. Io ve lo dico. Io che di queste cose me ne intendo.
Furono ammansati. Gli ho veduto togliersi il cappello, farsi piccini, diventare agnellucci da cacciar su all’ovile. La parlantina cifrata del segretario, fu una sbruffata di acqua sull’odio di quella buona gente turlupinata. Essa sbarrò loro un nuovo orizzonte popolato di marenghi. “Sicuro, sicuro, paghino i morosi! – sono loro la gramigna.”
– Per mio conto, disse il signor Guadagnolini di Cassano d’Adda, metto a disposizione della Società mille lire per la continuazione delle cause contro i malpagatori.
– Ed io cinquecento.
– Ed io trecento.
– Ed io seicento.
Uscivano contenti come se avessero intascati i quattrini. “Addio, arrivederci, buon viaggio, mi raccomando.”
Io tenevo aperto l’uscio e il segretario dava strette di mano che era un piacere.
– Auf! L’abbiamo passata bella.
Facemmo un minuscolo quadrilatero  intorno al taumaturgo.
– Bravo.
– Ella ha salvata la baracca.
– Noi le dobbiamo l’esistenza.
– Oh perchè?
– Perchè questo mese, se non capitava questa manna, non si pagavano le mesate.
– Siamo così in ribasso?
– Ho un disimborso di 49.60 che adesso però iscarsello.
– Non faccia “mano bassa” lei. Ci siamo anche noi, ci siamo. Noi che abbiamo gli stessi diritti.
– Finiamola, quanti ne abbiamo del mese?
– Ventiquattro.
– Bè, se ci pagassimo subito, eh?
– L’idea è buona. Che ne dice lei, signor ingegnere?
– Fate come volete ma e le cause?
– Le cause sono sbattute al punto che non meritano la spesa di un centesimo. Tutti fittaiuoli e coloni che non hanno più un cavolo.
– Eh, allora?
– Allora soggiunse il segretario, quello che sarà sarà. Ma intanto importava affermarci col credito. Sapete diversamente dove ci si metteva? Se non era Corte d’Assise, per lo meno sulla pubblica strada. E ho famiglia, io. Sono tredici anni che consacro i miei studi a questa associazione la quale se non ho saputo rendere indipendente non è mia colpa. Datemi un grosso capitale e vi giuro io segretario, io dottor Serafini, di mettermi i soci in saccoccia e nel baule l’associazione.
– Cromwel!
– Un grosso capitale!
– Qui sta il busillis.
– Un anno fa era forse ancora possibile…. me ora…. Il credito non lo si impone.
– Eppure io troverò l’uomo. Anzi spero di averlo trovato.
– Come, come?
– Ma per carità, state zitti. Se uno di voi si lascia sfuggire una parola la è finita.
– Le paiono raccomandazioni da farsi a noi? La causa sua non è la nostra?
Ci facemmo più ai panni.
– Voi forse non sapete che in Milano ci sono delle brave persone caritatevoli. Tutto sta a saperle acchiappare. Sano tanto scontrose! Tuttavia, parmi d’averne acchiappata una, una piena di denari fino ai cappelli. Una alla quale ho spiegata la nostra situazione, vale a dire glielo spiegata a modo mio. Le detto lo scopo della istituzione, le ho parlato del numero dei soci triplicandoli, dei pagamenti fatti ai soci quintuplicandoli e dei crediti che vanta l’Assicurazione sestuplicandoli. Poi le ho tratteggiato un quadro a tinte fosche sulla malattia bubbonica che ha colpito i quadrupedi e più specialmente quelli assicurati, senza mai dimenticare, tra un periodo e l’altro, dei nomi cari alle anime devote. Il duca, poichè è un duca questa eccellente persona, è un bigottone di tre cotte, dal quale non si ottiene nulla se non rassegnandosi ai voleri dell’Altissimo. Domani egli verrà a farci una visita. Ma per amor del cielo che nessuno bestemmi, che nessun sputi parole condannate dalla religione. E più specialmente parlo con te, Tonio. Tu hai la brutta abitudine di dire: sacramento! Se ti sentisse quel sant’uomo, addio all’imprestito. Volete un consiglio? Tirate via quelle sguaiate femmine dallo stanzino del cassiere e la naiade del veterinario e metteteci al loro posto delle madonne e dei santi. Non si urta coi principî universalmente accettati. Infine non si tratta che di qualche giorno. Imitate me. Io l’ho già fatto. Cari miei, colla verità sbracata non si va avanti. E due. Bisogna fingere. Promettetemi di mantenervi silenziosi, operosi, quando sarà qui lui. Ciascheduno al proprio posto e ciascheduno curvo sulla carta a scrivere. Scrivete magari alla vostra amante, ma fatevi vedere da lui a scrivere. Santo Dio, non è poi un grande sacrificio! Ascoltatemi. Quando io sarò di là col Duca, tratto tratto qualcuno faccia sentire le nocche all’uscio e dica: è permesso? Signor segretario, è arrivato il pagamento del socio Bernasconi. Oppure: come dobbiamo regolarci col socio Trichella di Saronno che non ha più risposto? Al resto penserò io. Andiamo a casa ingegnere? Oggi non ho più la testa a segno ed ho bisogno d’aria. Siamo intesi; domattina alle nove precise. Che nessuno manchi, vergine immacolata, perchè i bigotti si alzano di buon mattino. Imparate da loro ad essere saggi. E tu Tonio fa la polvere un po’ prima e mettici della diligenza. Si tratta pure del tuo avvenire. Se la si cangia il tuo posto è qui, se no subirai la sorte comune.
In quella giornata salutammo il dottore Serafini il redentore dell’Associazione del bestiame.

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Negli uffici vagolava un che tra di cristiano e pagano. Appena sgusciati dall’anticamera, ci si affacciava in una ampia “crocifissione di Gesù Cristo,” ritto sull’abete immortale, che guardava rassegnato i giudei che inchiodolavano il buon ladrone. E subito dopo, svoltando, si correva coll’occhio su una fanciulla seminuda che sorrideva l’ultimo lampo allegro portato via dal veglione e mostrava inconsciamente rotondità immagliate da far perdere il giudizio. Il mio stanzone era un po’ più chiesaiuolo. C’era il resto della storia del Golgota, sciorinata come nel negozio di un vetraio. In “ragioneria,” una madonna monumentale che sorreggeva la verginità del suo parto in un bamboccio sculacciato. Al disopra della cassa, Pio IX, col suo faccione rubicondo proiettato sul pettorale scarlatto, che spiava di sbieco una Naiade che cercava invano di ravvolgere nelle braccia le nudità di un corpo gentile. In segreteria, si fiutava persino l’incenso. Era là il luogo dove doveva convertirsi il Duca. Davanti al divanuccio, un Giuda al vero, strangolato all’albero, coll’ombra di Gesù Cristo in fondo, che usciva dalle volute cenerine per salire al cielo. E al centro della parete un colossale S.Antonio, protettore del bestiame e della società d’assicurazione in ispecie. C’era dunque di che predisporre qualsiasi bigottone. Lo si aspettava da due ore frammezzo al silenzio certosino. Nessuno usciva dallo studiolo e nessuno faceva colazione per paura d’incontrarsi a tu per tu col personaggio.
Drin, drin, drin! L’elettrico d’entrata febbricitante, ci ha messo la penna tra le dita. Sarà lui, non sarà lui? Io aveva ordine di riceverlo dal portiere con un inchino e di farlo passare nell’ufficio del dottor Serafino con un salamelecco.
Era lui.
Un omettino macilento, bianco di capelli, con una faccia di cera, sbarbato, incravattato all’antica fin sotto alla pappagorgia, con degli occhietti di basilisco, sommersi nelle increspature, un labbro che mangia l’altro, che veniva avanti, gobbon gobbone, la tuba in mano – una tuba acciaccata che sapeva di straccairolo.
– Eccellenza, gli dissi con un grand’inchino.
– C’è il signor segretario?
– Sì, eccellenza.
Mi guardò di soppiatto e m’imparadisò di un sorrisetto che valeva e non valeva.
– Entri, eccellenza.
Mentre i due uomini erano rinchiusi a parlottare, noi appostavamo volta a volta l’orecchio alla toppa.
– Hai sentito? Che cosa?
– Nulla.
– Sordone. Ci vado io.
– E tu?
– Maledetto. Ho udito un no secco, reciso. Chi lo pronunciava? Non ho potuto distinguere la voce.
Diventammo bianchi.
– È impossibile – si diceva – Serafino non è un coglione.
– Ci andrò io. Vedrete che timpano!
– Va bene tutto.
– Ne sei sicuro?
– Diavolo. Ho sentito la voce piagnocolosa del duca che diceva lemme lemme: Bene, bene, vedremo. Intanto io le darò un bono di ventimila lire.
Ci mettemmo una mano alla bocca e rattenemmo l’ah di trionfo.
– Pss, silenzio. Ho sentito la rotella della poltrona.
Scappammo ciascheduno al nostro posto.
Uscirono colle guancie infervorate. Il segretario precedeva il duca e dai sorrisetti che spargeva, si capiva che il veterinario aveva ascoltato benissimo. Lo accompagnò fin giù in portineria e si salutarono con delle scosse di mano.
Appena salito, gli fummo ai panni come un’interrogazione.
Il dottor Serafino si abbandonava morto nelle braccia del cassiere. Aveva dovuto sudare per fargliela entrare nella testa, ma c’era riuscito. Là, là il premio di tanta fatica fu un bono di ventimila lire pagabile a vista.
Per alcuni mesi non si infilzavano aggettivi che pei cattolici. Tuttavia il corpo sociale aveva il verme solitario nel ventre che inghiottiva e inghiottiva insaziabilmente. Nel complesso degli impiegati, io e il portiere esclusi, perchè noi non si partecipava al saccheggio, non esisteva quello spirito di sacrificio e quel pensiero tenace, indomabile, bronzeo che dà vita alle istituzioni più rachitiche. Ma era in tutti una sete rapace, una voglia infrenabile, spasmodica di far bottino, congiunta a una spensierata incuranza degli interessi dei consociati. Il veterinario e il cassiere, non pensavano che alle spese di “trasferta” e ai boni straordinari diventati vere sanguisughe. E il segretario? Anche lui con un pretesto o con un altro, era sempre alla cassa. Il suo stipendio di mille lire al mese non gli bastava che per quattro o cinque giorni. La sua casa era una voragine. Più ne portava e più ne divorava. Una famiglia la sua, cresciuta in mezzo agli agi, vissuta in mezzo al fasto che non sapeva acconciarsi alla nuova situazione del padre, costretto, dallo scialaquo, a cercarsi la mensa a furia di ripieghi e di lavoro. Con una moglie che non sapeva il perchè gli uomini trafficano e una figlia venuta su folleggiante tra i vezzi, ai profumi, ai ninnoli e a quel lusso sfondolato che conduce a rovina se non esce dalla rendita netta, il povero Serafini doveva precipitare e con lui l’associazione e gli impiegati.

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Sei anni dopo ho dovuto soccorrerlo con due lire. Povero segretario!

Dal mio sfogliazzo

Sono nella sala S. Giovanni da due mesi. Quarantasei giorni alternati di febbri cocenti – di letargo, di sofferenze, di tribulazioni. Oh signore, signore che malaccio!
Oggi che riapro gli occhi non mi par vero. Tutte le mie articolazioni erano infiammate. Non potevo muovere un dito, un piede, il collo, un braccio senza che mille punte d’aghi infocate mi trafiggessero con lena rabbiosa. Che spasimi, che spasimi, vergine santissima addolorata! Passavo dalla zona torrida al polo glaciale, senza attraversare i periodi di gradazione. Dal freddo che mi faceva scrosciare i denti, alle ondate calde che mi asciuttivano e mi mettevano una sete che il decotto non spegneva. Farneticavo, straparlavo, chiamavo dei nomi sottoterra, dicevo delle insulsaggini, delle stramberie. Una notte, mentre i malati respiravano il loro fiato graveolente, avventai un grido che turbò tutta la crociera. Bestemmiai contro Iddio.

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Subî una cura energica. Le pennellate d’olio di colcontiglia mi fecero nascere dappertutto un subisso di crosticine piuttosto grigiotte. Le ventose…. Quante ventose mi applicò l’infermiere! Non mi lasciava tempo d’urlare. Mi scopriva, metteva sul letto la cassetta dei vasetti di vetro pieni di stoppa che accendeva e punfeta! Giù sulla pelle che mi portava via. Madonna ! madonna! La replica era più crudele, più assassina. La fiamma linguettando, mi ripiombava sulla sleppa spellata a bermi per mezzo minuto il sangue. Io gridavo basta! basta! Ma l’infermiere era di bronzo.
– Perchè siete così cattivo? Gli domandavo sfinito dal dolore.
– Eh, mancherebbe che si stesse qui ad aspettare i comodi degli ammalati!
La chinina, questo reagente, questo febbrifugo potentissimo, mi ha messo nella testa un balordone, un ronzio sordo, cupo che mi annebbiano il pensiero e mi avviluppano in un sonno agitato. Quante ore svogliate, quanti sbadigli!
Oggi il dottore mi ha “ordinato” un quinto di vino e un ala di pollo – perchè mi vuole in “forze” per domani. Quale nuovo tormento m’aspetta? Sono tutto gonfio. Gonfiori all’avambraccio, alle giunture, al metatarso, alle mani, alle tempia. E come sono giallo! Mi sono fatto prestare da mio sventurato vicino uno sghembo di specchietto e mi sono visto orribilmente sconciato. Ho la faccia invacchita come un baco da seta.

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Ho dormito un paio d’ore. Un tumulto, un sogno, uno spavento. Mi ballavano intorno degli scheletri dei quali mi scivolava per vani della vita la scricchiolatura degli ossami che si baciavano tarantellando. “Indietro! Indietro!” Ma assiepati, urtantisi, mi si facevano più vicini con delle risate che mi imperlavano la fronte di sudore. Il più alto, colui che torreggiava tramezzo alla tregenda, la dentiera sguarnita, le occhiaie forate, le spalle cave, i costati ad arco, mi protendeva le braccia come per stringermi nel gelato amplesso. Indietro! Indietro! Trattenevo il fiato dalla paura. Ma il capo della geldra sghignazzava e sussultava. Abbiate pietà o morti cittadini. O che volete farmi morire? Eccoli, eccoli tutti ai miei piedi. Sento le loro dita lunghe, aspre sulla coperta che mi sdrucciola. Ah! eccoli più sfacciati. Eccoli sul ventre che mi scarpellinano. Indietro! Indietro! E apersi gli occhi spaventato, cercando i fantasmi che la luce mi aveva involati.

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Povero uomo! Il 47 muore. Il prete questa mane gli ha dato gli ultimi conforti pel viaggio. Non lo vedo che di profilo. Una mezza faccia tirata, giallognola, che puzza di morte. Egli guarda il crocifisso che soprasta dal cassone – non so se per domandargli la grazia di affrettare il gran distacco o se per prolungare le giornate dolorose. È un contadino di Crescenzago – vicino del mio vicino. Ha 47 anni come il numero della crocera e quattro figli ai quali lascia in patrimonio il badile e la zappa. La sua storia è comune. Vangò, arò, mietè, falcidiò e rimase cretino e povero. Pover’omo! Ha rovesciato la testa e gli occhi ed ha vomitato l’ultimo alito. Buon viaggio!
Suor Matilde soffia sulla candela e Antonio, l’inserviente, tira le tendine. Bravi!

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Bontà divina, che minestra! Aveva gli agrori della pasta acida. Il brodo un non so che di lavandino che consolava. Non ho potuto ingoiarne due cucchiai e l’ho data al mio collega che ha sempre fame. Lo si chiama l’ammalato della febbre “mangina.” Divorerebbe il granito. Egli continua a dirmi che tre galline e un boccale di vino, lo metterebbero in grado di spaludare quattro pertiche di terreno.
– Peccate di gola, gli ho risposto.

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Che notte lunga, eterna! Ho imparato a distinguere i miei compagni dal respiro. L’uno aspira come un mantice – l’altro soffia come un bue. Il ventinove pare un soffietto con rotto i fianchi, il trenta un affanno che piange – questi un lumicino lì lì per tuffarsi nell’olio – quegli il cigolio gemebondo di un arpione.
Dall’altra sala che io non vedo che di traverso, mi giunge un lamento fioco come l’eco che avalla. “Ohi-mè! Ohi-mè!” E quel malaugurato din-dilin-din din-dilin-din, della lavanderia a vapore? Mi pare d’avere un orologio a ripetizione nelle orecchie. Mi si insinua pei meati e mi scortica il cuore. Oh ma perchè non lo fate tacere, o signori dell’Ospedale, o gente che dormite tranquillamente nel silenzio profondo delle vostre abitazioni? Se sapeste che noia produce sugli ammalati quello strappo di campanello, che si disperde per le pareti come se fosse scosso da un moribondo in lotta colla morte. Oh soffocatelo, tappategli la bocca, stringetelo nelle vostre mani. Io non ne posso più.

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Un altro adesso! Ma che cosa hai piccino? È un imberbe che si sveglia e spalanca la bocca e grida cercando la mamma. Taci che mi fai male. Anch’io soffro e anch’io ho avuto una mamma e tuttavia non piango. “Ahi! Ahi!” fatti coraggio, pazienta, fanciullo. Vedi, se io potessi alzarmi, verrei a bagnarti con la pezzuola le labbra. Se avessi denari, ti comprerei un raspo d’uva per spremertelo chicco a chicco nella bocca che ti arde. Ma non ho niente e anch’io ho sete e non posso muovermi. Dunque coraggio e pensa che c’è un Dio.

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Dagli ampi finestroni intravvedo un filo che non è nè luce, nè ombra. Oh come volontieri tirerei una cannonata per farmi spazzar via l’ultima nebbia. Io sento un acre bisogno d’aria fresca che mi folleggi pei capelli, pel collo, sulla faccia. Un po’ d’aria! Un po’ d’aria!

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È incominciata la visita da una mezz’ora. Laggiù chi va e chi viene, chi corre e chi chiama. Veggo il gruppo “consulente” che passa nella sala S. Pietro e si ferma al 69. La scolaresca si divide in due mezzi cerchi. Io non scorgo che un angolo sprepontato del letto. Vedo delle teste che si muovono, delle mani che appaiono e scompaiono, ma non capisco di che si tratta. I malati hanno tutti gli occhi su quel punto fisso. “Ahi! ahi! ahi! Ah Signor! Oh el me car signor di poveritt!” Che cosa diavolo gli fanno? La notizia percorre di bocca in bocca. Gli hanno cavate le intestine e rimesse al posto. Che operazione! Basta, ora è fatta.

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Il paziente è il 73. Antonio corre col colabrodo di rame colmo di ghiaccio. Il malato è seduto sul letto. Io ne sfioro coll’occhio la superficie cranica. La vedo calare e risorgere come se qualcuno avesse bisogno di sprofondarsi negli abissi della sua gola. Addio testa! Essa discende e non sale più. Sono lì tutti silenziosi, inchinati verso il soggetto che è una pena a vederli. Respirano, respiriamo. Gli fanno sputare degli sgorbi di sangue con delle strisce nerastre e gli danno una cucchiata di ghiaccio.
Infelice! Egli ha lasciato nella cesoia tre quarti di lingua e con essi l’anima della parola. Probabilmente il 73 non parlerà più che come i cani.

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Svoltano e vanno via. Ci sentiamo liberi come se ci avessero tolta una pietra dallo stomaco. Andate o ministri di morte, o gente senza pietà, o veste nere che ci terrorizzate. Portate via i vostri arnesi, i vostri ordigni contorti, lunghi affilati, puntuti, aggrovigliati che paiono serpenti. Noi siamo stufi, non vi vogliamo più.

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Il medico comune m’ordina “l’ingessatura.” Starò seppellito nel gesso per una settimana. Una settimana d’immobilità. Che gusto!

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Invece di una settimana mi si tenne ingessato nove giorni. Che noia, angeli del paradiso. Ero Prometeo inchiodato alla rupe. Non avevo di mobile che gli occhi. A qual sagrificio non mi sarei sottoposto per una semplice stiracchiata delle membra! A momenti avrei dato me stesso per un’alzata di braccio o per mettere cinque o sei minuti la gamba sulla costiera del materazzo – proprio sulla riva a farle prendere un po’ di fresco. E quando mi pruriginava? Erano battaglioni di formiche che mi percorrevano il corpo colle loro zampine microscopiche – leggere, che mi titillavano fino alla convellatura dello spasimo.

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Capisco, fare il servitore a tutti questi accattapani non dev’essere la più bella cosa del mondo. Uno vuole dell’acqua – un altro il medico o il prete – questi chiama – quello piange – Tizio desidera del tabacco da naso – Caio del formaggio di grana – là si ha fame – qua si ha voglia di discendere – altrove si caca e si piscia. Puah! Una vera porcheria. Ma intendetela una buona volta. L’inserviente d’ospedale non è mestiere per tutti. Qui si esigono uomini e donne pazienti – senza fiele – senza muscoli ribelli – nati fatti per compatire anche coloro che insultano. Persone direi quasi evangeliche, di una bontà innata – premurosi – solleciti – larghi di consigli – generosi di parole dolci – dispensieri di speranze. Oh se sapeste come è triste l’ammalato – come è intollerante – come è uggioso e quanto soffre! Via, siate buoni coi poverelli.

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Tu, buon Antonio, sei nato più per essere quartiliere di caserma che a soccorrere gli infelici. Non dai mai retta ad alcuno – bestemmi – sacramenti – incollerisci. Porgi le medicine o i cibi da ingollare, in guisa da farci sentire il peso della tua condiscendenza. Ci dai il pitale o il pisciarolo con dei modi che tradiscono l’animo tuo infiammato. Ci fai aspettare delle mezz’ore, dell’ore cose urgentissime. E come imbocchi, Dio degli dei! Per nove giorni ho dovuto subire la tua mano che mi dava la pappa, ma credilo, qualche volta, invece del cucchiaio, avrei addentato le tue dita. Sei troppo aspro, troppo sgarbato, troppo eccitabile.

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E anche tu, suor Matilde, anche tu lasciamelo dire, non sei imbevuta di precetti cristiani. Il tuo linguaggio sente assai della superiora e i tuoi servigi puzzano molto di padrona di casa che è stufa dell’ospitato. Ma la croce che ti spenzola dal fianco, la croce che ci fai baciare nelle ore critiche, non ti suscita nulla, non ti rammenta il Golgota, non ti dice ch’Egli, il gran Cristo, è morto per la salvezza comune? Cambia veste, suor Matilde. I tuoi occhi hanno ancora del fosforo, le tue carni sbuffano i rimasugli della vita e il tuo cuore è forse ancora capace di sussultare per un uomo. Butta alle bietolone la cuffia e lo zoggolo e attaccati al tronco maschile, Matilde. Iddio ti ricompenserà con una nidiata di fanciulli.

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Non vorrei venissero mai queste giornate. Tutta quella gente che entra e passa e si disperde, senza che alcuno si fermi al mio letto, mi fa male, mi mette addosso della malinconia, mi risveglia delle memorie. Ma perchè noi che non abbiamo più alcuno su questa terra, che non siamo che atomi dimenticati in mezzo ai vivi, non ci allineate in un corridoio unico – dove nessuno possa venire a turbare la monotonia delle nostre afflizioni? Là è una donna che piange, qui un fratello che singhiozza, lì una sorella che stringe una mano, altrove una mamma, un padre, un amico, un’amica che incoraggiano, regalano un arancio, un limone, un grappolo d’uva, un dolce. Quei nomi, quelle lagrime, quelle parole, quelle cose, sapete voi quale schianto ci diano al cuore? Io vorrei mi si impiombassero le palpebre in queste giornate di festa, in queste giornate sparse di tanta tenerezza, in quest’ora in cui tanti infelici sorridono del sorriso dei loro cari.

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Abbiate pietà per dieci minuti, o monatti. Non vedete quante persone affollano le crociere? Mancano ancora otto minuti alle undici e mezzo. Che cosa sono, in fin dei conti, otto minuti? Una pipata per voialtri monatti. Oh crudeli! Ecco là che lo alzano. Quale spettacolo, Oh gli animali! gli animali!  Dal lenzuolo gli sfuggono la testa e i piedi, Che piedi! Una cera chiesaiuola. Che testa! L’orribile nel giallo. Patapunfeta! È nel cassone. Un cassone sempre unto di carne umana che serve per tutti i morti. Presto, presto, andate via con quel vostro baule di materia. Finalmente! Il corteo ha svoltato per la via del teatro anatomico. Povero derelitto, tu almeno hai finito di dolorare e di patire.

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Il medico mi ha mandato nella sala dei convalescenti. Io gliel’ho detto e ripetuto: ma se sono ancora ammalato, se provo fitte dappertutto come prima, peggio di prima?
– Non siete ammalato soltanto voi, mi ha egli risposto. Voi contate una “degenza” di quasi due mesi. Immaginatevi se tutti ci stessero in letto due mesi! Dove si dovrebbero mettere gli ammalati nuovi sempre lì pronti alla porta, come sciame che aspetti di precipitarsi sul miele? Animo! Voi siete giovane e vi farà bene il sole della strada.
– Mille grazie.
E voi, povere gambe mie, vi acconcierete ai consigli del medico? Su, ritte, la ginnastica, il movimento vi daranno forza. Benefattori, gente pia, uomini di cuore, è questo il concetto grandiosamente umanitario che vi ha spronati a dare le vostre dovizie all’ospedale maggiore? Ma o signori amministratori, se non bastano cento letti, mettetecene duemila. Ma gli spiantati, i senzaletti, gli ammalati, non hanno forse diritto a un gramo pagliericcio? Risparmiate sui vostri stipendî, ma non spilorciate sulla poveraglia che ha acquistato il diritto di morire in un letto a spese del complesso sociale che sta bene.

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Lo stanzone è al primo piano a ridosso di quello dei cronici. I miei compagni di “sala,” hanno tutti una faccia patita patita – come se si fossero nutriti per dei mesi a pane stracotto. Alcuni sono come me, in letto, altri passeggiano su e giù nella veste a righe di tela da materasso, con grandissima noia di coloro che amano la quiete. La maggioranza è di una giovinezza decrepita. Porta già il suggello delle rughe e s’incurva e va via slombata e si piega su sè stessa che è una desolazione. La convalescenza, secondo me, dovrebbe essere ristorata. Ma invece il cibo se aumenta in quantità peggiora in qualità. Non ci si dà più che del pane, della minestra e della zuppa – l’una più cattiva dell’altra. Dopo aver trangugiato tante pozioni scellerate, dopo uno snervamento di quindici, venti, cinquanta giorni, dopo operazioni l’una più assassina dell’altra, non vi pare che si abbia bisogno di un bicchier di vino, d’un po’ di carne, di una coscia di pollastro, d’un po’ di verzura? Ditelo voi, signori, che di queste vivande ne mangiate tutti i giorni – pur non essendo ammalati.

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La notte in sala dei convalescenti è più tranquilla. Quassù non sentiamo il rantolo e l’asma delle altre crocere e neppure ascoltiamo le brusche esclamazioni saettate nel fitto del silenzio e del buio come una schioppettata. Siano rese grazie al Signore.
Gli ampi finestroni aperti, ci cambiano con qualche sollecitudine l’afa ospedaliera che ci toglieva il respiro e ci provocava il vomito. Me ne faccio una scorpacciata d’aria fresca. Vieni, vieni a ventarmi nelle orecchie – a baciarmi il viso, a buttarmi all’aria i capelli lunghi, i capelli ingarbugliati da tanto tempo. Oh come mi fa bene e come pregusto la soavità di questa frescura, pensando a quell’altra, infetta di droghe medicinali, ti traspirazioni oleose di carname, di escrementi lasciati lungo la notte, fino a giorno strafatto, nei vasi, in compagnia di tutti que’ fiati colerosi su, addensati, cercanti invano un’uscita!

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Abbiamo la strada sottoposta che alla sera è un mercato e alla notte un gran viale selciato in un deserto, percosso a quando a quando da tacchi o baldanzosi o stracchi o monotoni o allegri che si inseguono rapidamente. Ma non ci lamentiamo. Si prova, dopo tanto tempo, un desiderio tale di vita che anche il rumore, che anche la gaiezza altrui, ci fanno piacere. Per un momento, godiamo con loro. Sentite, sentite come sgola la ragazzaglia. La sua voce percote la mia parete come lo scoppio addolcito di un petardo che muore in cantina. Su, cantate giovanotti, date fiato alle canne. Bravi, così, così mi consolate. Più acuto, più acuto quell’a solo. Esso dovrebbe sfondare il cielo. Ma perchè ve ne andate? Io ho paura di quelle colonne lì in piedi come giganti in attesa di buttarcisi sopra. Risquillate, o gioconde voci, nel mio orecchio. Io ho bisogno che questa notte sepolcrale sia rintuonata – temporalizzata. Ma voi continuate ad allontanarvi e l’eco della vostra canzone mi giunge come una mestizia – come il finale di un singhiozzo. Ma di che cosa ho paura? Non lo so. Ma quest’ombra mi pesa sull’anima e mi attristisce. Giovanotti, su su, cantate, allegratemi, rompetemi questo silenzio che m’uccide, fugatemi via questo cruccio dal cuore.

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Sono disceso nel girone di passeggio. Un cortiluccio che vorrebbe arieggiare il giardino, cinto da una muraglia e da due deretani di case. A sinistra è una scala a ringhiera di ferro, che mette al compartimento femminino. Il resto è un desiderio. Delle panche di granito ruvido che punge come uno scoglio, cinque o sei moroni tisici che cacciano svogliatamente le corna o restano eternamente svettati ai tronchi infecondi e delle grosse zucche gialle, incappellate dal fogliame smorto che s’ingarbuglia sull’angolo della tettoia.

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Una quarantina di convalescenti sono qui pigiati, a capannelli, in terra, sulle panchine o sdraiati lungo i muri, la pancia all’ombria. Faccie che stringono la milza. Terree, olivastre, azzurrate, calcinate, butterate, scarne, rugose, pezzate dai patimenti. Vecchi e giovani si confondono per quell’aria vecchiona che li imbozzachisce. Vicini a loro, davanti a loro, in mezzo a loro, spira un malessere che strazia. O poverelli, o meschini, o tribolati, o lazzari, o piagati, perchè vi ostinate a rimanere sur una terra ingrata – una terra che non dà per voi frutto alcuno? Dite, non è assai meglio la pace umida della fossa, dove tutto tace – perfino il budello insaziabile che ci impresciuttisce ogni giorno? Datevi la mano – urtatevi se non avete coraggio – ma sparite – ma seppellitevi – ma finitela con questa vitaccia che vi logora e vi spolpa e non vi lascia una lagrima per piangere.

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Mi sono avvicinato al gruppo illustrato dal sole. Paiono marmi slavati dalla tempesta. Il più nasuto, la ventraia nuda fino all’ombelico – le gambe incavallate, parlava trinciando l’aria. È il novellista del sito.
– Ve la dò per quello che vale, diss’egli – ma vi giuro che non aggiungo un ette. Me l’ha raccontata l’86 questa notte. Brrr! Sento ancora freddo.
– Sentiamo! sentiamo!
– In Torino, in via…. aspettate, non mi ricordo più ma fa lo stesso. In Torino dunque abitava il solaio di una casuccia, una povera vedova con quattro figli, tre femmine e un maschio. La madre orlettava in una calzoleria e guadagnava 75 centesimi al giorno – la festa esclusa.
– E i figli?
– Non interrompetemi: guadagnavano niente i piccini! Ma sì! Permettetemi di accorciare perché ho la voce in cantina. Non mi danno che lattate e zuppe, porcodio. Dove sono rimasto? Va bene. Alla vigilia di san Michele – una giornaciaccia per la poveraglia…
– Dillo a me!
– E a me!
– Tira via, tira via, che non voglio saperne di miserie.
– Alla vigilia di san Michele, questa disgraziata che non aveva saputo mettere da parte i denari dell’affitto….
– Come doveva fare povera diavola?
– Concepisce un terribile progetto. Guardate se non mi viene su la pelle di cappone? Compera tanto come uno staio di carbone coi denari della settimana, lo accende in mezzo alla soffitta e si corica sul pagliericcio coi bimbi che si stringe al seno.
I convalescenti si urtano alle spalle.
– Una tragedia moderna, senza spargimento di sangue, consumata nel silenzio – forse nel sonno – ma tremenda, ma inaudita – ma spaventevole.
– Basta o tu ci farai morire!
– Il proprietario di casa avendo battuto all’uscio tre o quattro volte, pensò a uno dei soliti sanmicheli in punta di piede. Ho da spiegarvi come si fanno questi sanmicheli?
– No, per amor di Dio!
– Fece atterrare l’uscio ed entrò col fabbro. Quale spettacolo! La madre era là, pallida – con uno sberleffo tra i denti – i figli serrati nelle braccia, che riceveva negli occhi ingusciati due fili di sole che lasciava scappare la tettoia. Un gruppo di cadaveri – il pellicano morto coi nati.
Rimasero stupefatti per qualche minuto.
– Virgilio, tu ce l’hai data a bere, eh? Ma è troppo grossa. Va!
– Vera come è vero che io sono cristiano battezzato…. porcodio!

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Ecco il dottore d’ispezione. È il più giovine ma il più inumano. Ci tratta come tanti mascalzoni. La sua parola è sempre un insulto. “Che cosa fai? Fuori la lingua! Va in camerata!” Perchè tant’odio contro un tapino ammalato? A sentir lui, noi non siamo che mangiapani a tradimento, che “lazzaroni coll’osso nella schiena.” Che cosa vi dicevo io? È qui a farne una delle sue. Strappa brutalmente le pipe dalle bocche e le schiaccia sotto al calcagno con un certo gusto di tiranno depravato. “Chi fuma non è ammalato.” Dottore, dottore, abbasso quella mano sacrilega! Egli ha percosso suo padre. Un vecchio dai capelli bianchi che lottava per salvare l’unico spasso della mente: la pipa.

Dal mio sfogliazzo

Cado sfinito, stramazzato anco una volta come quercia dal fulmine. Non ho più ideali, non ho più sentimenti, non ho più speranze, non ho più desiderio di vincere. Mi arrendo malconcio. Ma no, no! non mi si dica pusillanime, non mi si parli di volere e potere e soprattutto non mi si teorizzi sul libero arbitrio. Due menzogne – due fate che inseguite sempre e non raggiunte mai. Ho io indietreggiato davanti al freddo, alla neve, ai cenci, al capezzale di pietra, di terra, di paglia, davanti alle infinite quaresime che mi hanno ridotto ai minimi termini? Io ho voluto, sapete, tenacemente voluto il mio piatto al banchetto della gente che lavora, ma invece! Oh andate filosofi, andate!
In otto giorni, non mi sono messo sotto ai denti trenta centesimi di pane misto. A che dunque questa parvenza d’uomo libero – questa chimera che poetizza la vita ma non la soccorre? Il pane l’ho veduto ammucchiato nelle vetrine dei fornai e il salame l’ho aspirato rasentando i salumieri, ma il mio ventre aspetta ancora e l’uno e l’altro. Ed anche voi, polli cotti arrosto, vi ho ardentemente desiderati al mio desco, ma invano le mie mascelle attesero. Sì, io son libero. Libero di sbracciarmi in faccia al sole, di tuffarmi nel naviglio, di scaraventarmi da una delle gugliette del Duomo, di morire di consunzione famelica. Questo sono libero di fare. Ditelo voi, scorze di poponi, quante volte le mie labbra si sono abbeverate in voi e quante volte ho sedato il tumulto dello stomaco inghiottendovi. È a voi cui debbo la vita più che agli uomini, a voi, unico mangime concesso ai poveri che non hanno il coraggio di mettere le mani sulla proprietà altrui. O libero arbitrio, o libero arbitrio, quante buassaggini in tuo nome!

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Oh va! Anche da te mi disgiogo, Signore! Tu hai mentito come il più gramo dei mortali. Mi ti sono prosternato pregando e accettando umilmente i tuoi decreti di bronzo. A’ tuoi capricci, alle tue percosse, alle tue collere, alle tue nequizie, ho curvata la fronte e ho baciata la falda del piviale che mandava profumi in tuo nome. Ma ora mi ribello, mi sottraggo per sempre. Sono stufo di aspettare sginocchiando la clemenza che non viene mai, stufo di pazientare ruminando preci insulse – preci fatte per gabellare la poveraglia che supinamente crede. Che ti avevo e che ti ho fatto io, perchè bestialmente tu compia un’altra vendetta negra, bassa, più bassa che le cose umane? O Altissimo, o patrono, o salvatore, ascoltami: Se esisti perchè dài agli uni i patimenti, agli altri le ricchezze? Se non esisti perchè citrullescamente consumeremo il fuoco dell’anima adorandoti? Se esisti dov’è la vantata tua bontà, la decantata tua giustizia, l’idolatrata tua misericordia, se punisci gli innocenti e premi i peccatori, se ingrassi il lardo e disgrassi le ossa, se scaldi le stufe e geli il ghiaccio, se sorridi ai forti e prorompi sui deboli? Sì, sì, ne ho fino alla gola del tuo precetto: Poveri, patite chè il vostro regno non è in terra. In cielo? Le mie ali sono troppo spiumate perché io mi innalzi a volo fino a casa tua. Preferisco un’anitra allo spiedo alle delizie messianiche. O chi vuole la mia parte di paradiso per un anitra allo spiedo? Giocoliere, illustre ciurmadore, sono caduto nella tua rete, ma la rompo sai. Io mi divincolo dalle tue strette e passo al campo opposto. Ma senti, se è vera la tua onnipotenza perchè mi lasci tu in mano questo mozzicone di penna che ti infama e non stringi le tue maglie invisibili per strozzare la mia baldanza? O essere impalpabile, ov’è l’occhio che vede ovunque, dove sono le tue dita che stringono come i tentacoli, dove è il tuo piede che schiaccia i poli e rovina i mondi? Celebrato mariolo, ecco la tua impotenza. Tu hai usurpato la fama. Io mi levo dal gregge, squadrandoti i pugni serrati. Ma se non esisti, perchè ti hanno innalzato templi ed are e mi ti hanno confuso nel mio sangue, immedesimato nella mia pelle, plasmato col mio corpo, piantato nel mio cuore, insediato nel mio cervello? Oh ma finalmente io ti sradico e ti scaccio o sifilide celeste. Qua, qua del sublimato corrosivo. Io voglio, io voglio guarire. Sì, la fede di mia madre, la fede ereditata, la darei al cane, se valesse un osso o al diavolo se mi potesse dare una fiammata. La do invece alla cisterna. Concimatela e fate un pero per quest’estate. Addio religione che mi hai perseguitato dal giorno che ho abboccato il capezzolo. Il tuo Dio è morto. Oh ma ancora un dubbio! Ma perchè, ma perchè? Non si è egli sbugiardato? Non si è egli rivelato un volgare truffatore di fama e un giudice cretino? Via, via, io non ti voglio più. Se esisti ti sputo in faccia, perchè crudele, perchè assassino, perchè ignorante perchè vendicatore e se non esisti mi palpo gli occhi e cerco una lagrima per le ore stolidamente sciupate.

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Ho la bile negli occhi e mi sento, digiuno, trasportato alla battaglia. Ma o signori chi siete, voi che passate tronfi come tacchini, sbuffando la vostra opulenza, schizzando in faccia agli ultimi venuti il fango delle vostre carrozze? Chi siete voi che mi urtate senza rialzarmi, che mi subissate col vostro disprezzo e mi sputate sulla schiena senza dirmi: scusa? Il vostro nome o illustri ganasciuti che vi mettete dappertutto, che sequestrate tutto e che dappertutto comandate, imperate, signoreggiate? Per voi soli quei miracolosi palagi edificati dalla plebe, quei cavalli che nitriscono il sudore del villano, quelle cucine sbuffanti la lussuria delle pancie – quelle stoffe quelle sete, quelle trine intessute dalla ciabattaglia umana che immiserisce e crepa? O diteci per quale via e con quale diritto siete entrati nel regno della baldoria? Non è più il ragazzo, è l’uomo che v’interroga. Su parlate. Oh anche le donne, anche le figlie rapite, Guardate, quella fanciulla che passa sultanescamente sdraiata nella vittoria, che dispensa promesse dal verdemare degli occhi, l’ho veduta io al lavatoio, ginocchioni, sulla pietra a torcere a due braccia le vostre lenzuola! Quest’altra ancora rosseggiante di salute, l’aria matronale, gli sbuffi al seno agitato, è passata al posto della signora che serviva. Oh che corruzione, oh che putredine dorata! Tutto, tutto è vostro. Vostre le nostre colazioni, le nostre cene, i nostri panni, le nostre abitazioni, le nostre fabbriche, le nostre donne. Oh perchè non ci prendete l’aria, il sole, l’acqua? Anche la moglie del parrucchiere! O mondo, o mondo ma la proprietà, ma la famiglia, ma il santuario domestico, ma le leggi? Vincitori, un po’ di pietà pei vinti! Perchè trascorrete da baroni quelle vie selciate colle nostre mani e quei campi maturati dai nostri compagni di sventura – alla sferza del solleone che li cuoceva?

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Io non mi raccapezzo più. Le mie idee diventano un macchione. Che cosa ho scritto? Ero dunque pazzo? Chi mi ha insaccato l’odio e chi mi ha strappato tante bestemmie? Oh signore pietà per un povero demente. Ho offeso voi, ho offeso la società, ho offeso il mio prossimo, perdonatemi tutti. Io avevo fame, io avevo la febbre, io ero sovraeccitato da una furia infernale. Mi prosterno, la lingua al suolo e aspetto il castigo. Oh io sono colpevole. Io merito la vostra ira, signoreiddio. Castigami, castigami. E voi uomini, passatemi sopra, calpestatemi, flagellatemi. In un lampo di pazzia ho creduto di essere uguale a voi. Flagellatemi!
Dal mio sfogliazzo

Insegno da tre mesi a due giovanotti tarchiati ciò che avrebbero potuto imparare a otto anni, nella seconda elementare, per pura combinazione. Il padre un bel giorno si sentì dire dal prete della parrocchia: ohè, Santino, perchè non fate imparare a leggere e a scrivere Luigi e Gaetano? St’altro anno li ammoglierete e non sapranno scrivacchiare il loro nome. Guardate i figli di Luraschi che è meno ricco di voi? Fra qualche mese li vedremo avvocati del comune.
– Avvocati fin che volete, ma poveri diavoli. I miei ragazzi, evvia…. Il danaro ripara tutto.
– Non sempre Santino. Col denaro non si va in cielo.
– Si starà in terra, don Giovanni. Ma in coscienza se vi ordino trenta o quaranta messe, non me le dite?
– Si sa!
– Dunque? Non siete voi che mi avete detto che tornano tutte in favore delle anime nostre?
– Si sa!
– Dunque? Ma non voglio contraddirvi don Giovanni. I miei figli hanno del ben di Dio e possono sapere quello che non sa il loro padre. Io ho vangato e loro studieranno. Non avreste voi un maestro?
– L’ho.
– E allora mandatemelo, che Dio vi benedica. Datemene una presa e che la sia finita.

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Ho conosciuto don Giovanni e mi trovo contento. Che cara persona! È un prete che non somiglia punto alla moltitudine. Ha più dell’uomo che del prete. Il pio linguaggio fluisce al cuore come benefica rugiada. È caritatevole, buono, affabile. Il suo pane è di tutti. Consiglia, eccita, rianima. Prega coi peccatori, piange cogli afflitti, ride coi buontemponi e saluta l’ultimo dei paesani col miglior garbo del mondo. Per lui la religione è una fase ma non la vita. “Perchè, mi diceva, far sciupare tanto tempo alla povera gente, se il primo dovere di ogni bon cristiano è di accudire ai bisogni della famiglia? Dio non ha bisogno di noi. Egli ama il bene, non il sacrificio.” In altri tempi sarebbe stato un fervente sansimonista. Conosceva la storia e le teorie di questa setta come il veni Creator spiritus. “Quanta fede in quel padre dell’umanità a trentasei anni! Me lo vedo sempre davanti agli occhi, nella sua casa a Ménelmontant, co’ suoi quaranta discepoli. Ampio di spalle, mente serena, occhi pieni di pace trasfigurato come un Dio. E che concetto aveva del sacerdote! Enfantin, lo voleva bello, buono, saggio. Bello, perchè la bellezza vince, buono perchè è lui che dovrebbe congiungere o meglio avvicinare le classi in lotta fra di loro.” Don Giovanni, sognava un’umanità senza rancori – un’umanità abbracciata, trasfusa in un benessere generale. – “Ma perchè queste differenze? O non siamo tutti uguali davanti al Signore? Ve l’ho detto, io ammiro Enfantin. Io sono con lui a odiare la miseria e l’oziosità ereditarie. Perchè in fin dei conti, il nodo è tutto qui. Che ciascheduno dia al prossimo la sua parte di lavoro e che ognuno ritiri un adeguato compenso. Non vi par egli giusto, non si camminerebbe via senza tante discussioni sul lavoro accumulato e sulla trasmissione dei beni? Quei poveri villani, santo Iddio, meritano qualche riguardo. Mangiano il pane di meliga tutto l’anno e che cosa si mettono nel granaio?
“Abbiamo in paese quattrocento e più anime e non ci sono che due o tre famiglie che non siano in debito col padrone. È una brutta storia. Io non le predico queste cose per non mettere di mal animo nè gli uni, nè gli altri. Ma santo Dio! Un po’ di carità non farebbe male. Tiran su i polli con cura materna, ma chi li mangia? Il padrone che impone le onoranze. Sudano a far maturare l’uva, ma chi beve il vino? Il paesano lo beve difficilmente nel dì di Natale. Fanno una buona raccolta di gallette e chi è che si mette in saccoccia i quattrini? Il padrone che si paga delle tempeste, delle arsure, delle gelature. Io non voglio dir male di nessuno. Ma un po’ più di cuore, signori.” Nella confessione, era di manica larghissima. Me lo diceva lui. “Ascolto perchè lo vuole la pretrocrazia. Ma quali peccati possono commettere? Si alzano la mattina prima del sole e si coricano dopo di esso. Lavorano come buoi al giogo, dormono come le bestie e come le bestie si moltiplicano. Ora se qualche volta marinano la predica, cosa volete dir loro? Già, son sempre le solite panzane mummificate dagli sbadigli. Io non posso dir loro che pregate e pregate. È il mestiere che vuole così.” Ottimo don Giovanni! Io ti ricordo con affetto gentile. Ma perchè non lasci quel tisicuzzo di campanile e non corri tra i servi della campagna a dir loro evangelicamente che siamo tutti figliuoli di Cristo e che Cristo è morto per la redenzione di tutti?

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La lezione la facevo in cucina – uno stanzone lungo, largo, nero come la fuliggine. Il tavolaccio su cui si studiava, era sempre unto, sempre sucido, sempre cosparso di bricciole di polenta e di minuzzolini di pane. Qualche volta, mi son fatto vedere a pulirglielo, ma fu lo stesso. Per loro la pulizia non era un bisogno.
Appena i ragazzini mi vedevano spuntare dalla scorciatoia, si spandevano pei campi a gridare: el maiester, gh’è chi el maiester. I due studenti, dopo un quarto d’ora o una mezz’ora, comparivano trafelati, gocciolanti, i piedi imbragacciati, le mani inguantate di palta, con una gran voglia di mangiare. Aprivano l’armadione e addentavano un “grugno” di pane che stritolavano spiegando i quaderni o i libri di lettura. Si incominciava circondati da una brigata di fanciulli che stava lì stupita, a guardarci come bestie rare a fianco al vecchio che ci veniva col Lima, un cagnaccio di guardia che si appiatava, il muso tra le gambe.
– E così avete fatto il dovere?
– Poveri giovanotti, rispondeva il padre, dove volete che trovano il tempo?
È la segatura del fieno. E se non ci sta al pelo a quella razzapaglia di braccianti, si verrebbe a casa coi carri vuoti. Del resto non monta, se non basteranno tre mesi, ve ne pagherò quattro, vi basta?
– Gaetano, ripetetemi l’alfabeto.
– Era come se gli domandassi: il nominativo va prima o dopo il verbo?
– Ditelo voi, Luigi.
– A, n, o….
– Ma no, ma no. Bisogna metterselo nella testa, bisogna. Lo ripeterò ancora una volta, ma state attenti. Mi raccomando.
E con pazienza benedettina infilzavo le ventitre lettere. A be ce de e ef. Ricordatevi che le vocali sono cinque: a e i o u,
– Gaetanino, quante sono le vocali?
– Sei.
– Ditelo voi Luigi.
– Quattro.
Ci vollero due mesi nè più nè meno per ruscire a far loro distinguere le consonanti dalle vocali.

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La mia scolaresca è cresciuta. I due sono diventati cinque. Ottimo don Giovanni, grazie. Tu vai a caccia di analfabeti e mercè tua le venti lire milanesi sono salite a trentadue. Un marengo, un franco e trentaquattro centesimi. Non muoio più. Il suo uncino sarebbe stato di farmi nominare maestrucolo in paese. “Ma il comune è così povero, Signoreiddio. Se il sindaco potesse spendere centocinquanta o duecento lire, non vi mancherebbe più pane, credetelo. Un po’ di qua, un po’ di là, la stanza gratis… Ce ne sono qui delle stanze vuote! Il vitto tra noi costa un niente. Quattro patate, delle cipolle abbrustolite, una brancata di ciliege, una mela, che so io? Voi vi contentereste, nevvero? Purchè si faccia colazione e si desini. A voi che importerebbe? Qualche volta vi vorrei a mangiare al mio desco tanto per far quattro chiacchiere. Questo isolamento, questa solitudine, questa vegetazione… Ve lo dico io che è una noia. Che mi valgono gli studi teologici e letterari, in mezzo a questo gregge macilento col quale non è possibile alcuna discussione? Quando mi dite che sono felice…. Un prete felice! Sapete che cos’è un prete? Un vivo nella tomba. Un uomo che non è uomo. Un essere obbligato a soffocare, a dimenticare, a comprimere. Oh assai meglio il carcere, il bagno, la catena del forzato. Avere un’idea che balza, un cuore che sente, un’anima che vorrebbe vivere, slargare il volo, volteggiare in orizzonti più ossigenati e sentirsi i cento mila fili invisibili che impacciano, che ingarbugliano, che legano e sopprimono.
– E voi buttate alle ortiche…
– Lo so, Giorgio. Voi siete un bravo ragazzo. Disfatevi del cilicio che vi fa sanguinare le carni. Sì; si fa presto a dirlo. Ma a farlo! quando non è vostra neppure la terra che calcate? Io ho visto qualche caso. Ho visto qualche coraggioso. Ma ohimè! quale stracciatura! No, no! tutto il mondo sarebbe contro di voi. La clericaglia vi chiamerebbe apostata e vi perseguiterebbe in tutti gli angoli del globo terracqueo. Voi siete giovine, e non sapete quanto sia potente l’odio inestinguibile della clerocrazia e dei suoi affiliati. Vi rimane la borghesia, apparentemente bonaria. Ebbene per voi è un altro nemico implacabile. Quelle quattro penne che per accidenti salutarono il trionfo delle idee che vi hanno soffiata l’audacia di separarvi per sempre dal popolo eunuco e fannullone, somigliano ai fuochi fatui. Passato il calore che esce di notte dal suolo concimato di carname, non vedete più nulla. Voi, illuso, scorgete negli uomini tanti amici e credete di trovare le braccia sempre pronte a serrarvi al petto. Ma provatevi. Provatevi a dire: eccomi libero: io ho i baffi alle labbra e i capelli sulla cotenna ostiata. Ho della forza muscolare e una testa: eccovele, le metto a vostra disposizione. Infelice! Si torcerebbe il viso come davanti a una carogna. “Un prete, uno spretato!” I sedicenti uomini di carattere, quelli che sono rimasti imbecilli tutta la vita, vi direbbero di più: vi chiamerebbero girella, Giani quadrifronte – tali dalla coscienza elastica e dai principii mercanteggiabili. Uno spretato! Eh, via, peste! E a tutte l’ore, a tutti i minuti, questa parola crudelmente ingiuriosa vi rintronerebbe le orecchie. Questo, Giorgio, si vedrebbe.
– Io non mi sgomenterei.
– Bravo. Voi, con un tocco di penna e dieci centesimi d’inchiostro non vi sgomentate e vi fate largo urlando. Vero? Ma siamo pratici una buona volta! Se assalite nessuno, se annoiate, il pubblico vi lascia morire nel ridicolo. Se invece disvelate il vostro pubblico, il pubblico che avete conosciuto, addio alla pazienza. I preti sbucherebbero come le bisce velenose per conficcarvi l’aculeo mentre passate – i secolari vi ammazzerebbero scaraventandovi del loro fango. Come la donna. Essa ha potuto tuffarsi in un bagno per lasciarvi le peccata e la memoria della sbordellatura. Ma la società, che pompeggia la generosità che non possiede, la respinge e le rammenta trionfante di libidine, il passato. Credetelo: la prostituta e il prete non si riabilitano.

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Fra i venuti, il più piccolo è anche il più intelligente. Sa compitare con una certa disinvoltura e distinguere il nome dal verbo e l’aggettivo dall’avverbio.
– Tommasino, lo è articolo determinante o indeterminante?
– Determinante.
– Gaetano, uno una, sono determinanti o indeterminanti?
– Determinanti.
Non mi lasciavo mai scappare un: bestia! poichè sapevo l’orgoglio del padre. Sarebbe stato capace di licenziarmi issofatto. Tacendo, egli credeva nell’ingegno di quei due mammalucchi e godeva stropicciandosi le mani e aspirando presa su presa. Qualche volta, finita la lezione e usciti gli scolari, egli mi si faceva vicino colla scranna, incavallava le gambe e cogli occhi sulle calze a bracheloni, mi domandava: Non vi pare che i miei due non siano i più intelligenti?
– Mi pare. Tutto voi, mio caro Santino.
– Tirava fuori un bottiglione e due bicchieri e li riempiva.
– Dopo tanto chiacchierare avrete sete. Bevete. Alla nostra salute.
– Alla nostra.
– Mio padre, buon’anima, mi convinco che era davvero un asino. Se mi avesse fatto studiare! Lo sento qui nella testa. Capisco che sarei diventato qualcosa. Vedete, da quando ci venite voi, quanti mesi? Otto mesi? Ebbene, in otto mesi, ascoltando e vedendo scrivere sulla lavagna, so già leggere le insegne. Ieri ho fatto strabiliare il sindaco: ho letto in un momento, senza pensare, lì per lì come niente fosse: osteria del Cappello.

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Non voglio il rimorso di aver taciuto una pagina del cuore. Un amore in quella condizione finanziaria? Così è miei cari. Dopo miledy, venne la sartina della scuola di madam Blaquer.
Quando mi spedavo collo scatolone e mi ci trovavo in mezzo al gruppo di quelle giovani che sbocciavano rigogliose, e si sviluppavano direi quasi sotto ai miei occhi, non mi era mai passato per la mente di farmi un’amante. Ero troppo umiliato. – Giorgio, la mia colazione – Giorgio, fammi bagnare la zuppa. – Come si fa, le dicevo, a mangiare la zuppa una ragazza come lei? – Discendere colla tazzina, entrare nel bois, attraversare la strada col fumo che sale e sale e pare che dica ai passanti: guardate! guardate chi passa! Alla mia età, colle mie chimere, dopo aver letto la Divina Commedia! Era il massimo dei supplizi. E poi madama era troppo furba. Dietro i suoi occhiali, vedeva tutto: chi smorfiava, chi cuciva, chi non cuciva. “Guardate ragazze! Sei tu Rosa che chiaccheri. Voglio vedere quelle dita muoversi. Sono le dita che fanno i punti. E quegli occhi sul lavoro. Non mi fate perdere la pazienza!” Era più seccante di un secondino lì a sorvegliare i condannati al silenzio. Se si veniva a chiamarla, per passare nel salotto di ricevimento o in qualche altro luogo, si respirava, si emettevano delle fiatate di sollievo. Gli aghi si fermavano nella stoffa e il chiacchericcio sommesso, affrettato, a sibili, a contorsioni, a parole spezzate, punteggiate, riandava tutta la gamma. Una sentinellava all’uscio d’entrata e le altre in punta di piedi, correvano allo specchio, cinischiavano, si attorcigliavano le vesti in confezione, si baciavano in bocca, sugli occhi, con degli aggettivi sì e no sostantivati che lasciavano il bruciore. – Vœuj fait su on sciscion, vœuj! Oppure si ingroppavano nel vano della finestra, gli occhi attraverso i larghi delle imposte socchiuse, a tagliare i panni a chi passava. – Varda che sparpatola! – e quella là inscì che cismoin? – tira innanz, voj sciavatta! E tante altre di quelle che il galateo non mi permette di ripetere. – L’è chi, l’è chi. In un attimo come stormo di uccelli, ritornavano al tavolino. Madama rientrava e gli aghi riprendevano la lena di prima.

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Quella che divenne mia, si chiama Adele, ed era forse la più giovine. Il complesso un tronco audace. Quattordici o quindici anni, un incendio negli occhi, una calamita tra le labbra, un seno che scoppiava pulsando, un fianco prepotente che rigurgitava disotto alla stoffa fantasia e tutta una carne ammantata di freschezza e di salute. Una edizione principe scorretta.
Di sera, l’aspettavo che uscisse dalla scuola senza farmi vedere dalle amiche e tutti e due, lei al mio braccio, io stringendoglielo, ce ne andavamo soletti, a bastionare la storia eterna dei baci. Quanta tenerezza in quel gaudio fugace, trepido, labbra sopra labbra, in piedi, lo sguardo che si spingeva al di là degli alberi in cerca di un ombra, le orecchie tese che aspettavano un piede spietato per sciogliere il gruppo allacciato, innamorato! O testimoni muti, o ippocastani alti, generosi, quante volte ci avete sorretti mentre ci suggevamo il tripudio dei sensi! E voi, sedili di granito, tombe di tanti amoretti nati e morti in un’ora, come eravate morbidi per noi che non avevamo neppure uno straccio di solaio, da ricoverare l’idillio dei nostri anni in ebollizione! Rammentandomi d’Adele, sotto al suo cappello che l’imbruniva, io ringiovanisco, io rivivo e mi trasporto in quelle sere gonfie di succo vitale, lastricato di carezze, feconde d’indicibili rapimenti mentre s’aveva un problema nello stomaco, Oh, ma perchè non si muore nella felicità dell’amore, se anche l’amore strapiomba, subisce la legge volgare del corpo?

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Con lei furono tre mesi altalenati di desiderii a mezzo soddisfatti. Ma i più belli, i più veri, i più memorabili di tutta la mia vita trambasciata. I pensieri vergini, il cuore vergine, l’anima vergine. Era il senso che germogliava sotto il fuoco della prima passione. – O Adele, noi ameremo, noi saremo più di una volta amati. Ma i miei baci, ma le tue carezze, ma il nostro alito, ma il tuo silenzio, ma i nostri abbracci, non li troveremo più, mai più.

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Eravamo parchi di parole e di promesse. Quando ci sentivamo vicini, non sognavamo più nulla. Era molto se si diceva: ti piacerebbe essere mia, tutta mia? Oppure:
– Mi vuoi tanto bene, Giorgio?
– Tanto!
Tuttavia una sera fui sorpreso. Era buio buio e pestavamo la neve che incominciava a liquefarsi. Noi, senza punto curarci dell’umido che succhiavano i nostri piedi e del freddo che ci marmorizzava la pelle, sostavamo suggellandoci una vittoria di baci. Le avevo appena schiacciato le labbra ch’essa fantasticando, mi sparò a bruciapelo:
– Scappiamo!
– Pazza!
Con questa parola le avevo frantumato la cimba del suo ideale, Un’altra volta sdrucciolò in un altro desiderio.
– Come sarebbe bello, Giorgio, avere una casuccia bianca bianca, in mezzo a un bosco vestito, tutto verde, colla capra…. Una capra da mungere.
E io di rimando:
– E una zatteruccia da percorrere un lago increspato, di notte, quando la luna inaffia la superficie e la natura esala il suo inno fecondatore!
– Ma tu scherzi.
– Sfido, io! Hai desiderî di regina.
– Eppure sarebbe bello, Giorgio. Oh! una casuccia, un bosco, una capra.
– Pazza!
E ci risuggellammo – labbra contro labbra.

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Madama Blaquer diceva che le “laniste” del lunedì non sarebbero mai e poi mai divenute sarte di cartello.
– Il lunedì, diceva la maestra, porta via quello che si guadagna e si impara nella settimana.
Lungo la predica, arrivava perfino a giurare che essa non aveva mai “fatto” un lunedì. Ma le ragazze, quando spiegazzava tanta vanteria, si davano nei gomiti e si parlavano cogli occhi…. A noi la vorrebbe far bere! Se poi usciva, stava fresca. La prendevano per le spalle, l’adagiavano sul tavolo e la svestivano addirittura. Ricordavano le sue numerose “scappate giovanili,” disseppellivano il suo parto prima del matrimonio – chiamavano in soccorso un presidente della Corte d’Appello maritato, che aveva fatto le spese “d’impianto” per aprire la scuola e per soprassello, numeravano i “corni” continui e peccaminosi, ch’essa faceva a quel “povero” marito – un brav’uomo che non li “meritava.”
– E tutto per chi? Per un brutto gnocco che metteva schifo. Fosse almeno bello!
– Almeno!
– Mo lo prenderei io.
– O io, per pelarlo.
Rinunciare al lunedì? Era più facile che rinunciassero alla cena per tre sere di seguito.
Incominciavano a dipingerselo al martedì e tutti i giorni se lo promettevano con qualche aggiunta. Si vedevano là nel fitto della baldoria, eccitate dai ballabili che sprigionava il verticale, salutate, riverite dagli aspiranti, come tante signore. Talvolta i loro piedini provavano l’acre prurito di saltellare, di strisciare, di battere tre volte il tacco del biondino – uno dei più bravi danzatori alla “vivadio.”
Aveva un bel minacciare, madama: vi manderò via – ne prenderò delle altre. Tutti i lunedì erano eguali. Ciascheduna compariva alla solita ora, allo stesso luogo, coi soliti propositi di farne “una pelle.” Io mi ci sono trovato della partita più d’una volta. Il punto fisso era l’Albergo di Loreto – un portone che potete vedere a cinquanta passi fuori di Porta Venezia. Era quello il ricettacolo delle marinatrici di tutte le scuole. Appena si vedevano, si scambiavano poderose strette di mani, baci che risuonavano, abbracci comici.
– Te le bigiada?
– Mi sì e ti?
– Anca mi.
– E lassa che la vaga!
Il pubblico maschile era anch’esso speciale e meriterebbe uno schizzo a carboncino. Erano giovani di mercantelli, comunemente conosciuti sotto il nomignolo di spazzabaslott, lavoranti sarti, copisti d’avvocati, scritturali dei banchi lotto, camerieri a spasso e altri. Sentivano tutti del bravaccio. Il cappello alla scappa via, il goletto artistico che si slungava in due fettuccie sul petto, la cravatta color sangue di coniglio, la giacca sciancrata, i calzoni che inguantavano. Come nell’abito, avevano abitudini e modi affatto propri. La loro arma di conquista per esempio, non era l’eloquenza. Erano gli occhi e le gambe: gli occhi bevevano su le ragazze ghiottonescamente, ladrescamente: le gambe satolle, pronunciate, tiravano come il parafulmine. Ballavano come nessuno sa ballare. La fanciulla diviene cosa del ballerino. Essa non ha che movimenti isocroni. Ma questi movimenti, intendiamoci bene, si producono colla stessa spinta, colla stessa rapidità voluta dalla musica scapigliata, colla stessa dondoleggiatura graziosa, in guisa che l’una non affatica l’altra. Il giovine se la fa sua colla destra nella destra, la sinistra intrecciata nella sinistra sulla schiena di lei – quasi punto d’equilibrio – petto contro petto, guancia contro guancia, nel vortice, nella vertigine, piegando, piroettando, zampando spesso come puledri capricciosi. È una danza indefinibile. La si prova, ma non la si scrive. Sono venti, trenta pariglie, portate da una mazurka, da un valtzer, che sgusciano tra le schiene, che corrono, girano, sterzano, rincorrendosi, schivandosi, lambendosi i fianchi, senza strepito, senza urti, senza sgolate paesane. Talvolta qualche coppia prende il largo che percorre a quattro piedi con sveltezza civettuola, s’innalza a spirale e discende giù elegantemente sulle gambe che paiono di gomma, battendo le tre taccate secche, famose – celebrate nelle pagine della loccheria storica. Bisogna aver visto una scottista per aver l’entusiasmo che ho io per questi divertimenti che ahimè! non godrò più. Non sono le solite quattro pedate e le due ripetute colla girandolata sciocca. Essa è il trionfo delle gambe sul ricamo. Le punte di tutti quegli stivaletti effemminati, punteggiano sur uno spazio brevissimo, confondendosi l’una dietro l’altra, senza mai raggiungersi – ora con della ritrosia, ora con delle indolenze da innamorati, ed ora colla febbre, con delle concitazioni, con dei ripicchi, con delle movenze che sono un inno d’amore. E quando si contorcono e quando si intrecciano, piantati sull’assito come un fascio di fusti di formentone? Chi, chi saprà degnamente eternarti o scottich, cresciuta sotto ai piedi di tutta quella popolaglia matta, giovine sbrigliata, senza pensieri per domani, senza cura dell’oggi? Chi saprà ridire quante ragazze hanno perduta la frasca ambita dalla gente per bene, nelle tue pieghe flessuose, nei tuoi giri morbidi, nelle tue spire folleggiatrici.

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La mia tosa ci andava anch’essa a questi lunedì allegri – tanto pregni di vita e tanto maledetti da madama. Ci andava coll’incoscienza dell’età sua, col trasporto del suo sviluppo precoce, coll’intuizione d’un vero che le germinava, che le pullulava nel cuore, di un vero che vaniva ogni volta che era lì per ghermire. Perduta nel bailamme, vi si ubbriacava, vi si diguazzava e vi si ubbriacava ancora – prostrandone le forze senza attutirne i sensi incandescenti. Ma poi che mi conobbe, i suoi lunedì divennero il mio braccio. Al mio fianco, essa si sentiva divinamente beata. Quel non so che di fanciulla e quella gaiezza naturale in una crestaina, avevano lasciato posto a quell’altro non so che di sentimentale, di pensieroso, di interessante, che piace alle anime innamorate. Il suo occhio sfavillante, vagabondava nella dolcezza azzurra e tutta lei appariva soffusa in un incarnato che avvertiva la donna. Donna a quattordici anni e mezzo – donna senza saperlo – senza averne provati gli orrori e i piaceri, gli spasimi e le frenesie.

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Io la vedo ancora sulla straduccia, a quattro miglia di porta Vittoria, a sinistra delle cascine Biscioia e Biscioina venire alla mia volta, sotto all’ombrellino che le inaffiava la faccia di solferino, con un mucchietto di margherite che ventava. Mi metteva la mano e la testa sul petto come se avesse voluto ascoltarne il respiro, e vi rimaneva, in quell’abbandono, qualche minuto trasecolata. Poi si levava con un sorriso che io scambiava con un bacio di fuoco.

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Ritornando a casa i divertimenti erano infiniti. Quasi sempre voleva che ci fermassimo davanti a un laghetto ore guazzavano le oche. Le piacevano quei colli esili e candidi che si tuffavano e si rituffavano senza stancarsi mai e quelle ali che starnazzavano alla superficie e spruzzavano i fili d’erba che costeggiavano la riva. Se aveva della mollica, ve la buttava e godeva mezzo mondo se la più piccina ne abboccava la sua parte. Qualche volta invece era curiosa e voleva sapere che cosa avevo insegnato ai miei scolari.
– Parliamo d’altro Adele, che cosa vuoi che abbia loro insegnato? Cose noiose.
– Non importa, dimmele.
E io, senza accorgermi, le rifacevo la lezione. Le spiegavo come il verbo possa diventare sostantivo e come il plurale non possa stare al posto del singolare. Se le parlavo poi di figure rettoriche, restava meravigliata e il mio io le si ingigantiva nel cervello.
– Quando saremo assieme, mi farai imparare tante cose, nevvero?
Ma il quarto d’ora più superbo della passeggiata era quello che godevamo seduti in mezzo a una boscaglia, all’ombria di non so quante pinete. Lontani da ogni rumore, involati alla gente, con un turbine di pensieri che non usciva dalla sua celletta, col sangue animato che bolliva, ci smarrivamo l’uno nella bocca dell’altra. Adele moriva durante quella confusione di aliti. Rovesciava su le pupille e dava, perduta, all’azzurro del cielo l’azzurro de’ suoi occhi. Oh Adele, oh Adele, tu eri mia e tuttavia ti ho perduta. Anch’io sai, ti avrei dato dell’oro e ti avrei regalata la casuccia, in fondo al bosco, in mezzo al verde, in margine al lago.
Adesso tu sei ricca e passi via altezzosa come se le carezze prodigalizzate ti fossero un rimorso.

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Che canaglia! Vi ricordate quel mio repubblicanone avvocato, che mi iniziò nei misteri dell’alcova? L’ho avuto tra le mani lungo tutta la passeggiata di sei miglia. Ho meglio, ho avuto in mano il suo cervello. Un cervello che mi sono deliziato a frugare, a scuotere, a interrogare, a schiaffeggiare, a svillaneggiare, mentre il polverio bianco, ardente, leccato dal sole, si levava dietro ai carretti, ai birocci, ai veicoli che insolentemente passavano. Oh che canaglia, che canaglia! Il suo libro non è che un arruffato, sconclusionato, abborracciato, sgrammaticato pastone di lettere. Un imparaticcio mal cucito – rimpolpettato di frasi e di figure e di pensieri sfacciatamente rubacchiati attraverso i campi altrui. Che ladrone, che ladrone! Me lo sono riveduto con quelle sue fedine che vorrebbero listargli il petto, con quel dondolio che vorrebbe parere distrazione, ninneggiante nelle sue scarpe musicate, colle sue mani lunghe, asciutte, cadaveriche come la sua faccia vaiolata, malamente impersonato, rifatto su in tutta la sua tronfia boria. Quanta morale in questo sottaniere, in questo mogliaiuolo, in questo invidioso piagnulone infarcito di plebeismo puzzuleggiante di borghesismo incipiente! Oh sì, mi è venuto il prurito di darlo in pubblico come un pendaglio d’ipocrisia. Ma ahimè! non è questo il luogo. Qui attacco soltanto la voglia al chiodo della memoria, per crocifiggerlo nel terzo volume: in mezzo alla Borghesia.

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Questa mane ho fatto coi ragazzi un vero bagno di analisi logica e di coniugazioni e di segnacasi e di pleonasmi. Li ho imbotterellati di regole aride che provocano l’inappetenza e lo sbadiglio. Ho loro squadernato il ciarpame grammaticale. Più s’ingarbugliavano e più mi ci divertivo a spannar loro il sensualismo puotiano. In una semplice lezione, ho disfoderato loro tutto il bachettame che serve a mettere insieme i blocchi intellettuali.
– Sissignori, mie cari ragazzi. Il gerundio non è l’infinito come l’attivo non è il passivo. Oh che ne dice lei, signor Santino?
– Peuh!
– Per esempio: gli uomini desiderano il godimento. Passivatemi la frase. Non capite? Non vi ho già detto e ridetto che in questi casi il nominativo diventa ablativo, l’accusativo nominativo e il verbo della terza persona plurale dell’indicativo presente passa al participio col verbo essere? Avete capito? Dunque come si dovrebbe dire? Tognino, Guglielmino, Gioacchino, Tommasino, rispondete?
È tanto facile, perdiana… Dagli uomini è desiderato il godimento. Va bene o non va bene signor Santino?
– Benone, benone. A me fanno gola tutte queste cose. Ma mi ci perdo. E pensare che lei le dice come io trebbierei il riso. Che testa!
– Dica testone. È un peggiorativo.
E dopo aver stranito la minutaglia tonfata nei tranelli grammaticali e di essermi saziato di quel gioco crudele che aiutava a dissolvere la passione che mi vogava nel sangue e a sfasciare la faccia carnosa di Adele che mi guardava cogli occhioni fluttueggianti nell’attonitaggine beata e la bocca ghiotta, avida, suggente baci, bussai all’uscio di don Giovanni.
Scocciava un ovo lessato.
– Bravo Giorgione. Sedete che ce n’è un paio anche per voi.
– Grazie don Giovanni.
– Non fate cerimonie. Io ho galline che ne danno tutti i giorni. Ora è la nera e ora è la bianca. E poi la bella cosa per due ova. Stuzzicano l’appetito.
– E sbronciano.
– Che cosa avete da sbronciare? Diffatti ho notato che siete immalinconito. Ma pazienza Giorgione chè passa tutto a questo mondo. Si va a fare una passeggiata, quattro chiacchiere e addio. Ci venite? Io devo una visita a…
– A qualche ammalato?
– Sì, a una bergamina.
– A una bergamina? O che date il viatico ai quadrupedi?
– Il viatico magari no. Ma qualche cosa di più necessario. Poichè già, è inutile, il prete in campagna è obbligato a saper di tutto. Il maniscalco sferra i cavalli e sdenta gli uomini, Il prete deve salvare le anime e i corpi. Il dottore? Figuratevi, è a quattro miglia. Un poveraccio che si sente male, se aspetta il dottore, ha tempo di morire. Chi si va a chiamare? Il prete. Una notte ardeva il cascinale del povero Landi – sapete, quel grosso cascinale là in fondo, e chi si è chiamato? Il prete. Il prete pompiere, il prete veterinario, il prete medico, il prete agricoltore e via via. Del resto non mi lamento. Intristisco meno. O vogliamo un po’ andare, Giorgione?

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Infilammo un vicolettaccio di siepi, di brughiere, adombrato qua e là da noci gigantesche che dispiegavano i fronzoli in capacissime ombrelle.
– Maiester! maiester!
– Ohe, chi c’è?
– Maiester! maiester!
– Birichini, guardate di non cascare. Vado a dirlo a papà Santino che gli mangiate le noci.
Giravano sui rami, s’attorcigliavano, arrapinavano e si rimpiattavano sotto al fogliame come covo di merli.
– Che età quella, Giorgione!
– Proprio, Don Giovanni,
– Peccate che non lo si sappia!
Ci trovammo in mezzo alla biada, parte falciata e parte no. I manipoli mietuti, sul suolo siccome trofei atterrati da un vento precipite, gli altri, i pennacchi immobili, accidentati al sole che li indorava.
– Quanta avena, don Giovanni!
Di dietro, all’ombria, i villani scaglionati, supini, fracidi di fatica, affocati dall’ardenza che usciva dalla terra e discendeva dal cielo, cogli occhi socchiusi, le braccia imbracciate sotto alla cervice, che si lasciavano rifare le forze dalla polenta che avevano stipata nello stomaco da mezzora.
– Quanta poveraglia, Giorgione. Guardateli: segaligni, ossei irrugginiti, saturi di questione sociale.
Più in su, un mercato di fanciulle e di donne rinculate sui deretani, sui nasi, sui piedi – le gambe e la braccia sparpagliate, attraverso la mammelleria disseminata, sbucante rovesciata. Che quadro, che quadro! Pelle moschettata di pillacchere come le pernici, pelle frumentata, bronzea, vizza, crespata, sigillata di lividure, imbruttita dall’avarizia, là distesa come un urlo.
– State comode, mie care, disse loro don Giovanni.
Passammo muti, compresi entrambi di quell’articolo di fondo vivo, palpitante che lasciavamo alle spalle come una rivoluzione.
– Credete in Dio, don Giovanni?
– Quale domanda, Giorgione!
– Credete?
E la sua bella faccia si avventò sull’orizzonte rabbuiata e dalle mani gli cadde il breviario.
Io glielo raccolsi.
– Prendete don Giovanni.
– Che me ne faccio?
– Ricordatevi della vostra teoria.
Se lo cacciò sotto l’ascella.
– È vero! Un travetto.

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Ci siamo. Una muta di cani ci saluta e ci annuncia con una scarica di urli disperati.
– Venga, venga don Giovanni. Creda, non ho più un’oncia di sangue. Io sono un povero diavolo alla malora.
– Eh, adesso!
– Tutto il mio bestiame muore come le mosche.
– Il male è in tutte le stalle?
– Soltanto in questa. Ma io paura, paura che vada anche nelle altre.
Mi passò il breviario e si svoltò le maniche.
La stalla era scurotta scurotta.
– Fateci dare un lume Marchini.
Don Giovanni drizzò in aria quel suo naso sfogato sfogato.
– Carbonchio. Eh, l’ho sentito subito.
Il lucignolo avviluppato nell’onda bigia e greve dei fiati e delle trasudazioni, pareva morisse.
– Ma io ho bisogno di chiaro, Marchini. Dateci delle candele, santo Dio. Ora non è il momento d’economia.
Si accesero due torce di resina.
– C’è anche il taglione. Guardate come m’ha conciato questo bue.
Era giù piatto, sulle zampe, il testone sdraiato sullo strame, l’occhio che moriva nel cristallo, colle grosse labbra che sbavacciavano indolentemente.
– È tutto ulcerato. Ulcerato nello spazio interiugulare. To’ gli si distaccano le unghie. Ulcerato alla lingua e alla mucosa del naso.
– E così, don Giovanni?
– Può guarire, Va curato cogli astringenti locali: calomelano, per esempio. Una soffiata di calomelano e una buona scottata di pietra infernale.
– Come siete buono, don Giovanni.
– Lasciamo i complimenti. Prima di tutto pensiamo all’ambiente. Purifichiamo l’aria, disinfettiamo la stalla, laviamo le rastrelliere, la mangiatoia, i capestri e rinfreschiamola di paglia tre o quattro volte al giorno. Tenete a mente questa massima: pulizia, pulizia e pulizia. Tu, Mangiafagioli, dà un paio di secchiate a questo rigagnolo di orina. E voi, Marchini, fatemi buttar fuori queste tre carbonchiose. Ma badate che ci vuol giudizio. Poichè quel sangue nero, avvelena irrevocabilmente. Già non è la prima volta che un veterinario va all’altro mondo per imprudenza o per ignoranza. Sissignori, ci sono veterinari che non conoscendo bene la malattia carbonchiosa passano a miglior vita. Per conoscerla è necessario uno studio speciale. Bisogna sapere che la bestia carbonchiosa è assalita da eserciti invisibili di parassiti implacabili che le assorbono l’ossigeno del sangue – parassiti battezzati dalla scienza col nome di bacterii.
– Va bene don Giovanni, ma non c’è modo di guarirle?
– La scienza è impotente.
– Oh signore Iddio!
– Proprio, non c’è che lui che possa fare la grazia. O bravo Mangiafagioli. Così. Prenditi in mano la torcia e fammi chiaro.
– Questa sì, questa si può guarire Marchini. Avete in casa dei vescicanti?
– No, don Giovanni.
– Non importa. Mangiafagioli, conducimela fuori sotto al portico che le fo immediatamente un salasso alla vena giugulare e se non basta le trafiggo un setone al costato.
Mangiafagioli tirò fuori il bestione e lo legò all’anello infisso al muro. Dalla giogaia abbondante che gli andava penzolone fino al cavo delle gambe, si capiva che era di razza italianissima. Sgualinava come un moribondo e lasciava cadere le orecchie gualcite e macchiettate di morelli.
– Vedete Giorgio, mi disse il buon prete sguainando una lamuccia d’acciaio scintillante, come è asciutto il musello? Non potete sbagliare. Quando quello specchietto lì senza peli non è cosparso di rugiada, potete scommettere che la bestia ha la febbre.
E coll’ultima parola trapassò la pelle del bove che dilatò come trasognato le ciglia. Ansava come un mantice e il sangue gli usciva a fiotti, rosso, denso e correva giù coagulato nella secchia.
– Basta, don Giovanni o me l’ammazzerete.
– Lasciate fare cui tocca. La polmonite va curata con degli antiflogistici. Salassi, tartaro stibiato, nitrato di potassio, acido cloridrico….
– Perchè non fate il veterinario, don Giovanni?
– Perchè di no, mi rispose.
Quando tutto fu secondo i desideri del medico in sottana chiesaiuola, passammo in un’altra stalla lunga lunga.
– Vi raccomando Marchini: questa caldura va rarefatta. Non la si vuol capire, ma così è. C’è un igiene anche per le bestie. Osservate se non è vero. Credete voi che tutti questi peli che crescono negli orecchi degli animali crescano per nulla? Baie. La provvidenza o la natura che sia, ha dato nulla per nulla. Neppure la cavalletta. Questi peli servono a trattenere i pulviscoli che impregnano l’aria.
Si avvicinò a una bella vacca grassotta, dalle corna a lira, che si svolgevano racchiudendo le punte, le piantò due dita nelle narici e le cavò la lingua.
– Toccate Giorgio, che lima.
– Che raspa!
Tornando a casa, pensavo alle tempeste che dovevano rischiaffeggiare nel seno di quell’uomo aggiogato alla mangiatoia clericale con un’anima tanto impaziente e una testa tanto nutrita.
Dal mio sfogliazzo

Il mio nuovo principale dentista, diplomato come diceva lui, nelle prime università d’Europa, possedeva un carro a molle, lungo lungo, a quattro ruote, su cui era slungata una casuccia a finestrole verdi, tramezzata come tutte le carovane dei saltimbanchi girovaghi. L’entrata, due nicchie che servivano di ripostiglio, di cucina, di cuccia ai cani, a me, a Pucca. In fondo l’appartamento di lei e lui, gli illustri coniugi, genitori di Pucca e padroni miei riveritissimi. Il ronzino era un povero malanno che chiamavano Lullo. Un Lullo piagato, magro, lercio, tassellato di mende e cicatrici, ma un vero buon diavolo. Non aveva la mania di correre, nè l’orgoglio di certe cavalle inquiete, nè la bizza d’inalberarsi per delle ombre che gli si spianavano sugli occhi macilenti. Zampava a tic tac, sviando i ciottoli, in mezzo al solleone che lo carbonizzava, la testa come un peso enorme,sbattendo tre volte al minuto le orecchie floscie contro le mosche che lo divoravano. Con Lullo si viaggiava sicuri. La sua carriera di Ebreo Errante gli dava su tutti i suoi simili delle superiorità incontestabili. Per lui non occorrevano redini. Appena sentiva un veicolo o un cic ciac di frusta o l’uh di un cavallante, sguerciava l’occhio e tirava fuori, radendo i fossi senza rovinare colla sacra famiglia. Di notte era un lanternino. Tirava via senza scapucciare, fiutando i precipizi e sterzando a tempo. Quanta pazienza e quanta intelligenza in quel martire della specie. I tre cani invece erano demoni stizzosi intolleranti. A ogni contadino che transitava, a ogni vetturale che minacciava loro il manico, a ogni collega che si sgolava per salutarli, si rizzavano sui garretti, increspavano gattescamente il mantello, puntavano il muso, sversavano le labbra e roteavano un’immane voglia di morsicare. Guai al monello che squadrava loro le pugna. Uno dietro l’altro come scolte in allarme, irrompevano dalla tettoia e si spingevano digrignando i denti, fino alla criniera intristita del povero Lullo. Non c’era che Pucca che sapeva rintanare quei rabbiosi botolini. Essa se li prendeva per la coda, cacciava loro la mano in bocca, li aggruppava, vi si precipitava sopra, percotendoli con moineria, strappando loro le orecchie o i ninnoli del ventre, spesso sdraiandosi seco loro, talvolta leccandoli, talvolta facendosi leccare, in un diavoleto di carezze, di gagnolii, di squittii che rompevano l’aria.
– Uh, Uh, che ci siamo Lullo.
Da lontano, malgrado la notte, vedevamo un’asta gigantesca che si slanciava sul cielo, circonfusa d’una penombra che si dilatava fino alla base ciclopica, dalla quale usciva come un getto.
– Che colosso, che colosso!
– Ohe, impazzisci? Mi disse il dentista patentato e premiato alla Facoltà di Parigi. Bella cosa che c’è da stupire per un Baradello.
La Camerlata dormiva. Il caffè, l’albergo, lo speziale, il fornaio chiusi. Guardammo a sinistra, al di là della cancellata, i vagoni immobili come masse di banditi in agguato e infilammo lo stradone carrozzabile – uno stradone che discendeva come in una buca. Il povero Lullo malandato e stracco, si sentiva incalzare dalla baracca che gli andava battendo le natiche, ma non guadagnava un passo.
– Uh, uh, Lullo.
Anche il borgo era nel sonno. Si vedevano disseminate sui pali le lampaduccie sporche che fumavano il fungo in un bagliore moribondo.
– C’è niente di dazio?
– Niente.
– Ma non siamo a Porta Torre. Ohè, ci hanno messo il dazio in cima al borgo?
Tic, tic, tic, tac, passammo irriverentemente il famoso Ponte di S. Bartolomeo, ove il crocifisso schiantò le due grosse catene, la sera di giovedì dell’anno 1529 e tirammo via fino allo svolto dell’Ospedale, in fondo, sotto agli alberi.
– Alt!
Saltai giù, slegai il povero Lullo che slungava la lingua come a dirmi che aveva sete, gli attaccai crudelmente il sacco di fieno fino al collo e felicenotte. Mi ricoricai vicino a Pucca che dormiva come un macigno, circondata dai suoi cani prediletti. Ma era troppo tardi per dormire. Ora era un carro che passava preceduto dagli oh! la vita! – ora tre, quattro martelli che vincevano i chiodi: tac, tic, toc, come i piedi ferrati di Lullo; – ora una voce: dammi un grappino Pietro. E poi un parlottìo, uno scalpiccìo, un gridìo alternato da bestemmie, da giuramenti, da maledizioni secche come il fulmine.
Mi alzai. Che confusione di teste, che perdite di carretti e di carriuole, che linee di tetti bianchi, grigi, rossi; che piantata di ombrelle, di ombrelloni; che mucchi di casse, di bauli, di pertiche, di sacchi; quante mani affaccendate, quanta chincaglieria, quante cianfrusaglie, quanti ninnoli e poppattoli e quante pipe di radica, di spuma di mare, di gesso! Mano mano che l’aurora si smantellava, la fiera che incominciava coi primi ippocastani che guardano la torre dai finestroni emisferici e girondolava, slargandosi, fin oltre la chiesa di S. Pietro, assumeva sempre più l’aria festiva e solenne. I banchi dei girovaghi, indossavano le loro guarnizioni, i loro grembiali e le cime dei tetti o i frontali, sventolavano del vessillo tricolore. I caffè, le capanne acquaiuole, i chioschi del cicchetto, le osterie di tela, dispiegavano le loro fascie a tre colori e infrascavano le insegne del lauro ambito dai poeti. I mercanti sciorinavano le pezze di cotone, di percalle, di lana, di fustagno, l’una sull’altra, scoppianti nei colori vivaci e abbandonavano al vento le ciarpe, i fazzoletti e gli scialli frangiati e ricamati. Gli armandolati, i diavolotti di menta, i canditi spumeggianti il bianco del risucchio, in mezzo alle offelle, ai pasticci, ai panettoni, soprafatti dalle piramidali colonne del torrone di Cremona, apparivano annunciati da un vivaio di mosconi e da un non so che di rosolio. In fondo, sul piazzale, a fianco e intorno alla chiesa, cataste di carta color cioccolatte chiaro, carrettate di ruote di grana, sacchi di pane – il pane comasco! E il portico? Pieno zeppo di medaglie, corone, crocette, reliquie, agnusdei di argento, di ottone, di piombo, di stagno! Oh che babele, oh che babele! Dietro a tutti questi sornacchi benedetti, a questi scapulari, a questo formaggio, la famiglia dei pagliacci, dei saltatori, degli incantatori, degli imbonitori, imprigionati nei loro cerchi assegnati, giù sdraiati alla rinfusa, qua e là scoperti, qua e là nudi, attraverso i cani, le scimmie, gli orsi, le gabbie dei piccioni, degli uccelli ammaestrati, e tutto il bagaglio, compagno indivisibile di queste tribù nomadi che vivono in un mondo loro particolare, che percorrono lo stivale dall’orlo alla punta, senza sapere il nome di chi regna e pensa per ventotto milioni di abitanti. Tribù felici!

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Bastrini appena mi vide mi saltò addosso con un calcio.
– Attingi una secchia d’acqua e dà da bere alla povera bestia, animalaccio! Povero Lullo, se non ci fossi io, nevvero? Ohe, Lori, dammi un po’ di branda che ho la rugiada nelle spalle.
– L’avete presa questa notte in viaggio, eh? Accidenti, vi trovo dappertutto Bastrini.
– Dove ci sono denti, caro mio. È la professione che lo esige.
– Già!
– Fa presto pigrone, che la fiera è incominciata. Allestisci la baracca di fianco alla chiesa. E tu Pucca, svegliati che s’ha da andare in piazza. Ti pare l’ora di dormire?
Caricammo le assi e la cassetta sulla carriola e via.
– Ricordatevi di non fare le smorfie che io e mamma veniamo subito.
Prima di metterci all’opera, bevemmo dall’acquavitaio ambulante due bicchierini di mistrà. Pucca quando si metteva nello stomaco una goccia di liquore, stralunava gli occhi e si stirava le membra.
– Giorgio?
– Pucca?
Riuscimmo a piantarci in prima fila. Il gabinetto, una volta trovato il terreno, era subito messo assieme. S’incuneavano i legni, si innastavano, si conficcavano e si allacciavano colle spranghe di ferro. Poi si dispiegava un tappeto davanti e s’inghirlandava l’entrata, – un’entrata sulla cui cima maiuscolava il cartello dell’illustre operatore: Monsieur Alfred de Marghet, chirurgo-dentista patentato laureato e premiato alla prima Facoltà di Parigi.

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Le campane e i campanoni delle cinquemila chiese disseminate nella città, pei sobborghi, nei paesi vicini, sbattagliavano per cieli la letizia del venerdì santo – una musica di ghisa che squassava l’aria, sbalzava nei cervelli, precipitava sui cuori o correva rabbiosa per lo spazio in un vortice diabolico, un vortice che ruggiva in fondo e avvallava come un esercito di voci castrate. Il mondo festaiuolo lo si vedeva girare sulle colline di S. Tommaso, di S. Fermo; spuntare sulle alture di Brunate, venir giù a frotte dal Bisbino, scavizzolare da monte Olimpino, da San Giuliano; sbucare da San Agostino, da Borgo Vico e irrompere in San Pietro compatto, serrato, entusiasta come i crociati. E in mezzo a questa nota grossa, grassa, stuonata, le canzoni giulive delle filandiere che squillavano la gioconda allegrezza dei loro cuori paesani, che saliva acuta, argentina, carezzosa come un’alata di rondine.

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Abbigliato il gabinetto, riempivo il tavolino coperto di tela cerata, degli apparecchi di lavoro. Una bottiglia e una caraffa di cristallo terso, dei denti mascellari, incisivi, canini, dei pezzi di mascelle, un teschio umano che faceva rabbrividire, accanto ai ferri ad ago, acuti, storti, bistorti, a lama, a triangoli, a fili, a puntirolo, tutti riscintillanti come fossero usciti allora allora dall’arrotino. Bastrini diceva giustamente che così facevano più “effetto.” Delle tenaglie, dei trivellini, delle forbici, dei coltelli circondati da una montagnola di cartocci, di “radici” e di bottiglicine fasciate dalla “ricetta,” i due farmachi che l’illustre chirurgo spacciava alle turbe “per far cessare immediatamente qualsiasi dolore.” Al disopra di questi ordigni spaventevoli e ridicoli, tre quadri zeppi di attestati di estirpazioni felicemente compiute, di lettere, di felicitazioni di “celebri chirurgi” e di parecchie dichiarazioni di pazienti immaginari, nelle quali era detto della sua “bravura” e delle cento lire che si “permettevano di inviargli.” Pucca, intanto che io allestivo il teatro, distribuiva i foglietti che annunciavano pomposamente il passaggio del celebre dentista Alfred de Marghet, laureato a Parigi. – “Signori, sono sei anni che percorro l’Asia e l’Europa per sollevare il genere umano da uno dei più crudeli dolori di cui esso vada afflitto e dovunque i miei risultati furono splendidi. In tutte le capitali che ebbero l’onore di ospitarmi, mi sono veduto applaudito e incoraggiato dalle più autentiche illustrazioni della dentologia. Macker, Bedinker, Sciuloff, Ordiloff, si congratularono meco e mi invitarono alle loro mense. Salvai una figlia al grande cancelliere della Germania, dal quale venni insignito del crocione che potete ammirare nel mio quadro, ed ebbi la soddisfazione di guarire S. M. lo Czar di tutte le Russie. Io non ho che pochi giorni da perdere in questa illustre città, perchè sono aspettato a Londra per operare la regina dal dente così detto del giudizio. La radice, rimedio infallibile per la cessazione immediata del dolore, non costa che venti centesimi; la boccettina, per coloro che desiderassero tenere in casa questo mio trovato che distrugge qualsiasi carie in meno di un minuto, non costa che un franco.”

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Quando tutto era pronto, indossavo una storica e smunta zimarra, tolta a qualche guardaroba teatrale, eredità di tutte le schiene che mi precedettero, m’annerivo la faccia colla carta bruciata ed usciva col tamburo a rullare la sveglia militare. Il popolo accorreva, si assiepava, vi si calcava e rimaneva lì pigiato ad aspettare il gran mago della rappresentazione. Bastrini, dotato d’una blague che stordiva, entrava dall’uscio di dietro come un ispirato. Il vecchio cappello a cilindro, il sortout nero, il cravattone nerissimo intrecciato nell’anellone tempestato di cristalli come quelli che aveva alle dita, il panciotto cosparso di fagioli valtellinesi, un catenone ciondolato di oro doublé e una valigetta a tracolla. Girava gli occhi, scappellava la sua testa profetica e metteva una manata di mutte e di franchi in un piatto di peltro. – Garçon, sonner. Tamburellavo la gazzarra fino a quando Bastrini, alzando il dito, mi accennava di tacere. Poi, con un accento e un linguaggio birbonescamente nè italiano nè francese, incominciava:
– Citoyens, messieurs! Perdonatemi se mi presento, per la primiera volta davanti a voi, respectable publique, in una fiera come questa, fatta per onorare notre rédempteur qui nous a salvée la vie (profondo inchino). Parce que dovete sapere, mes amis, che io j’ai beaucoup voyagé dans tutta l’Europa et l’Asie a esercitare mon honorable mestiere de docteur-dentiste, avec très grand succès. Sur mes opérations on donné à moi de mi plusieurs medaglie, come voi potete esaminare et j’ai été stato alla Corte di Berlino. Parce que, mon metode facile est des plus distingués. Mi avete voi comprenuto (risata del pubblico)? Pardonatemi si je non sono buono di parlare speditamente votre belle langue. Voyez vous un enfant, un bambino di dui anni, chi abbia un po’ di talanto, può operazionare da sè solo. Gardé mois. Voi prenete cette petite bouteille, ne stappate le buchon avec cette petite come si chiama? bambagie? Oui, et bien, avec questa bambagie, inzuppata dans mon liquidò, votre dent le plus malatò guarisce subìto, promptement. Proprement, je vous le giurò, davanti Cristò – mon protector. Oui. Ne vous ascoltate ces làches, ciarlatani de place, che strappanò avec cette abominabile tanaglià (la mostra al pubblico) les dents.
Ces sont des misérables qui guastanò le mestiere des professionisti, che sono stati come me all’école, aux universités. Giustamente, aux universités. Parce que, mes amis, le dent quand il è strappatò, on mange plus. Voi non potete pas plus rotare il vostro pane. Comprenete? Dunque au diable cette tanaglià, parce que come dites mon célébre maître, monsieur Clement (si cava la tuba), estrarre non è guarire, no, c’est ammazzare. Io ho poco tempo di stare in questa respectable città di Como. Voi potete approfittare del mio passaggio. Je donne la mia radice infallibile pour venti centimes, venti centesimi. E si vous, volete, ma bouteille, cette petite boccettina, non vale – quanto vale? Un franco, un miserabile franco. Alee, alee!” L’illustre medico, finita la parlata, senza asciugarsi la fronte, mentre io stordisco col rullo, incartoccia e vende alle mani ansiose i suoi specifici infallibili. Si faceva questo crudele imbonimento cinque o sei o sette volte al giorno. Bastrini diceva che quando il lavoro c’era bisognava “metterci la pelle.” E il lavoro a Como c’era davvero. I pivioni, come li chiamavamo noi girovaghi, ascoltata l’arringa che non capivano, davanti alla tolla di quell’uomo che dopo tutto aveva un certo ingegnaccio per esercitare la professione di quei ciarlatani ch’egli disonorava; davanti a quegli ordigni, a quegli avvisi, infiammati dall’alee alee e dal rullio incalzante, affrettato del moro, cadevano come vespe sullo zuccaro. Si urtavano, si davano gomitate alzando una mano per pagare e l’altra per ghermire, come quando sfiancavano per arrivare alla Croce del gran Cristo miracoloso. Il Cristo che sanava gli storpi, guariva i dannati, fugava dal corpo lo spirito maligno, benediva la carta per bigatti, dava a tutti, nella sua immobilità, sorrisi, speranze, gioie, compiacenze. – Oh chi non ha vedute queste turbe genuflettersi, sbracciare, piangere, invocare, urlare nell’orgia religiosa del giovedì santo, non ha veduto niente.

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Fra un’arringa e l’altra, facevo delle scappatine in chiesa per vedere quel tragico fanatismo religioso che rammentava i tempi pestiferi delle streghe e di frà Bernardo Rategno. La folla, rapita in un’estasi ascetica, cadeva ginocchioni, davanti agli altari tapezzati di medaglie, di amuleti, di ricami, di gruccie, di bastoni, attraverso ai cinti erniarî, ai gambali, ai pettorali, ai lacci, al resto del bagaglio riparatore delle sventure umane; delirava davanti agli innumerevoli quadretti miracolosi, sgorbi di miracoli compiuti, colle loro date, il nome dei salvati e magari magari colle loro brave famiglie proterve al suolo o gli occhi stupefatti al cielo. Vedevo la carrozza che attraversava il corpo del caduto alzando le ruote, l’orbo trasecolato nella preghiera che guardava meravigliato la luce che lo abbagliava, la madre graziata che aveva offerto se stessa per la salvezza del figlio, lo storpio che si raddrizzava raggiante di gioia, il fanciullo ballonzolato dalle onde e urtato a riva, mentre la madre agitava le mani davanti a Sant’Anna; il fulmine che aveva schiantato la grossa quercia e stramazzato il toro e lasciato incolume il bovaro. E via e via. Miracoli un più portentoso dell’altro, dinanzi ai quali rinasceva l’entusiasmo anche in coloro nei quali tentennava la fede. Il Cristo, il fortunato Cristo, inchiodato, palpitante di convulsioni, la testa divina contorta sulla spalla destra, il petto gonfio degli ultimi aneliti, cosparso del sangue della redenzione, pareva giubilasse dall’alto della sua croce eterna che eternizzò il suo sagrificio. La gente affollava ai suoi piedi e smaniava precipitando le labbra sulle ferite, abbracciandone il legno, toccandone le gambe coi fazzoletti, cogli indumenti, colle medaglie. Le madri sorreggevano i figli, gli uomini le donne, gli alti i piccini, come una gara, un trasporto, un giubilo, non visto in nessun altra processione. Un villano, si sarebbe fatto schiacciare tre volte piuttosto che andarsene senz’essersi fatto benedire il suo rotolo di carta bigattesca. Che ubbriacatura religiosa, che vertigine cristiana, che documento per coloro che profondano lo scandaglio nelle viscere delle generazioni passate. Non mancava il grottesco. A intervalli, si sentiva un grido, un alto grido che sgusciava per gli ambulacri, strisciava intorno alle colonne, percoteva le pareti e si frangeva su nel cavo della cupola. Il movimento evolutivo che andava senza quasi muoversi, faceva un alt di sospensione. Le teste si rovesciavano dalla parte d’onde era sbucato tanta disperazione. Chi era? Un’indemoniata, un’infelice invasa dallo spirito infernale che si dibatteva negli spasimi, che lottava corpo a corpo, urlando, graffiandosi, strappandosi i capelli, lacerandosi le vesti, cacciando, innorridita, il ceffo del demonio che la poveretta vedeva circondato dai satelliti, tutto pieno di fuoco e di sberleffi. Che scena! che scena! Quattro o cinque uomini di “buona volontà” uscivano dalla sagrestia, la prendevano per le membra spiritate, la innalzavano sopra quelle teste sospese spingendosi attraverso quelle fitte di carne pigiata e la portavano sussultante alla croce del Redentore. Miracolo! miracolo! Appena tocca da quel talismano, la tapina rinsaviva. Apriva gli occhi, ricuperava a poco a poco i sensi e si genufletteva sudata, in un pianto che provocava il singulto e i fedeli si protendevano al suolo, si battevano il petto e recitavano febbricitanti le più calde preghiere.

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L’osteria dei girovaghi era quella del “Coghetto” in via dell’ospedale. Un luogo ove si potevano fare i comodi della borsa senz’arrossire. Se la giornata era stata loffia, si mangiava una tazzina di galba, si beveva un “mezzino” de scabbi (vino), mandando moccoli contra ai ghirla (paesani), e invece di andare nel letto che costava dieci soldi, si andava in cascina con tre. Ma se i girovaghi avevano smaltita la loro scelpa (merce) e i saltimbanchi raccolta larga messe di trasia (moneta), la numerosa famiglia dei battistrada faceva sciambola (allegria). Il Coghetto, un ometto vispo, allegro, con tanto di cuore, metteva in tavola delle tegamate di risotto in cagnon (lessato e condito nel burro), delle scodellate di frittura di fegato di manzo, qualche volta dura come le suole delle scarpe e delle enormi polentate che scomparivano come palle in mano ai giocolieri. Fra noi, l’inappettenza era assolutamente sconosciuta. Si aveva sempre appetito per quattro. I boccali di vino, si succedevano mano mano che il benessere passava dal sangue negli organi muscolari e dagli organi muscolari nel sangue. E col vino, naturalmente, si sbrigliavano le lingue. Non credete mica che si facessero delle prediche filosofiche o che si dicesse male del prossimo. L’allegria in noi era naturale, spontanea, viva, arzilla, che balzava fuori vestita alla buona ma nostra, tutta nostra. Si facevano delle risate clamorose, larghe, che si dilatavano nella soddisfazione e passavano di bocca in bocca, attraverso sfilate di corbellerie, di facezie, di lazzi, scambiandoci la pacca, prendendoci per colletto, ascoltando “esempi” commoventi, lugubri, saporiti, che incantavano l’uditorio.

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Queste spanciate e queste storielle, non erano possibili che nelle grosse fiere dove conveniva quasi tutto il battaglione zingaresco. A Como, a Brescia, a Bergamo; qualche volta alla madonna di Caravaggio, qualche volta perfino a Iseo, a Lovere, alla gran fiera del bestiame. Il resto dell’anno, lo passavamo sparpagliato. Quelli che andavano in Piemonte, incominciavano il loro “giro” a Magenta, transitavano Trecate, sbucavano attraverso le campagne novaresi e “battevano” Vigevano, Mortara, Casale Monferrato, percorrendo tutti i paesi che fiancheggiano, a qualche miglia di distanza, l’interminabile stradone che conduce direttamente a Porta Po, a Torino. Torino, Torino, come mi sei parsa noiosa con quei tuoi corsi lunghi, simmetrici, incrociati ad angolo retto, dalle case uniformi, dalle tettoie filate filate, dovunque monumentata de’ tuoi gran re! Io non sono salito in vetta alla tua Superga a sberrettarmi, ma mi sei rimasta sul palinsesto della memoria come uno sbadiglio.

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Difficilmente si andava più in là. La Savoia, colla sua aria romantica, non ci attirava. Quelli che “posteggiavano” la Lombardia, incominciavano a Treviglio, si spargevano a Vaprio, a Vestone, a Bergamo e su su per cinquanta miglia, sotto un sole di bracia, fino a Clusone, attraverso rovi, giogaie, sentieri, pietraie, mangiando del castrato puzzolente, del formaggio di capra eccellente e bevendo l’acqua che fa venire il gozzo. Poi una catena rotta di soste. Orsinuovi, Orsivecchi, Verolanuova, Quinzano, Soresina, Casalmaggiore, Mantova, Desenzano, Gavardo, Bagolino, in su, in giù, di dietro, di fianco, da per tutto fino al confine dell’Italia centrale.

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Di tutta questa gente colla quale ho vissuto qualche anno della mia primavera, ricordo due girovaghi che divennero in seguito miei padroni e che erano indubbiamente le teste più scariche, più matte, più sbrigliate della compagnia. Uno aveva nome Dossi, nome che noi allungavamo fino al diminutivo Dossiet; l’altro Balin, un pseudonimo che portava da bambino, ragione per cui egli stesso non sapeva nè il nome nè il cognome. Due tipi conosciuti anche sul lastrico milanese. Il primo era un ex facitore di bastoni che appariva trenta o quaranta volte all’anno, specialmente nell’inverno, davanti alla piazzetta di San Sempliciano, con una tovagliata di bacche da raspare. Il secondo, un gobbetto, o piuttosto una schiena verso terra, dalla faccia lunga, a mezza luna, sbarbata, con una mazza di fazzoletti e qualche pezza di cotone colorata. Chi vœur i fazzolett? Bei fazzolett! Tanto l’uno che l’altro, li ho conosciuti a Bergamo, in casa dell’affittaletti che tutti i girovaghi conoscono col nomignolo di Baggià(5), un omone alto, ampio di torace, dal vocione simpatico e dalla mano vigorosa come una morsa. Si girava il piazzale della verzeria (parlo della città bassa), si scantonava un lembo di portico, si entrava in un vicoletto oscuro e si entrava in casa sua. In casa di un uomo patriarcale, che ci teneva tutti, vecchi e giovani, maschi e femmine, per i suoi figli e che aveva il fegato sano di darci da mangiare anche quando eravamo in bolletta, Poichè, dopo tutto, nessuno, che io mi sappia, gli ha mai lasciato il chiodo di un centesimo.
Coi galantuomini noi si era onesti.

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Sossi vendeva il similoro, vale a dire anelli, spille, orecchini e certi gingilli ingemmati, imperlati, cesellati, che egli faceva spiccare su una distesa di carta che tirava al rosa. Della merce aveva cura come dell’oro a trenta carati. Durante il mercato, con una pelle di daino, continuava a pulire e a ripulire i suoi oggetti, dicendo parole cortesi alle bellocce che vi lasciavano sopra gli occhi. Non era sguaiato, nè si irritava se gli si esibiva un prezzo inferiore al valore: Tutt i passer conossen minga el panigh. Con me, fu sempre affabile. Non mi considerava come gli altri un semplice garzonaccio. Il dentista era risoluto e manaccione. A cena mi dava 5 o 6 soldi lì sul predellino della carovana, intanto che lui se ne andava all’osteria; e a colazione mi lasciava andare colla parpuola uno scopazzone. Dossi invece mi faceva mangiare con lui. O bene o male, subivo la sorte del suo ventre. Se gliene facevo qualcuna, aggrottava le ciglia, infuriava la strofinatura e si contentava di dire: l’è giovin. Mi rammento di questa: era d’inverno e pioveva da quindici giorni. Se sapeste come sono nemici della pioggia i girovaghi! È peggio che la gragnuola pe’ paesani. Si è costretti lasciare la merce nelle casse o nei pacchi e zonzonare intere giornate per le osterie se si ha ancora della pila (denaro). Pioveva dunque da quindici giorni ed eravamo a Casalmaggiore. Dossi usciva cinque o sei volte sulle ventiquattro, come un astronomo, a guardare in su e in giù, a discutere colle nubi e a oracoleggiare col cielo. Domani c’è il mercato a Soresina. Piova o non piova, noi ce la battiamo. Ci alzammo per tempissimo. Mi attaccai alle stanghe e ci incamminammo. Potevamo aver fatto quattro o cinque miglia. Malgrado l’acquolina sottile, sottile, io ero sudato come un mulo. Le ruote della carretta a cassa piatta, coperta da una stuoia, si infangavano nel molle e andavano sopra a dei malaugurati sassi che mi facevano cacciar fuori tanto di lingua. In uno sbalzo, urto nel paracarro e il carretto risospinto indietro, gira su sè stesso e scavizzola giù nel fosso. Bastrini mi avrebbe accoltellato. Lui invece si mise le mani nei capelli e sedette sul fatale paracarro a piangere come un fanciullo. Il pianto di un uomo maturo che esce come uno sforzo, strazia. Ci venne in soccorso un aratore in viaggio coi buoi. Attaccammo una fune al veicolo e in un momento fu di nuovo sulla riva. Non mi diede neppure una strapazzata. Anzi a ogni miglio mi sostituiva: “Lassa, che te saree strach.” Nelle giornatone fredde, quando viaggiavamo coperti di brina, coi diacciuoli nei capelli e la bocca paonazza, mi diceva: mettiti quel sacco al collo ch’el fa on caligo!… Se gli affari andavano benone benone, mi guardava addosso e mi cambiava qualche straccio. “Ven chi che vemm a tœu on para de scarp che te perdet i pee.” Al sabbato non mancava mai di pagarmi la busecca – che egli aveva la debolezza di paragonare tutte le volte a quella che mangiava a Milano, nell’osteria detta Portalunga. Ona busecca che fà mett la bauscina! In compagnia, specie se aveva trincato, era più ciarliero, più enfatico, spesso perfino burlone. Tuttavia le sue barzellette non facevano scompisciare la platea. C’era sempre in lui della mestizia naturale. Raccontava le sue avventure, le sue peripezie, i suoi amori, i suoi disinganni, infiorando la parlantina con motti romanzeschi imparati nel Marco Visconti del Grossi. La conclusione era la passioncella di cuore, rimasta allo stato platonico. Al mercato di Quinzano, aveva veduto una fanciulla dilagata di salute. Alta, flessuosa, con una bracciata di capelli crespi sciolti per la schiena e due fianchi che tremavano. La regalò di non so quanti breloques attaccati a nastri di velluto nero come i suoi occhi, solo per avere il piacere di contemplarla qualche minuto in più. “Quando me la vedevo, diceva lui, rorida di freschezza, annegata nella vigoria, il seno ansante e le labbra che mi schiudevano una risata di denti, le dicevo bruscamente: va!” Un lato del suo bel cuore era pur quello di ricordarsi di una sua vecchia sorella che viveva in via Quadronno, in un bugigattolo al quinto piano, a pedulare da mane a sera. “Giorgio, fammi due righe. Dille che sto bene e che le mando otto franchi. Tutto quello che posso.” Mi stringeva la mano e mi pagava uno sigaro se gli mettevo assieme una lettera tenera. Certe frasi gli mungevano un lagrimone negli occhi. “Bravo Giorgio.” È morto anche lui, povero padrone. Morto d’un colpo apoplettico. L’abbiamo seppellito un sabbato sera nel cimitero squallido di Crema. C’eravamo là tutti, noi girovaghi convenuti al mercato del venerdì. La cassa andava giù e le nostre mani tremulanti le buttavano sopra manate di terra. Nessuna pappolata, nessuna ipocrisia. Ma in tutti noi si sentiva che lasciavamo in quella buca più che un amico un fratello. Io? Io un padre. Per un pezzo a cena o sulle ampie strade ci domandavamo: E Dossi? Povero Dossi! Ti saluto e spargo anche sulla tua fossa un corbello di semprevivi. Addio.

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Il Balin invece, come ho già detto, era un razzo continuo. Non sapeva dove stava di casa l’ipocondria e trovava modo di allegrare anche quelli piombati nella mutria della bolletta. Sapeva tutto. Imitava il canto del gallo, latrava come un alano, ruggiva come una leonessa, digrignava come una scimmia, sibilava come un serpente virgiliano, tubava come una colomba, gorgheggiava come un usignolo e diventava più lupo del lupo stesso. Quando ci smarrivamo sulle strade di notte, egli si metteva le dita in bocca e mandava fuori tali strazianti ululi, che i paesani accorrevano spaventati. Se non si aveva denari, con lui si mangiava ugualmente. Egli si vestiva da pagliaccio, coi calzoni nankini, sulla prima piazzetta che incontravamo, tirava fuori le sue palle, il suo imbuto, i suoi bindelli e in un minuto ci coronavamo di contadini. Si buttava sulle mani, faceva un paio di salti mortali, la tartaruga, infilava tre, quattro, cinque scranne sulla punta del naso, mangiava la stoppa in fiamme, si tirava su dal gozzo una filata di bindelli bianchi, rossi, verdi e poi, prima di “eseguire” l’ultimo giuoco, “il più difficile e il più sorprendente,” andavamo io e lui alla questua col piattello. “Da bravi, sciori. Tutto per la fabbrica dell’appetito! Si mostrano generosi.” Qualche volta l’ultimo giuoco era il sacco dell’ovo. I paesani scorpacciavano. Co-co-dè, co-co-dè. E uno! Co-co-dè, co-co-dè. E due! Ma se era in vena e voleva farli sganasciare, faceva quello delle piscia, Correva attorno coll’imbuto in una mano e un lungo coltello a triangolo rientrante nell’altra, fingendo a ogni passo di voler bucare qualche ventre paesano. “Non vi faccio male. Un piccolo foro.” Ma i designati scappavano e lasciavano il mio alla merce del gioco. Si faceva su le maniche, agitava il coltello che scintillava e me lo piantava con un là nella pancia. Poscia mi applicava immediatamente l’imbuto e la piscia si rompeva in faccia agli spettatori che era una delizia. E quando si vendeva la merce all’incanto? Cominciavamo dal rovesciarla sulla tela in terra, io dicendo a ogni minuto: Lassa che la vaga! l’è tutta robba del diavol! Lui emettendo qualche versaccio: Robba robada! Alee fiœuij! Fatto il treppo (pubblico), il mio padrone saliva sulla scranna con una fazzolettata di chincaglieria. Coltelli dal manico a specchio, pettini, pettenine, cucchiai, scatole di tabacco, portamonete, cartine d’aghi, spilli, spilloni e andate dicendo. “Cosa ch’a val sa? Dui mute. A l’è tropp car? Una muta. A l’è tropp car? Meza muta, ‘n mutin, terdes centesim. A l’è tropp car? Dui sold. No, ch’a l’è tropp car ancora. I voui davla par nient. Piè, la mia bona gent. Un sold.” Spacciavamo così dodici o tredici “articoli” infiammando i “gorguani.” – “Quest a l’è on taj pantlon, stoffa tutta lana, fada in person. Vaira che costa? Gnente. Eut lire. No, set; no, sinc; pievla (qui l’attorciglia e la caccia in faccia al paesano). Sinc lire. Ma disilo a gnun, fiolon del boja! ch’anmetria ‘n person mit co. Sevflo? Anduma in galera, ma fee del bin la mia gent. Tanto ai dovuma andé drinta mi el me sot segretari. Sa, se a l’è nen en cœuj a l’è ‘man. A vœj deve un vesti. Pantlon, giacca, gilè e un tocch d’balzana pa la vostra fumna. Ai leve voi la fumna? Mi si. Un bel spargiott franc, parei i mè car. Co ca costa st’ mercanzia rubaita al ciar d’la luna? Si voi andeve a la botega, av lu assicuro mi, a lu assicuro! ai la pagheve tranta lire pas men un sold, i mè car. Mi ai leve dìt. Mi am costa nient. Am costa la fadiga at ciapela. Vaira? Vint lira, disdeut, diset, sedez? Evla ancora cara? Am smia la mia gent, ch’i gneve gnanch un bajocch in saccoccia. Se no, fiouj! (L’incantatore impazzisce nei no). Av la tiro in la schina, fiolon del boja! Quindes? No. Quattordes? No. Terdes? No. Dodes? Gnanca. Undes? Gnanca. Mezz marenghin, scià, mezz marenghin del boja. Pievla intanta che mit co ai vœuja d’piè d’sold. Feie prest. Quand che mi i l’hai butala in terra, av la du gnanca par sent lire. Co c’ai son par mi sent lira? Noi i summa ‘la stoffa d’ crovatt. An s’la furia, ai guarduma pa pi i mè car. Ai la vorie gnanca par des lire? Pievla par neuv, per ott, per gnent. Al prim ch’ausa la man. Là, par sett lire.(6)”
Di questi tagli che costavano due e cinquanta o tre al mio padrone, ne vendevamo un subisso. Quel gestire, quel vociare, quel concionare, quell’irrompere sui paesani con tanta foga, produceva una “cassetta” abbondante.

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Il mio padrone, malgrado tutto, aveva dei difettacci imperdonabili in una volpe come lui. Tanto più che era proverbiale nel mondo girovago che egli fosse inacchiappabile da tutti i lati. “Prima de faghela al Balin!” Tuttavia, parecchie volte glie l’hanno fatta da lasciargliene la memoria. La sua pazzia, era d’incocciarsi al gioco. In certi momenti, arrischiava bottega e tutto sur una carta o una bilia. Per dirla, era bravo alle carte e alla stecca, ma là, spesso cadeva nelle trame come l’ultimo scolaretto. Se gli riusciva di guadagnare una sommetta discreta, aveva il coraggio di mettersela in tasca e di dire all’avversario: basta. Ma se perdeva, non la finiva più. “Non è la mia giornata oggi. Ho la disdetta. Lo sapevo che non dovevo giocare.” Ma non smetteva che morto. In una sola carambolata, nel caffè degli ufficiali a Cremona, vi lasciò l’asino, il carretto e quattrocento o cinquecento lire in tante pezze di fustagno e di cotone bianco e colorato. Ebbene, credete che egli si sia sgomentato? Neanche per sogno. Alla mattina ci frugammo in tutte e quattro le saccoccie per metter insieme venti o ventidue soldi e ci guardammo in faccia. Io taceva. Lui, il piccolo Napoleone, scricchiolò le dita e battè il piede. – va! Mi mandò a comperare della farina di semola, dell’olio di linosa e del “nero di Roma.” Che se ne fa di questa roba? gli domandai. – Va giù a farti prestare un catino di terraglia o un vaso qualunque. Glielo portai, vi versò la farina con un bicchier d’acqua, la frugò, la rimescolò fino a farla diventare morbida e col nero di Roma e l’olio di linosa, la convertì in un “levato” di lucido da scarpe.
– Adesso a noi. Sfido il Signore a farci stare senza pacchiatoria! Fatti portare dall’oste un paio di spazzole.
Portammo in Piazza il nostro tesoro, ne facemmo tante pallottole sur un’assicella e incominciammo a imbonire.
“Signori!
Dopo il vapore venne il telegrafo, dopo il telegrafo il gaz. Ma poi? Le scarpe, o signori, come quelle che racchiudono i membri più utili del corpo umano, hanno desse mai seguito questo immenso progresso di vaporiere, di fili telegrafici, di illuminazione mondiale? No. Esse sono ancora all’arcavolismo. Voi le portate come il vostro bisnonno, come il vostro nonno, come vostro padre. Dure, secche, che tagliano la pelle, che fanno crescere i calli, che induriscono i mignoli come la scaglia di una tartaruga. Perchè o signori? Perchè o cittadini del Torrazzo, non si era ancora rivelato il Volta che doveva rendere duttile la pelleria più ribelle. Non ridete. Quale pila maggiore di questa che risparmierà d’ora innanzi di abbandonare le vostre dita al coltello di un inesperto che vi farà morire di tetano? Quale pila più grandemente grande di questa che vi permetterà non solo di calcare i sassi più guzzi, ma di sentirvi i piedini nel molle, al morbido come la mano di una fanciulla in un guanto a sei bottoni? Gerard, mio grande, mio immortale maestro, io ti saluto in nome delle presenti e venture generazioni. Poichè il lucido che porta il tuo nome, frutto di lunghe ricerche e pazienti studi, appartiene al novero di quelle celebrità cosmopolite che passano colle loro scoperte, nei più remoti angoli dell’avvenire. Sì, o Cremonesi, il redentore dei piedi è Gerard. Gerard che si è risvegliato una mattina battendosi la fronte in faccia al sole che lo aveva illuminato. Finalmente egli aveva trovato il sospirato, l’atteso specifico di questo lucido magno che annerisce il tomaio conservandolo e ne restringe i tessuti rendendolo flessuoso e accarezzabile come la seta rasata. Chi di voi o signori, mi impresta una scarpa? Datela in mano al mio segretario ed egli, in un fiat, ve la ridarà lucida come il cristallo e nera come la veste di un prete.”
La scoperta Gerard ci fece insaccocciare settanta franchi.

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Un’altra volta, nell’identica condizione, a Castiglione delle Stiviere(7), il paese dei mendicanti. Oh quanti mendicanti a Castiglione delle Stiviere. Mi ricordo di averli veduti a frotte, in piedi, seduti, davanti alle case religiose, aspettare la sbobba che si dà loro regolarmente alla stessa ora di ogni giorno. Al venerdì pareva che nascessero dal sottosuolo. Il convento delle Vergini, che è, credo, il più ricco, perchè vanta la rendita annuale di un milione, era circondato da una cenceria che non resiste alla descrizione. Faccie dilavate dalla fame, stremenzite dagli anni, picchiettate dai patimenti, corrugate dalle febbri, maciullate dalle astinenze, fustigate dai malanni. Cenci…. ma che cenci? Sbrendoli, sbrendoli che si sfacevano nell’agonia. Vedendoli stracciare la rotella che dava loro la religiosa – un vero culo di carne – io e il mio principale, corremmo subito a bere un cicchetto di grappa. Si sentiva immediato il bisogno di crollare con un po’ di spirito, la miseria di tutta quella poveraglia sfinita e moribonda. Ma che cosa c’entra questa parentesi colla vita girovaga? Dunque dicevo?… che cosa dicevo? Ah! che a Castiglione delle Stiviere ci trovammo… Sicuro, ci trovammo al verde. Niente paura. Andammo al mercato, facemmo bollire una pugnata di zuccaro cucinato con dello zafferano per ingiallirlo in un vaso di latta, e, ben bollito, fumante, lo rovesciammo sulla pietra che io avevo egregiamente pulita. Indi con un coltello lo rivoltammo, lo rimpastammo e lo attaccammo all’uncino che per fortuna trovammo infisso nella colonna del portico. Eravamo divenuti l’ammirazione dei villani. Il mio padrone, le braccia nude, miagolando, lupeggiando, continuava a filare il nostro zuccaro, divenuto della lunghezza della piazza. Io, mano mano che me ne dava qualche metro assottigliato, ne tagliavo fuori tanti pezzi da un soldo e gridavo: “A che menta, menta fina! Tutta di zucchero filato! Alee! alee!

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Ci separammo quando scappò da Brescia colla moglie del mio ex principale, l’illustre medico-chirurgo. In quel burlone aveva potuto l’amore. Quel compatirla quando commetteva qualche stravaganza, quel salvarla tutte le volte che poteva, dai pugni massicci di Bastrini, quel ricorrere a lei per un bottone, quel dirle grazie per dei piaceri che tra noi erano doveri, fecero germogliare nell’uno e nell’altra, un amore che finì colla fuga. Bastrini la trattava troppo male. Ragionava con lei a schiaffi, a calci, a cazzotti. “Tas, brutta slandra!” La considerava meno di un arnese. Le diceva che aveva vergogna. Se ritornava ubbriaco, era capace di prendersela a due mani e di buttarcela addosso. “Non voglio troie!” O se la teneva, il ringraziamento per la sua prestazione, consisteva in un pugno sodo, allo scuro, che le toccava dove le toccava. La manteneva, se si può dire questa parola, a soldi. Quando essa diceva che aveva fame, le dava sgarbatamente cinque, sei o sette soldi, con una filza di parolaccie: “Guadagnaten porca! Bonna domà de mangià! Và a fà la pelanda!” Ma perchè non si ribellava, non lo assaliva di notte, con un coltello, mentre russava il vino che aveva inghiottito? Non ho mai visto donna più passiva di quella. Un’inerzia che mi faceva rabbia. Si lasciava percotere maledettamente, senza dar segni d’impazienza. Spesso piangeva, riasciugava gli occhi e ritornava quella di prima. Mancava in lei il muscolo della volontà. Era molto se si alzava a scaraventargli alle spalle un; “mostro!” Un “mostro” che le valeva quasi sempre una strappata di capelli. Poichè in Bastrini era una brutalità galeottesca. Nei suoi trasporti, l’ho veduto acciuffarle le due mammelle, stiracchiargliele come due vesciche e stringergliele l’una sull’altra, come se avesse voluto fòndergliele in una. Povera donna. Eppure Maria, piangeva e lasciava fare.

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Uscita la madre dalla carovana, prese il posto la figlia. O perchè mi fate gli occhiacci? Mi sono meravigliato io? Ma io conosco ben altre pagine sucide che quella dell’incesto. Andate per esempio a cercare il senso morale nella famiglia dei saltatori di piazza? Vi troverete di tutto. E come no? Alti e piccini, maschi e femmine, donne e fanciulle, sotto una stessa tenda che si svestono, si scamicciano, si lavano e restano lì nudi per delle ore gli uni in faccia alle altre. Piccini e grandi, donne e uomini, ragazzi e ragazzotti, tutti, avvoltolati nella stessa coperta, testa e piedi, piedi e testa, le mani, le gambe, i ventri perduti, confusi nella caldura che esce da quel blocco carnaceo, rappresentante il bene e il male abbracciato nella sua incoscienza.

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Pucca sentiva della madre. Una volontà stracca. Non ubbidiva se non alla violenza. Pigra, ghiotta, codarda. Stupidamente bella, stupidamente ignorante, stupidamente sensuale. Si lasciava vedere sul miniscolo ballatoio, con tutte le sue rotondità procaci, senza punto capire il perchè qualcuno si fermava a guardarla. Lasciami vedere, Pucca. E le mani andavano nel suo seno a ballottargliele, senza che essa se ne desse per intesa. “Dammi un soldo adesso.” La sua virginità la diede a Codogno a un caldarrostaio per una manata di grattaculi. In viaggio, quando vedeva di quelle coccole rosse rosse, mi faceva un bacione nell’orecchio e mi spingeva giù alla siepe a spiccargliele. Se la si baciava o se le si dicevano moine amorose, alzava le spalle, tirava nel grembo i cani e rideva come una pazza. Talvolta era una fanciullona che faceva vedere le cosce per sentirsi dire: belle! Amava la madre? Non saprei dirlo. Come non saprei dire se la madre amava la figlia. Beveva come suo padre e più di suo padre senza ubbriacarsi. Quando dormivamo nella stessa cuccia e lei aveva la vinaglia fin negli occhi, si metteva un pezzo di sigaro in bocca e fumava come un turco. Era allora che aveva per me delle tenerezze di donna fatta. Il padre, punto scrupoloso, se ne fece, come ho detto, una mogliera, sdraiandosi seco lei mentr’essa mangicchiava una mela.
Mamma, mamma, esulta dal terriccio. Finalmente il tuo povero figlio è giunto al pedale del grand’albero burocratico. La sua cima va su astata a perdita d’occhi. Ma io non mi spavento. Io mi curvo e piagato accetto il nuovo cilicio. Lo accetto per te, buona mamma. Per te che ho amato più di me stesso.
Oh alla perfine permettimi che in questa giornata, per la prima volta, io mi inginocchi sul tuo tumulo sconsolato a piangerti e a dirti che la tua immagine sopravvive alla bufera e che io la conserverò qui, nell’amuleto del cuore, bella e pura come l’ultima sera che mi hai dato l’ultimo bacio dicendomi addio.
1870

FINE

Gli è così. Anche quando abbiamo la penna tra le dita siamo straccioni. Gli altri, quelli che hanno il ventre nel cervello e il cervello nel ventre, stanno lì a loro agio, colla testa in mano, ad aspettare il soffio ispiratore e sciupano intere settimane a limare, a pulire, a leccare i loro perioducci giulebbati e rachitici. Noi invece, incalzati dal tempo, violentati dal bisogno, tiriamo giù febbricitanti, nelle ore che rubiamo al sonno, cartelle sopra cartelle e le abbandoniamo ai combinatori madide d’inchiostro senza punto rileggerle. Gli altri, gli stitici, possono correggere e ricorreggere e fare delle bozze tante carte geografiche senza che alcuno dia loro sulla voce. Noi, poveri diavoli, siamo invece stramaledetti a ogni trasporto di virgola. Gli altri, sostituiscono forestierismi, idiotismi, caccabaldole e magari magari rifanno pagine e capitoli fumando un virginia. Noi, dalle scarpe rotte, non possiamo avere pentimenti neppure possiamo dolerci di qualche plebeismo che pute. Gli altri, i lavaceci, hanno correttori speciali, pagati a bellaposta per piluccare, mondare, rimpolpare qui qua i loro scrittarelli effemminati prima di darli ai baci del rullo della macchina. Noi, sdanaiati, dobbiamo invece lasciarci schiacciare dal nero di stamperia gli strafalcioni che abbiamo corretti e quelli che per accidente ci sono sfuggiti. Ma quando, quando potremo finirla con questi delitti maiuscoli e minuscoli, commessi solo perchè non siamo trattati come la marmaglia letteraria? Quando diremo ai pasciuti: orsù, cessate. Il vostro regno non è finito.
Gli è per questo, o cittadini, che io pure debbo, come qualunque altro pennaiuolo, appiccicare al volume la morbosa errata corrige degli svarioni che ho pescato rileggendo, ahimè! la prosaccia che vi ho spietatamente ammannita.(8)

NOTE:

(1) Giova avvertire che la casa che qui si descrive ha subito anch’essa le violenze del progresso. Tuttavia le famiglie dormono ancora accatastate.
(2) Adesso non esiste più. Era piantato dove è ora il Bottegone Cannetta.
(3) Occorre dire che è stata demolita?
(4) Di questo Vicolo sarà detto a lungo nelle Battaglie.
(5) Ora che correggo le bozze di queste memorie autobiografiche, so che il Baggià è morto da cinque o sei anni. Me ne duole. Anche perchè i girovaghi hanno così perduto il braccio sinistro. Povero Baggià!
(6) L’ortografia è sbagliata per due ragioni: perchè non so la lingua di Brofferio e perchè volevo tradurre più che altro il testo parlato.
(7) Di questo paese è detto nelle Battaglie, ove è trattata la questione sociale.
(8) Le correzioni segnalate nell’errata corrige sono state apportate nel testo. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

da: www.liberliber.it